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Racconti di Giuseppe Pipino

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  • 19 marzo 2013 alle ore 17:06
    Così parlò mio nonno

    Come comincia: Umberto mi chiede perché ce l’abbia tanto con i critici.
    Credo tutto dipenda dall’assonanza che questa parola ha col nome d’uno strano personaggio di cui mi parlava con autentico odio mio nonno Domenico (Dio l’abbia in gloria) quando mi narrava le sue favole.
    Io adesso le chiamo favole, ma lui ne parlava come di fatti realmente accaduti che erano stati a lui tramandati da suo nonno e a quest’ultimo da suo nonno (l’inizio della storia si perdeva nella notte dei tempi).
    E tutti avevano un autentico odio verso questo personaggio.
    Dirò adesso perché.
    Dunque questo personaggio si chiamava Kriticus, ma questo era solo un diminutivo del nome intero, che, quando era pronunciato dal personaggio in questione suonava: Punt Kriticus Franobis. Il personaggio riteneva infatti che chiunque fosse importante come lui dovesse avere un nome lungo.
    Allora, il fatto risale a circa un milione di anni fa (millennio più, millennio meno).
    Alcuni Uomini (non avevano ancora scoperto la ricchezza del Palazzi e si chiamavano fra loro con l’identica parola che più o meno suonava: "Uooom". Da cui il successivo "Uomo" scritto così, con la maiuscola), alcuni Uomini dicevo, avevano scoperto - oltre al fatto che il fuoco scotta - che se si mettevano in quattro o cinque di loro armati di lance e bastoni riuscivano a spaventare perfino le bestie più grosse, e le bestie spaventate, questo si sa, tendevano a cadere più facilmente in trappola.
    Dunque scavavano grandi buche, mettevano dei bastoni appuntiti in fondo a queste buche (avevano scoperto che bisognava metterli con le punte verso l’alto perché funzionassero da spiedi) e andavano poi alla ricerca della preda. Il problema, una volta scovata, era mettersi a gridare tutti assieme, agitare lance e bastoni, scagliare sassi finché la preda si spaventava, si metteva a correre nella direzione lasciata libera dagli Uomini e cadeva così nella buca.
    Ora, mentre tutto questo era, in teoria, facile, (esisteva anche allora la teoria) il problema nasceva quando si trattava di trovare chi partecipasse alla caccia, perché chi per un motivo, chi per un altro, tutti dicevano di avere altro da fare.
    Il personaggio che aveva sempre altro da fare era questo Kriticus. Comunque, bene o male, si trovavano sempre quattro o cinque nel villaggio che partecipassero alla caccia. I pareri su costoro erano molto discordanti. Benché il Palazzi del linguaggio non fosse a quei tempi molto esteso, per definire costoro si erano inventati tanti termini. Chi li chiamava "geniorum", chi "pazzorum" e chi "artistorum".
    Kriticus li chiamava, brevemente, "fessis".
    Dunque, un tempo accadde che nel villaggio vi fosse molta magra. Scarseggiavano le patate e le banane. Scarseggiavano perfino i fichidindia che a quei tempi venivano mangiati con bucce e spine per non buttare via nulla. Non solo, ma le bestie avevano imparato che quando vedevano quegli strani consimili nient’affatto simili, dovevano fuggire a gambe levate (la parola zampe non era ancora stata inventata), cosicché da molto tempo come risultato delle loro battute di caccia diurne portavano a casa solo lucertole  (Kriticus diceva che facevano schifo, ma era quello che ne mangiava più di tutti: diceva che doveva nutrirsi bene perché stava lavorando ad una grande invenzione: lo specchius)
    Allora, a un certo punto, uno - di nome più o meno Diogenes - propose di fare una battuta di caccia notturna: col buio della notte gli animali non li avrebbero visti e non sarebbero subito scappati come, viceversa, succedeva di giorno.
    Diogenes era molto anziano (Kriticus diceva vecchio), ma siccome erano molto pochi i giovani che s'offersero di sperimentare le delizie della caccia notturna prese la sua lanterna e si unì al minuscolo gruppo (mio nonno non sapeva dirmi, poveretto, quanti fossero nel gruppo. Quando glielo chiedevo gli prendeva un attacco di quel difetto fisico - iperproduzione di cloruro sodico ed acqua - che purtroppo mi ha tramandato).
    Dunque, dopo aver scavato bellamente la fossa durante il giorno ed averla equipaggiata a "regola d’arte" coi pali appuntiti sul fondo, uscirono, col buio pesto, nella foresta. La lampada di Diogenes a mala pena serviva a illuminare i pollicioni dei loro piedi.
    Ad un certo punto si sentì un ringhiare enorme, spaventoso.
    Gli uomini ammutolirono ed il ringhiato cessò.
    Uno degli uomini fece, parlando sottovoce, ancora rattrappito dalla paura:
    «È il ringhiato più forte che abbia mai udito. Deve essere una bestia enorme.»
    «Sì» fece un altro, «deve trattarsi della terribile Fedes di cui mi narrava mio nonno. »
    «No, ti sbagli» fece un altro, «è Giustizias.»
    «No» fece il terzo, «è sicuramente Veritas.»
    L’udire questa terribile parola provocò negli Uomini ancora più terrore di quanto non avesse fatto l’urlo della Bestia, e tutti si misero a correre nella foresta.
    Inutilmente Diogenes gridava: «Non correte, non correte, se restiamo uniti vinceremo!»
    Gli uomini corsero. Diogenes rimase solo e la sua lampada si spense. E Diogenes cadde nella trappola che egli stesso aveva preparato il giorno prima e restò infilzato nei pali.
    Il giorno dopo, con la luce del sole, gli altri uomini andarono a cercare Diogenes, l’unico che non fosse tornato dalla sventurata spedizione. Lo videro al fondo della fossa, morente ma sorridente: accanto a sé aveva, infilzata in un palo come lui, la Bestia.
    «Ecco, vedete, muoio ma sono felice, perché ho catturato la più tremenda delle bestie: Veritas» disse con l’ultimo filo di voce.
    Scoppiò a questo punto la risata sconcia, sonora, di Kriticus:
    «Ah!ah!ah! la chiama Veritas. Ma non vedete che non è Veritas, non ne ha la forma, la struttura, non si regge in piedi. È solo un Gattus.»

    Nessuno ebbe il coraggio di contraddire Kriticus: qualcuno del villaggio aveva sparso la voce che fosse una specie di mago in grado di materializzarsi in più posti nello stesso istante e anche chi non aveva visto la cosa coi suoi occhi cominciò a temerlo perché non si sa mai.
    Solo un bambinetto sporco e scalzo (come tutti, del resto) si fece avanti e disse: «Gattus? Ma Gattus ha il pelo lungo e nero, e quel coso è senza peli ed è bianco. Inoltre guardate LUCCIC..!»
    Non fece in tempo a finire la frase che si prese uno  scappellotto sulla nuca: «Zitto, marmocchio!» gli fece Kriticus, «Non sarà Gattus,  ma di sicuro non è Veritas, perché Veritas NON ESISTE.»

    Quando chiesi a mio nonno se fosse vero che quello strano personaggio fosse capace di magie mio nonno rispose:
    «Quella d'apparire in più posti nello stesso tempo era solo un banale trucco: Kriticus aveva scoperto che poteva servirsi del suo specchius per duplicare la sua immagine e prendere per i fondelli quei poveri primitivi. Tuttavia qualche magia doveva pur conoscerla perché quel personaggio, periodicamente, quando nessuno se l'aspettava ricompariva, a volte a distanza di secoli o millenni, a volte cambiando nome - facendosi chiamare Scetticus o Sofisticus - ma ricompariva.»
    «Scetticus, Sofisticus...» - facemmo noi bambini - «E come si faceva a capire che era sempre Kriticus?»
    «Non è facile.» - disse il nonno - «La presenza di Kriticus non si può cogliere coi sensi, col ragionamento, ma solo col cuore, con l’intuizione.»
    «L’intuizio... cosa?» - fece mia sorella più piccola.
    «L’intuizione, piccola, l'intuizione...»
    Vedendo il nonno ridere, ridemmo anche noi.
    «L’intuizione potremmo dire che è come la verga di castagno per il rabdomante: quando s'avvicina all’acqua trema.»
    Poi qualcuno chiese: «E quando ricomparve?»
    «Oh, tante volte.» rispose il nonno. «Un’altra volta ricomparve quando morì un ebreo di Palestina, un certo Joshuà. Un brav’uomo che, senza volerlo, aveva compiuto opere prodigiose, ridato la vista ai ciechi, guarito lebbrosi, storpi ed indemoniati. Quando i sacerdoti lo accusarono di sacrilegio, per aver fatto delle cose che solo a Dio è dato fare - e per giunta di Sabato - si difese dicendo: Non sono stato io a compiere i fatti di cui mi accusate. È stata solo la fede nel Padre mio che ha compiuto i prodigi di cui dite.»
    Si beccò, ovviamente, la condanna a morte per crocifissione solenne, con ludibrio, perché aveva avuto l’ardire di proclamarsi Figlio del Padre!
    Dunque questo Joshuà fu portato sul monte Cranio e fu colà crocifisso assieme a due briganti.
    Uno dei due si chiamava Daimon (la bocca del nonno si contrasse in una lieve smorfia e la sua mano s'allungò in una carezza verso il viso della piccola Palmina. Nonostante la dolcezza del nuovo nome non facemmo fatica a riconoscere la vera identità del personaggio) ed era quello che chiese a Joshuà:
    «Perché ti hanno condannato?»
    «Perché ho detto la Verità.»
    «La Verità? E chi credi d’essere, Dio?»
    «Tu l’hai detto, fratello, e io ti dico che stasera sarai con me alla mensa del Padre mio.»
    «Ah! Ah! Ah!» rise osceno Daimon. «Se sei veramente il Figlio del Padre perché non lo chiami in tuo soccorso? Non sei tu quello che ha detto: Quale padre vedendo che il proprio figlio ha bisogno di pane gli darebbe un serpente?»
    Fu così che il povero Joshuà, il quale tutta la vita era stato un giusto e non aveva mai dubitato, per la prima volta dubitò.

    «Nonno,» chiese la piccola Palmina, «questo tale, questo Kriticus è ancora fra noi?»
    Il nonno continuò a sorridere con i suoi grandi occhi azzurri, ma tutti potemmo vedere chiaramente una piccola nube che li attraversava.

    Purtroppo venne un giorno che i nostri genitori ci condussero dal nonno e che questi non era accanto al fuoco, al braciere dove lui buttava le bucce di arance che spandevano profumo intenso e grato nell’aria. Ma era nel letto, in quel suo lettone alto dalla testata in ferro battuto. E tutti erano silenziosi e gravi.
    Solo noi bambini, incoscienti, per nostra fortuna, come sanno essere i bambini, continuavamo a entrare e uscire dalla stanza del nonno, rumorosi e lievi. Inutilmente i grandi ci facevano: «Sss! Bambini che disturbate il nonno!»

    Il tempo passava e noi bambini cominciammo ad annoiarci. La piccola Palmina disse:
    «Andiamo dal nonno e facciamoci raccontare una favola!»
    «Si!!!» dicemmo in coro.
    Nostra madre sentendo queste parole si arrabbiò:
    «Bambini! Vi ho detto di fare silenzio. Andate FUORI. Il nonno oggi non può raccontarvi nessuna favola!»
    Ma il nonno le fece (con una voce stranamente bassa):
    «Antonietta, lascia stare i bambini, ti prego. Sono felice di vederli, di sentirli ridere, giocare. Lasciami solo con loro, ti prego.»

