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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 12 ottobre alle ore 23:23
    Una rosa senza spine

    Come comincia: Poiché si pungeva e piangeva sempre, toccando una rosa, madama Pièdiscorta si propose fermamente che d’ora in poi avrebbe goduto di rosa senza spine.

    E già.

    Difatti prese un rasoio, insaponò tutti i rosi della sua serra (per le rose userà un depilatore), e tagliò via tutti i spini e le spine dei fiori questionati.

    Bella cosa, la mia madama, ma in breve le spine ricrebbero, più spinute di prima, e forse più numerose come tulipani.

    Che fare, un’altra rasata? Madama Pièdiscorta non aveva nessuna intenzione di farsi barbiere a vita di un pugno di rose: le falciò senza pensarci giù dalla prima alla penultima; l’ultima la falciò.

    Cosicché restasse senza rose, o meglio senza rose con spine e senza rose senza spine. Già, ma senza rose, con cosa si sarebbe potuta soffiare il naso? Coi petali delle rose, prima, se lo soffiava ch’era un piacere; infilava un petalo nella narice di mezzo. Così il naso, non a caso, era bello, pulito, e poteva starnutire senza timore di spruzzi. Sempre già, perché madama Pièdiscorta viveva di starnuti; una polpetta per ogni starnuto e tirava avanti: ed era la più gran starnutista della zona; tutti si recavano da lei per starnutire e lei, starnutendo invece altrui, guariva dal raffreddore in inverno e dal racaldore in estate.

    Solamente che per fare tale mestiere, aveva bisogno di poter sfruttare e svomitare a fondo tutte le qualità del proprio nasello, e cosa che accadde che senza petali di rosa non poteva condurre in porto, vuoi perché non sapeva navigare, vuoi perché solo essi, i petali di rosa, potevano mitigare il flusso di secreto nasale a puntino per i suoi starnuti. Dal giorno in cui falciò tutto il suo rosame, la nostra Madama appese il cartello di fallimento, e nessuno più giunse a suo clientaggio.

    CHE far? CHE far? CHE far? Sparar? Morir? Crepar? NIET!

    Madama Pièdiscorta era tutta d’un pezzo ( solo la sera riponeva la testa in un comodino), e laddove non poteva o potevano arrivare la buona sorte, sarebbe arrivata lei: in poche parole, d’ora in poi la vedremo girovagar nel mondo a ricercar la rosa senza spine.

    Dato che il percorso si preannunziava lungo, Madama fa provviste: qualche bottiglia di tonnino, scatole di vino, sacchetti di minestrone, un thermos pieni di angurie ed una cesta di salmì. Caricò il tutto sulla sua radiolina a vela, si procacciò dei vestiti, qualche fabbisogno quindi. Partì.

    La radiolina a vela di Madama Pièdiscorta funziona autonomamente: solca le onde radio ovunque diffuse grazie all’antenna appuntita che le infrange dolcemente; la vela inoltre può far le veci delle onde quando le trasmissioni fossero terminate.

    Attenzione: questo è il PUNTO A

    ( capirai dopo a cosa serve, per ora vai avanti )

    Veleggia e riveleggia, giungiamo al primo approdo: Cactuspelato, dove la vegetazione locale, il cactus, vegeta senza spine. Per questo motivano: Madama nostra s’illuse che anche le rose fossero tali. Ma di rose manco l’ombra.

    Spuntò il sole, e le ombre comparvero, però anche se c’era l’ombra (della rosa), la rosa non c’era. OH? BELLA!

    Ed era un’ombra di rosa senza spine. Già, e madama Pièdiscorta, ch’era furba, s’era portato seco un po’ di semi di rosa, che piantò in quelle terre attendendo il germoglio.

    E col sol della serra, ecco che spunta si, ma che cavolo di germoglio è? E’ un’ombra di germoglio. Bell’affare! L’ombra crebbe, e divenne ombra di rosa senza spine.

    Madama Pièdiscorta si mangiava le orecchie per la rabbia di non poterla cogliere. Cercò di strapparla, violentarle, potarla, ma cicca! L’ombra restava sempre lì.

    Che far? Che far? Che far? Tagliar? Partir? Sputar?

    Niente di tutto ciò, ella si mosse dai suoi indugi e cercò di raccogliere informazioni utili al ritrovo della rosa senza spine (concreta).

    Fermò un’ombra di passaggio e le chiese ciò:”Scusi, dove posso rinvenire una rosa senza spine?”; “Chi di rosa ferisce di spina perisce!”

    L’utile informazione pose madama Pièdiscorta alla ricerca della spina di pera, ove senz’altro avrebbe trovato la agognata rosa. E così, ecco che…… dopo pochi minuti, ecco il pero, o meglio la grotta a forma di pera; il cui accesso era cosparso di spine… tutte le spine delle rose senza spine che si accumulavano così per difendere le stesse.

    Salendo sulla cima, madama Pièdiscorta non scendeva. Però, dopo un po’, salir non si può più. Proprio così, direi, la salita alla grotta Pera si fece d’un tratto tanto ardua da essere quasi inaccessibile (censura), irraggiungibile. Difatti la ripida salita si era trasformata in una scalinata, tanto poco ripida che nessuno avrebbe potuto salirla; Nessun problema infatti ci sarebbe stato se gli scalini non fossero alti circa tre l’uno, il due e il tre e il sette.

    Fortunatamente la nostra Madama aveva buon uso delle sue gambe telescopiche: una tirata all’unghia dell’alluce, ed ella sale ale le e.

    Mondo frigorifero! L’è mica vero che, lì per lì, ti arriva il solito pseudo gnomo a tirarti la fregata.

    “Trallallero trallallonzo, balla Budda con il bonzo, la farfalla con il baco, la zucchina con il caco, la castagna col ciclamino, il sapiente col cretino… E tu, donna donnosa, cerchi forse una tal rosa?”

    Madama, lo guardò allibita: “Certo! Una rosa senza spine”

    E allora lo gnomo:

    “Zutta zutta zutta olè, quella rosa qui non c’è, ma però poco più avanti (balla il whisky con il chianti), ve n’è certo un bel casino, zutta zutta ogni bambino”.

    Madama, guardando lo gnomo, cercò di capire se v’era del vero nelle sue parole; comunque, a scansare gli equivoci, lo questionò nuovamente:

    “Stanno avanti di molto, lo gnomo mio?”

    “Bello, ballo, bollo e bullo, sotto i piè il profumo è nullo, ma comunque, mia signora, qui in avanti qualche ora, v’è la grotta periforme che di rose ha ogni forme”.

    E va bè: madama, riconvintasi dell’efficienza del suo camino, riavanzò verso la grotta sempre più vicina (meno lontana).

    Un lungo picciuolo traslocava la sua ombra sul terreno muschioso proiettandola come fosse un rettilineo retto e lineo, quella poteva essere l’indicazione giusta: peccato, lì x lì uguale lì al quadrato, che fosse lunga qualche centinaio di miglia canadesi.

    La madama dovette far buon uso dei suoi calli sottoplantari per pattinare sul muschio viscido, grazie a questo sistema di trazione bruciò miglia su miglia fin quando un clamoroso incendio prese vita ardendo furiosamente nel tutt’intorno… cosa calcolata in quanto, bruciato il tutto, ella si trovò prospicente la grotta in un battito di ascelle ( ma che fetore direbbe Giancesare Airoldi )

    L’ingresso alla grotta era occluso da una montagnata di grosse pere marce che formavano una struttura unica marmellatiforme e di conseguenza molto appiccicosa: ancora una volta le doti di madama Piediscorta si rivelarono utili per bypassare anche questa difficoltà… come fece? ( dirai tu )

    ( che ti importa? )

    Dico io

    Importante che potette entrare e, finalmente, trovarsi a tu per lei ( uguale 76 ) con la famigerata e ricercatissima nonché agognata strasognata e desiderata Rosa Senza Spine

    Uno splendore di fiore mai visto: gambo erculeo di massiccio color verderame, quasi brillante, e fiori detonanti di bellezza e profumo inebriante come fosse un mix di taleggio bergamasco e rosa verbena, qualcosa di penetrante le narici al punto di trapanarle da parte a parte come fossero tunnel transalpini !

    Sbalordita e affascinata madama colse questo fiore incantevole, oggetto massimo dei suoi desideri più remoti, ponendolo nella apposita bisaccia portarose in velluto e resina che recava con sé, quindi scintillante di gioia e soddisfazione, fece via via ritorno verso la sua regione, dove si trovava la sua magione, camminando e trotterellando a larghe falde come fosse una legione in prigione.

    Al suo arrivo il popolo festante cominciò a sparger voce chi qui, chi lì, chi qua, chi là, diffondendo notizia del suo ritorno: il raffreddore poteva nuovamente essere curato dalla mitica madama che si apprestava così a riprendere la propria attività di starnutista.

    La rosa senza spine campeggiò presto in un immenso vaso di cristallo trasparente come un cristallo e luminoso come un cristallo di cristalli cristallini, i suoi fiori erano fantastici, i petali morbidi come seta vetrata e profumati, come detto, del mix bergamasco-rosaceo di cui sopra ( non fatemi ripetere le cose )

    Si riavviò così tutta la trafila di sternuti, cure relative, soffiamenti nasali con i petali della rosa senza spine, e madama si compiaceva momento dopo giorno di come brillantemente avesse risolto i suoi problemi: non c’era più l’ombra di una puntura sulle sue dita, e poteva raccogliere petali in quantità senza il minimo benchè danno… favoloso!

    Un successo delle proprie intenzioni, un riconoscimento alla sua volontà e un riconoscibocca alla sua forza d’animo.

    Quando la rosa appassì ( circa 3 weekend dopo ) madama Piediscorta si ritrovò senza, e ripartì per recarsi alla ricerca di un’altra rosa senza spine…

    Per continuare la storia, puoi rileggerti all’infinito dal punto A sino a qui

    Grazie

  • 12 ottobre alle ore 23:20
    Il gobbo

    Come comincia: A vederlo per strada sembrava essere il fratello di una carriola, sembrava più la ruota svirgolata di un motofurgone per andicappati, piuttosto che un uomo. Era il gobbo. Il gobbo del paese. E tutti sapevano di lui, della sua gobba.

