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Racconti di Michela Zanarella

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  • 21 gennaio 2009
    La magnolia

    Come comincia: Ettore si svegliò di colpo dopo aver fatto un sogno strano.
    Alle mani e ai piedi aveva delle insolite chiazze rosse, gli prudeva il naso e non riusciva ad alzarsi dal letto.
    Aveva riposato poco, ma ricordava di aver avuto un sonno tranquillo.
    Decise di provare a scendere, ma niente, le gambe erano immobili.
    Non riusciva a vedere bene davanti a sé, aveva gli occhi ancora mezzi chiusi.
    Non sapeva cosa stava  succedendo al suo corpo, si sentiva solo molto strano.
    Forse stava ancora dormendo e stava vivendo nel suo sogno.
    Dalle finestre della stanza, però, le luci dell'alba gli accarezzavano i capelli, non poteva essere un sogno.
    E i rumori della strada li sentiva bene. Non c'era dubbio, qualcosa non andava.
    Pensò di allungare le mani verso un cassetto dell'armadio.
    Trovò un piccolo specchio, tutto impolverato.
    Provò a guardare dentro, ma era troppo opaco, la sua immagine non era nitida.
    Doveva cercare di stare in piedi, andare alla finestra e far entrare più luce, solo così avrebbe potuto capire qualcosa.
    Legò il lenzuolo all'unica sedia che gli stava vicino, e tirandolo come una fune si fece forza.
    Dopo molti tentativi, riuscì a sollevarsi.
    Le gambe gli pesavano come due tronchi, e pensare che lui era magrissimo.
    Aperta la finestra, l'aria gelida gli tagliava la pelle, arrossandogli il viso.
    Doveva vedersi in uno specchio a qualsiasi costo, rischiando di cadere.
    Strisciò verso la stanza della madre, con la bocca aprì la porta, ed entrò.
    Lo specchio era ad un passo dai suoi occhi, presto avrebbe saputo.
    Tremava di paura, non voleva vedersi.
    Si bendò con le mani per non subire un trauma.
    Lentamente le fece scivolare via ed ecco il suo volto.
    Foglie ovunque, foglie verdi e lucenti.
    Gridò, e poi cadde a terra, stravolto.
    Non era possibile, era diventato una magnolia!
    Si riprese, sperando di aver vissuto un incubo.
    Ma le sue braccia erano rami possenti e lunghi, le gambe un tronco robusto, i piedi profonde radici.
    Disperato, chiuse gli occhi con la speranza di avere solo qualche allucinazione.
    Lo specchio rifletteva sempre la stessa immagine.
    Preso dallo sconforto, cercò di nascondersi, non poteva certo farsi trovare dalla madre in quello stato.
    Cosa sarebbe stato di lui?
    Come faceva a spiegare alla madre che era diventato un albero?
    Doveva fuggire via, ma come?
    Vicino alla finestra c'era un abete, forse lo poteva aiutare.
    Che follia, chiedere aiuto ad un abete! E poi, neanche parlava!
    Si trascinò di nuovo nella sua stanza, le radici erano secche, aveva bisogno di acqua.
    Tentò di parlare all'albero della sua casa, ma non ebbe risposta.
    Provò a buttarsi giù, era l'unica soluzione.
    Ad un tratto, sentì una voce.
    Ma non capiva da dove veniva.
    Ancora un urlo, poi un fischio. L'abete lo stava chiamando.
    Non poteva crederci! Allora anche gli alberi parlavano.
    Si avvicinò a lui piano piano.
    Ettore gli chiese cosa poteva fare per tornare un bambino.
    L' abete sorrise e gli rispose che lui non poteva fare nulla, se non fargli spazio accanto a lui.
    Ettore si mise a piangere e con le sue lacrime nutrì le sue radici.
    L'abete lo consolò stringendo i suoi rami a quelli della magnolia.
    Ettore aveva solo sognato, non era mai stato un bambino, voleva esserlo da sempre, ma era nato albero, e sarebbe rimasto lì per secoli con un nome inventato dal vento.

