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in archivio dal 28 ott 2012

Patrizia D'Errico

16 luglio 1963, Salerno - Italia
Mi descrivo così: Sono mutevole come un cielo autunnale, incosciente come un bambino che non capisce gran parte di ciò che gli accade ma ha una sua precisa idea di come dovrebbero essere le cose che gli accadono, e oggi sono felice, di essere qui.

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  • 21 dicembre 2012 alle ore 11:33
    Filippo

    Come comincia: Mia madre vendeva scatole di latta, libri usati e ogni sorta di chincaglierie con il suo banchetto ambulante sul lungomare del nostro paese giù al Sud.
    Era una donna taciturna. Ricordo gli occhiali rettangolari enormi da presbite, ricordo la sua vita da nomade in giro per il mondo a comprare e vendere gioielli che ad un certo punto dopo la morte di mio padre, un bravo skipper, si era fermata, senza cambiare mai il suo modo randagio di esistere.
    La nostra casa era un accampamento, poco più di un bivacco. Non avevamo armadi, tutti i nostri abiti erano sparsi alla rinfusa nelle camere da letto e così le pentole e i tegami in cucina, le medicine in bagno, i bagnoschiuma, gli shampoo, le creme, tutto sembrava pronto per essere messo in una valigia e andare, sparso a vista d’occhio per non essere dimenticato. La mia casa, le nostre vite, erano enormi valigie disfatte in un punto qualunque di un viaggio.
    Io e mio fratello dopo la scuola ce ne stavamo per strada, non sapevamo cosa fosse l’ora di  pranzo o di  cena. Mia madre usciva la mattina presto, montava il suo banchetto e lo richiudeva qualche ora prima del tramonto. Tornata a casa, se ne aveva voglia cucinava oppure riceveva  clienti a cui leggeva ogni sorta di carte o altro attrezzo adatto alla divinazione. Non ci hai mai chiesto di aiutarla con quelle sue cianfrusaglie, lo abbiamo fatto fino a quando ci è sembrato un gioco. Io adoravo in particolare le scatole di latta. Erano bellissime, provenivano da un altro tempo, ero rapito dalla varietà dei colori, dalla ricchezza da miniature dei disegni, da quel suono di pentole quando le richiudevi.
    Ne posseggo ancora qualcuna. Crescendo io e mio fratello abbiamo abbandonato completamente l’idea di aiutare nostra madre in quella specie di lavoro. A stento ci eravamo diplomati ma non concepivamo l’idea di avere degli orari di lavoro: eravamo due nomadi senza meta.
    Mia madre morì all’improvviso. Una notte trovai un biglietto sotto l’uscio, lo aveva lasciato un vicino: “ Sua madre è in ospedale”. Era già morta quando arrivai.
    Mi raccontarono che l’avevano  raccolta per strada, su di una panchina poco lontana dal suo banchetto: sembrava dormisse. Era morta così.
    Quando tornai a prendere le sue mercanzie abbandonate, trovai ben poco: avevano rubato quasi tutto, frugato, strappato. Solo le scatole di latta erano ancora lì. Portai a casa la mia eredità materna, la ripulii e misi tutto in uno scatolo di cartone.
    Mio fratello partì; s’imbarcò come aiuto cuoco su di una nave da crociera. Lasciai  la nostra casa, non sapevo nemmeno di chi fosse, i miei genitori erano stati sempre molto vaghi sulla questione e sia io che mio fratello eravamo molto poco curiosi  di faccende di amministrazione domestica.
    Consegnai le chiavi al portiere, lasciai la città e  mi trasferii in questo paesino, in questo monolocale.
    Mi erano avanzati un po’ di soldi dalla vendita della barca di mio padre, mio fratello mi aveva lasciato anche la sua quota per comprare la mia nuova dimora.
    <<Così ogni volta che torno da queste parti ho un buco dove andare a dormire>> mi aveva detto con quell’aria stralunata, lo sguardo spiegazzato come le sue camicie, credo che non abbia mai indossato una camicia stirata mio fratello. Quando lui partì mi chiusi in casa. C’era un campanile proprio di fronte all’unica finestra. Mi piaceva che fosse piccola, me la volevo sentire stretta addosso, come un vestito, anzi, per aderirvi meglio cominciai ad ingrassare. Mangiavo.
    Era una preghiera apparecchiare, cucinare, lavare le stoviglie, scuotere la tovaglia, riporre le bottiglie nel frigo: il mio rito, la mia giaculatoria quotidiana. Mi facevano compagnia gli odori, la luce calda del cibo, i suoni degli utensili. Gustare era l’ultimo atto solenne di quel pellegrinaggio. Divenni enorme: un enorme uomo in una piccola casa. Divoravo cibo e  libri,  mi misi a studiare come un forsennato. In tre anni e una sessione riuscii a laurearmi in lettere. Uscivo raramente, mettevo comode, lente, radici.
    Dopo quattro anni conobbi quell’uomo. Era un fotografo. Lo incontrai per strada mentre passeggiavo. Lui scattava fotografie per un servizio giornalistico. Mi chiese qualcosa, non ricordo cosa, aveva un accento torinese come mia madre, m’incuriosì.
    Disse che mi avrebbe ricompensato se gli avessi fatto da guida per qualche giorno. Era un uomo dai gesti rapidi, di poche parole, sui quaranta, uno sguardo sferzante. Gli offrii di stare da me, si trattava di pochi giorni, ci saremmo arrangiati. Si chiamava Alessandro. Alessandro Parisi.
    Cenammo in silenzio quella sera. Dopo cena lui si collegò al suo portatile, io me ne andai a letto, sul divano della cucina, gli avevo ceduto la mia camera da letto.
    Il giorno seguente mi chiese di uscire di buon’ora.  Salimmo sulla sua auto e cominciò una giostra di telefonate, soste ” per qualche  scatto” come diceva lui, una miriade di caffè consumati in fretta tra uno squillo e l’altro del telefono o della corrispondenza elettronica e perfino del fax. Aveva tutta una serie di diavolerie elettroniche a portata di mano che adoperava con una disinvoltura frenetica. Io avevo molto tempo per osservarlo, non dovevo fare altro che dirgli dov’era questa o quell’altra strada. All’improvviso mi fulminò un pensiero: perché mi aveva chiesto di fargli da guida? Aveva il suo navigatore satellitare, che ci facevo lì io, veramente?
    Glielo chiesi la sera a cena. Ero distrutto, avevo passato una giornata ad un ritmo infernale. Mentre cucinavo lo sentivo ancora trafficare con i suoi giocattoli elettronici, mi sfiniva solo guardarlo.
    Dopo cena glielo chiesi. Aveva un caffè fumante tra le mani. Aveva ancora quella furia nei gesti, nel tovagliolo quasi gettato di lato dopo ogni rapida asciugatura, nella smorfia dolorosa con cui deglutiva. Glielo chiesi.
    Mi guardò: era un deragliamento quello sguardo, mi sembrò quasi di sentire le ruote che stridevano sulle rotaie. Il suo corpo si spense, si acquietò. Rimasero accesi solo gli occhi.
    <<Ti stavo cercando >> disse.
    Mi faceva quasi paura adesso.
    <<Chi sei?>>
    <<Un amico di tuo padre>>
    <<Mio padre è morto>>
    <<Lo so>>
    Non sapevo cosa fare, dove guardare. Le campane cominciarono a dondolare all’improvviso, imbruniva. L’uomo si alzò, mi fece cenno di seguirlo.
    Si diresse al suo portatile, abbandonato sul letto. Lo accese, cercò qualcosa poi me lo porse, con una delicatezza insospettabile in un uomo così scattante. Erano immagini, fotografie.
    Mio padre apparve dopo diverse immagini, dopo una serie di paesaggi straordinari. Pensai che Alessandro avesse una magia potente nello guardo, un lasciapassare speciale che gli consentiva di viaggiare nella materia stessa degli oggetti, delle persone, dei paesaggi, e viaggiando catturava significati e angolazioni assolutamente nuovi, mai visti, invisibili. Mentre guardavo smarrito quell’enorme saccheggio alla bellezza, mi ritrovai davanti il viso di mio padre. Sorrideva, chino su di una barca, intento al suo lavoro. Non me lo ricordavo così giovane, così felice.
    <<Devo molto a tuo padre>>
    La voce di Alessandro mi riportò in quella stanza, mentre si spegneva l’eco del suono delle campane. Allora il silenzio avvolse tutto, anche le mie ovvie domande.
    Restai muto, sapevo che l’uomo prima o poi avrebbe ripreso a parlare.
    Proverò a raccontarti la sua storia come l’ho sentita dalla sua voce e dalle sue parole.

