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in archivio dal 06 lug 2007

Decio Carli

30 gennaio 1961, Napoli - Italia
Segni particolari: Troppi.
Mi descrivo così: Fuori dal tempo.

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  • 09 novembre 2007
    Parole

    Nel giallo mattino
    parole scomposte
    leggere danzano
    come foglie
    senza appiglio.
    Al suono improvviso
    dei tuoi passi decisi
    rapide fuggono
    cercando altrove
    il senso perduto.

     
  • 02 ottobre 2007
    Sabbia

    Un muro di sabbia contro il mare.
    Il mare ne prende e noi aggiungiamo.
    Un'onda quasi lo distrugge ...
    ma lo ricostruiamo,
    con pazienza.
    E' un gioco!
    Ancora,
    contro queste onde testarde
    che avide lo lambiscono.
    E intanto cresce
    a loro dispetto.
    Ora che la sfida è vinta
    il gioco è finito.
    Resto a guardare
    mentre scivola
    lentamente
    verso il mare.

     
  • 13 luglio 2007
    Suggestions

    I'm back,
    knocking on the door,
    I'm back,
    don't look for me more.
    I'm back,
    I'm really back,
    and I'm white and black,
    the red bloody Jack.
    I'm a sailing cat
    and you' re a mouse on deck ...

     
  • 11 luglio 2007
    L'attesa

     Slegato
    dal tempo passato
    inseguo
    domani lontani.


    Stregato
    da sogni strani
    mi sveglio
    svogliato.

     

    Come acqua di mare
    scivola
    la vita tra le mani.

     
  • 09 luglio 2007
    Treno

    E’ pronto a divorare la lunga strada.
    Aspetta che sia l’ora.
    Infine si muove.
    Lentamente, dolcemente
    ti porta via.

     
  • 09 luglio 2007
    Volo

    Senza memoria
    vengo al calore
    che forte
    scioglie la cera
    delle mie ali.

     
  • 09 luglio 2007
    L'estraneo

    Dal di fuori
    mi osservo
    curioso:
    sul letto
    disfatto
    il corpo
    disteso.
    Intorno
    soffusa
    la luce del giorno.
    Ritorno
    a me stesso
    perplesso.

     
  • 06 luglio 2007
    La mia immagine

    Ho cercato la mia immagine
    nei tuoi occhi,
    tra le tue labbra,
    risalendo un fiume di parole,
    frugando tra segreti ricordi,
    davanti a specchi senza luce,
    tra i mille oggetti
    d’una stanza vuota,
    nelle vetrine dei tuoi desideri.
    La mia immagine non c’è.
    Niente riflette la mia immagine.

     
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  • 16 aprile 2012 alle ore 18:45
    La cornetta del telefono

    Come comincia: Ciao, sono la cornetta ....  La cornetta del telefono! .... si, il telefono: questo grosso oggetto nero su cui sto sdraiata. Siamo inseparabili, per via di quel lungo ricciolo nero, che se anche mi allontanassi non andrei molto lontano!
    Un tempo ero nera e lucida come il pianoforte in fondo al salone: quel bel mobile maestoso che incute rispetto e ammirazione, specie quando mostra la sua  lunga fila di denti bianco avorio. Sempre pronto, sempre impeccabile ...  veramente splendido!
    Così ero io un tempo, nera e lucida! ... non come ora che mi vedi coperta di polvere in quest'angolo poco illuminato. È un bene che tu non conosca la polvere: roba leggera e impalpabile sempre in agguato, corpuscoli infinitesimali che ti si incollano addosso piano piano, lenti e implacabili ti cambiano l'aspetto coprendo un po' alla volta il tuo antico colore, desiderosi di nasconderti.
    C'è stato un tempo in cui la mia vita era molto diversa. Le fonti di calore che chiamano “persone” spesso si interessavano a me: mi prendevano e, tenendomi con forza, mi riscaldavano con i loro suoni, a volte per ore, assumendo strane posizioni mentre distrattamente giocavano con questo dannato ricciolo che mi tiene legata.
    È colpa sua se oggi le “persone” mi ignorano, è colpa sua se rimango ancorata al telefono a morire di freddo.
    Le fonti di calore sono cambiate: sempre in movimento, portano con loro cornette libere da legami che hanno sostituito la sobria eleganza del nero con colori di gusto orrendo. Le senti mentre chiedono attenzione con  i loro suoni fastidiosi,  le vedi libere godersi il calore delle persone che tanto mi mancano.
    Cosa darei per provare ancora le vibrazioni dei suoni, la forte stretta che mi faceva sentire viva ...
    aspetto che qualcuno si ricordi di me per una telefonata, che è questa la mia ragione di vita!

