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in archivio dal 30 apr 2007

Camillo Sbarbaro

12 gennaio 1888, Santa Margherita Ligure (GE)
31 ottobre 1967, Savona
Segni particolari: La mia poetica, leopardiana nei toni crepuscolari, viene assimilata a quella di altri poeti liguri come Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Mario Novaro, Giovanni Boine ma, soprattutto, al Montale di "Ossi di seppia" (che mi dedicò questa raccolta).
Mi descrivo così: Sono stato un famoso poeta italiano del primo Novecento.

elementi per pagina
  • 30 marzo 2011 alle ore 16:43
    A volte mentre vado solo al sole

    A volte mentre vado solo al sole
    e gli aspetti del mondo accolgo e il cuore
    quasi m'opprime l'amorosa ressa,
    ombra il sole ecco farsi e l'ombra, gelo.
    Un cieco mi par d'essere che va
    lungo la sponda d'un immenso fiume.
    Scorrono sotto l'acque maestose;
    ma non le vede lui: il poco sole
    lui si prende beato. E se gli giunge
    a tratti mormorar d'acque, lo crede
    ronzìo d'orecchi illusi.
    Perché a me par vivendo questa mia
    povera vita, un'altra rasentarne
    come nel sonno; e che quel sonno sia
    la mia vita presente.
    Un vago smarrimento allor mi coglie,
    uno sgomento pueril.
    Mi siedo
    dove sono, sul ciglio della strada,
    miro il misero mio angusto mondo
    e carezzo con man che trema l'erba.

     
  • 30 aprile 2007
    Al tempo

    Son di granito o di diamante sono
    i mille denti logori e ferrigni
    con che rodi il cemento ed i macigni
    sgretoli, sfinge spaventosa, o Chrono?

    L'uomo di ieri miri co' i maligni
    occhi innalzare a dei di creta un trono:
    o bestemmiarli e ricader giù prono:
    e al vano affaticarsi tu sogghigni.

    Il fior che allegra gli orridi dirupi
    co 'l fiato anneri, ed, invido, d'immondi
    solchi il velluto de le guance sciupi.

    L'uom che ti sminuzza in oggi ed in domani
    e la clessidra in ore ed in secondi:
    tu lasci fare e eterno ancor rimani.

     
  • Taci, anima stanca di godere
    e di soffrire (all'uno e all'altro vai rassegnata).
    Nessuna voce tua odo se ascolto:
    non di rimpianto per la miserabile
    giovinezza, non d'ira o di speranza,
    e neppure di tedio.
    Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena
    d'una rassegnazione disperata.
    Non ci stupiremmo,
    non è vero, mia anima, se il cuore
    si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato...
    Invece camminiamo, camminiamo
    io e te come sonnambuli.
    E gli alberi son alberi, le case sono case, le donne
    che passano son donne, e tutto è quello
    che è, soltanto quel che è.
    La vicenda di gioia e di dolore non si tocca.
    Perduto ha la voce la sirena del mondo,
    e il mondo è un grande deserto.
    Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso.

     
  • Talor, mentre cammino per le strade
    della città tumultuosa solo,
    mi dimentico il mio destino d'essere
    uomo tra gli altri, e, come smemorato,
    anzi tratto fuor di me stesso, guardo
    la gente con aperti estranei occhi.

    M'occupa allora un puerile, un vago
    senso di sofferenza ed ansietà
    come per mano che mi opprima il cuore.
    Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
    occhi di bimbi, facce consuete
    di nati a faticare e a riprodursi,
    facce volpine stupide beate,
    facce ambigue di preti, pitturate
    facce di meretrici, entro il cervello
    mi s'imprimono dolorosamente.
    E conosco l'inganno pel qual vivono,
    il dolore che mise quella piega
    sul loro labbro, le speranze sempre
    deluse,
    e l'inutilità della loro vita
    amara e il lor destino ultimo, il buio.

