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in archivio dal 30 nov 2005

Katia Guido

Bressanone - Italia
Segni particolari: Redattrice di Aphorism dal 2005. In tanti, troppi, mi dicono che sono come "Amélie"
Mi descrivo così: Unite eredità abruzzese, derivazione altoatesina, una presa veneta. Più tardi un pizzico d'Inghilterra. Servite: incorreggibile romantica, eterna sognatrice, moderatamente folle, rapita dalla luna, malinconica ma quasi sempre allegra, invaghita d'Irlanda.
Mi trovi anche su:

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  • 05 luglio alle ore 16:07
    Il mio rimpianto preferito

    Sei il mio rimpianto preferito.
    Ogni volta che penso a te,
    vedo l’amore
    che non abbiamo fatto.
    Ma c’è un tempo per sperare
    e un tempo per combattere.
    Poi c’è un tempo per mollare
    e star bene.
     
    Dall’inglese:
     
    You are my favourite regret.
    Whenever I think of you
    I see the love
    we haven’t made.
    But there is a time to hope
    and a time to fight.
    Then there is a time to let go
    and be fine.

     
  • 15 maggio alle ore 20:20
    Parole

    Semplice impulso mentale
    che prende vita
    con un movimento d'aria
    tra le corde vocali,
    con quello di una penna
    su un foglio di carta,
    o quello delle dita
    su un display di vetro.

    Vuote.
    Profonde.
    Sprecate.
    Fraintese.
    Regalate.
    Ponderate.

    Non costano nulla e valgono tanto.

    Le tue per me
    sono il battito che si ferma,
    il respiro che si blocca,
    l'ossigeno che mi sballa,
    la droga che mi manca.

     
  • 12 maggio alle ore 22:17
    In questi giorni

    Penso a te 
    Quando la notte fa l'amore col mattino.
    Penso a te
    Quando intorno al silenzio c'è il rumore del mondo.
    Penso a te
    Quando la pioggia profuma l'aria stanca del sole.
    Penso a te
    Quando il sorriso si è dimenticato il mio indirizzo.
    Penso a te
    Perchè sei il sogno ricorrente che accende i miei giorni.
    Penso a te
    Perchè inconsapevolmente salvi il mio cuore dall'impietrirsi.

     
  • 05 febbraio alle ore 21:03
    Ho chiesto alla luna

    Ho chiesto alla luna
    un momento come questo:
    guardare farfalle dorate
    nuotare nel mio stomaco
    mentre penso a te.
    Passerò la notte sveglia
    assaggiando i dolci ricordi,
    ripassando parole e sorrisi
    ancora e ancora
    per imbottigliarli
    e custodirli nel mio cuore
    per sempre.

    Dall'inglese: 

    I asked the moon
    for a moment like this:
    watching golden butterflies
    swimming in my stomach,
    thinking of you.
    I'll spend the night awake
    tasting all the sweet memories,
    reahearsing words and smiles
    again and again
    to bottle them up
    and store them in my heart
    forever.

     
  • 26 dicembre 2016 alle ore 2:55
    Sete

    Ho versato così tante parole
    per te in questi mesi
    sulla carta,
    che la mia mente
    è completamente asciutta,
    ma ho ancora sete di te.

    dall'inglese:
    I have poured so many words
    for you on paper these months
    that my mind is completely dry
    but I am still thirsty for you.

     
  • 20 dicembre 2016 alle ore 23:39
    Fragilità

    La fragilità si sofferma nelle crepe del tuo viso,
    quelle scolpite da risate e lacrime.
    La fragilità è incastrata sotto le tue unghie,
    ogni volta che conficchi le dita in tenere speranze
    lasciando segni che hanno bisogno di più del tempo per guarire.
    La fragilità è paura travestita da coraggio.
    La nascondi con la maschera sbagliata.
    La fragilità è aggrappata a un sogno di felicità
    appeso precariamente
    a un sottile filo fatto di desideri
    su stelle cadenti:
    detriti genuini dell'universo.
    La fragilità è la falsa immagine di una cotta mascherata da amore:
    pezzi e scarti di fantasie
    che desideriamo essere vere tanto per cambiare.

    Dall'inglese:

    Frailty lingers in the cracks on your face,
    those made of laughter and tears.
    Frailty is stuck under your nails,
    whenever you bury your fingers in tender hopes
    leaving marks that need more than time to heal.
    Frailty is fear dressed up as boldness.
    You hide it with the wrong mask.
    Frailty is clinging on to a dream of happiness
    hanging precariously
    from a thin thread made of wishes
    upon falling stars:
    genuine debris of the universe.
    Frailty is the false image of a crush disguised as love:
    bits and scraps of fantasies
    we desire to be true for a change.

     
  • 20 dicembre 2016 alle ore 17:07
    Nella mia testa

    Faccio l'amore con te
    nella mia testa così tante volte,
    che il desiderio che ho di te
    cresce sempre più forte
    come la mia irrequietezza,
    perchè non troverò mai il coraggio
    per dirti quanto ti voglio.

    Dall'inglese:

    I make love to you
    in my head so many times,
    it makes my longing for you grow
    stronger and stronger
    like my restlessness,
    for I will never find the courage
    to tell you how much I want you.

     
  • 19 dicembre 2016 alle ore 0:16
    Tortura

    Che tortura averti vicino
    e sognare di toccare
    quello che i miei occhi
    riescono soltanto a sfiorare
    ogni volta che ti guardo
    di nascosto.

     
  • 04 ottobre 2016 alle ore 21:11
    La ragazza sola (al bancone)

    Il sapore di limone delle notti solitarie
    non può essere addomesticato.
    Avrebbe bisogno di tutto lo zucchero
    del mondo intero
    per addolcire l'asprezza nella sua amima.
    Mentre la guardo riesco a sentirlo.
    È come se qualcuno ti strappasse il cuore
    lacerando la carne con le mani nude
    rimanendo incastrato all'interno.
    Non le fa tanto male.
    Semplicemente la uccide.

    Dall'inglese:
    The lonely girl (at the counter)

    The lemon taste of lonely nights 
    cannot be tamed.
    She would need all the sugar 
    in the whole wide world
    to sweeten the sourness in her soul.
    As I watch her I can feel it.
    It's like someone ripping your heart
    slashing the flesh with bare hands
    and getting stuck on the inside.
    It doesn't really hurt her so much.
    It simply kills her.

     
  • 04 ottobre 2016 alle ore 21:04
    Ti aspetterò

    Un giorno mi troverai
    e fino ad allora 
    ti aspetterò
    come i ciliegi aspettano la primavera
    per far sbocciare i loro fiori.

    Dall'inglese:
    One day you will find me
    and till then
    I will wait for you
    like the cherry trees wait for the spring
    to make their blossoms bloom.

     
  • 04 ottobre 2016 alle ore 21:02
    Ha bisogno

    Ha bisogno di fermarsi.
    Chiudere gli occhi
    e cercare il suo viso
    attraverso il caos
    dell'oscurità fumosa nella sua testa.
    Ha bisogno di trovarsi
    e riconoscere la sua anima.
    Ha bisogno di trovare la pace
    che ha perso
    quando era distratta
    dalle ombre
    di cui ha bisogno di disfarsi.

    Dall'inglese:
    She needs to stop.
    Close her eyes 
    and look for her face 
    among the chaos 
    of the smoky darkness in her head. 
    She needs to find herself 
    and recognize her soul. 
    She needs to find the peace 
    she lost 
    when she was distracted 
    by the shadows 
    she needs to get rid of.

     
  • 04 ottobre 2016 alle ore 20:57

    Coloro le mie unghie di rosso
    come le ciliege.
    Vorrei colorare la mia anima di bianco
    per proteggerla dagli occhi vuoti della realtà.
    Bramo qualcosa di enorme:
    un falò di tutte le stupide bugie
    dette al mio cuore per anni.
    Compro un biglietto per volare
    verso il paese delle ombre,
    dove spero di portare una luce
    svelando tutti i tesori nascosti
    dietro al velo delle speranze,
    passare al livello successivo
    e andare a caccia della pace interiore.

    Dall'inglese
    I paint my nails red
    like the colour of cherries.
    I wish I could paint my soul white
    to protect it from hollow-eyed reality.
    I am craving for something huge:
    a bonfire of all the crazy lies
    told for years to my heart.
    I buy a ticket for a flight
    to the land of shadows,
    where I hope to bring a light
    unveiling all the hidden treasures
    which lay behind the veil of hopes,
    unlock the next level
    and hunt for some peace of mind.

     
  • 17 settembre 2016 alle ore 13:56
    Ogni giorno

    Ogni notte
    mi addormento tra le tue braccia
    e ogni mattina
    mi risveglio vicino al tuo viso.

    Ogni sera
    parliamo di tutto o stiamo in silenzio.

    Ogni giorno
    io sto con te.

    Anche se tu non lo sai.

     
  • 17 settembre 2016 alle ore 4:56
    You put a spell on me (traduzione in fondo)

    They say I'm a witch
    but you put a spell on me.
    I should have known better
    but I let my protection guard down.
    You probably don't even know 
    how powerful you are
    to breach these walls
    that kept me safe for so long.
    Now that you've unconsciously done the damage,
    please come inside to fix it,
    and,
    if you want, 
    stay.

    Traduzione

    Dicono che sono una strega
    ma mi hai fatto un incantesimo.
    Avrei dovuto saperlo
    ma ho abbassato le mie difese.
    Tu probabilmente non sai 
    quanto sei potente
    per far breccia in queste mura
    che mi han tenuto al sicuro per così tanto tempo.
    Ora che hai fatto il danno,
    per favore entra a ripararlo,
    e,
    se vuoi,
    resta.

     
  • 15 settembre 2016 alle ore 21:53
    Improvvisamente

    Fra risa sconnesse e discorsi in fuga,
    tra scie d'alcol e residui di nicotina,
    ti ho guardato.

    Improvvisamente.

    I miei occhi si sono bloccati nei tuoi
    per un soffio di vento.
    Un getto freddo mi ha colpito in pieno,
    tatuandoti nel più profondo del mio subconscio,
    quando tu mi hai guardata.
    Un'onda calda mi ha riempito la pancia,
    bloccandomi il respiro in gola,
    quando ti ho visto realmente.

    Improvvisamente.

    Non so se in quell'istante
    hai visto proprio me nel silenzio dei tuoi pensieri,
    ma so che da allora tu vivi nei miei.

     
  • 07 settembre 2016 alle ore 6:26
    Ubriaca

    Sogno di bere dalla botte dell'amore.
    Spillare pinta dopo pinta
    fino ad essere così ubriaca
    che la mia mente galleggi
    e tutte le mie paure siano cancellate.
    Perchè è molto più semplice
    affrontare l'amore
    con l'inconsciente coraggio di un ubriacone.
    Non c'è dipendenza più dolce e inebriante
    che quella da amore. 

    Dall'inglese:
    I dream of drinking from love's barrel.
    Tapping pint after pint
    until I'm so drunk
    that my mind is floating
    and all my fears are erased.
    Because it is so much easier
    to face love
    with the reckless boldness of a drunkard.
    There is no sweeter and more intoxicating addiction
    than love. 

     
  • 25 agosto 2016 alle ore 11:35
    Scrivere

    I polpastrelli prudono e la mente ribolle
    partorendo un’immagine nitida.
    Le lettere da scegliere con cura,
    perennemente si agitano nel calderone,
    come uno sciame di formiche
    senza senso dell’orientamento.
    L’immagine intanto aspetta serena
    che si inizi finalmente a ritrarla.
    Si devono abbozzarne i contorni,
    poi disegnarne le sagome,
    riempirle con i colori,
    sfumarle a riprodurne il ricordo,
    impregnandolo di emozioni.
    Non sempre la mano segue la mente
    che, distratta dal cuore,
    si confonde e mischia le parole.
    Perciò non resta che:
    chiudere gli occhi per cercare l’armonia,
    scacciare la deleteria frustrazione
    e, stappato l’ingorgo,
    lasciar fluire il nero sul bianco della carta.

     
  • 15 luglio 2016 alle ore 18:59
    Chissà...

    Tu che nelle mie fantasie,
    le più selvagge,
    sei quello che mille farfalle 
    fanno su un campo di fiori.
    Chissà se il tuo vero tocco
    sa di quel miele filante
    che sa appiccicarmisi addosso
    lasciando penetrare la tua dolcezza
    attraverso la mia pelle e la mia anima.  

    Dall'inglese:
    Who knows...
    You, who in my fantasies,
    the wildest,
    are that, which a thousands butterflies
    do on a field full of flowers.
    Who knows if your true touch
    tastes like that dripping honey
    that can plaster over me
    letting your sweetness seep
    through my skin and my soul.

     
  • 30 giugno 2016 alle ore 22:09
    A te.

    Un'ora o poco più,
    qualche parola, qualche sguardo.
    Non ti conosco.
    La notte ti guardo 
    nel mondo che non è il mio
    e il giorno ti sogno 
    nella falsa realtà di un'immagine
    che si storpia tra i rivoli dell'incessante pioggia.
    La tua sagoma rassicurante si trasforma:
    diventa una macchia informe che scivola via
    tra i solchi di una strada che non abbiamo mai percorso.
    Volano i miei pensieri a cercarti tra tutti e nessuno,
    ti trovano e ti baciano.
    L'immagine di due amanti sotto la pioggia
    si scioglie come zucchero in un caffè sempre troppo amaro.

     
  • 30 giugno 2016 alle ore 0:52
    Drowning - Annegando

    You loved her
    You told us.
    The light is so strong now
    and the rage of a blind panther
    is the only thing to feel.
    Stop, you shout in your mind,
    but your body is eluding you.
    Whatever there is to decide
    is mere certainty now.
    Swimming through waves of fear
    you lose yourself
    you go under.
    No one will save you from your rotten fate.
    Because all you need is a lifebuoy
    you try to reach,
    but you cannot see.
    The rope is tied to your ankle.
    You are drowning and everything is alright.

    Traduzione

    L'amavi
    Ce l'hai detto.
    La luce è così forte ora
    e la rabbia di una pantera cieca
    è l'unica cosa da sentire.
    Stop, urli nella tua mente,
    ma il tuo corpo ti elude.
    Qualsiasi cosa si debba decidere
    è pura certezza ormai.
    Nuotando tra onde di paura
    ti perdi
    vai sotto.
    Nessuno ti salverà dal tuo marcio destino.
    Perchè ciò di cui hai bisogno è un salvagente
    che cerchi di raggiungere,
    ma non riesci a vedere.
    La corda è legata alla tua caviglia.
    Stai annegando e tutto va bene.

     
  • 30 giugno 2016 alle ore 0:51
    Whole (traduzione in fondo)

    You will kiss me with your eyes
    and make love to me.
    Everything will be whole again.
    All the shattered pieces of the person I've become
    will come together 
    and I will breathe through your smile.

    Traduzione

    Mi bacerai con gli occhi
    e farai l'amore con me.
    Tutto diventerà integro di nuovo.
    Tutti i pezzi frantumati della persona che sono diventata
    si uniranno
    e respirerò attraverso il tuo sorriso.

     
  • 30 giugno 2016 alle ore 0:40
    Ask the stars - Chiedi alle stelle

    Whenever in doubt ask the stars
    they will lead you to my dwelling place.
    Open your eyes and your mind,
    they will guide your heart
    and on a crossroad of possibilities
    you will know where to find me.
    I will only wait for you
    until the night will fade into the day.

    Traduzione

    Se in dubbio chiedi alle stelle
    ti condurranno alla mia dimora.
    Apri gli occhi e la mente,
    guideranno il tuo cuore
    e sull'incrocio delle possibilità
    saprai dove trovarmi.
    Ti aspetterò soltanto
    finchè la notte svanirà nel giorno.

     
  • 22 giugno 2016 alle ore 23:31
    Easy target - Bersaglio facile

    There's a strawberry light around me tonight.
    The thoughts I so carefully store
    inside the drawer of yesterday
    escaped like a whirlwind of ladybugs.
    Great is the strength I need to catch them all
    and how to put them in a darker glass?

    Strangeness I feel whenever I think of the past,
    like watching an estranged film
    like listening to a known melody
    too far to remember the words
    though near enough to smell the taste
    of long forgotten dreams.

    Run, please, run!
    Hide from that Reality
    who was hired to kill you
    by Time
    and his minions called Memories.

    TRADUZIONE

    C'è una luce color fragola intorno a me stanotte.
    I pensieri che ripongo con cura
    nel cassetti dello ieri
    sono scappari come un uragano di coccinelle.
    Grande è la forza che mi serve per catturarle tutte
    e come metterle in un bicchiere più scuro?

    Stranezza è ciò che sento quando penso al passato
    come guardare un film separato
    come sentire una melodia conosciuta
    troppo lontana per ricordare le parole
    ma vicina abbastanza da odorare il sapore
    dei sogni dimenticati da tanto.

    Scappa, ti prego, scappa!
    Nasconditi dalla Realtà
    che è stata assoldata per ucciderti
    dallo stesso Tempo
    e dai suoi tirapiedi chiamati Ricordi.

     
  • 22 giugno 2016 alle ore 0:31
    Would you risk? (Traduzione in fondo)

    When I look into your eyes
    I see the kindness of a gentle soul.
    It would be so easy then
    to fall into them, in love.
    I wonder what you see 
    when you look into mine.
    Beyond my troubled soul
    can you find the real me?
    And even if you could
    would you take the risk?
    Would you lose yourself by saving me?
    ---
    Rischieresti?

    Quando guardo nei tuoi occhi
    vedo la bontà di un'anima gentile.
    Sarebbe così facile allora
    caderci dentro, innamorarmi.
    Mi chiesi cosa vedi
    quando guardi nei miei.
    Oltre alla mia anima inquieta
    riesci a trovare la vera me?
    E anche se ci riuscissi
    accetteresti il rischio?
    Ti perderesti per salvarmi?

     
  • 05 giugno 2016 alle ore 4:21
    Time (traduzione in fondo)

    Time is a thief and a liar.
    He seduces with the promise of great deeds.
    He deceives with the hope of dreams coming true.
    He fills our heads with thousand possibilities,
    and,
    as soon as we make up our minds
    at the exact moment when we finally know what we really want,
    he laughs in our faces
    and without so much as a backward glance
    he runs out. 

    Il tempo

    Il tempo è un ladro e un bugiardo.
    Seduce con la promessa di grandi cose.
    Inganna con la speranza di sogni che si avvereranno.
    Riempie le nostre teste con mille possibilità,
    e,
    non appena ci decidiamo
    nel momento stesso in cui sappiamo coma vogliamo,
    Ci ride in faccia
    e senza nemmeno un'occhiata indietro
    ci è già sfuggito.

     
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  • 19 agosto 2016 alle ore 9:51
    Tu sai perché

    Come comincia: Era seduta vicino a lui e guardavano attraverso la stanza, un altro tavolo.
    Lui era trasandato e selvaggio, i due anelli che indossava sul pollice e medio raccontavano la storia dei suoi avi. I suoi occhi neri nascondevano le cicatrici di una vita che non aveva scelto.
    Lei pensò che lo conosceva troppo bene per qualcuno che non conosceva quasi per niente.
    Stavano guardando il tipo carino, che era uscito con lei stasera, e che ora stava chiacchierando con la sua migliore amica.
    “Non è l’uomo giusto per te, sai.” Le disse muovendo distrattamente il plettro tra le dita. “Ha occhi inquieti. Ti farà soffrire.”
    Lei lo osservò da lontano: “Anch’io ho occhi inquieti.”
    “No, tu hai… tu hai il caos negli occhi. Come l’Universo all’inizio dei tempi. Non è la stessa cosa.”
    Il suo accento slavo misto al suo inglese imperfetto lo rendevano ancora più ombroso, ma il suo sguardo tradiva la bontà del suo cuore.
    “Tu sei una stella luminosa fissa nel cielo, lui è solo una fredda cometa alla deriva. Non sa quel che vuole. Non lasciare che i suoi detriti offuschino la tua luce. Sai che ho ragione.”
    Lei si girò a guardarlo: “Come fai a esserne così sicuro e perché sai che lo so?”
    Lui ricambiò lo sguardo e lei sentì il suo calore attraversarle le ossa.
    Mentre lo fissava negli occhi, come uno specchio impietoso essi le mostrarono tutte le bugie che si era detta per anni.
    Le disse semplicemente: “Potrei dirtelo o non potrei, non ha importanza, tu sai perchè.”
     
    Originale:
    You know why
     
    She was sitting next to him. They were looking across the room at another table.
    He was scruffy and wild, the two rings he wore on his thumb and middle finger told the tale of his ancestry. His black eyes hid the scars of a life he never chose.
    She tought that she knew him too well for someone she didn’t quite know.
    They were watching her date, the nice looking fellow, who was now chatting with her best friend.
    ‘He’s not the right man for you, you know.’ He told her moving absent-mindedly the guitar pick through his fingers. ‘He’s got troubled eyes. He will hurt you.’
    She looked at him from a distance: ‘I have troubled eyes too’.
    ‘No, you have chaos in your eyes. Like the Universe at the beginning of time. It’s not the same thing.’
    His slavic accent mixed with a slightly imperfect English made him even more shadowy, but his look betrayed the kindness in his heart.
    ‘You are a bright star fixed in the sky, he is just a cold comet going astray. He doesn’t know what he wants. Don’t let his debris dim your light. You know I’m right.’
    She turned to look at him: ‘Why are you so sure, and why do you think I know?’
    He returned her gaze and she felt the warmth of it hitting her bones.
    As she looked into his eyes, like an unforgiving mirror, they showed her all the lies she had been telling herself for years.
    He simply told her: ‘I could tell you or I could not, it doesn’t really matter, because you know why.’

     
  • Come comincia: Claire is sitting there waiting for a miracle to come. She wonders whether the clairvoyant she met in the woods, the one with the white eyes and the dark soul, could possibly be right.

    “Make a list, so that Mr. Universe knows what you want!”

    Well why not giving it a try?
    So, she takes the pink pigtail and dips it into the clear pink ink that she found under the red dotted mushroom on the left, exactly where the woman told her she would. What a coincidence. She writes the first words on a leaf that looks big enough:

    What I wish for... NO, wait: What I like about you...
     "YOU: the one out there waiting for me. Out there... somewhere... Exactly.
    Well... at least Miss Vandecourt said so.
    OK... no time to linger, here's the list!"

    As she writes, the pink ink turns into black, because Mr. Universe has no romantic soul, or so they say! Words flow down quickly:

    - Your laughing eyes when they see me... happy to be with mine. There is no better thing than a walk eyes in eyes. Like the constant feeling of being there beside you even if we are far apart.
    - Your extremely funny (and stupid) jokes that make me laugh until my belly hurts. Because life goes through the belly, they say.
    - Your way of looking at other girls and, at the same time, of making me feel the most beautiful of them all. Because jealousy is like spice: food is insipid without it, but if you use too much you could choke.
    - Your fingertips, like ten small electro stimulators of my senses. Whenever you touch me, you turn me on. We never get enough of each other's bodies and souls.
    - Your respect for all living beings that reflects your respect for me. The same respect you show not only with words, but also with actions!
    - Your way of never taking yourself too seriously being serious at the same time. Because you might not be perfect for the boring beauty standards of this world, but to me, you are the closest thing to perfect indeed!
    - Your way of having fun in living every day and being thrilled about the future. Scaring off the "no-days" or simply accepting yours as well as mine, because life is everything and nothing.
    - Your particular "savoir faire" that makes children want to play hide and seek with you or just listen to your stories again and again...
    - Your way of enjoying watching sports with me, but never taking the games too seriously because they are fun and not a matter of life or death.
    - Your wonderful way of trying to avoid prejudice. Of watching, hearing, listening, paying attention at everything and everybody before making up your mind.
    - Your curiosity that has subsided maybe, but that has never worn off since you were a child! Because it is the secret of rediscovering live, reinventing dreams.
    - Your arms, steady and strong, but warm enough to melt inside your embrace. Your way of protecting me without chocking me.
    - You, being uncomplicated, because I am complicated for the both of us. 
    - You, accepting me. Loving me for what I am and falling in love with me every day for the next 1000 years.

    Because all of these things will make me want you, love you.
    ...
    Claire holds the dripping pink inked pigtail in her hand for a while. She looks at the sky above and closes her eyes slowly before whispering:
    "Well, dear Universe, now that you've got a guideline, go on: AMAZE ME!"

    TRADUZIONE

    COSA MI PIACE DI TE
    Claire, seduta lì aspettando un miracolo, si chiede se la veggente che ha incontrato nel bosco, quella dagli occhi bianchi e l'anima scura, possa avere ragione in qualche modo.

    “Fai una lista, in modo che Signor Universo sappia quello che vuoi!”

    E allora perché non provarci?
    Così prende la coda rosa del maialino e la intinge nel chiaro inchiostro rosa che ha intravisto sotto il fungo a pois rossi sulla sinistra, esattamente dove la donna le aveva detto che li avrebbe trovati. Che coincidenza.
    Scrive le prime parole su una foglia abbastanza grande:

    Cosa desidero... NO, aspetta: Cosa mi piace di te...:
    "TU: quello che è lì fuori ad aspettarmi. Lì fuori... da qualche parte... esattamente.
    Beh... almeno così ha detto la signorina Vandecourt.
    OK... non è il momento di indugiare, ecco la lista!"

