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in archivio dal 05 feb 2001

Eugenio Montale

12 ottobre 1896, Genova
12 settembre 1981, Milano
Segni particolari: Anch'io ho vinto il Nobel… proprio come Dario Fo!
Mi descrivo così: Ma perché continuano tutti a dire che sono un ermetico?

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  • 20 aprile 2015 alle ore 9:36
    Casa sul mare

    ll viaggio finisce qui:
    nelle cure meschine che dividono
    l’anima che non sa più dare un grido.
    Ora i minuti sono eguali e fissi
    come i giri di ruota della pompa.
    Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
    Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

    Il viaggio finisce a questa spiaggia
    che tentano gli assidui e lenti flussi.
    Nulla disvela se non pigri fumi
    la marina che tramano di conche
    i soffi leni: ed è raro che appaia
    nella bonaccia muta
    tra l’isole dell’aria migrabonde
    la Corsica dorsuta o la Capraia.

    Tu chiedi se così tutto vanisce
    in questa poca nebbia di memorie;
    se nell’ora che torpe o nel sospiro
    del frangente si compie ogni destino.
    Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
    l’ora che passerai di là dal tempo;
    forse solo chi vuole s’infinita,
    e questo tu potrai, chissà, non io.
    Penso che per i più non sia salvezza,
    ma taluno sovverta ogni disegno,
    passi il varco, qual volle si ritrovi.
    Vorrei prima di cedere segnarti
    codesta via di fuga
    labile come nei sommossi campi
    del mare spuma o ruga.
    Ti dono anche l’avara mia speranza.
    A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
    l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

    Il cammino finisce a queste prode
    che rode la marea col moto alterno.
    Il tuo cuore vicino che non m’ode
    salpa già forse per l’eterno.

     
  • Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale 
    e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. 
    Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. 
    Il mio dura tuttora, né più mi occorrono 
    le coincidenze, le prenotazioni, 
    le trappole, gli scorni di chi crede 
    che la realtà sia quella che si vede. 

    Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio 
    non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. 
    Con te le ho scese perché sapevo che di noi due 
    le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, 
    erano le tue. 

     
  • 05 ottobre 2011 alle ore 16:20
    Altro effetto di luna

    La trama del carrubo che si profila
    nuda contro l'azzurro sonnolento,
    il suono delle voci, la trafila
    delle dita d'argento sulle soglie,

    la piuma che si invischia, un trepestìo
    sul molo che si scioglie
    e la feluca già ripiega il volo
    con le vele dimesse come spoglie.

     
  • 05 ottobre 2011 alle ore 16:18
    Portami il girasole

    Portami il girasole ch'io lo trapianti
    nel mio terreno bruciato dal salino,
    e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
    del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

    Tendono alla chiarità le cose oscure,
    si esauriscono i corpi in un fluire
    di tinte: queste in musiche.
    Svanire è dunque la ventura delle venture.

     
  • 05 ottobre 2011 alle ore 16:07
    L'Arca

    La tempesta di primavera ha sconvolto
    l'ombrello del salice,
    al turbine d'aprile
    s'è impigliato nell'orto il vello d'oro
    che nasconde i miei morti,
    i miei cani fidati, le mie vecchie
    serve - quanti da allora
    (quando il salce era biondo e io ne stroncavo
    le anella con la fionda) son calati,
    vivi, nel trabocchetto. La tempesta
    certo li riunirà sotto quel tetto
    di prima, ma lontano, più lontano
    di questa terra folgorata dove
    bollono calce e sangue nell'impronta
    del piede umano. Fuma il ramaiolo
    in cucina, un suo tondo di riflessi
    accentra i volti ossuti, i musi aguzzi
    e li protegge in fondo la magnolia
    se un soffio ve la getta. La tempesta
    primaverile scuote d'un latrato
    di fedeltà la mia arca, o perduti.

     
  • 04 ottobre 2011 alle ore 22:14
    Non recidere, forbice, quel volto

    Non recidere, forbice, quel volto,
    solo nella memoria che si sfolla,
    non far del grande suo viso in ascolto
    la mia nebbia di sempre.

    Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
    E l'acacia ferita da sé scrolla
    il guscio di cicala
    nella prima belletta di Novembre.

     
  • 17 maggio 2011 alle ore 12:46
    La farandola dei fanciulli sul greto

    La farandola dei fanciulli sul greto
    era la vita che scoppia dall’arsura.
    Cresceva tra rare canne e uno sterpeto
    il cespo umano nell’aria pura.

    Il passante sentiva come un supplizio
    il suo distacco dalle antiche radici.
    Nell’età d’oro florida sulle sponde felici
    anche un nome, una veste, erano un vizio.

     
  • 06 aprile 2011 alle ore 16:36
    Perché tardi?

    Perché tardi? Nel pino lo scoiattolo
    batte la coda a torcia sulla scorza.
    La mezzaluna scende col suo picco
    nel sole che la smorza. È giorno fatto.

    A un soffio il pigro fumo trasalisce,
    si difende nel punto che ti chiude.
    Nulla finisce, o tutto, se tu fólgore
    lasci la nube.

     
  • Un vischio, fin dall'infanzia sospeso grappolo
    di fede e di pruina sul tuo lavandino
    e sullo specchio ovale ch'ora adombrano
    i tuoi ricci bergére fra santini e ritratti
    di ragazzi infilati un po' alla svelta
    nella cornice, una caraffa vuota,
    bicchierini di cenere e di bucce,
    le luci di Mayfair, poi a un crocicchio
    le anime, le bottiglie che non seppero aprirsi,
    non più guerra né pace, il tardo frullo
    di un piccione incapace di seguirti
    sui gradini automatici che ti slittano in giù…

     
  • 30 marzo 2006
    Arsenio

    I turbini sollevano la polvere
    sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
    deserti, ove i cavalli incappucciati
    annusano la terra, fermi innanzi
    ai vetri luccicanti degli alberghi.
    Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
    in questo giorno
    or piovorno ora acceso, in cui par scatti
    a sconvolgerne l'ore
    uguali, strette in trama, un ritornello
    di castagnette.
    E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
    Discendi all'orizzonte che sovrasta
    una tromba di piombo, alta sui gorghi,
    più d'essi vagabonda: salso nembo
    vorticante, soffiato dal ribelle
    elemento alle nubi; fa che il passo
    su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
    il viluppo dell'alghe: quell'istante
    è forse, molto atteso, che ti scampi
    dal finire il tuo viaggio, anello d'una
    catena, immoto andare, oh troppo noto
    delirio, Arsenio, d'immobilità...
    Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
    dei violini, spento quando rotola
    il tuono con un fremer di lamiera
    percossa; la tempesta è dolce quando
    sgorga bianca la stella di Canicola
    nel cielo azzurro e lunge par la sera
    ch'è prossima: se il fulmine la incide
    dirama come un albero prezioso
    entro la luce che s'arrosa: e il timpano
    degli tzigani è il rombo silenzioso
    Discendi in mezzo al buio che precipita
    e muta il mezzogiorno in una notte
    di globi accesi, dondolanti a riva, -
    e fuori, dove un'ombra sola tiene
    mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
    l'acetilene -
    finché goccia trepido
    il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
    tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
    le tende molli, un fruscio immenso rade
    la terra, giù s'afflosciano stridendo
    le lanterne di carta sulle strade.
    Così sperso tra i vimini e le stuoie
    grondanti, giunco tu che le radici
    con sé trascina, viscide, non mai
    svelte, tremi di vita e ti protendi
    a un vuoto risonante di lamenti
    soffocati, la tesa ti ringhiotte
    dell'onda antica che ti volge; e ancora
    tutto che ti riprende, strada portico
    mura specchi ti figge in una sola
    ghiacciata moltitudine di morti,
    e se un gesto ti sfiora, una parola
    ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
    nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
    vita strozzata per te sorta, e il vento
    la porta con la cenere degli astri.

