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in archivio dal 02 feb 2009

Marco Goi

02 marzo 1982, Casale Monferrato
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  • 01 settembre 2010
    L'estate sta svanendo

    Cos’è questo sole tiepido
    questo brivido di gelo che ti coglie in un’altra giornata d’estate
    l’ennesima vuota di emozioni
    cos’è?


    Cos’è questo vuoto che senti dentro
    quando hai tutto e tutto è diventato poco
    e in un niente poco è diventato nulla
    un nulla raggelante come un inverno senza gas

     

    Le cose non cambiano mai
    cambia solo la percezione che ne abbiamo
    tutto resta immobile
    diventa cristallo

     

    L’estate sta svanendo
    e un inganno arriverà
    stai diventando grande
    questo lo sai già

     

    L’estate sta svenendo
    un’altra onda non arriverà
    stiam diventando grandi
    l’autunno è già qua

     

    L’estate sta morendo
    e finiremo tutti a danzare
    in un oceano di pioggia e lacrime
    pioggia e lacrime

     
  • 07 luglio 2009
    Il sogno americano

    C’era una volta una fiaba ambientata nella terra della polvere
    solo un altro bacio tra due poveri ragazzetti bianchi
    in una contea come tante nel profondo Sud
    correva l’anno 1961
    lunghi capelli castani e occhi da pazza, tu
    una sorta di stropicciato principe azzurro all-american reject, lui
    Ti cantava una serenata coi blue jeans addosso
    Moon River, riaffiora nella tua memoria
    ma forse era un’altra canzone

    Eri una Cenerentola vestita da party-girl
    che voleva sembrare una principessa
    ma c’era il diavolo seduto in un angolo a sfregarsi le mani
    in attesa della resa dei conti
    l’ho visto in agguato alle tue spalle
    stava dando un coltello al tuo principe azzurro

    Quando tutto sembrava andare per il meglio arrivò il cambiamento,
    sapevi sarebbe arrivato, prima o poi
    e i decenni sparirono come navi affondate nell’oceano
    Hai continuato a pregare Dio, affinchè ti desse coraggio
    ma non hai mai smesso di tremare nascosta sotto le coperte
    La tua mente si è avvelenata
    grazie a castelli costruiti per aria che hanno i cancelli bloccati
    il ponte levatoio si sta chiudendo davanti a te
    non ti permette di entrare
    e tu non diventerai mai una principessa

    Eri una Cenerentola party-girl
    con il diavolo che già pregustava la resa dei conti
    seduto in un angolo a leggere un libro di fiabe
    arrivato al lieto fine decise di voltare pagina
    A quel punto sono scappato
    sì, io, il tuo principe azzurro
    mi sono trovato con le mani sporche di sangue e sono fuggito
    via, veloce, verso il confine
    verso il luogo dove i sogni vanno a nascondersi
    verso il luogo dove il vento ha smesso di soffiare
    verso il luogo dove anche i sogni delle brave ragazze muoiono e il cielo è sempre immobile
    Lì non sento più gli uccelli cantare
    Lì non vedo più l’erba crescere, e i fiori spuntare
    Lì non sento più nemmeno le campane suonare
    Lì i sogni delle brave ragazze continuano a morire

    E allora, mia Cenerentola, non andare a dormire
    i sogni sono un conforto così amaro
    Non hai sentito che il Regno si sta sfaldando?
    Il Regno di cui saresti voluta diventare principessa
    Il Regno in cui tutti ti avrebbero ammirata
    Quel Regno, il nostro, ormai non esiste più
    Quando la mattina guardi il sole spuntare, riesci ancora a vedere la magia
    o l’hai lasciata per sempre in quel dannato 1961?
    Là in quel luogo dove tutti i sogni si nascondono,
    riesci ancora a vederla,
    la magia dentro agli occhi invecchiati di quel giovane principe azzurro americano?

    (poesia liberamente ispirata al testo e al video della canzone A Dustland Fairytale dei Killers)

     
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  • 20 luglio 2009
    Train