     
  • 19 dicembre 2007
    Fuori dal tempo

    Come comincia: Ero in giro da più di un'ora. Mischiato alla gente godevo della mia solitudine, camminando a passo spedito come uno che sa dove andare. A volte mi fermavo, come attratto da qualche cosa di veramente importante, per poi riprendere quasi subito con maggior lena. Mi ritrovai così all'improvviso in una enorme largo, incredulo, come a Venezia in piazza San Marco uscendo da una stradina laterale. C'erano ampi spazi verdi e gente tutt'intorno che passeggiava con aria da pomeriggio domenicale. Dall'altro lato, celato in parte dagli alberi, un tempio senza età richiamò la mia attenzione. Decisi di avvicinarmi, attratto dall'insolita presenza. Presi così a fare un ampio giro, un po' per evitare la zona più affollata e un po' per osservare meglio la mia meta. Avevo quasi raggiunto il misterioso tempio quando incontrai me stesso. Ero seduto su una panchina, con la testa tra le mani, vestito come se fosse estate. Mi sedetti anch'io. - Non hai freddo ? - mi chiesi, premuroso. Ignorando la mia domanda mi dissi - Ascolta. Non senti... ? - Dal tempio una voce, come un canto, vinceva a tratti il rumore della piazza. Percepivo parole e brevi frasi, come frammenti d'un antico scritto scampati alle ingiurie del tempo. - Perché non entriamo ? - mi chiesi. - Non ora. Non è tempo. Non è più tempo. - mi risposi, scuotendo la testa. Pensai che per noi quel tempo non sarebbe mai venuto. Mi conoscevo fin troppo bene: sarei rimasto lì ancora per molto, sospeso tra un passato che non è più e un presente che non è ancora, preso da un mistero volutamente non svelato. - Vado via – dissi alzandomi – Ma tu resta pure se vuoi. Nessuno noterà la tua assenza, almeno fino a quando ci sarò io a fare la tua parte. - Me ne andai senza avere risposta. Neanche un cenno. Ripresi a camminare a passo spedito. Nella testa ancora quella voce, come un canto.

     
  • 14 novembre 2007
    Quando fumavo

    Come comincia: Quello che più mi piaceva quando fumavo era di accendere un “minerva” facendolo sfregare con rapida violenza tra i due lati all’interno della bustina, riparandone poi la fiamma appena accesa con la mano, che quasi si chiudeva sul fiammifero stretto “a testa in giù” tra pollice ed indice. Col vento era ancora più divertente: era una sfida tra forze della natura. Con il vento particolarmente forte lasciavo che la fiamma consumasse quasi completamente il legno prima di avvicinare la sigaretta: una leggera bruciatura era il giusto prezzo da pagare. Se la fiamma si spegneva prima, ed accadeva di rado, ero quasi contento di rinnovare la sfida…
    Gli accendini “usa e getta” hanno da tempo sostituito i vecchi fiammiferi.  Sono certamente più pratici, io comunque ho smesso di fumare (e di giocare con le piccole fiamme…).

     
  • 14 novembre 2007
    Un giorno

    Come comincia: E un giorno la morte venne. L'avevo cercata per lo passato, senza troppo impegno, tra le mille cose da fare che mi strattonavano da una parte all'altra. Ma poi che la vita cominciò a spiacermi, e ancora adesso non so perché lo fece, presi a cercarla con maggiore impegno. Di ciò la vita non se ne interessò affatto, completamente presa dalle sue cose. Fu lei ad allontanarsi o fui io a non seguirla? Non ho una risposta a questa domanda, ma la cosa non ha molta importanza. Quello che importa e che tra me e la vita la distanza crebbe sempre più, sino al punto che io per lei diventai come una vaga ombra.

     


    E così incontrai la morte, con la quale presi a giocare a scacchi come solitamente si usa fare. Non era quella giocatrice che mi aspettavo: rapida, implacabile, pronta a fulminarti in poche mosse. Era piuttosto lenta e come svogliata, forse interessata ad altro ... Stetti comunque al gioco che mi teneva stranamente “vivo”.


    Mentre la partita si trascinava le parlai di me: non di come ero, ma di come avrei potuto essere al di là dell'apatia e delle consuetudini. Era ad un tratto diventata attenta ed interessata a me più di quanto io lo fossi a lei. Mi invitò a seguirla e ne rimasi al tempo stesso lusingato e contrariato. Guardai la scacchiera indeciso: la partita sembrava volgere a suo favore. Accesi una sigaretta e mi concentrai sugli scacchi.


    Senza che me ne accorgessi la vita si era posta al mio fianco. Mi voltai di scatto quando mi chiamò. Non era là per sorridermi: stava a reclamare i suoi diritti ed era terribilmente seccata. Rimasi senza parole, stupito di questo improvviso interesse. Mi alzai facendo cadere la sigaretta e lasciando la partita così com' era. In pochi passi ero già lontano fino a diventare come una vaga ombra. Ancora una volta la vita aveva trionfato.

     
  • 27 settembre 2007
    Strani incontri

    Come comincia:

    Seduto al “Blasius” bevo l'ultima goccia di caffè: la più dolce. Troppo dolce. Avrei dovuto lasciarla in fondo alla tazza.
    Sto per alzarmi quando la vedo da lontano. Ultimamente la vedo spesso la morte, con quella sua aria misteriosa e sprezzante. Mi saluta con un cenno. Ricambio. Con un gesto l' invito a sedersi al mio tavolo.
    - Sei qui per me? - chiedo a bassa voce.
    - Forse... non sei stanco della vita? -.
    - Non credo. Almeno non quando sono al bar! - e ricordando Bergman, continuo - Ti va una partita a scacchi ?
    - Non ho tempo per questo - dice, quasi con rammarico.
    È triste pensare che anche per lei i tempi si sono ristretti, ma forse è soltanto una mia impressione... La guardo: non è bella ma mi affascina.
    Come se leggesse nei miei pensieri mi sussurra con voce sensuale - Stiamo insieme ? -
    - Succederà prima o poi, non ho fretta ! -
    Sorride - Non come pensi... non in quel senso -
    Non credo di aver capito cosa intende dire, ma non sono tipo da chiedere spiegazioni.
    - Devo andare - aggiunge – pensaci! -
    - Ciao - la saluto con un cenno di assenso.
    La vedo andare via, così come è venuta, misteriosa e sprezzante.
    Sto ancora un po', poi mi alzo. Da lontano la vita mi sorride.