     
  • 30 marzo 2006
    La Bufera

    La bufera che sgronda sulle foglie
    dure della magnolia i lunghi tuoni
    marzolini e la grandine,
    (i suoni di cristallo nel tuo nido
    notturno ti sorprendono, dell'oro
    che s'è spento sui mogani, sul taglio
    dei libri rilegati, brucia ancora
    una grana di zucchero nel guscio
    delle tue palpebre)
    il lampo che candisce
    alberi e muro e li sorprende in quella
    eternità d'istante - marmo manna
    e distruzione - ch'entro te scolpita
    porti per tua condanna e che ti lega
    più che l'amore a me, strana sorella, -
    e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
    dei tamburelli sulla fossa fuia,
    lo scalpicciare del fandango, e sopra
    qualche gesto che annaspa...
    Come quando
    ti rivolgesti e con la mano, sgombra
    la fronte dalla nube dei capelli,
    mi salutasti - per entrar nel buio.

     
  • 30 marzo 2006
    La Storia

    La storia non si snoda
    come una catena
    di anelli ininterrotta.
    In ogni caso
    molti anelli non tengono.
    La storia non contiene
    il prima e il dopo,
    nulla che in lei borbotti
    a lento fuoco.
    La storia non è prodotta
    da chi la pensa e neppure
    da chi l'ignora. La storia
    non si fa strada, si ostina,
    detesta il poco a poco, non procede
    né recede, si sposta di binario
    e la sua direzione
    non è nell'orario.
    La storia non giustifica
    e non deplora,
    la storia non è intrinseca
    perché è fuori.
    La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
    La storia non è magistra
    di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
    a farla più vera e più giusta.
    La storia non è poi
    la devastante ruspa che si dice.
    Lascia sottopassaggi, cripte, buche
    e nascondigli. C'è chi sopravvive.
    La storia è anche benevola: distrugge
    quanto più può: se esagerasse, certo
    sarebbe meglio, ma la storia è a corto
    di notizie, non compie tutte le sue vendette.
    La storia gratta il fondo
    come una rete a strascico
    con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
    Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
    d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
    Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
    Gli altri, nel sacco, si credono
    più liberi di lui.

     
  • Spesso il male di vivere ho incontrato:
    era il rivo strozzato che gorgoglia,
    era l'incartocciarsi della foglia
    riarsa, era il cavallo stramazzato.

    Bene non seppi; fuori del prodigio
    che schiude la divina Indifferenza:
    era la statua nella sonnolenza
    del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

     
  • 30 marzo 2006
    Non chiederci la parola

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
    lo dichiari e risplenda come un croco
    perduto in mezzo a un polveroso prato.

    Ah l'uomo che se ne va sicuro,
    agli altri ed a se stesso amico,
    e l'ombra sua non cura che la canicola
    stampa sopra uno scalcinato muro!

    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

     
  • 30 marzo 2006
    Xenia I

    Avevamo studiato per l'aldilà
    un fischio, un segno di riconoscimento.
    Mi provo a modularlo nella speranza
    che tutti siamo già morti senza saperlo.
    Non ho mai capito se io fossi
    il tuo cane fedele e incimurrito
    o tu lo fossi per me.
    Per gli altri no, eri un insetto miope
    smarrito nel blabla
    dell'alta società. Erano ingenui
    quei furbi e non sapevano
    di essere loro il tuo zimbello:
    di esser visti anche al buio e smascherati
    da un tuo senso infallibile, dal tuo
    radar di pipistrello.

