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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 11 novembre 2011 alle ore 16:16
    La morale in tempo di guerra

    Come comincia: George Orwell scrive: " la scelta prima di essere uomini non è, di regola, tra bene o male, ma tra due mali. é possibile lasciare che i nazisti governino il mondo e ciò è male; oppure è possibile rovesciarli con la guerra, e anche questo è male. Non c'è altra scelta davanti a te, a seconda di quale si scegli, di non uscire con le mani pulite".... Personalmente non penso che mai potrò fare una guerra. Il solo pensiero di sparare ad una persona mi rabbrividisce, credo che non ci riuscirei. Altresì non penso che parteciperò mai ad una ribellione armata, anche contro il peggiore dei dittatori, perché on la storia delle guerre passate, e anche presenti ,ho capito che con la guerra anche un uomo moralmente giusto inizia, a volte , quasi a prenderci gusto nel far del male , o nell'ammazzare, il proprio nemico, e il guaio è che tutto è giustificato, dall'ideale, dalla causa: si ci accanisce tanto contro il proprio nemico perché si pensa che tanta cattiveria è utile alla causa ,e la coscienza sporca un prezzo da pagare in nome della libertà.
    Come dice Umberto Eco l'odio è così diffuso perché è capace di abbracciare tutta una moltitudine ,a differenza dell'amore che è selettivo, egoistico.
    L'ultimo esempio di guerra brutale è stato il conflitto libico, dove vi è stata una manifestazione di odio di massa in occasione della cattura di gheddafi: su you tube sono disponibili molti video, filmati con i cellulari, che immortalano la cattura dell'ex dittatore.Nel vedre questi video ho provato quasi vergogna d' appartenere alla razza umana . Penso che qualsiasi uomo, anche il più terribile, abbia il diritto ad una morte più degna... Gheddafi viene trascinato da centinaia di rivoltosi come se fosse carne da macello, buttato dentro un camion e subito dopo ammazzato.
    é evidente che l'odio per il nemico faccia perdere il rispetto per la vita umana!
    La versione ufficiale del governo di transizione è che gheddafi è stato ucciso in un fuoco incrociato tra i ribelli e le sue guardie del corpo. Ma la realtà, come dimostrano i video è stato frutto di un esecuzione sommaria.
    Ahimè, in tempi di guerra, seppure sorta per dar vita ai più alti ideali di democrazia e libertà, l'uomo perde tutta la moralità che gli è propria: anche per questo motivo la guerra è ciò che di più schifoso possa esserci al mondo...molti muoiono e altri smettono di essere uomini pur vivendo!

  • 11 novembre 2011 alle ore 15:33
    Tra il buio e la luce

    Come comincia: Attualmente sto per affrontare un grosso punto interrogativo, che mi porta ad un bivio, come ce ne sono tanti nel corso della vita di ognuno di no. Il mio è un buvio un pò particolare devo fare affidametno sulla fortuna e sulla volontà altrui, oltre che sulla mia determinazione.
    Ci sono dei giorni più omeno difficili, ldove la determinazione non è sempre così forte e sentita, anche es il desiderio di uscire da una situazione cos' compromettente come la mia può esesre molto marcato, in tale occaszione, appunto entra in gioco anche l'istinto di sopravvivenza e di conservazione che è radicato nell'essere umano.
    Ho avuto l'occaszione di far sentire la mia voce anche al giornale di Brescia e al Brescia oggi, ma ciò che cerco non è solo la risoluzione della mia grave situazione,ma anche uno spazio in cui potermi esprimere attraverso la scrittura.
    Viviamo in un momento storico di forte crisi ecoomica, per questo scirvere sui giornali non è semplice, diventa sempre più difficile se non si è affermati, anceh se le cose da dire sarebbero molte!! Purtroppo lospazio non è facile farsi ritagliare uno spazio, nonostante qualcuno possa avere elle conoscenze nel campo del giornalismo /cosa che non ho(.
    La nostra soceità è una democrazia "formale", ma non sostanziale, il forte prevale sul più debole.!

  • 10 novembre 2011 alle ore 23:03
    Filosofico 14: sulla povertà di spirito

    Come comincia: - Non concordo, maestro.
    - Non ti seguo…
    - Vediamo se riesco a farmi seguire. Brutto….
    - Bello.
    - Ombra
    - Luce
    - Nero
    - Bianco
    - Sera
    - Mattino
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Sei un’idiota, maestro!
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Ne convengo: effettivamente c’erano almeno due “cattivo” di troppo…
    - Sei grande, maestro!

  • 09 novembre 2011 alle ore 23:16
    L'avventura di un attivista per la pace

    Come comincia: È una bella giornata, il sole tiepido, il cielo limpido, il mare sembra una coltre impassibile. Hanno scelto la mattina giusta per andare a pescare.
    Vittorio dice a Shane: “io vado insieme a Mutafiz. Tu vai insieme ad Amos?”
    “Si, va benissimo. Solo non so se sarò in grado di stare sopra un imbarcazione da pesca, è la prima volta per me”
    “Tranquillo, noi li dobbiamo solo accompagnare, per dargli un po’ di sicurezza. Devono capire che siamo pronti a rischiare proprio quanto lo sono loro” gli risponde Vittorio.
    La pesca sembra procedere bene, le lenze hanno già portato i primi pesci e si procede per l’utilizzo delle reti. Le due imbarcazioni decidono di fermarsi a sei metri dalla miglia.
    Verso le sei del mattino accade ciò che tutti temevano accadesse: i due pescherecci vengono intercettati da ben otto imbarcazioni militari Israeliane. Vengono da queste accerchiati e si vedono aprire un fuoco intimidatori intorno.
    “Il trattato di Oslo conferisce sovranità ai Palestinesi fino a venti miglia dalle coste della striscia e noi siamo solo a sei miglia dalle coste di Gaza, non riesco a capire perché ci sparano contro” dice Shane.
    “Semplicemente perché siamo palestinesi caro amico mio” gli risponde Amos.
    Vittori pensava che l’avrebbero ucciso, era questione di minuti. Gli puntavano addosso decine di fucili, pistole, canne di cannone. “Perché siete a bordo del nostro peschereccio?” chiese a loro, o meglio, chiese all’ufficiale che sembrava ricoprire il grado più alto. Continuò : “quale pericolo per la sicurezza di Israele rappresentiamo? Sono semplici pescatori che vanno a largo per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le proprie famiglie”. Non ottenne, però, alcuna risposta dall’ufficiale Israeliano.
    Vittori riprende a parlare: “ In quanto ben distanti dai confini Israeliani non riconosco la vostra autorità”. Così decide di iniziare una protesta non violenta: si arrampica sul tetto del peschereccio e da lì sull’impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le veli. I militari, altresì, non rimangono fermi, lo inseguono e gli puntano le pistole in faccia. Questa scena dura pochi istanti, fino a quando sopraggiunge un altro soldato che gli spara un colpo di pistola taser sulla schiena, ovvero una fortissima scarica elettrica che in un attimo lo fa accasciare a terra. Con Vittorio sul suolo i soldati – erano quattro – cercano di spingerlo di sotto sulla poppa, una caduta di tre metri che gli avrebbe procurato, come minimo, qualche frattura. Fortunatamente, con un colpo di reni riesce a gettarsi in mare, e vi rimase, nuotando lentamente verso la costa di Gaza, non curandosi degli spari che i soldati facevano arrivare a pochi centimetri da lui. Nuotò per una buona mezz’ora, con le navi che lo seguivano a breve distanza, ma i palmi delle mani si erano fatti blu, i denti iniziavano a battere, quindi, stremato decise di fermarsi e farsi trarre fuori dall’acqua dai soldati.
    Le navi si diressero verso il porto di Ashkelon . Vittorio continuava a tremare per il freddo, ma non poteva farci nulla, non si poteva muovere, stufi di lui i soldati gli avrebbero sparato con estrema facilità.
    Una volta arrivati al porto sono stati condotti fuori dalle imbarcazioni da guerra, lui e il suo amico attivista Shane, e videro una scena agghiacciante :tutti quanti i pescatori stavano inginocchiati nudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena , bendati. Avevano fatto tutta la traversata in mare in quello stato.
    Vittorio e Shane trascorreranno , poi , tre giorni in un angusta cella di Tel Aviv , popolata da insetti e parassiti.
    Nel buio della cella Vittorio non riesce a non pensare a quella terribile giornata in mare, dove per poco non è morto. Non riesce a scrollarsi dalla mente l’immagine di quel soldato israeliano che gli puntava la pistola in fronte, e pensa : “i loro occhi, dietro i passamontagna neri, sono la migliore rappresentazione dell’odio che mai mi è capitata di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste”.

     

  • 09 novembre 2011 alle ore 19:56
    Sigillo

    Come comincia: Serata sonnolenta davanti alla TV,  cullato da un qualche film soporifero e dal rumore dei grilli...  una notte di agosto qualsiasi. Il film è finito,  ma non mi va di seppellirmi sotto le lenzuola stasera...
    Ero lì lì per lasciarmi prendere dal sonno,  poi qualcosa lentamente si è fatto strada nel sonno e mi ha detto di uscire...  come un richiamo,  una voglia di uscire...  l'istinto?
    In fondo l'estate non durerà ancora a lungo,  di serate così chissà quante ne ricapiteranno di qui a poco,  e quest'inverno le rimpiangerò di sicuro.
    Giù dal divano,  vecchio mio...  scuotiamoci il sonno di dosso... 
    una rinfrescata per rinsavire mentre passa il telegiornale della notte,  e poi si va... 
    Il meteo prevede temporali per stanotte... poco male,  io me ne vado a strimpellare da qualche parte,  finchè durerà durerà.
    Mi vesto,  afferro la chitarra e mi richiudo la porta alle spalle,  diretto non so dove...
    Salgo in macchina e mi metto alla ricerca di un posto...  mi decido per una piccola baia nascosta in riva al mare...  stanotte ululeremo un pò io e questa vecchie sei corde.
    Certo che non riesco proprio a stare lontano da queste atmosfere: il mare...  gli scogli...  il tramonto che si fa notte...  il rumore delle onde mentre suono...  il vento nei capelli...  la salsedine addosso. .. il profumo e l'aria del mare che ti restano addosso anche quando te ne sei andato...  la pioggia che ti picchietta addosso mentre vagabondi lungo la spiaggia...  la luna che si riflette sull' acqua e ti bagna con la sua luce...  in qualche modo è in un posto così che la mia musica diventa veramente mia,  è in un posto così che ho vissuto le mie storie,  è in un posto così che sono quasi nato.
    E' in questi posti che il silenzio si fa quasi sacro,  e ti sembra di sconvolgere interi universi semplicemente sfiorando una corda...  e allora non è più questione di di musica...  diventa un rito magico,  primordiale e misterioso,  un incantesimo che non so mai spiegarmi.
    Passeggio un pò lungo la baia,  oltre a una pigra risacca si sentono a malapena dei grilli lontani,  il mormorio in alto sulle fronde degli alberi e il rumore dei ciottoli che sto spostando mentre cammino,  finché trovo uno scoglio un più esposto,  quasi a picco sul mare...  sembra fatto apposta per sedercisi e mi ci siedo.
    Mi sistemo e inizio a suonare: lentamente mi lascio prendere dalla musica,  e mentre sto suonando da ormai un'ora inizio a vedere i primi bubbollii all'orizzonte...  neanche si sentono i tuoni,  ci sono solo i lampi oltre le nuvole lontane che si distinguono a malapena nel buio.
    Inizio a suonare un ritmo voodoo,  qualcosa a metà fra un rito della pioggia e una visione Hendrixiana...  chissà che non riesca a tener lontana la pioggia...  il ritmo incalzante incessante inframezzato da un mantra: "Stay away... rainy day... ".
    Inizio una folle,  scalpitante sessione solitaria a base di Hendrix,  la chitarra sembra quasi posseduta,  febbrile mentre la tempesta si avvicina.
    Sento il ribollire del ritmo strisciarmi addosso come un serpente,  un tumore creativo di cui non afferro in pieno la forma ma che devo strapparmi di dosso in questo preciso momento.
    L'aria è elettrica,  sono sicuro che fosse giorno i colori avrebbero quell'aspetto strano e vivido,  i bianchi assumerebbero quell'intensità carica,  quasi abbagliante che possiedono solo negli istanti prima di un temporale...
    All'improvviso i tuoni,  mentre i lampi si fanno più vicini...  potrei andarmene ma ho voglia di sfidare gli elementi,  l'aria carica di elettricità mi accende i sensi,  mi sento ricettivo come un animale,  sento che potrei quasi cavalcare gli elementi.
    Posso quasi sentire il profumo della pioggia,  sto suonando sempre più forte,  gli alberi stormiscono sempre più forte,  le foglie danno un fruscìo misterioso e sempre più intenso...  all'improvviso un tuono...  un lampo più forte degli altri si staglia,  saetta e si scarica nell' acqua di fronte a me.
    Ho le mani ancora attaccate allo strumento: svanito il lampo dov'è caduto il tuono sembra esserci qualcosa...  l'acqua si muove,  una sorta di scia si muove e lentamente si avvicina.
    Non riesco a vedere molto,  l'oscurità è illuminata solo da lampi improvvisi,  e a tratti vedo la scia avvivinarsi dal punto di caduta del fulmine verso riva... 
    C'è qualcosa all'inizio della scia...  qualcosa che si distingue a malapena e diventa sempre più grande a ogni lampo.
    E' una figura quella che esce lentamente dall'acqua... e viene dalla mia parte.
    Dovrei alzarmi il più velocemente possibile e andarmene... ma le mani sono attaccate alle corde e continuano a suonare... e suonare... e suonare... 
    E' impossibile distinguere i tratti ma sembra una donna...  almeno finchè non si avvicina ancora.
    E a quel punto alle sue spalle si distinguono... ali?
    Ormai è vicina abbastanza da distinguere gli occhi...  impossibile capire se possa considerarla... un angelo? Un demone?
    All'improvviso un sorriso abbagliante misto di furberia e dolcezza,  come se tutti i tramonti del mondo uscissero dalle sue belle labbra... sento la sua voce intrigante,  bassa e un pò roca e non capisco se sia dolce o beffarda :"Hai chiamato,  sono qui per te"...  va bene,  il ritmo voodoo... il temporale... i tuoni...  ma questo è pura follia!
    No,  non ho chiamato proprio nessuno,  me ne stavo qui beato e... 
    "Hai chiamato,  sono qui per te...  avrai quello che cerchi".
    Gli occhi quasi d'oro,  un manto di ciocche scomposte e impazzite nella tempesta  nascondono e svelano il suo collo delicato ma altero,  le sue spalle eleganti e fragili...
    il suo piccolo seno da bambina... mentre esce lentamente dall'acqua.
    E' vicina abbastanza da toccarla,  ormai...  mi sta fissando: "Ora suonerai la tua musica più bella".
    Mi chiude gli occhi,  mi sento scuotere,  mi sento addosso all'improvviso due labbra morbide,  rotonde,  calde come fiamme,  sento un rumore simile ad ali che si aprono e contemporaneamente la strana sensazione di venire sollevato da terra.
    Che mi sta succedendo? Chi o cosa sto tenendo o mi sta tenendo fra le braccia?
    Sento qualcosa sul collo,  mentre la sento leggermente...  ghignare? Qualcosa di freddo come il ghiaccio e un attimo dopo bollente come una fiamma...  come se la carne mi venisse presa fra i denti e la pelle quasi strappata,  un attimo di dolore improvviso...  e poi piacere quando la sua lingua aspira quello che resta della mia resistenza insieme alla mia carne...  non sopporto oltre la tensione,  angelo o demone sento che adesso sta in me.
    Cerco il suo collo: così sottile...  così delicato...  c'è da perderci la testa,  da impazzire affondando nel profumo della sua pelle così morbida... è qui che dovrebbero andare a morire tutti i baci del mondo... con un movimento secco e flessuoso del capo scosta i capelli e me lo porge ridendo... ai baci seguono baci e ai ghigni rispondono ghigni...  cresce un lupo a ringhiarmi dentro,  raggiungo un punto fra il collo e la spalla e affondo finchè sento nella bocca il gusto della sua pelle,  la consistenza della sua carne... ha lasciato il suo sigillo su di me,  ora è giusto che sia il lupo a sigillarla a sua volta; il lupo che fa a brani l' agnello...  il vampiro che svena la vittima...  l'ape che si disseta del nettare di un fiore meraviglioso...  la sento soffocare un gemito,  le ho lasciato un tatuaggio profondo e umido,  lo sento sotto la lingua mentre lentamente stacco le labbra dalla sua pelle...  e mi accorgo solo ora del tutto che ci circonda,  del limbo nel quale navighiamo...  da pari a pari?...  chi è l'angelo adesso? Chi è il demone?
    Mi ha reso simile a lei,  qualunque cosa sia... 
    Ci sento come fossimo al centro di un vortice che sprofonda in alto,  vengo circondato da musica meravigliosa mai sentita prima...  sento ogni parte di lei schiudersi intorno a me...  si arrende... mi accoglie...  scivolo,  sprofondo in una dolce vampata di resa...  rotoliamo insieme nel vortice...  potrebbe essere d'aria,  di musica...  o forse d'acqua? Non distinguo più il limite fra lei e me...  raggiungiamo il culmine in un fremito mentre la sento sussurrarmi: "Qui saremo soltanto musica...  per sempre".
    Acqua... .è acqua...

