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in archivio dal 29 mag 2006

Paul Celan

1920, Czernowitz, Bucovina
1970, Parigi - Francia
Segni particolari: Il mio vero nome è Paul Pessach Antschel.
Mi descrivo così: Il semenzaio della mia poesia è lo studio della letteratura tedesca, con una passione speciale per il fiolosofo Heidegger.

elementi per pagina
  • 27 febbraio 2012 alle ore 12:14
    Aureola di cenere

    Aureola di cenere dietro
    le tue sconvolte-annodate
    mani al trivio.
    Tempo trapassato al Ponto: qui,
    una goccia,
    sull’affogata
    pala di remo,
    in fondo
    alla promessa pietrificata,
    lo risolleva, stormente.
    (Lungo la verticale
    corda di respiro, a quel tempo,
    più in alto che in alto,
    tra due groppi di dolore, mentre
    la fulgente
    luna tartara s’inerpicava fino a noi,
    io m’internavo in te e in te.)
    Aureola
    di cenere dietro
    a voi, mani
    del trivio.
    Orrendo, ciò che, da Oriente, il caso
    vi gettava davanti.
    Nessuno
    testimonia per il
    testimone.

     
  • 27 febbraio 2012 alle ore 12:09
    Ambigua figura

    Fa che il tuo occhio nella stanza sia un cero,
    lo sguardo un lucignolo,
    fammi essere cieco quel tanto
    da mettergli fuoco.
    No. Fa che sia
    altro.
    Va davanti casa,
    imbriglia ed attacca il tuo sogno pezzato,
    fa che i suoi zoccoli parlino
    alla neve che il tuo soffio fa cadere
    dal colmo della mia anima.

     
  • 27 febbraio 2012 alle ore 12:06
    La mandorla

    Nella mandorla – cosa sta nella mandorla?
    Il nulla.
    Nella mandorla sta il nulla.
    Lì sta e sta.
    Nel nulla – chi sta? Il re.
    Lì sta il re, il re.
    Lì sta e sta.
    Ricciolo ebreo, non diventare grigio.
    E il tuo occhio – per dove sta il tuo occhio?
    Il tuo occhio sta davanti al nulla.
    Sta verso il re.
    Così sta e sta.
    Ricciolo d'uomo, non diventare grigio.
    Mandola vuota, blu regale.

     
  • 27 febbraio 2012 alle ore 12:05
    Da Brancusi, in due

    Se di queste pietre una
    lasciasse trapelare
    ciò che la nasconde:
    qui, accanto,
    dalla gruccia di questo vecchio,
    si schiuderebbe, come ferita
    in cui ti dovresti tuffare,
    solitario,
    lontano dal mio grido, già
    sbozzato anch'esso, bianco.

     
  • 29 maggio 2006
    Attraverso le rapide

    Attraverso le rapide
    della tristezza,
    sfiorando
    il nudo specchio delle piaghe inferte:
    lì si fanno fluitare i quaranta
    tronchi di vita
    scorticati.

    Unica tu, nuoti
    controcorrente, tu
    li conti, li tocchi
    tutti.

     
  • 29 maggio 2006
    Con alterna chiave

    Con alterna chiave
    tu schiudi la casa dove
    la neve volteggia delle cose taciute.
    A seconda del sangue che ti sprizza
    da occhio, bocca ed orecchio
    varia la tua chiave.

    Varia la tua chiave, varia la parola
    cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
    A seconda del vento che via ti spinge
    s'aggruma attorno alla parola la neve.

     
  • 29 maggio 2006
    Corona

    L'autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
    Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a
    camminare:
    lui ritorna nel guscio.
    Nello specchio è domenica,
    nel sogno si dorme,
    la bocca fa profezia.

    Il mio occhio scende al sesso dell'amata:
    noi ci guardiamo,
    noi ci diciamo cose oscure,
    noi ci amiamo come papavero e memoria,
    noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
    come il mare nel raggio sanguigno della luna.

    Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci
    guardano:
    è tempo che si sappia!
    È tempo che la pietra accetti di fiorire,
    che l'affanno abbia un cuore che batte.
    È tempo che sia tempo.
    È tempo.

     
  • 29 maggio 2006
    Cristallo

    Non alle mie labbra cerca la tua bocca,
    non davanti alla porta lo straniero,
    non nell'occhio la lacrima.

    Sette notti più alto erra il rosso verso il rosso,
    sette cuori più profondo batte la mano alla porta,
    sette rose più tardi sussurra la fontana.

