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in archivio dal 05 set 2006

Orsola Mainolfi

03 ottobre 1987, Napoli
Segni particolari: Un grande punto interrogativo puntato sul mondo.

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  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:31
    Un tempo e Ora

    Armoniche erano le parole che si susseguivano un tempo, come le note di una musica accompagnata da un canto intonato da una voce limpida.
    Rochi sono i pensieri che si accavallano, offuscati dai loro simili e da se stessi. Guardano il riflesso di ciò che è stato, calano le palpebre davanti a cio che è. E la meta appare e scompare. Gli occhi si perdono in troppi sentieri.I piedi disdegnano il percorso segnato. L'anima ruggisce e si strugge. Parole urlate al vento si disperdono insensate. Il ritmo prosegue incessante, scandendo il tempo residuo che troppo velocemente scade.
    Un passo avanti. Tre indietro.
    Un ritratto sbiadito. Ed un altro, allora.
    Una goccia di pioggia confonde ancora.
    Un tempo le tasche ho svuotato. Ma non Ora.

     
  • 27 aprile 2007
    Attendo

    Oltre il tempo
    oltre lo spazio
    oltre il tenace richiamo del mondo,
    la mia mente naviga
    in mari tempestosi
    laddove il mio cuore
    ormai s'è perso.
    Mistero, è il nome
    di chi le accompagna.
    Ignoto, il motivo
    che dà lor tormento.
    E mentre entrambi
    si dimenano tra
    alte onde
    per restare a galla,
    attendo lo spirar
    di uno dei due,
    che crudele tarda.

     
  • 11 settembre 2006
    Notte, dolce notte

    Tu che culli
    i bambini perduti.
    Tu che fai sognare
    gli innamorati,
    Tu che dai speranza
    ai sognatori,
    Tu: oh notte,
    dolce notte!
    Dai coraggio
    a chi ne ha bisogno,
    Infondi gioia
    a chi è triste,
    Dona serenità
    a coloro la cui
    strada è buia.
    Ma soprattutto
    ti prego:
    non smettere mai
    di far brillare
    la luna!

     
  • 09 settembre 2006
    Pensiero

    Un battito d'ali vagabondo,
    che mai placherà
    la sua voglia
    di celare i misteri
    d'ogni follia umana

     
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  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:27
    Let's go!

    Come comincia: Let's go. Andiamo.Lascia perdere quegli incroci bloccati dalle menti confuse, lì le anime hanno smesso da tempo di chiedersi perchè si ostinano ad aspettare un turno che non arriva mai.marcia: fa inversione e fa strage di chi ti viene contro. Ricordati di guardarli negli occhi, quando metterai il piede sull'acceleratore. Troverai sguardi smarriti e terrorizzati dal doversi ridestare dal proprio torpore. E' proprio allora che dovrai annullare ogni pietà. Fa pure una strage, tu ne uscirai indenne.Percorri quella strada che non hai percorso mai. Non hai bisogno di lampioni che la illuminano. Meno luce c'è, più puoi servirti del tuo faro personale. Illumenerà cose che mai avresti pensato potessero esserci. Tipo la fine in fondo ad un tunnel.

    Le rotonde devono essere una giostra. Giraci attorno quanto tempo vuoi, ogni volta che vuoi. Lascia perdere i clacson dei sicuri di sè che non vedono l'ora di sbarazzarsi del tuo "rottame" per lanciarsi spediti sulla strada prescelta. Saranno i primi a tornare indietro quando troveranno un ingorgo.Tu prenditi tutto il tempo del mondo prima di svoltare. 

    E se dovesse finire la benzina, continua a piedi.

     
  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:25
    Goodbye

    Come comincia: La cosa che aveva tra le mani emise un latrato. O quello le sembrò, per quanto potesse importarle. L'unica cosa certa era che, qualsiasi fosse stato il verso giusto da attribuirgli, stava senz'ombra di dubbio soffrendo.
    Le aveva artigliato le braccia nel vano tentativo di fermarla, ma i colpi erano andati a segno ugualmente. Inevitabilmente.
    Il suo sangue s'era mischiato a quello della cosa, scorrendo lungo gli arti, imbrattando il bianco immacolato del pigiama che indossava. Ad un certo punto era riuscito a sfuggirle. L'aveva inseguito sotto al letto, afferrandolo per quella specie di manto che usava rivestirne il corpo. Altri latrati erano seguiti, altri singulti, altre urla quando aveva compreso d'essere impotente a quelle percosse, a quella violenza, a quell'ira.Aveva provato a sfuggirle optando per l'armadio. Non si sarebbe mai azzardata ad inseguirlo al buio. Si sbagliava.
    Il colpo che gli sfondò il cranio arrivò più velocemente della sorpresa.
    "... Cosa stai facendo?".Non s'era accorta delle luci che erano state accese nella sua camera.
    Fece un passo indietro portando con sè la mazza da baseball, su cui cadde inevitabilmente lo sguardo circospetto della donna.
    "Ho ucciso uno scarafaggio, mamma."
    Gli angoli della bocca della donna salirono a formare un sorriso.
    "Nell'armadio? Da sola e al buio? Non c'era il tuo uomo nero, lì dentro?".
    Il tono canzonatorio con cui furono propinate le domande penetrò appena le orecchie impassibili della bambina.
    Sorrise scanzonatamente, con un modo di fare che non le era mai appartenuto, facendo rabbrividire la donna che aveva davanti.
    "Non più."

     
  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:18
    Inchiostro improvviso.

    Come comincia: Irriducibili correnti anti gravitazionali, chiedo venia dei miei peccati non compiuti, delle risate disperse al vento e delle lacrime che han toccato terra.
    Figlia dell'aria, ho sempre piegato, mi sono protratta laddove il limbo fungeva da culla dell'anima, i tormenti miei compagni, le domande mie consigliere.e terre bagnate dal sole che trafigge le schiere di nubi guidate dal vento.Il tempo, amico dei malanni, mi sorride, mi carezza e mi graffia. Raccolgo in bocca senza parola alcuna il mio stesso sangue, assaporandone il sapore.

    Mai nulla m'è sembrato più vero.

     
  • 28 ottobre 2015 alle ore 22:16
    L'ultima spiaggia

    Come comincia: - Spara! -. 

    Aspirò profondamente dalla sua sigaretta, lasciando che il fumo abbandonasse le sue labbra lentamente. Come l'acqua trasportata dalla corrente, che le lambiva i piedi nudi affondati nella sabbia.