  • 09 novembre 2011 alle ore 10:01
    "Cara Italia..."

    Come comincia:



    Cara Italia,
    ti scrivo come una figlia scrive alla propria madre, per avere la sua comprensione e lasciarsi cullare dalle sue braccia. 
    Mi chiamo Berta ed insieme a Salvatore, in un piccolo paese della Sabina, in una casa che non era nostra e al lavoro nella terra dei Marchesi, legittimi proprietari per nascita, abbiamo gettato le basi per realizzare il sogno di vivere le gioie della famiglia. Nascere in una famiglia povera è già un'ingiustizia e lavorare la terra di un altro uomo... è una delle altre che dobbiamo subire perché l'uguaglianza è, e rimarrà, solo un'utopia. Noi eravamo ricchi solo di lavoro; dei raccolti rimaneva ben poco, dopo averne consegnato i due terzi al padrone, e, dal ricavato della vendita del bestiame, eravamo quasi sempre esclusi. 
    I figli non si sono fatti attendere ma vederli penare per fame o  per freddo...non chiedevano l'agio o il superfluo, ma lo stretto necessario e qualche opportunità per il futuro. Dimmi, Tu, Italia, od altri avreste spianato loro la strada affinché potessero mettere a frutto i talenti che, alla nascita, vengono assegnati ad ognuno di noi, a chi più a chi meno? Nessun'opportunità, ne ero certa.
    Abbandonammo, così, i nostri averi più grandi, gli "affetti", genitori, zii, cugini e tutti gli amici tranne due che portammo con noi: Evelino e Colomba... i nostri figli. Partimmo nel 1909 imbarcati sulla Luisiana, da Napoli, verso l'America. Abbiamo percorso la dura strada dell'emigrante che deve convivere con la nostalgia per te, Italia, e per i familiari lontani... negli occhi le colline coperte di vitigni generosi, la bellezza dei monti, i piani coperti d'oro nel mese di giugno e i canti della tua gente che, con la falce in mano, ne mieteva le messi... Sono stata tante volte sul punto di gettare la spugna, ma c'erano i figli, quelli che erano nati in Italia e quelli che si erano aggiunti: Chiara nel 1909 e Italia nel 1912. Sì, la nostra quarta figlia ha il tuo nome a sottolineare ciò che rappresentavi per noi, sentimento che non si era affievolito con la lontananza, anzi...
    Nel 1915 nacque Vincenzo o Gimì come fu poi chiamato da tutti. Superammo il periodo in cui mio marito Salvatore si ammalò di broncopolmonite, perse il lavoro e non bastarono gli aiuti di anime pie e di quelle dell'assistenza sociale a sostenere la nostra numerosa famiglia... Avremmo perso anche la casa se il proprietario non ci avesse offerto una villetta che non riusciva ad affittare perché si diceva in giro che la sera fosse infestata da fantasmi. La cedeva a titolo gratuito per due anni, a noi,  con il compito di ripulirla dalle presenze, che i rumori e le grida provenienti da quell'edificio, sembrava confermassero in pieno.
    Naturalmente non era vero. Non c'erano fantasmi  ma solo bande di delinquenti e prostitute che l'avevano scelto come covo.  Salvatore, barricato all'ultimo piano insieme a noi, ai primi rumori, o urla o semplicemente al primo muoversi di foglia, sparava nella tromba delle scale o dal terrazzo tutt'intorno alla casa, vari colpi con il fucile che aveva chiesto ed ottenuto, insieme a cinquanta cartucce, dal padrone di casa. La fortuna per la quale  avevamo affrontato il lungo viaggio era finalmente  a portata di mano. 
    Mio marito chiamò i suoi fratelli Luca e Nazareno ed anche tre dei miei, Eliseo, Baldassarre e Sestilio  e poi numerosi paesani Pio, Armando ed altri. In questo modo riempì la villetta di uomini italiani onesti e forti che in poco tempo la resero una delle residenze più tranquille di Mount Vernon di New York. Evelino era diventato un ragazzo,  frequentava la scuola con buon profitto ottenendo lodi anche nei corsi di nuoto; nel tempo libero andava sul ponte di Brooklyn da dove si tuffava per andare a ripescare le monete che i passanti gettavano in acqua per lui. Anche i fratelli, quando furono in grado di seguirlo, andarono ad ammirarlo in quei tuffi.... Italia era un'adolescente modello e mi aiutava nei numerosi e pesanti lavori richiesti per mantenere la pensione di trenta stanze in cui avevamo trasformato la villetta che ora ci dava soddisfazioni economiche e di prestigio. 
    Gimì, invece, era un discolo. Il più piccolo, il più terribile, il più disubbidiente... mi ha procurato tanti spaventi ma rimane il più amato. Ho temuto per la sua vita quando è tornato a casa, urlando e piangendo, tenendosi il dito medio della mano destra, ben stretto nella mano sinistra per bloccarne il sangue... troppo piccolo per spiegare cosa fosse successo e non si seppe mai come, chi o cosa l'avesse mutilato. 
    Istintivo e imprevedibile, un giorno, dal suo giro per il quartiere con i fratelli, tornò a casa sbandierando una pistola trovata chissà dove, la puntò allo zio Sestilio, seduto in cucina... " Hands up!" Intimò. Lo zio alzò le mani, stando al gioco. Partì un colpo che, fortunatamente, sfiorò lo zio... grande confusione, corse gente di casa, vennero agenti. Sarebbero stati guai per  noi se Evelino, nel suo corretto americano, non fosse riuscito a spiegare alla polizia la dinamica dei fatti  Nel 1917  diedi alla luce Cherinna, l'ultima figlia. La fortuna era lì, potevamo allungare una mano, prenderla, farla nostra... ma così non è stato. 
    Due anni dopo, nel momento in cui raccoglievamo il frutto delle nostre fatiche, mi ammalai. Sotto la mia resa definitiva però, nel 1920, c'era la firma della mala sorte che si accanì  contro di noi e, senza un motivo, mi portò via Colomba e Chiara con malattie come la difterite  e le convulsioni,  che oggi non spaventano più... Un dolore immenso, il colpo di grazia per la mia salute. Il medico di famiglia mi consigliò di tornare in Italia dove potevo guarire con l'aria pulita e il mangiare ogni mattina il siero del latte dopo aver tolto il formaggio... 
    Ed eccomi qui, sulla Louisiana, mentre saluto il mio sogno americano,  destinazione il porto di Napoli.  Italia, sto tornando da te, con Italia, Cherinna e Gimì.  Mio marito Salvatore ed Evelino sono rimasti a New York per vendere l'attività che ci stava arricchendo, ma a quale costo! Nel mio cuore non c'è gioia, quella che avevo immaginato e sognato come compagna del mio ritorno; oggi lascio qui, in America, un pezzo di cuore.
    Torno da te con ferite che non si rimargineranno. Tu sii clemente, dammi un po' di tempo,  un giorno, forse tornerò ad amarti.
    Berta Bernardinetti 
    New York aprile 1921

  • 08 novembre 2011 alle ore 16:47
    C'è di peggio

    Come comincia: «È proprio vero che poco prima di morire ci passa davanti tutta la nostra vita: la spinta vendicativa data a Luigino, bambino odioso e prepotente; le tette della Corsini, puntate fugacemente per tutti gli anni delle scuole superiori (sei, a dire la verità, perché in terza mi feci bocciare apposta per stare nella sua stessa classe anche l'anno successivo); il bacio rubato alla turista tedesca ma il sesso mai consumato, la finale di Champions League vinta ai rigori, e poi lei... il primo giorno in cui l'ho vista...»
    «Io non mi ricordo niente, ero ubriaco. L'ultima immagine che mi è rimasta sono i lampeggianti colorati dell'ambulanza. Ma almeno me la sono spassata.»
    «Sì, certo, se morire soffocati dal proprio vomito significa spassarsela...»
    «Così puoi star sicuro che si ricorderanno di me. Ce la vedi una rockstar a morire di infarto, a ottant'anni suonati, tra il reparto latticini e quello insaccati del supermercato?»
    «Forse hai ragione, a ognuno la morte che si addice di più. In qualche maniera siamo noi a sceglierla, col nostro stile di vita.»
    «Da parte mia volevo solo lasciare un segno, e penso di esserci riuscito. Al diavolo tutto il resto.»
    «Già, tu hai scritto canzoni, fatto concerti sold out, recitato in dei film. Ti hanno persino inserito in un videogioco. E poi tutte quelle groupie finite nel tuo letto, quante saranno state?»
    «Eh, difficile dirlo... trecento... quattrocento forse, che ne so.»
    «E io, invece, che ho fatto di importante? Cosa?Novemilasettecentocinquantasei pratiche archiviate, sai a chi gliene frega... E poi un'unica donna, lei...»
    «Eri un romantico, che ci vuoi fare...»
    «Capirai...»
    «Che fai, adesso, rimpiangi tutto quello che hai fatto?»
    «Hai ragione, non serve a niente... Però sai una cosa? Hai presente quando ti ho raccontato come sono morto?»
    «Certo, mi hai detto che un camion ti è venuto addosso.»
    «Sì, ma non è propriamente esatto... Vedi... sono io, in realtà, che gli sono andato addosso.»
    «E che differenza fa?»
    «Stavo andando da lei a velocità sostenuta, ero un po' in ritardo. Poi mi ha telefonato, probabilmente per sapere dov'ero di preciso... Io ho guardato il display, mi sono distratto e...»
    «E boom, preso in pieno il camion.»
    «Non trovi che sia un po' colpa sua?»
    «Beh, in genere si dice che certe cose devono succedere e basta... però, se ti fa sentire meglio, posso anche dirti di sì, è stata un po' colpa sua... Comunque scusami, adesso devo scappare.»
    «Perché non rimani un altro po'? Magari ci facciamo una birra.»
    «No, grazie, non riesco più a berne dopo la mia morte, mi capirai... In ogni caso, ho un appuntamento con una, sai com'è... gran sesso tutta la notte e poi la rispedisco al mittente.»
    «Beato te... io farò un salto di là, dai vivi, e andrò a spiare lei.  S'è comprata anche una vestaglia nuova, molto sexy. Mi piace guardarla...»
    «Fedele anche da morto, tu non ti smentisci mai... Dai, devo andare. Ci becchiamo alla prossima.»
    «Ok, ciao, ciao. Vai pure a fare del gran sesso...»
    Nell'aria volteggia un biglietto e pian piano finisce a terra, mostrando una scritta. Il biglietto viene raccolto.
    «E questo cos'è? “Amore mio piccolo, sono timido lo sai, per cui ti scrivo. Ci vediamo stasera alla solita panchina del parco, guarderemo i bianchi cigni tutta la sera. Ti amo, cucciolo.” Hai capito, la rockstar: gran sesso tutta la notte, la rispedisco al mittente... Certo, come no... Vabbè, meglio che vada anch'io, a quest'ora lei torna dal jogging e si fa la doccia. Colpa sua o no, chi se ne frega se sono morto. C'è di peggio, in fondo.»

