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in archivio dal 09 lug 2011

Marcello A.

Lecce

elementi per pagina
  • 09 luglio 2011 alle ore 17:21
    Sonic Youth

    Come comincia: Quando mi hanno fatto nascere, stavo dormendo.
    Almeno, questo è quello che mi hanno sempre detto i miei genitori, imputando a questa fortuita coincidenza la mia difficoltà a prendere sonno.
    Il mio è stato un parto programmato.
    Per sicurezza, per comodità.
    Credevano fossi morto.
    Stavo dormendo.
    Non posso parlare per me, per il me che ero, ma non credo di averla presa bene.
    Da allora comunque, che è come dire da sempre, ho seri problemi ad addormentarmi.
    A questo si aggiunge, conseguentemente, l’impossibilità di dormire per più di poche ore di seguito.
    E poi mi chiedono perché sono sempre nervoso, perché ho la faccia stanca, le occhiaie, il colorito pallido.
    Perché sembra che non dorma da anni.
    Forse perché effettivamente non dormo da anni.
    Il fatto di dormire in maniera frammentata mi ha portato a sviluppare un’ossessione: annotare sistematicamente l’orario segnato sulla mia sveglia digitale ogni volta che di notte apro gli occhi.
    I numeri rossi, testimoni oggettivi, si ergono asettici riflettendosi sulla mia iride.
    O almeno così immagino.
    Sta di fatto che paiono tizzoni ardenti nel buio assoluto della mia camera.
    3:33; 3:56,4:12,4:25 e così via.
    Ne ho un quaderno pieno di cose così, apparenti codici, linguaggio cifrato o quant’altro, invece si tratta semplicemente di compulsioni notturne.
    Il vecchio quaderno sdrucito che tengo sul comodino ha oramai tutte le pagine spiegazzate, piene dell’inchiostro rosso che dipinge le 4 cifre che di volta in volta compongono il codice d’accesso del risveglio, le parole magiche che richiamano la mia mente alla veglia.
    1:35; 1:58; 2:16; 2:45 e così via.
    Un aspetto inevitabile di questa intermittenza è che i sogni che faccio si interrompono di continuo, si mischiano gli uni agli altri, inglobano i tanti brevi momenti di veglia che segnano le mie notti, e mi insinuano il dubbio che quello che vivo e quello che sogno non siano poi così nettamente separati.
    Tanto che molto spesso non so dire con certezza se alcuni avvenimenti siano accaduti realmente o li abbia solo sognati.
    Che è quello che avviene in molte persone della terza età.
    Notevole.
    Fallimento nel test di realtà, lo chiamano alcuni.
    Se mi ci sottoponessero, forse finirei rinchiuso.
    È superfluo sottolineare come tutto ciò mi crei problemi nella vita di tutti i giorni, nella mia vita sociale.
    Non posso dire di essere un recluso, un monatto o un isolato, però forse non si sbaglierebbe a dire che mi trovo molto bene da solo, nella mia stanza, i pugni che stringono le lenzuola, a fissare il soffitto.
    È la cosa che faccio più spesso, nel corso della giornata, e, avendo giornate molto simili tra loro, per estensione, nella mia vita.
    Fisso il soffitto, da quando non riesco più a dormire a pancia in giù, da quando i dolori alla schiena mi hanno impedito di privargli il contatto col materasso.
    Il soffitto rappresenta per me un baluardo di sicurezza, di familiarità.

    Nelle notti insonni, al buio assoluto, i miei sensi, ridotti a 3 (vista e gusto sono in libera uscita), si rafforzano,si acuiscono diventando ipersensibili.
    E questo, ne sono convinto dopo notti e notti di esperienza in prima persona, non è un bene.
    Stanotte una zanzara si è posata spavaldamente sul mio avambraccio sinistro.
    Ne ho seguito tutto il percorso, ascoltando la sua manovra di avvicinamento, il ronzio in fade-in, l’avvicinarsi minaccioso di ali che battono a velocità inimmaginabili per animali di stazza più grande.
    Ne ho seguito la manovra di atterraggio, l’ok della torre di controllo ed ho potuto visualizzare la leggiadra seppur all’apparenza brusca traiettoria che il pilota ha deciso di imprimere al suo velivolo.
    Ho immaginato il sospiro di sollievo dei passeggeri, perché c’è sempre un sospiro di sollievo da parte dei passeggeri, che non rappresenta sfiducia nei confronti del pilota, quanto l’atavica paura del volo, l’irrazionalità che sembra permeare l’idea che un oggetto possa librarsi in aria e portare con sé anche delle altre cose, degli altri esseri viventi.
    Si è tentati di pensare che qualora qualche passeggero del velivolo smettesse di credere alla possibilità che questo possa accadere, l’aereo cadrebbe giù in picchiata.
    Riusciamo così ad unire due poli opposti come la fisica e la fede.
    Quando dormi poco, quando dormi veramente poco, non ti sorprendi più dei deliri in cui la tua mente vaga.
    Deve trattarsi di una reazione psicologica ad una situazione fisiologica incongruente, un tentativo di cognitivizzare il tutto: il cervello viaggia da solo, sono le sue ore di intervallo, è il suo break, la pausa caffè: in quelle ore notturne, dove la coscienza dovrebbe essere a dormire, è lui a comandare.
    E se ciò non avviene, beh, è sempre lui a comandare, solo che noi, invece che percepire vagamente cosa sta succedendo tramite quel guazzabuglio emotivo-cognitivo-ormonale che sono i sogni, lo viviamo in presa diretta, lucidi e coscienti.
    Sogni lucidi, dicono alcuni.
    Spettatore non pagante mi sembra più calzante.
    Se riuscissimo ad inviare al nostro cervello degli impulsi precisi, raffinati, identici a quelli che riceviamo dal mondo esterno e che veicolano le emozioni ed i sentimenti, se ci riuscissimo, ed inviassimo questi impulsi artificiali al nostro cervello, potremo quindi vivere una simulazione così perfetta che il concetto stesso di virtuale scomparirebbe?
    Io non sono qui.
    Questo non sta succedendo.
    Ma, detto questo,
    che differenza c’è?
    Come farebbe il nostro corpo a discernere la verità dalla menzogna?
    Come farebbe il nostro corpo a decidere che cos’è la verità, che cos’è la menzogna?
    Tutto quello che vedo, tutto quello che sento e provo, lo do per scontato.
    Come può non essere vero?
    Già.
    Dicono tutti così.
    Non c’è niente al di là di quello che proviamo di cui abbiamo esperienza, non abbiamo prove che quello che proviamo non va bene.
    Le illusioni ottiche.
    I primi tentativi di ingannare la percezione umana avrebbero dovuto suggerirci una realtà ben più complessa di quella che ci si para davanti agli occhi.
    Come si può dare per scontato che tutto sia esattamente così come appare?
    Purtroppo, siamo ingenui per definizione.
    Per non rimarcare le infinite obiezioni al solo verbo essere.
    “noi siamo”.
    Io sono.
    Io non sono.
    Io non sono qui.
    Questo non sta succedendo.

