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in archivio dal 10 mag 2010

Francesca Fichera

27 aprile 1988, Napoli - Italia
Segni particolari: Redattrice di Aphorism dal 2012. Poco alta, sempre all'altezza. Voglio essere la dimostrazione vivente che l'emozione non nuoce alla mente.
Mi descrivo così: Ho l'anima di un poeta e l'apparato emotivo di un cane da rottamaio. Ma questo non l'ho detto io.
Mi trovi anche su:

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  • 17 marzo alle ore 17:50
    Salvezza

    Non basta un mare
    per spurgare
    gli anni bui
    ma mille mari
    sì, e quelli
    sei tu.

     
  • 12 marzo alle ore 20:10
    Questione di cuore

    Non importa 
    se importa
    o meno.
    Importa di
    più la porta
    aperta
    sul seno.

     
  • 26 febbraio alle ore 18:50
    Solidale (Filastrocca dell'azione)

    Tanti chicchi
    fanno un cucchiaio
    Tante briciole
    fanno un boccone
    Poi non datemi
    del coglione
    se mi sta a cuore
    la piccolezza.

     
  • 25 gennaio alle ore 18:43
    Tentativo

    Tu
    sei ancora altro
    dalla morte.
    Se te ne vai
    tendi per sempre
    un arco di
    eco
    dopo un rumore
    spento.

     
  • 20 novembre 2013 alle ore 12:35
    Finestra

    Eccolo che arriva
    il naturale subbuglio
    della sera
    dove in una 
    finestra guardo e
    misuro l'eterno
    senza consapevolezza

     
  • 08 settembre 2013 alle ore 12:48
    Contraccolpo

    Più dei colpi dati
    contarono quelli
    lasciati dare.

     
  • 26 luglio 2013 alle ore 20:26
    Il cielo di Francia

    Dimenticate
    che non sono
    piccola
    Che l'aiuto è
    una domanda
    a cui sola io
    rispondo
    Che il cielo pesa
    e non bada a 
    chi schiaccia
    Che la paura 
    si vince con
    l'applauso dei
    muri
    E che i giorni mai
    persi non
    ritorneranno.
    Dimenticate
    e tendete
    alla mano mai 
    pargola
    che fu troppo 
    grande.

     
  • 01 luglio 2013 alle ore 8:59
    La soluzione

    Imparai a danzare
    con le assenze

     
  • 22 maggio 2013 alle ore 20:46
    La natura

    E la luce disse:
    torno nell'ombra
    perché è lì che sono nata

     
  • 26 aprile 2013 alle ore 8:38
    Regalo

    Hai infranto
    le nuvole,
    spalancato il
    cielo
    che non tornerà
    mai corto.

     
  • 25 aprile 2013 alle ore 12:25
    Siesta

    Un gatto mordeva l’aria
    mentre tu giocavi
    a zittire i lamenti
    E i tuoi denti
    non tagliavano ancora
    Erano perle nell’acqua,
    al sole.

     
  • 21 aprile 2013 alle ore 17:49
    M

    Sono un mare in tempesta
    sotto un cielo sereno

     
  • 19 aprile 2013 alle ore 11:31
    Sera

    A terra 
    un pallone
    Sul viso
    un bagliore
    Lo specchio che 
    aspetta
    Il giorno
    che muore

     
  • 15 aprile 2013 alle ore 18:48
    Enigma passato

    Qualunque cosa fosse,
    è andata.

     
  • 11 aprile 2013 alle ore 22:05
    De brevitate vitae

    Scrivo un sogno
    prima di dormire

     
  • 08 marzo 2013 alle ore 12:17
    Enigma dell'ora

    Cos'è ora la vita
    se prima
    non era?

     
  • 05 marzo 2013 alle ore 21:58
    Enigma del non

    Se solo non fosse
    necessario ad amarti
    potrei non amarmi
    pure di non 
    lasciarti

     
  • 22 gennaio 2013 alle ore 21:56
    Impressione

    Troppo è il pensiero
    per generare senso
    o parola.
    E intanto scruto in una
    pozza d'acqua
    sperando di trovarti
    e scorgo gli altri,
    i troppi,
    e te,
    il solo
    in scintille di 
    sole

     
  • 02 gennaio 2013 alle ore 14:09
    Il momento

    Arriverà il momento
    che non dirò perché è giusto
    ma perché lo sento

     
  • 17 dicembre 2012 alle ore 18:14
    Orfeo ed Euridice

    Tu sei l'Orfeo
    che nella fede
    non si volta
    ed io l'Euridice
    che segue
    ad occhi bassi
    fissi sul cammino

     
  • 08 settembre 2012 alle ore 18:15
    La quartina sbagliata

    Nessuno ha il coraggio
    di dire al potente
    che in realtà fa schifo
    ma è meglio di niente

     
  • 02 settembre 2012 alle ore 10:39
    I ritorni

    Impressionante il tempo e il suo chiudermi in me senza rumore
    e naufragar m’è stato dolce nel solito mare,
    con il castello salato d’oceano e di memoria
    che ora tiene anche noi, più pesanti
    della Storia.
    Mi sono chiusa in me e ora mi apro, come una corolla
    che rossa sorride al sole e mostra
    l’oro nel cuore.
    Le emozioni erano stampi
    in cui versavo impressioni, e adesso son loro che mi colmano pian piano,
    man mano,
    mano nella mano,
    ti amo,
    non so che vuol dire ma è vero,
    so che è simile alla preoccupazione con un misto di gioia e di dolore, che chiunque può star solo ma chi ami no, non vuoi lo sia,
    chi vuol esser lieto sia,
    io lo sono. Ho vinto, perché vincere è amar quel che s’è scelto, lui, l’arbusto  che ci aspetta
    oltre la vertigine,
    del cielo serio osservatore,
    sta lì a fissare l’azzurro orizzontale
    in attesa di altra polvere,
    di altri passi da ascoltare.
    La vita è stata là, la vita è già finita,
    felicità è rinascere crescendola ogni volta.

    Ombre confuse sul fondo, si diradano, le sto soffiando via,
    una ad una, guardando
    nelle loro bocche d’inferno che non fanno più paura
    della paura stessa.

    Tornerò quando sarò andata via

     
  • 28 agosto 2012 alle ore 16:49
    Oltre il mare

    Fonte è 
    una parola
    che 
    sgorga dalla mente
    colando come
    gocce di limone
    e di frescura
    Da lì sorse l'amore
    della sirena
    che diceva
    "è anche tua la colpa"
    scrutando il marinaio
    dentro l'orizzonte
    lambito con i suoi
    forzieri di promesse

     
  • 21 luglio 2012 alle ore 11:42
    Squarcio

    Mi hai squarciato le convinzioni
    Vedevo un cielo in plastica
    e me l'hai fatto vero

     
  • 06 luglio 2012 alle ore 14:57
    Filastrocca della felicità

    Ogni giorno è importante perché può donare/
    Ogni cosa ha magia se la si sa vedere

     
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  • 28 marzo alle ore 15:23
    In partenza (Ieri finirà)

