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in archivio dal 12 mar 2008

Emanuele Cerullo

29 aprile 1993, Napoli - Italia
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  • Ho
    una pazza
    voglia
    di abbracciarti.

     

    Ma non sei qui, non sei presente.
    Sei lontana.

     

    Procurami
    altri pensieri...
    questi pensieri che sono
    l'acqua limpida
    del bene
    che fuoriesce
    dalla fontana
    pubblica
    dell'amore.

     

    Gettami
    altri aggettivi;
    fammi percepire
    le tue labbra
    che fanno eco
    nel mio cuore
    impazzito.

     

    Parlami.
    Riesco ad ascoltarti...

     

    e come in un sogno,
    la tua figura
    e il tuo
    profumo
    di donna
    si presenta davanti a me...
    pronta per essere
    sciolta
    come ghiaccio tenero
    in un abbraccio
    che sa di amore.

     
  • 06 giugno 2008
    Il mio vivere

    Il mio vivere è qui
    tra muri scritti e degrado assoluto.
    Il mio vivere è qui
    in questo posto abbandonato dal divertimento
    conquistato dalla violenza,
    trafitto dalla camorra.

     

    Il mio vivere è
    nel giocare giù ai porticati.
    Il mio vivere è qui
    per quelle svegliate improvvise
    con l’anziano
    che porta con sé il pane da vendere
    nella carriola
    e si fa sentire suonando la campana.

     

    Il mio vivere è qui
    per le cose
    che scopro ogni giorno.
    Ho visto lacrime che mai cancellerò,
    ho visto soffrire gente
    che tutti volevano aiutare,
    ho sentito le lacrime
    di una mamma che non vedrà più il figlio.

     

    Nel mio vivere qui
    ho capito che cos’è l’amore,
    ho capito… il senso della vita  e come si può vivere.
    Non voglio andarmene da qui!
    Non voglio andarmene da qui!

     
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  • 17 marzo 2009
    Il Succhiasangue

    Come comincia: Aveva preferito passare l'ultimo giorno di ottobre senza la compagnia degli amici, senza andare da casa in casa a chiedere il solito "dolcetto o scherzetto?". Eppure era già mascherato da succhiasangue, pronto per trovare il sangue adatto per rinforzarlo: ma se ne stava fermo. Rimase steso sul letto, con gli occhi concentrati sul soffitto che pareva opaco, il polso sinistro sulla fronte e la nuca sul cuscino. Ignorava le solite canzoncine giornaliere, quei rumori di casa e di strada che sentiva ventiquattro ore al giorno, quelle urla infantili, sangue non sufficiente per nutrirsi. Stava aspettando il momento giusto, agire nell'ombra, senza che nessuno lo vedesse. Pensava profondamente, parlava sottovoce, da solo, come se l'altra parte di se stesso fosse l'unica persona ad ascoltarlo. Sentiva la circolazione che passeggiava lentamente per il suo corpo, come se fosse un tragitto lungo e faticoso. Stava quasi per agire, ma era troppo tardi ormai: i succhiasangue, quelli veri, erano entrati nella sua stanza, l'avevano avvolto, bloccato, serrato, e gli avevano succhiato quella poca parte di sè che egli credeva fosse solo sudore, sudore che gli arrugginiva la pelle, la consumava, la finiva. La notte andò così: andarono per strada a spargere la cenere di quelli finti, e si tennero dentro tutto il sangue puro di quelli veri… e mentre stava per sorgere il Sole di un nuovo mese e di un nuovo giorno, i loro corpi andavano consumandosi per la strada, perdendosi tra l’asfalto freddo della notte appena passata.

     
  • 21 gennaio 2009
    Al Pincio

    Come comincia: Aveva ignorato i passi precedenti, la Porta del Popolo varcata pochi minuti prima, l'Obelisco  alle sue spalle. Non immaginava che ci fosse tanto Sole, non a caso aveva addosso un maglione viola e un cappotto blu, pensando che quel giorno Roma fosse più fredda di Napoli. Avere lo zaino a tracolla e l'apparenza da esploratore era il minimo per un turista. E' fermo, vicino a lui un amico e un'amica, attendono lei che, per magia, appare davanti a lui, attraversando la strada con gioia e baciandolo senza nemmeno dargli il tempo di concludere le parole "Mi sei mancata". Attendevano da molto quel momento, incontrarsi a Piazza del Popolo, mettersi mano nella mano e dirigersi verso quella salita in un luogo di nome Pincio. La Terrazza ospita turisti che fotografano il panorama della città. Loro due sono gli Unici innamorati del luogo, sono quelli più isolati, quelli più soli. Si baciano con tutta la passione possibile, lui si ferma:
    - Facciamo una cosa... ora tu ti metti così, normale, rivolta verso il Panorama... però chiudi gli occhi, ti dico io quando li puoi riaprire, ok?
    - Ok - risponde lei.
    - Tranquilla che non faccio niente di male... non scappo, eh! Sto qua...
    La brezza accarezza la sua pelle e i suoi capelli lisci, non sente più niente, nemmeno la voce di lui. Silenzio assoluto, non sente più nemmeno la brezza, solo le mani di lui che le spostano i capelli per scoprire interamente l'orecchio destro.
    Una canzone, un pianoforte... "A te che sei l'unica al mondo, l'unica ragione per arrivare fino in fondo ad ogni mio respiro..." la loro canzone, quella che le dedicò. Apre gli occhi, la sua Roma non l'aveva mai vista così bella, il cielo azzurro di Vita, il Sole più splendente che mai, gli edifici e le chiese erano diventati pensieri d'amore, la Piazza era a terra, lei in alto, più in alto che mai.
    - Dammi la mano sinistra - le sussurrò.
    Lei sentì un anello freddo infilarsi all'anulare, poi la sua mano che intreccia la sua, il suo viso che si gira verso di lui, fissa il suo sguardo, fa battere forte il suo cuore...
    - Ti Amo.
    Chiude gli occhi, tocca le sue labbra. Quel posto era diventato un paradiso: un posto unico, attorno a loro c'era un mondo a parte. Le sembrava di volare in alto, oltre il cielo, di raggiungere la vetta dell'Universo. Riceve il suo di ti amo, che permette al suo cuore di scoppiare e di ricomporsi col gusto di quel bacio, con quelle lingue ingarbugliate, con quelle labbra unite. Si riscaldarono coi loro abbracci e coi loro corpi, e ormai tutto il resto, si sa, è amore.

     
  • 20 gennaio 2009
    L'Eclissi

    Come comincia: Quella sera c'era un Plenilunio inevitabile, il bordo bianco dell'atmosfera lunare era molto ampio, il cielo affollato di stelle. Rimase a guardare la Luna, seduto su uno dei marciapiedi, mani intrecciate, gomiti appoggiati sulle cosce, ascoltava silenzioso il cantare insistente dei grilli, immaginando che, prima o poi, non sarebbe riuscito a sopportare neanche quei suoni troppo ripetitivi. C'era un'ombra vicino a lui, che invece di fargli compagnia nel contemplare il cielo guardava l'asfalto nero come pece.
    - Perché guardi a terra? Meglio mirare in alto...
    l'ombra ascoltò, sospirò e poi gli rispose
    - Sei a terra. Quello che guardi non fa parte del tuo mondo, per ora...
    - Non è vero.
    - Anche quella Luna che ti suggerisce tanti desideri, si sta eclissando...
    - E' solo la Luna che si eclissa...
    - Se i tuoi sogni si eclissano, allora anche tu ti eclisserai...
    - Non sai nemmeno cos'è un eclissi...
    - Si manifesta quando una cosa si posiziona davanti ad un'altra che emette molto ardore o molta luce, impedendogli quindi di emettere la luce che ha sempre emesso...
    - Non si posizionerà nulla davanti alla Luna...
    - Se così fosse, non sarei qui,
    Tolse lo sguardo dall'asfalto, e lo rivolse a lui che, in tutta certezza, rispose
    - Lo so chi sei... sei l'altra parte di me stesso...
    - Nessuno te l'accerta
    - Me lo accerta la tua presenza, che avevo percepito prima che tu poggiassi lo sguardo su questo asfalto...
    - Se io sono l'altra parte di te stesso, tu allora chi sei?
    - Io sono io. So bene chi sono. Conosco la mia identità, so quello che ho fatto e quello che mi è sfuggito...
    - Delusioni, illusioni, sconfitte, dolori...
    - Non mi hanno provocato nulla...
    - Se fosse così non sarei mai nato.
    - Tu non esisti nemmeno.
    - Con chi parli allora? Da solo?
    - No. Parlo con la Tristezza...
    - Se fai così mi nutri di più. Hai L'Universo sopra di te, come fa a renderti triste?
    - Perché ci sei tu.
    Si alzò dal marciapiede e, a passi lenti, abbandonò il posto. L'altro, invece, cominciò a fissare la Luna che pian piano veniva consumata da un Nero che la copriva. Le Stelle si spegnevano una alla volta, molto lentamente; le galassie tendevano ad affievolire. Tolse lo sguardo dalla Luna: attorno a lui non c'era più Nessuno. Nemmeno chi lo aveva creato.

