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in archivio dal 13 feb 2002

Niccolò Machiavelli

03 maggio 1469, Firenze
21 giugno 1527, Firenze
Segni particolari: Sono il fondatore della scienza politica moderna.
Mi descrivo così: Un buon diplomatico alla ricerca del "principe" ideale da poter servire.

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  • Già fummo, or non siam più,
    Spirti beati; per la superbia nostra
    siàno stati dal ciel tutti scacciati;
    e in questa città vostra
    abbiàn preso il governo,
    perché qui si dimostra
    confusion, dolor più che in inferno.
    E fame e guerra e sangue e diaccio e foco,
    sopra ciascun mortale,
    abbiàn messo nel mondo a poco a poco;
    e ’n questo carnovale
    vegnàno a star con voi,
    perché di ciascun male
    fatti siàno e saren principio noi.
    Plutone è questo, e Proserpina è quella
    ch’a lato se gli posa;
    donna sopra ogni donna al mondo bella.
    Amor vince ogni cosa;
    però vinse costui,
    che mai non si riposa,
    perch’ognun faccia quel ch’ha fatto lui.
    Ogni contento e scontento d’Amore
    da noi è generato,
    e ’l pianto e ’l riso e ’l diletto e ’l dolore,
    chi fussi innamorato,
    segua il nostro volere
    e sarà contentato;
    perché d’ogni mal far pigliàn piacere.

     
  • Udite, amanti, il lamentoso lutto
    di noi che, disperati,
    al basso centro, pauroso e brutto,
    da’ dimon siàn guidati;
    perché da tante pene tormentati
    fummo in quel tempo, amando già costoro,
    ch’agli infernali ci diàn per fuggir loro.
    Le prece, i pianti, i singulti e’ sospiri
    furno buttati a’ venti;
    perché trovammo sempre i lor desiri
    pronti a’ nostri tormenti;
    tal che, deposti quei pensieri ardenti,
    giudichiàno or, ne la servitù nuova,
    che crudeltà fuor di lor non si trova.

     
  • 05 aprile 2006
    Donne

    Quanto sie stato grande l’amor vostro,
    tanto il nostro anche è stato;
    ma non l’avendo come voi dimostro,
    per l’onore è restato.
    Non è per questo l’amante ingiuriato;
    ma viene al mondo a sì brutta sentenza [4]
    colui che ha più furor che pazienza.
    Ma perché perder voi troppo ci duole,
    vi verren seguitando,
    con suoni e canti e con dolze parole
    gli spiriti placando;
    ché, tolti voi dal viaggio nefando,
    in vostra libertà vi renderanno,
    o di voi e di noi preda faranno.

     
  • 05 aprile 2006
    Amanti

    Non è più tempo di pietà concesso;
    però tacer vogliàno:
    e chi non fa quand’egli ha tempo, appresso
    si pente e prega invano.
    E perché a questi d’un voler ci diàno,
    ogni vostro pregar tutt’è ’nvan suto;
    ché dispiacer non può quel ch’è piaciuto.

     
  • 05 aprile 2006
    Degli spiriti beati

    Spirti beati siàno,
    che da’ celesti scanni
    siàn qui venuti a dimostrarci in terra,
    poscia che noi veggiàno
    il mondo in tanti affanni
    e per lieve cagion sì crudel guerra;
    e mostrar a chi erra,
    sì come al Signor nostro al tutto piace
    che si ponghin giù l’arme e stieno in pace.
    L’empio e crudel martoro
    de’ miseri mortali,
    il lungo strazio e ’nrimediabil danno,
    il pianto di costoro
    per li infiniti mali
    che giorno e notte lamentar gli fanno,
    con singulti e affanno,
    con alte voci e dolorose strida,
    ciascun per sé merzè domanda e grida.
    Questo a Dio non è grato,
    né puote essere ancora
    a chiunche tien d’umanitate un segno;
    per questo ci ha mandato,
    che vi dimostriam ora
    quanto sie l’ira sua giusta e lo sdegno:
    poiché vede il suo regno
    mancar a poco a poco, e la sua gregge,
    se pe ’l nuovo pastor non si corregge.
    Tant’è grande la sete
    di guastar quel paese
    ch’a tutto il mondo diè le leggi in pria,
    che voi non v’accorgete
    che le vostre contese
    a li nimici vostri aprin la via.
    Il signor di Turchia
    aguzza l’armi, e tutto par ch’avvampi
    per inundar i vostri dolci campi.
    Dunque, alzate le mani
    contr’al crudel nemico,
    soccorrendo a le vostre gente afflitte;
    deponete, cristiani,
    questo vostro odio antico,
    e contro a lui voltate l’armi invitte;
    altrimenti, interditte
    le forze usate vi saran dal cielo,
    sendo in voi spento di pietate il zelo.
    Dipàrtasi il timore,
    nimicizie e rancori,
    avarizia, superbia e crudeltade;
    risurga in voi l’amore
    de’ giusti e veri onori;
    e torni il mondo a quella prima etade;
    così vi fien le strade
    del ciel aperte a la beata gente,
    né saran di virtù le fiamme spente.

