Racconti anno 2011 (pagina 4) su Aphorism.it

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“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 novembre 2011 alle ore 15:32
    Uro il preistorico
    Come comincia: Nel museo preistorico c’era il grande esemplare di Uro, il  grande antenato dei bovini,  era un toro enorme dalle corna gigantesche,  ricostruito sulla base delle scoperte fossili che via via si erano seguite nei secoli. Uro aveva un aspetto sicuro, come di un grande progenitore che avesse coscienza del suo ruolo nella preistoria e se ne volesse vantare davanti al pubblico dei visitatori del museo.
    Per lo più il museo era visitato da gruppi di studenti, erano gli alunni delle scuole medie il numero maggiore dei visitatori, poi c’erano gli studiosi, sia gli  archeologi che gli storici, e Uro se ne stava fiero a mostrare tutto il suo fisico possente, la sua dentatura eccellente, la sua schiena forte, il suo zoccolo duro, la sua coda forte.
    Nonostante questa forza  gli studenti non avevano paura di Uro, si erano abituati alle ricostruzioni degli animali preistorici, il museo mostrava anche esemplari di dinosauri, di tartarughe giganti, di mammut. Uro non era certo  uno di cui preoccuparsi, che mettesse molta paura. E bisogna dire che la statua, se così possiamo chiamarlo, era un pochino annoiata da tanta indifferenza nei suoi confronti. E lo spirito di Uro, che stava ancora nella statua, sentiva una forte sofferenza. Si sentiva imprigionato in quella ricostruzione da museo e sentiva la mancanza di timore reverenziale nei suoi confronti. E ricordava quando era il padrone delle praterie, quando lanciava il suo grido di guerra terribile, quando insieme alla sua mandria percorrevano le vallate a passo di carica ed al suono dei loro zoccoli duri.
    Però tra gli studenti ce n’era uno che veniva spesso a guardarlo ed Uro si accorse dell’assiduità e sottilmente lo interrogò con lo sguardo e lo studente gli fece capire che era il suo gigante preistorico prediletto, che  insomma lo studente lo preferiva agli altri abitatori del museo, che lo guardava non solo con attenzione ma provava una qualche emozione segreta nel guardarlo. E Uro cominciò a compiacersi, e gli voleva mostrare la sua riconoscenza, ma purtroppo gli mancavano i modi, se non lo sguardo che sembrava fisso nel vuoto ma che lui usava per guardare dentro nei visitatori.
    Il giovane Arcibaldo, che così si chiamava il ragazzo, un giorno si presentò nel museo con un orsacchiotto di peluche e si rivolse ad Uro dicendo:” Ho pensato che ti farebbe piacere un po’ di compagnia, chissà la notte se hai paura da solo in questo museo, quando spengono tutte le luci….”
    Uro fu preso da una grande tenerezza al contatto dell’orsetto e i suoi occhi presero un colore più delicato, la sua espressione si raddolcì e guardò il ragazzo volendo manifestare tutta la sua gratitudine ed il suo piacere. Arcibaldo capì e gli disse che non era il caso di commuoversi, che il suo era solo un piccolo pensiero gentile, e poi si scusò e disse che doveva tornare a casa a fare i compiti.
    Quando passò il guardiano Uro nascose così bene l’orsetto che quello non si accorse di niente.
    La mattina dopo però Uro mostrava con fierezza il suo orsacchiotto e fu molto invidiato dagli altri inquilini del museo, che seppure inanimati, vivevano la loro vita di reperti come si addice a dei reperti, con grande compostezza , ma non per questo non parlavano tra di loro e non si scambiavano i loro chiacchiericci, e se no come avrebbero potuto sopportare la noia terribile del museo!?
    L’invidia si sa è una cosa brutta che spinge  talvolta a fare delle cose poco edificanti, e così avvenne nei giorni successivi che due dinosauri invidiosi cercavano di distrarre Uro con delle domande difficili, uno gli chiese da quanti millenni era scomparso, ed Uro non lo sapeva e cominciò a grattarsi la testa perplesso e mentre era occupato in tale attività uno dei due dinos tentò di fregargli l’orsetto, ma Uro se ne accorse in tempo e ingaggiò una lotta furibonda con il dinos, arrivò il guardiano ed il dinos si era già allontanato facendo finta di niente, il guardiano rimase perplesso, chissà chi faceva quei rumori, certo è impensabile che fossero questi reperti preistorici, e siccome era tornato il solito silenzio di tomba il guardiano pensò che forse aveva sognato, o forse aveva bevuto un goccetto di troppo, si ricordò che la sera prima si era fatto un grappino guardando la televisione e pensò guarda guarda che effetto  strano il grappino, si tranquillizzò e se ne tornò nel suo gabbiotto dove restava tutto il giorno a leggere i giornaletti di cui era un  fanatico.
    Uro era fiero del suo peluche e volle  adottarlo ufficialmente come suo discendente, pensò anche che gli avrebbe lasciato la sua eredità, il mammut cominciò a scuotere la testa in segno di disapprovazione, come si fa a pensare di lasciare la propria eredità ad un peluche,  i due dinos disapprovarono ufficialmente e dissero che la cosa non poteva essere lasciata passare, avrebbero consultato uno studio legale preistorico.
    Ma Uro si disinteressò delle critiche, ma per fare qualunque cosa bisognava  che il peluche avesse un nome e che fosse regolarmente iscritto all’anagrafe, forse già lo aveva fatto il ragazzo, pensò Uro, quando viene glielo chiederò.
    Il fatto è che Uro non riusciva a parlare con gli esseri viventi, con loro c’era il contatto del suo sguardo e basta,  quando erano presenti si ammutoliva come una mummia e non c’era verso, così era la natura delle cose, i reperti dovevano stare al loro posto, non si poteva pensare che rivolgessero addirittura la parola agli esseri viventi e figuriamoci ad un ragazzo, chissà come si sarebbe spaventato, tutta la storia sarebbe cambiata in un attimo per una inconsulta ed imprevedibile espressione di un reperto preistorico.
    E fu così che quando venne il ragazzo cominciò col congratularsi con Uro per come aveva trattato il peluche e Uro lo guardava con aria interrogativa, voleva chiedere se aveva un nome, Arcibaldo vide lo sguardo interrogativo e pensò che Uro gli voleva chiedere qualcosa e allora gli disse:” Senti, se vuoi sapere qualcosa e non riesci a dirmelo, allora io farò le domande e tu mi darai una risposta con lo sguardo”.
    Uro aveva capito ed assentì con lo sguardo. Ma Arcibaldo fu più preciso:”Ti farò delle domande cui dovrai rispondere o Si o No. Ma siccome tu  non parli la mia lingua, userai il tuo sguardo: se si allargherà, sarà sì, se si restringerà sarà no.” E  Uro allargò il suo sguardo per dargli la risposta positiva.
    Allora Arcibaldo gli chiese:”Vuoi sapere se beve ancora il latte o è stato già svezzato?”. Uro non ci aveva pensato, e certo voleva saperlo, perché se lo aveva adottato doveva pensare anche alla sua crescita e avrebbe se necessario dovuto procurargli del cibo. E fece capire allargando lo sguardo che voleva saperlo. Il piccolo peluche prendeva ancora il biberon. Allora Uro cominciò a chiedersi come avrebbe fatto a procurarsi del latte ma Arcibaldo gli disse subito che non doveva preoccuparsi, che gli avrebbe portato lui il biberon una volta al giorno.
    E così cominciò il fatto che Uro nutriva il peluche con il biberon, e il peluche cresceva, aumentava di peso, tanto che Uro si chiese se non era il caso di farlo controllare da un pediatra di peluches, per vedere se la dieta era giusta e lo sviluppo regolare. E Arcibaldo portò il pediatra di peluches, che era una bambina di nome Susanna, che aveva intrapreso questa professione e  la svolgeva con grande serietà ed era molto onesta, chiedeva compensi equi ed adeguati alle tariffe professionali. Susanna disse che gli sembrava un poco rachitico, il fatto però secondo lei non dipendeva dalla nutrizione ma dall’ambiente museale, il peluche aveva bisogno di sole, e si sa, nei musei non viene mai il sole, ci sono le lampadine che illuminano tutto.
    E così un grave problema si presentava per Uro. Come poteva fare per fargli prendere il sole, al suo piccolo peluche? E si arrovellava su questa domanda, e nessuno gli poteva dare un piccolo aiuto, finché un giorno prese il coraggio a quattro mani o a quattro zoccoli, non so come sia più giusto dire, e imboccò l’uscita del museo e se ne andò a spasso per il parco e salutava le mamme che fuggivano terrorizzate, e si sedette su una panchina che  però si ruppe in mille pezzi. E allora si sedette sul prato, ma arrivò la polizia in gran carriera, si era sparsa la voce e la città era paralizzata dal terrore, i poliziotti non sapevano come fare, avevano una fifa stramaledetta, quel reperto preistorico a spasso per il parco era una cosa incredibile ma vera e proprio a loro doveva capitare, non c’erano precedenti ed il comando non sapeva che cosa comandare e loro se ne stavano lì e lo tenevano accerchiato, pensando che qualcuno avrebbe procurato una immensa rete per catturarlo.
    E difatti fu costruito a tempo di record un grandissimo retino simile a quelli che si usano per prendere i pesci o per catturare le farfalle, solo che si dimostrò subito inadatto allo scopo, perché i poliziotti  tutti in fila lo tenevano per il manico e Uro li guardò con compatimento dette uno scrollone ed il retino fu in mille pezzi.
    I poliziotti chiedevano istruzioni al comando, l’ordine era di non sparare, ma quando Uro rivolse il suo sguardo dalla loro parte molti furono terrorizzati e cominciarono a sparare, solo che quei proiettili non facevano niente ad Uro,  che soffiava e li rimandava indietro al mittente cosicché i poliziotti furono messi in fuga dalle loro proprie pallottole.
    Alle cinque della sera, tranquillo Uro si avviò verso il museo. Il sole stava scendendo all’orizzonte e non scaldava più. Rientrò al museo, riprese maestosamente il suo posto e fu subito travolto dalle domande dei dinos e del mammut. Rispose tranquillamente.

