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in archivio dal 07 set 2009

Ludovico Piggioli

29 settembre 1993, Catania
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  • 15 giugno 2010
    Il quadro di Irene

    Come comincia: Gli occhi di quel quadro lo attraversavano mostrando tutta la pietà immaginabile, lo guardavano per vederlo attraversare con un solo balzo il confine tra l'io e il non io; Ma quello sguardo castano sapeva, sapeva perché, lui, stava per prepararsi a balzare?
    "Il balzo" Soffiò ad alta voce.
    Quella sera era andata come sempre, una discussione con gli amici, i compagni a tornare che avevano preso il posto di quelli ormai "stanchi" di lui, più che stanchi, mai-stanchi, mai-stanchi di occuparsi di lui solo un po' di tempo al mese, erano venuti e lo avevano accerchiato come quasi ogni sera, insieme ai loro congiuntivi slabbrati dall'alcol abbondante e ai loro saluti calorosi con le labbra rosse d’invidia.
    "Labbra" Pensò stavolta.
    Labbra rosse di invidia, rosse di un qualcosa che non si può dire, rosse perché nascoste in un fosso nel campo minato dell'amicizia. Nel prato fiorito della solitudine... Dicevano:
    "Ciao! E' stato un piacere" oppure "Non bere ancora! Che ti fa male!"
    E poi ti prendevano la chitarra, il tuo volgare pezzo di legno in truciolato, e si mettevano a cantare "quei tizi", i tuoi cantori preferiti, i tuoi unici amici, anzi, i tuoi probabili unici amici, probabili come la speranza che c'era ancora, fioca come un filo di sole nel lago della vita; Ed ecco uno strano sentimento uscire fuori: la tristezza, la disperazione più profonda. Le lacrime nel sentire quelle voci... Quelle voci che cantavano quelle Voci, e giù la testa a chiudersi e a darci sotto con l'alcol. E pensare che erano state quelle note a farli incontrare: lui, lei, loro. Ora, come per magia, erano quelle voci invece, ad avergli fatto capire tutto, molto più di quanto c'era da capire, molto più di quanto un appassionato di lenzuola e cuscini potesse capire. Alla fine li aveva capiti, trovati, li aveva rimossi dai loro stretti nascondigli e a nessuno, a nessuno avrebbe detto quanto erano grandi queste tane. Insopportabile tristezza... L'angusto pensiero di avere buttato tutto al vento, tutta la vita al vento: aveva avuto un rimpianto, che, ironia della sorte, era il rimpianto di avere avuto un rimpianto; Aveva sempre tirato la fune per vedere chi ci fosse nell'altra estremità, finalmente la incominciava a vedere, erano loro, quei codardi, quelle persone come lui, che, come nel gioco del "Tirare la corda", avevano tirato lui oltre lo scotch appiccicato sotto le sue scarpe. Era, senza accorgersene, già passato nel campo avversario, e aveva perso. Aveva avuto il rimpianto di averli conosciuti, il rimpianto del rimpianto che lo spingeva ad amare qualcuno veramente, non carnalmente né tanto meno eroticamente , solamente voleva chiedere a loro come si chiamavano e che nome davano alle loro chitarre, gli avevano risposto, finalmente qualcuno gli aveva risposto, ma erano ubriachi quando lo fecero.
    Anche poco fa pose nuovamente la stessa domanda, e loro li risposero come da rituale; Ora lui stava rimpiangendo la sua bontà... Ora, loro, non erano da lui, erano in giro con Compagno Cesco e Amico Adriatico... Chi tra loro fosse il cantautore e chi la persona, era da capire.
    "No" disse
    "Non può essere, loro sono su questo divano, e guarda! Ah Ah! Lui è dietro la mia chitarra! Guarda come suona... Bellissimo, sei sbronzo ma suoni da Dio, da Libero da tutto, anche dall'alchol, come fai? E tu? Non eri... no... sei qua..."
    No, Compagno Cesco e Amico Adriatico erano lì con lui, nemmeno questa volta lo avevano abbandonato nel suo viaggio verso l'oceano Anarchico, anzi, finalmente iniziava a vederne il fondo, il sottomarino mondo di un velo chiamato: Vita. Cesco e Adriatico erano insieme a lui anche in quella notte profonda, Compagno e Amico invece erano fuori come ogni notte da lui vissuta, e lui era fuori da ogni loro pensiero.
    Sentì uno spaventoso assolo, un assolo di chitarra elettrica accompagnata da un arpeggio che immaginava fosse eseguito da delle dita tozze, con le unghie annerite e con l'alito di una Voce che cantava e bagnava quei fili di Nylon tesi tra due estremità. Era bellissimo, quella voce era affascinante, era calda, era lenta e tranquilla, era... er... Pensò che era bello per lui sapere che anche in quel momento loro erano con lui, lo stavano reggendo, lo stavano guardando e stavano suonando e cantando solamente per lui; Pensò che era bello vedere quel quadro, quello sguardo insieme a quello di Adriatico e Cesco amalgamati tutti insieme con l'alcol di una bottiglia di whiskey e l'alito della voce che lo riscaldava come un camino; Pensò che gli volevano bene e sentiva che gli chiedevano come si chiamasse la sua chitarra:
    "Non ha il nome" disse ridendo e mischiando il whiskey con le lacrime. Loro lo abbracciarono. La speranza penetrò quel lago dove prima veniva respinta...
    Lo sgabello si scostò di colpo. Il lampadario si drizzò e spense le sue lampade a forma di candela. La corda si tese bruscamente; lui sorrise piangendo e ringraziando.