    Ecco quello che mi è successo stanotte, cosi come l’ho trascritto sul mio quaderno delle insonnie.

    Lo vedo come in un sogno, come se non potessi entrare nella conversazione che stiamo tenendo.
    Rispondo in automatico alle sue frasi, è uno scambio di battute ed io mi sento il giudice di linea piuttosto che uno dei giocatori.
    Sono intrappolato dentro me stesso, sono come il pilota di uno di quei robot giapponesi della mia infanzia.
    Il robot è fuori controllo, è dotato di una coscienza propria, veniamo a sapere, non riesco più a fargli eseguire i movimenti che voglio.
    Guardo R. sapendo che è questa è l’ultima volta che lo vedo.
    Non riesco a dirglielo, non riesco ad avvertirlo.
    Non partire.
    Rimani qui.
    Stai attento.
    Stiamo per perdere tutto.
    Sorride, ed io non riesco a dirgli che già mi manca, lo vedo e mi manca, mi stringe il braccio, mi guarda negli occhi e già mi manca.
    Non sarà che tra diversi giorni che mi arriverà la telefonata.
    Alza le spalle, tendendo quella logora maglietta dei Sonic Youth che è sempre stata troppo piccola per lui.
    Chissà quante volte gli ho detto che probabilmente si trattava di un modello femminile, ma lui non faceva che ribattere con un ghigno che non era vero e che se anche fosse stato così per il prezzo che l’aveva pagata andava più che bene.
    Quella maglietta è la stessa che indossava quel giorno.
    Ho visto le foto della polizia stradale.
    Uno schizzo di sangue copre, rendendo quasi illeggibile, la parola “youth”.
    Macabra ironia del destino, vero?
    Qualche pubblicitario senza scrupoli potrebbe usarla come campagna pubblicitaria per la sicurezza al volante.
    “pubblicità progresso”.
    Non ho nemmeno la forza di produrmi in un ghigno sarcastico.
    R. è lì, ignaro di tutto, ed anch’io sono lì, e sembra che anch’io non possa immaginare cosa succederà, non ho controllo del mio corpo, non riesco contrarre la fronte, il muscolo corrugatore non risponde ai comandi, le leve che ho davanti agli occhi sono inceppate, il mostro è animato da vita propria.
    Io non sono qui.
    Questo non sta succedendo.
    I segnali che arrivano al mio cervello sono artefatti.
    Di alta qualità, molto realistici, ma pur sempre artefatti.
    Quello che provo si sta manifestando nei confronti di un simulacro, non dell’oggetto delle mie emozioni.
    Sono in una grande macchina simulatrice, ma non ne vedo l’uscita, non c’è un oblò sul mondo esterno.
    In questo momento, questa simulazione è tutto il mio mondo.
    Io sono in questa simulazione, e, sillogisticamente, io faccio parte di una simulazione.
    Non riesco a trasmettere al mio amico angoscia, dispiacere, perdita, lutto, mutilazione, silenzio.
    Niente di tutto ciò.
    Anzi, sento che sto sorridendo.
    Sento che il mio corpo sorride.
    Rumorosamente.
    Ottusamente.
    Rido, ed anche R. ride con me, e penso che forse è così che lo voglio ricordare, vivo, sorridente, con la sua maglietta troppo stretta, con la scritta Sonic Youth immacolata, mentre si scherza, si ride e si è felici, perché si, forse allora non lo pensavo, la credevo una frase stupida, ma ero felice, così come non sarei più stato dopo, anche se c’è ancora tempo, e spero prima o poi di accumulare giorni che diano del filo da torcere a quelli in quanto a felicità.
    Quando apro gli occhi sono le 4:24.