    Come comincia: Non aveva ancora finito di leggere quella lettera che s’era portata dietro, una sequela di luoghi comuni e di frasi fatte da rifare, quando sua moglie si sporse verso di lui e disse: “A cosa pensi, Antonio?”. Quando lo chiamava Antonio, qualcosa probabilmente non andava. E qualcosa, in quel momento, non andava davvero: alla fine della lettera mancava solo il cognome (il nome c’era, c’era eccome), sulla busta che la conteneva erano state impresse due labbra rosse di rossetto - lui adorava quel colore, e il suo cuore sobbalzava al solo riconoscerlo - e la sera prima aveva proposto alla loro proprietaria di fuggire insieme. Il cielo, dal finestrino, sembrava un mare sottovetro e sporco; gli alberi si affrettavano lungo la strada. Antonio non sapeva, a dire il vero, se sua moglie avesse intuito o meno del rapporto fra lui e Linda. Sperava di no. Quello stesso pomeriggio avrebbe preso un altro treno per partire con lei. Era la sua occupazione preferita, studiare fughe come quando era bambino. “Dalla meta capisci il viaggiatore”, aveva letto una volta. Ma non sapeva se ce l’avrebbe fatta sul serio: doveva rispettare le coincidenze, e finire di leggere la lettera, e sopportare la sfuriata di sua moglie, di lì a poco. Che infatti non tardò.
    “Troppo pensieroso, per i miei gusti. Quale altra scommessa hai perso?”. Giulia s’era stretta nelle spalle aggiustandosi il bavero; una sua mossa tipica, da vecchia matrona, che Antonio non aveva sopportato mai. Meno male che fra poco arriviamo, si disse. Controllò l’orologio e notò che mancava un quarto a l’una. A l’una e cinque si sarebbero fermati. Nella lettera al rossetto c’era scritta la destinazione che Linda aveva scelto per la loro luna di miele illegale: Antonio la pregustava come l’isoletta di sugo sulla pasta.
    Però intanto c’era Giulia.
    “Sempre calcio, calcio… so io dove te lo darei. Con quella faccia da morto che ti ritrovi, sempre a pensare a cose inutili !”.
    Sempre gentile, la cara vecchia Giulia.
    Per fortuna il controllore l’aveva tratto in salvo: ad Antonio era bastato il fruscio delle tendine luride del treno, lo spostamento d’aria della porta a scorrimento, per tornare a sentire su di sé i raggi del sole.
    Il silenzio di Giulia, che cosa sopraffina. Specie se unito a quel bacio stampato sulla carta.
    Giusto, la lettera!, pensò Antonio, rifugiandovisi senza proferire altra parola. Perché lì, in mezzo alle frasi fatte e alle sdolcinatezze, sotto il velo sottile di sudore profumato di una mano indaffarata, dietro la scia di grasso vermiglio lasciata dal rossetto; fra tutte quelle cose, c’era scritto il suo destino. Che - qualche volta capita - in tal caso era anche una destinazione.
    La profezia era tutta in un “Ti aspetterò al treno per Venezia”. Il sigillo in un “Per sempre tua”. Di una banalità adorabile.
    “Anto’, ma che leggi?!”, sparò Giulia, facendolo sobbalzare. Per poco la lettera non sgusciò via dal suo astuto nascondiglio: la pagina sportiva della gazzetta locale. Banale pure quello - evidentemente era una cosa contagiosa. “N-n-niete Giulie’, che devo leggere? Controllo i risultati… Non sia mai stavolta c’ho azzeccat…”.
    “E ti pareva! Pure rosso ti fai per quelle quattro stronzate. Secondo me sei arrivato al punto che devi curarti !”, lo interruppe lei, riaggiustandosi il bavero. E Antonio pregò che il treno si trasformasse in aeroplano, e che ci fosse un sedile ad espulsione come nelle auto d’epoca. Ma quello era un treno vero, e purtroppo sapeva (e poteva) soltanto fischiare; almeno, così era una volta. Ora al posto del fischio, una voce metallica e monocorde annunciava l’imminente arrivo nella stazione più vicina.
    La loro.
    Giulia si alzò in anticipo e uscì, lanciando un’occhiataccia al povero Antonio, che intanto estraeva accuratamente, ma non senza emozione, l’amatissima lettera dall’interno del giornale. Era stravolto, il momento era vicino, e le distanze s’accorciavano come il suo fiato. Ebbe a stento l’accortezza di calar giù il bagaglio dalla mensola, e nella sua goffaggine si lesse traditore attraverso gli occhi altrui. Specialmente di Giulia.
    Nel corridoio stretto ed affollato, in attesa di poter scendere, ripensò al suo piano: dopo aver lasciato il giornale sul sedile dello scompartimento, avrebbe avuto il giusto pretesto per simulare un attacco di panico davanti a sua moglie. “Cazzo, la schedina, la gazzetta! Va a finire che stavolta ho vinto qualcosa e me lo lascio sfuggire perché non ci sto con la testa… Scusami, tesoro, torno subito!”.
    È proprio così che avrebbe detto, all’uscita dalla stazione. Sarebbe corso via così, per non tornare più indietro.
    “Anto’… ti svegli?”. Le unghie laccate di Giulia le si agitavano davanti al viso come l’ala di un piccione.
    Antonio si scusò con un sorriso docile - forse troppo, pensò, col rischio di suscitare qualche sospetto. Dopodiché furono fuori, lui davanti a lei per farle strada, con la valigia piena di piombo in una mano e il bacio stampato a tamburellargli nella tasca sinistra dei pantaloni, affianco al pugno chiuso.
    Ogni metro fu percorso a nuoto nel miele, con il sudore che disegnava strani monili sulla fronte e il cuore che batteva all’impazzata. Antonio si sforzò di non guardarsi attorno per vedere se lei era già lì, se anche la serendipità era intervenuta a benedire quel mattino di fine inverno col cielo così blu da fare male agli occhi. A dirla tutta, riuscì a mantenersi più che discreto mentre gettava uno sguardo sul tabellone dei treni in partenza, cercando Venezia e trovandola, gialla e splendidamente lampeggiante, in cima agli annunci.
    Binario 2, 10 minuti alla chiusura delle porte.
    Antonio capì che doveva affrettarsi. Per fortuna, il riquadro luminoso dell’uscita era davanti a loro: a lui e a Giulia. Così iniziò immediatamente a simulare: si batté una mano in fronte e finse; finse fino in fondo d’essersi dimenticato.
    “E ti pareva pure questa! Sei un disastro, diamine!”, ringhiò sua moglie, terminando il ringhio in uno sbuffo. Poi disse qualcosa di simile a ‘sbrigati’, solo che Antonio non poté sentire, perché già non c’era più. 

     
  • 26 febbraio alle ore 18:44
    Charlie (Una stanza chiusa)

    Come comincia: Charlie scosse Sonia dal sonno. Si era rannicchiata sulla poltrona pieghevole accanto al divano, davanti al televisore, e dopo pochi minuti lui era riuscito ad avvertirne il respiro farsi più pesante e profondo. Allora aveva abbassato il volume e si era piazzato davanti al computer a perder tempo. Non voleva disturbarla. Dopo quella giornata, credeva che fosse meglio lasciarla riposare.
    Non si vedevano da quasi sei mesi. Lei era tornata a casa dai suoi per fare qualche lavoretto e racimolare un po’ di soldi da conservare. Quando era partita non aveva detto niente, nulla di nulla, neanche al momento dei saluti. Una cosa strana da parte sua, non parlare. Rideva al pensiero di quante volte si era trovato sul punto di riderle in faccia pur di farla stare zitta. Però in fondo gli piaceva quel suo modo di sotterrare il silenzio, come se ne provasse vergogna, come se l’idea di restare senza niente da dire per un solo secondo addirittura la atterrisse. Sonia riusciva ad avere sempre l’argomento pronto, una discussione nuova. Un impaccio in meno per lui, questo è sicuro.
    Ma quel venerdì era andata in maniera diversa. Charlie aveva ricevuto una telefonata di Sonia nel primo pomeriggio: gli diceva che sarebbe arrivata con l’aereo delle sette. Il suo tono di voce era entusiasta ma teso, sovraccarico di finzione. Lui non le aveva dato ad intendere di aver sospetti, comunque. Si era limitato ad annuire, assicurandole che sarebbe andato a prenderla in aeroporto.
    Quando aveva rimesso giù si era sentito oppresso, senza ragioni apparenti. O forse la ragione c’era: Sonia non era più quella di sempre. Da quando se n’era andata, pensava.
    La conferma gli era arrivata quella sera in aeroporto, quando lei lo aveva raggiunto al parcheggio. L’ultima volta era stato tutto uguale, scenario, protagonisti, forse anche l’occasione, tutto. La differenza era che allora Sonia stava sorridendo: un sorriso che avrebbe abbagliato e tramortito e fatto innamorare chiunque. L’ultima volta Sonia sembrava felice di vedere Charlie.
    Questa volta no.
    Come la vedeva adesso sorrideva debolmente, le labbra incollate ai denti, lo sguardo affettato e contratto. Sembrava stesse trattenendo una fiala di arsenico sotto la lingua. A Charlie era dispiaciuto il solo fatto di averlo immaginato. Gli era sembrato grottesco. E, d’altronde, anche il ricongiungimento era stato più che strano: nessun abbraccio, salto d’emozione, pizzico sulla faccia. Solo un bacio morbido e prolungato su una guancia, qualcosa che gli aveva trasmesso sarcasmo, dolore, senso di freddo.
    In macchina quel freddo aveva ghiacciato ogni cosa, si era espanso come fiato su una lente. Lei lo ringraziava per l’ospitalità, lui scuoteva la testa, e tutti e due ripiombavano nel silenzio più mortale che li avesse mai divisi. La conversazione si era ripetuta almeno un paio di volte, contribuendo ad aumentare il gelo nell’aria e a surriscaldare le punte delle orecchie. Tutto a voler rimandare la fatidica domanda: perché così d’improvviso? Charlie aveva deciso di soprassedere - per il momento - limitandosi a chiederle cosa volesse per cena, una volta arrivati a casa. Qualsiasi cosa, anche una pizza, gli aveva detto lei; poi si era ritirata in camera da letto a disfare la valigia, anche questa strana, diversa dal solito. Troppo piccola e vuota.
    “Quanto ti trattieni?”
    “Fino a domani, credo. Al massimo vado via domenica”.
    Parlava e si muoveva come un automa. Anche durante la cena, mentre si discuteva di corsi universitari, lavoro e quant’altro, era come se si fosse scritta tutto da qualche parte e l’avesse mandato a memoria. Finito di mangiare, lui le aveva proposto di andare a fare due passi - per rompere il ghiaccio, in realtà, ma aveva pensato non fosse esattamente il caso di dirglielo.
    “Scusami, se vuoi esci tu, ma io sono parecchio stanca. Magari, se non ti dispiace, mi metto a guardare un film dei tuoi”.
    Charlie non ne era rimasto assolutamente sorpreso, anzi: si può dire che se l’era aspettato dal primo momento. Le aveva detto di stare tranquilla, ché faceva pure freddo e non aveva poi così tanta voglia di uscire. Avevano sorteggiato un dvd, più per forza che per altro, e alla fine ne era venuta fuori una commediaccia romantica di serie B. Charlie si era sistemato sul divano, con due calici vuoti e una bottiglia di rosso scadentissimo acquistato qualche giorno prima. Ne aveva versato un po’ a entrambi. Era stato quello, forse, a darle il colpo di grazia; o chissà, magari era stata colpa della poltrona.
    Quando fu svegliata da Charlie, Sonia parve non comprendere dove si trovasse. Si stiracchiò, guardando con aria interrogativa la faccia bruna china su di lei; poi biascicò qualche parola e si ripiegò su un fianco, come per riaddormentarsi.
    “Vieni di là. Ti ho sistemato la branda”.
    Sonia non disse nulla. Dal respiro Charlie fu sicuro che fosse sveglia, ma avvertì comunque una quiete strana, che lo turbava. Tempesta, pensò. La conosceva troppo bene per far finta di non saperlo.
    Non insistette e attese che lei facesse qualche movimento. Passarono minuti secolari e immobili, fermi quasi quanto Sonia su quella poltrona. Poi finalmente accadde: lei rialzò lo sguardo su di lui. Era severa e disperata.
    “Non sono venuta qui soltanto per motivi di studio. Penso che tu questo l’abbia capito”.
    Charlie annuì, non fece altro. Annuì aspettando che sganciasse la bomba.
    “Ne sono successe di cose in questi mesi… Cose che all’apparenza non ti interessavano. No, credo che non ti siano passate nemmeno per l’anticamera, a pensarci meglio.”
    Lui sentì la saliva addensarsi in fondo alla gola. Era come provare a mandar giù una cucchiaiata di caramello bollente.
    “Beh, sono venuta qui a dirti che di queste cose tu sei l’ultima.”
    Nel terminare la frase ebbe uno scatto, un fremito, che tentò di nascondere mettendosi in piedi e stringendosi nelle spalle.
    “Sonia… ma che ti ho fatto?”
    “Niente. È proprio questo il punto. Non hai fatto proprio un cazzo per me”.
    Charlie avrebbe voluto dirle quanto faceva male sentirla parlare così, senza affetto, senza dolcezza, con quella rabbia caustica e tagliente spuntata dal vuoto. Avrebbe voluto dirle che si sentiva morire. Ma non lo fece, no, lui preferiva ascoltare, lasciare dire e fare agli altri, perché era a loro che doveva appartenere la responsabilità di certe cose.
    Sonia intanto aveva cominciato a traboccare, gli occhi castani velati d’acqua, gli angoli della bocca che tremavano.
    “Sono stanca, capisci? Stanca…”
    “Di cosa?!”
    “Di salutarti e ricominciare ogni volta da capo. Di ricostruirmi una vita ogni volta, mille vite da cui tu sei fuori… perché vuoi starne fuori”.
    Le ultime quattro parole ebbero l’effetto di una scarica elettrica in pieno petto. Charlie rimase stordito, imbambolato, stupido, a fissare gli occhi neri e bagnati di Sonia, a pensare a quanto avrebbe voluto stringere quel piccolo ovale fra le mani, accarezzarne la pelle e dire ‘è tutto a posto, non voglio starne fuori’. Ma per uno come lui la verità era una cosa maledettamente difficile, come indursi il vomito dopo una sbronza mondiale. Se poteva farlo star meglio non importava, perché era troppo disgustoso e squallido provarci. Dire la verità era, a su modo, un disonore. Di fronte a questo tutto poteva risultare sopportabile, anche vedere Sonia crollare, lasciarla sgretolarsi, farsi liquida e minuscola, e non muovere un solo dito per impedirglielo. Non dire e fare niente, nella maniera più assoluta.
    Così Charlie fece la sua scelta. Guardare in basso, voltarsi, accendere una sigaretta e riempire di nuovo il bicchiere col rosso scadente. Trangugiare e fingere che Sonia non stesse singhiozzando, piegata in due sul bracciolo della poltrona. Faceva male, un male atroce, e avrebbe fatto male ancora. La notte era lunga, lunghissima - l’orologio sulla parete segnava  a stento l’una - ed era vuota di rumori, occupata da nient’altro a parte quei singhiozzi assurdi, continui, incancellabili, misti a un lontanissimo borbottio televisivo proveniente da un altro pianeta.