     
  • 14 gennaio 2010
    Irene nella Libertà

    Come comincia: La settimana era finita, e la Domenica era giunta con la sua, strana ma scivolosa, routine spezzandone un'altra meno colorata e man mano sbiadita dalla pioggia, che aveva visto nelle sue maglie le solite cose di tutti i giorni unite a degli spezzoni di vita sognata tanto, somiglianti a quelle vignette disegnate negli addobbi degli alberi di natale, che avevano iniziato a riempire i centri commerciali della periferia della città già ben prima di Dicembre.
    L'incontro, più sperato che voluto, era avvenuto proprio come capita nei sogni che si fanno di notte, magari quando hai freddo e il piumone te lo tiri sopra la testa per isolarti nel buio dei tuoi occhi marroni, sperando e pregando qualcuno, che il letto si "bagni" di quel tuo liquido profondo; E quell'incontro provocò lo stesso vortice di emozioni, ormai non aveva più memoria del suo passato e aveva pattuito con se stessa l'idea di lasciarsi andare, in quel momento cosi intimo e di pensare per un attimo solamente a se stessa; Quando raggiungeva l'apice, era l'unico momento in cui sentiva in corpo quella libertà tanto agognata durante il grigio della giornata, e tanto sperata nel traffico della vita, e riusciva a percepire e controllare ogni minimo movimento del suo corpo come mai riusciva fare, per aumentare vivamente il piacere della propria libertà e tentare in ogni modo e con un via vai di frasi confuse in testa di far durare quella sensazione cosi anarchicamente bella; Nel fiume del suo incrocio di gambe che confluiva in quello che aveva in testa, riusciva a pescare da quella marea il significato della vita che riassumeva mentre il respiro si incastrava negli scogli in solo due parole:
    "Sono io"
    Lo diceva accompagnandosi con il fiato ormai rotondo e le mani avvolte tra i corti capelli castani e tra il suo caldo umore alla ricerca di un qualcosa che non c'era. Ma che esisteva.
    Lo disse pure quella sera con il suo compagno di vita, l'unica persona, che da anni, forse da sempre, non aveva mai smesso di avvolgerla con il suo sguardo, proteggendola e facendola crescere dall'interno come si fa con un mazzetto di Bach. Lo disse, e lui l'ascoltò; Senza domandare niente, lei disse tutto quello che lui voleva sapere, e solo quello che lui voleva sapere, l'aria che si instaurava era un aria trasparente, fluttuante e penetrante, che portava i pensieri di Irene al suo compagno, senza che nessuna parola desse l'inizio a quel solito via vai di inquietudini amare. Era la magia dell'orgasmo, la magia della Libertà figurata che creava, costruiva tutto questo, una magia oscura quanto semplice e lineare, come la Libertà, la libertà di vivere per almeno una volta al giorno come si vuole dentro, unendo al Grigio, il Bianco e il Rosso, il Viola e il Verde.
    Era Domenica sera, ormai la giornata si era annerita, dopo essere tornata a casa con un sorriso sornione stampato sul volto, era passata a comprare quel tipico mangiare adatto ai Single, o "Pigri in cucina" come era solita identificarsi, e il tempo l'ho aveva fatto passare tra frasi di libri letti, discussioni perse con i vicini di casa, e foto artistiche scattate dal suo balcone al tripudio di luci sotto la collina; In qualche modo quella vista l'affascinava sempre, sapere che a pochi metri da casa sua c'erano migliaia di persone che correvano, parlavano, lavoravano aggiungeva poi la ciliegina alla già magnifica torta. Aveva pure un ritratto Irene appeso nella parete sopra al divano che dava sulla veranda, un suo ritratto che aveva ritrovato tra gli scatti della macchinetta del suo ragazzo e che aveva fatto imprimere su una lastra di acciaio; Pesava quell'opera tanto quanto lei. Era di colore Nero, sbiadito, anche lui, nel grigio, e la ritraeva con gli occhi chiusi dall'ombra e i capelli ancora lunghi. Erano ormai lei 21.00 quando sentì i soliti guaiti del padrone che rientrava assieme alla sua creatura:
    "Ora di uscire" Pensò.
    Raccolse il suo mazzo di chiavi e si chiuse la porta alle spalle, guardando per un ultima volta il suo ritratto.