     
  • 15 dicembre 2008
    Illusione ottica

    Come comincia: Pasquale non ama la letteratura, per lui è troppo noiosa; la sua voce, squillante come una trombetta, simboleggia la classe, è sempre lui il favorito per ogni lettura. Dietro al suo banco c’è quello di Alfonso Fracchia, il peggiore della classe, uno che fa sgolare le docenti in ogni momento, ma nonostante questo è, inspiegabilmente, l’amico preferito di Pasquale.
    - Dunque, ragazzi… ora parliamo della Divina Commedia. Abbiamo visto un po’ la vita di Dante Alighieri ora non ci resta altro di scrutare sulle sue opere letterarie più maggiori – dice la professoressa di italiano mentre sfoglia le pagine del libro – Andate a pagina trenta.
    Alfonso comincia a farsi sentire:
    - MA GUARDA UN PO’ LA PROF.! OGGI STA TUTTA DI NERO… SEMBRA PROPRIO UNA MOSCA! GUARDATELA!
    - Fracchia, se oggi hai intenzione di rompere le scatole allora ti mando direttamente dal Preside, ti avverto – dice la prof. alzandosi di scatto dalla sedia – E voi non ridete a ogni sciocchezza che dice, che è peggio. Leggo io o c’è qualcuno che si offre di leggere?
    Pasquale, come al solito, alza la mano.
    - Vai, leggi.
    Prima di leggere, Alfonso avvicina di più il banco e mette a pagina trenta. Poi una delle alunne chiede di andare in bagno
    - Aspettiamo te e poi cominciamo a leggere.
    Mentre l’alunna va in bagno, Pasquale si gira indietro e dà un foglio ad Alfonso su cui vi è scritto:
    - Il punto equivale a una pausa di tre secondi, i due punti, il punto e virgola e i punti sospensivi di due secondi, la virgola di un solo secondo.
    Alfonso dice sottovoce
    - Già lo tenevo conservato ‘sto foglio… grazie lo stesso
    La ragazza torna dal bagno.
    - Su, Pasquale, leggi che tra un po’ finisce l’ora
    - La composizione dell’opera abbraccia un arco di circa quindici anni
    Alfonso sussurra:
    - UNO, DUE – sbattendo leggermente i pugni sul pizzo del suo banco, grazie ai due esatti secondi Pasquale continua:
    - …dal 1306-1307 fin quasi alla morte del poeta
    - UNO
    - …avvenuta nel 1321
    - UNO, DUE, TRE
    Poi la prof interrompe tutto:
    - Bene, abbiamo visto dunque la parte iniziale, l’introduzione… ora non ci resta altro che approfondire. Continua, Pasquale
    - …Dante attribuisce alla sua opera il titolo di Commedia e ne spiega anche le ragioni
    - UNO, DUE
    - …perché il contenuto
    - UNO
    - …anche se orribile e pauroso all’inizio
    - UNO
    - …presenta un finale lieto e felice
    - UNO, DUE, TRE
    - …L’aggettivo “divina” non è dantesco
    - UNO, DUE
    - …fu aggiunto da Giovanni Boccaccio
    - Bravo, Fracchia! Non ti avevo mai visto così tranquillo!

     
  • 15 dicembre 2008
    Il Ballerino

    Come comincia:

    Racconto dedicato ad Andrea, vittima di un atto di bullismo a Torino.

     

