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in archivio dal 30 mar 2007

Miriam Mastrovito

10 gennaio 1973, Gioia Del Colle
Segni particolari: Nessuno
Mi descrivo così: Mi chiamo Miriam e sin da piccola la scrittura è il canale attraverso cui prediligo esprimermi, forse perché mi consente di conciliare la mia timidezza con il desiderio di rapportarmi agli altri...
Mi trovi anche su:

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  • 13 aprile 2007
    Un'altra estate

    Il dolore...
    come la schiuma nei secchi
    lasciati al sole.
    Le grinze nelle mani.
    Il timore di non tornare giovani.
    I richiami di mia madre
    e la paura di non restare bambini.
    Le lenzuola
    più bianche del sapone.
    Il desiderio
    di tuffarsi a sognare.
    La certezza di non essere più qui
    un'altra estate
    quando un bimbetto dalla pelle liscia
    vorrà portarmi al mare.

     
  • 10 aprile 2007
    Polvere

    Ho soffiato via
    la polvere
    che le maniche stringeva
    in una morsa di pensieri
    bislacchi
    e un guizzo alcolico
    ha incastonato
    il muro
    d'astri
    che rosseggiavano
    come alitare di candela.
    So dello sguardo che tremava
    come tremava il fuoco
    nel constatare che non c'eri
    a tenermi su il morale
    e che il pavimento s'increspava
    in reminiscenze rocciose
    man mano che il fumo
    aromatizzava le idee
    e confondevo la cera
    con il riverbero dell'aurora.

     
  • 30 marzo 2007
    Rimani

    Da quegli occhi
    una lacrima usciva,
    ma con sé
    non recava
    rumore.
    Da un anfratto bagnato
    del cuore
    come guizzo felpato
    veniva.
    E ad accoglierla
    c'erano mani
    che rigavano leste
    le gote,
    mentre l'eco di gioie remote
    sussurrava più volte:
    "Rimani"
    ché non voglio più vivere se
    non potrò rivederti
    domani.

     
elementi per pagina
  • 09 agosto 2007
    Il segreto degli incastri

    Come comincia: Tonfo e risata come azione e reazione.
    La pietra cade, Alessio ride. Fabrizio no. Imperturbabile si china, raccatta e comincia daccapo.
    Il muro non si arresta, il muro si ripristina e Fabrizio non si stanca mai.
    “Tu sei completamente matto! E anche testardo come un mulo. Perché non ti rassegni all’idea? Per costruire un muro occorre la calce. Devi legare le pietre con qualcosa o è inevitabile che vengano giù.”
    “Tu cosa ne sai? - Fabrizio sfida Alessio con lo sguardo. Ha dieci anni, ma i suoi occhi sembrano averne molti di più. - Ti ho già spiegato mille volte che è solo una questione di incastri. Fidati! Avremo presto il nostro piccolo rifugio.”
    Lui non replica e si rimette al lavoro, più che per convinzione, per spirito di rassegnazione. Sa che quando il fratello maggiore si ficca in testa una delle sue idee bislacche non c’è nulla che possa distoglierlo, se non un’altra idea bislacca. Questa volta Alessio prega che gliene venga presto qualcuna, perché la fatica inizia a farsi sentire e quel gioco comincia a non divertirlo più.
    “Bambini correte a lavarvi le mani, tra poco si pranza” - il richiamo della mamma giunge da molto lontano.
    Fabrizio sbuffa e si asciuga la fronte con il palmo sporco di terreno. Alessio sospira e lascia andare l’ultimo carico.
    E’ estate. Una di quelle estati destinate a rimanere impresse nei ricordi, non perché speciale, ma semplicemente perché le estati dell’infanzia non si scordano mai.
    Fabrizio ama questa stagione poiché appena finisce la scuola si trasferisce a casa dei nonni in campagna. Niente più abiti da mantenere puliti, niente più pavimenti lucidi, niente più porte da chiudere, né obbligo di giocare in silenzio. E’ la libertà.
    Il pentolone per la pasta è poggiato a terra. La nonna lo riempie d’acqua potabile con abbondante anticipo e poi aspetta che il nonno lo trasferisca sulla cucina a gas.
    “Allora, vi muovete?” è sempre la voce della mamma.
    Fabrizio immerge le mani nella pentola con fare furtivo, mentre Alessio soffoca un risolino e si accinge a fare lo stesso.