  • 29 novembre 2011 alle ore 15:24
    La formica Tamara
    Come comincia: Arrivò la primavera nel grande bosco.
    Era tutto un rifiorire, ogni cespuglio tirava fuori le sue gemme, gli alberi si adornavano di collane di rampicanti, i pini producevano grandi quantità di resina che sgorgava dalle loro cortecce, e c’erano  gli uccelli che intonavano melodie ed anche  la cicala aveva cominciato a far sentire il suo canto.
    Erano finalmente riprese le rappresentazioni del grande teatro della natura dopo la pausa invernale.
    La formica Tamara doveva lavorare in allegria, in fila indiana, avanti e indietro a portare nel formicaio i tesori che trovava.
    Gli usignoli cinguettavano poemetti amorosi, i mosconi ronzavano sulle arie di grandi sinfonie, arrivavano le farfalle sfavillanti nei colori e nei disegni che battevano le ali e si posavano nei posti più impensati. Lo spettacolo aveva ormai avuto inizio in pieno, gli attori entravano in scena uno alla volta o in gruppi, la luce del sole li accompagnava nella coreografia.
    La formica Tamara  cercava di non distrarsi dal suo oscuro lavoro, doveva portare chicchi preziosi, se li caricava sul dorso e a volte le cadevano e allora con grande forza lei li sospingeva, per non perdere il posto nella fila di formiche lavoratrici. Eppure aveva un grande desiderio di fermarsi a guardare lo spettacolo, sentiva i canti, vedeva i colori sempre più vivaci ed accesi, sentiva anche i profumi forti ed inebrianti, ma non poteva interrompere il suo lavoro, e le dispiaceva.
    Chiese un piccolo permesso ma le fu negato, quando arriverà il momento potrai riposarti , ora è il tempo di lavorare sodo.
    E pensare che era da mesi che lavorava continuamente senza un attimo di interruzione.
    Avevano costruito un grande edificio, un magazzino enorme, ed ora stavano riempiendolo con le provviste, per poter affrontare serenamente la stagione fredda, in cui la pioggia e la neve avrebbero reso tutto più difficile.
    La formica Tamara stringeva i denti e spingeva il suo carico.
    Ogni giornata era preziosa, l’organizzazione del lavoro era meticolosa, e mentre sentiva che la natura si predisponeva alla stagione dell’amore e della fioritura sentiva anche che quello era il momento migliore per il lavoro del gruppo, nell’interesse comune di tutte le formiche.
    La formica Tamara però sentiva anche lei il richiamo della bella stagione. E voleva disperatamente interrompere quel lavoro così faticoso, voleva dare uno sguardo, voleva sentire anche lei le liete novelle che con lo spettacolo venivano portate.
    E si fermò. Cominciò a  lasciare il suo chicco e si guardò intorno. Fu subito ammonita dal caposquadra, non ci si poteva fermare, non si poteva intralciare la fila, fu invitata a riprendere immediatamente il suo posto, fu minacciata di severe sanzioni.
    Ma la formica Tamara desiderava solo una sosta, non è che non volesse più lavorare, voleva però anche gustare qualcosa, un suo piccolo momento, e si fermò a guardare lo spettacolo.
    E allora fu travolta dalla fila irruente delle altre formiche, cercò disperatamente di schivare i colpi, ma quelle procedevano senza guardare perché erano abituate a non trovare ostacoli e la schiacciarono con diversi chicchi.
    Malconcia, la formica Tamara quando fu passata l’intera fila cominciò a leccarsi le ferite e finalmente osservava lo spettacolo, ma era tutta indolenzita.
    E fu travolta dalla fila che tornava indietro a raccogliere altri chicchi.
    Se sapessi volare, mormorò tra sé, mi leverei da questa scomoda posizione in un attimo. E provò a volare, ma non le riusciva, era da diverso tempo che la maggior parte delle  formiche  aveva perduto le capacità di volo.
    Il caposquadra nel ripassarle vicino la ammonì sempre più severo, ma lei era talmente tramortita che non lo sentì quasi per niente, cosicché ad un certo punto venne una squadra di sorveglianti che la prese di peso e la trascinò via con la forza e la rinchiuse in una piccolissima celletta buia in fondo al formicaio, in attesa che si celebrasse il suo processo.
    Dopo un paio di giorni in cui fu lasciata digiuna la formica Tamara fu portata davanti alla Corte di giustizia.
    C’era il signor Giudice anziano, il giudice a latere ed il giudice relatore, era un collegio di tre giudici, tre formiche anziane che  avrebbero deciso il suo caso.
    C’era una formica in toga nera con un colletto bianco che era il Pubblico Ministero, cioè l’accusa pubblica.
    E venne chiamato a testimoniare il caposquadra, che dopo aver prestato giuramento disse che per ben due volte l’aveva invitata a riprendere il lavoro, ma invano, era stata disubbidiente. Tanto che era stato costretto a farla rinchiudere, anche perché non desse un cattivo esempio alle sue compagne.
    Il suo avvocato difensore, un difensore nominato d’ufficio, era una formica giovane, che le chiedeva continuamente informazioni, ma la formica Tamara era spaventata, non si sarebbe mai aspettata di incappare nelle severe maglie della giustizia, e rispondeva con pochi cenni, era scoraggiata, era smarrita.
    L’avvocato difensore invocò le sue difficoltà di salute, era piena di lividi, qualcuno doveva averla malmenata, invocò una valutazione clinica delle sue condizioni fisiche, e poi anche delle sue condizioni psichiche, perché le sembrava che la formica Tamara non fosse nel pieno delle sue capacità.
    Dopo le esposizioni dell’accusa e della difesa, dopo aver sentito i testimoni, che erano tutti dell’accusa, il collegio si ritirò per decidere.
    La formica Tamara aveva paura, la sua avvocatessa la incoraggiava ma si vedeva che non aveva un grande interesse per la vicenda, e così lei cominciò a tremare come una foglia.
    Finalmente i giudici rientrarono e lessero la sentenza.
    In nome del popolo del formicaio, considerati i fatti, valutate le testimonianze, considerate le eccezioni della difesa, i giudici stabilirono che la formica Tamara fosse lasciata senza cibo e senza compagnia fuori dal formicaio per un mese.
    La formica Tamara cominciò a disperarsi. Voleva strapparsi i capelli, ma purtroppo le formiche non hanno capelli e non le fu possibile. Voleva piangere, ma purtroppo le formiche non hanno l’apparato lacrimatorio, per cui non le fu possibile. Così espresse la sua disperazione con estrema compostezza, senza pianti ed isterismi di sorta e fu condotta a forza lontano dal formicaio, dove avrebbe trascorso il mese di esilio cui era stata condannata.
    La formica Tamara aveva finito appena di disperarsi quando incontrò il formico Romiro anche lui condannato all’esilio. Cominciarono a scambiarsi  le opinioni, Romiro aveva avuto una condanna più grave,  era stato accusato di cospirazione contro il lavoro e di incoraggiamento allo sciopero, Romiro le disse che si doveva lavare la faccia. Ed andarono ad una piccola fontanella per formiche dove Tamara si sciacquò. Poi Romiro le portò un chicco ed insieme si misero a mangiare. E arrivarono le altre formiche condannate, e c’era anche qualcuno che portava una fiaschetta di vino per cui Tamara si rifocillò.
    E si rese conto che c’erano molte formiche che avevano avuto il coraggio di ribellarsi, qualcuno addirittura aveva cercato una rivoluzione, il problema era il lavoro, la formica Tamara capì che il lavoro chiedeva delle pause che non venivano concesse e le formiche che si ribellavano venivano condannate all’esilio.
    Un formicone maschio anziano  si reggeva a malapena sulle sue zampe, erano ormai due anni che viveva nell’esilio e non poteva ritornare nella comunità del formicaio.  La formica Tamara voleva protestare per queste ingiustizie e pensò che si doveva rivolgere a qualche potente per perorare la sua causa, un lavoro più a misura delle formiche, non un lavoro senza sosta, un lavoro che consentisse anche alle formiche di gustare il grande spettacolo della natura e di parteciparvi.
    Alla sera veniva nel campo degli esuli un funzionario mandato dal Governo, veniva a controllare e però si fermava a parlare con le formiche e cercava di recuperarle alla dottrina del lavoro indefesso. Era un funzionario un pochino avanti negli anni che ripeteva spesso le stesse frasi usandole come slogan e cercava di inculcare le idee nelle formiche un poco ribelli.
    La formica Tamara pensò che quella fosse l’occasione per esprimere la sua opinione e cominciò ad interrompere il funzionario, che invece non gradiva di essere interrotto mentre recitava gli slogan. E fu così che la pena di Tamara venne subito raddoppiata per due volte con un decreto dello stesso funzionario, che ne aveva potere.
    Dopo un mese la formica Tamara si ammalò veramente di malinconia. Non riusciva a capire perché l’avessero condannata così severamente, ma soprattutto era avvilita e si sentiva umiliata. E cominciò a dimagrire e non voleva più mangiare tanto che furono costretti a ricoverarla nell’infermeria del campo. La formica Tamara passava le sue giornate in un lettino dell’infermeria e rifiutava ormai il cibo da settimane e cominciò anche a rifiutare l’acqua. Il personale medico e paramedico era impotente, nessuno riusciva a darle soccorso  e lei deperiva sempre di più , tanto che mandarono un fonogramma al comandante delle carceri chiedendo che le fosse concessa la grazia e che  tornasse libera.
    La formica Tamara fu rimessa in libertà una settimana prima della scadenza del terzo mese e riportata a lavorare. Ma siccome era molto deperita fu lasciata in disparte nel formicaio affinché si rimettesse.
    Finalmente si riprese  e fu riammessa al lavoro. E ricominciò a spingere i chicchi e sentiva la voglia di fermarsi ma si faceva forza e diceva che non poteva, l’avrebbero condannata un’altra volta e magari ad una pena più grave, considerando il fatto che era recidiva. E così la formica Tamara non chiese più di fermarsi per guardare lo spettacolo della natura.
    E finì l’estate, cominciò l’autunno, cadevano le foglie dagli alberi, continuava il lavoro senza soste delle formiche anche perché d’inverno ci sarebbero state soste forzate, per la pioggia e per la neve.
    Arrivò l’inverno, le formiche si rintanarono nel formicaio a consumare i viveri accumulati, la stagione delle piogge era iniziata, un grande torrente d’acqua percorreva il bosco grande ed era pericoloso per le formiche avventurarsi fuori dal formicaio, che era stato costruito  molto bene anche in grado di fronteggiare qualunque infiltrazione d’acqua.
    Allora la formica Tamara capì che nessuno le poteva impedire di guardare e si avventurò in mezzo alla bufera. Si costruì una zattera di aghi di pino e ci si mise sopra e coperta da una buccia di pinolo si mise alla ricerca del campo degli esuli che erano stati abbandonati da tutti ed anche dalle guardie che si erano rifugiate nel formicaio.
    Arrivò presto al campo degli esuli sospinta dalle acque. Il campo era ridotto ad un acquitrino. Dentro una piccola tana su di una corteccia di un albero stavano gli esuli che erano stati abbandonati da tutti senza cibo ed acqua.
    Allora la formica Tamara ritornò al formicaio, prese delle provviste e le portò agli esuli. Poi presa dall’entusiasmo ritornò al formicaio e volle fare un ulteriore rifornimento. Anche perché le formiche stavano riposando tutte ordinate nelle loro brande e nessuno le chiese che cosa stesse facendo.
    E lei si imbarcò di nuovo sulla zattera di aghi di pino. Che si erano appesantiti notevolmente e riempiti di acqua. E cominciò un altro viaggio. E non contenta ne fece un altro ancora. Ogni volta che arrivava gli esuli la festeggiavano con calore sempre crescente.  E promisero che se ne sarebbero ricordati sempre. Ma ad un certo punto un millepiedi si mise sotto la zattera di Tamara e cominciò a portarla via. E lei si infilò in un viaggio diverso in compagnia del millepiedi. E gli esuli da una parte e anche nel formicaio tutti i suoi amici la aspettarono a lungo. Ma il nuovo viaggio era cominciato con le nuove peripezie che fanno parte di un’altra storia. Però nel mondo così severo del lavoro delle formiche oggi viene concesso un momento di pausa, in omaggio alla formica Tamara.

  • 29 novembre 2011 alle ore 15:19
    La libertà
    Intro: La libertà può sfuggire, l'idea della libertà può confondersi, possiamo perdere la libertà che deve essere tutelata in ogni modo. Nel racconto si cerca di narrare di una perdita inaspettata della libertà.
    Come comincia: Ognuno di noi ha un’idea diversa della libertà.
    L’idea di Franco stava in un’immagine di donna bella, giovane, vestita di panno bianco leggero e comodo per lei, mentre attraversava un prato fiorito, libera di tirarsi su la veste e gioiosa, danzante : al punto quasi di volare. Libera nei suoi pensieri, nei suoi desideri, con lo sfondo senza limiti.
    Ma questa idea, questa immagine, non era sempre presente : a volte gli sfuggiva . E sentiva sempre più vivo il rischio di dimenticarla, di perdere un giorno quella sua bellezza.
    Fu così che decise di fermare la sua immagine su una tela.
    Cominciò a dipingere quasi per gioco,  ma via via l’immagine che era nella sua mente acquisiva forma ed egli si rese conto, dopo molti giorni passati a cercarla, che era giunto alla sua meta ; la sua raffigurazione della libertà era ormai passata sulla tela. Era finalmente riuscito a dare concretezza alla propria idea. E gli sembrava che finalmente non poteva più sfuggirgli.
    Dopo tanti giorni di accanito lavoro, Franco si concesse una pausa meritata; ed uscì. Era tranquillo, ormai sicuro che le sue paure non avevano più un senso.
    Girò tranquillamente per la città, fece uno spuntino ed andò a visitare la Galleria, per vedere se c’erano novità.
    Ed eccola lì, improvvisamente gli apparve.
    Nel suo splendore, accanto ad altre due tele raffiguranti paesaggi campestri, la sua Libertà . Se ne stava tranquillamente appoggiata  alla parete della Galleria, e faceva la sua bella figura, tra quei paesaggi. E poi, si era lasciata tranquillamente inserire in una cornice. Una cornice dorata, che faceva la sua bella figura, ma certo le restringeva i suoi spazi.
    C’era una coppia di giovani che stavano fermi ad ammirarla.
    - Dev’essere di un pittore nuovo, è nuovo lo stile - disse lui.
    - E’ molto bella - fece lei - sembra quasi che voglia uscire dalla cornice!-
    Franco aveva la sensazione che gli avessero carpito la sua Libertà.
    Non riusciva a capacitarsi come mai la sua tela, o almeno così gli sembrava, si trovasse lì. Pensò ad un furto e che avrebbe denunciato il tutto alla polizia. Ma gli sembrava impossibile, in così poco tempo. E pensò anche alla straordinaria coincidenza che qualcun altro, nello stesso tempo, avesse avuto la sua stessa idea, e che lui avesse ritrovato la sua immagine, tale e quale, nella Galleria, incorniciata.
    Ma se quella non era la sua Libertà, allora doveva ritrovarla a casa. E tutto si sarebbe spiegato.
    Rientrò in fretta a casa. Aprì la porta  con estrema cautela, perché non sapeva che cosa avrebbe trovato.
    La tela era al suo posto, dove l’aveva lasciata, anzi era spostata di pochi centimetri verso la finestra ; ma era bianca, assolutamente vuota e come se mai fosse stata sfiorata dal colore. Franco allora chiamò la polizia.
    ° ° ° ° °
    Il Commissario lo ascoltò con discrezione. Non lo interruppe e sembrava disinteressato. Franco descrisse tutti i particolari di ciò che aveva vissuto, con estremo calore. Alla fine il Commissario gli chiese :
    “E così, lei è convinto che gliel’hanno rubata, la sua Libertà?”
    “Sospetto fortemente di sì, signor Commissario, - fece Franco- anche se non capisco come abbiano fatto. Nessuno sapeva della sua esistenza e non riesco nemmeno a pensare a chi possa averlo immaginato”
    “E’ sicuro di non averne parlato con nessuno?” gli chiese il Commissario.
    “Con nessuno, glielo giuro su quanto ho di più caro!” fece Franco scaldandosi.
    “E allora vuol dire che la sua Libertà ha preso il volo da sola” fece il Commissario.
    “E da sola si è messa nella cornice, naturalmente” gli rimbeccò Franco, ironico.
    “E certamente, ma lei pare proprio non lo voglia capire” gli fece il Commissario spazientito e innervosito dall’ironia.
    Franco non lo capì. E tutta la vicenda divenne incomprensibile per lui quando gli fu contestato di aver simulato tutta la storia e di essersi preso gioco di un Commissario di polizia. E fu processato per direttissima, condannato severamente e rinchiuso.
    ° ° ° ° °
    Nella prigione, Franco rifletteva su quanto gli era accaduto.
    “Certo, mancava la cornice, alla fine è questo quello che posso aver capito”
    Ma, ripensandoci, si diceva che lui mai e poi mai l’avrebbe rinchiusa dentro una cornice, la sua Libertà.
    Tuttavia nei lunghi giorni di riflessione che forzatamente gli toccarono, giunse alla conclusione che la cornice, anche se restrittiva, era necessaria; altrimenti l’immagine sfuggiva via, come aveva fatto.
    Ma una notte Franco la sognò. Era bellissima. E lo sfondo su cui si appoggiava era sfumato.
    Al risveglio fu ripreso dalle sue paure ; dalla paura che l’immagine gli sfuggisse.
    E allora chiese di poter dipingere in carcere. Chiese colori, pennelli, la tela ed anche una cornice. Molto rigida.