     
  • 29 maggio 2006
    Fuga dalla morte

    Negro latte dell'alba noi lo beviamo la sera
    noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte
    noi beviamo e beviamo
    noi scaviamo una tomba nell'aria chi vi giace non sta stretto.
    Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
    che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d'oro.

    Margarete egli scrive
    egli s'erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio
    con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
    ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare.

    Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte
    noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo la sera
    noi beviamo e beviamo.
    Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
    che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d'oro.

    Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba
    nell'aria chi vi giace non sta stretto
    Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate
    egli trae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
    voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate
    perché si deve ballare.

    Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte
    noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera
    noi beviamo e beviamo
    nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
    i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi.
    Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Mastro di Germania
    grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell'aria
    così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto.

    Negro latte dell'alba noi ti beviamo la notte
    noi ti beviamo al meriggio la morte è un Mastro di Germania
    noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo
    la morte è un Mastro di Germania il suo occhio è azzurro
    egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa
    nella casa vive un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
    egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell'aria
    egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Mastro di Germania.
    I tuoi capelli d'oro Margarete,
    i tuoi capelli di cenere Sulamith.

     
  • 29 maggio 2006
    Giocando con asce

    Sette ore della notte, sette anni di veglia:
    giocando con asce
    tu giaci nell'ombra di cadaveri eretti
    – oh tronchi che tu non abbatti! –
    ed hai a testa lo sfarzo del voluto silenzio,
    ai piedi il ciarpame delle parole:
    e giaci così e giochi con asce
    finché tu al pari di queste sfavilli.

     
  • 29 maggio 2006
    Grata di parole

    Occhio tondo tra le sbarre.
    Palpebra, sfarfallante animale,
    voga verso l'alto,
    fa passare uno sguardo.

    Iride, natante, opaca e senza sogni:
    sarà prossimo, il cielo, grigio-cuore.

    Storta, nel beccuccio di ferro,
    la scheggia fumigante.
    Al senso che la luce prende
    tu indovini l'anima.

    (Fossi io come te. Tu come me.
    Non sottostanno forse
    al medesimo vento?
    Siamo estranei.)

    Pavimento. Sopra,
    l'una accanto all'altra, le due
    pozzanghere grigio-cuore:
    due
    bocconi di silenzio.

     
  • Nei fiumi a nord del futuro
    io lancio la rete che tu
    esitante aggravi
    con ombre scritte
    da pietre.

     
  • 29 maggio 2006
    Porto

    Risanato: do-,
    se tu fossi come me, nel
    sogno incrociato da colli
    di bottiglie d'acquavite al
    tavolo delle meretrici.

    Coi dadi la mia fortuna raddrizza, chioma marina,
    l'onda ammucchia che mi regge, negra ingiuria,
    rompiti il varco
    tra le viscere più calde,
    penna di glaciale affanno,

    do-
    ve mai
    non verresti per giacere con me, fin
    sulle panche
    di mamma Clausen, certo lei
    sa quanto spesso con la forza del canto
    fino alla tua gola risalii, trallalli,
    come nel suo blu di mirtillo
    il domestico ontano fronzuto,
    luttrallallà,
    tu, come astrale
    flauto da spazi
    oltre il dosso del mondo – anche laggiù
    nuotammo, nudi nudi, nuotammo
    sulla fronte
    infocata i versetti dell'abisso – incombusto
    si scavava l'infero
    flutto dell'oro
    le sue vie verso l'alto –,

    qui,
    con cigliate vele,
    pur la memoria sfilava, gli incendi
    balzavano oltre a rilento,
    divisa, tu,
    distaccata
    sulle nero-azzurre chiatte
    del ricordo,
    eppure spinte tuttora dal plurimo arto
    con cui ti tenni,
    incrociano dinanzi a bettole stellari
    le nostre ancora ebbre, le sempre protese bocche
    di un mondo accessorio – nomino soltanto loro –

    finché laggiù, sulla torre-orologio color verde-tempo,
    la rètina, il quadrante senza un suono

    si sfaglia – un dock di follia,
    alla deriva, su cui
    le maiuscole delle
    gru giganti stampano in bianco anti-mondo
    un nome nullo, su di esso
    s'arrampica , per il tuffo suicida,
    il carrello Vita,
    e tutto
    lo dragano a vuoto, passata
    mezzanotte, le frasi avide di senso,
    ad esso
    getta il nettunio peccato la sua
    gomena color acquavite,
    tra
    dodecafoniche
    gementi boe d'amore
    – allora erano brezze
    tra carrucole di pozzo, con te canta
    nel coro che non è più d'entroterra –
    giungono danzando le navi-faro
    da lontano, da Odessa,

    la linea d'immersione,
    che con noi affonda, fedele al nostro peso,
    frange in burla tutto questo
    all'insù e all'ingiù – perché no? risanato, do-, quando –
    di là e per di qua e di là.