    “ Avevo vent’anni quando lo conobbi. Ero uno stupido ragazzo ricco in cerca d’avventure e di rogne. Ero spesso su di giri, capisci cosa intendo? La mia famiglia aveva assunto tuo padre come skipper per una regata. Per tutto il tempo non feci altro che tormentarlo e provocarlo, ero sicuro che non mi avrebbe potuto affrontare. Mi ignorò per tutto quel giorno eppure ti assicuro che ero veramente un cretino. Al ritorno fui l’ultimo a scendere dalla barca, ero un po’ ubriaco, continuai a provocare e ad insultare tuo padre, mi stizziva quella sua calma. Non sapendo cos’altro
    f are per farlo arrabbiare mi misi a pisciare sul ponte. Fu allora che me le diede di santa ragione.
    Qualche giorno dopo, per scusarmi, gli portai un po’ di fotografie che avevo scattato alla sua amata barca.
    <<Tu sei nato per fotografare>> mi disse
    Fu una rivelazione.
    Smisi di fare il deficiente e cominciai a studiare sul serio. Finalmente usavo i miei soldi per fare qualcosa di buono. Ho avuto grandi maestri, ho viaggiato molto, mi hanno insegnato a guardare. Ogni volta che realizzavo un buono scatto, pensavo a tuo padre, ogni volta che fotografare mi faceva sentire vivo, utile, provavo una grande gratitudine per quello skipper che mi aveva fatto scoprire chi ero.
    Presi ad andarlo a trovare ogni volta che i nostri ritorni coincidevano. Mi offriva le sue birre analcoliche ghiacciate e ascoltava i resoconti dei miei viaggi, guardava le mie fotografie.  Quando con quella sua faccia onesta mi diceva: “ Questa è proprio bella”, mi sembrava di aver vinto l’Oscar.
    Un giorno parlammo di cose di cui non avevamo mai parlato, me lo ricordo benissimo, mi pare di vederlo qui davanti a me.”

    Da quel momento sembrò davvero che ci fosse anche mio padre in quella stanza, anzi, c’ erano solo loro due. I ricordi di Alessandro erano brace viva dentro di lui che come in trance, parlava con mio padre, ora.

    << Alessandro sono preoccupato >>
    <<Che ti succede?>>
    << Il cuore. Il mio medico vuole che mi ricoveri, dice che l’infarto alla mia età è fatale.>>
    <<Il tuo medico è un coglione, ti porto da mio zio, è un bravo cardiologo, non ti preoccupare  >>
    <<Non sono preoccupato per me. I miei figli devono andare a scuola, non possono continuare a fare i randagi appresso a me e mia moglie. Se me ne dovessi andare vorrei saperli al sicuro  da qualche parte>>
    <<Dove vivete?>>
    <<Due stanze ammobiliate nel quartiere lì di fronte.>>
    <<Metti su casa, una casa vera. Vattene a vivere nell’appartamento che mi ha lasciato mio nonno, è enorme, non ci abiterei mai. >>
    <<Che significa “vattene a vivere”>>
    <<Vai lì, prendi la tua famiglia, datevi una sistemata, poi mi paghi l’affitto>>
    << Quanto>>
      <<Poi vediamo, non me ne frega niente dei soldi.>>
    - Vediamo adesso>>
    <<Senti, io sono una testa di cazzo, ho speso in macchine, bourbon e scommesse due volte il prezzo di quella casa abbandonata che tu puoi far rivivere.  Io ne ho altre di case ma di amici come te nessuno, non farmi aspettare di morire per regalartela: te la regalo, domani vado dal mio notaio e ti porto l’atto di proprietà>>
    <<Tu sei matto>>
    <<Dai skipper, attracca e goditi la famiglia>>
    <<D’accordo ma tu non fare cazzate, prendo la casa e ti pago l’affitto, d’accordo?>>

    Riuscii a convincerlo a sistemarsi in quella casa ma non accettò mai che gliela regalassi. Dopo un mese sono partito all’improvviso, ebbi appena il tempo di salutarlo. Ho vissuto in Inghilterra per otto anni. Sentivo tuo padre ogni tanto. Ho saputo della sua morte solo dopo due mesi che era avvenuta. Ho passato altri dieci anni in giro per il mondo fino a quando, quatto anni fa, sono tornato definitivamente. Proprio quando tu hai lasciato la casa e sei venuto a vivere a Soleria. Il portiere dello stabile ha restituito le chiavi al mio notaio che era al corrente di tutta la faccenda.  Fu proprio lui ad informarmi di quello che avevano fatto tuo padre  e tua madre fino alla loro morte.”

    Alessandro si passò le mani lunghe sul viso: <<Potrei avere un altro caffè?>
    Andai a prenderglielo. Quando tornai era in piedi, la mani affondate nelle tasche, guardava fuori. La luce dell’unico lampione arrivava di sbieco sulle campane: sembrava che il tempo si fosse fermato, che tutto potesse accadere da un momento all’altro.
    <<Il caffè>>
    Si girò lentamente. Si rimise seduto sul letto e riprese a raccontare.

    “Avevano continuato a versare una quota per il fitto della casa, su di un conto corrente a mio nome, per vent’anni, senza perdere nemmeno un mese. La banca alla morte di tua madre mi ha avvisato che c’era un bel gruzzolo da loro che mi apparteneva. Dannati soldi.
    Ti ho cercato. Non è stato facile trovarti. Non è stato facile ma non smettevo mai di pensare a questa faccenda. Ti ho rintracciato già da un po’ ma non sapevo come fare ad avvicinarti, non sapevo come fare per… mi sono inventato la storia della guida, prenditi questi dannati soldi, non li voglio. Sono riuscito a fare qualcosa di buono nella mia vita perché tuo padre mi ha fatto sentire speciale, accidenti, quella faccenda della casa era proprio una bella cosa, non me la togliere.”
    Era addolorato, sarebbe crollato se non gli avessi dato ascolto.
    <<D’accordo, grazie. >>
    <<Che ne dici di uscire per una birra?>>
    <<Analcolica ghiacciata?>>
    Mi sorrise, per la prima volta. Sembrava un ragazzo.
    Da allora siamo rimasti sempre in contatto e appena possibile ci vediamo.
    Non volevo che quel denaro servisse solo a me, così decisi di mettere su un locale, un posto dove mio fratello avrebbe potuto lavorare come cuoco e fermarsi, finalmente. Ci ho provato due volte prima di capire che mio fratello era un randagio, come mia madre. Ci ho messo due locali e un omicidio per capirlo.

    Scusa, ho bisogno di una pausa, non per cercare le parole, le ho
    cercate a lungo, messe in fila e spostate tante volte nella mia mente, quello che mi serve è  un’intonazione, un peso giusto da mettere nella mia voce per continuare a raccontare.