    Era solo il gobbo del paese.

    E per i bambini che lo rifuggivano, per le ragazze che lo schivavano, per i vecchi che lo temevano, era solo il gobbo, brutto; orrendo; spaventoso gobbo…

    Ma le stagioni cambiavano anche per lui: per il gobbo i fiori che sbocciavano sui rami in germogli di esplosiva bellezza contaminavano anche il suo corpo deforme, davano al mondo, a tutto il mondo, al suo mondo e ai suoi occhi, il piacere di scoprirsi vivo; mente nel proprio corpo, occhi sul suo mondo, mani sulle sue braccia; uomo nella sua dimensione umana, di umano in un mondo di uomini che tuttavia lo rifiutavano. Era estate, e lui era solo il gobbo; portava pesi sulle spalle, gobbe, e curvo sulla sua schiena, lavorava la terra e le pietre, portava al fiume legna e attrezzi da lavoro: sentiva la fatica scendere sul suo corpo e le braccia appesantirsi, le rive del fiume riflettevano il verde della sponda e l’immagine storpia e affaticata.

    Il gobbo parlava da solo, tra fiori e acqua. Si accorse che passando le stagioni, gli anni e il tempo, le sua membra non si intorpidivano, il suo vecchio cuore non si fermava, i bambini che una volta lo schernivano stanno già morendo di vecchiaia; il gobbo stava vivendo a lungo.

    Nacque una leggenda, una credenza, ma era verità: il gobbo non moriva mai, ai suoi occhi generazioni intere lo deridevano, bambini lo schivavano, vecchi e donne lo temevano.

    Portando un peso ormai secolare, il gobbo tornava alla sua riva, al fiume che sempre ne aveva specchiato l’immagine rugosa e spenta.

    Il fiume lo specchiava, i fiori attorno lo accoglievano a sedersi tra un’erba che sarebbe appassita sopportando il peso di un uomo che non muore…

    La leggenda continua e continuerà sempre, finché il gobbo tornerà normale, e morirà con i mortali, deridendo e temendo chi è diverso da lui.

  • 12 ottobre alle ore 23:19
    Filobo e la musica

    Come comincia: Fin da picciuolo, il piccolo Filòbio passava il tempo.

    Da grande, essendo sempre vissuto, decise di continuare a vivere. 

    Orbene: il piccolo Filòbio, da piccolo, ossia quando non era ancora grande, pativa costantemente la fame ma lui, goloso com’era, non sapeva rinunciare al cibo. Era povero in cannuccia, non aveva una lira né un’arpa in tasca, non aveva la minima idea di come procurarsi dei conquibus e via dicendo con problemi di questo genere…

    La mamma gli passava quel poco di cibo (ben poco) necessario per sopra vivere, e lui s’ingegnava come poteva per farlo risultare gustoso (cosa non facile!).

    Piume di piccione deterse in ammollo e scaldate alla candela, radici di maiale puntualmente crude, coda di cavalletta la domenica, foglie secche in autunno e acqua piovana quando e se c’era il sole.

     

    Filòbio condiva questi miseri cibi con un po’ di sabbia, polline di camomilla, o anche con le secrezioni dei volatili che raccoglieva con un raschietto dalle macchine e sui davanzali delle case.

     

    Nutrendosi di questo cibo, Filòbio non poté che venire su non con l’ascensore ma magro come un chisento (o chi-odo che dir si voglia) sognando in continuazione di poter da grande, o perlomeno un dì, mangiare i cibi più costosi del Mondo.

     

    La mamma gli aveva avvicinato una bella ragazzina per indurlo ai primi sentimenti dicendogli: "La donna è come il chiodo, o lo pieghi o la pianti" (famoso detto popolare) …. Lui non la piegò né la piantò ma se la mangiò.

    Pur di mangiare qualcosa d’originale tagliava la coda ai cavalli, rubava i tergicristallo dalle auto in sosta, brucava nei prati come una mucca che vede un filo d’erba dopo essere stata per sei mesi a digiuno, suggeva il muco secreto dalle lumache, impastava fango e residui plastici per imbottire le lattine vuote, s’ingegnava in miglia e più un modo (eguale migliuno) per godere del piacere di gustare un buon cibo.

     

    Però non disdegnava il traguardo della ricchezza per coronare i suoi desideri; purtroppo non aveva mai avuto il rostro di un quattrino per investirlo in qualcosa d’utile.

    Non ce l’aveva, naturalmente, fino al giorno in cui non l’avette.

    Nei suoi lunghi giri alla ricerca di qualcosa da mangiare Filòbio s’imbatté, due giorni diviso due, in un bel monetino da, circa, trentaquattro Lire.

    Si pose sulla strada provinciale e cercò di investirlo: lo mise in terra, rubò una carriola e vi si diresse contro a tutta velocità, il monetino andò in trentaquattro frantumini…

    Raccoltili, Filòbio li intascò e cercò il modo di diventare ricco; andò in una bank e chiese di depositare tale capitale.

    " Al massimo questo è un capoluogo, ragazzino… e poi è un poco rotto e non vale un moscerino. Torna donde venisti, avrai maggior fortuna! "

     

    Filòbio mesto, pesto, lesto…

     

    " Possibile che non ci sia un modo di far fruttare il mio capoluogo? "

     

    Provò in fin della fiera a piantarlo in terra; per farlo crescere sano e vigoroso lo covò per qualche settimana più qualche ottavana finché spuntò un germoglio.

     

    " Eureka al cubo!!! " Gridò Filòbio, e da quel giorno intensificò le proprie cure….

    Il germoglio crebbe e dopo pochi mesi ecco spuntare i primi frutti: chiamarli frutti è forse un gergo poco scientifico, ma si suppone che lo fossero, anche se richiamavano più un rospo che un vegetale; Filòbio da quel momento non distolse un solo attimo lo sguardo da essi.

    Notò che verso la quindicesima sera, alcuni cominciarono a cantare, e dopo poco caddero.

    Ne prese uno, cercò di capire cosa fosse, a cosa potesse servire….

    Macch’ !!!!!

    Erano come rospi col marsupio, bucati all’altezza dello stomaco, color pistacchio, viscidi rugosi e gelatinosi, grinzosi come una dentiera d’ippopotamo che ha mangiato limoni acerbi per una vita, ininfiammabili, con ciuffi di peli verdi, a sei code e qualche occhio… Inolquattro cantavano come dei pesci paralitici e gorgheggiavano come un nonsoché d’uccellin.

    Ponza e ripensa, non capiva che diavolo potevano essere: forse erano buoni da mangiare in salmì, alla sabbia, al ragù di topo… ULTRABHO!!!!

     

    Evabè. Ancora una volta facciamo intervenire ed interarterire il destino altresì noto come fato: passava in fatti, anzi in questa storiella, ma in fatti lo stesso, un tale uomo che s’intendeva ed intirava di musica; quale musica, direte Voi… quella nuova! Dicoio.

    Ed intendendosene al punto da intendersene, propinò al Filòbio la soluzione de’ suoi problemi: lanciare quei cosi nel campo musicale.

     

    Il lancio fu preparato: lo preparò il manager, ché se lo avesse fatto Filòbio i ‘cosi’ sarebbero tutti spetasciati. Il complesso fu introdotto sul mercato col nome de: ‘Filòbio & the schifezz’ e in breve fu pronto il primo disco destinato ad indicare il livello del complesso…

    Evitiamo di darvene il titolo o il testo, annotiamo solo che si possono sentire dei rumori mai sentiti, di un’originalità incredibile: i ‘cosi’ infatti si erano prodotti in una profusione di versi che richiamava quelli dei talponi in amore misti al verso di un formichiere ingozzato dalle troppe formiche.

     

    Ciò non toglie che la musica potesse impressionare il pubblico, anzi… lo impressionò al punto che anzi.

     

    Il nome del complesso in ascesa sibilò ben presto per l’aere giungendo all’orecchio d’ogni terrestre e non ci fu chi, a quell’epoca, ne ignorasse il nome, la sua esistenza o il suo usibile.

    Il primo disco, grazie al geniale arrangiamento del manager, ottenne un successo senza dispari, e già schiere di fan cominciarono a seguire il gruppo in ogni particolare: si stava delineando il primo sintomo di Filòbiomania… In breve i dischi si moltiplicarono: i ‘cosi’, che la scienza era riuscita ad individuare come esseri semianimali, avevano il nome scientifico di Tapirugio Gorgheggians Vulgaris; Filòbio insieme a loro prese a girare il mondo in affascinanti tournééééS.

    Diamo un’immagine di un concerto, non potendovene dare un’incisione: sul palco immenso compare tra le urla dei fan un essere batraciforme dietro l’altro, poco dopo ecco giungere pure Filòbio che dirige magistralmente l’orchestra; un coro di versi indescrivibili si leva dal palco, il concerto prevede ben otto esecuzioni: Concerto in rutto minore, Tapirugità, La voce dei cosi, Versacci solisti, Amenità, Misteri della Musica, Sesta sinfonia Tapirugiana, Assolo di coso.

    Il concerto in ben presto volge in un turbinio di applausi ed è impossibile rendere l’esatta idea di ciò che accade realmente… il palco letteralmente sommerso di gelatine lanciate dal pubblico in visibilio, urla isteriche, applausi frenetici, slogan e cartelli.

     

    Filòbio centrò colpo su colpo sfoderando un disco dietro l’altro, quando uno dei suoi Tapirugi si ammalò di BBC l’ospedale in cui era ricoverato fu preso d’assalto da fan ansiosi di sapere l’esito dell’operazione.

     

    Filòbio si tolse tutte le soddisfazioni che gli erano state negate in gioventù: aveva promesso che se fosse diventato ricco avrebbe mangiato i cibi più costosi di questo mondo… ordinò dunque di recarglieli!