    Andrea ha un sogno nel cassetto: quello di diventare un ballerino, uno di quelli di danza classica, proprio come Evans. Nella sua scuola egli s’impegna solamente a studiare, il resto per lui non conta niente, o quasi. Ignora gli amici perché non può fare altro che sentire i soliti sfottò di come cammina o di come gesticola con le mani, o semplicemente di come si comporta. E’ uno dei migliori della classe, se non dell’intero biennio, pratica danza in una scuola di un piccolo quartiere. Il suo blog è ricco di immagini di danza classica, video presi da youtube che ne mostrano alcuni balletti … e pochi commenti, e quei pochi commenti sono sempre offensivi, solo quelli delle sue amiche sono molto più affettivi degli altri. Sì perché sono proprio le sue amiche che gli danno coraggio a ignorare tutto ciò che è sporco, la mattina arriva a scuola con le sue compagne di classe; lo ha scritto anche su un tema in classe che il suo sogno è quello di diventare un ballerino, è passato tra le mani di tutta la classe quel tema, in tanti si sono complimentati con lui.
    Mentre, nella sua classe si fa francese - una delle sue materie preferite -  l’insegnante interrompe la sua spiegazione per una bussata alla porta della classe…
    - Scusate professoressa, dopodomani ci sarà l’assemblea scolastica dalle otto alle dieci, firmate qua -  dice lo studente rappresentate del liceo linguistico, alquanto arzillo e confusionale. Mentre la prof posa lo gesso sulla cattedra e afferra tra le mani una penna BIC per poi concentrare il suo sguardo sul foglio, lo sguardo del rappresentante del liceo è minaccioso verso Andrea, che solo a guardarlo lo fa molto male, pensando a quando egli, tornando a casa, veniva seguito dal rappresentante che lo prendeva in giro in tutti i modi, ma Andrea faceva finta di niente, rivolgeva lo sguardo in avanti e continuava a camminare, poi tornando a casa si chiudeva nella sua stanza e scoppiava dal piangere, i suoi genitori lo vedevano molto triste, ma lui non ha mai spiegato la causa del suo pianto, anzi calmava le acque abbracciando sua madre, dando un bacino alla sua sorellina più piccola e regalando un sorriso piatto al padre. Lo sguardo del rappresentante però sembra durare più a lungo, chissà, forse perché la prof ci mette più tempo a firmare, Andrea ha le due mani sul banco, è ancora da terza media, è il suo primo anno al liceo, lo guarda con una faccia normalmente innocente, inerme, occhi che cominciano a custodire lacrime; lo sguardo del rappresentante è pauroso, Andrea sente delle risate dietro le sue spalle… la prof finisce di firmare, il rappresentante prende il foglio, poi mentre chiude la porta della classe volge un ultimo sguardo a Andrea. Poi la prof continua a spiegare, ma egli resta attonito, non riesce a cancellare quella minaccia che ha letto negli occhi del  rappresentante del liceo. Ed è così che passa l’ultima ora di francese… la prof, mentre segna sul registro l’assegno e lo detta anche a voce, viene ascoltata lontanamente da Andrea, che apre il diario con indifferenza.
    -Andrea… c’è qualcosa che non va? - gli dice la prof mentre finisce di scrivere l’assegno sul registro… Andrea non le risponde, fa finta di non aver capito, di essere distratto, poi dopo alcuni secondi la prof gli fa
    - Cosa c’è che non hai capito della lezione di oggi?
    - Niente, professoressa… - poi realizza una finta risata, e ripete – Scusate… nel senso che non c’è nessun problema, non vi preoccupate… la lezione di oggi l’ho capita.
    Suona il campanello. Andrea prepara la cartella soprappensiero, questa volta il suo arrivederci non ha un tono allegro. Torna a casa con Amalia, la sua migliore amica, tra l’altro la sua vicina di casa.
    Posa la cartella sulla sedia, si reca vicino a uno strumento che è stato da sempre il suo sfogo, uno strumento che converte il suo stato d’animo in note musicali… si siede, le sue prime lacrime scendono, poi chiude gli occhi, concentra le sue dita sul piano, la musica che egli suona è calma, sono note leggerissime, che persino la brezza sa portare via. Un’altra giornata finisce, egli mostra al giorno le piene palpebre per poi addormentarsi e quel sogno lo conosce a memoria ma non si stanca di riviverlo, anzi combatte per far sì che quel sogno accada anche nella realtà. Pare che abbia dormito solo per cinque minuti e subito s’intravede il crepuscolo del mattino, sette ore di sonno non sono poche e nemmeno tante, la sveglia del suo cellulare suona ancora, ma Andrea è da una decina di minuti concentrato a pensare al suo futuro guardando sul soffitto della sua stanza. Prende il telefonino e poi spegne la sveglia, si alza di scatto e subito si veste. Amalia non verrà a scuola, ha l’influenza, questo significa che Andrea ci andrà da solo. Non sono ancora le otto, così decide di mettersi vicino ai suoi “amici” di classe. Parlano di calcio, Andrea cerca d’intromettersi facendo intromissioni scadenti, tormentate, che vengono prima tirate e poi gettate nel lago del discorso a causa della sua grandissima timidezza e dal freddo che gli spezza la lingua. Uno di loro gli dice:
    - … ma tu domani che fai? Ti stai qua per due ore a fare l’assemblea scolastica o vieni a fare la partita di calcio che stiamo organizzando?
    Proprio in quel momento il campanello suona, un’altra giornata scolastica è iniziata, ma quell’amico sta aspettando ancora una risposta di Andrea, che è in uno stato paranoico: vede gli altri che entrano, pensa a una risposta solerte, che abbia almeno un senso, oppure di giustificarsi… un alibi…
    - Allora?...
    Andrea si riprende, ritorna a meditare, vuole stare a scuola, con le sue amiche, in quelle due ore potrebbe ripetere qualcosa di latino, oppure imparare qualche passetto in più di danza durante quei quindici minuti d’intervallo
    - No, vengo a scuola domani.
    - Andrea, ma che cavolo dici? Domani sei da solo a scuola, forse ancora non l’hai capito che nessuno fa l’assemblea… ma dimmi la verità, tu per il calcio non ci sei proprio vero?
    - Non tanto… a me piace ballare, poi dopo viene il resto, la scuola, la musica… il calcio…
    Poi lo interrompe Christian, quello che gli sorrise alle spalle in classe il giorno prima,
    - Non aprirci bocca con questo gay… gli piace la danza, che ci fa con il calcio? Vero Andrea?
    Andrea non gli risponde, non lo guarda nemmeno in faccia, affretta  il passo ed entra a scuola. Gli altri però, rimangono qualche passo prima delle scale dell’entrata principale del liceo, e dicono
    - Ma guarda che bella camminata , è proprio da ballerino!
    - Nel suo diario ha una foto di Evans… ehi Evans! Domani ci vieni a scuola o vai a muoverti con il tuo corpo sotto la musica di Shakira?!
    Gli altri ridono alle battute innocue, Andrea le ignora anche se si sente pressoché annichilito da  quelle parole così offensive per lui.
    Dimentica tutto, ricorda le parole del padre che gli ha sempre detto che Se gli altri tentano di persuaderlo durante il cammino della sua vita, non deve farsi persuadere perché lo fanno cadere nella trappola. E proprio per queste cose egli dimentica tutto, passano cinque ore in un batter d’occhio, poi… l’inferno. Quei quattro studenti del liceo che stanno ogni momento a fumarsi sigarette sul muretto, fuori scuola, lo prendono di mira. Volano pensieri del tipo Eccolo, Evans! Lasciami un autografo, dai, sei il mio mito! Ma Andrea deve resistere, affretta  il passo, corre quasi, dopo aver varcato il cancello della scuola tira un sospiro di sollievo e torna a calmarsi.
    Il Sole splende, non c’è un grande vento come nei giorni passati, gli studenti del liceo hanno sempre criticato Andrea, partendo dalla sua condizione sessuale, lo chiamano gay, ma lui non ha detto niente ai genitori, dice che si trova bene, sul suo blog non parla mai in modo negativo della sua scuola, anzi crede che dà troppa pubblicità a chi non se lo merita come quei quattro cretini del terzo e quarto anno che stanno sempre fuori scuola a non fare mai niente. Il calcio è una passione che hanno tutti, ma Andrea ha la danza nel sangue, e se qualcuno vuole impedirgli qualcosa egli lotta per vincere. Prima di uscire di casa mette una canzone di Shakira, inventa dei passi, poi dopo aver ballato corre a scuola. Fa un po’ tardi, la prof fa l’appello poi vanno tutti quanti in palestra. Due studenti, Christian e Emran, che stanno nella sua stessa classe, lo seguono, quei quattro non sono andati a giocare la partita, Andrea si chiede perché; sono tutti quanti in palestra, perde il suo tempo parlando con un’amica di classe; vuole passargli tramite Bluetooth alcune canzoni, ma ha lasciato il cellulare in cartella, negli spogliatoi. Entra nello spogliatoio, alcuni sono seduti con dei libri aperti su dei banchi, altri entrano ed escono in continuazione. Prende il cellulare dalla cartella, lo mette in tasca, poi entrano i due, dietro di loro ci sono quei quattro che dovevano andare a giocare a calcio, e proprio quei quattro restano fuori dagli spogliatoi per non far entrare nessuno, i due ne chiudono la porta, non fanno spazio, Andrea chiede permesso, ma gl’impediscono di aprire la porta degli spogliatoi ed uscirne fuori.
    - Ci vediamo dopo… - dice uno dei due studenti, - Cosa volete da me? Fatemi passare – risponde Andrea. I due lo fanno passare, ed egli torna a fare l’assemblea. Durante l’assemblea i due studenti lo guardano in continuazione, come a non volersi lasciare scappare la preda. Come previsto, l’assemblea finisce alle dieci, Andrea non fa ricreazione questa volta, resta in classe. Poi si prepara per le ultime due ore, quelle di educazione fisica, si torna in palestra, è felice perché si farà ancora una volta danza; Andrea apre tutta la sua grinta, tutto il suo amore per la danza, dimentica tutto, fuori da quella palestra c’è un altro mondo, un pianeta diverso, che Andrea raggiungerà alla fine dell’ultima ora del Mercoledì.
    Termina l’ora, Andrea va di fretta, corre subito negli spogliatoi… le scarpe non sono allo stesso posto di prima, le ritrova dopo alcuni secondi, bagnate, completamente bagnate. Mentre le guarda ascolta una voce che già conosce, una di quelle antipatiche, che ha sempre ignorato... è la voce di uno dei suoi compagni di classe:
    - Senti come sono fresche… così balli meglio! – gli dice Emran. Andrea si arrabbia, prende le scarpe e gli getta addosso quella poca acqua che era rimasta nelle scarpe. Lo spingono a terra, Christian chiude la porta degli spogliatoi, cominciano a riempirlo di pugni nello stomaco, Andrea cade a terra, prova ad urlare ma gli tappano la bocca, poi cominciano a riempirlo di calci sulle gambe, tanti calci, lo mantengono per non farlo reagire, è bloccato, sbatte gli occhi per ogni calcio che egli subisce alla gamba, calci fortissimi,
    - Così adesso vediamo come fai a ballare – gli sussurra Christian mentre lo tiene inchiodato a terra, l’altro continua a dargli tanti calci, da ogni parte della gamba, ogni calcio è un pezzetto di sogno frantumato. Christian lo lascia, Andrea prova a reagire ma lo studente gli da un pugno nello stomaco, e l’altro continua a dargli i calci. Dolori continui, che man mano affievoliscono, Andrea è con gli occhi chiusi, non sente più niente, i due non ci sono più, sono scappati dagli spogliatoi e Andrea è a terra ed è costretto a correre in ospedale dopo nemmeno due ore dall’aggressione. Ora è a casa, danneggiamento ai legamenti del ginocchio sinistro, ematomi ai quadricipiti, vicino al suo lettino ha due stampelle, la sua forza è più potente dei bulli, del dolore provato in quel momento… una voce, la sua, che non getta la spugna. Anzi, sono bastate solo cinque parole per vincere:
    - APPENA GUARISCO TORNO A BALLARE…

     
  • 12 dicembre 2008
    La sento gridare

    Come comincia: Eccolo. Come sempre Lei si sente appesantita, si sente pugnalare nella sua mente la presenza di lui. Le chiavi di casa, tolte dalla serratura, vengono gettate sul tavolo della cucina. Un’altra ferita.
    Non ce la fa più… è una tortura, una tortura umana. Ed ecco anche la sua voce, brutta, grossolana ma forte. La tocca con quelle mani che lei ormai conosce bene; ha già assaporato le precedenti botte, quando le tirava i capelli, quando, a ogni suo torto, rispondeva sempre con le mani.
    Le lacrime di lei non bastano. Anzi: non servono, per sfogarsi; se ne stanno sull’estremità dell’occhio, scendono cocenti come il fuoco. La sento gridare… nemmeno la voce basta, per sfogarsi; movimenti agitati, le mani di lui sono chiodi che la crocifiggono di tortura, schizza sangue di sfogo, fa male. Quei chiodi nella carne della ribellione sono ancora più forti.
    L’ultimo urlo di lei, seduta nell’angolo col trucco consumato, rimbomba nella stanza vuota… la sento gridare, ancora un’altra volta.