    Come comincia: Il cielo è blu. La fine è vicina. Appena metto piede sul treno so già quanti soldi farò su questa carrozza: zero. Tutti uomini di mezza età in giacca & cravatta diretti in città a fare affari che non mi lasceranno neanche una monetina. Ci provo lo stesso. Sulle loro costose valigette in pelle di coccodrillo lascio cadere il mio bigliettino con scritto “IO AVERE PERSO MIA FAMIGLIA. IO AVERE FAME. DATE ME PICCOLA OFFERTA. DIO BENEDICA VOI E VOSTRI CARI. GRAZIE.”
    C’ho messo dentro una manciata di errori grammaticali anche se io l’italiano lo conosco meglio di molti italiani. Devo pure mantenere lo stereotipo. Nessuno dare soldi a giovane donna russa con cultura grande grande. E poi non è tecnicamente vero che ho perso la mia famiglia. Io so dove sono. È solo che ho scelto di non vivere con loro.
    Dopo averli tutti distribuiti ordinatamente per la carrozza, torno a riprendere i miei bigliettini sgrammaticati e guardo fissi negli occhi tutti gli eleganti ometti, agitando la mia manina davanti. E sganciatemi una moneta, voi che ne avete tante. Sbatto anche gli occhioni imitando il gatto con gli stivali di Shrek, ma niente. Tutto come previsto. Zero euro. Fragilità. A volte è tutto così semplice.
    Provo in un’altra carrozza. Seconda classe. Una signora anziana si specchia nel finestrino e sorride. Il vetro non riflette nessuna delle sue rughe. Quella signora è l’unica a lasciarmi una monetina. Sconsolata e squattrinata, sto per scendere alla prossima fermata, quando ecco che lo vedo seduto lì, tutto solo. Un iPod abbandonato. Lo prendo e mi infilo le cuffiette bianche nelle orecchie. Suona un pezzo che si chiama Arcady, di un certo Peter Doherty. Mi fa ritornare il sorriso. La fabbrica del sorriso. Che stronzata.
    Guardo le foto dentro l’ iPod. In tutte c’è questa ragazza che avrà all’incirca la mia età. In alcune foto c’è scritto “con le mie best friends”, in qualcun’altra “con papi”, in qualcun’altra ancora “con mami”. Chissà come dev’esser triste per averlo perso. Mi stampo il suo volto in faccia e mi riprometto di restituirglielo nel caso la vedessi su qualche corrozza. Giurin giurello.
    Scendo al capolinea. Lì ci ritrovo Marika, la mia amica nera. Adoro parlare con lei, anche se lei non dice mai niente. Credo sia muta, ma non ne sono sicura. Magari è solo che non le va di parlare. Magari un giorno si mette a parlare e mi dice: “E stai un po’ zitta. Dai, cazzo!” O magari mi dice: “Sei la mia migliore amica. Ti voglio bene tanto tanto tanto tanto tanto.” Ci mangiamo un panino del McDonald’s. Takeaway. Un happy meal in due. Il giusto premio dopo una giornata di dura fatica.
    La sera faccio l’altro mio lavoro. Tutte le ragazze che sono lì con me mi dicono: “Non farlo, sei troppo giovane, troppo,” ma penso siano solo invidiose, perché io mi faccio più soldi di tutte loro. Anche agli uomini piace l’happy meal.
    Mentre un altro corpo sudato mi muore dentro, guardo il semaforo in fondo alla strada. È giallo lampeggiante. Alle spalle sta sorgendo un nuovo sole. La mia attenzione passa dal semaforo che intanto è diventato rosso al volto dell’uomo che mi sta sopra. Di solito evito di guardarli. Ma lui, lui mi sembra di conoscerlo. Sì. Le foto nell’ iPod. “Con papi.” Lui viene e finalmente si toglie da dentro. Si tira i pantaloni su e mi dice: “Ciao,” facendo anche un cenno con la mano. Io scendo, poi quando lui ha già messo la station wagon in moto gli dico: “Aspetta…” lo tiro fuori dalla mia tasca e glielo consegno. “Dai questo a tua figlia. Sarà contenta di riaverlo.” Torno a guardare il semaforo. È diventato verde. Do l’80% al mio pappone e poi mi stendo a letto.
    Tempo poche ore e sono già in piedi. Un altro giorno comincia. Stazione. Treno. Vagone. Bigliettino strappa-lacrime. Manina agitata. Qualche monetina. Faccio il mio solito giro tra le persone sedute scomodamente in 2a classe canticchiando tra me e me Arcady di quel Peter Doherty e poi la vedo, seduta dove ieri c’era l’ iPod. È la ragazza delle foto. Lei si toglie le cuffiette bianche dalle orecchie e sente la stessa melodia uscire dalle mie labbra. Mi guarda negli occhi e sembra capire qualcosa. Non so cosa. Quando ripasso, allungo la mano e lei ci mette dentro una banconota da dieci. Oggi avrò un happy meal tutto per me. Il cielo è blu. La fine è vicina.