    Ché ciascuno di loro porta seco
    la condanna d'esistere: ma vanno
    dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
    occupato dall'attimo che passa,
    distratto dal suo vizio prediletto.

    Provo un disagio simile a chi veda
    inseguire farfalle lungo l'orlo
    d'un precipizio, od una compagnia
    di strani condannati sorridenti.
    E se poco ciò dura, io veramente
    in quell'attimo dentro m'impauro
    a vedere che gli uomini son tanti.

     
  • 30 aprile 2007
    Ora che sei venuta...

    Ora che sei venuta,
    che con passo di danza sei entrata
    nella mia vita
    quasi folata in una stanza chiusa -
    a festeggiarti, bene tanto atteso,
    le parole mi mancano e la voce
    e tacerti vicino già mi basta.

    Il pigolìo così che assorda il bosco
    al nascere dell'alba, ammutolisce
    quando sull'orizzonte balza il sole.

    Ma a te la mia inquietudine cercava
    quando ragazzo
    nella notte d'estate mi facevo
    alla finestra come soffocato:
    che non sapevo, m'affannava il cuore.
    E tutte tue sono le parole
    che, come l'acqua all'orlo che trabocca,
    alla bocca venivano da sole,
    l'ore deserte, quando s'avanzavan
    puerilmente le mie labbra d'uomo
    da sé, per desiderio di baciare...

     
  • 30 aprile 2007
    Padre

    Padre, se anche tu non fossi il mio
    Padre, se anche fossi a me un estraneo,
    per te stesso egualmente t'amerei.
    Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
    Che la prima viola sull'opposto
    Muro scopristi dalla tua finestra
    E ce ne desti la novella allegro.

    Poi la scala di legno tolta in spalla
    Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
    Noi piccoli stavamo alla finestra.
    E di quell'altra volta mi ricordo
    Che la sorella mia piccola ancora
    Per la casa inseguivi minacciando
    (la caparbia aveva fatto non so che).
    Ma raggiuntala che strillava forte
    Dalla paura ti mancava il cuore:
    che avevi visto te inseguir la tua
    piccola figlia, e tutta spaventata
    tu vacillante l'attiravi al petto,
    e con carezze dentro le tue braccia
    l'avviluppavi come per difenderla
    da quel cattivo ch'era il tu di prima.

    Padre, se anche tu non fossi il mio
    Padre, se anche fossi a me un estraneo,
    fra tutti quanti gli uomini già tanto
    pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

     
  • Io che come un sonnambulo cammino
    per le mie trite vie quotidiane,
    vedendoti dinanzi a me trasalgo.

    Tu mi cammini innanzi lenta come
    una regina.
    Regolo il mio passo
    io subito destato dal mio sonno
    sul tuo ch'è come una sapiente musica.
    E possibilità d'amore e gloria
    mi s'affacciano nel cuore e me lo gonfiano.
    Pei riccioletti folli d'una nuca
    per l'ala d'un cappello io posso ancora
    alleggerirmi dalla mia tristezza.
    Io sono ancora giovane, inesperto
    col cuore pronto a tutte le follie.

    Una luce si fa nel dormiveglia.
    Tutto è sospeso come in un'attesa.
    Non penso più. Sono contento e muto.
    Batte il mio cuore al ritmo del mio passo.

     
  • Talora nell'arsura della via
    una canto di cicale mi sorprende.
    e subito ecco m'empie la visione
    di campagne prostrate nella luce...
    E stupisco che ancora la mondo sian
    gli alberi e le acque
    tutte le cose buone della terra
    cha bastavano un giorno a smemorarmi...

    Con questo stupor sciocco l'ubbriaco
    riceve in viso l'aria della notte.

    Ma poi che sento l'anima aderire
    ad ogni pietra della città sorda
    com'albero con tutte le radici,
    sorrido a me indicibilmente e come
    per uno sforzo d'ali i gomiti alzo...
     

