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Poesie di Jorge Luis Borges

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  • 15 giugno 2011 alle ore 18:32
    La tigre

    Il tempo è un fiume che mi trascina, ma sono io quel fiume;
    è un tigre che mi divora, ma sono io quella tigre;
    è un fuoco che mi consuma, ma sono io quel fuoco.
    Il mondo, disgraziatamente, è reale;
    io, disgraziatamente, sono Borges.

  • 15 giugno 2011 alle ore 18:29
    L'altra tigre

    Penso a una tigre. La penombra esalta
    la vasta biblioteca laboriosa
    e sembra allontanare gli scaffali;
    forte, innocente, insanguinata e nuova,
    lei vagherà per la sua selva e il suo mattino
    e traccerà le sue orme sul fangoso
    margine di un fiume di cui ignora il nome.
    (nel suo mondo non ci sono nomi né passato
    né futuro, solo un istante vero.)
    E percorrerà le barbare distanze
    e annuserà nell'intrecciato labirinto
    degli odori dell'odore dell'alba
    e l'odore dilettevole del cervo;
    fra le strisce del bambù decifro
    le sue strisce e presento l'ossatura
    sotto la pelle splendida che vibra.
    Invano si interpongono i convessi
    mari e i deserti del pianeta:
    da questa casa di un remoto porto
    dell'America del Sud, ti seguo e ti sogno,
    oh tigre delle rive del Gange.
    Si propaga la sera nella mia anima e rifletto
    che la tigre vocativa dei miei versi
    è una tigre di simboli e ombre,
    una serie di figure letterarie
    e di memoria dell'enciclopedia
    e non è la tigre fatale,il funesto gioiello
    che, sotto il sole o la diversa luna,
    sta compiendo a Sumatra o nel Bengala
    la sua routine di amore, di ozio,e di morte.
    Alla tigre dei simboli ho opposto
    quella vera, quella del sangue caldo,
    quella che decima la tribù dei bufali
    e oggi, 3 agosto del 59,
    allunga sul prato una lenta
    ombra, però già il fatto di nominarla
    e di congetturare le sue circostanze
    la rende funzione dell'arte e non creatura
    vivente di quelle che vanno per la terra.
    Una terza tigre cercheremo. Questa
    sarà come le altre una forma
    del mio sogno, un sistema di parole
    umane e non la tigre vertebrata
    che, al di là delle mitologie,
    calpesta la terra. Lo so bene, ma qualcosa
    mi impone quest'avventura indefinita,
    insensata e antica, e persevero
    nel cercare lungo il tempo della sera
    l'altra tigre, quella che non è nei versi.

  • 15 giugno 2011 alle ore 18:20
    La felicità

    Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva.
    Tutto accade per la prima volta.
    Ho visto una cosa bianca in cielo. Mi dicono che è la luna, ma
    che posso fare con una parola e con una mitologia?
    Gli alberi mi fanno un poco paura. Sono così belli.
    I tranquilli animali si avvicinano perché io gli dica il loro nome.
    I libri della biblioteca sono senza lettere. Se li apro appaiono.
    Sfogliando l'Atlante progetto la forma di Sumatra.
    Chi accende un fiammifero al buio sta inventando il fuoco.
    Nello specchio c'è un altro che spia.
    Chi guarda il mare vede l'Inghilterra.
    Chi pronuncia un verso di Liliencron partecipa alla battaglia.
    Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine.
    Ho sognato la spada e la bilancia.
    Sia lodato l'amore in cui non ci sono né possessore né posseduta,
    ma entrambi si donano.
    Sia lodato l'incubo che ci rivela che possiamo creare l'Inferno.
    Chi si bagna in un fiume si bagna nel Gange.
    Chi guarda una clessidra vede la dissoluzione di un impero.
    Chi maneggia un pugnale prevede la morte di Cesare.
    Chi dorme è tutti gli uomini.
    Ho visto nel deserto la giovane Sfinge appena scolpita.
    Non c'è nulla di antico sotto il sole.
    Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
    Chi legge le mie parole sta inventandole.