     
  • 05 aprile 2006
    De’ romiti

    Negli alti gioghi del nostro Appennino,
    frati siàno e romiti;
    or qui venuti in questa città siàno,
    imperò che ogni astrolago e ’ndovino
    v’han tutti sbigottiti
    (secondo che da molti inteso abbiàno)
    che un tempo orrendo e strano
    minaccia a ogni terra
    peste, diluvio e guerra,
    fulgor, tempeste, tremuoti e rovine,
    come se già del mondo fussi fine.
    E voglion sopratutto che le stelle
    influssin con tant’acque,
    che ’l mondo tutto quanto si ricuopra.
    Per questo, donne graziose e belle,
    se mai servir vi piacque,
    alcuna cosa che vi sia di sopra;
    nessuna se ne scuopra
    per farci alcun riparo;
    però che ’l cielo è chiaro
    e ci promette un lieto carnovale:
    ma chiunque crede apporsi, dice male.
    Fien l’acque il pianto di qualunche muore
    per voi, o donne elette;
    i tremuoti, rovine e loro affanno,
    le tempeste e le guerre fien d’amore:
    i fulgori e saette
    sieno i vostri occhi, che morir gli fanno.
    Non temete altro danno,
    e fia quel ch’esser suole.
    Il ciel salvar ci vuole:
    e poi, chi vede il diavol daddovero,
    lo vede con men corna e manco nero.
    Ma pur, se ’l ciel volessi vendicare
    e’ mortai falli e l’onte,
    e che l’umana prole andassi al fondo,
    di nuovo il solar carro farìe dare
    ne le man di Fetonte,
    perché venisse ad abbruciare il mondo.
    Pertanto, Iddio giocondo
    da l’acqua v’assicura:
    al fuoco abbiate cura.
    Questo iudizio molto più ci affanna,
    se secondo il fallire il ciel condanna.
    Pur, se credessi a quegli van romori,
    venitene con noi
    sopra la cima de’ nostri alti sassi;
    quivi farete i vostri romitori,
    veggendo piover poi
    e allagar per tutti i luoghi bassi;
    dove buon tempo fassi quanto in ogni altro loco:
    e curerenci poco
    del piover; ché chi fia lassù condotto,
    l’acqua non temerà che gli fia sotto.

     
  • Ah, queste pine che hanno bei pinocchi,
    che si stiaccion con man com’e’son tocchi!
    La pina, donne, fra le frutte è sola
    che non teme né acqua né gragnuola;
    e che direte voi che dal pin cola
    un licor ch’ugne poi tutti quei nocchi?
    Noi sagliàn in su’ nostri pin che n’hanno:
    le donne sotto a ricoglier ci stanno:
    talvolta quattro o sei ne cascheranno:
    sì che bisogna al pin sempre aver gli occhi.
    Chi dice: — Cò’ di qua, marito mio;
    còrre questa, còr quell’altra voglio io. —
    Se si risponde: — Sài sul pin com’io, —
    le ci volton le rene e fanci bocchi.
    E dicon che le pin non son granate:
    e però, quando voi ne comperate,
    per mano un pezzo ve le rimenate,
    che qualche frappator non v’infinocchi.
    Queste son grosse e sode e molto belle;
    se ve ne piace, venite per elle;
    a chi non ha moneta donerelle,
    ché ’l fatto non consiste in duo baiocchi.
    È la fatica nostra lo stracciare,
    perché ’l pinocchio vorrebbe schizzare:
    bisogna tener forte e martellare:
    poi non abbiàn pensier che ce l’accocchi.
    E’ pinocchi con fritti ne’ conviti
    fanno destar li amorosi appetiti,
    e tutti gli altri cibi saporiti
    a rispetto di lor paiono sciocchi.

     
  • 05 aprile 2006
    De’ ciurmadori

    Ciurmador siam, che ciurmiàn per natura,
    donne, e cercando andiàn nostra ventura.
    Di casa di San Paulo siam discesi,
    discosto nati da questi paesi;
    ma qui venuti, siamo stati presi
    da la vostra amorevole natura.
    Noi nasciam tutti con un segno sotto,
    e chi di noi l’ha maggiore, è più dotto;
    se lo vedessi, vedresti di botto
    le belle cose che sa far natura.
    Piacciavi, adunque, da noi imparare
    che mal vi possin queste serpi fare,
    e come voi abbiate a rimediare,
    che non vi accaggia ognor qualche sciagura.
    Questa serpe sì corta e rannodata
    come vedete, scorzone è chiamata;
    quando ella è in caldo e che l’è adirata,
    di punta passerebbe un’armadura.
    L’aspido sordo è un tristo animale,
    che dinanzi e di retro ognuno assale;
    ma quando e’ vien dinanzi, e’ fa men male,
    ancor che facci assai maggior paura.
    Questo ramarro, grosso e ben raccolto,
    piglia piacer di veder l’uomo in volto;
    e di voi, donne, non si cura molto:
    cosa che li ha concessa la natura.
    Certi lucertolotti abbiam qui drento,
    ch’assaltono altri dreto a tradimento;
    e se da prima e’ non danno spavento,
    riesce la lor poi mala puntura.
    Quanto vedete, questa serpe cresce;
    se la strignete, fra le dita v’esce;
    poi con la pruova molto non riesce,
    né può, volendo, offender la natura.
    Stànnosi queste serpi fra l’erbetta,
    sotto un sasso, o ’n qualche buca stretta;
    sol questa grande di star si diletta
    in un pantano o ’n qualche gran fessura.
    Però bisogna aver gran discrezione,
    quando a sedere una di voi si pone,
    che non vi fussi fatto in sul groppone
    qualche ferita di mala natura.
    Ma se di lor non volete temere,
    di questo vino e’ vi bisogna bere,
    e questa pietra appresso a voi tenere,
    e che la non vi caschi abbiate cura.
    Così, ciurmate poi che voi sarete,
    in ogni loco a seder vi porrete;
    quanto più grosse serpe troverrete,
    tanto vi parrà aver maggior ventura.