     
  • 09 luglio 2011 alle ore 17:20
    Riunione di classe

    Come comincia: Seguo coscientemente il lento scorrere dell’acqua lungo il rubinetto, soffermandomi in particolare su quei brevi ed immobili istanti che precedono il distacco della goccia.
    La goccia corre sprezzante e spedita lungo il collo del rubinetto, per poi rallentare, il passo incerto di fronte al baratro.
    Saranno le vertigini, l’emozione del campo di battaglia intravisto dall’alto?
    Il passo si fa grave, ogni movimento sembra calcolato, pianificato.
    La goccia avverte l’inclinazione di 90°, lo smarrimento un attimo prima della meraviglia.
    Poi si lascia andare giù, calandosi come esperta speleologa.
    È qui che la lotta ha inizio: Goccia prova a resistere, il corpo come scudo, alle lusinghe di Gravità.
    Goccia s’inarca, si gonfia, si deforma nello sforzo.
    Gravità è ai bordi, defilata, guarda Goccia sprezzante, la chiama “ingenua”.
    La trasformazione, il mutamento della forma, la sfida contro la forza di gravità che inesorabilmente finirà con una sconfitta, ma che intere generazioni di gocce non si stancano di portare avanti.
    Non importa come finirà, o meglio, si sa già.
    Ma l’ignoranza dell’ineluttabilità degli esiti, la memoria breve delle gocce d’acqua, beh, è forse proprio questa la loro forza.
    Chi mai potrebbe ripetere all’infinito, generazione dopo generazione, lo stesso gesto inutile?
    “pazzia è compiere lo stesso gesto aspettandosi un diverso risultato”, ho letto da qualche parte.
    Non posso dire di essere totalmente d’accordo, ma contestualmente calza a pennello.
    La giornata inizia quindi con un doppio ticchettio, da una parte lo scorrere lento ed inesorabile del tempo, che si porta dietro il suo abusato cliché, dall’altro la lotta sempiterna tra le gocce d’acqua e la gravità, Eterna Vincitrice.
    Anche questa mattina mi tiro su a sedere, pensoso, come in una messinscena per un pubblico immaginario che ogni mattina si raduna ai piedi del mio letto per ammirare i gesti pesati e gravi con cui mi porto le mani alla fronte, controllo l’ora piegandomi leggermente a sinistra e concedendo solo alla periferia del mio occhio di intravedere i numeri rosso slavato segnati sulla vecchia sveglia digitale.
    Si, lo so, ho detto “ticchettio del lento ed inesorabile scorrere del tempo”, od una cosa del genere, non ricordo.
    Bè, comunque, naturalmente non è la vecchia sveglia digitale dai numeri rosso slavato a produrre il ticchettio.
    Vi rivelo anche l’informazione superflua che a produrre tale suono cadenzato è un ancor più vecchio orologio a muro grande quanto un’anguria e spesso come un albo a fumetti quindicennale, dal peso cosi strano da ingannare la percezione anche del più esperto orologiaio.
    Tale orologio è, per ragioni che esulano dalla comprensione umana, insincronizabile con i comuni e condivisi Sistemi di Misurazione del Tempo.
    Non è stato ancora spostato dal suo posto perché è qui da prima di chiunque in questa casa.
    Dietro di esso potrebbe esserci di tutto, persino il colore originario del muro.
    Il plexiglass del box della doccia emette un leggero scricchiolìo mentre cerco di posizionare al meglio il mio corpo nei pochi centimetri quadrati che il designer ha voluto concedere al suo cliente.
    Che ci volete fare, gli inconvenienti di un arredamento europeo.
    Mentalmente richiamo l’album fotografico dell’ultima gita scolastica.
    Come se fosse possibile.
    Come se si potesse semplicemente inserire una directory valida e recuperare le informazioni relative alla data, ora e luogo.
    Una stringa di comandi impeccabile.
    mmmmh.
    Molto, molto difficile che le cose vadano davvero cosi.
    Il messaggio di avviso “not found” lampeggia sulla mia fronte, il giallo dei caratteri Times New Roman che disegna geroglifici sul mio volto.
    Infilo la nuova “maglietta-a-righe-orizzontali-gialle-e-nere” (la terza della mia collezione) al contrario, come da mia consuetudine.
    L’etichetta mi gratta dietro il collo, proprio in corrispondenza di un antiestetico neo.
    Fortunatamente, la sua antiesteticità è inversamente proporzionale alla sua visibilità.
    Comunque, dicevamo, la gita di classe.
    O anche, più generalmente, qualche foto dell’ultimo anno di liceo.
    Please.
    Odio le riunioni di classe.
    Anche se, secondo l’antico adagio per cui non si può odiare ciò che non si conosce, odio (per ora) solo l’idea di questo coacervo di triste ipocrisia, questo festeggiare una ricorrenza così piatta ed infausta come il diploma.
    Come festeggiare nell’anniversario del giorno in cui ti hanno arrestato.
    (forse esagero)
    Allora è forse come festeggiare nell’anniversario del giorno in cui ti hanno fatto uscire di prigione: ricorrenza felice, si, senz’altro, ma comunque troppo fortemente legata al ricordo del carcere, alla vergogna, al disprezzo verso se stessi, al senso di  colpa, alla voglia di farla finita, alle camicie a righe sempre uguali, alle intramontabili immagini mai abbastanza inflazionatesi del “cielo a scacchi”, dei compagni di cella che si pisciano addosso e che nella notte soffocano a fatica i singhiozzi e ti chiedono di stringergli la mano, ma al contempo di non dirlo a nessuno, sennò il giorno dopo ti tagliano la gola, al senso di disgusto che i secondini provano per te, al loro sguardo dall’alto-in-basso, al loro voler dire, ehi, io ho un lavoro onesto, feccia, allo sguardo di tua madre che viene a trovarti che non incontra mai il tuo, tanta è la vergogna, ai suoi racconti su quando eri bambino e subivi le ingiustizie degli altri ragazzi più grandi, che forse è stata proprio questa la causa, a quel tuo amico che lei quanto aveva insistito affinché non frequentassi, perché ti avrebbe portato sulla cattiva strada, al tono distaccato ed asettico con cui ti si rivolge l’avvocato che qualcun altro a scelto per te (il più economico, l’unico disponibile, l’unico disposto) quando ti chiede se sei davvero colpevole, davvero vuoi ricordare tutto ciò?
    Bah.
    Cosa significherà?
    È un celebrare il passato, o è un lasciarselo alle spalle?
    Gli argomenti di conversazione saranno “come eravamo carini e simpatici, che nostalgia per quei tempi“ oppure “che ingenui idioti eravamo, fortunatamente la vita vera è iniziata presto”?
    Cioè, non che mi freghi nulla, è solo per adattare il mio registro.
    Perché, lo so, alla fine ci andrò.
    Inutile mentire al me stesso che nello specchio si abbottona la camicia al contrario (si, metto la camicia sopra la maglietta a righe): tu ci andrai, insieme a tutti i fantasmi che in questi anni ti hanno accompagnato, a volte facendoti sudare freddo, a volte cullandoti nel caldo di una sana e pura nostalgia.
    (lei ci sarà?)
    Poi, un pensiero: perché far scontrare i miei ricordi, certamente influenzati da ciò che è accaduto dopo nella mia vita, con una realtà che solitamente tende ad essere banale e piatta?
    Perché il quotidiano e la realtà sono così banalizzanti?
    Perché nella nostra vita, nella vita di ogni giorno, non ci possono essere dei rallenty, dei fermo immagine, una canzone struggente in sottofondo?

    You and me,
    mean to be
    immutable
    incalculable

    Tu sei lì. Sei il mio più bel ricordo, sei la ferita mai rimarginata, ti vedo e ti prendo per mano e balliamo e tutti si fermano a guardarci e la musica continua per inerzia ed è proprio lei, la nostra canzone, quel pezzo così struggente di quei per il resto cattivoni che tanto amavamo, ti ricordi, come può essere una coincidenza, la nostra canzone, qui, nel giorno del ri-incontro tra vecchi compagni di classe e tu sei bellissima come sempre ed io ti faccio danzare tra le mie possenti e pur leggiadre braccia e tu ridi, mio dio, con quella tua risata perfetta, intere guerre potrebbero cessare se solo tu concedessi quei tuoi splendidi brillanti denti al mirino del soldato dentro il carro armato e lui piangerebbe dalla felicità e tutto finirebbe in un istante, io ti prenderei in braccio ed andremmo insieme sulla collina al tramonto mentre la telecamera ci seguirebbe ed appena oltre il declivio si innalzerebbe verso la luna piena, meravigliosa, lasciando intravedere una scritta che piano piano si fa sempre più visibile, la parola fine?
    Perché le nostre battute non possono essere dei brillanti scambi o monologhi scritti da qualche sceneggiatore di Hollywood?
    Perché gli eventi che segnano delle tappe nelle nostre vite devono essere così banali?

    Incalculable
    insufferable

    Ho sempre creduto di essere più forte di tutto questo, che un giorno, seppure avessi dovuto incontrare qualche pallido fantasma del mio passato, avrei potuto soffiarlo via, forte di quanto ho realizzato nella mia esistenza.

    You’re everything that I want and ask for
    You’re all that I’d dreamed

    Già.
    Quanto ho sognato tutto questo, quanto ho voluto in fondo rincontrare tutti questi spettri che affollano i miei pensieri, solo per nutrire questo mio spirito di rivalsa, figlio di un senso di inadeguatezza nei confronti del presente, dei tanti presenti che mi sono trovato a vivere.
    Quanto avrei voluto sbattere a tutti in faccia la verità della persona meravigliosa e realizzata che sono.
    Fanculo.
    Mi verso un bicchiere di multivitaminico energetico di un giallo canarino innaturale e solo di sfuggita getto lo sguardo sulla composizione e sugli ingredienti.
    Non c’è niente di vero da nessuna parte, nemmeno in un multivitaminico.
    Come posso fidarmi di un mondo in cui un succo all’arancia presenta una percentuale maggiore di succo d’uva?
    Cioè, e il succo d’uva cos’ha, succo d’arancia?
    O è la stessa cosa, cambiano solo l’etichetta?
    O hanno messo l’etichetta sbagliata su questo succo?