    Aveva un naso enorme. Su quel viso stava bene, era un paesaggio armonioso quella faccia, la vegetazione fitta della barba si estendeva fino alle chiome dei due alberi delle sopracciglia.
    Il promontorio del naso la solcava tutta  come l’ultima duna prima dell’oasi. Aveva sempre una birra tra le mani. Cenava spesso da noi e soprattutto beveva.  L’ho visto raramente scambiare qualche parola con altri clienti, camionisti per lo più. Era un locale situato a ridosso di un’autostrada, frequentato da gente costretta a viaggiare per lavoro. Randagi come noi: “ Stray cats”, lo avevamo chiamato.
    Pierluigi una sera litigò con il tizio che ti ho descritto, per una banalità, carne troppo cotta, poco cotta, nemmeno me lo ricordo più. Vennero alle mani, una scenata pazzesca. Se mio fratello aveva piantato tutto quel casino per una cavolata voleva dire che qualcosa non andava. Gli parlai, la sera stessa, sembrava un folle, un drogato in astinenza:  se ne voleva andare. Non riusciva a fermarsi più di un certo tempo, si sentiva in trappola, lo tratteneva solo la gratitudine nei miei confronti che avevo  usato tutto il denaro a nostra disposizione per mettere su qualcosa che potesse garantirgli una casa e un lavoro.  Pierluigi era uno sradicato, un senza radici, uno che non riusciva ad appartenere a nessuno, nemmeno ad un progetto, ad un’idea. Nemmeno a me.
    Io mi ero salvato da questa sindrome familiare perché dopo la morte di mia madre mi ero fermato con il corpo e avevo imparato a viaggiare con la mente; avevo viaggiato nello spazio e nel tempo studiando filosofia, psicologia, antropologia, lingue. Mi ero lasciato attraversare dalle parole e dal pensiero di altri uomini, avevo amato intensamente il mio progetto di laurearmi , di conoscere. Tutti questi sentimenti erano le mie radici, la mia storia. Pierluigi invece era fuori dal mondo. Non gli rimaneva che continuare a saltellare di qui e di là per giustificare a se stesso il senso di estraneità profonda che continuava a provare.  Capii che se fosse rimasto sarebbe impazzito.
    Lo aiutai a trovare un ingaggio come aiuto cuoco su di una nave, sarebbe partito entro un mese. Era deciso.
    La sera prima della partenza quell’uomo tornò al locale. Era ubriaco. Cominciò ad insultare Pierluigi che non lo sentiva perché era in cucina dall’altra parte del banco. L’uomo non la smetteva. Piano piano il locale si svuotò. Rimasero solo pochi curiosi, poi solo  io e i due buttafuori che cercavamo di fare uscire il tizio. Pierluigi uscì dalla cucina attratto dal baccano. Guardava quell’uomo come se fosse un insetto fastidioso. Cominciò a picchiarlo. Dopo poco l’uomo sanguinava, dal naso, dalla bocca. Ho afferrato Pierluigi per le spalle e l’ho scaraventato al lato opposto della sala. Volevo solo che smettesse di picchiare quell’uomo. Perse l’equilibrio. Cadde. Deve aver sbattuto la testa. Non mi ricordo. Morì due giorni dopo in ospedale. L’uomo si salvò.
    La polizia indagò brevemente e poi archiviò la morte di mio fratello come accidentale.
    Una fatalità. Ma il fato si era servito di me per portare a compimento i suoi disegni: questo nessuno sembrava ricordarselo, nemmeno io.
    Nelle testimonianze non comparve mai il fatto che io lo avessi spinto. Un piccolo fotogramma tagliato ed ecco un altro film, una storia completamente diversa: Pierluigi aveva perso l’equilibrio da solo nel corso della colluttazione.
    Quel particolare, la spinta, era scivolato via dalla memoria di tutti i presenti, soprattutto dei due buttafuori che erano proprio lì vicino, come mai?
    Perché io me ne sono ricordato dopo mesi, all’improvviso?
    Ero allo Chez Marie, il locale dove ci siamo conosciuti. Mi ero messo in affari con i due buttafuori, quelli che erano con me quando mio fratello è morto.
    C’era complicità tra noi, una strana intesa. Erano venuti a chiedermi di aiutarli finanziariamente a mettere su un nuovo locale. Li aiutai poi divenni socio. Quando mi ricordai di quella spinta mi furono chiari tanti dettagli fino a quel momento oscuri.
    Accadde una sera. Un uomo strava ballando con la sua donna, la faceva volteggiare con una certa energia; la spingeva e la riacchiappava dopo ogni giravolta. Ad un certo punto gli sfuggì, la spinse  e non riuscì a riacchiapparla. La donna perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Mi sembrò di vedere quella scena al rallentatore: il corpo sbilanciato, la gamba sollevata, le braccia che nuotavano nell’aria, la caduta inesorabile nella sua traiettoria perfetta d’atterraggio, il tonfo. Era avvenuto in un istante fuori di me. Dentro, invece, si era srotolato lentamente il frammento che avevo nascosto nell’ultimo anfratto della mia memoria. Mio fratello era morto perché io l’avevo spinto e allora lui aveva perso l’equilibrio e poi e poi. Il frammento, dolcemente, si era ricollegato alla sua sequenza. Me ne tornai a casa. Avevo ospiti quella notte.
    Cominciarono ben presto a sfilare nella luce spettrale del lampione,
    sulle campane di fronte alla finestra, da cui guardavo, insonne.
    Sfilarono il rimorso, la disperazione, la banalità del male, la nostalgia. Ero annichilito dai loro assalti, da questo loro improvviso pretendere udienza. Non avevo nemmeno una risposta, niente con cui sedare il tumulto.
    Me ne stetti lì, su quella poltrona di fronte alla finestra, per un tempo, un brandello di tempo, una quantità, giorni forse.
    All’improvviso i colpi alla porta e le scampanellate erano talmente violente che mi precipitai istintivamente ad aprire: erano i  miei soci, non mi vedevano da giorni dissero, non avevo risposto al telefono, stavano per buttare giù la porta, credevano fossi morto.
    Ci sedemmo. Uno di loro cominciò a preparare un caffè.
    <<Che ti succede?>>
    <<La spinta>> riuscii a dire. Mi sentivo sporco, non mi lavavo da chissà quanto tempo, avevo i pensieri intorpiditi dalla mancanza di sonno.
    <<Quale spinta?>>
    <<Mio fratello>>
    Abbassarono la testa. Incrociarono le braccia. Quasi simultaneamente deglutirono.
    <<Non serve adesso Filippo, come non sarebbe servito allora andare in galera >>
    <<E’ stato un incidente, fattene una ragione>>
    <<Vi devo qualcos’altro per il vostro silenzio, oltre i soldi per il locale?>>
    <<Non la mettere così Filippo, non siamo due pezzi di merda>>
    <<E poi io ero sicuro che tu te lo ricordavi di averlo spinto>>
    Li guardai. Chi erano? Di cosa stavamo parlando? Mi alzai. Me ne andai in bagno a lavarmi.
    Ho continuato a vivere, a lavorare, come un sonnambulo, fino alla sera dell’esplosione. Il resto lo conosci.
    Filippo.

     
  • 03 novembre 2012 alle ore 7:57
    Hai portato con te

    Come comincia: Albino lo vide rientrare come al solito alle ventuno.
    “Buonasera dottore.”
    “Albino! Buonasera.”
    Albino aveva notato che da un po’ di tempo il dottor Giulio aveva cominciato a salutarlo così: “Albino! Buonasera. “
    Prima il suo nome, lo chiamava come se si meravigliasse di vederlo lì, come se non lo vedesse da tempo, o forse era semplicemente assorto e si stupiva anche delle cose più semplici ed ordinarie come la sua presenza. Poi quel buonasera, a mezza voce, quasi sfinito dopo quel guizzo di meraviglia: “Albino! Buonasera.”
    Giulio rientrò nel suo appartamento. Aveva freddo, la donna delle pulizie aveva dimenticato il balcone aperto. Il frigorifero era quasi vuoto. Ordinò svogliatamente una pizza che arrivò fredda, di venerdì succedeva, e poi fuori dovevano esserci poco più di tre gradi, un dicembre insolitamente rigido, lì, vicino al mare. Mangiò la sua pizza fredda guardando un film che non gli piaceva. Si assopì sul divano, vagamente consolato dal tepore volenteroso dei termosifoni, dal graffio bonario della birra e dalla dolce mollezza che lasciava nel corpo al suo passaggio.
    Si svegliò a mezzanotte circa: lo accolse il gracidio insistente di un stagno televisivo pieno di ospiti che discutevano di qualcosa. Era sovrastato da quello schermo incontinente.
    Si alzò. La semplice ipotesi di andare a letto gli sembrò piena d’insidie. Meglio rimandare.
    Decise di aggiornare il diario dei suoi casi clinici. Lo stava scrivendo da qualche anno ormai, da quando la sua boria di giovane pediatra meccanico riparatore si era consumata, prosciugata dalle sconfitte, dalla morte che pure arriva. Scriveva d’altro, di occhi, di sguardi per esempio. Quel giorno appuntò:
    “Stamattina alle undici ho visto Giorgio, quindici anni, carcinoma alle ghiandole surrenali. Avevo voglia di vederlo, l’ultima chemio è stata un bel match anche per un campione come lui. Alla fine del turno sono passato a salutarlo. Era da solo, stranamente, girato di spalle alla porta. Così raggomitolato aveva qualcosa d’inerme, la testa lievemente incassata nel collo, con le spalle tirate su.
    Dava quella sensazione di una certa vergogna colpevole che provano alcuni pazienti: si sentono colpevoli come se la loro malattia fosse una punizione divina, un marchio ignominioso.
    Ho esitato un attimo sulla porta, deve aver sentito la mia presenza perché si è girato e mi ha piantato quei suoi occhi in faccia. Si è girato piano, roteando sul busto senza stendere le gambe. E’ stato come vedere apparire un astro da dietro le montagne. Il suo sguardo acceso è sorto di fronte a me e ha sfondato la sottana trasparente della penombra con il suo orlo d’oro, echi di luce dal viale, lampioni accesi fuori da quella stanza, da quell’ospedale, in un altro mondo ad un passo lontanissimo da lì.
    “Ciao”
    “Ciao dottore, che vuoi?”
    “Niente, passavo”
    “Perché sei vestito normale?”
    “Normale… ah, senza il camice. Ho finito il turno me ne sto andando a casa “
    “Com’è la tua casa?”
    “Una casa, niente di particolare. Posso sedermi?”
    “Si. E tua moglie? Sta a casa?”
    “No, se n’è andata. E tu Giorgio, come ti senti?”
    “Mi fa male la testa”
    “E’  un effetto della chemio, domani ti passa, poi se ti senti bene te ne vai anche tu a casa, d’accordo?”
    “D’accordo”
    “Ci vediamo domani, riposati”
    “Dottore”
    “Si”
    “L’hai fatta arrabbiare, per questo se n’è andata?”
    “No, è difficile da spiegare. Te lo racconto quando non hai il mal di testa se vuoi.”
    “Va bene. Ma fai qualcosa per farla tornare”
    “Cosa?”
    “Scrivi una lettera”
    “Va bene Giorgio, seguirò il tuo consiglio”
    “Non mi fido, domani la voglio leggere”
    “Sei un duro, eh? Ci vediamo domani”
    “Ciao.”

    Si ricordò in quel momento della promessa fatta a Giorgio.
    Preparò una lettera  e se ne andò a dormire.

    “Con questa non torna”
    “Perché, non ti piace?”
    “Non è di cuore, e poi è troppo corta”
    Era talmente pallido.
    “La devo riscrivere?”
    “Si, ti devi impegnare se no non torna.”
    La mamma di Giorgio guardava Giulio imbarazzata. Anche Giulio era imbarazzato ma per altri motivi.
    La sera riprovò a scrivere. Sembrava proprio che Giorgio ci tenesse a quella lettera, non lo aveva mai visto così interessato a qualcosa.
    “ Cara…” voleva inventare un nome ma chissà perché pensò che Giorgio se ne sarebbe accorto.
    “ Cara Viviana”. Non pronunciava quel nome da un anno. Lo vide scritto sullo schermo e risentì i suoi passi sulle scale, le pentole riordinate in cucina dopo cena, le mani fresche di crema sul suo viso.
    Si allontanò dal computer, si mise a guardare un film già cominciato. Sullo schermo, quel nome, chiacchierava sommessamente con il silenzio.
    Era molto tardi quando riuscì a finire la seconda stesura della lettera.