     
  • 06 novembre 2008
    Seduta tra le mie gambe

    Come comincia: Ti racconto questo perché ieri non sei sceso in piazza.
    Siamo andati al solito posto, sotto la Statua, lì ci stanno tutte quelle panchine sulla quale ci sediamo sempre… a un tratto abbiamo visto il barzellettiere, che a mezzanotte era ancora in piedi; sìsì, era mezzanotte o forse più, e tu lo sai bene che a mezzanotte di solito in piazza non c’è quasi nessuno, esclusa quella gente che passa, prende qualcosa nel Bar e se ne va… come? No, Giovanni manco è venuto, non so perché… aspè, fatti raccontare prima, poi ti spiego… e… comunque, Ciro il barzellettiere c’ha fatto fare due risate, e mentre Roberto se ne stava lì ad ascoltare Ciro, io e Adriano andiamo verso i negozi. Siamo scesi verso via Cervantes, abbiamo aspettato che ci raggiungesse anche Roberto, per andare nella Disco. Già fuori ci stava un casino enorme, delle ragazze punk, e Roberto va matto per le ragazze punk, eh! Infatti ne conobbe una, Alessandra, che è una patita per Avril Lavigne. Adriano invece scelse una metallare proprio… incredibile, gli anelli e gli orecchini che avevano più pesantezza di lei, ‘sta metallare mi pare che si chiamava Martina, e stesso Adriano mi fece conoscere l’amica della metallara, Melissa, non proprio metallara ma nemmeno patita per il metal. Entrati nella Disco dopo qualche ballata ho visto già Martina che stava seduta sulla gamba destra di Adriano, non so che stavano bevendo; Roberto non s’era fatto vivo, boh… da quando ha stretto la mano ad Alessandra non l’ho visto più. Io ballavo con Melissa… cosa? Si, come sempre, era molto affollata la Disco… no, Francesca non l’ho vista… comunque, ti dicevo… oramai a ‘sta Melissa la conoscevo abbastanza bene, lasciamo stare la musica che ascolta che solo a pensarci mi viene da vomitare…. Teneva ‘na gonna di quelle che portano le ragazze amanti del rock, con dei quadrati neri e rossi… eh vabbè, metallara o punk, sempre quello è il contesto. Ci siamo scassati, quella musica house mi stava facendo scoppiare la testa, arrivò il momento che dovevo riposarmi un po’. Così presi per mano Melissa, punk, metallara o quello che dici tu, e ci andammo a sedere sul divano dove prima ancora stava Adriano. Abbiamo fatto due chiacchiere così, tanto per rilassarci, poi abbiamo mangiato un hot-dog io e lei. Rivedo finalmente Roberto… come? No, non so dov’era… è spuntato all’improvviso… oh, e ti dico che non l’ho mai visto in quel modo! Era pallido, mi disse che ci faceva male la testa, che voleva tornare a casa perché si sentiva troppo debole. Anche ad Alessandra la vedevo abbastanza shockata. Poi vabbè, in quel caos di musica non si capisce mai un cazzo. Io e Melissa ci tenevamo mano per mano, non come dei bambini ma come due fidanzati. C’ho fatto ‘sto paragone per farti intendere, ma non è che siamo due fidanzati ma la tenevo per mano per non farla scappare. Ci siamo seduti sul divano. Dopo qualche secondo è arrivato anche Adriano, ma io e lui in quel momento era come se non ci conoscessimo. Io e Melissa diventavamo sempre più… non so come dirti… intimi; non so in che modo, ma pareva che più passava il tempo e più la conoscevo meglio. Beviamo velocemente un bicchiere di aranciata: finisco prima di lei. Quando Melissa finisce di bere, fa tutto da sola, credimi; si alza, posa il bicchiere sul tavolino, un po’ distante dal divano, e si siede tra le mie gambe, rivolta verso di me; l’ho baciata, sono partito subito, ma lei era più eccitata di me. Quel bacio non finiva mai; io intanto la toccavo nei fianchi e lei col suo smalto rosso mi tolse il cappello e mi passava la sua mano tra i miei capelli. La sua minigonna faceva solo da velo, era seduta proprio col culo sulle mie gambe! E’ stata ‘na cosa veloce! Posò il bicchiere e lentamente si avvicinò a me, non avevo previsto nulla in quel momento, che tra l’altro non ci fu alcun dialogo. I miei polpastrelli finirono per sfiorare le sue calze, quelle di rete… sottocchio vidi Adriano con la sua Martina… oh, pareva che la stesse picchiando! Rivolsi lo sguardo sul mio orologio; erano le tre e un quarto!
    Stamattina mi sono svegliato alle undici, tutto distrutto. Dopo un po’ mi ha chiamato Adriano… m’ha detto che Roberto è in ospedale perché stanotte ha fatto uso di droghe… ma ti giuro che io non l’ho proprio visto più! Era proprio scomparso… vabbè, speriamo non sia grave… tu piuttosto fammelo sapere, dopo ‘sta chiacchierata temo che il credito sta per terminare, mi scoccio di andare a ricaricare la scheda, pure perché oggi è Domenica.
    E… comunque, tornando al discorso di prima… è stata una delle notti che sono durate un secondo… prima che mi chiamavi ho ricevuto un SMS da Melissa, dicendomi che stamattina s’è svegliata ancora con il mio profumo addosso a lei. Domani comincia n’altra settimana e…forse la rivedrò Sabato prossimo. Ma sì! Come una sigaretta… una fumata e… via. Mo’ mi vesto, chiamami tra un’oretta…

     
  • 29 ottobre 2008
    La Reazione

    Come comincia: Ho aperto la porta. Non riuscivo a vedere nemmeno la serratura. Nell’aria c’è già un profumo che mi crea ansia, troppa ansia. E poi dicono che sono agitato. E gliel’avevo già detto! Gliel’avevo già detto che quando faceva quelle cose mi veniva da prenderla per la gola, di strangolarla e di ridurla a mille pezzi. La moglie è una cosa… insopportabile, ecco, insopportabile. Io non conosco mai le mie reazioni, eh! L’ho sempre detto… forse a lei no, beh… ma se ne sarà accorta. Non è niente che riguarda il mio stato psicologico, eccellenza, mettiamo da parte lo stato nervoso e psicologico che non fa proprio parte del mio carattere! Dunque… eravamo arrivati che io ero in cucina, giusto?... già sento nell’aria un profumo strano… come se stessi in una gabbia e dovevo assolutamente liberarmi. E di via d’uscita ce ne aveva una sola… ed era quella, eccellenza, sia chiaro. Era quella, solo quella…
    - Sino a qualche istante fa ha detto che non conosce il tipo di reazione che può avere e ora mi dice che la reazione era solo quella?!
    No! Lei ha frainteso qualcosa, eccellenza! Perché c’è una grande differenza tra l’incertezza della reazione  quando la reazione viene proprio da me. Mi spiego meglio: quando non so come reagire è quando non devo ancora vivere quell’avvenimento di cui non ne conosco ancora le conseguenze! Quando invece la reazione viene a trovarmi è quando ci sono le cause e le conseguenze!
    - E come fai lei a riconoscerle ‘ste conseguenze? Da dove le prende?
    Dall’attimo. Da ogni respiro. Da ogni movimento. Mi spiego?
    - Non proprio… anche quando non sa come reagire che dovrebbe percepire ogni movimento, ogni respiro.
    No! Perché quello è in silenzio. Non c’è respiro alcuno, non c’è nessuna voce fastidiosa come quella di mia moglie!
    - Ehm… la prego, continui.
    Le avevo avvertito tutto eh! Eccellenza, avevo detto che se avesse continuato a fare ogni minima cosa che mi fracassava le palle l’avrei massacrata
    - Vede che ora una reazione l’ha trovata?!
    No! E’ stata la reazione a trovare me!
    - Ma come?!
    E’ come in un labirinto. Ci sono le reazioni che vogliono venire a salvarti, e reazioni che non s’accostano proprio perché più si avvicinano e più vengono disidratate. Tra le tante reazioni che vengono da me, esse si sfidano, chi perde, perde, chi rimane intatta continua la sua corsa. Ma attenzione, eccellenza: non paragoni le reazioni a degli esseri umani qualunque, anzi… le paragoni a dei… kamikaze! Che cercano il bersaglio giusto e quando lo trovano si scaraventano addosso.
    Con le parole non ci concludevo un bel niente. Così è venuto quel kamikaze, s’è scaraventato contro di me e sono esploso, eccellenza. Esploso.
    - Sì ma si calmi. La smetta con quella gamba che trema da tre ore! E non gesticoli che non ne vale la pena, non sono un sordomuto. La sento forte e chiaro.
    Ecco, bravo. Quando un kamikaze esplode sul bersaglio lo spappola in frammenti, eccellenza! Mi capisce? Ora mi faccia continuare… si faccia spiegare come un kamikaze esplode… un po’ com’è successo alla Bhutto e a tutti quegli attentati in un grosso sedere di nome televisione. Grosso sedere perché lei d’altronde deve scegliere su quale natica stare. Mi sono sentito per un attimo… un pipistrello che si rafforza succhiando sangue da una donna, proprio così. Eccellenza, proprio così!
    - ODDIO… LA SUA E’ UNA LUCIDA FOLLIA
    Veda… le mostro queste mie mani che hanno strangolato la gola della propria moglie
    - PORTATEGLI UN BICCHIERE DI CAMOMILLA!
    Mi va bene anche un po’ di Valium, eccellenza. Mi faccia finire di raccontare dove ho seppellito mia moglie
    - Basta! Portate questo pazzo in camera!
    Non sono affatto pazzo, eccellenza, io ho la coscienza pulita, credo di non aver fatto nulla di male
    - Dall'articolo 575 del Codice Penale, lei è accusato di OMICIDIO colposo
    Ma lei mi accusa di omicidio! Allora mettiamo che lei a casa prepara un bel piatto di maccheroni al sugo di pomodoro… si mangia tutto il piatto, compreso il sugo… è un reato questo? E questo me lo chiama omicidio? Ma che ignorante!

