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Paolo Goglio

29 agosto 1960, Milano - Italia
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  • 07 novembre 2016 alle ore 10:12
    Haiku floreale

    Fiore di Luce
    Cresciuto tra le lacrime.
    Saremo foresta

     
  • 23 febbraio 2015 alle ore 22:58
    Deserto

    Deserto è
    Questo cammino...
    Una strada
    Un intero cammino tra la luce e verso la luce
    Non c'è nessuno!
    Non ci sono più viandanti
    Non ci sono più pellegrini
    Ci sono solamente anime
    Smarrite...
    In un centro commerciale !!!

     
  • 23 febbraio 2015 alle ore 22:56
    Desideri...

    Accendiamo ogni sera un desiderio diverso
    una stella nuova
    una direzione aggiunta nella rosa
    un quinto punto cardinale
    ago magnetizzato da seguire se abbiamo vele da spiegare
    o da osservare se siamo fermi nella mite tranquillità delle acque che cullano pensieri di pace
    silenzi da coltivare
    riflessi di una sponda lontana
    nel leggero vento della sera
    o nelle timide onde di un’alba dorata.

     
  • 23 febbraio 2015 alle ore 22:53
    Aquila di luce

    Comparirà nei cieli del tramonto
    Una grande Aquila di Luce
    Trasformerà le spine del deserto
    In uno splendido fiore...

     
  • 23 febbraio 2015 alle ore 22:51
    Acque

    Acque...
    Acque che brillano sotto il sole
    Che discioglie la neve
    Che alimenta le acque
    Che brillano sotto il sole...

     
  • 23 novembre 2014 alle ore 12:27
    Regia di un tempo

    Regina di un tempo... di un tempio lontano...
    entri ed esci dal mio cuore
    entri ed esci dai miei sogni
    dai miei desideri
    dalla mia vita plasmata nelle tue mani
    argilla modellata
    scolpita nel granito
    posata nella mia anima
    leggera, incandescente punto di principio
    radiazione letale
    vortice sottosopra tra la terra e il mare
    irraggiungibile pensiero d'amore
    materializzato nel nulla
    nel nulla
    nel nulla...

     
  • 26 aprile 2014 alle ore 23:57
    Eravamo angeli

    Eravamo come angeli
    Senza sguardi
    Senza voce
    Abbracciati e avvolti
    Da un grande silenzio di luce
    Eravamo come un cerchio
    Dipinto nel cielo
    Scavato nella roccia
    Liberi di sentire, di essere e volare...
    Eravamo...
    Eravamo...
    Tante cose
    Tanto spazio
    Tanti... Tantissimi sogni.
    Cuore nella mia notte, messaggi colorati
    Eravamo tutto.
    Tutto.

    Non resta più nulla.
    Un cazzo di niente, neanche una lacrima rinsecchita...

     
  • 26 aprile 2014 alle ore 23:55
    Era il momento

    Vicino a lei anche la più piccola pietra diventava un cristallo di luce... trasparente come la sua anima, luminoso come il suo cuore...

    Era il momento di affidarsi al vento, era il momento...

    La terra bruciata stava tornando a fiorire, forse bagnata di lacrime, forse di amore...

    Era il momento di affidarsi al vento.

     
  • 26 aprile 2014 alle ore 23:54
    Alzarsi

    Dipingeva il sole... Dipingeva
    Ed i primi raggi color aurora
    Rimbalzavano tra le nuvole
    Come voci che annunciavano qualcosa di nuovo
    Nuovo giorno
    Nuova vita
    Nuova strada
    Nuovo cammino.

    Ora... Giunta l'ora
    Del risveglio....

    Saliva il sole, si alzava, vagabondo cosmico
    Vivere, alzarsi e vivere
    Crescere
    Avanzare

    La grande stella di luce 
    Indicava la fine
    Game cover
    Tempo scaduto
    Fine del gioco 

    Potevo solamente raccogliere le ultime lacrime
    Le ultime...

    Il sogno era finito
    Chiuso
    Terminato

    C'è uno spazio per vivere
    E uno per sognare

    Quando si congiungono 
    Viviamo nel sogno

    Quando il sogno finisce
    Diventa difficile, veramente difficile....

    Alzarsi.

     
  • 27 settembre 2012 alle ore 11:25
    Congiunti...

    Cammino nell'erba altissima
    quasi mi sommerge
    ti sdraio sul tappeto di fieno
    e sopra di noi
    solamente i bianchi fiocchi di polline
    come neve di maggio
    insieme ti accarezziamo
    sei la piccola principessa da omaggiare
    dolcemente penetrata nell'intimo e nel profondo
    adagiata sul mio cuore
    a cavalcare praterie in fiore
    congiunta
    unita
    disciolta nelle mie mani
    aperta e dischiusa
    vieni ad allargare gli orizzonti
    prendere le nuvole mentre ti prendo
    aggrappiamoci al cielo
    devo spaccare il silenzio
    e sentire solo l'ultimo grido della tigre in amore... 

     
  • 24 settembre 2012 alle ore 15:38
    Insieme ovunque

    Non importa chi sei...
    come un raggio di sole dorato
    o di luna argentato
    la tua mano mi sfiora
    è un contatto
    l'istante di un contatto
    due scintille d'amore
    una parola sussurrata
    il silenzio delle labbra
    di un bacio fatato
    tra le piume del cielo
    tra le stelle del lago
    non importa altro, non importa...
    chiudo gli occhi
    e mi lascio trasportare
    portandomi altrove
    con te
    in te
    insieme
    ovunque...

     
  • 23 settembre 2012 alle ore 20:08
    Raggi della stessa luna

    Vicini, lontani...

    come raggi della stessa luna
    ali dello stesso gabbiano
    onde dello stesso mare
    nessun orizzonte ci può allontanare
    nessuna spiaggia ci può naufragare...
    osserva le rive del lago nell'alba d'autunno
    e vieni a baciarmi

    adesso 

    amore... ♥

     
  • 18 settembre 2012 alle ore 0:26
    Sete d'autunno

    La terra ha sete d’autunno
    imbrunisce tra le incandescenze che chiamano le stelle…
    si aprono come piccoli occhi che osservano il tramonto
    nidificano oltre le nuvole
    si riproducono mentre il sole si addormenta dilatando gli orizzonti
    le vedo
    le vediamo
    posso ascoltare così
    stringendomi nelle mie braccia
    la loro voce…

     
  • 23 agosto 2012 alle ore 23:56
    Restate nell'amore <3

    Non ho sentito nulla
    non c'era nessuno
    sono parole al nulla
    al nulla che è stato
    al nulla che sarà
    non ci sono pensieri figli del macabro percorso di distruzione
    non ci sono parole figlie dell'inganno
    non è stato nulla
    nessun momento
    nessun insieme
    nulla di bello
    solamente il canto di una sirena che conduce agli scogli
    al delitto del naufragio
    nessuna parola
    proprio nulla...

    Il suo oltre è la melma delle generazioni di fango
    la palude della superficialità
    la sua crescita è il recinto che circoscrive l'ovile delle pecore
    che sciamano come vipere nel giardino degli avvoltoi
    assetati di giudizio e di presunzione
    non fanno che misurarsi con l'invidia delle loro azioni
    per dosare l'inutile rincorsa verso il baratro della povertà esistenziale
    girate largo da queste iene fagocitanti
    da questi sciacalli senza cuore
    restate nella vita
    nella gioia
    restate sempre nell'amore...

    sempre... ♥

     
  • 23 agosto 2012 alle ore 23:54
    Onde del passato...

    Onda di un passato rievocato
    ricordi, brividi e memorie di fuoco
    tempo di camminare, proseguire, lasciando continenti interi e isole disabitate,
    volano gli aironi, volteggiano in cerchio con il becco tra le ali,
    nidi di rondine nel sottotetto e una grande luna,
    piena di speranza, di crateri, voragini argentate, sogni e desideri...
    C'è stato il tempo dell'amore, quella della nascita e dell'incontro,
    il tempo di una iperbole bollente tra le schiume profumate,
    quello del silenzioso bacio in punta di piedi
    per accogliere le labbra amate, adorate...
    Ci sarà un tempo nuovo, oggi lontano, ci saranno tempi diversi, tempi futuri, spazi dilatati per accogliere un grande cuore.

    Ora no.

    Solo il nulla.

     
  • 02 agosto 2012 alle ore 14:49
    Anniversario

    Tempo è ricordare, provare il ciclico ricordo di un principio
    tempo è la sequenza mensile che conduce al compleanno
    all'anniversario
    al ripetersi di eventi che non dimenticherò
    nella stessa data
    nello stesso giorno
    sulle acque di un sogno dorato
    lei camminava lontana
    riflesso di una stella irraggiungibile
    giocava sulle acque del mattino
    incrociava il mio cammino
    per donarmi una mano mai toccata
    una bocca mai baciata
    sentivo il suo profumo
    e lo raccoglievo tra le pagine di un libro
    viveva nel dono del sorriso
    in un regno di malinconia sottile
    oggi restano solamente orme
    tracce
    scintille lontane
    riverberate nei fuochi colorati
    o nei lampi di un temporale
    pioggia
    o sole che sia...
    lei è sempre, per sempre
    la luna crescente che riscalda il mio cuore...

    Buonanotte puntino adorato...

    Buon anniversario

     
  • 28 giugno 2012 alle ore 13:41
    Foresta metropolitana

    Predatore nascosto,
    felino invisibile
    feroce, vorace
    silenziosa regina di una foresta metropolitana
    seguo le tue orme lasciando le mie tracce
    rinchiuso in una tana senza uscita...
    semino desiderio, coltivo gabbie immaginarie,
    scolpisco le rocce affinché guidino i tuoi passi,
    ascolto
    sento
    percepisco la movenza notturna
    la presenza...
    Osservi la luna, annusi la terra,
    accarezzo immobile i resti del tuo pasto,
    dono brividi alle stelle
    fuggo senza fuggire
    strisciando lontano dal branco
    ma vicino alla tua rupe...
    non posso vedere
    la luce del tuo artiglio,
    ma posso preparare la mia carne
    al banchetto dei desideri...

     
  • 31 maggio 2012 alle ore 16:40
    Incontriamoci

    Ora guarda sopra di te
    registrati nel cielo di oggi
    color iride
    resta nei colori
    ho lasciato tracce
    pensieri da seguire

    cercali

    non sarai sola...

    mai più

     
  • 31 maggio 2012 alle ore 14:48
    Terra dell'Est

    Non mi importa altro che un suo gesto
    un suo pensiero
    un suo voltarsi ad est
    respirare verso la mia terra
    la mia casa
    ponente luna dorata

    brillami

    fibrillami

    baciamoci ancora ♥

     
  • 10 maggio 2012 alle ore 16:18
    Speranza

    Rimane solamente
    Un grido silenzioso
    Dolci sogni di speranza
    Artigliati a una lacrima
    Essere parte
    Di una grande Madre
    Che accoglie ogni suo figlio
    Lo protegge e lo ama
    Lo conforta
    Lo spinge
    Finchè torna a rialzarsi
    E riprende a volare...

     
  • 07 maggio 2012 alle ore 9:35
    Il dono

    Oggi le rondini
    tracciano piume nel cielo
    senza nuvole
    color paradiso...

    Non c'è distacco
    finché vivi nei colori della primavera
    non c'è lontananza
    fin quando ti sento vicina...

    Raccolgo le mie ultime lacrime e le dono al tuo cuore

     
  • 02 maggio 2012 alle ore 15:58
    Al cielo

    Provo ad annegare nel colore delle nuvole...
    Al cielo, in cielo, nel cielo...
    È solo una maledetta sfida
    un duello contro il dolore, la paura e l'ignoto...

    Usciranno sconfitti e torneremo ad amare!!!

    Solamente il silenzio del vento che scrive arazzi nell'atmosfera
    ricami dipinti da una mano lontana
    padrona e custode di segreti
    misteri
    tesori superiori.

    Chi scolpisce le pagine del nostro destino?
    Chi è l'artista
    l'autore di tutto questo?
    Chi scrive la parola «inizio»...?

    Ma soprattutto CHI cazzo scrive la parola «fine»...???

    Sono solo.
    Un filo d`erba in un deserto mare...

     
  • 01 maggio 2012 alle ore 20:25
    Ciao mammina...

    Colorato segmento di luce
    come un grande arcobaleno
    ora posso scendere
    salire
    entrare e uscire
    essere e divenire
    dal mio cuore al paradiso...

    Posso abbracciare le stelle
    e amare il firmamento
    posso ricevere baci dal cielo
    sciogliere le mie lacrime nella pioggia
    e trasformarle in un dolce sorriso di amore

     
  • 29 aprile 2012 alle ore 14:47
    Piccola stella

    Rinascere, sognare,
    restare aggrappati al sentimento d'amore
    per giungere al cielo che accoglie la luce
    e l'unione
    di tutte le anime
    il soffio invisibile del nostro respiro
    sposterà le nuvole
    e Lei sarà la piccola stella
    che brillerà per sempre in noi

    Per sempre...

     
  • 27 aprile 2012 alle ore 1:23
    Pietre pregiate

    Ci sfaccettiamo
    come pietre pregiate
    ci diamo la forma
    la vita che desideriamo
    perché noi possiamo..
    sì…
    noi siamo plasmabili
    noi siamo vivi
    siamo la vita
    siamo il potere creativo
    di questa terra da inseminare
    fecondare
    arare
    disboscare
    disinfestare
    decontaminare
    ripulire
    ricoltivare…
    e lo faremo
    certamente…
    lo faremo
    sì… che lo faremo…

     
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  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:35
    Sorriso di neve

    Come comincia: Sorriso di neve

    Erano labbra di donna dipinte sul viso, erano occhi di cristallo che brillavano, tra sorrisi e lacrime, ricordi e passioni mai dimenticate, erano desideri profondi, sulla pelle morbida di un guanto di seta, sensuale movenza ottocentesca tra le ombre della sera, gelide, polari,

    era un inverno infinito quello che alloggiava nel suo cuore paralizzando i battiti emotivi in una monotona sintassi priva di sussulti, di brividi, stimoli, percezioni...

    Il vento spingeva le carte abbandonate in un gioco di spiragli tra le finestre chiuse, i vetri frantumati, riflessi di un mondo degradato che non poteva più reggere i fasti di un impero tramontato, decaduto, terre contaminate da radiazioni incontrollate ora lasciavano spazio al disadorno vivere di chi non rinunciava al magico potere di guardare le nuvole, contare le rondini, sedersi nel prato...

    Foglie, come scheletri vegetali accartocciati dal tempo, accumulate negli angoli, alla base di ogni radice e lungo i marciapiedi, strade deserte che portano al deserto, anime deserte, in attesa di pioggia benefica, purificante dono per la terra assetata, malata, sporca...

    Ceneri di un antico monumento alla gloria mortale, polveri di un amianto modulato tra intercapedini, pareti, strutture... pietre, mattoni, calcinacci, schegge di vetro, riflessi ovunque, come microspecchi di un sole estinto, testimoni taglienti dell’ultima era prima della Grande Distruzione...

    Toccava, accarezzava l’asfalto ferito, le fondamenta piegate, le torri sgretolate... non c’erano auto e neppure negozi, non c’era spazio purtroppo neppure per un respiro, uno sguardo, una presenza... camminava, sfiorava, baciava le impronte di un passero assetato, nel fumo pungente c’era, doveva avere, esserci, esistere, sopravvivere, camminava per avere una direzione, cercando un destino che nessuno poteva più scrivere, perché non c’erano pagine, non c’erano storie, racconti, poesie, caratteri, pensieri... e neppure parole...

    Restava quello spazio vuoto...

    vuoto...

    vuoto...

    In cui il silenzio rimbalzava nelle stanze della città, nelle vie del tormento, nei vicoli della solitudine, nelle piazze dello smarrimento, nei viali alberati di lampioni fossili e macerie ardenti, mura sgretolate, fogne prosciugate, tegole sbriciolate, tubazioni, pareti, vetrate, poster e pensiline carbonizzate, aria di plastica fusa, disciolta, fumo grigio, fumo nero, eterna notte priva di stelle, senza luna né comete, eterna sensazione di un inizio che non avrà fine, non ci saranno epiloghi, non ci sarà un seguito perché tutto quello che doveva essere, ormai, era già stato...

    Vivere senza la speranza di un arcobaleno, proseguire la marcia in un mondo spento, né luce né colori, onde piatte di un mare pietrificato, pozzanghere di olio melmoso e alberi bruciati, rivestiti di catrame nero e cenere, ceneri ovunque, residuo di una combustione distruttiva che ha massacrato l’ultima terra, la piccola spiaggia che noi chiamiamo “speranza”.

    A cos’è servito correre per tanto tempo, inseguirsi, rincorrersi, sovrastarsi, combattere, prevaricarsi, giudicare, condannare, reprimere, osannare, predicare, adorare, idolatrare, discutere, cercare, creare, edificare, bonificare, insegnare, tramandare...? A lasciare questo strato di bolle radioattive su cui non è più possibile seminare un filo di erba non sintetica?

    Forse il progetto era proprio questo: disperdere le tracce di una umanità priva dei requisiti fondamentali per stare al mondo: la logica, il buon senso non le appartenevano e ora... era tutto da rifare da zero, ricominciare sì... ma da cosa, da dove?

    Lei era il primo step, il primo gradino, futuristica Eva di un progetto postatomico del giorno dopo... immune a tutto, al caldo, al gelo, ai raggi e alle radiazioni: aveva completezza nella sua purezza e saggezza nella sua verginità spirituale. Non c’erano dei, non c’erano poteri, potenti, non c’era nessuno... Il cimitero mondiale era il nuovo giardino su cui ricrescere germogliando nuovi frutti, nuove spore di amore perché la vita torni a partorire e risvegliare le anime sepolte...

    Anni, secoli, millenni... la foresta tanto ferita e sfruttata nelle ere precedenti ha ripreso il proprio posto ricoprendo le aree disboscate, gli abusi e i complessi urbani edificati sulle sue ceneri ora sono polvere di cemento, sommersa sotto strati di fertile terreno carico di energia...

    gli iceberg governano le grandi correnti gelide del nord e le calotte polari hanno ricostruito la propria morfologia, sono tornate le nevi laddove stavano i ghiacciai perenni e le acque decantate ora riflettono un sole raggiante specchiando il cielo nei medesimi colori: azzurro di giorno, arcobaleno al crepuscolo, argento la notte.

    Terre, terre vive e fertili di vita ora rivestono province, regioni, stati... e l’unica bandiera è il sole che splende tra le stelle... il vento collega i continenti e la pioggia benevola disseta fiori tropicali e farfalle di montagna, frutti esotici e funghi del sottobosco, c’è spazio, sì, spazio per tutti e per tutto ora che l’uomo è stato ricollocato nel suo ruolo secondario di essenza primitiva alla ricerca di un perché...

    Mentre le lucciole si rincorrono intermittenti nel calore della notte, le tribù umane stanno ancora cercando la prima scintilla con cui accendere la prima fiamma della nuova storia... un giorno troveranno i loro stessi fossili e cominceranno a fantasticare, esporli nei musei, raccontare favole di mammuth e dinosauri, li trasformeranno in pupazzi animati e torneranno a speculare per possedere più pietrine, più polverine, più dischetti di metallo a cui torneranno a dare il significato primario di un dio chiamato denaro che servirà solamente a riportarli nello stesso tour di contaminazione e tutto ricomincerà...

    Ma forse Lei, Lei è diversa... non ci sono serpenti avvelenati, paradisi da difendere, eden da conquistare: non ci sono promesse né vere né false... soprattutto non ci sono divieti, minacce, ricatti di origine, sì... era questo l’inganno che impediva la nascita della vera coscienza, questo!

    All’origine di tutto non c’era il peccato, ma l’inganno!

    E intere generazioni per millenni hanno edificato culture e templi per tramandare un inganno che li ha portati ogni volta alla fossilizzazione spirituale, al conflitto, allo sconforto, al tormento, alla guerra, all’odio e alla vendetta... era questo l’errore su cui erano stati costruiti i precedenti valori ma ora è diverso, Lei è la purezza e le sue mani possono donare il calore del sole a chiunque desidera amore... finalmente nasce, ora, una nuova razza, una stirpe umana che non ha le radici nel peccato originale ma nell’amore originale e solo questo potrà essere, rapporto e interazione con le forme di vita, uomo e farfalle, bambini e delfini, ragazzi e gazzelle, donne e orchidee... una fusione interiore ed esteriore affinché tutte le forme di vita siano partecipi e autori della vita stessa... non ci sarà più l’ecologia come scienza, ma un sistema ecologicamente perfetto basato sull’amore, era così semplice! eppure ci sono volute decine di generazioni umane per capire che tutto era già scritto ovunque, ovunque!

    Lo dicevano le nuvole che portavano acqua e cristalli di neve. Lo diceva il sole che colorava il cielo di amore al principio e alla fine di ogni giorno e lo diceva la luna argentando l’anima di chi sapeva sognare oltre la propria sfera cinetelevisiva. Ora nascono programmi, musiche vere, il canto dei gabbiani che volano sul mare, il fruscio del vento che trasporta la coscienza dei semi e dei germogli...

    Lei alza lo sguardo al cielo e intorno a sé corrono felici bambini sulla spiaggia dorata: le onde accarezzano la pelle senza tempo e dalle stelle scendono i primi fiocchi di neve.

    E’ un nuovo inverno, una nuova stagione, Eva sorride e le sue labbra restano dischiuse come in un lungo bacio universale... la neve scivola sulle sue guance e si scioglie sul suo sorriso...

    :-)

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:29
    Tremolo

    Come comincia: Tremolo era uno che passava il tempo a contare i suoi peli, anche se non ne aveva…

    Per questo, tra un pelo e l’altro, giocava a scacchi.

    - O.K. Tremolo, facciamo una partita! -

    - Scacco di qui - - Scacco di là -

    - Scacco a me - - Scacco al re -

    - Mangia questo - - Mangia quello -

    E via dicendo, finché puntualmente io perdevo, dal che conclusi che non vincevo.

    Tremolo era sì, quello che per molti è un duro: era capace di sollevare una bottiglia di taleggio sin sopra di essa. E pian piano ci prese gusto, tanto che riuscì a sollevarne due.

    Egli viveva a casa sua; la solita casa arredata alla buona, con ragnatele e cicogne e d’inverno ospitava, tra l’altro, un grosso talpone che svernava con lui.

    Tremolo, dicevamo, era un duro: uno capace di piegare uno spaghetto sino al punto di rottura; i suoi occhioli color biancoenero erano proprio impenetrabili, il suo sguardo severo non ti concedeva di guardarlo storto nemmeno dal diritto. Capelli non ne aveva, ma al loro posto aveva due grossi baffi nel pieno della volta cranica che, formando due strisce pelose, giungevano quasi alle orecchie (3, per l’appunto). Sul naso poneva gli occhiali per annusare meglio, ma non sembra funzionassero molto bene tanto che non mangiava perché non sentiva l’odore del cibo.

    Insomma, il nostro Tremolo sapeva come si sta a questo mondo: vivendo, per l’appunto.

    Eppoi era tanto consumato nel giuoiuoco degli scacchi che promise, una volta, la sua mano alla donna che lo avesse sconfitto in una partita. E in effetti, com’è logico, venne il giorno in cui capitolò…

    Sempre logicamente, la donna che lo sconfisse era brutta come due donne brutte messe insieme: il classico ritratto di giovane consumata dal lavoro e da qualcos/altro…

    Ella sconfisse il Tremolo in una locomotivante partita che durò poche ore ma tanti minuti.

    Al termine di questa partita stava già per saltare addosso al futuro sposo senonché questi la schivò e fuggì!

    Sì, ma dove fuggire …?

    Tremolo prese sottomano i suoi scacchi senza i quali non poteva vivere, una valigia di crostacei già pronta per l’uso e scappò…

    Sì, ma dove scappare …?

    Non era mai uscito di casa anzi, di tana, e si aspettava che il mondo fosse popolato di re, regine, alfieri, torri, cavalli, pedoni, ma così non era. D’altra parte la donnoide che lo aveva sconfitto lo stava già abbordando, per cui andò dove gli capitò…

    Vaga e rivaga, giunse a Ramengo, paese noto per i viaggi turistici e, poiché la pretendentiera alle sue mani non era in vista, pensò di fermarsi a riposare un poco; chiese quindi ad un cane di passaggio:

    - Scusi, bau bau ? -

    E questi rispose che era in fondo a destra. Ma Tremolo era tanto stupido da non accorgersi che il fondo non c’era così, in cerca del fondo, marciò a lungo finanché si convinse di aver ricevuto un’informazione sbagliata o quantomeno approssimativa. Così sui tre piedi non sapeva da che parte andare e pensò di sedersi lì dov’era ma la cosa non gli riuscì, dato che era in mezzo ad un fiume. La corrente, inoltre, lo spingeva sino ad una cascata… il resto lo avrebbe fatto lei!

    Ivi giunto, infatti, Tremolo dovette metterci tutta la sua forza per sopravvivere all’incredibile salto; per sua fortuna notò un pesce di passaggio e lo afferrò per la coda, attutendo il colpo.

    La donna, intanto (si chiamava Tartina), aveva noleggiato un Finferlazzo, che è un segugio del Madagascar: lo fabbricano là…

    E’ una bestia veramente intelligente, ma non lo dimostra; se gli danno un osso da rosicchiare lo finferlazza, e Dio solo sa come si fa. Ha il pelo lungo, dal naso alla coda, ma ne ha solo uno (di peli), il resto è nudo come un finferlazzo nudo. La sua miglior dote è, naturalmente, il fiuto (eccezionale) che gli consente di annusare una pulce a 5 cm di distanza dalle proprie nari. Le sue prestazioni fisiche vanno ancora al di là dei comuni orizzonti: avendo le unghie rotanti può spostarsi velocemente da un posto all’altro e viceversa. L’udito, poi, non ha confini: se parla con l’orecchio di destra riceve benissimo quello che ha detto tramite l’orecchio di sinistra.

    Si dice sabbia abbaiare in greco, latino e tunisino oltre naturalmente al madagascarese, lingua della madrepatria, e che sappia pure cantare come un rosignuolo.

    Ordunque la Tartina, con il suo micidiale finferlazzo, era sulle tracce di Tremolo ma, giacchè nel fiume le orme non rimangono, era in panne.

    Fortunatamente per lei l’odore della marmellata di merluzzo che Tremolo recava sempre con sé in tasca (sfusa) era annusabile sin da lontano e Tartina, guidata dal segugio, riprese la caccia…

    Tremolo, uscito dal fiume, strizzò le orecchie e prese a muovere qualche passo verso l’entroterra; Tartina, pochi Km a monte, incalzava col segugio di razza.

    Là dove Tremolo si trovava, c’era una cartello anzi: ce n’erano molti che vietavano l’ingresso ad un recinto internamente al quale si trovavano le abitazione dei Cigoliformi, esseri molto suscettibili che passano il tempo a dormire perché quanto si muovono cigolano in tutte le giunture e questo li innervosisce assai.

    Inutile dire che Tremolo, furbo come non era, senza pensarci un istante, entrò nel recinto sicuro di essere ormai al sicuro. In effetti Tartina, quando giunse al recinto, si fermò ormai abbattuta ma il finferlazzo, spinto dalla foga del segugio puro proseguì il suo cammino ignaro di tutto e in breve, avvistato Tremolo, gli balzò addosso gridando:

    - Finferlì finferlò, al segugio scappar non si può!!! -

    In men che non si dica tutti i Cigoliformi si destarono dal loro sonno plurisecolare dando addosso ai due, riempiendo l’aria di cigolii d’ogni sorta.

    E più correvano, più cigolavano e più cigolavano più si innervosivano.

    Tremolo correva a squarciagola, il finferlazzo invece saltando come un canguro; poco più indietro una infinità di cigoliformi avanzava cigolando.

