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in archivio dal 05 dic 2012

Filippo Violi

01 agosto 1970, Crotone - Italia
Segni particolari: Fiori del male..
Mi descrivo così: Adoro graffiare con la penna e parlare d'amore facendo la guerra....

elementi per pagina
  • Come comincia: Ho voglia di distrarmi compiutamente. Annoto come sempre gli impegni di giornata. Il lavoro mi obbliga a svolgere un ruolo di maschera sul parterre della sala Borsellino.  Tutti gli uffici interni della provincia sono pronti. Allineati. I vivisezionati chiamati dai propri dirigenti a partecipare sembrano spaventapasseri più che belle statuine. In fila. Distinti. Superbi possessori, dotati di cartellino plastificato. Matricole orgogliosi ogni mattina di “strisciare”. Pettinati, lucidati a pennello, si sentono premurosi di compiacere ai propri superiori con stupide presenze di giornata. E’ venuto il momento di somministrare anche per loro il software pagato profumatamente e messo a disposizione gratuitamente dalla Regione Calabria. Prima i comuni ora gli enti terzi. Che bello! Sapere che forse un giorno, nel lontano 2150, tutti insieme, compiutamente, appassionatamente, saremo in grado di gestire i procedimenti amministrativi delle attività produttive sotto un’unica divisa. Sotto un’ unica “lente” ottica. Sotto un unico “ombrello” informatico. Sotto un’unica “piattaforma” digitale quale base di lancio di questa piccola regione sospesa tra l’Iliade e l’Odissea. Campata in aria. Immersa nelle viscere di questa lurida terra. Zeppa di muffa. Truffa. Parassitismo ed evasione fiscale.
    Non c’è da essere soddisfatti, i livelli di guardia sono travalicati. I tempi corrono e ci indicano un  lavoro che non c’è più. Non esiste più. La guerriglia annota come sempre gli indici di riferimento economici di giornata. E’ un logorio senza fine. Compresi i tre milioni di sfiduciati salgono a sei milioni gli inattivi. E circa duecento milioni di disoccupati in tutto il mondo. Europa Unita. E uniti contemporaneamente senza lavoro a Madrid come a Roma così ad Atene. La BCE scopre la disoccupazione e dà consigli per aumentarla. Riduzione dei disavanzi pubblici e riforme strutturali. Congelamento dei salari. Arretramento dei consumi. La fame va curata in pratica riducendo il cibo. Il bollettino n° 72 della Banca D’Italia è inequivocabile. Crolla di tutto e anche l’export arranca. Ultimo baluardo di difesa per lo stato di salute del Paese - Italia.  Manca poco agli ultimi dettagli. Siamo ai titoli di coda. Dopo l’eutanasia non resta che l’estrema unzione. E mentre nei salotti di Montecitorio si scambiano le figurine per un’immaginetta da regalare al Quirinale,  il D.E.F è quasi pronto.  In arrivo da Bruxelles con posta prioritaria. Sulla parte delle entrate il solito libro dei sogni. Sulla parte delle uscite più sangue che lacrime. Il paese si avvia ad arrivare alla fatidica data del 2015, quando entreranno a regime le regole  del Fiscal Compact, più che a stento già da morto. Bisogna darsi una alternativa diversa. Migliore. Una alternativa di lotta  rispetto all’annuncio di una sconfitta perenne. Che a volte diventa una morte accertata. Tutto procede secondo copione. Il funerale del capitalismo come costume vuole lo paga la povera gente, il popolo.. Questo lungo processo di  “rinascita” e restaurazione complessiva dell’economia capitalistica iniziato da 5 anni lascerà per strada morti e feriti, tanti, come in guerra. E’ la regola principale e universale di monsignor capitale: quando c’è crisi c’è sovrapproduzione. Bisogna mandare al macero gli eccessi di capitale. Fabbriche, macchinari e persone. La morte perde ad un tratto il suo carattere di fatalità per diventare un fattore di razionalizzazione di costi. Bisogna razionalizzare, distruggere a limite pianificare in un ottica di bombardamento. Chimico o politico ed economico tanto non fa differenza. Ponti, strade, ferrovie, ospedali, scuole, la loro distruzione non è più una questione di effetti collaterali ma di rinascita e convergenza. Ma perché distruggere capitale in eccesso così con il rischio atomico anche per le classi dominanti quando la guerra di distruzione dei settori e dei servizi dello stato sociale è entrata in tutte le case con le politiche di austerità imposti dalla Troika? Il sangue c’è ma non si vede. Si possano comprare i giornali o accendere i televisori e tutto sembra procedere a meraviglia senza vedere segnali di fumo nero all’orizzonte. I morti e i feriti ci sono lo stesso, ma non si vedono. Un modo “dolce” e chirurgico per eliminare tutto ciò che è sovraproduttivo ed in eccesso.
    Non ci sarebbe altro da aggiungere se solo ci fosse stato in quest’anni qualcuno che avesse vissuto l’urgenza di recuperare tutta una memoria storica, prima calpestata poi volutamente perduta, sul disfacimento del sistema Italia che ha la sua origine storica nello smantellamento del patrimonio pubblico, deciso una sera di 20 anni fa da un branco di idioti e criminali a piede libero, sospesi su un panfilo a mare…Un branco di matti che ha guidato e continua a guidare il paese come un treno diretto al precipizio. Ed ora ci obbligano ad attraversare un deserto senza borraccia. E’ da lì che dobbiamo iniziare a certificare la realtà di oggi dove, per sollevare questa  spirale negativa, recessiva e deflattiva, si continua ad iniettare veleno tossico, liquido contaminato, nei circuiti bancari e finanziari, contagiando sistemi e apparati di tutto il mondo. Asset inflation da casinò-economy. Anche i beni di rifugio per eccellenza sembrano svampiti, snaturati. Vengono scambiati al mercato nero come fossero papavero, pepe nero o tabacco. Mentre i bollettini di guerra emessi dalle stazioni di servizio sono lì a descrivere una realtà diversa dalle stupide euforie di borsa e ubriacature senza alcol per il decimo mese di rialzo. Dove si continua a badare solo agli acquisti diretti in Borsa di azioni e fondi immobiliari e ad iniettare massicce dosi di quantitative easing per la gioia dei vampirismi finanziari.. Impietosi però come sempre i bollettini non fanno una piega a descrivere una realtà produttiva ed economica che accompagna coi numeri  questo Paese indietro di 30  anni. Differenza unica e sostanziale sta nel fatto di non essere più governati da uno Stato e da una moneta sovrana…I debiti di guerra verranno pagati a costi umani. E con una moneta non più nostra, detenuta da altri. Un ricettario infame di sacrifici sociali oltre che idiota dal punto di vista economico ci obbligherà  a fare due conti con l’acqua e col pane. In una spirale senza fine che vedrà chi lavora guadagnare sempre di meno, chi consuma spendere sempre di meno, chi produce vendere sempre di meno. E chi starà fuori da questo circuito deprimente gli saranno dati  i gradi di potenziale delinquente..
    Chi scrive oggi denunciando fatti e autori, passati e presenti, rendendo visibile ciò che non sarà possibile altrove, nei testi scolastici o nelle testate giornalistiche, portando alla luce frammenti di discorsi storici, economici, filosofici oltre che politici su gravi responsabilità, comincerà a contribuire a dare egemonia di pensiero a un sapere storico di lotta popolare ridotto oramai a lumicino.
    Siamo all’inverosimile vivente in un piano inclinato. Mentre i superbi dipendenti pubblici compilano il test d’ingresso al corso di giornata, annotiamo nel nostro diario di bordo una sparatoria avvenuta in pieno giorno, con un sole accecante, sul piazzale del tribunale di Crotone. Come sempre pronti e vigili sul campo di battaglia distinguiamo le realtà che ci circondano. E che inesorabilmente ci sovrastano. Euforie di borse, accordi commerciali e scambi in yuan tra giganti asiatici, pignoramenti per conti terzi sanciti dal decreto “salva” Italia, suicidi per effetti economici collaterali, e piccoli tentativi di omicidi tra semplici canaglie locali. Ci immergiamo come sempre. E affannosamente tratteniamo il vomito più che il respiro. Siamo vittime predestinate di questa realtà che ci appartiene. E siamo anelli di una catena burocratica di montaggio. Deteniamo il dono dell’ubiquità. Combattiamo contemporaneamente tre guerre locali. Distanti ma non diverse l’uni dalle altre. L’oggetto del contendere è sempre lo stesso. Il lancio in orbita regionale della piattaforma informatica. Le nostre forze di liberazione dispiegate sul campo di battaglia sono piuttosto esigue, ma agguerriti come sempre. Una guerriglia senza fine. Senza patria né bandiera. Che non demorde mai. E quando può colpisce senza preavviso,  all’improvviso. Lasciando il segno. Il campo di battaglia oggi è dispiegato su tre tavoli. La base operativa delle forze di liberazione burocratiche è nella sede dove opera di stanzia  il responsabile di servizio nominato con l’alto grado di sub-comandante. Tutte le informazioni passano da lì. Le radio trasmittenti comunicano continuamente l’andamento di giornata.  Le notizie si susseguono e si confondono. Si sentono i rumori dei cecchini appostati di fianco che organizzano luride imboscate. Si annotano i morti viventi con le loro fido valigette griffate che si confondono tra i reperti del parco archeologico di Scolacium.  A ben scrutarli son tutti uguali. Portano in giro il marchio bubbonico della Regione Calabria. Dritti, e tutti d’un pezzo. Sembrano statue di marmo pietrificate.  Hanno quattro fogli carichi di nullità da far firmare ai Sovraintendenti della Regione Calabria. Protocolli zeppi di forfora portati a zonzo per le statali. Le notizie si muovono ad una velocità disarmante. Nel quartiere generale la dose di morfina ai dipendenti degli uffici provinciali prescelti dai dirigenti è stata appena iniettata. Tutto procede secondo copione. Nel tavolo regionale le ballerine e le soubrette sono in attesa per il ritorno dei pedoni. Gli avvoltoi e le serpe si incontrano, si mescolano, si sciolgono fino a fondersi. Diventano tutt’uno.  Liquidi, di testa. Acidi muriatici.
    Le imboscate sono minuziosamente pianificate. Calcolate. Vengono più volte attenzionate e trasmesse via radio. Il tragitto è pieno di insidie. I tentacoli del consulente regionale camuffato in autista sognano l’apripista. Niente da fare la base operativa ha ricevuto la notizia che il tentativo è andato a vuoto. Fallito. Il nemico non demorde. Si defila. Abbandona la vittima ferita sulla strada. Lasciata lì a leccarsi le ferite per una giornata che sa di nulla. Persa. Dispersa in quel labirinto burocratico dove tutti vanno all’affannosa ricerca dell’albero della “cuccagna”. Cinque ore d’attesa prima di portare a termine la lunga battaglia. Ora è lì, in un piccolo bar a Santa Maria di Catanzaro. Di fronte Palazzo “Europa”. Nella “topaia” operativa del dipartimento attività produttive della Regione Calabria.  C’è un dispiegamento di forze che non ha precedenti. Assessori, Consiglieri e dirigenti popolano quei grigi e scarni uffici del Dipartimento. Riunione dei PISL e dei  SUAP a tutta forza. Contemporaneamente. Appassionatamente. Si entra e si esce da un ufficio ad altro. S’incontrano le stesse persone. Sembrano formiche a caccia di briciole di pane. E noi non ci scomponiamo. Non indietreggiamo di un sol millimetro.  Ognuno conduce dal suo posto la propria battaglia. Siamo operativi come sempre. Agli ordini di un lavoro dequalificante. Disponiamo di semplici armi che man mano creiamo e mettiamo sul campo. Teniamo la radio ad alto volume. Le penne affilate. Riempiamo i campi con le nostre onde d’urto magnetiche. Popoliamo i documenti del diario di bordo da tramandare.  Documenti che diventano monumenti per le future generazioni. C’è da sconfiggere un cancro parassitario che inghiotte denaro pubblico da più di 40 anni. Le comunicazioni via radio si fanno sempre più frequenti.  Restiamo sempre uniti, allerta e attenti a non cedere passo.  Le strategie le decidiamo insieme in seduta stante. Delle imboscate ce ne sbarazziamo subito. Li spolveriamo come fossero macchie di polvere sul vestito. Dispiegati su tre tavoli diversi lottiamo contro i nemici. Sempre più cinici. Freddi. Calcolatori e ragionatori dei loro sporchi interessi. Utilizzatori di soldi pubblici  per tentativi di vincite a lotto o magari per pagarsi i festini a luci rosse.  E intanto i protocolli svolazzano, vanno in giro a cercare gloria. Meta. Staffetta. Una firma di qua, una conquista di là. E finalmente stanchi ed esausti per il tempo sprecato gli accompagnatori provinciali dei quattro fogli ciclostilati ritornano fieri verso il loro triste tramonto. Hanno anche oggi realizzato il loro misero guadagno. Hanno evaso il loro piccolo compitino di giornata.. Il sistema è quasi pronto. E’ in rampa di lancio. Calabria-Suap può partire. Non si sa come e dove arriverà. Però la spesa va avanti. Gli sprechi sono visibili e i vertici amministrativi regionali che delegano per i rendiconti se ne compiacciono. I funzionari e i dirigenti provinciali sono stati divinamente ammaestrati. Tutti parlano lo stesso linguaggio. Tutti seguono le stesse indicazioni. Chi esce fuori binario viene strapazzato con pubblica gogna. Tutti hanno il proprio protocollo zeppo di firme. Tutti vanno alla ricerca di enti da inserire in questa rete metallica. Non c’è ente del territorio che non sia stato compreso. Catturato. Ammanettato. Enti inutili che ufficialmente vengono svegliati dopo anni di puro riposo. Di lungo letargo. Amministratori di enti fasulli e parassitari che, abili come caimani, mandano in giro per la regione i propri uomini ingioiellati, incravattati, ingessati, per firmare, siglare e riempirsi, di inconsistenza.. Scambiano il protocollo Suap come se fosse un foglio di viaggio e di presenza. Partecipano a questo giostra burocratica portando per mano palloncini pieni d’aria e mangiando zucchero filato. La dignità non ha valore. Non ha prezzo. Non è quotata in borsa. Altrimenti sarebbe perennemente “orso”. A ribasso. Calpestata continuamente. Barattata per un tozzo di niente. Noi ci difendiamo. Resistiamo. E quando possiamo vomitiamo. C’è poco da conquistare, ma molto da difendere. L’immagine. L’ integrità.. L’incolumità. Fisica, etica e morale. Che è sempre a rischio. Non c’è tempo per riflettere, il Paese sta crollando, siamo nella fase dell’estremo unzione, e noi veniamo trascinati quotidianamente in lavori dequalificanti. Mentalmente usuranti. Conserviamo solo il tempo per leggere i bollettini di guerra e gli indici di riferimento economici di giornata. Nel tempo a nostra disposizione che a morsi conquistiamo, lo dedichiamo a  produrre documenti. A riempire di contenuti i diari di bordo. E regalare alla generazioni future tecniche di guerriglia per il perdurare di una  lotta di classe….