    La luna era particolarmente luminosa quella sera, non potè fare a meno di notare.

    - SPARA! - .

    "Cristo..." imprecò dentro di sè, rivolgendo gli occhi al cielo per scusarsi immediatamente.

    - SPARA! SPARA! Andiamo... è quello che vuoi. Lo sai che è quello che vuoi....SPARA! - .

    C'era qualcosa d' incredibilmente fastidioso in quella voce. Non la ripetitività dell'ordine. Nè l'ordine in sè per sè. Nè tantomeno il contenuto dell'ordine stesso. Quanto il suono. Possibile che fosse stato sempre quello? Da quando precisamente aveva iniziato a credere fosse diverso?Si voltò, lasciandosi cadere la sigaretta dalle labbra.

    "Ecco da quando." .

    - Raccogli quella cazzo di pistola e spara! CRISTO! SPARA, SPARA! - . I pugni stretti convulsamente. Gli occhi iniettati di sangue, deliranti. Il ghigno provocatorio.

    Era diventato identico al proprio riflesso. Quello di un po' di tempo fa.

    Gli avrebbe detto che sembrava trattarsi dell'ultima spiaggia, se non le fosse venuto subito da ridere per l'ironia scaturita dalla consapevolezza del posto in cui si trovavano.

    L'aveva seguita di soppiatto per tutto il tragitto, mal celando di proposito la sua presenza.

    Era stata tentata più volte di voltarsi, raggiungerlo laddove si nascondeva e urlargli di andare al diavolo. Ma non l'aveva fatto. La curiosità morbosa era l'unico elemento del suo carattere che proprio no, non era riuscita a smussare durante il suo percorso. L'aveva lasciato fare per vedere fin dove si sarebbe spinto. Ed erano arrivati fino a lì. Lei avanti, lui dietro. Come in una continua giostra in cui si fanno più giri da diverse angolazioni per vedere cosa si prova. Ma quello era tutto fuorchè una giostra. Semmai un gioco al massacro. Sadico tanto quanto i film che le piaceva vedere.

    Era risaputo che i registi prendessero spunto dalla realtà. Quelli più attinenti a quest'ultima non erano i fantasy, le romantic comedy o i thriller. Erano gli horror. Proprio perchè no, sembrava non esserci il benchè minimo spazio per quella cosa chiamata "amore" in quell'angolo sperduto dell'universo in cui erano stati relegati a sopravvivere. E semmai ce ne fosse stato di spazio, era tristemente limitato e difficilmente reperibile. Barattabile spesso e volentieri con maree d' illusioni.

    E il motivo per cui si era ritrovata a riflettere su tutto quello si trovava lì, di fronte a lei. Perchè se non ci fosse stata la benchè minima ombra di quella cosa limitata, difficilmente reperibile e barattabile, no. Non si sarebbe mai e poi mai prestata a quel gioco. Era arrivato anche il momento di piantarla di prendersi per il culo da sola.

    - Mi hai deluso. - trovò solo la forza di dire. Tre parole che racchiudevano il prima, il durante e il dopo di una storia predestinata da tempo a chiudersi così, probabilmente. Che lui nemmeno sentì. Gli occhi iniettati di sangue erano ancora rivolti alla pistola che giaceva poco distante dai suoi piedi. Laddove il mare, purtroppo, non riusciva ad arrivare.

    Estrasse un'altra sigaretta dal pacchetto che aveva costretto nelle tasche dei jeans e se l'accese, mentre lui la guardava.

    - TI HO DETTO DI SPA-...-.

    Mai e poi mai si sarebbe aspettato l'occhiata glaciale che lei gli rivolse. Poi la vide tirar fuori un'altra boccata di fumo e rivolgere gli occhi nuovamente al cielo.

    Avrebbe potuto accontentarlo, si era ritrovata a pensare, facendo saettare lo sguardo dall'arma ai suoi piedi al concentrato di disperazione che le era davanti. Sì. Disperazione era il termine più adatto che potesse descriverlo. Forse l'unico.

    No. Non l'avrebbe fatto, pensò istantaneamente, prendendo ad avanzare lentamente verso di lui, osservandolo diventare sempre più piccolo man mano che camminava. Sovrastò con la sua ombra quelle che giacevano in prossimità della sua presenza. Troppe, per una persona sola.

    Scosse la testa e sospirò, quando si trovò a condividere la stesso suolo su cui poggiavano anche i suoi piedi.

    - Troppo semplice. - gli sussurrò in un orecchio, mentre la luna lasciava spazio al sole in un gioco di colori irripetibile e i suoi piedi si allontanavano, lasciandolo alle spalle.

     

     
  • 15 giugno 2011 alle ore 12:16
    Inside

    Come comincia: Lo squillo del telefono lo distolse dalla concentrazione che in quelle ultime due ore aveva disperatamente tentato di recuperare, facendogli buttar fuori a denti stretti imprecazioni di ogni sorta in suoni bassi e gutturali. Il nervosismo salì vertiginosamente quando chiunque vi fosse dall’altra parte della cornetta decise di interrompere il suo tentativo di comunicazione esattamente nel momento in cui si era alzato.

    Maledicendo nuovamente l’apparecchio telefonico, lo afferrò e lo lanciò contro il muro, provando una malsana soddisfazione nell’udir la plastica dell’oggetto rompersi all’impatto violento, per poi cadere rovinosamente sul pavimento, in tanti piccoli pezzi, davanti ai suoi occhi.

    Si massaggiò le tempie, chiuse gli occhi e inspirò a fondo.

    Eseguì lo stesso mantra più volte, fino a giungere sul ciglio della porta della propria camera. Quando riaprì gli occhi, la disperazione più atroce s’impossessò di lui, portandolo a far saettare lo sguardo in diverse direzioni, più volte.

    Mancavano tre giorni all’esame e il numero dei libri che aveva ancora da leggere era inestimabile.

    Con la testa a penzoloni si diresse alla sua scrivania e poggiò una mano su un tomo piuttosto spesso che giaceva poco lontano, sfogliandolo svogliatamente e sbuffando con particolare enfasi.

    Quando il suo pollice fu arrivato all’in circa a metà del tomo, un dolore improvviso lo sorprese, facendogli ritirare di scatto la mano.

    - Che è successo al telefono? - .

    La voce di sua madre lo distrasse in quel preciso istante, facendolo sobbalzare. Era rincasata, entrata nella sua camera e non se n’era accorto.