    Mentre scrive, l'inchiostro rosa diventa nero, perché l'Universo non ha un animo romantico... o almeno così dicono! Le parole scorrono veloci:

    - I tuoi occhi che ridono quando mi vedono... felici di essere con i miei. Non c'è niente di meglio di una passeggiata occhi negli occhi. Come la costante sensazione di essere vicini anche quando siamo lontani.
    - I tuoi scherzi estremamente divertenti (e idioti) che mi fanno ridere finché mi fa male la pancia. Perché la vita si vive attraverso la pancia, dicono.
    - Il tuo modo di guardare le altre ragazze e, allo stesso tempo, farmi sentire la più bella di tutte. Perché la gelosia è come le spezie: senza il cibo è insipido, ma se ne usi troppe potresti soffocare.
    - I tuoi polpastrelli, come dieci piccoli elettro stimolatori dei miei sensi... Mi tocchi e mi accendi. Come se non potessimo mai avere abbastanza dei nostri corpi e delle nostre anime.
    - Il tuo rispetto per tutte le cose e le persone che riflette il rispetto che hai per me. Lo stesso che mostri agli altri e a me, non solo con le parole, ma anche con i fatti!
    - Il tuo modo di non prenderti mai sul serio, essendo serio allo stesso tempo. Perché pur non essendo perfetto per i noiosi standard di bellezza di questo mondo, tu, per me, sei la cosa più vicina alla perfezione.
    - Il tuo divertirti nel vivere ogni giorno guardando al futuro. Tenendo alla larga i "giorni no" oppure accettandoli semplicemente, sia i tuoi che i miei, perché la vita è tutto e niente.
    - Il tuo particolare "saperci fare", che fa sì che i bambini vogliano giocare a nascondino con te o ascoltare le tue storie ancora e ancora...
    - Il tuo modo di divertirti guardando lo sport con me, senza prenderlo troppo sul serio, perché è divertimento e non una questione di vita o di morte.
    - La tua bellissima arte nel cercare di evitare i pregiudizi. Provando, guardando, sentendo, ascoltano e prestando attenzione a tutto e tutti prima di crearti una tua opinione.
    - La tua curiosità che è diminuita forse, ma che non è scomparsa del tutto da quando eri un bambino! Perché questo è il segreto di riscoprire la vita, reinventare i sogni...
    - Le tue braccia, sicure e forti, ma calde abbastanza da farmi sciogliere nel tuo abbraccio. Il tuo modo di proteggermi senza soffocarmi.
    - Il tuo essere semplice, perché io sono complicata abbastanza per tutti e due.
    - Tu. Tu che mi accetti. Che ti piaccio per come sono. Tu che ti innamori di me ogni giorno per i prossimi mille anni.

    Perché tutto questo farà sì che io ti voglia, abbia bisogno di te e ti ami.

    Claire resta per un po' con la coda di maialino rosa gocciolante d'inchiostro nella mano. Guarda il cielo, chiude gli occhi e bisbiglia:
    "Bene, caro Universo, ora che hai una linea guida, vai: STUPISCIMI!"
     

     
  • 21 gennaio 2015 alle ore 23:46
    Il ruscello e i sassi (dialogo breve)

    Come comincia: 'Ma non corri un po' troppo?'

    'Non importa, sono innamorato.'

    'Come fai a sapere che sei innamorato?'

    'Perché non lo sono stato mai. E allora lo so. Lo so e basta. Come quando mi alzo la mattina e so che respiro e sono vivo. Lo so e basta.'

    'E come "non importa"?'

    'Perché non importa. Mia nonna mi diceva sempre: "Alex, un giorno ti innamorerai. Quel giorno lo saprai. Non importa se la conoscerai da anni, mesi o solo qualche ora. Ti entrerà nel sangue come un virus, ti ammalerai di una febbre sconosciuta e non vorrai guarire. Lo stomaco non ti ubbidirà e ti mancherà l'appetito. Sentirai il tuo cuore scoppiare e il cervello impazzire. Non importa quello che amavi prima di lei, ogni minuto le vorrai stare vicino. Vorrai respirare la sua aria, ascoltare le sue parole, guardare le sue palpebre sfarfallare mentre sogna. Vorrai prenderli quei sogni e farli diventare realtà. Ti sembrerà di volare e avrai i brividi solo al pensiero di sfiorare la sua mano. Nessun secondo, nessun attimo le vorrai stare lontano. La vorrai nella tua vita per raccontarle il tuo mondo: non ci saranno barriere, né timori, né esitazioni. Forzature? Non saprai cosa sono. Spazi? Si fonderanno restando divisi in un modo completamente nuovo. Litigi. Oh si, e non ce ne saranno pochi. Ma come pretendi di amare il miele se non ami anche il fiele? Tutto scorrerà naturale come il ruscello dietro casa. Hai visto quanti sassi ci sono? Ma l'acqua scorre e non se ne cura... passa attraverso ogni fessura. Lo saprai che sei innamorato di lei, come sai che respiri e sei vivo quando ti alzi la mattina. Saprai di esserlo, perché prima non lo sei mai stato.". Quindi ecco perché non importa.'

    'E poi? Cosa succede dopo?'

    'Dopo succede la paura. La paura di perdere te stesso, la paura di sbagliare, la paura di morire o la paura di rischiare. Ma è un istante. Se sei innamorato, la combatti senza accorgertene nemmeno. Allora vinci tu e la paura si trasforma in coraggio. Il coraggio si trasforma in forza. La forza si trasforma in amore, perché si assomigliano come gemelli questi due. Sembrano una cosa sola. Sono una cosa sola. L'amore è forza. E allora che senso ha il 'non è troppo presto?' o il 'non corri un po' troppo?'? La vita è una sola ed essa si che è 'troppo' corta per domande a cui nessuno sa dare una risposta. Comunque se sai cosa vuoi, la risposta già ce l'hai.'

    'Ma...'

    'Niente ma... Non ci sono scuse. Le scuse sono l'arma preferita di chi ha paura e lo strumento migliore per manipolare chi ti ama. Se ci sono quelle, la paura ha già vinto e l'amore si è arreso o forse non c'è nemmeno mai stato.'

    'Mi porti al ruscello?'

    'Si.'

     
  • 14 ottobre 2012 alle ore 2:11
    Short: Half Asleep / Corto: Dormiveglia

    Come comincia: Last night, just before sleeping, I was sensing him. He was sleepy and I was curled into his arms, my back against his stomach, when he whispered in my ear: "Do you think there's something down or up there?"
    All I could manage was a muffled 'mmmmmh?' before he explained: "Something like heaven or hell".
    I slowly turned around, my eyes were fully awake and staring into the spot where his were supposed to be. "I think we die to be reincarnated." I said, and so he asked: "Like in some kind of animal too?"
    "No", I went on "I think like in some other person, a new one".
    He considered this for a moment: "But we can't remember our past lives, can we?" so I answered: "No, unless this is our first one."
    He looked at me for some time before asking: "But you don't think this is your first one, do you?"
    I shook my head with another 'mmmmhm mmmmhmmm' and he went on "So, when you will be given this chance of another life again, how would you like it to be?"
    I thought it over and then said: "I guess I would like a perfect body with a smoother and better skin", laughing I went on "No... seriously? I'd love a life where some of my dreams would come true, not all of them and not the trivial ones, but the ones that count, you know? Those that really count..."
    After staring at me for a moment that lasted forever he went: "What? Being rich? Living in London? Or Dublin?"
    That was when I truly looked for his eyes and it seemed to me I could really see them. So, while melancholy sliced my heart up and simply said: "No, just... you."

    TRADUZIONE:
    L'altra sera, un attimo prima di andare a dormire, l'ho sentito. Era assonnato e io raggomitolata nelle sue braccia, la mia schiena contro la sua pancia, quando mi ha bisbigliato all'orecchio: "Pensi che ci sia qualcosa laggiù o lassù?"
    Tutto quello che sono riuscita a dire era un  'mmmmmh?' soffocato prima che lui si spiegasse: "Qualcosa come il paradiso o l'inferno".
    Mi sono girata lentamente, i miei occhi erano completamente svegli e fissavano il punto dove i suoi avrebbero dovuto essere. "Penso che muoriamo per reincarnarci." ho detto e così lui mi ha chiesto: "Come anche in qualche tipo di animale?"
    "No", ho continuato "Penso in qualche altra persona, una nuova".
    Ha riflettuto per un momento: "Ma non ci ricordiamo delle nostre vite passate, vero?" allora ho risposto: "No, a meno che questa non sia la nostra prima."
    Mi ha guardato per un po' prima di chiedermi: "Ma tu non pensi che questa sia la nostra prima, vero?"
    Ho scosso la testa con un altro 'mmmmhm mmmmhmmm' e lui ha continuato "Allora, quando ti sarà data questa possibilità di un'altra vita, come vorresti che fosse?"
    Dopo averci riflettuto sopra gli ho risposto: "Penso che vorrei un corpo perfetto con una pelle più liscia e bella", ridendo ho continuato "No... seriamente? Mi piacerebbe una vita nella quale qualcuno tra i miei sogni diventasse realtà, non tutti e non quelli banali, ma quelli che contano, sai? Quelli che contano veramente..."
    Mi ha fissato per un momento che sembrava durare per sempre prima di chiedermi: "Quale? Essere ricca? Vivere a Londra? O a Dublino?"
    In quel momento ho cercato veramente i suoi occhi e mi è proprio sembrato di vederli. Allora, mentre la malinconia mi affettava il cuore ho risposto semplicemente: "No, solo... tu."

     
  • 20 aprile 2011 alle ore 13:37
    L'eredità

    Come comincia: Sofia aveva ereditato. Un gatto con un occhio solo, che si chiamava Nemo. Un portagioie pieno zeppo di cianfrusaglie da mercatino delle pulci. Una vecchia macchina da scrivere senza il tasto del punto.
    Nemo, non appena entrato in casa, annusando tutto con cura, si era cercato un posticino: la sua nuova casa. Al portagioie aveva trovato un posto Sofia, invece. Lì sulla mensola in salotto. Non aveva il coraggio di buttarlo via.
    Aveva appoggiato la macchina da scrivere sul tavolino e si era seduta sul divano a fissarla.
    Chissà quante parole aveva battuto durante la sua vita quell'arnese caduto miseramente in disuso e impietosamente sostituito da attrezzi tecnologici più o meno complessi e performanti.
    Sofia non riusciva a distogliere lo sguardo. Era come se si aspettasse che la macchina iniziasse a scrivere da sola. A raccontare quel che era successo.
    Di scatto si alzò per andare a prendere dei fogli. Esagitata li infilò nella macchina e si rimise a sedere, fissandola, con il cuore che le batteva in gola. "Ma sei diventata matta?" gridò scuotendo la testa. Persino Nemo, che sonnecchiava con l'occhio buono semichiuso, si irrigidì e la interrogò con lo sguardo.
    La macchina era una macchina e non avrebbe potuto mai raccontare quel che era accaduto. Nemmeno se lo spirito di Rachele, come in un film, avesse preso a battere i tasti per far sì che giustizia fosse fatta e poter lasciare finalmente il mondo da anima libera, non più in pena.
    Nemo si, se avesse potuto parlare, avrebbe raccontato tutta la verità, ma da buon gatto si limitava a dormicchiare, cercando di dimenticare scene, che avrebbe volentieri fatto a meno di vedere.
    I giorni prima del funerale erano passati dalla stazione di polizia all'obitorio e infine l'ultima fermata di Rachele: il crematorio.
    Da quando la conosceva, le ripeteva sempre che, se le fosse successo qualcosa di grave, avrebbe voluto essere bruciata. Aveva visto fin troppi funerali di persone a lei care. Aveva visto fin troppi visi e corpi venire inchiodati in una cassa di legno e buttati sottoterra. Ogni volta si sentiva soffocare. Non ci voleva finire così. No. Meglio le fiamme, e se fossero continuate in eterno, come le avevano detto da bambina parlando di quelle religioni così diverse che usavano bruciare i loro morti invece che sotterrarli, almeno non avrebbe sofferto il freddo. Scherzava. O forse no.
    "Morte per cause accidentali". Sofia aveva letto quelle parole sul rapporto della polizia. Quattro parole e un punto.
    Il tasto che mancava sulla macchina da scrivere non era caduto da solo. Rachele, le aveva raccontato che, presa da un raptus, un giorno lo aveva staccato di forza.
    "Cara Sofia, quando arriverai alla mia età lo capirai forse." Avrebbe compiuto novantanni il prossimo mese. "I punti non servono a nulla. Chi ti dice che in una storia i punti servono, si sbaglia. Tutti gli altri: le virgole, gli spazi, i punti esclamativi, quelli di domanda ecc., quelli sì che servono. E' vero, ho dovuto sacrificare i due punti, ma gli elenchi si fanno anche senza. Il punto, no, non serve che una sola volta. Nella storia, come nella vita, ne esiste uno solo. Quello che metti alla fine."
    Quando le parlava così, spesso, Sofia non la sopportava. Le dividevano quasi due generazioni, ma non era quello il problema. Sofia non era come lei. Non viveva d'aria. Non si nutriva di emozioni. Forse la irritava proprio questo: non essere capace di vivere così.
    Sofia voleva correre, scappare, andare via lontano. Vivere emozioni intense, ma le voleva cercare altrove. Rachele si era spostata di rado dal suo paese. Aveva avuto una vita piena di emozioni lo stesso. Sofia invece, viaggiava si. Tanto. Ma sebbene viaggiare le procurasse una gioia immensa e nuove sensazioni e scoperte, non riusciva a emozionarsi così come riusciva Rachele, anche di fronte allo sbocciare di una margherita sul ciglio della strada.
    "Sarà inciampata, sa... l'età...". Le parole del medico dell'obitorio le ronzavano ancora nella testa. Inciampata? Sì, poteva ben essere successo. Ma una persona come Rachele non se ne va inciampando. Avrebbe potuto crederci se non avesse visto Nemo, lì per terra... accovacciato in un angolo con lo sguardo fisso sul mobile della cucina. Mancava una foto.
    Rachele amava i mercatini delle pulci. Ci aveva comprato il portagioie e anche quasi tutte le gioie mezze rotte che conteneva.
    Un giorno era tornata a casa con la macchina da scrivere e tre foto. "Me le ha vendute un ragazzo. Aveva un sguardo così triste. Tutti evitavano il suo banchetto perché dicevano che era matto. Ma da quando in quà un matto ha un banchetto al mercato?". La sua risata era così forte che, quando erano in un luogo pubblico, Sofia si vergognava a tal punto da evitare di raccontare qualsiasi cosa minimamente divertente. Per quanto forte, però, era contagiosa e alla fine Sofia, rossa di vergogna, non riusciva a trattenersi e cominciava a ridere senza riuscire a smettere.
    Rachele scriveva tanto con la sua macchina. Tutto quello che scriveva, lo faceva leggere a Sofia e poi lo distruggeva. Erano racconti bellissimi, frutti di sogni di un'immaginazione che sconfinava nel geniale. Non le servivano posti nuovi, lei prendeva ciò che vedeva e lo trasformava in incredibili avventure al di fuori del tempo e dello spazio. Sofia divorava i racconti con avidità e soffriva nel vederli bruciare veloci così come li aveva letti, nel caminetto o nella stufa della cucina. "Perché non li pubblichi, nonna?" le chiese un giorno. "E' un vero peccato che vadano persi così".
    "Non vanno persi... Li scrivo per te, li regalo a te. E finché saranno qui dentro," le batteva dolcemente l'indice sulla fronte, sorridendo "non andranno mai persi. Lo sai che non sono ricca. Non posso, come le nonne delle tue amiche, comprarti giochi o vestiti. Questo è quello che ho. Ed è solo per te. Tu e soltanto tu puoi decidere cosa farne, un giorno."
    Fuori era buio ormai. Nemo si era addormentato. Chissà che sogni faceva. Chissà se sognava il giovane, che era entrato due giorni fa a casa di Rachele, per riprendersi la foto. Quella con il topo, in mezzo a quella del gatto e del serpente. Non poteva lasciare il topo lì in mezzo, sarebbe morto! E poi la porta non era chiusa a chiave!
    Rachele era uscita dal bagno e lo aveva visto in mezzo alla cucina, spaventato. Gli si era avvicinata per chiedergli scusa del fatto che non l'avesse sentito bussare e se volesse un caffè e qualche pasticcino, visto che oramai era lì. Stefano, perché gliel'aveva chiesto quel giorno al mercato il suo nome, la voleva solo scansare per raggiungere la porta e fuggire.
    Sofia aveva detto alla polizia che mancava una foto. Il poliziotto l'aveva guardata con un misto di apprensione e pena. Aveva annotato il fatto, ma non essendoci altri segni di furto tranne la presunta mancanza di una foto senza valore, comprata al mercatino delle pulci in un banchetto di uno sconosciuto, sul rapporto non l'aveva nemmeno accennato.
    Sofia guardava la macchina e all'improvviso si ricordò.
    "Tu puoi decidere cosa farne, un giorno".
    Sofia aveva ereditato.
    Un gatto con un occhio solo, che si chiamava Nemo, un portagioie e una macchina da scrivere. Quello che aveva già erano i doni di sua nonna. Li aveva accumulati negli anni ed erano tutti lì a portata di mano.
    Benché fosse notte inoltrata, Sofia non era stanca.
    Cominciò a scrivere i racconti di Rachele e usò il punto solo quando ebbe battuto l'ultima parola.
    Qualche mese dopo, li pubblicò ed ebbero un successo inaspettato.
    Sofia aveva ereditato Nemo, un portagioie senza valore apparente, una macchina da scrivere senza il punto e... un piccolo, grande tesoro.

     
  • Come comincia: Sono le undici e il ristorante si è quasi svuotato. Rimangono solo loro. Matteo e Chiara. A dividerli, oltre al mezzo metro di tavolo, la luce di una candela, che sfuma come il tempo che resta di questa serata. Un appuntamento di una delle prime volte insieme. Chiara lo guarda fisso, seria, ma allo stesso tempo le sue labbra tradiscono un leggero sorriso.
    Matteo la guarda quasi imbarazzato: “Non sei mica tanto da giri di parole, tu! Dritta al sodo!”
    “Ti ho solo detto che mi piaci.” Il tono semplice e calmo di Chiara lo spiazza, si aspettava una reazione di difesa.
    “Lo fai spesso? Dire agli uomini che ti piacciono?”
    “No, è la prima volta.”
    “Mmmm, e cosa vorresti che rispondessi?”
    “Mi hai già risposto.”
    “Si? E cosa?”
    Chiara camuffa il suo sguardo scocciato, volgendolo al tavolo accanto. Giocherella con il bicchiere di vino. Il nervoso la tradisce.
    Lui continua: “Vedi io sono un tipo strano. Fatto per stare da solo. All'inizio magari mi innamoro pure, ma poi mi stufo. Mi sento in trappola, capisci?”
    “Si, capisco che non ti interesso, ma non serve che tiri fuori scuse, sono adulta.” Lo guarda fisso negli occhi e sorridendo “Non mi uccide un rifiuto, mentre non sopporto i giri di parole.”
    Matteo si fa serio con lei: “Ti sbagli, tu mi piaci. Mi piaci da morire. Ogni volta che ti vedo, ogni giorno, mi si secca la gola, le mani tremano e ho il batticuore che spesso mi preoccupo che da fuori qualcuno veda il mio petto saltare.”
    Chiara lo guarda scrollando il capo, la fronte corrugata dalla perplessità. Non riesce a capire.
    “Scusa e allora che c'è?”
    “Allora c'è che ho paura che finirò per ferirti. Se tu sei disposta a rischiare...”
    “Ah no grazie” scoppia a ridere Chiara “Già dato. Mi stai chiedendo di rischiare con una probabilità molto alta di restarci bruciata.”
    “Ma c'è sempre il dubbio...”
    “Il dubbio non mi basta.” Chiara sorseggia ciò che resta del suo vino e con gli occhi persi nella stanza “Sarei una scema...” muove lo sguardo verso di lui, per un attimo persa nei suoi pensieri e poi, come svegliandosi da un torpore, focalizza. I loro occhi si penetrano. “Sarei una scema se accettassi.”
    E' Matteo ora ad abbassare gli occhi giocherellando con una briciola sul tavolo.
    “Ma...” incrocia il di lei sguardo “E se ci provassimo? Chi lo dice, magari... senza innamoraci...”
    “Io mi sono già innamorata di te, sarebbe un suicidio.”
    “Come innamorata di me? Ci conosciamo appena. Avremo sì e no scambiato qualche frase di circostanza”
    “Sono innamorata dell'idea che ho di te. Sei il mio colpo di fulmine mancato.”
    Chiara cerca le parole nella mente, le mette insieme con cura, non vuole fraintendimenti.
    “Se l'idea di cui mi sono innamorata dovesse anche soltanto un po' avvicinarsi alla realtà, ci rimarrei fregata.”
    Poi come se ci avesse ripensato “Anzi, anche se succedesse il contrario, sarei così invaghita di te, che mi crollerebbe il mondo il giorno, in cui tu mi annunceresti di esserti accorto che non va...”
    Matteo si sposta indietro sulla sedia, poggia la schiena e continua a fissare la tovaglia. Il suo sguardo è perso, la sua mente in cerca.
    “Mi sono fregato la chance di essere felice, che dici?”
    “Dico che non lo so. Voi uomini siete un rebus, tu sei addirittura un indovinello da sfinge”.
    Scoppiano a ridere, ma a metà.
    Un lungo silenzio ora si è messo a dividerli assieme al quasi mezzo metro di tavolo e alla luce della candela.
    Matteo lascia cadere la sua mano sulla gamba.
    “Sei una tipa strana te, non ti capisco.”
    Chiara è visibilmente stanca, della serata, dei discorsi che diventano sempre più assurdi, degli sguardi dei camerieri, che sperano solo di andare a casa presto.
    “Vieni a casa con me?”
    “Ma sei matto? Ma mi hai ascoltata?”
    “Posso almeno baciarti? Avrei voglia di baciarti.”
    “Non credo sia il caso.”
    “Non credi sia il caso...” sorride amaro “E che problema ci sarebbe?”
    “Che vorrei baciarti ancora”
    Silenzio e poi lei “Senti, cerca di capire. Ti vedo tutti i giorni quando vieni in negozio a comprare il giornale e il tabacco.”
    “Smetterei di venire.”
    “No, ne morirei.”
    Una lunga pausa, mentre si guardano negli occhi. Poi lui, spezza il silenzio: “Allora... andiamo?”
    “Si, mi sembra una buona idea.”
    Si alzano dal tavolo. Lui paga il conto. Lei è in piedi ad aspettarlo imbarazzata. Non si guardano mentre escono. Entrambi avevano pianificato una fine diversa per la serata. Diversa anche l'una dall'altra.
    “Ti accompagno un pezzo, ok?”
    “Si, volentieri, non mi piace camminare sola.”
    Camminano in silenzio, quando ad un tratto Matteo si ferma e le prende il braccio per fermarla. Chiara si volta a guardarlo. Non capisce.
    “E se ti avessi messo solo alla prova? Se ti avessi detto tutte queste cose per metterti alla prova?”
    “Ma alla prova di che?” E' spazientita “Senti se vuoi portarmi a letto, perché non me lo dici e basta? Insomma, ti sembro scema?”
    “Non è quello. Tu non ci verresti comunque, lo so” si guarda intorno come a cercare un suggeritore che lo aiuti a spiegarsi meglio “Lasciami finire, ti prego.”
    Lei lo guarda dubbiosa, ma lo lascia continuare.
    “Tutte le ragazze che ho conosciuto, finora, mi hanno sempre provato come un paio di scarpe. E quando non ero più comodo o non andavo più bene, mi lasciavano.”
    Chiara lo guarda sempre più incredula con un sorriso che si sta tramutando in riso.
    “No, ascoltami. Devi credermi!” La voce di Matteo nasconde un'urgenza disperata “Non mi credi vero? Non credi che sono io, quello che ha paura di soffrire?”
    “Ma certo che credo che tu abbia paura di soffrire, tutti ce l'abbiamo. Ma cambiare idea così nel giro di pochi minuti. Dai! E' un insulto alla mia intelligenza”. La risata le muore sulle labbra vedendo l'espressione ferita di Matteo.
    “E se cambiassi idea fra qualche tempo? Mi daresti una chance?”
    “Non so.”
    “Se fra una settimana cambiassi opinione? Mi daresti una possibilità?”
    “Non so.”
    “Se cambiassi idea domani?”
    “Ne riparliamo domani.”
    Continuano a camminare in silenzio. Lui avrebbe voglia di prenderla con forza e baciarla appassionatamente. Lei sogna che lui lo faccia.
    Si fermano davanti ad un portone. Lo guarda. Lui la guarda.
    Scoppiano a ridere.
    Si baciano.
    “Ma quanto sei scemo.”
    “Dai, che ti piace.”
    “Buon anniversario, amore...” la voce di Chiara si fa languida “Anche se sei un po' stronzo.”
    “Ci stancheremo mai di questa scenetta? Sono passati quindici anni da quella sera.”
    “Bah, forse un giorno io mi stancherò di te.”
    Lo spintona mentre lui ride.
    “Guarda che sono io quello che si stufa presto.”
    “Ma smettila e apri la porta, e vediamo di fare piano, che sennò la svegliamo. Domani ha scuola.”
    Si chiude il portone. Dopo qualche minuto si spegne la luce.
    La strada è sempre la stessa. Come quindici anni fa.