     
  • Come comincia: Stucchevoli….le diversità che si toccano! E si fondano. Fino a diventare tutt’uno.  Democratici e Repubblicani. CDU e SPD.  Centrodestra e Centrosinistra. Grande Sud e Lega Nord. Europa e Stati Uniti. Il maiale e l’inceneritore. Lo sciamano in elicottero. La donna col burqa che guida la porche. I grattaceli lussuosi del Kuwait dove di sotto passano cammelli e beduini. I miliardari wabbhaiti dei petrodollari che vivono nelle tende. Tutto a prezzo di decenni e decenni di amfetamine e di bombe a difesa dell’oppio e dei gasdotti. E di capitali fittizi che fanno incetta di blindati portavalori. Solo forfora e niente più. Balle  e bolle di sapone!  Capitali che non trovano impiego. Non trovano sbocco, collocazione. A bando tutto! Anche la produzione di beni e servizi. Occorre distruggere merce in eccesso. Non importa la costante crescita di miseria. C’è chi dice che non basta Kabul! E’ il solito ululato da genio incompreso….
    Belle le contraddizioni che ci appartengono. Visibili in maniere luccicante altrove. Nascoste tra le pieghe della nostra società. Oriente o Occidente. Due poli differenti. Due estremità che si toccano. Niente di nuovo. Nessuna luce in fondo al tunnel. Tutto procede secondo copione. Stabilito dall’Editto Europeo. Con lettera di “santo pizzino”.

    Tre, due, uno…Ciak si gira!

    La giostra elettorale si è appena conclusa. La corsa dei “cavalli di troia” è appena terminata. Si spengono le luci e i riflettori. Tutti vinti e vincitori. Finti guelfi e finti ghibellini. Tutti in fila al Quirinale. Il Vate repubblichino, che prima di tutti volle comprendere le “ragioni” dei vinti di Salò,  ha fretta di comporre il governo. Larghe intese e grande coalizione. O una sana compravendita di senatori. I grillini non strillano più. Non protestano più. Anche per loro è arrivata la “scimmia” della fame di poltrone. Al bando i blog, i web e tutte la reti di Sant’Antonio. D’ora in poi inizia il mercante in fiera. Vendita a prezzi di saldi.  Insomma un triste ritorno al medioevo. Abbracci e strette di mano. Mafia e massoneria sempre più solide. Sempre più unite. Con avarizia, al potere. Se qualcuno ancora non l’ha capito, ripeto. Vige l’Editto Europeo.. Pareggio di bilancio in Costituzione e non se ne parla più. Bocche cucite. Nessuno avverte il botto. Solo l’Istituto Statale di Statistica parla chiaro. E quando lo fa emette bollettini di guerra. Il carnevale elettorale è già alle spalle. La miseria prospera sempre di più. Drastico è il calo dei redditi. Non si consuma più. Non si produce più. In tempo di recessione, di austerità si muore. Tagli lineari alla spesa pubblica. E privatizzazioni di beni comuni. L’Europa no cresce. L’America non cresce. Due diversità che non crescono.. Si compiacciono. E si toccano.
    Bisogna voltare pagina. Bisogna difendere la società! C’è crisi? Bisogna lavorare di più. Rimboccarsi le maniche. Ma no!  Gli anni ‘60 son finiti da mezzo secolo. Ora questa crisi ordina che bisogna lavora di meno. Occorrono solo figure intermedie. Potenzialmente improduttive. Ambulanti e piromani . C’è tanta carta straccia da bruciare. Naftalina e Coca Cola come liquidi per bruciare, annientare i tossici salsicciotti bancari. I modelli economici di riferimento che hanno dominato per decenni le accademie e l’università di tutto il mondo non reggono più. Non trovano giustificazioni. Il mondo è teatro di crolli, guerre e crisi irrisolvibili. Irreversibili.

    Pronti? Tre, due, uno…Ciak si gira!

    Sembrerebbe un tranquillo e gioioso weekend di paura se non fosse per il fatto che qui e dintorni tutto procede bene. Il sole lo vedi ogni tanto con qualche nuvola giocare a nascondino.. Del resto è sempre vigile e attento. Dà sempre luce a questa Regione dove l’emergenza rifiuti è divenuta legge di “diritto” Costituzionale. Dove lo scarto umano del “porcellum” elettorale ha ridato i natali a Scilipoti. Dove una burocrazia vorace e mai sazia inghiottisce di tutto. Dai vermi ai parassiti. E divora. Con andamento pachidermico, denaro pubblico. Mai doma. E mai sazia. Continua a creare organismi di ogni genere e sorta. Carrozze e carrozzoni. Programmi e protocolli. Caramelle, confetti e cioccolatini. Pit, Pisl, Piar, PanKro e chicchirichì! Mangime per maiali e pipistrelli. In realtà sono i “bordelli” gratuiti di “mamma” Regione Calabria. La glorificazione degli alberi della “cuccagna”. Parcellizzazione produttiva. Polverizzazione di risorse pubbliche da distribuire nei vari comuni. Un marciapiede da riparare… un campanile da amplificare…. un lampadario nella piazzetta da far brillare…. un’aiuola da piantare. Contratti di programma. Contratti d’area. Sovvenzione globale. Legge 488. Prestiti d’onore. Un carosello di milioni e milioni di euro buttati via. Senza alcuna rendicontazione. “Evaporati in una nuvola di fumo”, diceva il maestro Faber.. Distribuiti a pioggia come se fossero noccioline americane dopo lo sbarco in Sicilia. Per la crescita e lo sviluppo locale dell’esercito della lupara.  Buste, cartelle, cartucce e cartelline. Etichette e stelle filanti. Coriandoli e mocassini. Prebende per aspiranti gioielli di famiglia in cerca di cariche e favori. Enti strumentali come club privè per politici di lungo corso. Sei un trombato alle elezioni? Accomodati c’è posto riservato per te. Una carezza. E un sorriso. Per lo più carico di nebbia. Ma è il modo più semplice ed antico per rispettare gli “equilibri” nella gestione del potere. Un semplice modo per cementificare le alleanze attraverso l’assegnazione dei posti. Un breafing ad Africo Nuovo, uno a Taurianova, un  altro a Paola e un altro ancora a Bovalino. E fioccano gli Enti! Di “Casa Nostra” Sempre più famelici e inutili. Amministrazioni di tutto il mondo unitevi! Ed ecco a voi la “Calabria connection” agli ordini del Governatore: Fondazione Field, Fondazione Terina, Fondazione Calabria Etica, Fondazione Calabresi nel mondo, Fincalabra spa, Film Commission. A creare un esercito di portaborse in giro per il mondo senza arte ne parte, nascosti tra le pieghe di questa società, oramai al collasso, a succhiare le succulenti “tette” di mamma Regione. Fioccano le risorse per questi enti parassitari sul bilancio regionale. A discapito delle politiche sociali, dei servizi essenziali e del trasporto pubblico. Cosa importa se cento chilometri di distanza si percorrano in quattro ore tra sacrifici, intermezzi, odissee di viandanti e controllori! La burocrazia ringrazia e non fa una piega. Ubbidisce agli ordine e s’ingrassa. Politica e gestione si “sacrificano” sullo stesso altare della patria. A difendere la corona di miseria, di ozio e di lutto. Siamo precipitati di colpo nel medioevo. La decrescita felice e alle porte. I grillini brindano alla nascita del germoglietto e del frutto.. Con senso altissimo dello Stato. Tutela delle famiglie. E  “buon” fascismo.