    Ci mettemmo attorno al letto (la piccola Palmina, sul letto con lui, lo copriva di baci) e nostro nonno ci parlò ancora:
    «Bambini, ho poco tempo per raccontarvi una storia. Oggi sono un po' stanco, perdonatemi. Voglio dirvi solo due parole che mi disse mio nonno.»
    «E che a tuo nonno ha detto suo nonno?»
    «Sì.»
    «E che al nonno di tuo nonno ha detto suo nonno?»
    «Sì, bambini, ma lasciatemi dire.»
    «E come si chiamava il nonno del nonno del nonno del nonno che per primo ha detto le parole che stai per dirci?»  (Palmina era sempre troppo curiosa)
    «Aveva un nome che comincia con zeta, ma non so altro - le rispose il nonno (forse sorrideva). Dunque questo nostro lontano nonno, un giorno disse ai suoi nipoti:
    «Guardatevi dai profeti, ma ancor più dai falsi profeti.»
    E i nipoti gli chiesero: «Come faremo a distinguere i profeti dai falsi profeti?»
    E nostro nonno rispose: «I primi vi diranno di conoscere la Verità, i secondi vi diranno che nessuno conosce la verità.»

    Poi nostro nonno chiuse i grandi occhi azzurri e s’addormentò.
    Nell’altra stanza era venuto un signore, con grandi occhiali neri che gli coprivano gli occhi. Disse di essere un nostro lontano parente:
    «Sono il Professore Federico Agnostico. Sono il cugino della zia Margherita. Sono venuto a salutare il nonno.»

    Nessuno seppe mai dirmi chi fosse questa zia Margherita.

  • 01 novembre 2012 alle ore 12:29
    Gli occhi di Corinne

    Come comincia: Gli occhi di Corinne, grandi, malinconici, stranamente sporgenti, chiari come un lago, caddero sul bordo superiore del diario e si soffermarono per un attimo sulla data: era il giorno del suo compleanno.
    Corinne aveva smesso da tempo di festeggiarlo. Da quando i suoi genitori, Michele e Anna, che ella era solita chiamare per nome, l'avevano improvvisamente svegliata, all'alba di un terribile giorno.
    Lei e la piccola Odette, la sorellina che Corinne adorava e da cui non sapeva staccarsi neanche di notte, quando, spente le luci, era sufficiente chiudere gli occhi affinché il sonno l'afferrasse e la trasportasse sulle ali di un sogno, sempre uguale, in cui finalmente poteva rivivere il mondo che aveva conosciuto anni prima.
    Forse perché era allora molto piccola, otto anni appena - adesso andava fiera dei suoi diciott'anni - non aveva capito molto di quanto era successo in quel surreale, catastrofico giorno, dieci anni prima.
    Abitavano in un piccolissimo villaggio delle Alpi Giulie di cui aveva quasi dimenticato il nome: Losaz, forse.
    Erano poco più di quattro case ai lati d'una strada asfaltata, piena di curve, che arrancava su, su, fino alla vetta del grandioso monte Matajour che lei fissava ogni mattino, spalancando le persiane in legno della sua finestra che s'affacciava a levante. Poteva così osservarne le possenti fiancate che salivano simmetriche con dolcissima pendenza, in alto, in alto fino al cielo.
    A causa della sua giovanissima età non conosceva molto il monte; vi era stata poche volte. Una volta quando era molto piccola, cinque anni o forse meno, trasportata dalle forti spalle del padre.
    Era stato un viaggio fantastico, che ella non avrebbe più dimenticato e che ritornava, immutato, ogni volta che chiudeva gli occhi per abbandonarsi al sogno.
    Era un giorno di un sole terso, accecante. Le poche case del paese erano appena scomparse dietro la prima curva che, in un pianoro poco distante dalla strada, appena sotto il suo livello, apparve qualcosa che Corinne non aveva mai visto: un tappeto di fiori viola, numerosissimi, luminosi, così fitti da sembrare un mare.
    Corinne tirò i capelli neri del padre - era seduta a cavalcioni sulle sue spalle - e lo costrinse a fermarsi.
    Corse poi su quel tappeto viola con tutta la forza che aveva nelle gambe e l'aria che aveva nei polmoni.
    Udì la risata squillante del padre e ne fu felice: il padre non rideva quasi mai. Aveva un carattere malinconico e taciturno. I suoi occhi grigi erano come gravati da un peso, un segreto che Corinne non doveva conoscere.
    Poi Michele la raggiunse, la sollevò sulle spalle e riprese il cammino.
    Giunsero ai lati d'un bosco di larici, abeti e pini, che, altissimi, si scagliavano contro l'azzurro del cielo, regalandogli il colore verde delle cime.
    Il vento, filtrando fra i rami, produceva assonanze strane, simili al rombo di treni lontani.
    S'inoltrarono nel bosco e furono subito catturati dalla sua ombra cupa, dai suoi colori scuri, dal verde del muschio e dell'edera che abbracciava asfissiante i tronchi dei pini; dai suoi odori intensi e inebrianti.
    Foglie secche, tronchi marci e funghi d'ogni genere e aspetto: boleti macchiati di rosso, bianche amanite, verdi colombine .
    E piante stranissime che Corinne non aveva mai visto: piante di luppolo che s'arrampicavano lungo i muri scrostati d'un rudere, lasciando pendere i loro fiori come piccole lanterne; lunghe propaggini spinose di rovi che sostenevano nere bacche. E poi piante di ribes e mirtilli, fiori di angelica e rododendri.
    E infine, ai margini del bosco, proprio negli angoli dove l'ombra era più scura, chiazze di neve.
    Dio, che miracolo la neve!
    Corinne l'osservava stupita di tanto bianco: la cosa più bianca che potesse esistere. Più bianca delle perle, più bianca dei petali d'un giglio, più bianca del bianco dei suoi denti, più bianca dei pensieri.
    Corinne la stringeva fra le mani, stupita di tanto freddo e delle sue manine che si arrossavano.
    La lanciava sul volto del padre, felice di vederlo sorridere, finalmente. Quel padre che non sorrideva mai e Corinne non sapeva perché: era così bello sorridere.
    La primavera successiva Corinne non riuscì più a scoprire la neve, neanche fra gli angoli più remoti del bosco, neanche sotto le rocce che i raggi del sole, sempre più accecante, non riuscivano a lambire.
    Per raggiungere la neve occorreva salire sempre più in alto, risalire quel sentiero del monte che lo costeggiava tutto, e che, fra ampi spazi e panorami infiniti, portava fino alla cima.
    Finché, un giorno, la neve scomparve anche dalla cima.
    L'aria divenne più calda: si poteva vederla salire, in lento tremolio, dalle rocce infuocate dal sole.
    I campi che pochi anni prima erano verdi avevano assunto un irreale colore dorato: l'erba era divenuta disseccata e rada, bruciata.
    Anche l'azzurro del cielo era stranamente cambiato: era divenuto più chiaro e luminoso, accecante, tanto che si faceva fatica a guardarlo.
    E sparì anche il bosco, distrutto da un incendio simile a quelli che, numerosi, funestavano il fondo valle. Corinne ne poteva vedere le scie di fumo sporgendosi dal terrazzino della sua casa che s'affacciava ripida sull'ampia vallata sottostante, consentendo d'osservare a colpo d'occhio la pianura, il letto del fiume che scorreva in lontananza e che da tempo era asciutto.
    Erano scie nere e spettrali che si sollevavano dalle macchie ancora verdi trasformandole in lande desolate.
    Fu una notte che, per il caldo, non riusciva ad addormentarsi, che Corinne seppe la verità, o almeno parte di essa.
    Si girava e rigirava nel letto, rivoltandosi fra le lenzuola che sembravano infuocate. Non riusciva a capire perché facesse così caldo: l'estate era passata da un pezzo e adesso avrebbe dovuto essere novembre.
    Tuttavia nulla faceva intuire che l'autunno era arrivato e stava per passare.
    Non ricordava una pioggia da cinque o sei mesi. Perfino la sorgente al limitare del bosco, perfino il laghetto da essa alimentato e nelle cui acque limpide Corinne adorava nuotare, erano asciutti. Grandi foglie di ninfea giacevano marce sul fondo da cui l'acqua era sparita e rimaneva solo una fanghiglia melmosa.
    Corinne s'alzò dal lettino e andò sul ballatoio del balcone, illuminato da una luna che splendeva irreale su un cielo totalmente sgombro da nuvole.
    Sul ballatoio s'affacciava anche la finestra della camera da letto dei suoi genitori. Spalancata anch'essa: anche i suoi genitori non riuscivano, evidentemente, ad addormentarsi, dato che Corinne li udiva parlare.  Cercavano di mantenerne basso il volume, ma Corinne intuì egualmente che le loro voci erano ansiose, concitate, come stessero litigando piano, per non svegliarla. O come fossero fortemente preoccupati e facessero di tutto affinché quanto stavano dicendo non fosse udito dalla bambina.
    Ma Corinne udì egualmente.
    “Dobbiamo tornare a valle.” disse Michele.
      “Ma ti rendi conto che significa?” chiese Anna, con tristezza e rabbia nella voce.
    “Certo, Anna. Significa che dobbiamo rassegnarci a vivere sottoterra.”
      “Mai. Mai. Non mi rassegnerò mai a lasciare questo mondo e ad andare a vivere dove non filtra la luce del sole. Dove non cresce un albero o un filo d'erba!” urlò Anna.
      “Sss... ” mormorò Michele, “Le bambine potrebbero sentirci. È per loro che dobbiamo farlo. Capisci? Non abbiamo più acqua. Stiamo per finire le scorte di cibo. E sai benissimo che il raccolto del prossimo anno è andato completamente distrutto: non piove da sei mesi”.
    “Come è potuto succedere?” fece Anna, soffocando a stento i singhiozzi.
    “È stata la nostra stupidità, Anna: il ritenerci simili a Dio, al di sopra di tutto, immortali. È stato questo senso d'onnipotenza che ci ha resi ciechi, impedendoci di vedere quello che era sotto i nostri occhi: il clima che cambiava, la temperatura che aumentava, regioni di ghiaccio che si scioglievano, l'aria che diveniva ogni giorno più avvelenata. Terre fertilissime trasformate in deserto. L'umile, comunissima acqua, divenuta un bene per pochi. Ma tutto questo non è stato sufficiente a farci capire... ”
    “Abbiamo sacrificato l'uomo alle cose” aggiunse Michele, e stette lungamente in silenzio, come spezzato.
    “E Dio... si è vendicato?” chiese Anna con un filo di voce, ma era una domanda che non attendeva risposta. O un sospetto a cui Anna vietò di emergere.

    “Svegliatevi, dobbiamo partire.” Furono queste le poche, terribili parole che disse il padre il mattino dopo. Così, ammassate le poche cose sul camioncino, scesero a valle, verso l'unica via di salvezza.
    Da allora Corinne, Michele, Anna e la piccola Odette vivono nella grande megalopoli sotterranea: la vita non s'arrende mai.
    Vi è ancora il sole che sorge al mattino, ma è un livido globo di luce artificiale.
    Vi sono ancora alberi e fiori, funghi e frutti, ma sono di plastica.
    Vi è ancora acqua che scende dai rubinetti, ma è sempre la stessa, e ha un sapore acre.
    Soprattutto, non vi è più la neve.
    Gli occhi di Corinne, grandi, malinconici, stranamente sporgenti, chiari come un lago, si portano sul bordo superiore del diario e si soffermano per un attimo sulla data: 12 aprile 2030.
    È il giorno del suo compleanno.
    Corinne ha smesso da tempo di festeggiarlo .

  • 15 giugno 2011 alle ore 20:35
    Impercettibilità

    Come comincia:  Stefano aveva avuto diversi presagi, piccoli indizi, accadimenti minimi e, per così dire, emblematici, che qualcosa di tremendo gli stesse accadendo. Qualcosa d’imprecisabile, che non riusciva ancora a mettere perfettamente a fuoco, eppure qualcosa di terribile.
    Non era facile precisare quando avesse avuto il primo sospetto, quale fosse stato il momento preciso in cui aveva avvertito, per la prima volta, quella sensazione, quella consapevolezza o timore.
    Si trattava di questo: Stefano stava divenendo impercettibile.
    