     
  • 30 marzo 2006
    Il carnevale di Gerti

    Se la ruota si impiglia nel groviglio
    delle stesse filanti ed il cavallo
    s'impenna tra la calca , se ti nevica
    fra i capelli e le mani un lungo brivido
    d'iridi trascorrenti o alzano i bambini
    le flebili ocarine che salutano
    il tuo viaggio e i lievi echi si sfaldano
    giù dal ponte sul fiume
    se si sfolla la strada e ti conduce
    in un mondo soffiato entro una tremula
    bolla d'aria e di luce dove il sole
    saluta la tua grazia-hai ritrovato
    forse la strada che tentò un istante
    il piombo fuso a mezzanotte quando
    finì l'anno tranquillo senza spari.
    Ed ora vuoi sostare dove un filtro
    fa spogli i suoni
    e ne deriva i sorridenti ed acri
    fumi che ti compongono il domani;
    ora chiedi il paese dove gli onagri
    mordano quadri di zucchero dalle tue mani
    e i tozzi alberi spuntino germogli
    miracolosi al becco dei pavoni.
    (Oh , il tuo carnevale sarà più triste
    stanotte anche del mio , chiusa fra i doni
    tu per gli assenti:carri dalle tinte
    di rosolio , fantocci ed archibugi,
    palle di gomma , arnesi da cucina
    lillipuziani:l'urna li segnava
    a ognuno dei lontani amici l'ora
    che il gennaio si schiuse e nel silenzio
    si compì il sortilegio.E' carnevale
    o il dicembre s'indugia ancora?Penso
    che se muovi la lancetta al piccolo
    orologio che rechi al polso , tutto
    arretrerà dentro un disfatto prisma
    babelico di forme e di colori...)
    E il natale verrà e il giorno dell'anno
    che sfolla le caserme e ti riporta
    gli amici spersi e questo carnevale
    pur esso tornerà che ora ci sfugge
    tra i muri che si fendono già.Chiedi
    tu di fermare il tempo sul paese
    che attorno si dilata?Le grandi ali
    screziate ti sfiorano , le logge
    sospingono all'aperto esili bambole
    bionde , vive , le pale dei mulini
    rotano fisse sulle pozze garrule.
    Chiedi di trattenere le campane
    d'argento sopra il borgo e il suono rauco
    delle colombe?Chiedi tu i mattini
    trepidi delle tue prode lontane?
    Come tutto si fa strano e difficile
    come tutto è impossibile, tu dici.
    La tua vita è quaggiù dove rimbombano
    le ruote dei carriaggi senza posa
    e nulla torna se non forse
    in questi disguidi del possibile.
    Ritorna là fra i morti balocchi
    ove è negato pur morire;e col tempo che ti batte
    al polso e all'esistenza ti ridona,
    tra le mura pesanti che non s'aprono
    al gorgo degli umani affaticato,
    torna alla via dove con te intristisco
    quella che mi additò un piombo raggelato
    alle mie , alle tue sere:
    torna alle primavere che non fioriscono.

     
  • 30 marzo 2006
    La casa dei doganieri

    Tu non ricordi la casa dei doganieri
    sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
    desolata t'attende dalla sera
    in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
    e vi sostò irrequieto.

    Libeccio sferza da anni le vecchie mura
    e il suono del tuo riso non è più lieto:
    la bussola va impazzita all'avventura
    e il calcolo dei dadi più non torna.

    Tu non ricordi; altro tempo frastorna
    la tua memoria; un filo s'addipana.

    Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
    la casa e in cima al tetto la banderuola
    affumicata gira senza pietà.
    Ne tengo un capo; ma tu resti sola
    nè qui respiri nell'oscurità.

    Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
    rara la luce della petroliera!
    Il varco è qui? (ripullula il frangente
    ancora sulla balza che scoscende...).
    Tu non ricordi la casa di questa
    mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

     
  • 30 marzo 2006
    Forse un mattino

    Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
    arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
    il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
    di me, con un terrore da ubriaco.

    Poi, come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
    alberi, case, colli per l'inganno consueto.
    Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
    tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

     
  • 30 marzo 2006
    Felicità raggiunta

    Felicità raggiunta, si cammina
    per te sul fil di lama.
    Agli occhi sei barlume che vacilla
    al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
    e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

    Se giungi sulle anime invase
    di tristezza e le schiari, il tuo mattino
    è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
    Ma nulla paga il pianto di un bambino
    a cui fugge il pallone tra le case.

     
  • 30 marzo 2006
    La belle dame sans merci

    Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano
    le briciole di pane che io gettavo
    sul tuo balcone perchè tu sentissi
    anche chiusa nel sonno le loro strida.

    Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due
    e il nostro breakfast gela fra cataste
    per me di libri inutili e per te di reliquie
    che non so: calendari, astucci , fiale e creme.

    Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato
    sui fondali di calce del mattino;
    ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco
    soffocato è il bagliore dell'accendino.

     
  • 30 marzo 2006
    Mia vita

    Mia vita, a te non chiedo lineamenti
    fissi, volti plausibili o possessi.
    Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
    sapore han miele e assenzio.

