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Autore

Gustavo Tempesta

in archivio dal 10 mar 2010

21 agosto 1953, Pescopennataro

mi descrivo così:
Temperamento sanguigno, lingua velenosa ma mai volgare. Rispettoso di ogni essere che merita rispetto.

04 febbraio 2012 alle ore 22:44

La colpa

Intro: La paura di perdere, l'angoscia di una colpa inesistente, il vuoto a rendere del piccolo borghese.

Il racconto

La colpa

In quel paesino di provincia, nella campagna laziale a pochi chilometri da Roma, si poteva sentire il profumo del fieno appena tagliato.  In quella primavera, come ogni anno, si riunirono gli amici di un tempo davanti a tavolate imbandite a raccontarsi i soliti trascorsi di vita vissuta e inventata. L’altoparlante della piccola stazione annunciava l’arrivo del locale proveniente dalla capitale. Un grosso cartellone luminescente di “led” mostrava: i secondi, I minuti , l’ora e  il giorno 21 aprile 2010 a pochi passeggeri per lo più pendolari condannati ad un andirivieni  scandito tra lavoro e casa. Daniela e il suo compagno si appressarono a scendere dal treno. La macchina emise un prolungato stridore di ferraglia sfregolata, poi si arrestò pacata e rassicurante lasciando un odore di cherosene ristagnare nell’aria serena. I due passeggeri dopo avere chiesto informazioni a gente del luogo si diressero a percorrere i duecento metri che li avrebbero portati a destinazione.  Non portavano bagagli pesanti e furono lieti di percorrere quel tratto di via  accompagnati dall’ombra delle casette singole e dall’odore di paese alle nove di mattina. Chiacchierando  serenamente terminarono quella passeggiata di fronte a un casolare non troppo appariscente, tenuto bene e circondato da piante di olivo. Annesso a questo, un ristorante, che a sentire la gente del luogo, tutte le festività, le ricorrenze e le domeniche, era sempre al completo per cui la comitiva da ospitare aveva di certo  prenotato tempo addietro quella rimpatriata.
Erano quasi tutti presenti e nel salutarsi facevano dei convenevoli e sbaciucchiavano bambini, che come risposta naturale si pulivano la guancia col dorso della mano e correndo tornavano in giardino.
Cominciavano allora a scivolare sulle panche di legno del ristorante profumi genuini di pasta fatta in casa e ognuno si beava di palato e di pancia ad assaporare il buon cibo che quella mangiatoia offriva loro. I rossi sughi e le verdoline fronde delle insalate tagliate poche ore prima componevano una tela di colore che rilassava la vista e metteva il buon umore. Un buon vino rozzo e sincero andava irrorando la sala di risate e chiacchiere, invadendo di un rubicondo le guancine delle signore smunte, che lavorando negli uffici delle città avevano assunto il colore biancastro delle scartoffie che maneggiavano durante l’orario di lavoro.
Le era rimasto impresso lo sguardo di ghiaccio di quell’amico di amici suoi, e ad ogni rimpatriata scorreva i l viso di tutti sperando di incrociare di nuovo lo sguardo di lui. Si guardava intorno con aria circospetta, come se fosse una cosa da non fare e da tenere nascosta agli altri e se fosse stato possibile anche a se stessa. Ma il desiderio misto alla speranza di incrociare quegli occhi diveniva quasi una pulsione da soddisfare e poi eventualmente  rimuovere. Un poco mignotta lo era sempre stata, ma aveva saputo stabilire il confine che una relazione passionale comporta, non il mero piacere ma dietro dei comportamenti umani la volontà di non farsi del male e non farlo. I suoi capelli ordinati e raccolti in un tupet alla nuca, appena violati da un biondo cenere lasciavano incorniciato l’ovale del viso i grandi occhi e le labbra voluttuose. Il madreperla dell’ incarnato chiaro riusciva a tenere bene la distanza che la separava dai suoi quarant’anni. La sua figura aggraziata  trasmetteva la sapidità della mela matura, e chissà quante volte era stata fatta oggetto di apprezzamenti puntuti.
Il fascino particolare che emanava da quello strano uomo, bellissimo nei modi e nei suoi occhi grigi, dallo sguardo magnetico e convincente, dall’aspetto asciutto e i lineamenti duri. Faccia spigolosa e tagliente di un metallo. Metallo duro, eppure leggerissimo da trasportare. La donna sentiva la leggera trasparenza della sua gonna essere violata da uno sguardo persistente e insieme discreto – solo le donne riescono a vedere non guardando- Come attratti da una emozione sconosciuta si incontrarono.
Parlarono e risero a lungo, cosa assai strana per Guido che dalla loquela si era sempre distanziato per indole e carattere. Sempre estraneo a ogni tematica che veniva discussa da gruppetti di intellettualoidi e saputoni, eppure presente con la freddezza della sua ragione appartata e silenziosa. Giocarono sulla traiettoria dei loro occhi e uscendo nel giardino odoroso di erba tagliata si sistemarono su delle poltroncine appartate, sovrastate da un portico fitto di rampicanti. Continuarono a conversare agganciando le parole a complici sguardi. Guido le prese le mani sfiorando e poi leccandone le dita. Le accarezzava le braccia nude e scendeva sul suo corpo.