     
  • 03 novembre 2013 alle ore 14:25
    Corto # 9 - Rumore

    Come comincia: Ho gridato così forte che nessuno mi ha sentito.

     
  • 28 settembre 2013 alle ore 9:52
    L'indifferente

    Come comincia: Vorrei poter dire di aver visto e vissuto tutto questo per raccontarlo. O forse è vero l’inverso, e cioè che chi racconta ha visto e vissuto tanto di quel tutto, nella sua testa e fuori.
    Ma qui il vero che conta è un mondo reale fatto di tante realtà, di verità non credute.
     
    Lui era lì, uno schiaffo dopo l’altro, ad incollarla al muro. Nessuno avrebbe detto è vero se non l’avesse visto con i propri occhi: un ragazzino esile pompato dalla rabbia nell’atto di punire una semplice richiesta di parola. La sera calda si apriva alla noia del falso divertimento, e la sua noia era più importante. Di lei. Un tempo breve svendeva quello lungo, lo cancellava, lo cacciava fuori.
    Lei aveva solo quello e le parole per difendersi, e uno stupore come debolezza. Non resse alla sorpresa di trovarsi due mani, che s’era illusa di conoscere, intorno al collo. Non fiatò quando si trovò letteralmente spalle al muro. Il buio ruppe gli argini, il mondo fu travolto e scappò via.
    Ma prima di andarsene volle ferirla ancora, di più, in profondità, con l’immagine sullo sfondo di una persona amica che guardava, che vedeva tutto, senza muoversi.
    Fu uno sconosciuto a farlo, a scattare, a porre fine a quello scempio. Il gelo del muro fu lontano e al mondo fu possibile rientrare. Lei era ancora senza fiato, ma non per lo stupore. Fece un passo indietro e gli negò l’addio: l’unica arma con cui aggredire quel ragazzo che credeva di avere allevato giustamente nel suo cuore. Non ne aveva altre. In seguito, si ritrovò a essersi riconoscente per non averne avute, per non aver assorbito lo sporco di quella parete.
     
    O forse la scorza era scivolata dentro e l’amore era salito in superficie.
    Se lo chiedeva spesso ora che gli anni avevano trasformato quella scena in un ricordo da riprendere. Un’ultima volta, per capire e poi riporre. Per comprendere che a fare male, più di quelle dita in movimento, serrate attorno alla sua gola o stampate sulle guance, era stata l’immobilità di chi le era amico in modo strano perché aveva scelto di non fare niente. La solitudine era il dolore steso a seccare, ad asciugare, nell’arsura dell’indifferenza o di un’ostinata forma d’impotenza. Ora lo sapeva.
    Ma avrebbe voluto poter dire di non aver visto e vissuto tutto questo, di non poterlo raccontare. Di avere altre verità incredibili da dire, da far piovere sul capo degli indifferenti.

     
  • 02 luglio 2013 alle ore 19:19
    Corto # 8 - Il contrario della coerenza

    Come comincia: Conoscevo un ragazzo e conoscevo anche sua madre. Un giorno lei mi disse "Qualsiasi cosa succeda, vedetevela fra voi. Ma se ti mette le mani addosso, corri da me a dirmelo".
    La presi in parola. Ma lei alla mia non credette mai.

     
  • 01 giugno 2013 alle ore 19:01
    Corto # 7 - Switch

    Come comincia: Ho ritrovato un inizio in cui è scritta una fine.
    Solo la seconda è qualsiasi.

     
  • 24 maggio 2013 alle ore 14:32
    Corto #6 - Il dubbio

    Come comincia: Poi lei disse "Non lo so". E non appena lo fece, seppe di più di prima.

     
  • 30 aprile 2013 alle ore 20:28
    Corto # 5 - Indelebile

    Come comincia: Mi ricorderò sempre del vento delle antiche estati. Del suo odore di fiamme e di sale che insaporiva l'infanzia.

     
  • 22 ottobre 2012 alle ore 0:23
    I mille oceani

    Come comincia: Appollaiati su una panchina, lui con la birra in una mano e la sigaretta rinsecchita nell’altra, lei timidamente seduta a gambe strette che lo guarda. E’ bello, pensa, come sembrano tutte le cose cattive, quelle che fanno male. Il suo sguardo allora scappa lontano, alla ricerca di una tana sicura. Che sembra non esserci, non esistere, è solo un rifugio fatto d’una materia molto più labile della carta.
    Fatto d’aria.
    E proprio quando giunge alla disarmante certezza della totale sottomissione a cui quegli occhi verdi la costringono, lui quegli occhi glieli punta addosso. E’ una frazione di secondo, ma lei li sente pungere. Il silenzio confortante nel quale si è rinchiusa, la sua bolla di calma, viene spazzato via come il terriccio ai piedi della panca, smosso dal vento.

    - Lo amavi?

    Sì, sì che lo amava. Chissà perché vorrebbe urlarglielo in faccia. Quel poco di pudore che le resta, tuttavia, la trattiene dal farlo. Nei suoi pochi anni ha visto quel poco che basta ad affermare senza dubbio che svendere il dolore all’umanità è una cosa del tutto inutile; l’unico frutto che offre è una silente umiliazione atroce da tollerare. Del resto, a che scopo condire con le lacrime una verità già triste di per sé? Lei ha amato un uomo - un uomo? - capace di plagiarla al punto tale da spingerla verso l’annientamento, che le diceva di bruciarsi la pelle per materializzare il dolore. Che quando lei le aveva mostrato i compiti a casa in un bagno della scuola aveva riso, aveva goduto, perché poteva finalmente essere sicuro di averla fra le mani e di poterne fare uso.
    Poi, non contento abbastanza, l’aveva tradita con ben tre donne. E se n’era andato.
    Il brutto? E’ che lei l’aveva amato, una sensazione immensa ed avvolgente come un odore restio a dissolversi.
    Può esserci qualcosa di peggiore? Sì: raccontarlo. Ammettere di fronte al tribunale mondiale la sua più grave colpa, l’errore che non s’è mai perdonata. Tribunale mondiale: che esagerazione. Alla fine, non è altro che un ragazzo quello che ha di fronte, uno che ha sbagliato tante volte, così tante che a volte lo immagina insonne, nel suo letto, mentre si rigira fra le immagini convulse di un passato ostinato a ripresentarsi alla sua porta senza chiedere permesso. Lo vede, con i capelli castani raggruppati assieme dal sudore, che pigia la ventesima sigaretta ridotta al filtro nel posacenere strapieno, fissando il soffitto con la speranza cieca di trovare un particolare, anche una piccola crepa, in grado di donare un senso a quella tonnellata di merda che tiene in groppa da 25 anni.
    Pensa a lui mentre è con lui, cerca di ricordarselo quando ce l’ha davanti, e sente che non v’è nulla di più straordinario.
    Sente che c’è qualcosa, un’indefinibile scossa di vita, per cui vale la pena sopportare la pena che l’aspetta, il giudizio silenzioso della corte. Può abbassare la guardia, anche se per poco, e dire Sì, l’ho amato molto … Purtroppo o per fortuna, ma m’è servito.
    La giuria sbuffa il fumo in fuori, la giuria ha raggiunto il verdetto. Per una volta, lei di quel verdetto non ha alcuna paura.