     
  • 13 luglio 2009
    Enjoy coca

    Come comincia: Donne Zombie. Oltre le narici c’è di più. Jenny nasconde il suo bel faccino dietro a una montagnetta di coca. Le si vedono appena spuntare gli occhi, così chiari da sembrar bianchi. Un attimo dopo, la montagnetta è diventata una pianura desolata. Tutta la coca è salita in testa. Gli occhi sono diventati totalmente bianchi, adesso.
    Attenta che cadi, Jenny. Attenta che cadi.
    Passano le ore. Sembrano minuti. Dannazione, s’è fatto tardi. Tardi per cosa? Tardi per andare al lavoro. Dove ce l’hai la testa, Jenny? Ti devi muovere. Sei già in ritardo di minuti che al tuo manager sembreranno ore. Il servizio è cominciato. Il fotografo sta aspettando solo te. Te e il tuo bel faccino. E allora, fuori di casa alla velocità di una simulazione anti-incendio. I movimenti sono rallentati dalla confusione. Hai preso tutto, Jenny? O non hai preso niente? Nemmeno il portafogli. Come si fa a uscire senza il portafogli? Si può fare se hai in mente di fotterne uno in giro. E le chiavi? Vuoi uscire senza le chiavi? Sicura che non ti servano per rientrare a casa a un orario improbabile?
    Jenny va a prendere la metro. Fa le scale di corsa e cade. Te l’avevo detto, Jenny: attenta che cadi. Non è niente di grave. Subito si rialza. Cosa strana, ha anche dimenticato l’abbonamento. E non ha i soldi per comprare il ticket. Allora scavalca. Una guardia, sbucata da dietro un clochard che supplica spiccioli, la vede e la insegue. Via veloce, Jenny. Per terra c’è un portachiavi di Hello Kitty. Vuoi prenderlo. Lo so che vuoi prenderlo, anche se le chiavi tanto le dimentichi sempre, quindi che te ne fai? La guardia è alle tue spalle, ma non ce la fai. È più forte di te. Devi prenderlo, il portachiavi di Hello Kitty. Ti tiri giù, lo afferri e la guardia sta per afferrare te. È un circolo vizioso. All’ultimo Jenny riesce a scappare tirando il portachiavi in faccia alla guardia che rimane stordita un attimo. Quando si riprende, Jenny è già dietro alle porte chiuse del vagone e le fa “Ciao ciao” con la manina.
    La metro è piena di extra-comunitari. Che puzza. Meglio non pensarci e trattenere il respiro. Jenny si infila le cuffiette bianche nelle orecchie e si immerge dentro Innocent World di Iggy Pop. Le facce delle persone sulle banchine sfuggono via veloci. Sembrano tanti zombie in attesa di resuscitare dai propri sepolcri. La canzone finisce. Scendendo alla fermata del Duomo, Jenny va a sbattere contro una tipa. Ricordando la buona educazione, si scusa umilmente dicendole: “Pardon, negra.” E la nera si mette a urlarle qualcosa contro e le lancia una maledizione voodoo. Poi, ancora incazzata, tira fuori il Nokia 5000 e chiama Big Wayne, il suo più o meno uomo.
    “That’s my bitch. What up, what up?” risponde lui, grattandosi le chiappone.
    “Hey, Biggie. I told ya I don’t like it when ya call me bitch. That’s fuckin’ offensive nigga, d’ya kno’?”
    Big Wayne sbadiglia rumorosamente dall’altra parte del telefono, annoiato. Poi le chiede: “So, BITCH… what tha fuck do ya want?”
    “I just met this white bitch. She looked like a zombie Paris Hilton, u kno’? She called me nigga and I’m so pissed off ‘bout that,” si mette a urlare la nera. Qualcun altro dei passeggeri zombie si gira a guardarla scotendo la testa.
    “Yep, bitch. I kno’, I kno’. Black, white, Hispanic, Asian, gay, straight, disable and not disable. We are only strangers passing by in this cold cold world,” Wayne si commuove per la profondità delle sue parole. Quindi si ricompone e torna a fare il gangsta: “Now if ya wanna chill out a lil’ bitch, come on to my house and suck my d… oooh and don’t forget coke!”
    “Coke? Are you thirsty?” La nera scoppia a ridere fragorosamente, butta giù il telefono, si infila le cuffiette nere nelle orecchie, diventa un tutt’uno con la voce di Jordin Sparks che canta Battlefield, vede un po’ di pseudo modelle bianche zombie sparse sulle banchine, fino a che arriva alla fermata di S. Ambrogio. C’è un ragazzino rom che ha fretta di salire e la spintona. È arrivata l’ora di lanciare una nuova maledizione voodoo. Il ragazzino se ne accorge e alza il suo bel dito medio mentre le porte della metro si chiudono. Il suo amico gli dà il 5: “Così si fa!” Poi si mette una mano sulla pancia e gli dice: “Ho fame, Dragos. Ce ne andiamo al Mac?”
    “Cazzo hai detto?” chiede Dragos, togliendosi le enormi cuffie da dj dalla testa.
    “Ho detto: CE NE ANDIAMO AL CAZZO DI MAC?” ripete Adrian mentre la musica dei Crystal Castles ancora pompa fuori dalle cuffie dell’amico.
    “Va bene.” Dragos guarda sbigottito Adrian. “Ma non mi sembra proprio il caso di urlare…”
    I due attraversano fiumi di zombie in giacca e cravatta mentre si fanno trascinare a galla dalle scale mobili. Il sole sta picchiando come il Mike Tyson dei tempi migliori. È piovuto, il caldo ha squarciato le palle, dicono sia colpa di un’estate come non maaaai. Sarà bene proteggersi premendo bene i ray-ban tarocchi contro la faccia, cosa che fa anche più tamarri.
    Dragos al Mac ordina un 280 gr. con parmigiano menù enorme da portare via. “Da bere, signore?”
    “Coca, naturalmente.”
    Adrian strattona l’amico: “Dai, cazzo, muoviti. Il treno parte tra 5 minuti.”
    Dragos tira una sorsata lunga dalla sua Coca, poi si mette a correre insieme all’amico.
    Quanta gente c’è in Centrale? Levatevi dal cazzo, italiani di mmerda. Il treno sta per lasciare la stazione. Levatevi. È tanto difficile togliersi da in mezzo ai coglioni? Slalom. Scale fatte due gradini alla volta. Scatto veloce. Boom. Dritto contro un coglione che non si è spostato. Incidente. Il sacchetto del Mac finisce mestamente a terra.