    - Ha avuto un incontro ravvicinato col muro… - rispose con un tono tra il sarcastico e l’ovvio, a voce bassa, degnandola appena di uno sguardo e tornando ad osservare il libro che poco prima stava sfogliando, tenendosi stretto il pollice all’interno della propria mano. La aprì appena, scorgendone un particolare che lo lasciò interdetto: sangue.

    - Questo l’avevo notato. Me ne chiedevo il motivo, piuttosto! – replicò sua madre, con un tono più alto del precedente, che poteva essere tranquillamente interpretato come il primo sintomo di una sfuriata di quelle che lui conosceva benissimo.

    - Scusami, mamma – capitolò, saggiamente, voltandosi verso di lei. – Sono nervoso e ho agito d’impulso… ne comprerò uno nuovo personalmente, te lo prometto - . Ritornò a voltarsi verso la scrivania, analizzando attentamente la ferita al dito. Mai gli era capitato di procurarsi un taglio così profondo, graffiandosi semplicemente con della carta.

    Sentì la donna alle sue spalle sospirare sonoramente.

    - Matt… perché la finestra è chiusa e le tende sono tirate? Potresti usufruire ancora un po’ della luce del sole invece di startene al buio con la sola lampada della scrivania acce… - .

    - Perché così riesco a concentrarmi meglio, mamma – la interruppe, scandendo meticolosamente le parole e pronunciando con enfasi l’ultima. Ogni volta era la stessa storia.

    Erano pure affari suoi se voleva starsene rintanato - come poco dopo non mancò di pronunciare la donna per l’ennesima volta – in quel modo! Era snervante sentirselo ripetere in continuazione.

    - Senza contare che potresti anche uscire una sola volta nell’arco di tutto il mese che ti separa dal prossimo esame! – riprese la madre, col suo classico tono ironico che a lui non era sfuggito. – Di questo passo finirai col farti divorare dai libri! - .

    Sospirò, sollevato. La solita noiosa predica era finita, dopo quell’esclamazione era uscita di nuovo, dicendo che sarebbe rincasata per l’ora di cena.

    Fino ad allora, aveva tutto il tempo di finire di leggere gli ultimi cinque capitoli e iniziare il prossimo libro. Con esattezza non era detto che potesse farcela… semplicemente, doveva!

    Annuì tra sè e sé, andando a sedersi alla sua solita postazione e riprendendo la lettura da dove l’aveva interrotta, venendo attratto poco dopo da un bizzarro gioco visivo che gli fece sollevare gli occhi e cercare conferma di quanto avesse visto.

    Assurdo come la stanchezza potesse giocare brutti scherzi… gli era quasi sembrato che il tomo sopra al quale prima aveva poggiato la mano si fosse aperto.

    Rise della sua stessa stupidità, scuotendo la testa e riportando lo sguardo sul libro che aveva di fronte a sé, spalancando di botto gli occhi.

    Era convintissimo di star leggendo tutt’altra pagina... perché il numero che la contrassegnava era diverso, così com’erano diverse le parole in essa contenute, allora?

    Tutto sommato sua madre non aveva tutti i torti, stava decisamente esagerando.

    Chiuse il tomo che aveva davanti con un gesto secco della mano, conducendosi l’altra al volto per stropicciarsi gli occhi. Troppo tardi si accorse d’essersi imbrattato il viso col sangue che ancora fuoriusciva dal pollice precedentemente ferito.

    Imprecò – per l’ennesima volta nella giornata – ad alta voce, cercando sulla scrivania qualcosa con cui potesse pulirsi il volto e fermare quella pseudo emorragia che sembrava non volersi proprio placare.

    Arresosi all’idea di non poter trovare nulla di utile, si decise ad abbandonare la stanza e recarsi in cucina, attraversando il lungo corridoio buio senza accendere alcuna luce.

    Era abituato al buio, non era costretto a muoversi a tentoni per raggiungere un’altra stanza.

    Quando il viso fu pulito, toccò al pollice sanguinante, al quale prestò maggiore attenzione. Vi era più di un taglio a renderne l’aspetto curioso, sembrava quasi che se lo fosse chiuso tra due estremità taglienti.

    Sobbalzò, avvertendo il cuore battergli così forte da produrre una sorta di eco all’interno di sé stesso. Aveva appena avvertito un rumore. Un tonfo per la precisione, che sembrava essere provenuto dal lato opposto della casa, dove si trovava la sua camera.

    Muovendosi lentamente – quasi come se la velocità con la quale si muoveva avresse potuto davvero qualcosa – raggiunse la porta della cucina e accese le luci, illuminando così anche metà corridoio.

    Quello in cui vivevano lui e sua madre non era un quartiere malfamato, ma non era raro sentire ai notiziari episodi di rapina avvenuti anche nei posti più tranquilli e impensabili.

    Per precauzione ritornò indietro - questa volta rapidamente - aprì un cassetto e ne estrasse un lungo coltello appuntito. Qualora avesse avuto la meglio si sarebbe trattato di legittima difesa. Non che volesse davvero uccidere chiunque si fosse intrufolato in casa, ma non poteva nemmeno immaginare, d’altronde, che risvolti avesse potuto avere quella situazione.

    Prepararsi alla peggiore delle ipotesi servì a farlo agitare di più e a farlo tremare convulsamente, man mano che avanzava con cautela lungo il tratto di corridoio che lo separava dalla sua camera.

    Un altro tonfo, seppur di minore intensità rispetto al primo, gli giunse alle orecchie, facendogli scorrere numerose goccioline di sudore lungo il volto.

    Ormai era giunto a destinazione, non aveva più alternative.

    Piombò nella propria camera con un salto, brandendo il coltello e puntandolo in direzione del vuoto.

    Non c’era nessuno.

    Si guardò attorno circospetto, affannando, continuando a brandire l’arma in ogni direzione in cui si voltava, lasciandosi sfuggire, improvvisamente, una risata, che si premurò di troncare sul nascere.

    Il suo sguardo si era posato sul tomo che prima gli aveva – inspiegabilmente – ferito il dito, che ora giaceva a terra.

    Non trascorse molto tempo prima che riprendesse a ridere, istericamente, lasciando andare il coltello a terra e portandosi le mani alla bocca per costringersi a fermarsi.

    Quale razza d’idiota poteva immaginare lo svolgersi di un film di serie B, impallidendo e armandosi all’udire un solo patetico rumore?

    In questo caso i rumori erano stati due, ma poco importava.