    “Si chiama Viviana?”
    “Si. Torna se le mando questa?”
    “No”
    “Perché?”
    “Perché non hai scritto cosa ti manca”
    “Cioè?”
    “Quando sto a casa, la mattina, mi sveglio e sento l’odore del caffè. Poi sento mia mamma che mette in funzione la lavatrice, mio padre che prende le chiavi prima di uscire. Quando sto in ospedale mi manca questo, i rumori, gli odori, che mi fanno riconoscere le persone.”
    Era pallidissimo. Aveva gli occhi umidi di febbre e nello sguardo quella supplica: voleva che lui facesse quella cosa, Giulio non capiva perché lo desiderasse tanto.
    Gli sfiorò la fronte: scottava. Lo coprì. Sembrava assopito, aveva gli occhi chiusi adesso.

    “Albino! Buonasera”  Pizza fredda. Divano. Si addormentò vestito, con il solito sottofondo berciante del televisore.
    Erano le due forse le tre. Si svegliò aggredito dal freddo. Era ad un passo dal letto, dalla promessa di calore del piumone, quando si ricordò della lettera. Tentò di liquidare la questione ripromettendosi di farlo la mattina dopo prima di uscire.
    Pensò a Giorgio, era stufo di deluderlo. Si buttò una coperta addosso, accese il computer.

    “ Cara Viviana, è talmente tardi che non ho più scuse per essere sveglio: sono nel regno della notte e dei suoi sudditi, viandanti inquieti, matti o soli come me. Scrivo, a te che sei lontana.”

    Sentiva un dolore liquido invadergli il petto, le gambe. Continuò.
    Scriveva. La testa leggermente incassata nel collo, con le spalle tirate su. Aveva qualcosa d’inerme, la stessa vergogna colpevole di Giorgio per aver meritato il suo dolore. Ma stasera non era più solo, faceva parte di qualcosa, così gli sembrava, apparteneva alla stessa trance di vita sospesa in cui vivevano i suoi pazienti. Sospesi.
    Scriveva.
    “ (…) sono sordo della tua presenza ( …) ti scriverò fino alla fine della notte”.

    “Ci manca solo una cosa”
    “Che cosa?”
    “I baci e le carezze”
    “E tu che ne sai di queste cose eh Giorgio?”
    “Glielo devi dire che ti mancano i suoi baci e le sue carezze. “
    “Secondo te se le mando questa lettera torna?”
    “Non lo so”
    “E allora perché me l’hai fatta scrivere?”
    “Volevo vedere se eri coraggioso”
    “Come te?”
    “Io non sono coraggioso, ho paura”
    “Di cosa hai paura precisamente?”
    “Del dolore. Di morire.”
    “Al dolore non ci pensare, ci penso io a fartene sentire il meno possibile. Per quanto riguarda la morte c’è tempo; domani ti mando a casa: contento?”
    “Molto”
    “Grazie Giorgio”
    “Grazie a te dottore. Se torna me lo dici?”
    “Certo. Te la faccio conoscere.”
    “Non ti preoccupare, torna, perché sei bravo”
    “Ciao Giorgio”
    La sera, aggiunse l’ultimo pezzo alla sua lettera e la inviò.

    Viviana

    Era un monolocale abbastanza luminoso. A Viviana piaceva perché era un ambiente unico ma con tanti piccoli angoli che lei si ostinava a chiamare Lo studio, Il salotto, L’angolo della lettura.
    Quella sua minuscola casa sembrava un fondale marino: anfratti, grotte, piccoli squarci d’infinita bellezza come quella vecchia macchina per scrivere. Era adagiata su di un tavolino basso di ebano. La luce dell’abbaino, entrando, scivolava addosso al suo corpo nero con quelle piccole chiazze marroni di vita erosa, s’insinuava nel rullo, avvolgeva il carrello,  s’inerpicava sulla leva altera, scendeva sui tasti impudichi, grondanti le storie africane, i reportage scritti dal padre su quella terra che lo aveva innamorato e in cui aveva vissuto con la sua famiglia per dieci anni.
    Viviana chiuse la valigia: era pronta.
    Si mise a cercare due foto, voleva portarsele. Le trovò.
    Kenya, Nairobi, 15 novembre 1973 ( Viviana e Mapengo)
    Il bambino che mi ha insegnato a dire in swahili  una frase magica per guarire dalla nostalgia:
    “ Mama, kama wewe taitua mimi, mimi tarudi tu;
    ogni volta che mi chiamerai sarò lì con te”
    Italia, Roma, 1988  Io e papà nel giorno della mia laurea in medicina.
    “ Va bene, porto queste” decise.
    Raggiunse la valigia davanti alla porta e consegnò alla barriera dentata di una cerniera il suo piccolo album.
    Controllò il biglietto: Roma \ Nairobi. Chiamò per gli ultimi dettagli il suo referente di Medici senza frontiere. Risentì con piacere quella voce smerigliata dalle troppe sigarette, forse, con delle curve più acute a tratti, quando voleva tagliare gli angoli delle difficoltà alle incertezze dei volontari.
    Prima di spegnere il computer portatile controllò la posta. C’era una lettera. Cliccò.
    La valigia era lì, davanti alla porta, con le guance paffute, serafica. La casa era illuminata da un striscia sbieca di sole, sfuggita all’abbaino e impallidita dal velo bianco della tenda.
    Viviana leggeva:

    " Ciao. E' talmente tardi che non ho più scuse per essere sveglio: sono nel regno della notte e dei suoi sudditi, viandanti inquieti, matti o soli come me. Scrivo. A te che sei lontana. Volevo dirti che ho fatto un inventario di tutto quello che nella tua fuga precipitosa hai portato via da qui. Controlla se hai preso tutto o se ti manca qualcosa che dovresti assolutamente tornare a prendere. Vediamo.
    Hai portato via con te:
    - il rumore della caffettiera tirata via dallo scolapiatti alle 6.00 del mattino
    - il fruscio indolente della vestaglia
    - lo sbadiglio della veneziana che trillava dietro i vetri
    - le luci livide del porto sulla tua tazzina del caffè
    hai portato con te
    - lo sciame caldo della doccia
    - i sussulti della radio mal sintonizzata
    - lo scorrere sgraziato del pettine sulle piccole ribellioni stridule, dei nodi, nei tuoi capelli terra e fili di luce
    - hai portato via il barrito del tram contro il cielo grigio, mentre t'inghiottiva".
    " Hai portato via l'intima sonorità:
    - dei tuoi passi che tornavano la sera
    - delle pentole riordinate
    - delle finestre chiuse in faccia alla notte
    - della crema caprifoglio e malva e l'orma delle tue mani fresche sul mio viso".
    " Anche quel silenzio
    - il silenzio dopo l'amore
    - l'abbraccio sfinito
    - il sonno nudo del tuo seno, hai portato via,
    - i baci
    - i baci e le carezze di questa voglia di te che hai dimenticato nel mio corpo inerme".
    " Sono sordo della tua presenza e stanotte ti scrivo per chiederti se hai lasciato qui, qualcosa di te che posso tenere, assieme all'ombra di questo amore e alla mappa sonora di te. Ti scriverò fino alla fine della notte."  Giulio

    Era pallida. Ripensò all’ultima volta che aveva parlato con Giulio:  “Non voglio passare la vita ad aspettare che ritorni o riparti per l’Africa. Non voglio vivere con la tua assenza. Non ce la faccio Viviana.”
    Era passato un anno. Se ne stava lì, immobile, aspettando che l’eco di quelle parole appena lette si spegnesse, per poter riprendere a respirare.
    All’improvviso si alzò.

    Si mise a correre giù per le scale a precipizio ma erano senza fine saltava i gradini a due a tre in un’ansia di luce dolorosa e il portone le sembrò un ventre materno dal quale evadere dopo aver attraversato un inferno di acqua e sangue e correva correva lungo strade dritte e viali e semafori pigri nel loro eterno respiro ternario stop via attenzione stop via attenzione correva e tutto attorno urlava ignaro  che lei aveva poco tempo
    un cronometro invisibile puntato alla schiena come una pistola come l’ultimo istante come la parola fine come un amore che si sta rassegnando correva perché aveva capito una cosa una cosa che conteneva tutte le cose tutte le ragioni una cosa che si allungava nella sua mente come il ponte su di un baratro una di quelle cose belle che arrivano all’improvviso come l’ultima parola del cruciverba il cacciavite giusto la colla che incolla gli auguri dei nemici a Natale correva senza fiato senza gambe senza corpo correva su quella strada luminosa che le si era accesa davanti agli occhi ci poteva anche morire su quella strada sarebbe stata una morte perfetta dopo una vita perfetta grazie a quella piccola luce perfetta correva sorgeva e tramontava su marciapiedi percorsi e dimenticati come cibo divorato e digerito correva correva e i cartelloni pubblicitari le auto bercianti i bambini tirati di mala voglia dal tepore notturno tappezzato di favole e sogni la guardavano correre e per un istante partecipavano anche loro a quel guizzo a quel balzare di vita urgente imperioso correva ancora quando vide il platano e capì che tra poco avrebbe potuto respirare a pieni polmoni come l’affogato che sfugge all’onda per sempre avrebbe sentito tremare tutte le cellule dentro in un chiacchierio concitato cosa accade cosa accade tutte lì a pizzicare la pelle un alveare luminoso di vita vita vita scale di corsa e vita scale scale e vita. Gli cadde addosso. Appena aprì la porta.
    Giulio l’abbracciò fino alle ossa. Glielo disse ansante. Sfinita. Come se temesse di dimenticarlo.
    -  Mama… kama wewe… taitua mimi… mimi… tarudi…tu.

