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in archivio dal 26 mar 2008

Michela Zanarella

01 luglio 1980, Cittadella (PD) - Italia
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  • 28 luglio 2013 alle ore 21:23
    Lapilli di vita

    In queste ossa

    viaggio

    e insieme mi porto

    lapilli di vita.

    Scavo calore

    consumo il fiato,

    amo.

    Voglio andare

    con la pelle

    a restare magia

    nel destino.

    Voglio esplodere

    di te

    e sapere il sapore

    del mare.

    tratta da "Meditazioni al femminile" 2012
    © Michela Zanarella

     
  • 05 gennaio 2012 alle ore 23:16
    Prendo vita

    Prendo vita
    da un'acqua materna,
    raccolta in tralci
    di sangue sapiente
    e destino che matura.
    Il cielo crea
    la mia impronta
    e mi immerge
    in equilibri di luce,
    fiducioso
    delle mie chiare fondamenta.

     
  • 09 novembre 2011 alle ore 17:55
    Delle lacrime

    Delle lacrime
    che in questi giorni
    vedo,
    cerco l'odore della luce,
    il vapore di una terra
    che calmi le febbri del tempo.
    Alcuni di noi
    hanno perso l'anima
    in pavimenti di detriti,
    sono inciampati nelle estremità
    della corrente.
    Passa la natura
    a svuotare le pareti
    e gli inchiostri.
    Sul fiume
    la vita che resta
    è affollata di dolore.

     
  • Sento che l'alba s'appoggia in silenzio
    sulla mia pelle
    e che ogni attimo di luce più intenso
    è un sorriso freddo ad un buio
    incipriato d'addio.
    Si fanno specchio dentro di me
    i sogni inventati tra le nuvole
    e mentre il primo sole s'infila
    tra le viti e gli orti,
    lo sguardo spaventato della luna
    affoga tra le geometrie
    delle strade.
    Vedo il mio volto sospeso
    nelle sfumature del cielo.
    Le rughe scalano tramonti
    sconfitti
    e dalle antiche radici di un orizzonte
    penzolano stagioni chiuse
    in valigia.
    Anche l'infinito ha bisogno
    del mio respiro.
    Ed io che ho una vita
    da lasciare alle stelle,
    mi lascio incidere nell'anima
    il riflesso sfocato
    dell'ignoto.

     
  • 28 ottobre 2008
    Mio caro Verlaine

    Ho visto la luna camminare
    a piedi scalzi sulla mia mente
    - come un discreto lampo bianco
    sul mare -
    ed ho sognato te, mio caro,
    che ridevi dell'amore vecchio
    come un pazzo rinchiuso nella sua disperazione.
    Oh, io soffro, soffro accanto
    alla tua anima indignata
    da fastidiosi malefici.
    Così, dei tuoi neri convulsi
    ascolto ogni melodia
    e con rispetto lodo i grigiori lontani
    che brillano nel cielo.
    Amo la malinconia orgogliosa
    dei tuoi occhi ribelli,
    vagabondi nemici di un cuore
    in fiamme.
    Immaginate ch'io sia il vento
    che incide un rosso tramonto
    in omaggio alla poesia.
    Voi ed io, vittime di un perfido
    gioco di follie.

     
  • 23 ottobre 2008
    Dolce assurdo

    Andiamo, mia fragile mente,
    andiamo ad accompagnare le ragioni
    al precipizio.
    Le follie infantili ridono di noi
    ci offrono baci e smorfie
    come calici di vino rosso.
    Io mi gusto l'aspro ritratto
    di un volto che sposa l'assenza
    e con voi mi nascondo
    sotto gli artigli di un dove
    senza senso.
    La realtà ci punzecchia
    con le arie d'acciaio
    fino a spostare le nostre ombre
    con una scossa di silenzio pallido.
    Ci scivolano addosso
    i singhiozzi del cielo
    e vecchi canti di rane nere.
    Tutto ci soffoca,
    i giorni, i cespugli,
    l'orizzonte.
    Andiamo.
    Andiamo a chiudere le porte
    del nostro dolce assurdo.

     
  • Adesso parlano.
    Venti arrossati
    dall'inverno
    ripetono il viola
    di una bellissima bufera.
    E il cielo sfoglia
    le pioggie come pagine
    d'ombra pronte a precipitare.
    Sono come sempre
    in mezzo,
    tra il grigiore del tempo
    e lo sbadiglio di una nuvola.
    Potrei giurare di conoscere
    a memoria le voci di ogni stagione,
    il commovente suono
    delle nevi
    l'umile rimbombo del sole
    il boccheggiare pallido della nebbia.
    Ma mi disfo delle mie certezze
    appena un po' di brina si abbandona
    tra le foglie cercando una vecchia quiete.
    Lo so, gli anni non sono mai gli stessi
    e tutto può cambiare.
    Certo, se ora il vento
    dice la propria tristezza
    anche alle siepi,
    mi sento senza privilegi,
    una lenza buttata a caso
    tra le acque.
    Potevo essere lo splendore
    tra le distanze,
    uno sfrenato silenzio che ancora
    continua.