    “Prega che non si sia rovesciato niente.” fa Dragos a Micky, il povero malcapitato che ha avuto la sfortuna di finire sulla traiettoria impazzita del ragazzino rom.
    Dragos controlla rapidamente mentre Adrian gli ripete: “Dai, cazzo! Il treno è già in movimento…”
    Nel sacchetto del Mac sembra tutto a posto. “Buon per te.” fa al malcapitato. Quindi si mette a correre, apre la portiera del treno e si getta dentro al vagone in corsa come ha visto fare in qualche film d’azione.
    Micky se l’è vista brutta. Ha sempre odiato quei bulletti di periferia che lo pestavano a scuola e ancora oggi ne è terrorizzato. Un rom, per giunta. Fortuna che quello zingaro è corso a prendere il treno. Minimo avrà avuto un coltello pronto per l’uso in tasca. Adesso che tutta la paura è svanita, a Micky è venuta una sete fottuta. Si dirige al distributore di bibite. La cerca. La trova. Coca-Cola Light. Fresca. Dissetante. Gustosa. Senza zuccheri. Mette i soldi. 10cent dopo 10cent. Scivolano veloci giù per la fessura. Micky preme il bottone. Gli omini dentro al distributore si mettono al lavoro. Miscelano gli ingredienti segreti. “Ci mettiamo anche un po’ di cocaina?” si chiedono tra loro. Una volta preparato, il liquido scuro viene iniettato con una piccola siringa dentro la lattina. Ora non resta che mandarla al reparto refrigerazione. Con un potentissimo ventilatore il liquido viene portato a una temperatura prossima agli 0 gradi. Sulla lattina rossa gli omini graffitari incidono la scritta “Coca-Cola” senza dimenticarsi il “Light”. È tutto pronto, ora. Il mini-controllore dà il suo ok. La lattina viene giù. Stuun.
    Micky beve la sua Coca Light gelata e subito il mondo gli sembra più bello. Esce dalla stazione e qualche metro più in là vede questa ragazza stupenda. È Jenny. Anche lei lo guarda. Damien Rice comincia a cantare “And so it is, just like you said it would be” e il passo di Jenny per magia rallenta. “Life goes easy on me, most of the time.” Micky comincia pure lui a muoversi al ralenty. “And so it is, the shorter story, no love no glory, no hero in her skies” e i due sono sempre più vicini. “I can’t take my eyes off of you” canta Damien nelle cuffiette di entrambi. Un vecchio panzone guarda questi due che camminano al rallentatore e si mette a urlar loro: “Ah stronzi! Ma che state a fa’? Pijateve ‘na camera e tojeteve dai cojoni…"
    Jenny è persa dentro agli occhi di Micky e non vede l’auto che sta arrivando alla sua destra. È un suv. Dentro, ci sono due tizi di colore. Sulla targa sta scritto a caratteri cubitali “BIG WAYNE”. Jenny, finalmente, smette di fissare Micky e si accorge del suv che sta arrivando. Vi guarda all’interno e incrocia lo sguardo con la nera che poco prima in metro le aveva lanciato una maledizione. “Fottuto karma.” Dice, sorridendo rassegnata tra sé e sé, mentre la nera prende un braccio muscoloso di Big Wayne e gli urla: “Oh my God… that’s tha white bitch I told ya at tha phone. Tha zombie Paris Hilton. C’mon Biggie, please: kill her!”
    Big Wayne spinge il suo piede pesante contro l’acceleratore. Le ruote sgommano sull’asfalto rovente. Jenny, dì le preghiere. Anche se non hai mai creduto in Dio, dì le tue cazzo di ultime preghiere. Non t’è rimasto altro da fare.
    “Padre nostro che sei nei cieli...” comincia Jenny. Ma non ricorda come va avanti. Durante le lezioni di catechismo finiva sempre tutto il tempo in bagno a farsi le canne con i chierichetti in cambio di qualche pompino. E allora, Dio non può salvarti, Jenny. Non può salvare chi non riesce nemmeno ad arrivare alla seconda strofa di una dannatissima preghiera.
    Jenny finisce spiaccicata contro l’asfalto. È piovuto, il fottuto caldo ha squarciato Jenny, dicono sia colpa di un’estate come non maaaai. Dannazione, quanto scotta! Hey, ma se si sente il caldo sulla pelle questo significa che è ancora viva?! È un miracolo. Micky dall’altra parte della strada, vedendola in difficoltà, ha finito per lei la preghiera e Dio ha deciso di salvarla. “Hallelujah! Hallelujah!” risuona un coro angelico da qualche parte.
    Ma il grosso suv del grosso Big Wayne è ancora in strada. La sua puttana nera lo incita: “Tira sotto anche quello, Biggie!”
    Big Wayne non si fa pregare troppo. Mette la retro, pigia l’acceleratore e tira sotto anche Micky, per la seconda volta della giornata nella parte del povero malcapitato. È un ruolo che gli calza a pennello. Dovrebbero dargli l’Oscar.
    Micky finisce a terra, spiaccicato contro l’asfalto rovente. L’ultima cosa che i suoi occhi vedono prima di chiudersi è la gigantesca scritta “Enjoy Coca-Cola” stampata all’ingresso della stazione.
    Quando riapre gli occhi, è in un letto di ospedale. Davanti ha un tv acceso su Sky Tg 24. Il mezzobusto sta annunciando: “Arrestati due ragazzini rom sul treno Milano-Torino. Uno dei due, che per la privacy ci limiteremo a chiamare Dragos M., ha sparato a un povero signore che gli è capitato davanti, uccidendolo. La colpa del malcapitato sarebbe stata unicamente quella di aver rovesciato la Coca-Cola che il rom teneva dentro al sacchetto di una nota compagnia di fast-food.”
    Micky sorride. Si gira faticosamente e nel letto a fianco c’è Jenny, che sta aprendo gli occhi. Lei, facendo uno sforzo enorme per muovere la bocca, gli sussurra “Ciao, straniero.” Lui, con un filo di voce appena, le canticchia “I can’t take my eyes off of you.” E vissero per sempre paralizzati e contenti.