    Tremolo, come d’uopo, preso dalla immane fifa che poteva suscitare la situazione, cominciò a tremolare; i Cigoliformi, spaventati da tale manifestazione di tremolità indietreggiarono tosto e Tremolo, al salvo dalle loro cigolità, doveva vedersela solo con il finferlazzo.

    Questi si rivelò tuttavia un osso più duro del previsto ma il nostro protagonista riuscì finferlazzarlo con una azione non ben definibile… sta il fatto che, grazie a ciò, riuscì a mettersi al sicuro in luogo riparato vuoi dalle grinfie del finferlazzo e dei Cigoliformi, vuoi da quelle, ben più temibili, di Tartina…

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:28
    Menisco

    Come comincia: MENISCO

    Vi sembrerà strano, ma anche Menisco era un uomo; magari non ci rassomigliava molto, ma noi siamo sicuri che lo fosse. 

    Alcuni lo chiamavano Mentino, ma a noi piace di più il nome che gli abbiamo inventato per cui lo chiameremo Menisco per tutta la durata della racconta. 

    Giudicate Voi se non abbiamo ragione a ritenere che esso fosse un uomo: tre gambe (quattro coi due bastoni), occhi trasparenti (che liquefano a 15°), testa di dimensioni più che normali presso al poco grande come una gatta pelosa, naso aquilino con tre punte triangolari ciascuna delle quali è in grado di secernere 10 chili di capperi all’ora. I capelli, particolare curioso, spuntavano sì dal cranio, ma si rituffavano all’altezza del mento per formare tutt’uno con la barbabarba. Il resto del corpo ricadeva perlochiù nella fisionomia comune: statura ottanta centimetri, articolazioni mobilissime tanto che riusciva ad annodarle con un nodo quadro complicato e doppio.

     

    Il nostro Menisco viveva ai bordi della sua città, di cui naturalmente non possiamo riferire dato che non esiste a meno che non vi inventiamo noi un nome (Granitopoli, per esempio).

     

    Povero come un cane barboncino allevato da uno scozzese, si procacciava da vivere evitando di procacciarsi da morire…

     

    Ogni venerdì mattina si recava tutte le domeniche al Granitodromo, un piccolo stadio dove si svolgevano le corse delle granite. Prendevano il via alla competizione tutte le granite immaginabili a ‘sto mundo: granite al limone, al pistacchio, al caffò, al cocomero, al lampo, alla menta, allo zucchero, al tamma-rindo, alla Schweppe, alla Coca Cola con whisky, alla camomilla, alla pizza, al carciofo, al ragù, al tonno, al cocco, ai funghi e via dicendo fino a che se ne abbia voglia …

     

    La gara si articolava in cinque fasi: partenza ed arrivo e la prima che arrivava vinceva. Al colpo di cannoncino (alla crema) che annunciava il via, le granite venivano rovesciate dal bicchiere che le conteneva sulla pista leggermente in salita, per cui esse, scivolando verso il fondo, si muovevano; restando ciascuna nella propria corsia viaggiavano con brio verso l’arrivo, qui venivano riraccolte e premiate.

     

    La perfezione della tecnica locale aveva portato alla costruzione di vere e proprie granite da competizione per la cui progettazione i migliori artigiani di Granitopoli si erano affaccendati entusiasticamente, pur di risultare artefici di una granita campione.

    Il vecchio Menisco era uno di questi costruttori: grazie alla sua melizia o perizia che sia, aveva portato a termine la granita al caciocavallo che si era rivelata una vera e propria bolidessa ma era stata squalificata dalle gare perché provvista di più di cinque caciocavalli-vapore di potenza, che era il limite massimo consentito. Aveva pure rapportato un certo successo la sua granita al burro velocissima, sì, ma dopo tre corse si era già sciolta… Anche la granita al sapone aveva fatto la sua epoca, ma gli fu divorata da un cammello del luogo.

     

    … E da molti tempi, ormai, Menisco non riusciva più a riportare al Granitodromo una granita purosangue che fosse in grado di condurlo al successo definitivo per coronare la sua carriera e toglierlo una volta per tutte dalla miseria in cui brancolava.

     

    Quel dì Menisco si era recato al Granitodromo con l’ultima sua granita: quella alla lattugo-cipolla, miscela che secondo i suoi approsprofondati calcolici, doceva risultare senz’altro vincente grazie e prego alla duplice azione propellente dei due concentro-ati.

    A pochi istanti dalla partenza Menisco cominciò a raffreddare i muscoli della sua fuoriserie (bada bene: a riscaldarli avrebbe corso il rischio di scioglierli), a ritritarla accuratamente al fine di renderla più granitolosa.

    C’è parecchia suspans prima del via della competizione: in prima fila con il numero primo è in partenza la granita alla grandine, in seconda corsia con il numero 1+1 notiamo la granita al brodo di vacca svizzera, in terza corsia con il numero perfetto c’è la granita alla trielina, in quarta la nostra granita alla lattugo-cipolla, in quinta la granita allo yogurt, in sesta quella alla salvia, quindi quelle alla carlona, alla vaselina, alla trota e infine in diecima corsia la granita all’inchiostro…

    Attenzione:

    - Tre, quattro, due, sette, via… pronti!!!! -

    Al "pronti" le granite cominciano a scendere lungo la pista in salita, accelerando sempre più.

    Quand’ecco l’imprevisto per tutti tranne che per che, siccome che la storia me la invento io lo sapevo già: dovete sapere che queste gare si svolgevano nel Granitodromo, un gigantesco stadio all’aperto, e per questo motivo venivano effettuate di notte, verso le 23, per evitare che il calore del sole potesse sciogliere le granite da corsa; quella notte, però, verso la mezzanotte, proprio mentre stava sfogliandosi la competizione, il sole rispuntò ancora sciogliendo tutte le granite con prevedibile pioggia di imprecaccidentazioni; il sole sbadigliò ma, guardandosi in tondo si avvide che il sole non era ancora sorto, concluse che era ancora notte, e ritornò a dormire…

    Purtroppo la gara era ormai ineffettuabile, essendo tutti i concorrenti ridotti ad un bicchiere di liquido.

     

    Con il venerdì successivo sarebbero riprese tutte le domeniche le gare ma per Menisco, che aveva affidato tutte le sue sorti a quella gara, le speranze di successo erano ormai ridotte ad un accendino.

     

    Per fare una granita da competizione occorrono molti attrezzi artigianali nonché molte apparecchiature costose e, normalmente, l’esperienza e l’ingegno di validi artigiotetti; il nostro costruttore possedeva solamentino il terzo requiemsito. Rimasto senza soldi e incapace di fare una nuova granita in quanto non poteva noleggiare nuovamente le sopraccitate apparecchiature, Menisco si affidò alla più completa disperazione.

     

    Pensate che per fare una granita da competizione occorre un trattore per coltivare il ghiaccio, un frantugrattatritatoio per sminuzzarlo accuratamente, un distilloscopio per selezionarlo, un comecavolosichiamaopio per comecavolosidicearlo, un corrodinsalatore per raffinarlo e un’infinità di altre demonerie. Figuratevi se un poveraccio come il nostro Menisco era in grado di fabbricare senza denaro una nuova granita.

     

    Purtroppo, lui sapeva fare solo quello e non aveva la minima scintilla di dove e come andare.

     

     

    Pensò innanzitutto di vendere tutto quello che possedeva: una casa a tetto in giù, un’auto a benzina nel senso che mettendocela dentro la beveva ma poi, vigliacco che si muovesse, qualche sputata di calabrone che usava per gargarismi e qualche cerotto ottenuto in carità dai lebbrosi che, lungo la strada che passava per casa sua e conduceva all’obitorio, si recavano in pellegrinaggio colà giustappunto per abitarVi.

    Dalla vendita realizzò il ricavo di sette giuditte, ch’erano appunto delle frittelle di cipresso usate come moneta locale.

    Presto, pelò, spinto dalla fame, si mangiò anche quelle e restò al verde.

     

    La storiella finirebbe qui, se Menisco se n’andasse all’altra terra grazie alla possibilità di morirsela per fame….invece essa prosegue, grazie il fatto ch’egli vegeta ancora, e di conseguenza può ancora meritare di essere storiellato.

    Infatti, come ogni storia che si rispetti, anche in questa c’è la fatina: essa apparve a Menisco, ormai scheletrico come uno scheletro che non mangia da trent’anni e che ha digiunato per i precedenti cinquanta, e gli disse:

    - Ciao Menisco, io sono la tua fatina ! -

    - Sii tu la benvenuta in questa storiella… Accomodati pure! –

    - Okay, mi metto in questa riga qui, se non ti acciacca… -

    - Fai, fa con comodo! Basta che risolvi la mia situazione! –

    - Bene, dimmi pure qual è la situazione ! –

    - … Ma da che film sei uscita …. !!!???? Non sai quello che mi è successo e pretendi di essere la mia fatina … ??? –

    - Ma che vuoi … da méééé ???? –

    - Ma che vuoi tééé…… da méééé ?!?!?! –

    - Vedi, io sono una fatina capitata per caso in questa storiella, e mi devo adeguare alla sua livella intellettuale !!! –

    - E va bene … ti spiegherò tutto !!!! –

    Menisco raccontò per filo e per disegno le sue avvendisature e la fata, dopo aver ascoltato, gli propinò la soluzione alle sue problematiche …

    - Ascolta bene: se riuscirai a raccogliere del ghiaccio dalle alle cime del monta Pendolino e farai con esso una granita, per rozza che essa sia, sarà sempre vincitrice !!! –

    In men che non lo si avesse detto, Menisco si buttò alla ricerca di questa benedetta catena montuosa: venne alfine a sapere che si trovava nella Maccheronia occidentale.

     

    Affrontò il viaggio a piedi, vivendo di stenti e stentando a vivere, ma poté un bel dì arrivare ai piedi del monte prescelto: il monte Pendolino !!!! 

    Alto circa 50 metri, si ergeva svettante dalla montuosa pianura…

    Menisco, guardando la parete alla cui sommità si trovava il ghiaccio miracoloso, cominciò a studiare un valido metodo di ascesa.

    Per quanto la parete non fosse certo alta, era senz’altro ben ardua da salire. Il Monte Pendolino, inoltre, è detto così perché, dalle quattro alle quattro del pomeriggio prende a pendolinare.

    Menisco, senza saperlo, cominciò ad arrampicarsi proprio alle tre e tre terzi, inerpicandosi gagliardamente sulla nuda roccia. La parete, liscia come uno specchio, era invalicabile da chiunque, e poiché il nostro eroe si chiamava Menisco e non Chiunque, poté agevolmente salire sfruttando e sverdurando gli appigli che non c’erano.

    Giunto in cima alla parete Menisco si trovò in vetta anche al Monte Pendolino, in quanto era uniparetale, e deducendo di essere arrivato alla sommità, concluse di aver terminato l’ascesa.

    Vide il ghiaccio delle sue brame, ne raccolse un pezzettino e se lo mise in tasca (il ghiaccio del Monte Pendolino non si scioglie mai) ma, quando si accinse a scendere, il Monte cominciò a pendolinare …. !!!!!!

    Ignorando ciò che gli accadeva Menisco ruzzolò malamente giù dal monte … il ghiaccio però era salvo e, con la vittoria in tasca, se ne ritornò al suo paese ritornando al suo paese.

     

    Granitopoli era ancora là come l’aveva lasciata; al granitodromo le corse di granite si erano svolte incessantemente per tutto il tempo dalla sua assenza e, grazie al progresso, le granite attuali erano potentissime, veri gioielli della tecnica del settore.

     

    Menisco giunto al granitodromo iscrisse la sua granita alla prima corsa in programma, la chiamò granita Pendolina ed ottenne il numero A.

     

    In attesa della gara del suo riscatto, Menisco triturò pazientemente la sua granita, masticandola miniziantemente.

    Ed eccoci, ancora una volta, al via … Alla gara prendono parte, come è prassi, dieci concorrenti, rispettivamente con i numeri 78,Y!,%,?L3,55,M@,#,(),9/3,ì.

    Sono allineate sulla griglia di parteria la granita al Gianduia e quelle al Rosmarino, al Pan Grattato, alla Muffa, alla Marmellata di Libellule, la granita Pendolina, e quelle all’estratto di estratto di Cotechino nonché quelle alla Candeggina, ai Tartufi e ai Savoiardi.

     

    Attenzione …. Meno tre, più due, fratto nove … BUM !!!!!! Indietro!!! STOP !!!!

    Allo stop le granite cominciano a saettare sulla pista; è superfluo segnalare che quella di Menisco è in ultima soluzione. In testa la granita alla Candeggina, ma incalza da vocino anche quella al Pan Grattato.

    Melò, e stavolta non è più un imprevisto dato che era già successo, ecco che il sole, svegliato ancora una volta in piena notte, prende a salire nel cielo.

    Fra l’imprecaggine generale e colonnello le granite da competizione cominciano a sciogliersi anche stavolta !!!
    Si prospetta un rinvio, ma abbiamo dimenticato che la granita Pendolina non si scioglie dalla sera alla mattina … ?

    Pian pian pian piano, ma così pian pian pian pino che è difficile accorgersi di come vada piano, la granita Pendolina scende lungo la salita e si avvia sola al traguardo.

    Per Menisco è un trionfo !!!!

    Finalmente può coronare i suoi sogni di gloria con una frangettiforme vittoria, così pulita da poterci lavare un’intera partita di topi sporchi !!!!

    Tutto tronfio si avvia a ritirare il premio che sottolinea la sua vittoria: un paio di paia nuove di zecca !

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:26
    Stantuffo, il martellatore pazzo

    Come comincia: Stantuffo, il martellatore pazzo

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    Martella tu che martello anch’io; con questo slogan, in Martellonia, si riassumeva tutto il codice legale dello stato suddetto. In quel paese chi più martellava, meno non martellava; si viveva di martellate: a passare per le strade di quel paese v’è da guardarsi bene in giro, ogni persona che incontrate prima vi dà il buongiorno e poi una martellata; se vi becca in testa 5 punti, il resto, invece, 5 punti

    A cosa servivano questi punti, ci si chiederà o meglio, se lo chiederanno i più curiosi? Logicamente servivano a fare un totale di punti; questo totale, invece, serviva a distinguere le classi della nazione (che nazione, fra l’altro!), in quanto chi aveva tanti punti era ricco, chi ne aveva pochi era ricco, e chi non ne aveva invece, era ricchissimo

    Ormai tutti eran9o specializzati in martellate: ce le si davano ad occhi chiusi, a testa in giù, a piedi in bocca, a braccia conserte, con la bocca, con le orecchie, sull’ombelico, sui calli, eccetera; particolarmente e particolartesta il colpo preferito era la martellata sul ditone, altresì detto alluce, ma là chiamato allucione

    Col passare del tempo, il progresso aveva donato anche il martello pneumatico, ma era stato messo al bando dallo stato, la macchina per martellarsi da soli (in tal caso però i punti non si ottengono), il martello ricurvo per martellare anche negli angoli, nonché nei mozambichi, il martello con due pestoni, per martellare contemporaneamente zucca, testa e piedi. 

    Inutile dire che in quel paese tutto era martellato, tutto in cocci, tutto frantumato dalle martellate locali. 

    Lo stato, un bel dì, così bello, ma così bello, ma così un bel sì che, decise di invitare i popolani a una bella gara di martellate, da svolgersi, possibilmente al di fuori del territorio nazionale. 

    Venne finalmente il giorno di questa gara, ma noi ce ne freghiamo di questo giorno, perché non sappiamo ancora in cosa consiste, a che cosa serve e come si svolge. 

    Or dunque, o meglio, dunque ora, dovete sapere che essa si girava perché a furia di martellare non c’era più nulla da martellare, per cui il comune ben pensò di organizzare tale competizione, al fine di offrire un quid martellandum ai popolani del comune in cui, non essendoci più nulla da martellare, il comune ben pensò di organizzare tale disputa per dare qualcosa da martellare e giovare ai suoi popolani. 

    Nel martello che veniva distribuito ai concorrenti, era inserito un martellometro, cioè un coso per misurare le martellate, la loro intensità, potenza, ecc…

     

    Inutile dire che tale martellometro aveva pure un contatore che registrava i punti via vai accumulati. 

    Ora che sappiamo in che cosa consisteva tale gara, possiamo anche dare il via ad essa, ma se glielo diamo così, che gusto c’è se non abbiamo ancora deciso per chi fare il tifo. Lo faremmo per uno che abbiamo già adocchiato da tempo, ma poiché costui o costei il tifo l’ ha già fatto, punterelleremo la nostra azione tifica su un altro uomo. 

    Logicamente sceglieremo il più chiù. Ecco, forse costui è il nostro tipo: due punti, tre metri di larghezza per mezzo di altezza, capelli biondi, baffi neri, peli rossi, occhi da lince orba, orecchie bicornute, coda a cavapappa, e altri requisiti che ci inducono a puntar su di lui gli obiettivi del nostro racco-on. 

    Appena poi siamo venuti a sapere di Stantuffo, non abbiamo avuto più dubbi, ed ecco che ora siamo impegnati a seguire le sue peripezie. 

    Sfrom! I concorrenti sono partiti, chi a nord, chi a sud, e chi invece a nord o a sud. In ogni direzione la marea umana si allontana dalla partenza, ognuno alla ricerca di qualcosa da martellare al di fuori dal confine nazionale. 

    Stantuffo, procedendo a larghi passi è l’ultimo ad uscire dai confini, e guardandosi intorno cerca qualcosa da martellare ma, ohi-bò, è già stato tutto martellato. 

    Che si può martellare, dirà fra sé e sé, se tutto è già stato martellato? 

    Cammina e rincammina, ma di martellare neanche l’ombra; il martellometro, nel frattempo era sempre a zero

    Giunto all’oceano del Maroc decise di provare a farvi un tuffino per vedere se qualche pesce era per caso disposto a farsi martellare… 

    Spogliatosi delle sue vesti ed indossato un bellissimo cappotto da bagno, Stantuffo splascia l’oceano e, navigando sott’acqua a mò di sottomarino o maglia, di sotto-oceanino, guardandosi in giro si guarda all’ingiro. Vede ad un tal punto una coda pesciosa spuntar dal retro d’una roccia, e si dirige colì per vedere se il pesce che la possiede è disposto a farsi martellar

    Accostatovisi, Stantuffo è già per martellare, quando ecco che il pesce, in quanto pesce-martello; vibra una martellata pesciosa su Stantuffo e lo stende. Andò per martellare e fu martellato. 

    Sconfitto e afflitto Stantuffo esce dall’oceano e continua a cercare qualcosa da martellare; ormai gli altri concorrenti saranno già stati a buona virgola, e gli occorreva un colpo di genio. 

    Più che un colpo di genio gli venne un colpo di sveglione, ma il gatto è ugualmente notevole: c’era infatti un posto dove nessuno si sarebbe mai incubato di andar a martellar, ossia il territorio privato dei Porcoli, animali fungiformi che, incameratisi nel territorio ore assunto come proprio, sono internamente dediti alla coltivazione dei funghi. Passando lungo il loro confine è infatti possibile vedere sterminiate draiate  di funghi, chilometri quadrati, cubici e piatti di funghi di ogni genere. Guai a chi, mal gliene colga, gli venisse in cranio di toccare un fungo anche solo con lo sguardo, col pensiero l’udito: in men che non lo si possa dire gli si ritroverebbe con Stantuffo però era ardito nonché armano ed arpiede, per cui, decise, per male che potesse andare, di andare a martellare i funghi dei Porcoli. (Porcino-ovoli)

    I porcoli rassomigliavano sì ai funghi, ma erano animali; alti dai due ai tre decagrammi presentavano, sotto i peli che stavano sopra alle piume, delle penne, che stavano sotto le piume. 

    I peli raffreddavano le piume, che tenevano al fresco le penne, che riscaldavano vuoi i peli che le piume. Possedevano inoltre una lingua collosa e a dei poco chilometrica, ricoperta di villi prensili che, avvinghiati i nemici per il collo, gli entravano in bocca, e da qui nello stomaco, agitando tutto e incollando tutto l’interno dell’apparato digerente, per impedire a questi di funzionare; tale procedimento portava al decesso l’individuo colpito per insufficienza dell’apparato suddetto; tutte complicazioni inutili in quanto la vittima, comunque, dopo essere stata presa dai linguoni, trapassava ugualmente per lo schifo. 

    Stantuffo non ignorava ciò, ma contava su fatto che brutto com’era poteva difficilmente essere slinguato e comunque, la lingua prensile e vischiosa, non gli mancava di certo neanche a lui; al limite la tensione avrebbe potuto risolversi con una lotta tra lingue. 

    Messosi in cammino, Stantuffo giunge verso il tramonto, di quella mattina, al territorio dei Porcoli, e cominciò ad ammirare tutti quei bei funghi che non aspettavano altro che essere martellati

    Quatto cinquo entrò nei funghi di soppiatto, ossia quatto quatto, e non visto, vibrò la prima martellata. 

    Il fungo colpito andò in mille pezzettini, mentre il martellometro registrò un bel po’ di punti. 

    Seconda martellata, e il secondo fungo, andando in quattrocentocinque pezzettini diede al martellometro uno scatto di circa pressappoco settanta giri di contino, e Stantuffo, compatto e sicuro di egli, ci prese gusto e olfatto e vibrò come un forsennato, mandando all’aria tutto quanto era funghiforme e no; il martellometro come dopo esse, contava punti su punti. Cumuli cumuliformi di funghi sfarfallati e spaparallati si vanno via via via accumulando, ma i Porcoli, assidui difensori del loro patrimonio, non lasceranno certo impunito tale scempio. Mentre in effetti il nostro Stantuffo vibrava ovunque le sue martellate micidiali, ecco che, Porcolo dopo porcolo, il popolo porcolano si fa in avanti all’incontro del martellatore in quesito

    Giunto un primo Porcolo ai piedi dello Stantuffo, eccolo slurpargli tutta la faccia con una linguata prensile, che avvischiando occhi e naso in tutt’unica sbavatura scende nella bocca incollando tutto quanto. Stantuffo, pur continuando a martellare, si difende egregiamente rislurpando a sua volta il Porcolo con una linguata di rovescio incrociata, a mò di formichiere. Il Porcolo se la batte con la coda fra le code e, mentre il Nostro continua a martellare, non passa molto tempo che una nuova linguata attraversa il muso Stantuffesco da cima a fondo, ossia da fronte ad ombelico; anche stavolta, pur continuando a martellare, il martello di Martellonia può reagire mettendo in riga l’avversario (Intervallo in cui parliamo di qualcosa che non c’entra per niente con Stantuffo, nato per sminuire la tensione del letterato leggente, e dargli modo di prosciugar il sudore secreto durante l ’appassionante avventura. Sentite, tanto per non annoiarvi, questa barzelletta: ci sono due matti che, camminando a testa in giù coi piedi, passano davanti ad una macelleria; uno dice all’altro: - prova un po’ per caso a chiedere se lì dentro non hanno qualcosa per raddrizzare un povero uomo con la testa al posto della zucca; - entra e rivoltosi al macellaio, gira la domanda rivoltagli poco prima dall’amico. Il macellaio, sulle prime sembra non sapere che risposta dargli, ma poi illuminato da una lampadina ideiforme, si rivolge al matto e gli dice: - fine dello vallo. 

    Circondato da una marea di Porcoli, Stantuffo si effonde nella gara di spreco di saliva più colloidale mai vista prima d’ore, ma purtroppo, come è destinato, capita col capitolare e capitola. Prigioniero dei Porcoli Stantuffo vede ora compromesse le sue possibilità di affermarsi vitto-alloggioriosamente nella gara di martellate. 

    Quand’ecco pure lui si accorge di essere intelligente e, impugnato il martello si prodiga nel martellamento di tutti i Porcoli che gli capitavano a tiro, manco a dirlo, il martellometro incassò tutti i colpi e segnò infatti molti punti. Evidentemente i Porcoli sono martellabili egregiamente se è vero che, alla fine della loro martellata, il martello di Stantuffo cominciò a scampanellare come una mucca sbronza, segnala quello, chi diceva che s’aveva raggiunto il punteggio max. Sicuro di avere ormai in calza (poiché le sue tasche erano là) la vittoria, il nostro eroe ritorna al suo paese, giusto in tempo stabilito per potere presentare anche il suo martello alla rilevazione (positivo) final, da cui, secondo il conteggio, si sarebbe assegnata la vittoria finale e il premio. 

    Il premio non era, come qualcuno penserà, un pacchetto di chewing-gum, bensì era qualcosa di molto più pesante: una poderosa martellata sulle ossa craniche con un martello interamente d’oro. 

    A questo punto saremo tutti ansiosi di sapere come diavolo finirà la competizione; ebbene, non mi sembra il caso di risollevarsi, perché è molto semplice sapere come essa finirà: la competizione, infatti, finirà così:

     - zione - 

       

    FINE 

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:23
    Una rosa senza spine

    Come comincia: Poiché si pungeva e piangeva sempre, toccando una rosa, madama Pièdiscorta si propose fermamente che d’ora in poi avrebbe goduto di rosa senza spine.

    E già.

    Difatti prese un rasoio, insaponò tutti i rosi della sua serra (per le rose userà un depilatore), e tagliò via tutti i spini e le spine dei fiori questionati.

    Bella cosa, la mia madama, ma in breve le spine ricrebbero, più spinute di prima, e forse più numerose come tulipani.

    Che fare, un’altra rasata? Madama Pièdiscorta non aveva nessuna intenzione di farsi barbiere a vita di un pugno di rose: le falciò senza pensarci giù dalla prima alla penultima; l’ultima la falciò.

    Cosicché restasse senza rose, o meglio senza rose con spine e senza rose senza spine. Già, ma senza rose, con cosa si sarebbe potuta soffiare il naso? Coi petali delle rose, prima, se lo soffiava ch’era un piacere; infilava un petalo nella narice di mezzo. Così il naso, non a caso, era bello, pulito, e poteva starnutire senza timore di spruzzi. Sempre già, perché madama Pièdiscorta viveva di starnuti; una polpetta per ogni starnuto e tirava avanti: ed era la più gran starnutista della zona; tutti si recavano da lei per starnutire e lei, starnutendo invece altrui, guariva dal raffreddore in inverno e dal racaldore in estate.

    Solamente che per fare tale mestiere, aveva bisogno di poter sfruttare e svomitare a fondo tutte le qualità del proprio nasello, e cosa che accadde che senza petali di rosa non poteva condurre in porto, vuoi perché non sapeva navigare, vuoi perché solo essi, i petali di rosa, potevano mitigare il flusso di secreto nasale a puntino per i suoi starnuti. Dal giorno in cui falciò tutto il suo rosame, la nostra Madama appese il cartello di fallimento, e nessuno più giunse a suo clientaggio.

    CHE far? CHE far? CHE far? Sparar? Morir? Crepar? NIET!

    Madama Pièdiscorta era tutta d’un pezzo ( solo la sera riponeva la testa in un comodino), e laddove non poteva o potevano arrivare la buona sorte, sarebbe arrivata lei: in poche parole, d’ora in poi la vedremo girovagar nel mondo a ricercar la rosa senza spine.

    Dato che il percorso si preannunziava lungo, Madama fa provviste: qualche bottiglia di tonnino, scatole di vino, sacchetti di minestrone, un thermos pieni di angurie ed una cesta di salmì. Caricò il tutto sulla sua radiolina a vela, si procacciò dei vestiti, qualche fabbisogno quindi. Partì.

    La radiolina a vela di Madama Pièdiscorta funziona autonomamente: solca le onde radio ovunque diffuse grazie all’antenna appuntita che le infrange dolcemente; la vela inoltre può far le veci delle onde quando le trasmissioni fossero terminate.

    Attenzione: questo è il PUNTO A

    ( capirai dopo a cosa serve, per ora vai avanti )

    Veleggia e riveleggia, giungiamo al primo approdo: Cactuspelato, dove la vegetazione locale, il cactus, vegeta senza spine. Per questo motivano: Madama nostra s’illuse che anche le rose fossero tali. Ma di rose manco l’ombra.

