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Autore

Fabrizio La Barbera

in archivio dal 13 gen 2006

09 maggio 1966, Firenze

28 gennaio 2006

Addio all'università...

Intro: Un racconto divertente e pungente sulle vicissitudini di uno studente alle prese con il primo esame universitario. Forse, un po' per divincolarsi da una domanda difficile e un po' per atto di protesta, provoca una micro rivoluzione/reazione a catena. Scoprite come...

Il racconto

In ogni caso, arrivò il momento di dire la mia, a primavera inoltrata.

Il giorno che finalmente chiamarono il mio nome fu un colpo. L’emozione mi prendeva alla gola. Il primo esame, dicono, non si scorda più, hanno ragione. Stavo sulla soglia dell’aula, a sbirciare come andava agli altri e a ripassare facendo l’indifferente un paio di capitoli che non m’entravano in testa. Feci finta di nulla anche allora io, sul momento. De Riva stava a chiacchierare fitto all’inpiedi con uno dei suoi cocchi e credevo quindi di avere tutto il tempo per finire le mie orazioni prima della battaglia.

Mica era così, però, mi sbagliavo. “Berberi!”, ripeterono con aggressività.

Per esaminatore m’era toccato un assistente, una faccia da sbirro amministrativo come se ne incontrano, fatevi un giro, in tutto ciò che è pubblico ed anche privato oramai. Scaravilli, si chiamava ‘sto precario. Non aveva manco trent’anni e troppa merda doveva ancora ingoiare per rincorrere la carota di una cattedra tutta sua. Cominciava forse solo allora a sospettare, a costruirsi un minimo dubbio che la sua preparazione, il suo essere ligio fino al ridicolo, non sarebbero bastate per issarlo su fino al cuore del mangiafuoco capo del divertimento, il Magnifico, che se ne stava chiuso nella cabina di manovra con sulla porta il cartello “vietato l’ingresso ai non addetti”. Quello gli faceva allora un po’ rabbia: pischello com’era, si credeva “addetto” lui stesso! Il cane da guardia ideale del potere, insomma.

Non mi guardò neppure quando gli porsi il mio libretto, ancora immacolato. A saperlo, pensai, avrei potuto mandare qualcun altro al mio posto, se avessi conosciuto quel genere di persona, beninteso, disposta per di più a farlo gratis.

Mentre lui era impegnato con gli adempimenti burocratici, io tenevo comunque gli occhi addosso al professore. Non ne perdevo niente delle sue mosse, tentavo perfino di leggerne il labiale visto che seguitava a complottare col suo chierico, in tutto e per tutto alle mie spalle, secondo me. Perché non era lui a valutarmi? In fin dei conti avevo seguito le sue lezioni, apprezzando pure due o tre cosette pescate tra le dritte che ci forniva pavoneggiandosi come una regina di Rio, ad esempio quando aveva affermato il primato dell’economia sulla politica, e quello del lato oscuro, ambiguo e irrazionale dell’essere umano, sulla stessa economia. Mi sentivo perfino in grado di svilupparla una teoria del genere, se stimolato a dovere. Invece niente, eccomi là, trattato da seconda o terza scelta senza nemmeno una parola di spiegazione. Mi sentivo ferito nel mio amor proprio. Ero giovane.

Lui, l’assistente, m’attacca allora con una domanda circa gli effetti microeconomici della rivoluzione industriale inglese sui vecchi imperi del tempo, niente di meno, i turchi e gli austroungarici dell’epoca di ceccopeppe, voleva gli facessi un quadro della situazione intorno al 1910.