     
  • 19 luglio 2010
    Immagini sfocate

    Come comincia: Un'altra volta si ripete. Spesso accade... Succede. La mente è avvolta dalla nebbia... momenti in cui il tempo sembra fermarsi o addirittura perdersi in sè stesso. Le immagini si aprono tra la nebbia. Rumori e odori familiari in un luogo conosciuto. La luce dei lampioni disegna ombre tremolanti di case e ponti. Il grande letto del fiume che scorre silenzioso e maestoso come un vecchio serpente che guarda il mondo con gli occhi di chi ha visto tanto, forse troppo. Carrozze solitarie nel buio, personaggi che si allontanano scomparendo nel grigio e nei vicoli di una città disegnata col carboncino. I rumori si fondono filtrati nell'ovatta, gli odori si mischiano nell'umidità. Un uomo apre la porticina della carrozza e porge la mano ad una donna aiutandola a salire. La guarda con gli occhi di chi vede un miracolo compiersi. Lei è nascosta da un cappello e stringe lo scialle intorno al cappotto. Sente il freddo innaturale penetrare attraverso il suo corpo. Il suo sguardo si perde a salutare tutto ciò che ha amato e che l'ha amata. Ha paura. Ma il dolore la placa.
    D'un tratto tutto intorno a lei sembra ostile, tranne lo sguardo di quell'uomo. Quello sguardo urgente incantato e protettivo.
    L'uomo chiude la porta, lascia riposare la sua mano sulla finestrella. La donna la sfiora e per un istante la stringe. Si guardano senza una parola. Il loro saluto mentre la carrozza inizia a muoversi. Le mani e i loro destini si dividono. L'uomo si leva il cappello e guarda la carrozza allontanarsi, immobile. Quell'attimo prezioso è l'ultimo respiro della notte, mentre l'alba si prepara a scacciare la nebbia e a svegliare la città.
    Ricordi di un tempo vissuto oppure giochi della mente...
    Poi il ticchettio dell'orologio alla parente, i rumori della strada e la casa che si sveglia. Mentre gli occhi, rimasti sempre aperti, si muovono e cambiano angolazione spingendo la mente a tornare e riprendere da dove aveva lasciato prima di perdersi.
    Tutto ciò che prima era sensazione viva ritorna ad essere un'immagine sfocata.

     
  • 15 giugno 2010
    Il gigante e il filo

    Come comincia: Samuele è un ragazzo pratico. Lui davanti ai problemi non scappa, non li affronta, li cancella.
    Quando era piccolo, suo nonno gli diceva sempre che sarebbe venuto il giorno in cui non avrebbe più potuto cancellare le cose che gli facevano paura e far finta che non fossero mai esistite.
    Un giorno avrebbe dovuto prendere la penna, semmai, e fare le dovute correzioni alla bozza della sua vita.
    “La vita non è facile da correggere. È scritta con l’inchiostro indelebile. Se sei fortunato, puoi passarci un po’ di bianchetto sopra e cercare di “nascondere” l’errore, ma non sfuggirà agli occhi attenti. Quindi converrebbe quasi ammettere l’errore e rivederlo con una nota rossa, sperando nella clemenza di colui che un giorno ti darà il voto finale”.
    Suo nonno credeva molto in Dio, credeva in una vita dopo la morte con annesso giudizio e un bel timbro in fronte “buono” o “cattivo”.
    Samuele non sapeva cosa farsene della religione. Essendo pratico e realista, non credeva a nulla che non potesse toccare con mano. Proprio per questo non vedeva alcuna preoccupazione nel cancellare gli errori e passarci sopra. Le conseguenze non gli interessavano. Le cancellava assieme all’errore e non ne voleva sentir più parlare.
    Fu così che, con lui, crebbe anche con una lunga scia di questioni irrisolte.
    Ciò che sotterriamo nel nostro profondo pensando di averlo cancellato, prima o poi ci viene a cercare, e quando bussa e non gli apriamo, sfonda la porta. Quasi sempre è cresciuto così tanto da diventare un gigante di proporzioni ciclopiche e, quindi, assai arduo da ignorare.
    Samuele, infatti, si è ritrovato davanti al suo gigante.
    È lì che lo guarda e sa che non c’è gomma, né bianchetto abbastanza potente da eliminare questo ammasso di problemi, che ora urlano a gran voce, chiedendo di venir presi in considerazione, valutati e risolti.
    Si ricorda delle parole del nonno e vorrebbe mettere a tacere il gigante, che sembra non voler smettere di torturarlo, ma non ne ha la forza e, anche se l’avesse, non riuscirebbe a gridare più forte di lui per farsi ascoltare.
    Rimane lì immobile, Samuele, inerme e disarmato.
    Pensa a come sarebbe andata se, negli anni, invece di accantonare tutto ciò che gli sembrava inutile, superfluo o perfino fastidioso sotto uno strato gomma, lo avesse affrontato, riletto e corretto. Come una bozza, appunto.
    Non è mai stato un granché a scrivere. Se lo ricorda bene. Quando gli veniva sottoposto un tema, se non gli sembrava sensato aveva notevoli difficoltà a mettere insieme una pagina di quaderno.
    Il più delle volte riconsegnava il foglio in bianco, faceva spallucce davanti allo sguardo indignato prima, preoccupato poi della professoressa e usciva dalla stanza.
    Oggi sul foglio bianco davanti a lui, le parole scarabocchiate formano il seguente pensiero:
     
    Il filo
    Vedo l’inizio
    Lo tengo stretto nella mia mano.
    Scorre tra le mie dita
    taglia la mia pelle
    come fosse un coltello a doppia lama.
    Ho le mani bagnate,
    ma non è sangue,
    sudano freddo.
    Vorrei riuscire a fermare il filo.
    Vorrei riuscire a vederne la fine.
    Cerco di mollarlo,
    se ci riesco smetterà il dolore,
    ma il pugno è serrato:
    una morsa meccanica difettosa
    che non riesco ad aprire.
    Sono stanco di soffrire.
    Apro gli occhi
    dopo quella che sembra un’eternità.
    Davanti a me il filo si tende
    si contorce fluttuando
    in una luce accecante.
    C’è solo un modo per vederne la fine.
     
    Suo nonno gli diceva sempre che sarebbe venuto il giorno, in cui non avrebbe più potuto cancellare le cose che gli facevano paura e far finta che non fossero mai esistite.
    Quel giorno è oggi, ma suo nonno si sbagliava.
    Samuele è una persona pratica. Ha osservato il gigante e ci ha visto l’ultimo problema grosso da affrontare: se stesso.
    Ha preso la gomma e si è cancellato.
    Suo nonno avrebbe scosso la testa, ma è da tanto ormai che è seduto su un bel prato assieme a innumerevoli altre persone: tutte con stampati un bel timbro in fronte e un gran bel sorriso in viso.

     
  • Come comincia: Sabato mattina presto. La gente sta andando a casa. Le facce a volte esauste, altre volte sognanti oppure semplicemente illeggibili. Una cosa è certa: il divertimento è finito per stanotte e si torna a casa a sognare o semplicemente a dormire.
    Marco, per rilassarsi un po’, fuma una sigaretta sulle scale che portano all’uscita. Ha la testa altrove, piena di dubbi, speranze. Sono solo amici, si ripete, ma lui non ne è mica più tanto sicuro.
    Giulia cerca la giacca e le sue amiche. Trova la prima. Loro saranno fuori, da qualche parte, ad aspettare.
    Giulia e Marco si conoscono poco, se non per nulla.
    Passando si salutano con un sorriso.
    “Va tutto bene?” a Giulia non è sfuggita l’espressione di Marco ed è più forte di lei, non riesce a non preoccuparsi anche per chi conosce appena.
    “Mmmm? Si si… grazie” risponde assorto.
    Giulia rimane ferma un attimo. Fa fresco. Meglio che si chiuda la giacca prima di prendersi un raffreddore.
    “Posso chiederti una cosa?” Marco la guarda come se ad un tratto la speranza di trovare una risposta si concentrasse tutta lì, su quelle scale. Giulia non risponde e aspetta, calma. Sa bene che quando una persona combatte con l’insicurezza, basta una parola sbagliata o frettolosa per scoraggiarla.
    “Lei è una mia grande amica e collega. Mi piace molto. Non so che fare perché se glielo confesso, ho paura di rovinare tutto.” rimangono in silenzio lui imbarazzato, lei in attesa. “Anche se deve essere proprio cieca per non averlo ancora capito.” un pizzico di sarcasmo si mescola allo sconforto nella sua voce “Tu cosa mi consiglieresti?”
    Giulia lo guarda interessata, sospira e si siede vicino a lui. Si accende una sigaretta. Non deve pensare molto a questa domanda, visto che se la fa spesso anche lei.
    “Stai parlando con una grande esperta nel campo.” gli risponde sorridendo.
    “Tu?” sorride anche lui a quella che gli sembra una frase senza senso. “Ma se sei così carina! Lo vedo bene come ti guardano gli uomini.”
    “Si…” sospira tra il rassegnato e il divertito “Ma non quelli che mi interessano veramente. Sono abbonata agli indecisi io. Oppure a quelli a cui non piaccio abbastanza.” Gli risponde con una risata. In quel momento la cosa le sembra assurdamente buffa.
    Lui la guarda incuriosito.
    “Non so. Banalmente ti direi di essere sincero con lei, ma in primis con te stesso. Tu hai un vantaggio enorme che sembri dimenticare.”
    Sorpreso e perplesso la osserva attentamente e aspetta che continui.
    “Sei un ragazzo no? E allora puoi tranquillamente corteggiarla e non arrenderti senza sembrare un disperato. Noi ragazze non ce lo possiamo permettere. Anche se siamo tutt’altro che disperate, se corteggiassimo un ragazzo fino allo sfinimento otterremmo sicuramente l’effetto contrario a quello desiderato, no?” ride Giulia.
    “Già…”
    Marco affonda nuovamente nei suoi pensieri.
    “Bene… allora buona notte.” Giulia si alza. È veramente stanca. “E in bocca al lupo.”
    “Crepi, grazie” Marco la guarda mentre si chiude la giacca. “E grazie anche per il consiglio”.
    Giulia sorride e fa un cenno di saluto con la mano.
    Lui la guarda andare via e pensa che quella ragazza non è solo carina e che ci sono ragazzi che proprio non capiscono nulla.
    Lei cammina e sorride pensando che quel ragazzo è così carino e che ci sono ragazze che non capiscono proprio niente.

     


     

    L'uomo ha due occhi per vedere, la donna due occhi per essere vista. (Proverbio cinese)

     
  • Come comincia: Amanda era una ragazza sempre di corsa. Si alzava la mattina, sempre troppo presto, dopo una notte di sonno, sempre troppo poco.
    Niente colazione, un caffè a casa, uno di corsa al bar e poi in ufficio a immergersi nel lavoro.
    Sempre e continuamente avere la mente occupata. Questo era il suo motto. Con i colleghi andava d'accordo. Quasi con tutti. Alcuni la consideravano scontrosa (quelli che le facevano perdere tempo inutilmente), altri la consideravano una bella ragazza sempre, o quasi, sorridente e se... troppo sorridente.
    Maurizio, il suo ragazzo, era un giovane avvocato all'apice della carriera, mentre lei era l'assistente del direttore vendite di una grande catena internazionale di cosmetici. Quei pochi momenti in cui si lasciava andare al passato si chiedeva che cosa nel tempo l'avesse cambiata a quel modo.
    Non aveva ancora trovato una risposta.
    “Non mi ami più” le aveva detto Maurizio la sera prima sul divano.
    Lui sdraiato a guardare la finale di Champions League, lei intenta a “surfare” su internet. Qualsiasi cosa pur di tenere la mente occupata.
    Lo aveva dovuto ripetere due volte, tanto lei era concentrata a snocciolare le super offerte su un famoso sito di aste online.
    “Cosa? Ma sei matto? Come ti viene in mente” gli aveva risposto metà tra l'assorto e lo scherzoso.
    “No, non sono matto. Tu non mi ami”.
    Il tono della voce di Maurizio era quello di un ragazzino che faceva i capricci perché la mamma non gli dava retta. Una cosa che ad una persona come Amanda faceva venire i nervi a fior di pelle.
    Lo guardò per la prima volta quella sera e quando vide l'espressione sul volto dell'uomo, che avrebbe dovuto amare, si spaventò.
    Si accorse che colui con il quale aveva condiviso l'appartamento nei quattro anni passati, era solo un estraneo.
    “Non mi racconti mai nulla di te, mai quello che ti frulla per la testa. Nemmeno quando parlo e te fissi il vuoto come se fossi su un altro pianeta.”
    La cantilena infantile aveva lasciato il posto a un timbro di voce triste e rassegnato, che per un momento raggiunse il cuore di Amanda.
    Per pochi istanti lei sentì un impulso, un sentimento che era tenerezza oppure forse solo pena nei confronti di Maurizio. Ma solo per pochi istanti.
    “Insomma non ti fidi di me. Non ti fidi di nessuno tu.”
    Sentiva la rabbia che le saliva, ma respirò profondamente prima di rispondergli. Quello che disse le uscì di botto.
    “Ovvio che non mi fido di nessuno. Mi sono sempre fidata in passato, mi sono confidata e sia amici che amori mi hanno pugnalato alle spalle. Si sono inventati storie sul mio conto oppure hanno semplicemente raccontato ai quattro venti i miei segreti rendendomi vulnerabile. Amici che mi hanno usata, ragazzi che mi hanno lasciata perché ero troppo strana, troppo malinconica, troppo... Insomma degli altri io non mi fido!”
    Stava lasciandosi andare troppo, Amanda, e lo sentiva. Era il momento di stare attente e trattenersi.
    “Ma io non sono loro. Non solo gli altri!” le urlò Maurizio.
    Silenzio. Durò qualche secondo che però a lui sembrava durare ore.
    “No, e nemmeno loro erano gli altri prima, lo sono diventati dopo.” Lo disse con una calma, con un filo di voce. Si stava tradendo, stava tradendo la maschera che aveva imposto alla sua personalità.
    Era ora di smetterla con questo gioco pericoloso.
    Lo guardò e per un secondo la tenerezza e il dolore le sfiorarono i lineamenti. “Ti sei innamorato di me perché sono così. Se iniziassi a fidarmi di te, ti stuferesti.”
    Rise per sdrammatizzare, ma non c'era reazione da parte del suo interlocutore. La Champions League sembrava aver ripreso tutta la sua attenzione, anche se il suo sguardo lo tradiva.
    Amanda e Maurizio quella notte divisero il letto e anche le loro vite.
    Due sere dopo, quando lei tornò dal lavoro, trovò l'appartamento svuotato delle cose di lui e un biglietto: 'Mi sono stufato anche così'.
    Non pianse nemmeno una lacrima. Era tempo ormai che non piangeva più per colpa degli altri.
    Si spogliò, fece un bel bagno caldo leggendo e infine si buttò sul divano. Accese il computer e fece tutto quello che ormai da anni faceva per tenere la mente (e ora anche il cuore) occupati.
    Si era assopita quando squillò il telefono. Era Melania, l'unica persona al mondo che si avvicinava all'idea che tutti noi abbiamo di un'amica.
    “Allora esci? Ho sentito di Mauri. Quello che ti serve ora è una bella festa dove trovare un bel chiodo!”
    Era così Melania. Niente miele, niente commiserazione, niente pietà. Avanti. La vita va avanti.
    “Sì... per piantarmelo in testa” rise Amanda. E rise di gusto.
    “Dai! Sega mortale che non sei altro” - le rispose l'amica con tono di superiorità - “Le feste sono il miglior elisir per le mollate e sconsolate... Poverinaaaaa...” Ci infilò questa frase di finta pietà che però ebbe l'effetto desiderato.
    “Sono pronta in dieci minuti e fa che non sia una di quelle feste piene di fighetti tutti sopracciglia rifatte e muscoli!”.
    Era la promessa che si faceva fare da Melli, come la chiamava lei, ogni volta che andavano ad una festa.
    Amanda era costretta a vestirsi come se andasse a bere il tè con la regina d'Inghilterra (amava questa frase) tutta la settimana al lavoro. Il weekend e le feste erano dedicate all'essere se stessa, almeno esternamente: jeans, magliette coloratissime e anfibi!
    Mauri questo non lo aveva capito, ma tanto non uscivano mai insieme nel tempo libero. Incompatibilità di amicizie troppo fighette, la chiamava lei ridendo, senza capire che feriva i suoi sentimenti.
    Quella sera fuori faceva freddo. Per essere sicura di non morire e nel dubbio che si finisse con il passeggiare verso casa ubriache, aveva allacciato i suoi stivali con il pelo dentro, legato la bella sciarpa coloratissima che le aveva regalato sua madre lo scorso Natale e infilato in testa il suo berretto di lana verde con i para orecchi, comprato da un peruviano simpaticissimo al mercatino dell'usato.
    Attese Melania che arrivò con il taxi una buona ventina di minuti dopo. Si prospettava una serata alcolica, pensò, mentre si infilava nell'abitacolo.
    Tra chiacchiere e risate arrivarono al portone della casa di Valentina, la tizia che dava la festa e che ovviamente loro nemmeno conoscevano.
    Mentre Melania pagava il taxi, Amanda scorse un barbone seduto al lato della strada. Aveva gli occhi neri e tristi come una notte buia senza stelle.
    Si accucciò per riuscire a guardarlo in faccia, anche solo per vedere se stava bene.
    Si fissarono a lungo negli occhi senza dire una parola, ma capendo tutto l'una dell'altro.
    Ad un tratto l'uomo le prese il polso facendola sussultare, si avvicinò al suo orecchio e con un filo di voce le sussurrò: “La paura è lo strumento preferito della morte. Non lasciare che ti rubi l'anima.”
    “Amanda allora vieni?” Urlò Melania che la guardava scocciata. Amanda sussultò nuovamente e si staccò dalla presa. Massaggiandosi il braccio si allontanò dal barbone tenendolo però bene in vista con la coda dell'occhio.
    “Cosa aveva da dirti di così interessante il barbone?”
    “Mi voleva dare un consiglio” i suoi occhi si erano persi nel vuoto e la voce era come se non fosse la sua.
    “Eh beh... proprio uno così ci può dare dei consigli a noi” rise Melania.
    Amanda per un attimo la guardò senza riconoscerla, ma poi lei si girò e sorridendo (un sorriso pieno di tenerezza, così strano da parte sua) disse: “Mi sa che però solo un uomo che ha vissuto e visto così tanto schifo può avere un consiglio sensato da darci.”
    Si sorrisero e si incamminarono alla festa.
    L'appartamento era il solito stile new age che andava tanto di moda. Dava quel tocco di falso anticonformismo, che, per altro, aveva tutta la festa.
    Melli era già sul divano avvinghiata ad un pseudo metallaro anarchico (si deduceva dalla maglietta) e non sembrava avere intenzione di staccarsi dalla morsa. Amanda, seduta su uno sgabello davanti al tanto poco anticonformista bancone da bar installato senza il minimo gusto nel salotto con tanto di arredamento indiano e incensi, si beveva l'ennesima birra e pensava (ahimé ci era cascata causa alcool) alle parole del vecchio.
    “I tuoi occhi tristi sono la cosa più interessante di questa insulsa festa.”
    Si girò e fissò incredula il ragazzo che aveva appena pronunciato la frase peggiore che si potesse scegliere per attaccare bottone con una ragazza ad una festa pseudo new age.
    Era il tipico ragazzo per cui la vera Amanda avrebbe perso la testa qualche anno fa. Normale a parte i tatuaggi sugli avambracci che si intravedevano sotto la maglietta verde tirata su fino ai gomiti. Forse un piercing sulla lingua visto quella pronuncia un po' strana. Normale, insomma, a parte lo sguardo incomprensibile di chi è naturalmente misterioso, senza secondi fini. Come la frase che le aveva detto. Aveva quell'aria così... mmmm... No!
    Amanda ritornò in sé di scatto. Come morsa da un serpente. Si ricompose e con aria di sufficienza lo guardò meglio.
    “Ma complimenti! Hai scelto una frase d'effetto. Peccato che così non riuscirai a portare a letto nessuna o nessuno stasera” gli disse con la sua solita ironia pungente.
    “Le persone tristi...” aggiunse lui, come se nemmeno avesse sentito quello che gli era stato detto “... mi affascinano, sai. Hanno sempre qualcosa di interessante da raccontare.” La osservava come si osserva un animale che non si è mai visto prima.
    “Ma io non sono triste! Mai! Sorrido sempre” rispose lei seccata e come per provare quello che aveva appena detto abbozzò uno splendido (e falso) sorriso.
    Lui non le guardò nemmeno per un attimo le labbra, continuava a scrutarle lo sguardo.
    “Dovresti raccontarle sai...” aveva una voce strana, o forse era solo l'effetto della birra “... quelle cose che ti incupiscono gli occhi a quel modo.” Si fermò un secondo prima di sussurrarle: “Liberatene!”.
    Amanda era così arrabbiata e spaventata che lo avrebbe voluto mandare a quel paese, ma in un lampo le parole del vecchio le attraversarono il cervello.
    “Andiamo a casa tua.” gli disse, senza staccare gli occhi dai suoi.
    L'appartamento del ragazzo misterioso, non aveva nulla di misterioso. Non che Amanda avesse avuto tempo di guardare tutto come faceva di solito. Fece, invece, quello che non faceva da un sacco di tempo.
    Fece l'amore.
    Ma non era quello che non faceva da tanto tempo (anche se a dire il vero non l'aveva mai fatto così intensamente prima), bensì Amanda cominciò a parlare, a raccontare e sembrava aver aperto il rubinetto del suo cuore e della sua anima.
    Raccontò se stessa, le sue ferite, i suoi sogni infranti e quelli ancora con la speranza di avverarsi. Il fatto di aver nascosto la vera Amanda dietro ad una maschera. Una maschera che la proteggeva, ma allo stesso tempo le soffocava i sentimenti, le emozioni. Il fatto di essere sempre di corsa, sempre a fare qualcosa per tenere la mente occupata, per non pensare. Le sue paure... e mentre si lasciava andare alle carezze di questo sconosciuto addormentandosi piano piano, lui le sussurrò: “La paura è lo strumento preferito della morte. Non lasciare che ti rubi l'anima.”
    Stava per addormentarsi e pensava di sognare. Pensava che fossero ancora le parole del vecchio barbone a rimbombarle nelle orecchie.
    La mattina seguente si svegliò, come non si svegliava da un sacco di tempo. Trovò sul cuscino vicino a lei un biglietto e una margherita: “Fai colazione piccolo angelo triste.”
    Lei però quella mattina non si sentiva né triste né felice. Non sapeva come si sentiva. Si alzò e si vestì in fretta e furia... Le era balenata un'idea nella testa e ora doveva solo scappare da quel posto!
    Il giorno dopo, lunedì, si vestì come al solito, come se andasse a prendere il tè dalla regina d'Inghilterra e fece come tutti gli altri giorni.
    Tutto secondo le regole.
    Entrò in ufficio e salutò con un sorriso. Si sedette alla scrivania, accese il computer e cominciò a scrivere. Stampò un foglio. Andò dal capo, lo abbracciò e gli porse la sua lettera di dimissioni.
    Uscì dall'ufficio senza nemmeno aspettare la sua reazione.
    I mesi che seguirono furono il periodo più strano e bello della sua vita.
    Con la liquidazione finì di pagare le rate dell'appartamento che aveva comprato un anno dopo aver iniziato a lavorare.
    Lavorava con Melanie nella sua libreria.
    Si era anche iscritta a lettere! Sì, avrebbe inseguito il suo sogno, uno di quelli che ancora si poteva avverare! Sarebbe diventata scrittrice.
    Infatti scriveva, scriveva... sempre, dovunque... in continuazione.
    Scriveva per sé, scriveva per Melli, per il vecchio, per il ragazzo della festa, ma soprattutto per lui... o lei... il bimbo che di lì a qualche mese sarebbe nato.
    L'appartamento l'aveva affittato ad una coppia gay, new age e falsamente anticonformista. L'avevano rivoluzionato. A lei non importava un fico secco. Viveva con Matteo. Il padre del suo bimbo. Il ragazzo normale della festa.
    Lui lavorava come commesso in un negozio di dischi e non chiedeva di meglio.
    Il giorno in cui Luna venne alla luce, mentre Amanda la teneva tra le braccia e le accarezzava e baciava il suo visino minuscolo, le sussurrò: “Amore mio, la paura è lo strumento preferito della morte. Non lasciare che ti rubi l'anima.”
    Matteo sorrise.
    “Te la ricordi ancora quella frase.”
    Amanda sorrise a sua volta non capendo.
    “Si, il vecchio barbone alla festa dove ti ho conosciuto è anche lui artefice di questo miracolo.”
    Mattia sorrideva ancora e nemmeno lui capiva.
    “Anche mio padre lo diceva sempre...” accarezzava la manina di sua figlia mentre gli occhi gli brillavano “Ti sarebbe piaciuto piccolina, sai... aveva gli occhi neri e tristi come una notte senza stelle.”
    Amanda si bloccò trattenendo il respiro e si girò lentamente verso di lui. Matteo la guardò con un espressione di incomprensione, che immediatamente svanì.
    Si fissarono a lungo, negli occhi senza dire una sola parola, ma capendo tutto.
    In quel momento Luna aprì gli occhi.
    Aveva gli occhi neri come la notte, ma della tristezza nemmeno una traccia, ancora.

     
  • 24 aprile 2006
    Il fidanzato immaginario

    Come comincia:

    Da bambina ne avevo molti. Bambine, bambini, cagnolini ecc.

    Ci giocavo a tutte le ore del giorno. Dormivo con loro, mangiavo con loro, ridevo con loro. La mamma non si era mai preoccupata più di tanto. Diceva che c’erano perché non avevo altri amici con cui giocare. Il pediatra l’aveva rassicurata dicendole che era un fenomeno normale durante l’infanzia.

    Da quando ho compiuto sedici anni fino ad oggi, n’è rimasto solo uno al mio fianco. Si chiama Daniel, ma io l’ho sempre chiamato  Danny. Non è bello, ma carino. Un gran chiacchierone e spesso e volentieri dice cose che non hanno senso, specialmente quando vuole tirarmi un po’ su di morale. Ci riesce sempre sin da quando, a sei anni, caddi dalla bicicletta e mi ruppi un polso. Nessuno riusciva a calmarmi in nessun modo. In ospedale, mentre mi mettevano il gesso, Danny mi teneva la mano.