  • 28 novembre 2011 alle ore 20:57
    Il portico
    Come comincia:                                                                                                                  

    Il portico, era esposto ad ovest.
    La balconata, costruita con assi squadrate disposte verticalmente, era completata da un corrimano arrotondato, con la vernice un po' screpolata.
    Tutto in legno, piuttosto rustico, come la casa.
    Dipinta di bianco molti anni prima, lasciava trasparire qualche segno di incuria.
    Sembrava poggiata delicatamente su quell' altura, da dove si poteva apprezzare la maestosità della natura  intorno.
    L' ampia vallata  ricca di prati e fiori in primavera , intervallati da macchie alberate,
    faceva  spaziare lo sguardo.
    Oltre la valle, montagne dalle vette aguzze innevate per molti mesi all' anno , davano un effetto selvaggio al panorama.
    Non era raro avvistare rapaci intenti nella caccia, che si producevano in picchiate velocissime e spettacolari.
    Un posto strategico, per godersi il tramonto.
    é quello che faceva Jack quasi ogni sera, quando di ritorno dal suo lavoro poteva finalmente rilassarsi.
    Grandi baffi e un' espressione bonaria, non molto alto di statura; zoppicava leggermente per un incidente occorso in gioventù, durante una partita di football.
    Jack, era il veterinario del piccolo centro che distava circa tre miglia  dalla sua casa.
    Un paesino come tanti, della provincia americana : una strada principale  molto larga, ricca di negozi, diversi locali e più o meno, tutto quello che può servire .
    Il suo Studio era situato in una strada secondaria, ma molto vicina ala "main street".
    Ovviamente lo conoscevano tutti e, con tutti quelli che incontrava ogni giorno, scambiava quattro chiacchiere.
    Questo lo  aiutava a non sentirsi solo;  era vedovo, ormai da più di cinque anni e nonostante si sentisse ancora in gamba, non aveva mai considerato seriamente l' idea di risposarsi.
    Troppo legato ai ricordi, e troppo impegnato nel suo lavoro.
    Quanti animali  aveva salvato con le sue cure:  non si arrendeva mai.
    Se c' era una seppur minima possibilità di riuscire nel suo intento, lui non mollava!
    A volte, rimaneva nell' ambulatorio veterinario fino a notte, se il caso lo imponeva.
    La moglie  lo aveva assistito nel suo lavoro, fino a poco prima di morire.
    Poi aveva dovuto arrendersi al tumore, che se l' era portata  via, in poco tempo.
    Nel periodo che seguì, Jack si era arroccato nella sua casa, incapace di farsene una ragione : aveva vissuto oltre trent' anni con quella donna e adesso, niente sembrava avere più un senso.
    Ogni oggetto, ogni spazio, era fonte di ricordi che si trasformavano in gocce di dolore;  e allo stesso tempo cementavano ancora di più, la  sua sensazione di appartenenza a quella casa.
    Ogni giorno  il tramonto lo trovava sul portico, seduto sulla sua poltroncina, con un sigaro in mano.
    Quello, era il momento dei pensieri più dolci, in cui  a volte,  si sentiva trasportato verso la valle, come se una forza  potesse sollevarlo dal suo stato di tristezza, riconciliandolo per un momento con la vita.
    Rimaneva a pensare per ore, in compagnia di qualche birra, osservando il cielo che diventava scuro.
    D' estate al calare della sera, capitava che le lucciole facessero la  loro apparizione.
    Come tanti piccoli lumini volanti, danzavano al ritmo della natura.
    Gli piaceva pensare  che portassero notizie, messaggi di saluto.
    Qualche volta  Jack, si assopiva sul portico e, al suo risveglio, le stelle erano già accese!

    Si dice che il tempo ricuce le ferite.
    Forse fu così ,che Jack riprese la sua occupazione ; ancora con più impegno e dedizione.
    Poi,tornava a casa e poteva gustarsi il suo momento.
    Erano passati circa sei anni dalla scomparsa della moglie e ogni giorno, lui trovava un pensiero da dedicarle.
    Anche quel pomeriggio, al tramonto, arrivò a casa.
    Salì i tre gradini  che lo separavano dal pavimento di assi scricchiolanti del portico, entrò in cucina e prese una birra dal frigo.
    Uscì di nuovo, sedendosi di fronte alle montagne.
    C' era un' aria strana, che sapeva di fatica…
    Un vento leggero trasportava il suono delle cicale e asciugava alcune gocce di sudore sulla sua fronte.
    Due  cavalli bradi,  nella valle  brucavano  tranquilli.
    L' ultimo sole scendeva, lento.
    Non so, per quale frase ebbe il tempo  ma…lo trovarono lì,  con un sorriso spento, il sigaro ancora in mano,  seduto sul suo portico,  nella luce del mattino…

                                                                                                                       

  • 28 novembre 2011 alle ore 20:42
    La resa dei conti
    Come comincia:      

    Procedeva al passo, con lo sguardo rivolto verso il terreno; alla ricerca delle orme da seguire, i segni che lo avrebbero portato sempre più vicino all'uomo che stava cercando. Mike cavalcava lungo il sentiero arido, il calore lo faceva sudare e ogni tanto una smorfia di dolore gli trasformava i tratti del viso: da qualche anno soffriva di una forte lombosciatalgia e a volte andare a cavallo risultava difficile. Aveva vissuto all'aria aperta, dormendo spesso nei bivacchi intorno al fuoco,a contatto con la natura ed esposto ai suoi capricci. Era il tempo in cui  andava in cerca di fuorilegge che avevano una taglia addosso. Era stato molto in gamba, difficilmente qualcuno era riuscito a sfuggirgli.  Aveva una capacità di osservazione notevolissima,  carattere fermo e un' ottima mira. In gioventù aveva avuto un fisico atletico, il viso dai tratti decisi con occhi attenti e profondi.
    Portava folti baffi che gli conferivano un'espressione dura e un revolver Smith & Wesson Schofield in bella vista, dentro una fondina in cuoio modellata per l'estrazione rapida. Aveva inoltre l'abitudine di nascondere una piccola pistola a due colpi con le guance dell'impugnatura in madreperla. La teneva dentro un taschino per tutte le evenienze. Aveva tante avventure da ricordare, momenti in cui la vita si gioca in un attimo e i riflessi sono importanti quanto una buona dose di fortuna! Ma era stato molto tempo prima e lui aveva creduto che non si sarebbe più trovato in una situazione simile. Ormai aveva più  di sessant'anni. Era  appesantito, più lento, non si sentiva l'uomo di una volta: non avrebbe più cercato nessuno per soldi, per riscuotere una taglia.  Si era ritirato nella sua casa in Arizona e là avrebbe voluto finire i suoi giorni. In pace!
    La notizia era arrivata per caso: si era sparsa velocemente la voce che un giovane era stato assassinato da un giocatore d'azzardo, probabilmente scoperto a barare. Il giocatore  lo aveva pugnalato a morte a sangue freddo e poi era scappato.Il fatto era avvenuto in una cittadina vicina, dove abitava sua sorella. Non gli ci volle molto per scoprire che il giovane ucciso era suo nipote Peter, un ragazzo di ventitré anni.
    Mike, stravolto raggiunse la sorella appena in tempo per il funerale: una cerimonia semplice e poi il trasporto nel vicino cimitero.La donna non aveva più lacrime, si era chiusa nel suo dolore. Lo seppellirono accanto al padre che era morto di polmonite due anni prima.
    L'ufficio dello sceriffo era un bugigattolo sporco e in disordine. Mike entrò mentre l'uomo di legge era impegnato nell'estrazione di qualcosa in fondo ad una narice. Subito dopo le prime parole, si rese conto che si trattava di un burocrate: disse di essere appena tornato in città da una missione, poi parlò di autorizzazioni, tempi tecnici circa la possibilità di organizzare una squadra per inseguire l'omicida e infine tentò di  rassicurarlo. Mike lo guardò fisso ancora per un istante, gli voltò le spalle e uscì. Sentì riaffiorare vecchie sensazioni: venivano a galla come putridi fantasmi. Sentì le tempie pulsare, il battito cardiaco accelerato gli accorciava il fiato."Calma" disse a se stesso, "Devi restare calmo".  Adesso Mike aveva bisogno di informazioni: si recò nelle scuderie e riuscì a farsi indicare il box dove il cavallo del giocatore era rimasto durante la sua permanenza. Notò le caratteristiche delle impronte dei ferri, si informò sul cavallo e sulla stazza dell'uomo. Entrò nel  saloon dove si era svolta la partita: non era ancora mezzogiorno e il locale sembrava addormentato. C'era silenzio e un vecchio già sbronzo stava su una sedia, semi svenuto,  con la testa penzoloni. Il barista dietro il banco lo osservò avvicinarsi e si illuminò in viso quando Mike fece scivolare nella sua mano diversi dollari in cambio di quello che voleva sapere: l'uomo che aveva ucciso suo nipote era di carnagione chiara, altezza media, corporatura robusta, sui quarant'anni ed era scappato subito dopo il delitto, verso sud.Raccolse le idee mentre finiva un whisky; andò a casa della sorella, riempì le bisacce con delle provviste e dopo averla abbracciata partì.
    "Non andrai lontano maledetto figlio di puttana…ti prenderò…conosco questa zona come le mie tasche…e riconoscerei le tue orme tra mille". Mentre parlava tra sè e sè, teneva una mano sui lombi doloranti cercando di accompagnare il più possibile i movimenti del cavallo. Doveva accelerare il passo se voleva accorciare le distanze. L'uomo stava certamente dirigendosi verso il Messico e Mike, che aveva sfruttato delle scorciatoie, era già sulle sue tracce. Ad un tratto, un movimento su una rupe alla sua destra lo fece trasalire: istintivamente portò di scatto la mano sull'impugnatura della pistola.  Era un puma che lo osservava dall'alto. Sapeva che i puma raramente attaccano l'uomo, ma preferì non perderlo d'occhio finchè non si fu allontanato. Bevve un sorso d'acqua dalla borraccia continuando a osservare le tracce. Stava per fare buio e decise di accamparsi per la notte: i suoi occhi facevano fatica già all'imbrunire. Era quasi sicuro di raggiungerlo l' indomani. Accese un piccolo fuoco, mangiò qualcosa e si avvolse in una coperta con gli occhi verso il cielo. Ripensò a quante volte aveva vissuto situazioni come quella: l'inseguimento,una vera caccia. Poi una volta trovato il ricercato, gli dava la possibilità di arrendersi; ma molto spesso quello provava a reagire e allora doveva sparargli e caricarlo di traverso sul cavallo per andare a riscuotere la taglia. Gli vennero dei conati di vomito: sputò più volte girandosi da una parte. Per Dio… questa volta era diverso: quel bastardo aveva assassinato suo nipote! Sì…certo…ma a cosa sarebbe servito ucciderlo? Niente gli avrebbe ridato indietro quel giovane. Improvvisamente si sentì vecchio! Dannazione… cosa stava pensando? Lui era così, non aveva mai avuto scrupoli e quel maledetto doveva pagare, se la meritava una palla in fronte. Anzi avrebbe cominciato sparandogli ad una spalla e poi lo avrebbe colpito alle gambe, lasciandolo soffrire, per ucciderlo lentamente, dandogli il tempo di rendersi conto. Avrebbe letto il terrore nei suoi occhi e alla fine avrebbe tirato il grilletto per il colpo mortale!  "Sì…sì" pensò, ma le sue mani tremavano e gli occhi gonfi di lacrime non distinguevano più le stelle. Si coprì un po' di più e con il revolver vicino alla mano destra provò a dormire.
    Alle prime luci Mike era già in piedi: i colori del deserto lo affascinavano. Il territorio selvaggio e sconfinato faceva sentire piccoli e liberi allo stesso tempo. Si rimise in cammino seguendo le tracce. Era attento e aveva notato che le orme erano fresche: ormai doveva essere vicino. Aveva controllato che le armi fossero in ordine e cariche, tra poco sarebbe arrivato il momento della resa dei conti. Controllava la tensione,ma il suo cuore batteva veloce. Stava costeggiando una  formazione rocciosa e il sentiero faceva una curva. Avvertì il rumore di pietre che rotolavano: smontò da cavallo e lo legò ad un masso. Prese con sè la carabina e avanzò con cautela oltre la curva. Quello che vide lo lasciò stupito: poco distante c'era l'assassino di suo nipote a terra,  con un piede ancora dentro una staffa;  il suo cavallo continuava a muovere qualche passo, trascinandolo. L'uomo aveva la bava alla bocca e, avvicinandosi, Mike notò uno strappo sui pantaloni all'altezza della coscia destra. C'era un taglio a forma  di croce fatto  con un coltello e facendo attenzione, si notavano evidenti i segni del morso di un serpente. Era stato sorpreso, forse da un crotalo, e nel tentativo di raggiungere un centro abitato era rimontato in sella, ma poco dopo, sopraffatto dall'effetto del veleno era crollato.
    "La mia Schofield non avrebbe potuto fare di meglio" riflettè Mike, mentre liberava il cavallo dall'uomo e dalla sella." Vai" urlò, dandogli una pacca sul posteriore. L' animale partì al galoppo allontanandosi. L'uomo non respirava più, era rimasto con gli occhi sgranati. Mike cercò il coltello, che l'assassino nascondeva dentro uno stivale. Lo osservò rigirandolo tra le mani: gli sembrò di percepire il lacerarsi delle membra del nipote. Infilò la lama in una fenditura della roccia, fece leva e la spezzò. Appeso alla sella del giocatore, un fucile Henry. Non era il caso di lasciarlo lì.Prima di rimontare in sella Mike diede un'ultima occhiata al cadavere: la sua carcassa da lì a poco sarebbe stata divorata dagli sciacalli. "Non mancherà a nessuno" pensò. Riprese la strada di ritorno procedendo al passo, guardando avanti e ripensando a suo nipote. "I conti stanno a zero" si disse, anche se non era stato lui l'artefice della fine di quell'uomo. Anzi stranamente una parte di sè si sentiva sollevata per non aver dovuto sparare. Nella sua vita non aveva quasi mai avuto dubbi, ma da qualche tempo aveva cominciato a riflettere. La violenza aveva portato sempre altra violenza e alla fine i conti non erano mai a" zero". Si meravigliava, quando si ritrovava a pensare: era sempre stato un uomo di azione, istintivo anche se razionale. Forse stava solo invecchiando, era stanco, si sentiva meno sicuro delle sue idee. Spronò il cavallo con un leggero tocco degli speroni sui fianchi: forse cominciava a vederci chiaro! La schiena gli dava fitte dolorose, sognava di arrivare al più presto nella sua casa, nel suo letto.
    Si sentì avvolgere dalla natura circostante: l'orizzonte trasportava i suoi pensieri.