Era vero che non mi sarei augurato di meglio io, alla vigilia, che di restarmene sulle generali, se proprio dovevo immaginarmela a me più favorevole la prova, ma oramai l’avevo presa per storto e quel tipo di quesito finì d’indignarmi. Devo spiegare che mentre lui m’intervistava su quegli eventi fantastici, in Gran Bretagna la regina Margaret gli aveva già fatto spuntare i boccoli agli inglesi, a partire dai minatori, i più tosti, e poi messo giù chiaro al resto dei sudditi di Sua Maestà come le intendeva lei le cose, mostrando contemporaneamente la via agli altri principi azzurri. L’America, la moderna, si era già mossa per impastarla ancora meglio la restaurazione. Mi chiedevo se lui, l’assistente che certe cose doveva studiarle per mestiere, se ne rendeva conto di quello. Volevo saperlo a tutti costi, subito, prima di rispondere a qualsiasi domanda, quale era la sua posizione. Poi, se proprio ci teneva, avremmo potuto metterci a contare insieme i marenghi nelle saccocce dei trisavoli, ma solo dopo questo, con comodo.

Anziché rispondere, mi lanciai in una specie di comizio: “L’Inghilterra? Ma andiamo! La Belle Epoque? - cominciai così. “Si, se ne può pure parlare. E’ Storia. Ma forse è il caso guardare un po’ meglio all’attualità. La nuova politica dei Tories inglesi, per esempio. A proposito di effetti…”.

Lì per lì mi lasciò parlare. Questo m’incoraggiò.

“E’ la riscossa dei ricchi, - lo provoco – e proprio adesso, mentre parliamo, niente di buono né per te né per me, ci puoi scommettere il dottorato!… Là nelle loro torri d’avorio, preparano il pacco. Sicuro! L’arte sta nel convincere il garzone d’essere il padrone del negozio, dell’intero magazzino. Così non ruberà più, e se ruberà sarà a maggior gloria del ladrone capo. La rivoluzione industriale dicono loro, il capitalismo rapace, e poi il socialismo, e quindi l’evoluzione socialdemocratica, il welfare, e tante belle cose. Per dimostrarci dati alla mano che le cose sono cambiate! Non ci bastonano quasi più del resto, è vero, e ci mandano pure a scuola fino a vent’anni. Niente più militare, se proprio non ne hai voglia. Però, il figlio di Ambrosi lo interroga De Riva, e pure il giovane Siniscalchi… Gli stessi nei consigli d’amministrazione e nelle ribellioni vittoriose, gli stessi! Tutti artisti e filantropi, i miliardari oggi giorno, reciterebbero qualsiasi parte pur di non sembrare troppo cattivi. Intanto ai piani nobili si fanno le parti come al solito, quelle vere, e aspettano che attacchi la banda per scendere fra noi a tagliare il nastro della nuova università…”.

Mi pareva di stare a proferire cose importanti, mi ci infervoravo, gli avevo afferrato l’avambraccio e lo tenevo fermo perché mi stesse a sentire bene prima di dirmi lui la sua opinione. Non avevo dubbi, che in fin dei conti stavamo dalla stessa parte della barricata. Per via dell’età e dell’evidenza della situazione. “Dì! Quanto ti pagano a te, per stare qua? Ecco la prova! Ti lasciano la catena che basta a mordere me, ma non per salire di sopra a dare davvero un’occhiata…Non è così? Parla tu.”.

“Io la boccio!”, ecco che mi ha risposto il garzone. “Lei… mi lasci il braccio! Si vede bene che non ha studiato, che forse nemmeno l’ha aperto il libro! e ora cerca di fare il furbo. Le capisco io certe cose. Ma sia serio! Se ci riesce… Cosa crede di fare? Non siamo qui a perdere tempo!”.

Mi dava del lei lo stronzo, per rimarcare la distanza fra di noi.

Ritenendo di avermi sistemato secondo i miei meriti così su due piedi, volle approfittare dell’occasione per collaudarsi, già che c’era, l’altra faccia magnanima, quella del buon educatore che desiderava diventare.

“Per questa volta, vada pure, aggiunse, non scrivo niente. E’ il suo primo esame e non voglio rovinarle subito la media… Però, che impari almeno, da oggi. Qui si viene per ricevere un istruzione superiore, non per fare il buffone. Vada adesso e buona fortuna.”.

Io, per quanto avessi oramai anch’io il dubbio d’aver esagerato, m’ero spinto però troppo in là per cedere così. Avevo una coda che non voleva proprio saperne di ritornarsene tra le gambe all’epoca. Orgoglio da saputello ventenne. Non era una furbata, la mia.