    Danny è molto dolce, ma anche tanto imbranato. Ha sempre in repertorio battute fuori luogo e un senso dell’umorismo tutto suo. Darebbe la vita per me (in un certo senso deve farlo) e c’è sempre quando ho bisogno di lui. C’è la mattina quando mi sveglio e faccio colazione prima di correre a prendere la metropolitana per andare in biblioteca, dove lavoro. C’è anche durante il weekend quando non ci sono le mie amiche, le sere che guardo la TV da sola. Si sveglia con me. Mi guarda con i suoi occhioni teneri, mi da un bacio e mi tiene stretta fino a quando decido di alzarmi.

    Perché non riesco a fare a meno di lui da quando esiste? Per quel suo modo unico di guardarmi e dirmi sempre che mi vuole bene, specialmente quando ne ho veramente bisogno. Per il solo fatto che quando sono a terra e non vedo alcuna ragione per tirarmi su, lui è vicino a me ad elencarmene una quantità industriale. Mi fa sentire bella, interessante, amata, ma soprattutto capita.

    Capisce tutto quello che mi passa per la testa. Qualunque mio dubbio o paura. Gioisce con me dei miei successi ed è pronto a confortarmi in caso di insuccessi.

    L’unico neo nella nostra storia è che lui compare soltanto durante i periodi più brutti della mia vita, mentre quando sto bene e sono felice… scompare.

    Vi faccio un esempio.

    Due anni fa eravamo la coppia più felice del mondo. Sempre insieme come due gemelli siamesi, ci lavavamo i denti insieme, passavamo anche lo stesso filo interdentale. Guardavamo gli stessi film, ci commuovevamo per i loro finali, ci piacevano gli stessi cereali. Ci guardavamo e ci leggevamo nel pensiero. Praticamente comunicavamo senza pronunciare una sillaba.

    Ogni tanto si discuteva di quando avrei comprato un appartamento tutto mio e lui sarebbe venuto a stare da me. Era al settimo cielo, anche perché si era stancato di questa situazione: i continui bisbigli e le risate sotto il piumino perché i miei non ci sentissero, le uscite con i miei amici, che ovviamente non lo consideravano, le cene rubate e portate in camera per stare un po’ da soli.

    Avevo ormai deciso di trovare un piccolo locale. Magari in centro città. Volevo anche dei bambini (almeno tre ed un cane) e lui, come sempre, diceva di sì a qualunque mio desiderio cercando allo stesso tempo, però, di farmi riflettere sui pro e i contro. Era la mia coscienza.

     

    Il giorno che incontrai Samuel pioveva a dirotto. Mi era rimasto impigliato un tacco sul marciapiede ed avevo dimenticato l’ombrello in biblioteca.

    Era un vero gentiluomo. Mi aiutò a liberare la mia scarpa e poi mi invitò a pranzo in un piccolo, accogliente ristorante all’angolo. Si offrì persino di ordinare mentre io, nella toilette, mi asciugavo i capelli con l’aggeggio con cui ci si asciuga le mani.

    Danny non era affatto geloso, nemmeno quando abbiamo cominciato a frequentarci più assiduamente. Ascoltava tutti i miei resoconti sul suo rivale, però più continuavo ad uscire con Samuel e meno vedevo Danny. Finché, come il suo solito, un bel giorno è scomparso.

    Stare con Samuel mi rendeva felice. Era come vivere un gran bel sogno. Romantico, dolce, sensibile, sembrava perfetto. Mi ero trasferita da lui, nel suo piccolo appartamento in centro città. Ero innamorata al punto tale che vivevo per un suo respiro. Restavo ore ad osservarlo mentre dormiva. Tutte le volte che si svegliava la mattina, lo guardavo e lo stringevo stretto a me fino a quando non decideva di alzarsi. Non smettevo mai di dirgli quanto gli volevo bene.

    I suoi colleghi architetti lo bombardavano di telefonate a tutte le ore. Quando uscivamo con loro non mi consideravano ovviamente, pensavo io, essendo una semplice bibliotecaria.

    Circa un anno fa, pranzando, gli confessai il mio sogno di avere dei bambini, almeno tre ed un cane. Da quel giorno che le cose degenerarono gradualmente.

    Passavano i mesi e tra i suoi colleghi, che lo bersagliavano di telefonate, c’era anche Valerie, la sua nuova assistente. Premetto che non sono mai stata gelosa, di norma, ma questa volta c'era puzza di bruciato, di corna bruciate…

    Il giorno in cui Samuel mi confessò che mi avrebbe lasciato per Valerie il mondo mi crollò letteralmente, sottoforma di un secchio di colore verde che stava sulla scala in camera da letto. Stavo, infatti, cercando di tinteggiare con un tono un po’ più allegro quella camera così monotona.

    Valerie. Non l’avevo mai vista fino a quel giorno. Lei aspettava in macchina fiduciosa che io avrei fatto una scenata e me ne sarei andata con tutti i miei stracci e la coda fra le gambe. E invece no! I miei stracci non li ho impacchettati quel giorno… Sono tornata circa un mesetto dopo, con una valigia vuota e il cuore letteralmente tritato.

    Continuavo a pensare a cosa avesse lei che non avevo io. Un cane l’aveva, ma non voleva marmocchi.

    Nel frattempo ero tornata a vivere dai miei genitori tra un “te l’avevo detto”, un “quello lì non mi è mai piaciuto” e un “morto un papa se ne fa un altro”. Poveretti anche loro: cercavano di tirarmi su come potevano.

    Ho pianto per giorni chiusa in camera. Uscivo solo perché ero costretta a mangiare e per via di altri bisogni fisiologici che tutti conoscono.

    Una mattina, credo due settimane fa, mi sono svegliata senza cominciare a piangere. Danny era vicino a me. Sentivo il suo calore e le sue mani che mi accarezzavano dolcemente. Lo aspettavo.

    Mi ha dato un bacio sul collo e poi ha esordito con una delle sue solite battute per sdrammatizzare e, baciandomi, mi ha ripetuto quanto ero bella e quanto mi voleva bene. Come sempre, ci siamo giurati di non lasciarci mai più e io sono corsa a comprare il giornale e ho sfogliato gli annunci immobiliari.

    Oggi è il giorno del trasloco. I miei amici mi stanno dando una mano e Danny osserva silenzioso. Sorride perché sa che fra qualche ora saremmo finalmente soli. Riempirò la vasca con acqua bollente e sali profumati. Accenderò un incenso e sceglierò uno dei CD che ci piace tanto. Dopo il bagno ci sdraieremo sul divano a guardare un bel film romantico. Alla fine piangerò come solo un salice sa fare e lui mi bacerà. Finalmente parleremo senza più bisbigliare.

    Lo sa che ho conosciuto Christian. Come sempre, mentre gli raccontavo i particolari, mi ha sorriso guardandomi un po’ preoccupato.

    Mi ha ricordato, come una lista della spesa, tutti i ragazzi che mi hanno spezzato il cuore, raccomandandomi di fare attenzione.

    L’ho baciato e gli ho detto che lo amo e che non amerò mai nessuno quanto lui.

    E’ sera, sto preparando il nostro bagno. Ho acceso la TV così Danny si può rilassare un po’. Ci sono cartoni dappertutto. In camera da letto ci sono due materassi per terra, due piumoni e due cuscini. La casa profuma di nuovo o forse solo di muffa, ma sono felice. Tranquilla. Con una mano controllo l’acqua seduta sul bordo della vasca. Intravedo Danny che guarda la TV. Il suo sguardo e il mio sono identici. Pensiamo alle stesse cose, lo so.

    Suonano alla porta.

    Mentre gli passo davanti per andare ad aprire, mi sorride. Siamo proprio una coppia felice.

    Apro la porta.

    Davanti a me c’è Christian con un mazzo di fiori e una bottiglia di Champagne. E’ venuto per festeggiare e, dando uno sguardo in casa, siccome sono da sola, mi chiede se può entrare.

    Gli sorrido e gli dico di mettersi comodo sul divano mentre vado a chiudere l’acqua in bagno. Ripasso davanti al divano e provo una strana sensazione. Cosa mi sono dimenticata?

    Torno e mi siedo vicino a Christian. Mi accorgo che uno dei cuscini è umido. Forse si è bagnato con la pioggia oggi in strada mentre lo caricavo con le altre cose in macchina.

    Parliamo del più e del meno. Mi chiede se può darmi una mano domani con gli scatoloni. Ci raccontiamo le rispettive giornate. Qualche battuta stramba che mi fa ridere, qualche sorriso. Mi sento proprio a mio agio con lui. Come se lo conoscessi da quando ero bambina.

    Christian mi prende la mano e, guardandomi negli occhi, mi dice che si è innamorato di me dal primo momento che mi ha vista. Mi bacia. La sensazione che provo è indescrivibile. Aspettavo tutta la vita un bacio così. Aspettavo Christian da tutta la vita. Ma dov’era fino ad ora? Non importa, ora è qui e io non sono più da sola. Qualcuno un giorno mi aveva detto che quando la mia anima gemella mi avesse baciato, me ne sarei accorta in un secondo. Fino ad oggi credevo si trattasse della solita frase da film, che ti rifila la tua amica felicemente sposata per darti una piccola speranza di non finire vecchia e zitella con uno di quei cagnolini sulle ginocchia.

    Fino ad oggi. Da oggi tutto ha un senso. Le sue labbra, i suoi occhi, le sue mani. Il paradiso.

    Parliamo tutta la notte fino ad addormentarci davanti la TV.

    Christian non è bello, ma carino. E’ molto dolce, ma anche tanto imbranato.

    Stanotte dormo serena.

    Sogno Danny. I suoi occhi sono umidi. Mi abbraccia e mi bacia teneramente sulla fronte. Spera che questa sia la volta buona, anche se ciò significa non rivedermi mai più.

    Lo abbraccio forte e lo stringo a me, gli sussurro in un orecchio che lo amo e che un giorno lo sposerò. Mi guarda, sorride e mi bacia.

     

    È proprio vero: non capita tutti i giorni che uno degli amici immaginari durante l’infanzia si trasformi in un fidanzato immaginario in età adulta.

     
  • Come comincia: Storia di Valentina. Una ragazza come le altre con un cuore grande e tanta voglia di donare il suo amore alle persone che la circondano. Un solo problema: non sapeva come farlo.
    Un mattina di inverno prestissimo Vale, come la chiamavano gli amici, o almeno coloro che lei definiva cosí, si alzò. Si infilò le scarpe da ginnastica, ormai logore dalle infinite passeggiate mattutine. Il pacchetto di Marlboro Lights che aveva sempre accanto al letto sul comodino. Uscì di casa. Un appartamento in un vecchio sobborgo di quella grandissima città che la assorbiva come una particella insignificante e che le sembrava un universo cosí vasto e immenso da potersi perdere e dimenticare tutto.
    Appena scesa in strada il freddo pungente la avvolse e la voglia di correre di nuovo in casa a riscaldarsi era così forte che la combattè a forza di saltelli su e giù dagli scalini. Si accese una sigaretta e si incamminò. Le strade erano ancora buie e deserte e qualche appartamento cominciava a illuminarsi come un bimbo che apre piano gli occhi dopo un bel sonno ristoratore. In lontananza si sentiva il rumore dei camion che ogni mattina passavano e pulivano i marciapiedi con le loro spazzole rumorose. Valentina sentì come tutte le altre mattine quella strana sensazione mista a paura e tranquillità che quelle passeggiate le davano, ma c'era un qualcosa di diverso. Pensò come una settimana fa quella serata così strana le aveva fatto conoscere Michele, colui che le aveva fatto passare notti insonni e fatto battere il suo cuore per la prima volta dopo tanto tempo. Chissà quando lo avrebbe rivisto. Pensò al suo sguardo incredibilmente dolce e al suo sorriso così rassicurante che le avevano trapassato il cuore lasciandole il suo ricordo inciso indelebilmente. Sorrise mentre attraversava la strada. Passò davanti alla solita latteria che come tutte le mattine, puntualmente stava aprendo. La signora la salutò come faceva tutte le mattine, ma Vale non si accorse dello solito sguardo, che alle sue spalle la osservava con scherno. Lei sapeva che molta gente la prendeva per pazza: alzarsi alle cinque di mattino e camminare per vicoli bui e deserti. Una ragazza di venticinque anni. Quelle passeggiate la tenevano viva. Il suo cuore da tempo non provava più alcun sentimento, come fosse caduto in un coma profondo che non lo faceva soffrire, ma non gli regalava nemmeno sensazioni vive. Michele… il suo pensiero le fece trattenere il respiro. Sentiva ancora la sua voce che, calma e sicura, le parlava di storie che nemmeno si ricordava. Raccontava con una passione contagiosa e sebbene non si ricordasse le storie, Vale sentiva la passione e il coinvolgimento dentro di sé come se quelle sensazioni fossero state le sue. Ecco il camion dei netturbini che le passò accanto e il rumore assordante la distolse dai suoi pensieri. Si infilò nel solito vicolo, quello che portava alla casa di Giuliana. La sua migliore amica. Colei che ascoltava sempre tutte le sue infinite e noiose storie anche più volte e sembrava non le dessero fastidio mai. Senza di lei si sentiva persa. In qualunque situazione lei doveva esserle accanto. Giuliana non capiva questo bisogno. Non capiva neanche Vale. Le voleva bene e la ascoltava e questo era più di quello che qualunque persona avesse mai fatto per lei. Passó davanti alla sua casa e lasciò una lettera nella cassetta. Era una lettera che aveva scritto quella stessa notte. Lei non era brava con le parole e quasi sempre, se aveva cose importanti da dire, le scriveva. Era come se scrivendo tutti i suoi sentimenti (che fossero positivi o negativi) scivolassero via dalla sua mente d'incanto e per qualche minuto si sentiva serena. Serena non si era sentita mai completamente. Sebbene cercava la serenità con tutte le sue forze, dentro di lei sapeva che non l'avrebbe mai trovata. L'angoscia di questa certezza la lacerava e molte sere si ritrovava davanti allo specchio in lacrime, i suoi polmoni respiravano così affannosamente da farle male. Avrebbe voluto urlare, scagliare qualcosa contro quello specchio, che così tante volte sembrava un nemico crudele. Si stendeva a letto, chiudeva gli occhi e si immaginava come risucchiata in un'altra vita; tanto diversa dalla sua ma così bella da farla finalmente respirare, calma. Lentamente durante quelle visioni, riusciva a prendere sonno e la mattina si svegliava alle cinque con quella strana sensazione di insoddisfazione, che la spingeva fuori dalle lenzuola verso i vicoli che ora stava percorrendo. La luce cominciava a insinuarsi tra le vie e le ombre le sembravano sempre più grandi, ma meno minacciose. All'angolo c'era come sempre lo stesso vagabondo che ogni sera si stendeva al caldo in un cartone. I suoi occhi non trasmettevano alcuno stato d'animo. Spenti e rassegnati ad un destino che non aveva più la forza di cambiare. Per un attimo Vale lo invidiò. Lui sicuramente non si rigirava e rigirava tutta la notte nel suo letto in preda ad attacchi di panico e ansia che lo facevano sudare e stare male. Poi d'un tratto si vergognò di quello che pensava, distolse lo sguardo e cercò di scacciare altri pensieri stupidi, che potevano riaffiorare. Giuliana fra un po' si sarebbe alzata e uscendo di casa per andare al lavoro, avrebbe trovato la sua lettera. L'avrebbe letta e a seconda del suo umore avrebbe deciso se chiamarla o meno. Spesso sentiva che Giuliana la compativa. Non ne era offesa e nemmeno delusa. Si sarebbe compatita anche lei se avesse potuto e forse già inconsciamente lo faceva. Mentre attraversava la strada parallela a quella dove abitava sentì un forte brivido lungo la schiena. Michele le aveva accarezzato una guancia per scostarle la ciocca dei suoi lunghi capelli neri dagli occhi. In quel momento aveva sentito lo stesso brivido, ma l'intensità e la sensazione erano diversi. Mentre con Michele aveva provato un senso di tranquillità mista a eccitazione che la fece sorridere, in quel momento sentiva una sorta di inquietudine che le percorse tutto il suo corpo. Quante volte Giuliana le aveva dato della stupida per il solo e semplice fatto che se ne andava tutta sola soletta la mattina per i vicoli come una vecchia pazza. Chissà cosa avrebbe pensato Michele nel vederla ora in quelle condizioni. Lei avrebbe voluto essere abbracciata e baciata, amata e coccolata solo per una sera. Giuliana la spronava a farsi avanti, ma lei era come paralizzata. Era terrorizzata al solo pensiero di fargli percepire quanto lui l'avesse stregata. Un momento gli si avvicinava e quello dopo si allontanava. Si poteva leggere nel suo di lui sguardo lo sgomento e l'incomprensione per quel atteggiamento. Si erano lasciati con un ciao. Senza nemmeno un numero di telefono o un indirizzo. Valentina sapeva che non lo avrebbe mai più rivisto e il dolore che provava le strozzava la gola. Giuliana le aveva detto che avrebbe dovuto comportarsi diversamente e, sebbene Valentina le volesse bene (come una sorella), sentire quelle parole di ammonimento era insopportabile. Perché non la capiva? Ma lei si capiva?
    Quella mattina aveva dimenticato il cellulare, che nel suo appartamento squillava in continuazione. Giuliana la chiamava. Era inquieta e cercava invano di sentire la voce di Valentina per assicurarsi che stesse bene.
    Valentina sentì solo il rombo del motore e una luce accecante, non sentì dolore e neanche paura nel momento in cui il camion, che ogni mattina sembrava fare le corse per portare il latte in latteria, la travolse. La signora della latteria era lì di fronte al negozio che guardava gli angoli delle strade impaziente chiedendosi dove fosse finito il benedetto corriere con il latte. Non sapeva che quella mattina non lo avrebbe ricevuto. Le strade erano silenziose e Giuliana sussultò al rumore dell'ambulanza in lontananza. Di ambulanze ne aveva sentite tante, ma quella era come un messaggio. Riprese a chiamare Valentina. Tremava mentre faceva il numero e lasciò squillare finchè la voce dell'operatore non la fece sussultare. Riagganciò, si sedette sul letto e fissò il muro dinanzi a sé come se avesse già capito tutto.
    Michele era nel suo appartamento, dormiva e il suo viso era disteso e emanava una strana dolcezza. Per un momento la pelle della sua guancia di corrugò come se una folata di vento gli avesse fatto venire la pelle d'oca. Si mosse lievemente e subito la sua espressione si riaddolcì e un lieve sorriso gli dipinse l'angolo delle labbra.
    Il barbone aveva gli occhi aperti. Scosse la testa e li chiuse. Unì le mani come in una preghiera.
    Giuliana aprì la lettera e le prime righe che lesse furono: "Scusami amica mia se non riesco a seguire i tuoi consigli, ma volevo solo dirti che ti voglio bene e che la prossima volta cercherò di farlo." Il tono della lettera era allegro. Era la prima lettera con un tono sereno che Vale le avesse mai scritto, e in quel momento Giuliana pianse.
    Valentina sentì il respiro fermarsi. Si infilò le scarpe da ginnastica, ormai logore dalle infinite passeggiate mattutine. Il pacchetto di Marlboro Lights che aveva sempre accanto al letto sul comodino. Uscì di casa. Ma quella mattina era diversa. La luce la trapassava e lei si sentiva finalmente serena.

     
  • 30 novembre 2005
    Sole - Luna

    Come comincia: "Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
    "Si ora….. subito….. ancora un minuto…"

    Era mattina. Avevo nove anni. Dalla finestra vedevo il sole che stava lì in mezzo al cielo, fisso a guardare. "Mamma? Che ha il sole da guardare così? Perché sta fermo e mi fissa?"
    "Il sole non ti fissa. E' una cosa inanimata. Marika, dai allora! Finisci i tuoi cornflakes che sennò fai tardi a scuola!!"
    Guardavo la mamma che correva di qua e di là in cerca delle ultime cose da mettere nella borsetta prima di infilarmi in macchina, scaricarmi a scuola e andare di corsa al lavoro. Mi girai ancora a guardare il sole e gli feci la linguaccia. Mi dava fastidio quella cosa lì che mi fissava tutto il giorno e ogni volta che pioveva saltavo per casa tutta felice e contenta. Nei giorni di pioggia mi piaceva uscire, ma la mamma mi diceva sempre che pioveva troppo e che se continuavo a uscire con la pioggia prima o poi mi sarei ammalata.
    "Allora! Finiscila di fissare fuori dalla finestra! Muoviti! Mangia!"
    Mi scossi dalla sedia. Uffa ma perché sempre tutto di corsa? Sempre tutta questa smania di arrivare puntuali? La scuola neanche mi piaceva. La mamma mi diceva che la gente che non va a scuola poi finisce sul marciapiede a piangere e chiedere i soldi come quel barbone davanti al centro commerciale.
    Io avevo paura dei barboni. Mi guardavano sempre con quell'aria lì. Si, insomma, come se mi volessero prendere e nascondere dentro la giacca, per poi mangiarmi.
    La mamma mi tirò via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. Mi strattonò per un braccio, mi diede la cartella e mi trascinò, sempre senza dire una parola fuori di casa. Scavava in quella borsa in cerca delle chiavi, che cinque minuti prima aveva preso dalla mensola e infilato nella borsa. Io sbuffai. Eccole! Chiudeva la porta sempre due volte e poi controllava che fosse chiusa sul serio. Io esaminavo ogni più piccola mossa perché volevo capire cosa stesse facendo.
    Mi prese per la manica della giacca e mi strattonò ancora fino alla macchina. Non facevo mai in tempo a sedermi che già mi allacciava quella fastidiosissima cintura. Sempre in silenzio. Metteva in moto la macchina e anche per uscire dal vialetto di casa, controllava che non arrivassero macchine. Chissà da dove sarebbero dovute spuntare queste benedette macchine.
    Tutte le mattine la stessa storia.
    Arrivata di fronte alla scuola aspettò e prima di scendere mi diede un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via se andava sgommando."
    Prima o poi si ammazzerà. Pensavo.

    Era pomeriggio. Avevo 18 anni. Ero appena uscita dalla scuola guida. La mamma mi aveva spinto ad iscrivermi perché da quando mio padre se n'era andato di casa 8 anni prima, era diventata una donna autonoma. Di quelle, per dirne una, che si servono degli uomini solo per soddisfare i loro bisogni sessuali. Studiavo ancora. Avevo ripetuto la quarta classe due volte. La mamma quell'anno era veramente fuori di sè! Mi diceva che sicuramente la mancanza di intelligenza, la svogliatezza e il mio essere ribelle l'avevo ereditato da quello lì. "Quello lì" era mio padre. Odiavo quando lo chiamava in quel modo e c'erano giorni che mi esasperava a tal punto che capivo il perché l'avesse lasciata. Non capivo però il perché avesse lasciato me senza portarmi, invece, via con lui.
    Avevo fretta. Presi la bicicletta e infischiandomene del semaforo che era così rosso che sembrava scoppiare, attraversai la strada. Un'automobilista inchiodò e suonò il clacson così forte che pensavo sfondasse il parabrezza con la mano attaccata al volante. Gli sorrisi e tirai dritto.
    C'era sempre il sole lì a guardarmi. Ogni passo che facevo. Che strazio pensavo. Non potrebbe piovere? Mi ricordai della prima volta con Ale. Quando sul prato dietro ai cespugli, durante la gita in terza, lui mi aprì i bottoni della camicetta. Sembrava come se volesse rompere tutto dalla fretta. "Ma sono sempre circondata da persone nevrotiche" pensavo tra me e me. Speravo che finisse presto. Lucia mi aveva detto che lei l'aveva fatto e che era stata la cosa più bella della sua vita. Che si è donna solo quando lo si prova. Mentre pensavo a quello che diceva Lucia, Ale già ansimante, mi ficcava la lingua in gola e con le mani, tutte e due, impastava i miei seni. Cominciava ad essere una rottura, ma perché Lucia si e io no. La sua mano destra era già alla cerniera dei miei jeans. "Piano" pensavo "che non posso mica permettermi di salire in bus con i jeans rotti". Sentivo le sue dita che massaggiavano le mie mutandine. Pensavo a Lucia. Poveretta. Se questo vuol dire "la cosa più bella della sua vita". Strinsi i denti quando alla fine si decise a fare quello per cui eravamo lì.
    Ci provò una, due, tre volte prima di entrare.
    Durò pochi secondi, anche se dal male mi sembravano ore. Poi si accasciò su di me. Ero sotto di lui che cercavo di togliere i suoi capelli dalla mia bocca. Lui era come morto. Per qualche secondo pensavo che dall'eccitazione qualche vena gli fosse scoppiata nella testa e fosse morto davvero. Poi si mosse. Mi guardò sorridendo e mi chiese "E' stato bello, vero?". "Si" risposi.