             

  • 28 novembre 2011 alle ore 14:37
    Preliminari di nozze
    Intro: E' il primo paragrafo della storia della vita di una principessa di Francia, Cristina di Borbone, figlia di Maria de' Medici e di Enrico IV, che divenne Duchessa di Savoia e Prima Madama Reale sposando Vittorio Amedeo I nel 1619. Un grande affresco della storia e degli eventi politici del XVII secolo
    Come comincia: Agli inizi di ottobre dell’anno 1618, un’ambasceria sabauda partì da Torino alla volta di Parigi incaricata della delicata missione di negoziare e concludere il matrimonio tra il principe di Piemonte Vittorio Amedeo e Cristina di Borbone, terzogenita del defunto re di Francia Enrico IV e di Maria de’ Medici.
    Il duca di Savoia Carlo Emanuele I, padre di Vittorio Amedeo, aveva scelto per quel compito così impegnativo alcune tra le personalità politiche e religiose più in vista dello Stato: suo figlio il cardinale Maurizio, il presidente del Senato di Savoia Antonio Favre, il conte di Verrua Filiberto Scaglia, Ottavio Viale vescovo di Saluzzo e Francesco di Sales vescovo di Annecy (santificato poi nel 1665), il quale con la finezza psicologica che lo contraddistingueva aveva ben compreso quali rischi quell’unione comportasse, nonostante che fosse auspicabile per la sua importanza politica. E, una volta giunto in Francia, non mancherà di raccomandare cautela e ponderazione nel concedere in moglie una giovanetta vivace e inesperta quale era Cristina ad un uomo di trent’anni dal carattere riservato e dalle abitudini austere.
    Nell’ultima parte del viaggio verso Parigi, i diplomatici noleggiarono alcune barche per raggiungere Orléans navigando sulla Loira. Lungo il percorso, nel paesaggio splendido della campagna francese in un tiepido autunno, i gentiluomini trovarono un’accoglienza degna del loro rango. Dopo Bourg la Reine, dove per il loro arrivo fu preparato un ricco banchetto offerto dai notabili del luogo, si incontrarono con i rappresentanti del re di Francia Luigi XIII, fratello della principessa Cristina, alla testa di un corteo di nobili a cavallo e di carrozze addobbate con sfarzo. Così scortati, gli inviati del duca di Savoia raggiunsero la capitale.
    Il cardinale Maurizio di Savoia, il quale era alla sua prima missione diplomatica, rilevò con soddisfazione la favorevole accoglienza riservatagli a corte; durante tutta la sua permanenza a Parigi mantenne con il padre Carlo Emanuele I una fitta corrispondenza per tenerlo costantemente aggiornato sugli avvenimenti e soprattutto su quel delicato momento di intesa con la Casa regnante di Francia che avrebbe potuto portare a scelte politiche e militari decisive.
    Il giovane prelato era prestante, di bell’aspetto, brillante conversatore e non tardò a suscitare l’ammirazione dei parigini; naturalmente propenso verso il gentil sesso, seppe apprezzare non solo gli agi della corte francese, ma anche lo spirito e l’eleganza delle dame.
    Per gli illustri ospiti sabaudi era stato approntato un lussuoso palazzo in rue de Tournon, un tempo dimora di Concino Concini. Costui, un avventuriero scaltro e senza scrupoli, era giunto da Firenze nel 1600 al seguito della sposa di Enrico IV, Maria de’ Medici, di cui sua moglie Leonora Galigai era sorella di latte e grande amica. Grazie all’ascendente di Leonora sulla regina, i due avevano ottenuto in poco tempo enormi favori: dopo la morte di Enrico IV, Concini era stato nominato marchese d’Ancre e aveva comprato il governatorato di Péronne, Roye e Montdidier, e la carica di primo gentiluomo del re. In seguito era divenuto membro del Consiglio di Stato, governatore di Amiens e Maresciallo di Francia, ma la sua rapida ascesa al potere aveva suscitato rancori e invidie tali da portarlo alla completa rovina. Determinante era stato soprattutto l’atteggiamento irrispettoso che lui e sua moglie erano soliti assumere nei confronti del giovane Luigi XIII il quale, irritato e maldisposto, aveva finito per dare credito ad un’accusa di alto tradimento contro di loro contenuta in una lettera anonima, e nel 1617 aveva tacitamente acconsentito che si procedesse alla eliminazione dei due. Era seguita una fase di “epurazione” che aveva avuto gravi conseguenze sulla posizione della regina madre, costretta all’esilio nel castello di Blois e su quella di Armand Du Plessis de Richelieu, allora vescovo di Luçon, che essendo stato per lungo tempo appoggiato da Concini era stato rimosso dalla carica di segretario di Stato.
    Armand Du Plessis, marchese di Chillou, non aveva intrapreso la carriera ecclesiastica per vocazione, ma per sostituire suo fratello Alphonse che aveva preferito diventare monaco certosino. Nonostante aspirasse alla gloria militare, il giovane aveva studiato teologia con grande impegno e, non avendo ancora raggiunto l’età prescritta per la dignità episcopale, aveva presentato un atto di battesimo falso. Aveva rivelato l’inganno al Papa Paolo V solo dopo la consacrazione, ma costui lo aveva perdonato in considerazione dei suoi meriti personali e Armand era partito per la sede che gli era stata assegnata, quella di Luçon, in Vandea, la più povera di Francia.
    Per cancellare qualsiasi traccia della presenza dei Concini, il palazzo di rue de Tournon era stato interamente restaurato: il cardinale Maurizio, al suo arrivo, trovò la grande sala da ricevimento e le due camere attigue tappezzate in seta di Fiandra ricamata, su cui erano raffigurate scene ispirate alla leggenda di Psiche e la camera da letto dominata da un imponente baldacchino in velluto rosso e oro.
    Dopo l’incontro solenne con Luigi XIII al Louvre e la visita alla regina, l’ammiratissima Anna d’Austria, che il sovrano aveva sposato senza amore per volontà di sua madre Maria de’ Medici, Maurizio di Savoia poté finalmente conoscere Cristina di Borbone. Introdotto nel salotto privato della principessa, fu presentato a lei ed a sua sorella Enrichetta. Nessuna donna gli era sembrata mai così bella: l’ovale perfetto del viso, gli occhi di un azzurro intenso, il sorriso luminoso, la persona aggraziata, tutto contribuiva a darle un incantevole fascino che lo conquistò. Cristina, vestita di rosa e adorna di diamanti, si intrattenne con lui con grande affabilità e semplicità, spinta da un’istintiva simpatia per quel diplomatico che le ispirava  fiducia e la faceva sentire meglio disposta verso la prospettiva di un matrimonio che, ai suoi occhi di giovanetta appena tredicenne, non appariva importante e prestigioso quanto lo era stato quello di sua sorella Elisabetta con il principe delle Asturie.
    Più tardi, scrivendo a Carlo Emanuele I, il cardinale Maurizio fu prodigo di particolari rassicuranti: le sue parole furono un balsamo per il duca, la cui opera politica era stata votata da sempre alla ricerca del consolidamento di relazioni politiche che mantenessero alto il prestigio della sua casata e che al contempo salvaguardassero lo Stato sabaudo dagli incombenti attacchi delle altre potenze, prime tra tutte la Francia e la Spagna, mosse da una inesauribile sete di predominio. Il duca di Savoia, dopo aver ottenuto la nomina a cardinale del figlio Maurizio, successo questo di notevole portata dato che le famiglie regnanti del tempo erano per tradizione rappresentate nel Sacro Collegio, aveva concordato il matrimonio di Vittorio Amedeo con la principessa Elisabetta,  prima figlia di Enrico IV. Il 28 dicembre 1609 erano stati ratificati i capitoli di quel matrimonio e nel gennaio del 1610 erano state stabilite le convenzioni di un’alleanza franco-sabauda, inserite poi nel trattato di Bruzolo del 25 aprile: in esso si prevedeva l’appoggio sabaudo alla Francia contro l’Impero e la Spagna, nonché l’acquisizione da parte di Carlo Emanuele I del Ducato di Milano e del titolo regio e la cessione della Savoia alla Francia. Carlo Emanuele aveva deciso di imparentarsi con Enrico IV non solo perché gli era ormai chiara la scarsa attendibilità delle promesse spagnole e in particolare di quelle fatte da suo cognato Filippo III in occasione del viaggio e della permanenza di tre dei suoi figli a Madrid, ma anche perché, come Enrico IV vagheggiava una lega di Stati europei per frenare la potenza degli Asburgo, così egli pensava a una coalizione di Stati italiani.
    In un’Europa ancora tormentata dagli ultimi fuochi delle guerre di religione, Francia e Spagna, in un duro gioco di rivalità e di alleanze, si fronteggiavano, si scontravano, travolgendo oppure attirando nella propria orbita gli Stati minori. In Francia, Enrico IV aveva tentato di migliorare le condizioni del Paese, compromesse da anni di guerre civili e al contempo di rafforzare il potere della monarchia. Inoltre, sempre nell’intento di ostacolare gli Asburgo, aveva cercato alleanze sia tra gli Stati italiani che in Germania, appoggiando i principi protestanti. La Spagna, dal canto suo, tesa a realizzare il sogno di una monarchia cattolica, assoluta e universale, sotto la guida di Filippo III si trovava ad affrontare enormi difficoltà economiche causate dall’eccessivo sviluppo della burocrazia centrale e dagli sperperi della corte, dove proliferavano ministri e favoriti corrotti e incapaci.
    Ma nello stesso anno in cui era stato firmato il trattato di Bruzolo, ossia nel 1610, Enrico IV moriva sotto i colpi di pugnale di Jean-François Ravaillac, nell’ultimo di una serie di attentati alla sua vita. Quello precedente era avvenuto circa cinque mesi prima, il 19 dicembre 1609: il sovrano e il suo seguito, al ritorno da una battuta di caccia, avrebbero dovuto passare sul Pont-Neuf, ma poiché i lavori di costruzione del ponte non erano ancora ultimati, l’attraversamento della Senna era avvenuto su un sistema di impalcature alquanto traballanti che avevano dato il destro per l’aggressione da parte di un fanatico di nome Jacques des Isles. Costui era riuscito ad afferrare il re per farlo cadere in acqua, ma era stato immediatamente immobilizzato ed Enrico IV, mostrando in quell’occasione grande generosità, si era limitato ad ordinarne l’arresto senza altre punizioni.
    La fortuna che  aveva sempre assistito il re di Francia in tante imprese lo abbandonò il 14 maggio 1610. I presagi di morte lo affliggevano, per la verità, già da tempo; uno dei tanti indovini cui era di moda rivolgersi gli aveva predetto che sarebbe morto durante un viaggio in carrozza, in occasione della consacrazione della regina. Proprio in quei primi giorni di maggio il re si apprestava a partire per i Paesi Bassi con un poderoso esercito di 283.000 uomini per appoggiare le pretese dei principi protestanti in relazione alla successione ai ducati di Clève, Berg e Jülich, che dominavano la Westfalia e il Reno inferiore e che l’imperatore Rodolfo II,  partigiano della Controriforma ed amico dei Gesuiti, aveva voluto mettere sotto sequestro. L’esercito del re di Francia avrebbe dovuto invadere i Paesi Bassi e attraversare poi le frontiere dell’Impero per raggiungere le milizie dei principi alleati.
    Tuttavia Enrico IV aveva intrapreso quell’imponente operazione militare anche per motivi strettamente personali: voleva riprendersi la principessa Charlotte de Montmorency, una delle sue ultime amanti, figlia del connestabile, capo della più potente famiglia di Francia. Il sovrano l’aveva conosciuta a Parigi e se ne era invaghito a tal punto da volerla in esclusiva. Così l’aveva data in moglie a un suo nipote, il ventunenne Enrico II di Borbone, principe di Condé, notoriamente poco sensibile al fascino femminile, imponendogli un matrimonio “bianco”; ma non aveva pensato a tutto perché a un certo momento Condé, seccato dalla piega che stavano prendendo gli eventi, aveva deciso di portare a Bruxelles la giovanissima moglie e di metterla sotto la protezione dell’arciduca Alberto per sottrarla alle attenzioni del sovrano.
    Maria de’ Medici, al corrente dell’intrigo sentimentale che stava alla base di una così impegnativa spedizione guerresca, aveva messo sull’avviso il nunzio apostolico, ma Enrico IV non aveva mutato intendimento neppure di fronte ad una minaccia di scomunica. Nella notte tra il 13 e il 14 maggio, dopo la cerimonia di consacrazione a reggente di Maria de’ Medici, Enrico IV aveva voluto raggiungere in carrozza  il suo alloggio all’Arsenale, un imponente edificio che lui stesso aveva fatto costruire per custodirvi la polvere per i cannoni. Improvvisamente la vettura aveva dovuto fermarsi, bloccata da alcuni carri messi di traverso nella strada e l’assassino Ravaillac, avvicinatosi  indisturbato alla carrozza, aveva colpito a morte il re, senza che nessuno dei quattro gentiluomini presenti, tra cui il duca di Épernon e il duca de La Force, potessero far nulla per impedirlo.
    Con Maria de’ Medici al potere, le speranze di Carlo Emanuele I di vedere attuati i patti di Bruzolo si erano dissolte: la regina madre infatti, influenzata dalla fronda filospagnola che si era consolidata dopo la morte di Enrico IV, e dalle intenzioni della corte di Madrid comunicatele  dal ministro Feria, aveva dato inizio in gran segreto alle trattative con Filippo III di Spagna per concludere un’alleanza offensivo-difensiva cui avrebbe potuto infondere grande energia un matrimonio, magari due: quello di Elisabetta con il principe delle Asturie, il futuro Filippo IV, e quello di Luigi con l’Infanta Anna d’Austria. Gli accordi prematrimoniali erano stati conclusi nella massima riservatezza e Carlo Emanuele I era stato informato della disdetta unilaterale della promessa di matrimonio soltanto nell’autunno del 1611, quando Maria de’ Medici aveva mandato appositamente a Susa il maresciallo di Lesdiguières e il duca di  Bouillon.
    Nonostante il grave affronto subìto, dopo molte esitazioni il duca di Savoia si era deciso a chiedere in moglie per Vittorio Amedeo un’altra sorella di Luigi XIII, la principessa Cristina. Queste nozze significavano per lui la fine dell’isolamento politico e la possibilità di realizzare il suo obiettivo di espansione nella pianura padana, con il sostegno di una grande nazione.
    Il 13 novembre 1618 il cardinale Maurizio formulò dinanzi al re di Francia la solenne richiesta di matrimonio e l’11 gennaio 1619 furono sottoscritti al Louvre i capitoli matrimoniali: la sposa portava in dote 400.000 scudi ma lo sposo doveva rinunciare a qualsiasi diritto su eventuali ulteriori somme o proprietà provenienti a Cristina da eredità materne o paterne.
    Mancava soltanto la firma di Maria de’ Medici sul contratto di matrimonio. La madre del re era confinata nel castello di Blois e il documento le fu portato da un ufficiale delle guardie svizzere, il colonnello Ornano. Il disappunto di Maria nell’eseguire le indiscutibili disposizioni di suo figlio, fu duplice: in primo luogo non le era stato chiesto il beneplacito per le nozze dato che, probabilmente, le avrebbe osteggiate, come aveva già fatto alla morte di Enrico IV per quelle dello stesso Vittorio Amedeo con Elisabetta, sorella maggiore di Cristina; inoltre sapeva che non avrebbe potuto partecipare alla cerimonia a causa dei sempre più gravi contrasti con Luigi XIII.
    A Torino l’annuncio ufficiale del matrimonio del principe di Piemonte, che si sarebbe svolto il 10 febbraio 1619, giorno del tredicesimo compleanno della sposa, fu accolto con esultanza. Il 4 gennaio il Consiglio della città deliberò “tre giorni continui di gioie con fuochi artificiali a torno alla piazza e li habitanti debbano detti tre giorni dalle ore 24 fino alle 4 di notte metter e tener lumi accesi sopra tutte le finestre. I giovani e il capitano con archibugi in honorato equipaggio comparire in paralda nanti Loro Altezze all’hore delle giostre e tornei che si farano a piaza Castello con far salve di archibuggiate, indi venirsene in ordine alla piazza della città ove i sindaci dare fogo al falò”.