    Spuntò il sole, e le ombre comparvero, però anche se c’era l’ombra (della rosa), la rosa non c’era. OH? BELLA!

    Ed era un’ombra di rosa senza spine. Già, e madama Pièdiscorta, ch’era furba, s’era portato seco un po’ di semi di rosa, che piantò in quelle terre attendendo il germoglio.

    E col sol della serra, ecco che spunta si, ma che cavolo di germoglio è? E’ un’ombra di germoglio. Bell’affare! L’ombra crebbe, e divenne ombra di rosa senza spine.

    Madama Pièdiscorta si mangiava le orecchie per la rabbia di non poterla cogliere. Cercò di strapparla, violentarle, potarla, ma cicca! L’ombra restava sempre lì.

    Che far? Che far? Che far? Tagliar? Partir? Sputar?

    Niente di tutto ciò, ella si mosse dai suoi indugi e cercò di raccogliere informazioni utili al ritrovo della rosa senza spine (concreta).

    Fermò un’ombra di passaggio e le chiese ciò:”Scusi, dove posso rinvenire una rosa senza spine?”; “Chi di rosa ferisce di spina perisce!”

    L’utile informazione pose madama Pièdiscorta alla ricerca della spina di pera, ove senz’altro avrebbe trovato la agognata rosa. E così, ecco che…… dopo pochi minuti, ecco il pero, o meglio la grotta a forma di pera; il cui accesso era cosparso di spine… tutte le spine delle rose senza spine che si accumulavano così per difendere le stesse.

    Salendo sulla cima, madama Pièdiscorta non scendeva. Però, dopo un po’, salir non si può più. Proprio così, direi, la salita alla grotta Pera si fece d’un tratto tanto ardua da essere quasi inaccessibile (censura), irraggiungibile. Difatti la ripida salita si era trasformata in una scalinata, tanto poco ripida che nessuno avrebbe potuto salirla; Nessun problema infatti ci sarebbe stato se gli scalini non fossero alti circa tre l’uno, il due e il tre e il sette.

    Fortunatamente la nostra Madama aveva buon uso delle sue gambe telescopiche: una tirata all’unghia dell’alluce, ed ella sale ale le e.

    Mondo frigorifero! L’è mica vero che, lì per lì, ti arriva il solito pseudo gnomo a tirarti la fregata.

    “Trallallero trallallonzo, balla Budda con il bonzo, la farfalla con il baco, la zucchina con il caco, la castagna col ciclamino, il sapiente col cretino… E tu, donna donnosa, cerchi forse una tal rosa?”

    Madama, lo guardò allibita: “Certo! Una rosa senza spine”

    E allora lo gnomo:

    “Zutta zutta zutta olè, quella rosa qui non c’è, ma però poco più avanti (balla il whisky con il chianti), ve n’è certo un bel casino, zutta zutta ogni bambino”.

    Madama, guardando lo gnomo, cercò di capire se v’era del vero nelle sue parole; comunque, a scansare gli equivoci, lo questionò nuovamente:

    “Stanno avanti di molto, lo gnomo mio?”

    “Bello, ballo, bollo e bullo, sotto i piè il profumo è nullo, ma comunque, mia signora, qui in avanti qualche ora, v’è la grotta periforme che di rose ha ogni forme”.

    E va bè: madama, riconvintasi dell’efficienza del suo camino, riavanzò verso la grotta sempre più vicina (meno lontana).

    Un lungo picciuolo traslocava la sua ombra sul terreno muschioso proiettandola come fosse un rettilineo retto e lineo, quella poteva essere l’indicazione giusta: peccato, lì x lì uguale lì al quadrato, che fosse lunga qualche centinaio di miglia canadesi.

    La madama dovette far buon uso dei suoi calli sottoplantari per pattinare sul muschio viscido, grazie a questo sistema di trazione bruciò miglia su miglia fin quando un clamoroso incendio prese vita ardendo furiosamente nel tutt’intorno… cosa calcolata in quanto, bruciato il tutto, ella si trovò prospicente la grotta in un battito di ascelle ( ma che fetore direbbe Giancesare Airoldi )

    L’ingresso alla grotta era occluso da una montagnata di grosse pere marce che formavano una struttura unica marmellatiforme e di conseguenza molto appiccicosa: ancora una volta le doti di madama Piediscorta si rivelarono utili per bypassare anche questa difficoltà… come fece? ( dirai tu )

    ( che ti importa? )

    Dico io

    Importante che potette entrare e, finalmente, trovarsi a tu per lei ( uguale 76 ) con la famigerata e ricercatissima nonché agognata strasognata e desiderata Rosa Senza Spine

    Uno splendore di fiore mai visto: gambo erculeo di massiccio color verderame, quasi brillante, e fiori detonanti di bellezza e profumo inebriante come fosse un mix di taleggio bergamasco e rosa verbena, qualcosa di penetrante le narici al punto di trapanarle da parte a parte come fossero tunnel transalpini !

    Sbalordita e affascinata madama colse questo fiore incantevole, oggetto massimo dei suoi desideri più remoti, ponendolo nella apposita bisaccia portarose in velluto e resina che recava con sé, quindi scintillante di gioia e soddisfazione, fece via via ritorno verso la sua regione, dove si trovava la sua magione, camminando e trotterellando a larghe falde come fosse una legione in prigione.

    Al suo arrivo il popolo festante cominciò a sparger voce chi qui, chi lì, chi qua, chi là, diffondendo notizia del suo ritorno: il raffreddore poteva nuovamente essere curato dalla mitica madama che si apprestava così a riprendere la propria attività di starnutista.

    La rosa senza spine campeggiò presto in un immenso vaso di cristallo trasparente come un cristallo e luminoso come un cristallo di cristalli cristallini, i suoi fiori erano fantastici, i petali morbidi come seta vetrata e profumati, come detto, del mix bergamasco-rosaceo di cui sopra ( non fatemi ripetere le cose )

    Si riavviò così tutta la trafila di sternuti, cure relative, soffiamenti nasali con i petali della rosa senza spine, e madama si compiaceva momento dopo giorno di come brillantemente avesse risolto i suoi problemi: non c’era più l’ombra di una puntura sulle sue dita, e poteva raccogliere petali in quantità senza il minimo benchè danno… favoloso!

    Un successo delle proprie intenzioni, un riconoscimento alla sua volontà e un riconoscibocca alla sua forza d’animo.

    Quando la rosa appassì ( circa 3 weekend dopo ) madama Piediscorta si ritrovò senza, e ripartì per recarsi alla ricerca di un’altra rosa senza spine…

    Per continuare la storia, puoi rileggerti all’infinito dal punto A sino a qui

    Grazie

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:20
    Il gobbo

    Come comincia: A vederlo per strada sembrava essere il fratello di una carriola, sembrava più la ruota svirgolata di un motofurgone per andicappati, piuttosto che un uomo. Era il gobbo. Il gobbo del paese. E tutti sapevano di lui, della sua gobba.

    Era solo il gobbo del paese.

    E per i bambini che lo rifuggivano, per le ragazze che lo schivavano, per i vecchi che lo temevano, era solo il gobbo, brutto; orrendo; spaventoso gobbo…

    Ma le stagioni cambiavano anche per lui: per il gobbo i fiori che sbocciavano sui rami in germogli di esplosiva bellezza contaminavano anche il suo corpo deforme, davano al mondo, a tutto il mondo, al suo mondo e ai suoi occhi, il piacere di scoprirsi vivo; mente nel proprio corpo, occhi sul suo mondo, mani sulle sue braccia; uomo nella sua dimensione umana, di umano in un mondo di uomini che tuttavia lo rifiutavano. Era estate, e lui era solo il gobbo; portava pesi sulle spalle, gobbe, e curvo sulla sua schiena, lavorava la terra e le pietre, portava al fiume legna e attrezzi da lavoro: sentiva la fatica scendere sul suo corpo e le braccia appesantirsi, le rive del fiume riflettevano il verde della sponda e l’immagine storpia e affaticata.

    Il gobbo parlava da solo, tra fiori e acqua. Si accorse che passando le stagioni, gli anni e il tempo, le sua membra non si intorpidivano, il suo vecchio cuore non si fermava, i bambini che una volta lo schernivano stanno già morendo di vecchiaia; il gobbo stava vivendo a lungo.

    Nacque una leggenda, una credenza, ma era verità: il gobbo non moriva mai, ai suoi occhi generazioni intere lo deridevano, bambini lo schivavano, vecchi e donne lo temevano.

    Portando un peso ormai secolare, il gobbo tornava alla sua riva, al fiume che sempre ne aveva specchiato l’immagine rugosa e spenta.

    Il fiume lo specchiava, i fiori attorno lo accoglievano a sedersi tra un’erba che sarebbe appassita sopportando il peso di un uomo che non muore…

    La leggenda continua e continuerà sempre, finché il gobbo tornerà normale, e morirà con i mortali, deridendo e temendo chi è diverso da lui.

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:19
    Filobo e la musica

    Come comincia: Fin da picciuolo, il piccolo Filòbio passava il tempo.

    Da grande, essendo sempre vissuto, decise di continuare a vivere. 

    Orbene: il piccolo Filòbio, da piccolo, ossia quando non era ancora grande, pativa costantemente la fame ma lui, goloso com’era, non sapeva rinunciare al cibo. Era povero in cannuccia, non aveva una lira né un’arpa in tasca, non aveva la minima idea di come procurarsi dei conquibus e via dicendo con problemi di questo genere…

    La mamma gli passava quel poco di cibo (ben poco) necessario per sopra vivere, e lui s’ingegnava come poteva per farlo risultare gustoso (cosa non facile!).

    Piume di piccione deterse in ammollo e scaldate alla candela, radici di maiale puntualmente crude, coda di cavalletta la domenica, foglie secche in autunno e acqua piovana quando e se c’era il sole.

     

    Filòbio condiva questi miseri cibi con un po’ di sabbia, polline di camomilla, o anche con le secrezioni dei volatili che raccoglieva con un raschietto dalle macchine e sui davanzali delle case.

     

    Nutrendosi di questo cibo, Filòbio non poté che venire su non con l’ascensore ma magro come un chisento (o chi-odo che dir si voglia) sognando in continuazione di poter da grande, o perlomeno un dì, mangiare i cibi più costosi del Mondo.

     

    La mamma gli aveva avvicinato una bella ragazzina per indurlo ai primi sentimenti dicendogli: "La donna è come il chiodo, o lo pieghi o la pianti" (famoso detto popolare) …. Lui non la piegò né la piantò ma se la mangiò.

    Pur di mangiare qualcosa d’originale tagliava la coda ai cavalli, rubava i tergicristallo dalle auto in sosta, brucava nei prati come una mucca che vede un filo d’erba dopo essere stata per sei mesi a digiuno, suggeva il muco secreto dalle lumache, impastava fango e residui plastici per imbottire le lattine vuote, s’ingegnava in miglia e più un modo (eguale migliuno) per godere del piacere di gustare un buon cibo.

     

    Però non disdegnava il traguardo della ricchezza per coronare i suoi desideri; purtroppo non aveva mai avuto il rostro di un quattrino per investirlo in qualcosa d’utile.

    Non ce l’aveva, naturalmente, fino al giorno in cui non l’avette.

    Nei suoi lunghi giri alla ricerca di qualcosa da mangiare Filòbio s’imbatté, due giorni diviso due, in un bel monetino da, circa, trentaquattro Lire.

    Si pose sulla strada provinciale e cercò di investirlo: lo mise in terra, rubò una carriola e vi si diresse contro a tutta velocità, il monetino andò in trentaquattro frantumini…

    Raccoltili, Filòbio li intascò e cercò il modo di diventare ricco; andò in una bank e chiese di depositare tale capitale.

    " Al massimo questo è un capoluogo, ragazzino… e poi è un poco rotto e non vale un moscerino. Torna donde venisti, avrai maggior fortuna! "

     

    Filòbio mesto, pesto, lesto…

     

    " Possibile che non ci sia un modo di far fruttare il mio capoluogo? "

     

    Provò in fin della fiera a piantarlo in terra; per farlo crescere sano e vigoroso lo covò per qualche settimana più qualche ottavana finché spuntò un germoglio.

     

    " Eureka al cubo!!! " Gridò Filòbio, e da quel giorno intensificò le proprie cure….

    Il germoglio crebbe e dopo pochi mesi ecco spuntare i primi frutti: chiamarli frutti è forse un gergo poco scientifico, ma si suppone che lo fossero, anche se richiamavano più un rospo che un vegetale; Filòbio da quel momento non distolse un solo attimo lo sguardo da essi.

    Notò che verso la quindicesima sera, alcuni cominciarono a cantare, e dopo poco caddero.

    Ne prese uno, cercò di capire cosa fosse, a cosa potesse servire….

    Macch’ !!!!!

    Erano come rospi col marsupio, bucati all’altezza dello stomaco, color pistacchio, viscidi rugosi e gelatinosi, grinzosi come una dentiera d’ippopotamo che ha mangiato limoni acerbi per una vita, ininfiammabili, con ciuffi di peli verdi, a sei code e qualche occhio… Inolquattro cantavano come dei pesci paralitici e gorgheggiavano come un nonsoché d’uccellin.

    Ponza e ripensa, non capiva che diavolo potevano essere: forse erano buoni da mangiare in salmì, alla sabbia, al ragù di topo… ULTRABHO!!!!

     

    Evabè. Ancora una volta facciamo intervenire ed interarterire il destino altresì noto come fato: passava in fatti, anzi in questa storiella, ma in fatti lo stesso, un tale uomo che s’intendeva ed intirava di musica; quale musica, direte Voi… quella nuova! Dicoio.

    Ed intendendosene al punto da intendersene, propinò al Filòbio la soluzione de’ suoi problemi: lanciare quei cosi nel campo musicale.

     

    Il lancio fu preparato: lo preparò il manager, ché se lo avesse fatto Filòbio i ‘cosi’ sarebbero tutti spetasciati. Il complesso fu introdotto sul mercato col nome de: ‘Filòbio & the schifezz’ e in breve fu pronto il primo disco destinato ad indicare il livello del complesso…

    Evitiamo di darvene il titolo o il testo, annotiamo solo che si possono sentire dei rumori mai sentiti, di un’originalità incredibile: i ‘cosi’ infatti si erano prodotti in una profusione di versi che richiamava quelli dei talponi in amore misti al verso di un formichiere ingozzato dalle troppe formiche.

     

    Ciò non toglie che la musica potesse impressionare il pubblico, anzi… lo impressionò al punto che anzi.

     

    Il nome del complesso in ascesa sibilò ben presto per l’aere giungendo all’orecchio d’ogni terrestre e non ci fu chi, a quell’epoca, ne ignorasse il nome, la sua esistenza o il suo usibile.

    Il primo disco, grazie al geniale arrangiamento del manager, ottenne un successo senza dispari, e già schiere di fan cominciarono a seguire il gruppo in ogni particolare: si stava delineando il primo sintomo di Filòbiomania… In breve i dischi si moltiplicarono: i ‘cosi’, che la scienza era riuscita ad individuare come esseri semianimali, avevano il nome scientifico di Tapirugio Gorgheggians Vulgaris; Filòbio insieme a loro prese a girare il mondo in affascinanti tournééééS.

    Diamo un’immagine di un concerto, non potendovene dare un’incisione: sul palco immenso compare tra le urla dei fan un essere batraciforme dietro l’altro, poco dopo ecco giungere pure Filòbio che dirige magistralmente l’orchestra; un coro di versi indescrivibili si leva dal palco, il concerto prevede ben otto esecuzioni: Concerto in rutto minore, Tapirugità, La voce dei cosi, Versacci solisti, Amenità, Misteri della Musica, Sesta sinfonia Tapirugiana, Assolo di coso.

    Il concerto in ben presto volge in un turbinio di applausi ed è impossibile rendere l’esatta idea di ciò che accade realmente… il palco letteralmente sommerso di gelatine lanciate dal pubblico in visibilio, urla isteriche, applausi frenetici, slogan e cartelli.

     

    Filòbio centrò colpo su colpo sfoderando un disco dietro l’altro, quando uno dei suoi Tapirugi si ammalò di BBC l’ospedale in cui era ricoverato fu preso d’assalto da fan ansiosi di sapere l’esito dell’operazione.

     

    Filòbio si tolse tutte le soddisfazioni che gli erano state negate in gioventù: aveva promesso che se fosse diventato ricco avrebbe mangiato i cibi più costosi di questo mondo… ordinò dunque di recarglieli!

    Mangiò cibi preziosissimi per qualche tempo, ma c’è da dire che la cosa non era molto di suo gusto: caviale setacciato misto a polvere di avorio grattugiato e frammenti di smeraldo, lingue di pappagalli dal Giappone condite con perle sciolte e opali tritati, rubini liquidi come bibita, salmistrato di persico reale imbevuto in salsa di diamanti… Oltre che non essere di suo gusto, non era per nulla convinto che fosse il cibo più prezioso del mondo; assunse quindi degli investigatori per scoprire cibi ancora più preziosi ma fu lui stesso a trovarli, casualmente…

    Recatosi al circo più famoso dell’epoca, Filòbio notò che v’era un cavallo di eccezionali prestazioni, che il presentatore annunciò come l’unico cavallo nella storia in grado di compiere dieci salti mortali senza rincorsa, capace pure di correre a 130 orari su due gambe all’indietro, buono anche di saltare 40 MT in lungo e 35 in alto.

    Filòbio pensò che un animale così prezioso era il cibo che faceva per lui e si recò dal proprietario per acquistarlo: lo pagò qualche miliardo…

    Si convinse che niente era più utile degli animali famosi: disse ai suoi investigatori di procurarglieli affinché li potesse mangiare; così tra un concerto e l’altro, tra un disco e una conferenza stampa, si cibava di uccelli dal canto soave, di scimmie dalle prestazioni eccezionali, cani eroici eccet……

    La sua attività discografica continuava a pieno ritmo e poteva permettersi così di mangiare tutto quello che voleva, si avviava a diventare una star!

    Il nuovo sound lanciato sul marcato si svolgeva a ritmo di Schif’n’roll, era sempre imprevedibile, fresco e genuino… Colpiva, se non proprio allo stomaco, perlomeno al cuore di chi lo ascoltava: i deceduti per infarto non si contavano più, la Filòbiomania era una realtà concreta che lui stesso costatava di persona quando migliaia di fan lo assalivano e asbausciavano per strappargli un pezzo di vestito o una ciocca di capelli.

     

    I Tapirugi, nondimeno, se la spassavano come dei Tapirugi che se la spassano, si riproducevano regolarmente dando così il via ad una nuova specie sulla Terra, erano assistiti sa schiere di schiavi e servitori sempre e puntualmente ai loro ordini, nutriti e sfamati abbondantemente, protetti e spalleggiati da quasi 2.000 poliziotti.

     

    Frattanto Filòbio cresceva a base di animali famosi: divorò tutti gli animali attori, la scimmia che per prima era stata lanciata nello spazio, le cavie personali di Pascal, tutti gli animali sacri dei popoli feticisti, le vacche sacre indiane e il bue api egiziano, il cavallo di Custer e quello di Garibaldi, nonché l’ultimo bronchiosauro esistente sulla Terra e l’altrettanto ultima balena verde.

     

    Usciva l’ennesimo 55 giri "Un Tapirugio e una donna-Quel mazzolin di scrofe" primo posto in tutte le classifiche di vendita; l’LLPP da cui era estratto batté ogni record.

    Filòbio pensò nuovamente di ricorrere a cibo più prezioso: carne umana, la più famosa, si intende. Assoldò mantenendo l’anonimato nuovi ricercatori che gli procurassero il cadavere delle persone più famose, per nutrirlo.

    In breve sulla sua mensa presero posto il presidente della repubblica Cinese, Americana, Inglese, il primo astronauta, lo scopritore del mal di testa, l’inventore delle scarpe e quello del bottone, l’uomo più vecchio della Terra (un po’ coriaceo, invero) il conquistatore del Biafra, l’esploratore della foresta di Chicago e molte altre eminenze chi lesso, chi fritto, chi rosolato e chi tritato, sempre conditi e conmani a base di salse costosissime e spezie orientali.

    Filòbio, pagando egregiamente i suoi fornitori, ritirava i cadaveri sempre con un cappuccino al latte per non farsi riconoscere, quindi conservava in frigo i suddetti fino al momento del party. A volte aveva avuto dei commensali e commenpepi alla sua mensa: era riuscito a far mangiare alla moglie del capitano di sventura più celebre del mondo il suddetto marito, e a far apprezzare a molti uomini e donne i rispettivi consorti e condestini.

     

    Erano passati intanto e inpoco nove anni dal suo successo iniziale e Filòbio era ricco come un pascià; ben nutrito e nugrattuggiato sfornava canzoni (!) come un distributore di.

     

    I Tapirugi erano oggetto di studio da parte di tutti gli scienziati, ma nessuno era mai riuscito a capire da dove erano saltati fuori, Filobio non diceva certo che erano nati dal seme di trentaquattro Lire investite con una carriola e gli scienziati, HA! HA! Si scervellavano in continuazione e continuanonnone per capire che CAVOLO erano.

    Essi, dal canto loro, (che canto, poi…) si preoccupavano solo di partecipare ai concerti durante i quali profondevano tutte le loro capacità. Per il resto del tempo dormivano con gli occhi aperti, scodinzolando le orecchie e grattandosi la carotide, si nutrivano di bachi da seta possibilmente dell’India, o di formiche rosse dell’Uganda.

     

    Di fronte al successo che gli arrideva sempre di più Filòbio pensò di comprargli una dentiera nuova dacché gli potesse arridere ancor più egregiamente. Per il resto, non un assegnino ma tourneèèèééés in continuazione da un capo ad un piede della Terra, sempre incidendo nuove canzoni, esibendosi di fronte a folle immense che sommergevano a tal punto la musica che era difficile sentire un solo verso in quel casi.

    NO.

    E ovunque andasse, vuoi Cina, vuoi Madagascar, vuoi Bangla Desh, vuoi Marocco Cile Bolivia o chi altro, riceveva un’accoglienza a dir poco quel che diremmo a non dir tanto.

    Cibandosi di personalità sempre più eminenti aveva sempre la forza di gridare, cantare, girare, parlare, ballare….

    ( ……. )

    Quella sera, i suoi ricercacibo, lo vennero.

    Mentre riposava nella vasca da bagno gli giunse una accoltellata nell’orecchio che gli trapassò da parte a parte il piede.

    Stramazzò ammazzo per terra o meglio, al pavimento ed essi lo portarono via, ignari che fosse il loro padrone.

    Quella notte di quella sera, in piena notte di notte, erano sul molo della città con il loro fardello pronto per essere consegnato, ma attesero molte ore prima che il loro padrone venisse a ritirarlo… sul far dell’aurora pensarono che non sarebbe più venuto:

    "Quello là ci ha fregati, ma mò lo freghiamo noi!"

    E così dicendo accesero un bel girarrosto e il morto se lo mangiarono tutto loro.

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:18
    Il costruttore di fontane

    Come comincia: Il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedesse una fontana, orbene: sappi che essa è di Mangime.

    Sì, Mangime era un vecchio fontanaro dalla barba zampillante, gli occhi sempre gli stessi, capelli sciolti e incanutiti dallo scorrere dei secoli.

    Viveva, come dissimo, in quel di Pannocchia paese, quello i cui abitanti sono i chicchi e ognuno si chiamava Mangime; in effetti, da qualche tempo, il nostro fontanaro era l’unico abitante di quel paese. Un paese ridente, com’è logico: così ridente che, quando sorrideva, le montagne e le fontane tutt’intorno scoppiavano dal ridere.

    Mangime era un perito costruttore di fontane: aveva inventato la fontana a periscopio, quella a carriola, quella a valvole, quella a molla (…) e più ne costruiva più ne costruiva.

    Però, da qualche tempo, gli Striglioni gli impedivano di costruire le fontane. Ogni volta che si accingeva a fare una fontana, ecco che gli Striglioni gliela tappavano con una bietola.

    Questo è il motivo per cui il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedeva le fontane, adesso vede solo quelle bietole infisse nel terreno.

    Probabilmente, Mangime si è già arreso ed ha proseguito a non fare più fontane; però, per continuare il racconto, sarà d’uopo immaginare che non lo si sia arresosi e. lottando contro gli Striglioni, stia lottando contro di essi.

    Era molto tempo che egli sognava di fontanare il deserto attiguo a casa sua con una bella fontana a secco.

    Così quella sera, alle 8 di mattina, eccolo che lascia la sua privacy a bordo delle sue scarpe, e si incammina verso il deserto con i viveri e gli immancabili arnesi atti a edificare la fontana: un tubo sferico ed uno tascabile, qualche apriscatole, una lampadina a gas, un campanile da passeggio, qualche pesce che scorrazzi e sguazzi e montagne di minuteria…

    Maledetti Striglioni: il nostro Mangime è già in difficoltà. L’hanno fatto finire in una profonda buca ed egli, il nostro eroe, cerca in tutti i modi di uscirne fuori, ma invano. Fortuna che sa come fare: una spruzzata di carciofi-spray nell’aria e gli Striglioni si allontanano cosicchè egli, indisturbato, può scendere fuori dalla buca agitando i baffi.

    Il deserto è già iniziato: interminabili distese di arido suolo spoglio, decrepito, secco, asciutto, caldo e via dicendo.

    Però Mangime non trova il luogo che più gli confà per fare la sua fontana a secco.

    La prima sera del secondo giorno, approda ad una pianura del deserto, il resto invece era pianeggiante.

    Decide ivi di mettersi al lavoro.

    Passano due, tre, quattro giorni e Mangime ha quasi finito la costruzione: la vasca, gli orli, il getto, il motore e la pompa ma il giorno dopo, ossia quello prima del collaudo, gli Striglioni gli bietolano la fontana.

    Senza arrendersi, egli si rimette in cammino, vagando senza riferimento; in breve gli Striglioni cercano di fermarlo, mettendo una spirale sulla sua strada, così che prende a girare vorticosamente mentre i capelli gli spuntano a fiotti dalle braccia e dalle spalle. Ma il saggio Mangime sternuta, e la spirale se la batte con le gambe in bocca…

    Naturalmente non è che l’abbia vinta, solo che siccome chi la dura la vince, un po’ ha vinto anche lui.

    Mangime sa come sono fatti gli Striglioni ma qualcuno di noi forse no. Sappi, quegli, che essi assomigliano ad un tacchino con sembianze umane, trasparenti ma non incolori, sono infatti color bietola, e se qualcuno ha mai visto una bietola trasparente, può immaginare agiatamente di quale colore essi fossero.

    Essendo di tale colore, quando tenevano in zampa una bietola diventavano invisibili, giacchè essi si mimetizzavano con la bietola e la bietola con loro !

    Verso sera, intanto, un nuovo agguato… Mangime viene scagliato giù da un balcone ! Sa il cielo cosa ci facesse un balcone in pieno deserto, tutto sta che c’era!!! Ma poiché la casa che lo teneva su non c’era, il balcone era molto basso tanto che il nostro costruttore di fontane non si è fatto una mela.

    Anzi, duro ed imperterroristico, riprende a lavorare mattonando una nuova fontana a secco.

    Tira, allunga… chili di calce e tubi che volano, rondelle e viti, vino e bisce, martellate e fagioli la fontana viene, pian piano, su…

    Il sole verso sera tramonta facendo giungere la sera e Mangime, alla luce del buio, lavora ancora: chissà mai se riuscirà a vincerla !!!

    A notte inoltrata avvita l’ultimo cacciavite e fa la prova: funziona!!! Il getto d’aria sale visibilmente con potenza inaudita e ricade nella capace vasca. Mangime ha vinto, sì… ma sino a quando ?

    Non dimentichiamo che gli Striglioni sono sempre all’erta e attendono solo l’attimo propizio per bietolare anche questa fontana.