    Quando arrivo nei pressi di casa di V., non trovo grosse differenze dall’ultima volta, dall’ultima festa prima della maturità. La cabina telefonica vandalizzata è ancora lì, immodificata, dilaniata nella parte antistante l’entrata-stile-saloon-del-far-west, con lo spigolo dove originariamente doveva essere allocata la cabina oscenamente vuoto e deriso da disegni abbastanza stilizzati ed infantili di membri maschili oscenamente ingigantiti rispetto al corpo filiforme dei loro proprietari.
    Forse la cabina è diventata nel frattempo patrimonio culturale, esempio fulgido dell’arte di strada di una qualche corrente “aggressiva”, una sorta di dadaismo con le spranghe, boh.
    La giacca mi stringe all’altezza delle spalle, e come riflesso condizionato tiro entrambe le maniche con i rispettivi indici e medi.
    (perché ho messo la giacca?)
    Mi muovo dalla fermata dell’autobus, non tralasciando di notare il tempo trascorso sugli annunci attaccati su tutta la parete.
    (verrò sicuramente preso in giro)
    Attraverso fino a portarmi proprio di fronte al portone del palazzo in cui vive V., un appartamento in un complesso di otto piani in una zona così squallida che un giorno verrà artisticamente rivalutata in toto, non solo la cabina.
    (no, siamo adulti, ormai, non verrò preso in giro, verrò guardato alternativamente in maniera derisoria o pietosa)
    Naturalmente, non ricordo quale sia il campanello esatto, ricordo solo il piano.
    Potrei inferire il campanello esatto regolandomi proprio a partire da questa mia unica conoscenza.
    (l’ho messa alla mia cresima per la prima volta. Alla mia cresima, cristo!)
    In realtà non ho mai capito secondo quale ordine assegnano i citofoni nei palazzi a più piani.
    Cioè, in teoria, quelli più giù corrispondono a piano terra, quelli immediatamente sopra al primo piano, e così via, no?

    Dopo 4 tentativi andati a vuoto imbrocco il campanello esatto, rivelatosi essere esattamente quello senza nome né adesivo.
    Un classico.
    “chi è?”
    è stata la risposta al mio citofonìo.
    “è qui la riunione di classe?”
    “oh, si certamente, sali e prendi la targhetta con nome, cognome, soprannome in classe ed un elenco dei fatti salienti e degli aneddoti buffi della tua carriera liceale! ”
    Oh, no.
    No no no no no no no.
    Qui c’è un problema.
    Nessuno aveva parlato di targhette, adesivi, cappelli, aneddoti buffi.
    Tachicardia.
    Sudorazione fredda.
    Senso di vertigine.
    Ancora uno e per il DSM-IV starò per avere un attacco di panico.
    Non darò questa soddisfazione a quel manuale.
    Ho un’attivazione vegetativa, sto per mettere in atto un comportamento di attacco o fuga(Cannon, 1929).
    Così, su due piedi, propendo per il secondo.
    “ehi,pronto? Allora ci sei?”
    Silenzio. Mi guardo intorno circospetto.
    “ehi, ma non ti sei nemmeno presentato! Chi sei? Dai, dì il tuo nome e sali! Qui c’è già qualcuno!”
    Mio dio.
    Metto le mani davanti al ricevitore del citofono perché nessuno in strada possa sentire questo delirio.
    Non c’è nessuno in strada ma ugualmente non voglio correre il rischio.
    Voglio salvaguardare l’integrità mentale del mio Prossimo.
    È uno dei gesti più altruisti che abbia mai fatto e mi è venuto spontaneo.
    Forse c’è qualcosa che si può salvare in me, forse ci sono le basi sulle quali costruire una nuova e migliore identità.
    Improvvisamente realizzo che se sono qui, se ho voluto arrivare fin qui, se ho messo in gioco la mia credibilità(diciamo però solo agli occhi di me stesso) è stato solo per lei.
    Il senso di rivalsa, il bisogno di far sapere agli altri che ce l’ho fatta (ma ce l’ho fatta?), tutto scompare, per lasciare il posto ad un’immagine confusa, ad una sensazione più che ad un volto, ad un’idea più che ad una persona.
    Mi sono sempre chiesto quanto la vera F. si avvicinasse a quella nella mia mente.
    Oramai non potevo più essere oggettivo, non sono mai riuscito ad esserlo con lei.
    Il confronto tra la persona reale e l’idea semplicemente non ci poteva essere.
    Quello che lei diceva era (doveva essere) sempre perfetto, intelligente calzante adatto amabile condivisibile brillante straziante struggente.
    Oh, come ero sciocco.
    Eppure, come uscirne fuori, come guarire da questa febbre dell’anima?
    Una parte di me combatteva, ma l’altra si mostrava collaborazionista col morbo, facendo di me un’anima separata, nella dicotomia più antica e stereotipata, tra ragione e sentimento.
    Adesso il caldo intorno a me si è fatto pressante, secco, entra nelle narici e preme sul petto, riempie l’aria e annebbia la vista.
    Il citofono continua a ronzare.
    Intorno non c’è nessuno.
    Non c’è mai stato nessuno.
    8 anni.
    Come si fa a rimanere la stessa persona, a 8 anni di distanza?
    Come si può mantenere una coerenza di fondo, dopo 8 anni?
    Le esperienze, le conoscenze, gli arricchimenti, le perdite, i lutti, le prese di coscienza, le abilità che si acquisiscono e quelle di cui ci si dimentica, gli interessi e gli hobby che si coltivano o si abbandonano, tutto questo influisce, eccome, su un individuo.
    L’abbandono di un luogo sicuro, di un nido familiare, l’allontanamento da una classe, da un paese, per andare fuori, lontano, laddove si decide la propria vita adulta, tutto questo influenza massicciamente la propria vita, il modo di vederla e di affrontarla.
    E lei, oh mio dio, così insicura, così bisognosa di protezione, così fragile, il suo sguardo implorante, la sua finta spavalderia, il suo essere in fondo una bambina perdutasi chissà come…
    Chissà com’era in realtà.
    L’ho sempre vista attraverso un filtro, con gli occhi dei sentimenti che sentivo violentemente polarizzarsi nella sua direzione.Il sudore mi cola lungo la schiena, giù nei pantaloni e tra le ginocchia.