  • 13 giugno 2011 alle ore 19:13
    Amoroso auspicio

    Né l'intima grazia della tua fronte luminosa come una festa
    né il favore del tuo corpo, tuttora arcano e tacito e fanciullesco,
    né l'alternarsi delle tue vicende in parole o in silenzi
    saranno offerta così misteriosa
    come rimirare il tuo sonno coinvolto
    nella veglia delle mie braccia.
    Di nuovo miracolosamente vergine per la virtù assolutoria del sonno,
    serena e splendente come fausto ricordo trascelto,
    mi offrirai quella sponda della tua vita che tu stessa non possiedi.
    Proiettato nella quiete,
    scorgerò quella riva estrema del tuo essere
    e ti vedrò forse per la prima volta
    quale Iddio deve ravvisarti,
    annullata la finzione del Tempo,
    senza l'amore, senza di me.

  • 13 giugno 2011 alle ore 19:02
    Le cose

    Le monete, il bastone, il portachiavi,
    la pronta serratura, i tardi appunti
    che non potranno leggere i miei scarsi
    giorni, le carte da giunco e gli scacchi,
    un libro e tra le pagine appassita
    la viola, monumento d'una sera
    di certo inobliabile e obliata,
    il rosso specchio a occidente in cui arde
    illusoria un'aurora. Quante cose,
    atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
    ci servono come taciti schiavi,
    senza sguardo, stranamente segrete!
    Dureranno piú in là del nostro oblio;
    non sapran mai che ce ne siamo andati.

  • 13 giugno 2011 alle ore 18:47
    Il complice

    Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i chiodi.
    Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.
    Mi ingannano e io devo essere la menzogna.
    Mi bruciano e io devo essere l'inferno.
    Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.
    Il mio nutrimento son tutte le cose.
    Il peso preciso dell'universo, l'umiliazione, il giubilo.
    Devo giustificare ciò che ferisce.
    Non importa la mia fortuna o la mia sventura.
    Sono il poeta.

  • 13 giugno 2011 alle ore 18:30
    Diritto

    Dormivi. Ti sveglio.
    Il gran mattino reca l'illusione di un inizio.
    Avevi dimenticato Virgilio. Sono qui gli esametri.
    Ti porto molte cose.
    I quattro elementi dei greci: la terra, l'acqua, il fuoco, l'aria.
    Un solo nome di donna.
    L'amicizia della luna.
    I chiari colori dell'atlante.
    L'oblio, che purifica.
    La memoria che sceglie e che riscrive.
    L'abitudine che ci aiuta a sentirci immortali.
    Il quadrante e le lancette che dividono l'inafferrabile tempo.
    La fragranza del sandalo.
    I dubbi che chiamiamo, non senza vanità, metafisica.
    Il manico del bastone che la tua mano attende.
    Il sapore dell'uva e del miele.

  • 13 giugno 2011 alle ore 18:23
    Nostalgia del presente

    In quel preciso momento l'uomo si disse:
    che cosa non darei per la gioia
    di stare al tuo fianco in Islanda
    sotto il gran giorno immobile
    e condividere l'adesso
    come si condivide la musica
    o il sapore di un frutto.
    In quel preciso momento
    l'uomo stava accanto a lei in Islanda.

  • 21 marzo 2006
    Istanti

    Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
    nella prossima
    cercherei di fare più errori
    non cercherei di essere tanto perfetto,
    mi negherei di più,
    sarei meno serio di quanto sono stato,
    difatti prenderei
    pochissime cose sul serio.

    Sarei meno igienico,
    correrei più rischi, farei più viaggi, guarderei più
    tramonti, salirei più montagne, nuoterei più fiumi,
    andrei in più posti dove mai sono andato, mangerei più
    gelati e meno fave, avrei più problemi reali e
    meno immaginari.

    Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente e
    precisamente ogni minuto della sua vita; certo che ho avuto
    momenti di gioia ma se potessi tornare indietro cercherei
    di avere soltanto buoni momenti. Nel caso non lo sappiate,
    di quello è fatta la vita, solo di momenti;
    non ti perdere l'oggi.

    Io ero uno di quelli che mai
    andava in nessun posto senza
    un termometro,
    una borsa d'acqua calda, un ombrello
    e un paracadute; se potessi vivere di nuovo
    comincerei
    ad andare scalzo all'inizio della primavera
    e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
    Farei più giri nella carrozzella,
    guarderei più albe
    e giocherei di più con i bambini,
    se avessi un'altra volta la vita davanti.
    Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

  • 21 marzo 2006
    La cerva bianca

    Da quale agreste ballata della verde Inghilterra,
    da quale stampa persiana, da quale regiona arcana
    delle notti e dei giorni che il nostro ieri racchiude,
    è venuta la cerva bianca che ho sognato questa mattina?
    Sarà durata un secondo. L'ho vista attraversare il prato
    e perdersi nell'oro di una sera illusoria,
    lieve creatura fatta di un po' di memoria
    e di un po' di oblio, cerva di un solo fianco.
    I numi che reggono questo strano mondo
    mi hanno permesso di sognarti ma non di essere il tuo padrone;
    forse ad una svolta dell'avvenire profondo
    ti incontrerò di nuovo, cerva bianca di un sogno.
    Anch'io sono un sogno fuggitivo che dura
    qualche giorno di più del sogno del prato e del biancore.