    Il nostro costruttore, dunque, edifica delle propulte tutt’intorno alla fontana e, allontanatosi per tornare sui suoi passi, ecco che gli Striglioni, appena si avvicinano alla fontana per bietolarla, vengono sparati in cielo con le loro bietole.

    Trappola perfetta, caro Mangime, ma forse non avevi prefisto che ti potessero bietolare anche quella… Così gli Striglioni ti bietolano propulte e fontana e tutto va rifatto.

    Qualche giorno dopo Mangime ha costruito una nuova fontana, anche questa perfettamente funzionante e si congratula con lui stesso. Per proteggerla dagli Striglioni, stavolta, la circonda con un grosso muro senza uscita. Proprio senza uscita, tanto che stavolta, messo l’ultimo mattone, si accorge che non può più uscire. Per due giorni e tre notti patisce fame, caldo e sete.

    - Se almeno avessi qualche bietola – pensa tra sé e lui.

    Manco a dirlo ecco una bietolata sulla cervice, così può prima mangiare quindi, sbietolando a tutto andare, esce dal recinto, senonchè si è dimenticato di avviare la fontana…

    - Chi ha voglia di tornare dentro ad avviarla ? Io no di certo, meglio farne un’altra !!! –

    E così è: la nuova fontana è quasi più bella delle altre: alta, possente, lucida e profumata, adorna di fiori e poesia. Mangime, quindi, la protegge con un campo minato ma chiaramente gli Striglioni gli bietolano anche le mine sicchè, esplodendo esse, anche la fontana va in frantumi.

    Roba da spararsi: anche una tempra dura come quella di Mangime si sta sgretolando… In quella, una lampadina si accende nel suo piede e l’idea si concretizza in una nuova, stupenda fontana: la fontana a bietole!!!!!

    E gli Striglioni, più che la bietolano, più che essa bietola… Certo!!! Perché una fontana a bietole bietola in continuazione!

        Mangime

    Soddisfatto, mangime torna alla sua casa in quel di Pannocchia che aveva lasciato da tempo. Oh, maraviglia!!!

    La fontana a bietole bietola ancora, bietolando in continuazione a tutto spiano, resistendo agli Striglioni, al tempo e alle bietole…

    Da lontano, Mangime si lecca la lingua: vede il getto della fontana dei suoi sogni svettare nel deserto; oh, quale fierezza per un animo così sentimentale, quale tripudio per un vecchio così mesto!

    Mentre il sole tramonta come sempre là dove non tramonta mai, Mangime sorride:

    - La chiamerò Barbabietola – pensa….

     
  • 12 ottobre 2014 alle ore 23:16
    Cavolomeda, il pianeta

    Come comincia: Mentre passeggiava per un passaggio pedonale, il buon Sdrusieta fu rapito da un gufo. Notizia falsa, in quanto non era un gufo bensì un ufo.

    Anche se molti non ci crederanno, questa storia è atta a ridare credito alla fonte credente: essa tratta infatti di un matto di cronica realmente accaduto nella fantasia dello scriba che scribe. 

    Sdrusieta viveva sul mondo terrestre, ma passava intere giornate e giornmorte a scruttare il cielo per caprirne i molle segreti che esso celava a quei tempi e cela, peraltro, tutt’o’ra.

    Bisogna sapere che Sdrusieta ammirava il cielo con strumenti da lui stesso appositamente costruiti: un paio di occhiali da soli per sc-ruttare nelle più intime forme dell’astro, un paio di occhiali da lune, pel simil uso, un paio invece di trampoli per avvicinarsi di più ai pianeti che circondano e teatrondano e ammirarli in ogni lor minimo parti-oculare; acchiappafarfalle elaborato ad acchiappastellecadenti, martello per martellarsi la cervice e diventar lunatici, pila per illuminare a giorno anche pianeti come Marte non dotati di luminosità intrinsega… 

    Da parte sua Sdrusieta era un uomo giovane di molte aspettative, ansioso di vivere e scoprire qualcosa di nuovo nel cosmo., desideroso di contribuire validamente al progresso nel campo scientifico e in quelli cosmologico, cosmoillogico, spaziale, extraterrestre, galattico, siderico ecciotera.

    Il nostro homo era dotato di caratteristiche non comuni e tantomeno province, che gli consentivano di applicarsi ai campi citati un po’ come una mosca nella colla.

    Sdrusieta, dai capelli multicolori che col sole ballavano, gli occhi aquilini, il naso espressivo ed un sorriso che conquistava, corpo da fusto e muscoli podeorosi, era il classico uomo del tempo dalla personalità poliedrica. Ampiamente dotato in tutto, sapeva far di tutto; contare da 3 a 9 seguendo la tabellina del 3, saltare da uno sgabello di 10 cm a terra senza divergere le zampe, spaccare un lampadario di cristallo con un rutto, schiacciare un lumacone con una castagnata…

    Sdrusieta però aveva un pallino infisso: voleva a tutti i costi, costi quel che costi, venire in contatto con degli extraterrestri: per questo tutte le sere, uscito di casa al sorgere della luna, ossia al tramonto del sole, in pratica verso sera, si recava in un luogo isolato e penisolato dal resto del mundo e aspettava il loro arrivo.

    Perché aveva scelto proprio quel posto, ossia una collinetta piatta erbosa e paludosa popolata da pesci-rana ed insetti domestici? E’ ovvio che ne avesse buon motivo di fare ciò! Proprio in quel luogo, in effetti, qualche tempo prima aveva visto, così diceva, atterrare un 45 giri volante e da esso sarebbero discesi adunque degli uomini microsolchiformi che cantavano a squarciagola un nonsochè nel loro linguaggio. Da quella sera, tutte le sere, sia il lunedi che il lunedi, Sdrusieta era su quella collina piatta per vedere se ‘sti dettibene extraterrestri si decidevano a venire a fargli visita. Portava sempre con sé un sacchetto per fotografarli e una scimmietta come testimone dell’eventuale evento.

    Erano praticamente 50 anni e 15 mesi che esso aspettava tale venuta, ma ciò nonostante di extra manco a parlarne, di terrestri, poi, manco a meno. Se saltiamo tutte le sere che essi non sono venuti, però, e seguiamo solo le sera in cui viceversa (viceversiamo, viceversate, viceversano) essi venuti lo sono, allora ci eviteremo 50 anni e 15 mesi di racconto per goderci di contro solo una sera di racconto spassionato avvincente apperdente interessante eccitterio.

    Verso sera, quella sera, Sdrusieta si reca alla collina piatta munito dei suoi soliti attrezzi, e sedutosi all’ombra di uno stagno scruta il cielo speranzoso e fiducioso: verso la mezzanotte, incredibili a dirsi, leggersi e a sapersi, ecco che nel cielo compare qualche cosa che di solito non compare; una strisssssssia luminosa strissssssiforme che illumina tutto ciò che vede; raddrizzando lo sguardo, Sdrusieta intuisce che forse è venuto il suo momento e si appresta a accogliere degnamente gli arrivanti.

    L’astrobarca che li conduce plana dolcemente verso la terra atterrando vicino allo stagno nel quale Sdrusieta era appostato, da essa escono alcuni esseri che si guardano attorno circospeziosi e poi, dopo essersi vestiti, si tuffano nello stagno. Sdrusieta annota il fatto sul suo block-notes e osserva nuovamente… nuotando gagliardamente nello stagno gli extraterrestri guazzano gioiosamente, quand’ecco che la scimmietta del nostro astronomo, spaventata, comincia a muggire mettendo sul chi non muore i bagnanti.

    Essi all’udire ciò balzano in piedi e usciti dallo stagno nuotano verso Sdrusieta e, raggiuntolo, lo portano via con sé…

    Tutto contento il nostro amico appunta tutto sul suo bloccanote finanché viene sottoposto all’interrogatorio da parte degli extraT :

    - Cavolì cavolò, cavolem cavulàm, che cavul cavolei ? –

    A onor del vero il nostro Sdrusieta non ha capito un cavolo di quello che gli è appena stato detto e risponde come può:

    - Cavolitt, cavolatt, cavolfior dei miei ciabatt – 

    I Cavolotici, guardandosi nelle orecchie, cercano di intuire il significato del detto…

    Sia Sdrusieta che i Cavolotici avrebbero voluto intendersi, per reciproco interesse, ma purtroppo nessuno è in grado di fare da interprete tra le due specie. Per molto tempo essi cercano di trovare una formula adatta a intendersi:

    - Cavolucchio cacolone cavolotto cicerone, cavolqui, cavollà, càul càaul va a pescà! –

    - Cavoliamo cavolate cavolicchia pure il frate, cavoletto cavolino cavolicchia il contadino! –

    - Cavolatu, cavoloio, cavolenda, cavolo a merenda! –

    - Cavol fritto, lesso o al forno, quanti cavoli qui intorno! –

    Niente da fare: per quanto se ne sforzino, né Sdrusieta né i Cavolotici riescono a cavare un ragno dall’orifizio.

    Intendersi a gesti ? Manco a parlarne… i cavolotici vedono con le orecchie e gesticolano con il naso, quindi anche il linguaggio dei gesti, sinora ritenuto internazionale, non diverra mai linguaggio universale?

    Io mi chiamo Sdrusieta – 

    Cavol cavol cavolfioreò! –

    Nulla da far.

    Neanche la presentazione riesce: il nostro Sdrusieta comunque annota tutto quello che gli capita a tiro per riportare sulla terra il maggior numero di nozioni possibile, nota l’interno della navicella, gli strumenti di bordo e un grosso recipiente pieno di cavoli di ogni colore, probabilmente servono per.

    Viaggia e riviaggia, cavola e ricavola, la navicella spaziale giunge bene o bene ad un pianeta… è inutile specificarne la forma.

    Giunto al cospetto del Gran Cavolano, questi riesce dopo non pochi tentativi ad intendersi con Sdrusieta.

    Su Cavolomeda, il pianeta suddetto, si conosce solo il cavolo ma, da qualche tempo, si è avuta una epidemia di zucche che soffocano la crescita dei cavoli prendendone il terreno. I Cacolotici rischiano di morire di fame, in quanto la produzione di cavoli è block-notevolmente calata da un po’ di tempo a ‘sta parte.

    Se Sdrusieta avesse saputo risolvere tale problema avrebbe potuto tornare sulla terra con un’ingente ricompensa.

    Manco a dirlo in breve il nostro astronomo si improvvisa gastronomo e cerca ogni mezzo per arrestare ed ammanettare l’epidemia di zukke. Giunto nel campo in cui i cavoli venivano coltivati, prova a strappare una zucca.. ohibù!!! Mondo cipollino !!! Sotto la zucca ce n’è un’altra, che ricresce subito al suo sito.

    Un altro giornale prova a diserbare con uno zucchicida i cucurbitacei in questione… macché: zucche a non finire !!! Zucca e rizucca, Sdrusieta non sa più che cavolo fare per risolvere il problema suo e dei Cavolotici.

    Con un lampo di genio causa un bel tuono che gli dà un ideo che è il fratello dell’idea, ma è più saggio: pensa infatti di leggere qualcosa negli astri aspri; la sera immediatamente venente si piazza coi suoi strumenti e, salito sui trampoli, si avvicina a tal virgola ai pianeta che voleva interpellare da riuscire a leggere quello che dicevano punto.

    Dicevano (sa il cielo cosa vuol dire) di dare un-occhiata alla scimmietta che Sdrusieta aveva recato con sé fino a Cavolomeda; in un immediatamente che non si dica, corre a dargli la-occhiata:

    BHO!!!

    Sta dormendo! Evidentemente l’occhiata è il caso di continuare a dargliela finanché non avesse manifestato un nonsoché di utile per le ricerche che sta conducendo.

    La scimmietta al mattino si sveglia, si guarda intorno per cercare quid da mangiare, prende una zucca e se la mangia… poi torna a ronfare. Fine della giornata della scimmietta. Con le idee e gli idei sempre più chiari Sdrusieta cerca di interpretare positivamente ciò che aveva appena visto, ma non sa che fish pigliare.

    Ponza e riponza…. DOLMEN !!!! La superidea era piovuta dal cièlo !!!!!

    Sdrusieta corre dal Gran Cavolano e gli espone il mezzo per risolvere la loro fame. Mangiar le zucche!!!

    Inutile dire che in un diviso che non lo si dica i Cavolotici diventano Zuccotici, e ben pasciuti avendo di che scorpacciare per l’eternità.

    Tutto non è male quel che finisce bene !!!!!

     
  • 24 luglio 2012 alle ore 22:42
    Tu donna...

    Come comincia: Solo, solitario, come un verme nel deserto...
    perchè non ci sei
    nè adesso nè mai
    non esisti
    quindi
    io...
    non posso esistere...
    Terra senza un regno
    Cavaliere senza reame
    Scendo dal mio scudo di lacrime e vado laggiù...
    Territorio inesplorato di leggende e mitologiche armonie
    Quel manto d'amore che cercavo è sepolto, lì, arginato da una terra inospitale, recintato da catene inespugnabili, come una torre impenetrabile...
    LEI
    Regina di questo cuore segmentato, frazionato, scheggiato, ferito...
    LEI
    Un giorno farfalla, un giorno pantera...
    Speculare dogmatico paradosso, senza soluzione nè forma, senza curve nè sangue, come posso... dimmi come posso toccare un capezzolo senza seno, un gluteo senza colonna vertebrale, senza sostegni, senza scarpe da indossare nè caviglie da adorare...

    Cos'è un suddito senza regina, un feudo senza il divino sapore del reame, cos'è...? A chi serve tutto questo se la mia mano accarezza le ortiche, se la mia anima non è più lo scudo di protezione ma solamente un pozzo sovraccarico di olio nero, carboni erotici da disinfestare e digerire perchè questo spirito che non vuole progredire, questo silenzio terrificante, gelido, polare... lascia vuota la mia carne, scava strisce striate, strie striscianti, mi distruggo, perchè lei non può, non vuole, non sa distruggermi... e nel marciapiede abbandonato risuonano barattoli di latta, lattine di alluminio e scatolami, vuoto, vuotissimo, come una foglia secca mi accartoccio tra i cartoni umidi che marciscono tra una discarica e l'altra...
    E' il nulla, questo sì che è poco, niente, nulla...
    Così quando le sue labbra...
    Quelle fragole epiteliali dipinte sulla sua bocca, trasfondono la sua sensualità...
    Femmina di un universo parallelo, realtà misantropa, correnti stratificate, anello dopo anello... avanza, incatena il mio cuore, come un pugnale dorato mi penetra, possessiva sequenza genetica di donna, ragazza senza tempo, bionda come la notte, profumata di zenzero, piccante come una sovrana meravigliosa, accentrante e ipnotica, permeabile, penetrante... mi lascio avvolgere in questo mantello del desiderio perchè non posso...
    Non voglio, non desidero, non intendo resistere.
    Amo l'abbandono.
    Dedicare frazioni del mio divenire per scivolare sui suoi millimetri, sulle sue curve, adorare...
    Baciare
    Toccare
    Entrare e uscire
    Entrare
    Uscire
    Dentro
    Fuori
    Lento, piano, veloce, lentamente, fulmineo, fulmine, cielo, cielo sereno, tempesta, uragano, distruzione, esplosione, ricostruzione, orgasmo, contrazione, tensione, blu notte, poesia, rossofuoco, poesie, bagliori, le sue unghie come pennelli, la mia pelle come una tela...
    L'amore dipinge, ricama, scolpisce.
    L'amore è un artista.
    Un artista assoluto.

    E tu...

    Tu sei donna.

    Assolutamente femmina.

    Divinità assoluta...

     
  • 03 luglio 2012 alle ore 14:53
    Tempesta tropicale

    Come comincia: Ora siediti, sulla spiaggia, osserva le onde, rimani così, percepisci tutto intorno a te, in te, dentro di te... i rumori del mare, del cielo, il vento, il sole, le onde... rimani accovacciata con le mani sulle ginocchia mentre giungo ad accarezzarti, suonare una melodica danza d'amore, sei un'arpa da strimpellare per ricavare vibrazioni di gioia, musiche seducenti, armonie orgasmiche senza fine... inàrcati come un violino, distenditi come un flauto magico che incanta chiunque ti sfiora... girati e donami la tua pelle, da martellare come un tamburo sciamanico che ci collega ai grandi spiriti d'origine... alle terre vergini, agli abissi inesplorati... lasciami rimbombare dentro di te... frastornami di baci... mi artiglio alle tue spalle per amarti, sempre più a fondo... dobbiamo scavare, scavare sempre più a fondo, aprire, aprirci, portare in dono i nostri frutti sull'altare del piacere... consumarli... gustarli... voglio tutti i tuoi sapori, tutti i tuoi colori... piega lo sguardo al cielo, come una leonessa in calore, lascia che il sole trapassi le tue pupille infuocando la criniera dorata, apri la bocca, devi gridare, urlare più forte... le nuvole devono arrossire... fammi sentire l'onda d'urto felina che smuove le montagne, le unghie affilate, la bocca del predatore affamato, sì... hai tanta fame e ora devi saziarla, mangia... divora... vieni al grande banchetto degli dei, nella sala imperiale, nelle viscere dell'inferno, fammi entrare, uscire, entrare, uscire... sali... girati, stringimi... prendimi... ti stringo... vieni... corri... urla... fai crollare questa diga di fuoco... falla crollare con le grida alla luna inferocita, fammi sentire la pioggia incendiaria che brucia e accende, riaccende, infiamma lo spirito che torna a vivere... guarda nello specchio, guardati... sei l'incarnazione del desiderio, la trama più sensuale di un grande romanzo d'amore, erotico, provocante e ipnotico... un dolce succo da sorseggiare, gustare, degustare... sì... voglio sentire... le tue fiamme nella mia gola... vieni... urla... esplodi... eruzione tellurica... sisma infuocato... terremoto incendiario... esplodi ancora... ti bacio ovunque... e ovunque raccolgo tra le tue gambe le tracce d'amore di una tempesta tropicale... succhio, ti risucchio come un frutto esotico, annego nel tuo mare, mi perdo in te... vengo a naufragare nel tuo cuore...

    ……………… ancora…………………………..

     
  • 17 giugno 2012 alle ore 20:03
    Arte o Professionismo?

    Come comincia: Mentre presenziavo, il 30 maggio 2012 alla mia mostra fotografica di Treviglio intitolata “Fotofiabe” ricevo la gradita visita di un simpatico ospite…

    “Buonasera”

    “E’ lei il fotografo?”

    ….

    “Sì, buonasera”

    “Come va: male vero?”

    Paolo insolitamente sorridente: “No, anzi benissimo, tutto bene grazie!”

    Ospite un po’ schizzato: “No no… dicevo la mostra… va male vero?”

    Paolo stupito e ancora sorridente:”No, va proprio bene invece, anzi sono contentissimo, mi hanno fatto una bellissima recensione, una splendida intervista e sono venute molte persone che hanno apprezzato molto le mie immagini…”

    Ospite arrogante: “Quanto ha venduto?”

    Paolo allibito: “Non sono qui per vendere ma per il piacere di esporre le mie immagini”

    Ospite stupefatto: “Ah, ma… ma… ”

    Paolo sereno: “Sì, se qualcuno avesse piacere di acquistarle ho il mio listino, ma per me è secondario e preferisco non contaminarmi per denaro…”

    Ospite indisposto: “Ahhhhhhhhh (pausa) quindi lei non è un artista professionista?”

    Paolo saggio: “O artista… o professionista…”

    Ospite balbettante… “Ah… ecco… no, sì… io sono un pittore, vede… un pittore professionista!”

    Paolo con molta compassione: “Ahhh…”

    Ospite preoccupato: “No, perchè ecco, qui non si vende nulla, il mondo non è più quello di prima, l’Italia va a rotoli, non c’è più l’arte, non c’è più… nessuno la vuole, nessuno vuole pagare l’arte!”

    Paolo risaggio: “Meno male, l’arte deve essere pura e a disposizione di tutti!”

    Ospite depresso: “Quindi lei non è un professionista!”

    Paolo: “Assolutamente no”

    Ospite confuso: “E, ma… e ma come fa a vivere allora?”

    “Ho una professione”

    Ospite disorientato: “Ma allora perchè ha fatto questa mostra?”

    “Perchè ne ricavo qualcosa di molto prezioso che chiamo gratificazione”

    Ospite incazzato: “Quindi secondo lei Picasso non era un professionista?”

    “Era un artista… Poi numerosi professionisti hanno speculato sulla sua arte capitalizzando le sue opere e trasformandole in denaro”

    L’ospite se ne va a testa bassa nel silenzio dei miei colori…

    :-)

     
  • 17 giugno 2012 alle ore 20:02
    Quando volano alti i gabbiani

    Come comincia: Quando volano alti i gabbiani

    c’è un cielo eterno davanti a noi, un mare di luce ci avvolge e penetra le sabbie dorate, quelle cristalline, bianche, ovattato regno termico in cui urlare le proprie grida, iniettare vento nelle arterie e ossigeno sulla cresta delle onde…

    Ora basta…!!! pensare una sola cosa, l’orizzonte non è un confine tangibile ma una linea ottica indeterminabile, è questo il mio spazio e non posso rientrare nei meandri di un centro commerciale, nel preconfezionamento di chi vorrebbe conglobarmi in una scatola metropolitana, una valvola di sfogo per l’umanità sintetica, quella artificiosa e civilmente satura di preconcetti, quella che segue le mode e le tendenze, basta con queste cose stomachevoli e basta con chi si collega  a me pensando di poter condividere la propria ruggine interiore.

    Quando i gabbiani volano alto io sento il loro richiamo

    non quello dei falsi amici o delle presunte persone care, non quello che oscura l’anima degli arrivisti e degli idealisti no…

    io volo da destra a sinistra baciando tramonti meravigliosi, rincorro piccolissime farfalle mimetiche e, come loro, acquisto il colore dell’erba, quello del cielo, delle foglie…

    portatemi lassù, con voi, nello spirito che volteggia e canta, musiche del mondo e non schifezze urbane riluttanti spacciate per arte o per successo… a voi la vostra discarica, a me i colori del gioco, la sensualità delle piume e delle penne modulate dal vento, a picco verso le acque, risalire silenzioso, tra le fronde di un pino marittimo e il profumo del curry selvatico, dei castagni secolari, girare, volare ancora, silenzio di mare…

    Nessuno venga a dirmi su che canale devo sintonizzarmi, a quale pagina devo leggere… nessuno stia a discutere un solo istante su chi sono e meno che mai su chi non sono. Ho dato vita alla vita che tutti volevano, ora darò vita a quello che voglio io, mi lancio dalla scogliera rossa e vado in cerca della mia nuova casa…

     
  • 13 marzo 2012 alle ore 19:00
    Nastro isolante

    Come comincia: E’ un arcipelago di isole frammentate nella mia mente, ogni isola un tesoro, un pensiero, un segreto da scoprire, un sentiero da percorrere per giungere alle fonti della sopravvivenza: riserve di acqua, scorte di cibo e sementi per coltivare le nuove stagioni, il nuovo futuro...

    Si fermano tutti sulla prima spiaggia, sulla prima riva, alla prima sabbia, depongono il telo, il lettino o il gazebo e dichiarano finita la ricerca di un habitat esistenziale ma poi si lamentano per il caldo, il freddo, il sole, l’ombra, non va mai bene niente... si mettono ad arrostire con 50 gradi sulla battigia e non usano creme per paura di non abbronzarsi abbastanza, si ustionano, cuociono, soffrono, passano pene dell’inferno ma un giorno, rientrando alla propria scrivania a lume di neon potranno dire con fierezza:
    “Sono stato in vacanza”
    e lo sguardo invidioso dei colleghi sarà il premio finale di questa tortura marina che milioni di lucertole umane si affliggono regolarmente, pagando pure a peso d’oro alberghi da due soldi per sovraffollarsi ombrellone su ombrellone, in un microscopico spazio vitale di due metrixdue entro il quale devono farci stare tutto e di tutto: la moglie ( spesso obesamente ingombrante ) sdraio e lettini, giocattoli, ombrellone, riviste, libri, ghiacciaia, teli e teloni, cambi e ricambi, ciabatte, zoccoli, gonfiabili vari, palloni, quotidiani, bibite, occhiali, cellulari e creme di vario genere... a pochi metri, se non centimetri starnazzano i vicini e i vicini dei vicini, decine, centinaia, migliaia di anime disperse sul litorale a cuocere ma noi, che siamo figli di un dio maggiore e sentiamo il richiamo di una verità superiore, andiamo oltre, più in alto, al centro, nel cuore dell’isola e cerchiamo risposte, biodiversità, soluzioni, piacere, elezione, sublimazione, piacere...

    Chi può dire se è più piacevole stare nella qualunquistica semplicità di fare ciò che fanno tutti o complicarsi la vita per fare qualcosa di diverso? alla fine gli sforzi non sempre sono premiati!
    Andare controcorrente è un impegno molto oneroso, faticosissimo e che dispendia enormi energie: l’unico premio che possiamo ottenere è in fondo un po’ di tranquillità reale, sempreché riusciamo a trovare spazi deserti e silenziosi, cime inviolate, oasi, spazio non inquinato...

    Quando riusciamo a giungere al centro del sistema, al cuore della grande isola dell’umanità, cominciamo ad esplorare: terreno ostile, servizi precari, natura, sì... la natura ci circonda ma non sempre ha voglia di donarci il cielo sereno e il clima mite! Se ci scappa il temporale va tutto a rotoli e ci ritroviamo al bagnato, travolti da acquazzoni gelidi a naufragare nel nostro stesso desiderio di naufragio e allora? come la mettiamo? non era forse più saggio, semplice e pacifico restare lì nella grande massa dell’esodo delle masse a massificarci il cervello negli schemi di massa? se la stragrande maggioranza della popolazione ha precise abitudini in fondo ci sarà una logica, una ragione no??? ovvio che c’è!

    Optano per la soluzione migliore che non è per forza bella, ma è la meno peggio!

    E per renderla il più godibile possibile la corredano di gelati Algida e cornetti, ghiaccioli, calippi e rustichelle, focaccine e pizzettine, pizza e fritto misto, spiedini di mare, scampi e gamberoni alla griglia, risottino e spaghetti allo scoglio, vongole e cozze alla marinara e ad un bel momento cosa vuoi di più dalla vita? che cosa, dimmelo!!!

    Nulla può essere meglio!

    Per loro...

    Io ho qualche problema, non riesco, non me ne frega nulla di leggere gossip o vedere partitelle amichevoli non me ne importa proprio, non me ne sbatte, non è di mio interesse! e non vado necessariamente controcorrente, così... per fare il diverso, semplicemente non riesco, non voglio, non posso fare certe cose... muoio!

    E quindi rifuggo, mi isolo nell’isola, entro in un’oasi virtuale e cerco la mia zona perfetta! Con tutte le spiagge incontaminate, candide, da marchiare camminando a piedi nudi lì dove si infrangono le onde, nel fragoroso odor di mare, oceanica luce che mi amplifica il cuore, salgo sulla scogliera e osservo la distesa infinita che si incolla all’orizzonte, nessuna barca, nessuna casa, nessun albergo, nessuno stabilimento balneare... sono solo con me stesso e solamente a me devo rispondere, dipendo da me, dalle mie forze, le mie energie, sono padrone di me stesso e del mondo intorno a me, sovrano della mia anima, re e suddito al tempo stesso, presidente della repubblica del mio spirito, io e me, noi soli, a cercare il centro di gravità del nostro baricentro esistenziale: dove sarà? esiste un equilibrio a cui ricorrere per trovare la pace, la vita, la gioia? O corro piuttosto il rischio di finire abbandonato, smarrito in una pozzanghera, annegato in un calice di lacrime, disperso in un fazzoletto di paure come una tigre senza artigli, o un leone senza il proprio branco?