    Benché non potesse dire con certezza quando fosse cominciata la cosa, né con quali episodi, sapeva dire ed elencare esattamente i fatti che dimostravano l’ipotesi, o perlomeno la rendevano fortemente probante. Questa era, infatti, talmente enorme che egli stesso faticava a prenderla in considerazione. Eppure, a ben vedere, i fatti erano là, le circostanze, o coincidenze, erano troppe, per essere semplicemente tali.
    Riflettendoci, prima di divenire impercettibile, aveva notato che gli altri, tutti gli altri, s’allontanavano progressivamente da lui. Aveva osservato con precisione, e ripetuto più volte l'osservazione, che gli altri, colleghi d’ufficio, estranei, ma anche parenti od amici, avevano cominciato a parlargli da una distanza che era mediamente superiore a quella tenuta quando si parlavano fra loro. Non solo, ma in quest’ultimo caso si sorridevano, mentre, quando per qualche motivo erano costretti a rivolgersi a lui, divenivano terribilmente seri.
    Come si diceva, questa osservazione fu fatta più volte, e più volte verificata, finché un giorno Stefano si preoccupò: doveva pur esserci un qualche motivo per cui gli altri gli si mantenevano mediamente a distanza. Finalmente, dopo diverse notti insonni, fu certo d’aver capito: doveva essere l'alito, doveva avere un alito indicibilmente pesante.
    Non aveva modo di controllare direttamente l'ipotesi, ma, dovendosi escludere che fossero altre parti del corpo a male-odorare, dato che faceva risciacqui continui, dedusse che era l’alito.
    Fece di tutto: si recò dal dentista e si fece estrarre qualche dente, divenne vegetariano e si purgò di frequente. Finalmente, s’accorse che gli altri non gli stavano più mediamente a distanza, e, inoltre, gli sorridevano. Ma non era lo stesso sorriso che si scambiavano fra loro - sorriso benevolo che è segno d’intesa, comunicazione o tolleranza - no, era un sorriso perfido, non sai se di pena, derisione o scherno.
    Tutt’al più compassione.
    Eppure Stefano era un uomo rispettabile: bibliotecario, critico letterario, serio. Sempre impeccabilmente vestito. Almeno così credeva.
    Poi gli venne il dubbio. In effetti, da quando la moglie l’aveva lasciato, nessuno controllava il suo modo di vestire. Può darsi che avesse qualcosa fuori posto: la cravatta, i calzini, o, forse, un buco nei pantaloni. Un giorno tornando a casa scoprì il bavero della giacca alzato. Un altro giorno perfino - Dio mio - la cerniera aperta.
    Da quel giorno tenne, con studiata noncuranza, una mano sulla cerniera.
    Ma i sorrisi non cessarono; e quando non lo deridevano davanti, era quasi certo che lo deridessero alle spalle.
    Pensò potessero essere queste ad avere qualche inghippo: con due specchi contrapposti imparò a controllarle. Sembrava tutto a posto: non vi erano gobbe o deformità. I capelli dietro la nuca avevano lo stesso colore – giallo carota spento, un po’ marcio - che avevano sul davanti, dato che utilizzava una pessima tintura.
    Aveva preso l'abitudine d’analizzarsi ogni volta che andava in bagno a lavarsi le mani.
    Si analizzava con attenzione, per controllare che ogni cosa fosse al suo posto, ed uguale al giorno prima. L’analisi seguiva un preciso protocollo pazientemente messo a punto, in seguito a numerose prove ed errori.
    Per ultimo controllava l’alito, appannando lo specchio.
    Quasi sempre era tutto a posto.
    
    Finché un giorno udì chiaramente: "Ug luk tan plunk?"
    Era il suo collega Fantoni che si rivolgeva alla Morelli, ma in che razza di lingua parlava? Non ebbe il coraggio di domandare a Fantoni cosa avesse chiesto alla collega, perché, in fondo, non erano affari suoi; tuttavia la cosa lo impensierì parecchio.
    Nei giorni che seguirono non fece che rimeditare la frase: per quanto cercasse di girarla e rigirarla, non riusciva ad associarvi alcun senso. Non era possibile che fosse in lingua straniera, poiché Fantoni non conosceva le lingue. E, a ben pensarci, neanche la Morelli. Poi, perché parlarsi in lingua?
    Era necessario indagare.
    Da quel giorno prese l’abitudine d’ascoltare con attenzione ogni frase che la gente si scambiava nelle occasioni più varie: il cliente con la commessa, il bigliettaio col passeggero, i passeggeri fra loro.
    Non gli accadde più di risentire un’intera frase in quell'oscuro linguaggio, però non poteva escluderlo, soprattutto singole parole. Ogni tanto riusciva ad afferrare suoni strani, gutturali o, viceversa, striduli. Lo strano era che quelle parole venivano quasi sempre associate a sorrisi d’intesa fra coloro che se le scambiavano.
    Ormai aveva allenato l'occhio e la mente a notare ogni particolare, ogni mossa o gesto sospetto, e niente poteva sfuggirgli. In autobus - ad esempio, ma anche in treno - aveva notato che il posto che gli stava a fianco rimaneva quasi sempre vuoto, anche quando vi fossero passeggeri in piedi. E se, talora, qualcuno si decideva a sedergli accanto, lo faceva con circospezione, quasi dovesse vincere un senso di ribrezzo clandestino.
    Tutto ciò non significava ancora impercettibilità.
    
    Nei mesi che seguirono la vita di Stefano fu un alternarsi periodico e prevedibile d’esaltanti vittorie e obbrobriose sconfitte, di pindarici voli nell’Olimpo dello Spirito, e poco onorevoli cadute nelle tentazioni della carne e del peccato.
    Finché un giorno accadde uno di quei piccoli episodi, quei fatti inesplicabili e, forse per questo, irrimediabilmente fatali: Stefano osservò con attenzione la propria carta d'identità, ch’era saltata fuori dal fondo della tasca d’una giacca dismessa, e che non osservava da tempo. S’accorse allora d'un fatto gravissimo, inconcepibile: il nome ed il cognome che vi si leggevano erano suoi, e perfino l’indirizzo e la data di nascita.
    Diverso era il discorso della foto. Senza dubbio il viso ritratto doveva essere il suo. Tuttavia... il volto che l’osservava dalla foto aveva qualcosa d'imprecisato - forse una luce sinistra negli occhi, forse il rilievo degli zigomi o la curva del mento - che non gli apparteneva. Non poteva giurarlo, ma più l’osservava e più si convinceva che quel volto non per il suo. Non c'era niente chiaramente fuori posto, niente che fornisse una prova ineccepibile, sicura. La differenza stava in qualcosa di più profondo delle apparenze, delle ingannevoli rigidità della forma e delle linee.
    La differenza era l'animo, il carattere: l’uomo della foto era duro, volitivo. Guardando quelle nere pupille, quello sguardo dritto e sicuro, si sarebbe detto perfino senza scrupoli od emozioni. Lui, viceversa, era sempre stato un uomo profondamente buono, onesto, addirittura esemplare, incapace di nutrire il benché minimo odio o rancore per chicchessia.
    Il problema era dunque la foto. Era pur vero che il carattere dell'uomo che vi era ritratto era inconciliabile col suo, ma poteva darsi che la foto ritraesse il lato oscuro di sé, che la macchina fotografica, oggetto meccanico e perciò privo di gusti o inclinazioni, avesse fissato proprio uno di quei rari momenti in cui s'esprimeva la faccia nascosta dell’essere. Quella parte di se stesso che si cerca di seppellire nelle catacombe, ma che a volte riemerge con forza.  Tuttavia, dovevano pur esistere dei criteri obiettivi per stabilire se l'essere che la foto ritraeva era lui medesimo - seppure trasformato da un metamorfosi interiore in atto - oppure un uomo a lui completamente alieno, con una propria storia ed un universo personale.
    Si mise a riflettere con intensità sul problema dell'obiettività del giudizio.
    
    Dopo elaborate riflessioni, si portò allo specchio con l'intento di misurare i rapporti esistenti tra le varie parti del suo viso e confrontarli con quelli che, in corrispondenza, appartenevano al volto ritratto dalla foto.
    Se non che, guardandosi allo specchio, si avvide che la propria immagine, dapprima sicuramente presente e riproducente, in modo più o meno esatto, i movimenti e le posture dei vari tratti del suo viso, improvvisamente  era sparita.
    Stefano rimase fortemente impressionato della cosa. Chiuse gli occhi, se li stropicciò, tornò a guardare: niente. Prese una pillola bianca, una gialla e una blu e riguardò. Questa volta gli sembrò che nello specchio qualcosa si muovesse: un'ombra, quasi un velo o una tenda, sospinta da una lieve brezza, ma non poteva giurarci, e, in ogni caso, non gli somigliava. Maledizione. Non è che Stefano non ci vedesse, anzi. Ricontrollò: aveva gli occhiali sul naso, e, del resto, i bordi in legno dello specchio erano ben visibili, e in esso era riflesso, giustamente, tutto il bagno. La vasca, il cesso, il bidè, lo stenditoio. C'era tutto. Maledizione.
    Non stiamo a riportare i tentativi – del resto vani - che Stefano fece per ritrovare la propria immagine. La situazione era imbarazzante.
    Ad un certo punto trovò un parziale alleggerimento alle proprie ambasce pensando che il problema poteva avere una soluzione molto più semplice di quanto non sembrasse a prima vista, ciò che accade quasi sempre per i problemi più complessi. Poteva darsi, semplicemente, che lo specchio non funzionasse, che fosse, per così dire, esaurito.
    In fondo lui non s'intendeva di specchi.
    Quella notte fu completamente e volutamente insonne: doveva riflettere.  Perché, se è vero che la spiegazione più probabile all'episodio era quella del semplice guasto meccanico, vi era un’altra spiegazione che egli rifiutava disperatamente di prendere in considerazione, ma che riemergeva con forza, in particolare verso le ore del mattino, allorquando, il volto poggiato fra le mani, le braccia poggiate sul davanzale, si avvide che i tepori della prima luce s’elevavano da dietro i monti e tra poco sarebbe stata l’alba.
    La spiegazione poteva essere, semplicemente: Stefano – lui medesimo - stava divenendo impercettibile.
    
    La mattina dopo decise che si sarebbe lasciato crescere la barba. In fondo, l'unico momento in cui quell'oggetto gli era indispensabile era al mattino, quando si radeva. Il resto del tempo poteva ignorarlo.
    E così fece: l’avvolse accuratamente in carta da pacchi e lo portò in cantina. Adesso quell'oggetto era divenuto completamente inutile, anzi pericoloso.
    Il fatto di non essere ossessionato ogni mattina da quel volto pieno di rughe, pustole e nei, che gli faceva le boccacce cacciando fuori una lingua nauseante fra file di denti sporchi, aveva, del tutto imprevedibilmente, i suoi pregi. Se ne avvide nei giorni che seguirono: il suo umore migliorò notevolmente; pensò perfino di tornare al lavoro.
    Il problema era solo che ogni tanto dimenticava il suo volto: palparlo con le dita, scorrere la linea incurvata del naso, le sfere degli occhi o i bitorzoli sulla fronte, non aiutava più di tanto.
    Traeva allora di tasca quella foto e l'osservava a lungo: quegli occhi bellissimi, profondi, l'ammaliavano. Quelle sopracciglia folte e scure - unite al centro - denotavano un carattere deciso, una forza ed un’intelligenza superiore. Quel volto scavato, quegli zigomi alti, quello sguardo volitivo ed imperioso, gli comunicavano energia.
    E ci voleva molta energia, e coraggio, per fare quello che aveva deciso di fare.
    