     

    Fabrizio ha due idee fisse quest’estate. Costruire un rifugio di pietra e fare funerali alle formiche.
    Quando non è intento a fabbricare il suo muro trascorre ore seduto in mezzo al prato.
    I suoi occhi, scuri quanto le formiche, si muovono lesti tra i fili d’erba.
    Alessio non guarda a terra. Osserva attentamente le sue pupille e appena nota che si arrestano sa con precisione che il dito indice sta mietendo una nuova vittima.
    Fabrizio ammazza due o tre formiche per volta, le avvolge in un fazzoletto e se le poggia in tasca. Verso il tramonto poi, si reca sotto un albero e comincia a scavare piccole buche con fare solenne. Seppellisce i suoi cadaveri senza fare un fiato mentre gli occhi gli diventano sempre più lucidi. Costruisce piccole croci con stuzzicadenti sottratti in cucina, le pianta, prega e piange.
    Una volta Alessio gli ha chiesto il perché.
    “Perché ti dispiaci se sei tu ad ammazzarle e perché le ammazzi se poi ti devi dispiacere?”
    Fabrizio gli ha risposto che è ancora troppo piccolo per occuparsi del mistero della morte, ma poi gli ha offerto una piccola croce da piantare.
    “A pensarci bene è meglio che tu lo sappia subito - gli ha detto con aria grave. Alessio non ha fatto in tempo a manifestare la sua curiosità. - Si muore - ha seguitato suo fratello – e quando ciò avviene ci sono alcune cose da fare, tipo seppellire e piangere. Io mi alleno per quando morirà di nuovo qualcuno che conosco perché non voglio essere impreparato”. Il dito è tornato a colpire con precisione chirurgica.
    “In che senso?” Alessio è apparso affascinato e confuso allo stesso tempo.
    “Metti che quando succede non riesci a piangere o a pregare!”
    “Ma come ti vengono in mente certe cose?”
    “Tu non puoi saperle perché non hai ancora visto nessuno morire. Quando è morta la bisnonna tu non c’eri, ma io sì. Avevo sette anni. Tu sei rimasto a casa con la zia perché eri troppo piccolo, invece io sono andato con papà.”
    Alessio si è mostrato molto più interessato di prima. “Cos’hai visto?”
    Fabrizio ha alzato le spalle con aria di sufficienza. “Niente di speciale. Sembrava addormentata. Io volevo piangere perché vedevo che lo facevano tutti ma… niente.”
    “Proprio niente, niente? - Alessio ha sfoderato un’espressione quasi indignata - Neanche una lacrima?”
    “Neanche una lacrima.”
    “E papà cosa ti ha detto? Ti ha sgridato?”
    “Boh… lui mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha detto che i veri uomini non piangono mai. Ma io ho visto il nonno che piangeva e lui è un uomo.”
    “Più uomo di papà?”
    Fabrizio ha sbuffato. “Adesso non seccarmi con domande idiote. Più o meno uomo a me non interessa. Io voglio piangere ai funerali giacché mi sembra più giusto così.”
    Alessio avrebbe voluto dire che la pensava diversamente, ma non ha osato ribattere. A volte suo fratello è strano. Pensa o fa cose che non sembrano tanto normali. Ma è più grande e lo rispetta per questo.
    Alessio pensa che anche lui, forse, quando sarà cresciuto un altro po’, penserà o dirà stranezze.
    Prende una piccola croce e la infilza nel terreno, poi si sforza almeno di assumere un’aria compita.

    Fabrizio crede nei marziani. A dirla tutta crede di essere egli stesso un marziano mandato in missione sulla terra.
    Una volta Alessio è stato tentato di chiedergli se la sua missione fosse costruire il rifugio, poi non ha avuto il coraggio.
    Fabrizio dice che un giorno i marziani torneranno a prenderlo.
    “Non hai paura di andare su un altro pianeta? E se non ti piace lì?” gli ha chiesto Alessio.
    Lui ha risposto che non si ha mai paura di tornare a casa e che è figlio dello spazio. Ha detto che lì si vive meglio perché la mente e il cuore degli alieni sono collegati tramite un filo speciale che non li fa mai entrare in conflitto. Si pensa con il cuore e si ama con la mente o viceversa, indifferentemente.
    Alessio non ha capito bene. Non ha colto l’utilità di questo collegamento, né ha compreso la natura del filo. Elettrico? Di lana? Ha preferito non indagare e attendere di avere dieci anni.
    Sicuramente allora avrà una visione più chiara delle cose ed anche lui scoprirà di essere figlio dei marziani. Magari, se tardano a venire, potrà partire con suo fratello.