“Voglio essere interrogato dal professore.”, affermai solennemente.

Quella era un’insubordinazione bella e buona, davvero inaccettabile. L’espressione benevola che pure aveva assunto dopo avermi mezzo strapazzato scomparve. Diventò tutto rosso.

“Ma questo! Proprio non è possibile. Il professor De Riva, mi pare ovvio, non può mica occuparsi lui di tutto. Per quanto sia poi uno dei più presenti, ma appunto perciò, io e altri siamo qui proprio per sollevarlo da alcune delle incombenze… Se lei intende evocare – disse così evocare – per se un altro esaminatore, può fare ricorso, motivandolo, si capisce. Ma da qui a pretendere! Parte con il piede sbagliato, amico mio, è tutto quello che posso dirle. Non è certo lei a decidere, sia chiaro questo!”.

Non gli risposi neppure, mi misi invece a cercarlo, il professore, con lo sguardo, ma non era più dove l’avevo lasciato. Mi sembrò d’altra parte d’intravedere la sua coccia pelata mentre sottobraccio ad uno studente guadagnava l’uscita. Si voltava di tanto in tanto il luminare, un paio di volte in tutto, come quando ci si allontana dal luogo d’un incidente. Lo chiamai a gran voce: “Professore! Heu, professore!…”.

Non mi intese, oppure fece finta, non lo so. Di certo Scaravilli reagì male a quel tentativo, evidentemente per la figura che avrebbe fatto con il Maestro se avesse dimostrato così davanti a tutti di non essere in grado di gestire la mia miserabile pratica. Mi richiamò secco all’ordine, come si farebbe con un bambino che monta su una sedia per rubare una fetta di torta dal centro della tavola. Me ne fregavo io però dei suoi problemi a quel punto, ne avevo abbastanza dei miei. Avevo tutta l’intenzione di rincorrerlo il De Riva, prima che imboccasse la porta per chiedergli senza mezzi termini di tornare sui suoi passi e starmi a sentire che ce n’avevo di cose da dirgli.

Ahimè… Non la vedevo già più la nostra fulgida guida, s’era defilato nella confusione che intanto era montata alle mie spalle fra i compagni di studio che pure s’erano appassionati alla disputa. Non mi ero neanche accorto di quanto si fossero fatti sotto mentre polemizzavo con l’assistente. Non si trattava soltanto delle matricole come me, a loro s’erano aggregati laureandi a cui mancavano un pugno d’esami, fuori corso imbiancati, precari prossimi alla quiescenza, tutti con il loro veleno lungamente distillato. A guardarli mettevano quasi paura quelle intelligenze, ma più ancora facevano venir voglia di suicidarsi. Mi davano d’altra parte ragione loro, citando a riprova diecimila e più torti subiti dal giorno che avevano consegnato il diploma in segreteria. Era ora di dire basta, dicevano pure, era matura.

Avrei dovuto rallegrarmene forse del loro supporto ma, mi rendevo conto, si trattava piuttosto di una reazione al ventilato aumento delle tasse d’iscrizione, nonché alle voci di numero chiuso che avevano preso a circolare. Nient’altro che un casus belli d’occasione ero. La Storia ne è piena di esempi del genere, quasi quanto i cimiteri e le galere.

Ne arrivavano di belli forti da quella parte, del resto, di commenti acidi, e intimazioni parecchio più drastiche delle mie che però avevo ancora il vantaggio di avere a disposizione una specie di tribuna. Oramai che c’ero, volevo approfittarmene fino in fondo. Non sono cose che capitano spesso.

“Dov’è il professore? – gridavo quasi per farmi sentire in mezzo al clamore – sentiamo lui cosa ne pensa… E’ un radicale, no? O un comunista?… Venga a dirci la sua, una buona volta, faccia a faccia!”.

