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in archivio dal 17 feb 2001

George Gordon Byron

22 gennaio 1788, Londra - Inghilterra
19 aprile 1824, Missolungi - Grecia
Segni particolari: Ho vissuto a Ginevra con gli Shelley.
Mi descrivo così: Amo i miei eroi pieni di passione, in fondo mi assomigliano!

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  • 14 febbraio 2012 alle ore 12:34
    Strofe per musica

    Dicono che la Speranza sia felicità,
    ma il vero Amore deve amare il passato,
    e il Ricordo risveglia i pensieri felici che primi sorgono e ultimi svaniscono.

    E tutto ciò che il Ricordo ama di più un tempo fu Speranza solamente;
    e quel che amò e perse la Speranza
    oramai è circonfuso nel Ricordo.

    È triste! È tutto un'illusione:
    il futuro ci inganna da lontano,
    non siamo più quel che ricordiamo,
    né osiamo pensare a ciò che siamo.

     
  • 21 marzo 2006
    È l'ora

    È l'ora in cui s'ode tra i rami
    La nota acuta dell'usignolo;
    È l'ora in cui i voti degli amanti
    Sembrano dolci in ogni parola sussurrata
    E i venti miti e le acque vicine
    Sono musica all'orecchio solitario.
    Lieve rugiada ha bagnato ogni fiore
    E in cielo sono spuntate le stelle
    E c'è sull'onda un azzurro più profondo
    E nei Cieli quella tenebra chiara,
    Dolcemente oscura e oscuramente pura,
    Che segue al declino del giorno mentre
    Sotto la luna il crepuscolo si perde.

     
  • 21 marzo 2006
    Quando noi ci lasciammo

    Quando noi ci lasciammo
    In silenzio e in lacrime,
    Spezzato a mezzo il cuore
    Nel doverci dividere per anni,
    La tua guancia divenne fredda e pallida
    E più freddo il tuo bacio;
    Quell'ora veramente fu presagio
    Del dolore di questa.

    La rugiada dell'alba
    Scese gelida sopra la mia fronte:
    Io sentii come il monito
    Di ciò che sento ora.
    Son spezzati i tuoi voti,
    Hai fama di volubile:
    Sento dire il tuo nome
    E ne divido l'onta.

    Chi innanzi a me ti nomina
    Suona a morto al mio orecchio;
    Un brivido mi scuote:
    Perché eri tanto cara?
    Essi non sanno che ti ho conosciuta,
    Che ti ho conosciuta troppo bene:
    A lungo a lungo avrò di te un rimpianto
    Troppo profondo a dirsi.

    C'incontrammo in segreto: in silenzio
    Mi dolgo che il tuo cuore
    Possa avermi scordato,
    Tradito la tua anima.

    Se dovessi incontrarti
    Dopo lunghi anni,
    Come salutarti?
    Con silenzio e con lacrime.

     
  • Un anno fa giuraste - quanto affetto! -
    <>e così via:
    Tale era il voto che a me vi legava
    E qui è detto esattamente cosa vale.

     
  • 21 marzo 2006
    Stanze per musica

    Non c'è figlia della Bellezza
    D'un incanto sirnrle al tuo;
    Come musica sulle acque
    La tua voce è dolce per me:
    Quando, come se avesse posa
    L'oceano ammaliato a quel suono,
    Scintillano calme le onde,
    Placati i venti sembrano sognare:

    E la luna di mezzanotte
    Tesse una trama lucente sul mare
    Che lieve solleva il suo petto
    Come un fanciullo addormentato:
    Così l'anima a te s'inchina
    Per ascoltare ed adorarti,
    Con emozione profonda e soave
    Come d'estate l'onda dell'oceano.

     
  • I.

    Così noi non andremo più vagando
    Tanto tardi nella notte, anche se ancora
    Come sempre ama il cuore e come sempre
    Splende la luna.


    II.

    Perché la spada consuma il fodero
    E dall'anima il petto è consumato;
    Deve aver posa il cuore per rivivere
    E riposare amore.


    III.

    Benché la notte sia fatta per amare
    E troppo presto il giorno ritorni,
    Pure noi non andremo più vagando
    Al lume della lun

     
  • 21 marzo 2006
    Ella passa radiosa

    I.

    Ella passa radiosa, come la notte
    Di climi tersi e di cieli stellati;
    Tutto il meglio del buio e del fulgore
    S'incontra nel suo sguardo e nei suoi occhi
    Così addolciti a quella luce tenera
    Che allo sfarzo del giorno nega il cielo.


    II.

    Un'ombra in più, un raggio in meno, avrebbero
    Guastato in parte la grazia senza nome
    Che ondeggia sulla sua treccia corvina
    O dolcemente la illumina in volto,
    Dove pensieri limpidi e soavi
    Pura svelano e preziosa la dimora.

    III.

    Su quella guancia, sopra quella fronte,
    Così dolci, serene ma eloquenti,
    I sorrisi avvincenti, i colori accesi
    Parlano di giorni volti al bene,
    Di un animo che qui con tutto è in pace,
    Di un cuore che ama innocente!

     
  • 21 marzo 2006
    Se quell'alto mondo

    I.

    Se quell'alto mondo, oltre il nostro,
    Ci è caro perché amore sopravvive,
    Se il cuore amato là serba tenerezza
    E l'occhio è uguale, ma non ha piu' lacrime,
    Come gradite quelle intatte sfere!
    Come dolce morire anche in quest'ora!
    Dalla terra inalzarsi e vedere ogni timore
    Perso nella tua luce, Eternità!

