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Poesie di Costantino Kavafis

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  • 31 maggio 2011 alle ore 16:25
    La città

    Hai detto: "Per altre terre andrò, per altro mare.
    Altra città, più amabile di questa, dove
    ogni mio sforzo è votato al fallimento,
    dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
    ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
    Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
    della mia vita consumata qui, non vedo
    che nere macerie e solitudine e rovina".

    Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
    La città ti verrà dietro. Andrai vagando
    per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
    Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
    farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
    non c'è nave non c'è strada per te.
    Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
    tu l'hai sciupata su tutta la terra.

  • 19 aprile 2007
    Albatross

    Accanto, dissero qualcosa: attento
    mi rivolsi alla soglia del caffè.
    E vidi, allora, lo stupendo corpo,
    dove di sé faceva maggior prova Amore:
    vi plasmava gioioso acconce membra,
    innalzava, scolpita, la persona,
    con emozione vi plasmava il viso,
    del suo tratto lasciando come un arcano senso
    sulla fronte, sugli occhi, sulla bocca.

  • 19 aprile 2007
    Itaca

    Quando ti metterai in viaggio per Itaca
    devi augurarti che la strada sia lunga,
    fertile in avventure e in esperienze.
    I Lestrigoni e i Ciclopi
    o la furia di Nettuno non temere,
    non sara` questo il genere di incontri
    se il pensiero resta alto e un sentimento
    fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
    In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
    ne' nell'irato Nettuno incapperai
    se non li porti dentro
    se l'anima non te li mette contro.

    Devi augurarti che la strada sia lunga.
    Che i mattini d'estate siano tanti
    quando nei porti - finalmente e con che gioia -
    toccherai terra tu per la prima volta:
    negli empori fenici indugia e acquista
    madreperle coralli ebano e ambre
    tutta merce fina, anche profumi
    penetranti d'ogni sorta; piu' profumi inebrianti che puoi,
    va in molte citta` egizie
    impara una quantita` di cose dai dotti.

    Sempre devi avere in mente Itaca -
    raggiungerla sia il pensiero costante.
    Soprattutto, non affrettare il viaggio;
    fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
    metta piede sull'isola, tu, ricco
    dei tesori accumulati per strada
    senza aspettarti ricchezze da Itaca.
    Itaca ti ha dato il bel viaggio,
    senza di lei mai ti saresti messo
    sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

    E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra` deluso.
    Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
    gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.

  • 19 aprile 2007
    Torna

    Ritorna ancora e prendimi,
    amata sensazione, ritorna e prendimi,
    quando si ridesta viva la memoria
    del corpo, e l'antico desiderio di nuovo si versa nel sangue,
    quando le labbra e la pelle ricordano, e la carne,
    e le mani come se ancora toccassero.
    Ritorna ancora e prendimi, la notte,
    quando le labbra ricordano, e la carne…

  • 19 aprile 2007
    Negozio

    Ha avvolto con ordine ogni cosa
    entro una seta verde, preziosa.
    Fa di rubini rose, e d'ametiste viole,
    di perle gigli. Queste cose così le vuole
    e le giudica belle, né già quali in natura
    e rimirò. Le chiude nel forziere con cura,
    prova d'un audacissimo lavoro, d'arte accorta.
    E quando un compratore s'affaccia alla sua porta,
    estrae da teche, e vende, altri oggetti (gioielli
    stupendi): catenine, collane, armille, anelli.

  • 19 aprile 2007
    Mare mattutino

    Fermarmi qui! Mirare anch'io questa natura un poco.
    Del mare mattutino e del limpido cielo
    smaglianti azzurri, e gialla riva: tutto
    s'abbella nella grande luce effusa.
    Fermati qui. Illuso di mirare ciò che vidi davvero l'attimo che ristetti,
    e non le mie fantasie, anche qui,
    le memorie, le forme del piacere.

  • 19 aprile 2007
    Sulla soglia del caffè

    Accanto, dissero qualcosa: attento
    mi rivolsi alla soglia del caffè.
    E vidi, allora, lo stupendo corpo,
    dove di sé faceva maggior prova Amore:
    vi plasmava gioioso acconce membra,
    innalzava, scolpita, la persona,
    con emozione vi plasmava il viso,
    del suo tratto lasciando come un arcano senso
    sulla fronte, sugli occhi, sulla bocca.

  • 19 aprile 2007
    Quando si destano

    Di conservarle sforzati, poeta,
    anche se poche sono che s'arrestano,
    le tue visioni erotiche.
    Smiscelate inducile nei versi.
    Di possederle sforzati, poeta,
    quando dentro la tua mente si destano,
    la notte, o nell'avvampo del meriggio.

  • 19 aprile 2007
    Grigio

    [...] Serbali tu com'erano, memoria.
    E più che puoi, memoria, di quell'amore mio
    recami ancora, più che puoi, stasera.