  • 21 marzo 2006
    Familiarità

    Si apre il cancello del giardino
    con la docilità della pagina
    che una frequente devozione interroga
    e, dentro, gli sguardi
    non hanno bisogno di fare caso agli oggetti
    che sono già precisamente nella memoria.
    Conosco le abitudini e gli animi
    e quel dialetto di allusioni
    che ogni raggruppamento umano ordisce.
    Non ho bisogno di parlare
    né di mentire privilegi;
    bene mi conoscono coloro che qui mi circondano,
    bene sanno le mie angosce e la mia debolezza.
    Questo è raggiungere ciò che è più alto,
    ciò che forse ci darà il Cielo:
    non ammirazione né vittorie
    ma semplicemente essere ammessi
    come parte di una Realtà innegabile,
    come le pietre e gli alberi.

  • Libero dalla memoria e dalla speranza,
    illimitato, astratto, quasi futuro,
    il morto non è un morto: è la morte.
    Come il Dio dei mistici,
    al Quale si devono rifiutare tutti i predicati,
    il morto ubiquamente estraneo
    non è che la perdizione e assenza del mondo.
    Tutto gli abbiamo rubato,
    non gli abbiamo lasciato né un colore né una sillaba:
    qui è il patio che non condividono più i suoi occhi,
    là è il marciapiede dove fu in agguato la sua speranza.
    Perfino ciò che pensiamo
    potrebbe stare pensandolo anche lui;
    ci siamo spartiti come ladri
    il flusso delle notti e dei giorni.

  • 21 marzo 2006
    Il Sur

    Da uno dei tuoi cortili aver guardato
    le antiche stelle,
    dalla panchina dell’ombra aver guardato
    quelle luci disperse
    che la mia ignoranza non ha imparato a nominare
    né a ordinare in costellazioni,
    aver sentito il cerchio dell’acqua
    nella segreta cisterna,
    l’odore del gelsomino e della madreselva,
    il silenzio dell’uccello addormentato,
    l’arco dell’androne, l’umidità
    - queste cose, forse, sono la poesia.

  • 21 marzo 2006
    L’incubo

    Sogno un antico re. Di ferro
    è la corona e morto lo sguardo.
    Non ci sono più di queste facce. La ferma spada
    lo rispetterà, leale come il suo cane.
    Non so se è di Northumbria o di Norvegia.
    So che è del Nord. La folta e rossa
    barba gli copre il petto. Non mi getta
    uno sguardo, il suo sguardo cieco.
    Da quale spento specchio, da quale nave
    dei mari che furono la sua avventura,
    sarà spuntato l’uomo grigio e grave
    che mi impone la sua antichità e la sua amarezza?
    So che mi sogna e che mi giudica, eretto.
    Il giorno entra nella notte. Non se n’è andato.

  • 21 marzo 2006
    Montevideo

    Scivolo per la tua sera come la stanchezza per la pietà di un declivio.
    La notte nuova è come un'ala sopra i tuoi terrazzi.
    Sei la Buenos Aires che avemmo , quella che negli anni si allontanò, quietamente.
    Sei nostra e festosa, come la stella che le acque raddoppiano.
    Porta finta nel tempo, le tue strade guardano il passato più lieve.
    Chiarore da dove ci arriva il mattino, sopra le dolci acque torbide.
    Prima di illuminare la mia persiana, il tuo basso sole rende felici le tue ville.
    Città che si ascolta come un verso.
    Strade con luce di patio.

  • 21 marzo 2006
    Il sogno

    Se il sonno fosse (c'è chi dice) una
    tregua, un puro riposo della mente,
    perché, se ti si desta bruscamente,
    senti che t'han rubato una fortuna?
    Perché è triste levarsi presto? L'ora
    ci deruba d'un dono inconcepibile,
    intimo al punto da esser traducibile
    solo in sopore, che la veglia dora
    di sogni, forse pallidi riflessi
    interrotti dei tesori dell'ombra,
    d'un mondo intemporale, senza nome,
    che il giorno deforma nei suoi specchi.
    Chi sarai questa notte nell'oscuro
    sonno, dall'altra parte del tuo muro?