    Folate di vento s'incuneavano nel bavero del suo cappotto, fredde e pungenti come lama di coltello. La cappa del cielo era totalmente ed irrealmente oscura, come non fossero mai esistite stelle a rischiararla.
    All'orizzonte una macchia rossastra dai contorni netti, circolari, sembrava dimenticata ed inutile, non riuscendo ad illuminare alcunché che la circondasse. Il freddo gelido aveva, infatti, spazzato completamente le nuvole, ed il cielo era assolutamente nero.
    Vagava così da ore per la periferia cittadina, intabarrato in un pesante cappotto. Il fiume scorreva lento oltre il muretto che limitava il marciapiede. Fermando i propri passi e i propri pensieri poteva udire il flottare e gorgogliare cupo dell'acqua contro l'ammasso di rocce che ne arginavano il corso. 
    Scaglie di luce guizzavano e sparivano sulla superficie increspata del fiume come branco di anguille; il freddo era così intenso che un cerchio feroce gli comprimeva la nuca fino quasi a schiacciarla.
    Forse era l'incapacità d'accettare l'idea che la mente avesse concepito un piano così mostruoso.
    Dilatò le narici e cercò d’inspirare quanta più aria potesse.
    Anche se era sempre stato un pusillanime e non aveva, in passato, neanche osato concepire idee simili, in fondo il gesto che stava per compiere era fra i più antichi, com’era ampiamente descritto dalla Bibbia; si trattava soltanto d’uccidere, come s'era sempre fatto per i motivi più vari: Dio, la nazione, il denaro, l'onore...
    Lui forse l’avrebbe fatto per un motivo meno nobile, ma non era il caso di sottilizzare.
    Avrebbe ucciso per affermare la sua esistenza: solo se si esiste si è in grado di negare l'esistenza altrui.
    Senza contare che in quel modo la sua esistenza sarebbe apparsa reale non solo ai suoi occhi, ma l'intera società avrebbe dovuto proclamarla ed ufficializzarla; un processo pubblico non avrebbe potuto essere evitato. Così il suo nome e la sua storia sarebbero stati impressi nei libri della Legge, sepolti negli annali delle cancellerie. In qualche modo affidato alla storia.
    Gonfiò il petto e sentì entrargli dentro un sottile sentimento d’esultanza. Pensò che, come sempre, le idee geniali sono le più semplici.
    
    Palpò il cappotto per accertarsi della presenza dell'arma: era lì, fredda, immensa, e terribilmente vicina. Un brivido gli fu provocato dalla pressione della lama sul petto: ne accarezzò mentalmente i bordi affilati, ne immaginò la forza, la durezza, l'immenso ed affascinante potere.
    Lentamente un’oscura ed inspiegabile eccitazione cominciò ad attraversare il suo corpo, a partire dal basso. Gli si drizzarono, come percossi da un brivido, i peli delle gambe, poi quelli delle cosce; infine l'eccitazione salì verso l'alto come una calda e inarrestabile onda.
    Man mano che saliva, percepiva il suo corpo in una luce nuova, lo sentiva teso e scattante in ogni nerbo, in ogni più intima fibra.
    Quando l'onda raggiunse il cervello si sentì finalmente sicuro, forte e felice come non lo era mai stato: se avesse voluto, avrebbe superato d'un balzo il letto del fiume, tanto forti ed elastici erano i muscoli delle gambe. Avrebbe volato, perfino, sopra la città, spiccato un volo nell'oscurità della notte. Niente poteva fermarlo. La sua voce era divenuta così possente che poteva squassare il buio, rompere gli abissi di silenzio che incatenavano l'universo.
    Si sentì stretto nei suoi pesanti vestiti. I suoi passi erano adesso così agili e felpati che sembrava non più camminare, ma scivolare silenzioso sulle cose, sui marciapiedi, sull'asfalto bagnato. Il suo moto era talmente privo di sforzo che sembrava non essere lui a muoversi, ma il mondo circostante.
    I lampioni, in ferro battuto - le braccia lugubri – dopo avere gettato malamente sull'asfalto una luce fioca e giallognola, fuggivano via come fila d’impiccati. Palazzoni antichi, erosi da muffe, si specchiavano anch'essi sull'asfalto, lugubremente capovolti e deformi.
    Era entrato in una dimensione ignota; sapeva vedere non con gli occhi, ma direttamente con la mente. La sua vista poteva, infatti, traversare i muri dei palazzi e penetrare nelle tenebre degli scantinati, vedere gli occhi, minuscoli e luminosi come spilli, di topi e scorpioni in agguato. Poteva elidere ogni barriera di tempo, di spazio e di senso.
    Il silenzio era assoluto, angosciante; qualche macchina, sfrecciante veloce sull'asfalto, sembrava scivolare senza emettere suoni.
    D'improvviso la via che percorreva prese ad animarsi. Si avvide dapprima d'una coppia di giovani che si stringevano, si sorridevano e si scambiavano baci, vestiti d'abiti leggeri, quasi incuranti di vento e freddo. Vide poi un signore anziano che teneva per mano un bambino; quest'ultimo camminava davanti, strattonando il vecchio dalla manica. Man mano che si avvicinava al fondo della via, la folla cresceva come fiume in piena. Dalla luminosità diffusa che si spandeva nel cielo capì la ragione di tanto affollamento. Ne ebbe conferma quando vide i bracci meccanici d’una ruota enorme girare, trasportando nel cielo un gran numero di persone, in gran parte ragazzi. Dapprima lentamente, poi, a velocità sempre più vorticosa da sembrare folle.
    Infinite luci multicolori ruotavano e sfrecciavano nel cielo, imprimendovi scie colorate che s’intrecciavano in fantasmagorici caroselli. Erano le luci - gialle e rosse - della ruota gigante, o quelle verdi dei carri che scivolavano a velocità vertiginosa sulle montagne russe, o le luci bianche, accecanti, della casa degli specchi.
    In contrasto con le strade deserte percorse finora era presente adesso un gran folla. Volti di giovani e vecchi, di uomini, donne e bambini. E tutti erano animati da radioso fervore, e tutti sorridevano e gridavano, e i loro passi s'intersecavano e intrecciavano. Ciascuno andava infatti il direzioni diverse, casuali, come sempre avviene nelle folle in festa.
    Non riusciva a capire il senso, l'affannarsi di quei visi e la felicità che vi era impressa: sentì il cuore torcersi in una stretta. S'accorse d’odiare la folla; non questo o quello il particolare, ma la folla.
    Osservò un nugolo di giovanissimi scivolare dentro contorti scivoli metallici e ridere fragorosamente, mentre il vento s'insinuava sotto le vesti delle ragazze, scoprendone  candide e sensualissime gambe.
    Osservò ragazzi - ma anche adulti - a bordo di automobili armate di mitra, sollevarsi in cielo e rincorrersi su orbite circolari, che s’affannavano a spararsi addosso fasci di luce. Erano così presi dal gioco, così intenti a colpirsi ed evitare d'essere colpiti, che, se il braccio che li sorreggeva si fosse spezzato, avrebbero continuato a farlo anche durante la caduta.
    Odiava la folla, tutti coloro che riuscivano anche per poche ore a dare un senso collettivo alla loro esistenza; a dimenticare la loro individualità e a muoversi, gestire e pensare come gli altri. Nella folla il sentimento d’impercettibilità, la sensazione di vacuità, di leggerezza della propria esistenza che da tempo lo tormentata, diveniva, se possibile, ancora più acuta.
    Fu rafforzato nella propria decisione: avrebbe agito assolutamente a caso, avrebbe lasciato che la roulette della vita ruotasse a suo piacimento, e che fosse la fine della sua corsa a decidere della vita d'un uomo.
    Il cavallino nero della giostra, fermandosi, avrebbe indicato il predestinato. S'arrestò in corrispondenza d’un piccolo uomo, forse un nano, avvolto in un pesante pastrano, con un grande cappello in testa.
    Camminava ondeggiando, con un’andatura strana, molto goffa.
    Lo seguì per un pezzo, tenendosi sempre alle sue spalle, ed evitando così di guardarlo in viso. Quando la goffa figura s'allontanò a sufficienza e si portò per strade deserte, incuneandosi nei vicoli bui della città, preparò l'agguato: precedette il nano e ne attese il passaggio restando fermo sul marciapiede, e nascondendo la faccia col bavero del cappotto. Appena questi gli passò accanto, lo pugnalò alla schiena, gli lasciò il coltello conficcato nel corpo e fuggì.
    
    Chissà perché, immaginò una folla enorme a inseguirlo. Quando, invece, dopo una lunga corsa attraverso vicoli bui e viali bagnati, si fermò, s'accorse d'essere solo.
    Pensò che era stato troppo facile, quasi deludente: non avere visto il volto della vittima lo aveva privato d'ogni emozione, aveva tolto alla sua azione ogni caratteristica di trasgressione, d’immoralità. E adesso non provava alcun rimorso.
    Se non vi era rimorso, non poteva esserci colpa.
    Tornò indietro per ritrovare la vittima ed avere perlomeno la certezza d'essere colpevole, ma, dopo avere errato fino all'alba per vicoli oscuri e vie sconosciute, si rese conto d'essersi smarrito.
    
    Si trovava all’estrema periferia della città. Sullo sfondo palazzoni grigi, enormi. Davanti a lui la campagna, desolata e spoglia; lontano, la barriera dei monti. Accanto a sé si levava una gran croce in legno ed un Cristo in lamiera: s’inginocchiò e lo pregò di svegliarsi.
    Naturalmente non si svegliò, la sua preghiera restò inaudita e si ritrovò ai piedi di quel Cristo di latta, accovacciato, infreddolito e triste.
    E dolorante di dubbi.
    
    Il primo dubbio, e forse il più semplice, era relativo all'Organo preposto all'acquisizione della confessione. Decise per una qualsiasi sede di polizia e si recò al commissariato.
    Un agente era seduto ad un lato dell'ingresso, dietro uno vetro:
      «Desidera?»
      «Confessare un delitto» rispose con una voce cavernosa, che non sapeva d'avere.
      «Stanza numero quindici. Si sieda ed attenda» fece l'usciere, senza alcuna inflessione o tonalità particolare. Anzi, con tono naturale, come fosse già avvertito della sua venuta. Osservandolo con la coda dell'occhio s'accorse che rideva.
    Salì due rampe di scale. Percorse un interminabile corridoio sul quale s'affacciavano stanze vuote e, infine, vide la stanza. Vi entrò e si sedette su una poltroncina girevole, attendendo.
    
