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in archivio dal 04 apr 2012

Gavino Puggioni

22 ottobre 1939, Porto Torres (SS) - Italia
Segni particolari: Alcuno.
Mi descrivo così: Sono libero nel pensiero e volo su quelli altrui, per arricchirmi.
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  • 04 aprile 2012 alle ore 15:52
    Kalima

    A Kalima,figlia del Darfur, una donna

    Kalima era una bambina
    figlia del Darfur,
    luna di terra arroventata
    dalle parti del Sudan e giù di lì

    Kalima era una bambina
    data in moglie ad uno più grande di lei
    per vivere
    e far vivere la sua famiglia

    Sogno sporcato dalla violenza
    Kalima calpestata
    Kalima violentata
    in tutte le parti del corpo.
    Kalima violentata da tutti
    e lasciata sola
    nell'ombra oscura della sua anima
    che è già oltre i cancelli  del nulla.

    Cammina, Kalima, scacciata
    perchè ha dato il suo corpo
    al diavolo, a tutti i diavoli
    che l'han  posseduta
    perchè puttana.

    MA LEI NON VOLEVA

    Come ora non la vogliono più
    nemmeno i suoi parenti
    e quelli del suo villaggio
    perchè puttana.

    Cammina, Kalima,
    dall'alba al tramonto
    con la luna bianca
    col sole cocente e la polvere rossa.
    Non vede e non sente
    neppure le sue ossa.

    Le avevan detto
    di andare sempre dritta,
    in questo stradone di ingiustizie
    perchè alla fine
    avrebbe trovato acqua e pane
    invece di fuoco e fame e mestizie.

    E Kalima va e non sa
    Continua a calpestare
    quella terra arroventata,
    a piedi nudi, capelli al vento,
    il corpo straziato fuori e dentro,
    a piedi nudi
    con l'anima violentata.

    Kalima era una bambina
    ora è una donna del Darfur,
    bella come tante altre,
    bella ma demonizzata.

    Kalima è nostra
    E' storia umana
    e ci appartiene
    perchè Kalima non è una puttana!

    Gavino Puggioni

    luglio 2008

     
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    • Smemoria
    • 26 settembre 2012 alle ore 7:51

    Chi scrive e desidera che venga letto, ha sempre qualcosa da comunicare agli altri e in una qualsiasi forma, sia essa poetica o prosaica.
    Danila Oppio scrive di cultura, di arte, di viaggi e di fiabe, per i bambini e i loro genitori, di fiabe che hanno un senso da adulti, se l'adulto vuol capire, di una umanità infinita, piene d'amore per il prossimo e per il mondo che ci è attorno.
    Scrive da sempre poesie e qualcuna di queste si leggerà in questo libro.

    Ora, e c'è da augurarsi sia solo l'inizio, si è cimentata in questo racconto lungo o romanzo breve, non saprei dire.
    C'è, in tutte le righe che lo compongono, la ricerca del senso della vita che è tema a me caro.
    E questa ricerca, Danila, l'ha fatta e si è affidata a un suo alter ego, speciale, confuso, non confuso, reale e irreale, immemore, altalenante fra un pensiero vero ed uno, quello successivo, che ne mette in dubbio la sua stessa essenza.
    Il titolo, “Smemoria”, è il cuore di quel suo raccontare fantastico seppure vero, come vera sembra, ormai, tutta la nostra scrittura, ospitata virtualmente nei più svariati siti telematici e internettizati.
    Penso sia la prima volta che si mette per iscritto un dialogo privato, quasi intimo, ripreso a bella posta da internet e trasferito su carta per essere stampato.
    Sibilla e il signor G, alias Gabriele, sono i due personaggi che danno vita al racconto, lo animano, lo rendono vero in una sequela di lettere-mail, prima timide e poi più coraggiose.  Parlano di poesia, di altri personaggi famosi dove fanno librare i loro sentimenti in una catarsi tutta loro, intima, seppure sconosciuta.
    S’ innamorano di quella loro scrittura, la esaltano pur sapendo della sua virtualità, virtualità che può celebrare l'abisso delle menti umane o, al contrario, sublimarne i contenuti seppur evidentemente privati.
    Si usa un linguaggio riflesso su dubbi, su ricordi evanescenti di una memoria che tale non è più, perché violentata da avvenimenti che Sibilla ha cancellato, riponendoli in quei cassettini che solo Gabriele riuscirà ad aprire.
    Sibilla è una creatura vera, senza memoria, appunto, ma ha confidenza con quel diavolo del  suo computer dove scrive e riscrive, dove aveva conservato migliaia di lettere, scritture, anche di poesia, sua e di altri amici, che lei, piano piano, ritrova, se ne meraviglia, e ne chiede verità a quel suo amico di nome Gabriele, anche lui  rimosso dalla sua mente, ma conservato nella memoria del Mc con l'indirizzo di posta elettronica.

    L'Autrice fa giocare Sibilla, la sollecita, la solletica nei suoi sentimenti e nelle emozioni che può aver provato, la spinge a ricordare, forse, un amore ma solo epistolare, che diventa enigmatico, non privo, però, di qualche verità che la stessa Sibilla e il signor Gabriele si ritrovano ad affrontare, facendo uso di alcune poesie, inviate come lettura, come emozione in cui credere, quando, invece, le stesse erano state scritte da entrambi solo e soltanto per amore.
    Ma quale amore? E come si fa a ricordarlo quando la (s)memoria gioca a nascondino, coprendo e scoprendo inusitate ma anche tragiche verità che andranno ad affiancarsi a quelle loro due vite che vogliono vivere, sì, ma sono trascinate da dubbi, da insicurezze quotidiane, e da sentimenti ancora poco conosciuti?

    Il libro, allora, diventa un condensato di emozioni che, nella realtà quotidiana, si possono provare, a prescindere dal fatto che siano lette in pagine elettroniche o ripetute e recitate alla presenza del bene amato.
    Leggendolo, se ne possono trarre considerazioni e anche pensamenti che occupano normalmente  la mente umana e la portano ad esaminare anche molti lati della vita nostra della quale crediamo, giustamente, di essere protagonisti. E questo può e deve avvenire, perché se la vita va comunque vissuta, di essa dobbiamo scandagliare tutti i punti, le anse, le aspettative positive e negative, che devono dare a ciascuno di noi l'esatto metro di quel che facciamo, al buio, nella luce, nei crocevia dei nostri sentimenti, nei rapporti col prossimo, coi bambini e con gli adulti.
    Alla fine, Smemoria mi ha regalato pensieri e parole che per me, poco aduso alle mirabilie odierne, vanno tradotte, direi incastonate, in quello scrigno aureo il cui contenuto, solo ed unico,  si chiama e si chiamerà sempre  amore e... senso della vita.

    [... continua]