     
  • 31 ottobre 2012 alle ore 8:00
    Il professore Rega

    Come comincia: La sveglia suonò al primo piano interno 11, alle sei, come sempre, ma il professore Rega non rispose al suo invito ad alzarsi. Aveva sessantacinque anni e quell’anno sarebbe andato in pensione. Insegnava lettere al liceo classico Giacomo Leopardi.
    Se i suoi allievi lo avessero visto a letto, con  i capelli brizzolati  arruffati, la giacca aperta per mancanza di bottoni, le lenzuola lise, le ciabatte esauste e scolorite, non lo avrebbero riconosciuto. Per loro il professore Rega non era un uomo trasandato.
    Alto, lo sguardo grigio verde attento, Rega aveva un aspetto fresco e un buon profumo corteccia e muschio. Quella mattina non si alzò.
    C’era il pranzo con gli allievi del quinto anno quel giorno. Se ne andavano, era già successo con tanti altri. Anche la moglie di Rega se n’era andata, da tre anni ormai. Era morta silenziosamente. L’anno dopo Diego, suo figlio, si era trasferito in Canada.
    Rega quel giorno non si alzò perché era stufo di addii.
    In quella casa era tutto liso, spento. Solo i vestiti erano in bell’ordine nell’armadio e le camicie perfettamente allineate nei cassetti, solo loro sembravano appartenere al presente, merito della lavanderia al civico 100 di quella stessa strada. Tutto il resto sembrava sospeso, proveniente da un tempo indefinitamente lontano.
    Erano le undici quando finalmente il professore si alzò e andò in cucina a prepararsi il caffè. La tazzina sbreccata in mano, si accomodò al computer ma prima oscurò completamente la stanza abbassando la persiana. Si vide per un attimo riflesso nei vetri: <<Come sono invecchiato>> pensò.
    Si collegò ad una chat incontri. Aveva scritto il suo profilo mentendo su tutto. In quel mondo lui era tale Socrate 60, quarantasettenne celibe, bella presenza, sensibile, amante della musica e della buona cucina. Gli scrivevano un sacco di donne. Era avido di quelle presenze e del disprezzo che provava per loro. Si era abituato a quella sensazione agro-dolce, non riusciva più a farne a meno.
    Un rumore all’uscio lo distolse dalla sua conversazione con Regina di Cuori.
    Era il portiere che, come sempre, gli lasciava la busta della spesa attaccata al pomello della porta. Poche cose: pane, latte, affettati. Rega gli lasciava la lista sotto l’uscio. Albino si preoccupava di fargli avere quanto richiesto entro mezzogiorno e se non trovava la lista comprava comunque pane e latte.
    Quel rumore avvertì Rega che era mezzogiorno. Aspettò che il portiere se ne fosse andato per prendere la busta. Non aveva fame.
    Alle quattordici uscì. Albino era chiuso nella sua casetta di portineria, si godeva la pausa pranzo.
    Il portone era vuoto, non lo vide nessuno.
    I pontili deserti erano lustri di acqua e sole. Sembrava un ragazzo Rega con la tuta da ginnastica e lo sguardo disteso dall’aria frizzante di quell’ottobre ora benevolo ora nuvoloso.

    Quando suo figlio Diego era piccolo lo portava a pescare sul molo. Poi era cresciuto ed era successa quella cosa che li aveva allontanati. Quella faccenda dell’omosessualità.
    Rega un figlio omosessuale non se lo aspettava. Niente contro nessuno per carità. Lui era un uomo di cultura, aperto, emancipato. Non come la moglie che quella sera, quando Diego li invitò a cena fuori per comunicargli la notizia, lo guardò con irritato disprezzo.
    Lui a tavola non battè ciglio, anzi, era anche un po’ seccato per tutta quella messinscena: “Vi porto a cena fuori, devo parlarvi di una cosa terribilmente importante”.
    La cena fuori, il ristorante particolare, la reticenza iniziale.
    Che bisogno c’era di tanti misteri, avrebbe potuto dirlo così, dirlo e basta, in un momento qualunque, non so, ma insomma: era gay. Così si diceva. E allora?
    E allora perché si sentiva così contrariato Rega , quella sera, andando a letto?  Non certo per quella faccenda del ristorante e tutto il resto. Diego era così, un po’ cinematografico diciamo, ma in questo non c’era niente per cui contrariarsi, anzi. A lui era sempre piaciuto quel gusto della cornice che il figlio aveva da sempre molto spiccato. Diego ritualizzava e impacchettava con grandi fiocchi tutte le banalità che possono venire in mente. Era così. Così come? Com’era Diego, adesso che ci pensava?
    Fino a quella sera aveva creduto di conoscerlo benissimo:
    Diego, mio figlio.
    E adesso se lo ritrovava gay. Cioè? Baciava gli uomini, si faceva toccare da loro, ci andava a letto, si, in quel senso.
    Ebbe gli incubi quella notte. Aveva delle parole in testa che lo braccavano, volevano esplodergli dentro e lui le ricacciava come mosche fastidiose, come serpenti viscidi, odiosi, che schifo! Ecco. Il primo boato, la prima deflagrazione seguita da tante altre piccole onde d’urto, che schifo che schifo che schifo…
    Si alzò come sempre alle sei. Corse fuori da quella casa subito dopo la doccia, aveva compito in classe, si giustificò, doveva fermarsi a fare delle fotocopie.
    S’incamminò a piedi, si sentiva osservato come se tutti i passanti potessero accorgersi solo guardandolo del suo segreto. Già, il segreto. Ma Diego a chi lo aveva detto? Prima che a loro, prima che a lui? Dio mio, forse era da tempo lo zimbello di tutta la sua famiglia e non lo sapeva. Ecco perché suo fratello Carlo, al matrimonio del figlio, aveva fatto quella battuta su Diego, sui nipoti che non gli avrebbe mai dato. Ma no, che pensava, che c’entrava adesso suo fratello Carlo. Dio mio, Dio mio, sentiva i pensieri guizzargli nel cervello, era tutto accelerato dentro di lui, non riusciva a rallentare, a riprendere il controllo.
    Passavano i giorni e la catastrofe si confermava ai suoi occhi, s’ingrandiva, mostrava risvolti inattesi, pretendeva di riscrivere la storia del suo rapporto con il figlio: quando era successo? Quale episodio? Aveva commesso qualche errore? Quando? Perché?
    Passarono gli anni. Non ci pensò più. Fece una semplice operazione di restringimento: delimitò il perimetro della sua vita, la quantità degli incontri, delle  parole pronunciate, dei pensieri persino.
    Teneva lontano quella cosa tagliandole i ponti di accesso fino a lui. Si lasciò risucchiare dai suoi studi e continuò a vivere come poteva.
    La moglie morì dopo sei anni. Diego un anno dopo si trasferì in Canada. Non lo vedeva da due anni. Non lo sentiva al telefono ormai da mesi.
    Quel temporale lo sorprese mentre guardava le barche ormeggiate. Si avviò con il bavero rialzato, non si trovava molto lontano da casa. La pioggia aumentava d’intensità ad ogni istante, magri rivoli prima, una grandine maligna poi, sferzante, sul suo corpo curvo in corsa. L’acqua veniva giù dal cielo compatta ora: era un enorme cono di luce liquida.
    Rega correva, i pochi passanti correvano, inquieti per quell’inaspettato travaso di acqua dal cielo. Rega correva ma ad un certo punto smise, rallentò, si fermò. L’acqua gli cadeva addosso con la violenza di una diga spezzata, di un argine violato. Piangeva il professore, ora, ma era acqua mescolata ad acqua, non si notava la differenza.
    Arrivò sotto casa bagnato fin dentro l’ultimo anfratto, l’ultima cellula del suo corpo. Tremava.
    Albino stava lottando contro il vento per chiudere il portone quando lo vide: “Professore, professore Rega, ma come, ve ne andate in giro con questo tempo”
    Rega non rispondeva, non sapeva cosa dire.
    La moglie di Albino, la signora Elena, arrivò con un asciugamano  bianco, morbido: “Entrate professore, entrate un momento, ho acceso la stufa “
    Rega si lasciò portare in casa. S’infilò dei panni di Albino mentre fuori la tempesta continuava ad urlare. La luce andava e veniva. Rimase fino ad ora di cena. Cenò con loro. Albino ed Elena erano increduli di avere in casa un ospite così importante, non la smettevano più di affannarsi attorno a lui, che se ne stava lì, tranquillo.
    Tornò a casa tardi. Ebbe voglia di tagliarsi le unghie, da Albino aveva notato che erano troppo lunghe. Ammucchiò le unghie recise sul pavimento, gli sembrarono tanti piccoli cadaveri.
    Si chinò a raccoglierle e notò, abbandonate in un angolo, le sue ciabatte sfondate, gli sembrarono vecchie serve fedeli in attesa di accompagnarlo verso la notte. Le ignorò. La lucina del computer occhieggiava, poco più in là. Immaginò Regina Di Cuori dall’altra parte dello schermo: sorrise.
    Finalmente vide quello che stava cercando. Il telefono.
    Cercò un numero nella rubrica telefonica. Ci volle un po’ di tempo per ottenere la conversazione con l’abbonato, il Canada è pur sempre dall’altra parte del mondo.
    Parlò a lungo con il figlio, gli raccontò del suo naufragio, di Albino ed Elena, del suo ricordo lì sul molo.