  • 07 novembre 2011 alle ore 15:54
    Violino brasiliano

    Come comincia: Carissima mamma e carissimo papà,
    non vi lascerò sulle spine e vi dirò subito com’è andato il nostro matrimonio.
    Molto semplice, con pochi intimi (parenti di Manuel e Rosa), nella chiesa del Santissimo Sacramento, al centro del paese principale dell’isola; una chiesetta tutta bianca e d’oro, circondata da casette antiche dai toni pastello, verdi, azzurre, che sembravano case di bambole. Era come se l’isola intera fosse diventata una grande chiesa, per tetto un cielo azzurro come non l’avevo mai visto in vita mia e per colonne palme da cocco gigantesche e alberi di mango. C’era di che illudersi che non fosse vero niente, che fosse tutto soltanto un sogno. E non potevo non esser parte di tutta quell’esuberanza di vita, sembravo una pianta tropicale anch’io tutta vestita di verde (non me la sentivo di vestirmi di bianco); tanto più che la paglia larghissima che avevo in testa Rosa l’aveva decorata con un arcobaleno di orchidee, una sola valeva un intero bouquet.
    La prima cosa che si è diffusa qui al nostro arrivo è stato il mio passato. Com’è vero il proverbio “tutto il mondo è paese”! Parenti e comari di Manuel facevano di tutto per non darlo a vedere, ma io sentivo quel che dicevano, quando non ero presente. Che è successo a Manuel? L’Italia l’ha fatto impazzire? Ha forse dimenticato quell’angelo di Tereza, coprendo d’infamia la sua tomba, per sposare una sgualdrina come quella lì? Se non fosse stato per l’amore di Manuel e la dolcezza di Rosa, non so proprio come avrei fatto a sostenere i loro sguardi, in chiesa.
    Non perché mi sentissi la Signora delle Camelie, la Maria Maddalena schiacciata dal giudizio dei benpensanti.
    Era perché li capivo. Non è facile neanche per me seppellire Stella Flery, bambola da cabaret, con tutto il fango e i segni di bruciature che si trascina addosso. Voi l’avete vista già morente, quando Manuel aveva già fatto quasi tutto. Non credo voi possiate avere qualche idea di quello che ero diventata, dacché a quattordici anni scappai da Napoli e da casa, e non mi curai di quanto dolore vi avrei dato, per andare a gettar via la mia vita nei tabarin di Roma.
    E poi, quando incontrai quell’uomo!
    Non dovrei dirlo ma mi sembra di odiarlo ancora tanto; nello scrivere il suo nome, Manrico Caffarelli, sento un gran disgusto. Non l’ho mai amato, mai. Allora non avevo ancora odio per lui, perché ero troppo debole perfino per odiare. Ma, d’istinto, mi nauseava. Mi aveva nauseata fin dalla prima gara di tango cui mi aveva trascinato; e io non potevo non lasciarmi trascinare. Almeno lo avrebbe pensato qualunque altra ragazza al posto mio. Affascinava il nome, solo a sentirlo pronunciare si doveva svenire come mosche. Manrico Caffarelli, duca nientedimeno, con una di quelle famiglione alle spalle da far venire la pelle d’oca. Manrico Caffarelli, re del tango, del vero tango argentino, imparato direttamente dai tangeros di Buenos Aires. Manrico Caffarelli, imperatore delle sale da ballo di tutta Europa, con cui nessuno, ballerino da palcoscenico o da alta società, osava misurarsi.
    Ma il fascino è presto svanito, ed è rimasta solo la nausea.
    Avevo lasciato che lui distruggesse la mia vita, e non m’importava d’esser diventata Stella Flery, l’etoille del Bal Tabarin, con tutta la crema di Roma ai piedi, l’appartamento di lusso a Piazza di Spagna, eccetera, perché era lui ad avermi in pugno, ad aver fatto di me la sua schiava. E nessuno poteva aiutarmi, perché ero io a non volerlo, nel senso che non avevo più volontà. Così, anno dopo anno, a forza di urla da parte sua e di silenzi da parte mia, mi assottigliavo sempre di più, fino a diventare più che trasparente: fumosa, il gesto di una mano sarebbe bastato a farmi sparire.
    Ma ditemi, carissimi mamma e papà, era vita quella? O piuttosto una morte lenta?
    Avevo sempre la febbre addosso, cosa che non potevo dire a nessuno o mi avrebbero sbattuta fuori; sfido io, vivevo praticamente di notte. Si contavano sulle dita le volte che uscivo di casa prima di vedere i lampioni accesi dalla strada. Di giorno, anche quando veniva il maestro di ballo, anche quando facevo le mie otto ore quotidiane di ginnastica, tenevo sempre le persiane chiuse; quasi avevo dimenticato com’era fatto il sole. E la mia pelle parlava per me, le vene si vedevano tutte. Anche le ossa, ho toccato i quarantotto chili. E tutto quello che sapevano dirmi è che sembravo Mata Hari. «Come sei bella, sei proprio l’immagine della malata d’amore!» Quasi ci credevo anch’io all’immagine che loro si erano fatti di me. Mi risuona ancora nella testa la frase che Manrico diceva, quando si divertiva a provocarmi e la mia rabbia veniva fuori: «Pupattola mia, che cosa credi di fare? Tu non ci saresti nemmeno senza di me». Avrei dato tutto per provare qualcosa che somigliasse anche lontanamente a un’emozione, una qualsiasi; ho avuto perfino nostalgia delle due o tre lacrimucce che versavo al cinematografo da ragazzina davanti a una storia d’amore da mezza lira. Ormai ero soltanto questo, una bambola da cabaret, fatta per essere bella e basta; tra palcoscenico e tango, per poi finire, quando fossi venuta a noia agli uomini, in un letto d’ospedale, dimenticata da tutti, come la bella di cui cantavo nel mio cavallo di battaglia, mentre sul palco ballavo da sola mordendo una collana di perle. Forse l’avete sentita qualche volta alla radio, la incisi anche in un disco.

    Addio tabarin, mie regge smaglianti d'or,
    Gai e folli mercati d'ebbrezza e di fugaci amor.
    Tabarin, quanto oblio mi desti tu,
    Da quel di che laggiù la carezza d' un tango mi chiamò
    E a scordar mi aiutò che dovevo finir
    Un dì così.

    E che anch’io dovessi finire così sembrava scontato a tutti. Anche a me. Non soffrivo nemmeno più. Mi guardavo allo specchio e vedevo, sotto il trucco, un volto sgualcito e consumato. E né più né meno di Caffarelli erano gli altri uomini, e non mi riferisco solo ai generali del partito fascista, che a parole non sopportavano le dorature e le abat-jour rosse del Bal Tabarin e poi venivano a sbavare dietro a me come dietro a una cagna in calore. Credevano di poter avere tutto con i soldi, la leggevo nei loro occhi quella smania di comprare tutto per tutto annientare. E così compravano e annientavano anche me. Una bambola da cabaret.
    Oh, ma io vi affliggo con le mie riflessioni invece di parlare di cose belle!  Forse non vi va neanche tanto che io parli di quello che per voi come per me è stato un buco nero, e non mi aspetto certo di recuperare cinque anni perduti solo con una banalissima lettera, ma se vi scrivo tutto questo lo faccio pensando a quella Domenica delle Palme, quando Manuel mi fece quella sorpresa, portandovi con lui alla chiesa del Gesù.
    E voi non mi chiedeste niente. Non mi rimproveraste niente. Non mi rinfacciaste niente. Mi abbracciaste e basta.
    Manuel è sempre pieno di sorprese. Anche ora, appena sposati, ha deciso di organizzare un ricevimento semplice ma speciale: una festa in riva al mare. Ci siamo sposati di pomeriggio, e la festa è cominciata al tramonto, alla luce di lanternini di ceramica, con una bellissima orchestrina in stile locale, con chitarre, tamburi africani e una fisarmonica. Il tutto in un misto di colori e aromi, danze a piedi scalzi, Rosa e la sua piccola Mariana che, come sempre, hanno superato se stesse ai fornelli. E tanta, tanta allegria.
    Ma la vera sorpresa è venuta dopo la festa, nella casetta rivestita di mattonelle bianche dipinte d’azzurro come fosse di porcellana.
    La mia prima notte di nozze.
    Ero turbata e impacciata come una vergine, e non lo sono più da un pezzo, a riprova di quanto lui mi abbia cambiata.
    Ora capisco perché non ha mai voluto che succedesse prima d’ora: avrebbe rovinato tutto.
    Mi ha abbordato in tutt’altro modo, più profondo, in un certo senso più doloroso di questo; così mi sarei semplicemente gettata in pasto a lui e mi sarei bruciata per l’ennesima volta. Sarebbe stato troppo facile, e io avrei perso un’occasione.
    E ne ebbi la vaga sensazione fin dalla prima volta che vidi lui, segretario all’Ambasciata del Brasile, un segretario qualsiasi da scartoffie e da macchina da scrivere, ballare insieme a sua sorella Rosa il samba, quella danza della sua terra, sentii per la prima volta quella passionalità irresistibile e solare da Brasiliano che mi ha messa sottosopra, mi ha ripulita di tutto quel fango e mi ha trasformata in tutt’altra persona. Detta così, la cosa potrebbe sembrarvi strana, forse anche abbastanza ridicola. In pochi pensano che otto passetti a suon di musica possano muovere qualcos’altro oltre le gambe. Invece è proprio così, è stato anche per quella danza, per la samba, che il calore fervido e violento di Manuel mi ha conquistata tutta intera.
    Quel raggio di sole tropicale ha portato alla luce la pelle sotto la porcellana, sotto gli abiti Worth, i gioielli Cartier e quella dura maschera da scettica blues che Caffarelli e tutti gli altri mi avevano costruito sulla faccia. Non è stato indolore per me permettere che lui educasse il mio corpo a lasciarsi catturare dal ritmo della musica, e soprattutto che educasse la mia testa ad un diverso modo di pensare. Fui costretta ad acconsentire ad ogni suo capriccio, pranzare a casa sua, andare con lui in chiesa ogni domenica, prender lezioni di cucina da Rosa, giocare con la piccola Mariana. Malgrado tutto, quella zappa, affondando nella mia terra, con l’abitudine che non avevo più al calore di una famiglia, ha scavato un buco abbastanza grande perché Dio potesse gettarvi il seme, e, quando questo seme è sbocciato, la persona è saltata fuori dalla bambola, e ha potuto vedere che meraviglia è la vita.
    Mi resta in mente un verso di una canzone samba, quella di quando Manuel mi baciò la prima volta: “Tutto il mondo non vale il cuore di chi è innamorato”.
    Ma non mi sarebbe bastato sentirlo solo cantare, anche se c’erano le labbra di Manuel di sottofondo a dirmi che era vero. Ci dovevo sbattere la testa contro. «Por que l’amore è dare», come dice lui.
    E io, che volevo che mi consumasse come tutti gli altri! Quanto ho bruciato di desiderio, notti intere, per il suo secco no, per i suoi rifiuti continui! E doveva far così, doveva, perché Stella Flery morisse e Giovanna Iannone potesse tornare alla vita.
    Da Manuel e Rosa ho fatto tanta esperienza. Rosa, maestra nello stufato di gamberoni e nell’affrontare le prove più spaventose con il sorriso sulle labbra. Rosa, con tutte quelle statuine di santi e di madonne sul comò, ognuna con un rosario di colore diverso. Rosa, con la sua piccola Mariana di dieci anni, dai capelli corvini e dalla pelle color cannella, come la madre e lo zio. Rosa, con la sua bellezza e il suo slancio tutto brasiliano nella danza. Rosa, con la sua croce di esser stata violentata a diciassette anni e di dover crescere una figlia da sola.
    E dire che all’inizio li avevo presi per pazzi, tutti e due. Mi dava quasi fastidio quel sorriso che vedevo loro sempre stampato in faccia, quando li incrociavo alla scuola di ballo che avevano aperto alla Suburra. Mi dava fastidio che i muri della saletta fossero tappezzati degli acquerelli che Rosa si divertiva a dipingere, quelli che rappresentavano il mercato a Bahia, la processione di Nostra Signora dei Naviganti, il Carnevale. Mi dava fastidio che loro vedessero colori accecanti quando io vedevo tutto nero. Sono nati già storditi dal sole dell’Equatore, mi dicevo.
    Adesso so che non è così, che non è questione di temperatura o di latitudine, ma di persone. E Manuel e Rosa sono persone speciali, speciali come voi, carissimi mamma e papà; ognuno a suo modo. Queste due cose si sono incontrate quella famosa Domenica delle Palme, e fu allora che il seme sbocciò, che la porcellana si ruppe; quando sentii che non avrei vissuto un giorno di più a quel modo, che finalmente quella febbre mi aveva lasciata. Giovanna Iannone era ritornata a vivere. Credo che ricordiate ancora la risata liberatoria che mi scappò là dentro, e rovinò tutta la benedizione delle palme.
    Ma quanta fatica c’è voluta! Soltanto un uomo come Manuel poteva imbarcarsi in quest’impresa. Con tutto il rischio di finire come l’esca che il pesce prende e poi scappa. E con tutti i sensi di colpa che gli vennero all’inizio per aver rotto la fedeltà alla memoria della sua prima moglie. Non è stato uno scherzo cominciare con le lezioni di ballo e poi passare a tutto il resto, ma io non riuscivo a negargli nulla, quando mi guardava negli occhi. S’è mai visto un paio d’occhi più neri, più intensi, più profondi, che quando vi si posano addosso, pare vogliano tirarvi fuori l’anima? All’inizio non li sopportavo quegli occhi, mi faceva paura che lui mi fissasse in quel modo; ma allo stesso tempo facevo di tutto per farmi guardare.
    Ora so perché.
    Un proverbio brasiliano dice: “Una goccia d’acqua batte tanto su una pietra dura che ci fa un buco”. Ed è stato proprio così, carissimi. In realtà, in un angolino del mio cuore, troppo buio perché anch’io potessi vederci, io volevo che facesse così, volevo che quello sguardo s’insinuasse nei miei occhi, mi accendesse il cuore, mi mettesse sottosopra il cervello, e comunque avevo paura che sarebbe rimasto tutto come prima. Invece è successo, ho trovato la forza di liberarmi dalle catene che m’imprigionavano fuori e dentro (comprese quelle con cui Manrico mi teneva in suo potere), ho rotto con quella morte lenta, e ora sono di nuovo io. Non sono più una bambola!
    Ma perché tutti devono pensare che corpo e anima debbano per forza combattersi? Perché tutti devono pensare che è l’istinto quello che ci vuole per essere felici, quando servono tutti e due? San Giorgio potrebbe sconfiggere il drago senza il suo cavallo? E il cavallo cosa farebbe se San Giorgio non lo guidasse? Andatelo a pescare un uomo che la pensi così! Tutti gli uomini che ho conosciuto volevano solo il mio corpo. Solo quello, e basta. Come se io fossi un po’ di carne da palpare rivestita di biancheria di pizzo, preferibilmente francese. Appena mettevano gli occhi su di me, mi chiedevano un appuntamento, e non per una visita di cortesia; anche quelli che sembravano i più corretti, quelli che mi baciavano la mano, alla fine volevano quello. Manrico mi chiamava la sua piccola fumata d’oppio. Persino i miei colleghi del Bal Tabarin, nelle rare serate in cui ci riunivamo a casa mia davanti ad un bicchierino di cognac, sapevano parlare solo di quello. Ah, ho passato una nottata magnifica a casa della moglie del signor Tal dei Tali, sapeste che roba! Tutte cose ipocrite, finte, vuote! È così sconfortante!
    Manuel è invece un uomo autentico, un uomo che sa d’esser fatto di carne e di spirito. E che sa usare allo stesso tempo l’uno e l’altro. E questo si vede, in tutto quello che fa: dal fuoco che arde dal suo corpo da atleta color caramello quando balla, alla profondità che sento nella sua voce e nei suoi occhi neri quando mi fa certi discorsi, fino alla dedizione totale di tutta la persona quando mi bacia. Della stessa identica pasta è fatta Rosa: cocco e cannella condite con una buona dose di peperoncino, e con in più una devozione da madre eroica. E, con tali esempi, scommetto che anche Mariana diventerà così, quando sarà grande.
    La loro è una razza quasi unica, credetemi. Si può dire che il mio è stato un autentico miracolo: soltanto un uomo così poteva avere la forza di trasformare un mucchio di cenere in una foresta rigogliosa come quelle di questo Paese. Per questo ora non mi vergogno di quello che è stato il mio passato, anzi vorrei raccontarlo a tutti perché solo così si può capire quanto Dio è buono.
    Qui ora è notte, sono seduta sulla sedia a dondolo nella mia stanza. Mentre scrivo ascolto la radio italiana. Ora stanno suonando “Violino tzigano”, proprio il tango che ballai con il Caffarelli la sera in cui conobbi Manuel, alla gara in cui lo vidi ballare il samba al Bal Tabarin: l’unica volta che lo vidi lì. Ascoltarlo non mi turba, perché ora so che da quella sera la mia vita non fu più la stessa. Mio marito dorme, non gli dà fastidio la radio accesa, anzi, gli piace. Qui fa molto caldo e lui dorme sempre mezzo nudo, e a me che lo guardo pare sprizzi sole anche nel sonno. Lo guardo e mi dico, finalmente sto vivendo sul serio, ho accanto a me un uomo forte e vero, una vera amica, e, lontani ma non meno vicini, due genitori meravigliosi.
    Non temete, carissimi, tempo qualche mese e torneremo in Italia. Manuel deve riprendere il suo lavoro all’Ambasciata.
    Abbiamo molto da fare anche a Roma: io sarò la sua alleata. Io e lui abbiamo una battaglia da combattere, in nome dell’essere umano e del suo Creatore, contro le onde di crudeltà e d’indifferenza che s’innalzano da ogni parte. Lo so, i tempi non sono i migliori per questo genere di battaglia, ma io ho intorno al polso il rosario giallo e viola dell’Addolorata. Rosa me lo diede tre mesi fa, e mi disse che quella era la mia protettrice. La sua è la Madonna della Candelora, dal rosario lilla.
    «Nossa Senhora de Pena» mi disse Rosa quando me lo diede «è la patrona delle piante, dei fiori e di tutto quello che è verde. Vedi che dalle Suas mani giunte spunta un grande fiore? Le Suas lacrime sono come la pioggia: cadono a terra e la fanno fiorire».
    Eue o, Senhora de Pena! Salute a te, Addolorata! Come vorrei che questo grido risuonasse dal Portico di Ottavia a Piazza di Spagna e riportasse alla vita e alla gioia quella gente! Roma sta soffocando, sta perdendo la speranza. Chi è sceso all’inferno lo può ben dire. Lì si sente da vicino questa nuova malattia che ci sta intossicando (non ne dico il nome, non sia mai dovessero sequestrare la lettera!).
    E ora, che sono costretta a chiudere, in attesa di una nostra prossima visita a Napoli, spero tanto che la prossima volta che mi vedrete sarà con il pancione.
    Itaparica (Bahia), 5 marzo 1928