     
  • 06 ottobre 2008
    Ghiaccio

    Nel bianco del mattino
    con la brina tra i capelli
    vedo gli abeti tremare
    e la strada cercare il sole
    come un diamante caldo.
    Sono ghiaccio.
    Sto immobile e stringo a me
    ogni cosa.
    Sui campi l'erba si regge
    in piedi a fatica
    mentre il sale si incolla
    al cemento urlando.
    Perché mi aggrappo alla terra
    come se fosse solo mia?
    Lascio che una timida pioggia
    liberi le polveri
    e che il mio corpo respiri
    il suono del cielo.
    Il gelo è silenzio
    io lo conosco, lo amo.
    Sento il battito degli insetti
    nelle tempie,
    impronte opache scivolare.
    Immagino che quasi nessuno
    mi aspetta.
    Forse mi detestano, mi odiano.
    Ma io vivo, soffocato
    dal mio destino,
    ovunque.

     
  • 26 settembre 2008
    Io senza di lei (a mia madre)

    Il silenzio è breve,
    l'istante di quiete
    si interrompe quando
    le bandiere della terra
    ripetono in coro che è
    l'ora di andare.
    Esco.
    Nasco.
    Vivo.
    Amo la luce che cade
    sul mio corpo
    il profumo di cielo
    che subito mi disseta.
    Mi viene naturale urlare.
    Sento voci ripetere
    all'infinito il mio nome
    e in lontananza un orizzonte
    pronto a proteggermi.
    Non so il perché,
    ma nello sguardo di una donna
    ho trovato calore.
    Mi chiedo come mai
    ha le mie stesse labbra
    il mio stesso viso.
    Mi aggrappo al suo seno
    riconoscente,
    rannicchiata nel suo cuore
    che batte.
    Sento qualcosa di unico,
    un legame forte spinto da un amore
    senza limiti.
    Io senza di lei, non sono più.

     
  • 24 settembre 2008
    Le immagini della mia vita

    Le immagini della mia vita
    si aggrappano veloci
    al cuore,
    come onde che cercano
    uno scoglio.
    E mi ritrovo scalza
    a svuotare l'innocenza
    nei prati
    con gli occhi bagnati
    di felicità
    per aver scoperto in un fiore
    un sorriso amico.
    Mi affaccio timida
    sui binari dell'amore
    e mi perdo nel fascino
    di un cielo vagabondo
    che mi lascia cullare
    l' anima sotto le sue lenzuola.
    Intanto m'accorgo
    che i giorni si consumano
    l'inverno scappa e poi ritorna
    come i sogni
    che sembrano impauriti
    dalla fretta del tempo.
    Il pensiero di invecchiare
    non mi angoscia
    la mia ombra è sempre
    la mia ombra,
    che misera si inchina
    all' eterno
    per scendere a giocare
    con il silenzio.

     
  • 24 settembre 2008
    Per non morire mai

    In questo tempo
    dove i dubbi si rincorrono
    e le strade esplodono
    di polvere,
    la vita continua.
    Con la disperazione
    negli occhi
    con la pazzia tra le tempie
    l'aria sporca
    violenta le pelli
    radendo anime e cuori.
    Sanno di inverno
    le lacrime
    che balzano via
    con i volti nel fuoco.
    Finestre chiuse,
    portoni che aspettano
    una falsa pace
    e di nuovo mine
    che strappano sguardi felici.
    Solo la memoria
    soffia sulle carni spente
    urlando il disprezzo
    per la guerra,
    una preghiera per non
    morire mai.

     
  • 24 settembre 2008
    Il primo fumo (l'autunno)

    Quando il cielo
    faticherà a far nascere
    il giorno
    e l'aria sarà una spina
    sulla pelle
    io mi lascerò amare
    dalla malinconia.
    Guarderò l'autunno
    colorare di giallo
    la mia anima e le piante,
    mi porterò addosso
    il primo fumo delle case
    come un fazzoletto ricamato
    dal tempo.
    Davanti a me
    avrò una terra fradicia
    di nuvole,
    una terra orfana di calore
    che stenterà a respirare
    il gelido sapore
    di una nuova stagione.
    Allora il mio silenzio
    si abbandonerà ai ghigni
    rossastri delle foglie,
    diventando respiro
    e sudore di un'attesa.

     
  • 15 settembre 2008
    Riepilogo

    Sono nata nella pianura padana
    sono cresciuta tra le montagne
    ho amato Venezia ed il mare
    i miei nonni sono gli angeli
    che vegliano sulla mia esistenza.
    Conosco a memoria il dolore
    e so che ogni uomo nella vita
    ha sofferto in qualche modo.
    Ho mangiato il pane della mia casa
    e quello di altri
    ho assaggiato il cous-cous
    e lasciato sul piatto il pesce
    della Senna.
    Non conosco l'odio
    ma molti mi hanno odiato
    non conosco l'invidia
    ma molti mi hanno invidiato.
    Ho provato ad essere me stessa
    scrivendo poesie
    ho letto l'arte e la storia
    nei libri
    sono sfuggita alla morte
    ascoltando la parola di Dio
    ho conosciuto uomini troppo
    orgogliosi e gelosi
    ho sudato la felicità al loro
    fianco
    ho mentito e ingannato
    per non deludere i miei cari
    ho pochi amici
    e quei pochi hanno sparlato
    in mia assenza.
    Non ho nulla se non un cuore
    da donare a chi mi amerà
    in eterno.