    Cercherò il branco dei gabbiani per volare candido tra la condensa delle nuvole... verso stelle diurne, stelle marine, astri dorati... remare, nuotare, camminare, esplorare, cercare, trovare, scoprire... un Cameltrophy, un Marlboro adventure alla ricerca di un codice smarrito da tempo nelle viscere del passato, è quasi impossibile trovarlo, bisogna innanzitutto resettare il proprio sistema operativo e ripartire da zero... dall’accensione, bhe! non è mica facile sapete? bisogna dimenticare le proprie origini, i percorsi che ci hanno portato qui a identificarci in una comunità, una società, a sfruttare il pensiero comune per uniformarci a una metodologia comune, un minimo comune multiplo che vada bene a tutti affinché quei pochi che ci vedono chiaro possano farsi i comodi loro a spese dei polli... no!

    Ci sono quelli come me che non ci stanno, né al gioco né alle regole: vogliono chiarezza, pulizia, sincerità, lealtà trasparenza, correttezza, amore... e non facciamo rivoluzioni, proclami o partiti politici no... facciamo una cosa estremamente innocua e pacifica che si chiama:
    “I cazzi nostri!”
    PCN
    Partito dei Cazzi Nostri
    Non male no? tanto, assurdità per assurdità  qual’è il problema?
    Pensate che io sia meno sensuale di Cicciolina? Per gli uomini forse sì ma vengano le donne vengano, a ficcarmi la lingua in gola.. ho saliva per tutto l’universo femminile, vi lascio senza fiato, incollate alle mie labbra, tranquille... ho baci per tutte, ogni donna, ogni bocca da sfamare, dissetare, venite, votatemi, sarò io la vostra luce e tutto il mondo potrà, finalmente, girare nel verso giusto, nella direzione corretta, dai, credici, credeteci, crediamoci, ce la faremo è più facile del previsto basta fidarsi di me... io ci credo in me, ciecamente...

    Ah...

    Voi no?

    Giusto in fondo... non ho ancora dimostrato mai nulla... MAI

    Niente di niente, a parte qualche problemino di algebra sui banchi di scuola...
    Quindi facciamo così...

    Io ora mi addentro, lì, nelle viscere, nel cuore del pianeta, della terra, nelle voragini dell’umanità intera e voi aspettate, ok?

    Quando torno, se torno... ne riparliamo, e decidiamo il da farsi!

    Io vi racconto cosa ho visto, vissuto passato e trapassato un pò come una specie di Dante del 2000, mi butto laggiù al centro del sistema e se devo scottarmi un pochino, sballottami, bruciacchiarmi un pò niente di male perchè, poi, sarò premiato dalla vostra riconoscenza e chissà... magari ci ficcate pure me in parlamento a ciacolare di leggi e ideologia... chi lo sa?

    Datemi un paio di pagine per sistemarmi e vado, a raccontare...

    A presto !

    Ciiiiiaooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

     
  • 26 febbraio 2012 alle ore 16:33
    Della rabbia, dell'amore...

    Come comincia: Naturale portarsi dentro le cose, determinare gli spazi dell’anima in funzione delle proprie necessità, ascoltare i silenzi e le grida, le urla che impongono, esigono e pretendono chiarezza e trasparenza nelle selve oscure, nell’opacità, nel disegno mediocre che gli architetti del destino si divertono a progettare con estrema monotonia, estrema banalità, assoluto grigiore...

    E’ normale reagire grazie ai sistemi attivi del nostro sistema endocrino o più semplicemente grazie alla vita che ci inietta quel minimo status di reazione che facilita la sopravvivenza, così parliamo di amore, sogni e desideri, progetti e traguardi, normale ripeto è normale, ma non è così, c’è della falsità in tutto questo, c’è un inganno stratosferico che equivale a una manipolazione collettiva mondiale per cui le cose non stanno così, l’amore esiste certamente ma esiste anche l’odio e la prevaricazione, il menefreghismo, il compiangere, il farneticare, accusare e offendere, rubare, fregare, inculare, paraculare: da una parte i presunti paladini dell’amore cosa fanno? pregano? dormono? vivono in pace ossia passivamente senza la benché minima azione o attività sociale?

    Sì... è così: lamentarsi, accettare, rassegnarsi, impotenti vittime degli eventi studiano, si laureano persino per poi fare cosa? propagare al mondo la propria ignoranza? e perché non aprono le accademie di vita in cui ti spiegano come stanno le cose? più una persona studia e più è tagliata fuori dalla realtà, mentre quelli che non studiano un cazzo sono ignoranti come delle capre e la realtà non sanno viverla, coglierla, valorizzarla, interpretarla.

    Ecco perché non ci sono reali e globali soluzioni, ecco perché l’amore resta dipinto sull’etichetta dei baci perugina, sui bigliettini del cazzo di sanvalentino, sui libri di chiesa e sulla loro meschina ipocrisia, nei titoli dei film, commedie, tragedie, canzoni d’amore, poesie, chiacchiere su storie su storielle su boiate, inizia e finisce, si apre come un fiore, esplode come una marcescenza informe che semina spore malefiche, cattiverie, ingiustizie colossali, seppellisce tutto ed ecco che quel romantico velo dorato tessuto pazientemente in mesi, anni di sbattimento e passione, si deteriora in un istante, bucato da raggi color cenere e si ritrova impietosamente ammuffito, degradato, decomposto, schifosamente riciclato e trasformato in escremento, rifiuto, deiezione organica...

    L’amore...

    La rabbia...

    La rabbia dell’amore, di chi ama per poi soffrire, di chi non ama per timore di soffrire, di chi soffre perché ama, di chi soffre perché non ama!

    Il circo dell’amore, la giostra della rabbia, caroselli di infelicità in cui i rimedi sono ben noti e molto diffusi: schermarsi, privarsi, rinunciare, sacrificarsi, fingere, manipolare, nascondere, tradire, spegnersi, scaricare altrove, sì... molto altrove! Da un’altra parte o con qualcun altro la soluzione più semplice è sempre quella di compensare, mai di combattere, mai di lottare! sempre la strada più semplice, la scorciatoia per evitare di fare fatica...

    Ed ecco intere popolazioni cullarsi sull’onda degli sbadigli, interi popoli pascolati da un messia che spara cinque stronzate e acquista il potere di governare milioni di sfaccendati che però si lamentano quotidianamente per tutto quello che non hanno e poi non fanno comunque un cazzo per meritarselo, guadagnarselo o concederselo!

    Tutti potrebbero amare, tutti vorrebbero amare, essere amati, cullarsi melodiosamente nell’iridescente paradiso “love to love” e quando lo sfiorano, quando sentono aria di primavera sono tutti teneri e disponibili a girare con il naso insù e la bocca socchiusa, le palpebre assonnate e la testa rintronata, respirano pollini e si perdono in una specie di choc anafilattico che anestetizza  l’iniziativa, narcotizza lo spirito d’azione, dormono, beati e sognanti poeti di sè stessi, rincoglioniti dal subire e dal soggiacere, assoggettarsi, sottostare e sottoporsi, vittime di questo splendido schema miserabile che nega la realtà e ottenebra il creato. adeguarsi, adeguarsi e ancora adeguarsi!

    Ecco la grande fabbrica della depressione che poi cos’altro è? una prigionia interiore che blocca gli spazi, inibisce le azioni, delimita il territorio e lo circoscrive rigorosamente, ti mette la segnaletica e il filo spinato tutto intorno, poco oltre un bel fossato con i coccodrilli e oltre ancora un campo minato, poi è ovvio che uno non sa più cosa fare e se ne sta chiuso nel proprio habitat emotivo: questo potrò farlo? è giusto pensare queste cose? e sognare queste altre? nel dubbio annientatevi, distruggetevi, consumatevi, prozac dopo prozac fate un bel cocktail di rincoglionizzanti, antistress e antiemotività, spegnete la mente, smettetela di pensare, coordinare i flussi del pensiero per dare vita a un vostro modo di essere: siete cartone, burattini, segatura, pezze su un abito scucito, stracci per la pulizia del pavimento imperiale della regina reale, mica ce l’avete voi la corona, no! ce l’ha lei: è lei la monarchica padrona che nel 2.012 riesce nonostante il tanto decantato progresso a troneggiare su intere nazioni di presunta prima fascia evolutiva: paesi come la Gran Bretagna e l’Olanda hanno ancora il re, la regina, i principi e poi? di cosa dovremmo parlare? Lancillotto e Don Chisciotte o Peter Pan con Cip&Ciop? Non è la stessa cosa?

    NO

    E’ una terrificante, drammatica realtà ed è normale che poi ci siano i depressi ma ora sapete cosa dico? Sveglia, svegliatevi, svegliateli! Ma cazzo, questi con la scusa della paranoia fanno un cazzo, sono larve sociali, non sono vittime ma autori e fautori del sistema involutivo che porta in crisi l’economia monetaria e culturale di continenti interi: crisi esistenziali, di valori, sensi di colpa, stanchezza cronica, esaurimento, scazzo e scoglionamento... dolce la vita vero? Ci si fa da parte e a sbattersi ci pensano gli altri, questi che non sono malati e stanno bene! Bravi! Questo sì che significa prendere per il culo il sistema! I depressi sono solamente larve di zanzara, anime senza nerbo né ossatura che si dondolano senza nulla di costruttivo nel liquido amniotico di madre natura, cazzeggiano, riposano, manco fanno la fatica di mangiare e diventano anoressici o manco quella di dormire e diventano insonni e allora? Lavori forzati! Ecco la soluzione e vai tranquillo che se prendi un depresso e lo mandi nei campi a lavorare dieci ore al giorno con la schiena piegata alla sera gli viene sia l’appetito che il sonno!

    E guarisce...

    Solo che è più comodo starsene lì, lamentarsi cronicamente, scaragnare eternamente...

    Tanto non so cosa fare...

    Non sono capace, non ce la faccio no posso, non riesco, non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, non non, sempre e solamente questo dannatissimo e fottutissimo

    NON

    Sparatevi allora, fuori dal cazzo e giù una bella fossa comune dei relitti arrendevoli e che cazzo! solamente quelli che hanno voglia di sbattersi devono tirare la carretta?

    Dolce la vita ma questo è il pianeta Terra, mica il Grand Hotel Excelsior e manco il Luxor, lo Splendor o il Residence dei Fancazzisti!

    Chi non lavora non mangia, ecco come dovrebbero stare le cose! Ma a questo punto va anche detta una cosa, forse la cosa più importante:

    “Ma chi se ne frega???”

    Quanto cazzo me ne sbatte di tutto questo, in fondo? tanto basta cambiare la prospettiva e fare uno splendido, fondamentale esercizio di astrazione dalla realtà, viaggiare due metri da terra e fondersi tuttuno con le nuvole o con l’altra faccia della luna: è l’esercizio dello struzzo.

    Nascondersi, insabbiare, non vedere, non sentire, non sapere, così si risolvono le cose!

    Splendido no?

    E anche semplice, utile, geniale!

    Ma perché? Avete mai visto qualcuno che dopo aver letto il libro con le ricette di felicità diventa felice veramente? quello si incasina l’anima fino alla fine dei suoi giorni! Anziché vivere, stare nella realtà e lottare per modificarla, conquistare i propri meriti e raggiungere gli specifici  traguardi questi entrano in un regime di positiva rassegnazione in cui tutto accade, se accade, quasi meccanicamente, come eventuale conseguenza del proprio pensiero positivo piuttosto che di qualche filastrocca o talismano che sia, ma non funziona così!!!!

    CRISTO!!!

    Questi manualetti del nulla infarciscono la terra di aridi deserti, germogli senza vita e speranze passive che non diventeranno mai nulla!

    La vita è ricca... certo! Ricca di coglioni, compromessi, persone che arrancano per sgomitare, superarti e prevaricarti, affondarti, inabissarti, piantarti, interrarti e seminarti! E quando trovi quello con il sorrisetto buono, l’espressione beata felice sognante gira largo! Quello è un pericoloso fanatico  convinto che le cose avvengano da sole e aspetta da una vita la sveglia del mattino,

    Gira largo!

    E’ gente malata, dannosa e pericolosa! Ti infarciscono di ingredienti spirituali e poi ti ritrovi per terra senza cibo, senza acqua, senza ossigeno, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia per favore, sveglia ma sveglia ma sveglia ma sveglia!

    Basta commiserare le anime sofferenti: sono emeriti imbecilli! un poeta è capace di prestarsi come cavia umana agli esperimenti farmaceutici pur di non sporcarsi le mani a lavorare e allora che crepino pure loro, le stronzate che scrivono e il malaugurio di tutte le tristezze che non fanno altro che amplificare, via, via!!! Fuori dai coglioni, via da qui! Spazio a chi sa agire e reagire, edificare e costruire, vogliamo il regno dell’Amore o quello degli imbecilli?
    Una terra di pace e benessere o il Grande Manicomio Mondiale?

    E’ giusto tutto questo?

    NO ve lo assicuro!!!

    E’ un furto, uno schifo, una merda, un delitto, un’infamia, sorgenti dell’odio, razzismo, guerra, sfruttamento, rapinare, uccidere, barbari invasori depredano persino i fulmini del cielo, inquinano le falde, ammorbano l’atmosfera e si propagano come virus letali, malefici, malevoli, vanno distrutti, vanno... distrutti!!!

    Cenere alla cenere e silenzio al silenzio!

    Basta strillare, basta gridare, basta cazzo basta!

    Fate silenzio!

    Ammutolite!!!

    Dell’amore, della rabbia, dalla rabbia all’amore... dall’amore alla rabbia... è un maledetto circuito chiuso senza via di uscita, una casa degli specchi che riflette all’infinito le proprie stanze, la strada per uscirne non esiste e tutto ritorna indietro, sui propri passi, non si va da nessuna parte, morire, sì... morire... tanto vale...

    Cos’altro rimane quando muore l’amore?

    La rabbia... ?

    Bella merda...

     
  • 18 febbraio 2012 alle ore 13:35
    La gioia del silenzio

    Come comincia: La gioia del silenzio

    Mi alzo e mi risveglio, esco dalla lastra, dalla tomba, distruggo la lapide e scavo verso l’alto, verso la superficie, ho bisogno di aria cazzo... sono chiuso qui dentro da anni, marcio sepolto e ogni tanto vado a prendere una boccata di ossigeno, non credete che sia il minimo che posso fare? A voi piacerebbe stare sottoterra murato e cementato, al buio più nero, al freddo più umido e puzzolente che ci sia, in compagnia di vermicelli bianchi e piccolini che si infilano nelle cavità orbitali per spolpare quel che resta della membrana oculare? A me fa uno schifo pazzesco, amavo la luce del sole, amavo passeggiare sotto la pioggia e sentirla scivolare sulla mia pelle bagnata, amavo i raggi di luna  splendente che mi asciugavano, ora no... vivo nella notte e devo pure sorbirmi i piagnistei di tutti quei latranti visitatori che vengono a inorridire sul mio sepolcro... ma porca zoccola! non possono stare a casa loro a spandere lacrime?

    Ma io non lo so! Vengono qui in visita a me, ai miei vicini di fossa, a quelli laggiù dei loculi o alle cappelle dei borghesacci e non fanno altro che lamentarsi, frignare... sono tutti fusi, fuori di testa! Invece di gioire che sono lì sulla superficie a sentire il profumo dei fiori, a contare le stelle, a bere, mangiare, respirare, vivere, correre, pensare, amare e sognare vengono proprio qui a spaccare i marroni con delle lagne infinite, preghiere tristissime e deprimenti, ma dove cazzo credono di essere, al cimitero???
    ....

    E sì...

    Il grave, drammatico, terribile problema di fondo è proprio questo...

    Eppure basterebbe cambiar l’insegna, chiamarlo che ne so... il

    “Riposatorio”

    oppure

    “La gioia del silenzio”

    ovvero...

    “Residence delle anime”

    Va anche detto che mi importa poco perchè, in fondo, sono loro che non vedono, non sentono, non capiscono, sono loro che passano la vita a correre dietro una scrivania, un aumento, un titolo, una promozione e quando la ottengono dicono:

    “Sono realizzato”

    Sapessero quanti diplomi, quante lauree, quanti miliardari, quanti illustri e dottissimi esperti ci sono qui sotto... un esercito! E la figata è che non ci sono più classi nè ceti, sono tutti unificati, tutti uguali, stessi diritti, nessun onere e nessun dovere, vale solo una regola, universale e uguale per tutti, quella del silenzio.

    Dopodichè ognuno può fare quello che meglio desidera, nel rispetto dei vivi, chiaramente...

    E sì perchè quelli, forti della loro emotività, sensibili, poverini, delicati, suscettibili e percettibili hanno lo stomaco debole, poca fantasia e tante menate in testa che dobbiamo andarci cauti, uscire solo alcune notti possibilmente protetti dalla luna nuova e da un pò di nebbia, meglio ancora se fa freddo, ci decomponiamo di meno e ci divertiamo a scrocchiare le ossa, quelle poche rimaste.

    E così questa sera tocca a me passeggiare per i vicoli tra un cipresso e una fontanella, mi riscaldo le membra con le candeline e i ceri dei miei vicini di terra e mi diverto a leggere gli epitaffi,  i titoli di coda, la fine del primo tempo...

    Qui siamo nella fase di “Intervallo” non so se avete presente... c’è tutto e nulla, c’è spazio, libertà, raggio d’azione, non ci sono più tasse da pagare nè bollette della luce, a cosa servirebbe? Forse meglio stare buoni che se ci beccano vengono a piantarci su l’imposta sul buio, l’ICI sul volume dei metri cubi di terra, il canone di soggiorno e già che ci siamo anche una bella quota di affitto  sul riposo eterno no?

    Quante menate... ma ora lasciatemi godere, apprezzare questo momento magico in cui emergo dalle viscere del suolo, discosto con attenzione il manto di erbetta rasa qui accanto alla mia pietra sepolcrale e con molta, moltissima attenzione mi guardo intorno, cautela ci vuole, molta... moltissima cautela! Queste cose purtroppo non le insegnano a scuola e neppure durante la carriera di lavoro, mai! Cose da pazzi!

    Noi viviamo per morire e la gente si preoccupa solo del vivere, di quello spicchio ininfluente rispetto all’eternità della propria anima, di quel passaggio tra il prima e il dopo in cui si materializzano in un ovulo per dare vita a “SE STESSI” ma poi? Credono di liquidare la pratica così, definitivamente come se nulla fosse successo? Ah certo... la loro principale preoccupazione è trovare un parcheggio, indebitarsi un decennio (di quei 6-7 a disposizione) per comprare una Jeep da usare in città (!) la ricordate la barzelletta dei frigoriferi agli esquimesi...? E’ la stessa cosa! Quelli che per andare in ufficio si comprano l’orologio da escursione con bussola incorporata, quelli che impostano il navigatore GPS per andare in vacanza, quelli che leggono le riviste di gossip così si sminchiano quel poco cervello rimasto, quelli che si attaccano a un filone ideologico e portano avanti una bandiera a volte nera, a volte rossa, a volte un pò colorata con dentro tre cazzate disegnate e ritengono di aver trovato il loro cammino... !!!
    Poi sapete qual’è il vero bonus di noi, spiriti eletti dell’aldilà? Che siamo liberi!!! Loro ci dipingono nelle fiamme dell’inferno, nel vuoto di un limbo, millantano sulla nostra esistenza, ci ridono sopra, ci trasformano in videogames o film horror ma qui siamo nel tutto, nell’armonia, nella totalità, nell’

    ”essere” 

    Esattamente come loro sono nel

    “non essere”

    Ma siccome i vivi sono loro, ecco che conta solamente il loro punto di vista: egocentrici, egoisti, pusillanimi, vigliacchi meschini codardi deboli miserabili desolanti infami spregevoli megalomani presuntuosi vanitosi boriosi futili vuoti insignificanti banali marginali paurosi vili accentratori menefreghisti negligenti cinici incuranti sciatti infingardi indolenti sfaccendati poltroni acidi e accidiosi!!!

    Ops! Scusate! Ho dimenticato qualche puntino giusto?

    Quello con la curvetta che chiamate virgola?

    Ha Ha!!!

    Apposta non li ho messi! Perchè vi rendiate conto che basta un minimo per mandarvi in crisi!

    Un minimo, ecco... adesso sapete cosa faccio?! SCRIVO TUTTO MAIUSCOLO! PENSATE QUANT’E’ FASTIDIOSO? E POI GIA’ CHE CI SONO SMINCHIO TUTTO; LA PUNTEGGIATURA” E INCASINO SU TUTTO...... HA HA BASTA ‘SPOSTARE UN CAZZINO DI APO-STROFO. E NON CAPITE PIU’ NULLA: MAGARI GLI DIAMO – UN BRUTTO VOTO?? COSA DITE! UN BEL 4\3 scritto su un fogliettino di carta chiamato pagella con nota di giudizio, tutto numerico, tutto ridicolo, tutto quantificato, segnato, definito, premarcato, preconfezionato... se non hai un bel voto significa che sei una merda e ti rimandano: BOCCIATO! Esami a settembre, controesami del sangue, esame di guida, esame della vista, dell’udito, test allergologico, ginecologico, cerebrolesico, dermoacustico, testicolare, controllo laser della radice di pelo del prepuzio, cordata di gruppo alpino sul Monte di Venere, osservatorio astrale dei corpi celesti che in realtà sono masse gassose in una volta di cosmo color nulla... ma fa nulla, appunto...

    Ecco, sposto un attimino questo cazzo di vaso di crisantemi, un colpo di cranio a destra... perfetto... non c’è anima viva! solamente noi... anime libere...

    Ci salutiamo e dialoghiamo intimamente, perfettamente connessi dalla nostra aura energetica, ci avviciniamo, ectoplasmi eterei sovraccarichi di amore e danziamo sulle rovine del mondo: grattacieli, asfalto, semafori, metropolitane, tralicci, centrali nucleari, barriere architettoniche, ponti e gallerie, strade lastricate, fiumi cementati, montagne scavate e foreste disboscate, acque incanalate, isole distrutte, aria inquinata, atmosfera trafitta da tubi di metallo che volano giorno e notte per portare avanti e indietro sempre le stesse cose, le stesse persone, consumando miliardi di tonnellate di ossigeno e rilasciando sulle loro teste miliardi di tonnellate di biossido di carbonio più tanti altri bei veleni che torneranno nel loro habitat con le prime piogge.

    Si iniettano in gola tubettini di carta ripieni di tabacco, masticano pezzi di gomma colorata e dolce, bevono  combustibile aromatizzato sambuca, mirtillo o liquerizia, spremono l’uva per ubriacarsi e rincorrono tondini di metallo e banconote colorate che sfruttano per avere dei numeri sul proprio conto corrente:

    + 1.560

    Significa che posso giocare un pò con la carta di credito o con il bancomat che ricordiamolo ha un numero identificativo composto da 16 cifre, un pin di 4 e un codice di verifica di 3, poi una data di scadenza e un limite di utilizzo insomma... una specie di pecora elettronica da scambiare con un paio di uova matematiche ovvero con un sacco di riso telematico... pazzesco!

    E siccome poi vanno in crisi cosa fanno? leggono libri, studiano rimedi, prendono sferettine di sostanze chimiche che alterano l’equilibrio in modo da potersi stordire ulteriormente, si fanno le flebo per bilanciare la cronica e inguaribile incapacità di autoregolamentarsi la cosa più semplice, non sanno mangiare, neppure respirare! tagliano gli alberi, raccolgono fiori, sporcano le acque... ma come cazzo si permettono???

    MA
    COME
    CAZZO
    SI PERMETTONO???

    Porci malati e depravati con le ali mozzate, la testa reclinata, repressi e depressi si sentono in dovere di deprimere il mondo, sfrattare gli orsi dalle proprie caverne, distruggere l’habitat di un colibrì, alterare gli equilibri in cui le farfalle volano la sera colorando l’aria, vivono in scatola, dentro un barattolo con le ruote, in una tana domestica sigillata da vetri, tetti, mura e pavimenti e non contenti murano tutto, dividono il mondo in pezzettini e dicono:

    “Questo è mio e questo è tuo”

    E ogni volta che non sono daccordo perchè i centimetri sfuggono un pò a destra e un pò a sinistra, si infilano in un palazzo marmoreo chiamato “Tribunale” e si avvalgono del giudizio supremo di un pagliaccio vestito di piume e abiti carnevaleschi che passa la vita ad esprimere verdetti e sentenze, condanne e assoluzioni manco fosse un padreterno...

    Una specie di ago della bilancia che a volte pende di qua... altre di là... e alla fine tutti sono scontenti perchè chi perde perde e chi vince è triste come prima.

    E così, siccome si infilano in un tunnel senza vie di fuga, sono costretti a sfogarsi con la prima ideologia che gli viene propinata, se sei in un paese bianco ti rifilano un dio bianco, se sei in un paese blu avrai la triade blu, se sei in un paese lilla ci sarà uno splendido dio lilla.

    Sono tutti diversi ma hanno tutti ragione.

    Si scannano tra di loro ma predicano il bene e l’amore.

    Però ti dicono anche:

    “Sei in un paese libero”

    Che significa in poche parole che se le cazzate non ti vanno bene puoi sempre pensare e dedicarti alle controcazzate, la chiamano

    “libertà di pensiero”

    e sono disposti a combattersi, sparare, ammazzarsi per difenderla: è un bene preziosissimo! In pratica sei artefice del tuo destino, libero di credere ad una boiata o al suo contrario, ovvero alle mille sfumature di mezzo.

    Basta che paghi le tasse.

    Eh sì... tutta la vita così.

    Corruzione, evasione, malaffari, tangenti ed estorsioni, racket e sottrazioni, frodi, furti, degrado, bassezze, malavita, malvivere, malnascere e malmorire... si fanno una gran bella vita di merda ma la difendono e dicono:

    “la vita è meravigliosa”

    E perchè? La morte fa forse schifo?

    Sono qui sereno, aria nell’aria, parte dello spazio, immerso nel cosmo posso volare tra una galassia e l’altra, giostrare sui cristalli di un pianeta, immergermi nelle polveri cosmiche dei nuovi mondi, quelli che stanno per nascere, quelli che si spengono, quelli che esplodono, sono nel tutto, nel reale, nell’insieme, non ho bisogno di studiare, so già tutto, sono parte della troposfera, faccio il girotondo sui campi magnetici e mi tuffo dentro il buco dell’ozono per riflettermi sulla curvatura della volta celeste... per noi è un po’ come una gigantesca bolla di sapone che prima o poi esploderà... di solito dura qualche miliardo di anni ma per noi è un nulla, mica abbiamo il rolex che ci dice l’ora...

    Cazzo ce ne frega del tempo? è una dello loro persecuzioni matematiche, quantificano tutto, anche le cose che non esistono, distinguono un prima da un dopo ma hanno mai pensato che esiste un
    “Sempre?”

    Allargo i raggi e li propago ai miei pianeti, amo sentirli rotolare intorno a me, mi diverto un mondo a guardare come girano, perfettamente equilibrati, allineati, bilanciati, gravitazionalmente collegati... un lavoro pazzesco, ci abbiamo impiegato una vita per creare il Sistema ma ora siamo veramente appagati, è quasi tutto perfetto, splendido, un incanto favoloso... possiamo passare dalla materia al nulla, dalla luce al buio senza curarci di nessuno, nessuno ci dice cosa essere, cosa fare, quanto pagare come tassa a qualcuno che vive alle nostre spalle, siamo liberi di essere, creare, propagarci, diffonderci, amare.

    Il “non esistere” è il nostro win-for-life, siamo fuori dallo schema, dalle rotte, dai labirinti dei loro percorsi culturali, non abbiamo una evoluzione da raggiungere, siamo già la perfezione: tutto nel tutto, amore nell’amore, vita nella vita, essenza nell’essenza, dolce  e silenziosa gioia di avere un universo tutto per noi, gratis...

    per sempre...