    Giovanna Iannone Galvão

  • 07 novembre 2011 alle ore 0:42
    Solo un attimo...

    Come comincia: Impietrita davanti ad una luce fredda, anonima, di uno schermo, mi fermo a pensare...pensare a cosa possa significare vivere realmente ogni singolo attimo della propria vita. Ogni secondo, ogni momento a nostra disposizione, senza permettere a nessun soffio di vento di spazzare via i nostri desideri celati, le opportunità offuscate dalla sempre più banale quotidianità.
    Un singolo attimo della nostra vita... può essere colmo di gioia, di sorrisi e abbracci. Una carezza sfiorata, un bacio rubato, un sorriso accennato, una dolce parola sussurrata timidamente. Allora ogni singolo attimo della nostra vita diventa prezioso, importante, significativo. Permette di continuare a sognare all’infinito, ogni volta di più, fino al gradino più alto.
    In ogni singolo attimo le nostre emozioni possono essere vissute intensamente, talvolta al punto tale da poter mettere in discussione la nostra stabilità interiore e polverizzare tutte le certezze.
    Le emozioni possono diventare manifeste, possono entrare prepotentemente nella realtà di un pubblico sconosciuto, il quale ci osserva immobile, lasciandosi trasportare. E per quello stesso pubblico non siamo altro che piccoli, microscopici granelli di sabbia immersi in un oceano di momenti, singoli attimi. Essere creature sconosciute non significa però non poter trasmettere emozioni. Spesso, proprio colui che non si conosce, diviene un volto conosciuto che tramite un sorriso, una buffa espressione, un gesto da campione o una parola carismatica, colma di emozioni i nostri stessi attimi, facendo crescere sensazioni e speranze.
    Ma talvolta, quando meno te lo aspetti lo stesso attimo di gioia può trasformarsi in un mostro, una creatura orribile, che facendosi spazio prepotentemente nelle nostre vite indifese, rimbombando amaramente, sottrae a noi la felicità in modo meschino e crudele. Come un tuono che riecheggia rumorosamente in una brillante serata estiva, la creatura fa divenire quell’attimo come quello che mai nessuno avrebbe voluto vivere durante il proprio percorso esistenziale.
    E quella domenica…quella maledetta domenica, tra la gioia dei tifosi, il sorriso di una giovane spensierata ragazza, l’orgoglio di un amico che talvolta rompe tanto quasi da sembrare un padre, e gli occhi colmi di soddisfazione di una meravigliosa donna ed una piccola principessa che lo aspettano trionfante tra le proprie braccia, arriva una attimo che cambia il destino di un guerriero coraggioso dai riccioli dorati. Lui che desiderava il gradino più alto, il sogno di una vita piena di sacrifici, si infrange tristemente dopo pochi minuti. In un attimo, un singolo attimo in cui il nostro 58 invece di conseguire la solita banale traiettoria delle abituali cadute domenicali, è tradito da un destino crudele. Un destino crudele, beffardo, che chissà per quale assurda ragione abbia scelto proprio lui.
    E così, quel viso conosciuto per una sorprendente grinta da giovane guerriero, diviene conosciuto soprattutto per colpa di quel beffardo attimo, unendo in un secondo il dolore di parenti, amici e semplici spettatori. Che come al cinema, seduti di fronte ad uno schermo, assistono inermi ad uno spettacolo tragico, uniti in un unico dolore talmente grande da apparire irreale: il crollo di un guerriero, la scomparsa di un piccolo campione, che munito di ali d’angelo ha fatto volare la sua Honda nel gradino più alto del cielo diventando così un mito per tutti gli impotenti spettatori.

  • 06 novembre 2011 alle ore 18:15
    Diario 15: la regina del vento

    Come comincia: A quel tempo nel cortile della casa della nonna c’era una roverella gigante. “E’ vecchia di centinaia di anni” bisbigliavano alcuni. Guardava sui tetti delle case, sui nostri orti coltivati, finanche su tutto il villaggio. Io l’avevo soprannominata “la regina del vento”. C’era infatti in quella sua “presenza” importante un che di solenne, un che di antico e di mai perfettamente compreso che mi affascinava. D’estate le sue fronde verdastre offrivano ristoro contro l’afa fastidiosa, d’inverno i suoi rami spogli parevano arti scheletrici tesi verso il cielo ad implorare un perdono fondamentalmente inutile. E poi, nella stagione più cupa, si caricavano di strati nevosi che la addobbavano come vesti preziose, ghiaccioli pendenti che facevano vanto di raggi di sole incastonati per caso. A momenti sapeva diventare spettacolo incomparabile, sfondo naturale artisticamente rielaborato allo scopo di non perdersi più; allo scopo di restare impresso nella memoria per milioni di anni, nonché di raccontare le sue infinite storie in un loop senza fine. Ma era specialmente d’autunno che io e lei trovavamo una intesa simbioticamente perfetta. Era per lo più quando la bella stagione cominciava a finire e le prime foglie morte cadevano a terra indolenti allo scopo di tastare il terreno ancora troppo morbido. Era per lo più quando i primi venti cominciavano a spirare e le prime piogerelle fitte si abbattevano sulle tegole scurite creando rivoli di lacrime che cadevano a terra lungo canali scalcagnati, fiumicciatoli svogliati, cunette solo vagamente segnate. Nel silenzio della notte mi capitava, allora, di udire i “suoi” primi discorsi: fruscii più marcati delle lunghe fronde che, in balia di folate birichine, prima sfioravano la terra e poi si sollevavano verso il cielo come altalene di bambini spinte sempre un poco più un alto da un genitore complice. Man mano che l’autunno avvanzava quel lamento a suo modo meditato cresceva, diventava respiro affannato, sussurro complice, canzone stonata, ninna nanna bellissima delle mie notti di bambina. In alcune serate strane accadeva infine che fosse solo il vento a vivere il villaggio, a spazzarne i vicoli comunque spogli, a pulirne l’aria rarefatta di montagna. Ed era sempre lui l’unico che avesse il coraggio di “avvicinare” la mia regina del vento alla stregua di un ardito cavaliere innamorato della sua meravigliosa pulzella. E come un nobile gentiluomo di un tempo perduto sapeva abbracciarla tutta, ballare con lei un walzer infinito marcato da un ritmo cadenzato, raramente stonato. Era in quelle rare giornate che, quasi per un muto intendimento, le strade di paese si vuotavano, i comignoli prendevano a fumare e il fumo che si perdeva nell’aria sapeva diventare polvere di stelle a suo modo capace di riempire la scena. Quasi spinta da un’urgenza che non sapevo frenare, era soprattutto allora che mi piaceva “vivere” il giardino, correre da un punto all’altro seguendo il battito differito di una musica così diversa, essere a mio modo testimone di un amore tanto grande, finanche viverlo dentro. E poi restare lì con lei quando lui se ne andava, quando le fronde pendule si riassettavano leste e nel buio della notte incombente tendevano anelanti verso il cielo di nuovo pronte a ricevere l’ennesima carezza di luna.

  • 06 novembre 2011 alle ore 13:52
    Filosofico 13: sul bene e sul male

    Come comincia: - Non so risponderti, maestro!
    - Provaci!
    - Non so risponderti! Non l’avevo mai conosciuto…
    - E adesso…
    - So che esiste.
    - Perché?
    - Perché, a volte, mi è parso di riconoscerlo… vicino…
    - Come?
    - Come un’ombra esageratamente scurita…
    - Ma avrebbe avuto ragione di esistere?
    - La domanda non è corretta, maestro…
    - Correggila.
    - Esiste il male?
    - Come meglio credi. Allora, esiste il male?
    - Se esiste il bene immagino possa esistere anche il male, maestro…
    - Ed esiste il bene?
    - Non saprei. Ritengo sia una categoria umana. Insomma, fisica non metafisica.
    - Non capisco…
    - Sono modi di essere che a mio avviso non pertengono all’anima. Sono situazioni “morali” procurate dalla fatica del vivere…
    - In altre parole…
    - In altre parole l’anima non si occupa di ciò che è bene o di ciò che è male: esiste soltanto.
    - Uhm…
    - Anche perché…
    - Anche perché?
    - Ciò che chiamiamo “il male” non è comunque figlio fortunato: l’ignoranza è sua madre, l’egoismo è suo padre.
    - Occorrerebbe dunque porgere l’altra guancia?
    - Non dico questo. Ma sforzarsi di capire sì…
    - Morire per capirlo….
    - Questo no, maestro! Non bisognerebbe farlo…
    - Già non bisognerebbe farlo! Bisognerebbe lasciare correre…
    - Però, maestro…
    - Sì?
    - Ammetto che il mio discorso è parzialmente illogico. Mancante, per meglio dire.
    - Ne convengo.
    - Se l’anima non si occupa di ciò che è bene o di ciò che è male ma esiste soltanto…
    - Continua…
    - Be maestro, significherebbe che vivere, su un qualsiasi piano dell’esistenza, significa soprattutto imparare, sperimentare…
    - Che c’è che non va? Avrei giurato che un simile paradiso sarebbe stato quello tuo ideale…
    - Per certi versi, per certi versi, maestro. Confesso però che al momento un simile status-quo mi pare elemento riduttivo del concetto di vivere…
    - Uhm…
    - Sarebbe come dire, maestro, che una esperienza è uguale ad un’altra. Si muove sullo stesso piano di tutte le altre mentre il concetto di crescita è un mero figment immaginativo…
    - D’altro canto, discutere una metafisicità dei concetti di bene e di male, oltre a costringerci dentro percorsi ossimorici….
    - Ci porterebbe ad ammettere che anche del male vi è un estremo bisogno, maestro. Sì, c’ho pensato…
    - Conoscere il bene attraverso il suo contrario…
    - O, detto altrimenti, vivere una vita davvero piena, maestro. E’ una possibilità interpretativa come un’altra, ne convieni?
    - Uhm…
    - Concordo: qualcosa ci sfugge…
    - Ci?
    - A meno che tu non abbia la “verità” in mano, maestro…
    - No, non ho la verità in mano ma ho smesso da tanto di interrogarmi…
    - Mi sorprendi…
    - Credo che sia un poco come stare a metà collina e pretendere di godere la visione che offrirebbe la vetta della più alta montagna…
    - Quindi, secondo te, maestro, bisognerebbe attendere ancora; prima di interrogarsi davvero, intendo…
    - Non proprio, ma occorrerebbe tentare di capire per gradi, evitando le categorizzazioni affrettate, appellandosi all’onestà dell’anima e alla capacità di raziocinio e di intendere…
    - Troppe cose, maestro. Prenderebbe sicuramente troppo tempo!
    - Perché? Hai da fare?
    - No, ma la gramigna è ricresciuta in giardino…
    - Capisco. E le foglie morte imbrattano il vialetto…
    - D’autunno è sempre così…
    - Forse è per questo che prima o poi torna sempre la primavera.

  • 06 novembre 2011 alle ore 11:46
    Sui miei ANAFORISMI (o dei Twitter autoriali).

    Come comincia: “L'anàfora (dal greco ἀναφορά, anaphorá, «ripresa») è una figura retorica che consiste nel riprendere, ripetendola, una parola o un'espressione all'inizio di frasi o di versi successivi, per sottolineare un'immagine o un concetto. L'effetto è tanto maggiore quanto più numerose sono le ripetizioni.

    Un esempio è nei versi di Dante, Divina Commedia:

    « Per me si va nella città dolente,
    per me si va nell'etterno dolore
    per me si va tra la perduta gente. »

    (Dante Alighieri, Divina Commedia - Inferno - Canto III, vv 1-3)” (tratto da wk).

    Considerando gli “aforismi” che ho pubblicato su questo sito sono giunta alla conclusione che per la maggior parte degli stessi il modo più appropriato per definirli sarebbe chiamarli ANAFORISMI.  Di fatto, non è solamente nella struttura che differiscono dai tradizionali aforismi, ma finanche nei contenuti, nel mood, nella finalità.

    Ne deriva che una possibile definizione per queste brevi composizioni potrebbe essere:

    “Un ANAFORISMA è una breve frase che consiste nel riprendere, ripetendola, una parola o un’usata espressione popolare (e.g: Quelli che, Dice che…),  allo scopo di sottolineare la modalità per lo più brillante con cui si guarderà al concetto o alla tematica che si andrà a trattare. A differenza di un aforisma, un anaforisma non mira a condensare alcun principio o sapere morale ma si propone di raccontare o sintetizzare un fatto politico, una cronaca, un qualsiasi avvenimento accaduto sul piano del reale in maniera più o meno goliardica allo scopo di incorniciarlo dentro una dimensione a suo modo letteraria”.