    - E quell’altro … Quello che ti picchiava. Quello l’amavi?
    A quanto pare i giurati non sono soddisfatti: puntano su un altro capo d’accusa, l’ennesimo. Anche quello è un ricordo gravido di nubi e ombre, tenuto nascosto per molto tempo, sebbene all’apparenza lei sia sempre riuscita ad estrarne il veleno, parlandone con tutti, con chiunque. Ma mai riuscendo a spiegarlo veramente.
    Non ha mai saputo far comprendere agli altri l’entità dell’affetto che è stata capace di dare a quell’individuo, l’unico a cui sa che non restituirebbe il saluto nemmeno in punto di morte, semplicemente perché lui - l’altro lui - le ha ripagato tutto l’amore in comode rate da cinque dita. Attorno alla sua gola o dritte in faccia. Forse, per quanto l’ha ignorato dopo l’epilogo, è arrivata ad uccidere ogni tipo di sentimento buono nei suoi confronti. Forse quel sentimento non è mai nato, perché innamorarsi è un po’ come stringere un patto di sangue con un’altra anima per tutta la durata della propria esistenza; e se per l’altro il patto continua ad essere rispettato, per lui ogni goccia di sangue versata è tornata indietro. L’unica morale è che è servita anche questa, una specie di prova, un test.

    - Alla fine ho capito quanto può essere difficile per una mamma volere bene al proprio figlio nonostante i difetti che ha.

    Lui sorride di lato, come se avesse assaggiato qualcosa di andato a male. Fissa il selciato impolverato di terra rossastra, lo centra con il mozzicone accartocciato, si estranea nell’ultimo giro di fuoco della brace. E quando ritorna a guardare lei è come se avesse fatto un incubo e si fosse svegliato appena, sconvolto e distante dal mondo.

    - Io non ti picchierei mai. L’ho fatto tante volte, con tante persone ma … Tu. Non ti picchierei mai.

    La lascia trasalire per tornare a perdersi fra i granelli di polvere; lei, da parte sua, non dice niente. Non v’è una domanda che necessiti risposta, non esiste domanda né fra le righe né altrove. Ci mette un poco ad afferrare, poi afferra, prende, ed a quel punto non avverte più il bisogno di un rifugio dalla realtà, dagli attacchi continui al suo palazzo di vetro; perché è come se stesse già al suo interno, al riparo.
    Quello di lui è stato solo un modo di ricambiare. Segreto al segreto, confessore contro confessore. Fra peccatori si stabilisce un contatto, ed anche se si edifica su un cuore sporco è lecito e, soprattutto, confortante sapere che c’è. E’ invisibile, ma c’è.

    - Grazie.

    È la cosa più naturale che le labbra di lei siano in grado di pronunciare. E lui sobbalza, come lei poco fa, perché proprio questo non l’ha previsto. Perché non ha previsto lei, il sorriso bianco che le si sta spalancando sul viso, le guance rotonde, le iridi nere e lucide come i vecchi vinili di suo padre. Pace all’anima sua. Cosa c’entra ora suo padre, boh, chi lo sa. Il vento non glielo suggerisce, e non appare segno fra i chicchi rossi del terreno che gli indichi il motivo, la molla che è scattata nella sua testa, che va avanti e indietro, e non si ferma, ogni volta che è con lei. Il ghiaccio si sta sciogliendo o è soltanto un’illusione? Eppure si sente così al caldo adesso, e sono bastati una parola ed un paio di grandi occhi scuri dalle ciglia lunghe … Naaa. Sono stronzate, tutte stronzate, c’è troppa carne a cuocere e poco spazio per aggiungerne altra.

    - Di che mi ringrazi … S’è fatto tardi comunque. Ti do uno strappo o vai a piedi? 

    Lei non fiata, e lascia che il sorriso rimpicciolisca fino a sparire. Ha tastato un cambiamento minimo ma reale; un filo elettrico tagliato in due. E’ molto probabile che sia lei la causa, però a che vale pensarci?, lui sta andando via, la pianta in asso, è il crepuscolo e l’alcova resta vuota. Stupida e assorta, si blocca a seguire i suoi movimenti, lui che scavalca la panchina, lui che si fa schioccare il collo mentre sale a bordo, arrogante ed insieme rispettoso.
    La moto si schiarisce la voce e non c’è più tempo: per riflessioni, confessioni, appelli disperati. Lui è ripassato dietro alla sua bacheca di vetro antiproiettile; fiero, intoccabile, guarda l’orizzonte e lei con i medesimi occhi assenti. Ci guarda attraverso.
    Sotto il suo sguardo lei non può che sentirsi debole, esposta. Un’imputata incapace di difendersi.

    - Dai, salta. Non voglio tenerti sulla coscienza.
    E lei non sa se subire passivamente l’attenuazione della pena o provare a chiedere un risarcimento.
    Quando gli si aggancia alla schiena e vi si schiaccia contro, smette di sapere anche il resto. Non sa più niente, solo che l’adrenalina le avvinghia i polmoni e gli odori autunnali le esplodono uno dietro l’altro nelle narici. Ha fiducia, ha coraggio, è convinta di poter rischiare.
    La seduta è momentaneamente sospesa.

     
  • 16 gennaio 2012 alle ore 23:31
    Lettera all'amante cieco

    Come comincia: Se permetti, mi piacerebbe ascoltarti in questa musica, calpestando sabbia, solo lenzuola fresche di lavanda, polvere di legno, sole che affetta i vetri, i tetti rossi guardiani taciturni.
    Se permetti, sarebbe solo il mare e gli alberi a rispondergli, il vento corriere di luce odorosa e brace, un bicchiere vuoto sul davanzale ospite di una scintilla.
    Saremmo solo quattro mani, due sciolte e due legate, e il resto indistinguibile, come un dente di leone nell'erba.

    Se permetti, anche se non fosse, sarebbe già. Se sì, non s'immagina.

    Se è stato, non sarà.

     
  • 20 dicembre 2011 alle ore 14:48
    Corto #4 - è sempre tardi, non è mai tardi

    Come comincia: Per quanto non ci sia niente di irreparabile, le fratture delle cose belle saranno sempre visibili. D'ora in poi romperò solo cose brutte.

     
  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:29
    Corto #3 - Possible is something

    Come comincia: Dammi una paletta, un secchiello e un forziere, e tutte le spiagge del mondo, per renderti introvabile.

     
  • 08 ottobre 2011 alle ore 14:27
    Corto #2 - Praticità

    Come comincia: Lui mi dice che il mio sorriso lo illumina, ma poi vive con una torcia in tasca.

     
  • 06 settembre 2011 alle ore 20:20
    Ascolta prima che piova

    Come comincia: Non sapeva cos’aveva. Un angolo privato, inviolato, bianco. Solo la terra a minacciare i piedi. Solo falsi limiti immersi nell’acqua, lontano.

    Poi ha saputo, poi no, poi ancora sì, e dopo non lo sa nessuno. Se quelle mani strette così a lungo nel buio delle tasche non riceveranno schiaffi dal vento, se la porta del suo viso si aprirà ridendo, sbuffando bolle di sapone. Bisogna saperci giocare, con la memoria. Prendere a pugni lo specchio e impazzire.

    Per gioco, correre verso il vuoto fino a vederci finire qualche sasso, tornare indietro con i talloni in fiamme, sempre per gioco. Lanciarsi, comporre origami d'aria. Liberi al punto di scegliere di non esserlo. Di guardare la luce e sfuggirle, come fanno i migliori dei peggiori di noi. Quel bagliore azzurro prima che piova, carico di silenzio isterico, di nuvole che celano stelle, lacrime belle, notte affamata.

    Non sapeva, ora sa / che è cosa semplice la felicità

    Dal nero salta al blu

    e il vecchio non c’è più.

     
  • 05 settembre 2011 alle ore 21:15
    Corto

    Come comincia: Disse "Non aspetto nessuno". Poi il telefono squillò e il suo cuore rispose.

     
  • 19 giugno 2011 alle ore 21:52
    Rin e Ran

    Come comincia: E' la storia di Rin e di Ran, due ragazze apparentemente identiche: brune di capelli, scure di carnagione, sorriso bianco da cartellone pubblicitario.
    Sì, all'apparenza sono molto simili. Amano i gatti, il cibo giapponese, i film di Kitano. Amano perfino lo stesso uomo.
    Tanto che una sera si ritrovano sullo stesso lungomare - è estate e fa un caldo torrido -, a pochi metri di distanza l'una dall'altra, inconsapevoli compagne d'attesa e di lenzuola. Rin indossa un paio di jeans e una maglietta scura, accollata, ché detesta i colori accesi - anche se sua zia continua a ripeterle che le donano meravigliosamente. Ha paura di mostrarsi, Rin, o più che paura è un sentimento, quello che prova, che combacerebbe più con la definizione di fastidio. Sì, preferisce star coperta, perché tanto - pensa - sotto i vestiti siamo tutti uguali. Più o meno.