     
  • 05 aprile 2006
    A messer Bernardo

    in villa a S. Casciano

    Costor vissuti sono un mese, o piue,
    a noce, a fichi, a fave, a carne secca,
    tal ch’ella fia malizia e non cilecca
    el far sì lunga stanza costà sue.
    Come ’l bue fiesolan guarda a la ’ngiùe
    Arno, assetato, e’ mocci se ne lecca,
    così fanno ei de l’uova ch’ha la trecca
    e, col beccaio, del castrone e del bue.
    Ma, per non fare affamar le marmegge
    noi faren motto drieto a Daniello,
    ché forse già v’è qualcosa che legge,
    perché, mangiando sol pane e coltello,
    fatti abbiàn becchi che paion d’acegge,
    e a pena tegnàn gli occhi a sportello.
    Dite a quel mio fratello
    che venga a trionfar con esso voi
    l’oca ch’avemo giovedì da noi;
    al fin del giuoco poi,
    messer Bernardo mio, voi comperrete
    paperi e oche, e non ne mangerete.

     
  • 05 aprile 2006
    Canzone

    Se avessi l’arco e le ale,
    giovanetto giulìo,
    tu saresti lo Dio – ch’ogni uomo assale.
    La bocca e le parole
    son l’arco e le saette che tu hai;
    non è uom sotto il sole
    che nol ferisca quando tu le trai.
    Ond’avvien che tu fai
    che ’n un voltar di ciglia
    presto si lega e piglia — ogni mortale.
    Tu hai di Apollo il crine
    lucido e biondo e di Medusa li occhi:
    diventa sasso al fine
    chiunque ti guarda, ciò che vedi o tocchi:
    e’ prudenti eli sciocchi
    prende ’l tuo dolce vischio;
    ch’i’ non mi arrischio — a darti al mondo equale.
    Giove, se tu riguardi
    costui che bello al mondo sol si vede,
    tu conoscerai tardi
    aver fallito a rapir Ganimede.
    Costui ogni altro eccede,
    come fa ’l sole il rezzo:
    di lui ribrezzo — sente ogni animale.

     
  • 05 aprile 2006
    Strambotti

    I

     Io spero, e lo sperar cresce ’l tormento:
    io piango, e il pianger ciba il lasso core:
    io rido, e el rider mio non passa drento:
    io ardo, e l’arsion non par di fore:
    io temo ciò che io veggo e ciò che io sento;
    ogni cosa mi dà nuovo dolore;
    così sperando, piango, rido e ardo,
    e paura ho di ciò che io odo e guardo.

     II

    Nasconde quel con che nuoce ogni fera:
    celasi, adunque, sotto l’erbe il drago:
    porta la pecchia in bocca mèle e cera
    e dentro al piccol sen nasconde l’ago:
    cuopre l’orrido volto la pantera
    e ’l dosso mostra dilettoso e vago;
    tu mostri il volto tuo di pietà pieno,
    poi celi un cor crudel dentro al tuo seno.

     
  • 05 aprile 2006
    A Stanza della Barbera

    Amor, i’ sento l’alma
    arder nel foco, ov’io
    lieta arsi e più che mai d’arder desìo.
    S’ tu mi raccendi il core,
    ed io ne son contenta
    e ritorno umilmente al giogo antico;
    sopra che ’l mio signore
    parte del foco senta
    ov’io tutto ardo e’ mie’ pensier nutrico;
    fa che ponga in oblio
    mia fuga, e dilli il mio nuovo desìo.
    Se col tuo valor santo
    far puoi, Amor, che sempre
    a lui vivuta paia in questo foco,
    io sarò lieta tanto,
    che in le più crude tempre
    il viver mi fie gioia e ’l morir gioco;
    e sempre il canto mio
    lui chiamerà signor e te mio Dio. 
     

     
  • 05 aprile 2006
    Alla Barbera

    S’a la mia immensa voglia
    fussi il valor conforme,
    si desteria pietà là dove or dorme.
    Ma perché non uguali
    son le forze al desìo
    ne nascon tutti e’ mali
    ch’io sento, o signor mio.
    Né doler mi poss’io
    di voi, ma di me stesso,
    poi ch’ i’ veggio e confesso
    come tanta beltade
    ama più verde etade.