     
  • 08 settembre 2008
    Seconda lirica d'amore

    Tu forse non ricordi
    che ti feci straripare l'anima
    con una sola carezza.
    Dalla notte raccolsi qualche attimo
    per spingermi nel tuo stupore.
    Ah, fu troppo breve il canto
    delle nostre pelli sgombre di pudore,
    ci avvolgemmo nel sonno della luna
    cadendo ai suoi piedi come due corpi
    dorati in penitenza.
    La nostra natura terrestre e celeste
    faticava a separarci dal buio,
    intorno alle stelle noi portavamo
    il fascino dell'amore.
    Cerchi di luce cercavano
    di mettere radice nei nostri occhi,
    volevano addolcire le nostre pupille
    annunciando l'alba.
    Rimanemmo immobili a sepellire
    il midollo oscuro
    alzando le fronti al fondo luminoso
    che ci trovò esausti.

     
  • 08 settembre 2008
    Lirica d'amore

    Tutto cominciò quando
    mi sforzai di mutare
    il mio sguardo in un leggero
    dormiveglia tra le tue braccia.
    Non sapevo perché scuotendo
    le palpebre ti sentivo combattere
    con il mio respiro invisibile.
    Erano le tue labbra, fuse e confuse
    ad una promessa,
    a contendersi la mia fronte
    prima ancora che una frangia
    d'amore sfollasse dal viso
    la mia timidezza di sempre.
    Lo capivi: ogni sospiro raccoglieva
    un grido,
    in te io trovavo la luce,
    un ventaglio bianco da sventolare
    al cuore.
    Certo non bastava esserti accanto
    immersa nel tuo corpo
    di poeta assassinato dal fuoco
    dei miei sensi,
    dovevo sporgermi da questa vita
    e riconoscerti in un angelo
    che in silenzio cullava
    il mio spirito.

     
  • 08 settembre 2008
    Terza lirica d'amore

    La tua mano passò sulle mie labbra
    si abbandonò al calore della pelle
    poi si liberò di una ciocca di capelli
    e venne a salutare le mie ciglia.
    Iniziasti a calpestare le spine
    di un tardo sorriso
    impazzivi a sperare in un dopo
    sempre più eterno.
    Morivi d'amore sapendo che
    anche il mio cuore balzava
    al pensiero di te,
    messaggero di sospiri.
    Perché appartenevamo
    entrambi ad uno sciame
    di pensieri folli,
    irrequiete magie da tentare
    per riordinare una realtà in fuga.
    Ci eravamo spinti in dimensioni
    sempre più pregne d'incessante
    silenzio.
    Tutto sembrava ricominciare
    in un altro orizzonte,
    dove noi eravamo solo voci
    complici di un sogno.

     
  • 02 settembre 2008
    Dietro di te

    Vivendo sopra i passi
    di altri
    coi volti smessi dal tempo
    respirando vuoto e catrame
    nella solitudine più gelida.
    Partono da ieri le tempeste
    di attimi
    i fuochi caldi della paura
    e solo gli immortali
    capiscono il bisogno
    di strappare le vecchie vesti
    per un lembo di verità.
    E' questo che ci manca, Dio,
    la verità da impugnare
    davanti alla croce
    prima di sparire
    in un fulmine di piena estate.
    Ma troveremo la strada
    per avere un sogno da stringere
    in silenzio,
    dietro di te, Eterno.

     
  • 24 luglio 2008
    Un paradiso nell'anima

    Benché io non conosca il sapore
    della mia pelle
    sento il tuo cuore impaziente
    d'imprimermi addosso il fuoco.
    E' in fiamme la tua mano
    che sgombra la timidezza
    dai miei occhi.
    Sollevata da un cenno
    gentile
    mi lascio incidere un paradiso
    nell'anima,
    con stupende luci che palpitano
    assieme al mio vivace respiro.
    Come negare che amo
    disobbedire alla mente
    giocando a perdermi
    nel tuo mondo!
    Ch'io sia imprigionata
    nelle tue calde torri
    finché la luce non diventa
    un grembiule per nascondere
    l'amore.

     
  • 21 luglio 2008
    Questa è la terra

    Questa è la terra
    che mi ha cullato di tramonti
    cantando in ginocchio
    il suo silenzio.
    Mi ha vestito delle sue perle
    ogni giorno
    chiamandomi figlia
    dei suoi orizzonti
    mascherati di nuvole.
    Ho respirato le arie
    dai suoi verdi polmoni
    ho amato le sue guance
    ghiacciate d'inverno
    senza disdegnare
    il suo scomodo invecchiare.
    Ho bevuto le improvvise
    solitudini
    come un dolce latte materno
    soffocando ogni piccola
    paura
    nel suo seno.
    Ora posso frugare
    nella sua anima
    senza disturbare l'alba
    sorridendo ad un sole
    che mi ha visto crescere
    impaziente di amare
    l'immenso.

     
  • 15 luglio 2008
    Capriola vermiglia

    E' mio il traboccare di luna
    e l'urto d'amaranto verso
    la notte.
    Posso unirmi al canto
    delle rane
    o crollare accanto
    alle stelle,
    disfandomi del brusio
    del tempo.
    Non serbo rancore
    per il cielo che tenta
    di confondermi con le vecchie
    impronte dell'alba.
    Ho sconvolto i capelli
    dei pioppi
    ho strappato il sonno
    alle nuvole
    infarinando di rosso
    le sciarpe polverose
    ed ogni nido di specchi.
    Come un cuore
    in attesa tra le cime,
    ho inghiottito vertigini
    vincendo una pioggia di luci
    ed ho distratto il lampo
    incollandomi addosso
    una capriola vermiglia di silenzio.