    E dall'altro lato c'è Ran, solare, estiva, una tavolozza di gialli e di rosa. Si guarda le gambe, non troppo lunghe ma sode e ben tornite, e fa un sorriso al pensiero di lui, della faccia che farà lui, delle mani di lui che gliele divoreranno, quelle gambe, non appena la vedrà. Ed ha un brivido quando ricorda quello che è successo dopo, l'ultima volta. Un po' se lo augura che accada ancora, più che altro perché ha una voglia matta e poi perché domani vedrà Len: non può andare da lei a mani vuote, senza nulla da raccontare.
    Ah!, quasi dimenticava. E' quasi un mese che non aggiorna il blog ... Dovrà rimediare pure a questo.

    La sera d'estate porta con sé un vento senza ossigeno, aria che attanaglia i polmoni ed irrita gli occhi. Rin si stringe nelle spalle, sospesa fra un sospiro d'insolita libertà ed una profezia di dolore: vorrebbe piangere, scappare, pur di non sentire il vuoto spandersi come petrolio dentro di lei.
    E' peggio del fuoco, del ferro bollente - pensa, riportando la mente ad una vecchia bruciatura che si procurò armeggiando con le pentole, - è come un'agonia. Forse T. prima di buttarsi dall'ottavo piano l'ha sentito, e non ce l'ha fatta, non ha retto.

    E Ran invece è lì, che ammicca al primo che passa succhiando un po' di fumo dalla sua Marlboro Light - le altre marche fanno schifo, o almeno così le hanno detto le sue amiche. Prima di uscire, mentre si truccava, ha rivisto per la ventiquattresima volta l'ultima sequenza di Moulin Rouge!, quando Nicole Kidman muore eroicamente fra le braccia di Ewan McGregor. Quant'è bello quel film, è proprio... bello, bellissimo. Troppo BELLO. S'è ripromessa di annotarsi un paio di citazioni sull'amore - in quel film ce ne sono a iosa -, e di raccoglierle tutte in un quadernino da regalare al suo "cicci". Il suo Ewan: lui si che ne capisce di poesia, cinema, arte. E' proprio la persona giusta, ne è convinta da sempre, dal primo momento. E poi a letto la sculaccia, ed è una cosa che la fa morire.

    Quasi quasi però me ne torno a casa, riflette Rin, perché in effetti è mezz'ora che aspetta, nervosa e vibrante nel cono di luce gialla del lampione, ed è stanca di aspettare, lei DETESTA aspettare - e non vuole certo finire col dire "è tutta la vita che aspetto", oppure "la mia vita è stata un'attesa continua" quando avrà ottant'anni, no, si rifiuta di farlo. Ma poi le balza alla vista l'immagine di casa sua, suo padre che fa i cruciverba in salotto mentre mamma sistema la cucina, e suo fratello che parla a telefono e parla, parla, PARLA...
    Così decide di restare, tanto cosa saranno altri dieci minuti se già ne sono trascorsi trenta?, guarda il cellulare ed il display è miseramente vuoto, c'è soltanto l'orologio digitale e i due puntini che lampeggiano la ipnotizzano per alcuni secondi. Perché m'è venuto in mente T.?

    E nel frattempo, dall'altra parte del marciapiede, una vecchia Tempo accosta accanto alle aiuole, il finestrino semiaperto dal quale fuoriesce un lungo avambraccio smagrito. Ran risplende di gioia, raccoglie il suo portachiavi a forma di cuore da terra - le era caduto mentre cercava le sigarette - e lo infila di forza nella sua borsetta rosa col glitter; quindi si avvicina alla macchina, sosta per un momento davanti al vetro abbassato con un sorriso beota incollato sul viso, dopodiché fa il giro ed apre lo sportello di sinistra per salire.
    La Tempo riparte ma Rin non la nota, non la vede nemmeno. I minuti da dieci diventano venti, da venti diventano trenta, e quando scocca un'ora esatta Rin sa che la profezia s'è avverata, non ne ha prova ma lo sa, ne ha la certezza, e sta così male che non riesce a piangere, perché - dice a sé stessa - ci sono cose tanto grandi da diventare inspiegabili.
    Così decide di restare, un'altra volta, la seconda in una sera. Si siede su una panchina e aspetta, chissà che non passi qualcuno che conosce con cui poter fare quattro chiacchiere, ridere, smettere di pensare. Ci saranno spore di malinconia nella brezza marina, pensa, e ride di se stessa, di come non si stanca mai di cercare  modi nuovi di cantare al mondo.
    Sempre lì, sulla panchina, instancabilmente

    canta.

     
  • 27 febbraio 2011 alle ore 16:12
    Qualsiasi cosa tu voglia

    Come comincia: Carpisci il sogno, amazzone. O sei una dolce Dafne o qualsiasi cosa. Le stelle sono tombe, il cielo lago e dimenticatoio. A te serve altro per ricordare. L’odore ti è compagno, la musica un’amante, ma rammenta che è fedifraga. Non lasciarti sedurre nelle notti in cui gli assenti bussano alla tua finestra. Non perdere il tanto di quel poco che ti rimane. Non spezzare l’arco delle tue labbra. Continua a colpire, un colpo per ogni colpo.
    Il libro tace al tuo fianco ma tu sai che sussurra qualcosa: non temere il tempo in cui riuscirai a sentirlo.
    Colpisci ancora.
    Le frecce tornano indietro, i denti grigi dell’orizzonte ti sbarrano la strada, strada troppo lunga dietro e davanti a te.
    Ma c’è ancora profumo qui intorno. Profumo da colpire. Rimembranze amare da cui la dolcezza sguscia come un fiore.
    Il rancore muore, nato storpio. Cresce bellezza nei tuoi occhi aperti.
    Prendila, amala, ammazzala, fanne scempio, erigi una statua di sabbia in suo nome.
    E’ il tanto di quel poco, ma è il manto di neve mai solcato, la terra sacra inviolata dai guerrieri millenari, l’arma segreta nascosta dal guanciale.

    Un volo libero e di nessun altro.

     
  • Come comincia: Ci si rannicchia fra vecchi odori ferini, familiari; ci si sofferma su occhi quadrati accesi nel buio e si sospira pensando allo stesso cielo visto da altri luoghi; si trema al pensiero del tempo che non vuol dire proprio niente, sempre più spesso.

    Una porta sempre aperta in un corridoio di solitudini serrate in eterno, briciole di pane e chincaglieria sul pavimento a ricordare volti meno belli di adesso, eppure più preziosi nella loro ampolla di anni rubati.

    Entra di tutto qui dentro. Il vento sferza la pelle, seduce gli errori e spaventa la bellezza. "Non spazzarmi via" gli dice lei. "C'è ancora luce da vedere. Luce nuova. Se non riesci a scorgerla non so di chi sarà, ma sarebbe un peccato spegnerla. Un crimine che non vale tutti i crimini del mondo."

    Brezza rossa, silente, incerta. Il passato muore senza gran rumore.

     
elementi per pagina
  • «Una favola che parla dritto al cuore di piccoli e grandi», in questo mondo ci viene presentata “La rivolta degli scheletri nell’armadio” di Jason R. Forbus, nata dai palpiti delle ‘AliRibelli’ dell’omonimo progetto editoriale. In realtà, la simpatica vicenda dello scheletro ballerino Ossogrigio e della sua mostruosa banda di outsider sa - perché può - parlare più agli adulti che ai piccini; se non altro per quell’ambientazione macabra, così vividamente caratterizzata, che in alcuni passi non rinuncia a mostrare la violenza con limpida schiettezza. Proprio come farebbe un ragazzino.
    E della gioventù il libro di Forbus possiede anche, e senz’altro, la trasparenza: una scrittura equilibrata, soppesata ad ogni passo e sillaba, descrittiva al punto da non lasciare nulla all’immaginazione pur nutrendola nello stesso tempo. Ha la precisione del poeta, quello ancora fin troppo attento all’ordine della forma piuttosto che a quello dei pensieri; colui che non trascura la messinscena neppure del più piccolo dettaglio, perché l’obiettivo è un vero e completo ‘transfert’ del lettore in un altro mondo. Cui contribuisce, con successo, il package del volume, edizione curatissima - a parte qualche piccola svista dell’editor - corredata di disegni e perfino da una mappa - il tutto per opera di Giorgio e Matteo Franzoni, colleghi editoriali dell’autore - atta a riprodurre fedelmente il luogo di svolgimento della storia: la cittadina inglese di Wolverhampton, sede del Parco degli Orrori retto dallo stregone e tiranno Sir Desrius.
    A questo punto non resta che aggiungere un elemento, come insegnano i maestri delle fiabe - da Italo Calvino a Gianni Rodari passando per Luis Sepúlveda e Daniel Pennac: la leggerezza. L’ombra che scontorna la brutale semplicità della fantasia infantile, il ‘quid’ qualificante dell’esperienza creativa: è ciò che ne “La rivolta degli scheletri nell’armadio” riesce e funziona meglio, il suo più grande pregio. Forbus dà alla levità il sembiante di una tenerissima ironia che impregna il testo dalla prima all’ultima pagina, anche nei suoi momenti meno allegri o felici. Grazie a quella si corre e si scorre fino in fondo, lasciandosi in-trattenere con curiosità.