     

  • 15 dicembre 2008
    Lettera a mio figlio

    Come comincia: Figlio mio,
    ti scrivo questa lettera prima che tu venga alla luce. Può sembrarti ridicolo, ma ho sognato che somigli a tuo padre, occhi verdi e capelli neri neri.
    Voglio che un giorno tu prenda tra le mani queste semplici righe, sapendo che ti abbiamo sempre amato.
    Ti parlo da madre premurosa, ma anche da buona amica.
    Non avere mai paura di confidarmi le tue angosce, grandi o piccole che siano, in qualche modo ti aiuterò ad affrontare i problemi.
    Non dimenticare che sei il frutto di un amore forte, nato quasi per incanto, difeso e protetto con coraggio.
    Sappi che la vita che ti aspetta non è facile, il mondo cercherà di illuderti molto spesso, ingannandoti. Vedrai terre meravigliose, cieli dai colori più strani, conoscerai schiere di uomini, scoprirai l'amicizia e l'amore, sorriderai e piangerai del bene e del male.
    A volte dovrai rialzarti nel dolore, camminando con le tue sole forze, allora cercherai l' aiuto di un'entità suprema, imparerai a pregarla e la invocherai nella sofferenza più estrema.
    Avrai un Dio che ti ascolta, che ti guarda, che ti parla ogni volta che ne sentirai il bisogno.
    Nessuno saprà mai meglio di Lui chi sei e come sei. Fidati e non temere se sbagli, verrai perdonato se ammetterai le tue colpe.
    Qualcuno potrà offenderti per quella fede che porti nel cuore, fino ad umiliarti, ma non cadere nella rete della vergogna, difendi la tua innocenza e rispetta coloro che si burlano di te.
    Cerca di tendere comunque una mano a chi non sa vedere oltre se stesso, proteggi le persone che ti hanno aiutato a crescere.
    Ti ricordo che sei una creatura speciale e che la tua unicità è un dono del Signore.
    La tua famiglia ti lascerà piena libertà, dovrai decidere le strade che percorrerai con tutto il buon senso che possiedi.
    Rifletti sempre prima di fare una scelta e non lasciare che predomini l'istinto.
    Non so se bastano questi piccoli aneddoti per fare di te un uomo, una madre vuole sempre il meglio per i suoi figli.
    Quando nascerai ti racconterò le storie che ho vissuto, l'infanzia, la giovinezza, la maturità, sono sicura che mi ascolterai fissandomi attento con i tuoi occhioni grandi.
    Tuo padre ti stringerà tra le sue braccia dolcemente e sentirai il calore del suo corpo, simile al tuo.
    Anche lui ha molte cose da dirti, forse più di me.
    E'cresciuto quasi da solo, senza padre, ha lottato ogni giorno per proteggere sua madre ed i suoi fratelli. Non sai quante volte mi ha confidato il bisogno di una carezza, di un abbraccio, da bambino. Sempre che lo sia stato, perché è diventato grande in fretta, senza nemmeno volerlo.
    Non ho idea di cosa voglia dire essere orfani di padre, io ho avuto la fortuna di avere entrambi i genitori e non è poco.
    Purtroppo mi è mancata la salute per molto tempo, sono nata con delle complicazioni polmonari, che mi hanno portata ad un passo dalla morte.
    Ho passato gran parte dell'infanzia in ospedale, ho dei vaghi ricordi di quei momenti, forse perché il tempo mi ha fatto in parte dimenticare.
    Mia madre e mio padre sono stati forti e non si sono rassegnati a perdermi, hanno fatto l'impossibile perché io crescessi bene.
    Quanti sacrifici, piccolo mio!
    E'stato importante anche l'aiuto dei nonni, che nonostante la distanza, hanno sempre sostenuto la mia famiglia.
    Ero molto legata a loro, gran parte delle estati le ho passate in montagna, nella loro casa.
    Quante volte ho corso nei prati appena falciati e per le strade polverose del bosco!
    Un giorno sarai tu a camminare in quei luoghi, vedrai la vecchia stalla ed il fienile, il pozzo dell'acqua, il sentiero dove pascolavano le mucche.
    Spero che conserverai questa lettera con cura e che porterai le mie parole sempre con te.

     

     


    Con affetto, tua madre.