    Era sera. Avevo 28 anni. Ero al lavoro. Marco mi aveva chiamata per dire che quella sera tardava. "Tanto per cambiare" pensai buttando giù il telefono. Mi chiedevo sempre che cosa avesse un bancario da fare fino alle nove, dieci di sera in banca. Mah.
    Guardavo il monitor. Era estate e c'era un caldo bestiale. Erano quasi le sette e fra un po' sarei uscita per tornare a casa. Avrei cucinato per il mio fidanzato e poi mi sarei sdraiata davanti alla TV a guardare un film con George Clooney. Sperando che Marco si addormentasse e non mi chiedesse di fare l'amore con lui.
    Fidanzato. Che cosa strana. Due anni fa, quando l'avevo conosciuto, era un punkettaro anarchico, che diceva di voler cambiare il mondo. Lui no che non si sarebbe mai piegato alle convenzioni dello stato di merda in cui vivevamo. A me piaceva a quel tempo. Mi piaceva la passione nei suoi occhi mentre parlava di politica e di quei sporchi giochi di potere, come li chiamava lui. Mia madre il giorno che lo vide, sbiancò. Aveva i jeans tutti strappati, come la maglietta. I capelli rasati ai lati con una cresta nel mezzo verde, che poco ci azzeccava con il colore viola dei sui anfibi vecchi di sette anni. Nell'orecchio non aveva un orecchino, bensì una spilla di sicurezza. Guardava mia madre con uno sguardo schifato. Io la guardavo con uno sguardo divertito.
    Quel giorno era stato un incubo per lei, ma sperava che finisse presto.
    Dopo nemmeno un anno, il cambio radicale. Marco mi disse che voleva essere accettato dalla mia famiglia, perché mi amava. Mi disse che mia madre gli aveva trovato un lavoro nella sua banca, ma che avrebbe dovuto cambiare un po' il suo look. Un po'?? da un giorno all'altro il mio allora ragazzo e a breve fidanzato sembrava come posseduto. Abiti scuri, scarpe laccate. Capelli né troppo corti, né troppo lunghi. Maniche delle camicie sempre lunghe (per nascondere i tanti tatuaggi). E quel sorriso da ebete che gli era cresciuto così… durante la notte. Forse per darmi fastidio.
    Uscivo dall'ufficio sempre verso le sei, ma stasera dovevo fare gli straordinari. Alle sette ero davanti alla porta che dava sulla piazza a fumare una sigaretta. Guardai al cielo. Ed eccolo lì. Il sole a guardare come un allocco, più pallido del solito però. "Uffa" sbuffai. Mi perseguiterà in eterno.
    Feci il giro largo. Non lo facevo mai. Passai davanti alla banca di Marco. Non c'era nessuno. Tutte le luci erano spente. Doveva essere già a casa. Dal giorno del nostro fidanzamento, era passato un anno ormai e lui continuava a fare straordinari per il mutuo, diceva, ma non avevamo nemmeno iniziato a cercare casa.
    Girai l'angolo e salii le scale. Glielo dovevo dire. Fra un po' ormai se ne sarebbe accorto. Aprii la porta, che chiudevo sempre due volte, controllando fosse chiusa prima di andarmene. In casa non c'era nessuno. Aspettai fino alle nove. Arrivò Marco dicendomi "Questo lavoro mi ucciderà. Ho finito solo dieci minuti fa!" mi disse sorridendo "che c'è? Che mi devi dire di così importante tesoro?".
    Lo guardavo, lo guardavo con lo sguardo di chi ha capito, ma se ne frega. Senza interesse: "Sono incinta. Da tre mesi".

    E' notte. Ho 38 anni. Luna mi aspetta a casa. L'ho chiamata così per fare un dispetto al sole. Ha solo nove anni e avrà tantissima paura. Sono sdraiata sul pavimento. In una via laterale vicino alla piazza davanti alla mia ditta. Sono ormai cinque anni che mi ammazzo di lavoro. Marco ci ha lasciate. Per una neo hippy che vuole cambiare il mondo. Ora ha i pantaloni della tuta mezzi sporchi, la barba, suona il bongo e dice che lui, in fondo, non è mai cambiato. Che la nostra storia gli ha fatto capire che non ci si può nascondere dietro alle convenzioni per essere felici.
    Il mio capo per darmi l'aumento mi ha chiesto se una sera avrei potuto andare a casa sua. "Sai… così… ehm… per parlarne" ha detto.
    "Perché non ne possiamo parlare in ufficio?" gli ho chiesto seccata. "No".
    Questa mattina Luna non voleva mangiare i suoi cornflakes. Io non trovavo il rossetto che dovevo mettere in borsetta. Le ho urlato contro che doveva muoversi o avremmo fatto tardi. Continuavo a cercare. Nei cassetti, nella mensola, sul divano in salotto. Sono tornata in cucina.
    Le ho tirato via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. L'ho strattonata per un braccio dandole la cartella e trascinandola, sempre senza dire una parola fuori di casa. Ho rimestato nella borsa in cerca delle chiavi. Cinque minuti prima di uscire le prendo sempre dalla mensola e le infilo nella borsa. Che stupida. Luna ha sbuffato. Ho chiuso la porta due volte e poi ho controllato che fosse chiusa sul serio. Mi sentivo osservata da lei in ogni mossa che facevo.
    L'ho presa per la manica della giacca e strattonata fino alla macchina. Prima che fosse seduta cercavo di metterle la cintura. Ho messo in moto la macchina e controllato se arrivava qualcuno. "E' il vialetto di casa tua per la miseria!" ho pensato."Da dove dovrebbero spuntare queste benedette auto?" Tutte le mattine la stessa storia.
    Arrivata di fronte alla scuola ho aspettato e le ho dato un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via sgommando. Prima o poi mi ammazzerò. Pensavo.
    E il sole! Ancora lì. Che palle. Ma perché c'è sempre.
    Pochi minuti fa uscivo dall'ufficio. E' buio. Cammino e sento dei passi dietro di me. Mi sento sola. Non so perché lancio uno sguardo al cielo, come per cercare qualcuno. Ma nulla solo stelle. Neanche la luna. Chissà dove sarà…
    Quando mi butta a terra non capisco subito cosa mi succede. Sento il suo peso su di me. Il silenzio. Non grido nemmeno, io. Sento una cosa fredda e pungente sul mio collo. Mi strappa la camicetta e il reggiseno. Anche la gonna. Capisco cosa mi sta succedendo. Grido. Un pugno mi prende la guancia. La sento gonfiarsi e sento l'occhio come schizzare fuori dalla orbita. Il sapore del sangue nella bocca. Chiudo gli occhi. Mi gira la testa. Lui ha quasi finito. Lo sento. Prego che finisca presto. Svengo.

    "Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
    "Oh Dio!" "Oh Dio mio!"
    Apro gli occhi. La luce mi acceca. E' Ale. Mi ha trovata lui. Qui. Sta chiamando la polizia con il cellulare. Non riesco a parlare. Mi fa male tutto. Guardo in cielo. Il sole mi sorride. Io gli sorrido. "Voglio tornare a casa. Voglio tornare a casa da Luna."
    Chiudo di nuovo gli occhi. Non ce la faccio sono stanca. Ma fra un po' andrà meglio. Tutto andrà meglio. Sento la sirena.

     
  • 30 novembre 2005
    Amore relativo

    Come comincia:

    È notte. È buio
    Lui la guarda negli occhi. I suoi capelli le oscurano il viso. Cerca di spostarli dal viso, ma il vento è troppo forte.
    "Resterò con te per sempre, ti amo."
    Le lacrime le annebbiano gli occhi.
    "Anch'io. Non ti lascerò mai"
    Silenzio. Solo un sibilo nella notte, mentre sulla strada le macchine sfrecciano incuranti sul ponte più alto.

    *******


    Il giorno prima era una bella giornata d'autunno. Tara e Colin avevano deciso. La loro vacanza li avrebbe portati in Austria. Di tutte le città che avevano visitato negli ultimi anni, Innsbruck e Vienna erano fra quelle che mancavano all'appello.
    Avevano discusso a lungo su dove andare e come. Specialmente sul come. Avevano speso tutto in Olanda e invece di cercarsi un lavoro occasionale, che gli avrebbe almeno permesso di viaggiare con il treno, avevano deciso di continuare così. In autostop.

    Tara era incaricata di trovare il passaggio. Colin diceva che per una ragazza era semplice attirare l'attenzione e bella com'era, Tara, non aveva certo problemi di sorta.

    Arrivarono ad Innsbruck alle due di mattina, con un camionista di nome Rocco. Il viaggio l'avevano passato all'interno della cabina stretti come sardine. Era infatti uno di quei camion della seconda guerra mondiale, che ormai nessuno usava più.

    Forse per l'ora o forse per il freddo la città sembrava desolata. Dai pub sulla via principale si udivano gli schiamazzi degli ultimi clienti che ormai ubriachi se ne tornavano a casa. La lingua non la capivano, ma conoscevano bene la situazione. Quante sbornie in pub, dai quali venivano regolarmente cacciati fuori. Sean che litigava con il proprietario del pub. Maggie che cercava di trattenerlo perché non finisse a pugni come al solito. Tara e Colin che ridevano da matti godendosi la scena. Quanto gli mancavano i loro amici.

    Quando avevano deciso di intraprendere questo viaggio che dall'Irlanda li avrebbe portati a visitare tutta l'Europa, non avrebbero mai pensato che Dublino potesse mancargli così tanto. Ma ora erano quasi alla fine del viaggio. Dopo Innsbruck infatti si sarebbero diretti a Verona, in Italia, per poi andare a Roma e da lì tornare a Dublino.

    Si guardarono a lungo e alla fine Colin, sbuffando, si decise. C'era un pub irlandese sulla destra e decise di entrare per chiedere ospitalità. Il proprietario, James, era un uomo sulla quarantina. Gli occhi gli luccicavano forse dalle tante birre che si era scolato e sorrideva al muro come se ci fosse qualcuno. Quando vide Colin, in un tedesco sforzato, gli disse che il pub era chiuso. Colin gli rispose in inglese che non era lì per farsi una birra, ma per chiedere ospitalità. James scoppiò in una fragorosa risata e senza pensarci su due volte spinò una birra e gliela offrì.

    Dopo avergli raccontato delle peripezie e avventure che gli erano capitate, Colin chiese all'oste se poteva passare la notte al caldo nel suo pub. Anche la sua ragazza che aspettava fuori. Tara! Ma certo… sbronzo com'era si era dimenticato di lei.

    Ridendo come un pazzo uscì a chiamarla.

    *******


    Tara si era seduta sul marciapiede e giocherellava con un pezzo di carta trovato sul camion di Rocco. Era stanca ed aveva freddo, ma non aveva voglia di entrare con Colin e ubriacarsi. Non aveva voglia di ridere ed essere carina per fare colpo sul proprietario e alleggerire il compito a Colin di trovare un posto per la notte.
    Sospirando i suoi pensieri spaziavano nei ricordi. L'ultimo anno di università. Era lì che aveva conosciuto Colin. Lei studiava letteratura, lui faceva il giardiniere.
    Un giorno studiando nel giardino dell'università si era accorta del bel giovane che potava le aiuole. Lui la guardava sorridendo.
    Era sempre stato così Colin, sorriso sulle labbra e uno sguardo che diceva: fanc… tutti, io so quello che voglio e come ottenerlo.

    Le aveva regalato una rosa per chiederle un appuntamento. Lo faceva con tutte, Tara lo sapeva. Non c'era ragazza in tutto il college che non avesse passato almeno una notte con lui. Non era capace di avere una relazione seria. Gliel'aveva detto subito dopo il primo bacio. Lei non sapeva perché fosse così sincero con lei.

    Alla rosa Tara rispose dicendo che a lei i fiori non piacevano per nulla e che si sarebbe potuto risparmiare la fatica di abbordarla in un modo così scontato.

    Colin la guardava incredulo. Nessuna gli aveva mai detto una cosa del genere. Nessuna aveva mai resistito al suo sguardo misto tra lo strafottente e il dolcissimo. Scoppiò in una fragorosa risata. Anche Tara, dopo qualche secondo di silenzio, scoppiò a ridere. Rimasero lì sdraiati sul prato per quattro ore a parlare di tutto e di niente.

    Perché era cambiato così tanto? O forse era sempre stato così. D'altronde lui lo diceva sempre di essere un grande stronzo bastardo. Lei lo sapeva. Lei lo capiva.
    Lo amava. O forse no.

    Non aveva voluto innamorarsi di lui. Non voleva innamorarsi di nessuno. Aveva sofferto. La gente rideva quando lo diceva. Chi non aveva sofferto per amore? Ma per favore!... cosa credeva di essere l'unica martire sulla terra?!

    Non aveva voluto fidarsi di lui. Non si fidava di nessuno. Troppe volte era stata usata da persone che credeva amiche. L'amicizia e l'amore sono come una bella favola. Diceva. Come quando da piccoli si crede in Babbo Natale. Si aspetta il Natale come fosse il giorno più importante dell'anno. E poi un bel giorno qualcuno, non ci si ricorda nemmeno chi, ti dice che non esiste Babbo Natale. Questo lo aveva detto a Colin, dopo averci fatto l'amore. Lui le aveva chiesto se quando faceva sesso lo faceva per amore. Lui non credeva a quelle stronzate. Cosa c'entra il sesso con l'amore. Quando si ha voglia la si ha. Così.
    In effetti se si fosse innamorato di tutte quelle che aveva portato a letto…

    Tara si ricordava ancora quel momento. Si ricordava il momento in cui guardandolo capì che avrebbe dato tutto per lui. Il momento in cui sapeva che ormai lo amava senza speranza.
    Dopo una festa. Quando era corsa al bagno perché stava male. Si era alzata dal tavolo e l'intero pub le girava intorno. Le voci e il chiasso della gente rimbombavano nella sua testa. Doveva correre. Non poteva farlo lì davanti a tutti. Mentre vomitava si sentiva morire. Forse aveva bevuto troppo… forse aveva fumato troppo. Aveva paura. Paura di morire. Aveva sempre avuto paura di morire. Ogni mattina dopo una sbornia si sentiva depressa. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato. Ma come sarebbe stato. Dio. Che paura… gli mancava il respiro. Ancora uno sforzo e poi ti sentirai meglio, diceva a se stessa. Sentì una mano che le accarezzava i capelli. Una voce che le diceva: "Sono qui. Non aver paura. Non ti lascerò sola."

    Colin l'aveva portata a casa quasi in braccio. Spogliata e messa a letto. Non l'aveva lasciata un attimo. Le aveva continuato ad accarezzare i capelli finchè il mondo non aveva smesso di girarle intorno. Finchè non si era addormentata. Quella notte lei sapeva che ormai si era innamorata. Che forse anche lui, a modo suo, l'amava. Che Colin era l'unica persona che aveva al mondo. L'unica a cui forse fregava qualcosa di lei.

    Cosa era cambiato allora?

    Non si era mai accorta delle volte che lui la dimenticava nei pub? Che la faceva aspettare ore su una panchina mentre chiacchierava con i suoi amici?
    Si alzò dal marciapiede e cominciò a camminare. Dove andava non lo sapeva nemmeno lei. Ma lontano. Lontano. Che c'era di meglio se non scappare ora. Ora che nessuno sarebbe riuscito a trovarla. Poteva scomparire. Andare da sola in Italia. I tassisti la guardavano con disinteresse. Qualcuno le chiese qualcosa, ma lei non capiva. Continuava a camminare.

    *******


    Colin la cercava. Correva sulla strada. Chiedeva in inglese ai tassisti se avevano visto una giovane ragazza con uno zaino. Loro alzavano le spalle.

    Tara! Taraaaaa! Non sentiva le urla disperate di Colin. Camminava verso l'autostrada. Colin sicuramente era ubriaco a ridersela con l'oste e forse si sarebbe addormentato su un tavolo.

    Un furgone si fermò e le chiese dove stesse andando. Il suo passaggio verso l'Italia. Erano due ragazzi che andavano a lavorare all'area di servizio e che le avrebbero dato volentieri un passaggio. Poi avrebbe trovato sicuramente qualcuno per l'Italia.

    Si era fermata al McDonalds a mangiare un panino. Era stanca e triste. Un po' si pentiva. Colin si sarebbe arrabbiato quando si sarebbe accorto di quello che aveva fatto.
    Dalla grande finestra si vedevano le montagne nere. Gli alberi che sembravano così piccoli.

    Uscì al freddo e si incamminò. Qualcuno le aveva detto che dal Ponte Europa si poteva guardare giù e sentirsi in paradiso. Sentiva il ponte tremare sotto i suoi piedi ogni qualvolta un camion passava vicino a lei. Il vento era forte. Faceva fatica a respirare. Sentiva lo strapiombo alla sua sinistra. E sentiva l'altezza. C'era una luce.

    *******


    Colin era disperato. Un tassista impietosito si avvicinò e gli fece capire di aver visto Tara. Gli mostrò la direzione verso la quale si era incamminata. Non finì nemmeno di parlare. Colin correva. Correva forte.
    Parlava da solo mentre correva…
    Non sentiva nemmeno la terra sotto i piedi. Respira.
    Lo sapeva. Sapeva che Tara se n'era andata. Respira
    Lui capiva sempre cosa le passava per la testa. O almeno credeva. Respira.
    Lo sapeva che stava male. Respira
    Lo sapeva che avrebbe dovuto dimostrarle quello che provava per lei.
    Non respirava. Lo sforzo e il cuore che gli batteva forte nel petto. Dio, non voleva perderla.
    L'alcol gli faceva credere di correre più piano e allora si sforzava di più. La milza faceva male. Fitte insopportabili. Si fermò. Era vicino al casello. Provò la fortuna cercando di fare autostop. Ma chi si sarebbe fermato?
    Era sudato.
    Gli occhi gonfi e respirava affannosamente.
    Non si sarebbe fermato nemmeno lui se si fosse visto.

    Continuava a camminare. Sull'autostrada. I clacson che lo assordavano. La corsia d'emergenza sembrava non finire mai. Ma dove cavolo stava andando? Tara. Io non posso. Non voglio. Non riusciva a pensare chiaramente.

    Vedeva una luce. Un ponte. Sentiva il ponte ondeggiare sotto i piedi. Il vento lo trascinava in avanti. Non faceva più fatica. Sentiva lo strapiombo alla sua destra. E sentiva l'altezza.
    Una figura davanti. Una visione o realtà? Gli girò intorno e si fermò.
    La guardava. Lei guardava lui.
    Lui faceva fatica a respirare. Lei non lo vedeva, il vento le faceva andare il vento negli occhi.
    Lei aveva freddo. Lui sudava.

    Le montagne vicine erano calme. Come se si godessero lo spettacolo. Il rumore del vento tra gli alberi sembrava un grido sordo. Smetteva di tanto in tanto. Sembrava trattenesse il respiro per cercare di sentire e capire quello che stava succedendo.
    Le macchine sfrecciavano incuranti.

    Lui la fissava negli occhi. Non le vedeva il viso. Il vento era troppo forte e le scompigliava i capelli.
    "Resterò con te per sempre, ti amo."
    Le lacrime le annebbiavano gli occhi.
    "Anch'io. Non ti lascerò mai"
    Silenzio. Solo un sibilo nella notte.

    Uno strappo. Taraaaaaaaaaaa! Coliiiiiiiin! Ti amooooooooo…

    Un bacio.

    *******


    La luce della mattina rischiara le montagne. Dal ponte una voce in tedesco che urla. Colin grida che non capisce.
    La voce ripete in inglese: Siete matti??? Non si possono usare le attrezzature da bungee jumping a proprio rischio e pericolo! Ora vi tiro su, ma la multa è salata idioti!"

    Colin guarda Tara e sorride. Si, il suo sorriso "fanc… tutti". La guarda e dice: "Mi dispiace, non c'è più romanticismo al mondo, amore…"
    Lei risponde: "Ho freddo e mi gira la testa."

    Chiudono gli occhi mentre in tre li stanno issando. Colin bacia Tara sulle labbra. Come non l'aveva mai baciata. Sono qui. Non aver paura. Non ti lascerò sola.

     
  • 30 novembre 2005
    Storia di vite spezzate

    Come comincia: L'uomo è sdraiato sulla strada, puzza e trema. Guarda i ragazzi intensamente. Marika gli sorregge la testa dritta mentre Ivan si concentra per capire cosa il vecchio barbone sta cercando di dire. Il vecchio, con appena un fil di voce, si avvicina all'orecchio di Ivan e con l'ultimo respiro nei suoi polmoni sparla, dice di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli… non fa a tempo a finire la frase che se ne va. Marika sente un brivido dietro alla schiena come quel giorno lontano, in cui all'ospedale guardava Gaia tenere stretta la mano della mamma mentre i suoi occhi pieni di terrore cercavano invano di non chiudersi. Si reggeva all'ultimo filo di vita con tutte le sue forze, ma tra il silenzio dei suoi figli riuniti al capezzale, perse la battaglia contro la malattia che aveva combattuto così a lungo. Quel giorno Marika non parlò non mangiò e non dormì. Perché proprio questa vita? Perché proprio la sua famiglia? Ivan chiama un'ambulanza con il suo cellulare nuovo di zecca. Il proprietario sicuramente non si era accorto della mano lesta che si era insinuata esperta nella giacca per sfilarglielo sulla metropolitana. Non appena sceso, Ivan aveva buttato via la SIM e l'aveva sostituita con la sua. Era tanto tempo che sognava un cellulare così. Mentre guarda gli occhi sbarrati del povero barbone, pensa tra se che non vuole morire in un angolo di strada non trafficata, senza amici e con due completi estranei che cercano di salvarlo…i soldi contano, contano eccome! Ha già quindici anni e fra un po' sarà ricco. Marika lo riporta alla realtà. Devono andare a prendere Luna all'asilo e poi incontrarsi con Gaia che ha delle grandi novità. Dov'è finita l'ambulanza? Non c'è tempo, pensa Ivan, e con uno strattone trascina via Marika, la quale non oppone resistenza. Il vecchio resta per terra da solo fino all'arrivo dell'ambulanza.
    L'asilo è una costruzione nuova. La maestra sta seduta sui gradini. Vicino a lei c'è Luna. Gioca con la sua bambola senza un occhio e parla da sola tra se e se. La maestra ha l'aria stufa e tra l'indice e il medio della mano destra tiene una sigaretta accesa, mentre con l'altra mano corre veloce con il pollice sulla tastiera del suo Nokia. Scrive al fidanzato che stasera tarderà perché come al solito i fratelli della bimba senza genitori, non sono ancora arrivati.
    Marika non saluta nemmeno, prende la mano di Luna e la porta con se. Non c'è tempo. Gaia li aspetta già da venti minuti in piazza e sicuramente è lì con Thomas. Non l'ha ancora perdonato. E' convinta: è stato lui a vendere la roba a suo padre quella sera maledetta. L'hanno trovato nella vasca da bagno e non c'era più nulla da fare. Roba tagliata male.. succede… questo l'unico commento di Thomas. Da quel momento in poi odiava quel ragazzo con tutto il cuore. Gaia saluta Marika e da un bacio a Luna. chiede dov'è Ivan e poi spedisce Marika a casa con la bimba. E' un lavoro complesso e non vuole due bambine tra i piedi. Marika sa che deve ubbidire. Il giudice ha deciso che a occuparsi di loro sarebbe stata la sorella maggiore e quindi non ha scelta. Ancora due anni e sarà maggiorenne. Farà i bagagli e partirà inseguendo i suoi sogni. Riflette mentre cammina trascinandosi dietro Luna, che borbotta con la sua bambola.
    Ivan saluta Gaia e nello stesso momento anche Thomas appare da dietro l'angolo. Li guarda con i suoi occhi freddi come il ghiaccio e tira fuori una pistola. Gaia gli chiede se è matto a tirare fuori un'arma lì in mezzo alla strada, ma Thomas e Ivan si stanno già dirigendo verso la banca. Si guardano e fanno cenno di si con la testa. Prima di entrare si infilano i passamontagna e spingono la porta. Entrano.
    Le grida di Ivan e Thomas all'unisono minacciano le persone nella banca. Urlano di alzare le mani. Li stanno rapinando. Thomas l'antifona la sa a memoria e il piano l'ha ripassato più volte con Ivan. Sono convinti che dopo questo colpo si rilasseranno un po'. Una nuova macchina, discoteca. Forse un viaggio. A Gaia, per tenerla buona, hanno detto che il denaro servirà per la casa, dalla quale sono stati sfrattati dieci giorni fa. La gente si butta a terra. Due guardie giurate cercano di tirare fuori la pistola. Thomas spara, Ivan si gira e aiuta il compagno. Preme il grilletto. Per le guardie non c'è più nulla da fare. La gente grida. Una donna piange e stringe a se il figlio. Non c'è tempo da perdere. Un cassiere schiaccia l'allarme. Tutto accade così veloce, troppo in fretta. Thomas spara, ancora e ancora. A vanvera. Non vede più nulla, la paura lo acceca. Ivan ancora in preda al panico: ha appena ucciso un poliziotto. Un uomo. Non si muove, come paralizzato. Gli occhi sbarrati del vecchio all'angolo sono di nuovo lì e quelle parole che dicono di non farlo. I soldi non sono importanti. Quello che importa sono i sentimenti veri, quelli…. Sei persone per terra in un lago di sangue, non respirano più. La gente non urla più. Prega che tutto finisca. Thomas urla a Ivan di uscire con tutto il fiato che ha in gola. Corrono verso la porta. Sulla strada si sentono già le sirene della polizia. Il rumore dei freni sull'asfalto. I poliziotti saltano fuori dalle macchine gridando ai ragazzi di fermarsi e gettare le armi. Ivan la getta e si sdraia tremando. Thomas gira su se stesso, guarda Gaia gridare ma non capisce. Corre verso di lui. Uno sparo. Lei si accascia. Thomas si inginocchia vicino a lei. Le sorregge il capo. Trema. Lacrime nei suoi occhi. Il sangue le scivola tra i denti mentre le ultime parole sussurate sono la casa, Marika, Luna. Una nuova bambola per Luna. Poi il Buio.

     
  • 30 novembre 2005
    Sceneggiatura di un amore

    Come comincia: Una sera di luna piena, che si specchia in ogni pozzanghera, ed un cielo stellato da fare sembrare ogni altra cosa insignificante e minuscola, due ragazzi innamorati sono fermi su di un prato, in un parco nella periferia della città.
    L'aria è autunnale, un misto fra freddo e umido che trapassa le ossa fino a far tremare ogni lembo del corpo.