    :-))

     
  • 25 gennaio 2012 alle ore 17:16
    Figlia di una fiaba

    Come comincia: Nata tra le fronde di rovere e le radici di un ciliegio rosso fuoco, rivestita dalle foglie di un faggio candelabro e dalle bacche d’agrifoglio, custodiva primule gialle nel cuore che suonava come se fossero trombettine giocattolo, camminava sul sentiero delle querce e accarezzava dolcemente le piccole viole del sottobosco...
    Lo spazio terreno si rifletteva in questo sguardo azzurro ed è così che il cielo e il mare si rasserenavano, placava le tempeste e calmava le onde, scioglieva i venti gelidi con il calore delle labbra e baciava armoniosa le stagioni che si alternavano ciclicamente.
    Era nata da una fiaba, partorita nel ventre dei sogni di tutti noi, uomini e donne, bambini e anziani, tutti desideravano che esistesse qualcuno che portasse in dono la serenità e la dolcezza,

    la sincerità e la bellezza, per questo ora viveva...

    materializzata e incarnata tra corolle profumate, polveri colorate, leggera come un’aria tiepida con il sapore del mattino e brillante, come i pianeti lontani che ruotano a cerchio intorno a noi, a lei, al mondo, facendo un eterno girotondo danzante tra le stelle e le galassie...

    Un tempo l’uomo viveva al buio, nelle grotte e nelle spelonche, annidato e indifeso tremava per il freddo e la paura, era vittima degli eventi naturali, cibo per i predatori, subiva le intemperie e le glaciazioni senza poter affrontare il maltempo né le avversità...
    non c’erano boschi ma solo foreste impenetrabili popolate da serpenti enormi, paludi sconfinate in cui regnavano coccodrilli giganteschi e montagne inaccessibili sorvolate da aquile preistoriche estremamente feroci e malvagie... avvistavano dall’alto le loro prede e le ghermivano con immensi artigli per cibarsene.

    Il vento gelido desertificava le zolle e nei campi crescevano solamente arbusti spinosi e sterpi nodosi, le rocce erano seghettate e taglienti e i mari inarcavano la cresta di onde schiumose e roboanti che si frantumavano rabbiose sulla riva devastata, erosa, consumata.

    Dov’era il cibo, dov’erano i fiori, l’erba, la pace di una terra verdeggiante e silenziosa...?

    Non c’erano lucciole né farfalle ma solamente insetti voraci assetati di carne, pipistrelli con l’apertura alare di un elefante e ragni mostruosi, topastri pelosi, istrici deformi, tigri fameliche, rettili striscianti e rapaci notturni...

    Nessuno conosceva la gioia, pochi avevano provato l’esperienza dell’amore, si diffondevano al contrario il terrore, la paura, l’orrore, l’inquietudine, l’incertezza e l’angoscia di vivere braccati come piccole lepri in un territorio di caccia.

    Serviva qualcosa, una luce, una speranza, una magia che potesse cambiare le cose per ridare sorriso e spazio ai bambini che non avevano ancora sviluppato neppure il senso del sogno o della creatività... solamente l’ombra intermittente di paure e allarmi era l’universo noto esistenziale, solamente quello e nessuno poteva sfuggire a questo limite ideologico privo di fascino e seduzione.

    Per questo i bimbi dei villaggi si radunavano ogni sera intorno a un grande fuoco e cantavano preghiere dolci insieme a tutta la tribù... inneggiavano il loro desiderio di pace dedicando al Dio Sole a alla Dea Luna il loro piccolo cuore, i loro sogni invisibili...

    Passavano ere e glaciazioni, avanzava il deserto e recedevano le steppe, si spostavano orizzonti e progrediva l’uomo insieme ai primi albori di una civiltà ancora vergine di tecnologie... ma la mano sapiente di questa specie eletta imparò a dominare il fuoco e il ghiaccio, a costruire, nidificare artificialmente in tane progredite e accessoriate, decorate, personalizzate, ma nulla ancora poteva opporre alla forza della natura e alle energie oscure della notte, delle creature inquiete che popolavano leggende e, purtroppo, anche la quotidianità.

    I bimbi si stringevano tra le pelli di bufalo e osservavano il cielo attraverso il singhiozzo di  lacrime piccine, gocce di pianto, stille umide sul viso impaurito dalle ombre nere di un pipistrello carnivoro, una nuvola di ragni e scorpioni, un tappeto di granchi velenosi... ogni rumore, ogni tumulto, ogni palpito del cuore erano momenti di silenziosa battaglia per rendersi invisibili, introvabili, prede senza tregua, mano nella mano, mentre i tuoni saettavano lampi e fulminavano le nuvole... finché un prezioso sonno li portava via, rapiti e distanti da questa realtà fuori misura, senza fiaba, senza dimensione...

    Mutava il grande regno animale e i grandi rettili mesozoici lasciavano questo pianeta per riprodursi altrove... le rocce del triassico, ormai levigate, si immergevano nella falde delle dorsali oceaniche per fondersi in nuove leghe, creare nuovi minerali, nuovi elementi... la terra partoriva nuovi frutti, nuovi fiori, nuove forma di vita vegetale mentre i venti tropicali si fondevano con quelli siderali... era l’inizio di una grande metamorfosi della geologia globale... le nubi si addensavano per attanagliare la luce di un sole sempre più lontano, pioveva fango, nevicava cenere, solidificavano cristalli di sale e argilla cementando la superficie della terra e delle acque... i colori erano distrutti, assorbiti da questo manto irrespirabile fossilizzavano interi branchi, intere foreste, fiumi, laghi e continenti... mari... oceani...

    La forza delle onde devastava scogliere millenarie che crollavano sbriciolate come macerie del passato, la melma imbizzarrita distruggeva coralli, atolli, fondali e litorali, cicloni trasversali, bufere vorticose, tornadi acquitrinosi strappavano le ultime forme di vita lacerandole nel nulla... la polvere, le polveri... l’aria, mancava l’aria, era tutto sepolto, sommerso, coperto... restavano solo i cunicoli sotterranei e le gallerie carsiche, i pozzi freatici, le grotte fluviali...

    L’uomo diveniva talpa, i bambini senza sorriso strisciavano come topolini disorientati alla ricerca di frammenti di calore, le dita sfioravano, toccavano e, forse, accarezzavano la pietra umida alla ricerca di un abbraccio...

    Ma il cuore del pianeta produceva solamente esplosioni vulcaniche, saliva il magma furibondo attraverso le arterie longitudinali e ribolliva sulla crosta saccheggiata, tremava la terra, ribollivano le catene montagnose che fondevano ghiacciai sulla barriera corallina, iceberg equatoriali, deserti pluviali...

    I bimbi più piccoli succhiavano l’acqua che condensava sulle stalattiti, giocavano a schizzare ricami di calcare sulle candele di sale, si rincorrevano alla cieca tastando le colonne sedimentarie, saltando filoni e spaccature... non era rimasto più nulla, ma la mancanza materiale non impediva ai cuccioli d’uomo di credere ancora nella forza dei propri sogni...

    Non c’era il giorno...

    Non c’era la notte...

    Solamente una gelida cavità sotterranea, rifugio di una specie che non era disposta a rassegnarsi, né estinguersi...

    Cosa ha portato questa generazione alla sopravvivenza... quale straordinaria energia ha dato loro la spinta e lo stimolo per resistere secoli, forse millenni nel nulla e senza più nulla? cosa cercavano, cosa aspettavano, cosa credevano, in chi, a cosa... credevano?

    Forse già allora la speranza di un messia, un cristo preistorico motivava la speranza di un’attesa, una liberazione, una rinascita...

    I bimbi divenivano adulti e nascevano altri bimbi, pallide anime senza luce avevano sempre un grande dono nella sorgente linfatica del proprio cuore: immaginavano, sognavano, creavano... la forza di un sogno alimentava la loro crescita, colmava il silenzio, colorava il buio e rischiarava le caverne dipingendo stelle immaginarie sulle pareti, fiori di pietra, petali di sabbia, forse anche sorgenti e, forse, persino fragole, mirtilli, lamponi, ciliegie...

    Tramandavano l’un l’altro il dipinto delle singole fantasie e definivano così un mondo parallelo popolato di cibo colorato... immaginavano tonalità di nero di aspetto differente: ascoltavano il petto pulsare e sentivano il colore del sangue, creavano un cielo attraverso la percezione del proprio sguardo pietrificato, ideavano l’azzurro e lo riflettevano in pozzanghere infinite popolate di scintille di vita armoniose, sinuose, un mondo colorato e variopinto dalle mille forme, dai mille sapori, profumi,  intonazioni...
    L’energia tramandata di questi bimbi iniziò così a risalire, come in un camino magmatico, verso la superficie torbida della sfera terrestre... si propagava nell’aria paludosa, si infiltrava nelle viscere fangose, antidoto d’amore alle forze oscure che precludevano la vita...

    I bimbi sognavano, sognavano ancora e la loro forza divenne vita, i loro giochi divennero luce, raggi, raggi di luce che improvvisamente iniziò a filtrare tra la densa coltre di vapori neri e le tenebrose nuvole dei temporali eterni.

    Raccontavano una fiaba, i bambini... e forse anche gli adulti:

    “Una bambina di nome Serenella, mentre giocava tra le stalattiti della sua grotta, smarrì la strada della tana familiare della sua tribù e cominciò a vagare nel buio, sola e infreddolita...
    Tastava le rocce, accarezzava le pietre ma non riusciva a riconoscere il percorso abituale e passarono cicli di sveglia e cicli del sonno in cui sognava tanto di ritornare tra le calde braccia di sua madre... Nel silenzio, forse dormiva, una piccola scintilla le indicò un cammino e lei seguì la direzione indicatale, era stanca ormai e non aveva quasi più le forze per salire, stava per cedere esausta e sfinita ma quel puntino dorato era la sua speranza, il suo desiderio, il suo sogno... poteva condurla al tutto, alla sua tribù, alla sua famiglia, al calore, all’amore...

    La prese tra le mani e cominciò a brillare, intermittente codice di vita, palpitava, volava, la seguì ancora fino a giungere ad una volta immensa, la caverna si allargava enormemente e sul soffitto c’erano tanti puntini brillanti, dorati, argentati... e altri ancora volavano intorno a lei. Percezioni nuove, sensazioni sconosciute... profumi... sentiva per la prima volta un odore diverso dalle putrescenti esalazioni della caverna, era un senso del buono, aveva fame, sete, era sfinita, camminava sul morbido ora, nessuna pietra, nessuna roccia, si sdraiò sul soffice tappeto e si addormentò... sogni...

    Tanti, tantissimi sogni fino al risveglio circondata da meraviglie, magie, entrava nel sogno, lo toccava, lo sentiva, camminava nel sogno, su questo strato verde e profumato di fili morbidi, nessuna tempesta, nessun maremoto... Ora il soffitto della grotta era immane e lucente, chiaro... una grande luce calda dipingeva forme senza fine. Le montagne fiorite, il mare tranquillo, i canarini e le rondini, i passeri, il pettirosso... le farfalline azzurre e le piccole margherite ma soprattutto queste palline colorate e profumatissime che ridonano energia al corpicino sfinito di Serenella che riprende forza, impara a correre, toccare, sentire, vedere, ascoltare... profumi e suoni, rumori, calore, colore, raccolse alcune fragole, alcune ciliegie, papaveri e conchiglie, prugne dorate e garofani selvatici, sentiva gioia, provava amore per tutto questo... Questa immensa grotta dal soffitto multicolore divenne la sua casa per sempre, aveva tutto: dall’alto scendeva l’acqua per lavarsi e dissetarsi, a volte persino cristalli bianchi e leggeri, freddi... Intorno a lei la dolce compagnia di animali mansueti e pacifici, c’era un ciclo di luce, che chiamò giorno e un ciclo di buio che chiamò notte, in cui le divenne naturale assopirsi e dormire, sognare... che tutti i bambini di tutte le grotte potessero trovare questa via, questa lucina dorata che chiamò “lucciola” ... e giungere a questa grotta meravigliosa che chiamò “mondo”.... “

    I bimbi sognavano tutto questo e ogni ciclo raccontavano la fiaba, questa fiaba, che dava corpo ai loro desideri e ai progetti di una speranza superiore.

    Ma Serenella non era semplicemente una storia da raccontare... lei esisteva, era viva, reale figlia della fiaba stessa e il suo richiamo, il suo segnale di amore giunse al profondo di tutte le grotte, ai lontani abissi, nei cunicoli e nelle voragini...

    il profumo del suo fiore color lilla tracciò un percorso che tutti i bimbi del grande popolo sotterraneo iniziarono a seguire... si alzavano, mano per mano e gioiosi giunsero tutti insieme a questa nuova cavità sconfinata chiamata Mondo...

    Ora potevano correre, vedere, saltare, osservare, usare i sensi del proprio corpo per percepire sensazioni complete, totali, di amore e di piacere...

    Era l’inizio di una nuova era che non appare nella storia geologica del nostro pianeta:

    L’Era dell’Amore...

    Non appare cronologicamente e neppure didatticamente ma noi sappiamo che è esistita e, forse, esiste ancora...

    Quando sentiamo il profumo... un profumo vero sì... cioè... non quello di D&G o di YSL dentro le scatolette di vetro... NO... quello di un fiore, dell’erba, del mare o della pioggia... quando guardiamo le stelle, la luna, i ricami delle nuvole o i colori del sole, quando tocchiamo le acque e giochiamo con le onde ed i gabbiani... noi facciamo l’amore, con il mondo...

    E Lei, forse, non era solamente una fiaba, un fiore, chissà...

    Magari tra le stelle ci osserva nella speranza che le fiabe aiutino a crescere il senso della speranza per un mondo migliore in cui esistere, nascere e rinascere, vivere senza distruggere, gioire, sognare, amare...

     
  • 02 gennaio 2012 alle ore 16:05
    La lanterna magica

    Come comincia: Il vetro appannato le consentiva di disegnare con le dita ricami e cuoricini, stelline e piccoli messaggi d’amore, pensieri sognanti dedicati a principi lontani e cavalieri solitari, cercava un cuore e lasciava tracce del suo passaggio, segnali guida che conducevano a sè, alla propria casa in cui l’albero brillava di lucine colorate intermittenti, grechine elettroniche, danza luminosa tra le sfere di cristallo, i fili argentati, la speranza incartata, i sogni impacchettati...

    Forse, nella leggera illusione che l’infanzia potesse dilazionarsi anche nei decenni successivi, posava delicatamente un piattino sul davanzale, contenente il latte per le renne e i biscotti per Babbo Natale, frollini zuccherati genere pan di stelle, certamente adatti all’occasione e una candela per illustrare il cammino, piccolo radiofaro nella notte in cui da sempre, dicono, accadono grandi magie... 

    Così guardava, osservava, fissava il cielo, le ore nottambule scandite dalla sveglia antica caricata ancora a molla, aveva un grande fascino quel tic-tac meccanico, era una reale scansione del tempo, metricamente vibrante e certificata dalla piccola e sottile lancetta dei secondi che avanzava a scatti, sessanta volte al minuto... 3600 trattini all’ora... il tempo... compagno della sua anima da sempre per cercare lassù... tra lo zucchero e le stelle... tra le statuine del fornaio e le pecorelle, le casette innevate, le palme imbiancate, velo, velo bianco, zucchero a velo, zucchero bianco... cuor di zucchero, occhi di bimba, le dita sul vetro a lasciare impronte, stridere sulla superficie umida, alitando dolcemente come per baciare le proprie fantasie, come per creare, dare vita, animare queste forme espressive che nascevano dal suo spirito lontano, dalle terre votive, tradizioni celtiche, pietre scolpite nel nulla e proiettate al cielo, tesori nascosti, obelischi di amore cementati da una forza inesauribile, una potente energia superiore che trasportava il dono più prezioso dell’Universo e lo depositava lì... accanto a lei... in un piccolo scrigno di cristallo modellato nel suo cuore...

    Lei disegnava sul vetro e il mondo disegnava in lei... i tesori scambiavano l’essenza del proprio valore barattando cuori e desideri, la vita stessa si rifletteva nello sguardo trasparente color sogno ma ora restava un passo, un piccolo, semplice, microscopico gradino da salire, un tratto da percorrere per fondere queste energie speculari in un unico armonico sigillo, pietra sorgiva per partorire il varco dei desideri: quello che trapassa la materia per collegare mondi distanti... la realtà... e la fantasia...

    Doveva esserci, esistere questo passaggio, questa porta dorata, questo ponte tra le rive del prima e del dopo, del passato e del futuro, tra le sponde della storia, tra le spiagge su cui le onde si infrangevano da tempo modellando scogliere profumate tra la luna e le stelle...

    Orme, sì...

    doveva camminare, segnare la sabbia, lasciare indicazioni e proseguire, avanzare, credere che il destino fosse in grado di proiettare e scolpire nelle forme del creato questa sua bellezza interiore, i fiori coltivati sul diario delle piccole cose belle, il cestino dei pensieri d’amore, la borsa con i bigliettini, il vassoio dei petali di rosa, profumo di velluto, dolcezza...

    una panna cremosa e leggera che si spargeva tra le nuvole o, forse... erano le nuvole stesse ad imbiancare il cielo, filamenti di vapore, pecorelle al pascolo troposferico per seguire le tracce...

    a piedi nudi danzava sulla sabbia collegandosi alla rete dei Grandi Sognatori...

    di quelle anime felici che non sanno spegnere un sogno per vivere nella grigia rassegnazione...

    Sì, forse era possibile restare bambina, ascoltare le fiabe della notte e giocare con le dita, succhiare le unghie smaltate e aprire le palpebre, portare le ciglia al cielo e lasciare che tutto avvenga, cadano fiocchi di neve mentre brillano le Orse, foglie portate dal vento, raggi prismatici riflessi nei mille colori del sole o nell’argento monogamico della mezzaluna ritagliata all’orizzonte.

    Doveva trovare un modo, un mezzo per giungere lassù, portare un segnale di collegamento, un messaggio, il suo messaggio... la terra nutriva le sue labbra, inginocchiata a baciare l’erba ricoperta da cristalli di ghiaccio nel mattino, disciolto, rappreso, velato, silenzioso menestrello tra correnti ascensionali e polveri della notte...

    Non era sola, c’erano altri bimbi, vociavano, correvano, gridavano e scintillava tra le loro mani una piccola fiamma, stavano accedendo ai regni elevati con una lanterna, un piccolo palloncino di carta alimentato dal calore, erano sguardi gioiosi, luccicanti di emozione, sensazioni di pace... dominavano il firmamento e donavano al buio tenebroso lo spiraglio di luce che rischiarava il mondo...

    Si avvicinò per scaldarsi, per entrare idealmente nella corrente ascensionale che saliva verso le costellazioni eterne, sentiva tracce di un respiro universale, di una forma di vita assoluta che governava il battito del cuore: stella tra le stelle, scintilla di luce, frammento di fuoco, sfera gravitazionale nell’orbita divina del cielo polare, delle notti tropicali, figlia degli oceani e regina dei ghiacci, principessa bambina era pronta per crescere, divenire, entrare, passare... saliva lassù, ascendendo nei firmamenti fiabeschi di una storia senza fine, proiettava desideri sul mondo che fioriva, dispensava baci dalle labbra e petali di miele, pollini e caramello, coriandoli e mirtilli, fragole sciroppate, erbe aromatiche, tisane profumate.

    Era lei, la lanterna, era una busta ripiegata in attesa da tempo di volare, di essere accesa, dispiegata, lanciata... sì... !!!

    Mesi interi sullo scaffale di un negozio a guardare il mondo esterno nell’attesa di una mano, un gesto di pietà poi finalmente era uscita, scelta da un gruppo di bimbi per festeggiare la notte di capodanno...

    Lei...

    Riscaldata, infiammata, animata, sedotta e incantata...

    Sentiva la propria anima ascendere delicata staccandosi dall’erba gelida, dalle zolle gelide e lentamente, delicata, salutava i bimbi festosi per entrare sul palcoscenico...

    Venivano e assistevano, osservavano Venere ed Orione, Mercurio e Sirio, Antares, Auriga e Cassiopea... ora prendeva vita, nasceva, rinasceva, ora era simbolo di luce nella notte cosmica, puntino dorato, stella del mattino...

    Navigava nell’aria, isola di se stessa realizzando i propri sogni, esaudiva desideri, collegava finalmente in un filo invisibile quegli spazi inesplorati, quei mondi cosi lontani eppure allineati, congiunti, sequenziali...

    Realtà...

    e Fantasia...

    “Dicono che la lanterna magica cominciò a volare, innalzarsi, salire... e divenne stella.

    Una stella brilla per sempre...

    La lanterna non si spense mai...”

     
  • 15 dicembre 2011 alle ore 17:17
    Sorriso di neve

    Come comincia: Sorriso di neve

    Erano labbra di donna dipinte sul viso, erano occhi di cristallo che brillavano, tra sorrisi e lacrime, ricordi e passioni mai dimenticate, erano desideri profondi, sulla pelle morbida di un guanto di seta, sensuale movenza ottocentesca tra le ombre della sera, gelide, polari,

    era un inverno infinito quello che alloggiava nel suo cuore paralizzando i battiti emotivi in una monotona sintassi priva di sussulti, di brividi, stimoli, percezioni...

    Il vento spingeva le carte abbandonate in un gioco di spiragli tra le finestre chiuse, i vetri frantumati, riflessi di un mondo degradato che non poteva più reggere i fasti di un impero tramontato, decaduto, terre contaminate da radiazioni incontrollate ora lasciavano spazio al disadorno vivere di chi non rinunciava al magico potere di guardare le nuvole, contare le rondini, sedersi nel prato...

    Foglie, come scheletri vegetali accartocciati dal tempo, accumulate negli angoli, alla base di ogni radice e lungo i marciapiedi, strade deserte che portano al deserto, anime deserte, in attesa di pioggia benefica, purificante dono per la terra assetata, malata, sporca...

    Ceneri di un antico monumento alla gloria mortale, polveri di un amianto modulato tra intercapedini, pareti, strutture... pietre, mattoni, calcinacci, schegge di vetro, riflessi ovunque, come microspecchi di un sole estinto, testimoni taglienti dell’ultima era prima della Grande Distruzione...

    Toccava, accarezzava l’asfalto ferito, le fondamenta piegate, le torri sgretolate... non c’erano auto e neppure negozi, non c’era spazio purtroppo neppure per un respiro, uno sguardo, una presenza... camminava, sfiorava, baciava le impronte di un passero assetato, nel fumo pungente c’era, doveva avere, esserci, esistere, sopravvivere, camminava per avere una direzione, cercando un destino che nessuno poteva più scrivere, perché non c’erano pagine, non c’erano storie, racconti, poesie, caratteri, pensieri... e neppure parole...

    Restava quello spazio vuoto...

    vuoto...

    vuoto...

    In cui il silenzio rimbalzava nelle stanze della città, nelle vie del tormento, nei vicoli della solitudine, nelle piazze dello smarrimento, nei viali alberati di lampioni fossili e macerie ardenti, mura sgretolate, fogne prosciugate, tegole sbriciolate, tubazioni, pareti, vetrate, poster e pensiline carbonizzate, aria di plastica fusa, disciolta, fumo grigio, fumo nero, eterna notte priva di stelle, senza luna né comete, eterna sensazione di un inizio che non avrà fine, non ci saranno epiloghi, non ci sarà un seguito perché tutto quello che doveva essere, ormai, era già stato...

    Vivere senza la speranza di un arcobaleno, proseguire la marcia in un mondo spento, né luce né colori, onde piatte di un mare pietrificato, pozzanghere di olio melmoso e alberi bruciati, rivestiti di catrame nero e cenere, ceneri ovunque, residuo di una combustione distruttiva che ha massacrato l’ultima terra, la piccola spiaggia che noi chiamiamo “speranza”.

    A cos’è servito correre per tanto tempo, inseguirsi, rincorrersi, sovrastarsi, combattere, prevaricarsi, giudicare, condannare, reprimere, osannare, predicare, adorare, idolatrare, discutere, cercare, creare, edificare, bonificare, insegnare, tramandare...? A lasciare questo strato di bolle radioattive su cui non è più possibile seminare un filo di erba non sintetica?

    Forse il progetto era proprio questo: disperdere le tracce di una umanità priva dei requisiti fondamentali per stare al mondo: la logica, il buon senso non le appartenevano e ora... era tutto da rifare da zero, ricominciare sì... ma da cosa, da dove?

    Lei era il primo step, il primo gradino, futuristica Eva di un progetto postatomico del giorno dopo... immune a tutto, al caldo, al gelo, ai raggi e alle radiazioni: aveva completezza nella sua purezza e saggezza nella sua verginità spirituale. Non c’erano dei, non c’erano poteri, potenti, non c’era nessuno... Il cimitero mondiale era il nuovo giardino su cui ricrescere germogliando nuovi frutti, nuove spore di amore perché la vita torni a partorire e risvegliare le anime sepolte...

    Anni, secoli, millenni... la foresta tanto ferita e sfruttata nelle ere precedenti ha ripreso il proprio posto ricoprendo le aree disboscate, gli abusi e i complessi urbani edificati sulle sue ceneri ora sono polvere di cemento, sommersa sotto strati di fertile terreno carico di energia...

    gli iceberg governano le grandi correnti gelide del nord e le calotte polari hanno ricostruito la propria morfologia, sono tornate le nevi laddove stavano i ghiacciai perenni e le acque decantate ora riflettono un sole raggiante specchiando il cielo nei medesimi colori: azzurro di giorno, arcobaleno al crepuscolo, argento la notte.

    Terre, terre vive e fertili di vita ora rivestono province, regioni, stati... e l’unica bandiera è il sole che splende tra le stelle... il vento collega i continenti e la pioggia benevola disseta fiori tropicali e farfalle di montagna, frutti esotici e funghi del sottobosco, c’è spazio, sì, spazio per tutti e per tutto ora che l’uomo è stato ricollocato nel suo ruolo secondario di essenza primitiva alla ricerca di un perché...

    Mentre le lucciole si rincorrono intermittenti nel calore della notte, le tribù umane stanno ancora cercando la prima scintilla con cui accendere la prima fiamma della nuova storia... un giorno troveranno i loro stessi fossili e cominceranno a fantasticare, esporli nei musei, raccontare favole di mammuth e dinosauri, li trasformeranno in pupazzi animati e torneranno a speculare per possedere più pietrine, più polverine, più dischetti di metallo a cui torneranno a dare il significato primario di un dio chiamato denaro che servirà solamente a riportarli nello stesso tour di contaminazione e tutto ricomincerà...

    Ma forse Lei, Lei è diversa... non ci sono serpenti avvelenati, paradisi da difendere, eden da conquistare: non ci sono promesse né vere né false... soprattutto non ci sono divieti, minacce, ricatti di origine, sì... era questo l’inganno che impediva la nascita della vera coscienza, questo!

    All’origine di tutto non c’era il peccato, ma l’inganno!

    E intere generazioni per millenni hanno edificato culture e templi per tramandare un inganno che li ha portati ogni volta alla fossilizzazione spirituale, al conflitto, allo sconforto, al tormento, alla guerra, all’odio e alla vendetta... era questo l’errore su cui erano stati costruiti i precedenti valori ma ora è diverso, Lei è la purezza e le sue mani possono donare il calore del sole a chiunque desidera amore... finalmente nasce, ora, una nuova razza, una stirpe umana che non ha le radici nel peccato originale ma nell’amore originale e solo questo potrà essere, rapporto e interazione con le forme di vita, uomo e farfalle, bambini e delfini, ragazzi e gazzelle, donne e orchidee... una fusione interiore ed esteriore affinché tutte le forme di vita siano partecipi e autori della vita stessa... non ci sarà più l’ecologia come scienza, ma un sistema ecologicamente perfetto basato sull’amore, era così semplice! eppure ci sono volute decine di generazioni umane per capire che tutto era già scritto ovunque, ovunque!

    Lo dicevano le nuvole che portavano acqua e cristalli di neve. Lo diceva il sole che colorava il cielo di amore al principio e alla fine di ogni giorno e lo diceva la luna argentando l’anima di chi sapeva sognare oltre la propria sfera cinetelevisiva. Ora nascono programmi, musiche vere, il canto dei gabbiani che volano sul mare, il fruscio del vento che trasporta la coscienza dei semi e dei germogli...