  • 06 novembre 2008
    L'uomo dei boschi

    Come comincia: Era magico il momento in cui mi lasciavo la pianura alle spalle per raggiungere la montagna, dov'era nata mia madre e avevo trascorso gli anni più belli d'infanzia.
    Quella terra, da bambina, mi ricordava tanto i posti incantati che leggevo nei libri di scuola.
    Adoravo le strade deserte e infinite, la casa dei nonni, che profumava di legna e antico, il bosco dai mille pini.
    La nonna stava sempre seduta sulla stessa sedia alle spalle della credenza, indossava il suo grembiule da cucina colorato e aspettava, aspettava che il giorno finisse in solitudine.
    La domenica preparava il risotto di funghi, quelli che raccoglieva nonno nei sentieri, ed io non aspettavo altro che il piatto venisse servito per gustarmi con calma tutto il sapore.
    Mi guardava con aria da cuoca soddisfatta, quando le chiedevo di riempirmi il piatto ancora una volta.
    Nonno restava ben poco dentro le mura di casa.
    Lui era l'uomo dei boschi, lo chiamavo così, perché si era costruito un capanno vicino ai pascoli delle mucche e passava il tempo a falciare il fieno e a camminare senza sosta.
    Mi faceva ridere spesso con la sua aria buffa, assomigliava a Stanlio, la mimica facciale era pressoché identica.
    A volte andavo con lui a raccogliere l'erba per i conigli e la verdura negli orti.
    Mi piaceva curiosare tra le piante, però avevo una paura tremenda delle serpi.
    Ce n'erano di molti tipi ed io non le sapevo distinguere bene, al contrario di nonno, che le conosceva a menadito.
    Una volta ne prese una tra le mani ed io avrei voluto urlare con tutto il fiato che avevo nei polmoni.
    Per me lui era una persona coraggiosa e lo ammiravo tanto per la sua forza.
    Gli uscivano le vene dalle braccia quando alzava i sacchi con i quintali di fieno!
    Certe sere, uscivo in cortile a fissare le vallate illuminate. Mi immaginavo la gente che correva di fretta per rientrare in famiglia e la montagna muta ad osservare ogni istante di vita.
    Anche il nonno veniva ad osservare la macchia di luci accanto a me.
    Accendeva una sigaretta e mi guardava contare le nuvole sotto il cielo scuro.
    Lui capiva ogni mio sguardo e sapeva quanto lo amavo.
    Spesso mi dava qualche soldo dal suo portafoglio che poi rimaneva vuoto.
    Avrebbe dato anche l'anima pur di sapermi felice.
    Con le sue cinquemila lire io scendevo in paese a comprare le caramelle o qualche gioco da maschiaccio. Mi sentivo in colpa sapendo che lui rinunciava a qualcosa per se stesso per accontentarmi.
    Non giocavo con le bambole come tutte le bambine del mondo, no.
    Io preferivo i modellini delle auto, i trattori, le ruspe.
    Nonno sapeva che sarei tornata ogni volta con qualche cosa di strano.
    Non mi rimproverava mai se spendevo i soldi in giocattoli, anzi si fermava a guardare come costruivo le strade con la sabbia e la terra umida.
    Ero cresciuta così, coccolata ed in piena libertà nella natura, con la figura di un uomo che mi insegnava ad ascoltare le voci degli alberi, della polvere, degli animali.
    Fianco a fianco con le rocce ed il silenzio.

