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in archivio dal 27 giu 2013

Giuseppe Nibali

15 luglio 1991, Catania - Italia
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  • 27 giugno 2013 alle ore 13:56
    Non di te, mai di te

    Non di te, mai di te

    crocefisso che squadri
    noi penosi dietro ai muri
    tutti sporchi di pensieri
    senza spalle dove appendere
    quelle voci, quel colore
    di gesso.

    Siamo noi adesso
    a chiodarci i polsi
    alle croci – noi ladroni
    con la noia domenicale
    che copre la televisione
    spegne l’urlo al Golgota

    e non vogliamo deposizioni.

    Da "Come dio su tre croci" - Affinità Elettive (Jesi)

     
  • 27 giugno 2013 alle ore 13:51
    Faccia chiusa

    Faccia chiusa
    e lo strascico vedovale
    che mi regalava il sole e la chiesa
    nei giorni che mancavano al tuo nome

    gli occhiali della resa
    inforcati sul mutismo
    sul Cristo, il bambinello
    il fango crollato sul letto

    un bacio un vento
    una parola sola ancora
    cruenta sul ventre cercato come il seno
    dal tuo figlio

    poi  vera come ai primordi a palmo
    a palmo risalisti i mesi
    i rosari e i comò di gioielli

    su tutto si stenda la materna croce
    e bene in vista.

    Da "Come dio su tre croci" - Affinità elettive (Jesi)

     
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  • 14 gennaio 2014 alle ore 16:57
    Le mani

    Come comincia: un grido al cielo e uno a te, che tanto siamo qui a impastarci, a passarci gli aquiloni sugli occhi, a mettere terra, a mettere mare come distanza. Intanto, se vedi, si spaccano le mani d'inverno e passa fra i campi della bassa il mio treno. Non la vedo io questa splendida bellezza, o la steppa sicilia, in estate. la mia gente ha ancora le mani di grano, e internet per fare impresa, per la spesa che gliele riga. Al mio paese gli alberi resistono, come i vecchi in fondo alla strada, con la borsa per il tumore, con la tristezza di essere uomo da prima e ancora, da una parte all'altra del tumore. O di quando mi regalavano le racchette da Tennis che i figli no, non giocano più, e chissà che avvocati, chissà che ingegneri che si sono fatti. Io poi le perdevo nelle sciare, fra scrosci di serpi e pacchetti di patatine, è andata sempre così, io bambino, la mia meraviglia nello sciupare il dismesso e divertirmi, nel contare le palline gialle sul cemento e pregare di non averne delle nuove, che non sapevano di campo, non avevano storia e io: non c'era l'età per fargliene una. Poi una volta volevano che mio padre facesse il sindaco, anche lui, anche lui disse amici, amici, non siamo amici e le mie mani, le mie mani conoscono la penna come il giallo del campo e lo scrivono e no, grazie ma chiudo le serrande, scrivo qualcosa cheppoi questo mi rimane, scrivere e giocare a calcio sul cemento se si disfa e si fa campo buono, terra grassa. Io non capivo, mi stavano venendo le mani a stelo, lunghe, magre, contadine. Le ho volute portare fra le vie delle città, mi mancavano le idee, adesso sono nere, al mio paese non ci sono più i vecchi con la borsa del tumore, sono passati all'altra riva, a essere, e con che sorpresa, a essere uomini, tremendamente uomini da prima e ancora, ancora.