Scaravilli, quanto a lui, ormai era in barca. Di fronte all’imprevisto si scioglieva a vista d’occhio alla velocità di un sorbetto in spiaggia. Non aveva ancora il polso che ci vuole con i tipetti polemici del mio genere, troppo aveva da imparare da quel lato, metteva chiaramente a rischio il blasone accademico che pur con tutte le sue magagne rappresentava fisicamente. Invece di affrontare di petto la situazione, farfugliava tra il losco e il brusco ridicole minacce sul conto del mio libretto universitario, che per la verità teneva ancora stretto in pugno. Ci sarebbe voluto in quel momento ben altro carattere. La sua palese debolezza, insomma, finiva per aizzare gli animi peggio d’un pezzo di fica.

La folla, studenti e precari, sono tutt’uno nel ribollire, nel spingersi, nel pretendere spazio vitale a quel punto, è la natura umana. Iniziarono con l’accapigliarsi su ogni parola, a dividersi fra chi la voleva cruda e chi cotta la cuccagna, poi, dopo aver spaccato il capello in sedici, ritrovarono miracolosamente l’unità per avanzare minacciosi. Esigono, lo affermano chiaro e tondo, che si faccia giustizia sommaria, una buona volta, delle graduatorie ministeriali, dei Baroni, della Scienza stessa…

In un ba, senza quasi accorgercene, eravamo arrivati ad un passo dalla rivolta. Scaravilli, si vedeva, pallido come un cadavere, cominciava a temere per la sua incolumità fisica ed anche l’ultimo simulacro di carisma che s’intestardiva a trattenere lo abbandonò di colpo, lasciandolo nudo in mezzo ai lupi. Gridò che non voleva più saperne di noi, degli esami, arrivò a rinnegare De Riva, che il Rettore lo perdoni! Lo gridava ai quattro venti, per la verità.  Si alza e le sue carte volano per aria come piume…

Sembrava essersi completamente dimenticato di me, del mio esame, e provai a richiamarlo indietro. Tutto insieme mi dispiaceva che finisse così, non ho mai amato stravincere. Cavallerescamente, gli offro di passare, lui precario, dalla nostra parte.

Si è voltato verso di noi allora Scaravilli, guarda al nostro mucchio selvaggio ancora esitante come non sapesse decidersi, sospeso in mezzo al dilemma come a un gancio di macelleria, scoraggiante, fa un passettino verso la porta e lì si blocca. Allarga le braccia rassegnato. Che se ne vada al diavolo, alla fine! Un libro, un trattato di mille pagine con la copertina rigida, attraversa volando il salone, io faccio appena in tempo ad abbassare la testa, lo colpisce ad una coscia… E’ troppo per lui! In un attimo ci mostra le terga e se la da a gambe.

Dovette intervenire l’usciere per sedare gli animi che s’erano a un tratto incattiviti. Non fece complimenti, anzi! Me ne accorsi per primo. Mi sloggiò dal mio piccolo pulpito con semplicità, afferrandomi per il collo della giacca mentre ancora stavo a blaterare non so che. Poi gli bastò una spintarella e mi ritrovai in mezzo ai colleghi.

Oh, non fu brutto sul momento. Per un bel po’ di secondi i compagni mi accolsero come una specie di eroe. Pacche sulle spalle, incoraggiamenti, proposte… Il mio numero aveva fatto impressione! Potevo starne certo, anche se non era nelle mie intenzioni l’aver scatenato quello scandalo. Me ne guardava bene però in quel momento dal precisarlo. Ero circondato da una solidarietà, direi un affetto, che mi sembravano genuini. Me la godevo, insomma.

Manco a dirlo mi mescolai a loro, a quei nuovi fratelli, con leggerezza e il sorriso sulle labbra. Si può parlare adesso di un vero evento perché fu la prima e unica volta in vita mia.