    Lei guarda lui fisso negli occhi: "Mi ami?" e distoglie lo sguardo con fare insicuro. Poi si volta di scatto verso di lui e ancora una volta, affondando i suoi occhi in quelli di lui: "Mi ami…" una pausa raggelante li divide: "Ma cosa vuol dire per te l'Amore?"
    Lui - ormai sull'orlo di una crisi di nervi -, sfibrato da una conversazione lunga e prevedibile, la guarda stanco e dice: "Non lo so… so solo che ti amo".
    Abbassa lo sguardo e gli occhi gli si inumidiscono.
    Sta cercando disperatamente di raccogliere i suoi pensieri migliori e di congiungerli in uno unico, ma chiaro, per spiegarle quello che prova.
    Non vuole dire nulla di sbagliato. Sembra sempre che come apra bocca faccia un errore. Si sente come Indiana Jones in una foresta amazzonica, piena zeppa di sabbie mobili, che quando metti il piede nel punto sbagliato è finita!
    Alza la testa e la guarda negli occhi.
    Vorrebbe scavare, scavare in fondo ai suoi pensieri. Cosa darebbe per sapere quello che lei vuole sentirsi dire. Non l'ha mai capito. Non l'ha mai capita.
    Queste lunghe pause lo irritano. Lo portano alla disperazione più profonda. Gli fanno paura.
    Ogni secondo di pausa per lei vuol dire che lui è insicuro, e che non sa veramente cosa prova per lei.
    Aggrotta le sopracciglia e sbotta: "Cavolo! Ti amo! Io Ti Amo! T I A M O !!! E ancora TI AMOOOO!"
    Le afferra le braccia, è livido dalla rabbia: "Cosa vuol dire per me l'Amore?? Non lo so! Non lo so per Dio! So solo che non ho mai provato nulla di simile in tutta la mia vita!" La lascia e si allontana continuando ad urlare: "Mi porta via il cuore, lo lacera, lo picchia e lo butta a terra! Ma poi lo rialza… NON RIESCO A SPIEGARLOOOO" Si porta le mani ai capelli e si guarda intorno come qualcuno che cerca aiuto nel buio, in un vicolo cieco, senza una meta o un fine.

    Lei lo guarda impassibile. Cerca anche lei di scrutare il suo ego. Di trovare un significato in tutto questo.
    Lo sa, che gli sta facendo del male. L'ultima volta aveva giurato a se stessa di non farlo più. Di non torturarlo più. Ma è più forte di lei. Le fa paura. Quello che lui potrebbe pensare o sentire la terrorizza.
    Guardando nel vuoto lei sorride: "Anch'io ti amo."
    Poi si gira verso di lui.
    Il suo sguardo è esausto, lo sguardo di chi non sa più dov'è e perché: si è perso così tanto tempo fa che comincia a credere di trovarsi solo in un brutto sogno.
    E' lì, davanti a lei, ha ancora le mani nei capelli. Lentamente le braccia gli scivolano verso il basso a ciondoloni, e rimane incredulo a guardarla. Sfinito e incredulo.
    Cosa ha fatto ora?
    Cosa le ha detto?
    Lo sta prendendo in giro?
    Domande che gli frullano nella testa come automobili ad un incrocio con il semaforo guasto all'ora di punta.
    Quanto è durata questa discussione?
    C'era il sole in cielo. Erano abbracciati stretti, stretti sulla panchina, e poi è iniziato tutto.
    Lui le accarezzava i capelli e le sfiorava la guancia con le sue labbra morbide e calde. Di colpo, le stesse labbra calde si sono avvicinate al suo orecchio e timide hanno sussurrato: "Ti amo".
    Così è cominciato tutto! Ora se lo ricorda!
    Tutto per due parole che non significano niente, ma possono significare tutto; e adesso, dopo interminabili ore scandite da silenzi pieni di significato e tentativi esasperati di spiegazioni sbagliate (spiegazioni di che cosa poi?), lei si arrende. Si arrende così.
    Lui la guarda sempre più incredulo e diffidente.
    La sfida le si legge nelle pupille. Gli prende le mani e le porta al suo viso come una richiesta muta di complicità e tenerezza. Lo stringe a se e sussurra: "Mio Dio! Era questo che volevo sentirti dire!".
    Lui, le braccia ancora ciondolanti, non riesce a lasciarsi andare alle carezze e a questo abbraccio che sa di inganno, ma anche di tregua. Non dice nulla. E ci prova. Le cinge la vita, con cautela.
    Lei socchiude gli occhi. Finalmente lui risponde all'abbraccio e le sue dita le esplorano i lineamenti del viso fino ad accarezzarle il collo morbido per poi risalire lentamente e soffermarsi sulle labbra, che sussurrano: "Questo… Che l'Amore non si può spiegare, non si riesce a quantificare. Si sta male. Vorrei urlare a tutto il mondo quanto ti amo."
    Lei riapre gli occhi, si allenta dalla stretta e lo guarda. Spalanca le braccia e si lascia andare all'indietro. La sua voce da quel fievole respiro che era, si alza: "Voglio gridarti quanto ti amo!"
    Si libera dal suo abbraccio e comincia a girare su se stessa come una trottola a braccia aperte: "Che ti amo tanto così!"
    Si ferma barcollando e comincia a ridere, come se fosse ubriaca. Ubriaca di sentimenti mescolati, che fanno male come un cocktail di superalcolici. La voce la lascia e ansimando sussurra: "Ma è sempre troppo poco. Sempre maledettamente troppo poco…".
    Le lacrime scivolano sul suo viso.
    Si lascia andare, ma lui la prende prima che perda l'equilibrio.
    Anche lui sta piangendo. È felice, è sollevato.
    L'abbraccia forte a sé. La bacia prima teneramente e poi la passione… fino ad accarezzarsi le labbra e le anime.

    Ma alla fine: cosa vuol dire "Ti amo"?

     
  • Come comincia: Since I was a child I have been like this. A bit weird: happy but not too much. Sad but not too much. Like some kind of fat plant, not too happy but not too sad either.
    Once someone told me about a kind of syndrome, some mental disease or psychotic state that prevents people from feeling pain. I have asked myself over and over whether this is possible. Could my head form such a condition so that I will stop hurting?
    I am on a meadow. All around me there is green mixed with all sounds of a spring that seems to come, but that changes its mind suddenly. I look at the sky. My nose itches. I can see a bee approaching. Shall I stand up? I am scared. But scared of what? It's just physical pain.
    Suddenly the bee changes. A green light pierces it, turns it red and then so yellow that my eyes burns. I can't see anymore.
    My sight comes back: The bee is now an elephant with a rhino horn on its forehead and a pair of huge purple eyes. It looks at me and gestures me to follow with its paw. On its back there's a golden saddle adorned with diamonds, but as I try to mount it, the animal starts to flail. It gets angry and runs away.
    I start running to follow.
    The green meadow melts together with all rainbow colours. Mixing up again and again like a painter mixes up the colours with a brush on his palette. Oh God, my head spins.
    I fall down into a purple vortex and I get swallowed up. I whirl and whirl around like a spin on a gaming table, like a roulette ball.
    Suddenly I detour and start spinning the other way round. Then I slow down. I can see the Eiffel Tower in the middle of the Forum Romanum. There are also pyramids and sphinxes dancing around them like American Indians dancing around the fire before going into battle.
    They look happy and sing a familiar song.
    There comes a blue seal with a dazzling smile. It takes my hand and asks me to dance. We dance the rumba! We move beautifully on a purple dance floor.
    Suddenly the seal, whose name's Madeleine, steps on my foot. I tell her that it's nothing, that it doesn't hurt, but she starts to cry like crazy. She's in hysterics and starts pulling out her moustache.
    I keep on trying to calm her down, I even try to touch her but she cries louder and louder.
    The music stops and everything turns dark blue. It looks like a synthetic night. I look around and the seal has vanished. I am on my own. Totally abandoned and it's getting cold. I didn't carry a jacket with me and now I start to tremble. My hands are frozen and my feet are paralysed.
    At the back of the dance floor I can see a small purple dot, which looks like a light. It gets stronger and stronger and it attracts me. I can't fight it, even if I don't know where I'm going, this persistent sparkle lures me in. I am scared because I can't see where I'm stepping.
    A deafening noise crashes my eardrums. A hiss resounds through the maze in my brain and shakes almost ever single neuron still alive like an earthquake. I hold my ears, but it doesn't help. It doesn't stop: it's in my head. I can feel as it tries to destroy every single piece of my skull. It crushes my reason.
    I can't stand. I get down on my knees and put my head between my legs. I squeeze my head to make it stop.
    Suddenly I get sucked in and up and up. I can't hold my ears and I let it go. The hiss is still there, but it's getting thinner. When I look down I can see the mountains with their sharp tops and I get scared.
    I am afraid to fall down and get spread like peanut butter on some of those rocks.
    I look up, down, on the right, on the left, but there is nothing: nothing that holds me, no birds, no strings. I fluctuate on my on in this endless sky. I can hear the noise of the wind, feel the cold that cuts my face.
    I see dots in front of me. So many. They must be stars, I think, but they come nearer. Oh God I will knock into something! I can feel it!
    But no! It's not stars. No, it can't be true. I can't believe it. It's hens. A flock of real purple hens that fly in the sky. Their feathers are purple and they wear aviator glasses. They shout at me, but I am deafened by the wind. Oh boy, they are flying into me! I will not be able to dodge them all. I try to detour. I move my legs swimming freestyle, then like a frog, but I can't move. I huddle up and grind my teeth. The hens are on me. I feel them shootint around me. I bounce around like a flipper ball. I lose my balance and I fall.
    But I fall slowly, like a feather. I bounce again from one cloud to another: they're all purple. I swallow some: they taste bad, like back then at the hospital when I got my tonsils pulled out. The anesthetic went through a pipe down my throat like snow flakes. I fall asleep.
    I wake up on a straw sheaf. A pitchfork pierced near my head and a purple apron hangs on it.
    I can hear voices but I can't see anyone. Laughter, I turn around: nothing. Sneerings, I turn the other way: still nothing. I wait a bit and whistle nonchalantlty. Abruptly I turn around and I see them: five yellow and purple polka dots frogs that are looking at me, They wear some kind of brand new boots that were trendy in the nineties. I ask them where to find those as no one sells them anymore. They gape at me and start sneering again, then they jump away leaving me alone while a wonder where the hell did they buy those boots. I am still thinking and I get tired. I lay down on the sheaf that is getting warm like those electric duvets.
    The sky is getting cloudy and I can see the first lightings on the horizon. I don't know where to go for shelter. I don't know where I am, alone in the middle of a purple meadow on a sheaf!.
    Suddenly from the sheaf yellow tentacles shoot out. They take my arms and legs pulling me up. Then they just set me down next to the sheaf, which is now a mass of yellow-greenish tentacles. They still hold me down while I try to break free with all my strength. One of the tentacles holding my leg slaps me so hard and then from the sky there comes a single strong jet of cold water that splashes on my face.
    I open my eyes. I am on the floor. Ducky, the barman, holds a bucket that looks like it was full of water a minute ago. Baby and Titty are kneeling next to me and hold my legs and arms down. Titti is blabbering about me having convulsions and Ducky gapes at me like somebody who just saw someone else die in front of him. He starts telling me that he is sorry, that he shouldn't have thrown that pill into my cocktail. I look at him and frown. Then I say: “Ducky, be a good boy and fix me another of those purple cocktails, will you?”
    I start laughing and then darkness enfolds me.
    Around me I can hear shaken voices shouting aloud. Did I faint? Am I passing away? Or am I dead? Who cares? I had a hell of a fun!

    TRADUZIONE

    Sin da bambina sono stata così. Un po’ strana: allegra, ma non troppo. Triste ma non troppo. Una sorta di pianta grassa né troppo felice, né troppo infelice.
    Qualcuno mi ha parlato una volta di una sindrome, una specie di malattia mentale o stato psicologico a causa del quale alcuni individui non sentono il dolore. Mi sono domandata spesso se ciò è possibile. Se nella mia testa si può formare una tale condizione da impedirmi di soffrire.
    Sul prato. In mezzo al verde e ai rumori di una primavera che sembra arrivare, ma che all’ultimo momento ci ripensa. Guardo il cielo. Mi prude il naso. Vedo avvicinarsi un’ape. Mi alzo? Ho paura. Ma paura di che? E’ solo dolore fisico.
    Ad un tratto l’ape si trasforma. Una luce verde l’attraversa, diventa rossa e poi di un giallo così intenso che mi lacrimano gli occhi. Non ci vedo più.
    Riacquisto la vista: l’ape è diventata un elefante con un corno da rinoceronte in mezzo alla fronte e con un paio di grandi occhi viola. Mi guarda e mi fa cenno con la zampa di seguirlo. In groppa ha una sella d’oro tempestata di diamanti, ma quando mi appresto a salire comincia a dimenarsi. Si arrabbia. Scappa.
    Io comincio a correre per seguirlo.
    Il prato da verde che era, si fonde insieme a tutti i colori dell’arcobaleno. Mischia e rimischia come un pittore mescola i colori su una tavolozza con il pennello. Oddio mi gira la testa.
    Cado in un vortice viola e vengo inghiottita. Giro, giro e giro come una trottola su un tavolo da gioco, come la pallina della roulette.
    All’improvviso inverto la rotazione. Da veloce comincio a ruotare sempre più lentamente. Vedo la Torre Eiffel tra le rovine del Foro Romano. Ci sono anche le piramidi e le sfingi che danzano intorno a loro, come indiani nel Far West intorno al fuoco, prima di iniziare un combattimento.
    Sono felici e cantano una canzone che mi sembra familiare.
    Ecco che in un momento, una foca azzurra con un sorriso smagliante si avvicina. Mi prende per mano e mi invita a ballare. Balliamo la rumba! Divinamente ci muoviamo su questa pista da ballo viola.
    Improvvisamente la foca, che si chiama Madeleine, mi pesta un piede. Le dico che non fa nulla e che non mi ha fatto male, ma lei scoppia a piangere fragorosamente. Un pianto isterico. Comincia a strapparsi i baffi.
    Continuo a rassicurarla e provo anche a toccarla, ma continua a piangere sempre più forte.
    La musica smette ed ecco che tutto diventa blu scuro. Sembra quasi una notte sintetica. Mi guardo intorno e la foca non c’è più. Sono da sola. Completamente abbandonata a me stessa e fa anche freddo. Non mi sono nemmeno portata una giacca e comincio a tremare. Le mani sono ghiacciate, i piedi immobilizzati.
    In fondo alla sala vedo un puntino viola, che sembra una luce. Diventa sempre più intensa e mi attira. Non ci posso fare niente, anche se non so dove sto andando, vengo richiamata da quel luccichio insistente che sembra chiamarmi. Ho paura perché non so dove metto i piedi mentre cammino verso il puntino.
    Un rumore assordante mi spappola quasi del tutto i timpani. Un fischio rimbomba nei meandri del mio cervello e scuote qualsiasi neurone ancora vivo come un terremoto. Mi tappo le orecchie, ma non serve a niente. Non smette: è nella mia testa. Lo sento come si affanna a distruggere ogni lembo del mio capo. Mi maciulla la ragione.
    Non ce la faccio a stare in piedi. Mi inginocchio e infilo la testa fra le gambe. Stringendo per aiutare le mani a schiacciarmi la testa e farlo smettere.
    Di colpo vengo aspirata in alto, sempre più in alto. Non riesco a tenere le mani sulle orecchie e mi lascio andare. Il fischio c’è sempre, ma è più fievole. Sotto di me vedo le montagne con le loro cime aguzze e la paura mi assale.
    Ho una paura matta di cadere e spalmarmi come Nutella su qualche roccia.
    Guardo su, giù, a destra e a sinistra, ma nulla: nessuno mi tiene, nessun uccello, nessun filo. Fluttuo sola e soletta per il cielo infinito. Sento il rumore dell’aria e il vento freddo che mi taglia il viso.
    Vedo puntini davanti a me. Tanti puntini. Sono stelle, penso, e si avvicinano. Oddio mi schianterò contro qualcosa! Me lo sento!
    Ma no! Non sono stelle. No, non può essere. Non ci credo. Sono galline. Uno stormo di galline vere che vola per il cielo. Le loro piume sono viola e indossano occhiali da aviatore. Mi gridano qualcosa, ma il rumore del vento mi tappa le orecchie. Mamma mia! Mi vengono addosso! Non riuscirò mai a schivarle tutte. Tento di cambiare rotta. Muovo le gambe come se nuotassi a stile libero e poi a rana, ma non riesco a muovermi. Mi raggomitolo su me stessa e stringo i denti. Le galline mi raggiungono. Me le sento sfrecciare intorno. Mi assalgono. Sbatto fra di loro come la sfera in un flipper. Perdo l’equilibrio e cado.
    Però non a strapiombo: lentamente come una piuma. Rimbalzo da una nuvola all’altra: sono tutte viola. Ne assaggio un pezzo: hanno il sapore squallido come quella volta che, da piccola, mi hanno operato alle tonsille. L’anestetico scendeva direttamente nella mia gola sottoforma di fiocchi di neve attraverso un tubo. Mi addormento.
    Mi risveglio su un covone di paglia. Un forcone è stato infilzato a pochi centimetri dalla mia testa e su di esso qualcuno ha appeso un grembiule viola.
    Sento delle voci, ma non vedo nessuno. Risate, mi giro: niente. Sghignazzate, mi giro dall’altra parte: ancora nulla. Aspetto un po’ e fischietto con nonchalance. Di scatto mi volto e le vedo: cinque rane gialle a pois viola che mi osservano. Indossano degli scarponcini alla moda stile anfibi anni ottanta. E’ vero! Non sono più di moda! Chiedo loro dove li hanno comprati giacché oramai sono praticamente introvabili nei negozi. Mi contemplano e poi si guardano: sghignazzano nuovamente e poi saltellano via lasciandomi seduta lì su quel covone a pensare a dove abbiano mai comprato quelle scarpe.
    Penso, penso e ripenso. Mi sento stanca. Mi sdraio sul covone che è diventato caldo come le coperte che si riscaldano con l’elettricità.
    Ecco che il cielo si incupisce e all’orizzonte appaiono i primi lampi. Non so dove andare. Spaesata in mezzo ad un prato viola sdraiata su un covone.
    Da esso, tutto ad un tratto, scivolano fuori dei tentacoli gialli e mollicci. Mi prendono le braccia e le gambe sollevandomi. Infine mi poggiano per terra accanto al covone che ormai è diventato un ammasso di tentacoli gialli e verdognoli. Non mi lasciano né le gambe e né le braccia mentre io cerco di divincolarmi con tutte le mie forze. Uno dei tentacoli che mi tiene una gamba mi tira uno schiaffone da panico e poi dal cielo piove un unico potentissimo getto d'acqua viola che si infrange sulla mia faccia.
    Apro gli occhi. Sono sdraiata sul pavimento. Ciccio, il barman, ha in mano un secchio, che fino a qualche minuto prima era colmo d'acqua fredda.
    Baby e Titti sono inginocchiate vicino a me e mi tengono ferme gambe e braccia. Titti blatera qualcosa come il fatto che ho avuto delle convulsioni strane e Ciccio mi fissa con gli occhi spalancati e terrorizzati di chi ha visto morire qualcuno; poi mi dice, con voce spezzata, che gli dispiace e che non avrebbe dovuto sbriciolare quella pastiglia maledetta dentro il mio cocktail.
    Io lo guardo, aggrotto la fronte e dico: “Ciccio, fammi ancora uno di quei cocktail viola, da bravo”. Scoppio a ridere e poi il buio.
    Intorno a me sento solo le voci agitate che gridano. Sono svenuta? Sto morendo? O sono morta?
    Ma chi se ne frega! Mi sono divertita una cifra!

     
  • Come comincia: Marco chiese una bicicletta al suo papà e lui la comprò.

    Punto. Questa è la storia. Vi chiederete: “Come? Tutto qui?!”.

    Allora:
    “La bicicletta era fiammante rossa con i rapporti. Marco era troppo piccolo per saperli usare, ma era orgoglioso della sua bicicletta rossa fiammante con l’adesivo dell’ultimo Giro d’Italia sul manubrio. Il signore che l’aveva venduta al suo papà, aveva detto che era un pezzo da collezione. Una vera chicca. Sarebbe costata molto di più, ma per quel bambino simpatico e allegro il signore aveva chiuso un occhio.

    Quello che Marco e il suo babbo non sapevano era che la bicicletta apparteneva a qualcun altro, ed era stata rubata qualche settimana prima in un parco giochi.
    Fabio, il proprietario, era un bimbo di sette anni – la stessa età di Marco – e quel giorno era infinitamente triste.
    La sua bicicletta rossa fiammante era stata un regalo dello zio per il suo compleanno. Erano andati a vedere insieme il Giro d’Italia quel giorno, e lo zio gli aveva regalato un adesivo da attaccare al manubrio.
    Nonostante la mamma e il papà lo rincuorassero dicendogli che gli avrebbero comprato una bicicletta nuova uguale alla sua, Fabio era inconsolabile.
    Voleva solo ed esclusivamente indietro la sua!

    Marco, dall’altra parte della città pedalava felice e contento con il suo papà che lo osservava orgoglioso. Si sentiva come Bartali su quella bicicletta e non l’avrebbe lasciata per nessuna ragione al mondo!
    Marco cresceva a vista d’occhio.
    Quando divenne troppo grande per la sua amatissima bicicletta, suo padre decise di venderla. Marco lo supplicò per giorni interi finché un bel giorno il babbo capitolò. Impacchettò la bicicletta per bene nel nylon e la parcheggiò in cantina.

    Marco era un uomo ormai. La sua fidanzata, Erica, si era abituata alle sue stravaganze. La sua collezione di biciclette di ogni epoca sul mobile in soggiorno non le dava più fastidio, anzi alla fine ci si era quasi affezionata.
    Quando morì suo padre, poco dopo la morte della sua amata mamma, sembrava che per Marco la vita fosse finita. Non avesse più senso.
    Grazie ad Erica, però, riuscì ad andare avanti e cercò di spazzare via il dolore che stava provando. Lei aspettava un bimbo. Questo era il futuro e lui avrebbe dovuto concentrarsi solo su quello. Il lavoro era divenuto a questo punto una pizza. Sempre gli stessi compiti, mai un aumento di stipendio e i capi sempre a fargli notare che non valeva nulla. Poi nacque Andrea. Da quel giorno Marco non fu più lo stesso. Il lavoro era passato del tutto in secondo piano, sempre che fosse mai stato importante. I capi potevano dire tutto ciò che volevano. Lui valeva. Valeva eccome! Il suo valore era tutto in quella creatura piccola che ogni giorno imparava qualcosa di nuovo. Il miracolo della vita. E Marco era parte di quel miracolo.
    Avrebbe tanto voluto che suo padre fosse stato lì in quel momento. Che avesse potuto abbracciare suo nipote. Ma lo sentiva vicino come non mai. Mai prima di quel giorno all’ospedale, tenendo in braccio quel fagottino, aveva capito cosa voleva dire essere padre.

    Andrea ormai cresceva velocemente. Marco cresceva con lui. Quando suo figlio compì sette anni, si decise. Prese la forza e andò in cantina. Era la cantina della sua vecchia casa. La casa del suo babbo. Lei era lì. Ancora avvolta nel nylon con un dito di polvere sopra. La sua amatissima bicicletta. Rossa fiammante come il primo giorno che la vide!
    La spolverò e la rimise in sesto per benino. Nel giorno del suo compleanno, Andrea la ricevette in regalo. Gli brillavano gli occhi e Marco, pieno di gioia, gli insegnò a pedalare come tanti anni fa aveva fatto con lui il suo babbo.
    L’adesivo di quel lontano Giro d’Italia resisteva ancora. Resisteva a tutto: urti, pioggia, graffi, ruggine. Era come se lui e la bicicletta fossero un tutt'uno da sempre.
    Andrea continuava a crescere ogni giorno di più, come era cresciuto Marco alla sua età.
    Non passò molto tempo e la bicicletta riprese il suo posto in cantina. Avvolta nel suo vecchio amico nylon.

    Andrea ora studiava all’università. Aveva deciso di non allontanarsi da casa e di seguire un corso il più vicino possibile. Suo padre, infatti, non stava più molto bene anche se non lo voleva dare a vedere per non essergli di peso.
    Erica se n’era andata da qualche anno ormai, lasciando un vuoto enorme nei cuori dei due uomini. Se n’era andata proprio come la sua mamma e Marco non era riuscito a superare il dolore.
    Pian piano si era lasciato andare e la sua vitalità si era spenta come una candela accesa per mesi.
    Andrea passava il tempo fra l’università e casa sua. Studiava e curava suo padre. Quest’ultimo oramai era più di là che di qua, ma l’amore che provava per suo figlio lo tratteneva ancora.
    Un giorno chiese ad Andrea di portarlo in cantina.
    Lì rimase assorto nei suoi pensieri per ora, davanti alla sua vecchia bicicletta rossa fiammante impacchettata nel nylon.
    Quanti bei ricordi, quante risate.
    Quegli anni sembravano così lontani eppure erano passati come un soffio. Guardava suo figlio e negli occhi gli si leggeva un misto di venerazione e invidia.
    In quei giorni Andrea studiava sempre più spesso nella caffetteria all’università. C’era una ragazza, che ci lavorava come cameriera, Isabella. Lui se n’era innamorato perdutamente.
    Beveva litri di caffè tutti i giorni solo per poterla vedere. Era bellissima e gentile. Sorrideva sempre. Lui non trovava il coraggio di chiederle di uscire. Sicuramente sarà fidanzata era il pensiero ricorrente che gli schizzava nella testa.
    Isabella in cuor suo, sperava ogni giorno che lui la invitasse ad uscire, anche solo per andare al cinema o mangiare un boccone da qualche parte. Sarà fidanzato era il pensiero ricorrente che le martellava il cervello.