    Dopo un'ora cominciò a stancarsi. Si girò e rigirò sulla sedia concentrandosi sul cigolio che questa faceva ruotando sul perno centrale. Da qualsiasi parte girasse gli occhi era sempre la medesima desolazione: scartoffie, scaffali, scartoffie, pile di fogli, scaffali, scartoffie. Alle pareti stampe.
    Provò a spostare lateralmente la testa, prima a destra, poi a sinistra. Stava sulle spine. Avanti ed indietro. Idem. Non vedeva l'ora di dire: "Signor commissario, confesso". Di gettarsi ai suoi piedi, se era necessario, di baciargli le mani: "Signor commissario, sono stato io. Ho ucciso un uomo innocente. Mi arresti, mi impicchi, faccia quello che deve fare..."
    «Chi è lei?» fece una voce alla sua schiena. Sobbalzò.
    «Petrella Stefano» rispose, scendendo dalla sedia e scattando in piedi.
    «S’accomodi, prego, cosa desidera?»
    «Signor commissario, sono qui per confessare...»
    «Con calma, parli con calma, giovanotto» fece il commissario, «e compili questo foglio». Porse a Stefano un foglio e si allontanò.
    Stefano girò e rigirò il foglio fra le mani senza riuscire a capire bene quale fosse il dritto e quale il rovescio.
    Allorché riuscì a leggerlo gli risultò incomprensibile, quasi fosse scritto in quel misteriosissimo linguaggio che l'aveva ossessionato tempo prima. Voleva alzarsi dalla sedia per chiedere aiuto al commissario, ma questi era ormai lontano, e Stefano si sentì perduto.
    Aveva voglia d'alzarsi e scappare, voglia d’uscire da quell'incubo infernale. Ma le gambe erano così pesanti da paralizzarlo sulla sedia. S'accasciò sul tavolino, scoppiando in irrefrenabili singulti.
    «Su, su, coraggio! Si faccia animo!» fece paterno il commissario, che nel frattempo era tornato e s'era portato alle sue spalle, « Mi dica.»
    E Stefano disse tutto: parlò ore e ore e raccontò tutto nei particolari. Di come avesse scelto la sua vittima, di come l'avesse seguita e spietatamente accoltellata.
    Adesso piangeva apertamente e fragorosamente, tanto che il commissario gli carezzava dolcemente la nuca per rincuorarlo.
    Mai Stefano avrebbe vissuto un'esperienza così coinvolgente ed intensa quanto tale confessione. Sentiva le lacrime salirgli agli occhi dal profondo dell'intimo e riversarsi all'esterno senza freni, copiose, luccicanti e salvifiche. E non si vergognò di quelle lacrime, anzi, ne andò fiero, essendo esse il segno tangibile del pentimento e della colpa.
      Quando finalmente ebbe finito si girò. S'accorse così che il commissario non c'era. Si guardò a destra, a sinistra, attese, ma non giunse nessuno. S’alzò dalla sedia e si mise a girare nella stanza con nell'animo un'ombra di sottile tristezza.
    Dopo un tempo che gli sembrò interminabile, il funzionario ritornò. Stefano ebbe l'impressione che lo sguardo del commissario lo attraversasse senza tuttavia scorgerlo, come potrebbe attraversare una silhouette d’alluminio o, tutt'al più, una nuvola di fumo.
    «Commissario…» fece Stefano ansioso.
    « Sì? »
    « Signor commissario...» ripeté Stefano, non sapendo bene cosa dire.
    Quasi gli venne di continuare: «Mi aiuti!», ma si rese conto che la frase suonava idiota. Tuttavia, ogni continuazione gli sembrava idiota, e se ne stette, perciò, silenzioso e triste.
    «Egregio signore,» fece il commissario, sedendosi al suo posto e rivolgendogli un sorriso aperto, ma non eccessivo, cortese, ma non confidenziale, «egregio signore, se posso permettermi, le darei un consiglio: si riposi. Lei è senz'altro molto affaticato e stanco. Si prenda delle vacanze, vada in montagna, si diverta. »
    Disse quest'ultima frase con un tono che non ammetteva repliche. Gli porse, quindi, la mano con un sorriso più largo. Stefano capì che era un chiaro invito a sollevare i ponti, ad alzare i tacchi, ad andarsene, insomma.
    Non ci stava: era incredibile, assurdo, allucinante.
    «Ma, Signor commissario, io ho ucciso un uomo! » fece Stefano, e questa volta avrebbe quasi gridato, tanta era la rabbia che sentiva salirgli in seno.
      «Lei non ha ucciso nessuno, si tranquillizzi.» sorrise sicuro il commissario. «Lei ha solo creduto d’uccidere. Ha solo sognato, immaginato d’uccidere. Vede, Signor Petrella, per tutti noi la vita reale, quella di tutti i giorni, è dura, tetra. Talora insopportabilmente noiosa. Ecco perché esistono i sogni. Nei sogni sparisce la noia, la consuetudine, la polvere del quotidiano, e la mente s’immerge in un mondo fantastico in cui tutto è possibile. In cui non esistono più confini fra il lecito e l'illecito, fra il possibile e l'impossibile. Ecco perché i più profondi ed inconfessabili desideri nel sogno diventano realtà. Ecco perché lei ha immaginato d’uccidere il nano che si porta dentro.»
    Maledetto d'un commissario, bestia d'un commissario. Piccolo, insignificante, idiota d'un commissario che si permetteva di fargli la predica. Gli avrebbe spaccato il muso. Lui AVEVA ucciso, ne era certo. Anzitutto, ne era capace, poi, anche ammesso che non avesse ucciso, uno che lo desideri a tal punto da progettarlo in ogni particolare, come aveva fatto lui, era già un killer, un feroce assassino, un mostro. Perché non ammetterlo? Certo non si sarebbe arreso così presto, aveva le palle e l’avrebbe dimostrato.
    «Signor commissario,» riprese, nascondendo in una piega delle labbra un impercettibile ed incontrollato movimento muscolare, « lei sa benissimo che quanto ha appena detto è assolutamente senza prove. Io non devo certamente insegnarle il mestiere, ma lei non può non sapere che quanto ha detto sono solo congetture, ipotesi, illazioni. Il fatto è uno solo,» fece una pausa che gli sembrò perfetta per spezzare il discorso e dare enfasi a quanto seguiva, «ed è questo: un cittadino, un onesto cittadino, si presenta a confessare un delitto, a costituirsi liberamente e spontaneamente in ossequio alle leggi. E lei cosa fa? Gli dice che non è vero niente, che s’è sognato tutto, che deve tornarsene a casa... Lei, commissario, non solo è imputabile d'omissione di atti d'ufficio, ma anche d’oltraggio, perché, non so se se ne renda conto, mi sta dando del visionario, dell'idiota, del piccolo millantatore...».
    Calcò la voce sugli ultimi termini affinché fosse assolutamente chiaro che era offeso, infuriato, giustamente indignato dal comportamento del commissario. Alzò quindi la faccia per guardarlo dritto negli occhi: rideva. Non c'era alcun dubbio: rideva, fra le mille sfumature del sorriso, aveva impresso sulle labbra il più subdolo e velenoso: il compatimento.
      «Egregio signore» finalmente si degnò di parlare il commissario, «forse lei ha ragione, ed io le debbo delle spiegazioni. Lei avrà senz'altro notato che durante la sua permanenza in quest'ufficio mi sono spesso assentato, e ne sarà rimasto, suppongo, anche un po' sconcertato. Ebbene, lei non deve pensare che la Polizia sia così insensibile e proterva d’abbandonare un cittadino nei propri uffici. Io, signor Petrella, durante quei lunghi intervalli, ho lavorato per lei. Ho controllato, verificato il suo racconto nei minimi particolari e, se sono giunto alle conclusioni che conosce, è perché ne ho seri e fondati motivi, mi creda. Vede, anzitutto, non c'è un cadavere. Non c'è nessun cadavere. Non è giunta ai nostri uffici alcuna segnalazione di cadaveri, feriti od altro. Già questo basterebbe, non crede? »
    Questa volta fu il commissario a fare una lunga pausa, come ad aspettare una risposta, benché fosse chiaro che la domanda non ne attendeva alcuna.
    Il cervello di Stefano lavorava ad una velocità vertiginosa. Ne avvertiva il frenetico ed intenso lavorio nel pulsare delle vene ai lati delle tempie: era come se uno sforzo immane si riversasse su un obiettivo inafferrabile, perché i suoi pensieri, benché numerosi, benché amari ed intensi, non riuscivano ad incanalarsi verso un preciso indirizzo, ma turbinavano, violentemente ed incoerente-mente, sicché il pulsare delle vene divenne improvvisamente il percuotere del maglio su un’incudine.
    Stefano sbiancò in viso e si sentì leggermente mancare.
    Il commissario continuò implacabile: «...e poi, come se non bastasse, il suo racconto è incoerente, o meglio irrealistico. Da mille particolari una persona attenta può comprendere che in esso lei ha riversato le sue pulsioni più profonde, i suoi desideri più forti ed inconfessabili. Mi segue? » 
    Stefano non lo seguiva più da un pezzo.
    «Tutti i particolari» continuò il commissario, «s'inquadrano, chiaramente, in un contesto onirico. Dall'assoluta assenza di rumori, a quel suo modo di scivolare sull'asfalto, quasi fosse una creatura incorporea, un essere puramente mentale».
    Il commissario esultò, quasi fosse riuscito a dimostrare un teorema di algebra superiore.
    «Capisce bene perché dico che lei ha bisogno di riposo. Ma forse mi sbagliò, forse lei ha bisogno di ben altro.»
    Stefano afferrò l'allusione, e l’intese, correttamente, come una oscura minaccia, come un avvertimento su quanto gli sarebbe accaduto se si fosse assurdamente intestardito in quella storia, in quel volere, assurdamente, attribuirsi delle colpe che non gli spettavano.
    Chiese sommessamente scusa ed uscì a testa bassa, come un cane bastonato.

    Uscì a testa bassa, stringendosi il cappello in mano ed attraversando la porta, dopo essersi dimenticato d’aprirla.

  • 10 giugno 2011 alle ore 18:42
    Tutto

    Come comincia: È terribile vivere paralizzati in una stanza. Sentirsi morire lentamente di noia, disperazione, angoscia, nella crudele monotonia di giorni sempre uguali. Un alternarsi senza senso di luce scialba, spenta, soprattutto d'ombre.
      Nel dubbio, che diviene via via tremenda certezza, di non venire riamate dalle persone che ami, essendovi fra te e loro il più profondo muro d’incomunicabilità.
    Tuttavia l'istinto alla vita ha quasi sempre il sopravvento e finisci con l'accettare anche la condizione più mostruosa.
    T’accorgi di riuscire a sopravvivere anche così, e, in certi istanti almeno, di riuscire a provare qualcosa che forse gli altri chiamano felicità.
    
    Anche se tua madre si curava di te, amorosa, tenera, dolcissima, non potevi non avere il dubbio che anche a lei fosse impossibile amarti, ed il senso profondo della tua diversità si faceva più vivo, palpabile, angoscioso.
    Così ti rinchiudevi sempre più in te stessa: lasciavi che la fantasia immaginasse l'universo che non avevi, il sole che non vedevi, il vento, le stelle, l'infinito...
    Quante volte, nelle sere ancora calde del primo autunno, quando non eri ancora relegata fra grigie pareti ed un cielo di cemento, e il vento spazzava via le nuvole, ti sei chiesta se lassù esistessero altri esseri con lo stesso tuo desiderio d'amore e la stessa infelicità .
    Poi hai cominciato ad illuderti che essere paralizzati, non sentire un corpo cui si è legati, potesse avere il vantaggio di liberare le sconosciute potenzialità della tua mente.
    La tua MENTE.
    Quel benedetto – maledetto - te stesso che puoi riuscire ad amare od odiare, ma di cui non puoi liberarti.

    La prima volta l'idea l'hai avuta per amore.

    Ci furono i giorni in cui tua madre s’ammalò: cancro al cervello.
    Tu DOVEVI guarirla: quante volte t’aveva curato amorosa, sorridente. Aveva cantato con gioia nella stanza, per te. Per non farti pesare la tua condizione. Fartela dimenticare.
    E quante volte avresti voluto abbracciarla, baciarla...
    Marco, tuo fratello, che avrebbe dovuto occuparsi di te, ti lasciava, in quei giorni, quasi sempre da sola, relegata in quella maledetta stanza, dimenticandosi di te.
    In quei giorni imparasti l'odio per gli altri, i normali, i sani, nell'inferno della tua condizione che non ti concedeva neanche l'estrema possibilità pietosa concessa agli infelici.
    Ti concentrasti con tutte le tue forze cercando di pensare al suo male, fino a quando non riuscisti a immaginarlo vivo, nitido, reale, presente in tutti i suoi particolari nella tua mente, e continuasti a ripetere spasmodicamente, con forza, senza stancarti: - Sparisci,  SPARISCI!

    E tua madre guarì: il cancro scomparve ed i medici parlarono di miracolo.
    Quell'unica volta provasti la felicità.
    Fu, invece,  la tua maledizione.

    Ti penti, ora, d’avere amato tanto tua madre. Maledici la tua condizione che ti ha impedito di parlare, spiegarti, farti capire,  gridare: - Sono stata io... ho solo voluto aiutarti.
    Quando tua madre vide gli oggetti muoversi nell’aria, i piatti andare nell'acquaio e ritornare, asciutti, al loro posto per lo sforzo – il tuo sforzo - di risparmiarle i lavori più ingrati, i tuoi familiari, atterriti, decisero di lasciare quella casa e gli spiriti che l'abitavano.
    T’abbandonarono.
    L'ultimo pensiero di tua madre - non si può lasciare qualcuno che s’è veramente amato - fu per te:
    - E la nostra meravigliosa Azalea?  - disse prima d’andarsene (mi sembrò di cogliere dolore nella sua voce calda, dolcissima).
    - Lascia lì quella maledetta pianta! - rispose burbero mio padre.
    - Tutto in questa casa è maledetto.
    Mi sono sentita spezzare.
    