     
  • 30 aprile 2007
    Stracci di nebbia lenti

    Stracci di nebbia lenti
    e cenere d'ulivi.
    Quasi a credere stenti
    che vivi.

    E' la pioggia una ninna-
    nanna di triste fanciulla;
    al corpo che giace
    la terra, una culla.

     
  • A volte sulla sponda della via
    preso da un infinito scoramento
    mi seggo; e dove vado mi domando,
    perché cammino. E penso la mia morte
    e mi vedo già steso nella bara
    troppo stretta fantoccio inanimato...

    Quant'albe nasceranno ancora al mondo
    dopo di noi!
    Di ciò che abbiam sofferto
    di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
    non rimarrà il più piccolo ricordo.

    Le generazioni passan come
    onde di fiume...

    Una mortale pesantezza il cuore
    m'opprime.
    Inerte vorrei esser fatto
    come qualche antichissima rovina
    e guardare succedersi le ore,
    e gli uomini mutare i passi, i cieli
    all'alba colorirsi, scolorirsi
    a sera.

     
  • Padre tu che muori tutti i giorni un poco
    e ti scema la mente e più non vedi
    con allargati occhi che i tuoi figli
    e di te non t'accorgi e non rimpiangi
    se penso la fortezza con la quale
    hai vissuto; il disprezzo c'hai portato
    a tutto cio' che e' piccolo e meschino;
    sotto la rude scorza
    il tuo candido cuore di fanciullo;
    il bene c'hai voluto a tua madre,
    a tua sorella ingrata, a nostra madre
    morta;
    tutta la tua vita sacrificata
    e poi ti guardo come ora sei,
    io mi torco in silenzio le mani.

    Contro l'indifferenza della vita
    vedo inutile anch'essa la virtù
    e provo forte come non ho mai
    il senso della nostra solitudine.

    Io voglio confessarmi a tutti, padre,
    che ridi se mi vedi e tremi quando
    d'una qualche premura ti fo segno,
    di quanto fui codardo verso te.
    Benché il rimorso mi si alleggerisca,
    che più giusto sarebbe mi pesasse
    sul cuore, inconfessato...

    io giovinetto imberbe ti guardai
    con ira, padre, per la tua vecchiaia...
    stizza contro te vecchio mi prendeva..

    Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
    nella stanza che s'oscurava, in faccia
    alla finestra, e contavamo i lumi
    di cui si punteggiava la collina
    facendo a gara a chi vedeva primo–
    perdono non ti chiedo con le lacrime
    che mi sarebbe troppo dolce piangere
    ma con quella più amare te lo chiedo
    che non vogliono uscire dai miei occhi.

    Una cosa soltanto mi conforta
    di poterti guardare a ciglio asciutto:
    il ricordo che piccolo, al pensiero
    che come gli altri uomini dovevi
    morire pure tu, il nostro padre,
    solo e zitto nel mio letto la notte
    io di sbigottimento lacrimavo.

    Di quello che i miei occhi ora non piangono
    quell'infantile pianto mi consola,
    padre, perché mi par d'aver lasciato
    tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

     
  • Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
    svolto che mi scopriva nuova terra,
    in me balzava il cuore di Caboto
    il dì che dal malcerto legno scorse
    sul mare pieno di meraviglioso
    nascere il Capo.

    Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
    con l'anima e i ginocchi proni, a bere.
    Comunicai di te con la farina
    della spiga che ti inazzura il colli,
    dimenata e stampata sulla madia,
    condita dall'olivo lento, fatta
    sapida dal basilico che cresce
    nella tegghia e profuma le tue case.
    Nei porti delle tue città cercai,
    nei fungai delle tue case, l'amore,
    nelle fessure dei tuoi vichi.

    Bevvi
    alla frasca ove sosta il carrettiere,
    nella cantina mucida, dal gotto
    massiccio, nel cristallo
    tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
    per mangiare di te, bere di te,
    mescolare alla tua vita la mia
    caduca.