    [... continua]

  • “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” comincia con una verità lapidaria, scritta sulla superficie di una spiaggia segreta: «non esiste cuore pensante». Ma pesante sì, viene da rispondere: di “oggetti feriali, scorci di viaggio, momenti intimi” - come nota e annota Davide Rondoni - o, semplicemente, di sincera capacità di immergersi nelle cose. E di restituire l’esperienza di quella stessa immersione a tratti, con gentili, melanconici e frammentari suggerimenti, come le porzioni di figure umane nei quadri di Hopper restituiscono la notte.
    Ma la parola di Eva Laudace non ha bisogno di paragoni per emergere: pur se ancora in crescita - e lo si vede dalla trappola concettuale della ripetizione di alcuni nomi, dove al protagonista mare s’affiancano, molte volte, la neve e l’inverno - la sua poesia reca con sé, oltre al segno inconfutabile di un dolore adulto, una cifra stilistica di rara limpidezza; chiara, precisa come un orizzonte, dov’è assolutamente assente la banalità del desiderio d’esibirsi assomigliando ai propri maestri (veri o presunti). Perché questa “Sfuggenza” che le viene attribuita sta forse in questo: nel suo del tutto autonomo saper prendere per mano e poi lasciare, nel condividere una scia di vita privata e nel lasciare al pubblico l’onere di completarla in senso universale, senza alcun tipo d’obbligo o di vincolo. Leggere “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” significa iniziare a nuotare in compagnia e arrivare dall’altro lato della riva in completa solitudine. Che è poi quella presenza vera - e mai sfuggente - che annega nell’acqua di cui è fatta tutta l’opera: la comprensione di uno stato umano primordiale al pari degli elementi naturali, e la sottile ma costante lotta - intestina, quotidiana - perché quel medesimo stato cambi. Altrimenti «non so più dormire / c’è come un grido nell’aria».
    Forse c’è speranza, dunque, che il poeta torni ad esser vate: a mostrarsi sotto il velo, insieme con il resto del mondo, senza vanto, ma per consapevole e paradossale istinto. Per quella «fede mia riposta / che mi tiene schiava / mentre scrivo poesie / per tutto il resto della vita», come dichiara Eva prima di prendere il largo verso l’ultima (e la prima) pagina bianca.

    [... continua]

  • Stephen King ha detto: «Il talento da solo vale poco. Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro». Un principio quanto mai esatto, nonché incoraggiante, che “Writers and Readers”, progetto di Davide Giansoldati e Ivan Ottaviani, conferma in toto. E il libro “Scrivilo!” non ne è altro che la messa in forma scritta, il manifesto. Configurato come vero e proprio manuale in cui sono condensate regole, iniziative, esercitazioni e sfide ideate dai fondatori del workshop, “Scrivilo!” è uno scorrevolissimo excursus fra i trucchi del mestiere dello scrivere e del leggere. Perché, per citare ancora King (a sua volta citato nel volume), «Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto». Ed è, questa, un’altra delle idee alla base di “Writers and Readers” - come, del resto, suggerisce il suo stesso nome. Dove, con rara umiltà, non si perde tempo nel parlare di bravura, qualità e altri ‘doni’ che fin troppi promettono senza effettivamente, e per naturalissime ragioni, poterli offrire.
    In “Scrivilo!”, come nel progetto di cui esso è promotore e insieme sintesi e sistematizzazione, è reso semplicemente il concetto - in aggiunta alle tecniche necessarie a realizzarlo - dell’imparare a comunicare sfruttando al meglio le proprie innate attitudini, in virtù di quelle piccole, grandi parole che accompagnano il titolo “Writers and Readers”: ‘more’ and ‘better’. Un messaggio che viaggia nel fluido fertile della praticità e della concretezza, del gioco prima e dell’entusiasmo poi. Quello che si limita a fare, a costruire, nella più totale e benefica mancanza di pretese.

    [... continua]

  • “Trailer Letterari” di Angelo Capotosto è sicuramente un libro dai molti aggettivi; composito, per sua stessa natura, e anche tripartito: in forma, contenuto e struttura. E quest’ultima è la protagonista, la padrona, la più funzionale delle parti. L’idea originale da cui trae sviluppo l’impianto di un esordio narrativo che si sforza di riunire in un sol colpo, e in trenta micro-racconti, nozione e riflessione, mente e viscere, ragione e sentimento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il cinema, oltre a essere un’arte, è anche una passione, e che come in tutte le cose affini, come in tutti gli amori veri, convive un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, un’ala razionale e l’altra d’impeto. Però ciò che di “Trailer Letterari” balza subito all’occhio è la capacità di schematizzare, l’aver creato un gioco costituito da tessere che s’incastrano, ciascuna contenente un triplice riferimento - un film, una citazione e la liberissima elaborazione in forma di racconto del concetto che li lega -, ciascuna che rimanda all’altra in virtù di un ‘unicum’, di un filo conduttore latente. Che forse è il tentativo di un uomo di narrare le sue trasformazioni e il modo in cui cozzano con l’universo mondo. Allora il gioco si fa serio, a suo modo e non più di tanto, e sbanca le emozioni quando si attiene alle esperienze concrete, alla ‘finzione del reale’: è quel che capita nei casi di “Ti presento i miei/Casa dolce casa”, “Il curioso caso di Benjamin Button/L’esperienza” e “Mi presenti i tuoi?/Stillicidio”, ammantati di una sincerità che il più delle volte manca perché nascosta, laddove non dal sarcasmo, da una certa forma di ironia da social network, di umorismo ai confini del cinismo. Nel primo caso Capotosto prova a commuovere, nel secondo a divertire. In ambedue, si vede che si è divertito lui per primo - e che probabilmente continuerà a farlo, per la gioia di chi s'è appassionato alle sue micro-pellicole esistenzialiste.

    [... continua]

  • Si può non essere d’accordo con Cesare Pavese. Non condividerne il pensiero, non accettarne la visione delle cose, delle persone. Si può prenderne le distanze, come lui fa dal mondo durante la stesura del suo diario - scritto in parte al confino, in parte in un’ampolla mentale continuamente scossa da un animo inquieto - ed allo stesso tempo riuscire ad amare, con combattuta e profonda tenerezza, “Il mestiere di vivere”: l’esposizione di una lunga serie di sussulti esistenziali culminata nel singhiozzo di uno dei ‘non-gesti’ più drammatici mai tradotti su carta. E mai riscritti in azione. Quindici anni di narrazione del narratore, di costruzione e decostruzione d’identità - un’identità drammaticamente consapevole dei suoi confini, condannata dalla propria stessa lucidità ad avere gli occhi costantemente bruciati dal sole; quindici anni di preludio, di significati preconizzati, di destini abbozzati e forse invocati. Pavese si frammenta per frammentare il mondo, preciso chirurgo dei fenomeni umani - dall’arte alla guerra, dalla poesia alle donne, dalla scrittura al sogno. Riflette, specula, amplifica; si perde e fa perdere, non senza tribolare e sospirare per la fatica, nei corridoi intricati del suo ‘filosofeggiare’ (tutt’altro che nel senso spregiativo del termine, ben inteso), fra i macigni delle sue definizioni, talvolta discutibili, altre volte folgoranti - come  «Comincia la poesia quando uno sciocco dice del mare “Sembra olio”», oppure «Soffrire è sempre colpa nostra» - e nei flutti dei suoi flussi di coscienza puntellati di parole straniere (inglesi, francesi, greche) e di citazioni illustri. Certo, la sua misoginia - di matrice adolescenziale e di destinazione misantropica - urta non poco, e spesso il ragionamento è un filo che sfugge perché s’attorciglia su se stesso, in anfratti mai davvero sondati o definiti dove del vivere alberga, più che il mestiere, il montaliano “male”. Ma un libro come questo, prova di una vita non qualsiasi, non è di quelle opere a cui si può far rinuncia. Se non altro perché, con veemenza e passione che scuotono pian piano le fondamenta, fa pensare a come una mente del genere è mancata al mondo, e a come sempre mancherà.

    [... continua]

  • Tante sono le cose già dette, altrettanti i modi usati per dirle; e se molti di questi sono 'passati', altri invece rimangono per ispirare i giovani coloni dell’infinita terra dello scritto, iniziarli ai molteplici percorsi obbligati in cui si articola l’atto del confronto.
    Sta al Tempo e alle sue innumerevoli memorie decidere se alla voce di Daniele Campanari potrà essere assegnata un’eco. Quel che è certa è la natura del suo inizio, personale interpretazione di una combinazione - già adottata - che fonde la prosa alla poesia. Nel suo “Giocatore di whisky, bevitore di poker”, prima orma tracciata da ‘I Destrieri’ di Aphorism per la casa editrice Lettere Animate, il discorso è un de-scrivere che spezza spezzandosi in battute, in versi diretti, volutamente caustici, con cui l’autore-personaggio scrolla dalle spalle i suoi granelli di rabbia e se ne prende gioco. Da Twitter (“Twittami, baby”) al sesso occasionale (la coppia di componimenti della “Donna in albergo”), passando per visioni scanzonate di squallori spazio-temporali emersi dalla vita urbana, questo linguaggio del reale reca l’ombra di Bukowski, ma mostra di più - e suggerisce di meno - rispetto alla sua illustre ed incombente sagoma. C’è più nella parte che nel tutto: nei frammenti, nei distici la cui diversità nasce per caso, Campanari afferra la poesia per la coda offrendocene l’ultimo guizzo; come quel «Sopravvivo alla fine della visiera» nell’ “Illustratore di realtà”, o il «Dove giace la verità? / Tra i cavilli del supplizio, forse» di “Verità atto II”. E nelle sue invettive, che per certi aspetti  richiamano le canzoni da osteria di Mannarino, esplode la carica provocatoria e paradossale di un cinismo che condanna i cinici, «amabili corrotti di una letale e finta vitalità».
    Quella di Campanari è un’autoanalisi che si nutre del mondo: consapevole di non poter eliminare le brutture da ambedue le parti, prova a riderne. Non sempre ci riesce. Del resto, come scritto da Davide Rondoni in prefazione, «questo poeta sa una cosa fondamentale […]: l’uomo è ibrido». Più che saperla, forse, la mette in pratica. Mescolando tutte quelle cose dette e tutti quei modi già usati che poi, se ci si pensa bene, fanno la differenza nella maniera in cui si incastrano. Ciò che conta è che abbiano una forma riconoscibile. Che la “gioia poetica” di cui parla Pavese, citato in introduzione al libro - prima o poi possa essere realmente condivisa.