  • 27 novembre 2011 alle ore 0:16
    Alla scoperta di Gaudì
    Come comincia: Faceva molto freddo nella ramblas quando uscimmo dopo pranzo, con le valigie in mano, per andare al Parco Guell. C’ era già qualcuno alla fermata dell’autobus. Quando l’autobus arrivò Mario salì e Sara gli si sedette accanto e mi prese anche un posto, mentre io tornavo nell’ hostello a prendere la cartina di Barcellona che distrattamente avevo dimenticato. Quando tornai l’autobus era strapieno e stava per partire. Gli uomini e le donne dentro l’autobus davano l’impressione di non potersi muovere d’un centimetro. Entrai comunque e mi infilai dentro con forza, fino a quando mi sedetti al posto che Sara mi aveva tenuto.
    Un Catalano, con un grande borsone pieno di bottiglie vuote, stava in piedi davanti ai nostri sedili, con tutto il suo corpo che toccava la mia spalla. Come se si volesse scusare per la molestia che involontariamente ci stava causando, ci offrì dei cioccolatini, a me e a Sara, e quando stavo per metterlo in bocca imitò il suono d’un cavallo con tanta bravura e così all’improvviso che io sputai il cioccolatino e tutti risero. Si scusò e insistette perché ne prendessi un altro. Ma poco dopo di nuovo imitò il cavallo. Era bravissimo in questo. I passeggeri ne erano entusiasti. L’uomo seduto accanto a Mario gli stava parlando in Spagnolo e Mario, poiché non capiva, gli offrì un poco d’acqua. L ‘uomo la rifiutò con un gesto.
    Infine, dopo un altro paio di falsi nitriti di cavallo, l’autobus si mise in moto. Un uomo salutò da fuori una donna che stava dentro l’autobus e tutti i passeggeri iniziarono a salutarlo. Appena si mise in moto iniziò ad entrare un po’ di area dai finestrini. L’autobus andava piuttosto veloce. Iniziò la salita verso il parco più famoso di Barcellona e così potemmo godere, guardando indietro, di una bella vista della città. Il catalano appoggiato sulla mia spalla la indicò col collo e ci strizzò l’occhio. Poi disse : “Bella, eh?”.
    “Questi catalani sono proprio simpatici” disse Alberto.
    L’autobus si fermò appena sotto il parco, dove siamo scesi. L’autista ci disse che da lì dovevamo prendere delle scale mobili che ci avrebbero portato all’entrata posteriore del parco. Sembrava che eravamo gli unici turisti, perché la maggior parte della gente rimase sull’autobus.
    Le abitazioni ci ricordavano i piccoli paesini italiani e non ci sembravano di certo essere le case di una grande metropoli. La zona che circondava il Parco Guell era quasi qualcosa a parte dalla città. Le case erano vecchie, quasi misere.
    Avevamo una certa fame, quindi prendemmo un panino a testa in un bar di cinesi che incontrammo lungo la strada e pagammo due euro ciascuno.
    Dopo una lunga salita finalmente arrivammo all’entrata del Parco Guell e subito fummo accolti da due edifici particolarissimi che stavano rispettivamente uno a destra e uno a sinistra. Sono ignorantissimo riguardo la storia dell’arte, perciò non sono in grado, per mia sfortuna, di dare una spiegazione tecnica di quello che ho visto. Certo è che anche un ignorante come me resta senza parole di fronte ad una costruzione di Gaudì.
    L’opera che aveva più successo era la salamandra all’entrata del parco, nella prima scalinata. Le persone stavano in fila per farsi una foto accanto alla salamandra.
    “Perché non facciamo anche noi una foto in posa accanto alla Salamandra?” disse Sara. “Guardate che bello”.
    “Sì è stupendo” rispose, con un forte accento catalano, un signore che ci stava accanto. E ci fece un sorriso. “Siete italiani? E di quale città?” domandò.
    Sara rispose : “Io e lui” indicando Mario “siamo calabresi, mentre quest’altro ragazzo è palermitano”.
    “ Un giorno mi piacerebbe andare a Palermo. È una città piena di stupende opere d’arte”.
    “ Ma Lei è spagnolo? È stato in Italia? Parla molto bene l’italiano…” dissi io.
    “Certo. Ci sono stato” disse. “Vent’anni fa”.
    Era un uomo di mezza età, buono come gli altri, con un ispida barba nera.
    “Dove è stato in Italia?” chiese Mario.
    “ Ah, io ero a Milano. Era bello.”
    “ Perché si trovava a Milano?”
    “Come?”
    “Per quale motivo stava a Milano?”
    “Oh! Ero andato lì per lavorare ad un progetto. Sono un architetto”.
      “Volete fare un giro nel parco con me?” ci chiese. “Posso farvi da guida”.
    Accettammo molto volentieri. Così iniziò a farci da guida: “allora ragazzi dovete sapere che il Parco Guell è stato realizzato tra il 1900 e il 1914. Fu commissionato a Gaudì dall’industriale Fuseli  Guell e doveva essere all’origine una specie di città-giardino. La città di Barcellona lo acquistò nel 1922, trasformandolo in un parco pubblico”.
    Tutte le costruzioni di Gaudì sembravano disordinate, senza logica, ma come dire,  era un piacevole disordine.
    La nostra guida – ah si chiamava Ortega – ci portò verso il colonnato obliquo, che ci sembrò subito la strana visione d’un sogno. Poi arrivammo in una particolare terrazza piena di mosaici e disegni pittoreschi. Ortega con voce appassionata ci disse: “ per la costruzione utilizzò alcune ceramiche di recupero e semplici pezzi di vetro, che compaiono come tessere dei mosaici colorati”.
    Erano ormai le sei del pomeriggio, il parco stava per chiudere. Dovevamo andare. Ci sentimmo in dovere di invitare Ortega a cena con noi. Avremo mangiato al ristorantino che stava sotto il nostro hostello.. Ortega però non accettò, doveva tornare da sua moglie ci disse. Eravamo rattristati nel salutarlo, ci sembrava quasi di perdere un amico.
    Quindi, salimmo  sull’autobus che ci riportò vicino alla ramblas, dove avevamo la camera. Salimmo verso il nostro piccolo albergo, con le valigie in mano, non ci fidammo di lasciarle in quella stanza che non poteva essere chiusa a chiave.
    Alla reception ci stava una donna grassa, mentre questa mattina ci stava un uomo taciturno. La donna si tolse gli occhiali ,li pulì e se li rimise. Nell’hostello faceva freddo e fuori cominciava a soffiare il vento. Nella camera c’erano quattro letti, un armadio e persino una doccia. Il vento soffiava contro le imposte. Ci lavammo e scendemmo nel ristorantino che stava proprio sotto. Fortunatamente era un ristorantino semplice, molto rustico, perché desideravamo solo un panino coi calamari e qualche birra.
    “Dio mio” disse Mario. “Non è possibile che domani faccia così freddo. Io con questo tempo non ci penso neanche ad andare in giro per Barcellona domani”.
    Entrammo nel ristorantino e ci sedemmo in un tavolino da tre. Subito arrivò la cameriera a preparare la tavola per la cena.
    La ragazza ci portò i panini, come da noi chiesto, e tre boccali di birra da mezzo litro.
    Dopo cena andammo di sopra all’hostello a fumare e a parlare a letto per scaldarci. Faceva piacere stare a letto al caldo con quel vento fortissimo che soffiava fuori.
    Mi addormentai, contento di trovarmi a Barcellona, ma, ad un tempo, con già una gran voglia di tornarmene a casa.