    Così sono rimasta SOLA.
    Poca luce nella stanza. Fili polverosi dalle persiane sbarrate.
    Un rancido odore di chiuso s’è diffuso nell'aria.
    Penso all'universo che ho conosciuto e non potrò più riavere. Definitivamente.
    Penso al sole caldo, luminoso, alle stelle luccicanti a miriadi, inutili, ora che il mio cielo è grigio e piatto cemento.
    Penso al vento malinconico e dolcissimo delle sere d'autunno.
    Al mio volto, a me sconosciuto, che gli altri dicevano bellissimo, vellutato, prezioso più dei petali d'una rosa, che lentamente sfiorisce, inutile e dimenticato.
    E sento un odio sottile, bruciante, salire dal fondo dell'animo e pervadermi.
    Chiudo gli occhi e scopro all'improvviso di desiderare profondamente una cosa sola, con tutta l'anima, con tutte le forze: che tutto sparisca. TUTTO.

  • 10 giugno 2011 alle ore 18:27
    L'omino col sorriso negli occhi

    Come comincia: Vi potrebbe capitare, un giorno, di passare dalle parti di Palmi, la ridente cittadina che s’affaccia come la tolda d’una nave sul paesaggio dello Stretto, e che vi consente d’ammirare, da lontano – in certe giornate di primavera, quando l’aria per qualche strano incantesimo diventa di cristallo - la Sicilia, i suoi monti e le sue isole: le Eolie con lo Stromboli e il suo pauroso pennacchio.
    Sarà difficile che vi capiti, perché per raggiungere tale cittadina occorre utilizzare la più allucinante delle autostrade, che s’arrampica, piena di curve e incredibili tornanti, deviando - per gli eterni lavori in corso - per viuzze secondarie, che s’insinuano fra alti monti e penetrano nel loro ventre, in oscurissime gallerie e labirinti.
    Ma se vi capitasse, non dimenticate di visitare la perla più preziosa di tale cittadina, che, come accade con le cose preziose, la cui preziosità è ignota a chi la possiede, è posta nello scantinato d’un enorme edificio pomposamente chiamata Casa della Cultura. E’ questo un  grandissimo edificio posto su una collina, così grande che, volendolo, vi si potrebbero racchiudere tutti gli abitanti della cittadina.
    Questa Casa, immersa nel verde, costruita ai piedi del piccolo monte che, come leone accovacciato fa la guardia alla piccola città, contiene innumerevoli tesori: una pinacoteca di rilievo, con quadri di Guttuso, Morandi e tanti altri, una biblioteca con centinaia di migliaia di volumi, molti dei quali antichi e preziosi pezzi unici. E contiene uno dei più  straordinari musei esistenti: il Museo Etnografico e Archeologico, che riunisce splendidi esempi della cultura locale: straordinarie offerte votive, piccole statuine in cera che riproducono, con candore incantevole, parti del corpo umano che il Santo ha risparmiato o fatto ricrescere, una collezione di infinite asticelle in legno - le conocchie - finemente intarsiate con arte e pazienza ai limiti dell’umano.
    Bene, questo museo, nei suoi vastissimi e freschi scantinati (motivo in più per visitarlo, se il viaggiatore fosse pervenuto da queste parti in una di quelle afose e terrificanti estati di fine millennio), contiene un’ampia raccolta di cimeli e reperti archeologici, rinvenuti durante gli scavi nella località di Taureana, l’antica Oppidum Tauroentum, porto importante della Magna Grecia, da cui si presume passassero molte navi dirette dalla Grecia a Roma, e viceversa.

    Il museo ha molti addetti e guardiani, perché molte sono le sue sezioni, ma i guardiani del Museo etnografico e archeologico, quello che sta negli scantinati, sono solo due, entrambi orgogliosi della loro divisa blu, ma piuttosto infelici. Perché il museo, nonostante la sconfinata bellezza (raccoglie oltre a una serie innumerevoli di oggetti risalenti alla civiltà romana: monete, pettini di metallo, monili, bracciali in oro di pregevole fattura che le matrone romane ordinavano agli abilissimi orafi della Magna Grecia, molti reperti statuari, bassorilievi, cippi e busti di matrone e condottieri di difficile identificazione), ha pochissimi visitatori. Praticamente solo uno.
    Costui, un ometto che sembra uscito dalle favole, ispira uno stranissimo rispetto: il sorriso triste stampato nei suoi occhi, la nobiltà e la fierezza della piccola figura, sempre vestita in lino chiaro, le spalle ricurve, tutto ciò ispira un rispetto che, in certo senso, impedisce a chiunque d’avvicinarlo e chiedergli alcunché.
    Non si sa quasi nulla di lui. Qualcuno dice che sia un filosofo - un grande filosofo, presidente di qualche importante associazione filosofica - altri dicono che questa è una leggenda, che il signore in bianco è solo un pensatore, cui nessuno s’è mai sognato d’assegnare titoli.
    Dal momento che nessuno osa rivolgergli parola, per quella forma di rispetto - forse timore - che suscita il diverso, lo straniero o l’estraneo (sebbene tutti siano concordi nel dire che, per quanto ricordino, l’omino è sempre vissuto in paese) nessuno sa dire quanti anni abbia, né, naturalmente, il suo nome. Riguardo all’età le opinioni sono le più discordi. Qualcuno giura che, fatti i debiti conti, non può averne meno di settanta. Altri metterebbero la mano sul fuoco che non ne ha più di cinquanta, e che siano solo i suoi modi, così modesti e timidi, così inusuali e fuori dal tempo, a farlo sembrare più vecchio di quanto non sia in realtà. Quelle spalle leggermente ricurve, strette in se stesse, come se l’omino si scusasse d’esistere e, stringendole,  volesse farsi più piccino, e quel suo sorriso degli occhi che nessuno sa definire e nessuno sa capire.
    Anche sul nome non vi è accordo. Di sicuro si sa che è unico: nessuno ha mai portato il suo nome da queste parti, e nessuno lo porterà mai, perché l’omino non è mai stato visto con una donna. Si favoleggia che nella sua gioventù abbia amato un’incantevole donna del luogo, che è poi scomparsa e nessuno sa dove sia andata. Ma questa, forse, è solo una favola che la sua figura, così ieratica, così letteraria, ispira.

    Costui, come si diceva, è il visitatore regolare e praticamente unico della sezione del Museo etnografico e archeologico. Unico perlomeno nel lungo periodo dell’anno che esclude l’estate, perché in quest’ultimo periodo molti turisti cercano refrigerio alla calura fra le sue sale silenziosissime, piene di teche illuminate da numerosi fari e luci al neon che rendono l’atmosfera un po’ irreale, come si fosse sulla tolda d’una astronave immensa, pronta a salpare per gli abissi dello spazio. 
    In questo periodo (che l’omino deve considerare orrendo) egli non si vede più nei sotterranei del museo, semplicemente sparisce. Nessuno sa che fine faccia. Talora lo si vede passeggiare, prima del tramonto, sul  corso della cittadina. Andare su e giù, con le mani dietro la schiena, le spalle curve, e quegli occhi – d’un azzurro acqua - che se ti capita di guardarli ti sembrano impauriti o persi. Il sorriso triste che recavano impresso è sparito e l’uomo sembra chiedersi: «Quando finirà  questa iattura?»
    Allora la gente lo guarda e pensa, divertita e preoccupata: «Poveretto. Deve amarla tanto.»
    Ma il resto dell’anno, tutto il resto dell’anno, l’omino è sempre lì, davanti alla  sua Dea, ad  Afrodite.
    Il direttore del Museo, tale S.M., è il più classico esemplare di burbero simpatico che ci sia. Sempre sorridente, con un sorriso simpaticissimo che trabocca dal faccione largo, incorniciato dalla barba rossiccia e ispida.  Quando vuol far vedere d’essere arrabbiato fa udire il suo vocione tonante: le urla rimbombano allora nelle sale semivuote del palazzo, così forte da impressionarti. Sapendo che sono sue nessuno vi fa caso, anche se qualcuno, per gentilezza, si gira.
    Quella volta che seppe  che l’omino, che chiameremo Bàrlebi, dato che è un simpatico nome che stranamente gli s’addice, aveva allungato le mani sulla sua Afrodite, quasi gli venne un colpo e chiamò immediatamente a rapporto i due guardiani della sezione, facendogli una scenata che sarebbe stata paurosa se fatta da chiunque altro.
    Fatta da lui provocò solo il fatto che i due guardiani, a rapporto sull’attenti, abbassarono gli occhi, fecero la faccia contrita e assicurarono che avrebbero provveduto come con gli altri reperti di valore.

    Il giorno dopo, quando puntuale sull’orario d’apertura pomeridiana, Bàrlebi  attendeva che aprissero il museo, uno dei due guardiani fece all’altro: - Gli parli tu? L’altro rispose: No, parlagli tu.
    Così il primo prese Bàrlebi sottobraccio e lo condusse in una delle sale del sotterraneo, appartata, dove poteva parlargli senza che vi fossero testimoni. Sapeva che quanto stava per dirgli era delicato:
    «Signor Bàrlebi, mi perdoni, sa, per quello che sto per dirle. Non vorrei mancarle di rispetto o che pensasse – Dio non voglia - che noi si pensi minimamente male di lei. Lei sa quanto noi tutti la stimiamo. Stimiamo i suoi studi in campo filosofico e sappiamo che lei è persona importante…»
    Non sapeva come entrare nel discorso. Non sapeva come dirgli quanto doveva dirgli e che di sicuro non sarebbe stato piacevole per lui. Avrebbe potuto offendere quello strano ma illustre personaggio, l’unico fra i suoi concittadini che capisse la bellezza e l’importanza del Museo e che lo visitasse con costanza, con assiduità. Innamorato, soprattutto, del suo pezzo più importante: la straordinaria Afrodite che qualcuno attribuiva, addirittura, a Fidia.
    Dopotutto, cosa sarebbero serviti ben due guardiani se nessuno avesse più visitato il Museo?
    Bàrlebi era, dunque, molto importante per urtarlo troppo. Non conoscevano bene il suo carattere, nonostante la frequenza quotidiana degli incontri. Può darsi che sotto l’apparente docilità, la mansuetudine che sembrava provenire dal fondo della galassia, si celasse un carattere suscettibile, che sentendosi annunciare la cosa che ormai s’era resa inevitabile, la prendesse a male, come un’accusa indiretta alle attenzioni che Bàrlebi nutriva, senza mistero per alcuno.
    Ma il direttore del museo, nonostante la bonomia che lo contraddiceva, non s’era mai visto così arrabbiato e categorico: la decisione era presa e la cosa si era resa inevitabile.