     
  • 15 luglio 2008
    Clochard

    Ad un angolo di marciapiede
    stringevi l'anima agli stracci
    in rissa col freddo di gennaio
    i denti color ruggine.
    Ti inseguiva qualche cane
    randagio
    che ti credeva padrone,
    la notte era il salotto
    della tua vita
    sotto la pelle delle stelle.
    Dormivi coperto dai giornali
    sfrattati dalla mira dei topi
    tra polveri d'asfalto
    e mediocri speranze.
    Ti svegliava l'eco dell'alba
    ed il primo chiasso delle nuvole,
    nei tuoi occhi un mosaico
    di vergogna
    si trasformava in un inferno
    di lacrime.
    Nell'indifferenza degli sguardi
    ti sentivi un uomo senza patria
    un'ombra tra le tante della strada.
    La tua mano tremante
    imprecava pietà in silenzio,
    mentre milioni di piedi
    ti confondevano con un lampione
    spento.

     
  • 15 luglio 2008
    Se un giorno mia madre

    Se un giorno mia madre
    s'affacciasse nei miei occhi,
    con un sorriso che calpesta le ombre
    vedrebbe le sue montagne
    con i ciliegi e le more
    ribellarsi al sole,
    le case in fila una dopo l'altra
    tra le pecore e le capre,
    il vento in fiamme
    con l'azzurro arrabbiato
    e le antiche voci
    nel bianco delle nubi.
    D'improvviso
    ci incontreremo
    oltre il fuggirsi,
    non servirà parlare.
    Saremo dentro gli orizzonti,
    colore nel colore.

     
  • 08 luglio 2008
    Il ritmo di te

    Ancora t'amo.
    Con le labbra spazzolo
    le tracce del rosso
    timore
    scappo
    e mi rinchiudo nei
    tuoi occhi,
    le mie braccia
    sfrecciano nel battito
    d'un lampo,
    eterno.
    Porto il ritmo di te
    sulla pelle
    il rogo d'una pioggia
    dannata
    e respiro
    respiro più che posso
    il tuo silenzio
    un confine sbriciolato
    a file di polvere.
    Salto nel capriccio
    d'uno sguardo
    e mi nascondo
    nel tramonto che dolce
    si emoziona con noi.

     
  • Mi dicevo, guardando le montagne
    dai mille volti,
    che mai avrei dimenticato
    le nubi abbracciate alle strade
    e l'abbaiare dei boschi.
    Il fresco smalto delle sere,
    il dominio delle minuscole contrade
    l'accoppiarsi delle vipere,
    erano l'incanto ed il pianto
    delle mie vecchie estati.
    Ho amato le aquile
    ed il profumo di terra rimossa,
    il sole in marcia tra i pini
    il tranello dei burroni.
    Mi sentivo nel cuore
    la dolcezza della polvere
    ed il vocio dei lupi
    dagli occhi di velluto.
    E cosi fu, io rimasi
    in quelle sacre lenzuola
    di vento e ciclamini
    a specchiarmi nel ricordo
    di quel cielo.

     
  • 27 giugno 2008
    Le coeur bohémien

    Vissi a lungo sperando che il carretto
    della mia inquietudine si fermasse
    a fiancheggiare le pupille ardenti
    della giovinezza
    portando la mia anima
    a contemplare quel domestico
    infinito rannicchiato nella luce.
    Erano segrete le strade
    che mi separavano dalla pace.
    Gonfie di favolosa bellezza
    tribù di mari e fiere altezze
    grondanti di secoli
    sembravano pretendere il mio arrivo
    impadronendosi di quel cuore
    zingaro, le coeur bohémien,
    che cresceva a stento tra dolori
    indomabili
    e intimi rimpianti.
    Ed in mezzo a cicatrici
    di buio e pessime mandrie
    ho pianto tutto il nero
    che portavo in grembo,
    sprofondando
    in una strana malinconia
    d'ingenuo tormento.

     
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  • 21 gennaio 2009
    La magnolia