  • 26 novembre 2011 alle ore 22:07
    MILITARE
    Intro: http://www.amazon.com/dp/B0060BSMHQ
    Come comincia: MILITARE
    Lei mi dice di scrivere.
    “Io, sempre puntuale. Quante volte l’ho sentito dire! Ma è cosi’?. Penso proprio di no. Se esci con una ragazza, ed è puntuale, stai attento potrebbe essere un travestito ! Stessa cosa per chi è troppo puntuale. Per lui, gli altri non sono mai puntuali. Ritardano proporzionalmente al suo "anticipo".
    Come arrivano i 14 anni, così arrivano i 18 e così (salvo raccomandazioni) arrivano… “arrivano le cartoline militari". Mi arrivò ! Ancora esisteva il servizio militare. Ancora esisteva il C.A.R (due mesi di formazione). Ancora esisteva la destinazione definitiva (dieci mesi). Ancora esistevano le lacrime della mamma e la faccia imbarazzata del postino. Lei mi dice di scrivere. “Cazzo è Falconara Marittima!!???”
    "Falconara Marittima". Questo dissi, questo pensai quel giorno. "Caro il mio Ignazino, ti aspetto il 4 Gennaio, entro le 10 di mattina a Falconara". Saluti e baci, tuo esercito Italiano.
    Nemmeno Sofocle, avrebbe potuto concepire una tragedia migliore di quella che partorì mia madre. “Un anno senza il mio Ignazino ! Impossibile ! Da solo, con tutta quella gente che non conosci, e se ti ammali” e se... e se e così via, della serie: come i comunisti mangiano i bambini, la caserma mangerà il mio Ignazino. Ricordo che smosse mezzo mondo, dal lattaio al presidente della Repubblica, pur di non farmi partire. La sua buona volontà non fu’ premiata. Lei mi dice di scrivere. Solitamente quando un ragazzo viene chiamato alle armi prende il suo trenino, destinazione caserma. Niente di più semplice, niente di più normale. Niente di tutto ciò nel caso mio. La mamma pretese ed obbligò mio padre ad accompagnarmi e, non in treno, bensì in macchina. Partenza ore 4 di mattina.
    “Ma mamma devo trovarmi in caserma alle 10 !” “E se forate, e se trovate la neve”, e se Cristo morisse dal freddo ?!?! Non ci fu Cristo che tenga. Partimmo alle 4.
    Erano le 6.45 quando il babbo giunse a destinazione. Durante il viaggio, nessuno fece commenti di sorta. Facemmo invece colazione, insieme. Ci salutiamo. Girello un pò per Falconara. Leggo la Gazzetta e alle 9 mi presento, cartolina munito, alla guardiola.
    4 Gennaio, ore 9, caserma. Mi presento, porgo la cartolina.
    Perché mi guardano con quella faccia? “Cazzo, si inizia bene!!”.“Venga, la porto dal capitano”. Impiegammo tre minuti per circumnavigare il piazzale. Enorme. Deserto. Tetro. I brividi, non erano di freddo. Il piantone bussò alla porta. “Permesso Capitano”. “Buongiorno, lei chi è ? Che ci fa qui !”
    Chi sono, che faccio, cazzo sono quello stronzo che avete chiamato.
    Il capitano guarda la cartolina, la gira, la rigira. Ride. Cazzo ridi. “Si è chiesto perché la caserma è semi deserta? Solitamente contiene più di 2000 reclute!” Che sia arrivato per primo? “Che sia arrivato in anticipo?”
    Lei mi dice di scrivere.
    “Ha ragione è in anticipo, ma di 10 giorni!” Avevano sbagliato a timbrarla. Avevano dimenticato “l'uno”. La chiamata era per il 14. Non essendo il Titano Atlante, in quel momento mi crollò il mondo addosso.
    “Sarebbe tutto semplice se almeno avessi un complice che mi facesse ridere di tutte queste favole”. Questo pensai. Nel 2011 Vasco Rossi non pensò, ma mise quel pensiero in musica. Cazzo datemi i diritti d'autore!!!
    Lei mi dice di scrivere.
    L'espressione di mia madre quando mi vide tornare ? L'urlo di Munch ci fa una sega!!
    Lei mi dice di scrivere.
    La vita è bella perche’ è varia. Lo diceva sempre il babbo. La vita sarà anche bella, ma piu’ che varia, mi sembra un gran casino. Se ti distrai un attimo non ci capisci piu’ un cazzo!
    Una sera, a cena , una delle cameriere, mi dice che anni prima mi aveva visto “suonare la musica”. Cazzo vuol dire?
    Anni fa’ facevo il D.J. in una discoteca e quindi mettevo i dischi.
    Vecchio, antiquato, fuori dal mondo io, o stronza lei? Ma sticazzi! Se io “suonavo la musica” i “Pooh” che mestiere fanno?

  • 25 novembre 2011 alle ore 21:58
    Il decimo libro
    Intro: Dedicato a chi ama le dediche
    Come comincia: Stando al contratto stipulato dieci anni prima, lo scrittore Orlando avrebbe dovuto pubblicare i nove libri della serie con la stessa casa editrice.
    L’ultimo libro di questa serie, che racconta le avventure di un ragazzo dotato di strani poteri, finalmente era uscito l’anno scorso costringendo Orlando a girare per le librerie del mondo intero, a firmare autografi e a pubblicizzare il nono libro, il suo ultimo capolavoro che in realtà non sarebbe stato l’ultimo.
    In una intervista rilasciata mesi fa a un piccolo giornale nella città dove è nato, Orlando aveva infatti dichiarato di essersi già messo al lavoro sul decimo libro che però, aveva continuato a dire, in tono confidenziale, abbassando la voce, non intendeva pubblicare con la casa editrice che lo aveva reso ricco.
    La donna che lo aveva intervistato – sua sorella – gli aveva chiesto se per caso il decimo libro sarebbe stato caricato nel Web in modo che chiunque lo potesse leggere gratis.
    - No.
    Era stata la riposta di Orlando, prima di bere un sorso d’acqua e di appoggiare il bicchiere sul tavolo messo accanto ai loro gomiti, a metà strada tra le due poltrone marroni, giallognole nei punti più esposti alla luce del sole.
    A quel punto toccava alla sorella bere, dato che la gola le si era seccata. Il bicchiere era freddo mentre le sue dita si stavano infuocando per la tensione: il fratello le stava per confessare un segreto che avrebbe fatto vendere al suo giornale chissà, milioni di copie. Posato il bicchiere vicino a quello del fratello, si era infilata una ciocca dietro l’orecchio sfiorando il ciondolo appeso al lobo: ciondolo che aveva cominciato a oscillare, in un moto ipnotico per gli occhi del fratello incapaci di staccarsi da lì.
    - In un primo tempo volevo metterlo nel Web, – ha detto Orlando continuando a fissare il lobo – poi ho preferito inventarmi qualcosa.
    - Cioè?
    - Sai, quando firmi le copie dei tuoi libri, i fan ti chiedono sempre di aggiungere una dedica o una citazione dal libro o menate simili che non sopporto. Perciò ho deciso di scrivere il mio decimo libro a pezzi, al posto delle dediche.
    - Stai dicendo che il decimo libro è già nelle mani dei lettori? – ha chiesto lei sistemandosi la gonna, anche se in verità a essere stropicciata era la sua mente.
    - Esatto.
    - E la tua casa editrice?
    - La mia ex casa editrice mi denuncerà, – ha risposto lo scrittore sorridendo al soffitto – e sarò condannato a pagare una multa record.
    - E poi?
    - La pagherò volentieri, tanto di soldi ne ho troppi, e il libro sarà pubblicato da chi per primo riuscirà a raccogliere le migliaia di dediche sparse nel mondo.
    - Una notizia incredibile.
    - Però è vera, – aveva detto Orlando alzandosi dalla sedia – e tu sei la prima a saperlo. Sabato prossimo scriverò l’ultima parte e a proposito: da che parte è il bagno?
    La settimana seguente il giornale di sua sorella aveva venduto ogni giorno milioni di copie, le tivù si erano messe alla caccia del fratello, purtroppo introvabile.
    Nessuno sapeva dove si era cacciato lo scrittore e la sorella doveva dribblare i fotografi, oltre ai colleghi giornalisti che la bombardavano di telefonate e la spiavano o le offrivano soldi o ingaggi, ma nemmeno lei sapeva niente del fratello.
    Nel Web erano intanto nati dei siti di raccolta: chiunque avesse una dedica scritta dal pugno di Orlando la poteva pubblicare, per condividerla con il mondo e, pezzo dopo pezzo, contribuire al completamento del puzzle.
    Alcuni lettori avevano capito che il pezzo di libro in loro possesso valeva una cifra: anziché pubblicarlo gratis lo vendevano a prezzi esagerati, mostruosi, immorali.
    Qualche collezionista non si spaventava di fronte a nessuna richiesta: li comprava lo stesso, per unire questi pezzi a quelli presenti nel Web con il risultato di ottenere un testo in cui frasi isolate diventavano paragrafi, e i paragrafi diventavano capitoli e i capitoli diventavano? Boh. Il messaggio dell’autore restava incomprensibile: a volte era impossibile ordinare i paragrafi in un ordine logico, anche per colpa dei furbi che ne avevano approfittato per pubblicare o vendere pezzi falsi, prima che entrassero in scena gli esperti di grafia perché certificassero l’autenticità della dedica, per essere sicuri che il pezzo fosse stato scritto dal pugno di Orlando nel frattempo intento a spassarsela alle spalle del mondo.
    - Signore e signori, – ha detto lo scrittore in un video apparso ieri nel Web, rassicurando chi lo credeva morto – brindo alla vostra ricerca.
    Lo sfondo dietro Orlando era bianco e non lasciava capire dove si trovasse, con la sua camicia rosa e vistosa e beffarda.
    In una intervista per la rete televisiva nazionale, la sorella scuotendo la testa ha dichiarato che la caccia è destinata a fallire.
    - E perché? – le ha chiesto la bionda intervistatrice, accavallando le gambe e spargendo in aria il profumo della vanità.
    - Centinaia di dediche saranno già state perse, in un trasloco o in un incendio o per altri motivi impensabili.
    - Dovremmo rinunciare?
    - Al contrario, penso che il messaggio di mio fratello sia: caro fan, il decimo libro della serie è compito tuo.
    Nel dire questa frase, la sorella di Orlando ha indicato l’obiettivo della telecamera riferendosi a te che la stai guardando: qualunque sia l’impegno che ti eri preso per stasera mettilo via, da parte, non pensarci. Il decimo libro aspetta di essere scritto da te.

  • 24 novembre 2011 alle ore 11:28
    Scherzi della noia
    Intro: Che scherzi può giocarci la noia, talvolta!
    Come comincia: Quella sera non aveva proprio nulla da fare. Una maledetta partita di Champions league, a cui i suoi uomini non avrebbero mai rinunciato, l’aveva privata del rilassante film horror che sperava di vedere dopo la lunga giornata di lavoro.
    Non sapeva davvero come riempire quelle due ore che la separavano dal momento di andare a letto. Andarci alle 21.00 sarebbe stato davvero come sfidare la sua insonnia in una partita persa in partenza.
    Se ne andò al computer: avrebbe scritto qualcosa per rilassarsi, in assenza del film horror!
    Inforcò gli occhiali, malvolentieri, come sempre, e aprì un nuovo file di word.
    Titolo: Scherzi della noia.