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  • “Il concetto di sogno è noto alla mente sveglia ma per il sognatore non c’è veglia, non c’è mondo reale, non c’è ragionevolezza di pensiero; c’è solo il fragore caotico del sonno. Rose McClendon Daniels dormì nella follia di suo marito per altri nove anni.”
    In “Rose Madder”, il lucido de-scrittore di incubi globali Stephen King s’impegna a descrivere il dormire, ma anche e soprattutto il risvegliarsi, di questa donna, Rose, schiava a oltranza di un regime di violenze fisiche e psicologiche capeggiato dal marito Norman, poliziotto manesco e pericolosamente nevrotico. Nient’altro che una minuscola macchia di sangue sul cuscino, traccia residua dell’ultimo giro di percosse, è il dettaglio che fa da motore al cambiamento, al difficile aprirsi di uno sguardo reso dormiente dal terrore e che, finalmente, sa trovare il coraggio di porsi altrove, verso un orizzonte portatore di una vita degna d’essere ritenuta tale. Il viaggio senza nome compiuto da Rose è uno scontro armonico fra la concretezza di una scelta  - la fuga e le sue reali conseguenze - e la forza di un elemento fantastico e ossessivo: quella di una dimensione parallela, simbolica, accessibile da un dipinto anonimo e all’apparenza innocuo, dove una divinità amabile e temibile al contempo conduce Rose nel labirinto della sua identità di donna, in direzione della fierezza e della libertà dell’essere se stessi.
    Mescolando suggestioni tipiche del thriller con la più cupa declinazione possibile di una certa forma d’onirismo, e fondendo il tutto grazie a quel potente collante che è l’indistruttibile universalità dei miti greci (in questo caso il Minotauro), Stephen King porta a compimento uno dei suoi romanzi migliori, probabilmente meritevole di una maggiore attenzione da parte di quel grande pubblico affezionato più ai suoi successi conclamati (ad esempio “It”) che alla totalità della sua opera. Una storia che, nutrendosi di antiche ispirazioni, finisce col restituire alla contemporaneità il vivifico potere della mitologia. Rinnovandolo, adattandolo, filtrandolo attraverso una figura di donna «vera» qual è Rose Madder, «forza della natura» devota alle sue leggi a metà fra mente e istinto; dove l’ultimo prevale quasi sempre sulla prima, ma solo per premiare con l’autonomia e la sicurezza, proprie di una madre esperta, quella ragazza che ha saputo rischiare la sua vita pur di ricominciare a viverla, che ha messo in gioco se stessa pur di riconquistarsi.

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  • Che cos'è "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway se non una metafora espansa, una parabola in estensione, fine ed elegante, dove trova piena realizzazione la natura mimetica dell'attività narrativa? Eppure il suo autore pare abbia sempre voluto negare il senso allegorico del suo libro, a metà fra il romanzo e una forma diluita di racconto, dove il periodare semplice, atto di composizione all'apparenza minimo, si rivela una vera e propria corsa alla grandezza, al puro piacere derivato dal narrare - attivo e passivo. Questo splendido gioco di scrittura, che fruttò allo scrittore statunitense, consecutivamente, un Pulitzer e un Nobel, ha per protagonista Santiago, il vecchio del titolo, un anziano pescatore giunto all'ottantaquattresimo giorno di "magra" per il suo lavoro; e Manolin, apprendista di pesca e di vita, un ragazzetto che trova Santiago sul suo cammino e che, dall'incontro con lui, ricava qualcosa di prezioso. L'uomo, nonostante tutto gli suggerisca di demordere, prende il largo e si getta nella caccia di un marlin - un tipo di pesce simile allo spada. Un gigante del mare, così grande da superare in lunghezza l'intera imbarcazione del pescatore, che pur avendo abboccato all'amo s'oppone per tre giorni alla scia della sua sorte, donando particolare dignità a quel "È stupido non sperare [...] e credo che sia peccato" pensato e tra-scritto da Hemingway. Stupefacente è il modo in cui l'estenuante lotta fra l'uomo e il marlin comincia, si sviluppa e vien descritta, nella progressiva accettazione della spietatezza delle leggi del mondo e, nel contempo, col delinearsi di un inedito e sempre più raro tipo di umanità. Dal rapimento messo in atto dalla narrazione hemingwayana scaturisce l'attrazione verso l'assistere al dipanarsi di un racconto come di una vita, alla crescita di un personaggio e del suo commovente rispetto nei confronti di ciò che vede. Forse per questo bisogna tener fede a quanto affermava l'autore: Il vecchio e il mare non è un'allegoria, non nella sua interezza, almeno. Può esserlo solo e soltanto nel suo finale perfetto, mimetizzato e mimetico, dove più che nell'uomo ci si sorprende a rispecchiarsi nel pesce, unico vero legittimo abitante dell'oceano.

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  • Si assimila come colpo di vento, rapido, all’apparenza inconsistente, il racconto di solitudine scheggiata firmato da Cettina Caliò. “Sulla cruda pelle” è un’opera in versi che prova a restituire le sensazioni, sempre uguali ma diverse, di un affetto spezzato, di un distacco sinonimo di lutto, un lucido struggimento da assorbire nel tempo, nei giorni, ogni singolo mattino. Le quattro sezioni in cui è articolato il ‘corpus’ di questa sottilissima quanto dolente narrazione si intersecano nella loro stessa rete di reminiscenze e rimandi interni - oltre che, naturalmente, interiori. Ci vuole poco a saltare dagli sprazzi di visione, accuratamente nominati, dei cosiddetti ‘Puntini sospensivi’, alle più mature composizioni, talvolta senza titolo, raccolte in ‘Apertis Verbis’ e‘Altre note’; fino alla brevissima appendice ‘Stazione centrale’, storia di partenze e di distanze percepite attraverso il senso elastico dell’attesa, non senza una velatura di cocente cinismo - tutta in quel nome “Trenitalia si scusa per il ritardo”.
    L’autrice circuisce l’attenzione alla sonorità delle parole, racchiuse in contenitori dallo «spessore […]interiormente ‘haiku’» (come descritto in prefazione da Giuseppe Condorelli), favorendo il suggerimento multisensoriale, sinestetico, di lontane immagini rese ‘avvicinabili’ dal ricordo. E, ovviamente, dal modo in cui la poesia si cimenta nell’impresa di plasmarlo. Così avviene che, attraverso la cortina di ermetismo inspessita dalla forte intimità della sua scrittura, “Sulla cruda pelle” riesce comunque a trasmettere, seppur a singhiozzi, una «sfida all’ascolto». Ripetitiva, insistente come l’attaccamento a un’abitudine - i numerosi enjambements, le anafore, l’eterno ritorno del colore rosso - ma, forse proprio per tal ragione, caparbia e capace a stabilire un contatto empatico con il lettore, una breccia intermittente di suggestione ed ovattata emozione. «Tu non sai il nero stretto delle ore/ e questo tremare/ di labbra/ dietro ai tuoi occhi», recita una delle note anonime, mentre ne “La strada e noi” «ci siamo noi sopravvissuti/ coi sorrisi prudenti/ tra un rovinio di massi». E allora, nel suo umanissimo incespicare, la poetessa sistema il suo dono: l’invito senz’obblighi a riconoscersi nel particolare del mondo.

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  • Con parole di splendida semplicità, l'israeliano David Grossman torna a parlarci di amore e di salvezza. Questi i tesori nascosti sul fondale di “Qualcuno con cui correre”, oceano di intimità svelate e umanità allo stato puro. Il libro, settima opera narrativa dell’autore, è uno scrigno contenente la storia di Assaf, giovane impiegato municipale al quale è affidato il compito di ritrovare il proprietario di una cagna sperduta. La bestiola, istaurato fin da subito un rapporto di silente ed impetuosa complicità con il giovane, dà il via ad una corsa all’apparenza senza meta che si rivelerà essere nient’altro che un incontro in progressione. Il traguardo è in realtà Tamar, sua amica e padrona, la quale ha lasciato un disegno invisibile per le strade della città scrivendo se stessa su luoghi, diari e persone. Assaf prima deve e poi desidera unire i punti con la matita della sua immaginazione, affinché venga fuori il dipinto di un’identità complessa e combattuta - perché è delle identità che ci s’innamora, come descritto magnificamente da Grossman - a capo di un mistero dai risvolti dolenti e pericolosi. Ma il mito insegna la potenza del sostegno reciproco, della fiducia, di quell’umanissimo dono che è permettere a chi è amato di avere un luogo dove «poggiare e riposarsi». La morale è la boccata d’aria al termine del forsennato cammino, carrellata di volti, storie e solitudini che il narratore dimostra di conoscere e di saper ritrarre senza sacrificarne diversità e profondità. Esperienza e sostanza si equivalgono: leggere “Qualcuno con cui correre” è come inseguire Dinkusha e Assaf sporcandosi della polvere di una terra lontana, affannando e stravolgendosi, talvolta disperandosi, fino a toccare un fondo scuro, buio, dove tuttavia l’anima può smettere di girare a vuoto e riprendere fiato. Perché, dopo tanto cercare, ha finalmente trovato qualcosa di valore.