    Il cuore che ogni moto tiene a vile
    raro è squassato da trasalimenti.
    Così suona talvolta nel silenzio
    della campagna un colpo di fucile.

     
  • 30 marzo 2006
    In limine

    Godi se il vento ch' entra nel pomario
    vi rimena l' ondata della vita:
    qui dove affonda un morto
    viluppo di memorie,
    orto non era, ma reliquario.

    Il frullo che tu senti non è un volo,
    ma il commuoversi dell' eterno grembo;
    vedi che si trasforma questo lembo
    di terra solitario in un crogiuolo.

    Un rovello è di qua dall' erto muro.
    Se procedi t' imbatti
    tu forse nel fantasma che ti salva:
    si compongono qui le storie, gli atti
    scancellati pel giuoco del futuro.

    Cerca una maglia rotta nella rete
    che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
    Va, per te l' ho pregato, - ora la sete
    mi sarà lieve, meno acre la ruggine...

     
  • 30 marzo 2006
    I limoni

    Ascoltami, i poeti laureati
    si muovono soltanto fra le piante
    dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
    Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
    fossi dove in pozzanghere
    mezzo seccate agguantano i ragazzi
    qualche sparuta anguilla:
    le viuzze che seguono i ciglioni,
    discendono tra i ciuffi delle canne
    e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

    Meglio se le gazzarre degli uccelli
    si spengono inghiottite dall' azzurro:
    più chiaro si ascolta il susurro
    dei rami amici nell' aria che quasi non si muove,
    e i sensi di quest' odore
    che non sa staccarsi da terra
    e piove in petto una dolcezza inquieta.
    Qui delle divertite passioni
    per miracolo tace la guerra,
    qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
    ed è l' odore dei limoni.

    Vedi, in questi silenzi in cui le cose
    s' abbandonano e sembrano vicine
    a tradire il loro ultimo segreto,
    talora ci si aspetta
    di scoprire uno sbaglio di Natura,
    il punto morto del mondo, l' anello che non tiene,
    il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
    nel mezzo di una verità
    Lo sguardo fruga d' intorno,
    la mente indaga accorda disunisce
    nel profumo che dilaga
    quando il giorno più languisce.
    Sono i silenzi in cui si vede
    in ogni ombra umana che si allontana
    qualche disturbata Divinità

    Ma l' illusione manca e ci riporta il tempo
    nelle città rumorose dove l' azzurro si mostra
    soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
    La pioggia stanca la terra, di poi; s' affolta
    il tedio dell' inverno sulle case,
    la luce si fa avara - amara l' anima.
    Quando un giorno da un malchiuso portone
    tra gli alberi di una corte
    ci si mostrano i gialli dei limoni;
    e il gelo del cuore si sfa,
    e in petto ci scrosciano
    le loro canzoni
    le trombe d' oro della solarità.

     
  • Meriggiare pallido e assorto
    presso un rovente muro d' orto,
    ascoltare tra i pruni e gli sterpi
    schiocchi di merli, frusci di serpi.

    Nelle crepe del suolo o su la veccia
    spiar le file di rosse formiche
    ch' ora si rompono ed ora s' intrecciano
    a sommo di minuscole biche.

    Osservare tra frondi il palpitare
    lontano di scaglie di mare
    mentre si levano tremuli scricchi
    di cicale dai calvi picchi.

    E andando nel sole che abbaglia
    sentire con triste meraviglia
    com' è tutta la vita e il suo travaglio
    in questo seguitare una muraglia
    che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

     
  • Gloria del disteso mezzogiorno
    quand' ombra non rendono gli alberi,
    e piú e piú si mostrano d' attorno
    per troppa luce, le parvenze, falbe.

    Il sole, in alto, - e un secco greto.
    Il mio giorno non è dunque passato:
    l' ora piú bella è di là dal muretto
    che rinchiude in un occaso scialbato.

    L' arsura, in giro; un martin pescatore
    volteggia s' una reliquia di vita.
    La buona pioggia è di là dallo squallore,
    ma in attendere è gioia piú compita.