    Mangiò cibi preziosissimi per qualche tempo, ma c’è da dire che la cosa non era molto di suo gusto: caviale setacciato misto a polvere di avorio grattugiato e frammenti di smeraldo, lingue di pappagalli dal Giappone condite con perle sciolte e opali tritati, rubini liquidi come bibita, salmistrato di persico reale imbevuto in salsa di diamanti… Oltre che non essere di suo gusto, non era per nulla convinto che fosse il cibo più prezioso del mondo; assunse quindi degli investigatori per scoprire cibi ancora più preziosi ma fu lui stesso a trovarli, casualmente…

    Recatosi al circo più famoso dell’epoca, Filòbio notò che v’era un cavallo di eccezionali prestazioni, che il presentatore annunciò come l’unico cavallo nella storia in grado di compiere dieci salti mortali senza rincorsa, capace pure di correre a 130 orari su due gambe all’indietro, buono anche di saltare 40 MT in lungo e 35 in alto.

    Filòbio pensò che un animale così prezioso era il cibo che faceva per lui e si recò dal proprietario per acquistarlo: lo pagò qualche miliardo…

    Si convinse che niente era più utile degli animali famosi: disse ai suoi investigatori di procurarglieli affinché li potesse mangiare; così tra un concerto e l’altro, tra un disco e una conferenza stampa, si cibava di uccelli dal canto soave, di scimmie dalle prestazioni eccezionali, cani eroici eccet……

    La sua attività discografica continuava a pieno ritmo e poteva permettersi così di mangiare tutto quello che voleva, si avviava a diventare una star!

    Il nuovo sound lanciato sul marcato si svolgeva a ritmo di Schif’n’roll, era sempre imprevedibile, fresco e genuino… Colpiva, se non proprio allo stomaco, perlomeno al cuore di chi lo ascoltava: i deceduti per infarto non si contavano più, la Filòbiomania era una realtà concreta che lui stesso costatava di persona quando migliaia di fan lo assalivano e asbausciavano per strappargli un pezzo di vestito o una ciocca di capelli.

     

    I Tapirugi, nondimeno, se la spassavano come dei Tapirugi che se la spassano, si riproducevano regolarmente dando così il via ad una nuova specie sulla Terra, erano assistiti sa schiere di schiavi e servitori sempre e puntualmente ai loro ordini, nutriti e sfamati abbondantemente, protetti e spalleggiati da quasi 2.000 poliziotti.

     

    Frattanto Filòbio cresceva a base di animali famosi: divorò tutti gli animali attori, la scimmia che per prima era stata lanciata nello spazio, le cavie personali di Pascal, tutti gli animali sacri dei popoli feticisti, le vacche sacre indiane e il bue api egiziano, il cavallo di Custer e quello di Garibaldi, nonché l’ultimo bronchiosauro esistente sulla Terra e l’altrettanto ultima balena verde.

     

    Usciva l’ennesimo 55 giri "Un Tapirugio e una donna-Quel mazzolin di scrofe" primo posto in tutte le classifiche di vendita; l’LLPP da cui era estratto batté ogni record.

    Filòbio pensò nuovamente di ricorrere a cibo più prezioso: carne umana, la più famosa, si intende. Assoldò mantenendo l’anonimato nuovi ricercatori che gli procurassero il cadavere delle persone più famose, per nutrirlo.

    In breve sulla sua mensa presero posto il presidente della repubblica Cinese, Americana, Inglese, il primo astronauta, lo scopritore del mal di testa, l’inventore delle scarpe e quello del bottone, l’uomo più vecchio della Terra (un po’ coriaceo, invero) il conquistatore del Biafra, l’esploratore della foresta di Chicago e molte altre eminenze chi lesso, chi fritto, chi rosolato e chi tritato, sempre conditi e conmani a base di salse costosissime e spezie orientali.

    Filòbio, pagando egregiamente i suoi fornitori, ritirava i cadaveri sempre con un cappuccino al latte per non farsi riconoscere, quindi conservava in frigo i suddetti fino al momento del party. A volte aveva avuto dei commensali e commenpepi alla sua mensa: era riuscito a far mangiare alla moglie del capitano di sventura più celebre del mondo il suddetto marito, e a far apprezzare a molti uomini e donne i rispettivi consorti e condestini.

     

    Erano passati intanto e inpoco nove anni dal suo successo iniziale e Filòbio era ricco come un pascià; ben nutrito e nugrattuggiato sfornava canzoni (!) come un distributore di.

     

    I Tapirugi erano oggetto di studio da parte di tutti gli scienziati, ma nessuno era mai riuscito a capire da dove erano saltati fuori, Filobio non diceva certo che erano nati dal seme di trentaquattro Lire investite con una carriola e gli scienziati, HA! HA! Si scervellavano in continuazione e continuanonnone per capire che CAVOLO erano.

    Essi, dal canto loro, (che canto, poi…) si preoccupavano solo di partecipare ai concerti durante i quali profondevano tutte le loro capacità. Per il resto del tempo dormivano con gli occhi aperti, scodinzolando le orecchie e grattandosi la carotide, si nutrivano di bachi da seta possibilmente dell’India, o di formiche rosse dell’Uganda.

     

    Di fronte al successo che gli arrideva sempre di più Filòbio pensò di comprargli una dentiera nuova dacché gli potesse arridere ancor più egregiamente. Per il resto, non un assegnino ma tourneèèèééés in continuazione da un capo ad un piede della Terra, sempre incidendo nuove canzoni, esibendosi di fronte a folle immense che sommergevano a tal punto la musica che era difficile sentire un solo verso in quel casi.

    NO.

    E ovunque andasse, vuoi Cina, vuoi Madagascar, vuoi Bangla Desh, vuoi Marocco Cile Bolivia o chi altro, riceveva un’accoglienza a dir poco quel che diremmo a non dir tanto.

    Cibandosi di personalità sempre più eminenti aveva sempre la forza di gridare, cantare, girare, parlare, ballare….

    ( ……. )

    Quella sera, i suoi ricercacibo, lo vennero.

    Mentre riposava nella vasca da bagno gli giunse una accoltellata nell’orecchio che gli trapassò da parte a parte il piede.

    Stramazzò ammazzo per terra o meglio, al pavimento ed essi lo portarono via, ignari che fosse il loro padrone.

    Quella notte di quella sera, in piena notte di notte, erano sul molo della città con il loro fardello pronto per essere consegnato, ma attesero molte ore prima che il loro padrone venisse a ritirarlo… sul far dell’aurora pensarono che non sarebbe più venuto:

    "Quello là ci ha fregati, ma mò lo freghiamo noi!"

    E così dicendo accesero un bel girarrosto e il morto se lo mangiarono tutto loro.

  • 12 ottobre alle ore 23:18
    Il costruttore di fontane

    Come comincia: Il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedesse una fontana, orbene: sappi che essa è di Mangime.

    Sì, Mangime era un vecchio fontanaro dalla barba zampillante, gli occhi sempre gli stessi, capelli sciolti e incanutiti dallo scorrere dei secoli.

    Viveva, come dissimo, in quel di Pannocchia paese, quello i cui abitanti sono i chicchi e ognuno si chiamava Mangime; in effetti, da qualche tempo, il nostro fontanaro era l’unico abitante di quel paese. Un paese ridente, com’è logico: così ridente che, quando sorrideva, le montagne e le fontane tutt’intorno scoppiavano dal ridere.

    Mangime era un perito costruttore di fontane: aveva inventato la fontana a periscopio, quella a carriola, quella a valvole, quella a molla (…) e più ne costruiva più ne costruiva.

    Però, da qualche tempo, gli Striglioni gli impedivano di costruire le fontane. Ogni volta che si accingeva a fare una fontana, ecco che gli Striglioni gliela tappavano con una bietola.

    Questo è il motivo per cui il carovaniere che, strisciando in quel di Pannocchia, vedeva le fontane, adesso vede solo quelle bietole infisse nel terreno.

    Probabilmente, Mangime si è già arreso ed ha proseguito a non fare più fontane; però, per continuare il racconto, sarà d’uopo immaginare che non lo si sia arresosi e. lottando contro gli Striglioni, stia lottando contro di essi.

    Era molto tempo che egli sognava di fontanare il deserto attiguo a casa sua con una bella fontana a secco.

    Così quella sera, alle 8 di mattina, eccolo che lascia la sua privacy a bordo delle sue scarpe, e si incammina verso il deserto con i viveri e gli immancabili arnesi atti a edificare la fontana: un tubo sferico ed uno tascabile, qualche apriscatole, una lampadina a gas, un campanile da passeggio, qualche pesce che scorrazzi e sguazzi e montagne di minuteria…

    Maledetti Striglioni: il nostro Mangime è già in difficoltà. L’hanno fatto finire in una profonda buca ed egli, il nostro eroe, cerca in tutti i modi di uscirne fuori, ma invano. Fortuna che sa come fare: una spruzzata di carciofi-spray nell’aria e gli Striglioni si allontanano cosicchè egli, indisturbato, può scendere fuori dalla buca agitando i baffi.

    Il deserto è già iniziato: interminabili distese di arido suolo spoglio, decrepito, secco, asciutto, caldo e via dicendo.

    Però Mangime non trova il luogo che più gli confà per fare la sua fontana a secco.

    La prima sera del secondo giorno, approda ad una pianura del deserto, il resto invece era pianeggiante.

    Decide ivi di mettersi al lavoro.

    Passano due, tre, quattro giorni e Mangime ha quasi finito la costruzione: la vasca, gli orli, il getto, il motore e la pompa ma il giorno dopo, ossia quello prima del collaudo, gli Striglioni gli bietolano la fontana.

    Senza arrendersi, egli si rimette in cammino, vagando senza riferimento; in breve gli Striglioni cercano di fermarlo, mettendo una spirale sulla sua strada, così che prende a girare vorticosamente mentre i capelli gli spuntano a fiotti dalle braccia e dalle spalle. Ma il saggio Mangime sternuta, e la spirale se la batte con le gambe in bocca…

    Naturalmente non è che l’abbia vinta, solo che siccome chi la dura la vince, un po’ ha vinto anche lui.

    Mangime sa come sono fatti gli Striglioni ma qualcuno di noi forse no. Sappi, quegli, che essi assomigliano ad un tacchino con sembianze umane, trasparenti ma non incolori, sono infatti color bietola, e se qualcuno ha mai visto una bietola trasparente, può immaginare agiatamente di quale colore essi fossero.

    Essendo di tale colore, quando tenevano in zampa una bietola diventavano invisibili, giacchè essi si mimetizzavano con la bietola e la bietola con loro !