  • 19 aprile 2007
    Così fisso mirai

    La beltà così fisso mirai
    che la vista n'è colma.
    Linee del corpo. Labbra rosse. Voluttuose membra.
    Capelli da un ellenico simulacro, spiccati
    e tutti belli, pur sì scarmigliati,
    cadono appena sulla fronte bianca.
    Volti d'amore, come li voleva
    il mio canto… incontrati nelle notti
    di giovinezza, nelle mie notti, ascosamente…

  • 19 aprile 2007
    Portai nell'arte mia

    Sto seduto. Fantastico. E brame e sensazioni
    portai nell'Arte mia - appena intravveduti
    visi, vaghi contorni; di non compiuti amori
    poche memorie labili. A lei voglio concedermi.
    Forme della Beltà delinea, esperta; e colma
    tutta la vita, quasi inavvertitamente:
    associa percezioni, associa le giornate.

  • 19 aprile 2007
    L'origine

    Ormai la loro voluttà vietata
    è consumata. S'alzano, si vestono
    frettolosi e non parlano.
    Sgusciano via furtivi, separati. Camminano
    per via con una vaga inquietudine, quasi
    sospettino che in loro un non so che tradisca
    su che sorta di letto giacquero poco fa.
    Ma dell'artista come s'arricchisce la vita!
    Domani, doman l'altro, o fra anni, saranno
    scritti i versi gagliardi ch'ebbero qui origine.

  • 19 aprile 2007
    È venuto per leggere

    È venuto per leggere. Aperti,
    due, tre libri, di storici e poeti.
    Ha letto appena per dieci minuti.
    Poi basta. Sul divano
    sonnecchia. E' tutto intero dei suoi libri
    - pure, ha ventitré anni; è molto bello.
    E questo pomeriggio è passato l'amore
    nella carne stupenda, nella bocca.
    Nella sua carne ch'è tutta beltà
    corsa è la febbre della voluttà.
    Senza grottesche remore alla forma del piacere…

  • 19 aprile 2007
    Monotonia

    Segue a un giorno monotono un nuovo
    giorno, monotono, immutabile. Accadranno
    le stesse cose, accadranno di nuovo.
    Tutti i momenti uguali vengono, se ne vanno.
    Un mese passa e un altro mese accompagna.
    Ciò che viene s'immagina senza calcoli strani:
    è l'ieri, con la nota noia stagna.
    E il domani non sembra più domani.

  • 19 aprile 2007
    Brame

    Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
    li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
    con gelsomini ai piedi e al capo rose.
    Tali sono le brame che trascorsero inadempiute,
    senza voluttuose notti,
    senza mattini luminosi.


    ...

  • 19 aprile 2007
    Mura

    Senza riguardo, senza pudore né pietà,
    m'han fabbricato intorno erte, solide mura.

    E ora mi dispero, inerte, qua.
    Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte.

    Avevo da fare tante cose là fuori.
    Ma quando fabbricavano fui così assente!

    Non ho sentito mai né voci né rumori.
    M'hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

  • 19 aprile 2007
    Candele

    Stanno i giorni futuri innanzi a noi
    come una fila di candele accese,
    dorate, calde e vivide.

    Restano indietro i giorni del passato,
    penosa riga di candele spente:
    le più vicine danno fumo ancora,
    fredde, disfatte, e storte.

    Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto,
    la memoria m'accora il loro antico lume.
    E guardo avanti le candele accese.

    Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
    come s'allunga presto la tenebrosa riga,
    come crescono presto le mie candele spente.

  • 19 aprile 2007
    Le finestre

    In queste tenebrose camere, dove vivo
    giorni grevi, di qua di là m'aggiro
    per trovare finestre (sarà
    scampo se una finestra s'apre). Ma
    finestre non si trovano, o non so
    trovarle. Meglio non trovarle forse.
    Forse sarà la luce altra tortura.
    Chi sa che cose nuove mostrerà.

  • Buona impressione a tutti
    nei dieci giorni che passò a Alessandria
    fece il principe di Libia Occidentale
    Aristomène, figlio di Menelao.
    Tutto, dal nome al modo di vestire
    con gusto, era greco: certo gradiva
    gli onori ma senza ricercarli,
    era modesto. Comprava libri greci
    con un’inclinazione per la filosofia
    e la storia. Poi, quel che più conta,
    parlava poco stando come immerso
    in pensieri profondi; è proprio
    della gente del suo stampo
    - dicevano - l’esser parco.

    Non era un uomo profondo, non era niente.
    Anzi, un tipo comune, insignificante
    che, preso il nome e l’abito dei greci
    si faceva passare per tale
    in cuor suo tremando di sciupare l’effetto,
    che gli scappasse detto, in greco, un qualche
    barbarismo atroce. E far poi le spese
    della maligna Alessandria che ride.

    Perciò si limitava all’essenziale
    badando alla grammatica e all’accento,
    annoiandosi non poco, con tutti
    quei discorsi che gli scoppiavano dentro.