    Il citofono gracchia.
    L’ultima volta che l’ho vista, ricordo le ultime parole che le ho rivolto.
    “Non abbiamo più nulla da dirci”.
    Doveva suonare come una provocazione, ma una parte di me la disse con convinzione, una parte di me mi fece un applauso per il coraggio che avevo trovato.
    Lei mi guardò, affranta, sul punto di piangere.
    L’avevo presa alla sprovvista, l’avevo praticamente pugnalata alle spalle dopo una serata del tutto inoffensiva, che sembrava concludersi come sempre in un nulla di fatto, con suo (forse) enorme sollievo.
    Nei pressi della macchina, prima di andare via, prima che la fine dell’estate ci chiamasse all’ordine, all’impegno e alla serietà di chi è maturo perché ha superato un esame, nell’ultimo minuto disponibile per far si che le cose cambiassero invece di rimanere sempre le stesse, ho preso la mira ed ho sparato al suo cuore
    (ho preso la mira ed ho sparato al mio cuore)
    Non abbiamo più nulla da dirci ed era vero, perché mi ero stancato della mia inedia, del mio attendere, della trincea che mi graffiava i gomiti e che mi invecchiava la pelle.
    Ero stanco di aspettare che proprio l’immobile ed insicura F. facesse un passo verso un baratro, che distruggesse il fragile castello di carte che era la sua vita allora per costruire un piccolo e squallido monolocale con me.
    Molte volte ho pensato che se avessi potuto tornare indietro mi sarei rimangiato tutto.
    Ed invece no, invece quello è stato uno dei gesti più coraggiosi di cui sono stato capace, un gesto di rispetto verso me stesso, un modo per sbloccare la situazione, anche se nel modo più doloroso possibile.
    Ho lasciato andare la mano del mio compagno che stava annegando, ho preferito farlo subito piuttosto che attendere di non sentire più il braccio e nel frattempo di alimentargli cinicamente una flebile speranza, farlo parlare ed ascoltare quelle che io già sapevo ma lui no essere le sue ultime parole, fargli  coraggio e dirgli che si troverà il modo di tirarlo su , che di certo non verrà abbandonato, non da noi, non dai suoi amici, non da chi gli vuole bene.
    Già.
    Ho girato lo sguardo altrove ed ho mollato la presa.
    Non abbiamo più nulla da dirci e tutto è finito lì.
    Mi sono fatto un regalo.
    Ed 8 anni dopo, che cosa cambierà?
    Che cosa è cambiato?
    Se già allora non avevamo nulla da dirci, dopo 8 anni non saremo poco più che estranei?
    Non ci guarderemo con lo sguardo pieno di rimpianto?
    Non fingeremo che dentro non siamo lacerati dal dispiacere, dalla nostalgia?
    Non piangeremo calde lacrime in bagno, non visti da nessuno degli altri?

    Quando mi avvio verso la fermata dell’autobus il citofono tace.

     
  • 09 luglio 2011 alle ore 17:18
    D.

    Come comincia: Ore 12:34, giovedi credo. Non ho voglia di controllare. Questa stupida idea di appuntare i miei pensieri si sta rivelando una seccatura. Inizialmente poteva sembrare un buon modo per passare il tempo, ma forse sottovalutavo il fastidio che danno gli ordini imposti dall’alto. Quello che so, e questo sembra essere una cosa apprezzata, è che sono consapevole che è “per il mio bene”.
    Cazzo, vorrei conoscere qualcuno che usa questa locuzione senza virgolettarla, nella sua forma pura, convinto del valore di quelle quattro parole collocate ordinatamente una dietro l’altra.
    Certo, fare le cose controvoglia, odiarsi per il modo succube con cui si risponde ‘presente’ agli ordini, cazzo se non si fa per il proprio bene!
    Comunque quello che qui sembra certo è che ho un problema.
    Da qualche parte ho letto che il solo ammetterlo vuol dire già trovarsi a metà del percorso di guarigione.
    Già, vallo a dire a chi ha un cancro.
    Ecco, forse l’unico risvolto positivo della mia condizione è che il mio sarcasmo è arrivato quasi a livello dei peggiori professionisti della satira.
    Per oggi basta, la mano continua a tremarmi, e per fortuna questo non ha ripercussione su materiale scritto al computer.
    Però basta a contrariarmi.

    Ore 15:52, venerdi credo, se ieri era davvero giovedi. Come ieri, non ho voglia di verificarlo. Oggi scriverò poco perché la mano destra è fuori uso. Non potevo certo immaginare che non sarebbe uscita indenne da un pugno sferrato contro una scrivania di mogano.
    Resistente il mogano.
    Ecco perché ci fanno le chitarre.
    Comunque, non ho trovato quello che cercavo, ed il modo migliore che ho trovato per sfogare la rabbia è stato questo.
    Si vede che la droga ti mangia i neuroni.
    E ora, fanculo, non posso neppure suonare.
    Devo trovare la lettera, non posso abbandonarmi all’idea di averla persa. Non è giusto, cazzo, tra tutte le maledette cose che possono benissimo andare a farsi fottere, non la sua lettera.
    Cazzo.

    Ore 13:32. Come sto? bene, grazie, dell’interessamento.
    Quello? Si, è il mio vomito. Si, vi ho detto che sto bene, no, deve essere qualcosa che ho mangiato, ma no, figurati se l’eroina ti fa vomitare. Le occhiaie? È che ultimamente ho difficoltà a prendere sonno. No, ho già provato, la valeriana non funziona.
    Comunque grazie per i preziosi consigli.
    Imprescindibili.
    Ora, se non vi dispiace, provo a tirare fuori il mio nuovo capolavoro dalla cara vecchia Martin a 5 corde (indovinato, il mi cantino ha detto ciao ed in queste condizioni non immagino come potrei sostituirlo).

    Ore 23:49. Ogni mattina è sempre peggio. Ogni maledetta mattina, puntuale senza saltare mai un appuntamento, la Fame arriva, mi prende allo stomaco. Mi azzanna, mi trascina via.
    Ormai faccio sempre più fatica a raggiungere il bagno.
    Faccio ancora più fatica a guardarmi negli occhi, per quell’attimo che mi separa dalla mia dose.
    Per il resto, non faccio altro che guardarmi le scarpe. Shoegazing, lo chiamerebbero alcuni, ma per tutt’altro motivo.
    Disgusto il mio riflesso, è sempre lui il primo a distogliere lo sguardo, a lasciarmi qui nel mondo reale.
    Ma senza, non ce la faccio.
    Senza, non riesco nemmeno a provare disgusto per me stesso.
    È uno stato simbiotico a tutti gli effetti.
    Io sono Lei, e Lei è me.

    Ore 10:04. Oggi. Ho composto un nuovo pezzo, stamattina, tra i fogli sparsi per terra e i miei liquidi organici. È paradossale che sia ancora a scrivere, che nonostante tutto questo vecchio pc tenga duro, ed io con lui. Sarà l’umana voglia di lasciare un segno, anche a costo di ridurlo a patetico resoconto dell’agonia di un individuo.

    Ore 11:28. L’alone rosso intorno alla mia iride non accenna a scomparire.
    La mia preoccupazione aumenta col passare dei giorni.
    La sclera è oramai per la maggior parte rossa.
    Non si riconoscono più le vene, non ci sono più quella sorta di sentieri di montagna definiti che vanno dall’estremo dell’occhio verso la pupilla, no, c’è un rossore diffuso, un albeggiare che avvolge l’azzurro del mio occhio.
    Una volta da qualche parte ho letto che solo osservando attentamente l’occhio si potevano individuare le malattie e le disfunzioni dell’intero organismo.
    Ci sono persone specializzate in questo, diceva l’articolo.
    La loro visita consisteva nell’osservare l’occhio.
    Punto.
    Niente misurazioni, niente controllo dei riflessi, niente paletta sulla lingua.
    L’occhio è lo specchio dell’anima? Se per anima intendiamo il complesso psicofisiologico, forse non siamo lontani da una verità.