    Aureola di cenere dietro
    le tue sconvolte-annodate
    mani al trivio.

    Tempo trapassato al Ponto: qui,
    una goccia,
    sull'affogata
    pala di remo,
    in fondo
    alla promessa pietrificata,
    lo risolleva, stormente.

    (Lungo la verticale
    corda di respiro, a quel tempo,
    più in alto che in alto,
    tra due groppi di dolore, mentre
    la fulgente
    luna tartara s'inerpicava fino a noi,
    io m'internavo in te e in te.)

    Aureola
    di cenere dietro
    a voi, mani
    del trivio.

    Orrendo, ciò che, da Oriente, il caso
    vi gettava davanti.

    Nessuno
    testimonia per il
    testimone.

    * * *

    Una volta, la morte ebbe accesso,
    tu ti nascondesti in me.

    * * *

    Preconscio sanguina
    due volte dietro la tenda,
    conscio
    stilla.

     
  • 29 maggio 2006
    Salmo

    Nessuno ci impasta più di terra e argilla,
    nessuno alita sulla nostra polvere.
    Nessuno.
    Lodato sii tu, Nessuno.

    Per amor tuo vogliamo
    fiorire.
    Incontro
    a te.

    Un nulla eravamo, siamo, rimarremo, fiorendo:
    la rosa di
    Nulla, di Nessuno.

    Con il pistillo animachiara,
    lo stame cielodiserto,
    la corona rossa
    della parola purpurea che cantammo
    su, oh sulla spina.

    Zona di neve, inalberata, fino all'ultimo,
    nel vento ascendente, dinanzi
    alle baite defenestrate
    per sempre:
    sogni radenti spazzano
    sullo striato ghiaccio;
    sbozzare
    le ombre di parole, accatastarle
    attorno all'arpione
    nel tonfano.

     
  • 29 maggio 2006
    Schibbolet

    Assieme alle mie pietre,
    nutrite con il pianto
    dietro le sbarre,
    mi strascinarono
    al centro del mercato,
    là dove
    si dispiega la bandiera
    cui io non prestai giuramento.

    Flauto,
    doppioflauto della notte:
    pensa all'oscuro
    gemello rosseggiare
    a Vienna e Madrid.

    Metti a mezz'asta la tua bandiera,
    memoria.
    A mezz'asta
    per oggi e per sempre.

    Cuore:
    fatti conoscere anche qui,
    qui, al centro del mercato.
    Gridalo, lo Schibboleth,
    nella patria estraniata:
    Febbraio. No pasaran.

    Einhorn:
    tu ben conosci le pietre,
    ben conosci le acque,
    vieni,
    io ti porto laggiù,
    ti porto alle voci
    di Estremadura.

     
  • 29 maggio 2006
    Stretta

    Trasferito nella
    landa
    dalla traccia inconfondibile:
    erba, divisa da scritte. Le pietre, bianche,
    con le ombre degli steli:
    Non leggere più – guarda!
    Non guardare più – va'!

    Va', la tua ora
    non conosce sorelle, tu sei –
    sei a casa. Una ruota, lenta,
    sfila da sè, i suoi raggi
    rampicano,
    rampicano su nerastro campo, la notte
    non richiede stelle, non vi è posto
    ove si chieda di te.

    Non vi è posto
    ove si chieda di te.

    Il luogo, ove essi giacquero, quel luogo
    ha un nome – e non ne ha
    alcuno. Non lì, essi giacquero. Qualcosa
    giaceva frammezzo a loro. Essi
    non vedevano oltre.

    Non vedevano, no,
    essi discutevano di
    parole. Non vi fu
    risveglio, il
    sonno
    venne su di loro.

    Venne, venne. Non vi è posto
    ove si chieda...

    Sono io, io,
    io giacqui frammezzo a voi, io ero
    aperto, ero
    udibile, vi mandavo un ticchettio, il
    vostro respiro si adeguava, sono
    ancor sempre io; voi
    dormite.

    Sono ancor sempre...

    Anni.
    Anni, anni, un dito
    tasta in giù e in su, tasta
    intorno:
    suture, palpabili, qui
    si schiude largo un vuoto, lì
    s'è colmato, concrescendo – chi
    lo ricoperse?

    Ricoperse – chi?

    Venne, venne.
    Venne una parola, venne,
    venne attraverso la notte,
    voleva luccicare, luccicare.