    Detto altrimenti gli ANAFORISMI sono i  Twitter degli autori.

  • 06 novembre 2011 alle ore 10:19
    Meteora

    Come comincia: Come una sfera nel cosmo, una terra vagante nello spazio sconfino alla ricerca di un confine, navigo fuori da rotte e percorsi, rotolando in una mappa stellare sconosciuta, forse nuova… una piega temporale si avvicina alle mie tempie e mi sussurra una via, mi indica la scia di una cometa a cui aggrapparmi per percorrere stralci siderali, mi avvinghio ai frammenti di stella e mi fondo nella sua chioma d’argento, mi mescolo tra le particelle e le polveri nebulose trasportata in un dolce vortice di scintille e di magie…

    Veleggiare, volteggiare, rotolare nell’universo, danzare tra gli anelli di ghiaccio di un’aurora boreale e i raggi fotonici di una macchia solare… vibro tra le tempeste magnetiche e mi ricarico di energia con i campi gravitazionali, l’attrazione dei corpi, degli astri, la fisica quantistica che si rigenera e si risolve tra le mie molecole accelerate generando nuove forme di vita, nuove combinazioni chimiche, nuovi elementi, atomi indifferenziati da analizzare e coltivare, biologica sequenza genetica tutta da scoprire… nuovo è il mio patrimonio, nuova la traiettoria che mi porta a scoprire i passaggi tra un confine e l’altro, limiti apparentemente estremi si rivelano semplici collegamenti paralleli, crocevia di mondi separati, lamine probiotiche di ere primordiali… mentre la pietra riscrive la storia, come un laser affilato scolpisco tracce della mia anima sul cielo, lo ricamo di variopinti segnali d’amore, cerco la scia cosmica… cerco le orme spaziali di un’astronave dorata, carica di emozioni e di speranza, di sensazioni, segnali, mistero…

    Mi lascio avvolgere dalle onde elettromagnetiche, mi lascio trascinare come un satellite, seguo la rotazione, la rivoluzione dei corpi che regnano nel grande sistema, mi lascio esplodere, implodere, abbraccio i mondi lontani per creare nuove costellazioni, mi poso sulla volta celeste come una farfalla galattica… sottile come un velo di brina  raccolgo il canto degli angeli, delle angeliche voci racchiuse negli archi  di risonanza, nelle curve di rifrazione… si scompongono e si ricompongono come tavolozze di colori del paradiso, si mischiano con le tenebre lontane, con la luce incandescente  delle grandi eruzioni, con il magma apocalittico che scorre tra le venature freatiche delle zolle astrali,  sublimi e remoti controllori di un tracciato mitologico, sfuggito ai controlli del tempo…

    Vieni, vieni anche tu… facciamolo insieme, costruiamolo, raggiungiamolo, varchiamolo, proviamo a risorgere in una nuova forma pulsante di esistenza biologica… unisciti al mio cuore e rilancia, rigetta le mani verso il ponte colorato che conduce all’orizzonte… là troveremo la terra per germogliare, coltivare, fiorire, costruire…

    Ci saranno nuove acque e nuove sorgenti, apriremo le porte ai flussi del vento e delle stagioni, saremo fuoco… e ghiaccio… estremi dissociati, uniti dall’invisibile legame catartico dipinto nei sogni… principio di una nuova era, la nostra fusione, scosse di assestamento, continenti che si spostano sulla crosta superficiale come navi alla deriva… si aprono i mondi perché la vita possa, finalmente, fluire, defluire, confluire,  coagulando le polveri disperse in una formula omogenea, coerente e funzionale… scosse, movimenti, scosse telluriche e movimenti sismici… trema il nucleo gassoso, ribollono le cavità energetiche sovraccariche di gas, detriti, accumuli stratificati di roccia e sedimenti nativi…

    Fondere, associare, consociare, unire, congiungere… membrane diverse che si amalgamano, contatto per contatto, superficie per superficie, impatto, simbiosi, osmosi, unisciti, uniamoci, conglobiamoci, formiamo una nuova entità, un nuovo ammasso, una nuova struttura… unisciti, amiamoci…

    Stelle tra le stelle, velieri dello spazio… cavalchiamo la curvatura dell’Universo e liberiamo le ali, detritiche membra di cristallo protese verso le luci, arti accelerati per raggiungere territori sperduti… la ricerca di una nuova terra per depositare il seme di una nuova generazione di elementi… umani, spirituali, ectoplasmatici, impalpabili… sto vagando, stai viaggiando,  siamo  in proiezione intergalattica ed intertemporale… non ci sono suoni, non ci sono respiri, né motori, né odori, né strumenti di controllo: è una camera eterna per propagare, diffondere, sprigionare, emanare sentenze di fuoco, verdetti d’amore… leggi definite per l’umanità di allora… e per quella che verrà…

    Uomini, umani, persone, bambini, neonati, anziani, donne e ragazze, adolescenti, giovani, signorine, vecchi, signori, vecchie signore, anziani neonati, giovani persone, vecchi bambini… il tempo non è più un riferimento definito, una casella posizionata al centro di una sfera cronologica… lo spazio si espande materia per materia, elemento per elemento, le sintesi chimiche, i legami fisici, le resistenze, i conflitti, le tensioni… dischiudono e sbocciano ancora in un nuovo seme, una nuova traccia, un nuovo germoglio…

    Fioriscono le acque, piovono sabbia, pietre, e terre rocciose… schegge di nuvola, cascate di ghiaccio, cromosomi, ribosomi, si aprono le zolle, i crateri, prosciugano i mari, solidificano gli oceani disidratati, continenti esondati, è un turbine di girasoli dicotiledoni che avanza nel ciclone della vita, una corrente ascensionale che conduce i petali, le foglie, le radici, i rami e le fronde al cuore del ciclone…

    Unisciti, alla ricerca di un bacio senza fine, never ending kiss, unisciti a me, baciami le braccia, le spalle, porgimi la tua pelle perché anch’io devo, posso, voglio, anelo, ambisco unirmi… la ricerca di una congiunzione astrale superiore è il primo sogno dei miei desideri, fulmine dorsale, scintilla idrografica… nel bacino… dentro… internamente… ho bisogno di entrare dilatandomi, espandendomi come una galassia che sta per collassare, come un terremoto nelle viscere del pianeta che lo scuote vibrando tutta la sua potenza alla crosta solidificata che si sfalda, liquefandosi in una catena di abissi senza fine, voragini assolute, trapanando le falde, le catene montuose, le dighe naturali…

    Spunta il silenzio, si diffonde quella rara melodia della tregua definita in termini di pace, quiete, statica assenza di rumore e suoni, tempeste placate lasciano tracce di pozzanghere infiltrate nel terreno, il suolo umido disperde nebbia velata, sostare, danzare sul piazzale deserto dove dimorano le cattedrali, scendono foglie dal cielo, cadono lacrime e nessuno può fermare le acque che scolmano dall’argine, nessuno osserva questa esondazione di fango, di melma liquida putrescente… le nubi si voltano, alzano le spalle, puntano altrove, l’argilla condensa spaccandosi in lamine pungenti, carbone tagliente, torba paludosa…

    Insetti, insettivori, migrazioni intere di branchi solitari… si spostano le stelle, trasferiscono il loro cuore pulsante nei depositi di luce universale… eclissi emozionale che palpita come un tuono cavernoso nelle fibre dell’oceano…

    Parti di me che si sgretolano come foglie d’autunno, macerate dalle piogge e ingiallite dal gelo, spazio termico senza protezioni, senza veli, senza impianti di contenimento, strutture e condotte, alveo di un fiume mai dragato, mai incanalato, sovraccarico di detriti, intasato di grida… assordanti… silenziose…

    Primavera, primavere… infinito, infinite… infinite primavere… ciclo stagionale cadenzato dal tempo, dagli anelli concatenati che si uniscono uno ad uno per formare una struttura di riferimento e di  controllo, mentre le ali del gabbiano si dischiudono verso un sole lontano, molto lontano, pallido, forse irraggiungibile…

    Chi devo chiamare, cercare, invocare… come posso smarrirmi in questa nicchia di cielo saturo di lacrime, non so volare, non so scendere né salire, posso solo inoltrarmi nell’orizzonte camminando verso segnali di speranza, fessure, spiragli di luce… colori decolorati, toni desaturati, tinte grigie, autunni senza uscita, alle soglie di un inverno glaciale che porterà colonne di iceberg nel mio cuore…

    Non ci sono risposte, non aspetto domande… il silenzio è un dialogo occulto privo di confronti, sponde, costruzioni…

    Arginare, isolare, definire, limitare…

    ma perché devo sempre restringere la mia cerchia d’azione a tutto ciò che viene delimitato dai limiti conoscitivi di una minuscola tribù … ?

  • 05 novembre 2011 alle ore 19:58
    Stonato

    Come comincia: Lei mi dice di scrivere.
    "Il fatto più strano e illogico è che nonostante che lo so continuo a fare debiti con me, vivere non è facile" Così' canta Vasco. Io oltre ai debiti, continuo a fare il cretino. "Il fatto più strano e illogico è che, nonostante che lo so’ non mi so’ difendere da me. Vivere non è facile" Sempre Vasco. Sempre cretino e indifeso.
    Lei mi dice stonato. Su questo ha ragione, così' come Vasco nel dire che non mi so’ difendere da me. Iniziamo con "stonato". Sempre Nemi, Castelli Romani. Quando si dice il caso. A 10 metri da casa mia, uno dei più grandi Karaoke bar di Roma. Ultra tecnologico. Niente lasciato al caso. Ogni tavolo monitor munito. Un tavolo un microfono. Ogni 10 tavoli una cantante per aiutare noi poveri cristi. Belli e dannati?  No solo stonati.
    Divento, per forza di cose, amico del proprietario. Divento, per forza di cose, un frequentatore abituale nei fine settimana e amico di quattro dentisti. Seri, stimati, famosi professionisti, durante la settimana, pazzi scatenati nel fine. Affrontavano la serata Karaoke da veri professionisti, quali in effetti erano. Regola N°1: ubriacarsi nel minor tempo possibile. Regola N°2: cantare qualsiasi canzone, di qualsiasi genere. Regola N°3: interpretarle, viverle e farle vivere alla platea. Regola N°4: scommettere su chi avrebbe ricevuto più applausi. So’ per certo che uno dei quattro prendesse lezioni di canto.
    Come ottemperare alla regola n°1?. Semplice e devastante. Una birra media ed un bicchiere di Sambuca Molinari. Bere un sorso generoso di sambuca e a ruota uno di birra. Immediato l'effetto. Dai piedi ti partiva una scarica elettrica che raggiungeva la testa, passando per il tuo corpo nel giro di, e voglio esagerare, 1 secondo. Al terzo sorso di Sambuca e birra eri pronto anche a sfidare l'incredibile Hulk.
    Lei mi dice di scrivere.
    “A bello ! Caccia la grana e canta pure tu. Ci hai rotto er cazzo. Sei con noi e ai da cantà!” La grana consisteva in € 50. Chi aveva vinto si "metteva in saccoccia" € 250. Calcolo velocissimo. In quel periodo per me 50 € erano come per Montezemolo 15 milioni di euro, ma 250 erano una piccola fortuna. Come diceva Aristotele (o no??) se sei in ballo, balla (media voto in filosofia al liceo 4). “Guardate che se canto, come dite voi, vinco a mani basse, poi non dite che non vi avevo avvertito!”. “A Mandrake, ce metto pure tre otturazioni e la pulizia dei denti!!”.
    Loro non sapevano. Io si. Loro sapevano, che cantavo veramente male. Loro sapevano che stonavo anche nei sogni. Loro sapevano, erano sicuri di aver già vinto.
    Io sapevo però che avrei cantato davanti a 1500 persone. Conosci te stesso, conosci il tuo nemico, conosci il campo di battaglia e la vittoria sarà certa.
    Lei mi dice di scrivere, tralasciando queste citazioni del cazzo.
    Io le tralascio ma, giuro, inizia a starmi "di molto" sul cazzo. Supponente di merda!!!
    Mi alzo, prendo il microfono, chiedo il brano e non resto al tavolo, ma mi posiziono nel mezzo del locale. Tutti mi guardano e, per la cronaca, non erano sguardi molto benevoli. E' proprio in questi momenti che il battito cardiaco invece di aumentare mi si abbassa e divento più lucido di uno specchio pulito con il Vetril. “Scusatemi ragazzi fin d’ora, io no so’ cantare!. Sono stonatissimo!”.
    “So che stai ridendo Francesca, come quando mi ascoltavi cantare questa canzone, la mattina, in bagno. Forse mi amavi anche per questo. Tu che cantavi da Dio. Io ti amo.. ancora, sei sempre nel mio cuore. Non sei qui ma.. è come tu lo fossi. Non sei.. mai andata via. Quella macchina si!! Ormai sono passati due anni”. Tutto questo detto con pause, deglutizioni, voce spezzata e occhi lucidi.
    "Passerotto non andare via, nei tuoi occhi il sole muore già, scusa se la colpa è un poco mia, se non so’ tenerti ancora qua".
    Venni, per il resto della canzone, accompagnato da tutte le 1500 persone 1500, tutte in piedi, tutte commosse .
    "Senza te, senza te, senza te, sabato piano piano se ne va’".
    Questa è la strofa finale, ma fu’ l'inizio.
    Applausi, urla, gente che mi abbracciava, commossa. Da quella sera tutti mi iniziarano a chiamare "a grande!" "a mitico!".
    Lei mi dice di scrivere.
    Quella sera vinsi la scommessa e i miei denti diventarono stranamente più bianchi.
    Quella sera mi portai a letto una ragazza che lavorava in una fonderia. Non mi chiedete nulla. Non chiedetemi il nome, se era bella, come andò a letto. L'unica cosa che ricordo è “Birra e Sambuca”!

  • 05 novembre 2011 alle ore 8:36
    Greenwich, 21 dicembre dell'Anno Domini 2012

    Come comincia:

    Il vecchio farmacista si asciugò gli occhi stanchi, ripose il fazzoletto con mano incerta nella tasca del camice stazzonato e alzò gli occhiali contro un cielo insolitamente limpido. Non fece in tempo a stupirsi, né a ripetere il gesto abituale di strofinare le lenti, le lasciò invece cadere nella ghiaia del vialetto con le labbra atteggiate in un mezzo sorriso. Il puntino dunque non era nei suoi occhiali.