    Ad un certo punto, a fine Agosto, Alessio teme di aver sperato invano in quel ritardo.
    E’ solo sulla strada vicino al bidone dell’immondizia con la busta dei rifiuti in una mano.
    All’improvviso nota un oggetto prismatico e traslucido. Sembra di vetro, ma non ne è sicuro.
    Lo raccoglie incuriosito e lo osserva per capire cosa sia esattamente. Poiché non ci riesce, lo nasconde in tasca e corre a farlo esaminare da sua fratello.
    Fabrizio lo rigira tra le dita. Si scosta un ciuffo ribelle dall’occhio e vi guarda attraverso. Tace pensoso per qualche minuto e infine dichiara: “E’ un’astronave.”
    Alessio lo guarda basito, nonostante lui ostenti una certa convinzione. “Io non ho mai visto un’astronave così piccola”, afferma.
    “Tu non hai mai visto un’astronave” lo corregge Fabrizio. “Questa è speciale. E’ stata progettata apposta per essere inviata sulla terra a riprendere gli agenti in missione come me. E’ così piccola perché non deve essere notata…”
    “Io l’ho vista però” obietta Alessio con un pizzico di orgoglio.
    “Non mi interrompere - lo rimprovera suo fratello - lasciami spiegare! Stanotte crescerà. Quando tutti dormiranno assumerà le giuste dimensioni. Ne scenderà un marziano e verrà a prendermi.”
    “E adesso dov’è? Il marziano, voglio dire.”
    “Qui dentro.” Fabrizio picchia il dito sul prisma trasparente. “E’ stato rimpicciolito anche lui con una tecnica particolare. Ma stanotte riacquisterà la sua statura normale.”
    Le labbra di Alessio s’incurvano e tremano. Deve voltarsi per impedire che Fabrizio lo noti. Gli scappa da piangere, ma vuole comportarsi da uomo.
    Vorrebbe implorare Fabrizio di restare. Vorrebbe convincerlo a lasciar perdere il rifugio e lavorare insieme per costruire un filo di quelli che collegano mente e cuore. Non occorre andare su un altro pianeta, ne è certo, si può pensare anche qui con la mente… no, col cuore ed amare con la mente.
    Alessio pensa che se Fabrizio andrà via non potrà pensare, né amare più in alcun modo.
    Però non può parlare. Maledetto groppo in gola! Se apre bocca non potrà più frenare il pianto e se suo padre dice che gli uomini non devono piangere…
    Fabrizio porta l’oggetto misterioso nell’orto e lo adagia sotto le foglie d’insalata. E’ lì che l’astronave crescerà. E’ da lì che partirà per tornare a casa. Pazienza per le piante della nonna, si schiacceranno un po’, ma l’astronave ha bisogno di linfa vitale per crescere.
    “Provaci ancora con il muro, quando non sarò più qui. Ricorda, è solo una questione di incastri.”
    Sono le ultime parole che Alessio sente pronunciare a Fabrizio prima di andare a dormire.

    La notte è lunghissima. Alessio si gira e rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno.
    Ha paura e ancora tanta voglia di piangere. Adesso può farlo a patto di restare silenzioso. Fabrizio è nel suo letto a pochi passi di distanza. Lui sembra più tranquillo. Dorme beato in attesa che il marziano lo svegli.
    Ma che faccia avrà il marziano? Sarà terrificante? E se volesse portare via anche lui?
    Lui si trova bene qui. Non vuol cambiare pianeta. Non gli importa dei fili speciali. Desidera solo che anche Fabrizio resti.
    Quando le luci dell’alba fanno capolino dalla finestra, Alessio stenta a crederci. Possibile che Fabrizio sia partito senza che lui se ne sia accorto? E’ pronto a giurare di non aver dormito se non qualche minuto, forse. Ha spiato in continuazione e non ha visto proprio niente.
    “Fabrizio?” bisbiglia con un fil di voce.
    “Non vedi che sto dormendo?”
    “E’ già mattina! Non doveva venire il marziano?”
    Fabrizio si alza a sedere. Si stropiccia gli occhi e sbadiglia. Guarda fuori dalla finestra e sospira.
    “Che ne so? Può essere che venga domani. Magari l’astronave non è cresciuta bene. Più tardi andremo a controllare.”

