username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 07 mag 2002

Francesco Petrarca

20 luglio 1304, Arezzo
18 luglio 1374, Arquà (PD)
Segni particolari: Incoronato poeta in Campidoglio nel 1341 e buon amico di Boccaccio.
Mi descrivo così: Tra i maggiori poeti dell'Occidente, imitato (petrarchismo) e letto da tutti: che soddisfazione!
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 08 luglio 2011 alle ore 16:13
    Amor, che 'n cielo e 'n gentil core alberghi

    Amor, che 'n cielo e 'n gentil core alberghi
    e quanto è di valore al mondo inspiri,
    acqueta l'infiammati miei sospiri!
    Altera donna con sì dolce sguardo

    leva il grave pensier talor da terra,
    che lodar mi conven degli occhi suoi;
    ma dogliomi del nodo ond'io son tardo
    a seguire il mio bene, e vivo in guerra

    coll'alma rebellante a' messi tuoi.
    Signor, che solo intendi tutto e puoi,
    pur spero che ' miei passi in parte giri
    ove in pace perfecta alfin respiri.

     
  • 08 luglio 2011 alle ore 16:11
    Quando talor, da giusta ira commosso

    Quando talor, da giusta ira commosso,
    de l'usata humiltà pur mi disarmo
    (dico la sola vista, et lei stessa armo
    di poco sdegno, ché d'assai non posso),

    ratto mi giugne una più forte adosso
    per far di me, volgendo gli occhi, un marmo,
    simile a que' per cui le spalle et l'armo
    Hercole pose a la gran soma e 'l dosso.

    Allor però che da le parti extreme
    la mia sparsa vertù s'assembla al core,
    per consolarlo, che sospira et geme,

    ritorna al volto il suo primo colore;
    ond'ella per vergogna si riteme
    di provar poi sua forza in un che more.

     
  • 08 luglio 2011 alle ore 16:08
    Se Phebo al primo amor non è bugiardo

    Se Phebo al primo amor non è bugiardo,
    o per novo piacer non si ripente,
    già mai non gli esce il bel lauro di mente,
    a la cui ombra io mi distruggo et ardo.

    Questi solo il può far veloce et tardo,
    et lieto et tristo, et timido et valente;
    ch'al suon del nome suo par che pavente,
    et fu contra Phiton già sì gagliardo.

    Altri per certo nol turbava allora,
    quando nel suo bel viso gli occhi apriste
    et non gli offese il variato aspetto;

    ma se pur chi voi dite il discolora,
    sembianza è forse alcuna de le viste;
    et so ben che 'l mio dir parrà sospetto.

     
  • 08 luglio 2011 alle ore 16:07
    Più volte il dì mi fo vermiglio et fosco

    Più volte il dì mi fo vermiglio et fosco,
    pensando a le noiose aspre catene,
    di che 'l mondo m'involve et mi ritene
    ch'i' non possa venire ad esser vosco.

    Ché, pur al mio veder fragile et losco,
    avea ne le man' vostre alcuna spene;
    et poi dicea: - Se vita mi sostene,
    tempo fia di tornarsi a l'aere tosco. -

    D'ambedue que' confin' son oggi in bando,
    ch'ogni vil fiumicel m'è gran distorbo,
    et qui son servo libertà sognando.

    Né di lauro corona, ma d'un sorbo
    mi grava in giù la fronte: or v'adimando
    se 'l vostro al mio non è ben simil morbo.

     
  • 08 luglio 2011 alle ore 16:05
    Quella che 'l giovenil meo core avinse

    Quella che 'l giovenil meo core avinse
    nel primo tempo ch'io conobbi amore,
    del suo leggiadro albergo escendo fore,
    con mio dolor d'un bel nodo mi scinse.

    Né poi nova belleza l'alma strinse,
    né mai luce sentì che fésse ardore,
    se non co la memoria del valore
    che per dolci durezze la sospinse.

    Ben volse quei che co' begli occhi aprilla
    con altra chiave riprovar suo ingegno;
    ma nova rete vecchio augel non prende.

    Et pur fui in dubbio fra Caribdi et Scilla
    et passai le Sirene in sordo legno,
    over come huom ch'ascolta et nulla intende.