    Il libro poteva essere caduto verticalmente, ribaltandosi poi una volta toccato terra. Ciò avrebbe automaticamente spiegato il perché fosse aperto.

    In fondo la copertina era rigida, le leggi gravitazionali avrebbero avuto molto da insegnargli se non avesse deciso, dopo quel patetico episodio, di farla decisamente finita, procrastinare il prossimo esame e chiudere momentaneamente i libri a chiave, tenendoli il più possibile lontano da lui.

    Era decisamente un’ottima idea, si ritrovò a pensare quando si fu chinato ad osservare l’ammasso compatto di carta che gli era costato quasi un infarto. Quello che si ritrovò a pensare immediatamente dopo era che, nonostante la ritrovata lucidità, le stranezze quella giornata sembravano non essere minimamente intenzionate ad abbandonarlo.

    Al centro esatto del libro, c’era qualcosa che, oltre che stonare, decisamente non ricordava di aver mai visto prima. Tra il bianco delle pagine e il nero dell’inchiostro, s’intravedeva distintamente qualcosa di viola, qualcosa che sembrava sporgersi verso l’alto, quasi a voler agevolare i suoi tentativi di metterla a fuoco.

    Pietrificato sul posto e con gli occhi fuori dalle orbite, Matt assistette alla scena che gli si parava avanti. Quello che inizialmente era sembrato un semplice puntino innocuo stava assumendo le fattezze di una lunga lingua violacea acuminata. Ai bordi delle pagine al centro delle quali si stava agitando, due file di denti andarono a contornarne il perimetro, arcuandosi a tal punto da sembrare zanne.

    Quando quello che un tempo era stato il suo libro si mosse, afferrandogli la caviglia con la lunga lingua e piantando i propri denti nel polpaccio, Matt si convinse che non era un’allucinazione dovuta al troppo stress. Il dolore era troppo vero perché non potesse essere reale.

    Si alzò di scatto, dimenando la gamba alla quale era attaccata il mostro di carta nel tentativo di scrollarselo di dosso. Ma quello non mollava la presa, anzi, sembrava, a ogni tentativo, affondare di più i denti nella sua carne. I pantani della tuta grigia erano ormai intrisi di liquido cremisi, così come il pavimento sotto al quale si stava consumando quell’innaturale pasto.

    Urlò con quanto più fiato avesse in gola, poggiando le braccia sulla scrivania – ora alle sue spalle – nel tentativo di darsi un appoggio, ma un dolore lancinante gli scosse ancor di più le membra, facendogli voltare il capo, inorridito, verso la sua mano destra.

    Il libro accanto al quale l’aveva poggiata si era aperto, prendendo a mordergli le nocche con veemenza, fino a scorticarle.

    In un impeto di rabbia dettato dal dolore e dalla disperazione, afferrò con la mano libera il monitor del pc poco distante, lanciandolo, insensatamente, a terra, nella speranza di poter ottenere qualche effetto che, sorprendentemente, non tardò ad arrivare.

    Il libro che si stava dedicando alla sua gamba estrasse i denti dalla carne, emettendo un suono gutturale disgustoso che gli rimbombò in testa a lungo, al punto da fargli rimandar indietro un conato che, insistentemente, voleva trovar sfogo in un rigetto.

    Probabilmente il fracasso provocato dal monitor doveva aver colto di sorpresa il mostro, inducendolo a fermarsi. Poteva essere una chance di fuga.

    Si mosse rapidamente, incurante del dolore, finendo subito, al primo passo, disteso a terra. Al suo comando la gamba ferita non si era mossa, ciò poteva solo significare che gli avesse reciso i muscoli. Tentennante, si convinse a dare una rapida occhiata all’arto, prendendo ad urlare ancora più acutamente quando si rese conto che non vi era più carne a comporvi la caviglia.

    Seppur completamente intriso di sangue, poteva esser certo che ciò su cui teneva puntati gli occhi fossero ossa. Giunto ad una così sconvolgente conclusione, in preda allo shock, nemmeno si accorse che il mostro era ritornato alla carica, prendendo, questa volta, a divorargli l’altro arto. Così come non si accorse del tremolio delle mura provocate dalle mensole, da cui altri libri provvisti anch’essi di denti arcuati si agitavano, nel tentativo di abbandonare il loro posto e cadere sul corpo della loro vittima che, immobile e pallida, con gli occhi sbarrati, dopo un ultimo vano tentativo di chiedere aiuto non potè più far nulla.

    Non appena la signora Scott ebbe inserito le chiavi nella toppa fu colta da una brutta sensazione e un tremolio, apparentemente ingiustificato, mandò a vuoto svariati tentativi di entrare in casa.

    Quando ci fu riuscita, per prima cosa accese tutte le luci che potè. Quell’improvvisa e strana angoscia proprio non voleva smetterla d’infastidirla.

    - Matt! – urlò per riempire quel silenzio innaturale più che per l’effettiva necessità di voler attirare l’attenzione del figlio.

    Non le giunse risposta e il cuore accelerò i battiti.

    Attraversò l’atrio e si diresse in cucina, lanciando un veloce sguardo in fondo al corridoio, in direzione della camera del ragazzo, dalla quale non sembrava provenire alcun rumore.

    Presa com’era dai suoi pensieri passò accanto ai cassetti senza, inizialmente, accorgersi di nulla, poi tornò indietro e sollevò lo sguardo, notando che uno di essi era aperto.

    Con il cuore che le martellava nel petto corse verso la camera del figlio, inciampando più volte nei suoi stessi piedi. Il constatare che mancasse qualcosa dal cassetto aperto l’aveva resa peggio di un blocco di ghiaccio, incapace di razionalizzare.

    Incapacità che svanì quando capì che non avrebbe potuto stare dinanzi alla porta della camera di Matt imbambolata, doveva aprirla.

    Non avrebbe mai immaginato che potesse esistere qualcosa di così tanto straziante, ne che, in un momento del genere, l’unica cosa che sarebbe stata in grado di fare fosse quella di rimanere immobile, completamente pietrificata, ad osservare con occhi spalancati quanto risultasse innaturale l’ordine che regnava in quella camera rispetto a ciò che vi era al centro.

    Il corpo di Matt era a terra, immerso in una pozza di sangue, con un coltello piantato nel petto, semi illuminato dalla luce giallognola della lampada da scrivania, che rendeva il tutto ancora più inquietante e sinistro nel buio.

    Ma più inquietante ancora, per la signora Scott, sarebbe stato voltarsi e ad assistere ad un evento assolutamente fuori dall’ordinario.