     
  • 02 ottobre 2008
    Scopa

    Come comincia: Sta quasi per avvicinarsi l’ora di pranzo, e quella baracca verde vede scomparire come dei fantasmi i suoi ospiti giornalieri. La Gazzetta dello Sport viene ripiegata e gettata lì sul tavolo che ha accarezzato ogni cosa, comprese le mani e la stoffa dei vestiti dei giovani che, a sera tarda, affollano tutto il marciapiede. Non salutano nemmeno. Se ne vanno a testa bassa con le mani nelle tasche. Alfonso e Salvatore restano seduti; guardano la strada, guardano le macchine che a un certo punto non vanno dritte ma si spostano più a sinistra perché ci stanno delle cose variegate che bloccano il loro perfetto tragitto. E se ne stanno zitti. Solo Emanuele rompe il silenzio…cantando.
    - Chist’è ‘o Paese d’o Sole… Chist’è ‘o Paese d’a munnezza…
    Si siede di fronte ai due, posa sul tavolo delle carte napoletane, fresche, appena comprate:
    - Mo’ facimme ‘na cosa: chi avence contro a mmè, ‘o faccie faticà dint’a ll’Asìa.
    - Parla italiano, Manue’… altrimenti l’Italia non potrà mai capirci…
    - Alfò… gioca tu, dai… per una volta la smetti di vedere ‘sto panorama poetico, che ti da’ così tanta ispirazione!
    - Che gioco?
    - Facciamoci ‘na scopa… che ci vuole pure… pulire, spazzare!
    Salvatore rappresenta lo spettatore… è seduto distante dai due sfidanti di scopa… continua a contemplare quelle auto. Mentre Emanuele distribuisce le carte fischiettando, Salvatore mugugna
    - Dobbiamo reagire… noi siamo cittadini, protestare contro le ingiustizie è nostro dovere!
    - Già… - gli risponde Alfonso mentre si accende una sigaretta – tutto ‘sto fumo nero per l’aria ci fa male…
    - E tu pensa che faccio confusione nel distinguere tra l’asfalto e la roba nera che viene bruciata…
    - Diossina… è diossina – interviene Emanuele mentre concede un primo sguardo sulle sue carte
    - Eh… e mica è niente!
    - Shhh… zitto Toto’… ché qua chi vince pulisce l’intera città così non moriremo più di tumori per aver respirato quest’aria…
    - Mi ci gioco la casa io, invece… con tutta questa disoccupazione, secondo te, danno il posto di lavoro al primo idiota che passa?
    - Va be’… comunque non rompere, fammi giocare
    Quattro carte sul tavolo:
    Due di Spada, Sette di Denari, Quattro di Coppe e Asso di Bastone; parte Alfonso
    - Tengo Dieci di Denari… e mi prendo: Sette di Denari, Due di Spada e Asso di Bastone…
    - Azz… uà però che fortuna…
    Salvatore scoppia dal ridere… poi fa:
    - Quell’Asso di Bastone lo darei in testa, al Sindaco
    - ‘O rrè... quelli che tutti credono di essere… ma alla fine sono tutti schiavi delle proprie idee che li intrappolano nella rete della confusione
    - Questo l’ho letto nel tuo articolo su quella rivista locale…
    - E… comunque… quel re ha preso il Due di Spade…
    - Punge!
    - No, anzi, le avrà prese perché non ne avrà manco una di spada!... Ecco… La presunzione di essere Re… e poi non hanno nemmeno le armi per combattere
    - Proprio come il nostro Presidente…
    - Lasciamo stare Totonno… che poi c’ha pure il mio stesso nome!...
    - E poi hai preso pure un Sette di Denari
    - Vale tanto! Te lo dice Salvatore, uno che se ne intende di scopa…
    - Seh… e poi si mette a vedere il cassonetto che brucia… ma dai! Persino dei truffatori dello Stato come quelli ne hanno tanti di Denari…
    - Truffati… da noi, per giunta… dai Manue’, gioca
    - Getto Dieci di Coppe
    - Bravo… e questo pure c’è l’ho!...
    - Oh, Toto’… non è che gli stai suggerendo qualcosa?
    - Noooo… io vedo quel cassonetto che brucia… Intanto se uno di voi ha un quattro, ha fatto scopa
    - Bho… io no
    - Nemmeno io…
    - Allora getto un Sei di Spade
    - Eh… vai Manue’… che sei spade ti bastano per ferire il nemico e andare al potere
    - Io qua ne ho dieci… di spade… Scopa!
    - Una carta hai gettato e hai fatto subito scopa… strano…
    - La Sinistra ha messo in ginocchio il nostro Paese… ma noi lo rimetteremo col culo per terra… Rialzati, Italia! – esulta Emanuele.
    La partita va avanti a sbalzi, non c’è né un vincitore né un perdente provvisorio, sono a parità.
    - Uh, quanta gente c’è lì in fondo… eppure, strano, ma ce ne siamo accorti adesso…
    - Quel fumo è ormai sparso nell’aria del Vesuvio, di Pulcinella, della pizza…
    - Non pronunciarmi la pizza, che a pensarci ci rimango male
    - Sì, anche io… falla fare fredda, tanto non ha più il suo sapore originario…
    - No… che hai capito!... Ieri mi stavo affogando con la mozzarella della pizza…
    - E’ diossina… anche la mozzarella… ancora non lo sai?!
    - Sì sì, questo lo sapevo...
    Come sempre, interviene Salvatore:
    - Però io sono del parere che solo i turisti possono dire Ah, che buona la mozzarella napoletana!
    - E certo – risponde Alfonso – tanto non vivono con i propri occhi la verità
    - E comunque non respirano l’aria come la respiriamo noi
    - Certo, Emanuele… c’hai ragione...
    - Questi suoni squillanti delle sirene mi danno fastidio…
    - Sono uno, due… tre, quattro… cinque camionette della Polizia
    - Ma che è! Il G8?
    I tre scoppiano dal ridere… si alzano, le carte rimangono lì, alcune spazzate via dal vento, altre intatte, come quel Re… anche loro fanno piangere di ruggine la baracca sempre più sola.
    E’ ora di pranzo. Nel TG della Regione si vedono immagini violente, di guerra.
    Vedendo quelle immagini, Emanuele pensa che Alfonso abbia sbagliato nel prendere le carte. Di bastone non c’è ne uno solo… ma tanti… bastoni che non vengono scaraventati ai politici, ma ai cittadini. Negli occhi di quei tre c’è la vergogna, la rabbia, il dolore…
    - Mamma, guarda quel gabbiano!
    Indica un bambino per la strada.
    E intanto Emanuele continua a pensare che quel Re non c’è… quelle spade pungono, ma si vede solo dall’apparenza… ora, sul Tavolo, ci sono rimasti dei bastoni che feriscono la Nostra Struggente società.

     
  • 24 settembre 2008
    Crocifisso

    Come comincia: Quella scena pareva che già l’avesse vista, in precedenza. Nel sogno della scorsa notte sognò tutto quello che sta accadendo ora. In croce! In croce! Urla la gente guardando costui, sferzato dalle tante calunnie; porta sulla sua spalla sinistra la croce legnosa e pesante della colpa, le sue cosce sono appoggiate sulla terra che ha sempre amato… a che serve dire che non è stato lui, il dolore cessa di farlo parlare, la croce cessa di rinforzarlo. Tanti i suoi perché con gli occhi rivolti a colui che lo frusta e con una lacrima salata e cocente che bagna una delle tante pietre. Fa pena, tanta pena. Lo mantengono, le frustate lo fanno urlare forte, la gente inveisce, qualcuno tace, qualcun altro piange… non riesce nemmeno a impugnare le mani, sembra che la forza in lui, attimo dopo attimo, stia per affievolirsi.
    - Perdonatemi! Perdonatemi se la mia voce vi assilla… vi assilla, sì… perché non riuscite a comprendermi! O Mio Dio, perdonami se non riesco a farmi comprendere! Perdonami!
    Le parole resistevano alle frustate, le lacrime si confondono con le gocce sudate della sconfitta,  e quella croce che continua a indebolirlo. Contempla con gli occhi seppelliti la tante gente, quelle facce che già aveva visto, aiutato e camminato insieme tante volte, che ora sta lì ad ammazzarlo con i loro sguardi da nemici e con la loro voce violenta e fastidiosa. Un’ennesima frustata, il suo perchè è un sussurro ascoltato da se stesso. Scivola, si rialza, arriva sul monte, sì, sul monte del Cranio, del confine vitale.
    I chiodi del male facevano schizzare tanto sangue, il martello assassino faceva penetrare il chiodo nella carne d’una mano che ha sempre porso agli altri e condivisa, con quelle mani ha spezzato il pane per darlo agli altri. I rami spinosi dell’invidia, sulla sua fronte pungevano sempre di più. Quel signore se n’è lavato le mani, Non sono responsabile disse, dopo aver fatto urlare a tutta la gente chi era colui che doveva andare in croce. Sopra di lui c’era un cartello che stava a identificare quel suo ruolo che a tanti non è piaciuto. Ai suoi piedi c’è colei che lo tenne nella stalla col bue e l’asinello, ai suoi piedi c’è Giovanni, che fa cadere con pesantezza le sue lacrime sulle pietre che bruciavano alla luce del Sole.
    - Padre, perdonali perché non sanno quello che hanno fatto
    Si sente al confine di una vita, la mamma ne raccoglie tra le mani una lacrima dolente, poi la stringe nella sua mano, la risente, chiude gli occhi e fa:
    - Carne della mia carne… sangue del mio sangue…
    Anch’egli chiuse gli occhi. Crocifisso.