     
  • 29 giugno 2011 alle ore 17:10
    L'aura gentil, che rasserena i poggi

    L'aura gentil, che rasserena i poggi
    destando i fior' per questo ombroso bosco,
    al soave suo spirto riconosco,
    per cui conven che 'n pena e 'n fama poggi.

    Per ritrovar ove 'l cor lasso appoggi,
    fuggo dal mi' natio dolce aere tosco;
    per far lume al penser torbido et fosco,
    cerco 'l mio sole et spero vederlo oggi.

    Nel qual provo dolcezze tante et tali
    ch'Amor per forza a lui mi riconduce;
    poi sì m'abbaglia che 'l fuggir m'è tardo.

    I' chiedrei a scampar, non arme, anzi ali;
    ma perir mi dà 'l ciel per questa luce,
    ché da lunge mi struggo et da presso ardo.

     
  • 29 giugno 2011 alle ore 17:05
    L'aura serena che fra verdi fronde

    L'aura serena che fra verdi fronde
    mormorando a ferir nel volto viemme,
    fammi risovenir quand'Amor diemme
    le prime piaghe, sì dolci profonde;

    e 'l bel viso veder, ch'altri m'asconde,
    che Sdegno o Gelosia celato tiemme;
    et le chiome or avolte in perle e 'n gemme,
    allora sciolte, et sovra òr terso bionde:

    le quali ella spargea sì dolcemente,
    et raccogliea con sì leggiadri modi,
    che ripensando anchor trema la mente;

    torsele il tempo poi in più saldi nodi,
    et strinse 'l cor d'un laccio sì possente,
    che Morte sola fia ch'indi lo snodi

     
  • 29 giugno 2011 alle ore 16:56
    Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

    Italia mia, benché 'l parlar sia indarno
    a le piaghe mortali
    che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,
    piacemi almen che' miei sospir' sian quali
    spera 'l Tevero et l'Arno,
    e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
    Rettor del cielo, io cheggio
    che la pietà che Ti condusse in terra
    Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
    Vedi, Segnor cortese,
    di che lievi cagion' che crudel guerra;
    e i cor', che 'ndura et serra
    Marte superbo et fero,
    apri Tu, Padre, e 'ntenerisci et snoda;
    ivi fa' che 'l Tuo vero,
    qual io mi sia, per la mia lingua s'oda.

    Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
    de le belle contrade,
    di che nulla pietà par che vi stringa,
    che fan qui tante pellegrine spade?
    perché 'l verde terreno
    del barbarico sangue si depinga?
    Vano error vi lusinga:
    poco vedete, et parvi veder molto,
    ché 'n cor venale amor cercate o fede.
    Qual più gente possede,
    colui è più da' suoi nemici avolto.
    O diluvio raccolto
    di che deserti strani,
    per inondar i nostri dolci campi!
    Se da le proprie mani
    questo n'avene, or chi fia che ne scampi?

    Ben provide Natura al nostro stato,
    quando de l'Alpi schermo
    pose fra noi et la tedesca rabbia;
    ma 'l desir cieco, e 'ncontra 'l suo ben fermo,
    s'è poi tanto ingegnato,
    ch'al corpo sano à procurato scabbia.
    Or dentro ad una gabbia
    fiere selvagge et mansuete gregge
    s'annidan sì che sempre il miglior geme;
    et è questo del seme,
    per più dolor, del popol senza legge:
    al qual, come si legge,
    Mario aperse sì 'l fianco,
    che memoria de l'opra ancho non langue,
    quando assetato et stanco
    non più bevve del fiume acqua che sangue.

    Cesare taccio, che per ogni piaggia
    fece l'erbe sanguigne
    di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
    Or par, non so per che stelle maligne,
    che 'l cielo in odio n'aggia:
    vostra mercé, cui tanto si commise.
    Vostre voglie divise
    guastan del mondo la più bella parte.
    Qual colpa, qual giudicio o qual destino
    fastidire il vicino
    povero, et le fortune afflicte et sparte
    perseguire, e 'n disparte
    cercar gente et gradire,
    che sparga 'l sangue et venda l'alma a prezzo?
    Io parlo per ver dire,
    non per odio d'altrui né per disprezzo.