     

  • 04 novembre 2011 alle ore 21:35
    Filosofico 12: sulla forza

    Come comincia: - Cos’è la forza? Lo chiedi a me, maestro?
    - Lo chiedo a te.
    - Non saprei, maestro. Forse, una mancanza di alternativa…
    - Come a dire che la debolezza è un lusso…
    - Non la debolezza, maestro, ma la mancanza di forza può essere un lusso…
    - Come a dire che la forza potrebbe essere una costrizione?
    - In un certo senso, maestro, è proprio così!
    - Avresti voluto essere meno forte?
    - L’ho desiderato.
    - Poggiare il capo altrove…
    - Perché no, maestro? Lo fanno in tanti…
    - Tu no.
    - Io no.
    - Ma l’hai desiderato.
    - Lo desidero ancora maestro…
    - Uhm…
    - Insisto: perché no, maestro? Posare il capo, dormire un poco…
    - E un poco morire…
    - Moriamo comunque, maestro, ogni secondo che passa.
    - Ma se la forza fosse soltanto lotta, una infinita lotta…
    - Contro la morte, maestro?
    - Anche…
    - Allora sarebbe battaglia persa in partenza. Finanche inutile.
    - Uhm…
    - Certo, resta sempre quell’altra possibilità….
    - Uhm…
    - La forza potrebbe essere una straordinaria forma di lotta per vivere: è qui che mi volevi, non è vero, maestro?
    - Non lo è?
    - Credo che questa tua sia una posizione difficilmente difendibile: valida e vera in alcune circostanze, opinabile in moltissime altre…
    - Valida e vera quando?
    - Quando la forza sorregge il malato, dà speranza all’afflitto, offre conforto nella solitudine, diventa zattera di fortuna dopo un qualunque naufragio o, a suo modo, illumina una via scurita…
    - Uhm…
    - Maestro, ti ho mai detto che è nel silenzio che il tuo sarcasmo diventa più tagliente?
    - Nessuna ironia, a me pare invece che il cerchio si chiuda: perfettamente!
    - Maestro, ti fai gioco di me!
    - Non ci ho mai provato! Penso invece che se sei arrivata affamata dovresti almeno decidere con grande onestà se lasciare questa bicocca con la scodella ricolma di latte. O con la scodella vuota. Di fatto, la scelta è soltanto la tua.
    - La scelta è la mia ma forse la TUA chiusura del “cerchio” potrebbe risultare illogica se considerata da altra prospettiva…
    - Illogica?
    - Ossimorica, per la precisione.
    - Perciò, se leggo bene nel tuo criptico ragionare, ammettere una di quelle “debolezze nel vivere” che tu stessa hai illustrato significa mancare di “forza”. Meglio ancora, la forza può esistere solamente davanti ad una debolezza “apparente”…
    - Non sei d’accordo, maestro?
    - E’ una possibilità, non lo nego….
    - Ne deriva, maestro, che la forza può essere appunto una condanna…
    - Uhm…
    - Una pena sine finis ad essere “forti”.  Una mancanza di alternativa, come ho già detto. O, per dirla col tuo cogitare: una lotta per vivere portata avanti per inerzia.  Mi segui, maestro?
    - Mentre tutto ciò che si vorrebbe…
    - E’ solo dormire un poco. Poggiare il capo, maestro. Magari…
    - Morire?
    - O giù di lì, maestro. O giù di lì.
    - Mi hai quasi convinto…
    - Quasi, maestro?
    - Esatto! Vada infatti per la forza che “costringe”, ma se la debolezza è soltanto “apparente”, la geremiade che mi hai piantato di chi è figlia?

  • 04 novembre 2011 alle ore 13:10
    La leggenda della nebbia

    Come comincia: C’era un giorno in cui la nebbia faceva molta paura a tutti gli umani….ma poi accadde qualcosa di magico….ed ora la nebbia è amica del mondo….per chi ci crede…per chi crede alle favole….
    Stavolta ho deciso: mia sorella deve recitare qualcosa da sola…si ma cosa….
    -Fratè dai che stasera replichiamo…
    -No no stasera non replichiamo proprio nulla…stasera tocca a te
    -Si lo so tocca anche a me
    -No tocca solo a te
    -Ma che stai a scherzà
    -Mai stato così serio….anzi vado subito a modificare la locandina
    Quando mi accingo a staccare la locandina…mi arriva una padellata in testa…un pò troppo forte…cado a terra….
    Al mio risveglio mi ritrovo in un letto strettissimo e cortissimo…e vista la mia lunghezza…la cosa risulta parecchio comica
    -Simooo…dove sei??
    Non risponde nessuno…si sente solo un rumore di piccoli passi in avvicinamento
    -Simooo…dai non scherzare….
    In quel preciso istante entrano i 7 nani…si avete capito bene…proprio loro….
    -Ehi chi sei?
    -Sono Gian
    -eh si fa presto a dire Gian….E che ci fai nel nostro letto…noi aspettavamo Biancaneve
    -Immagino la delusione…ma io son quì per caso….
    -Però oramai che ci sei…dobbiamo modificare la favola
    -Nooo…e come si fa?
    -Diventerai Biancaneve
    -Ahahah…si ci mancava questa….
    -Dai dai…devi farlo…..non ti puoi tirare indietro pensa a quanti bambini deluderesti…cosa raccontiamo poi alla strega….e i 7 nani?…senza Biancaneve morirebbero….
    -Si ma io sto cercando mia sorella…
    -Come si chiama
    -Simona
    -Va bene manderemo i nostri amici a cercarla
    -E chi sono i  vostri amici??
    -Tutti gli animaletti del bosco….intanto tu ti devi trasformare….ecco la bacchetta magica….
    -Tappete…tippete…toppate….
    Aiutoooooo….In un secondo son diventato una bellissima ragazza con i capelli biondi (beh in realtà ci è voluto un po’ di più ma concedetemi la “licenza poetica”)…gli occhi azzurri…e…e non ridete ok!
    -Ah ahahahah
    -Brutti nanetti che c’è da ridere??
    -Non so fai un pò tu….quasi un quintale su un metro e 90….biancaneveeeee
    -Ehi fratè….ahahahah
    -Simo…proprio ora dovevi arrivare…dov’eri quando ti chiamavo….??
    -Tu…tu…ahahahah
    -basta ridere
    -non mi hai chiamata…o almeno io non ho sentito
    -Dai avanti…la favola deve continuare….
    -Ragazzi…io non me la sento….
    -Dai che ci riesci…
    -Ma non si potrebbe…
    -Cosa?
    -Travestire mia sorella
    -Eh no moi caro…questo è affar tuo…al massimo mi posso travestire da strega
    -Si si bella idea…..tutto in famiglia
    Insomma inutile continuare…la storia è andata avanti sino al termine….ci sono stati tanti applausi….però ora mi ritrovo trasformato in Biancaneve…con una strega al posto di mia sorella…ed un bosco tutt’attorno….cosa mi può capitare di più….
    -Fratè…può bastare no
    -E no non bastava…cala la notte…ed assieme anche la nebbia…un nebbione che non si taglia nemmeno col coltello….impressionante….
    Simo inizia a correre….io non riesco a starle dietro col vestito lungo che mi ritrovo….
    -Ehi aspetta…strega…pardon volevo dire sorellina…..
    Sbammmm
    L’albero…acc… che botta in testa…non ho visto la quercia secolare ….
    Mi risveglio in una splendida giornata di sole….vicino ad un palco….con mia sorella in tenuta da ballo…è la sua serata …stasera la vedrò danzare….ehi ma il vestito lungo.….i nani….ehi ma era solo un sogno….
    -Signori e signore…stasera direttamente dal mondo delle fiabe….un ballo senza fine….ecco a voi….simona
    E mentre osservo la bravura di mia sorella  mi sento battere le spalle…mi giro ma non c’è nessuno o meglio c’è un’anziana signora del pubblico che mi sorride mostrando i suoi 2 unici denti…
    -Mah….
    Dopo qualche minuto di nuovo lo stesso tocco…mi giro e la signora mi indica il pavimento
    -Ehiiiii
    -Ciao….. Biancaneve….
    Era uno dei nanetti….
    -Ti ho portato questo
    -Cos’è?
    -È un barattolo di nebbia…
    -No no grazie…la nebbia ha già fatto un bel danno…e mostro il beronoccolo…
    -Ma questa è nebbia magica…se apri il contenitore ed esprimi un desiderio….vieni avvolto dalla nebbia…ed appena questa si dirada…il desiderio sarà esaudito….
    Accetto …bacio il nano sulla fronte…e mi rimetto a guardare Simo: è proprio poetico il suo spettacolo….applausi a non finire…..
    -Allora fratè piaciuto?…
    -Siiiii…te l’avevo detto che dovevi debuttare con una cosa tutta tua….
    -E ti ringrazio per avermi incoraggiata….io non ci credevo….cos’hai in mano….?
    -È un regalo….
    -Di chi?
    -Dei 7 nani
    -Dai non scherzare….
    -Non scherzo…oramai lo sai che a volte i sogni si avverano…mi hanno lasciato un barattolo dei desideri….dai esprimiamo un desiderio assieme…..
    -Allora vorrei…vorrei
    -Dai simo…io vorrei
    -Ehi ma lo sai che non è mica così facile…quando nella vita tutti dicono se potessi esprimere un desiderio…se potessi far questo…se potessi far quello…
    -Solo chiacchiere…ora che abbiamo in mano una fortuna….non sappiamo che farne….
    -Forse perchè siamo già contenti così
    -O forse perchè sappiamo che c’è chi ne ha più bisogno…
    -È vero…c’è sicuro chi ne ha più bisogno…e allora regaliamo loro il barattolo
    -No quello no…perderebbe il suo effetto…dobbiamo esprimere un desiderio che valga….che riesca ad aiutare chi ne ha veramente bisogno
    -Però è difficile…guerra…fame…miseria…povertà…malattie…violenza….quì di barattoli ce ne vorrebbero a decine….
    Uno squarcio nel cielo…
    -Ehi fratelli…sono il nano del barattolo….ho sentito tutto ….guardate quà
    -Ciao amico…guarda che ci hai cacciato in un bel guaio…un barattolo di nebbia è poco…il mondo ha bisogno di più barattoli…vogliamo aiutare il mondo….
    -Uhmmmm…allora vediamo….non ho tanti barattoli
    -E allora ?
    -E allora …trovatoooo….ogni tanto…nei mesi autunnali vi manderò tanta nebbia….si così la utilizzerete per esprimere tanti desideri….i desideri che avevate in mente prima e tanti altri ancora…
    E da quel giorno la nebbia, che a molti faceva paura, divenne amica del mondo….per chi ci crede…per chi crede nelle favole

  • 04 novembre 2011 alle ore 11:28
    Il telefono, la tua voce.

    Come comincia: Il telefono, la tua voce
    Lei non è niente male. Tubino nero, abbronzatura da vera professionista, acconciatura della serie “sono la nipote di Aldo Coppola”, verdi gli occhi. Il suo decolte non ha bisogno del pusch up e, naturalmente, gambe e culo da prima pagina. Età anagrafica, quaranta, età visiva, trenta. In parole povere una gran figa!.
    Lui fatto con lo stampino del “classico professionista”. Divisa d’ordinanza. Gessato blu, poschette annessa, camicia bianca, Churchs d’ordinanza, abbronzatura comprata. Niente lasciato al caso. Rolex GMT Master vetro plastica e, per dessert, fisico ordinato in palestra.
    Li osservo. Più forte di me. Sono posizionati accanto al mio tavolo. Come tante sere, ceno da solo. Come tante sere, oltre a godere cenando, godo ad ascoltare quello che i miei ignari vicini si dicono. Curioso io?. Si, e “dimolto”, signor giudice!.
    “Ah, fossi io al suo posto, che gnocca!”. Invidioso?. Col cazzo, lo considero solo un allenamento mentale. La volta che mi capitasse, e capiterà, saprò già come muovermi. Si impara anche guardando, mia cara professoressina.
    “Amore sai che Martina è tornata ieri da Bali?. Devi vedere che abbronzatura.”
    Nemmeno gli avessero annunciato lo scoppio della ottava guerra mondiale, l’uomo fatto con lo stampino, in un nano secondo, fa scattare la mano destra e afferra il suo I Phone, posizionato naturalmente sul tavolo e... e a confronto, Flash Gordon, avrebbe fatto la figura della lumaca. Con la stessa rapidità inizia a digitare sulla tastiera.
    Se la figa in tubino, in quel momento, gli avesse detto “amore mi stanno violentando due nomadi mongoli”, lui avrebbe risposto “si, anche io cara”.
    “Guarda amore, Bali dal satellite”.
    “Guarda amore, questi sono i migliori ristoranti”
    “Guarda amore, un filmato del Kudeta, fantastico, noo?!”
    “Garda amore stò cazzo”, dico io, ma non ti accorgi che a lei non gli può fregare meno di una sega di Bali e del tuo I Phone?. Dimenticavo, gli spaghetti allo scoglio, erano andati a puttane.
    Lei mi dice di scrivere
    Dodici ottobre 1975, ore 13,33, pioveva.
    Siamo tutti seduti a tavola per il pranzo. Babbo, mamma e noi tre fratelli. Mangiamo, parliamo, scherziamo, quando…quando…driiinnn, driiinn, squilla il telefono. Immediatamente la temperatura del tinello si abbassa di 7/8 gradi centigradi. “Oh cazzo, e ora?!”.
    “Chi è quel maleducato che telefona all’ora di pranzo?!”. Questo disse il babbo.” Forse hanno sbagliato numero?!”. Questo io dissi, mentendo. “Rispondi”. Rispondo. “No, ci sentiamo dopo, si….stiamo…mangiando”. “Ma che razza di gente frequenti, dove l’anno lasciata l’educazione, in soffitta!!”.
    Ehi boys, non sono sotto l’ effetto di droghe, riporto solo fedelmente quello che accadeva in tutte le famiglie italiane nel 1975.
    Lei mi dice di scrivere
    Dicesi coprifuoco, un ordine consistente nell’obbligo di di restare nelle propie abitazioni durante determinate ore.
    Il coprifuoco vero e proprio scattava in contemporanea allo squillo del telefono dopo le 21,31. Partivano immediatamente le sirene. Elmetto e maschere anti gas a portata di mano. Calava il panico, per la gioia dei nostri canarini, ma non la nostra.
    “Mio Dio, cosa sarà mai successo, per telefonare a questa ora?!”. Questo diceva il babbo. Questo faceva il babbo, rispondeva. “Pronto, casa Ruzzi, con chi parlo?”. “Buonasera, c’è Ignazio, sono una sua amica”.
    Credo che Mascagni si ispirò a mio padre, una volta terminata la telefonata.
    Lei mi dice di scrivere
    Dalla notte dei tempi, di sera, la cena, il dopocena, erano dedicati alla parola, alle parole, ai racconti. La giornata veniva raccontata, il passato veniva richiamato, il presente veniva giudicato. Quante storie, davanti al caminetto. Rito, modo di interpretare la vita, di capirla, di gustarla. Trasudavano le tossine e la fatica della giornata. Ci si conosceva. Ci si spogliava. Ci si rilassava.
    Come dice sempre il mio amico psicologo, “questo è terapeutico!”.
    I bambini, come la cartasuga, si impregnavano di quelle esperienze passate, le assorbivano, per stamparle nel loro futuro.
    Pensate quello che cazzo vi pare, ma anche questo li preparava alla vita.
    Oggi tendiamo ad estraniarci, ci creiamo un mondo parallelo, il nostro interlocutore era fatto di “ciccia”, oggi di silicio. Un tempo veneravano la Dea Cali’. Oggi è stata soppiantata dal’ I Phone.
    Ci rifugiamo in noi stessi, virtualmente ci estraniamo. Paura, insicurezza, noia, menefreghismo, disagio, autodifesa?. Sò un cazzo. Chiedete a chi ha studiato!!. Controindicazione: siamo sicuri che siamo così grazie a quelli che hanno studiato?!.
    Fossi più intelligente, forse lo saprei.
    Le portate, nelle cene, non si chiamano più “pappardelle alla romana”, “bistecca”, prosciutto e melone”, “pasta e fagioli” ma Samsung, Nokia, Apple, Erikson, Logitech.
    Mai pronunciare o dire parole inusuali, Wikipedia è in agguato!!.
    Se , in un ristorante, la Domenica, famiglia riunita, vedi i figli dei commensali ingobbiti e con lo testa piegata verso terra, non ti devi preoccupare.
    Colpa del rachide cervicale?. Colpa della scoliosi?. No, cari miei. Trattasi di Game Boy.
    Lei mi dice di scrivere
    Tifo per i bambini. Loro, nati già drogati, dai vari Game Boy, puscher i loro genitori. Da ragazzo, ti mettevano Biancaneve e i sette nani o la bella addormentata nel bosco, quando si volevano rilassare.
    Nostalgico?. No, osservatore!.
    Ogni anno, ad Ottobre, all’uscita della scuola, terza o quarta elementare, veniva distribuito il mitico album delle figurine Panini dei calciatori.
    Che gioia collezionarle, che gusto barattarle con gli amici per poter finire prima la raccolta.
    “Ce l’ho!, ce l’ho!, mi manca!, doppione!!”. Frase ricorrente durante la ricreazione.
    “Ce l’ho!, ce l’ho!, mi manca!, doppione!!”. Frase ricorrente oggi fra cinquantenni al ristorante. Figurine?. No, le applicazioni per l’I Phone.