    Non dormono più.
    Al più presto corrono fuori e si precipitano nell’orto.
    Rimangono entrambi stupiti quando si accorgono che il prisma non c’è più.
    Fabrizio si lancia in congetture che ad Alessio provocano il mal di testa. Lui spera che l’astronave sia scomparsa e basta e soprattutto, che non torni mai più.
    E’ nuovamente ora di pranzo e puntualmente Fabrizio si sta lavando le mani nella pentola con fare furtivo, quando la voce della nonna lo raggiunge e lo fa sussultare.
    “Che strano- sta dicendo alla mamma –ieri ho rotto un vecchio cassetto per farne legna da ardere. Ho buttato i pomelli direttamente nel bidone sulla strada e indovina un po’ dove ne ho trovato uno stamattina? Proprio sotto una foglia di insalata! Mi chiedo come sia potuto finire lì.”
    Fabrizio rimane immobile con le mani immerse nell’acqua. Sicuramente sta elaborando una spiegazione plausibile per dimostrare al fratello di non aver barato.
    Ad Alessio non importa. Sta cominciando a pensare col cuore. L’unica cosa che conta è sapere che Fabrizio non partirà, che sarà qui stanotte e poi la prossima estate.
    Di nuovo non può parlare per via del groppo in gola, ma la sua mano corre a cercare quella di Fabrizio.
    Finalmente comprende anche lui come la riuscita del muro sia una questione di incastri. Lo comprende sentendo piccole dita che si intrecciano.
     

     
  • 11 aprile 2007
    Mio nonno

    Come comincia: Mio nonno mi portava sempre al cimitero.

    Passeggiavamo e leggevamo i nomi sulle lapidi.


    Adesso al cimitero non ci vado più, ma su una lapide c'è scritto anche il suo nome.


    Cosa è cambiato? Solo una pietra che ci divide. Prima davanti in due, ora lui è passato dietro.


    Chissà se immagina con quanta lentezza hanno eretto quel muro. Un mattone per volta e noi fermi a guardare.


    Sembrava stessero innalzando una muraglia di centinaia di metri forse illudendosi di arrivare al cielo. Ma intanto in cielo ci stava solo lui. No, forse no, neanche lui.


    Tutti schierati in fila l'accompagnammo in quel suo ultimo viaggio. Fin dentro al muro. Poi solo lui sa se ha continuato. Di certo adesso non saprei dove cercarlo se non su una fotografia in cui sorride proprio quando a me non viene voglia.


    Non è che facesse freddo. Losportello della carrozza pittosto, dava un enorme fastidio. Cigolava in sintonia col passo dei cavalli, non col mio.


    Avrebbero dovuto oliarlo  se proprio era d'obbligo tenerlo aperto. A mio parere la cosa non aveva un gran senso. A ben guardare sembrava che avessimo chiuso, allora...


    Si calavano tutti il cappello per quell'estremo saluto. Ma dico io, ci si saluta prima che uno parta.


    Eravamo tutti in tremendo ritardo e nessuno se ne accorgeva.


    Eravamo in ritardo perciò, cosa ci stavamo a fare?


    Quando lo vidi steso nella bara pensai: non è lui, lui non dorme vestito. Sarà qualcuno che gli somiglia. Qualcuno di cui non mi importa. Tra poco, quello vero arriverà e come al solito andremo...


    Eppure al cimitero, quel giorno, ci andai con quello addormentato in giacca e cravatta, con gli occhiali nel taschino ed il giornale. Come se dentro a un muro ci fosse luce a sufficienza per leggere!


    "Piangerai per me, quando morirò?" chiedeva sempre in garanzia del mio affetto.


    Forse rispondevo "sì", o forse "no, perché non morirai".


    La realtà è che lui è morto davvero ed io no, non ho pianto quel giorno perché provavo più rabbia.


    Ho pianto molto dopo, soltanto qualche volta. Non per mancanza di lacrime, non per mancanza di affetto. Non volevo fargli credere che la nostra separazione fosse vera. Di certo lui avrebbe pianto più forte. Avrebbe pianto il nonno per la sua bambina.