    Ore 04:38. Ah ah ah.
    Fanculo il clichè della rockstar.
    Sembrava tutto così figo, no?
    Avrei potuto farmi un tatuaggio, invece.
    Fare da testimonial per qualche marca di occhiali da sole.
    No, io no.
    Volevo andare più a fondo.
    Ed è esattamente dove mi trovo ora.

    Ore 23:04. Oggi. Sto svanendo. Scompaio poco a poco da questo piano della realtà. Ho smesso ormai da tempo di fare nuovi buchi alla cinta. Non c’è motivo di temere di fare brutte figure con i pantaloni a penzoloni.
    Anche perché, passando la maggior parte del mio tempo steso (buttato, direbbero alcuni) in terra, non si nota nemmeno.
    L’unica persona con cui posso fare brutta figura è me stesso, ed io non sono solito giudicare dalle apparenze. E poi, non immagino come potrei provare più disgusto per me stesso di quanto ne provi adesso.
    Comunque, mi sto dilungando.
    Come dicevo, ho composto un nuovo pezzo.
    La chiusura di accordi sul do non mi convince ancora, rende il giro un po’ melenso e molto banale, ce ne sono milioni così, nel 2008 non si può chiudere un giro sul do a cuor leggero.
    Pensavo ad un do diminuito.
    Si, appena avrò la forza, scivolerò verso la chitarra e proverò.
    Ottimo.

    Ore 05:11. oggi diventa ieri e domani oggi. Le sinapsi fanno sempre più fatica a far muovere questo corpo macilento. Il loro continuo lavoro non sembra premiato da risultati soddisfacenti.
    Maledizione.
    Ormai sono un attaccapanni sul quale qualcuno ha steso una pelle umana.
    Un fantasma.
    Sto svanendo.
    I muscoli mi abbandonano.
    Grassi lipidi e carboidrati bruciano in questo sabba malefico.
    Le fibre nervose battono in ritirata.
    La necrosi mi mangia, le piaghe giocano a risiko su di me conquistando i loro territori e conficcando bandierine verdi e gialle nella pelle, i miei dotti lacrimali sono incrostati.
    Perfino la melanina sembra non sopportarmi più.
    Bianco pallido
    Spettrale
    Sono un fantasma.
    Comprendo di essere niente.

    Dicono che in questi casi bisogna trovare qualcosa alla quale aggrapparsi.
    Meglio ancora, qualcuno.
    (dov’è la lettera?)
    Bè, io ce l’avevo, un’àncora.
    Prima, quando tutto ciò non sembrava possibile, avevo una bussola.
    (dove cazzo sarà finita?)
    Avevo la mia costante.
    Un tempo.
    (maledizione.)
    Silenzio.
    Dissolvenza sul bianco.

    Ore 6:08
    Odio rileggere le penose cazzate che scrivo quando sono un po’ depresso.
    Compiangersi è troppo semplice.

    Ore 12:34. Provo ancora una volta il pezzo.
    Inizia con un arpeggio stucchevole che mi convince sempre meno.
    E vabbè, lo elimineranno in fase di missaggio.
    La canzone è scarna, ridotta all’osso.
    Come potrebbe essere diversamente?
    È mia figlia, ha seguito il mio percorso di scarnificazione.
    È il mio specchio.
    Pelle e ossa.
    Voce e chitarra.
    Via tutti gli orpelli, tutti gli abbellimenti.
    Via la coda strumentale.
    Solo la sostanza.
    Un solo giro prima di far entrare la voce.
    Giusto per avere qualche secondo in più per coordinarmi.
    Tipico pezzo in chiusura dell’album, classico momento per tirare fuori gli accendini, melodia zuccherosa e braccia intorno alle spalle di qualcun altro, silenzio assoluto tra la folla, tanto da poter sentire il rumore che produce il plettro, il suo leggero grattugìo.

    Ore 5:21. Le contorsioni di breadcrumb trail mi avvolgono.
    La mia mente è in uno stato alterato, è come la batteria di un’automobile che si sta esaurendo.
    Sono in posizione fetale, steso sul fianco destro.
    Vedo i miei capelli disperdersi sul pavimento.
    Mi sento come una radio che fa un falso contatto.
    Le sinapsi scaricano a vuoto, solo brevi e radi lampi, nessun messaggio.
    Sparano a salve.
    Segnali morse senza alcun significato.
    Le chitarre, seccate dalle registrazioni albiniane, descrivono realtà allucinanti.
    Gli occhi mi si chiudono, la mia posizione fetale si estremizza, sono ancora più contratto in me stesso, le ginocchia che quasi toccano la fronte.
    Sembra che gli Slint stiano suonando nella stanza accanto.
    Sin da quando ho iniziato ad ascoltare musica, ho notato un fenomeno particolare: in stato di dormiveglia, vedevo i suoni prendere vita, riuscivo a percepire qualcosa al di là della mera melodia, dinnanzi a me si dipanava una trama, una storia, la storia nascosta dietro quei suoni.
    La comunicazione non verbale è uno strumento potentissimo.
    È sull’interpretazione che i dibattiti possono farsi accesi.
    Mi sono sempre chiesto da cosa dipenda, perché questa visione si realizzi nel pre-sonno.
    Mah, saranno le onde theta.
    Cazzo, il suono che tira fuori Albini da un gruppo è la cosa più vicina a quello che sente l’orecchio umano in una stanza insieme alla sacra triade chitarra-basso-batteria.
    Dovevo chiedere di farmi produrre da lui.

    Ore 19:25. Sono distaccato dalle cose, non provo empatia o qualsiasi forma di emozione che abbia a che fare con la percezione dei sentimenti altrui.
    Sono diventato cinico e arido, prima ancora che l’avanzare dell’età mi giustifichi in questo.
    L’offesa che la vita mi reca ogni giorno l’ho più che cercata.

    che ore sono? La sua lettera, ecco cosa mi rimane.
    Non è un’ancora, non è nemmeno una zavorra che rallenti l’ineluttabile deriva.
    È però l’ultimo segno tangibile, l’ultima materializzazione del bene che qualcuno ha provato per me.
    Sai, chiunque tu sia, la cosa buffa della scrittura è che lascia una traccia, una traccia indelebile, rende immortale il momento, e per certi versi è innaturale.
    La scrittura fissa qualcosa di mutevole come il pensiero, portando all’equivoco che quello che uno scrive rispecchi un pensiero che si conserva uguale a se stesso per sempre.
    Ecco, è come scattare una foto ad un cavallo che corre: la foto ti dà l’esatta posizione, l’esatto gesto, la precisa collocazione spaziale, ma non dà il movimento, il fluire, lo scorrere.
    La foto è l’inganno, perché ferma qualcosa che in realtà è in movimento, perché è contro il naturale svolgersi dell’esistenza che ci si fermi in certe posizioni, che ci si fermi mentre si sta correndo, e si mantenga quella posizione.
    Difficilmente si pensa a qualcosa di scritto come dettato dal fugace sentimento che in quel momento guida la mano.
    E quindi scrivere cose forti, usare parole come amore, sentimento, unico, pelle, bacio, sempre, diventa pericoloso. Pericoloso perché le parole si dimenticano, mentre ciò che è scritto rimane, e se si dimentica lo si può rivedere, o peggio ancora, non si può evitare di rivederlo.
    La responsabilità della parola scritta è enorme, ma nessuno sembra assumersela seriamente.