    Come comincia: Ettore si svegliò di colpo dopo aver fatto un sogno strano.
    Alle mani e ai piedi aveva delle insolite chiazze rosse, gli prudeva il naso e non riusciva ad alzarsi dal letto.
    Aveva riposato poco, ma ricordava di aver avuto un sonno tranquillo.
    Decise di provare a scendere, ma niente, le gambe erano immobili.
    Non riusciva a vedere bene davanti a sé, aveva gli occhi ancora mezzi chiusi.
    Non sapeva cosa stava  succedendo al suo corpo, si sentiva solo molto strano.
    Forse stava ancora dormendo e stava vivendo nel suo sogno.
    Dalle finestre della stanza, però, le luci dell'alba gli accarezzavano i capelli, non poteva essere un sogno.
    E i rumori della strada li sentiva bene. Non c'era dubbio, qualcosa non andava.
    Pensò di allungare le mani verso un cassetto dell'armadio.
    Trovò un piccolo specchio, tutto impolverato.
    Provò a guardare dentro, ma era troppo opaco, la sua immagine non era nitida.
    Doveva cercare di stare in piedi, andare alla finestra e far entrare più luce, solo così avrebbe potuto capire qualcosa.
    Legò il lenzuolo all'unica sedia che gli stava vicino, e tirandolo come una fune si fece forza.
    Dopo molti tentativi, riuscì a sollevarsi.
    Le gambe gli pesavano come due tronchi, e pensare che lui era magrissimo.
    Aperta la finestra, l'aria gelida gli tagliava la pelle, arrossandogli il viso.
    Doveva vedersi in uno specchio a qualsiasi costo, rischiando di cadere.
    Strisciò verso la stanza della madre, con la bocca aprì la porta, ed entrò.
    Lo specchio era ad un passo dai suoi occhi, presto avrebbe saputo.
    Tremava di paura, non voleva vedersi.
    Si bendò con le mani per non subire un trauma.
    Lentamente le fece scivolare via ed ecco il suo volto.
    Foglie ovunque, foglie verdi e lucenti.
    Gridò, e poi cadde a terra, stravolto.
    Non era possibile, era diventato una magnolia!
    Si riprese, sperando di aver vissuto un incubo.
    Ma le sue braccia erano rami possenti e lunghi, le gambe un tronco robusto, i piedi profonde radici.
    Disperato, chiuse gli occhi con la speranza di avere solo qualche allucinazione.
    Lo specchio rifletteva sempre la stessa immagine.
    Preso dallo sconforto, cercò di nascondersi, non poteva certo farsi trovare dalla madre in quello stato.
    Cosa sarebbe stato di lui?
    Come faceva a spiegare alla madre che era diventato un albero?
    Doveva fuggire via, ma come?
    Vicino alla finestra c'era un abete, forse lo poteva aiutare.
    Che follia, chiedere aiuto ad un abete! E poi, neanche parlava!
    Si trascinò di nuovo nella sua stanza, le radici erano secche, aveva bisogno di acqua.
    Tentò di parlare all'albero della sua casa, ma non ebbe risposta.
    Provò a buttarsi giù, era l'unica soluzione.
    Ad un tratto, sentì una voce.
    Ma non capiva da dove veniva.
    Ancora un urlo, poi un fischio. L'abete lo stava chiamando.
    Non poteva crederci! Allora anche gli alberi parlavano.
    Si avvicinò a lui piano piano.
    Ettore gli chiese cosa poteva fare per tornare un bambino.
    L' abete sorrise e gli rispose che lui non poteva fare nulla, se non fargli spazio accanto a lui.
    Ettore si mise a piangere e con le sue lacrime nutrì le sue radici.
    L'abete lo consolò stringendo i suoi rami a quelli della magnolia.
    Ettore aveva solo sognato, non era mai stato un bambino, voleva esserlo da sempre, ma era nato albero, e sarebbe rimasto lì per secoli con un nome inventato dal vento.

     

     
  • 15 dicembre 2008
    Lettera a mio figlio

    Come comincia: Figlio mio,
    ti scrivo questa lettera prima che tu venga alla luce. Può sembrarti ridicolo, ma ho sognato che somigli a tuo padre, occhi verdi e capelli neri neri.
    Voglio che un giorno tu prenda tra le mani queste semplici righe, sapendo che ti abbiamo sempre amato.
    Ti parlo da madre premurosa, ma anche da buona amica.
    Non avere mai paura di confidarmi le tue angosce, grandi o piccole che siano, in qualche modo ti aiuterò ad affrontare i problemi.
    Non dimenticare che sei il frutto di un amore forte, nato quasi per incanto, difeso e protetto con coraggio.
    Sappi che la vita che ti aspetta non è facile, il mondo cercherà di illuderti molto spesso, ingannandoti. Vedrai terre meravigliose, cieli dai colori più strani, conoscerai schiere di uomini, scoprirai l'amicizia e l'amore, sorriderai e piangerai del bene e del male.
    A volte dovrai rialzarti nel dolore, camminando con le tue sole forze, allora cercherai l' aiuto di un'entità suprema, imparerai a pregarla e la invocherai nella sofferenza più estrema.
    Avrai un Dio che ti ascolta, che ti guarda, che ti parla ogni volta che ne sentirai il bisogno.
    Nessuno saprà mai meglio di Lui chi sei e come sei. Fidati e non temere se sbagli, verrai perdonato se ammetterai le tue colpe.
    Qualcuno potrà offenderti per quella fede che porti nel cuore, fino ad umiliarti, ma non cadere nella rete della vergogna, difendi la tua innocenza e rispetta coloro che si burlano di te.
    Cerca di tendere comunque una mano a chi non sa vedere oltre se stesso, proteggi le persone che ti hanno aiutato a crescere.
    Ti ricordo che sei una creatura speciale e che la tua unicità è un dono del Signore.
    La tua famiglia ti lascerà piena libertà, dovrai decidere le strade che percorrerai con tutto il buon senso che possiedi.
    Rifletti sempre prima di fare una scelta e non lasciare che predomini l'istinto.
    Non so se bastano questi piccoli aneddoti per fare di te un uomo, una madre vuole sempre il meglio per i suoi figli.
    Quando nascerai ti racconterò le storie che ho vissuto, l'infanzia, la giovinezza, la maturità, sono sicura che mi ascolterai fissandomi attento con i tuoi occhioni grandi.
    Tuo padre ti stringerà tra le sue braccia dolcemente e sentirai il calore del suo corpo, simile al tuo.
    Anche lui ha molte cose da dirti, forse più di me.
    E'cresciuto quasi da solo, senza padre, ha lottato ogni giorno per proteggere sua madre ed i suoi fratelli. Non sai quante volte mi ha confidato il bisogno di una carezza, di un abbraccio, da bambino. Sempre che lo sia stato, perché è diventato grande in fretta, senza nemmeno volerlo.
    Non ho idea di cosa voglia dire essere orfani di padre, io ho avuto la fortuna di avere entrambi i genitori e non è poco.
    Purtroppo mi è mancata la salute per molto tempo, sono nata con delle complicazioni polmonari, che mi hanno portata ad un passo dalla morte.
    Ho passato gran parte dell'infanzia in ospedale, ho dei vaghi ricordi di quei momenti, forse perché il tempo mi ha fatto in parte dimenticare.
    Mia madre e mio padre sono stati forti e non si sono rassegnati a perdermi, hanno fatto l'impossibile perché io crescessi bene.
    Quanti sacrifici, piccolo mio!
    E'stato importante anche l'aiuto dei nonni, che nonostante la distanza, hanno sempre sostenuto la mia famiglia.
    Ero molto legata a loro, gran parte delle estati le ho passate in montagna, nella loro casa.
    Quante volte ho corso nei prati appena falciati e per le strade polverose del bosco!
    Un giorno sarai tu a camminare in quei luoghi, vedrai la vecchia stalla ed il fienile, il pozzo dell'acqua, il sentiero dove pascolavano le mucche.
    Spero che conserverai questa lettera con cura e che porterai le mie parole sempre con te.

