username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 07 ago 2009

Carmelina Di Santo

12 gennaio 1977, Caltanissetta
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 16 settembre 2009
    Autocombustione

    Su un foglio bianco,
    con caratteri sospesi
    ed un corpo buddista,
    pigiando sulle corde
    sintomi di luce...
    RESISTI.
    In un buio assordante,
    stai.
    Solo,
    ma non sei disperso,
    e non parli,
    nascondi
    e
    ti distrai.
    Esplodi,
    ma non tieni le redini.
    Ti fai di male
    viaggi lontano
    e distratto,
    parlando di fiamme
    amori
    di fuochi
    di colori blu.

    21 aprile 2007

     
  • 16 settembre 2009
    Alba

    La luce ti spiazza
    fingi di trovarne
    nuova musica
    ritagliando spazi di difesa
    per tornare alla tua natura;
    così ti fai largo,
    nel buio
    ricercando
    nella forzata
    assenza
    segni di conquista.
    Prigionia d'amore
    e vita
    fingi.
    Eppure cercandomi

    21 Aprile 2007, Catania

     
  • 12 agosto 2009
    Ustica

    Via Confusione.
    Via Prosegreto.
    Centrifugami, cioise, sioux, city.
    Siamo qui.
    Incapperate.


    18 - 06 - 2004

     
  • 12 agosto 2009
    Per Lei

    E se tu la leggessi prima di andare via, prima di quel viaggio che mi riempie di sabbia e rabbia.
    Quel viaggio che mi toglie il respiro, lasciandomi sottovuoto.
    E se tu la leggessi forse ti sentiresti più sola,
    ogni volta che parto per questo mio viaggio sempre all’inizio
    e sempre spezzato dal dolore di questo amore infinito e incompleto.
    E se tu la leggessi per, finalmente, sentire quanto ti amo ,
    quanto vorrei averti vicina in ogni battito,
    in ogni scelta, in ogni avventura segreta e in ogni piccolo respiro.
    Quando tossico per il troppo fumo o per la troppa rabbia
    per questa vita mia disperata e maldestra.
    E se tu la leggessi
    e capissi davvero quanto
    si ricopre di nebbia questa ricerca di me stessa.
    La pace del mio cuore, l’ironia delle mie ginocchia cingolanti.
    E se tu la leggessi e capissi
    quante volte tra te
    e la mia vita
    ho scelto te.
    Fra la distanza e la prossimità
    ho scelto te,
    fra il certo e l’incerto
    ho scelto te,
    tra la pace e il dolore ho scelto te.
    Tra il silenzio e le urla,
    la gioia e l’angoscia,
    il respiro e l’apnea,
    ho scelto te.

     

    Marzo 2009 Via Quasimodo, 6 – S. Gregorio (Ct): alle sei del mattino scrivo a mia madre, con parole semplici.

     
  • 07 agosto 2009
    Ossidiana

    Il giocattolaio baratta

    tempo senza riposo

    dell'imberbe femmina nera

    che segue la scia

    con gli occhi d'inverno

    negli occhi di inverno,

    al largo

    nell'acqua notturna.


    Lui, baratta,

    al largo,

    il suo tempo senza riposo.


    Lei luce nella luce di ieri

    riparava dalla pioggia

    il calendario in terrazzo

    di sassi e di foglie,

    sottovuoto il suo desiderio.


    “Aspettare, ogni giorno

    aspettare,

    alzarsi il vento

    aspettare.

    Scolpire ali di sale.”


    Il giocattolaio baratta,

    tempo senza riposo

    dell'imberbe femmina nera

    che segue la scia

    con gli occhi d'inverno

    negli occhi di inverno,

    al largo

    nell'acqua notturna,


    Lei correva

    sulla sabbia di ruggine

    nel vento senza riposo,

    seguiva la scia

    di antiche ancore

    con piedi sporcati di ruggine,

    improvviso, nel vento,

    lui ritornò.

    Di mani impastate

    ossidiana

    intagliando le

    sue ali

    sudando

    la schiena di sale

    scolpendo

    ed il vento più forte

    scolpendo

    la schiena di sale

    scolpendo

    ed il vento più forte

    scolpendo.


    Lei gocciolava

    volando

    colava

    sopra il faro

    colava

    di rosso

    mentre

    sul mare scioglieva,


    Lui con mani ossidiana

    rideva.

    Faro rosso

    colando

    guardava.


    Il giocattolaio baratta,

    tempo senza riposo

    dell'imberbe femmina nera

    che segue la scia

    con gli occhi d'inverno

    negli occhi di inverno,

    al largo

    nell'acqua notturna.