Le mani dell’uomo stavano scivolando sui seni di lei, che in modo istintivo cercò di allontanare, egli insistette avvicinando le labbra al suo collo, risalì per la collina della guancia umettando con la lingua quella bocca che si dava. La voluttà di quel bacio era il peccato primordiale. Consenziente lei di doverne scontare la pena. Le dita bramose scorrevano  il suo corpo, liberandolo da impedimenti ricamati di biancheria intima. Guido fece scivolare Daniela sulle sue ginocchia riempiendosi lo sguardo  delle  cosce tornite, e tenendola per i fianchi si chinò ad assaporare l’afrore del suo ventre. Quella ferita da lambire e da lenire dalla pena di un dolore antico, da sfogliare e fare gioire insieme al sommesso murmure che sortiva dai suoi sensi estasiati, era l’origine della vita e della morte, così strettamente correlate. L’inizio e la fine e poi di nuovo l’inizio. All’uomo non bastava il percorso tradizionale di un rapporto sessuale. Cercava l’estasi nei sensi e la sottomissione più remissiva. Nel rapporto con una donna smaliziata e priva di pregiudizi il tutto sarebbe scorso in modo del tutto naturale. Daniela no, lei era maturata in un ambiente se non bacchettone, dotato di quella buona creanza che caratterizzò una generazione. E l’amore contro natura, poi… Lei viveva in quella dimensione  ordinaria e di percorso che aveva attinto alle passate generazoni. L’ipocrisia celata in uno specifico apparire la portava a pensare che “determinati atti” li intraprendessero solo le pervertite.
Era la imprescindibile logica che scaturiva dalla sua condizione sociale e non ve ne erano altre. L’avere era essere e  l’essere  visti; il non avere era non essere e passare inosservati.
Il fascino dell’uomo e la sua sapiente interpretazione dell’amante aveva fatto in modo che la donna gli rendesse la pariglia umettandogli il sesso e dando modo a quest’ultimo di scivolarle fra le labbra.
Fra lo stormire discreto della brezza tra gli ulivi e i mugugni di piacere dell’uomo, il trillo del telefono cellulare si fece sentire, fastidioso e inopportuno. Non era il momento  giusto quello, per liberare in aria una musichetta stantia e risaputa. Daniela, lentamente continuando a oscillare la testa diede il pretesto a quel membro di uscirle dalla bocca, si rassettò le labbra aprì la borsetta, prese il telefono e rispose. Non era una conversazione, poiché lei ascoltava solo, annuiva con la testa e non parlava. Corrugava la fronte ma non lasciava trasparire le emozioni che provava.
Lei si era alzata in piedi ma il focoso amante la costrinse a piegarsi, le strinse i fianchi facendola inginocchiare e poggiare i gomiti sul tavolino basso, dove di solito ci sono i cioccolatini da offrire e qualche soprammobile.
Le era ricaduta la gonna a coprire le gambe, nude dalle caviglie ai fianchi, sul resto era rimasta una camicetta gualcita per un terzo sbottonata. Occhi di ghiaccio la sollevò con decisione scoprendole le natiche; cominciò a trafficare di nuovo con le mani. La penetrò con le dita cercando di ammorbidire quel varco. La scosse, lei non si mosse. Poi le si pose dietro divaricandole i glutei. Cinque lunghi minuti erano passati da quel soliloquio dall’altra parte del telefono, Daniela appariva stordita e remissiva. Ora inarcava la schiena e dondolava il bacino facilitando all’amante la penetrazione. Si spingeva con forza contro l’addome nudo di lui e costringendolo a stare fermo si  impalava con decisione in quel membro virile, voltando di tanto in tanto la testa a lanciare occhiate lascive di bramosia. Le rughe della fronte solcate da sudore e i capelli un’ora prima ben pettinati, ora sciolti a frustare l’aria a causa dei violenti colpi che le tornavano per inerzia, le conferivano un’aria dimessa e greve. A tratti non percepiva più il tepore di quella carne che la riempiva e le cominciava a dare piacere, ma una fastidiosa fredda sensazione. Come se un oggetto di metallo le stesse squarciando il ventre, ne avvertiva il dolore e l’odore di ossido d’alluminio.
Quel sentore lo provava quando un recondito pensiero riusciva a sfuggire dal suo cervello confuso. I nipoti, la scuola, la casa, la festicciola fra parenti e amici. Poi tornava a sprofondare nel suo piacere-male. Prona, con una guancia a strofinare il pavimento e con le palme delle mani distese a scusarsi ed implorare un perdono dalla terra, a quel corpo di carne che la faceva divertire al quale volle infliggere la punizione più bassa e vergognosa da accettare.
Per una donna che possedeva, né la sfacciataggine di una  borghese, né la promiscuità  sospetta di una sottoproletaria  era la vergogna da non dire e non rivelare. Era un non piacere, un dolore da infliggersi per espiare quale colpa!