    Un lunedì mattina, Andrea si recò come il suo solito alla caffetteria. Era deciso ormai! Le avrebbe chiesto di uscire.
    Lei era lì. Aveva avuto paura di non trovarla. Per uno strano motivo aveva sentito il terrore irrazionale di non vederla. Ma era lì. Era bellissima. La coda per il caffè sembrava non finire mai e Andrea era spaventato al pensiero che a causa dell’attesa, quel briciolo di coraggio che aveva racimolato, scomparisse.
    Quando arrivò il suo turno rimase bloccato lì. Lei era in piedi davanti a lui, lo osservava e sorrideva. Sembrava che il tempo si fosse fermato e che le ginocchia non sapessero più dov’erano di casa.
    Si guardarono a lungo senza proferire verbo.
    Ad un tratto da dietro una voce li riportò alla realtà: “E allora vogliamo fare notte?”, sbottò l’uomo alle sue spalle. Andrea sussultò e così anche Isabella. Per un attimo il suo splendido sorriso si spense sulle sue labbra e Andrea la guardò preoccupato.
    Come se la sorte di tutta l’umanità e dell’universo intero dipendesse da un suo sorriso.
    Lei abbassò lo sguardo “Se non mi dici cosa vuoi fra un po’ ci linciano”.
    “Te” la risposta scivolò dalla bocca di Andrea inaspettata. “Non un tè, te: voglio te” si corresse per paura di venire frainteso.
    Isabella arrossì, ma dal suo sorriso ora trapelava la felicità che le era salita dal cuore.
    Andrea restò seduto nella caffetteria fino all’ora di chiusura. Si erano messi d’accordo di andare al cinema, ma quella sera il cinema se lo scordarono.
    Passeggiando chiacchierarono per tutta la notte. Nel freddo della città.
    Il primo bacio fu un fulmine. Paragonabile alla sensazione di infilare le dita in una presa elettrica.
    Passarono i mesi.

    Un giorno di gennaio Marco non si svegliò. Andrea lo trovò nel suo letto, come se dormisse, col sorriso sulle labbra e una delle sue biciclette da collezione sul comodino vicino alla foto della sua Erica.
    I giorni a seguire furono per Andrea una doccia fredda. Era solo. Isabella era dovuta partire dopo nemmeno una settimana dal loro primo bacio perché la sorella aveva partorito.
    Passava le giornate davanti alla TV a piangere e dormire. Isabella lo chiamava ogni sera, ma lui non riusciva a parlare.

    Un giorno di marzo suonarono alla porta. Andrea andò ad aprire e per la prima volta in tutti quei lunghi mesi il mondo sembrava aver cambiato luce. Isabella stava lì in piedi e sorrideva. Lo abbracciò e lo baciò. Quella notte fu per Andrea come una rinascita o un risveglio da un coma profondo.
    Sdraiati l’uno vicino all’altra, accarezzandosi, si raccontarono tutto. Le loro più grandi paure, i loro sogni più nascosti.
    Improvvisamente Andrea, senza sapere il perché, raccontò di suo padre e della sua bicicletta rossa fiammante. “Lo sai, il mio babbo amava tanto la sua bicicletta. La venerava”
    Isabella sorridendo “Si, so cosa vuol dire” sussurrò “Mio padre ha rimpianto la sua bicicletta fino alla sua morte. Diceva che lo aveva stregato. Da quando da piccolo l’avevano rubata. Mio nonno mi raccontava sempre che suo fratello l’aveva regalata a mio papà quando aveva appena sette anni. Poi erano andati a vedere il Giro d’Italia e l’adesivo sul manubrio era il ricordo che lo faceva stare più male”.
    Andrea sussultò.
    Isabella continuava “Pensa che quel giorno, mio padre era così felice, e per paura che qualcuno si sbagliasse e la portasse via, sotto la sella della bicicletta scrisse il suo nome”.
    Rideva mentre Andrea rimaneva in silenzio a riflettere.
    Si alzò di scatto e le disse di seguirlo. Lei, che non capiva il perché, si alzò e lo accompagnò senza fare domande.
    Scesero insieme le scale che portavano alla cantina. Andrea aprì la porta e accese la luce.
    Era lì. Nell’angolo. La bicicletta rossa fiammante che era della sua famiglia ormai da due generazioni.
    Lentamente Andrea, come se avesse paura che si frantumasse e cadesse in mille pezzi, la liberò dal nylon che la proteggeva. Sotto il sedile c’era un nome. “Come si chiamava tuo padre?” chiese con un filo di voce ad Isabella. “Fabio” bisbigliò lei.
    Andrea girò la sella verso la luce per fare vedere ad Isabella quello che aveva letto lui.
    Il nome scritto sotto il sedile, con la calligrafia di un bambino, lo si leggeva distintamente dopo tutti quegli anni: Fabio.
    Isabella ed Andrea si guardarono a lungo negli occhi. Un sorriso complice. Un bacio. Il destino sottoforma di una bicicletta rossa fiammante.”

    Ora si che la storia è finita, ma non quella della bicicletta...

     
  • 30 novembre 2005
    Mi dispiace, scusami

    Come comincia:

    Il sole era alto in cielo. Era mezzogiorno. C'era vento e non faceva caldo. La mia testa girava ancora e sentivo i brividi attraversarmi tutta. Avevo passato la notte in bianco, l'ennesima.
    Perché glielo lasciavo fare? Perché non mi ribellavo?
    Era passato più di un anno ormai ed era troppo tardi. Mi ero innamorata.
    Avevo giurato a me stessa che non mi sarebbe più successo. Nessuno mi avrebbe fatto ancora del male. L'avevo sentito dire alla televisione una volta: le donne cercano sempre lo stesso uomo. Se quello prima le aveva ferite, ne cercavano uno uguale. Mi aveva fatto ridere, io non ero così stupida. Non mi sarebbe sicuramente successo di nuovo. Nessun uomo mi avrebbe fatto soffrire ancora ed eccomi seduta sull'orlo del fiume a guardare la mia immagine riflessa in una piccola insenatura di acqua stagnante. Il viso pallido e stanco. Gli occhi gonfi e rossi.
    In tanti dicevano che ero una bella ragazza, ma dove mi ero persa?
    Mi ero persa ancora una volta.
    Nella mia testa rimbombavano i commenti dei miei amici, quello che mi dicevano in faccia. Non volevo nemmeno immaginare cosa si raccontavano mentre non c'ero. L'altra sera al pub era stato un susseguirsi di "Ma non vedi che non gliene frega nulla di te?" oppure "Se gliene importasse qualcosa ti cercherebbe…" e ancora "Si sta divertendo senza di te, non ti sei mai chiesta a che cosa gli servi?". Infine quello più pesante, che aveva fatto male da morire: Anna, la mia migliore amica "Pensavo di poter essere finalmente felice per te. Invece è l'ennesimo stronzo che ti fa soffrire.".
    Seduta vicino all'acqua con quel suo mormorio rilassante, cercavo di scacciare i cattivi pensieri. Mi dicevo che tutte quelle cose non erano vere. Lui aveva detto di amarmi. Mi aveva cercato per tutta la vita e mi aveva trovato. Voleva stare con me per sempre e farmi felice. Ero la donna perfetta. Ma non ero io. Era una sua fantasia e come tutti gli altri, quando si era accorto che la sua non era una donna perfetta, si era creato un mondo per allontanarsi. Ero diventata scomoda. Ero diventata "come tutte le altre".
    Le parole dolci e le promesse erano svanite nel nulla e al loro posto erano rimaste le battutine sarcastiche e ironiche, che pugnalavano come un coltello affilato. Non avevo più la forza di combattere e abbattere quel muro freddo, ma lo amavo. Lo amavo così tanto che spesso mi mancava l'aria.
    Mi sentivo morire in quei momenti. Un dolore come se due mani enormi s'infilassero nel mio petto e, afferrandomi il cuore, dapprima lo stringessero e poi lo lacerassero a metà. Non era una metafora, provavo una vera e propria sofferenza fisica e anche il groppo in gola, i brividi attraverso il corpo.
    Erano appena passate due ore. Gli avevo solo detto che mi faceva del male comportandosi così. Non aveva risposto ed io me n'ero andata.
    Lo faceva per punirmi? Si sentiva felice ferendomi così? Provava qualche soddisfazione nascosta che io non capivo?
    Ero stanca e stufa. Mi conoscevo e sapevo che così non sarebbe andata avanti a lungo. Io non avevo la pazienza delle altre sue donne e l'amore non sarebbe bastato. Gli avrei ancora dato un po' di tempo. Un anno ancora forse e poi gli avrei detto, guardandolo negli occhi, che non aveva più senso. Stavo male con lui anche se lo amavo intensamente. Non mi avrebbe mai potuto dare quello di cui avevo bisogno: la sensazione di essere amata.
    Io non avevo paura di restare da sola. Sola ero rimasta a lungo. Meglio sola tutta la vita che la percezione di essere inutile e superflua.
    Mi guardavo e mi osservavo. Le lacrime fluivano dai miei occhi, automaticamente ormai. Nemmeno mi accorgevo di piangere e mi capitava spesso ultimamente. Non era debolezza anche se lui lo pensava. Era dolore.
    Per lui ero diventata trasparente. Un bisogno. Un soprammobile. Pronta ad essere presa ed usata nel momento del bisogno.
    Cosa dovevo fare?
    Io l'amavo ed ero sicura che anche lui mi amava. Il suo, era però un amore "part time"! Sorrisi a quel pensiero.
    Mi specchiai ancora. Ero lì da sola. Inutile aspettare. Lui ed il suo orgoglio non sarebbero venuti a cercarmi.
    Mi alzai faticosamente. Indolenzita, con le mani scrollai dai jeans i residui di terra e sassi che mi si erano appiccicati addosso.
    Lentamente discesi il piccolo sentiero che conduceva alla casetta. La primavera stava arrivando e si sentiva nell'aria. Per qualche giorno aveva piovuto e l'odore umido faceva bene ai miei polmoni. Tutto intorno era un esplodere e mescolarsi di colori vecchi e nuovi, che salutavano l'inverno.
    La casa era lì, dove l'avevo lasciata. Sarebbe stato quasi meglio, come in una favola, non averla trovata più. Un sogno/incubo da dimenticare.
    Mi fermai per qualche istante davanti alla porta d'entrata. Girandomi vidi le auto. La mia, parcheggiata al sole, sembrava chiedermi di salire e scappare via.
    Entrai. Lui era in soggiorno con gli occhi fissi sulla tele. Era domenica e c'era il Gran Premio di Formula Uno. Il rombo monotono dei motori che scivolavano sul circuito mi fece venire in mente quanto monotona fosse diventata la mia vita. Mi avvicinai alla poltrona. Lui, come se nulla fosse, forse in preda ad uno strano istinto di affetto, mi prese la mano e l'accarezzò. Magari voleva venire a cercarmi, ma l'interesse per la meccanica e le corse l'aveva trattenuto.
    "Non ha più senso. Me ne vado." quelle parole scivolarono dalla mia bocca come se a pronunciarle fosse stata un'altra donna.
    La mano di lui si irrigidì sulla mia. Continuava a fissare la televisione. Forse non era più concentrato come prima, ma era l'ultimo giro! Io e la mia isteria avremmo indubbiamente potuto aspettare ancora un po'…
    Mentre mi allontanavo verso la nostra camera per mettere insieme le mie poche cose, lo sentivo alzarsi dalla poltrona. Distinguevo esattamente la sua incertezza. Era l'ennesimo mio capriccio? Li chiamava capricci. Diceva che noi donne eravamo state viziate con le attenzioni e ne volevamo sempre.
    Mi ero sempre chiesta che fatica poteva provare un uomo a mostrare attenzioni. Una parola dolce, un sorriso, un messaggio attaccato alla porta del frigorifero, una telefonata solo per sentire la nostra voce. Perché a noi tutto ciò non costava nulla? Meno di un minuto del nostro preziosissimo tempo.
    Domande che mi frullavano nella mente mentre tremavo e piegavo i miei vestiti davanti alla valigia aperta.
    Sentivo che lui stava in piedi dietro di me. Avvertivo la sua presenza, ma non volevo guardarlo. Avevo paura del suo viso e della sua espressione.
    Tempo fa gli avevo detto per l'ennesima volta che mi sentivo trascurata e lui si era arrabbiato. Mi aveva urlato e detto cose che non volevo ricordare. Da quel giorno non le volevo più risentire; le volevo cancellare dai miei ricordi.
    Mi ero tenuta tutto dentro.
    Chiusi la valigia. Mi dovevo girare per uscire dalla camera. Trattenendo il respiro mi voltai verso di lui. Mi guardava impassibile senza dire nulla. Stava preparando un discorso nella sua testa, ma non era sicuro delle parole da usare? Aveva il viso stanco e per un momento esitai. Soffriva anche lui?
    Sentivo le lacrime che spingevano per venire fuori, ma non volevo piangere davanti a lui. L'avrei fatto in macchina, come sempre. Lui aveva letto da qualche parte, forse in internet o su qualche rivista mensile per soli uomini, che il pianto delle donne era una specie di ricatto. Un modo per cercare attenzioni. Ma se era così, perché il mio cuore si spezzava sempre di più e il dolore cresceva ogni volta che una sola lacrima scendeva dai miei occhi? Avrei voluto chiederlo a quel giornalista, che sembrava conoscere ogni nostro più piccolo sentimento nascosto. Mi avrebbe risposto razionalmente.
    Razionalmente. Anche lui vedeva tutto così. Persino il nostro amore. L'aveva definito una reazione chimica, come se fossimo un esperimento. Due particelle che si attraggono.
    Io non ci riuscivo. Non vedevo nulla di razionale nell'amore e nemmeno nel dolore. Non cercavo attenzioni piangendo. Le volevo quando ero felice. Pretendevo di essere felice!
    Feci qualche passo verso la porta. "Mi dispiace, scusami." la sua voce alle mie spalle aveva spezzato quel silenzio imbarazzante. Contai mentalmente tutte le volte che avevo sentito o letto quelle stesse sue parole.
    Razionalmente potevo pensare che ogniqualvolta un uomo le pronunciasse, cercava di mettere tutto a posto alla svelta evitando di perdere tempo in inutili discussioni. Io invece, fino a quel giorno, ci avevo creduto veramente che gli dispiacesse e che qualcosa sarebbe cambiato. Con la valigia in mano e la sensazione d'amaro in bocca, le scuse non mi bastavano più. Sembravano l'ennesima presa in giro.
    Mi avvicinavo alla macchina e sapevo che non mi avrebbe seguito. Certo, mi avrebbe telefonato fra qualche giorno e avrebbe fatto finta di nulla, nella speranza che la mia isteria fosse passata.
    Mi avrebbe cercato per amore o per paura di restare da solo? Non sarei tornata da lui con questo dubbio.
    Guidavo verso casa e mi accorsi che non piangevo. Il senso di oppressione nel petto non c'era più. Il dolore resisteva.
    Mi sarebbe passato. Come sempre dopo un po'…

     
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  • Ci incamminiamo in un viaggio introspettivo e complesso pagina dopo pagina, leggendo questo libro. Una poesia ebbra di spiritualità che inebria anche il lettore come l'alcol, facendolo vacillare, stordendolo. A tratti si leggono versi così ermetici da non riuscire a coglierne del tutto il significato, ma non per questo perdono di bellezza e fascino. Ci svegliano, anzi, dal torpore di una poesia contemporanea, sempre più povera di vocaboli e immagini. Una lingua ricercata, quella dell'autrice, ma allo stesso tempo comprensibile. Ci ritroviamo in paesaggi effimeri, insieme a personaggi conosciuti e non. Tra queste righe ci sono gli itinerari di vita e la storia dell'autrice, le sue perdite, la sua sofferenza, la voglia di combattere. Ogni poesia in ogni suo verso è una ricetta magica, le parole sono gli ingredienti scelti con cura e uniti armonicamente grazie al talento unico di Francesca Lo Bue. La passione, poi, nel testo spagnolo a fronte la riusciamo a percepire anche non conoscendo la lingua. Un libro da leggere e rileggere più volte in modo da cogliere sempre nuovi particolari e cercare di interpretare il vero significato celato dietro alla mano di chi scrive. Lettura consigliata a chi ama la poesia.

    [... continua]

  • La prima parte di una saga fantasy che vi incanterà. Un giovane mago nonchè affascinante ragazza incontra sulla sua strada un vagabondo e il suo a dir poco strano accompagnatore. Grazie all'astuzia del ragazzo diverranno ben presto improbabili compagni di viaggio. Il destino li porterà al cospetto dei maghi anziani, per i quali dovranno intraprendere un'importante missione assieme a un orco, un folletto e tre scelti abitanti delle Terre di Sopra. Il gruppo ben presto dovrà non solo affrontare i pericoli esterni e le micidiali ombre, ma anche le tensioni e la diffidenza alimentate dai pregiudizi, le ambizioni e le paure di ogni singolo individuo. Dovranno imparare a fidarsi gli uni degli altri e collaborare per portare a termine il loro compito estremamente arduo.
    Una storia avvincente che vi farà entrare in un mondo fantastico per vivere una splendida avventura!

    [... continua]

  • “Nessun uomo vale una vera amica.”
    Viviana è una donna che ha rinunciato alla vita e, come un pesciolino rosso da luna park, resta nella sua boccia di vetro nuotando da sola avanti e indietro ogni giorno della sua vita. La sua, al contrario di quella del pesce però, è una libera scelta. Si lascia scivolare i giorni addosso, respirando, in costante attesa e rimpianto.
    Uno di questi giorni, al lavoro, il passato le compare davanti inaspettato: Luca. Rivedere dopo dieci anni il più grande amore della sua vita è come un pugno dritto nello stomaco.
    In pochi minuti davanti a lei si svolge la storia d'amore complicata e travagliata dal tragico epilogo nel quale oltre all'uomo amato, lei perderà una delle persone più care della sua vita: Chiara.
    A svegliarla dalla momentanea catalessi è Antonella, sua collega e amica dai modi schietti e un po' “burini”. Quel giorno le sorprese per Viviana non sono finite: una promozione le piomba addosso e la mette a stretto contatto con un uomo, che da subito le dimostra delle attenzioni a cui lei non è più abituata.
    Viviana è una bella ragazza, con un orgoglio ferreo come ferrea è la sua forza di volontà quando si mette in testa una cosa, giusta o sbagliata che sia.
    Comincia per lei un periodo dov'è combattuta tra il riscattarsi dalla storia finita male con Luca e l'avvicinarsi sempre di più, emozionalmente, a un uomo con l'illusione e la speranza di voltare pagina.
    Finirà per fare i conti con sé stessa, i suoi errori e le sue paure. Imparerà a mettersi in discussione e scendere a compromessi con il suo carattere e tutto grazie a una collega.
    Una persona imperfetta e audace, che di perfetto ha solo l'affetto e la pazienza di un'amica sincera.
    Una bella lettura: leggera e riflessiva allo stesso tempo.

    [... continua]

  • La magia è uno strumento strano tanto quanto il posto dove essa è nata.
    Cosa hanno in comune tredici impaurite ragazzine con poteri paranormali, le cui famiglie, in preda alla disperazione e all'impotenza, sono state convinte a mandarle via per il loro bene? Una scuola. Un posto strano, bello e misterioso allo stesso tempo. Tre personaggi singolari la dirigono: un intrigante preside, sua sorella l'infermiera e un alquanto oscuro guardiano. Ma quale segreto nascondono queste tre figure in realtà? Giulia, o Fiammabianca come la chiamava la nonna, è l'ultima arrivata. Si sente subito legata alle altre bambine da una forza incomprensibile. L'avventura inizia quando Giulia viene a conoscenza di un terribile mistero: alcune ragazze sono state rapite da un'entità malefica, di cui loro soltanto riescono a sentirne la voce. Tutte le ragazze, accomunate dal fatto di essere fiorentine e avere lo stesso dono paranormale, si uniranno nella missione per cercare le compagne scomparse. Non sapranno che questa missione le porterà, attraverso insidie, bugie e inganni a scoprire una verità che ha dell'incredibile. Solo la forza dell'amore, che le unisce, riuscirà a farle combattere contro l'oscurità e insieme si prepareranno a intraprendere il viaggio verso il loro destino. Una favola magica che ci porta lontano e ci fa sperare in un futuro migliore.

    [... continua]

    • Calipso
    • 13 novembre 2014 alle ore 21:18

    Una raccolta di poesie è sempre un viaggio nella mente e nel cuore di chi le scrive. Il poeta si mette a nudo, lascia cadere le sue difese e rivela la sua parte più nascosta. Proprio per questo, le raccolte di poesie sono, a mio parere, le più difficili da recensire.
    Come si fa a rencensire degnamente un insieme di emozioni così profonde e personali?
    Permettetemi e scusatemi pertanto se le poche parole che scriverò non renderanno giustizia alla bellezza di ciò che ho letto e riletto in queste sere.
    Si dice che i numeri siano infiniti, mentre le parole no, però le parole si possono usare un infinito numero di volte per esprimere innumerevoli sfumature: paesaggi, immagini, stati d'animo.
    C'è anche chi dice che una poesia non è tale se non è in rima, lunga e prolissa.
    Il poeta Paolino, con questa collezione, dà prova di riuscire a trasmettere al lettore svariate emozioni e ci dimostra anche che a volte basta poco per descrivere tanto.
    La poesia, ripeto, è nel cuore, nell'anima del poeta e Paolino, in poche righe, riesce dipingere l'universo che è dentro di lui.
    Da una manciata di versi, selezionati, ponderati e strutturati con estrema cura, esce un'opera d'arte, una scultura - come accenna l'autore stesso nell'introduzione alla raccolta - che è completa nella sua semplicità.
    Sono versi disarmanti. A volte ci tolgono il respiro, altre ci danno filo da torcere per comprenderli, ancora ci scuotono profondamente, e sempre e comunque risuonano dentro di noi come una eco che non ci vuole lasciar andare.
    Mi piace pensare alle poesie di Paolino, e dei grandi poeti in generale, come a un buon rum davanti al caminetto in una sera d'inverno.
    Alla fine la poesia è un sorseggiare le parole e godere del retrogusto che esse ci infondono in funzione dello stato d'animo in cui ci troviamo, sia esso felice, malinconico o anche infuriato.
    Qualsiasi emozione scaturita da una poesia, in positivo o in negativo, è fondamentalmente un brindisi all'arte.
    Salute!

    [... continua]

  • Una raccolta di racconti in chiaroscuro. L’autore spazia tra immagini surreali e ricordi vividi trasportandoci nel suo mondo fatto di memorie e sogni, tra fantasia e realtà. Ci immergiamo laddove la luce può venire spenta all’improvviso per lasciarci al buio. Incontriamo spesso e volentieri la figura del cane guida, che, come un amico inseparabile, ci accompagna attraverso queste storie che mescolano malinconia, speranza e angoscia senza mai essere opprimenti. Una scrittura scorrevole ed elegante ci fa percorrere strade a noi sconosciute e conosciute allo stesso tempo. Si parla di tutto in questo libro: amicizia, amore, tradimenti, passioni, tristezza, paure, ma anche di attualità scottanti come razzismo, ignoranza, disinteresse ed egoismo; temi che vengono affrontati con quella che, a primo impatto, sembra la leggerezza di una persona “estranea” alla nostra quotidianità, ma che nel profondo ci invita a riflettere sulle varie sfaccettature di un universo che è anche il nostro.
    Sempre al limite tra la Luce e l’Ombra, che, pagina dopo pagina, è sempre in agguato pronta a colpire improvvisamente e lasciarci inermi e spaesati. Profonde e reali le descrizioni delle emozioni, che, impalpabili, ci avvolgono e fanno scattare in noi una profonda empatia tanto da farle nostre. Scritto al buio, con l’anima, si legge con gli occhi, ma si comprende con il cuore questo libro.

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  • Un'infanzia spensierata e piena di avventure può aiutarti, quando sei grande, a prendere la decisione giusta per scegliere la strada della felicità? 
    Forse no, ma sicuramente un po' aiuta.
    Questa è la storia di un bambino come lo erano tanti di noi, con due genitori che lo amavano tanto da non voler fargli pesare l'asprezza di una vita piena di tribolazioni e sacrifici.
    Ma si sa, i bambini capiscono anche quando le cose non si dicono. 
    Sarà un'estate a cambiare tutto. Uno scorcio su una stagione di felicità. Una vacanza da una zia molto temuta, si rivelerà un'avventura piena di emozioni e risate. Ci saranno tanti piccoli amichetti, con i quali giocare liberi in campagna e combinare marachelle, e poi uno zio in gamba pronto a infiammare ancora di più la loro fantasia di piccole persone, che vedono il mondo con altri occhi.
    E i genitori, che pur di garantirgli la felicità e anche un futuro, sono pronti ad andare incontro all'umiliazione.
    Ecco, una storia che tanto spensierata poi non lo è, ma che ci ricorda le famiglie come le nostre, quasi di un'altra generazione: quella dove i bambini si proteggono e i problemi si tengono nascosti, volendosi bene anche nella cattiva sorte, mascherando la preoccupazione con sorrisi, storie fantastiche o sorprese inaspettate, per poi affrontarli tra grandi quando i bimbi sono a letto.
    Genitori uniti nel bene e nel male, figli liberi di vivere l'infanzia scorrazzando nel mondo parallelo della fantasia.
    Un giorno, poi, si cresce e si devono prendere decisioni da grandi, quelle che non si sa se sono giuste. In quei momenti si guarda al passato, si ripensa agli adulti che ci hanno insegnato tanto, ai giorni di una spensieratezza disarmante e, magari non si riesce a fugare ogni dubbio o ad aver la certezza di scegliere bene, ma a una domanda si che si riesce a rispondere: "Sono felice?".
    Inutile dire che se si sa la risposta, si può trovare anche la strada e andare incontro alla felicità.
    "Profitto non vuol dire progresso", la dedica dell'autore. Ho capito cosa voleva dire solo alla fine di questa breve storia, che mi ha sorpreso positivamente.