    “Sali ossidiana di sale,

    la vita di uno straniero

    è ingiusta”.

     

    Lipari-Salina

    12-15 novembre 2007


     

     
elementi per pagina
  • 10 ottobre 2009
    Scarpe

    Come comincia: Una volta, qualche tempo fa, un uomo splendido, mistico e supremo cominciò a raccontarmi la ‘storia di come comincia la storia’. Le nenie sussurrate puntualmente con dolcezza squarciavano il mio stupido e folle profilo. Illuminato da un calmo, grigio calmo. Mi ero vestita.
    Passeggiavo in silenzio, ricoperta da un alone di gioia, aprivo la piccola porta di quella che era stata la carbonaia di Palazzo Raffadali. Spalancavo, poi, l’unico finestrone scuro di legno, spettatore di puttane nigeriane, magnacci e, una volta (per fortuna solo una), di uno sparo che qualcuno lanciò nell’aria. Pensavo: ammazzano qualcuno. Mi domandavo, senza punto interrogativo: festeggiano il capodanno. Era il mese di settembre.
    Vestita di un alone di gioia, illuminata da un calmo, grigio calmo e potente, aprivo la piccola porta, scendevo due o tre scalini, buttavo le scarpe per farmi accarezzare dalla colorata e fredda maiolica. In cucina… attraverso la piccola porta stile saloon, e… ancora una volta spalancavo di luce l’unico finestrone scuro di legno e… ancora una volta indietro, nella grande stanza detta ‘scala di legno e soppalco’ verso il tavolo di vetro davanti alla scatola di novello Corvo:

     

    Chi ha preso le mie scarpe?
    Chi le ha indossate?
    Dove sono finiti tutti i miei lacci?
    E i lucidi?
    E le mie spazzole?
    Che ora è adesso?
    Perché non c’è nessuno?
    E non c’è rumore di tacchi
    E non c’è nemmeno una luce accesa.
    Dove sono le mie scarpe?
    Chi le ha prese?
    Perché sono qui, adesso. Le chiavi?
    E le scarpe, le mie…
    Ho visto un topo, si è nascosto lì dietro il banco.
    C’erano le pezze. Dove sono i miei panni e le pelli.
    Chi indossa le mie scarpe?
    Chi le porterà domani su quella strada?
    Resterò qui ad aspettare
    Alla finestra per vedere
    Domani le mie scarpe
    Ai piedi di qualcuno
    Domani.
    Chi le porterà domani?

    Portavo, poi, con me questo foglio di inchiostro nero strappato, colorato poi del rosso, di un grigio calmo, calmo grigio calmo. Ti giunge, oggi, quella calligrafia invisibile che seppe darmi una risposta, su quello stesso foglio che, ritrovo, qui.

    Nessuno le porterà? Perché nessuno ha
    Preso le tue scarpe.
    Nessuno le prenderà,
    Nessuno vorrà prenderle.
    Se cerchi bene sono lì, dove le hai buttate.
    Lì, nell’angolo oscuro delle case, delle stanze
    Cariche d’umore, negli spazi sconsacrati
    Lì, dentro il cerchio di lacci.
    Lì, nella monnezza tra le carcasse di galli
    Sgozzati.
    Lì, dove la notte respira sotto lo sguardo giallo
    Della scimmia.
    Lì, dove la scimmia annusa e cambia posto
    Alle cose.
    Lì, dove vivono i fumi della sessantenne che
    Scandisce il tempo tra le taverne del porto.
    Lì, dove scalzo il bimbo cerca cibo e guarda
    Il peccato e la menzogna, truccati da santi
    Funamboli, giocare (smascherati dal sudore)
    A dadi con la vita.
    Lì, dove non si va se non hai le scarpe per danzare sui cocci di vetro.
    Lì, tra lotta e lotta, tra danza e danza, nel formicaio d’occhi. Lì, tra artiglio e
    Artiglio. Lì, dietro la poltrona vuota.
    Lì, tra attimo e attimo.
    Lì, dove incastrata tra un attimo e l’altro
    Trovi ancora una volta – La morte che si è
    Fermata stanca sul ventre di farfalla inguine
    Simbolo appena accennato.
    Lì, le trovi e si vedono dall’esterno attraverso una finestra sospesa nel vuoto.
    Lì, le vedi?! Incastrate nei piedi doloranti intossicati e gonfi della vecchia signora coscienza
    Precipitata troppo velocemente nel tempo.
    Le vedi le S C A R P E
    (Salvezza – Caduta – Ancora – Rapidamente – Per - Eclissi)