    Lei alza lo sguardo al cielo e intorno a sé corrono felici bambini sulla spiaggia dorata: le onde accarezzano la pelle senza tempo e dalle stelle scendono i primi fiocchi di neve.

    E’ un nuovo inverno, una nuova stagione, Eva sorride e le sue labbra restano dischiuse come in un lungo bacio universale... la neve scivola sulle sue guance e si scioglie sul suo sorriso...

    :-)

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  • 13 dicembre 2011 alle ore 11:22
    Il Mendicante

    Come comincia: Arrostiti su una lamina tagliente restano, carbonizzati, pietrificati, i pensieri di un lontano mendicante che tutto osserva con l’occhio spento del proprio cuore.

    Osserva uomini arricchiti dal proprio egoismo, che volteggiano come pavoni nel grande circo della carriera individuale... hanno i gomiti consumati a furia di spingere e se gli offri una stella da guardare ti chiedono:

    “Cos’è?”

    Uomini di cultura che hanno dedicato il proprio circuito temporale a saturare le proprie fibre cerebrali caricandole di dati e nozioni, quando gli porgi un fiore non sentono il profumo né colgono il colore, sanno solamente indicarne la specie e la classificazione botanica.

    Uomini di scienza che dividono il mondo tra ciò che si dimostra e ciò che non si dimostra... quando gli parli di amore non sanno bene cosa rispondere...

    Uomini di teatro che hanno dedicato la propria chance esistenziale ad indossare maschere senza rendersi conto che la vera parodia era imitare il mondo che li circonda in cui tutti recitano e pochi, pochissimi “sono”.

    Uomini di politica, ingrassati dalla propria sete di potere, viscidi ippopotami imbalsamati preoccupati solamente di ormeggiare la propria barca accanto ad una più piccola, a guardare il mondo dall’alto, annegati nella propria presunzione e nella voragine di ipocrisia in cui propagano falsi valori per guadagnare privilegi... se gli porgi un dono si chiedono:
    “Cosa ci sarà sotto?”
    Non sanno donare e non sanno ricevere, vivono nel dubbio, nel timore dell’inganno perché solo questo conoscono!

    Donne dal grande portamento, eleganti e sensuali si massacrano la muscolatura pur di indossare trampoli affilati che ne slancino la silouhette: hanno dedicato la vita a tirarsi la pelle, abbronzarla, idratarla, rassodarla, depilarla e truccarla ma se le porti in un prato non sanno camminare a piedi nudi sull’erba...

    Il mendicante, ricco di cuore, profondo di amore, osserva, osserva solamente...

    Loro lo chiamano:

    “Pezzente”

    “Barbone”

    “Straccione”

    Si sentono benevoli quando allungano una misera monetina, credono di fargli del bene ma è lui che concede a loro la possibilità di un gesto, minimo, di amore...

    La carità è un gesto di amore.

    Quando gli porgi una moneta i suoi occhi ti rimandano sincera gratitudine e il suo cuore osserva la tua capacità di amare...

    Ringrazialo...

     
  • 03 dicembre 2011 alle ore 13:14
    Carapax

    Come comincia: Carapax

    Che cosa usciva a fare dal suo guscio protettivo che tanto amorevolmente la proteggeva dal freddo, dal buio, dai predatori e dai rapaci, dai cacciatori e dai voraci sciacalli che si cibano di tutto ciò che può essere trasformato in piacere, interesse, denaro?

    Il carapace era il suo esoscheletro, scudo alle intemperie esistenziali, nido per rintanarsi, tana per annidarsi, casa, letto, tetto, abitazione e residenza in un unico, minuscolo spazio esistenziale, decorato da geometrici ricami che armonizzavano con i colori dell’ambiente, della terra e del cielo, delle acque...

    Prima di uscire dal proprio abitacolo annusava lo spazio per percepire eventuali pericoli... con un ditino percepiva la temperatura e, se faceva troppo freddo, decideva che sarebbe tornata a dormire per risvegliarsi il mese successivo.

    Aspettava la primavera inoltrata, quando il sole sarebbe stato una torcia benefica in grado di scaldare il suo sangue, la sua pelle e il suo cuore... nell’attesa sonnecchiava sognante, ascoltando le melodie disperse nella rete magica della propria immaginazione...

    C’era tutto all’interno del guscio: veramente tutto! Poteva pensare qualunque cosa, progettare pensieri di ogni genere, immaginare in assoluta libertà qualunque situazione: dipingeva così nell’abitacolo interiore paesaggi e mondi meravigliosi, coglieva il sapore delle acque tiepide di un  mare lontano in cui giostrava nei coralli, tra alghe sinuose e petali di mare, stelle del fondale e astri del cielo quando saliva sui piccoli scogli per baciare la luna... nel silenzio delle onde infrante in una schiuma d’amore...

    La cercavo, la sentivo, la amavo da tempo ma era sempre chiusa, invisibile, impercettibile... sentivo la sua presenza calda e il suo cuore vibrava note musicali che disorientavano i miei sensi, seduzione seducente di ormoni spaziali che mi attiravano al suo cosmo forse per custodirla, vegliarla, forse per amarla...

    Poi ho capito che la sua luce era spenta, come una lucciola stanca aveva deposto i colori della vita e ora restava fredda e impaurita in attesa del ritorno... tornava un cavaliere bianco, scendeva il principe dal cielo, venivano gli angeli e gli dei a riportare scintille dorate, profumi temporali, raggi di luce tropicale, frutti esotici dal sapore infinito, polveri profumate, pietre preziose, brillanti, diamanti, ori e tesori, ricchezze e cibi pregiati, abiti firmati, gioielli incastonati... ma lei era spenta, silenziosa, rinchiusa, immobile...

    Volevano seppellirla nella sabbia bianca di una spiaggia d’autunno ma qualcosa, qualcuno mi chiamava... come un’antenna criptata sentivo e percepivo codici di soccorso, un grido di allarme che ristagnava intorno a questo involucro semantico mimetico, impenetrabile, cos’era? chi era? dove andava? qual’era il cammino, dove sorgeva il sole e dove... soprattutto... ascendeva la luna?

    Cercavo tracce di un riflesso argentato, seguivo le orme di una rondine smarrita, aprivo le ali per andare lontano, nelle rotte migratorie dei grandi esodi stagionali: ho attraversato mari glaciali, scavato passaggi nella terra nuda, arida e deserta, ho toccato fiori fossilizzati e paludi bonificate, orchidee sensuali e vellutate, sono stato nel giardino degli anturium, nel campo di margherite, nel regno dei girasoli e delle stelle alpine... ti cercavo nei fiori come un’ape regina in cerca del suo re, ti cercavo nelle acque, sulle isole, tra le nuvole... forse eri aquila, forse colibrì... forse eri figlia di un anemone, forse dischiudevi le tue palpebre come una ninfea o forse ancora ti adagiavi sulle lacrime sorgive come un fiore di loto bagnato di rugiada... ero perso, preso, smarrito, ritrovato, sentivo e seguivo questa scia di selvatico desiderio che mi chiamava come una goccia di miele, attrazione irresistibile, richiamo magnetico, ho viaggiato tanto, amore... ho corso, percorso mondi, vicini e lontani, ho visto la fine degli orizzonti e il principio dell’eternità...

    Loro hanno preso il tuo guscio, l’hanno sepolto sulla riva baciata di schiuma, lasciando una lapide al vento che l’ha portata in cielo, al cielo, dove giungono i lamenti e le preghiere di chi crede nella vita e, quindi, anche nella morte...

    Ma io sentivo, capivo, che questo brivido d’amore era una voce più forte del tempo e più profonda di qualunque abisso... non c’erano voragini, non c’erano pareti invalicabili. Adesso.
    Cercavo.
    Tocco, smuovo, ribalto le montagne.
    Apro.
    Entro.

    Apri mondo apriti!

    Milioni di anni.

    Miliardi di secoli.

    Milioni di miliardi di processi evolutivi, dalla prima cellula al perfetto sistema di concezione che unisce gli insiemi lontani per creare.

    Armonia.

    Arte.
    Amore...

    Sono io, amore... sono io...

    Sono la primavera...

    Vengo a prenderti tra le mie braccia, baciarti di sole caldo, di pioggia fresca e benefica per fertilizzare la tua anima... loro vedevano solamente la tua apparenza, il tuo profilo esteriore, ti davano un nome, un’età anagrafica, un indirizzo, un codice fiscale... ti hanno persino valutato, quotato, quantificato... e quando si sono ritrovati tra le mani il tuo carapace non sono stati neppure in grado di capire che era solamente un guscio senza vita, una buccia esterna, una corteccia protettiva... no! loro vedevano solamente con lo sguardo, valutavano solamente con la ragione...

    Ti hanno sepolta, dimenticata...

    Ma io porto semi da germogliare e petali da impollinare, sono energia del risveglio, linfa di un desiderio di rinascita che da sempre riporta vita alla vita, colori e luci, sogni, desideri...

    Ora sei tra le mie braccia, amore...

    Ora sei al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore, ora mi poso sulle tue labbra come la più leggera delle libellule, volteggio sulla tua bocca e mi congiungo, non sei più sola, sepolta, abbandonata, è giunta l’ora di aprire il forziere del grande tesoro.

    Accolgo il tuo cuore come un dono da amare, accolgo il tuo bacio come un tesoro da propagare, diffondere, spalmare, irradiare al mondo, sulle foreste e sugli oceani... deliziosamente smarrito tra le tue braccia ti tengo per mano e vado, andiamo oltre, lassù... per sempre...

     
  • 06 novembre 2011 alle ore 10:19
    Meteora

    Come comincia: Come una sfera nel cosmo, una terra vagante nello spazio sconfino alla ricerca di un confine, navigo fuori da rotte e percorsi, rotolando in una mappa stellare sconosciuta, forse nuova… una piega temporale si avvicina alle mie tempie e mi sussurra una via, mi indica la scia di una cometa a cui aggrapparmi per percorrere stralci siderali, mi avvinghio ai frammenti di stella e mi fondo nella sua chioma d’argento, mi mescolo tra le particelle e le polveri nebulose trasportata in un dolce vortice di scintille e di magie…

    Veleggiare, volteggiare, rotolare nell’universo, danzare tra gli anelli di ghiaccio di un’aurora boreale e i raggi fotonici di una macchia solare… vibro tra le tempeste magnetiche e mi ricarico di energia con i campi gravitazionali, l’attrazione dei corpi, degli astri, la fisica quantistica che si rigenera e si risolve tra le mie molecole accelerate generando nuove forme di vita, nuove combinazioni chimiche, nuovi elementi, atomi indifferenziati da analizzare e coltivare, biologica sequenza genetica tutta da scoprire… nuovo è il mio patrimonio, nuova la traiettoria che mi porta a scoprire i passaggi tra un confine e l’altro, limiti apparentemente estremi si rivelano semplici collegamenti paralleli, crocevia di mondi separati, lamine probiotiche di ere primordiali… mentre la pietra riscrive la storia, come un laser affilato scolpisco tracce della mia anima sul cielo, lo ricamo di variopinti segnali d’amore, cerco la scia cosmica… cerco le orme spaziali di un’astronave dorata, carica di emozioni e di speranza, di sensazioni, segnali, mistero…

    Mi lascio avvolgere dalle onde elettromagnetiche, mi lascio trascinare come un satellite, seguo la rotazione, la rivoluzione dei corpi che regnano nel grande sistema, mi lascio esplodere, implodere, abbraccio i mondi lontani per creare nuove costellazioni, mi poso sulla volta celeste come una farfalla galattica… sottile come un velo di brina  raccolgo il canto degli angeli, delle angeliche voci racchiuse negli archi  di risonanza, nelle curve di rifrazione… si scompongono e si ricompongono come tavolozze di colori del paradiso, si mischiano con le tenebre lontane, con la luce incandescente  delle grandi eruzioni, con il magma apocalittico che scorre tra le venature freatiche delle zolle astrali,  sublimi e remoti controllori di un tracciato mitologico, sfuggito ai controlli del tempo…

    Vieni, vieni anche tu… facciamolo insieme, costruiamolo, raggiungiamolo, varchiamolo, proviamo a risorgere in una nuova forma pulsante di esistenza biologica… unisciti al mio cuore e rilancia, rigetta le mani verso il ponte colorato che conduce all’orizzonte… là troveremo la terra per germogliare, coltivare, fiorire, costruire…

    Ci saranno nuove acque e nuove sorgenti, apriremo le porte ai flussi del vento e delle stagioni, saremo fuoco… e ghiaccio… estremi dissociati, uniti dall’invisibile legame catartico dipinto nei sogni… principio di una nuova era, la nostra fusione, scosse di assestamento, continenti che si spostano sulla crosta superficiale come navi alla deriva… si aprono i mondi perché la vita possa, finalmente, fluire, defluire, confluire,  coagulando le polveri disperse in una formula omogenea, coerente e funzionale… scosse, movimenti, scosse telluriche e movimenti sismici… trema il nucleo gassoso, ribollono le cavità energetiche sovraccariche di gas, detriti, accumuli stratificati di roccia e sedimenti nativi…

    Fondere, associare, consociare, unire, congiungere… membrane diverse che si amalgamano, contatto per contatto, superficie per superficie, impatto, simbiosi, osmosi, unisciti, uniamoci, conglobiamoci, formiamo una nuova entità, un nuovo ammasso, una nuova struttura… unisciti, amiamoci…

    Stelle tra le stelle, velieri dello spazio… cavalchiamo la curvatura dell’Universo e liberiamo le ali, detritiche membra di cristallo protese verso le luci, arti accelerati per raggiungere territori sperduti… la ricerca di una nuova terra per depositare il seme di una nuova generazione di elementi… umani, spirituali, ectoplasmatici, impalpabili… sto vagando, stai viaggiando,  siamo  in proiezione intergalattica ed intertemporale… non ci sono suoni, non ci sono respiri, né motori, né odori, né strumenti di controllo: è una camera eterna per propagare, diffondere, sprigionare, emanare sentenze di fuoco, verdetti d’amore… leggi definite per l’umanità di allora… e per quella che verrà…

    Uomini, umani, persone, bambini, neonati, anziani, donne e ragazze, adolescenti, giovani, signorine, vecchi, signori, vecchie signore, anziani neonati, giovani persone, vecchi bambini… il tempo non è più un riferimento definito, una casella posizionata al centro di una sfera cronologica… lo spazio si espande materia per materia, elemento per elemento, le sintesi chimiche, i legami fisici, le resistenze, i conflitti, le tensioni… dischiudono e sbocciano ancora in un nuovo seme, una nuova traccia, un nuovo germoglio…

    Fioriscono le acque, piovono sabbia, pietre, e terre rocciose… schegge di nuvola, cascate di ghiaccio, cromosomi, ribosomi, si aprono le zolle, i crateri, prosciugano i mari, solidificano gli oceani disidratati, continenti esondati, è un turbine di girasoli dicotiledoni che avanza nel ciclone della vita, una corrente ascensionale che conduce i petali, le foglie, le radici, i rami e le fronde al cuore del ciclone…

    Unisciti, alla ricerca di un bacio senza fine, never ending kiss, unisciti a me, baciami le braccia, le spalle, porgimi la tua pelle perché anch’io devo, posso, voglio, anelo, ambisco unirmi… la ricerca di una congiunzione astrale superiore è il primo sogno dei miei desideri, fulmine dorsale, scintilla idrografica… nel bacino… dentro… internamente… ho bisogno di entrare dilatandomi, espandendomi come una galassia che sta per collassare, come un terremoto nelle viscere del pianeta che lo scuote vibrando tutta la sua potenza alla crosta solidificata che si sfalda, liquefandosi in una catena di abissi senza fine, voragini assolute, trapanando le falde, le catene montuose, le dighe naturali…

    Spunta il silenzio, si diffonde quella rara melodia della tregua definita in termini di pace, quiete, statica assenza di rumore e suoni, tempeste placate lasciano tracce di pozzanghere infiltrate nel terreno, il suolo umido disperde nebbia velata, sostare, danzare sul piazzale deserto dove dimorano le cattedrali, scendono foglie dal cielo, cadono lacrime e nessuno può fermare le acque che scolmano dall’argine, nessuno osserva questa esondazione di fango, di melma liquida putrescente… le nubi si voltano, alzano le spalle, puntano altrove, l’argilla condensa spaccandosi in lamine pungenti, carbone tagliente, torba paludosa…

    Insetti, insettivori, migrazioni intere di branchi solitari… si spostano le stelle, trasferiscono il loro cuore pulsante nei depositi di luce universale… eclissi emozionale che palpita come un tuono cavernoso nelle fibre dell’oceano…

    Parti di me che si sgretolano come foglie d’autunno, macerate dalle piogge e ingiallite dal gelo, spazio termico senza protezioni, senza veli, senza impianti di contenimento, strutture e condotte, alveo di un fiume mai dragato, mai incanalato, sovraccarico di detriti, intasato di grida… assordanti… silenziose…

    Primavera, primavere… infinito, infinite… infinite primavere… ciclo stagionale cadenzato dal tempo, dagli anelli concatenati che si uniscono uno ad uno per formare una struttura di riferimento e di  controllo, mentre le ali del gabbiano si dischiudono verso un sole lontano, molto lontano, pallido, forse irraggiungibile…

    Chi devo chiamare, cercare, invocare… come posso smarrirmi in questa nicchia di cielo saturo di lacrime, non so volare, non so scendere né salire, posso solo inoltrarmi nell’orizzonte camminando verso segnali di speranza, fessure, spiragli di luce… colori decolorati, toni desaturati, tinte grigie, autunni senza uscita, alle soglie di un inverno glaciale che porterà colonne di iceberg nel mio cuore…

    Non ci sono risposte, non aspetto domande… il silenzio è un dialogo occulto privo di confronti, sponde, costruzioni…

    Arginare, isolare, definire, limitare…

    ma perché devo sempre restringere la mia cerchia d’azione a tutto ciò che viene delimitato dai limiti conoscitivi di una minuscola tribù … ?

     
  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:44
    Cuore di luce

    Come comincia: Il modulo per la richiesta di mutuo era molto complicato: decine di documenti, codici fiscali e codici genetici, dna, rna… bic, swift, certificati anagrafici, analcolici, garanzie, moduli indecifrabili, bilanci e controbilanci, firme, timbri, bolli, bollini, tessere magnetiche, tessere di un mosaico incomponibile e impossibile…

    Il sogno di una casa calda e sicura, al riparo dal freddo e dai pericoli, in cui poter vivere posandosi serenamente sui muri di pietra, sulla corteccia del soffitto, in cui poter brillare, lampeggiare, volare in libertà… era un sogno non realizzabile, troppo complesso, respinto dalle circostanze della vita e dal rischio proibitivo di finire divorato da un qualunque predatore del bosco…

    Restava spento e silenzioso, mimetizzato sotto il guscio di una ghianda… una casa piccola, stretta e oscura in cui non c’era spazio, non c’era vita… ma uscirne significava essere visto e sbranato… poteva solo nascondersi, soprattutto quando la notte rendeva il suo cuore luminoso, pulsante, visibile a tutti anche da lontano… nascosto e imprigionato… legato al proprio bisogno di vivere solamente dalla speranza di un sogno che potesse illuminare ogni cosa e trasportarlo in un mondo magico ricco di colori e armonia…

    Nel silenzio le foglie scricchiolavano, erano i passi minacciosi di un felino, un predatore in cerca di cibo…

    lui era l’alimento per i pipistrelli della notte che ne catturavano le vibrazioni, per chiunque potesse vederlo… Poteva solamente nascondersi meglio, di più, soffocarsi, coprire il proprio cuore, la luce… pericolosa… che non poteva spegnere né controllare…

    Bloccato e imprigionato aveva solamente da scegliere… se spegnere la propria luce spegnendo se stesso… o uscire, vivere, pulsare, brillare, volando di foglia in foglia, fiore in fiore, ramo in ramo… barattando la propria libertà con la propria incolumità…

    Scelse di battere le ali e scoprire i rumori, i sapori, i colori del bosco… ogni battito del cuore la sua luce richiamava famelici e selvatici istinti ma il piacere di posarsi su una betulla, scivolare sul muschio, respirare il profumo delle resine, dondolarsi su una foglia caduta dal cielo, vedere le fronde cullate dal vento e le pietre brillare sotto i raggi della luna… Lui era luce che volava… verso la fine del bosco, la vetta degli alberi, verso radure fiorite, verso l’alto… il cielo…

    Giunse alla fine, la fine del bosco, la fine della terra, del mondo, la cima…

    era l’ultima soglia, la vetta di una montagna tra le montagne, al centro del sistema, confine e limite… poteva solo posarsi, per l’ultima volta, tra il sole e la luna, al freddo, senza un rifugio, senza protezioni, senza casa… immobile al centro dell’universo… posato tra l’erba umida, fredda…

    Nel freddo e nel silenzio i raggi si incrociavano, gli astri si guardavano… opposti e paralleli, il vento rompeva il silenzio portando un battito d’ali…
    La lucciola restò immobile ma il suo cuore brillava, luminoso e letale…

    Voleva spegnerlo, nascondersi ma non poteva … NON VOLEVA spegnerlo…

    Non voleva nascondersi…

    Il battito d’ali era vicino, sentiva lo spostamento d’aria, si avvicinava…

    Il sole baciava la luna che baciava il sole…

    Intorno al suo cuore di luce la cornice del bosco portava con sé il profumo della casa abbandonata, del guscio di ghianda rimasto tra le foglie, accanto ad alberi sradicati, arbusti, bacche velenose, insetti voraci…

    “Ho scelto di vivere, liberare la mia luce, ascoltare il mio cuore

    Ora puoi scendere su di me… volando… puoi prendermi…

    Ora puoi venire

    Sono tuo…

    Ma ho scelto di vivere

    Ho scelto…

    La vita…

    Scendi….

    Avvolgimi…

    Prendimi…

    Guidata dalla mia luce

    Che non intendo spegnere…

    Ti sento, so che sei vicino, mi hai visto…”
    Aggrappato al mio filo d’erba umido e freddo il mio cuore batte forte, la luce si fa più intensa, visibile…

    …………………………………………………………………….

    Il sole si fondeva con la luna che si fondeva con il sole… (*)

    La farfalla dalle grandi ali color del tramonto si posò sulla lucciola avvolgendone la luce in un abbraccio morbido e delicato, proteggendola dal mondo, caricandola d’amore…

    Il cuore di luce pulsava… brillava di gioia, di vita meravigliosa, donava il battito intermittente all’incantevole anima che ne custodiva i preziosi raggi accarezzandone lo spirito libero… capace di sognare…

    Avvolto nel suo sogno, la lucciola baciò le ali della farfalla… erano quanto di più morbido e delicato avesse mai visto, sognato, immaginato… si strinse a lei, la strinse a sé, con calore, amore, poesia, magia… ne cercò le labbra per fondersi in lei, per fonderla in sé…

    liberando energie infinite che dal piccolo stelo del prato si propagavano al cielo e alla terra, accendevano le stelle, le luci della notte… il sole era sceso oltre le montagne, la luna brillava rotonda e splendente…

    fili d’argento dal cielo…

    profumo boreale…

    polvere di meteore…

    stelle cadenti…

    desideri…

    luce…

    Dicono che sia la storia d’amore più grande

    Più bella

    Più dolce



    … che sia mai esistita…

    (*storico)

     
  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:43
    Un casista incasinato

    Come comincia: Per essere un casista, ai tempi della recessione immobiliare pluriavanzata (1.250 A.M. – leggasi Ante Mattonem) servivano ben altro che pluridecorazioni, lauree a dishonorem, nomine catastali predefinite o governative, licenze poetiche ad uso edilizio o rogiti notarili con caparra anticipata e relativa dilazione in 250 bienni senza particolare disinteresse…

    Si trattava, a quei tempi, della più avanzata professione specialistica che essere vivente potesse mai pensare anche solo di immaginare, in quanto l’iter diplomatico-burocratico-parastatale era enormemente complesso e difficoltoso: una professione eletta quasi a mitologico simbolo dello sviluppo e del progresso di allora.

    Ecco perché Tino Mattone passò alla storia… perché fu lui l’unico atleta dell’ingegneria a superare i mille e mille (uguale duemille) ipercavilli, esami, controesami, prove del 39, controprove, analisi e controanalisi necessarie per ottenere questa specializzazione assoluta tanto ambita da qualsiasi ambizioso idealista arrivista e traguardista. Prima della sua venuta, tutti i 5 milioni di abitanti di Manopoli, uno stato democratico particolarmente prospero e progredito, vivevano in un unico insediamento domestico costituito da un’enorme struttura in giunco e vimini sotto la quale alloggiavano senza alcun riferimento di proprietà, domicilio o ubicazione, vaganti sotto questa immensa protezione dalle intemperie, quasi come formiche in un formicaio di giunco e vimini. Nessuno si era mai posto il problema di vivere diversamente anche perché, per farlo, qualcuno avrebbe dovuto porsene il problema… E’ così che in un unico spazio si svolgeva tutto e accadeva di tutto: le persone giravano accalcandosi a tratti una sopra l’altra e a volte gruppi sopra gruppi, indistintamente; chi camminava, chi correva… non c’era un particolare regolamento al proposito anche perché lo spirito di comunità era di lasciare massima libertà alle esigenze di ciascuno: si era tutti in uno in tutti i sensi, dappertutto!
    Comizi di popolo sopra partite di polo, accanto a fiere del bestiame e sotto gruppi di lavoro, di ballo, di canto, di studio o di danza anaerobica. Lezioni di scuola in mezzo a gare di formula 19, previsioni del tempo tra artigiani del pellame, pescatori tra automobilisti scatenati e bambini giocherelloni tra anziani traballanti e ancora vigili urbani tra operatori ecologici e distributori di volantini tra gestori di autogrill… Non è che ci fosse poi questo gran casino, perché in effetti il casino era totale… solo che istintivamente si poteva provare a far di meglio ma… quella era la realtà e per cambiarla occorreva cambiarla.

    Cosa non da poco, considerando che le tradizioni millenarie erano ben radicate nell’uso ma anche nel costume del popolo… era come andare da un pinguino e fargli presente che al Polo Sud faceva freddo… Cosa gliene avrebbe potuto sbattere più che qualche minuto? Chi aveva interesse a discutere il proprio habitat, la propria condizione sociale, la propria  comune metodologia esistenziale… e perché?

    Tino Mattone, unico addetto alla manutenzione e alla gestione tecnicologistica dell’immane copertura in giunco e vimini che proteggeva gli abitanti della sua città, gestiva una squadra di operai specializzati che, arrampicandosi sulla struttura stessa e passando di trave in trave librandosi su delle corde penzolanti, provvedevano al controllo quotidiano della perfetta integrità dell’insieme: chiudevano eventuali falli provocate dalle intemperie, controllavano lo stato di usura e deterioramento dei supporti o dei rivestimenti segnalando eventuali elementi difettosi o pericolanti. Tino Mattone, dunque, effettuava un sopralluogo per verificare l’intervento da eseguirsi e forniva alla Officina di Falegnameria Statale i parametri necessari per produrre gli elementi che andavano sostituiti… Ne seguiva la lavorazione artigianale truciolo per truciolo, il trasporto, la messa in posa e quella in chiesa, e ne testava infine la resistenza con un gruppo di pesi massimi che  sollecitavano le parti secondo precisi criteri definiti dal Test di tolleranza che lui stesso, in anni di approfonditi studi, aveva elaborato, forgiato, nonché tradotto in una sintetica formula algo-geo-fisica di cui riportiamo un sunto:
    “ Dato un elemento in giunco o vimini della lunghezza pari ad 1 metro, diametro spessore 15 cm, peso specifico 8,3 gha (unità di peso specifico locale) se ne certifica la tolleranza agli agenti atmosferici e intemperie particolari laddove 15 obesi di taglia superiore i 150kg, ritmando su di esso danze caraibiche e movenze di ballo polacco, non lo incrinino né lo spezzino”

    Accalcato tra la folla formicaieggiante di una qualunque giornata quotidiana, Tino Mattone, soffocato e sgomitante, soffriva il caos generale di quel modo di vivere… Ragionando sui suoi progetti di manutenzione e gestione dell’impianto di copertura della città, si ritrovava spesso a schizzare forme nuove, particolari, che custodiva tra i suoi appunti di ricercatore insieme alle equazioni paraalgebriche e agli integrali irrisolti di quando frequentava le scuole superiori. A volte si illudeva di riuscire ad inventare nuove soluzioni abitative per il genere umano ma, per quanto fosse il miglior iperspecializzato in tema, non gli venne mai nulla di funzionale o di realizzabile.