    - Ma che razza di titolo!- pensò, e nello stesso istante le dita, come attratte da un’invisibile calamita, cominciarono a pigiare i tasti, uno dopo l’altro, velocemente, senza che lei li indirizzasse sulle lettere, ma proprio da sole, come se avessero una loro personale volontà e una autonoma capacità di movimento.
    Dopo qualche minuto di totale annichilimento, smise di seguirle con gli occhi e si concentrò, invece, sullo schermo, dove la pagina andava riempiendosi di parole, di segni di punteggiatura, di spazi e di a capo.
    Non si era ancora ripresa dallo sbigottimento quel tanto da riuscire a concentrarsi sui contenuti del testo che prendeva forma sotto i suoi occhi, quando le orecchie cominciarono a sentire una splendida melodia di sottofondo: com’era possibile? Stava lavorando - o meglio -  le sue dita stavano lavorando su un semplice file di Word. Come si era inserita la musica? Tra l’altro si trattava di un brano stupendo, di Polanski , uno dei suoi preferiti.
    Si disse che in quella situazione così strana, anomala, ogni cosa aveva il diritto di accadere, anche che in un file di word entrasse della musica. Non si sarebbe meravigliata ormai neanche della comparsa di qualche immagine.
    Aveva appena finito di pensarlo, che sullo sfondo della pagina comparve uno straordinario paesaggio marino: la distesa dell’acqua azzurra e limpida riempiva per metà la pagina; l’altra metà era occupata fino alla base da una miriade di ciottoli colorati, adagiati su una sabbia finissima, dorata. Era proprio il genere di paesaggio che amava più di ogni altro, così distensivo, foriero di promesse, custode di ricordi.
    Forse era un’illusione ottica, ma avrebbe giurato che l’acqua si muovesse dolcemente e che il sole, ormai al tramonto, giocasse ad accarezzare le pietre ad una ad una, facendole vibrare di sfumature iridescenti.
    Intanto le dita continuavano a battere freneticamente sulla tastiera e la scrittura aveva riempito quasi completamente la pagina.
    Era giunto il momento di leggere il testo, la curiosità era alle stelle.
    Cosa avevano scritto le sue dita in quel modo assolutamente anarchico, ignorando totalmente la sua volontà, il suo pensiero, la sua ispirazione?
    Avrebbe trascurato ogni altro particolare per concentrarsi solo sul contenuto: non doveva fidarsi, bisognava controllare che non ci fossero segreti svelati o pericolose confessioni rivelate da quelle dieci traditrici dalle unghie rosicchiate.
    Si assestò meglio gli occhiali sul naso, aguzzò gli occhi e cominciò a leggere.

    La mano leggera di Andrea si posò sulla sua spalla, scuotendola delicatamente, per svegliarla. Sul monitor un documento di Word appena aperto, pagina formato A4  e, al centro della pagina bianca, un titolo in grassetto: “Scherzi della noia”.

  • Intro: Cari amici di Aphorism, quello che vi propongo non è un racconto,ma è un semplice commento su una questione che mi sta molto a cuore: é giusto concedere la cittadinanza a bambini di origine straniera nati in Italia?
    Come comincia: È evidente che in sogno di Martin Luter King sia ben lontano dal realizzarsi. Ancora non riusciamo a osservarci gli uni uguali agli altri. Altresì, siamo ben lontani dal poterci sentire cittadini del mondo.
    È stata sufficiente una semplice proposta del presidente della repubblica affinché si accendesse lo sdegno di un gran numero di italiani…Napolitano ha detto: “Mi auguro che in parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione”. Una proposta, questa del presidente, che avrebbe dovuto ottenere il consenso della gran parte degli italiani, perché fatta col cuore, perché umanamente giusta e solidale. E invece?... Sui social network si leggono solo commenti di disapprovazione. I maggiori esponenti del partito della lega Nord annunciano un opposizione ferrea, o addirittura manifestazioni in piazza.
    La condizione giuridica dei bambini di origine straniera nati in Italia è molto ambigua e precaria. È strettamente legata alla condizione dei genitori: se i padri ottengono la cittadinanza – dopo 10 anni di residenza legale – questa si trasmette anche ai figli. Dall’altro lato la legge prevede che i minori di origine straniera nati in Italia possano fare richiesta di cittadinanza solo al compimento del 18-esimo anno di età, a condizione che siano in grado di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente sul territorio italiano.
    Uno dei maggiori difetti degli uomini è la convinzione che il proprio benessere debba coincidere con la sventura di un altro. Sovente è così, seppure non in tutti i casi. È un sentimento molto legato alla gelosia. Si desidera sempre ciò che gli altri hanno e a noi manca. A sua volta desideriamo avere un bene, o uno stato di benessere, che agli altri manca. Mentre il dolore e la cattiva sorte sono più facili da sopportare se condivisi con altri, il bene è più piacevole se goduto in solitudine, con gli altri che ci fanno da spettatori.
    A causa di questa convinzione morale, ovvero che il proprio bene non può coincidere con il bene degli altri,  ci si rifiuta di considerare italiani persone che hanno la pelle un po’ più scura.

  • 23 novembre 2011 alle ore 15:32
    Non ci sono storie
    Come comincia: Storie che non esistono, c'era una volta una volta che non c'era.

    Ho visto la donna leggere le pagine del mio libro, ha letto di sua madre e sono stata io, a provocare la commozione.

    Vorrei essere più silenziosa d'una piuma nel vento , ma l'anima esce fuori dagli occhi senza catene . E allora tutti mi vedono danzare, allora tutti mi vedono girare come una trottola colorata impazzita frenetica .

    Non smettono di provare amore, bimbe sconosciute che mi rincorrono e mi baciano. Esco fuori chiudo la porta...e mi dico " ma io non ho fatto niente "

    Sì non ho fatto niente

    per sentirmi Ti amo urlato alle  orecchie

    Non ho fatto niente

    né mura solide

    né successo

    né il mio ego celebrato

    niente di niente

    Vola l'aquilone

    senza filo

    Smuovendo l'inamovibile caos

    Brillando come le stelle lontane

    Non parlano

    Luccicano

  • 22 novembre 2011 alle ore 20:56
    La gallina mugellese
    Come comincia: Lei mi dice di scrivere
    Pieno di buste sto’ ultimando i regali di Natale e chiedendomi perche’ non sia bisestile.
    “Ignazio, Ignazio…ma…non mi riconosci?” Stavo per svenire dalla gioia. “Non ti riconosco? Non sei cambiato un cazzo, stessa faccia a culo e nemmeno un capello bianco. Come stà il mio compagno di banco preferito? Vieni qua’ stronzo!” Ci abbracciamo. Ci guardiamo negli occhi. Lucidi, tipo la storia del Vetril!!
    La signora accanto a lui ci guardava come la “Presidentessa del Rotary puo’ guardare due gay nudi che si baciano!! La signora era sua moglie, milanese d.o.c.. La signora non mi conosceva, ma soprattutto, non sapeva niente dei nostri cinque anni passati al Liceo Classico Francesco Petrarca di Arezzo.
    Finito il liceo Carlo ando’ alla Bocconi di Milano, li’ si laureo’, li’ si sposo’, li’ procreo’ ed ivi resto’!!
    Lei mi dice di scrivere
    IL giorno piu’ bello dell’anno e’ soggettivo. Varia a seconda delle persone. Gettonatissimi il venticinque Dicembre, l’ultimo giorno dell’anno, il compleanno, il quindici agosto e come quando non si sa’ piu’ cosa dire ecc.ecc.ecc..
    Per me, il giorno “in” dell’ anno era il ventotto maggio. Cadeva, in quel giorno, l’anniversario di nozze dei miei genitori.
    Lei mi dice di cambiare “Pusher”!!
    Tutti gli anni, per festeggiare quella ricorrenza si concedevano tre o quattro giorni di vacanza.
    Tutti gli anni, festeggiavo la loro ricorrenza, diventando il padrone assoluto della casa!!
    Una di quelle sere, Carlo ed io, decidemmo di cenare nella terrazza di casa mia. Io e lui, da soli, senza donne, non per scelta, ma, ad onor del vero, per totale mancanza.
    Vivevo in P.zza Risorgimento. Pieno centro. Ultimo piano di un palazzo di sei, terazzone munito!
    Il fatto stesso di poter cenare da soli, senza genitori di sorta, ci dava la stessa sensazione di libidine e goduria che prova un marito, sposato da quindici anni, quando la moglie è in vacanza!! Rutto e scurregge libere, accompagnavano le nostre cene. L’importante non era il menu. Importante era avere il vino in tavola!!!
    Ancora la parola “degustazione” non faceva parte del nostro vocabolario!!
    Negli anni, durante le nostre cene, tutto era sempre filato liscio, ma…”mai dire mai”.
    Lei mi dice di scrivere
    “Signora, guardi cosa gli ho portato!!” Ha pronunciare quelle parole era la nostra donna di servizio (ora chiamasi colf). Abitava in campagna Aveva fatto per anni la contadina. Ancora aveva l’orto ed allevava animali. Se non avesse allevato anche la “Gallina Mugellese”, quella sera, sarebbe stata una delle tante sere.
    La sorpresa, per mia madre, consisteva in un enorme cesto di vinco, pieno, anzi strapieno di “quelle galline dalle uova piccole”. La Mugellese, ha una peculiarità. Le uova sono, per grandezza, la meta’ di quelle normali. Ergo, (senza cogitare), in quel cesto, ci saranno state, e mi tengo basso, tipo sessanta/ottanta uova.
    Ancora mi chiedo cazzo ci avrebbe fatto la mamma con tutte qulle uova, facendo la casalinga e non l’industriale pasticcera!!
    Lei mi dice di scrivere
    La nostra cena si stava svolgendo nel terrazzo. La nostra cena stava terminando. Le tre bottiglie di vino, erano gia’ terminate.
    “Igna, guarda, stà uscendo il cinema!!” Traduzione: Carlo mi stava indicando con il dito, la moltitudine di persone che uscivano dal cinema Politeama.
    Dalla nostra postazione, sesto piano, a venti metri di distanza, ci sembravano piccole, si piccole come le “mugellesi”.
    Nesuno dei due proferi’ verbo, basto’ uno sguardo.
    Dopo un nano secondo, la cesta fu’ posizionata dalla cucina in terrazza.
    Dopo un secondo, parti’ la contraerea, no di missili, ma di uova.
    Dopo un minuto le persone fuori dal cinema si stavano chiedendo quale “gallina volante” stesse cagando uova sopra di loro.
    Dopo dieci minuti la polizia si chiese la stessa cosa’
    Dopo venti minuti, P.zza Risorgimento, entro’ nel Guinnes dei primati come “la frittata di piazza” piu’ grande del mondo!!
    Lei mi dice di scrivere
    Disastro. La mattina dopo, la “portatrice (sana) di uova”, dopo una gincana fra le uova spiaccicate sul selciato, arrivo’ alla meta per pulire casa e pulirsi le scarpe!!
    Lei mi dice di scrivere
    Di questo parlammo, come prima cosa, quella vigilia di Natale, Carlo ed io. Di questo ridemmo. Sembravamo due bambini sulle giostre. Felici. Felici come quella sera.
    Di questo non risi quando torno’ la mamma e seppe. Della serie, “piselli per diabetici”
    Da quel giorno, iniziai ad odiare la frittata!
    Da quel giorni, quando al ristorante, la vedo servita su un piatto, rabbrividisco .
    Morale: è proprio vero, non si può avere tutto dalla vita. Io scelgo la frittata.
    Lei mi dice di scrivere

