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Autore

Melania La Giglia

in archivio dal 04 set 2012

08 maggio 1989, Lucca - Italia

segni particolari:

mi descrivo così:
Distruttiva. Disagiata. Un mal di testa da sbronza.

04 settembre 2012 alle ore 0:22

Vernice

Il racconto

Da ragazzino davo fuoco alle rane.
Non lo facevo con cattiveria, per me non c’era niente di sbagliato, era scienza.
Capire cosa poteva succedere ad un anfibio se gli davo fuoco.
Iniziai ad avere questi comportamenti dopo la morte dell’unica persona che abbia mai amato. Mia sorella.
Lei era la mia parte buona.
Lei coi suoi capelli nero pece, piume di corvo. Gli occhi verde smeraldo, come le rane che uccidevo.
Aveva 15 anni, io 12. Lei era la mia vita. Anche i cinici bastardi hanno avuto un cuore, io ne sono l’esempio. Io e lei eravamo una famiglia, ci sentivamo a disagio insieme.
L’acqua. Lei. Io. La morte.
Si può morire in tanti modi. Il risultato è sempre quello.
Mia sorella, i suoi capelli neri, i suoi occhi dolci. Mia sorella e il laghetto. Affogata come se non avesse mai imparato a nuotare.
Ma lei sapeva nuotare, lei ha deciso di chiudere la sua vita senza lottare, lei ha fatto la scelta giusta.
Tornare da scuola e vedere l’ambulanza e la polizia. Le lacrime di mia madre miste a quelle di mio padre. “La nostra piccolina..!” Lacrime.
Stai zitta stronza. Torniamo piccolini solo dopo che siamo solo mangime per vermi.
Sono sicuro che si sia uccisa. Nessun rimpianto o rimorso, perché aspettare qualcosa che dovrà comunque succedere?
“… Perché siamo qui? Perché siamo vivi? Siamo esche, esche per sciagure e merda. Non siamo altro che questo. Non saremo mai niente di bello. Ci può sembrare di fare qualcosa di buono, ma qualcosa di buono è seguito da merda. Lo sai vero? Devi capirlo bene, questo. La morte sarà il nostro premio per essere stati pazienti. Magari.. magari siamo già morti. Non pensi?”
Magari, sorellina, magari sono già morto. Magari..
I giorni dopo alla sua morte sono stati la mia caduta nel baratro.
Il cibo non aveva sapore, i fiori non avevano odore. Mi sentivo come un quadro squarciato, accoltellato dalla natura distruttiva dell’uomo, di noi stessi.
Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere le piume di corvo dei suoi capelli sparsi sull’erba, il suo sorriso rivolto alle nuvole bianche, alle forme della nostra fantasia. Riesco a sentire la sua mano nella mia.
Lei mi ha dipinto, mi ha dipinto come voleva. Tutti i colori cupi sono stati buttati sulla tela, la mia anima.
Lei ha preso le sue mani minute e ha urlato mentre affondava le sue dita scheletriche nei colori dell’odio e dell’amore. Ha intinto il mio corpo nel blu, nel verde, nel rosa, nel rosso. In tutti quei colori accesi che piacciono alle persone. Così io sono un dipinto dai mille colori. Ancora fresco. Ancora bagnato. Ancora pieno dei graffi delle sue unghie verniciate.

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