    La sua ombra, ingigantita e sformata, mostrava una fila di denti all’interno di una bocca grande, dipinta in un ghigno, che andava ingigantendosi man mano che si spalancava, per divorare la donna.

     
  • 27 novembre 2007
    L'incubo

    Come comincia: Gli stivali si muovevano velocemente sul pavimento della stazione della metropolitana, emettendo un rumore che riecheggiò ripetutamente ad ogni passo.
    Arrivate alle scale mobili, le ragazze ripresero fiato e si ricomposero, sistemandosi vestiti e maschere, e quando ebbero raggiunto la piattaforma con le rotaie, andarono a sedersi su una panchina e aspettarono il treno.
    Morena si guardò attorno. Non erano le uniche ad essere mascherate. C’erano tantissimi lupi mannari, zombie e vampiri. Tra le ragazze spopolava la strega. Sorrise, quindi, quando si fu accertata che nessuna aveva avuto l’idea di vestirsi da “elfo protettore di anime”. Una maschera che prevedeva un vestiario interamente bianco, con qualche particolare dorato sulla gonna a sbuffo.
    “Fantastico!” esclamò Francesca quando ebbe notato le streghe. Nadia rise sonoramente.
    “Certo, Francy, che il tuo vestito è proprio…originale!” esclamò Nadia, indicando il vestito da strega dell’amica.
    Morena sorrise, poi si voltò a guardare la “veggente” che era seduta alla sua sinistra.
    “Violaaaaaaaaa” la chiamarono le ragazze all’unisono. Fu a quel punto che Viola abbandonò i suoi pensieri.
    “Piantala di comportarti da asociale!” esclamò Nadia, prendendola in giro.
    Viola non le rispose. Le guardò il vestito più di una volta, infine disse:
    “Ti manca qualcosa…”.
    “Lo so io!” esclamò prontamente Francesca. “Le rotelle!”.
    Morena e Viola scoppiarono a ridere.
    Nadia si voltò con espressione sarcastica verso l’amica.
    “Ma che strega spiritosa, che sei!” disse infine ironicamente.
    “No…ah, ecco! Che fine ha fatto il forcone?” chiese a Nadia, dopo averci riflettuto, Viola.
    Nadia sorrise, prese la borsa di pelle lucida nera, ed estrasse un “forconcino” di plastica.
    Le amiche scoppiarono a ridere.
    “Non si è mai visto una diavolessa che porta il proprio forcone in borsa!” esclamò, prendendola in giro, Francesca.
    “Perdonami, ma per caso ne hai mai vista una, indipendentemente da borsa e forcone?” chiese Morena a Francesca, ironizzando sulla battuta dell’amica.
    In quel momento un uomo attirò l’attenzione di Viola, distraendola dalle risate delle amiche. Era girato di spalle e indossava giacca e pantaloni neri.
    Viola lo guardava insistentemente e fu a quel punto che l’uomo, come se fosse stato richiamato dallo sguardo della ragazza, si girò, mostrando una maschera da hockey bianca.
    Nello stesso momento arrivò il treno e tutte le persone che prima erano sedute sulle panchine, si precipitarono verso la linea gialla di delimitazione. Viola perse tra la folla l’uomo con la maschera da hockey.
    “Ehi, veggente!” sentì urlare improvvisamente davanti a se Viola. Le amiche stavano aspettando che le porte del vagone si aprissero e stavano incitando la ragazza a raggiungerle.
    Viola ritornò un’ultima volta con lo sguardo nel punto in cui aveva visto l’uomo, ma non lo trovò.
    Si precipitò così verso le amiche, facendosi spazio come loro tra la gente che cercava di entrare per prima nel vagone.
    Una volta dentro, Viola cominciò a guardarsi intorno.
    “Ma che hai, stasera?” le chiese Nadia, notando la distrazione dell’amica.
    “Sì, Viola…” aggiunse Francesca. “Sembri come…assente”.
    “C’è qualcosa che non va? Ti senti bene?” le chiese infine Morena.
    Viola guardò le amiche una ad una. Provava qualcosa che non riusciva a spiegare neanche a se stessa…e di conseguenza non sapeva come spiegarlo a loro.
    “Niente” si limitò a dire con un sorriso. “State tranquille, sono solo un po’stanca”.
    Le ragazze la guardarono con sguardo interlocutorio. Sapevano benissimo che quando Viola diceva “niente” in realtà aveva un problema. Ma in quel momento non seppero trarne nulla.
    Aveva litigato di nuovo con Valerio? Aveva fatto un esame, di cui non sapevano nulla, che era an-dato male?
    Non potevano certo sapere che Viola, da un po’ di tempo, faceva un incubo ricorrente. Un incubo che la teneva sveglia di notte e la rendeva nervosa di giorno. Un incubo che riguardava esattamente loro quattro, e che non si concludeva nel migliore dei modi.
    Lei, quella sera, non sarebbe voluta andare alla festa.
    “Ma dai!” l’avevano incitata le amiche. “È Halloween! Non si può non fare niente!” e così si era la-sciata convincere. Vani erano stati i tentativi di convincere le ragazze a riunirsi a casa di qualcuna e vedere un film horror insieme. C’era la "festa alla facoltà di lettere e non si poteva mancare".
    In quel momento, tra il frastuono della metropolitana e il vocìo delle persone, Viola pregò con tutto il cuore che l’incubo non si trasformasse in realtà.

