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Autore

Giosuè Carducci

in archivio dal 15 ott 2003

27 luglio 1835, Valdicastello (LU)

16 febbraio 1907, Bologna

segni particolari:
Sono stato il primo italiano a vincere il premio Nobel, nel 1906.

mi descrivo così:
Acceso sostenitore di un ritorno alle forme classiche che ammiro talmente tanto che le mie famose Odi le ho definite barbare, "...poiché tali suonerebbero agli orecchi e al giudizio dei greci e dei romani, se bene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica..."

21 marzo 2006

Agli amici della valle tiberina

Pur da queste serene erme pendici
D'altra vita al rumor ritornerò;
Ma nel memore petto, o nuovi amici,
Un desio dolce e mesto io porterò.

Tua verde valle ed il bel colle aprico
Sempre, o Bulcian, mi pungerà d'amor;
Bulciano, albergo di baroni antico,
Or di libere menti e d'alti cor.

E tu che al cielo, Cerbaiol, riguardi
Discendendo da i balzi d'Apennin,
Come gigante che svegliato tardi
S'affretta in caccia e interroga il mattin,

Tu ancor m'arridi. E, quando a i freschi venti
Di su l'aride carte anelerà
L'anima stanca, a voi, poggi fiorenti,
Balze austere e felici, a voi verrà.

Fiume famoso il breve piano inonda;
Ama la vite i colli; e, a rimirar
Dolce, fra verdi querce ecco la bionda
Spiga in alto a l'alpestre aura ondeggiar.

De i vecchi prepotenti in su gli spaldi
Pasce la vacca e mira lenta al pian;
E de le torri, ostello di ribaldi,
Crebbe l'utile casa al pio villan.

Dove il bronzo de' frati in su la sera
Solo rompeva, od accrescea, l'orror,
Croscia il mulino, suona la gualchiera
E la canzone del vendemmiator.

Coraggio, amici. Se di vive fonti
Corse, tocco dal santo, il balzo alpin,
A voi saggi ed industri i patrii monti
Iscaturiscan di fumoso vin:

Del vin ch'edùca il forte suolo amico
Di ferro e zolfo con natia virtù:
Col quale io libo al padre Tebro antico,
Al Tebro tolto al fin di servitù.

Fiume d'Italia, a le tue sacre rive
Peregrin mossi con devoto amor
Il tuo nume adorando, e de le dive
Memorie l'ombra mi tremava in cor.

E pensai quanto i tuoi clivi Tarconte
Coronato pontefice salì,
E, fermo l'occhio nero a l'orizzonte,
Di leggi e d'armi il popol suo partì;

E quando la fatal prora d'Enea
Per tanto mar la foce tua cercò,
E l'aureo scudo de la madre dea
In su l'attonit'onde al sol raggiò;

E quando Furio e l'arator d'Arpino,
Imperador plebeo, tornava a te,
E coprivan l'altar capitolino
Spoglie di galli e di tedeschi re.

Fiume d'Italia, e tu l'origin traggi
Da questa Etruria ond'è ogni nostro onor;
Ma, dove nasci tra gli ombrosi faggi,
L'agnel ti salta e tùrbati il pastor.

Meglio così, che tra marmoree sponde
Patir l'oltraggio de' chercuti re,
E con l'orgoglio de le tumid'onde
L'orme lambire d'un crociato piè.

Volgon, fiume d'Italia, omai tropp'anni
Che la vergogna dura: or via, non più.
Ecco, un grido io ti do "Morte a' tiranni";
Portalo, o fiume, a Ponte Milvio, tu.

Portal con suono ch'ogni suon confonda,
Portal con le procelle d'Apennin,
Portalo, o fiume; e un'eco ti risponda
Dal gran monte plebeo, da l'Aventin.

Tende l'orecchio Italia e il cenno aspetta:
Allor chi fia che la vorrà infrenar ?
Cento schiere di prodi a la vendetta
Da le tue valli verran teco al mar.

Risplendi, o fausto giorno. Ahi, se più tardi,
Romito e taumaturgo esser vorrò:
Da la faccia de' rei figli codardi
Ne le tombe de' padri io fuggirò.

Con l'arti vo' che cielo o Inferno insegna
Da questi monti il foco isprigionar,
E fiamme in vece d'acqua a Roma indegna,
Al Campidoglio vile io vo' mandar.

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