    Né v'accorgete anchor per tante prove
    dal bavarico inganno
    ch'alzando il dito colla morte scherza?
    Peggio è lo strazio, al mio parer, che 'l danno;
    ma 'l vostro sangue piove
    più largamente, ch'altr'ira vi sferza.
    Da la matina a terza
    di voi pensate, et vederete come
    tien caro altrui che tien sé così vile.
    Latin sangue gentile,
    sgombra da te queste dannose some;
    non far idolo un nome
    vano, senza soggetto:
    ché 'l furor de lassù, gente ritrosa,
    vincerne d'intellecto,
    peccato è nostro, et non natural cosa.

    Non è questo 'l terren ch'i' tocchai pria?
    Non è questo il mio nido
    ove nudrito fui sì dolcemente?
    Non è questa la patria in ch'io mi fido,
    madre benigna et pia,
    che copre l'un et l'altro mio parente?
    Perdio, questo la mente
    talor vi mova, et con pietà guardate
    le lagrime del popol doloroso,
    che sol da voi riposo
    dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
    segno alcun di pietate,
    vertù contra furore
    prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto:
    ché l'antiquo valore
    ne l'italici cor' non è anchor morto.

    Signor', mirate come 'l tempo vola,
    et sì come la vita
    fugge, et la morte n'è sovra le spalle.
    Voi siete or qui; pensate a la partita:
    ché l'alma ignuda et sola
    conven ch'arrive a quel dubbioso calle.
    Al passar questa valle
    piacciavi porre giù l'odio et lo sdegno,
    vènti contrari a la vita serena;
    et quel che 'n altrui pena
    tempo si spende, in qualche acto più degno
    o di mano o d'ingegno,
    in qualche bella lode,
    in qualche honesto studio si converta:
    così qua giù si gode,
    et la strada del ciel si trova aperta.

    Canzone, io t'ammonisco
    che tua ragion cortesemente dica,
    perché fra gente altera ir ti convene,
    et le voglie son piene
    già de l'usanza pessima et antica,
    del ver sempre nemica.
    Proverai tua ventura
    fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace.
    Di' lor: - Chi m'assicura?
    I' vo gridando: Pace, pace, pace. -

     
  • 29 giugno 2011 alle ore 16:53
    Occhi, piangete: accompagnate il core

    - Occhi, piangete: accompagnate il core
    che di vostro fallir morte sostene.
    - Così sempre facciamo; et ne convene
    lamentar più l'altrui, che 'l nostro errore.

    - Già prima ebbe per voi l'entrata Amore,
    là onde anchor come in suo albergo vène.
    - Noi gli aprimmo la via per quella spene
    che mosse d'entro da colui che more.

    - Non son, come a voi par, le ragion' pari:
     ché pur voi foste ne la prima vista
    del vostro et del suo mal cotanto avari.

    - Or questo è quel che più ch'altro n'atrista,
    che' perfetti giudicii son sì rari,
    et d'altrui colpa altrui biasmo s'acquista.

     
  • 29 giugno 2011 alle ore 16:51
    Non al suo amante più Diana piacque

    Non al suo amante più Diana piacque,
    quando per tal ventura tutta ignuda
    la vide in mezzo de le gelide acque,
    ch'a me la pastorella alpestra et cruda
    posta a bagnar un leggiadretto velo,
    ch'a l'aura il vago et biondo capel chiuda,
    tal che mi fece, or quand'egli arde 'l cielo,
    tutto tremar d'un amoroso gielo.

     
  • Era 'l giorno ch'al sol si scoloraro
    per la pietà del suo Fattore i rai,
    quando i' fui preso, e non me ne guardai,
    che i be' vostr'occhi, Donna, mi legaro.
    Tempo non mi parea da far riparo
    contr'a' colpi d'Amor; però n'andai
    secur, senza sospetto: onde i mei guai
    nel comune dolor s'incominciaro.
    Trovommi Amor del tutto disarmato,
    ed aperta la via per gli occhi al core,
    che di lacrime son fatti uscio e varco.
    Però, al mio parer, non li fu onore
    ferir me di saetta in quello stato,
    ed a voi armata non mostrar pur l'arco.