  • 22 novembre 2011 alle ore 18:55
    Incontro con la vecchiaia
    Intro: La vecchiaia non si conosce attraverso i libri o i racconti, ma leggendola negli occhi delle persone care, toccandola con mano, delicatamente e con rispetto, con la consapevolezza che non è mai tanto lontana da poterla ignorare, come se per noi non dovesse arrivare mai.
    Come comincia: Era già da un po’ che la sua mente lavorava su quell’argomento, a volte consciamente, più spesso a livello inconscio; ma non smetteva mai di elaborare nuovi dati, di ritornare su quelli già incamerati per riesaminarli, modificarli, risistemarli, in  sempre nuove acquisizioni di consapevolezza.
    Lo studio del tema in questione era iniziato già da anni, ma non avrebbe saputo dire con precisione da quando. Forse dal momento in cui, prestando attenzione allo specchio – cosa che faceva sempre senza troppa apprensione – aveva scoperto che la sua pelle aveva perso di elasticità, che tenendo le braccia rilassate verso il basso, come nel tentativo di raccogliere qualcosa da terra, si formavano tra il gomito e il cavo ascellare delle strane fossette, delle piccole striature mai notate prima.
    L’esame si era spostato sull’interno delle cosce, sul decolleté, piano piano un po’ su tutto il corpo, e i guasti, come li definiva una sua carissima amica, balzavano agli occhi senza ombra alcuna di dubbio.
    Era quello l’inizio della vecchiaia? 
    Non si era fatta prendere dal panico né era corsa in farmacia per acquistare creme miracolose né tantomeno si era iscritta in palestra, come tante sue colleghe di lavoro: gli impegni erano talmente tanti, che le sarebbe stato difficilissimo trovare lo spazio per la cura del corpo e d’altra parte non ne vedeva l’urgenza.
    È la mente che conta – si ripeteva in continuazione – Se la mente resta giovane, il corpo rallenterà la sua irreversibile corsa verso la senescenza. E la sua mente non aveva né il tempo né la voglia di invecchiare.
    Così aveva accantonato il problema (o almeno così le era sembrato).
    Si ritrovava, in realtà, a studiare il progredire della vecchiaia in coloro che le stavano intorno, i suoi genitori, in particolare, che negli ultimi tempi avevano continuo bisogno di assistenza. Era semplice accumulare dati, in quel caso, perché l’osservazione era continua, accurata, dolorosamente attenta ai particolari.
    La decadenza non era soltanto fisica, ma anche e soprattutto psicologica, e non nel senso che ormai le capacità intellettive stavano venendo meno, perché, fortunatamente, la lucidità mentale, la capacità di ricordare il passato, il senso della realtà non erano diminuite, se non quel tanto che rientra nella norma. Il problema era nell’atteggiamento verso l’esistenza quotidiana, che si era distorto, che era divenuto contemporaneamente attaccamento morboso alla vita e disprezzo della vita stessa, timore di perderla e desiderio di consumarla al più presto, magari chiudendo gli occhi per addormentarsi e non riaprirli più. Quasi la morte fosse una liberazione!
    Aveva avuto modo di leggere tanto sulla vecchiaia; trattati filosofici, testi di medicina e psicologia, racconti, romanzi, poesie. Nei primi una visione quasi sempre serena e distaccata del problema, venata di tollerante comprensione o tranquillamente rassicurante su un percorso di vita che ogni essere umano deve prima o poi affrontare; negli altri visioni anche agghiaccianti della terza età, come nel caso del  terribile, vecchio Scrooge di Dickens, o melensamente sentimentali in tanti altri casi letterari.
    Ma a guardarla negli occhi, la vecchiaia era tutt’altra cosa e la terrorizzava.
    Quando aveva cominciato a diventare vecchio suo padre? In alcune foto di una diecina di anni prima, già l’espressione del viso era mutata: una tristezza mista a rabbia repressa, le labbra strette a negare il sorriso, gli occhi a volte malinconici, altre volte duri e freddi, persino ostili.
    Forse la vera decadenza era iniziata con l’ictus che l’aveva colpito, privandolo in parte dell’uso della mano destra e indebolendogli le gambe, cosicché aveva dovuto suo malgrado accettare l’aiuto degli altri in tante piccole cose e contemporaneamente era stato costretto a farsi da parte in quei lavori che prima gestiva in prima persona in casa.
    Sono tutti come lui i vecchi? Si era chiesta tante volte. Davvero ad un certo punto si convincono di essere circondati da una massa di deficienti incapaci, che vanno guidati passo passo, come bambini che riescono appena a reggersi sulle proprie gambe? Davvero non capiscono che in realtà hanno bisogno di tutto e il bisogno generalmente rende umili e riconoscenti?
    Ma l’aveva adorato troppo nella giovinezza, idolatrato troppo per credere  che il suo modo di agire non fosse altro che un’esasperazione dovuta all’età di difetti caratteriali presenti n lui da sempre.
    Si comporta così perché ci vuole bene - si ripeteva nel tentativo di auto convincersi - perché se potesse ci eviterebbe qualunque fatica e preoccupazione, ecco perché è così invadente da sembrare addirittura presuntuoso e arrogante, ecco perché sembra non capire che noi figli ce la possiamo cavare anche senza le sue continue istruzioni sull’uso, senza i ripetuti rilievi sul nostro modo di fare, ecco perché  reagisce a qualunque manifestazione di affetto con questa indifferenza che uccide.
    L’esame sull’evolvere dell’anzianità in sua madre, al contrario, la lasciava strabiliata per i motivi opposti: il progredire dei mali fisici, della debolezza del corpo, della consapevolezza del suo irreversibile decadimento fisico era inversamente proporzionale al suo desiderio di amare, di dare, di alleviare i problemi altrui. Quanto meno poteva agire con le forze del corpo, tanto più si prodigava col cuore e con la mente nel distribuire affetto, comprensione, riconoscenza a chi le stava accanto, ai figli soprattutto, che mai avrebbe voluto “disturbare”, come ripeteva in continuazione.
    Suo padre, invece, si era fatto distruggere progressivamente dall’attesa della morte e ci conviveva ormai da un tempo incalcolabile. Ne parlava di continuo, direttamente o in modo velato, e sosteneva di non temerla, anzi, di desiderarla, visto che ormai non poteva fare più nulla di tutto ciò per cui era sempre vissuto. Ma lei aveva capito che quel parlarne in modo sprezzante non era altro che un tentativo di esorcizzarla, quell’attesa del nulla, e che dietro la sua apparente sicurezza c’era un terrore ancestrale, un’angoscia profonda di fronte all’ignoranza del “come” tutto sarebbe avvenuto e soprattutto del “quando” i suoi occhi avrebbero smesso di vedere la luce.
    - Aveva ragione Indro Montanelli – ripeteva di tanto in tanto -  Non è la morte che mi fa paura, è il morire -.
    Forse per questo non dormiva più da anni.
    La notte per lui era uno scorrere interminabile di minuti, lenti, sul grande quadrante bianco dell’orologio che aveva voluto far sistemare accanto al letto e per giunta in una posizione a lungo studiata, per poter leggere con chiarezza le distanze millimetriche tra un minuto e l’altro segnate dalla lancetta più lunga.
    E durante quelle notti senza fine insorgevano in lui i desideri più disparati: quattro grissini su un tovagliolo  per non disperderne le briciole, una tazzina di budino alla crème caramel, un pezzettino di caciocavallo, e poi acqua, acqua e ancora acqua, per il timore di non urinare abbastanza.
    Quando il tremito agitava le sue mani di vecchio e anche stringere le posate durante il pranzo diventava un’impresa insostenibile, lei tornava con la mente alla propria infanzia, durante la quale  suo padre era stato per lei l’eroe invincibile, il risolutore di ogni problema, l’essere eccezionale esperto e abile in qualunque impresa.
    Dov’era finito ora quell’eroe? Ne rimaneva l’involucro esteriore, accartocciato su se stesso, che bestemmiava per non piangere, che aveva sostituito il suo straordinario altruismo in un egoismo piccolo e fanciullesco, come le sue pretese da bambino sempre insoddisfatto (così apparivano ad uno sguardo superficiale e annoiato le sue richieste ora di questo ora di quello, fuori orario e senza senso).
    Da molto tempo ormai aveva smesso di confidare a lui e a sua madre i propri problemi, le ansie e le insicurezze, i bisogni e le paure.
    L’abbraccio ormai doveva essere solo un gesto con cui stringerli, senza pretendere di essere stretta, un gesto delicato, prudente, rispettoso della fragilità di quei corpi malati e doloranti.
    E il saluto con cui si congedava da loro ogni volta, aveva quel sapore segretamente triste e malinconico che devono avere probabilmente tutte quelle cose preziose che sappiamo di dover perdere, ma non “quando” le perderemo, e per questo motivo diventano di ora in ora più pregiate, più rare, uniche nella loro transitoria bellezza, come tutto ciò che Dio ci ha dato in usufrutto e che noi, stupidamente, consideriamo un nostro possesso.

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:45
    Splendido Iran
    Intro: Iran...troppo lontano per capirlo. Tra fascino e stupore.
    Come comincia: Sono appena rientrato da un viaggio in Iran . Sono uscito da un sogno, tra le pagine de “Le mille e una notte”, o sono riemerso da un incubo, da una sensazione di oppressione indicibile per noi occidentali ? Sogno ed incubo si alimentano ad una medesima fonte fantastica, che a volte cela la realtà.
    Ad occhi chiusi, sul terrazzo di casa, in una fresca notte di agosto, mi riappare lo sguardo profondo, tigresco di Khomeini. La sua effige è stata il motivo conduttore del mio viaggio: un volto sciamanico, non affatto indulgente, a tratti tremendo. Lo scorgi dovunque tu vada: aeroporti, alberghi, uffici. Ti colpisce dai manifesti stradali, dagli schermi televisivi, dalla carta moneta che maneggi. L’Homa Hotel di Shiraz, un grattacielo di quaranta piani, gli dedica l’intera facciata, a metà condivisa con il suo successore Khamenei, attualmente al potere religioso. Sotto il ritratto , una scritta: “Obedience to Imam Khomeini”  .
    Attendendo la consegna della chiave nella vastissima hall, in stile occidentale, mi colpisce una scritta a grandi lettere dorate, che a mo’ di stendardo attraversa  l’entrata: “Down with U.S.A.” (abbasso gli U.S.A.). Il cameriere mi ha appena servito una freddissima “PIPI”, una copia perfetta della Coca-Cola. Mi invita in inglese a pagarlo in dollari!
    Shara, la nostra guida, è un’iraniana di ventisette anni, longilinea sotto la veste nera, monacale. Il chador le incornicia il volto olivastro. I capelli sono pudicamente celati per legge islamica. Solo occhi e labbra scure, dense. Molte sue frasi riportano il termine”rivoluzione islamica”. Sicuramente è un’integralista, ma non lo confessa. Mi descrive a sera, sdraiata su di un rosso cuscino damascato, i bombardamenti missilistici  su Theran da parte degli iracheni, con l’aiuto bellico americano :-“ Catastrofi non annunziate, silenziose, quasi magiche. Nel turbinio di  vita di una città di nove milioni di abitanti, la casualità di un missile cancella in pochi secondi alcuni edifici, lasciando cadaveri e feriti. Subito dopo o si continua a vivere come se nulla fosse accaduto o si cede al terrore e si diventa talpe in oscuri cunicoli.”
    Shara sin dal mattino è attentissima all’abbigliamento delle donne del nostro gruppo: chador a coprire i capelli, vestito lungo sino ai  piedi e,nei momenti religiosi, un soprabito scuro, offerto dai guardiani.  Per due volte il nostro pulman è stato fermato: un attento passante aveva scorto attraverso i cristalli un ciuffo di chioma, il candore di un collo. La denunzia, l’intercettazione  del mezzo, il salire a bordo di una poliziotta che ci imponeva un maggior riguardo alle leggi islamiche, altrimenti  “ tutti alla stazione di polizia”.
    L’Iran è un immenso deserto, posto su un vasto altopiano roccioso. Le verdi oasi sono le sue città. Si viaggia per ore tra camions monumentali, intrecciando sorpassi azzardati in assenza di un codice stradale. L’aria condizionata diviene ben presto insufficiente, dato anche la vetustà degli impianti. Il cristallo del finestrino è una griglia a raggi infrarossi. L’acqua riacquista una sua essenzialità per noi smarrita da tempo. Scende giù bollente,insapore ma necessaria.
    L’Iran scolastico di Ciro e di Dario lo incontri a Pasagard, a Persepoli. Stupisci di fronte a stili che culturalmente non ti appartengono. Intrecci sulla polvere i tuoi passi con quelli dei Babilonesi, degli Assiri. Il tempo sembra contrarsi e prenderti in una morsa spazio-temporale. Il tuo piede sale la scala che ha sentito la pressione del piede di Dario e Alessandro. E’ un momento di stupore psichico. Ti perdi nel sole rovente dei 45° in un vaneggiare di storia che non ricordi più. Una bevanda ghiacciatissima e carissima ti riporta alla realtà.
    Le moschee sono esplosioni policrome. L’oro abbonda. Sembra che un computer impazzito abbia elaborato tutti gli intrecci possibili di linee e colori. Folla, vasta, indomabile; voci, suoni, urla, pianti, lamenti, sentori, afrori, profumi, aromi. Scarpe lasciate a mucchi all’entrata. Il piacere del piede su tappeti morbidissimi e di fine fattura. Un vecchio singhiozza all’entrata, altri sono prostrati in preghiera. Alcune donne si aggrappano urlando ad un sarcofago d’argento. Altri più in là, dormono stesi, incuranti.
    Fuori nel folto giardino sacro, tre tombe. Fotografie di ragazzi. Sulla lapide è raffigurato un mitra. Sono i Pasdaran, autori di stragi in occidente. Qui sono eroi nazionali e santi. C’è calca per toccare, sfiorare la lapide.
    I bazar sono densi di oggetti e di tipi umani: le razze sembrano chiamarsi ad un appuntamento. Azerbagiani, armeni, pachistani, mongoli. Mi sorprendono donne velate con il volto coperto da una mascherina nera a becco d’uccello. Scendiamo in una sala da thè: il clima è quello di un romanzo di avventure ottocentesco. Tappeti e cuscini morbidissimi,  colorati narghilé dal fumo denso e profumato. Un flauto ritma un motivo irraggiungibile. Volti muti nella penombra di loculi scavati nella roccia. Un biondo thè ti ristora in cristalli finissimi. I pasticcini racchiudono datteri cremosi.
    Bham,  una cittadina sormontata da un forte. Sorge nel deserto, ed è costruita con mattoni cotti al sole. Tranne una corona di verdi palme, predomina il colore della sabbia su tutto. Le ringhiere di ferro sono intoccabili, sembrano incandescenti. Ad una inattesa fontana immergiamo teste e cappelli. Anche Shara ha caldo e si bagna il viso, scostando per un attimo il chador.
    -“ Shara hai capelli bellissimi, di un nero corvino”.- Mi sorprendo a dirle. La sento irritata. Solo adesso comprendo di aver infranto la sua intimità.
    Ad Isfhaan, la sera dell’addio, nella piazza della Moschea dell’Iman, cara a Pasolini, la luna è di scena. L’oro delle cupole e dei minareti riflette una luce lattea sul prato antistante. Intere famiglie sono venute ad un bivacco notturno come nomadi del deserto. Cucinano sull’erba, mangiano sdraiati, discorrono animatamente. I bimbi si rincorrono. Un flauto emette note rauche.
    Guardo questa gente vivere in un modo antico. Per un attimo dubito sulle mie certezze di occidentale.
     
    Raineri Lucio Paolo (  da un viaggio dell’agosto 97)

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