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Autore

Luca Brusati

in archivio dal 13 feb 2007

13 dicembre 1979, Vigevano (PV)

segni particolari:
Nessuno degno di nota.

mi descrivo così:
Amante della Spagna, dei viaggi e delle culture estranee all'Italia.

29 ottobre 2008

Il Giudizio

Intro: Una festa per l'arrivo del nuovo governatore. Il protagonista è colui che penserà al discorso che egli farà al suo arrivo, ma la sua mente e il suo cuore sono occupati da ben altri pensieri. Una donna che ha visto una sola volta, ma alla quale ha deciso di donare il suo cuore e la sua vita. Un ostacolo, però, gli si para davanti...

Il racconto

La campana emetteva il suo rintocco da quasi un minuto buono quando XX aprì gli occhi e guardò la strada spazzata dal vento. Il sole di metà pomeriggio illuminava i tetti delle case e sembrava rendere colorata l'aria che si muoveva veloce.
Dovevano essere quasi le 4 pensò stropicciandosi gli occhi ancora socchiusi. La bevuta fatta a pranzo per festeggiare l'arrivo in città del nuovo governatore si era protratta per più di due ore e aveva lasciato il segno su molti dei presenti; la maggior parte si era placidamente abbandonata a dormire per terra, in mezzo all'erba del grande giardino, mentre i camerieri e la servitù si affrettavano a togliere gli avanzi e a risistemare il disordine venutosi a creare.
Cercò di pensare al discorso del neo-governatore, ma il solo risultato fu quello di accorgersi del terribile mal di testa che lo opprimeva. Si ricordava i particolari del pranzo, il cibo servito su piatti che pretendevano di essere puliti, l'elegante svolazzo di abiti di seta femminili e lo sguardo preoccupato della servitù. Ma erano immagini senza suoni, che sembravano appartenere ad un sogno.
Il vento soffiava ora più forte e già si intravedevano le nuvole, nere e compatte, aldilà della montagna. Lo sbattere delle persiane e il latrato dei cani avvertivano che presto sarebbe
cominciato a piovere. In tal caso sarebbe rimasto a dormire, non prima di aver preso due analgesici, per lenire quel maledetto dolore alla testa.
- "Porta novità questo temporale"- disse la donna entrando nella stanza, -"Le carte..." - cominciò. -"Vai al diavolo tu e le tue maledette carte"- rispose lui con un lieve sogghigno, -"ti ho già detto che non voglio queste diavolerie da strega in casa mia!"- Lei abbassò gli occhi e mormorò qualcosa in quella lingua che lui mai aveva imparato a decifrare. -"E comunque nessuno ti ha chiesto di venire. Semmai ne avessi avuto voglia ti avrei fatta chiamare"- riprese lui. Lei guardò fuori dalla finestra e disse ancora qualcosa a bassa voce che poi fece verso di tradurre: - "E' tutto così chiaro"- e rimase a guardare fuori.
Lui aveva già chiuso gli occhi per cercare di scacciare dalla sua mente quell'immagine fastidiosa ma come per incanto gli si presentò nella mente un nuovo pensiero. Aveva capelli ondulati, scuri con occhi color madreperla. Il corpo nascosto in quel vestito nero che lasciava intravedere le caviglie nude e le mani piccole e scure. Quell'immagine gli fece male; non riusciva ad associarla ad un momento particolare del pranzo, ma sicuramente avrebbe dovuto rivederla in giornata. Avrebbe voluto darle un nome, ma in realtà non l'aveva mai saputo né forse l'aveva mai chiesto. Pensò che non avrebbe più potuto vivere senza di lei e che in fondo andare a quel pranzo era stata volontà di Dio. Si alzo d'improvviso dal letto e si mise l'abito della festa di lino chiaro, il cappello bianco e le scarpe di tela. -"Dove vai?"- gli chiese. -"Al diavolo"- rispose lui, -"o da un angelo"- proseguì bisbigliando.
Le foglie e il polverone della strada lo accolsero appena messo piede fuori dalla porta. Il barbiere sostava fuori dall'uscio della sua bottega, col tabacco in bocca e guardava il cielo che si andava riempiendo di nuvole. Si salutarono con un cenno del capo e un piccolo movimento delle mani. Pensò di dirigersi verso il palazzo del governatore, forse lei era ancora la e quando l'avrebbe vista le avrebbe detto che la sua vita, da quel momento in avanti, sarebbe dipesa da lei. Niente di più. Camminava sempre più veloce col rumore del temporale alle sue spalle pensando che dopotutto se non l'avesse trovata al palazzo qualcuno gli avrebbe dato delle informazioni su di lei. Incrociò due guardie che trascinavano un uomo sulla mezza età; un ladro forse, uno dei tanti colti sul fatto. Il nuovo governatore aveva emesso un bando contro di loro per cui se il furto era reiterato il colpevole era passibile di morte. Era l'unica soluzione per fermare quella piaga sociale ed era stata accolta perlopiù con soddisfazione dalla gente. Dove per gente si intendeva tutti coloro non appartenenti alla plebaglia.
Scomparvero dietro un angolo della strada principale e fu allora che si accorse di essere arrivato alla meta. Il portone era socchiuso; si guardò attorno e si decise a bussare. Nessuna risposta. Ma dopo pochi attimi sentì distintamente i passi lenti del custode che da li a poco apparve sulla soglia, sigaretta in bocca. Disse il motivo della sua visita pensando: "La conoscerà o la ricorderà di sicuro". -"Ma lei è il difensore?"- gli rispose il custode. Rimase sorpreso: -"Difensore di cosa?"-. - "Beh, in tal caso è tardi"- riprese il vecchio -"la signorina è già stata consegnata al giudice. Immagini un po': 3 tentativi in due mesi. Ma questa volta 2 palle nella schiena non gliele leva nessuno. Amico compreso"-. Rimase attonito mentre quello continuava: - "Pensi: venire a rubare in casa del governatore-" disse ridendo mentre gettava la sigaretta davanti ai suoi piedi - "poi uno dice che non se le cercano!"
E dopotutto pensò che le carte avevano avuto ragione.

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