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Autore

Bruno Magnolfi

in archivio dal 08 mar 2010

18 giugno 1955, Follonica

01 novembre 2011 alle ore 21:27

Amarezza contemporanea

Il racconto

 
Su quello spiazzo costituito da rocce grigie irregolari, come una specie di piccola altura, l’uomo primitivo osserva la fitta vegetazione del bosco poco sotto di lui. Sa che da li a poco deve affrontare il suo nemico temibile che adesso forse si nasconde là dentro, ciò nonostante sembra essere preso da una strana e insolita calma, come se tutto questo lo riguardasse soltanto in minima parte. Ha già provato altre volte a restare da solo, unico dominatore del luogo, e nella proiezione che in quei casi se ne è dato, ha assaporato il gusto profondo di quella dimostrazione di forza, come di qualcosa di meraviglioso. Ma adesso, chissà perché, tutto questo non gli pare più tanto importante, o meglio, pensa alla sfida nei confronti dell’altro, e prova soltanto il timore che una volta abbattuto il suo simile, molto nei suoi giorni quasi si privi di qualsiasi significato.
Gli sembra forse inutile adesso seguire i suoi istinti profondi, come sempre peraltro ha fatto nella sua vita: sente che i suoi pensieri di oggi lo trascinano da tutt’altra parte, anzi, gli pare urgente e importante che lui assuma come fondamentale quel diverso punto di vista, quasi che le sue idee, la sua maniera di essere, il suo comportarsi, abbiano improvvisamente necessità di un confronto più costruttivo, di una diversa opinione con cui misurarsi, magari addirittura di un aspetto critico differente da quello che ha sempre avuto.
Questo, riflette l’uomo primitivo sopra l’altura, mentre continua a starsene eretto su quel luogo così giusto per tenere sotto controllo la zona, anche se in fondo a lui non interessa quasi più rimanersene lì, come se la sua mente in quegli ultimi giorni avesse maturato un diverso convincimento su tutto, un modo di vedere le cose distante da quella che è stata la sua opinione di sempre. Sa che il nemico è là attorno, rintanato nel fitto della vegetazione, da qualche parte, eppure gli pare quasi di non temerlo neanche: gli sembra sciocco il loro contrapporsi come animali, quel farsi guerra per una sciocca supremazia, tanto da immaginare al contrario un possibile sodalizio e un’alleanza fruttuosa fra loro, un patto da stringere, forse, qualcosa di diverso da sempre, ma che possa servire maggiormente ai loro simili scopi.
Poi accade qualcosa, un ramo d’albero cade a terra spezzato, una pietra vortica dentro l’aria, lui si china timoroso ad osservare quanto sta per succedere. Quasi non importa chi sarà tra di noi a cadere a terra ammazzato, pensa; in quel caso avremo perso ambedue, non avremo maturato nessuna possibilità di tentare un’esistenza diversa, una differente maniera di vedere le cose. Infine si alza, tiene tra le mani una pietra di discrete dimensioni, sa che ha un vantaggio notevole sull’altro restando sopra l’altura, e infine lo vede, è lì, poco sotto di lui, sta brandendo qualcosa, lo minaccia, così, quasi d’istinto, scaglia la sua arma dall’alto colpendolo in pieno, proprio sopra la testa. 
L’uomo primitivo scende velocemente ad osservare da vicino quel corpo, l’altro a terra esala oramai gli ultimi suoi respiri, lui lo guarda, forse prova un senso di dispiacere dentro di sé. Infine torna ad osservare la vegetazione indifferente attorno alle rocce: adesso lui è più solo, ne ha quasi certezza, sente che il suo punto di vista egoistico forse è profondamente sbagliato, ne è quasi cosciente, eppure non rinuncia a quell’ultimo sprezzo, e sputa, come ha fatto altre volte in casi del genere, sopra a quel cadavere immobile.

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