     
  • 06 agosto 2008
    Voglio fare il calciatore

    Come comincia: Diego Armando Esposito, 12 anni, testa pazza di Scampìa e abitante della Torre, una delle più vecchie delle quattro torri costruite nel rione. Il padre – arrestato quando Diego non aveva neppure un anno – gli ha messo questo doppio nome in onore di Diego Armando Maradona, quello che per sette anni ha fatto sognare il Napoli. Ed è proprio questa la passione di Diego, giocare a calcio, a scuola ci va, sì, ma per perdere tempo, ci va “per pariare”. E’ iscritto in una scuola calcio del quartiere, è un attaccante e indossa la maglia numero dieci.
    Passa le giornate in compagnia del suo pallone da calcetto. Maria, sua madre, lavora in una salumeria del quartiere. Mentre palleggia Diego pensava di dire al padre qual è la sua vera passione… gliel’ha sempre nascosto perché lui, durante i colloqui in carcere, gli dice sempre: “Tu non devi diventare come me, devi studiare e andare avanti. Se non studi non puoi andare da nessuna parte!”
    Diego è più che sicuro che suo padre ci rimarrà male quando saprà che suo figlio va male a scuola.
    Diego va bene in una sola materia, l’educazione fisica.
    Sta ancora pensando a come dirlo a suo padre, la prossima volta che andrà a trovarlo, che lui a scuola va uno schifo. Ed ecco, sua madre lo chiama, gli dice di smettere di disturbare i vicini con tutte quelle pallonate che finiscono contro il muro della torre.
    Lui non smette, anzi, tira più forte, sa che il suo sogno di diventare calciatore non si potrà mai realizzare. Piange e dà calci fortissimi alla palla, che per lui è oramai come prendere il palo della porta… dà un altro calcio, questa volta più debole, e mentre aspetta che il pallone ritorni indietro vede quell’uomo che corre tutti i giorni per il parco. Stavolta si ferma e, con espressione soddisfatta, gli dice:
    “Guagliò… ma tu sei veramente bravo! Come ti chiami?”
    "Diego"
    “Proprio come il grande Maradona!... Senti Diego, che ne diresti se ti facessi giocare nelle giovanili del Napoli? Dovrai studiare. Nella sezione dei junior si accettano ragazzi che hanno come minimo la licenza media…”
    “Io sto in seconda media, e poi non credo di potermi iscrivere. Non abbiamo tanti soldi e…” Mentre sta per continuare, l’uomo lo interrompe:
    “Adesso devo andare, però pensaci e parlane ai tuoi genitori”…
    Diego corre dalla madre e le racconta tutto.
    Maria è triste.
    “Giovedì andremo a trovare tuo padre, gli diremo che non stai andando bene a scuola, ci resterà male, poi… si vedrà”.
    I tre giorni passano in fretta, Diego è emozionato quando vede suo padre.
    “Come stai?”
    “Sto bene, papà però devo dirti una cosa…”
    Diego gli dice che ha avuto brutti voti in pagella quadrimestrale e che non ha proprio voglia di studiare. Suo padre resta in silenzio, poi gli prende una mano e la trattiene tra le sue
    “E allora cosa vuoi fare, restare per strada?”
    Diego trova finalmente il coraggio di dirglielo: “Papà… voglio fare il calciatore!” …
    I due si guardano, sono entrambi commossi.
    All’improvviso il padre lo stringe tra le braccia, e piangendo gli dice: “Studia e realizzerai il tuo sogno!”
    Diego gli parla anche dell’incontro con l'uomo della scuola-calcio, e quando finisce il colloquio è felice.
    Dopo quel giorno si impegna con lo studio, diventa il migliore della classe e realizza il suo sogno diventando orgoglio del quartiere e facendo sognare il Napoli come fece un altro scugnizzo trent’anni prima, uno chiamato Maradona.

     
  • 29 luglio 2008
    Sangue d'asfalto

    Come comincia: Oggi è una giornata limpida, un bel Sole e frammenti di nuvole trasparenti. Percorro la stessa strada come se dovessi andare a scuola, solo che adesso non ho né cartella né la fretta che mi assale. Cammino tranquillo sul marciapiede. Poi vedo "Totonno", quel vecchio che se ne sta giù alla baracca a parlare di politica e di chi votare per le elezioni,  invece di giocare a carte con i suoi compagni. Questa volta però non lo vedo impegnato a parlare, anzi sta proprio lontano da quella baracca, è anche lui sul marciapiede, e prima di stringergli la mano in segno di saluto, mi accorgo della sua faccia confusa. Si guarda attorno attonito, non tiene più le mani in tasca come fa sempre, è bloccato, come se tanta gente lo stesse chiamando e non sapesse a chi rispondere. Attonito è anche il suo sguardo che mi scruta - Buongiorno Totò - gli dico con tanto di risata mentre gli stringo la mano. -Buongiorno guagliò…” mi dice. Poi un’inaspettata attesa. Qualcosa non quadra: troppe macchine che tornano, troppa gente che gesticola, il ritmo urbano sembra alterato.
    -Che devi andare nel mercato? - mi dice Totonno mentre lascia la mia mano -Sì – gli rispondo – queste vacanze scolastiche ci volevano proprio-.  Ma continuavo a non vederci chiaro. "Come mai Totonno non è sotto la baracca? Come mai c’è troppo movimento in strada?... e come mai Totonno non mi risponde come mi ha sempre risposto?" Non so quando potrò avere delle risposte a queste mie domande… poi mi dice: -Non andarci-  e, con un aspetto pienamente angoscioso, mi mostra con la mano il mercato rionale, indica le tante auto che  tornano da quella parte che spesso è stata abbandonata. Questa volta divento caldo… ma non caldo per il Sole , anzi escludo questa ipotesi visto che alle nove e trenta di mattina c’è un vento ancora freddo, ma caldo per l’ansia, per i tanti dubbi. Guardo anche io laggiù, nei pressi del mercato rionale che si svolge ogni venerdì. Poi rimetto di nuovo lo sguardo sul vecchio.
    - Totò, ma ch’è successo? -  gli chiedo con curiosità. Glielo chiedo nel momento in cui decido finalmente di frantumare l’attesa.
    - Due morti. Al mercato… -  mi dice sbalordito.
    - Come? Nel Mercato? -  gli chiedo facendogli capire di non aver compreso  quello che intendeva dire.
    - Non lo so. Ci sta la polizia; mi pare che proprio dal lato del giornalaio non si può - Lo interrompo immediatamente, questa volta con un po’ di paura.
    - Eh… ma io proprio dal giornalaio… dovrei passare da lì”.
    Ad un tratto la faccia di Totonno diventa scura.  -Non lo so… è successo tutto poco tempo fa… boh, chiedi a qualcun’altra persona… e se devi passare da lì continua ad andare dritto, poi giri a destra e, anche se il percorso è più lungo, arrivi dal giornalaio -.
    Scendo dal marciapiede, poi salgo su quell’altro, dove ci sta la baracca… perfino i soliti giocatori di Briscola ultra cinquantenni volgono lo sguardo verso il mercato non prima di aver contemplato le proprie carte. Tre signore alquanto anziane attendono con delle buste della spesa tra le mani il pullman. Mugugnano frasi del tipo “Ma che peccato”, oppure “Forse era un tossicodipendente che guidava”, o ancora peggio, “Li ha sbattuti per aria... mamma mia, e tu pensa che lo teneva per mano”.
    Le tre facce disperate continuano a discutere. Mi restano due possibilità: o faccio come mi ha detto Totonno, cioè che continuo ad andare dritto, o giro semplicemente a destra, da cui tantissime macchine, una dietro l’altra, tornano per essere parcheggiate da qualche altra parte. Decido di girare a destra. Il tragitto è più breve, una quarantina di metri e sto dove inizia il mercato. Certo che non ci vedo poi tanto caos; solo le macchine, tante macchine. Gli autisti hanno delle facce  confuse, tristi, sbalordite, di certo non felici. Poi vedo il fruttivendolo, quello sotto casa mia… ora funge inspiegabilmente da parcheggiatore di auto. Ma cosa ci fa lui qui? A una distanza di un chilometro dal suo negozio ortofrutticolo?
    - Ma cos’è successo? 
    Lui mi risponde prontamente, con dolore e nervosismo: 
    - Hanno investito mamma e figlio, circa trenta minuti fa
    Ineffabile.
    Rifaccio un flashback mentale enorme, pensando a quel dialogo tra le tre signore sedute alla fermata del pullman. Continuo a camminare, se vado leggermente a destra mi trovo nel mercato, invece… devo passare dal giornalaio, quindi non mi resta altro che attraversare la strada. Ci sono macchine che vengono e vanno via veloci,  poi vedo una striscia, una di quelle che mette la polizia che segna, come confine di passaggio, il luogo del delitto. Tanta, tantissima gente. Il suono dell’ambulanza. La gente che si lamenta, venditori ambulanti con il cellulare tra le mani. Non voglio farlo di proposito, ma purtroppo devo passare da lì; perfino sotto gli alberi c'è tanta gente: cammino lentamente. Tutte facce sconvolte. Poi riesco a vedere un corpo a terra, le braccia stese, che sono le uniche cose scoperte dal velo blu che copre la persona morta. Vedo un mio amico, e senza dirgli una parole mi viene incontro e mi dice: -Ma tu hai capito?! Mamma e figlio li hanno investiti… non possiamo attraversare questa strada che c’è sempre un idiota che ci sbatte per aria-. Resto fermo ad ascoltarlo
    - Il figlio ha più o meno la nostra stessa età. Guarda lì, lo teneva stretto per mano e ora si ritrovano morti a venti metri di distanza”. 
    Sbalordito.
    Anche se quelle parole le avevo già sentite ora rimango sbalordito anche dalla visione, dall’immensa distanza dei due corpi. Pezzi di vita gettati: la scarpa del bambino tra le aiuole, la borsa di lei sotto il marciapiede… sono le dieci meno venti, sto fuori dal giornalaio, l’appuntamento con il mio amico era qui, anzi, lui aveva detto che era per le dieci ma di solito viene sempre prima (non so chi porterà il pallone per giocare, di certo non devo portarlo io). Ma continuo a scrutare gli sguardi della tanta gente sbigottita che guarda quei due individui gettati sull’asfalto infuocato, di una terra ingiusta e spesso apatica. Eccolo, Paolo, lo saluto, non sa cos’è successo, gli spiego tutto rapidamente, poi andiamo a giocare. Mi inginocchio e poso anche io due rose ad Angela e al piccolo Umberto, portati via da un quarantenne invalido al 100%, epilettico e che soffre di apnea notturna… tutti lo conoscono, aveva già investito altra gente, e tutti si chiedevano come mai stesse ancora al volante di una FIAT grigia, con una patente ritirata due mesi prima, che ora è completamente distrutta, come distrutte sono queste due vite, il cui sangue si è fermato a circondare una delle tante pietre d’asfalto… un asfalto che sanguina… non ci vogliono di certo i pompieri per toglierne le tracce. E ora anche il Sole è più cocente… ma non basta a cancellarne le tracce, anzi… semmai le dovesse occultare, l’asfalto continuerà a emettere sangue più cocente del Sole; è il sangue umano del ricordo… la pietra del dolore può essere tranquillamente calciata da ogni scarpa.