    Verso sera, intanto, un nuovo agguato… Mangime viene scagliato giù da un balcone ! Sa il cielo cosa ci facesse un balcone in pieno deserto, tutto sta che c’era!!! Ma poiché la casa che lo teneva su non c’era, il balcone era molto basso tanto che il nostro costruttore di fontane non si è fatto una mela.

    Anzi, duro ed imperterroristico, riprende a lavorare mattonando una nuova fontana a secco.

    Tira, allunga… chili di calce e tubi che volano, rondelle e viti, vino e bisce, martellate e fagioli la fontana viene, pian piano, su…

    Il sole verso sera tramonta facendo giungere la sera e Mangime, alla luce del buio, lavora ancora: chissà mai se riuscirà a vincerla !!!

    A notte inoltrata avvita l’ultimo cacciavite e fa la prova: funziona!!! Il getto d’aria sale visibilmente con potenza inaudita e ricade nella capace vasca. Mangime ha vinto, sì… ma sino a quando ?

    Non dimentichiamo che gli Striglioni sono sempre all’erta e attendono solo l’attimo propizio per bietolare anche questa fontana.

    Il nostro costruttore, dunque, edifica delle propulte tutt’intorno alla fontana e, allontanatosi per tornare sui suoi passi, ecco che gli Striglioni, appena si avvicinano alla fontana per bietolarla, vengono sparati in cielo con le loro bietole.

    Trappola perfetta, caro Mangime, ma forse non avevi prefisto che ti potessero bietolare anche quella… Così gli Striglioni ti bietolano propulte e fontana e tutto va rifatto.

    Qualche giorno dopo Mangime ha costruito una nuova fontana, anche questa perfettamente funzionante e si congratula con lui stesso. Per proteggerla dagli Striglioni, stavolta, la circonda con un grosso muro senza uscita. Proprio senza uscita, tanto che stavolta, messo l’ultimo mattone, si accorge che non può più uscire. Per due giorni e tre notti patisce fame, caldo e sete.

    - Se almeno avessi qualche bietola – pensa tra sé e lui.

    Manco a dirlo ecco una bietolata sulla cervice, così può prima mangiare quindi, sbietolando a tutto andare, esce dal recinto, senonchè si è dimenticato di avviare la fontana…

    - Chi ha voglia di tornare dentro ad avviarla ? Io no di certo, meglio farne un’altra !!! –

    E così è: la nuova fontana è quasi più bella delle altre: alta, possente, lucida e profumata, adorna di fiori e poesia. Mangime, quindi, la protegge con un campo minato ma chiaramente gli Striglioni gli bietolano anche le mine sicchè, esplodendo esse, anche la fontana va in frantumi.

    Roba da spararsi: anche una tempra dura come quella di Mangime si sta sgretolando… In quella, una lampadina si accende nel suo piede e l’idea si concretizza in una nuova, stupenda fontana: la fontana a bietole!!!!!

    E gli Striglioni, più che la bietolano, più che essa bietola… Certo!!! Perché una fontana a bietole bietola in continuazione!

        Mangime

    Soddisfatto, mangime torna alla sua casa in quel di Pannocchia che aveva lasciato da tempo. Oh, maraviglia!!!

    La fontana a bietole bietola ancora, bietolando in continuazione a tutto spiano, resistendo agli Striglioni, al tempo e alle bietole…

    Da lontano, Mangime si lecca la lingua: vede il getto della fontana dei suoi sogni svettare nel deserto; oh, quale fierezza per un animo così sentimentale, quale tripudio per un vecchio così mesto!

    Mentre il sole tramonta come sempre là dove non tramonta mai, Mangime sorride:

    - La chiamerò Barbabietola – pensa….

  • 12 ottobre alle ore 23:16
    Cavolomeda, il pianeta

    Come comincia: Mentre passeggiava per un passaggio pedonale, il buon Sdrusieta fu rapito da un gufo. Notizia falsa, in quanto non era un gufo bensì un ufo.

    Anche se molti non ci crederanno, questa storia è atta a ridare credito alla fonte credente: essa tratta infatti di un matto di cronica realmente accaduto nella fantasia dello scriba che scribe. 

    Sdrusieta viveva sul mondo terrestre, ma passava intere giornate e giornmorte a scruttare il cielo per caprirne i molle segreti che esso celava a quei tempi e cela, peraltro, tutt’o’ra.

    Bisogna sapere che Sdrusieta ammirava il cielo con strumenti da lui stesso appositamente costruiti: un paio di occhiali da soli per sc-ruttare nelle più intime forme dell’astro, un paio di occhiali da lune, pel simil uso, un paio invece di trampoli per avvicinarsi di più ai pianeti che circondano e teatrondano e ammirarli in ogni lor minimo parti-oculare; acchiappafarfalle elaborato ad acchiappastellecadenti, martello per martellarsi la cervice e diventar lunatici, pila per illuminare a giorno anche pianeti come Marte non dotati di luminosità intrinsega… 

    Da parte sua Sdrusieta era un uomo giovane di molte aspettative, ansioso di vivere e scoprire qualcosa di nuovo nel cosmo., desideroso di contribuire validamente al progresso nel campo scientifico e in quelli cosmologico, cosmoillogico, spaziale, extraterrestre, galattico, siderico ecciotera.

    Il nostro homo era dotato di caratteristiche non comuni e tantomeno province, che gli consentivano di applicarsi ai campi citati un po’ come una mosca nella colla.

    Sdrusieta, dai capelli multicolori che col sole ballavano, gli occhi aquilini, il naso espressivo ed un sorriso che conquistava, corpo da fusto e muscoli podeorosi, era il classico uomo del tempo dalla personalità poliedrica. Ampiamente dotato in tutto, sapeva far di tutto; contare da 3 a 9 seguendo la tabellina del 3, saltare da uno sgabello di 10 cm a terra senza divergere le zampe, spaccare un lampadario di cristallo con un rutto, schiacciare un lumacone con una castagnata…

    Sdrusieta però aveva un pallino infisso: voleva a tutti i costi, costi quel che costi, venire in contatto con degli extraterrestri: per questo tutte le sere, uscito di casa al sorgere della luna, ossia al tramonto del sole, in pratica verso sera, si recava in un luogo isolato e penisolato dal resto del mundo e aspettava il loro arrivo.

    Perché aveva scelto proprio quel posto, ossia una collinetta piatta erbosa e paludosa popolata da pesci-rana ed insetti domestici? E’ ovvio che ne avesse buon motivo di fare ciò! Proprio in quel luogo, in effetti, qualche tempo prima aveva visto, così diceva, atterrare un 45 giri volante e da esso sarebbero discesi adunque degli uomini microsolchiformi che cantavano a squarciagola un nonsochè nel loro linguaggio. Da quella sera, tutte le sere, sia il lunedi che il lunedi, Sdrusieta era su quella collina piatta per vedere se ‘sti dettibene extraterrestri si decidevano a venire a fargli visita. Portava sempre con sé un sacchetto per fotografarli e una scimmietta come testimone dell’eventuale evento.

    Erano praticamente 50 anni e 15 mesi che esso aspettava tale venuta, ma ciò nonostante di extra manco a parlarne, di terrestri, poi, manco a meno. Se saltiamo tutte le sere che essi non sono venuti, però, e seguiamo solo le sera in cui viceversa (viceversiamo, viceversate, viceversano) essi venuti lo sono, allora ci eviteremo 50 anni e 15 mesi di racconto per goderci di contro solo una sera di racconto spassionato avvincente apperdente interessante eccitterio.

    Verso sera, quella sera, Sdrusieta si reca alla collina piatta munito dei suoi soliti attrezzi, e sedutosi all’ombra di uno stagno scruta il cielo speranzoso e fiducioso: verso la mezzanotte, incredibili a dirsi, leggersi e a sapersi, ecco che nel cielo compare qualche cosa che di solito non compare; una strisssssssia luminosa strissssssiforme che illumina tutto ciò che vede; raddrizzando lo sguardo, Sdrusieta intuisce che forse è venuto il suo momento e si appresta a accogliere degnamente gli arrivanti.

    L’astrobarca che li conduce plana dolcemente verso la terra atterrando vicino allo stagno nel quale Sdrusieta era appostato, da essa escono alcuni esseri che si guardano attorno circospeziosi e poi, dopo essersi vestiti, si tuffano nello stagno. Sdrusieta annota il fatto sul suo block-notes e osserva nuovamente… nuotando gagliardamente nello stagno gli extraterrestri guazzano gioiosamente, quand’ecco che la scimmietta del nostro astronomo, spaventata, comincia a muggire mettendo sul chi non muore i bagnanti.

    Essi all’udire ciò balzano in piedi e usciti dallo stagno nuotano verso Sdrusieta e, raggiuntolo, lo portano via con sé…

    Tutto contento il nostro amico appunta tutto sul suo bloccanote finanché viene sottoposto all’interrogatorio da parte degli extraT :

    - Cavolì cavolò, cavolem cavulàm, che cavul cavolei ? –

    A onor del vero il nostro Sdrusieta non ha capito un cavolo di quello che gli è appena stato detto e risponde come può:

    - Cavolitt, cavolatt, cavolfior dei miei ciabatt – 

    I Cavolotici, guardandosi nelle orecchie, cercano di intuire il significato del detto…

    Sia Sdrusieta che i Cavolotici avrebbero voluto intendersi, per reciproco interesse, ma purtroppo nessuno è in grado di fare da interprete tra le due specie. Per molto tempo essi cercano di trovare una formula adatta a intendersi:

    - Cavolucchio cacolone cavolotto cicerone, cavolqui, cavollà, càul càaul va a pescà! –

    - Cavoliamo cavolate cavolicchia pure il frate, cavoletto cavolino cavolicchia il contadino! –

    - Cavolatu, cavoloio, cavolenda, cavolo a merenda! –

    - Cavol fritto, lesso o al forno, quanti cavoli qui intorno! –

    Niente da fare: per quanto se ne sforzino, né Sdrusieta né i Cavolotici riescono a cavare un ragno dall’orifizio.

    Intendersi a gesti ? Manco a parlarne… i cavolotici vedono con le orecchie e gesticolano con il naso, quindi anche il linguaggio dei gesti, sinora ritenuto internazionale, non diverra mai linguaggio universale?