    Sul molo, Diego camminava lento, il dondolio delle onde riflesso negli occhi.
    Le barche nel porto di Halifax splendevano; un insolito sole ottobrino illuminava l’aria, senza riuscire a riscaldarle il cuore, già chiuso, nella sua compatta vita trasparente.
    Diego si strinse in quel maglione blu che aveva trovato nell’ingresso, non era suo, forse lo aveva dimenticato Leon, il suo compagno spagnolo.
    Si erano conosciuti a Praga durante una vacanza. Entrambi amavano viaggiare, erano incalliti vagabondi con un’anima da nomadi appena domata dall’educazione al progetto, alla stabilità, fiumi di parole che erano riuscite solo a modellare le cime di quelle loro vite inquiete, visionarie: altre vite, altri mondi, dichiarati inesplorabili o addirittura inesistenti da chi non aveva voglia di avventurarvisi.
    Entrambi ingegneri, si erano dedicati totalmente alla studio e alla diffusione delle energie alternative: pannelli fotovoltaici, pale eoliche. Ogni volta che vedevano un impianto del genere entrare in funzione, provavano una gioia indescrivibile, intima e profonda, condivisibile solo tra anime affini. Si amavano per questo, per lo stesso vecchio motivo per cui due creature si amano, per lo stesso misterioso, insondabile miracolo di affinità e consonanza.
    Erano in Canada da due anno, per lavoro, Halifax ultima sede, amatissima.
    Amavano entrambi quel cielo mutevole, prima una malinconia di nuvole ad incupirne lo sguardo, un attimo dopo l’urlo dell’aria mescolato allo stridio alto dei gabbiani. Poi. Il sole. Morbido velo di luce dentro cui nascondersi e pensare.
    Diego e Leon, un amore, un fiore tra un milione di altri, perfetta struttura di materia e poesia, senza altra ragione che le sue ragioni, senza altra spiegazione che la sua naturale necessità.
    Lo rivide salutarlo dall’anticamera, di primo mattino, mentre lui, assorto, si preparava il caffè.
    - Che pasa Diego?- e scompariva sorridendo dietro la porta di casa..
    - Che pasa Diego?- lo chiese a se stesso. Rabbrividì.
    Quella telefonata lo aveva costretto ad uscire di casa
    Halifax quel giorno era accogliente, gravida di un inverno ormai prossimo ma che, in quel momento, sembrava ancora lontano.
    Passò una nuvola: inattesa.
    Gli venne in mente sua madre, all’improvviso, come un ospite trovato ad attenderlo sui gradini davanti alla porta di casa.
    - Da quanto tempo sei lì mamma?- pensò.
    La rivide. Con la sua borsetta nera delle grandi occasioni, quella con la fibbia di metallo che si chiudeva con un clic ma, se facevi piano piano, non si sentiva. Diego le rubava le caramelle con quel trucco, le sue caramelle al miele per la tosse, quella tosse che se l’era portata via. Definitivamente. Lei era sempre stata un po’ lontana, come una nuvola, come la speranza di una morbidezza troppo incorporea per poterla toccare.
    Quel giorno, Diego se lo ricordava sempre quando ripensava a sua madre, lui aveva dieci anni e stava finendo di sistemare i regali sotto l’albero: era la vigilia di Natale.
    Erano soli in casa. La madre stava apparecchiando, attendevano ospiti: la famiglia del padre, lei era orfana di entrambi i genitori e aveva scarsi rapporti con i suoi numerosi fratelli.
    - Mamma come si chiamava il nonno?- le chiese Diego seguendo qualcuna delle sue insolite aspirazioni.
    - - Mosè- rispose lei brevemente, continuando ad aggiungere dettagli alla tavola ammannita con austero candore. Un’alterigia cupa emanava dai pesanti tendaggi di broccato scuro, dai  candelabri simmetricamente equidistanti, come sentinelle immobili sui bastioni di una lunga credenza bassa , istoriata con piccole architetture concentriche, in ogni angolo e spigolo, infinitamente arrotolate su se stesse, come code di spaventosi serpenti chiusi in un letargo di legno impenetrabile.
    Il lungo tavolo, posto al centro della camera rettangolare, dominava la scena, abbagliato dalla luce vitrea di un lampadario a gocce di cristallo, un enorme sole a spicchi, grappolo di diamanti duri, sospeso, in quell’aria rarefatta da cattedrale abbandonata.
    In un angolo, vicino ad un pianoforte chiuso, a pochi metri da una vetrinetta in cui si intravedevano stoviglie di ceramica , sapientemente decorate, Diego addobbava l’albero che, solenne e silenzioso, gli offriva le sue braccia aperte, sulle quali il bambino disponeva fiocchetti rossi, lentiggini bianche di ovatta, grappoli di palline multicolori.
    - Ti piace mamma?
    - Bello, si, bello- come se avesse detto passami il sale… oggi fa freddo… qualcuno ha bussato alla porta… o qualunque altra cosa.
    - - Com’era nonno Mosè? – chiese Diego all’improvviso
    - - Alto, molto alto-
    - Come quest’albero? E ti faceva volare quando ti prendeva in braccio? Così … - e prese a fare giravolte; imitava un elicottero con le braccia aperte e un rombo di labbra vibranti.
    - - Non mi prendeva in braccio, i padri a quel tempo non prendevano in braccio i figli, specialmente le figlie femmine- spiegò nervosa, affaccendata attorno a quel desco di cui, ogni volta che passava, stirava gli angoli con le mani, una carezza perentoria, senza simpatia o gratitudine.
    - Diego la guardò: - Ma almeno ti raccontava le storie?
    - Non mi raccontava niente, smettila Diego, tu sei figlio unico non puoi capire. Io avevo otto fratelli, forse mio padre non si ricordava nemmeno il mio nome – concluse sottovoce; quella cosa del nome la disse a se stessa ma Diego aveva sentito.
    - Tu menti, i genitori lo sanno come si chiamano i figli perché il nome lo hanno scelto loro e poi papà mi ha raccontato … _
    Il ceffone arrivò fulmineo, generato dal nulla. L’orma sulla guancia del bambino, unica prova del suo passaggio.
    Non lo guardò neanche, lei, se ne andò in cucina, la mano colpevole lungo i fianchi, come l’altra, nessuna differenza.
    Quella sera Diego, dopo la cena sontuosa, i regali sobri ed utili, le inutili bugie per raccontare il motivo, qualche motivo, per la presenza di quell’orma sul suo viso, fu mandato a dormire.
    Sognò nonno Mosè: lo faceva volare come un elicottero e lui rideva talmente tanto che piangeva.

    Si toccò il viso, come se quell’orma fosse ancora lì, appena sotto la peluria ispida della barba: non si era rasato quella mattina.
    Era ritornato sul molo ora, ad Halifax, dove le navi trasudavano la luce di un insolito sole ottobrino.
    Voleva rivedere il padre, al telefono lo aveva sentito vecchio. Uno stanco vecchio arreso.  Sua madre invece non si era mai arresa; Diego provò una profonda pena per lei.
    Gli sembrò che suo padre fosse tornato dopo un lungo solitario viaggio, con quella tenerezza pudica dei vecchi che sembrano chiedere scusa per le loro piccole imperfezioni: i loro corpi un po’ sgualciti, i loro sguardi umidi da randagi. Ebbe di lui una nostalgia tagliente.
    Doveva rivederlo, anzi, vederlo, per la prima volta, da vecchio.

    Leon lo guadava preparare le valigie, a cena non aveva toccato quasi nulla. Diego era calmo ma Leon sentiva quella sua urgenza: doveva assomigliare ad uno spasimo doloroso.
    Avrebbe voluto abbracciarlo, spremere fuori  dal suo corpo un po’ di quella febbre che lo stordiva, rendendolo quasi inconsapevole della sua presenza. Era solo. Erano soli.
    La mattina seguente Leon lo accompagnò con lo sguardo, dalla finestra. Salutandolo,davanti alla porta, gli aveva detto: - La prossima volta verrai con me –
    Partì. Tornava. Anche suo padre era tornato, non era più una maschera di dolore impenetrabile, come lo aveva visto l’ultima volta, aveva telefonato, voleva dire che Diego non era più colpevole, era stato assolto, anzi, prosciolto per non aver commesso il reato, era un uomo libero.
    Aveva sbagliato, suo padre si era sbagliato. Era finita.
    Quando lo rivide davanti alla porta il professore Rega capì: aveva solo avuto paura di perderlo. Si rifugiò, esausto e fragile, nel suo giovane abbraccio.