  • 21 marzo 2006
    Il bisonte

    Montagnoso, grave, indecifrabile,
    rosso come la brace che si spegne,
    cammina vigoroso e lento per la vaga
    solitudine della sua prateria instancabile.
    Alza la testa armata. In questo
    antico toro dalla dormiente ira,
    vedo gli uomini rossi dell'Ovest
    e i perduti uomini di Altamira.
    Poi penso che ignora il tempo umano,
    il cui specchio spettrale è la memoria.
    Il tempo non lo tocca nè la storia
    del suo decorso, così variabile e vano.
    Intemporale, innumerevole, zero,
    è l'ultimo bisonte e anche il primo.

  • 21 marzo 2006
    Arte poetica

    Guardare il fiume fatto di tempo e di acqua
    E ricordare che il tempo e un altro fiume.
    Sapere che noi ci perdiamo come il fiume
    E che i volti passano come l'acqua.

    Sentire che la veglia e un altro sogno
    Che sogna di non sognare e che la morte
    Che la nostra carne teme e questa morte
    Di ogni notte, che si chiama sogno.

    Vedere nel giorno e nell'anno un simbolo
    Dei giorni dell'uomo e dei suoi anni.
    Convertire l'oltraggio degli anni
    In una musica, una voce e un simbolo.

    Vedere nella morte il sogno, nel tramonto
    Un triste oro, tale e la poesia
    Che e immortale e povera. La poesia
    Torna come l'alba e il tramonto.

    Talora nel crepuscolo un volto
    Ci guarda dal fondo di uno specchio:
    L'arte deve essere come questo specchio
    Che ci rivela il nostro proprio volto.

    Narrano che Ulisse, sazio di prodigi,
    Pianse d'amore scorgendo la sua Itaca
    Verde e umile. L'arte e questa Itaca
    Di verde eternità, non di prodigi.

    Ed è pure come il fiume senza fine
    Che scorre e rimane, cristallo di uno stesso
    Eraclito incostante, che è lo stesso
    Ed è altro, come il fiume senza fine.

  • 21 marzo 2006
    Gli scacchi

    I giocatori, nel grave cantone,
    guidano i lenti pezzi. La scacchiera
    fino al mattino li incatena all'arduo
    riquadro dove s'odian due colori.

    Raggiano in esso magici rigori
    le forme: torre omerica, leggero
    cavallo, armata regina, re estremo,
    alfiere obliquo, aggressive pedine.

    I giocatori si separeranno,
    li ridurrà in polvere il tempo, e il rito
    antico troverà nuovi fedeli.

    Accesa nell'oriente, questa guerra
    ha oggi il mondo per anfiteatro.
    Come l'altro, è infinito questo giuoco.

    II

    Lieve re, sbieco alfiere, irriducibile
    donna, pedina astuta, torre eretta,
    sparsi sul nero e il bianco del cammino
    cercano e danno la battaglia armata.

    Non sanno che è la mano destinata
    del giocatore a condurre la sorte,
    non sanno che un rigore adamantino
    goberna il loro arbitrio di prigioni.

    Ma anche il giocatore è prigioniero
    (Omar afferma) di un'altra scacchiera
    di nere notti e di bianche giornate.

    Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
    Quale dio dietro Dio la trama ordisce
    di tempo e polvere, sogno e agonia?

  • Dov'è la memoria dei giorni
    che furon tuoi sulla terra e intrecciarono
    gioia e dolore e furono per te l'universo?

    Il fiume numerabile degli anni
    li ha dispersi; sei una parola in un indice.

    Dettero ad altri gloria senza fine gli dei,
    iscrizioni ed eserghi, monumenti e diligenti storici;
    di te sappiamo solo, oscuro amico,
    che una sera udisti l'usignuolo.

    Tra gli asfodeli dell'ombra, l'ombra tua vana
    penserà che gli dei son stati avari.

    Ma i giorni sono una rete di comuni miserie,
    e c'è sorte migliore della cenere
    di cui è fatto l'oblio?

    Su altri gettarono gli dei
    l'inesorabile luce della gloria, che guarda nell'intimo ed
    enumera ogni crepa,
    della gloria, che finisce col far avvizzire la rosa che venera;
    con te, fratello, furono pietosi.

    Nell'estasi d'una sera che non sarà mai notte,
    tu odi la voce dell'usignuolo di Teocrito.