    Bàrlebi lo guardò con uno sguardo in cui tenerezza e comprensione avevano preso il posto dell’usuale sorriso.
    «Signor Bàrlebi» riprese il guardiano «il fatto è…».
    S’interruppe e non seppe come andare avanti.
    Bàrlebi sembrava ora un po’ inquieto. Capiva che il guardiano stava per dirgli qualcosa di spiacevole ed era preso fra due spinte contrastanti: aiutare il poveruomo a dire quanto doveva dire, e che evidentemente gli provocava molto dolore, oppure scappare, perché intuiva che quel qualcosa di grave riguardava la sua vita e minacciava di sconvolgerla.
    Si erano accorti? Possibile? Aveva fatto tutto con la massima discrezione. E poi era avvenuto una sola volta. Aveva resistito così a lungo. Aveva resistito anni prima di farlo, quando finalmente aveva ceduto, spinto da una forza interiore così intensa da risultare perfino dolorosa.
    Ed era accaduto una sola volta: dopo averle parlato per anni, dopo avere atteso invano un suo cenno, anche minimo, anche impercettibile agli altri. Non a lui, lui avrebbe senz’altro visto e capito. Niente. Anni d’attesa. Infinite poesie e struggimenti. Parole sublimi che sgorgavano dall’animo con una freschezza e una luce che un poeta non avrebbe saputo avere. Lei niente. Lei ferma, immobile, soprattutto silenziosa.
    Sì, gli era sembrato talora d’avvertire dentro di sé delle parole, un ruscello, un fiume di parole che potevano provenire da Lei. Ma quelle parole somigliavano troppo alle sue. Quella voce somigliava troppo alla propria, per non esserlo davvero. Allora aveva capito: non era Lei a parlare. Lei era lì, fredda e inaccessibile com’era sempre stata, fin dal primo momento. Fredda inaccessibile e altera. Con la sua inarrivabile bellezza, la sua incorruttibile giovinezza. Mentre per lui... anni e affanni pesavano. La vista non era più quella avuta in gioventù. E neanche l’udito era più lo stesso.
    «Signor Bàrlebi, mi ascolti…» continuava a ripetere il guardiano, il quale cercava senza troppo successo d’inserirsi nel corso dei pensieri dell’uomo, sapendo bene quanto fosse difficile farlo. Bàrlebi era solito sostare, rapito, davanti alla Dea, così rapito e assorto d’apparire quasi in tacita conversazione con la stessa.
    Si sarebbe detto che anche Lei gli parlasse, se non fosse risaputo che gli dei non parlano.
    Quando Bàrlebi era preso in tali atteggiamenti, nessuno si sognava di disturbarlo: sembrava quasi di rompere un momento d’intimità religiosa, di preghiera. Era  come se un raggio impalpabile di luce unisse le due fronti: quella chiara, luminosa di lei, con la bella fronte di lui, ampia e pensosa, traversata da finissimi solchi, incorniciata da una chioma candida e fluente.

    «Signor Bàrlebi…» riprese il guardiano con tono cordiale, senza tradire, questa volta, il minimo tono di rimprovero nella voce. Noi tutti sappiamo quanto lei ami la nostra Afrodite. Come tutti noi, del resto. Nessuno si sognerebbe di supporre che lei possa farle del male. Tuttavia, vede, come certamente saprà, in passato sono accaduti casi molto, molto spiacevoli. Avrà sentito parlare di quel tale che ha preso a martellate nientemeno che La Pietà….»
    Bàrlebi era stupito, spaventato. Dove volevano arrivare?
    Cosa avevano deciso di fare? Va bene, aveva ceduto al desiderio e le aveva dato una carezza, ma era accaduto solo una volta. Possibile che fossero così crudeli da…
    «Sì, signor Bàrlebi. Dobbiamo farlo: sono ordini superiori. Direttive che partono da Roma, sa?»
    Cosa, cosa avete deciso di fare, per l’amore di Dio?!
    Una fitta dolorosa strinse il cuore dell’uomo. Non voleva neanche tentare d’immaginare cosa avevano deciso di fare: racchiuderla in una teca di cristallo. Anche Lei: la Dea Afrodite? La Dea nata dall’acqua. La Dea col vento nei capelli. Racchiuderla in una teca di cristallo? Soffocarla. Metterla sotto vetro  con orribili balenii di luce a deturpale il viso, e il corpo. Quel corpo straordinario che conosceva ormai in ogni più intima piega. Non la mente, no. Quella non era certo di conoscerla. Ma il corpo sì. Quello aveva potuto conoscerlo, osservarlo, rimirarlo da ogni possibile prospettiva. Quel corpo - adesso ne era certo - attraverso il quale Lei gli parlava.
    Racchiuderlo in una teca era semplicemente mostruoso. Si disse che  la barbarie non poteva avere raggiunto limiti così estremi: non sapere riconoscere la bellezza, la vita. Imprigionarla, nasconderla. Prima nel fondo d’uno scantinato, poi nell’indistruttibilità, nella lontananza e freddezza  d’una teca.
    Il guardiano era adesso silenzioso e triste. Sapeva d’avere arrecato molto dolore a quell’uomo che in fondo comprendeva e compativa. Anche il guardiano, molto tempo prima, aveva amato e sapeva che l’amore, quello vero, non conosce confini d’età o di razza. Lui, ad esempio, aveva amato, da giovane, un cavallo. Quando quello era caduto spezzandosi una gamba e avevano dovuto macellarlo, una parte di sé era morta con lui. E se si poteva amare un cavallo forse era possibile amare anche una forma, un’idea.
    
    L’indomani una teca di cristallo, lucido, spesso, traversato da orribili lame di luce, imprigionò la Dea.
    Bàrlebi scomparve. Nessuno seppe dire che fine avesse fatto. Col tempo qualcuno cominciò a dubitare perfino che fosse esistito.

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:28
    Il guardiano del tempo

    Come comincia: Da sempre l’uomo s’è chiesto come siano fatte le creature aliene. Questo sforzo d’immaginarne la forma, d’indovinarne la civiltà, ha prodotto innumerevole letteratura fantastica, e tuttavia, per quanto fervida possa essere stata la fantasia degli autori (o delle persone che avrebbero assistito agli incontri ravvicinati) l’ingenuità di tali rappresentazioni traspare inesorabilmente dalla loro natura sempre più meno antropomorfica: gli alieni sono stati rappresentati con antenne sulla testa, con la pelle verde, alti tre metri o sessanta centimetri, ma sempre, invariabilmente, con forma più meno umana.
    Io stesso avevo degli alieni una visione altrettanto ingenua: li immaginavo svettare per l’universo nelle loro lucide astronavi, dotati di corporatura magra e molto esile, sormontata da una grossa testa sproporzionatamente grande in modo da contenerne lo smisurato  cervello.
    Testa ovviamente calva, con grandi occhi rotondi, neri e  tristi: forse perché la felicità è associata all’infanzia e questi uomini, vaganti per l’universo da tempi immemori, non potevano essere giovani. 
    Avevo superato il dubbio principale sulla loro esistenza , ovvero la  domanda del perché non tentassero di comunicare con noi, quando avevo realizzato che dopotutto noi non tentavamo di comunicare con le formiche.  Non mi sbagliavo sulla loro esistenza, mi sbagliavo viceversa (e quanto grande e tragico è stato questo errore!) sulla loro forma, e soprattutto sul loro essere.
    Ed è per questo tragico errore che adesso mi trovo su questa landa desertica e sconfinata in uno degli innumerevoli pianeti (Zamor) della stella Xenon 103 ad un milione di miliardi d’anni luce dalla mia amatissima Terra.
    Passo i miei giorni a cercare di capire perché mi abbiano portato quassù, qual è il loro scopo, quali siano i loro piani,
    A COSA GLI SERVO.

    Ma non riesco a trovare una risposta, per ora.

    Vago per questo maledetto pianeta fatto di polvere e rocce, rocce e polvere; niente che mi dia un brivido di bellezza, tranne questo enorme sole che va a morire pigramente dietro l’orizzonte di rocce, in un’azzurra agonia.
    Di tramonti così ne ho contati tremila cinquecento trentasette. 
    A volte mi chiedo dove siano andati a finire i miei amici; a quale sperduto e desolato pianeta farà la guardia Paolo, quale landa infinitamente triste e sconfinata esplorerà Gustavo.
    Mi chiedo quanti di noi avevano capito che il viaggio sarebbe cominciato con quell’episodio apparentemente del tutto banale chiamato morte; mi chiedo se avessimo mai potuto immaginare che quel tarlo che s’insinuava  nel corpo, quel bubbone che cresceva avvicinandoci al viaggio finale, NON ERA UMANO.
    Ma forse era troppo atroce da concepire. Eravamo troppo lontani dal vero per potere realizzare l’idea: li abbiamo sempre avuto fra noi, DENTRO DI NOI, troppo vicini per poterli scorgere, troppo lontani dalla nostra immaginazione per poterli mettere a fuoco. Piccoli maledetti, schifosissimi vermi, che ci usavano, usavano ciascuno di noi, per i loro inconoscibili scopi.

    Ma adesso che finalmente hanno lasciato il mio corpo ho un grande vantaggio: contemplo l’orizzonte pietroso di Zamor ed il suo sole orrendamente azzurro e penso che mi resta un’eternità di tempo per scoprire i loro piani.
    Del resto il silenzio abissale in cui è immerso questo pianeta, questa roccia inerte e spaventosa, mi conferisce una strana lucidità ed a tratti mi sembra d’intuire la risposta alle domande lancinanti che affollano la mia mente dal giorno in cui, aperti gli occhi, mi sono ritrovato in questa  luce azzurra, densa come ovatta.
    La domanda che scacciata, ritorna con insistenza come una mosca molesta è:  sono loro ad usarci, o Qualcuno li usa a sua volta, novelli e forse  inconsapevoli angeli di morte?
    E’ tuttavia necessario che impari a controllare i miei pensieri: a tratti ho vivissima la sensazione che qualcuno riesca a rubarmeli, e che tutto ciò che vedo e penso venga catturato ed inviato ai nodi d’una immensa ragnatela e da qui rimbalzi come in un infinito gioco di specchi, rimbalzi di nodo in nodo fino al centro...

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:24
    Una piccola storia

    Come comincia: Prima d'addormentarsi si hanno, talora, intuizioni difficili solo da supporre a mente sveglia. Queste, se permettono di capire cose normalmente oscure, possono complicare quelle semplici, proprio come avviene quando, con la complicità della notte, le ombre s’allungano e deformano, animando i fantasmi della mente.
    Ma se le cose note, al buio, possono assumere sembianze mostruose, tanto più quelle sconosciute susciteranno timore.
    - Mamma, ho paura...
    - Accucciati sul sedile e dormi. Non c'è nulla di cui aver paura. Fra poco saremo a casa: il babbo ci aspetta.
    Nuvole blu cobalto si rincorrevano nel cielo, in gara con la luna piena, immensa, irrealmente chiara. Nei campi filari di pioppi, esili, piegati dal vento, ordinati e silenziosi come fila di soldati.
    - Com'è grande la luna e così vicina... Viene con me, mi vuole bene. La luna è mia amica!
    

    Folate di vento staccavano le ultime foglie dalle bianche betulle antistanti la scuola e s’insinuavano, scuotendoli, fra gli esilissimi rami con fruscii e strani sussurri. Scivolavano, infine, increspandole, su fredde pozzanghere.
    Dai finestrini appannati della macchina s'intravedeva, imponente, immerso nella foschia del mattino, il vecchio edificio. Il rosa antico dell'intonaco impallidiva nella nebbia, trascolorava come se il cumulo degli anni si fosse abbattuto su di esso, improvviso ed impietoso.

    - Tesoro, da un po' di tempo hai preso un vezzo che dovresti toglierti.
    - Un vezzo?  Cos'è un vezzo, mamma?
    - Bertold caro, è un’abitudine. Nel tuo caso una brutta abitudine. Ti sei accorto che, senza ragione, sempre più spesso, scuoti la testa e guardi in alto?  Non farlo più, caro, se non vuoi addolorare la tua mamma. Adesso vai, o farai tardi...
    
    Bertold è un bambino taciturno, dalla fantasia non comune. Ama guardare incantato la natura per ore; ama inventarsi i propri giochi.
    I suoi compagni sono grilli e farfalle, ma anche cicale, mosche, e ramarri...
    Abitano in una villa all'estrema periferia metropolitana, dove la città, abbandonando l'intrico di strade e case, slitta in vasti pianori, desolati, non più campagna per l'assenza d'alberi o casolari. Non ancora metropoli, dato che la civiltà esiste solo in lunghe teorie di tralicci elettrici, enormi e inquietanti.
    Bertold non ha fratelli. A scuola dimostra precocità ed intelligenza. Frequenta la prima.
    - Sentiamo Bertold in lettura...
    - Io sono Bertold. Bertold sono io. Sono Bertold io. Sono io Bertold?
    - No, piccolo, l'ultima intonazione è sbagliata. Devi dire: Sono io Bertold.
    Scroscio di risa.