  • Come comincia: - I capelli sono lunghi…
    - Lo so, maestro…
    - Cresceranno ancora?
    - Mi piacerebbe.
    - Uhm…
    - Maestro, tu non ti sei mai interessato di capelli: men che meno dei miei.
    - Mi chiedevo come vorrai portarli più avanti: magari una crocchia in testa…
    - Perché no?
    - E magari bianca…
    - Perché no?
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Ti darebbero senz’altro una certa aria… saggia….
    - Maestro, più invecchi più la tua ironia diventa tagliente….
    - Ma a giudicare dalle ultime prove sembrerebbe non sfiorarti mai…
    - Sei ancora arrabbiato con me, maestro?
    - Uhm…
    - Non ho resistito, maestro: era fin troppo facile…
    - Proprio quando occorrerebbe resistere di più…
    - Ma l’ho fatto in infinite occasioni, maestro.  E poi, di che ti preoccupi: il nero su bianco è arma a taglio multiplo perfettamente invisibile davanti al limite del pensiero unico…
    - Mi ripeto: proprio quando occorrerebbe resistere di più…
    - Maestro, alla corte di Lear tu rideresti del fool….
    - La tigre…
    - Lo so, maestro, attacca quando deve proteggersi e proteggere ciò che crede suo…
    - La biasimi per questo?
    - Maestro, ho pietà di questo…
    - Pietà?
    - Mi spiego meglio, maestro. Ho pietà dell’istinto fine a se stesso…
    - In una scala di valori lo metteresti al secondo posto?
    - Dopo la ragione, intendi?
    - Precisamente.
    - Mi sto domandando a quale varco tu mi stia aspettando per scudisciarmi a dovere….
    - Uhm…
    - Comunque ti rispondo subito: no, non lo metto al secondo posto ma do alla ragione il compito di assisterlo. Senza…
    - Senza?
    - Senza il suo limite diventa visibile già alla prima graffiata. E annoia. Indispettisce. Produce quell’impossibilità di “resistere la tentazione” di cui abbiamo già discusso…
    - Uhm…
    - Quando fai così, maestro, mi indispettisci pure tu…
    - Uhm…
    - Guarda che ho capito, sai. E se proprio vuoi che lo ammetta ti accontento subito: hai ragione!
    - Lo sospettavo. Per lo più era il riflesso prodotto dal sorriso largo…
    - Oh maestro, basta! Che c’è di male una volta nella vita? E’ un po’ come dare una onesta mano al pesce rosso per contemplare la sua bolla di cristallo, ben sapendo….
    - Ben sapendo?
    - Ben sapendo che non potrà riuscire mai. Che quella bolla non potrà abbandonarla mai perché della stessa ne ha bisogno… per vivere, per respirare. Tutto qui: un peccato veniale alla fin fine. Non puoi crocifiggermi per questo!
    - Con la differenza che la casa di cristallo del pesce rosso è in fondo il suo bellissimo universo…
    - Mi sorprendi, maestro: anche il limite del pensiero unico e omologato può diventare universo a se stante per chi lo coltiva con tanta determinazione e negatività…
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Pensavo che quei capelli sono davvero lunghi…
    - Lo so, maestro.
    - Tuttavia, sarebbe funesta illusione sperare che il futuro biancore della crocchia possa diventare valida scorciatoia sulla via…
    - … della saggezza. So anche questo, maestro, però,  per oggi, lasciami vivere. Perché, in verità…
    - Sì?
    - Oggi sono quasi felice!

  • 03 novembre 2011 alle ore 18:19
    Identità rubate

    Come comincia: La prima volta la incontrai di notte. Camminava sola, con lo sguardo puntato a terra, fisso ai piedi.
    Il soprabito blu era di due misure, almeno, più grande. Se lo teneva stretto in vita, come l’abbraccio di un innamorato, cercando di non perderlo.
    Passavo da lì distratto, dopo il turno di notte, credo. Procedendo con passo spedito verso casa.
    Mi sorrise.
    “Hai da accendere?”disse.
    “Mi rincresce, non fumo” risposi.
    “Buon per te. Grazie lo stesso”.
    Mi ritrovai a fissare quella piccola bocca deforme come fosse stata la cosa più bella mai vista in vita mia.
    Imbarazzato, ripresi la mia marcia da soldato. Senza fretta però.

    La settima dopo, feci cambio turno con un collega.
    Gli rubai il giorno.
    La trovai ad aspettarmi sotto la pensilina dell’autobus per il centro.
    Mi si avvicinò canticchiando.
    “Ti accompagno volentieri se vuoi” disse.
    “E’che vado a prendere un caffè con degli amici…” risposi senza nemmeno guardarla negli occhi.
    Mi sorrise e si allontanò facendomi un cenno con la mano.

    Il giovedì sera successivo portai mia moglie e mia figlia a vedere la partita di basket organizzata dalla mia azienda, per raccogliere fondi a favore dei malati di Alzheimer, credo.
    La vidi sugli spalti di fronte. Abbozzò un cenno di saluto.
    Ma io non ricambiai.

    All’incirca un anno dopo mia moglie mi lasciò, portando con sé la nostra bambina.
    La vidi scendere in strada, con le valige e gli scatoloni ingombri di ricordi che forse nemmeno le appartenevano. Non feci nulla per fermarla.
    Quella notte girai un paio di locali in cerca di quell’oblìo che solo le grandi sbornie sanno dare.
    Riconobbi la piccola bocca deforme, da lontano, credendo fosse un miraggio.
    Mi avvicinai e con la lingua ingarbugliata riuscì a domandarle: “Dormi con me questa notte?”
    Lei sorrise e senza sorpresa declinò, stringendosi nell’abbraccio scuro del suo soprabito di due misure più grande.

    Sono qui da qualche settimana, credo. Ma a giudicare dalla familiarità con cui mi trattano potrebbe essere anche da più tempo.
    Divido la stanza con Marina, una vecchia dispotica di 70 anni ormai priva di lucidità da qualche anno. Sono l’unico uomo presente in questo piano. Medici a parte.
    Socializzo poco qui dentro. Mi sembrano tutti pazzi.
    Viene spesso a trovarmi una giovane donna con un soprabito blu. È talmente evanescente da sembrare irreale a volte. Forse è mia figlia.
    È una bella donna. Anche se ha la bocca storta e quando mangia qui con me, la domenica, sbrodola dappertutto.
    La sgrido di continuo ma mi sorride sempre. Mi è capitato di sentirla parlare con qualche medico di deterioramento cognitivo cronico progressivo. È gentile ad interessarsi di Marina, penso.
    Ieri le ho chiesto di sua madre. L’ultima immagine che ricordo di lei è quella di un taxi giallo che la porta via. Mi ha sorriso e sistemato i capelli senza dire una parola, nascondendo a stento le lacrime.
    Non ho avuto il coraggio di domandarle più nulla di quella vita che non ho potuto condividere con loro.
    Anche se a volte la curiosità, in quei rari ed ultimi momenti di sanità mentale , mi avrebbe forse aiutato a non incorrere in spiacevoli sorprese.

    Chi sono e perché mi trovo qui ancora non l’ho capito. La mia mente mi regala immagini che forse nemmeno sono reali. Forse lo sono state un tempo, o forse no. Ma non lo posso sapere con certezza, perché nessuno risponde alle mie domande.
    A volte, da sveglia, sogno di essere una donna a cui i demoni del passato hanno rubato l’identità, in un giorno che ha il colore della notte.
    Vivo in un’alba che assottiglia il confine tra il reale e l’immaginato. Dove non esiste distinzione di sesso, né di ruoli. Dove la donna è uomo, è padre, è madre, è marito, è figlia.
    E dove tutti sono soli con sé stessi.
    Poi chiudo gli occhi. E, per un istante, mi riconosco

  • 03 novembre 2011 alle ore 17:38
    Merrick

    Come comincia: Un tipo come Merrick, Jopseph Merrick, ma molto peggio, tanto peggio. Anno 1931, una casa di legno in Canada, una scuola per bambini sordi che fa gemellaggi di ricerca in Italia, una donna di nome Giovanna parallelamente disgraziata come Merrick ma domiciliata a Caltanissetta in un fienile fatto di pietra, anch’essa affetta da neurofibromatosi: vive di espedienti insieme a 11 fratelli, 8 sono ritardati, 2 sordomuti.  Intanto il tipo simile a Merrick tramite la scuola per sordi viene mandato in Italia per sottoporsi a degli studi scientifici, il dottor Rutelli vuole fotografarlo, così mentre è a Roma la sua casa in Canada brucia in un incendio: 5 suoi fratelli muoiono, uno sfugge alle fiamme aggrappato alla ringhiera del balcone ma i soccorsi tardano ed esso stremato precipita giù e muore. Intanto Giovanna la donna siciliana, emigra, e va a finire da una sua zia che vende rigatoni a Toronto, la città del tipo simile a Merrick. L’unico sopravvissuto della famiglia del tipo simile a Merrick la incontra, o meglio i due si incontrano per caso,  il sopravvissuto dall’incendio è il padre del tipo simile a Merrick, il signor Larry, e ora è handicappato anch’esso poiché l’incendio gli ha rovinato un occhio e tolto l’orecchio. Appena costui incrocia per caso Giovanna in una via della città la sfortuna strizzerà l’occhio ad entrambi; sono le ore 11 e 11 in punto e dall’alto del 11° piano proprio sopra le loro teste vola un grosso armadio sfuggito alle corde dei due facchini che lo stavano issando: il padre del tipo come Merrick e la povera Giovanna muoiono all’istante schiacciati. Per recuperare i corpi dall’asfalto hanno dovuto raschiarli con una pala. Di ritorno dall’Italia, il tipo come Merrick, ignaro dell’immane disgrazia s’informa e saputo tutto piange per un ora intera, dopo di ciò si pettina e va in un bar del centro e si mangia una meravigliosa torta al riso. 

  • 03 novembre 2011 alle ore 17:37
    Storia 65

    Come comincia: Jim Lawrence invece è nato nel 1860 ma è morto nel 1857. Ci sono ponti ad Albuquerque, che non sono ponti ma  protesi ricavate da un impasto di tibie umane. Margaret Dalmans, 52 anni, è dovuta andare sotto i ferri per rimuovere dal suo stomaco ben 78 posate, tra forchette e cucchiai che aveva mangiato nel tempo: “se desideri risolvere tutti i misteri che guariscono la tua mente vai ad Albuquerque e chiedi di vedere i ponti”. Osserva le inquadrature del cielo quando i signori aprono le tende, quando gli eserciti puntano i cannoni. Chiedi a qualcuno. Chiedi di Nergal. I ponti ti faranno vedere te: posate incluse.

  • 03 novembre 2011 alle ore 17:35
    L'Aculeo

    Come comincia: Nella parte est sorgono buona parte dei resti di un cortile, di una sorte di tempio e di una casa termale: se vi piace annotatelo. Sono tutti predisposti a cerchio attorno ad una piazza sopraelevata da un lastricato ben trattato, nella parte centrale di tale perimetro c’è un aculeo, questo è impiantato in un selciato di pareti molate a strati, la base dell’aculeo sembra tinteggiata a fasce e vi sono impressi croci e simboli da esaminare. Tutto intorno all’aculeo che sta ancora diritto, vi sono case e aie, abitazioni incavate con vani e cortili, porte, cancelli,  pozzi, recinti, scanni, logge, palizzate, e i resti di macadam fregiati. Taluni vani hanno focolari e finestre agli angoli che danno tutti all’aculeo, altre bocche ovoidali presso i muri dei chiostri rivolgono la vista anch’essi all’aculeo. Stessa sorte per una grande finestra su una murata a secco tra una casa e una sorte di lavacro. Nella zona meno ricca, vi sono minute residenze con resti esigui e ornamenti minori, architetture semplici e graffiti arcaici su poche mura ancora intatte. Lungo la muraglia in pietra che crea una croce vi sono i segni di una deposizione pietrosa sacra, alla base di un rialzamento vi è un polittico in legno che porta un buco: e da questo si scruta anche qui l’immagine dell’aculeo. Persino nelle macerie del sepolcreto e delle prigioni; registriamo di tramezzi e pareti aventi spiragli proiettati tutti verso l’eterno oggetto di culto – l’aculeo. Volete sapere com’è l’aculeo?