    II.

    Così deve essere: non è per noi che tanto
    Tremiamo sulla sponda, e nello sforzo
    Di varcare l'abisso ci afferriamo
    Ancora al debole anello dell'Esistenza.
    Oh credere che ogni cuore in quel futuro
    Resti col cuore amato, insieme
    Bere alle acque immortali, sempre uniti
    Oltre la morte, l'anima nell'anima!

     
  • 21 marzo 2006
    Ti vidi piangere

    I.

    Ti vidi piangere: la grande lacrima lucente
    Coprì quell'occhio azzurro
    E poi mi parve come una viola
    Stillante rugiada.
    Ti vidi sorridere: la vampa di zaffìro
    Accanto a te cessò di brillare;
    Non poteva eguagliare i raggi che affollavano
    Vividi quel tuo sguardo.

    II.

    Come le nubi dal sole lontano
    Ricevono un colore intenso e caldo
    Che a stento l'ombra della sera vicina
    Può cacciare dal cielo,
    Quei sorrisi infondono nell'animo
    Più triste gioia pura;
    Il loro sole lascia dietro un fuoco
    Che risplende sul cuore.

     
  • 21 marzo 2006
    La gazzella selvaggia

    La gazzella selvaggia può ancora saltare
    Gioiosa sui colli di Giuda,
    Bere ai freschi ruscelli che sgorgano
    Sul sacro suolo: con passo
    Leggero e con occhio splendente
    Vi guizza con slancio indomabile accanto.

    Là Giuda ha visto un passo
    Non meno agile, un occhio più lucente,
    E in quei luoghi rimasti senza gioia
    Abitanti più belli. Sul Libano
    Ondeggiano i cedri, ma le nobili
    Figlie di Giuda non vi sono più.

    Più felice la palma che ombreggia quei piani
    Della stirpe dispersa d'Israele:
    Dove ha messo radici là rimane
    In grazia solitaria;
    Non può lasciare il luogo dove è nata,
    Su una terra diversa non vivrebbe.

    Ma noi dobbiamo vagare inaridendo
    Per morire in altre contrade
    E dove sono le ceneri dei padri
    Le nostre non potranno mai posare:
    Del nostro tempio non rimane pietra,
    Siede lo Scherno sul trono di Salem.

     
  • L'arpa che il monarca cantore toccava,
    Il Re degli uomini, il diletto del Cielo,
    Che la Musica consacrò piangendo sulle note
    Che il suo cuore dei cuori aveva reso
    – Raddoppi le lacrime – ha le corde spezzate!

    Placava uomini d'indole ferrigna,
    Dava loro virtù nuove, né orecchio era
    Così duro né anima così fredda
    Che a quel suono commossi non ardessero:
    La lira di David divenne più potente del suo trono.

    Essa narrava i trionfi del nostro Re,
    Glorificava il nostro Dio, faceva
    Risuonare le nostre valli liete;
    Si chinavano i cedri, i monti si assopivano;
    Quel suono andava al cielo e là restava!

    Benché non sia più udito sulla terra, da allora
    Devozione e il figlio Amore ancora impongono
    All'anima che sgorga d'innalzarsi
    A suoni che paion giungere dall'alto, in sogni
    Che l'ampia luce del giorno non può disperdere.

     
  • 21 marzo 2006
    Oh piangete per coloro

    Oh piangete per chi piange presso il fiume di Babilonia
    E ha l'are deserte e la sua terra è un sogno;
    Piangete per l'arpa spezzata di Giuda, levate lamenti:
    Dove abitava il suo Dio abitano i senza Dio!

    Dove laverà Israele i piedi sanguinanti?
    Quando dolci parranno ancora i canti di Sion?
    E la melodia di Giuda allieterà di nuovo
    I cuori che balzavano a quella volta celeste?

    Tribù dal piede errante e stanche il cuore,
    Come potrete fuggire e avere quiete?
    La colombella ha un nido, la volpe una tana,
    Gli uomini un paese. Solo la tomba Israele.

     
  • 21 marzo 2006
    Ondeggia, oceano

    Ondeggia, oceano nella tua cupa
    E azzurra immensità
    A migliaia le navi ti percorrono invano;
    L'uomo traccia sulla terra i confini,
    Apportatori di sventure,
    Ma il suo potere ha termine sulle coste,
    Sulla distesa marina
    I naufragi sono tutti opera tua,
    È l'uomo da te vinto,
    Simile ad una goccia di pioggia,
    S'inabissa con un gorgoglio lamentoso,
    Senza tomba, senza bara,
    Senza rintocco funebre, ignoto.

    Sui tuoi lidi sorsero imperi,
    Contesi da tutti a te solo indifferenti
    Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma, Cartagine?
    Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti.
    Poi vennero parecchi tiranni stranieri,
    La loro rovina ridusse i regni in deserti;
    Non così avvenne, per te, immortale e
    Mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde;
    Il tempo non lascia traccia
    Sulla tua fronte azzurra.
    Come ti ha visto l'alba della Creazione,
    Così continui a essere mosso dal vento.

    E io ti ho amato, Oceano,
    E la gioia dei miei svaghi giovanili,
    Era di farmi trasportare dalle onde
    Come la tua schiuma;
    Fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
    Una vera delizia per me.
    E se il mare freddo faceva paura agli altri,
    A me dava gioia,
    Perché ero come un figlio suo,
    E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
    E giuravo sul suo nome, come ora.