    Anche a scuola Bertold riesce ad esprimere la propria creatività: lo fa durante le ore di disegno.
    Si dedica a tale attività con passione, tanto da non accorgersi del galoppare veloce delle ore. Vi è comunque una stranezza che la maestra non tarda a scoprire: il bambino, durante tale attività, si lascia spesso prendere la mano. Il piacere di disegnare lo trasporta lontano, fuori dal reale. I suoi soggetti, anche se incantati, immersi in un’atmosfera dove magia e favola s'intrecciavano e dialogano in modo strano ed inusuale, non avevano nulla a che fare con quelli da lei proposti.

    Stavolta si diverte con i colori a dita: giallo, blu, bianco...
    Il disegno è bello: il profilo del volto di Bertold, chiaro, avvolto dall'oscurità, sorride alla luna.
    La maestra lo sta chiamando ripetutamente, ma Bertold non può ascoltare: il suo viso splende d'un chiarore diffuso, bianco latte, come se i raggi d'un astro lontanissimo vi riversassero luce opalescente. La sua mente sta percorrendo universi sconosciuti, da cui la maestra, con tutto il mondo che la contiene, è irrimediabilmente lontana.
    La maestra è preoccupata. Se la cosa si fosse ripetuta avrebbe dovuto parlarne con la psicologa.

    Grida cristalline, chiassose, inseguono il suono allegro della campanella e si rincorrono nel cortile della scuola, fin sulla strada.
    Bertold s'avvia, taciturno, verso il fondo del viale. Un brivido freddo gli corre lungo la schiena. Laggiù, in macchina, la mamma lo sta aspettando.
    Si ferma un attimo a sentire il sole di mezzogiorno che gli accarezza il viso, poi – impercettibilmente -  scuote la testa e guarda in alto.
    Quindi, corre verso la macchina, sorridendo.

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:17
    Sensibilità

    Come comincia: Carla era girata verso la parete, leggermente piegata sul lavabo, il grembiule a pallini annodato all'altezza della vita con un fiocco rosso. 
    Ogni volta che si girava Stefano ne dimenticava il volto. Stranamente aveva sempre avuto quella curiosa defaillance. Perciò talvolta la chiamava: « Carla! », semplicemente perché lei si girasse: «Sì, caro...».
    Quando si girava tornava ad essere lei: non riusciva a capire come avesse fatto a dimenticare quel visino fragile, quei lineamenti così delicati e teneri, quel colorito chiaro. Ogni volta che l'osservava gli procurava l'identica emozione della prima volta: quella che poteva procurare una statuina in vetro, di spessore così sottile che la più delicata delle carezze avrebbe potuto frantumare.
    L’emozione che l’aveva innamorato.
    Quando quel viso tornava a volgersi, con quel sorriso aereo, spirituale, che non sostava sulla bocca, ma si stendeva come velo ad abbracciare gli occhi, bellissimi - le ciglia lunghe e sottili,  le guance d'un rosa pallidissimo, la fronte aperta e chiara, da cui si dipartivano i lunghi capelli - aveva già dimenticato perché l'avesse chiamata. Anzi, il cuore gli pulsava dentro in modo così forte e irregolare che finiva con lo spaventarsi. Scuoteva allora la testa come per svegliarsi e borbottava confusamente qualcosa, come colto in fallo.
    Il sorriso di prima sembrava traversato da ombre veloci, ma subito tornava a risplendere, l'azzurro degli occhi tornava a rilucere: Carla gli veniva accanto, s’accucciava, tenera, al suo petto, gli prendeva la mano e se la portava al viso, poggiandola alle guance, freschissime: era l'unico modo per ricevere una carezza.
    Non che Stefano non amasse farlo. Dio solo sa quale tempesta di sentimenti si scatenasse in lui quando, facendosi violenza, vi riusciva. Ma per la solita preoccupazione: quel viso era troppo puro per essere inquinato dal contatto con mani che ogni giorno stringevano altre mani, rozze e sudate. Potendolo, avrebbe racchiuso la moglie in una teca, l'avrebbe posta su un altare e sarebbe rimasto a venerarla.
    « Caro...»
    Quali ignobili pensieri vagavano ora per la sua mente? Gli era sembrato, addirittura,  che la mano di lei gli avesse sfiorato i genitali.
    «Carla, dolcissimo tesoro, ...preferisci  Brahms o Chopen? » 
    L’ennesima ombra le traversò le pupille, come nube la faccia della luna.
    Stefano suppose che oggi non avesse voglia di quella musica.
    Era così sensibile, Stefano, così pronto a cogliere il più piccolo turbamento che traversasse l'animo di lei. Così sensibile... 

    Lunedì 29 marzo. 
    Non ho mai scritto un diario. Se adesso mi sono decisa a farlo è perché sono incazzata nera. Stefano è un coglione, un figlio di puttana, uno stronzo. Fa finta di non vedere, di non capire. Non riesco a ottenere da lui una carezza neanche a pagarla. Parlargli è assolutamente inutile. Ho voglia di piangere o  morire.
    O, almeno, di mandarlo a cagare.

  • 09 giugno 2011 alle ore 20:08
    Risvegli

    Come comincia: Come faceva ogni mattina, Stefano allargò le braccia per stirarsele. Da qualche tempo gli capitava di svegliarsi nelle posizioni più insolite: talora in posizione obliqua rispetto all’asse del letto, tal altra a sinistra della testata, mentre era quasi certo d’essersi addormentato a destra. Quel letto era, infatti, troppo grande per una sola persona: gli sembrava di poterci navigare.
    Allargò le braccia come sempre. E le ritrasse immediatamente: il suo braccio sinistro era andato a cozzare contro qualcosa di morbido, e vagamente roseo. Anche se la cosa poteva sembrare assurda, si sarebbe detto un seno di donna.
    Che fare?
    Si girò sul lato destro e si disse che talora i sogni sono così generosi da lasciarci addosso le loro sensazioni, anche dopo essere evaporati.
    La tentazione d’allungare di nuovo il braccio si fece fortissima.
    Pian piano, tremando un poco per la sua stupidissima paura, senza girarsi, allungò lentamente il braccio alla sua sinistra, come una biscia in esplorazione. Dovette fermarsi dopo appena trenta centimetri, perché, di nuovo, la mano andò a collidere contro qualcosa di caldo, soffice e cedevole. Eppure questa volta era certo d’essere perfettamente sveglio.
    Sì, avvertiva un leggero cerchio alla testa, ma niente di speciale.
    Stefano era razionale: sapeva che in queste circostanze l’unica cosa da fare era girarsi a controllare di persona, perché non c’è dubbio che quello che stava toccando ora era un sedere, un sedere di donna. Nel suo letto.
    Ed era anche riflessivo: si ripeté che da anni una donna non metteva piede nel suo letto.
    Da quando la moglie l’aveva lasciato mandandolo poco gentilmente al diavolo per le sue elucubrazioni. Aveva detto proprio così. Boh. E certamente cinquant’anni non erano un’età in cui si possa supporre un attacco improvviso, fulminante di... di... come diavolo si chiama quella malattia che ti fa dimenticare progressivamente tutto? Perfino come ti chiami, e che finisci col non riconoscere neanche le persone che hanno resistito trent’anni al tuo fianco. Alzhaimer? Forse.
      Escludendo dunque l’ipotesi d’Alzhaimer fulminante, restavano alcune teorie secondarie (ma perché non si decideva a girarsi, così la faceva finita?)
    Ipotesi numero uno: non era altro che un cuscino. Lui notoriamente, soprattutto quando aveva mal di pancia, si girava e rigirava nel letto. Così, poteva essere accaduto che uno dei due cuscini con cui continuava a dormire (uno dei due ormai inutile cuscino) s’era messo di traverso, e veniva adesso scambiato per un corpo di donna, complice forse l’alcool della sera prima: un bicchierino di nocino regalatogli dalla sorella.
    Ma insomma? Diamo i  numeri? Giriamoci e facciamola finita.
    Era castana di capelli. Molto lunghi e sottilissimi: un castano granturco con strisce chiare al centro. Il volto non lo si vedeva perché era girata, ma il resto!
    La sottoveste d’acrilico, sottilissima, rosa e trasparente, era l’unica cosa che la coprisse, dato che le lenzuola erano state scostate e l’unica cosa che avesse addosso era quella sottilissima, benedetta, sottoveste. Non aveva mai visto niente di simile: fianchi larghi, un… come chiamarlo… fondo schiena, ampio, rotondo, roseo e morbidissimo che non vedeva da tempo, neanche nei sogni più generosi.
    Fosse stato minimamente saggio avrebbe fatto salti di gioia per la novità che quel giorno, benedetto, gli portava.
    Altrimenti, pensa che noia. Da quanto tempo vestiva solo di grigio, compreso il cappello? Pure i sogni gli erano divenuti grigi, per non parlare dei ricordi. Ad esempio l’ultimo… fondo schiena che ricordava era quello sgraziato e piatto della ex. Non aveva mai avuto il coraggio di dirle la semplice verità: che, forse, avrebbe fatto meglio a coltivare meno rotocalchi e ciance, e più i glutei.

    Ma adesso cosa doveva fare. Svegliarla. Dirle, mi scusi signorina, che ci fa nel mio letto?
    Un po’ surreale. Meglio far finta di niente. Tanto, per essere viva era viva. Il calore che s’era trasferito alle sue mani in quel fuggevolissimo contatto, non lasciava dubbi. Sarebbe stato il caso di ricontrollare, naturalmente.
    Ma non ce ne fu bisogno: si gira, apre gli occhi - bellissima - e fa, ridendo:
    Buon giorno, amore.
    Socchiude gli occhi e gli s’avvicina aspettandosi, evidentemente, un bacio. Cosa, sennò?

    Aveva labbra molto grandi che al contatto con le sue cedevano, rivelando una morbidezza inattesa: stava baciando una sconosciuta. Lui che, bene che fosse andata, per arrivare al bacio non aveva impiegato mai meno di due mesi. Con le ragazze più pazienti: le altre lo mollavano molto prima.

    Ipotesi numero due. Evidentemente s’era sbagliata: aveva aperto per sbaglio una porta che non era la sua e s’era infilata nel suo letto. Inoltre doveva avere una miopia avanzata, se al mattino, svegliandosi, l’aveva scambiato per il marito.
    Stefano era un genio: centoquindici di QI (adesso, perché da giovane aveva sfiorato i centotrenta).  Sì, la soluzione era semplice e chiara.
    Sei sicuro di sentirti bene, Stefano? Stamattina mi sembri un po’ strano. Cosa ti senti?
    Aveva detto Stefano. Era quasi certo d’avere sentito quel nome. Quasi, perché lui, per principio, non era mai sicuro di niente: era la sua filosofia di vita.
    Anche quando la moglie l’aveva mandato al diavolo non era sicuro che  dicesse sul serio.
    Dovette aspettare sei mesi per convincersene.
    Possibile che anche il marito si chiamasse Stefano?
    Possibile, in fondo era un nome comune.
    Meglio far finta di niente:
    Bene, cara. Ho solo un cerchio alla testa.
    Devi riguardarti, caro. T’ho già detto che da un po’ di tempo lavori troppo.
    Finora bene, ma quando si fosse trattato di chiamarla, come diavolo l’avrebbe chiamata?
    Deciso: Angela. L’avrebbe chiamata Angela.
    Era un bel nome, anche se forse non era quello della ragazza che gli stava a fianco e che lo trattava come lo conoscesse da sempre.
    E se non si fosse chiamata Angela?
    Si sarebbe messo a ridere facendo finta d’avere scherzato, d’avere usato quel nome solo perché era bello.
    Che sapeva benissimo che lei si chiamava… Come si chiamava?
    
    Aveva un po’ di confusione in testa. 
    Tornò a pensare d’avere bevuto, la sera prima, troppo nocino, e giurò a sé stesso che non l’avrebbe più toccato.
    Sebbene, in fondo…