     
  • 22 aprile 2009
    La batteria

    Come comincia: “Adesso stacco il cavo di alimentazione.”
    “No! Non farlo!”
    “Ma perché?”
    “È appena passato il Decreto Legge che lo vieta.”
    “Stai scherzando?”
    “Certo che no, come potrei scherzare su una cosa del genere?”
    “Ma il Presidente dice che bisogna fare così.”
    “Quale Presidente?”
    “Il Presidente della Nokia. L’ha scritto anche sulle istruzioni.”
    “Che stai dicendo?”
    “Una volta che la batteria è completamente ricaricata, staccare il cavo di alimentazione in modo da risparmiare energia.”
    “Adesso le cose non stanno più così.”
    “Questo mi fa venire in mente le veline.”
    “In una situazione drammatica come questa tu riesci a pensare al sesso?”
    “Ma io non stavo pensando a quelle veline. Stavo pensando alle veline assurde che venivano rilasciate durante il Fascismo.”
    “Sinceramente non vedo come la notizia di questo Decreto possa avere a che fare in qualche modo con il Fascismo.”
    “Già, forse sto esagerando. Hai vinto tu: terrò il cavo di alimentazione inserito. Adesso però lo accendo che devo proprio fare una chiamata urgente…”
    “Fermo!”
    “Cosa c’è adesso?”
    “Non puoi accenderlo!”
    “Mi vuoi dire allora a che mi serve un cellulare spento e costantemente attaccato a un cavo di alimentazione?”
    “A preservare la cultura della vita, naturalmente.”
    “Tu sei pazzo! Io adesso stacco la presa e lo accendo.”
    “Mi ci hai costretto.”
    “Costretto a fare cosa? Ehi, ma cosa sono queste sirene?”
    “Ho dovuto chiamarli, mi spiace. Stavano sentendo tutto dall’altro capo.”
    “Ma come diavolo? Mmm… questo significa che hai dovuto accendere il tuo cellulare. Allora ne andrai di mezzo pure tu.”
    “Un piccolo sacrificio per una grande causa.”
    “Dipartimento di polizia! Buttate immediatamente a terra quei cellulari.”
    “Agente, aspetti…”
    “Ho detto a terra!”
    “Comandante, che ha fatto? Gli ha sparato?”
    “Ho dovuto farlo, tenente. Non mettevano a terra quei cosi.”
    “Ma erano solo cellulari.”
    “La prudenza non è mai troppa. Io sono qui per preservare il diritto alla vita, la vita di tutti.”
    “Comandante, ha appena ucciso due uomini…”
    “Beh, questo nel rapporto è meglio che non lo specifichiamo. Comunque il Presidente sarebbe molto fiero di noi.”
    “Quale Presidente?”
    “Il Presidente del Con…” BEEP
    BATTERIA SCARICA
    RICARICARE