     

     


    Con affetto, tua madre.

     
  • 06 novembre 2008
    L'uomo dei boschi

    Come comincia: Era magico il momento in cui mi lasciavo la pianura alle spalle per raggiungere la montagna, dov'era nata mia madre e avevo trascorso gli anni più belli d'infanzia.
    Quella terra, da bambina, mi ricordava tanto i posti incantati che leggevo nei libri di scuola.
    Adoravo le strade deserte e infinite, la casa dei nonni, che profumava di legna e antico, il bosco dai mille pini.
    La nonna stava sempre seduta sulla stessa sedia alle spalle della credenza, indossava il suo grembiule da cucina colorato e aspettava, aspettava che il giorno finisse in solitudine.
    La domenica preparava il risotto di funghi, quelli che raccoglieva nonno nei sentieri, ed io non aspettavo altro che il piatto venisse servito per gustarmi con calma tutto il sapore.
    Mi guardava con aria da cuoca soddisfatta, quando le chiedevo di riempirmi il piatto ancora una volta.
    Nonno restava ben poco dentro le mura di casa.
    Lui era l'uomo dei boschi, lo chiamavo così, perché si era costruito un capanno vicino ai pascoli delle mucche e passava il tempo a falciare il fieno e a camminare senza sosta.
    Mi faceva ridere spesso con la sua aria buffa, assomigliava a Stanlio, la mimica facciale era pressoché identica.
    A volte andavo con lui a raccogliere l'erba per i conigli e la verdura negli orti.
    Mi piaceva curiosare tra le piante, però avevo una paura tremenda delle serpi.
    Ce n'erano di molti tipi ed io non le sapevo distinguere bene, al contrario di nonno, che le conosceva a menadito.
    Una volta ne prese una tra le mani ed io avrei voluto urlare con tutto il fiato che avevo nei polmoni.
    Per me lui era una persona coraggiosa e lo ammiravo tanto per la sua forza.
    Gli uscivano le vene dalle braccia quando alzava i sacchi con i quintali di fieno!
    Certe sere, uscivo in cortile a fissare le vallate illuminate. Mi immaginavo la gente che correva di fretta per rientrare in famiglia e la montagna muta ad osservare ogni istante di vita.
    Anche il nonno veniva ad osservare la macchia di luci accanto a me.
    Accendeva una sigaretta e mi guardava contare le nuvole sotto il cielo scuro.
    Lui capiva ogni mio sguardo e sapeva quanto lo amavo.
    Spesso mi dava qualche soldo dal suo portafoglio che poi rimaneva vuoto.
    Avrebbe dato anche l'anima pur di sapermi felice.
    Con le sue cinquemila lire io scendevo in paese a comprare le caramelle o qualche gioco da maschiaccio. Mi sentivo in colpa sapendo che lui rinunciava a qualcosa per se stesso per accontentarmi.
    Non giocavo con le bambole come tutte le bambine del mondo, no.
    Io preferivo i modellini delle auto, i trattori, le ruspe.
    Nonno sapeva che sarei tornata ogni volta con qualche cosa di strano.
    Non mi rimproverava mai se spendevo i soldi in giocattoli, anzi si fermava a guardare come costruivo le strade con la sabbia e la terra umida.
    Ero cresciuta così, coccolata ed in piena libertà nella natura, con la figura di un uomo che mi insegnava ad ascoltare le voci degli alberi, della polvere, degli animali.
    Fianco a fianco con le rocce ed il silenzio.