     
  • Quando fra l'altre donne ad ora ad ora
    Amor vien nel bel viso di costei,
    quanto ciascuna è men bella di lei
    tanto cresce 'l desio che m'innamora.
    I' benedico il loco e 'l tempo e l'ora
    che sì alto miraron gli occhi mei,
    e dico: - Anima, assai ringraziar dêi,
    che fosti a tanto onor degnata allora:
    da lei ti vèn l'amoroso pensero,
    che, mentre 'l segui, al sommo ben t'invia,
    poco prezando quel ch'ogni uom desia;
    da lei vien l'animosa leggiadria
    ch'al ciel ti scorge per destro sentero;
    sì ch'i' vo già de la speranza altèro

     
  • Amor piangeva, et io con lui tal volta,
    dal qual miei passi non fûr mai lontani,
    mirando per gli affetti acerbi e strani
    l'anima vostra de' suoi nodi sciolta.
    Or ch'al dritto camin l'ha Dio rivolta,
    col cor levando al ciel ambe le mani,
    ringrazio lui, che ' giusti preghi umani
    benignamente, sua mercede, ascolta.
    E sé, tornando a l'amorosa vita,
    per farvi al bel desio volger le spalle,
    trovaste per la via fossati e poggi,
    fu per mostrar quanto è spinoso calle,
    e quanto alpestra e dura la salita,
    onde al vero valor conven ch'uom poggi

     
  • Solo e pensoso i più deserti campi
    vo mesurando a passi tardi e lenti,
    e gli occhi porto per fuggire intenti
    ove vestigio uman l'arena stampi.
    Altro schermo non trovo che mi scampi
    dal manifesto accorger de le genti;
    perché ne gli atti d'alegrezza spenti
    di fuor si legge com'io dentro avampi;
    sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
    e fiumi e selve sappian di che tempre
    sia la mia vita, ch'è celata altrui.
    Ma pur sì aspre vie né si selvagge
    cercar non so ch'Amor non venga sempre
    ragionando con meco, et io co llui.

     
  • Il mio adversario, in cui veder solete
    gli occhi vostri ch'amore e 'l ciel onora,
    colle non sue bellezze v'innamora,
    più che 'n guisa mortal soavi e liete.
    Per consiglio di lui, donna, m'avete
    scacciato del mio dolce albergo fòra:
    misero essilio! avegna ch'i' non fôra
    d'abitar degno ove voi sola siete.
    Ma s'io v'era con saldi chiovi fisso,
    non dovea specchio farvi per mio danno,
    a voi stessa piacendo, aspra e superba.
    Certo, sé vi rimembra di Narcisso,
    questo e quel corso ad un termine vanno;
    ben che di sì bel fior sia indegna l'erba.

     
  • Benedetto sia 'l giorno, e 'l mese, e l'anno,
    e la stagione, e 'l tempo, e l'ora, e 'l punto,
    e 'l bel paese, e 'l loco ov'io fui giunto
    da' duo begli occhi, che legato m'hanno;
    e benedetto il primo dolce affanno ch'i' ebbi ad esser con Amor congiunto,
    e l'arco, e le saette ond'i' fui punto,
    e le piaghe che 'n fin al cor mi vanno.
    Benedette le voci tante ch'io
    chiamando il nome de mia donna ho sparte,
    e i sospiri, e le lagrime, e 'l desio;
    e benedette sian tutte le carte
    ov'io fama l'acquisto, e 'l pensier mio,
    ch'è sol di lei, sì ch'altra non v'ha parte.

     
  • Erano i capei d'oro a l'aura sparsi,
    che 'n mille dolci nodi gli avolgea;
    e 'l vago lume oltra misura ardea
    di quei begli occhi, ch'or ne son sì scarsi;
    e 'l viso di pietosi color farsi,
    non so se vero o falso, mi parea:
    i' che l'ésca amorosa al petto avea,
    qual meraviglia se di sùbito arsi?
    Non era l'andar suo cosa mortale,
    ma d'angelica forma; e le parole
    sonavan altro che pur voce umana:
    uno spirto celeste, un vivo sole
    fu quel ch'i' vidi; e se non fosse or tale,
    piaga per allentar d'arco non sana.