    Tre, due, uno,  pronti ….ciak si gira!

    Clemente e soave è il tempo di fine febbraio  che ci accompagna in Prefettura. La battaglia continua. Senza sosta. Senza  esclusioni di colpi. Affilo le armi e punto i nemici. Mi sento circondato come sempre. E l’unico riparo che trovo e sotto i colpi di una biro. Di una penna. Le “bocce” sono in fermento. E sempre più giù. Nel sottosuolo. In stile underground!
    C’è da firmare un ibrido protocollo d’intesa. La burocrazia crotonese è lieta di presentarvi l’ennesimo carrozzone politico- amministrativo che sta per compiere i suoi primi passi. Sta per nascere, a colpi di ricami e caroselli.. Quel “fantastico” software della Regione Calabria pagato a peso d’oro! Quella piattaforma informatica degli sportelli unici delle attività produttive sembra niente, ma…. “eppur si muove”!
    Un attimo. Una sosta. Si caricano le pile, le cartelline e i coriandoli. Ed ora si è pronti.

    Tre due, uno…Ciak si gira!

    Il clima è da mesozoico… tutti intorno al tavolo ovale, schermi puntati. Riflettori. Proiettori.  La dose di morfina finale prima della firma come super metadone è distribuita in formato powerpoint. La dosatrice non fa una piega. Somministra a piccole dosi col suo camice bianco ricamato con fiori di primavera. Due anni di inseguimenti, di pedinamenti, di incontri. E di ammucchiate selvagge. Spreco di carta. Di tempo. Di benzina. E di denaro. Strofinacci per lavaggi di luride vetrine. Tra buchi di bilancio, bancarotte e commissariamenti. Cartoline e dintorni. Di un Paese strafelice, alla deriva.
    Ora finalmente sono lì. Assiepati. Tutti partecipi e giocondi. Distinti e pettinati. Sono i sindaci dei comuni  con l’aggiunta di uomini per lo più in alto uniforme. A rappresentare gli enti terzi del territorio. Non possono mancare all’appuntamento con l’Ufficiale di Governo..  Non conoscono il significato della loro presenza in prefettura.. Li vedi infighettati e impreparati. Come sempre. Con tutto il rispetto praticamente animali da zoo. Ignobili accozzaglie che mescolano falsità e incompetenza.  E inspiegabilmente  a tratti diventano partecipi di un strano girotondo. I PISL e PIAR sono lì ad attenderli per le giuste prebende e ricompense. Intanto partecipano alla nascita di comitati e coordinamenti. Di carrozze e carrozzoni. Di asili nido per incontri e ricorrenze... Tutti radunati in prefettura …sembrano chierichetti in gita domenicale. Nessun mordente, nessuno scatto, lucidati  a pennello, indossano il vestitino tipico dell’occasione, prelevato dall’armadio come fosse quello della prima comunione.

    Tre due, uno…Ciak si gira! 

    Il copione è lo stesso. Non cambia. L’azione d’intervento e lì, custodita nella pancia del POR Calabria. Un piccolo grume di grasso da sparare nel cervello che accomuna tutte le Province calabresi.
    Mamma Regione non lascia a casa nessuno. Figli, figliocci  e figliastri. Tutti partecipi a questo “splendido” girotondo. Non si produce niente ma s’inghiottisce denaro pubblico. Questa volta siamo proprio agli sgoccioli. Un piccolo sforzo. Il passo è breve. Una firma… E in un solo istante  si consumano due anni di sottobosco burocratico. Due anni per lo più passati distrattamente! Sua eccellenza dà il via alle danze. Il maggiordomo di casa col vestito grigio tendente al plumbeo, ingessato e incravattato a dovere, anche lui è pronto.  Da capo gabinetto dovrà porre la firma in qualità di commissario ad acta di un comune  sfumato. Evaporato. .
    Uomini e donne. Schierati. Schedati come matricole agli ordini di Sua Eccellenza. Politici. Referenti di piccoli condomini del territorio. Belle presenze. Puliti e lucidati. Pronti a tutto, pur di portare un piatto di lenticchia nel proprio piccolo “orticello”. Tutto gira liscio. L’aria è sempre più triste, appiccicosa e pesante. Solo una piccola scaramuccia come dono di giornata. Giusta per rallegrare il clima di monotonia che pavoneggia la scena. Il Sindaco “Giraluna”, fresca ”trombata” all’elezioni, pone un problema di voto e di rappresentanza. I piccoli comuni possono attendere dietro il bancone. Il doge dovrà distribuire  un numero maggiore di cioccolatine ai comuni più grandi. Magari con il più alto tasso di “criminalità aggregata”. Niente di fatto mozione bocciata. Il diritto all’elettroshock e al rincoglionimento è assicurato per tutti! Rientro in fila. Tutti a sedere. Una tiratina d’orecchie di Sua Eccellenza può bastare. Il barbuto pachiderma a volte sembra che accenni un discorso, per lo più sembra barrire. Composti, educati, istruiti, schierati e arruolati a difesa della conquistata idiozia. Dove bisogna firmare? Ho fretta devo andare! E’ il Sindaco “Dimamitardo” a chiederlo tra il clamore dei presenti. 
    Ma….un attimo! Non è possibile! Chi è quello? Un intruso. Una comparsa non prevista sulla scena. Ma si! E’ il mitico assessore dell’attività “improduttive”! Lo vedi tutto d’un pezzo. Saluta. E si sforza. Muove le guance e le palpebre.  Sorride a tutti. Ma come al solito passa inosservato. Sembra un pugile suonato che da solo si relega ad un angolino. Si siede dietro le quinte. Guarda attonito la brava gente. Diversa. Sempre la stessa. Stesso impianto molecolare. Stesso cervello. Piccole mosche che la notte, nei loro nascondini segreti depositavano le uova raccolte di giornata e poi volavano a prima mattina, carichi di caffeina, verso quel lavoro improduttivo e parassitario.. Verso una sicura meta. Ognuno artefice del proprio  lurido orticello ai confini del mondo. La Calabria. La Provincia di Crotone. Paesi e dintorni. Campagne abbandonate. Per lo più incolte. Terre bruciate. Colate e colate di cemento a santificare il campanile, la piazza e il santo protettore. Riflesso di un Paese quale l’Italia, ormai alla deriva…

     
  • 13 febbraio 2013 alle ore 10:21
    Missioni umanitarie da un campo di battaglia

    Come comincia: Scrivo. E mentre lo faccio caccia israeliani bombardano la Siria. Siamo in Guerra. Non da adesso, ma da sempre. E lo siamo per obbligo di legge. Per giusta causa. E per giusto nemico. Dichiarazioni non scritte. E  regole d’ingaggio segrete. Evviva! La chiamano democrazia. In realtà è legge ferrea del Capitale che sprigiona odio e lo rende per sopravvivenza necessario. In qualsiasi angoli della terra ci troviamo, siamo sempre posti come avversari di qualcuno.  Eterna è la lotta. Mortali i lottatori. Guerre umanitarie. Guerre monetarie. Faide elettorali. La politica si alimenta così. Questo è il suo carburante. Va avanti a tutto spiano. E si fa ragione con la canna del fucile. A colpi di mannaia e di mortaio. E con la santa benedizione della chiesa. Del potere pastorale. Dell’omelia che nella retorica tutto annacqua e sbiadisce. Non esiste limite. Non esiste margine. Non c’è differenza. Ogni tanto si avvertono segnali confortanti, ma è tutto un bluff! Borse euforiche? Indice dei titoli alle stelle? Ma anche i prezzi al consumo. Non si capisce cosa c’è da brindare! Cos’è tutta quest’euforia se miseria e povertà imperversano sempre di più. A colpi di rigore e di austerity. No problem! Nuove iniezioni di liquidità. Che poi non son altro che iniezioni di coca. E  di eroina. Sangue infetto. Fluido, incandescente da spedire nelle vene dei circuiti bancari e finanziari. Un click…!.Un boom…! Uno sniif.!.  E i drogati aumentano sempre di più. Nelle piazze e nei mercati di tutto il mondo. Le vittime pure. Le bolle s’ingigantiscono per lasciare inalterati i prezzi. Tanto rumore per nulla. Tutto ha un nome e anche un prezzo da pagare: Asset inflation! E diciamo pure grazie a Keynes! E alle sue bombe a grappolo con effetto moltiplicatore. Di euforia. Di idiozia. E di miseria.