     
  • 22 luglio 2008
    Il compito di matematica

    Come comincia: Sviluppa i seguenti prodotti notevoli c’era scritto sul foglio che mi aveva dato la professoressa di matematica… pensavo che tutto potesse essere facilissimo, ma non sapevo distinguere il cubo e un quadrato di un binomio… mentre stavo per calcolarmi uno dei tanti prodotti notevoli, ecco che mi arrivavano tanti dubbi, cominciavo a sbagliare; oramai il foglio di cui stavo svolgendo il compito era pieno di numeri cancellati dalla gomma che tenevo afferrata nella mia mano destra. In fondo all’esercizio d’un prodotto notevole da svolgere c’era il risultato… e non ne avevo azzeccato nemmeno uno!... così decisi di rifare tutti i maledetti esercizi, la professoressa di matematica mi ha sempre detto che il rapporto tra me e la matematica è come la commedia di De Filippo, “Natale in Casa Cupiello”, quando uno dei protagonisti dice “ADDA PASSA’ A NUTTATA”… e intanto suonò la campana che continuò a farmi distrarre dai miei “calcoli”, che cominciava a farmi andare in paranoia. Nel frattempo, il resto della classe non si lamentava… tutti quanti con l’apparenza da matematici; i minuti passavano in un batter d’occhio, la professoressa, con il suo sguardo che seppellisce, mi disse:
    “Allora? hai finito?”
    “No, professoressa… ancora no…”
    Ed ella continuava a darmi ansia, a darmi fretta.
    Così decisi di gettare la penna sul banco e di consegnare il compito alla prof, anche se non mi veniva nessun risultato. Tutti calcoli completamente sbagliati.
    Mentre stavo per scrivere nella parte sinistra del foglio il mio nome e cognome, mi soffermai un attimo per sgranchirmi le ossa, e guardai alla lavagna completamente vuota… non so come ma incredibilmente cominciavano a scorrere gli svolgimenti di ogni prodotto notevole… mi guardai attorno… tutti quanti erano completamente accaniti a guardare sul foglio, io invece ne approfittai, presi di scatto il foglio, scrissi sotto “ERRATO” e ricominciai… dando uno sguardo al mio orologio mancavano solo cinque minuti, e avevo completato solamente sei, ne mancavano quattro. Proprio quando stavo per completare il penultimo, la scritta alla lavagna scomparve, la campanella suonò, tutti quanti a consegnare, mancava solo il mio compito.
    “Non fa niente – dissi a me stesso – tanto è solo un esercizio che non ho svolto”…
    Ma nel momento in cui stavo per portare il compito alla prof che mi sveglio… era tutto un sogno…
    Ora percorro la mia solita strada per arrivare a scuola; fuori scuola, prima di entrare, incontro proprio la prof di matematica di cui ho sognato stanotte, mi dice “Ué… forza, sei ancora in tempo… dai entra in classe che oggi ti aspetta un bel voto negativo nel compito di matematica”.

     
  • 10 luglio 2008
    La notte di San Silvestro

    Come comincia: L’anno sta per finire. Mancano solo poche ore e lo champagne è pronto per essere stappato. Michele, ultimogenito di una delle poche famiglie abitanti di quella via desolata, non si sente felice come gli altri. Una paura dentro, una prossima evenienza. Alle 23 i suoi genitori vanno a dare gli auguri ai vicini di casa. Suo fratello è a casa della fidanzata, lì festeggerà la mezzanotte. Michele dunque, è solo in casa. Ha un leggero mal di testa, pensa ai tanti sogni che ha fatto nelle notti precedenti, pensa a quella voce strana e misteriosa che gli ha augurato solo un felicissimo anno nuovo ed è finita con una risata ironica. E' così che finisce, ogni volta, il sogno, e Michele si sveglia impaurito.
    “Devo calmarmi” pensa Michele. Si alza di scatto e va nello studio di suo fratello e prende il primo libro che gli capita… Il corvo di Poe… vuole distrarsi, desidera immergersi nella lettura per non pensare a quel sogno…
    "Una volta, in una fosca mezzanotte, mentre, debole e stanco, meditavo sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata, mentre chinavo la testa, quasi sonnecchiando, d'un tratto sentii un colpo leggero, come di qualcuno che leggermente picchiasse, picchiasse alla porta della mia camera".
    Michele comincia a sudare, ripete nella sua mente quelle parole… quelle struggenti consonanti, quelle lettere forti e violente creano ancora più ansia nella sua mente. Ad un tratto, sente un rumore, la porta si apre, ma la colpa è del vento che passa dalla finestra aperta del bagno. Michele si alza per andare a chiudere. Sente alle sue spalle una presenza e non vede nessuno… Tornato nello studio si concentra sul libro che pare grondare sangue da ogni  pagina. Gli gira testa, la vista si annebbia poi sente il passo lento di piedi scalzi, delle voci cupe…
    Sono i suoi genitori. Sua madre si accorge che è pallido.
    - Miche', che ti è successo?
    - Non  è successo niente.
    - Perché ci sono le luci accese dappertutto?
    - Ho dimenticato di spegnerle.
    Il padre gli fa uno sguardo  strano, forse ha capito che Michele nasconde qualcosa.
    - Vai a prendere lo champagne – gli dice – mancano venti minuti.
    - Papà, ma i bicchieri nuovi dove sono?
    - Ho dimenticato il cofanetto in macchina, aspetta, ora ti do le chiavi così li vai a prendere…
    Michele va a prendere il cofanetto con i bicchieri di vetro. Mentre sta salendo le scale, quella voce gli dice:
    - Miche', buon anno nuovo!- e ride.
    Lui inciampa per le scale e cade. Si rialza, incredibilmente i bicchieri non si sono rotti, torna di sopra e appoggia il cofanetto sul tavolo. Poi va in bagno a lavarsi le mani.
    Si guarda nello specchio e vede una faccia strana, misteriosa, sembra quella di un essere mostruoso che però scompare presto, tra uno sbuffo di fumo. Ritorna in cucina e non dice niente a nessuno.
    Meno cinque, quattro, tre, due, uno… AUGURI! comincia un anno nuovo.
    - Cosa c’è Michele?
    - Mi fa male la pancia, mi fa tanto male…
    - Forse è meglio se vai a letto.
    Michele si infila sotto le lenzuola. E’ stanco, non ha voglia di pensare, vuole solo dormire. Ed ecco la porta si apre, un'ombra che non ha un inizio né una fine, non ha altezza né larghezza, è sulla soglia
    - Ciao Miche'- sussurra- sono venuto a farti gli auguri…