     
  • 16 novembre 2009
    Irene nella notte

    Come comincia: Le emozioni di quella semiacustica, volgarmente chiamate corde, avevano appena finito di avvolgere il caldo, vintage-giovane corpo di Irene, ballando su un ritmo ricamato di note basse e marroni, avvolgenti ed estasianti per quella pelle così chiara da riuscire a riflettersi nella profondità di una notte di metropoli.
    "Ecco il conto."
    Si alzò mentre il giovane ragazzo vestito di nero ritirava la mancia dal piatto e urlava un "Grazie" soffocato dal Sax; Raccolse il suo giaccone pesante e si diresse verso l'uscita del locale. Fuori faceva freddo. Seppur aveva smesso di piovere, sui suoi capelli sembrava sentisse il ticchettio della pioggia; L'accolse subito quell'aria classica delle città di Venerdì sera, quell'aria che trasporta dentro la gioia di una settimana finita, e l'angoscia della malinconia per il tempo andato. E quando senti del Jazz, l'avverti subito. Si coprì il collo con la sciarpa che teneva agganciata alla cintura e iniziò a camminare sul marciapiede lucido di pioggia. Non sapeva perché fosse uscita con quella serata cosi violentata dalla natura. Forse per scandagliare tra i suoi pensieri e trovarne uno che più la consolasse, proprio come aveva fatto quella chitarra. Non lo sapeva, ma amava ugualmente uscire da quella casa costruita a mo' di palafitta su una collina sopra la città, da quaggiù poteva vivere in mezzo a quel che da lassù ammirava ogni notte: un turbinio di luci in movimento risaltate dalla notte. Un clacson distolse la sua attenzione dai suoi pensieri, era ormai arrivata nella piazza centrale; Non c'erano ragazzi difronte alla pizzeria, troppo freddo pensò... Squillò il telefono:
    "Ire! Finalmente hai risposto, ero terrorizzato, ho chiamato ai tuoi, alla tua vicina, nessuno sapeva dov'eri. Cosa ti è preso?"
    Era il suo amico.
    "Ciao, nulla ero semplicemente uscita a fare due passi" - rispose.
    "Dove sei ora? Ti vengo a prendere, mi hanno detto cos'è successo..."
    Quelle parole rimbombarono nella testa della ragazza, come faceva la grancassa al caldo di quel locale notturno. Un lungo silenzio accompagnato dall'acqua spostata dalle ruote del traffico di città.
    "Sono in Piazza Università" riattaccò dopo un: "sto venendo a prenderti", non era il tipo di amico dalle domande facili, lo apprezzava per quello...
    Arrivò giusto quando iniziò a scomparire la luna dietro ad una nuvola color malinconia.
    "Sali..."
    In macchina seguì un grande silenzio. Iniziò a piangere in silenzio raggomitolata sulla sua borsa, coperta dai suoi capelli castani.