     
  • 28 ottobre 2012 alle ore 11:01
    La matta

    Come comincia: Glauco e Riccardo

    Arrivarono il giorno dopo di buon’ora.
    A quell’uomo tutti i pacchi sparsi sul pavimento fecero una strana impressione: gli sembrarono treni deragliati i cui vagoni, divelti da qualche brutale forza sconosciuta, nascondevano chissà quali inenarrabili resti. Si addentrò nel labirinto scomposto di custodie di cartone abbottonatissime, nelle loro sciarpe integrali di scotch: pudori incomprensibili di carta gommata. Sospirò, erano troppe. Venne a salvarlo l’armata Brancaleone della Ditta Traslochi. Gli sembrarono uomini primitivi con le carcasse delle loro enormi prede gettate sulle spalle. Non capiva niente di quello che a gran voce non la smettevano di urlarsi: grugniti, urla di guerra, fischi forse di segnalazione, per l’avvistamento di pericoli o di prede succulente.
    Un milanese a Salerno, via Porto 106, nel giorno del suo trasloco. Era un uomo piuttosto magro, alto, che riusciva a portare con una disinvoltura ammirevole quel nome che lo sovrastava come un enorme cappello: Glauco, omaggio della mamma a Glauco Mari e alla sua delirante passione giovanile per il teatro.
    Nel pomeriggio del giorno dopo aveva già appeso l’ultimo abito. L’efficienza milanese imparata e il gusto minimalista naturale del suo carattere, avevano avuto rapidamente ragione del caos primigenio del giorno prima. Le sue due stanzette più servizi erano sistemate: camera da letto, studio, accessori. Lineare e sufficiente per realizzare la sua missione in quel luogo.
    Lo squillo del cellulare lo sorprese:
    “Allora, ti sei sistemato?”
    “Si, tu a che ora arrivi?”
    “Domani mattina, 10\10.30”
    “D’accordo.”
    “Stai bene?”
    “Credo di si. Tu?”
    “Sto bene, sto bene.  A domani allora.”
    “Ti aspetto.”

    Riccardo era il giorno, Glauco la notte, Riccardo il proscenio, Glauco le quinte, Riccardo il fuori, Glauco il dentro di quelle loro vite simbiotiche. Il fatto che fossero fratelli e gemelli era un dettaglio che da solo non poteva spiegare tanto leale attaccamento. Era stato qualcos’altro ad instillare nelle loro anime quel sentimento da commilitoni in trincea.
    Lo squillo del cellulare lo irritò, stava guardando il mare ora, non aveva mai avuto un orizzonte di acqua e scaglie di luce, aveva vissuto sempre a Milano a differenza del suo fratello vagabondo.
    “Ciao nonna, come stai?”
    “Sono un po’ preoccupata per voi”
    “Sto bene nonna non ti preoccupare”
    “Il nonno parte stasera, arriverà domattina”
    “Anche Riccardo”
    “Quando andrete lì?”
    “Domani”
    “Fammi sapere, poi.”
    “Si nonna, d’accordo. Ti bacio, ciao.”
    Tornò al suo nuovo orizzonte, come a riprendere un dialogo interrotto, come in attesa di qualche rivelazione. Si ricordò del motivo per cui era lì.
    Sua madre era matta. Così gli gridavano a scuola quand’era piccolo:  Tu sei matto, come tua madre. Matto! Matto!
    Riccardo li prendeva a calci e pugni. Lui niente, rimaneva muto, piangeva solo quando Riccardo le prendeva e lui non sapeva aiutarlo.
    Il padre era morto giovanissimo, Glauco se lo ricordava appena, come una parola di un’altra lingua, poco usata, sempre un po’ estranea.
    La madre matta era ricca. Ricca e matta.
    Tanto matta da svegliarli nel cuore della notte e trascinarli fino all’alba per strada, per sfuggire a chissà quale spettrale creazione della sua mente. Tanto matta da lavarli di continuo, da buttare via il cibo cucinato dalla governante o le buste della spesa se per caso sfioravano il pavimento. Tanto matta. Da convincerli a non raccontare niente delle loro vite: erano vittime di un complotto, i loro nemici volevano dividerli, portargli via la loro bella casa e per fare questo non avrebbero esitato ad ucciderli. Tanto matta.
    La realtà per lei era un mondo abitato da forme gelatinose, pronte alla minima pressione a cambiare forma e a rivelare le maschere grottesche dell’orrore, del disfacimento delle loro umane sembianze.
    Avevano otto anni Glauco e Riccardo quando la madre fu ricoverata perchè urlava qualcosa per strada. Non la videro più.
    Furono estratti dalle sue viscere un’altra volta ma vennero al mondo senza la fiducia. Erano stati addestrati a vivere in un mondo di ombre, di agguati, di nemici invisibili e potenti. Vissero con i nonni, consacratisi al compito di rimetterli al mondo.
    Qualche giorno prima il nonno aveva convocato lui e il fratello e all’improvviso la madre era ritornata nelle loro vite.
    Glauco guardava il mare ora e le parole del nonno gli tornavano alla mente come quelle scaglie di luce sull’acqua, una pioggerella di luci sparse:

    Adesso
    Salerno
    risposata

    vive

    Curata
    sconsigliavano
    i medici
    d’accordo

    Adesso
    vostra madre

    una casa

    Prendiamo
    pensateci

    una vacanza

    Qualche mese
    vedervi
    chiesto
    vostra madre

    Adesso.

    Le gocce cadevano senza rumore nella sua mente, nemmeno un tonfo, nessuna resistenza, Glauco era diventato mare ora e i suoi pensieri piccoli rilievi di onde.
    Dormì poco quella notte. Disteso sul suo lettino nuovo, accanto a quello vuoto del fratello, permise al passato di rientrare in scena. Si presentarono i suoi ricordi ma gli sembrò di assistere a delle prove generali: non si capiva il senso dell’opera rappresentata. La sua, le loro vite, erano precipitate nell’inesistente di una follia, non c’era una  lingua, un tempo, un’immagine, per poterlo raccontare. C’era solo un grumo che si dipanava e riattorcigliava a comando nella sua mente, senza perdere mai la sua densità oscura, completamente incapace di una rivelazione chiarificatrice.
    Esausto, si riaddormentò.

    Riccardo era pallido ma guidava, chiacchierava, fumava, raccontava le sue ultime mirabolanti imprese sentimentali: tutto assieme. Glauco si lasciava invadere dalla vivace presenza del fratello, completamente sedotto dai suoi gesti e dalle sue parole infilate una dietro l’altra con la disinvolta svagatezza di sempre.
    Arrivarono, infine.
    Nel vialetto antistante la villetta videro parcheggiata l’auto del nonno, era già lì.
    Glauco e Riccardo scesero dall’auto, camminavano vicini, lentamente, le mani in tasca, in silenzio.
    Erano attesi. Li accolse un uomo di media statura, bruno, con un sorriso incerto, come di chi non conosce le usanze per quell’evento. D’altra parte i due giovani uomini che si ritrovò davanti non lo incoraggiarono a continuare nella sua cordiale condotta. D’altra parte era la prima volta che quell’uomo vedeva i figli di sua moglie.
    Lei era in piedi, nell’atrio subito dopo la porta, i capelli scuri raccolti a crocchia, due piccole perle bianche ai lobi, lo sguardo liquido come reso umido dal vento, il naso dritto e sottile alla fine del quale si aprivano due piccole fosse che s’intuivano morbide al tatto, e più giù, la bocca, serrata, come un uccello con le ali raccolte. In attesa.
    Furono lasciati soli.

    Glauco parlò per primo mentre Riccardo, pallidissimo, guardava lui e la madre con una intermittenza quasi perfetta, sincronizzata sulla sua voglia di scappare e di rimanere.
    Glauco era dietro di lui, quasi coperto alla visuale dal corpo robusto del fratello.
    - Ciao mamma come stai?
    - Ciao Glauco – le si spezzò la voce sull’ultima sillaba.
    Null’altro, per un tempo incalcolabile.
    - Ci sediamo?
    Riccardo lo disse così, fuori tempo, fuori da quell’onda gigantesca che continuava ad infrangersi e spaccarsi dentro di loro.
    Fuori tempo. Ricccardo deragliò istintivamente le loro vite dal passato al presente, da un tempo sospeso, irreale, ad un tempo reale, lì, ora.
    - Sediamoci – disse la donna, e il tempo riaprì gli occhi.
    C’era un vento bizzoso fuori, entrava a onde dalla finestra aperta, attorcigliava l’aria facendola fischiare dolcemente, mentre si scioglieva giocando, intorno ai volti assorti, nella piccola peluria morbida delle braccia, nelle fessure delle mani piegate sul tavolo, chiuse, come a voler trattenere qualcosa.
    La donna cominciò a raccontare, aveva uno sguardo inerme e forte, Glauco avrebbe voluto abbracciarla, a tratti gli sembrava di riconoscerla, di ricordarsi qualcosa di quegli occhi, di quelle mani, si smarriva nella dolcezza di quella indagine, sussultava quando ritrovava su quel volto frammenti del suo, di Riccardo, del nonno, indizi che comparivano e scomparivano come ombre, lasciandolo con un desiderio sempre più vivo, quasi disperato, di toccare quella donna, di stringerla, per impedire che si dissolvesse all’improvviso.
    Riccardo ascoltava la madre ma spesso distoglieva lo sguardo per guardare Glauco, aveva negli occhi lo stesso furore di quand’erano bambini e lui difendeva il fratello dagli insulti dei compagni. Avrebbe voluto abbracciarlo, gli apparteneva dolorosamente, in quel momento più che mai perché sentiva, oscuramente, che quella donna se li stava riprendendo e per farlo, lui da padre doveva tornare figlio, ma non era pronto, non voleva, non lo aveva previsto.
    - Per noi sei un’estranea, lo capisci vero? Ci vorrà del tempo per fare non so cosa, in futuro intendo, per quanto riguarda il passato, è passato, appunto, inutile rivangare, non credi?
    Lo disse tutto d’un fiato: l’ultima disperata resistenza, se ne accorse mentre lo diceva e gli occhi gli si riempirono di lacrime di rabbia.
    - Riccardo – lei non lo aveva ancora chiamato, fino ad allora.
    - - Riccardo – suonò come un nome ma più lungo di un lungo discorso.
    Lo rimise al mondo così, chiamandolo, e lui smise di resistere.
    Il vento si era placato, la luce era di nuovo un velo liscio che avvolgeva tutto nella sua luminosa trasparenza.