    Ore 4:06. Nell’ultimo libro che ho letto(e qui l’ironia è che ultimo molto probabilmente significa ultimo) c’era una dedica che mi ha molto colpito. Non ricordo esattamente le parole, ed ora come ora non saprei nemmeno dove si trova il libro per trascriverle fedelmente.
    Diceva più o meno “questo libro è dedicato ai miei compagni di viaggio, che sono stati puniti troppo severamente per ciò che hanno compiuto”.
    Ecco, io non mi sento così, non mi sento di giustificarmi, però quest’immagine mi rassicura, mi riscalda.
    Di certo la punizione per volersi divertire non può essere la cancellazione dell’esistenza, no, è un piano diverso, è uno scotto troppo grande, non puoi cancellare il quadro completo per un frammento che non ti piace.
    Avrò peccato di ubris, questo è certo, e si sa che la giuria delle divinità greche non è clemente.

    Ore 7:32. Ho progressivamente perduto la velocità di esecuzione sulla chitarra, conseguenza di un più generale ottundamento dei sensi, di un progressivo deperimento somatico.
    Ci deve essere un ingorgo sulla strada che porta le informazioni dal mio cervello al corpo.

    Ore 01:39. Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata.

    Ore 03:12. Ho…ho questa immagine.
    Questa immagine di me che corro sulla spiaggia, su una spiaggia qualsiasi.
    È fuori stagione, il vento è molto forte, fa freddo, le onde sono alte, è tutto sbagliato.
    Non può essere un ricordo perché non è in soggettiva, io riesco a vedermi, a vedere il me stesso di molti anni ed una vita fa, che corre.
    Mi accorgo, osservandomi bene, che non sto semplicemente correndo, sto più esattamente correndo via da qualcosa, scappando.
    Qualcuno mi insegue.
    Le orme in terra diventano più profonde, il piede calca di più, produce più spinta verso il basso per riceverne in cambio di più verso l’alto.
    Secondo principio della termodinamica, no?
    Che sia una metafora che il mio cervello mi suggerisce, un elegante modo di vedere le cose?

    Ore 12:38. Il mondo sta finendo. Ognuno legge i segnali a suo modo, nel modo a lui più consono. Ognuno interpreta i segni come vuole, i segni esteriori, i segni sul proprio corpo, le vene gonfie e le occhiaie. Ho sempre creduto che non ci sarà una fine, non ci sarà l’apocalisse, ma ognuno, nel suo piccolo, vivrà la sua: il mondo sta sempre per finire, per qualcuno.
    Quando ero più piccolo, le storie dell’Apocalisse mi terrorizzavano, la fine del mondo mi faceva paura, il Giudizio mi spaventava, mi seguiva col suo enorme occhio, proiettando la sua ombra assoluta su di me.
    Ora che sono cresciuto, ora che ho accumulato molte più esperienze, rimpianti e delusioni, sono giunto alla conclusione che immaginare la fine del mondo non è altro che l’estremo atto di razionalizzazione della propria singola fine da parte dell’uomo.
    L’apocalisse non esiste, non ci sarà. Vi sono, invece, le piccole apocalissi domestiche, quelle che ogni secondo si svolgono da qualche parte nel mondo. Ogni istante assistiamo impotenti o inconsapevoli al collasso di interi mondi, di interi universi contenuti in un essere umano, alla distruzione della sua esistenza.
    “muoia Sansone con tutti i filistei”, ovvero, la mia morte non porterà via solo me, ma lascerà un grande segno.
    Come se questo palcoscenico chiamato mondo potesse concedere a ciascuno di noi singolarmente i suoi 15 minuti di fama.
    E chi siamo noi per togliere a ciascuno la propria illusione?

    Ore 17:09. Oggi ho distrutto tutti i vinili che ho trovato in bagno.
    Si, ho dei vinili in bagno.
    Si, ne ho abbastanza perché l’operazione sia durata diverso tempo, tenendomi occupato il pomeriggio.
    Il tempo vola quando fai qualcosa di piacevole.
    E, secondo me, nell’uomo l’istinto di creare si alterna scientificamente a quello di distruggere.
    È il ciclo della vita, azione e reazione, creazione e distruzione, quelle stronzate che hanno permesso la vita sulla terra.
    Omeostasi, la chiamano alcuni.
    Karma, dicono altri.
    Siamo la muffa accumulatasi su un frammento di un masso di dimensioni infinite che è esploso.
    L’esplosione, per i ritmi e le dimensioni dell’universo, è appena avvenuta, e tutt’ora i frammenti si stanno allontanando, le schegge di universo spinte da questa forza centrifuga stanno fuggendo via.
    È come immaginare che nel tiro al piattello, nel momento in cui colpiamo quello schifoso piatto rosa, sui suoi frammenti che si allontanano, esseri infinitamente piccoli si evolvano, si sviluppino e diano vita a civiltà, che combattano, costruiscano, si uccidano, distruggano, ricostruiscano e ridistruggano, e tutto questo mentre i pezzi devono ancora iniziare la fase di ricaduta sul prato.
    Prima ancora che entri in azione la forza di gravità ed i frammenti si muovano verso il basso, la nostra civiltà di germi infinitesimali forse si sarà già estinta.
    In quest’ottica, chi se ne importa di nulla?
    Come potremmo preoccuparci o angosciarci di qualcosa che ha a che fare con la nostra vita, col nostro mondo, se le cose stanno così?
    In questi brevissimi istanti dopo l’esplosione, siamo riusciti a porci domande esistenziali la cui unica risposta è consistita nella creazione di dio, questo ricettacolo di domande irrisolte a cui è stato dato uno stesso impenetrabile perché.
    Mio dio.
    Ecco qui che ritorna la formazione cattolica, il plagio, il marchio con cui veniamo cresciuti, ecco che torna a galla il bagaglio di conoscenze che ci trasmettiamo di essere umano in essere umano e di generazione in generazione.
    Le nostre conoscenza mai verificate, tutto ciò che diamo per scontato.
    Ma è per comodità, è per l’evoluzione della specie.
    Non basterebbe una vita intera a verificare empiricamente tutte le conoscenze trasmesseci dai nostri antecedenti.
    Ed ecco che allora è più facile accettare supinamente quello che ci viene detto e insegnato.
    Ecco che siamo in un periodo storico in cui la terra è rotonda e quindi noi così crediamo vadano le cose.
    Nel medioevo le convinzioni erano diverse, ma era con lo stesso vigore e la stessa cieca fiducia che la gente si abbandonava a queste credenze, le difendeva, era pronta a morire per esse.
    Per tal motivo, è assai ingiusto definire ignoranti o stupidi gli antichi.
    Anche noi, per i posteri, saremo “gli antichi”.
    Anche noi, ai loro occhi, risulteremo stupidi, gretti, chiusi, ciechi.
    Chissà cosa scopriranno nel futuro, chissà quale caposaldo della nostra civiltà verrà rimesso in gioco, chissà cosa distruggeranno della nostra scienza, della nostra vita.
    Apro gli occhi.
    Ci metto un po’ per abituarmi alla forte luce che entra dalla finestra, per un momento rimango abbacinato da tutta questa energia sotto forma di bagliore, da questo bianco lattiginoso che mi avvolge.
    Volgo una mano verso la fonte di questa inondazione, vedo il mio arto in controluce e mi sembra quello di un estraneo, di un alieno, magro e smunto, le vene in evidenza, il bracciale grottescamente più largo, farebbe ridere se non fosse drammatico.
    Sono l’unico spettatore di questa scena, di questa soggettiva in controluce, di questa metaforica lotta della larva notturna contro i raggi del sole.
    Abbasso il braccio.
    Non ho più la forza di tenerlo teso troppo a lungo.
    Volgo la testa nella direzione opposta alla finestra.
    Vedo la mia ombra coricata proiettata sul muro.
    Vedo il mio profilo, il mio contorno.
    Non vedo i miei occhi, la mia bocca.
    Non so se sono sveglio, se sto sorridendo, se piango.
    Vedo il contorno, non il contenuto.
    Mi sposto di nuovo, la schiena sul materasso, e guardo il soffitto.
    Il mio vecchio e fedele amico, il soffitto.
    Sempre lì, non mi abbandona mai, mi protegge e veglia su di me.