     
  • Chiare fresche e dolci acque
    ove le belle membra
    pose colei che sola a me par donna;
    gentil ramo, ove piacque,
    (con sospir mi rimembra)
    a lei di fare al bel fianco colonna;
    erba e fior che la gonna
    leggiadra ricoverse con l'angelico seno;
    aere sacro sereno
    ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
    date udienza insieme
    a le dolenti mie parole estreme.

    S'egli è pur mio destino,
    e 'l cielo in ciò s'adopra,
    ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
    qualche grazia il meschino
    corpo fra voi ricopra,
    e torni l'alma al proprio albergo ignuda;
    la morte fia men cruda
    se questa spene porto
    a quel dubbioso passo,
    ché lo spirito lasso
    non poria mai più riposato porto
    né in più tranquilla fossa
    fuggir la carne travagliata e l'ossa.

    Tempo verrà ancor forse
    ch'a l'usato soggiorno
    torni la fera bella e mansueta,
    e là 'v'ella mi scorse
    nel benedetto giorno,
    volga la vista disiosa e lieta,
    cercandomi; ed o pietà!
    già terra infra le pietre
    vedendo, Amor l'inspiri
    in guisa che sospiri
    sì dolcemente che mercé m'impetre,
    e faccia forza al cielo
    asciugandosi gli occhi col bel velo.

    Da' be' rami scendea,
    (dolce ne la memoria)
    una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
    ed ella si sedea
    umile in tanta gloria,
    coverta già de l'amoroso nembo;
    qual fior cadea sul lembo,
    qual su le treccie bionde,
    ch'oro forbito e perle
    eran quel dì a vederle;
    qual si posava in terra e qual su l'onde,
    qual con un vago errore
    girando perea dir: "Qui regna Amore".

    Quante volte diss'io
    allor pien di spavento:
    "Costei per fermo nacque in paradiso!".
    Così carco d'oblio
    il divin portamento
    e 'l volto e le parole e'l dolce riso
    m'aveano, e sì diviso
    da l'imagine vera,
    ch'i' dicea sospirando:
    "Qui come venn'io o quando?"
    credendo esser in ciel, non là dov'era.
    Da indi in qua mi piace
    quest'erba sì ch'altrove non ho pace.

     
  • 31 marzo 2006
    Movesi il vecchierel...

    Movesi il vecchierel canuto e bianco
    del dolce loco ov'ha sua età fornita,
    e da la famigliuola sbigottita
    che vede il caro padre venir manco;
    indi traendo poi l'antiquo fianco
    per l'estreme giornate di sua vita, 
    quanto più pò, col buon voler s'aita, 
    rotto dagli anni, e dal cammino stanco; 
    e viene a Roma, seguendo 'l desio, 
    per mirar la sembianza di colui
    ch'ancor lassù nel ciel vedere spera: 
    così, lasso, talor vo cercand'io, 
    donna, quanto è possibile, in altrui
    la disïata vostra forma vera.

     
  • Zefiro torna, e 'l bel tempo rimena,
    e i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,
    et garrir Progne et pianger Filomena,
    e primavera candida e vermiglia.

    Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;
    Giove s'allegra di mirar sua figlia;
    l'aria e l'acqua e la terra è d'amor piena;
    ogni animal d'amar si riconsiglia.

    Ma per me, lasso, tornano i più gravi
    sospiri, che del cor profondo tragge
    quella ch'al ciel se ne portò le chiavi;

    e cantar augelletti, e fiorir piagge,
    e 'n belle donne oneste atti soavi
    sono un deserto, e fere aspre e selvagge.

     
  • Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
    di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
    in sul mio primo giovenile errore,
    quand’era in parte altr’uom da quel, ch’i’ sono;
    del vario stile in ch’io piango e ragiono
    fra le vane speranze, e ’l van dolore;
    ove sia chi per prova intenda amore,
    spero trovar pietà, non che perdono.
    Ma ben veggio or sì come al popol tutto
    favola fui gran tempo, onde sovente
    di me medesmo meco mi vergogno;
    e del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
    e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
    che quanto piace al mondo è breve sogno.