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Autore

Giuseppe Galato

in archivio dal 30 gen 2008

20 gennaio 1983, Salerno - Italia

segni particolari:
Se la curiosità può essere annoverata fra i segni particolari, ecco, è quello il mio...

mi descrivo così:
Non è tra i miei interessi l'autodescrizione...

18 gennaio 2010

Omini

Intro: Eh sì, indossare tutti un indumento dello stesso colore non rende uguali, non offre le stesse opportunità né le stesse risorse. Così va il mondo!

Il racconto

Un giorno, Ominouno decise che avrebbe preso della frutta da un albero. Ominouno, come tutti gli omini, era sempre stato da solo. Mai aveva condiviso nulla con gli altri omini. Mai si erano addirittura parlati. Così, Ominouno si avvicinò all’albero di frutta e, con tutta tranquillità, e forse un po’ sicuro di sé, si accinse a raccogliere il frutto. Non poté avvicinare la mano di tre centimetri ad esso che un omino grande gli si avvicinò scacciandolo in malo modo. A quel punto, tra i vari omini che avevano assistito alla scena, Ominodue avvicinò Ominouno: “non lo sai che quello è l’albero di Ominogrande? I frutti che ci sono sopra sono solo suoi. Non li devi prendere.”, lo ammonì. “Come sono suoi?”, chiese Ominouno sbalordito. “E voi, io, come faremo a sopravvivere se non potremo nutrirci dei frutti di quella pianta?”. “Non ti preoccupare”, rispose Ominodue tranquillo. “Ogni tanto Ominogrande getta alcuni avanzi. Noi potremo usufruire di quelli”.
Un giorno, Ominouno decise che avrebbe parlato con gli altri omini. “cosa c’è, Ominouno?”, chiese uno di loro. “C’è che non possiamo permettere ad Ominogrande di avere il controllo sull’albero. Dovremmo poterne usufruire tutti”. Le tensione si accese fra gli omini. Fin dall’inizio, o quasi, nessun omino aveva mai osato nemmeno soltanto ipotizzare una cosa del genere. Quando il primo omino aveva tentato di prendere un frutto dall’albero Ominogrande l’aveva scacciato. Stessa cosa era accaduta al secondo omino che aveva tentato nell’impresa. Così nessuno aveva più nemmeno mai pensato di potersi avvicinare all’albero che diventava in questo modo di Ominogrande. “Amici”, disse Ominouno, “ci uccidiamo l’un l’altro per accaparrarci gli avanzi di Ominogrande, quando invece tutti dovremmo poter avere della frutta. Gli altri hanno fallito nell’impresa, è vero”. Si fermò. Poi riprese: “ma, amici”, disse Ominouno, “gli altri hanno fallito perché hanno sempre provato da soli. Se noi siamo in tanti possiamo costringere Ominogrande a cederci l’albero, facendolo diventare della comunità”.
Un giorno, Ominouno decise che qualcuno avrebbe dovuto amministrare l’albero. Disse “amici, ora che l’albero è della comunità, dobbiamo fare in modo che qualcuno venga delegato al controllo di esso, in nome della comunità. E, dato che Ominogrande si è sempre dimostrato capace di proteggere l’albero, propongo che la delega venga data a lui”. A tutti sembrò un’idea giusta, dato che nessuno aveva le capacità per amministrarlo come le aveva Ominogrande. E se l’idea veniva da Ominouno valeva tanto più questa decisione. Perché Ominouno aveva avuto già in precedenza l’illuminazione e la lungimiranza che l’avevano portato a rendere l’albero non più di un uno ma della comunità. Aveva donato, con l’albero, la libertà ad ognuno di poterne usufruire, in una qualche maniera.
Un giorno, Ominoqualunque disse che la libertà che Ominouno aveva conferito agli omini non era reale. Che la libertà di cui parlava Ominouno era fittizia. Che la situazione non era cambiata da prima che l’azione di Ominouno avesse portato l’albero alla comunità. Che Ominouno aveva solo istituzionalizzato il potere di Ominogrande, in modo che nessuno potesse parlare di potere imposto. E che i frutti dell’albero erano ancora nelle mani loro, questa volta anche di Ominouno. E che in tutto questo non c’era l’uguaglianza professata da Ominouno.
Un giorno, Ominouno disse che nella comunità vigeva l’uguaglianza fra tutti gli omini, perché ognuno aveva il diritto, in quanto parte della comunità, sui beni della comunità. “Se i beni sono non di un uno, ma di una comunità, anche quando questi vengono amministrati da delegati, vi è una condizione di uguaglianza”, diceva Ominouno.
Un giorno, Ominoqualunque disse che l’uguaglianza sarebbe stata tale solo quando tutti sarebbero stati realmente uguali.
Un giorno, Ominouno regalò a tutti una maglietta rossa.
Un giorno, Ominoqualunque disse che il concetto di “uguaglianza” non coincide con quello di “standardizzazione”. Ma tutti avevano una maglietta rossa.
Un giorno, Ominoqualunque si tolse la maglietta rossa.
Un giorno, Ominouno disse che Ominoqualunque era contro la libertà.
Un giorno, Ominoqualunque disse: “Ci hanno detto che siamo tutti uguali. Abbiamo tutti la possibilità di usufruire di determinate cose. Ma solo delle cose che vogliono loro. L’albero è ancora loro. Noi ne mangiamo i frutti, ma non quanti ne mangiano loro. Ma chi è che con il proprio lavoro tiene in vita l’albero, che ora è sotto sforzo perché costretto a produrre non più frutti per un uno, ma per una comunità vasta? E quanti frutti vengono dati a chi mantiene in vita l’albero e quanti ne tengono da parte? Io dico che questa non è uguaglianza”. Ma tutti avevano una maglietta rossa.
Un giorno, Ominoqualunque sparì.
Un giorno, Ominoqualunquedue disse che Ominoqualunque era stato ucciso da Ominouno.
Un giorno, Ominouno era sotto inchiesta.
Un giorno, Ominoqualunquedue disse che Ominogrande avrebbe dovuto continuare ad essere l’amministratore dell’albero, ma avrebbe dovuto, nello stesso tempo, avere un controllo da parte di Ominoocchio e Ominorecchio.
Un giorno, Ominoocchio ed Ominorecchio mangiavano tanta frutta.
Un giorno, Ominoqualunquedue disse anche che Ominouno, finché non fosse stato giudicato colpevole, non sarebbe andato condannato, e che quindi avrebbe potuto continuare ad essere nel vertice direttivo della comunità.
Un giorno, Ominoqualunquetre disse che era tutto uguale. Ma tutti avevano una maglietta rossa.

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