    Io mi chiamo Sdrusieta – 

    Cavol cavol cavolfioreò! –

    Nulla da far.

    Neanche la presentazione riesce: il nostro Sdrusieta comunque annota tutto quello che gli capita a tiro per riportare sulla terra il maggior numero di nozioni possibile, nota l’interno della navicella, gli strumenti di bordo e un grosso recipiente pieno di cavoli di ogni colore, probabilmente servono per.

    Viaggia e riviaggia, cavola e ricavola, la navicella spaziale giunge bene o bene ad un pianeta… è inutile specificarne la forma.

    Giunto al cospetto del Gran Cavolano, questi riesce dopo non pochi tentativi ad intendersi con Sdrusieta.

    Su Cavolomeda, il pianeta suddetto, si conosce solo il cavolo ma, da qualche tempo, si è avuta una epidemia di zucche che soffocano la crescita dei cavoli prendendone il terreno. I Cacolotici rischiano di morire di fame, in quanto la produzione di cavoli è block-notevolmente calata da un po’ di tempo a ‘sta parte.

    Se Sdrusieta avesse saputo risolvere tale problema avrebbe potuto tornare sulla terra con un’ingente ricompensa.

    Manco a dirlo in breve il nostro astronomo si improvvisa gastronomo e cerca ogni mezzo per arrestare ed ammanettare l’epidemia di zukke. Giunto nel campo in cui i cavoli venivano coltivati, prova a strappare una zucca.. ohibù!!! Mondo cipollino !!! Sotto la zucca ce n’è un’altra, che ricresce subito al suo sito.

    Un altro giornale prova a diserbare con uno zucchicida i cucurbitacei in questione… macché: zucche a non finire !!! Zucca e rizucca, Sdrusieta non sa più che cavolo fare per risolvere il problema suo e dei Cavolotici.

    Con un lampo di genio causa un bel tuono che gli dà un ideo che è il fratello dell’idea, ma è più saggio: pensa infatti di leggere qualcosa negli astri aspri; la sera immediatamente venente si piazza coi suoi strumenti e, salito sui trampoli, si avvicina a tal virgola ai pianeta che voleva interpellare da riuscire a leggere quello che dicevano punto.

    Dicevano (sa il cielo cosa vuol dire) di dare un-occhiata alla scimmietta che Sdrusieta aveva recato con sé fino a Cavolomeda; in un immediatamente che non si dica, corre a dargli la-occhiata:

    BHO!!!

    Sta dormendo! Evidentemente l’occhiata è il caso di continuare a dargliela finanché non avesse manifestato un nonsoché di utile per le ricerche che sta conducendo.

    La scimmietta al mattino si sveglia, si guarda intorno per cercare quid da mangiare, prende una zucca e se la mangia… poi torna a ronfare. Fine della giornata della scimmietta. Con le idee e gli idei sempre più chiari Sdrusieta cerca di interpretare positivamente ciò che aveva appena visto, ma non sa che fish pigliare.

    Ponza e riponza…. DOLMEN !!!! La superidea era piovuta dal cièlo !!!!!

    Sdrusieta corre dal Gran Cavolano e gli espone il mezzo per risolvere la loro fame. Mangiar le zucche!!!

    Inutile dire che in un diviso che non lo si dica i Cavolotici diventano Zuccotici, e ben pasciuti avendo di che scorpacciare per l’eternità.

    Tutto non è male quel che finisce bene !!!!!