Era una bella giornata di maggio, è il bel tempo che fa sbocciare le rivolte giovanili, uscimmo quindi all’aperto tutti assieme, io trasportato dal loro entusiasmo attraverso i corridoi della Facoltà, mentre altri studenti, dei mattacchioni, si calavano dalle finestre per unirsi più alla svelta al corteo. Bisognava assolutamente esserci! L’intero ateneo ci apparteneva!…

Per cominciare ci riuniamo in assemblea permanente di fronte l’ingresso dell’Aula Magna, sotto la statua della Minerva. E’ allora che uno spiritoso si è arrampicato per tastarle le zinne di marmo alla dea guerriera. Uno scroscio di applausi celebra il bel gesto. C’erano pure fra noi in quei giorni, me lo ricordo, le vestali del gruppo di studio femminile che s’erano aggregate anima e corpo alla causa, ‘ste monache mancate. Mica facevano le scontrose, non più. Lì strappavano ridendo le pagine del libricino degli appunti e ne ricavavano barchette, cappellini sfiziosi per i quali, secondo loro, valeva senz’altro la pena azzuffarsi. Si scoprivano tutto insieme ambizioni modaiole, le ex femministe. Sembravano prendere il volo quei loro berretti, tanto si sdilinquivano in aria alla minima folata di vento, non era facile perciò riacchiapparli una volta che prendevano l’abbrivio. Li vendevano su dei banchetti improvvisati, insieme a prodotti naturali che le madri avevano scovato nel Punjab e sul Piccolo Atlante, a prezzi d’artista.

Alla fine sono stati gli skateboarders scesi dal Pincio che gliele hanno rovesciate le bancarelle, così per scherzo, con le loro tavole imbizzarrite. Stupivano ancora un po’ loro (non durerà) con i caschetti fuxia, le ginocchiere coloro cane che fugge… Chissà come avevano attraversato l’Oceano, ed ora eccoli serfare l’asfalto dei viali dell’università a velocità paraboliche, strappando sguardi d’ammirazione tra il pubblico femminile. Gli acrobati, si sa, sono sempre belli, veloci, sono colorati… Alla lunga diventa difficile riuscire a distinguerli, salvo qualcuno, più intraprendente, che ci ha anche montato, sulla tavola, una piccola vela.

Mi muovevo in quell’euforia anch’io come una zanzara, saltando da una parte all’altra per non perdermi niente. Tutto ciò che era sperimentale vent’anni prima lo era di nuovo, solo un po’ cambiato. Eravamo nuovi pure noi del resto. E allora dagli con l’Arte di tutti! La rassegna di pellicole cubane! Le capirinhas a prezzo politico!… E che notti! Ragazze! Promiscuità militanti, mica uno scherzo!…

Sul più bello della festa, proprio quando bisogna ad ogni costo tenere su l’allegria degli invitati, finì che eravamo tutti oramai un po’ a corto d’idee, a furia di botte di stranezza c’eravamo spompati, il cinema non bastava più, e neppure il living theatre, si ricominciava ad annoiarsi. Più o meno sottovoce ci fu chi propose addirittura di sbaraccare e ritirare fuori i libri. Panico! A nessuno, è normale, gli andava di dirsi che era già finita. Fu uno studente di legge, pare che di notte facesse il disc jockey al Veleno, a salvare la situazione. Ci regalò un paio di settimane con la sua iniziativa. 

Di nuovo eravamo tutti eccitati da non dire. Eccola, miss Giurisprudenza, che scende la scalinata in pompa magna, vestita di porpora e oro già che siamo a Roma. Appena eletta tra un elite di quaranta aspiranti, la scortano dodici cicisbei tutti figli di principi del foro. Offrono, gli atletici laureandi, i loro corpi splendidi per proteggerla dagli autonomi che la insultano, ‘sti moralisti, dandole della “zoccola borghese”. Fortuna vuole che li annichiliscono di frivolezza a quei quattro gatti.

Lei, la micia, superato lo spavento, vorrebbe essere di tutti a giudicare da come c’invita, almeno così pare. Sfoggia, mentre scende tra noi, il suo sorriso da guerra, e non basta, si strofina ai più vicini, strizza l’occhio ai meno fortunati che cercano di farsi largo coi gomiti… A dirla tutta, lussureggia come una bajadera, ‘sta troietta, e ci aspettiamo, noialtri, che ci spiattelli le Indie quando scopre una spalla, in effetti, non le facciamo mancare niente riguardo all’incoraggiamento più o meno grossolano. All’ultimo momento però, ecco che sono venuti a proporci d’acquistare un certo biglietto! E’ lo studente di legge che raccoglie i soldi, s’è scoperto magnaccia dalla mattina alla sera e gentilissimo ci spiega che, se vogliamo il resto, ha organizzato lui stasera stessa al Radio Kasbah. Per trenta carte abbiamo diritto ad una consumazione mentre lei, la miss, danza una versione techno dei sette veli. Quella sfilata serviva appunto a promuovere lo spettacolo. Subito trecento minchioni aspiranti al califfato gli si sono fatti intorno coi soldi in bocca. Un successo.