    Arrivarono alla festa in meno di quaranta minuti. In tutto quel tempo, Viola non fece che ripetere mentalmente la parola “stupida” riferendosi a se stessa, rimproverandosi di aver pensato a tutte quelle cose assurde.
    Un sogno è un sogno. Incubo o non incubo, rimane tale. Una volta sognò che casa sua era crollata in seguito ad un terremoto, ma non era mica successo davvero.
    Si ripromise quindi di scacciare i cattivi pensieri che l’avevano accompagnata da casa e di pensare solo a divertirsi con le sue amiche.
    Una volta arrivate all’entrata del locale, un ragazzo vestito da zucca fermò le ragazze e chiese di vedere gli inviti. Francesca tirò fuori da una tasca della gonna i loro quattro inviti, riusciti ad ottenere grazie ad un pr amico d Morena. Fu così che la zucca si scostò dall’entrata.
    L’atmosfera era davvero suggestiva. Era una stanza enorme dalle pareti grigie sulle cui mura venivano proiettate frequentemente immagini di teschi. Dal soffitto pendevano numerosi pipistrelli e ragni e ad ogni angolo, così come pure per le scale, erano state riprodotte delle ragnatele.
    Il dj-zombie metteva sù dei brani house e sotto di lui, un esercito di mummie, vampiri e spose cada-vere ballavano freneticamente, come ad un concerto di musica rock.
    Un “dracula” urtò bruscamente Nadia.
    “Ehi!!” gli urlò la ragazza.
    Il ragazzo si voltò a gesticolò a mò di scusa, e Nadia individuò, oltre il trucco cadaverico, dei bei lineamenti.
    “Oh…non importa!” esclamò la ragazza, poi sorrise.
    “Bella maschera!” le urlò il ragazzo, sorridendole a sua volta, poi si allontanò verso il banco delle bibite.
    Nadia rimase un attimo in silenzio.
    In quel momento, Viola rivide l’uomo con la maschera da hockey. Era al piano superiore e stava guardando nella sua direzione. Le vennero i brividi.
    “Ragazze, scusate, vado…a prendere da bere!” esclamò Nadia, scomparendo subito tra la folla.
    “La solita!” esclamò ridendo Francesca.
    “Già” la imitò Morena, cercando di non lacrimare per non farsi colare il trucco per il troppo ridere.
    “…Cosa?” chiese Viola, non avendo capito dal momento che era impegnata a guardare in direzione dell’uomo.
    “Nadia sembra aver trovato dolce compagnìa” disse Francesca continuando a ridere e trascinandosi Morena verso la pista da ballo.
    “No, aspettate un momento ragazze…dove andate?” chiese loro Viola, continuando a guardare in direzione dell’uomo con la maschera da hockey che, di tutta risposta, non spostò il suo sguardo altrove.
    “A ballare!” esclamò Morena euforica e detto questo fu lei a trascinare Francesca nel bel mezzo della pista. Viola non ebbe il tempo di replicare, le amiche erano già scomparse. Guardò un’altra volta in direzione dell’uomo, ma questa volta non lo vide.
    Cominciò a batterle forte il cuore. Decise di andare da Nadia. "Vado a prendere da bere", le era sembrato di sentirle dire. Si diresse quindi verso il banco delle bibite.
    Un ragazzo vestito da dracula stava parlando con una ragazza vestita da diavolessa. Viola si precipitò subito verso di lei, ma non appena la ragazza si girò, il volto di Viola divenne cupo.
    “Dov’è Nadia?” chiese allora al “dracula”.
    Il dj-zombie cambiò genere, e mise sù dei brani di Marilyn Manson. La musica era assordante.
    “COSA?” le urlò il ragazzo, facendole intendere che non era riuscito a sentire.
    “Dov’è Nadia?” le urlò dinuovo Viola, una volta che si fu avvicinata di più.
    “Nadia?” chiese a sua volta il ragazzo.
    “Sì…la ragazza vestita da diavolo che hai invitato a bere due minuti fa” gli rispose Viola.
    Il ragazzo indicò a Viola un gruppo di diavolesse intente a prendersi da bere all’altra estremità del bancone. I loro vestiti erano tutti identici. Avrebbe dovuto guardarle in faccia una ad una se Nadia stessa non si fosse accorta di lei.
    “E la polizia non controlla?”.
    “Ci sono pattuglie ovunque nella zona…ma dovrebbero controllare ogni auto se davvero volessero prenderlo”.
    “Dici che colpirà di nuovo?”.
    “È da cinque anni che non manca un Halloween. Se manca questo significa che, o è morto e è stato preso”.
    Due ragazzi le avevano tagliato la strada, e Viola aveva potuto ascoltare ogni singola parola della loro conversazione. “Di che staranno parlando?” pensò, cercando di avvicinarsi di più a loro.
    “Perché la polizia dovrebbe controllare le auto?”.
    “Perché nasconde le sue vittime nel cofano dell’auto…”.
    Il primo interlocutore rabbrividì, così come fece Viola. “Un assassino?”.
    Raggiunse finalmente il gruppo delle diavolesse…ma di Nadia nessuna traccia. Viola decise quindi di raggiungere Morena e Francesca al centro della pista.
    “L’ASSASSINO HA COLPITO ANCORA!!” urlò una voce dall’esterno del locale.
    Le persone più vicine all’esterno urlarono a loro volta ad altre persone la stessa frase, facendo accorrere, in breve tempo, una gran parte di persone verso l’ingresso.
    Viola deglutì rumorosamente. “Allora il sogno…” . Interruppe i pensieri a metà. Con le lacrime agli occhi, si precipitò anche lei verso l’ingresso, facendosi spazio con la forza tra la gente, fino a che non riuscì ad uscire all’esterno.
    Nel bel mezzo della strada, una macchina era ferma su una pozza di sangue. Dal cofano aperto, spuntavano un braccio ed una gamba…
    Improvvisamente dall’auto uscì un uomo con una maschera da hockey che, salito sull’auto, cominciò a volteggiare un coltello in mano.
    Si sentirono subito delle risate provenienti dalla prima fila, seguite da urli di esultanza e da “Bravo!”.
    Due poliziotti, accorsi dopo aver ricevuto una chiamata anonima, si fermarono di fronte all’auto e al “presunto assassino” e tirarono un sospiro di sollievo.
    A quella vista uno dei due sorrise, e dalla folla formatasi davanti al locale giunsero altre urla. Alcune che esultavano il l’”assassino” e altre che deridevano i poliziotti.
    Il “presunto assassino” si diresse verso il cofano dell’auto e vi ripose il braccio e la gamba di plastica che precedentemente erano penzoloni dall’auto.
    Viola rise nervosamente. Poi, senza farsi strada con la forza questa volta, ritornò dentro al locale.
    La musica di Marilyn Manson ripartì.
    Quando raggiunse la pista da ballo, cercò di focalizzare con lo sguardo tutte le persone che ballavano. Ma nonostante ciò non riuscì ad individuare Morena e Francesca, ne tantomeno, Nadia.
    “Ma dove sono finite?” si chiese, continuando a far saltare il suo sguardo da una persona all’altra.
    Decise di ritornare quindi al banco delle bibite, dove incontrò di nuovo il “dracula” a cui aveva chiesto informazioni di Nadia.
    Questa volta fu il ragazzo ad avvicinarsi a lei.
    “Cerchi le tue amiche, giusto?” le chiese il ragazzo, cercando d rendere chiara la sua voce nonostante il frastuono della musica.
    Viola, sorpresa, annuì.
    “Nadia non si è sentita bene, le altre due l’hanno accompagnata fuori” le disse il ragazzo, indicando a Viola una porta di un’uscita d’emergenza nascosta da una fitta ragnatela.
    “Hanno usato quella per uscire, perché l’ingresso era bloccato. Ti aspettano fuori.”
    Viola riguardò la porta.
    “Grazie” disse infine sorridendogli, così la ragazza si diresse verso la porta dell’uscita d’emergenza.
    Quando si fu allontanata, il ragazzo estrasse dalla tasca dei soldi e cominciò a contarli.