  • 06 ottobre alle ore 17:33
    Felice e l'esistenza di Dio

    Come comincia: "Sei sicuro di aver fatto la cosa giusta?" Aurora non aveva condiviso appieno la scelta di Felice di lasciare la piccola in quel centro di accoglienza per orfani e dispersi. D'altronde non potendo fare altrimenti lui si era visto costretto ad imporsi con la compagna, alzando la tensione tra loro. "No, sono sicuro di aver fatto la cosa sbagliata, ma l'unica possibile, non possiamo salvare tutto il mondo" Lei cercò di capire, ma il suo animo sensibile spesso le rendeva impossibile comprendere le migliaia di ingiustizie di questo mondo, Aurora era un'idealista pronta a sacrificarsi per il bene degli altri, eppure questa prima esperienza, vissuta ai limiti della realtà, le avevano aperto gli occhi sulla grande complessità della vita. Adesso, sbollita la rabbia, capiva che lui aveva agito per il meglio, quella bambina non aveva familiari e dopo la dura esperienza con gli scuri doveva provare a reintegrarsi tra la sua gente e forse quell'istituto dall'aspetto scalcinato avrebbe aiutato la piccola a ricominciare una nuova vita.
    "Scusa!" Disse Felice senza guardarla in faccia, lei si avvicinò a lui che stava sistemando lo zaino e lo abbracciò dal dietro appoggiando la testa alla sua schiena. Quel contatto accese la passione e lui si girò verso la donna che lo baciò con fervore ma poi si staccò dal compagno con decisione "Anche io ti amo, ma adesso dobbiamo darci una mossa, hai deciso di non imbarcarti sul nostro volo per il Brasile perché devi concludere qualcosa qui in Africa; sono con te" Lui non rispose, si limitò a guardarla facendole capire quanto fosse contento della sua presenza. In pochi attimi finirono di preparare i propri bagagli e dopo aver fatto colazione e pagato il conto, si avviarono verso un caseggiato poco lontano, un addetto dell'albergo li aveva indirizzati lì per trovare un mezzo di trasporto. Per fortuna Aurora se la cavava con le lingue e riuscì a farsi capire dall'uomo che gestiva quella specie di autonoleggio. "In Nigeria, si. A Sokoto. Ho capito che è pericoloso, ma dobbiamo arrivarci in un modo o nell'altro. Va bene, staremo attenti, ti paghiamo tutto in anticipo, così se qualcosa andrà male tu non ci rimetterai nulla. Ok, ok siamo pazzi, ma tu procuraci il mezzo con tutte le indicazioni per arrivare velocemente a destinazione e non te ne pentirai. Va bene, lo dirò anche a lui, grazie" Felice la fissò con aria interrogativa "Ha detto che andiamo incontro ai guai. Uscire da Gao senza un lasciapassare equivale a farsi arrestare o peggio ammazzare e poi l'idea che noi si voglia raggiungere Sokoto lo fa rabbrividire; i viandanti del deserto riportano brutte cose su quel posto e ci sconsiglia di avvicinarci a quella città, ma tu non lo ascolterai, vero?" Chiese infine Aurora conoscendo già la risposta. Lui cercò di stemperare la tensione e provò a parlare con calma, quasi sorridendo "Ho imparato ad ascoltare i miei sogni, le loro parole, i gesti e le allusioni. Mi stanno preparando da anni e adesso penso sia giunto il momento di seguire le loro indicazioni. Stanotte uno di loro mi ha fatto capire di dover raggiungere Sokoto dove dovrò incontrare un personaggio religioso della Nigeria molto in vista, non mi ha spiegato il perché ma ormai siamo in ballo e ci conviene ballare" Lei lo abbracciò e lo baciò sonoramente sulla guancia, emanava energia e felicità da tutti i pori "Grazie amore, grazie" Felice la guardò confuso mentre faceva una smorfia e lei precisò "Hai detto siamo, non sono, siamo" Allora lui capì e scoppiò in una risata liberatoria, erano una bella coppia. Nel frattempo li raggiunse il noleggiatore con una specie di fuoristrada che non rendeva giustizia all'appellativo di autovettura; era un catorcio "E noi dovremmo fare migliaia di chilometri con questo rottame?" Sbottò Felice contrariato. L'africano guardò Aurora che con un cenno d'intesa gli fece intendere che era tutto sotto controllo, ma Felice mangiò la foglia "Quali segreti mi nascondete?" "Sali che poi ti spiego" Tagliò corto lei e prima di accomodarsi sulla vettura saldò il conto con il noleggiatore che dopo aver contato i soldi sorrise mostrando la sua bocca sdentata "Ok?" Fece cenno Aurora "Ok" Rispose lui con il pollice in alto.
    Lei fece spostare Felice sul lato passeggeri e si mise alla guida senza dir parola "Adesso mi spieghi quello che..." "Ssssttt. Ti amo. Aspetta due minuti per favore" Lui aspettò pazientemente e dopo circa mezzo chilometro lei accostò la macchina vicino ad un malconcio caseggiato da dove uscirono d'incanto due uomini carichi di zaini e borsoni "E questi chi sarebbero?" Felice si rese conto di essere caduto nella tela del ragno e scese dall'auto visibilmente frustrato. Lei non rispose, si avvicinò invece ai due e diede istruzioni; in pochi attimi caricarono i loro bagagli e si accomodarono sui sedili anteriori. Aurora fece cenno a Felice di prendere posto dietro e poi si accomodò di fianco a lui che adesso la stava fissando in cagnesco. "Ok, ok. Mi sono un po' allargata, hai ragione. Ascoltami, per le vie di comunicazione tradizionali se tutto filava liscio avremmo impiegato tre o quattro giorni per raggiungere Sokoto, senza lasciapassare avremmo corso parecchi rischi. Invece grazie a loro useremo una vecchia pista che taglia attraverso il Niger, sfioreremo la cittadina di Sanam e giungeremo rapidamente a Sokoto. Abbiamo pensato a tutto, siamo carichi di provviste e carburante, saremo veloci ed invisibili" Felice non obiettò, qualcosa in lui stava cambiando. Un tempo si sarebbe adirato per una faccenda simile, oggi comprendeva che ogni cosa aveva un suo perché; se Aurora aveva deciso per quella soluzione significava che era giusto così e senza dir nulla prese le mani della donna e le strinse affettuosamente, lei ricambiò mentre una lacrima le rigava una guancia.
    Il viaggio si rivelò per quello che doveva essere, duro e stressante. Il caldo era soffocante e si aveva la sensazione di viaggiare su Marte tra distese aride e sterminate, ma le due guide sembravano sapere il fatto loro e continuavano a rassicurarli sulla buona riuscita dell'impresa. Felice si assopì e come ormai sempre più spesso accadeva fece un sogno: si trovava all'esterno di un casolare diroccato ed isolato e sentendo delle voci provò a sbirciarvi all'interno. Non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo, intravide alcune figure vestite in modo strano che discutevano animatamente e all'improvviso una di loro, una donna, si voltò verso di lui e lo indicò a tutti gli altri; Felice arretrò istintivamente e senza accorgersi inciampò e cadde rovinosamente all'indietro sbattendo violentemente il capo a terra.
    "Ahia! Maledizione" Le sue imprecazioni destarono Aurora che subito si rivolse a lui con affetto "Un altro dei tuoi sogni?" "No cazzo! Cioè si, ma ho sbattuto la testa contro la sbarra dei sedili" Lei sorrise e anche lui non riuscì a trattenersi e scoppiò in una risata liberatoria. Le due guide si voltarono e si unirono alle risa, erano stanchi e ridere dava loro sollievo "Dobbiamo fermarci a Sanam" Disse uno dei due rivolto ad Aurora "Non era nei patti" Rispose lei "Si, ma la macchina ha bisogno di manutenzione, il deserto ha fatto più danni del previsto" Poteva essere una menzogna, ma fino a quel momento i due si erano rivelati ottimi elementi, perché dubitare? "Ok. ma solo per il tempo necessario" "Certo, solo il tempo necessario" Aurora notò un moto di terrore nello sguardo dell'altra guida che fin lì non aveva aperto bocca.
    "Cosa c'é?" Chiese Felice "Un contrattempo, faremo tappa a Sanam. Non dire nulla, hai ragione, non era previsto, ma le guide.." Lui poggiò delicatamente un dito sulle labbra della ragazza "Shh, non devi spiegarmi nulla. Se il destino ci porta in quel luogo ci sarà un motivo e se non c'é avremo visto un luogo nuovo" Felice stava cambiando rapidamente e lei si rese conto di avere a che fare con un uomo fantastico che in qualche modo aveva aperto il suo cuore al mondo; baciò delicatamente il suo dito e fece cenno di aver capito.
    Sanam era un agglomerato di casupole e catapecchie dove la gente viveva di quel poco che riusciva a trarre dall'agricoltura e dall'allevamento, le due guide promisero di metterci poco tempo, conoscevano un uomo che possedeva una piccola officina, li avrebbe serviti subito. Felice non sembrava interessato alla cosa; strano, pensò Aurora, dov'era finita tutta la sua fretta? Lui allungò la mano a cercare quella della compagna e lei la strinse tra le sue dita sentendosi pervasa da un'energia incredibile che le offuscò la mente. Dopo un attimo di smarrimento riprese possesso delle sue azioni e si trovò in mezzo a delle donne che stavano cercando di dissodare la terra. Felice era qualche metro davanti a lei chinato vicino a una delle contadine e la stava aiutando nel suo lavoro. Aurora si avvicinò e chiese "Ma cosa fai?" "Aiuto quest'anziana signora, ha le mani devastate dall'artrite e non riesce più a lavorare" "Ma noi dobbiamo andarcene, dobbiamo proseguire il nostro viaggio, hai dimenticato?" "No, so perfettamente dove dobbiamo andare, ma questa donna ha bisogno di aiuto adesso" Aurora si avvicinò ulteriormente ai due, osservò la cotadina e capì perché Felice si stava comportando a quel modo, oltre alle mani devastate, la donna era anche cieca e stava solo trafficando con un attrezzo scalcinato senza fare nulla di utile. Le donne vicino a loro osservavano la scena e con lo sguardo diedero ad intendere ciò che Felice aveva già capito, lasciavano che l'anziana trafficasse con i suoi attrezzi facendola sentire ancora utile e parte del gruppo. Felice sussurrò all'anziana "Signora, siamo stranieri, ha voglia di accompagnarci a vedere il tempio della comunità?" Aurora lo guardo di sbieco "E come pensi che possa aver capito il tuo italiano? Forse capirà a malapena il mio francese o l'inglese" Nel frattempo l'anziana si era alzata e con movimenti lenti, ma allo stesso tempo eleganti, si era sistemata il vestito che la copriva dalle spalle ai piedi, nonostante l'età e la vita dura era ancora una splendida signora. Con un gesto fece cenno loro di seguirla e tese la mano verso Aurora che immediatamente la prese vicino a se. "Io capisco tante lingue ragazza mia, vi stavo aspettando" Aurora fu colpita da quelle parole e l'anziana comprese il suo stato d'animo "Vi ho sognato qualche tempo fa e i signori della luce mi hanno indicato voi come eredi della conoscenza. Non stiamo sognando questa è la vita reale, siete nella mia città, osservate voi che potete, guardate in che modo siamo costretti a vivere. La nostra terra è povera ma volendo si potrebbe migliorare questa situazione, purtroppo fa comodo a tanti avere migliaia di poveracci disposti a tutto pur di sopravvivere" "Perché non ve ne andate?" Chiese Aurora che immediatamente si pentì di quella domanda "Dovunque ci trasferissimo saremmo sempre degli accampati. L'Africa è enorme, ma poco vivibile, siamo in tanti e le poche zone veramente abitabili sono per i ricchi e i potenti. Per stare in certe zone dovremmo tornare a vivere come i nostri antenati, in simbiosi con la natura, ma ormai la società moderna non lo permette più. Siamo arrivati" I tre erano davanti ad un edificio che poteva essere una piccola moschea, o una chiesa o un qualsiasi luogo di culto in miniatura "Entriamo" Li sollecitò la donna "Venite, questo è il luogo di culto di Sanam" Felice osservò quel luogo da un punto di vista tecnico, aveva notato una sola porta d'accesso, alcune finestre in alto facevano entrare un po' d'aria e poca luce, la struttura era un misto di mattoni secchi, paglia legno e calce; in caso d'incendio sarebbe stato impossibile fuggire. Aurora invece si era concentrata sull'aspetto spirituale e subito pose una domanda alla donna "Ma qui che religione professate? Non ci sono simboli, altari, nulla. Che funzioni svolgete qui?" Anche Felice si stava per chiedere le stesse cose, per loro era inconcepibile vedere un luogo di culto così spoglio e desolante. La donna percepì le loro sensazioni e rispose scandendo bene le parole: "Qui la gente si incontra per trovare la pace con se stessi. Noi non professiamo nessuna religione specifica, noi crediamo nel creatore supremo, non abbiamo bisogno di simboli, di preghiere, di testi che ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Gli animali non hanno nessuna guida ma dal momento in cui nascono al momento in cui muoiono sanno come comportarsi e se non vengono disturbati dall'uomo vivono in armonia con la natura. Vai a Sokoto Felice, segui il tuo cuore, liberaci dagli scuri, sono la nostra rovina" La donna si accasciò a terra, svenuta. Aurora e Felice la soccorsero immediatamente ma in quel momento una voce alle loro spalle li riportò alla realtà "La macchina é pronta signori, quando volete ripartiamo"