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  • Victoria è una bambina problematica. Dopo essere stata data in affidamento a una serie innumerevole di famiglie e respinta da tutte, la ragazzina deciderà di non accettare mai nessun tipo di contatto sia fisico, che amorevole.
    Quando un giorno è affidata alle cure di Elizabeth, una donna sola ma piena di amore, Victoria pensa già a cosa fare per farsi rispedire indietro. Per Elizabeth non sarà facile, ma non si darà per vinta e, attraverso il linguaggio dei fiori, si avvicinerà al cuore della bambina per sempre. Questo idillio, però, sarà breve. L’adozione definitiva è minacciata dal legame complesso tra Elizabeth e sua sorella, Catherine. Le due sorelle non si parlano da molti anni e, davanti agli innumerevoli tentativi di Elizabeth di riallacciare i rapporti, Catherine rimane fredda e impassibile. Victoria decide di agire per rovinare Catherine, la donna che sta distruggendo la sua felicità. Il suo gesto, però, avrà delle conseguenze inimmaginabili non solo per lei e le due donne, ma anche per Grant, il figlio di Catherine. Il ragazzo, traumatizzato dagli eventi, riapparirà inaspettato nel futuro di Victoria e lo cambierà per sempre.
    La storia salta di capitolo in capitolo tra il passato e il presente di Victoria, scoprendo lentamente la verità, facendocela conoscere e amare.
    I fiori sono essenziali per Victoria; sa il loro significato e li usa come una strega userebbe le sue pozioni. Essi le salveranno la vita e le daranno nuova speranza per il futuro.

    [... continua]

    • DeStino
    • 10 ottobre 2013 alle ore 20:10

    Il Destino ha una doppia faccia, si sa. Può essere un alleato come pure trasformarsi nel nostro peggiore nemico. Ma il Destino lo si può “fregare”, basta solo un po’ di coraggio. Davide sembra saperlo quando, subito dopo aver avuto un incidente, riesce a dare un biglietto a Sara: “Ti amo”, due piccole parole con un significato così smisurato da poter cambiare la vita alle persone. Si rincorrono tra le pagine i due ragazzi e noi lettori non possiamo fare a meno di immedesimarci nella loro storia. Vorremmo entrarci e spronarli, dargli qualche “dritta”, gettarli l’una fra le braccia dell’altro. Un ragazzo innamorato e una ragazza che dell’amore sembra avere paura. Un passo avanti di Davide, uno indietro di Sara e viceversa, fin quando non s’incontreranno.
    L’autore ci dà una dritta giusta con le sue “istruzioni di lettura”, il libro si legge tutto d’un fiato per sapere come andrà a finire e poi con calma lo si rilegge di nuovo, per “ascoltarlo” meglio: solo così si sentono le note, solo così vengono in mente le canzoni. All’inizio di ogni capitolo, infatti, ci sono due spazi per il titolo e l’autore della canzone che il lettore “assegnerebbe” a quel pezzo di storia. Da scrivere a matita, però! Perché un giorno, chissà, rileggendolo ancora, i titoli potrebbero cambiare.
    DeStino di Luca Clementelli è così: una breve storia scritta con infinito amore. 

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  • Quanti misteri in questo libro. Alcuni bizzarri ed altri irrisolti. Comune denominatore di tutti Jed, un ispettore un po' strano e a tratti anche molto misterioso, forse perché sotto sotto non è un ispettore, ma un semplice pubblicitario in cerca di sua sorella scomparsa. Con l'aiuto di una bussola, Jed viaggia nel tempo e si imbatte in tanti personaggi bizzarri quanto i casi che si trova a dover risolvere: una vecchietta minacciata di morte, una vedova triste, il proprietario di un hotel infestato da mostri, un pittore pazzo; insomma una combriccola strana veramente. Jed, però, oltre alla bussola ha dalla sua una gran furbizia. Quando vede che le cose si mettono male non prova a fare l'eroe, ma se la da a gambe. Forse qualche caso potrà anche rimanere irrisolto, ma alla fine la sua missione è quella di riportare la sua sorellina a casa. Non ci resta che accompagnarlo nelle sue avventure per vedere se alla fine riuscirà a scoprire la verità. Preparate la pipa, la lente e... buona lettura!

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  • Leggere questo libro è stata un'esperienza a dir poco stupefacente, illuminante, elettrizzante. Una scossa. Immaginate di ritrovare il taccuino di uno sconosciuto sul sedile del treno. Aprendolo scoprite fin dalla prima pagina che si tratta del mondo di un personaggio alquanto singolare. Un mondo fatto di poesia, pensieri, sfoghi, disegni a matita più o meno inquietanti, foto attaccate con il nastro adesivo o semplicemente infilate tra una frase e l'altra. Leggete qualche riga che vi disturba e decidete di saltare pagina sfogliando più avanti. Arrivati ad un certo punto vi fermate a rifletterci sopra. Ma ormai è tardi e dovete continuare per vedere dove vi portano questi piccoli parti di una mente, che definire creativa è un eufemismo. Amore e odio, vita e morte si rincorrono più vivi che mai tra le pagine e non potete fare a meno di immergervi nelle sensazioni e riscoprirle umane, quasi vostre. Ci sono storie che vi strappano un sorriso, ma non siete sicuri se sono storie veramente divertenti; un po' di ansia prima di girare la pagina e quel sapore di malinconia mescolata all'asprezza, alla spregiudicatezza vi conquistano. Leggete d'un sorso. Non siete nemmeno arrivati alla vostra fermata che lo chiudete. Sul viso uno di quei sorrisi a metà tra il sognante e lo scaltro. Vi guardate intorno e infilate in tasca il taccuino. Perché? Perché non appena arrivati a casa lo rileggerete con calma! Esattamente quello che farò anche io. Ce ne sono ben tre versioni per tutte le età e tutti i gusti. Non vorrete mica farvelo scappare?

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  • L'inglese. Cosa dire? La lingua più parlata al mondo? Che sia per lavoro, viaggio o anche semplicemente per capire il testo di una canzone, serve eccome! Finalmente un libro di cui italiani (e non solo) avevano bisogno. Quando, dopo aver vissuto in Inghilterra, mi ritrovavo a correggere frequentemente amici o quando dando ripetizioni cercavo di spiegare le diverse proposizioni che danno a un solo verbo innumerevoli significati, alla domanda: “ma perché?” rispondevo quasi sempre: “perché è così”. Come spiegare una cosa se non si sa come? Ora si può! Questo libro è a dir poco geniale. Pagina per pagina, con spirito, allegria e semplicità estrema, aiuta efficacemente non solo a capire le differenze o i vari significati più comuni per evitare gli errori, ma, come dice anche il titolo, a ricordarseli per sempre. Per non parlare del problema più diffuso, quello di tradurre letteralmente ciò che si vuol dire, rischiando spesso di non venire capiti o di fare anche qualche bella figuraccia. Per esperienza personale, prima di trasferirmi, un libro così a scuola sarebbe stato una manna dal cielo. Non è un semplice manuale da imparare a memoria, ma molto di più: con i suoi esercizi e cruciverba divertenti, domande e vignette simpatiche mette in moto la mente del lettore, lo coinvolge fino a farlo arrivare da solo alla risposta! Quale modo migliore di imparare una lingua se non quello di capirla fino in fondo anche con l'aiuto di qualche chicca culturale? La fonetica come punto dolente? Si può imparare anche senza impazzire con simboli “strani” che si dimenticano facilmente. Modi di dire, barzellette, gaffe più o meno anonime di studenti fanno sorridere il lettore, rendendo questo libro una piacevole lettura a prescindere dall'uso che se ne vuol fare. Insomma chiaro, semplice, diretto, breve ed efficace. Da inserire anche sulla lista dei libri di testo scolastici. Perfetto anche come regalo! Consigliatissimo!

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  • Baby Brookin è il soprannome che le è rimasto appiccicato addosso da quando a due anni, inseguendo una lucertola, è caduta nel pozzo di una miniera, evento che le ha regalato una certa notorietà. A distanza di tredici anni, Brooklin sembra ancora non aver capito che le sue decisioni prendono sempre una via ben precisa, che la porta inevitabilmente verso risultati disastrosi. La sua ultima l'ha portata in un commissariato e a una condanna di duecento ore di servizi sociali in una casa di cura. La popolarità a scuola è ai minimi storici, la signora anziana alla quale legge delle storie, ha un carattere che definire irascibile è poco, è segregata in casa a causa di una punizione, ergo la sua vita non potrebbe fare più schifo. Una cosa è certa: è tutta colpa sua e delle sue decisioni. Come un fulmine a ciel sereno, però, ha un'idea brillante: aprire un blog e fare decidere ai lettori, tramite un sondaggio, tutto quello che dovrà scegliere di fare in futuro. Per un po' sembra anche funzionare e Brooklyn, con determinazione stoica, si attiene rigorosamente ai sondaggi (anche quando i risultati non sono quelli tanto sperati). Ma succederà qualcosa che cambierà radicalmente il suo atteggiamento e che la metterà a dura prova. Ci sono certezze che si sgretoleranno come creta e si troverà a dover decidere di decidere della sua vita. Un libro spassosissimo, ma profondo allo stesso tempo. Un libro per adolescenti e non solo. Un libro per noi indecise, ma anche per chi è troppo deciso. Bello.

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  • Il circo della notte arriva senza annunci e se ne va senza avviso. E' un circo strano, che apre a mezzanotte e chiude all'alba. Agli occhi di uno spettatore comune potrebbe sembrare un'illusione di innumerevoli tende, una più misteriosa dell'altra. Girando per il circo egli potrà trovare artisti in grado di incantare i suoi occhi, rubare la sua attenzione, sequestrare la sua immaginazione.
    Ma il circo è più di questo. E' una famiglia di tanti differenti personaggi, che non invecchiano e non lasciano il circo per più di qualche giorno. Due gemelli nascono la notte in cui il falò che non si estingue mai è stato acceso per la prima volta. Essi sembrano aver ereditato dei doni speciali dall'atmosfera magica che li circonda. Quello che lo spettatore comune non sa, è che questo circo è una specie di tavolo da gioco. Due uomini, che non sarebbe sbagliato chiamare maghi, guardano un gioco che loro stessi hanno creato tantissimo tempo fa. Ogni volta ci sono due giocatori, ma solo uno può vincere. Questa è la volta di una giovane donna, la cui magia è un talento ereditartio, allenata duramente e senza pietà da suo padre; e un giovane uomo, una volta orfano e ora studente di un altrettanto crudele insegnante.
    Ma sebbene abbiano supervisionato questo gioco con innumerevoli giocatori, non hanno mai considerato intoppi inaspettati come l'amore. Mentre i due giocatori crescono si affezionano alle loro rispettive opere nel circo, fino a quando si incontrano finalmente e si accorgono dello scopo crudele del gioco, ma un'altra cosa imparano insieme: anche se non sembra esserci una via d'uscita, il futuro non è mai inciso nella pietra.

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  • Cosa fareste se all'improvviso riusciste a sentire quello che la gente prova attraverso i cibi che prepara? Rose ha otto anni quando le succede la prima volta. Quello che per molti sembrebbe un dono, si rivela essere un incubo per la piccola, che cerca in tutti i modi di evitare le pietanze preparate prima da sua madre e poi da amici, cuochi e altre persone afflitte dal mal di vivere o da quei sentimenti che li soffocano spegnendoli lentamente. George, il migliore amico di suo fratello, per il quale coltiva la sua prima grande cotta, è l'unico che sembra prenderla sul serio. Solo quando scoprirà il terribile segreto di suo fratello, Rose cercherà di accettare il suo destino e di trasformarlo in qualcosa che abbia senso per lei e per gli altri. Una bellissima storia, commovente e intensa che parla di una famiglia dall'eredità genetica così particolare da cambiare la loro vita per sempre.

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  • Ho sempre pensato che gli aforismi, i pensieri, che scriviamo più o meno di getto sono frutto di intense riflessioni, che talvolta non sappiamo nemmeno di fare. Un aforisma può racchiudere in se un mondo illimitato. Spesso mi chiedo se essi non sono altro che mini-storie, assaggi, scorci di vita. Recensire dei così brevi pensieri e, in questo caso, anche molto diversi fra loro, liberi, senza un vero e proprio denominatore comune è alquanto difficile. Si possono leggere come cioccolatini: uno dopo l'altro, scartandoli con cura ed ecco che lo si trova, l'anello che li accomuna tutti: la vita. La vita è fatta di tutto ciò di cui ci parla lo scrittore: è un preparativo per "un appuntamento molto importante". Questo giovane autore ci dimostra come si riesca a sintetizzare o, come dice lui, recensire la nostra esistenza attraverso le parole.

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  • Questa è la storia di Alex, un ragazzino che vive con sua madre Cindy a Belfast. Il passato della sua mamma non è stato il più gioioso, ma una cosa è sicura: ama il suo bambino. Dal giorno della morte del padre, Alex ha un migliore amico, Ruen. Ruen è un demone. Gli appare in tre modi diversi e gli promette che potrà avere tutto quello che vuole in cambio di un favore: deve uccidere qualcuno. I capitoli si alternano tra il diario di Alex e i racconti di Anya, una psichiatra che segue il caso del ragazzino dopo il terzo tentativo di suicidio di Cindy. Poppy, la figlia di Anya, da bambina si è tolta la vita perché soffriva di schizofrenia. Con l'aiuto di Michael, un assistente sociale sensibile e professionale, Anya riuscirà a stringere un legame con Alex per curarlo della malattia che lei è convinta che abbia. Ma Alex riesce veramente a vedere i demoni? Alcuni eventi inspiegabili sembrerebbero insinuare dubbi anche nelle menti professionali e razionali degli adulti. L'autrice ci ammaglia con questa storia dai tratti affascinanti, ma anche a volte divertenti, a volte commoventi della storia di questo ragazzino tormentato. Una rara prova di una sensibilità meravigliosa.

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  • Turlough O'Carolan, l'ultimo bardo d'Irlanda, il leggendario cantastorie, con la sua arpa e il suo fedele amico e aiutante, Phelan, viaggia per tutta l'isola verde, la sua amata patria Irlanda, fermandosi per paesi, castelli e città a rallegrare i cuori di chi è oppresso e le corti dei nobili. Carolan, cieco fin dalla gioventù, si appoggia a Phelan, che, a sua volta, impara e cresce con gli insegnamenti del suo maestro. E' raccontata come una fiaba la storia di questo personaggio, diventato un mito nel suo paese e nel mondo. Attraverso uno scorcio sulla sua vita, l'autore ci racconta brevemente la storia di una terra, di un popolo oppresso, povero, ma pur sempre testardo, fiero e forte. Ci racconta dei Celti, di San Patrizio, di leggende e fatti storici allo stesso tempo. Quello irlandese, è un popolo combattente e positivo, la cui fede cattolica si sposa con le sue origini pagane. Gente semplice, ma magica, che ha contribuito a fare dell'Irlanda, quello che è oggi: una tra le più belle isole del mondo. Consigliato a chi ama l'Irlanda, ma anche a chi non c'è mai stato.

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  • Herik Mutarelli, attraverso ognuna delle sue brevi storie, sonda l'animo umano nel livello più profondo. Non si accontenta di dare un nome ai sentimenti dei protagonisti, ma li sviscera e li descrive con la più umana delle sensibilità. Una vena malinconica attraversa le pagine e, come un velo, copre e scopre le paure, le speranze, gli amori, le rinunce, i dubbi, che accompagnano ognuno dei personaggi.  Parla di vita questo libro. La vita di una società che ci cataloga, la vita di bimbi che cresceranno comunque, a patto che essa glielo conceda, quella di adulti ancora alla ricerca di se stessi. Parla anche di morte. Una morte a due facce: quella fisica che segna il limite delle nostre esistenze, ma anche la più atroce di tutte, quella che ci accarezza quando ancora siamo in vita. Il tempo è alleato sia della vita che della morte. Esso può avere le sembianze di un falso amico e lasciarci proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di lui; oppure arriva come un salvatore, quando meno lo si attende per darci ancora qualche istante di speranza. L'autore crea un dipinto con le parole e mostra le diverse sfaccettature dei personaggi, nei quali prima o poi ogni lettore si identifica. Tocca nervi scoperti, questa lettura, portando a galla sensazioni che si credeva fossero annegate nel buio dell'inconscio, tanto tempo fa.

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  • Alan compirà cent'anni oggi e la casa di riposo, presso cui è ormai ospite da tanto tempo, ha deciso di organizzare una gran bella festa. Per l’occasione è stato invitato il sindaco e anche qualche giornalista locale. Alan, però, non ha proprio voglia di festeggiare e allora decide di scappare! Salta dalla finestra e “scompare”. Ora rimane solo da decidere dove andare e pertanto l’arzillo vecchietto si reca alla stazione degli autobus in pantofole e con un po’ di soldini in tasca. Decisa la meta a caso, si ritrova davanti un giovane, che gli chiede di tenere d’occhio la sua valigia mentre lui deve fare un bisognino. Arrivato l’autobus, Alan non vede tornare il giovane dal bagno e decide per la cosa più ovvia da fare: sale sull’automezzo portandosi dietro anche la valigia, che purtroppo è piena zeppa di soldi sporchi. Quella che è iniziata come una semplice fuga, si trasforma così in una serie di eventi inaspettati e ci scappa anche qualche morto. Con l'aiuto di amici raccolti casualmente, Julius un truffatore di mezza età, Benny un ex proprietario di un chiosco, che ha passato la sua vita a studiare in facoltà diverse tanto da avere qualifica di quasi medico, architetto, chimico ecc., Bella una donna che ha come animale domestico un elefante, Allan in qualche modo riuscirà ad uscirne illeso. La polizia, però, è sulle loro tracce e non ci vorrà tanto per scoprire dove si sono nascosti. Come andrà a finire? Una storia comica e tenera, che intervalla all’avventura anche flash-back sul passato del nostro simpatico vecchietto, sotto forma di racconti surreali con protagonisti celebri della storia mondiale. Il nostro Allan, sotto alcuni aspetti, è un po’ il Forrest Gump della Svezia.

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  • È il 1988, Emma e Dexter passano la notte insieme dopo la festa di laurea. Entrambi sanno che sarà una notte e basta. Niente di più, niente di meno. All’improvviso li rincontriamo, anno dopo anno, quello stesso giorno, per venti anni. Li incontriamo ogni anno e siamo testimoni della loro crescita, separati, ma in qualche modo sempre insieme. Combattiamo contro l’impulso di schiaffeggiare Dexter per essere così egoista e narcisista ed Emma per essere così rassegnata alla sua vita squallida e anonima. Crescono, ma mentre Dexter sembra aver centrato l’obbiettivo con la sua vita di successo e fama, Emma è ancora ferma nella sua vita insipida senza sapere quanta bellezza e potenzialità si nasconde in lei. Il declino di Dexter inizia proprio durante il risveglio di Emma: l’amore sembra averla trovata; Dexter, d’altro canto, cambia lenzuola velocemente come cambia le sue (inesistenti) mutande. La storia continua, non voglio anticiparvela né rovinarvela, e noi, i lettori, ci sentiamo inquieti, quasi a sperare che il timing sia giusto, anno dopo anno. Ci arrabbiamo, ci sentiamo frustrati, dispiaciuti, felici e poi tristi di nuovo; è come guardare due persone, che vogliono disperatamente vedersi, ma scendono sempre da due treni diversi, sullo stesso binario, a distanza di qualche minuto, abbastanza tempo per non incontrarsi mai. L’autore descrive la vita com’è veramente: imprevedibile; l’amore com’è veramente: irrazionale e insicuro; la paura com’è veramente: ti tiene lontano dall’unica cosa che potrebbe veramente farti felice. E poi, come in quella canzone delle Shakespeare’s Sister, ci accorgiamo che: “Life is a strange thing. Just when you think you learned how to use it, it's gone” – “La vita è una cosa strana. Proprio quando pensi di aver imparato ad usarla, è andata”. Un libro splendido, veramente.

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  • La prima parte della saga di Oltremondo ci catapulta in una Milano che ha del miracoloso. L'Italia come la conosciamo non c'è più e Milano, la città grigia e trafficata di una volta, ora è un'isola verde senza povertà ne malvivenza. Siobhan e Rowan, due amiche che oltre all'estrazione sociale e alla data di nascita, hanno molto più in comune di quello che credono, conducono una vita da favola. Una serie di eventi all'alba del loro ventesimo compleanno farà scoprire alle due ragazze di avere dei poteri inimmaginabili. Quando anche Ian, l'innamorato di Rowan, Kenneth il maggiordomo di Siobhan e Basil il loro istruttore di tiro con l'arco riveleranno le loro vere identità, la storia intorno alle loro vite si scoprirà avere dell'incredibile. Adrian, il ragazzo che Siobhan aveva sempre letteralmente sognato, sarà l'unico degno del suo amore. Quando anche la verità su quest'ultimo verrà svelata, i ragazzi saranno finalmente pronti per tornare a casa. In un mondo che è stato loro in passato e che custodirà per sempre le loro radici. Dovranno affrontare un'avventura fantastica e un nemico potente. La guerra alle porte li riporterà insieme e li ricongiungerà a persone che credevano esistere solo nei loro sogni o nel loro inconscio. Come tutte le battaglie, però, anche questa mieterà le sue vittime.

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  • Calcutta, 1932. Sette ragazzi orfani hanno compiuto ormai sedici anni e dovranno lasciare l'orfanotrofio, che li ha uniti in una confraternita. Hanno giurato di stare insieme e proteggersi fino alla morte, ma è giunto il giorno in cui la confraternita si scioglierà e le loro strade si separeranno. Sedici anni prima, una donna da alla luce due gemelli, una femminuccia ed un maschietto, ma non avrà mai la possibilità di crescerli perchè sarà vittima di una sanguinosa vendetta. Un capitano inglese li salva da una fine certa, portandoli dalla nonna, che li dividerà per proteggerli. Un mistero legato a una storia ancora più vecchia, quella di un treno pieno di orfani in viaggio che prende fuoco misteriosamente. E uno dei sette, Ben, la sera stessa della cerimonia di scioglimento della confraternita conosce Sheree, una ragazza misteriosa in viaggio con un'anziana signora. Il legame che li lega li porterà a dover scoprire il mistero fino alla loro origine. Gli otto ragazzi dovranno affrontare le loro paure di fronte ad avvenimenti inspiegabili razionalmente e non verranno meno al loro patto di proteggersi l'un l'altro anche a costo di morire.

    [... continua]

  • Un fantasy di Neil Gaiman è sempre una nuova esperienza. Ti dimentichi che è una storia fantasy dopo qualche pagina e ti ritrovi risucchiato in un nuovo mondo. Charles Nancy, Ciccio Charlie, è un uomo normale, che abita a Londra, a pochi giorni dal matrimonio con Rosie. Fin qui niente di strano, vero? Ci viene presentata la sua infanzia in Florida segnata da un padre che è fonte di continuo imbarazzo per il povero ragazzo. Suo padre è un uomo abbastanza affascinante. Nessuno infatti riesce a resistergli e il giorno in cui muore, Ciccio Charlie non solo deve volare verso quella che non è più la sua casa, ma deve anche confrontarsi con una strana e inaspettata eredità. Un fratello, Spider, che apparentemente ha ereditato tutto ciò che di magico aveva il padre. Ciccio Charlie scoprirà la vera natura di suo padre, quella di un dio: un dio ragno. Scoprirà, anche, come suo padre è riuscito, nel corso delle ere, a fare arrabbiare un bel po' di altri dei. Ma il problema maggiore sarà suo fratello, che pian piano gli ruberà la fidanzata, lo infilerà in guai seri con la giustizia e renderà la sua vita veramente impossibile. Con l'aiuto di tre anziane signore, streghe in realtà, Ciccio Charlie cercherà di liberarsi di Spider, ma, in qualche modo, caccerà entrambi in guai peggiori. Volete sapere se la stirpe dei figli di Anansi sopravviverà? Allora dovrete leggere questa fantastica storia.

    [... continua]

  • Già in fasce Jean-Baptiste Grenouille è un tipo strano. La sua voglia di sopravvivere è più forte di ogni altra cosa, ma ciò che lo rende veramente particolare é che non ha odore. Ciò lo rende un ragazzo schivo, senza amici e tutti ne hanno paura senza sapere il perché. Ma a lui non interessa. Vuole sopravvivere. Il suo essere inodore gli regala la capacità di riconoscere qualsiasi odore. Riconosce persone, cose, spazi, tutto dal loro odore e anche a distanze impressionanti. Tutto va bene fino al giorno in cui si imbatte in un profumo, una fragranza che lo fa impazzire dal desiderio. Segue questo odore fino a trovare una ragazzina in un giardino e la uccide. Il suo odore lo accompagnerà tutta la vita. Diventerà un ossessione. Tante ragazzine dal profumo inebriante moriranno fino a quando non deciderà di fare qualcosa. Come apprendista del Parfumeur Baldini, uno dei più famosi di Parigi, imparerà l'arte del creare, distillare i profumi. Nessuna ambizione professionale, ma solo un obiettivo: ricreare il profumo che lo ossessiona, distillando, come con i fiori, l'essenza da cui esso deriva.

    [... continua]