    Viola attraversò il lungo corridoio illuminato da piccole luci verdi spettrali, che conduceva verso l’esterno.
    Quando fu fuori, dovette aspettare un po’ affinché i suoi occhi si adattassero al buio.
    Ed era davvero buio. Non c’era altra luce all’in fuori di quella emanata da un piccolo lampione a circa venti metri da lei.
    Cominciò ad avanzare a tastoni nel violetto.
    “Nadia!” urlò, sentendo un leggero ritorno della sua voce.
    “Morena!” urlò poi, ma come la prima volta, anche stavolta non ebbe risposta.
    “Francesca!” urlò quindi più forte, continuando ad avanzare a tastoni nel buio, fino a che non urtò qualcosa con gli stivali. Abbassò lo sguardo verso il piccolo oggetto e, guardandolo bene, le sembrò familiare. Si chinò quindi a prenderlo e ne ebbe la conferma. Era il forconcino di Nadia.
    “Nadia!” urlò di nuovo Viola e continuò ad avanzare.
    Arrivata in prossimità della luce del lampioncino, uno stivale le scivolò su una sostanza viscida e la ragazza cadde a terra, sull’asfalto umido.
    Quando si rialzò, capì che la sua mano era entrata in contatto con quella stessa sostanza viscida che le aveva procurato la caduta.
    Si diresse, quindi, in direzione del lampioncino per vedere di cosa si trattava, e fu allora che trattenne un urlo. Era sangue. Abbassò quindi lo sguardo sull’asfalto e vide diverse macchie di sangue, grandi e piccole, che si susseguivano.
    Avanzando tremante, Viola raggiunse un auto che fino a quel momento le era stata nascosta dal buio.
    Un’enorme pozza di sangue, era in prossimità delle ruote posteriori. Il cofano era semiaperto.
    Quasi guidata da una volontà che non era la sua, Viola aprì il cofano e riconobbe i vestiti da strega, elfo e diavolessa.
    Esattamente come nel suo incubo, si girò di scatto, vedendo l’uomo con la maschera da hockey.
    E fu l’ultima cosa che vide.

    I due poliziotti accorsi alla festa stavano mangiando delle ciambelle quando un auto sbucò dal vicoletto posteriore del locale.
    Alla guida videro un tizio con la maschera da hockey.
    “Spiritoso!” gli urlò contro uno dei due agenti.
    L’uomo con la maschera da hockey salutò loro con una mano. Poi sparì velocemente.

     
  • 18 ottobre 2006
    Il rito del caffè

    Come comincia: Il traffico delle grandi metropoli non è mai stato un toccasana per i miei nervi. Così come il clacson delle auto e i motorini che ti sfrecciano ai lati cercando di sorpassarti.

     

     

    É giovedì. Il giovedì che io avevo cerchiato in rosso sul calendario. Quel giovedì. Il giorno che avrebbe dovuto cambiare la mia vita, se solo quei dannati vigili si fossero decisi a dare il via libera invece di fischiare e ri-fischiare a vuoto! Ma calma. Devo stare calma. Perchè, in fondo, sono così agitata?

     

    Il caffè. Giusto. Il caffè. Per la fretta di uscire nn ho avuto tempo di berlo. Quando invece avrei dovuto, proprio come prima di ogni grande occasione. Era un’abitudine che mi portavo dietro da quando andavo al liceo. Una tazza di caffè prima di ogni compito in classe. Una tazza di caffè prima di un’interrogazione. Una tazza di caffè prima dell’uscita con un ragazzo. Una sorta di rito, insomma.

     

    Il liceo. Quanti ricordi! Chissà che fine avranno fatto le mie amiche. Terry, Roxana, Mandy...e Jude. Santo cielo, Jude! La mia migliore e inseparabile amica!

     

    Nonchè la mia compagna di bevute di caffè! Jude aveva la mia stessa abitudine. Ogni volta che qualcuno dei nostri amici ci vedeva entrare in un bar, sapeva benissimo cosa avremmo ordinato. “Due tazze di caffè, perfavore!”, chiedevamo all’unisono al barista che non riusciva mai a capire se doveva darcene due o quattro.

     

    Una volta ottenuta la nostra tazza fumante, ci sedevamo sempre allo stesso tavolino, quello più esposto alla strada, e cominciavamo ad immaginare il tipo di vita che potevano condurre tutte quelle persone che vedevamo passare.

     

    Poi cominciavamo a parlare della nostra vita, dei nostri amori, degli ultimi pettegolezzi, dei nostri progetti per il futuro. Il futuro. Quante chiacchierate ci facevamo in proposito! Io avevo, ed ho tutt’ora, la passione per la scrittura. Lei invece aveva una passione per il teatro. Jude, infatti, amava recitare. Faceva parte del gruppo teatrale della scuola, ed era anche molto brava. Non si perdeva mai una rappresentazione, delle quali, puntualmente, veniva sempre scelta come protagonista.

     

    Verso la fine del liceo ci promettemmo più volte che, qualsiasi cosa ci attendesse nel futuro, non avremmo mai smesso di inseguire i nostri sogni, accompagnati sempre da una buona tazza di caffè.

     

    Finita la scuola, inevitabilmente, le nostre strade si divisero. Lasciando solo il ricordo della promessa che ci eravamo scambiate.

     

    Oggi, se sono una sceneggiatrice, lo devo solo a lei. La strada non è stata affatto semplice da intraprendere, ma il solo pensiero che Jude, chissà in quale altra parte del mondo, stava facendo la stessa cosa con la sua di passione, mi ha sempre spinto ad andare avanti.

     

    Quel giorno sarei dovuta presentarmi agli studi televisivi per presentare la sceneggiatura per un nuovo film. “Questa è un’occasione d’oro!” aveva detto mia madre il giorno prima. “Non fare tardi come tuo solito”. Già. Sembrava quasi che mi avesse predetto il futuro!