    Ore 16:42. Che senso avrebbe tradire l’ispirazione originale solo per ricavarci qualcosa?
    Perché mentire e sembrare ciò che non si è?
    Stringo il pugno della mano destra e vedendo il suo riflesso nello specchio mi accorgo che trema vistosamente.
    Potrei tirare un pugno al vetro.
    Potrei di nuovo essere preda di un raptus di violenza, che fa tanto uomo tormentato.
    Potrei citare Martin Sheen nelle prime scene di Apocalypse Now, preda dei suoi demoni, ottundato dall’alcol, potrei tracciare un parallelismo tra la sua condizione e la mia, potrei individuare la mia missione, la mia ultima missione solo apparentemente redentrice, in realtà il passo definitivo verso la de-umanizzazione.
    Mi ci avete condotto voi, avrebbe potuto dire il tenente Willard, non sono siamo stati noi, è la brutalità della guerra avrebbero potuto rispondergli, così il tenente avrebbe potuto avere qualcuno con cui prendersela, mettere a fuoco la sua nemesi, concentrare il suo odio, mantenersi sull’orlo della pazzia, ma mai caderci definitivamente, visto che Vendetta chiama, e lo fa solo se c’è qualcuno nel suo mirino.
    Vendetta non è mai cieca.
    Io invece non posso prendermela con nessuno, con nessuno all’infuori di me stesso e questo è disgustoso, schifoso ed in definitiva noioso, perché sembra un ultimo gesto di auto-colpevolizzazione, un prendersi le colpe fin troppo cristologico.
    No, io devo andarmene nel modo più squallido possibile, perché sono troppo stanco di ribadire le mie colpe, sono esausto dalla mole di scuse e di commiserazione che mi vomito addosso.

    Ore 12:35. Oggi. Cazzo. Rileggendo questo diario, sembra sempre più un grido di aiuto, sembra sempre più quello che non volevo sembrasse.
    Mi sto lasciando prendere la mano dall’umano senso di pietà.

    Ore 14:32
    Lasciare qualcosa.
    Lasciare un’ultima cosa.
    Segno,
    Testimonianza.

    Un ultimo pezzo,
    un ultimo brano,
    un bis senza concerto,
    una traccia di chiusura
    il saluto
    il commiato
    l’addio

    Ore 12:34. Ma non credo. Già, credo proprio che fuori sia buio, o questa e l’impressione che ricavo dal riflesso della finestra. L’orologio deve essersi fermato.
    Premo play e rec contemporaneamente sul fedele quattro piste.
    -colpo di tosse-
    gran pensata, seppur spontanea: aumenta il senso di grezzo, di puro.
    Il plettro sfiora le corde.
    -ho quasi sbagliato-
    la mano sinistra è riuscita appena in tempo a posizionare il mignolo sul re della seconda corda.
    Ok, il primo giro è andato.
    4/4.
    4 accordi, 4 battute.
    Un classico.
    Non cambierà la storia della musica, non è il mio intento.
    Ecco, al prossimo attacco, entra la voce.
    Al prossimo Mi7, farò rantolare le mie corde vocali un’ultima volta.
    Dal mio letto di morte
    Dal mio stomaco rabbioso
    Dalla mia testa vuota
    Dalle mie mani tremanti
    Dalle mie vene non più vergini
    Io vi saluto

    Quello che sono
    Quello che ero
    Tutto suona come un clichè

    La mia pelle
    Un costume cavo
    Ormai indossato da cosi tanto
    Una seconda pelle, la mia pelle

    Sono io a parlare
    O le medicine
    Sono io a parlare
    O lo senti anche tu?

    Quello che sono
    Quello che ero
    Tutto suona per non dire niente

    Dai miei 8 metri quadri
    Dalle mie lenzuola sporche
    Dal mio sorriso sarcastico
    Io vi saluto

    Quello che sono
    Quello che ero
    In verità non importa nulla

    Dal mio ghigno mesto
    Dalla mia voce piagnucolante
    Dalla mia testa vuota
    Dalle mie mani tremanti
    Dalle mie vene non più vergini
    Io vi saluto

    E comprendo di essere niente
    Comprendo di essere niente

    Comprendo di essere niente

    Già immagino la narrazione della mia fine, la ricostruzione che faranno dei miei ultimi istanti.
    Non riesco però ancora a decidere il tono che daranno, se partecipe e poetico, o asettico e investigativo. Magari varierà da resoconto in resoconto.
    A seconda dell’emozione che la testata che riporta la notizia deciderà di voler suscitare nell’ascoltatore.
    potrebbe essere così:
    “allora, il ragazzo ha osservato la polaroid, forse con un sentimento di malinconia, forse conscio per la prima volta di quello che sta per accadere. Poi ha dato uno sguardo all’orologio, per riportare a penna l’orario sul retro della foto. Dopo, l’ha infilata con cura in una busta. L’avrà osservata per un momento, forse con sguardo distante, gli occhi lucidi, poi avrà preso il foglio sul quale ha scritto e l’avrà piegato in quattro, per poi inserire anche questo nella busta. Sarà rimasto immobile per diversi secondi, agli occhi di un osservatore esterno indeciso sul da farsi e forse invece mai così convinto, si sarà alzato in piedi e avvicinato alla finestra. Dopo averla aperta si sarà forse voltato leggermente indietro, per poi tornare nuovamente verso la finestra, avvicinando le palme delle mani ai bordi.”

    Asfalto.
    Nero.
    Silenzio.
    Titoli di coda.