     
  • 02 giugno 2008
    Mensa

    Come comincia: Tutti quanti in fila per due entrano nella multi aula; sono già pronto per leggere sulla carta d’alluminio quello che mangiamo, oggi. C’è chi esulta perché è il suo “piatto” preferito e chi si lamenta. Ma io non mi lamento mai: anzi, me ne pento che questo è l’ultimo anno, cinque anni passati a fare tanti compiti, a sopportare le solite voci delle maestre. Solo per un anno l’ho guardata, solo per un anno ho parlato con lei. Forse per caso, ma siamo seduti proprio vicini. Ascolto il rumore dei suoi braccialetti che si muovono per ogni gesto, la presa delle posate, la mano che saluta le amiche che stanno dall’altra parte dell’aula. Mangiamo proprio sullo stesso banco, certo è un po’ stretto. La guardo sottocchio, con quel suo sorriso mi fa subito capire che io vado matto per lei. Mi si spezza la lingua ogni volta che voglio dirle Qualcosa, ci scambiamo due sorrisi, così, senza senso. Ha già finito la pasta al forno, io ancora no, me ne sto rimbambito a guardarla. Dopo un po’ finisco anche io. Aspetto quell’attimo giusto per poterglielo dire, la sua mano è tesa sul banco e parla con le sue amiche. La mia mano va sulla sua, si gira di scatto.
    - Vuoi fidanzarti con me?
    Lei ride, si alza e va dalle sue amiche.
    Non mi ha ancora risposto. Usciamo, fuori scuola c’è un bel giardino, è seduta su una delle tante panchine e sta parlando quasi gioiosamente con le sue amiche che sono altrettanto felici di quello che dice. Vado anch’io a sedermi sulla panchina più vicina alla sua. Mi vedono, le sue amiche mi guardano con curiosità, poi se ne vanno, siamo soli. Ora è con le mani impugnate sotto al mento, ha degli occhi felicissimi, ma passa molto tempo. Mentre me ne sto andando mi dice:
    - Aspetta!... Io dico di sì…
    Qualcosa ci unisce e ci fa abbracciare; i due grembiuli blu e rosa trascinati dalla brezza si accarezzano.
    Qualcosa fa avvicinare i nostri due volti; sento il suo caldo respiro, chiude gli occhi, le labbra si avvicinano lentamente, un bacio. Poi mi sussurra un ciao, mi lascia la mano che tenevo unita alla sua. Se ne va… quasi come se scomparisse.

     
  • 09 maggio 2008
    L'urlo struggente

    Come comincia: Spinge su play, vuole ascoltare altro... la musica è cominciata.
    Inizia a scrivere. La mano si muove automaticamente, sembra che siano le note di quella canzone a dettargli le parole.
    Una musica dolce, la voce del cantante è un sussurro, il coro è una poesia da sciogliere sul foglio, ogni nota dolce è un pensiero.
    Dopo quell'urlo struggente la canzone diventa fastidiosa, la voce del cantante non c'è più, il volume  aumenta, il pianoforte non smette di suonare, le note ora sono dolenti, la sua penna ad un tratto diventa solo un oggetto inerte, non sa più solcare il foglio pesante, infinito, bagnato di lacrime cocenti. 
    Piange e  getta la penna per terra. L'urlo struggente gli rimbomba nella testa... grida ma la sua voce non è abbastanza forte da superare il frastuono racchiuso nella sua mente.
    Su quel foglio non ci sono che parole vuote, l'urlo  le ha fatte diventare leggere, ne ha tolto gli accenti... ma le sue lacrime sono ancora sul foglio... Riprende la penna e ritorna a scrivere... l'urlo è ancora là... 
    Fissa lo sguardo sul foglio, ora è asciutto, non c'è neanche una lacrima.
    Rilegge ad alta voce. Il dolore che era solo un urlo dell'anima è diventato parola.

     

     
  • 30 aprile 2008
    Il Rapper

    Come comincia: Devo stare calmo... sono troppo emozionato, un boato di pubblico urla il mio nome, li ascolto... guardo il mio microfono, no... è presto per cominciare a cantare, la musica ancora non è partita... ne approfitto per ascoltare qualche instrumental per allenarmi un po' con la voce e con le mani gesticolate,  ora ascolto solamente il mio lettore MP3 che riproduce le mie basi, mi metto il cappuccio sul mio cappello grigio, le mie mani cominciano a sudare e tremano come le mie gambe, tiro un sospiro di sollievo, il mio cuore va a mille, guardo e riguardo quel microfono nero senza fili pronto per essere impugnato dalla mia mano destra... e ora anche io sono pronto per sparare le prime rime... la musica parte; è come un freestyle che ho sempre fatto, non me ne frega se è un dissing, esco dal mio camerino, tante pacche sulle spalle... ed ecco che il palco mi si apre davanti, sono bloccato…  c'è tanto pubblico davanti a me... mi applaude.
    E ora la musica mi scorre nelle vene, non faccio altro che rappare... tutto questo pubblico è venuto qui per me, per sentirmi, per vedermi…

     
  • 30 aprile 2008
    Il Carnevale di Venezia

    Come comincia: Oggi Piazza San Marco è ancora più bella degli altri giorni. Tutti in maschera, vestiti da illuministi. Siamo tornati trecento anni indietro con la moda; ma c’è un’attrazione che mi trafigge all’improvviso, anzi c’è qualcosa che mi spinge a guardare lei, in maschera dorata, con degli occhi stupendi e delle labbra rosse e carnose… va al Bar, siede in uno dei tanti tavoli, ascolta apparentemente la musica del violinista e mi guarda facendomi rombare le orecchie e spezzare la lingua… così mi siedo al tavolo, in un tavolo alquanto distante dal suo… non ascolto la musica, sto girato verso lei, che guarda il violinista e lentamente va a intrecciare il suo sguardo con il mio, in modo così effimero, effimero ma che ne rimane l’orma. Il Violinista finisce di suonare, lei lo applaude e poi mi guarda, staccando il suo sguardo dal mio nel giro di pochi secondi. Si alza e va nel bar… la vedo bere, e mentre entro, finisce di bere e se ne va incrociando i nostri sguardi.
    Lei che va via, mi ha lasciato solo la sua aria, il suo profumo stupendo; poi s’incammina verso tutto il perimetro della piazza.
    Si ferma e parla con un’amica, mi guarda di sottecchi, mi regala un sorriso persuasivo, quel suo sorriso è come se avesse emesso un suono, come se mi avesse chiamato… continua a camminare per la piazza ricca di feste in corso con l’amica, come al solito gira la sua testa e pensa continuamente che la stessi seguendo… l’amica se ne va, viene corteggiata da un uomo, anche lui in maschera, come tutti.
    Lei ora cammina molto più lentamente, è sotto la Torre dell’Orologio, si ferma… e mi fermo anche io… con lo sfondo di tanto casino, di tanti suoni e di tante coppie, riesco solamente a percepire il suo sguardo, mi avvicino a lei, la guardo prima negli occhi, poi le sue labbra intense.
    Mentre la guardo, prendo la sua mano e la faccio intrecciare con la mia, sfioro con le mie dita i suoi capelli, poi la accarezzo sul viso, i miei polpastrelli toccano il suo vestito chiaro, scorro la mia mano sul suo corpo, lentamente, lei mi mostra le piene palpebre, con l’altra mano mi accarezza il viso… e le mie labbra toccano le sue, le nostre lingue s’ingarbugliano…  ora siamo distratti da ogni cosa che succede all’esterno.

     
  • 12 marzo 2008
    Il Succo d'Ananas

    Come comincia: Piove a dirotto. La famiglia ha appena finito di cenare e sta discutendo sulle  notizie di cronaca appena sentite al telegiornale. Mamma Carmela si rivolge al figlio più piccolo, chiedendogli di andare a prendere le sigarette.

     


    - …E torna presto, Fabio! non dimenticare di prendere anche una bottiglia di acqua naturale…


    - Seh… magari pure un’Alka Seltzer – le risponde – non ce la fai nemmeno a parlare, non riesci proprio a digerire!


    -  Ho solo un po’ di febbre… e invece di sentire  i vostri monologhi in questo momento dovrei stare a letto! sù, Fabio, vai  e non comprare l’Alka Seltzer!


    Fabio apre la porta per poi uscire… rimane aperta per molti secondi, poi viene sbattuta… passano tanti minuti, nel frattempo padre e  figlio continuano a discutere, questa volta hanno cambiato discorso, parlano del cinema, dei  film che hanno avuto l'Oscar…Mamma Carmela è a letto a vedere la tele. E' nervosa, Fabio ancora non torna. Così dice al figlio maggiore:


    - Silvano… vai  a vedere che fine ha fatto tuo fratello.


    Silvano scende, e mentre chiude la porta del palazzo, sente delle urla… Papà Michele si affaccia dalla finestra, dà un'occhiata in strada.


    - I figli di Valentina  non stanno in casa nemmeno quando piove!


    Sospira, richiude le imposte poi va a prendere un bicchiere di plastica per versarsi un po’ di quel succo d’ananas che gli è sempre piaciuto.


    Bussano alla porta, sì, proprio alla porta di questa famiglia… nel momento in cui Michele sta per posare le  labbra sull'orlo del bicchiere. Bussano alla porta… prima con il campanello, poi con dei pugni molto  violenti.


    - Chi è?


    - Sono io! Dai, fa’ presto apri!


    Mamma Carmela si è alzata.


    - Chi è?  Dai… apro io.


    Tutto accade in un batter d’occhio. Mamma Carmela viene subito uccisa… Michele è preso a schiaffi e pugni in faccia… poi lo afferrano per il collo della maglia e gli sbattono  la testa sul tavolo finché non muore. Gli assassini stanno per andarsene quando uno di loro si accorge del bicchiere con il succo d'ananas.


    - Aspettate… voglio berne un sorso, poi ce ne andiamo…


    - Sta' tranquillo – gli dice un complice – io intanto vado a vedere il film in camera da letto… però per stasera dovremmo finire tutto il condominio…