     
  • 06 ottobre 2008
    Giugno

    Come comincia: Sono cresciuta in una terra di campagna, tra campi di grano e lunghe strade bianche attraversate solo da cani randagi e qualche bicicletta.
    Avevamo un abete accanto al giardino, non so se l'avesse piantato mio padre, io ci ero molto affezionata, perché mi sedevo sotto i suoi rami e gli raccontavo le mie storie di scuola.
    Ero convinta che quell'albero mi ascoltasse, credevo che la sua voce fosse il vento e che quando c'era la bufera lui fosse arrabbiato proprio con me.
    Per fortuna che non succedeva spesso che il cielo diventasse scuro borbottando parole senza senso con l'aiuto della pioggia, per cui tornavo subito dopo a chiedergli scusa.
    Tutti i giorni della mia infanzia ho lasciato uno sguardo a quell'angolo d'ombra che mi proteggeva dall'insistenza del sole.
    Avevo circa dodici anni quando seppellii tra la resina e le pietre una piccola chiave, che avevo trovato per caso.
    Pensavo che lì sarebbe rimasta al sicuro e che nessuno avrebbe mai saputo il mio segreto.
    L'abete diventava sempre più grande finché non raggiunse un'altezza per me infinita.
    Si trasferivano diverse famiglie d'uccelli sulla cima e a primavera sembrava d'avere un'orchestra in casa.
    Non c'era niente di più bello che vedere piume volteggiare nell'aria ed il verde tutt'intorno.
    Per molto tempo passai le estati a inseguire il litigio delle api e a sbriciolare le nuvole con la fantasia.
    Ricordo che un giorno decisi di dare un nome al mio abete. Giugno. Si, si sarebbe chiamato giugno, perché era il mese in cui i suoi colori prendevano vita e lo facevano diventare un incanto.
    Aveva il tronco enorme, io gli dicevo di non nutrirsi troppo, perché poteva ingrassare e imbruttirsi.
    Le radici dovevano essere molto profonde. Mi immaginavo che ci fosse un mare sotto ai suoi piedi e che le acque lo cullassero ogni sera prima di dormire.
    Qualche volta gli raccontavo delle favole per farlo divertire, perché secondo me soffriva la solitudine. Se non ci fossi stata io a prendermene cura, penso sarebbe stato molto triste.
    Giugno sembrava imbarazzato quando gli aerei lo fissavano dall'alto, non lo so, magari pensava che lo spiassero per raccontare a chiunque dei nostri incontri.
    Gli parlavo spesso di mia madre, dei suoi ottimi piatti e della sua maniacale attenzione per l'ordine.
    Credo che sentisse spesso le sue urla, quando mi sgridava per qualcosa di sbagliato.
    Una cosa non sono mai riuscita a svelargli, la prima volta che mi ero innamorata.
    In quel periodo evitavo spesso di parlare, passavo le ore a fissare le vigne del vicino, contando gli acini d'uva.
    Non penso che lui percepisse la mia scarsa attenzione, ma mi rendevo conto che non riuscivo a dirgli la verità, lui non era più l'unico dei miei pensieri, ora era l'amore a occuparmi il cuore e la mente.
    I miei non erano timori infondati, nel suo piccolo sapevo che Giugno mi voleva bene e che non mi avrebbe mai capito.
    Non aveva importanza se era una cosa impossibile credere che un albero provasse emozioni, quel che conta era che lui aveva combattuto sempre al mio fianco, aiutandomi a superare gli interminabili ostacoli dell'adolescenza e della vita.
    Lui era parte di me, anche se non rispondeva alle mie domande o non esprimeva mai nulla.
    Ora Giugno non esiste più, i miei genitori l'hanno dovuto tagliare, perché aveva una larva che l'aveva divorato piano piano.
    Quell'abete è stato il mio punto di sfogo, un faro verde che ha illuminato il mio cammino
    facendomi sognare continuamente.
    E così, ancora oggi, quando mi capita di tornare a casa, osservo quel vuoto e mi lascio rapire dalle voci d'un tempo.