    La primavera portava nuove forme di vita nel mondo intorno a Manopoli, accompagnate da un vento tiepido, dal profumo di germogli sui rami delle piante, di fiori tra l’erba dei prati più verdi, più vivi… Il canto leggero di passerotti e rondini filtrava dalla copertura della città insieme a raggi di un sole più caldo, più luminoso… e l’acqua dei ruscelli che scendeva dalle vicine colline sembrava tintinnare più chiara e più limpida. Era il momento tanto atteso del picnic: tutti gli abitanti si spostavano al di fuori del centro urbano e si accalcavano sull’erba tenera uno sopra l’altro. A turno quelli sopra stavano sotto e viceversa per dare sia la possibilità di adagiarsi sul verde prato in fiore, sia di ricevere il tepore del sole primaverile. Era un momento di intenso svago e particolare relax paragonabile solo al grande esodo estivo quando si recavano nell’adiacente mare per una bella balneazione di gruppo; anche in questo caso era prevista una rotazione in acqua: le persone sotto raccoglievano conchiglie, alghe e frutti di mare, quelle sopra rianimavano quelli che venivano da sott’acqua, quelli più sopra ancora si arrostivano al sole o prendevano a fiondate i gabbiani di passaggio per evitare che defecassero troppo vicino al loro cranio.
    Nel pieno del picnic di primavera Tino Mattone volle isolarsi momentaneamente dal Gruppo per studiare il mondo che lo circondava… Uno scoiattolo passò saltellando accanto a lui, lo guardò un istante per poi fuggire verso il bosco. Tino lo seguì con lo sguardo e lo vide sparire in un albero, come per incanto… Stupito ed incuriosito si avvicinò alle fronde che si cullavano al vento ma non vide nulla; in alto, lungo il tronco, c’era solo un piccolo buco ma non era possibile che tutta la comunità degli scoiattoli si accalcasse in un buco così piccolo… Si tenne il mistero e continuò a studiare, sedendosi accanto ad un ruscello… spostò un piccolo sasso sommerso e… sobbalzò dallo stupore: un pesciolino argentato guizzò da sotto di esso per scappare velocemente altrove… cosa stava facendo? Perché era lì… e dov’era e come poteva essere la comune abitazione di tutti i pesci del ruscello? E quella dei passeri? Quella delle rondini?
    Esaminando una foglia dal tenero color verde primavera, concentrò la sua attenzione su un esemplare animale veramente particolare e curioso: un indefinito corpo molliccio e appiccicoso che strisciava lentissimamente con un rigonfiamento superiore apparentemente duro e leggero. Si avvicinò per sfiorarlo e con grande stupore vide che la parte molle dell’animale scomparve in quella dura!
    Questo fenomeno imprevisto e molto particolare lo interessò moltissimo, al punto che raccolse l’insolito animaletto per portarlo nel suo laboratorio. Nei giorni successivi, Tino Mattone non fece altro che studiarlo: lo chiamò lumaca perché era lento come una lumaca, e concluse che la parte dura dell’animale non era viva ma solamente un guscio protettivo entro cui si rintanava in caso di pericolo… Ma dove abitavano le lumache? Dov’era e come poteva essere la casa che raccoglieva la loro comunità?
    Domande complesse e difficili, a cui il Mattone non seppe trovare soluzione né una teoria in grado di ipotizzare una risposta.

    La primavera successiva, di ritorno al ruscello, vide per un istante un’ immagine di donna riflettersi nell’acqua argentea… Una ragazza dai lunghi capelli neri intiepiditi dal vento lo stava osservando con i dolcissimi occhi color del cielo. Nell’attimo stesso in cui se ne accorse era già sparita… la cercò, la chiamò ma non la vedeva… Pervaso da una forte sensazione di calore ed energia, colpito nel cuore e nella mente, dedicò i giorni successivi a ritrovare questa persona che tanto a fondo aveva toccato il suo spirito, la sua anima…
    Scalando montagne di persone, infilandosi in sottopassaggi e cunicoli umani, muovendosi a fatica tra centinaia di migliaia di anime si sentiva lentamente assalire dallo sconforto, dalla confusione, dal caos che regnava ovunque, in cui tutti vivevano ma nessuno esisteva… Non poteva trovare un individuo, una donna, una donna dolce e bella, quella donna… Poteva trovare persone, uomini e donne, anziani e bambini ma non quella persona… Mancavano i riferimenti, i luoghi, non c’erano luoghi in quell’unico luogo! Non c’erano singoli in quell’unica comunità! Non c’erano spazi in quell’unico ammasso!

    I suoi sentimenti entrarono in contraddizione con la realtà sociale in cui viveva, in cui tutti vivevano o ritenevano di vivere… Il progetto globale di comunità umana unita da un solo insieme di persone sotto un unico programma residenziale, i propri sentimenti, il bisogno di chiudere una porta, riaprirla… strane luci palpitavano nei suoi pensieri, emozioni e sensazioni, innamorato o forse semplicemente colpito da un’immagine, una intuizione… Voleva e doveva ritrovare quello sguardo dolce e azzurrato che in un solo attimo aveva dipinto la sua eternità, il suo quotidiano, i suoi momenti di vita arricchendoli di ipotesi, idee, tutto completamente rimescolato decine di volte nello stesso caos della città in cui viveva, che gli impediva di cercare e trovare, riconoscere e distinguere, identificare, essere individuo e non solo elemento di un insieme peraltro un po’ confuso.

    Esaminava il movimento della lumaca che lentissimamente pascolava di stelo in stelo lungo il piccolo percorso vegetale allestito per i suoi studi: una lumaca, un animale, un individuo… una sola abitazione! Vagamente circolare, spiraliforme… sembrava una piccola ruota arrotolata su se stessa, cava all’interno per ospitare lo stesso inquilino che la trasportava… La chiamò Roulotte, che significa “abitazione trasportabile a forma di ruota arrotolata” e ne fece elemento di profondi studi ed analisi per lunghi mesi a seguire.

    Due occhi color del cielo accompagnati da una dolce chioma di lunghi capelli neri cercavano da mesi una persona, quella persona che videro un giorno accovacciato sulle rive di un ruscello studiare l’acqua, le pietre, le foglie e i fiori, le piante, gli animali del bosco, gli insetti e i volatili. Tornava spesso sulle rive di quel ruscello sperando forse di rivederlo, di riprovare quella forte sensazione che aveva pervaso il suo sguardo e la sua mente quando lo videro, quando lui la vide e di nuovo lei scappò, per timidezza e imbarazzo, per confusione…

    Lo cercava in primavera, in estate, lo cercava in inverno penetrando le acque ghiacciate del rivolo innevato con il proprio desiderio di identificare una persona nel caos assoluto e globale del sistema sociale in cui viveva.

    Una foglia dell’autunno si staccò lentamente dal proprio ramo e come una lieve ninnananna giunse cullandosi al vento verso il suolo, cadendo silenziosamente accanto alla dolce chioma della dolce Evina, ragazza innamorata, confusa, pervasa e toccata da sensazioni nuove, dal bisogno di trovare e trovarsi, identificare e identificarsi. Evina spostò lo sguardo verso il cielo grigio, e vide uno scoiattolino infreddolito saltellare tra i rami rinsecchiti di un albero, provocando con il suo movimento la caduta delle ultime foglie rimaste. Si alzò curiosamente verso di lui come per salutarlo, vederlo più da vicino… scomparve in un piccolo buco dell’albero, come per magia… Incuriosita, Evina salì verso il cielo pallido ramo per ramo, sino alla cavità e vide qualcosa di incredibile, inimmaginabile… Lo scoiattolino stava sgusciando con le piccole zampe anteriori alcune ghiande raccolte nel sottobosco; accanto a lui una scoiattolina dagli occhi a mandorla imboccava premurosamente dei cuccioli piccolissimi e dolcissimi, che ricambiavano le premure dei genitori con piccoli squittii di gioia, strofinandosi con le piccole morbide code sul ventre di mamma e papà.
    Sconvolta e incantata da quel quadro di vita animale immensamente ricco di emotività e atmosfera si soffermò a lungo guardando, ma improvvisamente si sentì bloccare da un impulso interiore: aveva la sensazione di fare qualcosa di ingiusto, che non le apparteneva… c’era qualcosa in quello che aveva visto che l’aveva colpita oltremodo… una sensazione di intimità da rispettare, da non violare con la propria curiosità, la propria indiscrezione.

    Scese lentamente dall’albero e un po’ incerta si riavviò nel caos globale della sua città, riammucchiandosi su decine di persone ammucchiate su decine di persone, frequentando circoli sopra quadratoli, cinema all’aperto costruiti in mezzo a ponti gotici ed archi voltaici, suppellettili impilate sul cranio dei passanti e automobili parcheggiate sotto i tombini della metropolitana, alla stessa ora le stesse cose per tutti, in ogni momento tutti in un solo globale volume di insiemi generali, inidentificabili e indistinguibili, senza fama, senza storia, senza passato nella memoria, senza ricamare un solo attimo di personalità per sé stessi che non fosse dedicato all’insieme!

    Evina pensò di parlare con qualcuno dell’ incredibile scoperta che tanto la aveva colpita… e chi meglio del casista di Manopoli, la persona più colta, istruita, provata ed affermata, unico esperto tuttologo e superlogico capace di controllare l’efficienza della copertura globale della città, il massimo dotto locale plurilaureato e pluridiplomaticizzato da tutti riconosciuto come la più alta onorificenza locale?

    Si mise in viaggio alla ricerca di Tino Mattone, sgomitando tra i milioni di gomiti della gente della sua città, raggomitolandosi sotto migliaia di persone raggomitolate e aggrovigliate tra loro, scalando decine di umani che scalavano decine di umani per muoversi, spostarsi, respirare, fare qualcosa di diverso… Milioni di occhi e di persone, milioni di mani, uomini e donne unici nella loro identità ma completamente persi nel mare umano della città stessa, milioni di voci, di corpi in movimento casuale e caotico, milioni di gambe da superare come muri invalicabili, scarpate e abissi umani, individui agglomerati in un tutt’uno che occlude ogni diversità e ogni specifico… Un unico ostacolo insuperabile per trovare qualcuno, per sentirsi ed essere qualcuno anziché tutt’uno…

    Tino Mattone innamorato e sperduto nella massa di folla cittadina cercava quella persona che lo stava cercando, ignorando un’identità sconosciuta, rincorrendo solo un sentimento ed una tensione emotiva che guidava il loro annaspare tra l’impossibile sbarramento genetico del formicaio umano della loro metropoli.

    Seguendo le tracce di uno scoiattolo Tino Mattone incontrò Evina, che seguiva le tracce di uno scoiattolo o forse, entrambi, inseguivano i propri sogni, le proprie emozioni… Si scoprirono l’un l’altro sotto l’albero in primavera, incrociando il proprio sguardo, palpitando delle stesse paure e degli stessi desideri di vivere, conoscere e capire… Tino Mattone imbarazzato e timido scostando lentamente i propri passi si avvicinò a lei che non fuggiva ma lo aspettava, lo vide avvicinarsi, sentì la sua voce accarezzare i suoi pensieri e i suoi capelli, socchiuse gli occhi color del mare e prendendolo per mano salirono ramo per ramo verso le fronde, dove già lei vide la tana degli scoiattoli: erano nati quattro nuovi cucciolini di cui uno completamente bianco, sembrava un batuffolo di neve… un fiocco di bambagia… E mentre i genitori porgevano loro il cibo sgranocchiando il guscio di noci e ghiande, i fratellini già cresciuti si rincorrevano sui piccoli rami delle ultime frasche in germoglio, tra il volo incerto delle prime farfalle e il penetrante ronzio delle mosche in schiusa che sciamavano tra la terra e il cielo richiamando l’attenzione delle rondini in cerca di cibo.

    Guardando quello scenario di vita e natura Tino ed Evina congiunsero interiormente le proprie sensazioni in un unico battito emotivo, si sentivano uniti pur senza sfiorarsi: forse stava nascendo in loro il comune sentimento che unisce tutte le forze della natura, dai piccoli insetti ai grandi animali delle lontane praterie.
    Richiamati dal pigolio insistente di piccole uova appena dischiuse, videro le rondini portare il cibo ai cuccioli implumi, mentre i maschi della famiglia provvedevano a rinforzare il proprio nido aggiungendo sottili ramoscelli e intrecciandoli con rapidi movimento del becco… Anche loro non vivevano in una comunità agglomerata ed unica, ma erano ciascuno indipendente e libero del proprio spazio, della propria intimità e della propria famiglia in un mondo aperto e sereno dove tutto aveva un posto, un ruolo… Scesi lentamente dall’albero scoprirono una nidiata di pesciolini fare macchia accanto ad una pietra del ruscello, e sulla riva un  cerbiattino sorseggiava l’acqua con la piccola bocca insicura per dissetarsi… Il cucciolo fiutò gli umani, e corse a rifugiarsi nella propria tana: uno spazio morbido e fresco ricavato in un intricato gruppo di cespugli accanto alle prime pareti della montagna… Anche un’ape si posò su un bellissimo trifoglio color lilla accanto a loro, e dopo aver svolto il proprio ruolo nel gioco della riproduzione vegetale, portò il proprio carico di polline all’alveare che ospitava le larve pronte per schiudersi con il primo sole.
    Ogni cosa aveva un posto, un ruolo, ed ogni creatura una sua dimora… Solo le formiche avevano una struttura sociale simile a quella di Manopoli ma forse poteva esserci una certa differenza tra le due specie animali. Tino ed Evina sfiorandosi per mano camminavano dolcemente guardando tutto questo, baciati dal sole, accarezzati dal vento, uniti dalle stesse sensazioni si strinsero vicino, forte… la paura di perdersi, non potersi ritrovare, il desiderio di stare insieme uniti, una famiglia, un proprio spazio, una porta per chiudere ed aprire il proprio spazio, i propri cuccioli vicino a sé, le proprie cose…

    Da questo mix di desideri e paure, Tino Mattone derivò il più rivoluzionario progetto mai ardito prima da un essere umanoide: la tana famigliare, proporzionalmente grande quanto basta per pochi individui, in grado di accogliere un nucleo di persone limitato e le relative cose: una riproduzione in piccolo dell’immane struttura di protezione della città!

    Provò ad edificare un prototipo facendo di queste sue recenti scoperte un patrimonio inestimabile di idee e funzionalità: intrecciando ramoscelli e fronde costruì una prima ossatura della costruzione; integrò quindi le pareti con del fango lasciando un’apertura che chiamò finestra. Guardando attraverso di essa dall’interno, era infatti come affacciarsi sul mondo, serviva per vedere fuori dalla propria tana famigliare ma anche per ricevere la luce del sole, l’aria… e per comunicare tra l’interno e l’esterno! Deviando un piccolo ramo del ruscello e facendolo passare lungo il pavimento dell’abitazione, Tino Mattone creò inoltre un ingegnoso sistema di acqua corrente che garantiva il fabbisogno idrico per bere, cucinare e persino per raccogliere senza eccessive maleodoranze le secrezioni fisiologiche degli abitanti.
    Evina adornò il tutto con fiori seccati al sole, li incorniciò su dei frammenti di corteccia trovati nel sottobosco e li appese alle pareti interne con dei fili d’erba annodati tra loro: davano un effetto bellissimo e il loro profumo arricchiva l’ambiente rendendolo più dolce, più accogliente… Raccolsero pietre levigate dalle rive del ruscello con cui crearono una base robusta che evitava il contatto con il terreno umido e freddo e per non sporcarlo crearono un apposito spazio per riporre le proprie scarpe, in un angolo poco visibile della tana. Dedicarono poi uno spazio per gli alimenti, uno per il riposo e uno per i futuri bambini che tanto sognavano di avere insieme, per crescerli nell’unione e nel calore di una intimità domestica nuova, unica, rivoluzionaria…

    In poco tempo il tessuto sociale e culturale della popolazione subì una trasformazione epocale mai vista e mai ripetuta: ogni abitante scelse di vivere in una tana famigliare attrezzata di tutti i comfort e protetta dal caos esterno… Chi scelse di costruirla accanto a quella di amici e parenti, chi preferì la soluzione deambulante ricavata applicando il criterio della lumaca e girava trainando una tana montata su ruote, posizionandola a seconda delle stagioni dove meglio credeva… Qualcuno costruì persino tane a due, tre piani e oltre, appoggiandosi agli alberi e creando piccole aree recintate intorno per avere uno spazio aperto dove coltivare erba e fiori… Nacquero famiglie unite e tutti scoprirono l’amore, l’affetto, il silenzio, la serenità di uno spazio personale in cui riflettere e studiare, riposare, crescere, uno spazio da arricchire e personalizzare con oggetti e ornamenti, uno spazio in cui esistere come unità viva e non come ammasso globale indefinito…

    Dall’evoluzione tecnologica che ne derivò Tino Mattone ideò persino un piccolo modulo di fango squadrato che, impilato in più combinazioni uno sopra l’altro, consentiva di costruire tane modulari in poco tempo e di rara bellezza, suddividendo l’interno in più zone da dedicare alle diverse fasi del vivere quotidiano: in suo onore questo cubetto di fango prese il nome del grande inventore ma pochi sapranno, nel tempo, che i veri artefici di questa fantastica rivoluzione generazionale non furono solamente i due uomini che l’avevano messa in atto, ma soprattutto gli elementi interiori che avevano guidato i loro progetti: l’amore, prima di tutto… l’intimità, il proprio spazio, il senso protettivo della propria famiglia, gli scoiattoli e le farfalle, le rondini e i cerbiatti, i piccoli pesciolini argentei che punteggiavano le acque del ruscello, l’energia della natura e il calore del vento, il bisogno universale di esistere come parte di un insieme e non solo come insieme di parti indistinguibili.

    La riproduzione in scala di questa pagina di storia dell’uomo fu più avanti raccolta e riassunta in un curioso gioco di società in cui bisognava ripetere il progresso della civiltà di allora, simulando la costruzione di tane famigliari di varia dimensione; questo gioco, in voga per millenni, pare traspaia ancor oggi in alcune versioni moderne deformate dal tempo ma sempre fedeli al criterio della evoluzione edilizia… Pare che si chiamasse Manopoli, dal nome della storica città.

     
  • 03 ottobre 2011 alle ore 20:41
    La collezione di francobolli

    Come comincia: ... Mi davano del pazzo, certe volte, del visionario, del confusionario,
    un autentico mestierante del pensiero, di quelli che stravolgono la realtà, la interpretano secondo un criterio non conforme alle abitudini e alle usanze della gente che fa testo, un grosso problema per me ritrovarmi a leggere la vera interpretazione della mia mente, e di ciò che momento per momento, mi passava dinanzi agli occhi.

    Ecco affacciarsi confuso e poco chiaro, il turbine di una visione poco chiara e confusa, l’ombra indefinita di ciò che sembra, quella di ciò che e’...

    E intorno a me la gente muove e si muove, convinta di convinzioni convinte, determinata, sicura, mobile e inquadrata in un deserto di valori dove sopravvive con enorme fatica un lume di ragione e di chiarezza.
    Pero’ piace.
    Perché fa sentire, tutti uguali, tutti mediocri, tutti insieme, tutti convinti, tutti solidali, tutti unanimi...
    Uno schifo, forse una schifosissima schifezza.
    Avere uno sguardo che traspare pena, pietà, compassione, commozione.... Diventerà un reato, molto presto, la libertà di essere o di avere qualcosa...
    E allora eccomi cercare questa impossibile quadra, per affiancarmi all’insieme, per accostare il mio modo di essere a quello di chi ritiene di saper essere... un casino mai visto.
    Scollamenti, caos, indecisioni, conti che non tornano non torneranno e non potranno mai tornare.
    Cercare un’interpretazione razionale delle cose... ma dove?

    Accanto a me un’impressione fredda, accennata, lieve e impercettibile ma profonda dentro di me sfiorarmi e toccare le convinzioni del mio io cosi’ tanto per farne una, discuto anche quello e non se io sono io e se quello che penso e’ quello che penso, se quello che vedo e quello che vedo...
    Risultato il casino globale, un sistema di sconnessione universale dove nessun pensiero e’ più di conto, nemmeno i colori sono gli stessi, perché non so, nessuno sa il colore dei colori, nessuno sa la luce, il buio cosa sono e cosa siano.... L’inizio e la fine, e tutti gli agglomerati mentali di cui ciascuno di noi adora infarcirsi le nebbie del cervello tanto per riempirne a caso lo spazio e la capienza.

    Dov’e’ il diritto di giudicare, ritenere, provare... un’emozione?
    E chi può mai più darmi, o dirmi qualcosa che non sia improbabile o quantomeno dubbio e inconsistente...?

    Ecco intorno a me questo mondo di convinzioni e intenzioni, di giudizi, di obiezioni, di opinioni e di ferree categorie inamovibili: questa persona non può, quell’altra non deve, questa fa bene e quella fa male, qualcuno può altrinonpossono, c’è chi dice e c’èchinondice, chipensa chinonpensa, chi dice le bugie, chi bugiarde verità, chi esprime simpatia, antipatia, allergiaallasimpatia, chi fadelbene, chi fadelmale, chinonfanulla, chi manco quello, chi assapora e distingue, chi non riconosce un branco di elefanti nel proprio giardino perché se ci sono gli elefanti non può essere il suo giardino!
    Mettila insieme questa gente, fanne un villaggio, un popolo, diviene un mondo di facce annullate, di propositi inespressi, di occhi severi e martellanti che guardano solamente che tutto sia solamente leggibile mai interpretabile e cosa cazzo se ne fanno del loro cervello di merda? quanti stronzi cagano ogni volta che un fottuto pensiero bastardo esce dal cesso intasato delle loro idee?

    E timidamente, gentilmente, con un po’ di timore prova ad avanzare due centimetri in questo spazio...
    Prova, a sentire la puzza di merda in cui si lavano e annegano ogni momento.
    Poi dimmi se ti piace, poi dimmi che sei disposto a vivere, abitare in mezzo a loro pur di essere come tutti.

    O prova a farti da parte, rifiutala, la loro merda, stanne distante, non fa per te....

    Sarai solo.

    Sarai solo.

    Sarai solo.

    E senza poterti confrontare o confortare con qualcuno,
    non avrai nulla.
    Solo. Sarai solo.

    Lentamente tocca a te trovare un pensiero diverso, un fantasma vivo nella tua mente.
    Accarezzarlo come una parte di te, coltivarlo.
    Ascoltare il battito del tuo cuore, distinguere i TUOI colori, sapori, distinguere il tiepido vento da quello gelido, distinguere il tuo sguardo da quello degli altri, spostarti lentamente indietro dalle menti incrostate di ruggine e sporco per abbracciare serenamente le tue impressioni del mondo che realmente hai, ti circonda ed E’.

    Meglio solo, guardando da fuori l’imbecille fanatico che si arrovella il fegato e qualche rene per impedire ai passanti di interferire anche solo idealmente con l’aiuola del suo giardino, e guardando da fuori il povero idiota perverso e maniacalizzato che all’ombra della sua professione ritiene di dover calcare chiunque pur di averlo a suo uso e consumo... e ancora strafottenti e presuntuosi pagliacci che scaricano la propria spazzatura su tutti senza pensare un solo attimo a pulirsi di dosso la merda in cui vivono, e arroganti intellettuali pieni di vuote e inutili parole, completamente incapaci di muovere un dito all’infuori della propria inutile e inapplicabile cultura ideologica.
    Chi appende sopra ogni cosa l’inamovibile convinzione di essere migliore, contando i gradini inutili e vuoti della propria posizione, chi si guarda l’abito quantificando le firme che indossa e guadagna punti nel suo ipotetico gradiente di importanza a seconda o meno che qualche stilista possibilmente famoso, gli abbia firmato il culo e poi non importa quante volte al giorno debba aprirlo per farselo sfondare da chiunque, importante nessuno lo sappia.
    E chi nasconde le nefandezze delle proprie azioni in vagoni di benparlare, chi ti vomiterebbe in un occhio ogni qualvolta ti vede, ma accenna ipocritamente e puntualmente sorrisi e benposati cenni di saluto purché nessuno possa scavare oltre la sua cornice, nessuno possa aprire i cassetti dove gelosamente, forse anche un po’ apprensivamente, custodisce le proprie palate di merda.
    E chi ti sfila accanto, con l’auto nuova, lucida e bentenuta, potrebbe far la fame, ma deve esibirsi, andare più veloce, chiudersi in una scatola a ruote in cui potrebbe anche marcire, ma non uscire, quante valvole ha, cilindri, cavalli, se avesse un tumore nel cranio creperebbe felice, se la sua macchina e’ veloce...
    E chi sa tutto di tutti, per dimostrare che di ciascuno ha un’opinione, meno che di se’ stesso, o chi vive come una bandiera, mossa dal vento e dal pensiero altrui, pronto a rinnegare e rimasticarsi ogni parola purche’ lo si approvi sempre e comunque.
    E cosi’ tutti insieme, tutti daccordo, tutti uniti....
    In questo paradiso della stupidita’ umana pensavo a una figura di uomo, legata alla ricerca di elementi simili ed importanti tra loro: un collezionista. E mi veniva facile pensare un collezionista di francobolli, che passava il proprio tempo a raccoglierli, catalogarli, ordinarli, custodirli, guardarli, riporli, rimirarli, ririporli all’infinito, crescendo via via il proprio patrimonio acquistando pezzi nuovi e sempre più pregiati, alimentando questa collezione tanto importante e tanto utile a riempire di qualcosa di inutile la propria vita.

    Ecco vedere il mondo attraverso i suoi occhi per rendersi conto di quante collezioni inespresse ma evidenti ciascuno abbia istituito e inderogabilmente imposto e creato intorno a se’ da solo o con il più grave ausilio di altri, spesso istituzioni, spesso fanatiche manie sociali... ma va bene cosi’.

    Camminare vivere e respirare in questo mondo di francobolli, di uomini timbrati e vidimati che non vedono la colla che li ha incastrati a schemi e convenzioni che non possono umanamente essere loro, eppure ci sguazzano dentro che e’ un piacere corrosivo e indescrivibile.
    Un francobollo su ogni cosa, su tutto, a volte due, tre se possibile il più possibile...
    Come mi vesto? Francobollo del come vestirsi!
    Come parlo? Francobollo del come vestirsi!
    Come penso? Francobollo del come pensare!
    Cosa mi piace? Francobollo! E cosi’ via.

    Guardo tutto questo e immagino idealmente di vivere secondo uno schema diverso...
    Riconoscere tutte queste marche da bollo, queste tasse, questi timbri imposti ed applicati su tutto e tutti:
    Vedere un mondo più semplice ed autentico: tutti che salutano e si sorridono, si parlano, pensano lealmente ciò che e’ realmente, senza atteggiamenti, senza bisogno di prevaricare, conquistare, manipolare, allearsi con qualcuno o con tutti, senza il metro lineare continuo di ogni cosa, senza il bilancino per dare un peso specifico a tutto.
    Persone libere da se’ stesse che cercano francobolli per staccarli, scollarli, gettarli, distruggerli.
    Conquistare una propria libertà di espressione, un proprio spazio mentale per esistere con la propria personalità, distinguere il vento tiepido da quello gelido e la luce dal buio.
    Avere le proprie difficoltà, riconoscerle, identificarle, affrontarle, superarle...

     
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