Non mi andava a me d’infilarmi in quella ressa, ma tentai lo stesso di baciarla a miss Giurisprudenza, quando me la ritrovai vicino, era una bellona con degli occhi scuri da cavalla, e cercai proprio con lei di riprendere il filo del mio bel discorso, la medesima eloquenza, la gestualità fascinosa. In fondo avevo avuto un ruolo nell’inizio dell’occupazione, glielo segnalai, nel caso le fosse sfuggito. Tiravo, insomma, a non pagare. Lei però non mi capì granché. Manco per sogno. Il suo ragazzo, la cui idea di moderno era sgobbare in palestra, qualcosa di più. Prudentemente mi defilai.

Ero perplesso e me ne sarei pure andato, ma dove? Non avevo le trenta carte che ci sarebbero volute per seguitare la mia avventura by night e l’università era sempre una buona risposta se qualcuno m’avesse chiesto cosa facevo nella vita. Dovevo in quei momenti lì avere un’aria abbastanza spaesata, specie perché gli skateboarders non smettevano di girarmi intorno, di farmi il verso. Alcuni, parlandomi inglese, m’indicarono con entusiasmo americano una street in discesa in fondo alla quale c’era pur sempre un lavoro. Dovevo soltanto, secondo loro, tenermi al passo con i tempi, se possibile precederli, i tempi, anche solo d’una mezz’oretta. Consigli, insomma. Li spintonai via, naturalmente, e ne feci ruzzolare un paio fin dove potevano arrivare con il loro ottimismo idiota. Così imparavano! a prendermi per il culo! Come ce l’avessero soltanto loro, la gioventù…

Nello slancio di quest’altra mia piccola ribellione mi ritrovai per un attimo, non so come, nel bel mezzo dello “zoccolo duro”. Confermarono, quelli del Collettivo, che mi tenevano d’occhio da tempo. Estremamente seri, parlando tra le barbe mi dissero “bravo!” e mi confidarono che non gli piacevano neanche a loro i mangiapanini a rotelle. M’offrirono pure seduta stante la candidatura al Consiglio: un affare, mi fecero capire. Quelli del Fronte, del resto, i fascisti, per essere giusti, uguale identico, meno gentili e meno freddi loro. M’era in ogni caso già capitato di conoscerli gli uni e gli altri, bazzicarli già al liceo, ringraziai, ma gli dissi che per me pari erano, e che tutti assieme potevano andare a farsi fottere da un prete, che non m’interessava la politica a me, s’erano creduti male.

Smisi all’istante di stargli simpatico, evidentemente, ma mi lasciarono andare per quella volta, senza brutalità. In fondo mi rivelavo un qualunquista ai loro occhi, un piccolo borghese, o peggio ancora, scava scava, una specie d’anarchico.

Bisognò tuttavia riconoscere da mille segni che oramai era finita. Già quando arrivò il tempo di andarsene in vacanza chi ha potuto è comunque partito, andava tantissimo il Messico quell’anno, e poi dopo gli altri le prime piogge li hanno convinti a ritornarsene al coperto, fra i banchi, a tentare di ricavarsi un posticino nelle gerarchie future. Hasta a la victoria, insomma, o per dirla come è, hasta a la proxima… I portoni dell’Ateneo di nuovo ben chiusi, e protetti anche dall’aumento, confermato, delle tasse universitarie.

Sono rimasto fuori io, per strada. Cominciava a far freddo. In tasca non avevo un soldo. La disoccupazione pure lei, ‘sta bestia, stava appunto finendo di prendere le misure per cucirmi addosso il suo cappotto.

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