    Buongiorno Signori interrompiamo i programmi per comunicarvi che qui in Calabria nonostante tutto c’è una splendida giornata. Il sole è sempre lì, vigile e attento. Alto. Fiero. E poderoso. Questa giostra chiamata mondo gira inesorabilmente. E conserva sempre un fascino particolare. Sempre un posticino di luce in questo angolo buttato nel dimenticatoio. In questo limbo di terra bagnato dallo Ionio. In questo misero luogo deve il tempo s’è fermato. Dove il tempo s’è perduto. Gli spacci d’agenzia e i bollettini di guerra possono attendere o andare avanti tanto non fa alcuna differenza. Qui siamo in sosta permanente. Perenne. Forzata. Ogni tanto si avvertano sussulti che fanno da eco a piccole scosse metallurgiche. A piccoli starnuti o rutti blasfemi provenienti dagli altopiani silani. E noi siamo qui a comunicarveli in tempo. Dalle nostre postazioni. Dai nostri campi di lavoro. Dai nostri  ghigni di battaglia. La notizia di oggi è di quella eclatante. Il Papa si è dimesso? No trattasi di un “pollo” nostrano. Un politico. Un assessore delle Attività “improduttive”. Un succhiatore incallito di plusvalore. E' da mesi che è scomparso, non si vede più. Tutti lo danno per disperso, per morto. O per latitante!  Nessuno sa dov’è! Sembra volatilizzato. Vaporizzato. Senza lasciare alcuna traccia. Nessuno lo cerca. Perché assenza o presenza  per la gente non fa alcuna differenza. Proviamo a capire dov’è. Come lo ammazza il tempo. Anche perché i pubblici ufficiali di servizio confezionano mensilmente per lui e per il suo vicinato laute ricompense. Forse è su un fronte di guerra? Anche lui in prima linea? Magari con la cartella in mano! Da bravo scolaretto dietro una lurida vetrata di pedanteria della Regione Calabria in attesa di un timbro. Di una ricevuta. Di un protocollo per una pudibonda pratica d’ufficio. Una piccola richiesta di contributo. Un piccolo incentivo per favorire qualche cliente a coltivare un’orlatura in giardino. E pensare che da agronomo ci volevano tre ore d’attesa. Ora giusto un minuto. Giusto un saluto e un baciamano al mandatario di turno. D’altronde la politica è guerra! Guerra continuata con altri mezzi. E noi siamo cavalli da soma. E la combattiamo così.  Il telefono squilla. Urla. E lui niente. Non risponde. E non si muove. Sembra un mammut di bronzo. Una scultura arcaica appoggiata come souvenir sul comò. Ma come c’era da fare quella riunione presso i comuni per spalare tonnellate e tonnellate di merda proveniente dai POR Calabria! Si.. dai!.. quella mitica linea d’intervento dove ballano 5 milioni di euro…quel software vuoto proveniente dalla Sardegna acquistato a prezzo d’oro!  Per la gioia di notabili, ballerine e consulenti elemosinanti! Si ricordi bene assessore! Che poi la lasciamo dormire. L’accompagniamo noi verso il suo candido vegetare. Avevamo perso solo (!) dieci giorni per contattare tutti quei sindaci “compari” arroccati su quei campanili comunali. Gli avevamo bombardati di fax, mail, pec….giusto per scuoterli un pò.  E almeno oggi lo volevamo con noi perché eravamo riuniti nel suo comune natio.. Eravamo venuti noi fin qui per non scomodarla. Ma nessuno dei presenti sa dov’è. Dicono che non si vede da mesi. Ogni tanto a dire il vero un accenno sembra regalarcelo. Beato, come spesso gli accade, soprattutto quando non c’è da scomodarsi per andare nel capoluogo calabro, si alza alle ore 12.00 dopo aver inghiottito un intero cinghiale fino alle 03.00 del mattino. Per altro senza mai masticare.. Cullandosi come un bebè e senza interessarsi d’altro se non di stupide pratiche d’ufficio. Divenute oramai un feticcio. Sono mesi che tira dritto. Non prende più lo svincolo del cavalcavia per recarsi dal suo Ente di pubblico beneficio. Un’occhiata ogni tanto al suo assessorato forse sarebbe di troppo. Percorre la strada statale 106 quasi ogni mattina con disinvoltura. La Regione Calabria oramai è la sua meta ambita. Tanta agognata quanto preferita. Un piccolo squillo in segreteria per comunicare la sua missione privata. Elargita con soldi pubblici. E poi subito via!. In quella “splendida” città capoluogo che porta il nome di Catanzaro.. Ormai non si vede nemmeno più gente sostare dietro la sua porta. Non c’è più attesa nemmeno per un semplice delirio. Tutti si sono fatti un’idea. Da buon politico è riuscito a mettere tutti d’accordo. Usa il suo “misero” ruolo per non sostare più di tanto dietro una pratica d’ufficio. Cambio di marcia. Non più toc-toc ma… hoplà! Salto dalla finestra. Una graduatoria confezionata tutta per lui. E per la sua gente. Un progettino tira l’altro. E voi cosa aspettate? Muovetevi se non volete restare a piedi! Il mandato sta per terminare. Volete piantare semi di camomilla? Volete un nuovo pagliaio per fieno e letame fertilizzante? O volete un nuovo porcile? Venite allo studio privato e lì troverete i miei uomini a darvi assistenza. A me solo un misero voto e un cestino delle merende da mettere sotto l’albero di Natale! E se poi da qualche recinto scappasse qualche agnellino sarebbe un gradito boccone per un augurio Pasquale!

    Scrivo. E mentre lo faccio un altro imprenditore si è suicidato. Si è impiccato. Nello scantinato di casa. Soffocato dai debiti. E’ ufficialmente morto assassinato dalle banche. E’ l’ennesima vittima di Stato. Un nuovo caduto in guerra. L’esercito del crimine legalizzato ha colpito ancora. Asset inflation a colpi di usura. Poteva guadagnarsi un posto di riguardo nella mensa dei poveri gestita dalla “misericordia”. Ma a questa ulteriore pena non ha resistito. Qui da noi potevamo ospitarlo. Aiutarlo.  A lui, ai suoi operai e alla sua famiglia. Abbiamo il “Centro permanente temporaneo” più florido al mondo. A due passi dal mare. Un soggiorno veramente degno di clausura. Qui si amministra lo Stato che è una meraviglia. La chiesa ormai si è fatta ragione. E sui banchi dei consigli comunali le vendite al dettaglio non si fermano. Imperversano. Riparte il mercato delle preferenze. Anche se non è il turno delle schede ballerine e dei voti a 50 euro. Delle spese gratis ai supermercati. Degli sconti sulla benzina. Delle bollette della luce, del gas e del telefono pagate. Delle ricariche per cellulari. Le elezioni Politiche non sono di certo come quelle Comunali, Provinciali o Regionali. Svegliatevi gente! C’è altro a cui pensare. Gli intrighi di palazzo rimbalzano nelle piazze e arrivano fin dentro le case. Le autorizzazioni per nuove costruzioni sono l’uniche scaramucce da stabilire per le ulteriori ondate di cemento. E intanto le buste di plastiche dei rifiuti occupano abusivamente le strade. Una volta nel quartiere periferico di “fondo Gesù” brillava un campo da calcio dove da giovani si andava a giocare. Oggi un vermicaio di case e lì a fotografare uno scempio edilizio. Fatto per lo più da uffici sanitari. Farmacie. Negozi di abbigliamento. Supermercati. Un minestrone di affitti dorati del centro “il granaio” ad ingrassare emittenze ed eminenze locali.  E poi che dire della nuova chiesa costruita lì, a glorificare il vile scempio! Il parroco ha messo tutti a tacere. Tutti d’accordo. Con la santa benedizione dei politici, degli enti terzi, delle associazioni e degli ordini professionali. Ha pattuito tutto. Scambiato l’ostia con 30 denari. E santificato il contratto di quartiere. Tutto procede secondo un copione millenario.  Stantio. Asfittico.  E mentre imperversano suicidi di massa. Piazze che bruciano. Teste di ponti che saltano. Corti circuiti economici, finanziari, militari.. Lui è sempre lì, fermo. Immobile. “Dato il mortal sospiro”! Sembra un santuario di marmo. Anche dall’elenco della Giunta provinciale di botto è scomparso. Cancellato. Quel tavolo non gli faceva più effetto. Senza tovaglioli e stoviglie era una noia.. Solo parlare, parlare e poi..… parlare. Oramai la sua assenza non fa più notizia. Il vento a dire il vero ogni tanto gli fa compiere qualche passo. Il mondo gli sta crollando addosso. Ma è tempo di quaresima. E domani c’è da andare a Catanzaro..Questa volta nel cofano della macchina si è fatto confezionare un maialino per portare i saluti al suo integerrimo Padrino..!

     
  • Come comincia: Sono chiuso come un riccio. Alzo gli occhi e di fronte mi trovo la tastiera di color nero lucido pronta a spruzzare inchiostro digitale sul monitor. Saltello e respiro. La mente si adopera tra un carosello di lavoro e la ricerca di uno spazio infinito. Barcollo. Ma non mi piego. Determinazioni. Delibere. Regolamenti. Protocolli. Riunioni……. sono emozioni che regala l’ufficio! E lo spazio di oggi infinito si riduce al sol tatto di una lenticchia. E io barcollo. Ma non mi piego. Perché uso la lingua come forbice e faccio uso della parola come arma di difesa che poi, a ben vedere, da spirito si trasforma in materia. Cioè in scrittura. E mi adopero per un bricolage ritagliando i minuti come fossero ore. E quindi scrivo. Non posso farne a meno soprattutto quando eventi paranormali in una tranquilla giornata di lavoro determinano la sfera del tuo essere disinibito. E così per un attimo ti fermi. Respiri. Pensi. E ridi. Un sorriso a denti stretti che mastica fango e non pone limiti a ciò che vede. Solo pornografia.
    Mattinata non direi insolita se a bussare alla porta del tuo lavoro vige il “cancro” della burocrazia. Abnorme mostro preistorico che si nutre di carte e cartucce da copisteria. E di soldati. Arruolati senza un perché e per lo più senza divisa. Sempre in fila. Composti dietro un orologio. Abili a strisciare. Aspettano il suono delle 14.00 come quello della campanella quando andavano a scuola. Li vedi percorrere i corridoi da una stanza all’altra come fugaci topi fogne di periferia. Ammaestrati e servili. Sembrano scimmie plastificate. Mummie pietrificate. Uomini e donne senza distinzione di sesso, di religione o di razza. Abituati a tacere per mangiare un misero panino offertogli dal superiore.  Sembrano conigli che sgranocchiano carote in minuscole gabbie metalliche.
    A si!... Dimenticavo….la burocrazia! Un ordine. Un dettaglio. Un lavoro, per lo più dequalificante. Oggi però c’è il massimo del castigo. Un particolare da non tralasciare che va circoscritto. Una riunione da tenersi in un squallido e penoso ufficio della Regione Calabria.  Ah la Regione!..Si la Calabria! Terra sventrata, violentata fin dentro le budella. Ricca di pale eoliche e di cemento. E di paesaggi sempre più luridi e contaminati. Fatiscenti. Decadenti. Pieni di marcio e di veleno. E quindi mi adopero ad annotare un viaggio di lavoro per un diario di pubblico dominio.. A tenerti compagnia  nel tragitto in macchina, sulla fatidica strada statale106, oltre all’autista, alla volpe bionda e al genio dell’economia, c’è un sole alto. Poderoso. E Fiero. Che ti invita in pieno gennaio a strapparti le maniche della camicia dopo aver sfilato sapientemente gli indumenti imbottiti.
    C’è Vladimiro Giacchè, l’autore di “Titanic Europa”, che da pochi minuti ha terminato a Radio Uno la sua intervista. Rivoluzione civile sembra un motto di vana speranza e di triste attesa più che di amor bolscevico . Ed io barcollo. Ma non mollo. E sempre a denti stretti,  resisto. Lo stomaco ribolle. Un vomito liberatorio in seduta stante potrebbe riconciliarmi solo a seguito di un sorriso. Devo ammettere che tutto dipende da me. E’ che non mi sento mai predisposto quando c’è da ammassare lo spirito e il corpo su uno scarno d’ufficio. Magari per sentire il dott. “Della Bianca”, dall’alto della sua dirigenza, sbraitare di brutto senza trattenere respiro. E mentre intravedi le colate di bava fuoriuscire dalle sue cavità nasali, ascolti la reclama. I suoi richiami. La vendita dei prodotti. Che sono solo scatole piene di fumo. E lo senti strillare come un gallo di primo mattino. E lo senti lamentarsi per la mancata spesa... E quindi per il suo mancato guadagno. E ti invita come un cretino ad andare avanti. E ti dice che bisogna crederci senza porsi tante domande. Non c’è niente di relativo per lui. E’ tutto assoluto. La linea d’intervento 7.1.1.2 deve correre non ha più il tempo per camminare. Le azioni 4.1, 4.2, 4.3 e 4.4 sono grumi di grasso da sparare nel cervello della gente per addormentarla. Annientarla. Questa volta definitivamente.. I soldi strappati ai programmi operativi della Regione Calabria sono lì a portata di mano. L’invito a partecipare a questo grande furto generalizzato è per tutti. Belli e brutti. Lo slogan  è “prendi i soldi e scappa!” “Prendi il software e scappa!” Ed io barcollo. Ma non mi piego. Rilevo a muso duro la mia esistenza. Le regole d’ingaggio stabilite a monte non m’interessano. Anzi le detesto! Sono vigile come un faro. E detesto fare il piantone o il secondino di prima o di terza fascia che sia. Responsabile d’ufficio? Un corno! Per dire che non me ne frega un bel niente.. Ho deciso in questo momento che la gerarchia dei ruoli non mi appartiene. E forse l’ho deciso da tempo. E penso che mai mi apparterrà.
    I progetti non funzionano? Pazientate! I miei uomini saranno al vostro fianco. Mister “cafonal” Di Soia e mister “sanguisuga” Della Fera che portano in dotazione contratti di consulenze  da 150.000 euro. E sono lì, come cani da rapina, sempre pronti. Con le loro borsette griffate delle 24 ore e con i loro netbook di ultima generazione. Con quei microprocessori che viaggiano alla velocità della luce per supportare dei miseri e stupidi programmi di date-base su excell. Elenchi di cose già dette e fatte, tabelle  e tabellini da sparare nelle vene. Insomma due eroi d’altri tempi. Sane braccia rubate all’agricoltura. Parassiti di lungo corso. Sottoaceti della “magna-magna” Università della Calabria.
    Se guardi le loro facce raramente troverai un sorriso, sembrano pieni di preoccupazioni e di paure, di dolore e sofferenza. Sanno nascondersi bene dietro l’apparente tristezza. Hanno la testa grande. Enorme. Piena. Di favole e certezze. Salvo poi metterla beatamente sotto terra come gli struzzi. E poi svolazzano come i pavoni nel grande circo della carriera individuale... hanno i gomiti consumati a furia di spingere….hanno le piaghe ai piedi a furia di strisciare e se gli offri una cielo stellato da guardare ti chiedono: Cos’è?