  • 06 ottobre 2008
    Giugno

    Come comincia: Sono cresciuta in una terra di campagna, tra campi di grano e lunghe strade bianche attraversate solo da cani randagi e qualche bicicletta.
    Avevamo un abete accanto al giardino, non so se l'avesse piantato mio padre, io ci ero molto affezionata, perché mi sedevo sotto i suoi rami e gli raccontavo le mie storie di scuola.
    Ero convinta che quell'albero mi ascoltasse, credevo che la sua voce fosse il vento e che quando c'era la bufera lui fosse arrabbiato proprio con me.
    Per fortuna che non succedeva spesso che il cielo diventasse scuro borbottando parole senza senso con l'aiuto della pioggia, per cui tornavo subito dopo a chiedergli scusa.
    Tutti i giorni della mia infanzia ho lasciato uno sguardo a quell'angolo d'ombra che mi proteggeva dall'insistenza del sole.
    Avevo circa dodici anni quando seppellii tra la resina e le pietre una piccola chiave, che avevo trovato per caso.
    Pensavo che lì sarebbe rimasta al sicuro e che nessuno avrebbe mai saputo il mio segreto.
    L'abete diventava sempre più grande finché non raggiunse un'altezza per me infinita.
    Si trasferivano diverse famiglie d'uccelli sulla cima e a primavera sembrava d'avere un'orchestra in casa.
    Non c'era niente di più bello che vedere piume volteggiare nell'aria ed il verde tutt'intorno.
    Per molto tempo passai le estati a inseguire il litigio delle api e a sbriciolare le nuvole con la fantasia.
    Ricordo che un giorno decisi di dare un nome al mio abete. Giugno. Si, si sarebbe chiamato giugno, perché era il mese in cui i suoi colori prendevano vita e lo facevano diventare un incanto.
    Aveva il tronco enorme, io gli dicevo di non nutrirsi troppo, perché poteva ingrassare e imbruttirsi.
    Le radici dovevano essere molto profonde. Mi immaginavo che ci fosse un mare sotto ai suoi piedi e che le acque lo cullassero ogni sera prima di dormire.
    Qualche volta gli raccontavo delle favole per farlo divertire, perché secondo me soffriva la solitudine. Se non ci fossi stata io a prendermene cura, penso sarebbe stato molto triste.
    Giugno sembrava imbarazzato quando gli aerei lo fissavano dall'alto, non lo so, magari pensava che lo spiassero per raccontare a chiunque dei nostri incontri.
    Gli parlavo spesso di mia madre, dei suoi ottimi piatti e della sua maniacale attenzione per l'ordine.
    Credo che sentisse spesso le sue urla, quando mi sgridava per qualcosa di sbagliato.
    Una cosa non sono mai riuscita a svelargli, la prima volta che mi ero innamorata.
    In quel periodo evitavo spesso di parlare, passavo le ore a fissare le vigne del vicino, contando gli acini d'uva.
    Non penso che lui percepisse la mia scarsa attenzione, ma mi rendevo conto che non riuscivo a dirgli la verità, lui non era più l'unico dei miei pensieri, ora era l'amore a occuparmi il cuore e la mente.
    I miei non erano timori infondati, nel suo piccolo sapevo che Giugno mi voleva bene e che non mi avrebbe mai capito.
    Non aveva importanza se era una cosa impossibile credere che un albero provasse emozioni, quel che conta era che lui aveva combattuto sempre al mio fianco, aiutandomi a superare gli interminabili ostacoli dell'adolescenza e della vita.
    Lui era parte di me, anche se non rispondeva alle mie domande o non esprimeva mai nulla.
    Ora Giugno non esiste più, i miei genitori l'hanno dovuto tagliare, perché aveva una larva che l'aveva divorato piano piano.
    Quell'abete è stato il mio punto di sfogo, un faro verde che ha illuminato il mio cammino
    facendomi sognare continuamente.
    E così, ancora oggi, quando mi capita di tornare a casa, osservo quel vuoto e mi lascio rapire dalle voci d'un tempo.

  • 11 settembre 2008
    Nel vento

    Come comincia: Adesso, pensandoci bene, penso di aver incontrato il mio sguardo nel vento.
    Da giorni la bufera ha scapigliato gli alberi ed il mare con una forza mai vista.
    E' da tanto che non si vedono le foglie impazzire nel vuoto, oggi, però c'è un'atmosfera diversa.
    Le polveri si tingono di fuoco, rincorrendosi come amanti senza regole.
    Sto da ore alla finestra, senza battere ciglio, ed il vento ulula come un cane arrabbiato,
    vorrei vedere le sue labbra, la dentatura affilata, dev'essere una belva, anche se sinceramente non lo immagino così brutale.
    Fuori i campi stringono i frutti alla terra, a fatica.
    Quest'anno il raccolto doveva essere dei migliori, invece, un ciclone improvviso ha pensato bene di rubarsi l'oro contadino.
    Temo per i miei abeti, loro sì che avranno paura di morire, sono così vecchi, che forse cadrà qualche ramo.
    Mi siedo su una seggiola di legno, sempre attenta alla rivoluzione d'aprile, davanti casa.
    C'è chi si protegge per stada con cappucci e berretti, chi si tiene le mani tra i capelli, chi stringe gli occhi, quasi accecandosi, ognuno cerca la fuga verso un posto sicuro, al coperto.
    Amo osservare le facce della gente e leggere negli occhi ed è nel momento di una lotta estrema che capisco quanto una persona tenga a se stessa.
    Non ho mai incrociato il mio sguardo nemmeno allo specchio, per paura di capire quanto sono fragile.
    Il desiderio di conoscermi è forte, ma voglio pensare che ho le pupille d'un felino o di qualche creatura strana.
    I vetri continuano a tremare e dalle fessure della finestra una voce insolita mi incita ad osservare il cielo.
    Vedo un uomo soffiare contro le nuvole, vestito di grigio.
    Lo fisso quasi attratta e mi perdo nel vortice della bufera.
    Mi trovo sommersa da piume e petali perduti in corsa, ed è alzando il capo che scopro di essere seduta sulle ginocchia di quell'uomo cupo.
    Sento il suo corpo avvolgermi totalmente, annientando ogni mio pensiero.
    Vorrei scappare lontano, rientrare al caldo della mia stanza, ma qualcosa mi trattiene e non riesco nemmeno a muovermi.
    La mia inquietudine si disseta nelle labbra gelide del misterioso personaggio.
    Non avevo mai baciato nessuno.
    Dovevo reagire e svegliarmi da questo incantesimo, non potevo essere caduta tra le braccia di uno sconosciuto.
    Apro gli occhi e per la prima volta mi vedo nuda, foglia innamorata del vento.