     
  • 11 settembre 2008
    Nel vento

    Come comincia: Adesso, pensandoci bene, penso di aver incontrato il mio sguardo nel vento.
    Da giorni la bufera ha scapigliato gli alberi ed il mare con una forza mai vista.
    E' da tanto che non si vedono le foglie impazzire nel vuoto, oggi, però c'è un'atmosfera diversa.
    Le polveri si tingono di fuoco, rincorrendosi come amanti senza regole.
    Sto da ore alla finestra, senza battere ciglio, ed il vento ulula come un cane arrabbiato,
    vorrei vedere le sue labbra, la dentatura affilata, dev'essere una belva, anche se sinceramente non lo immagino così brutale.
    Fuori i campi stringono i frutti alla terra, a fatica.
    Quest'anno il raccolto doveva essere dei migliori, invece, un ciclone improvviso ha pensato bene di rubarsi l'oro contadino.
    Temo per i miei abeti, loro sì che avranno paura di morire, sono così vecchi, che forse cadrà qualche ramo.
    Mi siedo su una seggiola di legno, sempre attenta alla rivoluzione d'aprile, davanti casa.
    C'è chi si protegge per stada con cappucci e berretti, chi si tiene le mani tra i capelli, chi stringe gli occhi, quasi accecandosi, ognuno cerca la fuga verso un posto sicuro, al coperto.
    Amo osservare le facce della gente e leggere negli occhi ed è nel momento di una lotta estrema che capisco quanto una persona tenga a se stessa.
    Non ho mai incrociato il mio sguardo nemmeno allo specchio, per paura di capire quanto sono fragile.
    Il desiderio di conoscermi è forte, ma voglio pensare che ho le pupille d'un felino o di qualche creatura strana.
    I vetri continuano a tremare e dalle fessure della finestra una voce insolita mi incita ad osservare il cielo.
    Vedo un uomo soffiare contro le nuvole, vestito di grigio.
    Lo fisso quasi attratta e mi perdo nel vortice della bufera.
    Mi trovo sommersa da piume e petali perduti in corsa, ed è alzando il capo che scopro di essere seduta sulle ginocchia di quell'uomo cupo.
    Sento il suo corpo avvolgermi totalmente, annientando ogni mio pensiero.
    Vorrei scappare lontano, rientrare al caldo della mia stanza, ma qualcosa mi trattiene e non riesco nemmeno a muovermi.
    La mia inquietudine si disseta nelle labbra gelide del misterioso personaggio.
    Non avevo mai baciato nessuno.
    Dovevo reagire e svegliarmi da questo incantesimo, non potevo essere caduta tra le braccia di uno sconosciuto.
    Apro gli occhi e per la prima volta mi vedo nuda, foglia innamorata del vento.

     
  • 11 luglio 2008
    La palla di pezza

    Come comincia: Il giorno si era appena acceso e le nuvole salivano in alto fuggendo le ultime scie di buio.
    Tre donne, dai lunghi abiti, sedevano a terra nel fango invocando il sole di proteggere i loro figli.
    Era un'abitudine pregare gli elementi della natura, significava scacciare i demoni.
    Come ogni giorno, Amidou, usciva dalla capanna di corsa, con una palla di pezza in mano.
    Gliel'aveva cucita la seconda moglie di suo padre e per lui quel dono era quanto di più prezioso possedeva.
    Ovunque andasse quel gioco era accanto a lui, tanto che ci parlava come fosse una persona vera, un amico.
    Certo di ragazzi della sua età al villaggio ce n'erano tantissimi, ma Amidou non era riuscito a fare amicizia e rimaneva sempre in disparte, nel campo dietro alle capanne.
    Spesso sedeva sopra una roccia e si fermava a guardare l'alba.
    Era uno spettacolo a cui non rinunciava mai, gli piacevano i tanti colori del cielo.
    Trascorreva minuti a fissare l'infinto prima di iniziare i lavori nella terra arida.
    Andava col padre nei pochi campi rimasti, cercando di rendere fertile qualche tratto in più.
    Era difficile stare sotto il sole cocente per tante ore, la sua pelle ormai era bruciata, già invecchiata, nessuno avrebbe detto che era ancora un bambino.
    Amidou, però era un bambino speciale.
    Aspettava la sera per ascoltare i vecchi raccontare le storie d'Africa.
    Ogni volta qualche persona nuova venuta da lontano si fermava al villaggio.
    Quella sera, Amidou, si accorse che c'era un uomo strano, con la barba lunghissima, accanto al fuoco.
    Subito chiese al nonno chi era, lui rispose che non sapeva nulla dello straniero.
    Incuriosito, cercò di avvicinarsi, lo seguì mentre questi cercava dell'acqua per chetare la sete.
    Gli diede una delle brocche appena riempite dalle donne al pozzo.
    L'uomo ringraziò e si allontanò subito, appoggiandosi a fatica su una pietra.
    I vecchi lo invitarono a sedere e fu allora che Amidou scoprì da dove veniva quell'individuo.
    Si chiama George ed era un commerciante di stoffe.
    Aveva perso la moglie per una grave malattia ed era rimasto solo a Parigi.
    Non aveva figli, anche se aveva sempre desiderato averne.
    Decise di lasciare la sua terra per scoprire le meraviglie d'Africa, avrebbe dedicato tutta la sua vita ad esplorarla in lungo e in largo.
    Tutti erano attenti alle sue parole, quasi incantati.
    George rimase al villaggio, i vecchi lo avevano accettato nel gruppo.
    Amidou avrebbe voluto dialogare con lui, ma temeva di essere invadente, così evitò di girargli attorno.
    I giorni passavano, Amidou era sempre più solo, con la sua palla di pezza sempre tra le mani.
    Un pomeriggio, mentre pioveva a dirotto, George si accorse che il piccolo era fuori all'aperto che parlava, ma accanto a lui non c'era nessuno.
    Solo una palla sporca e bagnata fradicia gli era accanto.
    Il commerciante lo chiamò, Amidou finse di non sentire e continuò a giocare sotto lo scroscio d'acqua.
    Alcuni giorni dopo George si avvicinò al bambino.
    Gli aveva portato delle stoffe pregiate.
    Prese la palla di Amidou e le cucì attorno un magnifico vestito.
    Ora quel giocattolo non era più una banale palla di pezza, era un amico con tanto di giacca e pantaloni.
    Amidou era felicissimo del regalo, adesso non solo aveva un amico con cui giocare, ma anche un padre da amare.

     
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