    Cresciuti in provetta tra voucher formativi e succhiate perenni di latte nelle poderose bocce di “mamma” Regione. Sono da considerarsi uomini di “cultura” che hanno dedicato il proprio circuito temporale a saturare le proprie fibre cerebrali caricandole di dati e nozioni. Quando gli porgi un fiore non sentono il profumo né colgono il colore, sanno solamente indicarne la specie e la classificazione botanica.

    Uomini mandatari della politica, ingrassati dalla propria sete e fame di denaro, viscidi ippopotami imbalsamati preoccupati solamente di ormeggiare la propria barca in un porto sicuro, magari esente da doveri fiscali. Amano guardare il mondo dall’alto. Annegati nella propria presunzione e nella voragine di ipocrisia in cui propagano falsi documenti come se fossero carte valori. Solo  per guadagnare privilegi... E se gli porgi la mano si chiedono:
    “Cosa vorrà questo in cambio?
    Non sanno che cos’è lo stile e la spontaneità, abituati come sono a giostrare in un mondo di balordi e infami, vivono nel timore dell’inganno perché solo questo conoscono! Hanno la puzza sotto il naso.

    E poi ci sono le lucciole di contorto. Ragioniere e controllori . Donne in divisa arruolati per laute e infinite ricompense. Donne dal grande e dal piccolo portamento, eleganti e colorati in volto si massacrano la muscolatura pur di indossare trampoli affilati che ne slancino la silouhette: hanno dedicato la vita a tirarsi la pelle, abbronzarla, idratarla, rassodarla, depilarla e truccarla ma se le porti in un prato non sanno camminare a piedi nudi sull’erba...
    Resto vigile. Barcollo ma non mollo. Saltello e respiro.  Ritaglio i minuti come fossero ore nello spazio incatenato dai doveri d’ufficio. Piccole pause conquistate a fatica. Quelle che ti consentono di strappare le lancette dei secondi dal quadrante dell’orologio. Per conquistare il tuo tempo. A colpi di scrittura. E lo fai scavando sotto i piedi alla scoperta di nuovi saperi per dedicarli al popolo. Come geloso custode della memoria storica. E annoti quanto di peggio può ancora accadere. Quanto spreco di risorse confezionate e spedite a tavolino! Quanti soldi delapidati con incentivi a fondo perduto! Per costruire poi cosa? Un niente! Strade, ospedali, scuole sempre in fila ad attendere. Porti e aeroporti utili ai consigli d’amministrazione per spalmare i costi di gestione a botte di gettoni di presenza.. E poi le voragini, i buchi, i conti di bilancio che ingoiano  fallimenti  e socializzano perdite.  Non resta che annotare solo futili dichiarazioni di politici da retrobottega. Come piccole punture di zanzare e rumorosi squilli di miseria. Galleggiano come sempre in questo circo massonico. Insieme ai taglieggiatori, ai saltimbanchi analfabeti e alle ballerine.. Pronti e uniti come non mai a spolparsi come iene i resti di “mamma” Regione. Sono cani da rapina che puzzano sempre più di carne morta. Si trasformano in borsaioli a caccia di corsi, consulenze e miele di nuova programmazione. Ed io Barcollo ma non mi piego. Resisto. Sfoglio le pagine digitali del diario di bordo racchiusi in una lucida cartella e mi organizzo per la prossima battaglia. Per la prossima andata in guerra...

     
  • 21 gennaio 2013 alle ore 10:55
    Un calcio alla vita...

    Come comincia: Mentre scrivo mi accorgo di non possedere alcun paracadute di idee. Non so ancora dove andrò a parare. Planare. A sbattere accidentalmente. Spero solo che le mie ossa siano pronte per una acuta resistenza. Non so ancora se mai pigerò “invio” per lanciare segnali di fumo in questo minuscolo sito web da caffè letterario. Per reclamare la mia esistenza. Per dire che non sono sparito. Che non sono svanito nel nulla. E’ che tutto gira storto. Come sempre. All’incontrario.
    Sono qui. Fermo. In trepida attesa. “Aphorism” mi guarda insospettito. E io sono pronto come non mai a macchiare queste pagine colorate di sabbia. Queste pagine lucide e lisce, come dopo un passaggio di cera. Sono pronto come non mai, per una nuova mistura. Carico come un treno merci percorro binari fatiscenti su rotaie rumorose. Sono un convoglio, diretto in un deposito di pensieri e parole. Mescolo le sensazioni nel buio della pancia, in un groviglio di stazioni secondarie. Sperdute. Abbandonate. Dimenticate. E’ da qui che parto per cercare quel fluido d’umor clandestino che mi riempie di brio ed ebbrezza.. Porto con me uno strumento scordato, un fiore e un quadro vuoto quasi a voler prefigurare un dipinto nuovo. Un affresco di vita.
    Mi ritrovo seduto per terra. Quasi sdraiato. Tra il ciglio di strada e il buio dell’ombra. Buio su buio. Ombra su ombra. Onda su onda. Piede nudo su petalo di rosa. Seme e parole. E poi suono. Musica. Note ribelli. Melodie provenzali. Gioie d’altri tempi….e segreti da portare come pesi. Come macigni. Che genuflessi corrodono cuore e  cervello. Lancio piccoli strali d’autore come lame fendenti, che diventano, a forza di combattere, oggetti contundenti.  Spighe. Appuntite e profumate …Ah si!! Le mie parole…le mie note….i miei piccoli sorrisi e canzoni…E poi quella forza d’urto..quel volo senza ali, per mete inesplorate, sconosciute. Lì, nascosti, assiepati e maleodoranti, nei bassifondi consumati di periferia, nei sobborghi più accesi…colorati di underground, dipinti ad olio d’inchiostro sui muri, come schegge d’autore….in quel viaggio bellicoso tra mare e poeta….quel maledetto miele di color rosso vermiglio…liquido e gioioso . Come veleno e rimedio del male.