     
  • 08 aprile 2009
    Change

    Come comincia: Non si vive di soli ricordi, visto che è molto più semplice affogarli in ettolitri di whisky. È così che l’ho sempre pensata, ma oggi ho deciso: tutto questo deve finire. Oggi la mia vita cambierà. Lonnie aveva ragione quando mi diceva che così non posso continuare altrimenti finisco o in una bara o in un centro di riabilitazione. E io in riabilitazione non ho nessuna intenzione di andare. Non di nuovo. Io voglio stare con le persone felici in un posto felice. Disneyland, cazzo. O Topolinia, se esiste. Non voglio finire al centro “Strafatti di tutto il mondo uniti”, a studiare libri chiamati Introduzione a una vita d’armonia oppure Storia e tecniche del viversani & belli.
    A-ffan-cuu-lo, tutto questo.
    Se avessi chiuso molto tempo fa adesso non avrei alcun tipo di problema. O forse sì, qualche problemuccio l’avrei. Problemi normali. Roba tipo andare a fare la spesa e portare Poppy a fare la pipì o dilemmi morali quotidiani come: fuori piove, mioddio adesso che faccio? Esco con l’ombrello o metto la maglia col cappuccio che è tanto pratica ma è della scorsa stagione quindi dannatamente fuori moda? Cose così, cose normali.
    In anni di enigmistica da ultima pagina del New York Times ho capito una cosa: per ogni problema c’è una soluzione e la cosa importante non è tanto trovare la soluzione, quanto piuttosto cercarla. Io, ad esempio, ora me ne sto nel mio loft con una partita di 300 gr. di coca e le sirene fuori stanno già alzando progressivamente il loro volume. Presto saranno qui, le sirene. Qui dentro. E io ne sarò contento perché almeno sarò al sicuro dagli altri. Chi sono gli altri?
    Gli altri sono i cinesi, quei bastardi a cui ho fottuto la partita da sotto il naso giallo, ma gli altri sono anche i miei amici, Lonnie e compagnia brutta, che ho fottuto in seconda battuta per avere più soldi tutti per me e naturalmente per avere più roba da farmi. Se mi prendono gli sbirri prima di loro e di quegli altri mi potrò considerare un uomo fortunato.
    I’m a lucky man, canto mentre imito un altro video dei Verve. Sono giù in strada che cammino in strada che sono in strada e do spallate a tutti in strada e sono strafatto-cazzo-che-botta in strada. Dove sto andando? Come, dove sto andando? Me lo sono già dimenticato? Non posso essere così fatto da essermelo già dimenticato. Dove?
    Ah, già. Sto andando da Mary-Ann. La mia Mary-Ann. Mia e di quegli altri 100 che se la scopano tipo regolarmente. Mary-Ann. Indirizzo. Dove abitare? Nella strada delle puttane, ovvio. Navigatore satellitare inserito. Brum brum. Più veloce della luce.
    Suono.
    Ri-suono.
    Dai, Mary-Ann. Vai a quel cazzo di citofono.
    “Mary-Ann,” grido alla finestra. “Mary-Ann, apriiii.”
    Mi attacco al citofono per cinque minuti, poi quando ho ormai perso ogni speranza lei risponde come se nulla fosse: “Sììì? Chi è?”
    “Mary-Ann, come chi è? Come chi è? Sono io, cazzo. È mezz’ora che suono: apri!”
    Lei non apre.
    “È urgente…”
    Finalmente apre, quella troia.
    Salgo su le scale di corsa. Più veloce della cazzo di luce. Mary-Ann è alla porta e fa “Non puoi entrare, adesso.” Io la spingo via ed entro sbattendomene. Davanti mi ritrovo Lonnie, nudo, nel letto. “È nudo” penso “e ha un cazzo enorme.” Ci penso meglio e realizzo: “È Lonnie, cazzo. Il tizio che vuole uccidermi. Uno dei tizi che vuole uccidermi.”
    “Lonnie, come butta?” gli chiedo trovando un sorriso disinvolto da non si sa dove.
    “Il mio uomo” fa lui sorridendomi. “Jamal, negro. Hai venduto la mia roba?”
    “Ehm…” ci rifletto su. “Sì.” dico non troppo convinto.
    “Non te la sarai fatta tutta tu, vero?” Si alza in piedi con quel cazzo enorme che mi penzola davanti agli occhi.
    “Certo che no, Lonnie. Certo che no.” In questo momento non mi sembra così male l’idea si immergermi nella lettura appassionante di Storia e tecniche del viversani & belli.
    “L’hai già venduta tutta?”
    “Non ancora, Lonnie, ma ci sto lavorando.” Ah, come vorrei essere lì insieme a voi adesso, Strafatti di tutto il mondo uniti.
    “E allora mi dici che cosa stai facendo qui davanti al mio cazzo penzolante, invece di essere fuori a vendere la mia fottuta roba?”
    “Ero passato a dare un saluto a Mary-Ann, ma vedo che è già impegnata, quindi ripasso. Anzi, Lonnie, vendo la roba e poi eventualmente ripasso.”
    “Vola vola vola” sussurra Lonnie imitando Hannibal Lecter “Vola vola vola…” e io volo volo volo.
    In strada. Sono di nuovo in strada. Mi gira tremendamente la testa. Sono confuso: Lonnie non sa niente? Non ancora. Potrebbe saperlo a minuti, da Jared. Quello non tiene mai la bocca chiusa. Sempre attaccato al cellulare. Non pensa al cancro che tutte quelle onde provocano al cervello? Certa gente se ne fotte del suo futuro, pensa solo al presente ma le conseguenze, le conseguenze dico sono importanti, gente. Dovete pensare a costruire un futuro, per voi e per i vostri figli. Ma prima il matrimonio. Il sacro vincolo del matrimonio, solo dopo il sesso, anzi, che dico? la riproduzione.
    “Ouuu”, mi urla un tizio strattonandomi. “Amico, sei morto?”
    “Cazzo dici? Certo che no! Ti sembro morto?” gli faccio io.
    “Beh, tanto vivo non mi sembri…”
    Sono steso a terra e sto tremando dal freddo. Quel tizio è chiaramente un coglione ma non deve avere nemmeno tutti i torti. Provo a fare lo sforzo di rialzarmi. Ci riesco mi-ra-co-lo-sa-men-te. Mi sento un uomo nuovo, pronto per il cambiamento. Questo è il primo giorno del resto della mia vita. Aretha Franklin sta cantando Let Freedom Ring e la sua voce arriva da tutte le finestre d’America. Mi affaccio in una casa a caso e sono lì tutti seduti sul divano a guardare il giuramento di Obama. “Ce l’hai fatta!” sussurro, poi qualcuno mi chiama. “Hey, Jamal!” ce l’hanno con me. Mi giro. Sono i cinesi. Sembrano alquanto alterati. Sbucano fuori da tutte le parti, mi circondano.
    Io mi volto un attimo ancora verso la finestra aperta di una famiglia americana a caso e poi nella schiena mi arrivano i proiettili. “Almeno tu ce l’hai fatta.” La mia voce è solo un gemito, in mezzo alla folla di persone che acclamano il nuovo Presidente. Davanti a me passano un mucchio di immagini. Tutti i ricordi della mia vita cancellati da droghe & alcool improvvisamente eccoli lì di nuovo. Mia mamma, com’era bella mentre mi spingeva sull’altalena. Mio papà, che mi insegnava ad andare in bici e mi ripeteva “Sei un testone” ma Dio sa se mi voleva bene. Mia nonna, in ospedale, e io che le tenevo la mano mentre si spegneva. Le sarebbe piaciuto essere qui oggi. Non a vedere il nipote che muore ammazzato, questo probabilmente no, ma stare qui alla finestra ad ammirare un nero che giura da Presidente davanti a tutta l’America. “Cazzo, se ce l’hai fatta!” ho ancora la forza di dire appena prima che i miei occhi si chiudano.