  • 11 luglio 2008
    La palla di pezza

    Come comincia: Il giorno si era appena acceso e le nuvole salivano in alto fuggendo le ultime scie di buio.
    Tre donne, dai lunghi abiti, sedevano a terra nel fango invocando il sole di proteggere i loro figli.
    Era un'abitudine pregare gli elementi della natura, significava scacciare i demoni.
    Come ogni giorno, Amidou, usciva dalla capanna di corsa, con una palla di pezza in mano.
    Gliel'aveva cucita la seconda moglie di suo padre e per lui quel dono era quanto di più prezioso possedeva.
    Ovunque andasse quel gioco era accanto a lui, tanto che ci parlava come fosse una persona vera, un amico.
    Certo di ragazzi della sua età al villaggio ce n'erano tantissimi, ma Amidou non era riuscito a fare amicizia e rimaneva sempre in disparte, nel campo dietro alle capanne.
    Spesso sedeva sopra una roccia e si fermava a guardare l'alba.
    Era uno spettacolo a cui non rinunciava mai, gli piacevano i tanti colori del cielo.
    Trascorreva minuti a fissare l'infinto prima di iniziare i lavori nella terra arida.
    Andava col padre nei pochi campi rimasti, cercando di rendere fertile qualche tratto in più.
    Era difficile stare sotto il sole cocente per tante ore, la sua pelle ormai era bruciata, già invecchiata, nessuno avrebbe detto che era ancora un bambino.
    Amidou, però era un bambino speciale.
    Aspettava la sera per ascoltare i vecchi raccontare le storie d'Africa.
    Ogni volta qualche persona nuova venuta da lontano si fermava al villaggio.
    Quella sera, Amidou, si accorse che c'era un uomo strano, con la barba lunghissima, accanto al fuoco.
    Subito chiese al nonno chi era, lui rispose che non sapeva nulla dello straniero.
    Incuriosito, cercò di avvicinarsi, lo seguì mentre questi cercava dell'acqua per chetare la sete.
    Gli diede una delle brocche appena riempite dalle donne al pozzo.
    L'uomo ringraziò e si allontanò subito, appoggiandosi a fatica su una pietra.
    I vecchi lo invitarono a sedere e fu allora che Amidou scoprì da dove veniva quell'individuo.
    Si chiama George ed era un commerciante di stoffe.
    Aveva perso la moglie per una grave malattia ed era rimasto solo a Parigi.
    Non aveva figli, anche se aveva sempre desiderato averne.
    Decise di lasciare la sua terra per scoprire le meraviglie d'Africa, avrebbe dedicato tutta la sua vita ad esplorarla in lungo e in largo.
    Tutti erano attenti alle sue parole, quasi incantati.
    George rimase al villaggio, i vecchi lo avevano accettato nel gruppo.
    Amidou avrebbe voluto dialogare con lui, ma temeva di essere invadente, così evitò di girargli attorno.
    I giorni passavano, Amidou era sempre più solo, con la sua palla di pezza sempre tra le mani.
    Un pomeriggio, mentre pioveva a dirotto, George si accorse che il piccolo era fuori all'aperto che parlava, ma accanto a lui non c'era nessuno.
    Solo una palla sporca e bagnata fradicia gli era accanto.
    Il commerciante lo chiamò, Amidou finse di non sentire e continuò a giocare sotto lo scroscio d'acqua.
    Alcuni giorni dopo George si avvicinò al bambino.
    Gli aveva portato delle stoffe pregiate.
    Prese la palla di Amidou e le cucì attorno un magnifico vestito.
    Ora quel giocattolo non era più una banale palla di pezza, era un amico con tanto di giacca e pantaloni.
    Amidou era felicissimo del regalo, adesso non solo aveva un amico con cui giocare, ma anche un padre da amare.