    Mi cibo di sangue e di vino. Di fiori e di rose. Di petali e di spine. A si le spine! Mi piacciono le spine ! Mi piacciono i racconti di vita nella profondità d’essere, e lì che riesco a trovare l’ebbrezza. La forza. Il vigore. Il primo sale creativo.
    E per questo che continuo a sciorinare parole, d’amore e di rabbia. E voi direte che conservo nello spirito un pò di sangue apollineo che mi anima il cuore, che mi aiuta a regalare gentilezze d’autore. E lo faccio con severità e con rigorosità. E lo faccio perché questo è il modo migliore per sconfiggere la pesantezza del tempo. Che ti inghiotte, senza masticare acido. E in un sol boccone. Che t’infesta con i suoi orari quotidiani scanditi dall’appuntamento dei passi. Sempre uguali. Rituali. A volte roboanti. Ma sempre ammaestrati e mansueti. Rotanti, come le lancette dell’orologio. Nell’artificio ricorrente di vita. Una splendida routine di plastica che avvolge e segna il volto di rughe. Nessun problema, siamo abituati a sfidare la natura.  E allora si corre a comprare un cosmetico nutriente per la pelle. Per il nostro viso. Non ci importa se veniamo segnati dentro. Se a volte ci manca l’aria. Dobbiamo assecondare la vita che ci scorre come una slavina. Tanto siamo sempre pronti a gioire anche di fronte a schermi piatti. E si! D’altronde ci pensa la Tv a cullarci dolcemente. Direi che presa a piccole dosi è proprio un vero tranquillante.
    Eppure questa volta sono deciso. Resto immobile, di fronte a questo sfacelo. E mi godo con vomito premeditato i girotondi e i sit-in nelle piazze. Di gente senza testa e senza stazza. Di movimenti stantii che vanno e vengono. Sempre variopinti. Colorati. A volte di viola, a volte di verde e a volte di arancio. E poi i palcoscenici da regalare alle Tv, con le tute nere e i caschi blu che giocano a farsi la guerra. E poi i burattini, le marionette e gli scambisti di professione. In divisa o in borghese. Nessuna distinzione, tutti simili. Un paese di maiali, non più nostrani ma europei. E mentre un mare forza nove preannuncia tempesta. Guerra. Che poi a ben vedere è il motore delle istituzioni. La guerra è insita nelle leggi, negli ordinamenti, nelle costituzioni degli Stati. Tutto nasce storicamente da un bombardamento, da un saccheggio e da un incendio di città. Patti, accordi, principi che nascondono odio, sangue e vendetta.
    Siamo in fondo all’oceano, imbarchiamo acqua e un branco di squali tigre ci ruotano attorno. Siamo cibo prelibato, non dimenticatelo. Siamo “polli d’allevamento”, pronti ad essere spennacchiati. Abbiamo un salario? Ancora! Una casa? Forse! E una famiglia. E dei servizi sempre più squallidi e fatiscenti. Da comprare. Con meno soldi. E a peso d’oro.
    E niente più libri, inghiottiti dai falò. E niente più farmaci. E strade divelte. E ferrovie ricoperte d’ortica selvatica. E ponti disegnati su formato A3 e A4,  per far defluire da sotto fiumi di denaro..
    Ripugno e non solo questo ma molto di più! E lo faccio con amore apollineo se questo è quel che volete. E lo faccio ogni qual volta scruto merda che diventa pietra, lanciata alle nostre spalle. Sulla nostra testa.
    E allora la mia tenerezza apollinea lascia spazio all’ebbrezza dionisiaca. Se non si è pronti per le piazza allora prendo tempo, agisco da me. Prendo a calci la ragione. Prendo a calci la vita. E lo faccio per smuovere le coscienze ammansite. E lo faccio con rigore. Anzi no! Con sana punizione.
    Ed e lì che lo vidi e, nonostante la stanchezza del tempo trascorso, lo puntai. Danzava beatamente tra i fili della sua ragnatela. Era sicuro, sorridente, mi ghignava. Era come quel misero e ignaro industriale, sdraiato, beatamente sul panfilo a mare, mentre la sua azienda crollava, inghiottita da cumuli di carta straccia. Era ben ancorato in quell’incrocio dei pali di una lurida porta di calcio. In un paese dove il tempo s’è perduto, appoggiato su una incontaminata collina calabrese. Quel ragno cominciava a starmi sulle scatole. Quei primi due colpi non l’avevano per niente scalfito. Nel mio vedere nebbioso per l’accumulo fin lì di stanchezza, i miei occhi me lo facevano odiare. Cominciavo a non sopportare più vederlo rilassato su quell’amaca di ragnatela. Sembrava che suonasse un violino. Convinto che mai nessuno lo avrebbe spazzato via. Interrotto. Rotto.
    Eppure al 87° di gioco, quando mancavano solo 3 minuti alla fine della partita, ho fatto centro, anzi angolo. Finalmente l’ho centrato in pieno. Spodestato. Stava gioiendo troppo per i miei gusti. E lo faceva con ghigno autoritario, sbeffeggiando quelle 22 misere formiche in campo che fino ad allora gli avevano provocato poco sussulto. Diciamo quasi per niente. E’ così l’ho appiccicato alla rete della porta dopo averlo dolcemente accompagnato col pallone. Questa volta ho disegnato la traiettoria col compasso. E non c’è stato niente da fare per il povero ragno.  Adesso mi fa tenerezza vederlo lì in fondo alla rete per perdita di consistenza. Senza casa e fissa dimora. E poco ossigeno per animarlo. Per renderlo di nuovo partecipe alla vita. Spero che si levi in fretta e reagisca al più presto. Al tempo tiranno non piace l’attesa.  Non serve spargere lacrime o farsi cullare,  o commiserare come un tenero e becero fannullone. C’è rimasta poca gente che può farlo. Ma quella gente  è priva di idee. E’ priva di tempo. Ed ora si trova altrove in cerca di un misero lunario.
    Ora alzati è combatti il tuo tempo! Ho provato a ferirti e l’ho fatto esultando con i miei compagni di gioco. L’ho fatto solo per smuoverti, per non farti vivere nella calma apparente. Nella tua solitaria piattezza. Lo so che vivevi beatamente e tutto quello che ti succedeva attorno, ti succedeva di sotto, non ti interessava per niente. Però adesso che un istinto di vita si è ribellato a te, non puoi subirlo così: fermo, immobile, fino in fondo. Devi cominciare a costruirti di nuovo. Lo devi alla tua vita. E a quella dei tuoi figli. Nati da questa misera terra. E lo devi fare con lotta e con amore. E lo devi fare con amore e rabbia. Semplicemente svegliando i tuoi sensi. Magari ricominciando a sentire il rumore della piazza . Che è profumo di vita. Il nuovo ordine economico politico e sociale, richiede un prezzo. Da pagare. La nuova dittatura Europea segue di pari passo il tramonto dell’occidente. E non fa altro che governare in modo sconsiderato ciò che ha creato. Solo barbarie.

     
  • 11 gennaio 2013 alle ore 10:01
    Ordine e caos...

    Come comincia: Odio come tutti la sveglia di prima mattina con quel suono deforme e abusato. Un tumulto, un fracasso per l’udito. Se dovessi scegliere gli orari più strambi per farla strillare non avrei il minimo dubbio: 05.47, 6.33, 7.07… e così via.. Non è sicuramente per un ordine progressivo o ben preciso ma la metterei su orari che la maggior parte della gente considera strani.  Perché nessuno ci pensa ma quei minuti, che di solito non se li considera nessuno, rivestono un carattere di grande importanza. In effetti che senso hanno le 06.00 o le 07.00? Non hai il tempo di assorbire il dolore del suono che ti rimbomba dentro e già sono i minuti successivi quelli che ti sfidano a  rincorrere il tempo e  a fare la differenza con gli impegni. Poi, dai!, diciamolo pure, questo senso preciso e spaccato che cerchiamo di darci pure con il tempo, rappresenta l’ordine, che diventa poi regola nella vita di tutti i giorni. Come il mezzogiorno di fuoco o la mezzanotte di cenerentola che son divenuti oramai chiodi fissi nell’immaginario collettivo..
    Vi invito invece ad adottare fin da oggi i minuti spuri. Quelli che diventano importanti e te li godi fino in fondo.. quelli che se vuoi li fai passare senza alzarti di soprassalto e giochi con loro nel quadrante dell’orologio.

    Scusate ma questo è un semplice modo per dare ordine alla idee, alle mie idee, anzi no per niente…..rifiuto l’ordine! E non da oggi, ma da sempre. A dire il vero amo viaggiare in "direzione ostinata e contraria". Cerco il caos dentro di me che mi possa aiutare a generare voci parlanti, roteanti, per dedicarle al popolo. Che siano eco di voci d’amor blasfemo, premature e piene. Eco di voci vive. Cariche come un fucile a pallettoni. Cariche di brio ed ebbrezza.
    Per questo son qui ora a scrivere che odio l’ordine circoscritto come sistema di regole convenzionali. Quell’ordine mentale costruito su misura da quegli idioti che un tempo si facevano chiamare “Lumi”. Che seguirono il gioco perverso della “ragione”, iniziato con Cartesio, nascondendo marciume ed ipocrisia..
    Aveva capito tutto Nietzsche quando scriveva che… “bisogna avere del caos dentro di se per generare una stella danzante” …aveva capito sì!…aveva fatto parlare Zeus, quel sapiente spirito che  generò l’io danzante arricchendolo di brio ed ebbrezza…liberandolo da ogni trappola mentale e da ogni bruto istinto d’acido  quotidiano. Che bell’appartenenza che è questo mondo!
    Noi siamo avventurieri che non tollerano l' ordine. L' ordine è un sottoprodotto del caos, chi ama l' ordine ama solo una parte del tutto.L' ordine è un brutto vizio, ci si rimane dentro fin da quando si è bambini intrappolati da tutto un sistema di regole civiche impartite dai genitori, come forma di educazione universale  che  pensano di vedere  i figli seguire le rotaie del mondo o la giusta via come si suol dire. Poi da grandi, quei giovincelli cresciuti, non possono deragliare, cambiare rotta, perché troppe persone vanno nella identica direzione. Come branco. Come bestiame da carico merce. Pronti a qualsiasi forma di macelleria sociale..
    E il caos invece dove lo teniamo? Pensiamo di farla franca tenendolo a bada dentro di noi? Cosicchè molte volte quando tenta di esplodere, di uscire fuori dalla gabbia toracica siamo lì, appostati come sentinelle della ragione, pronti a reprimerlo, con la forza della disperazione e con l’aiuto della chimica farmaceutica o restando sdraiati e inchiodati sopra un divano ad ascoltare la voce del prete dell’anima che ci sussurra terrore. Questo perché il caos è rinchiuso, represso, messo a tacere dall’ordine delle cose. Viene considerato come una bestia selvatica, da domare, e l' ordine si sforza pur di contenerla, spendendo immense energie.
    Si limita la bestia negli spostamenti, la si relega ad una stalla galera per la notte.
    I muri contengono la ribellione di chi la pensa diversamente e l' alba torna sempre in favore all' ordine. L' ordine governa meglio nella luce. Il caos governa e basta, luce o buio. Quindi è inutile che l’ordine tenta sempre di sopprimerlo, tanto il caos è sempre presente e alla fine esce sempre fuori, alla ribalta.
    Governare il bestiame mi sembrava una pratica utile e dignitosa quando ero bambino.
    Da piccolo infatti ti fanno credere di appartenere al mondo, al suo futuro ed al proprio futuro, ma nessuno ti spiega che sei nato bestia, ci devi arrivare da solo ricordando quando da piccolo giocavi a travestirti da cow boy, o da poliziotto, nelle feste scolastiche di carnevale.
    L' ordine poi cresce in base al caos " percepito " ; come l' umidità accresce il senso di soffocamento così fanno i media con la sicurezza " percepita ".
    L' ordine è democratico, è conciliante. Esige pace e serenità. E a volte la pretende. Con le bombe e con la guerra. Con genocidi di massa. Quella stessa massa che prima auspicava l’ordine. E che ordine diamine!  Anzi no dinamite!
    Tutto è percepito in piena regola convenzionale. Non scritta.  Tutto a un limite si dice. E quel limite è lasciato all’ordine governato. E si perdona così il saccheggio d’intere popolazioni attraverso editti e decreti. Si stabilisce il numero dei mariti o mogli coniugabili legalmente ed il vaticano perdonerà il suicidio oltre il milione di euro dichiarato, sempre che l' otto per mille vada nella direzione suggerita dalla pubblicità pagata dall' otto per mille.
    Gli ufo potranno visitarci solo se stamperanno moneta e compreranno il debito mondiale ed a dio sarà concesso di farsi le canne solo se risolverà i grandi problemi del mondo, nascita, vita e soprattutto morte; gli uomini lo trovano concepibile tutto questo, come le donne di fronte ad un aborto spontaneo.
    Se da bambini vi siete emozionati in uno zoo vedendo per la prima volta tanti animali diversi, è prima per merito del caos e poi per causa dell' ordine inflitto agli ingabbiati.
    Se ora pensate che le differenze non debbano essere governate per spettacolo, non portate allo zoo i vostri figli, si emozioneranno piano piano girando il mondo. Che è briosità. E’  vita! Scoperta del caos che ci appartiene…..

     
  • 14 dicembre 2012 alle ore 9:20
    Il filosofo maledetto e il suono d'armonica..