    Il nonno li accompagnò alla loro auto, non si erano voluti fermare per il pranzo, volevano rimanere soli.
    Non dissero niente di speciale per salutarsi, affidarono tutte le loro emozioni ai gesti, agli sguardi, allo stringersi furtivo delle mani.
    Tornarono a casa. Albino li guardò attraversare l’atrio, le mani affondate nelle tasche, un pensiero bizzarro gli attraversò la mente: quelli erano i suoi figli, ormai grandi, laureati, professionisti, vivevano al nord dove si erano impiegati a condizioni più vantaggiose che se fossero rimasti lì, con lui, con loro. Nipotini e matrimoni neanche a parlarne, giovani moderni, in carriera, si sa, ma insomma, già avere avuto due ragazzi così belli, alti poi, lui ed Elena non lo erano poi tanto, e così affettuosi, educati …
    Come richiamati dal ronzio dei suoi pensieri i due uomini si girarono e tornarono indietro, sembrava proprio che si dirigessero verso di lui, che strano, non poteva essere che avevano sentito i suoi pensieri, no, che idea …
    - Chiedo scusa, vorremmo comprare del pesce, ci indicherebbe una …
    - C’è una pescheria proprio qui all’angolo, cosa vi occorre?
    - Quest’odore di mare ci ha fatto venire voglia di mangiar cozze
    - Ve le vado a prendere e ve le porto io, il pescivendolo è amico mio, state tranquilli
    Glauco e Riccardo non avevano mai sentito dire niente del genere al portiere di un palazzo, non sapevano cosa rispondere. Sorrisero, annuendo, nel timore di offendere tanta inattesa gentilezza.
    Quando ricomparve, davanti alla porta della loro casa, Albino era trionfante, la busta trasparente piena di cozze di un nero acceso in una mano, e nell’altra, una busta con dei limoni e un barattolo di pepe precipitato sul fondo: Albino aveva pensato a tutto.
    Lo fecero accomodare, chiesero quanto dovevano e senza accorgersene, finirono a chiacchierare di impepate, limoni, pepe, sistemi di pulitura e cottura.
    La cucina si animò di odori salmastri, di caldi effluvi graffiati dalla freschezza aspra del limone, dall’anima scura e profonda del pepe; sparsi ovunque, chicchi neri neri, gusci scuri, lustri d’acqua e luce, spicchi di limone di un giallo esploso gocciolante.
    Riccardo fumava appoggiato alla ringhiera del balconcino della cucina, guardava il fratello, non lo aveva mai visto così a suo agio, morbido nei gesti, completamente invaso dalla cerimoniosa presenza di quell’uomo: come si chiamava? Albino, si, gli sembrava si fosse presentato così, quella mattina al suo arrivo, gli aveva dato il benvenuto in quello stabile. Che tipo. Sembravano in confidenza lui e il fratello di solito così schivo. Ebbe voglia di partecipare anche lui a quell’intimità, voleva lasciarsi andare, voleva diventare acqua, sentì di nuovo arrivare le lacrime agli occhi. Si girò, verso il mare. Piangeva. Si sentiva solo, monco, derubato, tradito.
    - Riccardo vieni, è pronto
    Rientrò. Congedarono Albino che non ne volle sapere di restare, Elena lo stata aspettando.
    SI misero a tavola, lì, di fronte al mare. Riccardo sembrava un po’ più piccolo con quegli occhi rossi e senza più quella furia abituale nello sguardo. Glauco sembrava un po’ più grande mentre giocava a fare il padrone di casa.
    - Hai pianto
    - E’ il pepe
    - La cipolla fa piangere, il pepe fa starnutire- Risero.
    - Che pensi?
    - Niente Glauco, sono stanco
    - Me l’aspettavo più vecchia
    - Vorrei dormire un po’, ho viaggiato tutta la notte
    - Ti assomiglia, hai visto quanto ti assomiglia?
    - A ‘mpepata e cozze… mangia Glauco, a Milano te la sogni una roba così e poi lì non c’è Albino che te la va a comprare
    - Che brava persona
    - Un po’ buffo, che vi dicevate a parlare così fitto fitto come due innamorati?
    - Ma smettila… gli ho chiesto se aveva figli, ha detto no, non sono venuti…
    - Sono venuti, eccoli qua: i figli di Albino, da Milano con amore!- Risero fino alle lacrime.
    - Però quell’omino mi piace, è buono, sarebbe stato un bravo padre. Facciamo il caffè?
    - Sei diventato un salernitano perfetto: a ‘mpepata e cozze e ‘o caffè
    - Mi piace stare qui, non voglio partire subito, tu?
    - Parto domani
    - Voglio andarla a trovare, non le abbiamo portato niente, è stato tutto così veloce. Vieni anche tu, poi te ne torni a casa
    - No Glauco, non me la sento, voglio tornare a Milano, ho da lavorare
    - Promettimi che tornerai, che andremo assieme a trovarla, vorrei vederti sereno, lì, con lei
    - Mi fa una tale rabbia tutto questo … perché?
    - Forse hai paura, sei troppo abituato a fare a calci e pugni con il resto del mondo, dai fatti amare … - e lo abbracciò per farlo ridere. Lui se ne scappò sul balcone, a fumare.
    - Tu le vuoi già bene?
    - Credo di non avere mai smesso di volergliene, è un fatto naturale
    - Io no, perché?
    - Non lo so, ci devo pensare – lo vide così: appoggiato alla ringhiera, fumava, lo sguardo smarrito che guardava chissà cosa.
    - Riccardo … - si girò, aveva un abisso nero negli occhi.
    - Il caffè ... - riuscì a dire.
    Albino raccontò tutto ad Elena, tranne le sue fantasie paterne.
    Elena qualcosa intuì. Dopo pranzo, mentre il marito sonnecchiava davanti al televisore, gli disse a bassa voce: - Io ti sposerei altre mille volte, figli o non figli, altre mille volte.
    Riccardo e il nonno partirono il giorno dopo. Glauco rimase, gli piaceva quella casetta vicino al mare, vagheggiava d’acquistarla. Avrebbe pensato il nonno a sostituirlo al lavoro, era il suo capo. Riccardo tornò ai sui progetti umanitari: destinazione Bruxelles, poi chissà.
    Glauco andava spesso a trovare quella donna, sua madre, e quando tornava a casa, scriveva lettere.
    Caro Riccardo,
    è tardi ma le luci del porto prorogano all’infinito l’illusione che la notte sia remota. Sono qui, slegato da tutto quanto fino a ieri mi sembrava indispensabile: lavoro, amici, amore. Sono qui, attaccato alla vita con un unico ormeggio, una fune rimasta nascosta tra le altre in tutti questi anni, creduta smarrita per sempre e adesso unico attracco, unico sentiero capace di ricondurmi a casa. Sono sereno.
    Bonifico questo pezzo del mio cuore con nuovi ricordi, mi lascio attraversare dall’amore di questa donna ritrovata, miracolosamente, alla fine di una irreparabile tempesta.
    E tu? No, non parlare se non puoi, non mi rassicurare, non mi nutrire più della tua forza. Io sono al sicuro, in pace con me stesso, grazie a te che mi hai accompagnato fin qui.
    Adesso ho capito perché provi tanta rabbia, hai dovuto indurirti per lasciare a me la tenerezza, la fiducia che è come una pelle morbida e porosa, attraverso la quale la vita si insinua dentro di noi. Tu sei stato il mio argine, hai evitato che il fiume in piena di queste nostre vite complicate mi travolgesse.
    Adesso che ci ripenso, ti rivedo, sempre un passo davanti a me a verificare la sicurezza di tutti gli innumerevoli sentieri, città, storie, persone che ci è toccato percorrere. Adesso che ci ripenso, io non ho mai avuto paura, tu si, adesso lo so. Grazie.
    Guardami: sono un uomo, sento questa vita scorrermi dentro senza impedimenti né barriere, sono libero, di amare, cioè di perdonare.
    Sono la tua vittoria, il tuo omaggio alla vita, come la dedica incisa sulla prima pagina di un libro bellissimo.
    Ti restituisco i tuoi pensieri, la tua forza, il tuo amore disperato, prendili. E prendi pure la mia gratitudine, il mio amore profondo, la mia gioia di essere in questa vita con te. Non siamo più soli. Non sei più solo.
    Abbi cura di te. Ti aspetto. Ti aspettiamo.
    Con infinito affetto. Glauco