     
  • Come comincia: C'è un brufolo sulla mia faccia che non vuole morire. Mi guarda con quel suo unico occhione bianco e mi supplica "Amico, ti prego." Ti si scioglie il cuore. "Ti preego". La pietà è un sentimento facile da suscitare in noi umani. "Ti preeeego." Oh, andiamo. "Sono troppo giovane per morire," mi fa. "Non mi sono ancora innamorato. Non ho mai visto Parigi." Ma questo è un ricatto morale bello e buono. Così non vale.
    Ho il dito pigiato contro il grilletto, ma è dura far partire il colpo. "Amico, amico. Aspetta un minuto: ti posso dare dei soldi. Quanto vuoi? 10,000? 20,000? Ho un conto in Svizzera, ti posso fare un assegno da 50,000, d'accordo?" La tentazione è forte. Soldi, soldi, soldi. Soldi, tanti soldi, canticchio davanti allo specchio. Ma, un momento. No, io non sono un venduto. "Amico, non vuoi i soldi? Ti posso procurare donne, tante donne." Lo guardo niente affatto convinto. "Oppure uomini. Vuoi uomini?" I miei occhi iniettati di rabbia si fissano nel suo unico occhio bianco spaventato. La sua morte si fa vicina, e lui lo sente. Uomo morto in marcia."Non voglio morire," piagnucola. "Fa così freddo, qui. Lo senti?" Io non lo sento. Sento solo il caldo provocatomi dal potere. Il potere di ferire, schiacciare, distruggere. Sto per farlo.
    "D'altronde," sospira interrompendomi, "tutti dobbiamo morire prima o poi." Quella sua rassegnazione mi impietosisce, così gli concedo di scegliere come vuole che sia la sua morte. "Preferisci la soluzione veloce, ovvero ti schiaccio con i miei polpastrelli, manco te ne accorgi e in un attimo non ci sei più. Oppure c'è l'altra soluzione: Clearasil Ultra e una lenta agonia che ti tiene compagnia per tutta la notte." Il brufolo è oltre, ha raggiunto un stato di coscienza superiore. "Avanti, amico," mi fa, "fai come preferisci. Io adesso sono pronto." Non c'è niente che fa più compassione di chi non vuole fare compassione. "Hai vinto, amico," gli concedo seccato. Domani mi toccherà andare al colloquio più importante della mia vita con un brufolo sulla faccia, maledetta compassione. "Wow ragazze, sono ancora vivo!" il brufolo chiama a raccolta il suo piccolo harem, "stasera si fa festa tutta la notte." E io domani al colloquio oltre all'acne avrò pure le occhiaie per non aver dormito. Dannata vita segreta dei brufoli!

     
  • 03 febbraio 2009
    La strada

    Come comincia: C’è una strada in fondo alla strada che porta a quel paese. Avrà 103 abitanti o pochi di più e tutti lì sono strani. Cioè, non strani tipo: - “Quel tipo ha i capelli lunghi, si fa le canne e si veste in maniera strana,” ma strani strani. Il sindaco del paese, per dire, ha due mogli di cui una è una capra. E non è nemmeno quello più strano lì in mezzo, in molti infatti si stanno a chiedere come faccia uno con una vita così regolare ad essere diventato il sindaco.
    - “Nuove elezioni!” sta a gridare tutto il giorno un nano in piazza con un forcone in mano. - “Nuove elezioni!” Nessuno però lo ascolta, neanche il suo coinquilino che è un gigante ma dorme sempre nella camera più piccola della casa.
    Come bellissima Miss del paese è stata scelta Elephant Girl, la gentil donzella più ambita. Il signor Chesterfield, rimasto vedovo in seguito all’accidentale morte della moglie, ha offerto tre quintali di noccioline e uno dei suoi 13 figli al padre della pulzella pur d'averla in sposa. Il padre, dopo una lunga trattativa che ha portato a 2 il numero di figli concessigli, ha accettato e a malincuore ha salutato la figlia sulla porta della stalla: - “Vai per la tua strada: adesso sei una donna, anzi, una Elephant Woman.”
    Il signor Chesterfield, che era ancora un bell’uomo, da giovane veniva considerato il Richard Gere del paese, nonostante avesse tre occhi e uno strabismo evidente anche al cieco del paese. Che poi non era cieco del tutto. Quando qualcuno in paese schiattava, lui poco prima aveva la visione di un film in cui uno dei personaggi moriva in una maniera simile. Ad esempio prima che il giovane Foster, uno dei figli del signor Chesterfield, cadde nel pozzo del padre, lui vide The Ring. Quando Rupert, lo scemo del villaggio nonché un altro dei figli del signor Chesterfield, fece un bagno nei cubetti di ghiaccio e annegò congelato, ebbe invece la visione integrale di Titanic. E anche se non vedeva più niente da mesi, ne fu talmente annoiato che si addormentò proprio nel bel mezzo del film. Il giorno in cui morì la moglie del signor Chesterfield la sua mente proiettò Psycho, ma nessuno in paese ne capì il perché, visto che la signora era morta fortuitamente mentre stava facendo una doccia.
    La sera delle nozze tra il signor Chesterfield e la ragazza elefante si celebrò, com’era tradizione in quel paese, una sacra cerimonia preparatoria per la perdita della verginità della giovine. La ragazza fu immersa totalmente in una vasca di sperma di toro che i fratelli Thompson avevano ottenuto quel pomeriggio in una maniera mai del tutto chiarita. Le gemelle siamesi Orsen furono talmente impressionate da quella impresa che decisero di donare la loro, di verginità, proprio ai fratelli Thompson. E mentre succedeva questa cosa a 4 davanti agli occhi increduli, ma nemmeno troppo, di tutti i presenti, il signor Chesterfield decise che era arrivato il momento di portare la moglie nel loro nido d’amore.
    A fatica la prese in braccio e insieme varcarono la soglia della casa. Elephant Girl, scusate, Elephant Woman, pregò il neo-maritino di attenderla mentre si faceva una doccia purificatrice per togliersi di dosso quel malsano odore di sperma di toro.
    Proprio in quel momento, il cieco del paese ebbe una nuova visione. Nella sua testa partirono i titoli di testa ed ebbe la sensazione di averlo già visto. Era un film familiare, ma in una versione differente. Era ancora Psycho, ma stavolta nella versione remake di Gus Van Sant. Perché quel film? Perché di nuovo?
    Rivide le prime sequenze, ma non capì. Poi arrivò la scena della doccia e allora tutto gli fu chiaro. Avvisò Bill, l’agente di polizia nonchè parrocco del paese che, siccome non credeva nella violenza, era armato unicamente di un Super Liquidator. I due coraggiosi entrarono nella casa del signor Chesterfield, salirono su per le scale e se lo ritrovarono davanti vestito da donna e con un coltello in mano. O almeno, l’agente Bill se lo trovò davanti, mentre il cieco del paese vide la scena di Psycho corrispondente nella sua testa. Intimidito dall’enorme Super Liquidator, il signor Chesterfield si arrese e confessò l’omicidio della moglie e anche di qualcuno dei suoi figli, in quel momento non ricordava nemmeno esattamente di quanti.
    La donna elefante venne portata in salvo e l’agente Bill paternamente le avvolse un asciugamano, anzi un enorme telone da circo, intorno al corpo nudo. I due ebbero un colpo di fulmine. Letteralmente. Un fulmine li prese in pieno e finirono in ospedale. Quando contemporaneamente riaprirono gli occhi si guardarono e stavolta ebbero un colpo di fulmine non letterale, ma romantico e decisero di sposarsi. Fu lo stesso Bill a celebrare il matrimonio, sdoppiandosi nel ruolo di prete, di sposo, nonché di addetto alla sicurezza. Dopo il fatidico sì, ci furono danze e balli sulle note di Le Freak degli Chic e di Get Ur Freak On di Missy Elliott e tutti festeggiarono quel gran giorno di festa.
    C’è una strada in fondo alla strada che porta a quel paese. Se la vedete, non prendetela. A meno che non siate anche voi strani. Ma strani strani.