  • 02 novembre 2011 alle ore 20:25
    Il gioco di Katy

    Come comincia: Katy Watson era una bella bambina, bionda e paffuta, con splendidi occhi chiari. Si era rivelata fin dai primi mesi molto intelligente e molto, molto vivace… Praticamente al limite del contenibile. Smontava sistematicamente tutti i giocattoli che le regalavano e tutto quello che le capitava a tiro, guardando con curiosità ogni singolo pezzo quasi volesse capire com’era fatto “dentro”…
    Se la lasciavano nella culla non erano mai sicuri di ritrovarcela: a volte sbucava, gattonando, dal bagno del primo piano oppure chiamava la madre dal giardino, per farsi aprire la porta, senza che nessuno riuscisse a capire come avesse fatto ad arrivare fin lì.
    Ciò nonostante, i genitori, Marla e William, la adoravano, e le sue prodezze in famiglia ottenevano solo l’effetto di far aumentare la condiscendenza nei suoi confronti. Tutti erano felicissimi di vedersi crescere sotto gli occhi questa piccola peste, “di certo”, dicevano, “nella vita diventerà qualcuno”.
    Il primo vero spavento arrivò solo quando Katy, inspiegabilmente, diede fuoco alla sua nuova bambola nuova: la madre la trovò tranquillamente seduta in giardino a fissare, si sarebbe detto quasi con interesse scientifico, i lunghi capelli lisci e biondi diventare ricci e neri, la plastica deformarsi e sciogliersi gocciolando, la bambola trasformarsi in una informe poltiglia color catrame.
    Anche quella volta, il grande sorriso innocente della bambina in braccio alla madre terrorizzata la salvò da una sicura punizione.
    Il limite però sembrò superato irreparabilmente quando, a due anni circa, Katy cavò letteralmente gli occhi ad un gattino usando i ferri da maglia della nonna. Quella volta il sorriso dei familiari cedette al raccapriccio di fronte allo spettacolo del povero micio che gridava, soffiava e saltava come un indemoniato, andando infine a terminare la sua folle ed inutile fuga sotto le ruote di un camion che sopraggiungeva e che, nonostante i riflessi del conducente, non riuscì ad evitarlo… E forse gli fece un favore…
    Dopo qualche giorno, comunque, l’incidente era già stato dimenticato e tutto era tornato nella norma. Anche Katy!
    La serenità scomparve improvvisamente da quella casa una mattina di settembre, quando la madre, all’epoca in dolce attesa, fu trovata nel suo letto. Morta. Col ventre squarciato.
    Il marito era in viaggio per lavoro. Fu avvertito telefonicamente. Un maniaco, si disse, probabilmente introdottosi in casa durante la notte… “Era una famiglia tranquilla e serena”, dissero i vicini ai giornalisti accorsi, “senza problemi né nemici”.
    William Watson non sapeva darsi pace ma fu ugualmente felice quando seppe che Katy era sopravvissuta. L’avevano trovata tranquillamente addormentata nella sua culla, nella stanza accanto a quella in cui era avvenuto il delitto, e quasi certamente non si era accorta di nulla. Per qualche assurda combinazione l’assassino non aveva infierito su di lei. Forse pietà? Forse un caso? Chi avrebbe potuto dirlo…
    Il detective Norman Pierce, incaricato delle indagini sul caso, essendo tra l’altro anche vicino di casa dei Watson, fece in modo che padre e figlia venissero scortati al comando e poi in un alloggio appena fuori città, giusto per evitare l’assalto degli sciacalli mediatici, che, come al solito, non si fecero attendere.
    Pierce passò quindi tutta la notte e molte ore delle notti seguenti a studiare i referti della scientifica, salvo alzarsi dalla sedia di tanto in tanto per un caffè.
    Nulla! Non avevano trovato nessuna traccia. Non un’impronta, non un’orma che appartenesse a qualcuno di estraneo alla casa. Non un indizio. Sembrava che l’assassino fosse letteralmente svanito nell’aria: tutte le aperture erano chiuse dall’interno e non c’era segno di forzatura o scasso.
    “Maledizione!”, sbottò, dando un pugno sulla scrivania. “Un maledetto psicopatico entra, fa quel cazzo che gli pare e non lascia nemmeno una briciola fuori posto! E’ impossibile! Non può andare e venire senza che nessuno noti qualcosa di strano…”. Le parole gli morirono in gola perché improvvisamente gli si era accesa in mente l’immagine di sua moglie e dei suoi due ragazzi… Anche loro abitavano in quello stesso quartiere, anche se più in fondo alla strada, e se l’assassino avesse deciso di rifarsi vivo… Un brivido gli passò sulla schiena… Scattò come una molla verso la porta ma si fermò dopo un paio di metri: una pattuglia era già stata allertata dalla notte del delitto, col compito di girare anche in tondo, casa per casa, per tutto il quartiere, tenendo gli occhi bene aperti.
    Il fatto era ancora recente e conosceva bene i ragazzi della pattuglia, avrebbero fatto un buon lavoro. Si tranquillizzò un poco.
    Per allentare ulteriormente la tensione che gli rendeva difficile riflettere sedette e si appoggiò contro lo schienale della poltrona, tamponando col fazzoletto le grosse gocce di sudore che improvvisamente gli erano comparse sulla fronte.
    Katy e William alloggiavano in albergo da dopo il funerale e probabilmente per un po’ non avrebbero rimesso piede in quella che era la loro casa. La prassi avrebbe voluto che non si allontanassero dalla città durante il periodo delle indagini ma Norman aveva fatto in modo di fargli ottenere un permesso speciale in cambio della loro collaborazione.
    Ora Norman stringeva nel pugno le chiavi di quella casa di Pine Street ma quando le infilò nella toppa, in un mattino di ottobre, provò una strana sensazione di sacrilegio. Quella casa sembrava voler rimanere chiusa, col proprio segreto, per sempre. La serratura sembrava dapprima incastrata, la chiave non girava, poi rotta, di colpo la chiave girava a vuoto, senza agganciare i pistoncini.
    Si guardò intorno, poi, quasi accarezzando la porta, mormorò “andiamo, voglio solo capire cosa è successo qui dentro”, poi girò ancora la chiave. La serratura finalmente scattò e la porta si aprì. “Grazie”, pensò Norman.
    Un forte odore di chiuso lo investì appena nell’ingresso. Da almeno tre settimane nessuno vi metteva piede.
    Incartamento alla mano, rifece il giro che avevano fatto quelli della scientifica. Tutti i segni col gesso, le indicazioni, le lettere e i numeri fino al profilo del corpo sul materasso spogliato delle lenzuola.
    “Eppure qui qualcosa non gira”, continuava a ripetersi, “Marla Watson era una donna pratica ma ordinata, tutto al posto giusto e niente fuori posto”.
    Norman si sforzava di rompere tutti i suoi schemi mentali che non avevano già portato a niente. La prima regola del detective diceva “se non trovi ciò che cerchi, stai cercando nel posto sbagliato”. Era convinto che qualcosa fosse sfuggito, un particolare cui fosse stata data poca importanza. Forse cercando dove gli altri non erano stati…
    “Tutto al posto giusto e niente fuori posto”, continuava a ripetersi come un mantra, “tutto al posto giusto e niente fuori posto”.
    Entrò in cucina, una delle poche stanze in cui i rilevamenti stranamente scarseggiavano e, quasi sovrappensiero, cominciò a fare un suo personalissimo “scanning”.
    I piatti? Al posto giusto.
    Le posate? Al posto giusto.
    Gli stracci? Al posto giusto.
    Le pentole? Al posto giusto.
    A sinistra del lavello c’era il ceppo porta coltelli, lo girò e continuò
    “I coltelli? Al posto giu… No. Un momento…”
    Ne mancava uno.
    I coltelli erano, come al solito in questi utensili, ordinati secondo l’uso e la grandezza. Mancava il penultimo, quello subito prima della mannaia. Quindi doveva essere piuttosto grande. Erano tutti molto affilati. Quindi probabilmente anche quello mancante… Dov’era finito?
    Una sirena cominciò a gridargli in testa mentre un’enorme insegna luminosa diceva “TUTTO AL POSTO GIUSTO, NIENTE FUORI POSTO”.
    Norman sgranò gli occhi e cominciò a guardarsi attorno, nel suo sguardo una somma scritta a metà “1+…?”.
    La cucina si trovava al pian terreno e da qui una piccola porta a vetri, una di quelle senza blocco serratura ma che si aprono solo dall’interno, dava sul retro della casa. Cercando di completare l’idea che cominciava a formarglisi in testa uscì e si guardò intorno: riusciva a vedere uno scorcio della strada frontale ma probabilmente una persona, dalla strada, difficilmente avrebbe scorto lui. Tantomeno di notte. Guardò la porta: uno abile avrebbe potuto far scattare una serratura di quel tipo senza lasciare segni… La somma nella sua testa si allungò, “1+1+…?”.
    Rientrò velocemente in casa e, seguendo un percorso immaginario, raggiunse la camera da letto accendendo tutte le luci e guardando attentamente in tutte le direzioni, alla ricerca di un qualcosa… Ma sembrava che nessuno fosse mai passato da lì. “Un fottuto circolo vizioso”, pensò, “come un cane che si morde la coda”.
    Decise di fumarsi una sigaretta, il che era un brutto segno. Non era un gran fumatore, lo faceva solo quando era particolarmente nervoso. Ma rimase con la sigaretta tra le labbra e l’accendino acceso, lo sguardo perso nel vuoto… Il punto interrogativo alla fine della sua somma si era improvvisamente illuminato “circolo vizioso…cerchio…il cane si morde la coda…e il cerchio comincia da dove finisce… La cucina!”, gridò, e partì di corsa.
    Aprì tutte le mensole, il frigo, tutte le ante possibili. Niente. Scivolò contro la parete fino a sedere a terra, “basta, ho chiuso, mi arrendo! Questo sarà un altro dei casi insoluti dell’archivio…”. Aprì il secchio della spazzatura per buttare la sigaretta che nel suo pugno era diventata una poltiglia di tabacco e carta e… “Bingo!”, dentro il sacchetto dei rifiuti c’era il coltello mancante.
    Lo tirò fuori con il guanto sterile e lo infilò in un sacchetto di cellophane. Sulla lama erano ancora ben visibili tracce di sangue secco. “Nove su dieci non si butta un coltello perché è sporco. Nove su dieci credo di sapere di chi è questo sangue…e nove su dieci…”, fissò il coltello con rabbia mista a soddisfazione, “t’ho fregato bastardo!”.
    Da qualche parte nella sua testa una vocina gli suggerì timidamente che fosse ben strano che un omicida buttasse l’arma del delitto nel secchio dei rifiuti della vittima, ma il vocione principale la fece immediatamente tacere.
    I Watson furono avvertiti e William venne in centrale, portandosi dietro l’altra superstite di una ex famiglia felice. A vederli si sarebbe detto che William non avrebbe più lasciato la bambina da sola, per nessun motivo, nemmeno per un istante.
    Katy sembrava essere passata indenne attraverso quanto era successo, sempre allegra, vivace, sorridente. Il volto del padre, invece, era pallido e scavato ma nel suo sguardo si indovinava facilmente il bisogno di sapere, di capire il perché di tutto quel che era successo.
    “Il coltello serve ancora in laboratorio per gli esami. Voglio solo sapere se lei lo riconosce”, esordì Norman, saltando i convenevoli.
    Una agente intratteneva Katy sulle proprie ginocchia mentre il padre parlava con Norman. Di lì a poco un altro agente entrò portando il coltello, sempre dentro il sacchetto trasparente. Gli esami erano quasi finiti, comunicò, entro breve sarebbero arrivati i primi risultati.
    Appena Katy vide il sacchetto cominciò a saltare ridendo sulle gambe della poliziotta. Tutti la guardarono, sia pur con sentimenti diversi, e nel silenzio dell’attenzione generale Katy esclamò, col suo linguaggio infantile ma chiarissimo “pancia mamma beeella…io pima tacchete…pettooo…poi…tuutto pocco e io pum tecchio..!”.
    Nella stanza scese un silenzio di ghiaccio. Tutti gli occhi erano puntati sulla piccola Katy, la terribile Katy, la mostruosa Katy…
    Squillò il telefono. Norman come in trance allungò la mano ed alzò il ricevitore. Dall’altra parte qualcuno esclamò “ehi Norman, ho i risultati delle analisi e delle impronte. Preparati perché non crederai ai tuoi occhi”. “Ho paura che ci crederò…” rispose Norman, riagganciando.
    Katy sorrideva.

  • 02 novembre 2011 alle ore 15:40
    Il clistere

    Come comincia: Lei mi dice di scrivere
    Come in una commedia dell’arte, così sul rapporto tra me e la mamma, vigeva la regola del "gioco delle parti". Arrabbiatura, naturali silenzi, perdono con ramanzina. Entrambi sapevamo il finale di quelle nostre litigate, ma, per un tacito accordo, entrambi tenevamo fino infondo il nostro ruolo. Anche questo è "il bene", anche questo è amore. La dolcezza, l'affetto lo comprendi appieno quando ti manca. Ti tornano in mente, nel cuore, momenti del tuo passato che ora apprezzai appieno. E' un bene aver dato meno peso, un tempo, a certe piccole cose quotidiane. Le piccole cose oggi sono cresciute in maniera esponenziale.
    Lei mi dice di scrivere (monotona bacchettona!)
    Se dici bianco io dico nero.
    Se dici cazzo io dico fica.
    Se dici Eurialo io dico Niso
    Se dici anancastico io mi tocco
    Se dici mamma io dico clistere.
    Il clistere ha unito in un legame indelebile, tutti noi ragazzi del 59. Ma andiamo per gradi.
    Tornavi da scuola stanco ??!! “Questa faccia non mi piace!!” Per me "covi" qualcosa. Hai bisogno di un "clisterino". Il clistere si contendeva, con l' “Uniplus”, la palma della "panacea" più usata al tempo.
    Hai mal di testa, di pancia, gli occhi storti, ti prude il naso, ti sei rotto una gamba?!. Signori, con un clistere tutto passa !!
    “Mens sana in corpore sano” dicevano i latini. Meglio, un chilo di merda in testa, che nello stomaco, dicevano le nostre mamme. Il clistere era propedeutico a tutto. Prima di partire con una qualsiasi cura, o di chiamare il dottore, il "riscaldamento" avveniva tramite clistere. Esisteva un rituale ben preciso per la sua preparazione.
    Far bollire in una pentola, (solitamente usata per la pasta), litri due di acqua, con immerse 4 o 5 bustine di camomilla, tassativamente Bonomelli. Tenere, a bollitura avvenuta, le suddette bustine in infusione per minuti dieci. Immergere la pentola nel bidet colmo di acqua per il raffreddamento. Terminate queste operazioni, l'infuso veniva messo in un apposito contenitore, in plastica, con annesso tubicino lungo circa metri 2, alla fine del quale, come appendice, una cannetta rigida e stondata. La suddetta cannetta, veniva cosparsa d'olio extra vergine e infilato nel sederino della vittima di turno. La "magnum" di camomilla doveva restare nello stomaco minimo dieci minuti, prima di poter eruttare come il Vesuvio dei tempi d'oro. “Respirare con la bocca”, il consiglio materno, per resistere all'eruzione vulcanica.
    Lei mi dice di scrivere.
    “Ignazino, come stai?”, “non ti vedo niente bene…, vieni ti faccio un clisterino, ti rimetterà al mondo!!”
    Lei mi dice di scrivere.
    Passarono 62 giorni da quel "clisterino". Io avevo 44 anni. Lei 64 e…. muorì!.
    Anche un clisterino, se ci pensi, ti può riempire l'animo di gioia e tenerezza! Potenza della camomilla?
    Lei mi dice di scrivere.
    Cazzo ! Quanto pagherei, ora, per un clisterino !!