    Come comincia: L’anno lo si vede come sempre spegnere nei giorni che accompagnano il mese di dicembre. Questa volta il fine anno appare inzuppato di un umido che sale lento dalle suole delle scarpe. Ogni cosa sta per fermarsi, stupita. Capita sempre così in questo mese di festa. Dalle luci per strada ai colori natalizi. Dai presepi di cartapesta del mitico Antonio ai carion e alle barbe bianche. Per lo più finte. Il freddo oramai si addensa in una promessa di ghiaccio. Come quello lasciato sul vetro della macchina di prima mattina. Lo conserverò così per sempre. Intatto. E così che oggi ho deciso di sposare l’inverno. Poggio la penna sul tavolo smussato. Guardo il foglio di fronte a me e lo vedo pian piano sporcarsi d’ inchiostro.
    Son passati pochi giorni dall’ultima volta che ho disegnato linee di inconsistenza  con l’artificio della mano. Solo pochi giorni. E’ stato un parto difficile e prematuro che ha generato piccoli pensieri e discussioni. Vino rosso e parole. Fuoco a scaldare gli animi, alterati dalla vista di giorni appena passati e dall’ipocrisia politica e sociale che è sempre presente. Niente di nuovo. Solito squallore! Con la  comparsa di nani, ballerine e mostri bifronti.  Due giorni di costicine, bestemmie, salsicce e abbracci, di pugni nello stomaco e rabbia. Smorzata dal vento o bruciata dal fuoco. Solo fumo all’orizzonte. Olfattato lungo la strada, come semplice spiraglio d’aria. E  via di fuga.
    Oggi c’è un mare fantastico a Crotone…Nonostante il generale inverno alle porte c’è un sole alto e fiero che spacca la crosta terrestre e che regala squarci di vita piena. Sarebbe utile goderselo tutto, fino in fondo.  Magari che ne so sfruttare la pausa di lavoro per fare una lunga camminata  in spiaggia, sulla battigia,  per poi rifugiarsi in un locale a mangiare fagioli neri, cucinati alla messicana, accarezzati da pane abbrustolito e accompagnati da una riserva di chianti, tatuata “Gallo Nero”….E non importa se mentre scrivo capita di fare la pubblicità alle case vitivinicole, tanto qui è tutto gratis, non paga nessuno. Sia chi scrive che chi legge. In fondo vale propria la pena fare l’amore col sole e col cibo, bevendo vino e masticando parole.
    Mi sento all’improvviso precipitato nel bel mezzo della vita, a metà strada tra una carezza e un tegola in testa. Cammino adagio sul pavimento della strada . Faccio fatica a tenere saldo il piede per non scivolare. Mi accompagna solo un piccolo strumento che dirama bollettini di guerra e folate di note. Corrosive quanto bastano per saziarmi di tutto e di niente. Di vino e di parole. E di tal sazietà mi cibo e poi suono. Suono artigli d’autore seduto per terra. Note dolci, un pò malinconiche, tinte di cruda amarezza. Con gli occhi chiusi canto il mio animo disumano, il mio spirito schivo e ribelle senza cercar gente che possa udire. Sono seduto sul ciglio della strada e scrivo. E suono. Per me stesso, per le mie sensazioni e sentimenti nascosti e virluenti, tutt’altro che indifferenti, con la bozza del libro che sto per terminare, appoggiato per strada, sopra la mia ombra di piedi scalzi..Son uomo di popolo preso a prestito per strada, mal visto dagli stessi uomini “benpensanti”, ma ignaro mi abbandono al mio talento creando un rifugio per gl'occhi, per la mente, per il cuore. Il dolce suono d’armonica riempie di poesia la piazza che scorre veloce, dai soliti movimenti meccanici di chi l'attraversa giorno e notte. Con l'unica cosa che resta viva e ferma, la musica..E’ salubre pensarsi così come un solleticatore di note che scrive melodie su un pentagramma distorto. Suono, volteggio e rido. E scrivo. Lo faccio nei vicoli di questi luridi palazzi colorati di smog. Dopo aver donato un pò d'armonia con le mie leggere intonazioni, lascio i vicoli e sparisco dietro un maestoso cielo di color azzurro lucente. Non si sa chi sono, nessuno s'è mai interessato, nessuno ha ben guardato o rivolto una sola parola. E così è. Ogni giorno, alla solita ora. Il filosofo maledetto con l'armonica fa dono di musica, scritti e parole. Lancia piccoli strali nei vicoli della città. Brevi passaggi di tempo. Piccole oasi di lettura, note intonate alla memoria. In compagnia della sua armonica. E poi d’un tratto sparisce, si dissolve, dietro l’azzurro lucente.

     
  • 11 dicembre 2012 alle ore 13:20
    Il linguaggio dei corpi in movimento...

    Come comincia: Erano stati giorni intensi quelli appena trascorsi. Notti adornate da splendide visioni. Circondate da germogli di vita. Il desiderio di abbattere il nemico a colpi di penna era sempre al centro dei pensieri di flix. D’altronde la vita è vista come una un'immensa partita a scacchi dispiegata su un grande campo di battaglia dove in gioco si scontrano desideri, piaceri, interessi, gioie e dolori. Nella descrizione di un linguaggio di corpi sempre in movimento. Possibilmente composti da abili giocatori e non da pedine di scambio....
    In fin dei conti il  gioco è guerra; la guerra è la politica continuata con altri mezzi; la politica è uno sporco gioco d'affari, una corsa di cavalli di troia, in fondo è solo intrattenimento e sport.
    Basta guardarli i politici, sempre vestiti in maniera impeccabile, perfetti; tutti animali da feste di gala, tutti intercambiabili, l'uno vale l'altro. Non c'è distinzione di questa razza in via di estinzione, si reciclano nei partiti come rifiuti solidi urbani...Tutti a riempirsi la bocca parlando di “Democrazia” ….

    Flix continuava a produrre sapere. Era sempre lì, seduto. A pensare. In trincea. Sul campo di battaglia a combattere i nemici con le armi della penna. Schivava i colpi che vedeva passare sopra la testa, provenienti da ogni angolo della terra. Cecchini posti in ogni angolo di strada. Sui cornicioni dei tetti. Negli edifici pubblici e nelle aree private. Tutti armati e con i coltelli tra i denti. Pronti a sparare e a colpire dietro la schiena. Traditori che generavano sangue. Odio. Arruolati e pronti a vendere il proprio corpo, la propria pelle al peggior offerente. Da un giorno all’altro cambiavano abito, maschera. Si vestivano di nuovo. Prima pugno alzato poi saluto romano. Prima piromani poi pompieri. Buttavano a mare la propria dignità per un tozzo di pane. Si facevano in quattro per mostrarsi amici di tutti. Erano educati e cordiali quanto bastava per legarsi le catene ai polsi e  stringere i nodi delle cravatte al collo. Tutti servili, come sempre, aspettavano il risultato delle elezioni per scegliere il nuovo messia. Il loro futuro padrone. E poi la corsa verso le poltrone. Verso quella vita comoda che aveva un prezzo, da scontare con la prigione. Mettendo in gabbia corpo e anima per una "ginnastica infinita dell’ubbidienza".
    Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Ma stabili e fiacchi. Privi di vitalità e di energia creativa. Docili e utili allo stesso tempo.

    Non restava che scrivere per compiere piccole resistenze quotidiane. Ancorare la memoria storica alla scrittura rappresentava da sempre il campo di battaglia di flix.
    Era come raggiungere una meta, partendo da nessun luogo e senza alcuna indicazione. Ma con la sola forza del pensiero si riusciva ad attraversare persino corsi d’acqua immaginari. Fiumi solitari che poi diventavano affluenti e davano vita a cascate dirompenti. Paesaggi manzoniani. Polmoni verdi e foreste pluviali tropicali.
    Il mondo era diventato una palla da gioco situata ai suoi piedi. Pronta ad essere calciata e rimandata in orbita. Sarebbe stato un dono disperdersi per sempre nell’infinito. Senza lasciare traccia. Senza lasciare alcuna minima ombra. Sparire per sempre da ogni angolo della terra. Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Danzanti al ritmo del rumore della pioggia. Un linguaggio di corpi in movimento che generava musica naturale e mirava a distruggere l’artificio del tempo.

    Invece la palla lanciata in orbita scendeva inesorabilmente sempre giù a picco.
    Viaggio di andata. Poi il triste ritorno. Verso quel luogo che tutti chiamano ragione. Dove il desiderio in gioco lasciava spazio al ripetersi del giorno. La cura dell’orto. La cura del viso. La passeggiata in splendida compagnia. Un salto al cinema. E poi il lavoro. La frenesia. Gli incontri al pub con gli amici o altrove. Tutto confezionato. Anche la musica da carion come cornice dello stesso paesaggio. Lurido e marcio.
    La stessa gente. Falsa e arrogante. Le stesse misere cose. Coreografia di un niente. Di un paese perduto all’orizzonte. Di un mare al quale si udisce solo grida di vendetta. Per aver inghiottito tutto il marciume che l’uomo ha prelevato e preleva dalla terra.

     
  • 07 dicembre 2012 alle ore 10:55
    Lettera d'amore di rabbia e di guerra

    Come comincia: Ieri non ho potuto incontrarti, ma oggi ho voglia di starti vicino. Anche se non potrò toccarti, perché ognuno distante dall’altro e rinchiusi nel proprio ufficio, vorrei accarezzarti solo con il fruscio delle parole che di questi tempi è tanta roba.
    Oggi non ho propria voglia di evadere le pratiche d’ufficio. Non ho propria voglia di lavorare. Ad essere leale devo ammettere che non sono né cattolico e né tanto meno calvinista o protestante. Per cui odio sempre lavorare. Amo come ben sai l’ozio latino. Che non significa essere lavativo o fannullone.  Ma abbracciare quella filosofia che ti consente di progredire nella vita di tutti i giorni. Il mio lavoro preferito è leggere, scrivere, giocare indifferentemente a qualsiasi cosa, andare al cinema, al teatro, ascoltare musica, bere vino.. Sono stati almeno 15 giorni infernali lavorati continuamente, sballottato tra comuni e comuni del comprensorio, oggi no. Proprio non mi va. E tutti lo sanno perchè mi presento alquanto lunatico a lavoro per non dire stizzito. Questa maschera ormai mi appartiene ma so benissimo che fa parte del mio gioco e della mia filosofia di vita. “Fare l’indiano per non andare in guerra” . Non ho alcuna intenzione di battere i record io. Per battere chi, poi? Battere me? Oggi mi sono preso del tempo a morsi, capisci? Ed ora c’ho la pancia vuota ma la mente limpida e comunque sia il messaggino che mi hai inviato l’altro ieri “dei complimenti altrui” mi è piaciuto un casino. Una carezza alle mie noie di giornate e alle stanchezze di una vita che a volte non accetti ma ti appartiene.