    "Vieni qua e dimmi tutto" -biascicò
    "Sono sola, di nuovo sola, non c'è la faccio più."
    "No non sei sola tu, nessuno è mai solo, mai"
    Arrivarono alla casa solitaria in cima ad un mondo, posteggiò la macchina dietro al garage e salirono le scale lentamente, come avessero davanti un "banco" di piume in cui penetrare. Girò la chiave ed accese l'abatjour e si sedette sul bordo del divano. Le lacrime erano svanite, si erano dileguate insieme alle parole di lui dette in quel tragitto di pochi minuti, avevano parlato dell'ennesimo tradimento, dell'ennesima lite finita violentemente, e lei aveva sputato tutto quello che aveva accumulato in se, mentre lui guidava e le accarezzava i capelli. La fece parlare, ogni volta che aveva bisogno di sfogarsi, iniziava ad accarezzarla e a farla parlare, a farle buttare fuori tutto il veleno che aveva. E ci riusciva.
    "Pensavo a quella frase che mi hai detto in macchina: Nessuno è mai solo" Iniziò lei. "La ripeti a me, ogni volta che ho bisogno di parlare me la ripeti. Mi aiuti, mi vuoi bene e mi ami con quell'amore estraneo a se stesso. Ma tu?"
    "Io? Vedi, in tutti questi anni solitari che ho passato, ho capito tantissime cose, alcune qualità si apprezzano soltanto se ci si vive in mezzo. La solitudine è una di queste, non è un rammarico non avere amici, non andare in discoteca, "perdere" tempo leggendo qualche libro; No, non è triste, assolutamente. E poi non si è mai completamente soli, tutto nel mondo ha una vita, un'anima, un qualcosa che noi riusciamo a percepire e che spesso cataloghiamo come paura o eccitazione di fronte a quella "cosa". E come una specie di sesto senso... E' difficile spiegarlo a parole, forse impossibile, o forse no. Ma sarebbe troppo facile dirlo con una semplice parola."
    "Quale parola?" Lo interuppe.
    "La parola Io, la parola Tu, la parola Uomo o Cosa. Vedi sono soltanto parole. Per te una pietra può significare il nulla, per me la somma di tutta una vita. Per te la parola "Tu" può significare amore o amicizia, per me solitudine. Siamo noi a dare un senso alle parole, che gia ne hanno uno di per sé. Sta a noi dare un senso alla parola "Io", solo a noi... Già... Ma se "Noi" non esistesse?"
    Fecero l'amore ognuno con la propria solitudine, distesi sul letto bagnato da mille e mille pensieri. e nelle orecchie con le emozioni di quella semiacustica, volgarmente chiamate corde, che avevano appena iniziato ad avvolgere il caldo, pallido corpo di un Noi.