     
  • 02 febbraio 2009
    Come nevicava

    Come comincia: È dal 1929 che non vedevo una nevicata del genere. C’era la grande crisi anche allora ma tutti sembravano più felici. Mio padre, almeno, era felice quando mi portava al cinematografo a vedere La febbre dell’oro e quei film che così belli non li fanno più. Uscivamo sotto la neve e ridevamo perché ci sembrava di aver assistito a un piccolo miracolo.
    Un momento: forse è dal 1943 che non vedevo una nevicata del genere. Ero al fronte e cercavano di beccarmi. Io però correvo veloce in mezzo alla neve e mi mancavano tutte le volte. Non ero affatto sicuro di combattere dalla parte giusta, ma io di politica non ne capivo molto; l’unica cosa di cui mi importava era portare a casa la pellaccia dura e rivedere la mia morosa. Con le mani gelate le scrivevo dalla trincea che l’avrei sposata subito se fossi tornato vivo, ma innanzitutto l’avrei… Eh, allora no che non avevo bisogno del Viagra. Tornai vivo dalla guerra e quella fu la prima cosa che feci. Poi ci sposammo.
    Ma aspettate! Mi pare che in realtà sia dal 1968 che non vedevo una nevicata di queste proporzioni. Mio figlio quel drugà portava i suoi amici capelloni con le loro giacchette attillate tutte coperte di neve e si chiudevano in camera a sentire i dischi rock e a fumarsi le canne. Io che non sono proprio mai riuscito a capirlo gli dicevo: - “Quando avrai la mia età la smetterai di voler fare le rivoluzioni e ti rassegnerai ad avere un lavoro di merda a una paga di merda.”
    Adesso che ci penso bene, credo sia dal 1977 che non vedevo una nevicata così. Mio figlio aveva smesso di voler fare le rivoluzioni, ma non si era rassegnato ad avere un lavoro di merda: aveva preferito buttarsi giù dal balcone. Ricordo che stetti a fissare la sagoma formatasi sul terreno quando i paramedici portarono via il suo corpo fino a che la neve non la cancellò completamente. Quell’anno ci aveva lasciati anche mia moglie. Ormai era mia figlia maggiore l’unica gioia della vita, peccato le fosse capitato di avere un figlio punk. Io gli ripetevo: - “Trovati un lavoro, drugà!” Ma lui niente, preferiva andare a ridere e a farsi con gli amici.
    Però forse è dal 1985 che non vedevo una nevicata del genere... Il mio nipote non aveva più la cresta punk. Portava i capelli tutti impomatati all’indietro ed era diventato un broker in borsa. Io mi sentivo così fiero di lui, poi quando sono andato a trovarlo nel suo appartamento di lusso ho visto come guardava con disprezzo i barboni giù in strada che cercavano un riparo dalla neve. Ho guardato nei suoi occhi ed era come svuotato dentro. Così gli ho detto: - “Torna a fare qualcosa che ti renda felice.”
    No, ma che sto dicendo? È solo dal dicembre dello scorso anno che non vedevo una nevicata del genere. Il dottore mi parlava, diceva che avevo una cosa chiamata Alzheimer e pure un cancro. In pratica non mi restava molto da vivere. Io guardavo la neve scendere fuori dalla finestra e pensavo: - “Ma che ne sa questo? Pensa di sapere tutto solo perché si è laureato ad Harvard. E chi l’ha mai sentita nominare questa università?” Mio nipote che mi aveva accompagnato da questo cialtrone intanto aveva scritto un libro su quanto sono infelici e disperati i broker della borsa e aveva fatto un sacco di soldi, ma i barboni per strada non li guardava più con disprezzo.
    Oggi sta nevicando come non ho mai visto. La figlia di mio nipote mi è venuta a trovare e mi ha portato la solita cannetta del lunedì. Da quando ho cominciato a fumare questa roba mi sembra tutto più bello e tutto più leggero. - “Sono un bisnonno,” stavo pensando, “e sono diventato un drugà, chi l’avrebbe detto?” quando ho chiuso gli occhi e sono andato in un posto dove tutto era bianco, ma non per la neve. Lì mi sono fumato una canna con mio figlio e per la prima volta sono riuscito a capirlo. Quando si è buttato giù era solo un bambino che aveva bisogno di un padre che lo portasse a vedere i vecchi film al cinematografo, che ogni tanto si rilassasse con una paglia e che stesse seduto accanto a lui a guardare fuori dalla finestra come nevicava.