     

    Finalmente arrivai agli studi televisivi. Portavo un quarto d’ora di ritardo, e già immaginavo l’assistente del regista puntarmi contro corna, coda e forcone.


    Entrando vidi di sfuggita un bar. Sembrava farmi cenno di avvicinarmi, di sedermi e di rendere omaggio al mio rito...al quale non potei dedicare molta attenzione, poichè il demone che avevo immaginato precedentemente, mi stava puntando con i suoi occhi di fuoco.

     

    “Ma dov’eri finita? Per te il cellulare è un optional? Ti sembra un buon biglietto da visita, presentarsi ad un appuntamento con quindici minuti di ritardo?” e continuò a farmi domande del genere, cercando di stare in equilibrio sui suoi tacchi a spillo e muovendo, ad ogni domanda, i suoi capelli ricci corvini.

     

    Io non accennavo a muovermi e mi limitavo ad osservare le sbavature del kajal che invadevano le sue palpebre inferiori. Chissà quanto la pagavano per stressarsi a quel modo.

     

    “Lei è arrivata?” le chiesi, non dando minima importanza a tutto quello che mi aveva urlato contro.

    I suoi capelli ricci corvini finalmente si fermarono, lasciando intravedere il suo viso che si faceva man mano sempre più pallido.

     

    “É arrivata da poco” mi rispose con indifferenza, poi si fermò, forse a riflettere su quello che aveva appena detto. Le scrutai il volto alla ricerca di un cedimento. Aveva capito che, con quella sua ultima affermazione, aveva distrutto tutte quelle precedenti che mi aveva gratuitamente sguinzagliato addosso.

     

    Non ero la sola ad essere in ritardo e questo, oltre a farmi schiacciare psicologicamente l’esaurita che avevo davanti, mi risollevò d’animo perchè avrei potuto dedicare cinque minuti al mio momento preferito.

     

    “Perfetto!” aggiunsi sorridente, pensando alla tazza fumante che tra poco avrei avuto davanti. Così con un piccolo cenno della mano la salutai e mi diressi al bar.

     

    L’atmosfera era calda e accogliente. Le luci, all’interno dell’ambiente multicolore, davano l’impressione di trovarsi in un mondo magico, effetto che molto probabilmente avevano creato apposta per gli studi televisivi.

     

    Quando finalmente ebbi davanti la tazza fumante, sentii l’atmosfera farsi elettrica, quasi come se si stesse preparando qualcosa d’inaspettato.

     

    Mi guardai intorno, aspettandomi da un momento all’altro qualcosa di sensazionale, stando ben attenta ad ogni dettaglio del luogo.

     

    Niente di speciale. C’era solo una ragazza, con un lungo abito di seta, che stava ordinando una tazza di caffè. Conclusi che le luci dovevavo avere uno strano effetto su chi non vi era abituato.

     

    Sfilai dalla borsa i fogli della sceneggiatura, che cominciai a rileggere per l’ennesima volta.

     

    Ad un certo punto un’ombra m’impedì di continuare a leggere. Sollevai lo sguardo e vidi la ragazza con l’abito di seta che mi stava osservando con un’espressione stralunata.

     

    “Rachel?” mi chiese quasi bisbigliando. I miei pensieri si bloccarono di colpo. Poi cominciarono a formulare diversi tipi di conclusioni, che ebbero risposta non appena i miei occhi ebbero ben focalizzato il viso della ragazza.

     

    “Jude?” le chiesi a mia volta. La ragazza mostrò un grande sorriso e fu allora che capii.

     

    “Non posso crederci!” esclamai tra l’entusiasmo e lo sbigottimento totale. “Jude, sei proprio tu?” chiesi alla ragazza che, in piedi davanti a me, non smetteva di sorridere.

     

    “Santo cielo, Rachel! Ma cosa ci fai qui?” mi chiese Jude dopo che mi ebbe abbracciata.

     

    “Sono qui per lavoro, tu, piuttosto, cosa ci fai qui?” le chiesi sempre più confusa.

     

    “Anch’io sono qui per lavoro...” mi rispose lasciando incompleta la frase. Sembrava confusa quanto me. Ed era ovvio. Era da 15 anni che non ci vedevamo. Eppure lei non era cambiata di una virgola. Stessi capelli biondi lunghi. Stessa silhouette di sempre. Stessa grazia nei movimenti. Era Jude. La mia amica Jude.

     

    Avendomi riconosciuta lei per prima, anch’io, molto probabilmente, non dovevo essere cambiata molto nel corso del tempo.

     

    Ci sedemmo insieme al tavolo che io avevo già occupato precedentemente, con le rispettive tazze di caffè tra le mani, e cominciammo a rievocare i vecchi tempi.

     

    “Quindi alla fine ce l’hai fatta!” esclamò lei entusiasta.

     

    “Sì” risposi modestamente. “Sono qui per conoscere la protagonista del nuovo film per adattarla alla sceneggiatura”.

     

    Jude fece un mezzo sorriso e abbassò gli occhi nella tazza che teneva stretta tra le dita. Poi cominciò a ridere di gusto.

     

    La guardai per più di qualche secondo cercando di capire il motivo della sua reazione, ma prima che glielo chiedessi, lei mi riguardò dritta negli occhi.

     

    “Quanto è strana la vita” disse, sempre sorridendo. “Io, invece, sto aspettando la sceneggiatrice del nuovo film per cui sto lavorando!”.

     

    Mi sentii venire meno. Non era vero. Non poteva esserlo. Quasi come se fossimo, in quello stesso momento, recitando la scena in un film diretto dal fato.

     

    Senza far intervenire le parole, scoppiai a ridere e quello bastò a rendere il tutto più comprensibile.

     

    Non c’era niente da dire. Ma c’era molto su cui riflettere. Credere in sè stessi è necessario per raggiungere i propri obiettivi nella vita. Non importa se la strada è breve o lunga, l’importante è percorrerla tutta fino alla fine. E qualunque cosa succeda, lungi da noi il pensiero di essere da soli.

     

    Quindici anni fà, io e la mia amica Jude avremmo detto che era impossibile realizzare i nostri sogni nella vita.

     

    Quindici anni dopo, ci ritroviamo sedute ad un tavolino di un bar di uno studio televisivo, che discutiamo del nostro lavoro.

     

    Nulla è impossibile nella vita. I nostri sogni si sono avverati. Ed io e Jude siamo qui, sorseggiando la nostra buona e insostituibile tazza di caffè, a dimostrarlo.