Quel coito non le produsse nulla, e infine stanca smise di muoversi.
Rimase ginocchioni con il viso rivolto alla parete. Ondeggiò le braccia all’indietro come per scacciare qualcosa. Con suo grande stupore avvertì la presenza di nessuno, si voltò mettendosi a sedere sul tavolino basso, le sembrò di sentire dell’umido sulle cosce; pensò che fosse sperma; vi passò la mano, e quando la ritrasse le sembrò bluastra e untuosa come il cherosene. Lo conosceva bene quel colore, quando da piccola nella casa di campagna dove era vissuta con i suoi genitori, nelle fredde serate di tardo autunno si versava nella stufa il combustibile che insieme alla positività di produrre calore emanava un odore misterioso e stomachevole. Sua madre le diceva che quell’olezzo era la coda del diavolo che stava bruciando. Si distrasse da quei ricordi improvvisi, suscitati dal colore di quel liquido, rimase a fissare il soffitto e poi a scrutarsi intorno.
Provò un’angoscia, come se qualcosa rimasta con se per un tempo non scandito fosse fuggita, lasciandola in quello stato di frustrazione e abbandono. Se ne dispiacque avvertendo un risentito senso di dolore, gli veniva dallo stomaco e poi in alto le invadeva la testa. La circuiva e le lasciava il vuoto.
Elaborò in modo razionale quella condizione e sprofondando nella contrizione del lutto ne fece una ragione.
Di fuori  un vento arrogante sbatacchiava i rami degli olivi, e li piegava al suo volere. L’orizzonte si andava facendo scuro e un odore di terra bagnata avvolgeva il casale.
Lei si compose e si vestì in fretta della biancheria rimasta sul pavimento. Si dette un po di trucco e si asciugò i capelli  dopo avere tratto dalla borsetta dei fazzolettini di carta. Uscì dal giardino. Si avviò verso il corridoio, in fondo a questo apri la porta. I suoi amici erano ancora la, nel salone.
L’uomo dagli occhi di ghiaccio sedeva taciturno in compagnia di un bicchiere vuoto per metà di un liquoroso porto. La donna  ciondolò verso un calice mezzo pieno di un liquoroso porto.
Andando incontro alla sera, Daniela cercò di affidare all’oblio quell’ora orrenda e se possibile eludere quel pomeriggio di festicciola di domenica.

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