    Non so come accompagnarti lungo questo weekend. Oltre a condividere la stessa e identica routine di casa e di giardino. Proverò a farlo a modo mio. Man mano che scrivo qualcosa penso verrà a galla. Non escrementi spero come quelli descritti l’altro giorno. Ma sento che qualcosa verrà a galla. In superficie, dal mio spirito, tanto per intenderci. Saranno come al solito parole d’amore di rabbia e di guerra…

    La mia premura a volte abusa della volontà altrui…Ti scrivo al dire il vero non frequentemente ma aspetto sempre un tuo idillio del domani che si fa preda, ma noto le tue lontane fatiche e il tuo ventre molle che combatte, ogni mattina, una “stupida” guerra. Di luce, di specchio e di consenso. E’ come un bagliore di scie luminose che dal chiassoso cielo stramazza di suoni per terra. E che risale da terra dopo aver decimato il pianeta, terra. Immagini di forme progredite e alquanto mature che si sovrappongono ad un turbinio di sensi. Rubati. Sottratti. E nascosti. Nell’intimità eterna di un’ora.  E che disegnano un’altalena di mille emozioni e colori diversi, a volte addolcite dalle consuete presenze, a volte bramanti alla ricerca di un “demone” che si nutre di assenza. Di qualcosa che manca per riempire fino al limite l’orlo di un bicchiere, mai sazio e mai pieno. Mai pago. Per soddisfare il desiderio artefice del gioco che si fa strada e avanza, nell’interstizio del cervello.

    Scusa mia adorata baby ma volevo semplicemente dirti che la quotidianità uccide l’essenza di uomo e di donna su questa fracida terra. E che a volte o quasi sempre abbiamo bisogno di fughe in avanti per non finire intrappolati come conigli in gabbia a mangiare erba. Abbiamo nel quotidiano i nostri affetti che ci circondano. Le nostre consuetudini che ci muovono come burattini e ci confondono. I nostri piaceri che sono solo miseri benefici momentanei e fin da subito riluttanti. La nostra benzina e il nostro alcol. Motore a scoppio per il corpo e sale grosso per lo spirito. I nostri desideri che sempre più affievoliscono scontrandosi con la quotidianità del tempo. Lasciamo piccoli spazi alle trasgressioni di giornata che sono solo pensieri e parole. Scritti e risate. Non costano niente e per questo ce ne appropriamo con facilità disarmante.

    Come leggi sono un fiume in “pena” stamattina. Quella parola la metto tra virgoletta per segnalarti che non è un errore, ma ch’è giusta e voluta. La “pena” sono le spine che porto dentro la gola e che custodisco gelosamente come archivi d’autore. Tu donna di un fascino ormai divenuto ideale e che mi appartiene e che riempi il bicchiere fino all’orlo di rosso bramare! Sei la spina che rappresenta l’essenza del fiore del male. Sei il mio seme di Bacco. Sei la mia parte di donna che a ben vedere poi ogni uomo senza saperlo porta dentro di se.  Mi piace vedermi e di conseguenza vederti giocare a fare l’adulta, saltellando sull’asfalto per strada a raccogliere la pietra sul disegno della “campana”. Io sono il numero “n” che rappresenta l’infinito e l’incognita. Tu sei la deliziosa armonia della vita che procede e avanza. Dentro di me. Fuori di sè.

     
  • Come comincia: La vita è quella cosa che ti succede mentre stai progettando di fare tutt’altro. Aveva proprio ragione John Lennon!! Grande fatica la mattina di sabato, ottimo allenamento con corsa e ripetute. Volevo essere pronto la Domenica. La finale dei play off del campionato di II categoria pensavo mi appartenesse più di ogni altra cosa. Si lo so era solo un’aspirazione alquanto ludica per un quarantenne, però, essendomi dilettato per tutto l’anno, a quell’appuntamento ci tenevo. Non volevo mancare. E invece? Sabato pomeriggio crisi ipertensiva e ricovero coatto.
    Ed ora mi trovo qui. Al chiuso. In regime ospedaliero. E forse ne avrò ancora per alcuni lunghi e eterni giorni. Pieni di luna. E di sole. Più che udir il suono accecante dei raggi ultravioletti che s’imbattono sulle grandi vetrate del centro universitario ospedaliero di Catanzaro, mi dondolo nel buio della notte e cerco riparo. Oggi ho subito un oltraggio vero e proprio, con violenza fisica premeditata. La gastroscopia mi ha fatto entrare stamattina in un’altra dimensione. Ho vomitato l’anima dagli occhi oltre che dal naso dalle orecchie e dalla bocca. E’ un esame lancinante dove sei costretto per 5 minuti buoni ad ingoiare un tubo di gomma lungo 60/70 centimetri, subendo continue manovre.  Ho tentato più volte di ribellarmi e farla finita e scappare come clint eastwood in fuga dal penitenziario di alcatraz, ma ero sdraiato di fianco con la testa china in avanti su un bacile d’acciaio e con due energumeni ai lati che mi tenevano segregato.. Un calvario che mi ha portato tutto il giorno o quasi a penzolare come le gambe di un insetto..Quello almeno si ! Ho fatto uscire dalla stanza più di 15 specializzanti. Ad occhio e croce penso che il numero fosse così cospicuo in quanto, essendo un centro universitario, in giro si notono più camici bianchi che pazienti e parenti messi insiemi.. Si! Non è stato facile ma ci sono riuscito con un discorso secco e diplomatico. Mi sono messo fin da subito dalla loro parte cercando di andar incontro al mio essere paranoico e impertinente,  che era pronto per la sofferenza ma non per lo spettacolo della sofferenza..Il prof. universitario a dire il vero ha cercato di farmi cambiare idea, però quando mi sono messo totalmente dalla sua parte e dalla loro parte dichiarando il mio essere paziente in stato di agitazione ha dovuto per forza desistere e soprassedere..Avranno pensato quello o è veramente “storto” oppure ci sta prendendo tutti in “giro”. Né l’uno né l’altro. Sono solo un lucido maledetto in lieve stato di agitazione.  E’ stato un modo per prendere tempo a dire il vero. Ho chiesto scusa ai specializzanti, tutti rigorosamente pettinati a dovere e in camice bianco, sembravano soldati già pronti ad arruolarsi nel corpo speciale della medicina italiana.
    Dopo sono rimasto da solo di fronte a quel supplizio medico.
    Oh quanto adoro il mio lavoro! Il mio ufficio…il traffico della città…le code dietro un semaforo..la fila ai supermercati….la gente che aspetta le 14.00 dietro un orologio prima di timbrare…..Tutto ciò che mi appesantiva un tempo oggi lo vedo leggero….leggero..leggero.
    Ed ora scrivo perché è l’unica arma che ho per porre resistenza. E lo faccio sapendo che qualcuno prima o poi mi leggerà, forse domani alla luce del sole. Sdraiato sul letto, al buio di una stanza di ospedale, odo piccoli rumori e miagolii di sottofondo. Candidi violini risuonano nella mia mente in uno spazio senza luce e senza speranza di poter prendere il volo.
    Una sinfonia tenue e strepitosa entra dolcemente nelle vene della notte disperata, ferma il tempo mentre la città si muove. Nel sottofondo tamburi lontani quanto silenziosi rumori di auto in corsa mentre, sconsolato e stanco, ascolto, registro e mi dispero per una musica che ancora una volta non potrò sentire. Solo per ora…Sono stanco, proverò a prosciugare le ultime 20 pagine dei 49 racconti di Heminway prima di chiudere gli occhi. La città sembra arsa dalle fiamme talmente è forte ciò che porto al petto, eppur sembra un muro fasullo,illusione della mente, inferno nel ventre. Eccolo ora riflesso tra queste ultime due righe il mio spirito mai saturo, solo ma sempre bollente, che ride del proprio dolore,impazzisce perché ancora non conosce il suo nome,scrive parole nella sera per raccogliere domani qualche lucido fiore di primavera…

     
  • 05 dicembre 2012 alle ore 13:15
    Pensieri e parole in attimi di libertà...

    Come comincia: Mi sento più distaccato dal mondo e più lontano del solito forse perché non trovo il tempo per scrivere e raccontare le mie prigioni…Poi a chi dovrei scrivere? A chi dovrei rivolgermi? A un lettore a una lettrice qualsiasi o ad una donna pensata come amore in un attimo di liberta? l'unica cosa certa è che il lavoro tanto per intenderci è quello per cui farei volentieri a meno, non mi interessa affatto il sentirsi impegnato e utile per la collettività… sono cinico quanto basta per capire che quest’etica protestante del capitalismo si è servita del lavoro per trasformare l’uomo-natura in bestia sociale..E non ho nessuna intenzione di andare avanti per parlare di questa trasformazione sociale avvenuta con la nascita degli stati parlamentari dopo la rivoluzione francese..No!.. assolutamente non è nelle mie intenzioni tediarvi. Preferisco accarezzarvi la pelle mentre mi sorridete piuttosto che vedervi lacrimare mansueti con poderosi sbadigli… E poi di chi dovrei parlarvi?  Di mamma Roma? Di politiche e poltrone? Di pubbliche orge che si mantengono in vita tagliando posti letto negli ospedali? No! State tranquilli ...
    Scrivo semplicemente perché vorrei dirvi che per me questo è un periodo molto impegnativo a lavoro. Ho delle scadenze con la Regione Calabria da rispettare e non posso adagiarmi su un cuscino di paglia fino a scomparire, illudendomi di diventare un granello di sabbia..Eppure avrei bisogno di una sana abbuffata di pause la mattina, la mia condizione psico- fisica ne gioverebbe e sarei forse più propenso ad accettare quei visi di plastica, quei sorrisi misurati e quelle labbra rifatte..

    Sinceramente un po’ di tempo riesco a ricavarlo la mattina ma mi manca la forza mentale che poi è tutto, come dire è il sale della volontà…Quindi distendo gli arti inferiori e superiori e sprofondo sulla sedia fino a toccare il culo per terra…Sapete com’è! Mi succede spesso quando a un sovraccarico di lavoro faccio seguito con esercizi di defaticamento,  fino all’abbandono più totale… Adoro la pigrizia e divoro quando mi è possibile questa sensazione…Si perché è proprio di sensazione che si tratta …. quando vivo questo momento, dove preferisco resistere alla sete piuttosto che alzarmi a prendere un bicchiere di acqua, mi sento privo di forza mentale e di questo desiderio m’affogo. Che poi a dire il vero più che di pigrizia sono saturo d’ozio..che poi è la mia vera ragione di vita, quella che ti fa sentire rispettoso verso te stesso e che ti regala perle di rara saggezza..Non siamo mica animali da macello… “fatti non foste per vivere come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” come diceva l’insigne Dante…E allora bisogna sempre adoperarsi per conquistare spazi di tempo e regalarli alla virtù dell’ozio latino…alla scrittura, alla musica, al cinema, all’arte, alla filosofia, alla poesia, alle lettere di amore e rabbia dedicate perché no! “..ad una donna pensata come amore in un attimo di libertà…”