    Cenere.
    Cenere, cenere.
    Notte.
    Notte-e-notte. – Va'
    all'occhio, umido occhio.

    All'
    occhio, va',
    umido...

    Uragani.
    Uragani, da sempre,
    turbinio di particelle, il resto,
    tu
    lo sai bene, noi
    lo leggemmo nel Libro, ed era
    opinione.

    Era, era
    opinione. Come
    ci afferrammo
    l'un l'altro – con
    queste
    mani?

    Era anche scritto, che...
    Dove? Noi
    vi stendemmo sopra un silenzio,
    nutrito di veleno, grande,
    un
    verde
    silenzio, un petalo, cui s'univa
    un'idea come di pianta –
    verde, sì,
    s'univa, sì,
    sotto perfido
    cielo.

    Cui, sì,
    come di pianta.

    Sì.
    Uragani, turbinio
    di particelle, restava
    tempo, restava,
    di tentare con la pietra – essa
    era ospitale, essa
    non ti tranciava la parola in bocca. Quanto
    bene stavamo:

    Granosa,
    granosa e fibrosa. Striata,
    densa;
    uvata e radiata; glomerulosa,
    levigata e
    grumosa; sciolta, ramificata:
    essa, la cosa
    non ti tranciava la parola, essa
    parlava,
    amava parlare ad occhi asciutti, prima di chiuderli.

    Parlava, parlava.
    Era, era.

    Noi non mollammo, restammo
    dentro, un
    corpo poroso, e la cosa
    venne.

    Venne a noi, venne
    attraverso, ricucendo
    invisibile, ricucendo
    l'ultima membrana,
    e
    il Mondo, un Millecristalli,
    rapprese, prese forma.

    Rapprese, prese forma.
    Poi...

    Notti, frante. Cerchi,
    verdi oppure blu, quadrati
    rossi: il
    Mondo investe il suo intimo
    nel gioco con le ore
    nuove. Cerchi,
    rossi oppure neri, quadrati
    tersi, nessuna
    ombra d'un volo,
    niente
    geodesia, nessuna anima di fumo
    si leva e sta al gioco.

    Si leva e
    sta al gioco...

    All'imbrunire, impietrita
    la lebbra,
    fuggite
    le nostre mani, nell'
    estremo ripudio,
    al di sopra
    del vallo antiproiettile
    presso il muro interrato:

    nuovamente
    visibili: i
    solchi, i

    cori, in quel tempo, i
    salmi. O,
    osanna.

    Dunque ancora
    vi sono dei templi. Una
    stella, certo,
    ha luce ancora.
    Nulla,
    nulla è perduto.

    Osanna.

    All'imbrunire, qui,
    il conversare, grigio come il giorno,
    delle tracce d'acqua profonda.

    (Grigio come il giorno,
    delle
    tracce.
    Trasferito
    nella landa
    dalla
    inconfondibile
    traccia:
    erba.
    Erba,
    divisa da scritte.)

     
  • 29 maggio 2006
    Todnauteburg

    Arnica, Eufrasia, il
    sorso dalla fonte con sopra
    il dado stellato,
    nella
    malga,

    la riga nel libro
    – quali nomi accolse
    prima del mio? –,
    la riga, in quel libro
    inscritta,
    d'una speranza, oggi,
    dentro il cuore,
    per la parola
    ventura
    di un uomo di pensiero,

    umidi prati silvestri, non spianati,
    orchidee selvatiche, sparsamente,
    più tardi, in viaggio, parole crude,
    senza veli,
    chi guida, l'uomo,
    che anche lui ascolta,
    percorsi a
    mezzo, i viottoli
    di tronchi sulla torbiera gonfia,
    umidore,
    forte.

    I nomi, tutti,
    pronunciati all'indietro,
    l'ultimo, fatto re
    con i nitriti
    dinanzi agli specchi di brina,
    assediato, accerchiato
    da plurinascite,
    la fenditura sul colmo,
    che attraversa lui e implica
    te, isolato.

    * * *

    Tu giaci tutto teso all'ascolto,
    attorniato di arbusti, di fiocchi.

    Va' alla Sprea, alla Havel,
    va' ai ganci da macelleria,
    alle rosse stanghe di mele
    venute di Svezia.

    Arriva il tavolo con i doni,
    e gira attorno a un Eden.

    L'uomo fu ridotto a un colabrodo, la donna
    dovette andar per acqua, quella troia,
    per sè, per nessuno, per ognuno.

    Il canale della Landwehr non mormorerà.
    Nulla
    ristà.