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  • Arturo Bandini e l’oceano: in ciò potrebbe riassumersi il senso del capolavoro di John Fante “Chiedi alla polvere”. Bandini, uno scrittore che è Lo Scrittore ma anche tutti gli scrittori, in un’epoca trasversale a tutti i tempi. Fante, autore italo-americano dalla parola prensile e caustica, mette ancora una volta il suo alter-ego a tu per tu con l’assaggio di un sogno: il successo.
    In “Chiedi alla polvere” il desiderio è un’apparenza dai molteplici volti che diventa racconto non realizzandosi. È l’artista non seguito e non capito fino in fondo, è l’amante non ricambiato - dalla sensuale e inafferrabile figura della messicana Camilla Lopez -, è la miseria lasciata a se stessa. È l’idea della ricerca, infinita, estenuante, disperata, condotta tanto attraverso i sensi - contatto con la natura, con il mare e vicino a lui, fra i corpi umani - quanto mediante una lucida e sconfortante analisi dell’inespugnabilità delle gerarchie sociali.
    « […] l'ho intitolato “Chiedi alla polvere” perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro », scrive Fante nel prologo al libro, sdoppiando dichiaratamente il suo secondo io e facendo sì che ogni sua faccia si trovi a confronto con un oceano di miti irraggiungibili, promesse infrante (a volte mai fatte), sogni divisi in due. Bandini e la sua metà divelta Camilla sono viandanti sul mare di nebbia - e di terra - del Novecento, pronipoti degli anti-eroi di Verga, fratelli dei “contestatori rassegnati” protagonisti in Camus. Sono maledetti perché sono così, perché sanno di esserlo e di non poter cambiare. Ma si sforzano, quasi per istinto animale, dibattendosi fra le onde invisibili di una California desolata e infiammata dal sole, naufraghi capaci di suscitare l’amore o, almeno, di suggerirlo con le parole.

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  • Parla all’invisibile, Clemence, avvocato reo confesso che ha lasciato Parigi e la carriera per celarsi tra i fumi delle bettole olandesi. Parla a un misterioso quanto curioso interlocutore, da cui ritorna sempre a raccontarsi, a (di)mostrare i suoi errori fingendo di pentirsene. Questa è la materia di cui è fatto “La caduta” (La chute) di Albert Camus, racconto a una voce dipanato in settanta pagine pregne di sincerità, irresistibile preludio al premio Nobel del ’57, nonché disarmante requiem pre-morte - lo scrittore scompare quattro anni dopo la sua pubblicazione, nel 1960. In questo monologo fluviale - o forse dialogo a metà, a seconda dei modi d’intendere - e, a tratti, opaco, la parola incisiva di Camus si rende foriera di rivelazioni sul lato in ombra della natura umana, come un “Dottor Jekyll” spogliato di qualsiasi patina allegorica e fantastica. Partendo dal presupposto che tutti gli uomini credono con fermezza nella propria innocenza, quasi rispondendo ad un innato principio naturale, Camus mette a nudo l’origine del Male, il nucleo da cui traggono linfa vitale i malanni incurabili della società - odierna come di qualsiasi tempo: la cattiveria e il giudizio. “La caduta” ne descrive i devastanti effetti, materializzati in un eterno rimbalzo fra contesto e individuo, lotta impari da cui il singolo è destinato a venir fuori sconfitto, pur se vincente all’apparenza. La morte dell’ipocrita - e dell’ipocrisia - è come quella dei sovrani moderni: non appena la si annuncia, il rimpiazzo è già in attesa. Così Clemence, anti-eroe di sottovalutata grandezza, ammette il suo egoismo, i suoi difetti, le sue colpe, dichiarandosi “falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne”, poiché ciò a cui s’è assuefatto l’ha talmente inaridito da impedirgli di avvertire la sete. Un viaggiatore, dunque, che pur camminando non si sposta, testimone di un cambiamento fasullo che la scrittura straordinaria di Camus inietta, come siero della verità, nel cervello di chi legge, affinché le cose possano avere un altro seguito.

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  • “Bianco e Nero” è l’estrema messa a nudo di un percorso individuale verso la luce. Filippo Gigante si offre al lettore con la spontaneità di un bambino, usando la cura maniacale dei dettagli (nomignoli, abitudini, piccole scene del quotidiano) propria di un adolescente. In Alex, protagonista del suo libro - un ragazzo alle prese con l’elaborazione del lutto paterno come di tante altre e più sottili mancanze -, si riscontra molto, forse troppo, della personalità che pulsa fra le righe, materializzata in una quasi spasmodica ricerca di condivisione e comprensione. Il racconto tesse la sua trama a partire dal mare, donando a chi legge un momento di riconoscimento universale - il ritrovarsi a contatto con la natura, in piena solitudine - destinato poi a dissolversi , come un sogno, nelle pagine seguenti. Il cammino di Alex, diviso non in capitoli ma in ‘respiri’, è ricco di domande, interrogazioni, dialoghi, aforismi - persino alcune perle tratte dall’infinito tesoro della saggezza popolare giapponese. Come una “petite mort”, l’ultimo soffio sta a significare la fine di una vita e l’inizio di un’altra, il sacrificio della vecchia persona in cambio di quella nuova, pulita, resa libera dai fantasmi delle paure. Al termine di questa strada l’autore fa seguire, in appendice, altre narrazioni dello stesso tipo - ‘brevi respiri’ appunto -, coerente coronamento di un viaggio che è soprattutto traguardo di chi lo ha vissuto e scritto. Difficile mettersi nei panni del viaggiatore, così particolari da risultare poco adatti ad esser vestiti da tutti, ma di “Bianco e Nero” può colpire l’innocenza, un senso diffuso di altruismo con cui Gigante regala ai lettori la sua personalissima visione dell’esistenza e le risposte che ne ha ottenuto e annotato, attraverso un labilissimo filtro.

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  • Ardito collage di ricordi personali intensificati da libere associazioni a frammenti illustri, “Nella foresta della memoria” di Matteo Cammisa è un piccolo e scuro diario intimo reso pubblico dal suo autocritico scrittore. Più di 40 componimenti poetici, a volte d’ungarettiana brevità (“Fine”, “Lacrima”, “Impression”), ma anche in forma di prosa spontaneamente fluita sul foglio (“Ricordo d’amore”) o di ballata neoavanguardistica (“Senza titolo”, quasi un salmo dissacratorio recante in sé la formula ripetuta «mangiate caccolette subdole e insensate»), gli scritti di Cammisa costituiscono le tappe di un doloroso percorso nella persistenza del proprio dolore - della memoria, appunto, parafrasando il celebre quadro di Salvador Dalì. Le stazioni di questa “via crucis” al sapore di vino, fra aloni di luci notturne e antichi odori, sono tre: L’Abbandono, sincera e disarmante presa di coscienza dell’umano soffrire; L’Eros, arduo confronto con l’indescrivibilità della passione; Alexandra Ginsberg, sequenza di impressioni sulla Femminilità attraverso il gioco di specchi fra diverse identità di donna. Cammisa scrive e riscrive, intorno, sopra, usando il suo libro come un muro di periferia: per farvi sedimentare la vita come, forse, l’ha sentita posarsi su di sé, nell’eterna e lacerante ricerca del poeta che fa suo il postulato: «chi già possiede vuole avere». La poesia stessa è eternità, ricorda l’autore citando Rimbaud in postfazione: perpetua, incancellabile, come i segni lasciati sull’intonaco consunto, mai stanco di ospitarne pur lasciando spazio a quelli vecchi. E allora Cammisa, neo-compositore maledetto, graffitaro dell’inconscio, si lascia esplorare con qualcosa di simile alla distrazione: senza pensarci, solo sentendo, agendo la parola poetica, incurante della curiosità, dell’odio o dell’amore che potrebbe scatenare.

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  • Ritorna con le sue metafore tratte dal mondo animale Erri De Luca, autodidatta di vita e di sfuggenti ma palpitanti assiomi, che di quell’esistenza così concretamente colta nel suo divenire restituisce la spontaneità nel movimento dello scrivere. "I pesci non chiudono gli occhi", ultima sua opera, è ancora una volta frammento di frammenti, collana di momenti di cui ogni perla conserva il suo peso e al contempo sfugge, e si vorrebbe non sfuggisse. Ma dalle mani abili dello scrittore partenopeo non sguscia via il tempo altro, quello tagliato, sbocconcellato via da un’infanzia lontana – 1960, nei granulosi paesaggi isolani del Sud – però mai finita, ancora in corso finché è in 'corsa' la memoria. Un’età che presa ad esempio diventa il gancio perché l’autobiografia traini a sé l’universalità di un passaggio: i 10 anni, soglia dell’ibridazione, del lento travaso, del primo dolore realmente concepito. Nella particolarità di una vita a caso si affaccia lo specchio per il riconoscimento di chiunque: De Luca ne tempesta la superficie di stimoli sensoriali, strappi di abitudini fotografate nel loro non-appartenerci ma alle nostre rese comuni dall’odore, dal rumore, dal crepitio familiare della parola con la quale vengono portate alla luce. Quella parola partorita dall’istinto, naturale, profonda, atavica, giusto e quasi indistinguibile equilibrio di dialetto e retorica che privato di una sola delle sue parti non farebbe poesia, come invece fa.
    "I pesci non chiudono gli occhi" è, ancora e forse più delle altre volte, una storia di coraggio: coraggiosa e lucida visione del saggio che sa tornare indietro ogni momento a guardare in faccia le metamorfosi vissute, subite, imparate dall’amore senza nome assaggiato in riva al mare, quel sentimento anonimo - ma non per questo meno importante, anzi, verrebbe da dire – che conosce i segreti degli animali. Il movimento è tutto, sembra recitare De Luca fra le righe, sulle onde del Tirreno e attraverso di loro: da un padre a una madre, da un continente a un’isola, da un bambino a una ragazzina, da una mano all'altra, per "tenersi". Fino al sapere com’era non saperne il significato, dopo mezzo secolo.

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