    Prima di riprendere il viaggio avevano chiamato qualcuno per soccorrere l'anziana e immediatamente erano sopraggiunte le figlie della donna, tre giovani ed energiche ragazzone "Fa sempre così, é l'età" Esordì una di loro "Vi ha raccontato qualche strana storia?" Chiese un'altra in perfetto inglese. Un'occhiata d'intesa e Felice e Aurora decisero di non far parola della conversazione avuta con la donna. Per fortuna le ragazze non diedero seguito alle domande e dopo averli ringraziati per l'aiuto condussero la madre verso l'uscita, un po' d'aria l'avrebbe aiutata a rinsavire.
    In macchina stavano ripensando a ciò che era accaduto e mentre le guide canticchiavano un motivo incomprensibile Aurora ripensò alla faccia della guida nel sentir parlare di Sanam e allora decise di chiedere una spiegazione rivolgendosi all'uomo e con fare autoritario, ma comunque educato, lo avvicinò con la testa poggiata sul suo sedile "Perché avevi paura di fermarti a Sanam?" La domanda colse di sorpresa la guida che rallentò la macchina fino a fermarsi, l'altro non aveva capito cosa stesse accadendo ma la faccia del compagno gli chiarì la situazione "Cosa vuoi donna? Cosa vuoi sapere? Vi stiamo conducendo alla meta senza problemi, non vi basta?" Adesso anche Felice si era avvicinato e pur capendo poco ascoltava interessato "Ho fatto una semplice domanda al tuo amico, non ha la lingua per rispondere?" No, non aveva coraggio di parlare, allora fu la prima guida che in un misto di inglese e italiano cercò di farsi capire anche da Felice "Un tempo il suo compagno in questi viaggi era suo fratello. Durante un trasporto furono costretti a far tappa a Sanam e nel periodo della sosta suo fratello conobbe una vecchia cieca che lo condusse nel luogo dove vi ho rintracciato io. La vecchia convinse l'uomo ad abbandonare la sua vita e ad unirsi alla gente di Sanam, il mio compagno si oppose e cercò di portar via il fratello, ma proprio quando sembrava che le cose si stessero sistemando fu proprio il ragazzo a dire al fratello che non voleva più avere niente a che fare con lui e con la sua vita passata, doveva lasciarlo stare, non si sarebbero più rivisti. E così fu, da anni non si hanno più notizie di Chris" "Ma allora a maggior ragione dovrebbe tornarci più spesso" Ribatté Aurora "No, è un brutto posto, non va bene, non va proprio bene" Detto ciò la guida si girò in avanti e fece cenno al compagno di ripartire, se tutto filava liscio nel volgere di un paio d'ore sarebbero giunti a Sokoto e allora la loro missione sarebbe terminata e tanti saluti agli stravaganti europei.
    "E tu non dici niente? Non parli più, non ti preoccupi di nulla, cosa c'è?" Aurora era stanca e un senso di frustrazione ed impotenza l'avevano sopraffatta. Felice le afferrò delicatamente una mano e in altrettanto modo baciò le dita affusolate della compagna "Quella donna li ha visti, anche lei è una dei prescelti" "Ma se è cieca" "Loro riescono a farsi vedere da chi vogliono, appaiono in sogno e poi ti trasportano nella loro realtà. La vecchia mi ha prospettato un altro scenario, uno scenario che già in molti, prima di me, hanno cercato di comprendere e spiegare" "Sì e allora?" Chiese lei che ormai si era abituata alle mezze frasi e alle allusioni del compagno "Allora la domanda è la solita: Dio esiste? Le religioni con tutte le loro sfaccettature le ha volute lui o le hanno create gli uomini per controllare meglio le masse? Siamo in mano a Dio o agli alieni? Cosa sarà di noi dopo la morte? Vivremo in eterno nel paradiso celeste o verremo resuscitati dagli alieni? O saremo morti e basta? Aurora, sono confuso, aiutami" Felice poggiò la testa sulle gambe di lei che con la mano prese a carezzarlo amorevolmente e poco dopo si appisolarono di nuovo.
    "Svegli, siamo arrivati!" La guida non fu molto delicata, aveva fretta di tornare a casa e voleva sbarazzarsi di loro al più presto. Aurora stava per rispondere a tono ma Felice la prese per un braccio e fece cenno di lasciar perdere. Si rivolse invece alla guida "A quanto pare capisci un po' la mia lingua e io cercherò di spiegarmi al meglio; grazie per averci condotto fin qua, capisco i vostri timori e non vi tratterrò più del tempo necessario. Ora sarete così gentili da condurci fino a quest'indirizzo" E mentre parlava Felice porse un biglietto alla guida che dopo aver letto strabuzzò gli occhi "Ecco" Proseguì Felice "Io non so cosa significhi per voi tutto questo, sento la vostra paura, ma vi assicuro che dopo averci portato lì sarete liberi di andarvene, non prima però di aver ricevuto un compenso extra" L'altro stava ancora fissando il biglietto con scritto l'indirizzo poi si rivolse a Felice "Ci date i soldi prima e noi vi portiamo a un paio di isolati da quell'indirizzo, altrimenti non si fa niente" "Ok, come vuoi tu" Confermò Felice che pagò la guida e senza aggiungere altro i quattro proseguirono fino al punto concordato dove Aurora e Felice dopo aver preso i propri bagagli si separarono dalle due guide.
    "Dove siamo di preciso?" Chiese lei.
    "Non ne ho idea" Rispose lui.
    "Cosa? Come non ne hai idea? Siamo venuti fin qua e mi stai dicendo che non sai dove siamo?"
    "Esatto, e non so neppure perché" Aurora stava per scoppiare, le vene del viso gonfie e i pugni serrati annunciavano burrasca, allora lui cercò di darle una spiegazione "Senti, il primo passo tra noi due è stato quello di sottostare alla regola che si va dove decido io, giusto?" Lei era sempre più rossa in viso "Ok, dove dico io dopo che mi è stato indicato, quindi dove dicono loro" Adesso era paonazza "D'accordo, mi lascio un po' trascinare, comunque l'altra notte in sogno mi hanno indicato questa città come tappa fondamentale del m.." Si morse le labbra in tempo "Del nostro viaggio. Quindi Sokoto era da raggiungere comunque, ma io non sapevo nient'altro. Poi la vecchia cieca mi ha allungato un biglietto con l'indicazione di un indirizzo e di un nome ed è lì che stiamo andando" Aspettò per un attimo la reazione della compagna che non si fece attendere, con la mano chiusa a pugno lo colpì sul petto e poi si strinse a lui con forza e l'uomo la baciò sulla testa "Scusa se non riesco ad essere l'uomo dei tuoi sogni, ma faccio fatica anche io a capire tutto ciò" Lei non rispose, ma continuò a stringerlo forte a se. Dopo alcuni istanti lui si divincolò delicatamente e la prese per mano "Andiamo a vedere cosa ci aspetta" Trovarono l'indirizzo dopo alcuni minuti e suonarono al nominativo indicato sul biglietto. Si aprì una porticina laterale e una giovane donna li fissò con aria interrogativa, Aurora allora prese in mano la situazione "E' lei Bocassa Frend?" La giovane fece cenno di no con il capo, aveva capito e Aurora avvicinandosi provò ad insistere "E' in casa Bocassa? Dobbiamo vederlo, è importante" La ragazza non rispose, sembrava indifferente. Felice si avvicinò ulteriormente "Capisci la mia lingua?" Lei fece un cenno affermativo "Bene, non vogliamo spaventarti ne rubarti del tempo prezioso, una vecchia cieca di Sanam mi ha indicato questa casa e il nome di Bocassa Frend" "Tornate domani mattina, dopo la prima funzione" Non lasciò loro il tempo di replicare, con un rapido movimento si ritirò all'interno del caseggiato richiudendo velocemente la porta dietro di se "Cerchiamoci un posto per la notte" Disse tranquillamente Felice.
    "Ti ho mai detto che sono ricca? Cioè, i miei sono ricchi, io sono una mantenuta ma mio padre ha sempre appoggiato le mie iniziative <largo ai giovani, purché non combinino guai> questo è ciò che ripeteva sempre" Stava sistemando le sue cose nel piccolo guardaroba della stanza mentre lui si stava spogliando per farsi una doccia "No, non me l'hai mai detto, ma l'ho capito subito" "Se non fossi ricca mi vorresti lo stesso con te?" Non era quello che voleva dire ma ormai l'aveva detto, lui non se la prese e si limitò a rispondere "Ti ho salvata in un sogno, ti ho rivista nella realtà e mi sono innamorato" Andò a farsi una doccia chiudendosi in bagno a chiave, la sabbia del deserto gli era penetrata fin nei più profondi orifizi e aveva un po' di problemi intestinali. Dopo circa mezz'ora usci dal bagno e si sdraiò sul letto, era stravolto. Aurora si avvicinò a lui e gli sussurrò in un orecchio "Vorrà dire che questa sera la schiena me la laverò da sola" E allontanandosi con fare sensuale lo lasciò nel suo mondo, un mondo di sogni.
    "Sei sulla strada giusta" La femmina era seduta vicino a lui, sul lettone "Sto sognando" Felice si alzò in piedi allontanandosi dalla figura slanciata e sensuale "Non direi, lei è in bagno che fa la doccia, non senti?" Aurora stava facendo la doccia mentre cantava un motivetto allegro e veloce "Non mettetela in mezzo a questa storia, lasciatela fuori dai nostri affari" "Lasciarla fuori? Ma lei c'è dentro in pieno. Tu sei un prescelto e lei è la tua donna. I tuoi genitori, i tuoi amici, tutti ci sono dentro. Non puoi farci nulla, é una cosa normale" "Normale? E' normale che io stia parlando con te, in una stanza d'albergo in Africa mentre la mia donna è in bagno a fare la doccia? E' normale che io sia partito per il sud America alla ricerca di Franco e adesso sia in giro per il deserto alla ricerca di non so che?" "Franco è vivo, in mano agli scuri, ma vivo. Ci occuperemo di lui in un secondo momento, adesso devi concentrarti su questa missione e rimetterti in forze, domani dovrai essere lucido e concentrato" Concluse lei sparendo poi alla sua vista.
    Felice si assopì sul letto e il suo cervello staccò la spina.
    Aveva dovuto darci dentro con spugna e bagnoschiuma per rimuovere tutta la sabbia dal suo corpo e adesso che si stava asciugando la stanchezza le piombò addosso all'improvviso, ora capiva perché Felice era uscito dal bagno piuttosto provato. Finì di asciugarsi ed indossò una maglietta leggera che fungeva da pigiama. Trovò il suo uomo disteso sul letto profondamente addormentato, si accomodò vicino a lui e lo baciò voluttuosamente sul collo, lui accennò una piccola reazione ma nel frattempo anche lei fu sopraffatta dalla stanchezza e cadde in un sonno profondo.
    All'alba lui fu svegliato dall'istinto maschile e delicatamente, ma con decisione, si avvicinò a lei che capite le intenzioni dell'uomo si donò a lui con passione.
    "Non lo credevo possibile, ma sono veramente cotto di te" Proclamò lui mentre con una mano stava carezzando i capelli di Aurora "Le cose cambiano e ciò che sembra impossibile diventa reale, quando meno te lo aspetti" Rispose lei che adorava farsi coccolare e adesso stava facendo le fusa come una gatta "Oggi affronteremo un altro ostacolo, ieri sera una di loro mi ha fatto visita e mi ha detto di farmi forza, la prova non sarà facile" "Ma io sarò al tuo fianco e insieme supereremo anche questo ostacolo" I due si fissarono, lo sguardo da innamorati "E' ancora presto, abbiamo almeno due ore di tempo prima di recarci all'appuntamento" Chiarì lui "E allora che aspettiamo? Il letto è tanto comodo" Lo invitò lei con gesti inequivocabili. L'appuntamento era più tardi, adesso avevano tempo di amarsi, al resto avrebbero pensato dopo.

  • Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paternò alle dodici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che si guadagnavano qualche euro.
    "Che bella aria di campagna, ci vivrei per sempre." Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore al viso dopo...era proprio cambiata pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All'imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiatI padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per il buon pasto anche per il vino di Paternò che, un pò forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno, un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    "Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanchi, troviamo un albergo."
    Era un tre stelle.
    "Vorremmo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella."
    Era chiaro che Giuliana si era riservata la parte si moglie."
    "Ci facciamo una doccia, sei stanco?"
    Tradotto, "Datti da fare, voglio scopare"
    Giuliana visto Max nudo sul letto:
    "Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto." e cominciò dai piedi sino al viso, un capriccio pensò Max, poi fu rivoltato e di nuovo leccato.
    "Mi hai preso per un lecca lecca!"
    "Mi piace il tuo sapore, mio marito puzzava."
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino al fuoco di artificio finale.
    "Bene cara, io mi giro dall'altra parte, ho sonno, buona notte."
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno gli aveva preso in bocca l'uccello.
    "Giuliana non t'è bastato, ancora?"
    La succhiatrice non aveva risposto anzi avava accelerato, il ritmo. Max allungò una mano e toccò dei capelli, non erano di Giuliana, aprì gli occhi: Assunta!
    "E tu che ci fai qui?" Domanda di una intelligenza.!
    Assunta, su di giri, non rispose, montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max nn aveva un preservativo e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta rimase nella stanza. Max la mattina ebbe una sorpesa,  nel taschino della sua giacca un assegno di diecimila euro...mih
    Rientro a Messina, dietro i vetri la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe dovura accontentare delle briciole.
    Un giorno durante una lezione di latino alle sorelle D'Arrigo, Grazia si mise a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, non sapeva cosa potesse essere successo di così grave.
    "Un brutto voto a scuola, litigio con i ompagni o con  i genitori?"
    "Se lei è comprensivo glielo diciamo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme."
    "Non vi liquido, parlate."
    "Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un pò con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca, non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare" e giù a piangere sempre più forte.
    Max ebbe paura che la situazione degenerasse, quelle erano capaci di tutto.
    "Va bene ma solo una volta."
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, 'ciccio' davanti a  tanta gioventù alzò la cresta che venne ingoiata dalla bocca delle sorelle a turno, cercò di resistere il più possibile, erano molto brave anche con la lingua maledette loro, chissà quanto allenameto con i compagnia di scuola. In ultimo 'ciccio' cedette e comincià a spruzzare sperma golosamente ingoiato a turno da Grazia e da Graziella.
    "Grazie e...a presto."
    "A presto un c...o, non voglio vedervi mai più!"
    Le due grazie erano sparite in un batter d'occhio.
    Un pomeriggio, Max riposa sul divano, telefonata:
    "Ti ho disturbato?" Era Memi. (pensiero di Max: hai proprio rotto!)
    "Tu non disturbi mai, cosa posso fare per te o meglio, lo so ma voglio sentirtelo dire."
    "Sono giù di morale, mi manchi tanto e poi, stupida, mi sono pure innamorata di te maledizione!"
    "Io mi sono innamorato una sola volta ed ho sofferto, tutta la mia comprensione."
    "Vorrei farti una proposta indecente."
    "Ma tu ce l'hai un milione di dollari?"
    "Ho solo me stessa."
    "D'accordo, non mi va di scherzare con i sentimenti, dimmi tutto."
    "Sono in difficoltà, è una proposta particolare...vorrei avere un rapporto a tre con mio marito..."
    "È una sorpresa ma  lo sai che sono un anticonformista, tira fuori la proposta."
    "Un rapporto a tre con mio marito: lui sotto col suo ciccio nel mio culino, io sopra supina a tua disposizione:puoi baciarmi, leccarmi, mordermi e poi entrare dentro di me non solo fisicamente..." Memi piangeva.
    "Non fare così, mi metti in crisi."
    Stranamenre Max si trovò col suo ciccio inalberato, brutto zozzone, lui zozzone.
    "Quando ci possiamo vedere?"
    "Anche adesso, mio marito è vicino a me, se vuoi potresti farti la doccia a casa mia, ti vorrei insaponare io."
    "Vengo."
    Max si mise addosso un accappatoi, quando giunse al piano di Memi la porta era aperta, in marito non era in vista.
    "Vieni in bagno." Nel vedere 'ciccio' arrapato Memi si mise a ridere:
    "Ti faccio questo effetto da lontano."
    "Penso che sia la situazione insolita."
    "Aspettami qui, ti chiamo io, vado a preparare Salvatore."
    Dopo circa cinque minuto: "Caro vieni." La voce di Memi era roca, era proprio arrapata ed aveva assunta la posizione che aveva descritto per telefono.
    "Vai sulle tette, sulla fica, fai un pò tu..."
    Max si posò con la bocca sul fiorellino che in pochissimo tempo godette alla grande e di seguito perchè Memi aveva messo una mano sulla testa di Max per non farlo allontanare, forse godeva anche col culino.
    L'entrata in fica fu alla grande, forse Max aveva trovato il famoso punto G di Memi che sembrava impazzita dal piacere.
    "Resta dentro per piacere."
    Per piacere Max restò dentro a lungo finchè si accorse che il marito si era defilato  ed allora volle andare pure lui in culino."
    "Tu ce l'hai molto più grosso, anche se mi fai male mi piace."
    Max pensò che ormai le aveva provate proprio tutte, non che gli dispiacesse ma...
    In caserma successe un fatto strano: alcuni colleghi quando passava dinanzi a loro facevano un risolino, poi domande:"Sei sposato?" "Sei fidanzato, no ah..."
    Max domandò spiegazioni al finanziere Franco Iannello che lavorava bel suo ufficio:
    "Franco che sta  succedendo mi accade che..."
    "Maresciallo non ci faccia caso."
    "Io invece ci faccio caso, dimmi..."
    Messo alle strette Franco Iannello ammise che giravano delle voci sulla sua sessualità: chi diceva che era impotente, (non andava mai a donne) altri addirittura  che era omosessuale!
    "Franco voglio dimostrarti il contrario, vieni a casa mia, ti faccio conoscere la mia amante, femmina così potrai dirlo a quei quattro stronzi!"
    Appuntamento una mattina, Memi era d'accordo ma non voleva che lo venisse a sapere suo marito.
    "Memi è per domani, a che ora?"
    "Venite alle 11."
    A Max sembrava un pò tardi ma forse la baby aveva degli impegni.
    Alle undici ptrecise suono del telefono:
    "Son qua, scendete."
    Una visione, Memi in minigonna, tacchi alti, scollatura abissale, trucco forte e capelli appena uscita dal parrucchiere.
    Perchè la baby si era mostrata tanto aggindata, gatta ci covava.
    "Vi ho preparato degli aperitivi, amo molto il Campari soda, è un pò alcolico ma di sapore eccellente."
    L'alcolico Campari fece effetto un pò a tutti soprattutto a Franco il cui viso era quasi paonazzo.
    "Venga le mostro la camera da letto, c'è un letto a conchiglia, un bijou!"
    Evidentemente l'invito non era rivolto a Max che conosceva bene il letto a conchiglia, Max si ritirò strategicamente rnel suo alloggio. Alle tredici e trenta finalmente Franco uscì dal portone per infilarsi nella sua macchina, alla buonora!
    "Tra poco torna mio marito, ci sentiamo il pomeriggio, lui è di straordinario."
    Alle sedici: "Vieni a casa mia, sono sola."
    "Si può sapere cosa è successo in quelle ore?"
    Memi rideva a crepapelle, non la finiva più.
    "Una premessa, il tuo amico ha un coso stranissimo, è più piccolo del tuo ma lunghissimo, forse trenta centimetri, appena l'ho visto mi sono impressionata, quando glielo l'ho lavato usciva dal bidet. Poi mi ha fatto una premessa strana: non voleva far le corna alla moglie però, siccome lei non gli dava il culo, solo così mi avrebbe avuto, solo di dietro."
    Mi ha messo prona con le cosce aperte ed entrava piano piano, quando è arrivato in fondo mi pareva di farmi una colonscopia. Poi alla pecorina con altra goderecciata ed infine si è seduto su una sedia ed entrava ed usciva dal mio culino, usciva tutto il pisello lungo lungo e lo rientrava molto lentamente. Dopo la terza se n'è andato senza il solito bacino in bocca che si dà di solito agli amanti."
    Il giorno successuivo Franco Iannello telefonò in ufficio:
    "Maresciallo sono in farmacia, non sto bene, resto a casa per cinque giorni."
    "Curati."
    Nel frattempo Max si era dedicato alle due sorelle, ci mancava che subodorassero qualcosa, sarebbe stata la fine della pacchia!
    Il sesto giorno:
    "Alle quindici a casa mia, mio marito è di straoerdinario."
    "Grandi novità..."
    "Di che genere?"
    "Il tuo amico Franco Iannello è venuto tutte le mattine a casa mia, ha detto che non può fare a meno di me, appena tu svoltavi l'angolo, lui si infilava a casa mia."
    "Il solito culino?"
    "Ma quando mai, ha cominciato a baciarmi in bocca, poi sul collo, le tette, il pancino, il fiorellino sino a farmi godere due volte. È entrato in fica piano piano, quasi non me ne accorgevo tanto ero bagnata, me se sono bene accorta quando è arrivato in fondo, una sensazione forte quella di essere toccata violentemente sull'utero, poi lo schizzo finale una goduria!" 
    "Vedo che non è stata una cosa spiacevole, in fondo è colpa mia se te l'ho presentato, t'ho spiegato il perchè ma questo ritorno di fiamma non era previsto."
    "A me non dispiace, tu ti diverti con le sorelle, io con Franco."
    "Hai ragione ma sei sempre l'amore mio?"
    "Sempre."
    I giorni seguenti Franco Iannello chiese di fruire di licenza ordinaria ma non si presentava a casa di Memi."
    "Sei sicura che non è venuto a casa tua?"
    "Ti dico di no."
    Una telefonata:
    "Maresciallo venga a casa mia, è successo un fatto spiacevole?"
    "Di che genere?"
    "Glielo spiegherò a voce, io abito in via Centonze 121."
    Max fu fortunato, un auto usci dal parcheggio proprio dinanzi al n.121.
    "Che piano?"
    "Terzo."
    Una stretta di mano alla moglie: "Sono Teresa, si accomodi."
    "Uno di voi due deve parlare, stiamo facendo scena muta, diamo la parola alla signora."
    "Questo bel tomo ha un'amante, me l'ha confessato, è andato da lei cinque giorni di seguito ed a me niente!"
    'Bel fesso, pensò Max' Poi:
    "Ormai è cosa passata, Franco ritornerà buono buono all'ovile a mangiare la pasta di casa, verso Franco? In ogni caso signora penso che la colpa sia mia, le racconto com'è andata: ....."
    "Non era un buon motivo per ritornare da quella troia, voglio conoscerla."
    "Signora non penso che sia il caso, vede..."
    "Non vedo niente, voglio venire a casa sua, sempre se lei me lo permette e parlarci..."
    "Non so che dire, si metta d'accordo con Franco e fatemi sapere, arrivederci."
    Franco in ufficio: 
    "Non riconosco più mia moglie, sembra impazzita, vuole venire da lei domattina."
    "Va bene non andiamo in ufficio, appuntamento alle nove."
    Alle 8,45 la Punto di Franco era sotto il portone.
    "Salite, Franco sa il piano."
    "Maresciallo in fondo mi dispiace averle procurato disturbo, se vuole ce ne andiamo."
    "Ormai siete qua, avete fatto colazione, no: vi preparo caffèlatte e biscotti."
    "Vorrei che Franco andasse sotto dalla sua amica per dirle che siamo qua."
    "Franco vai di sotto dalla tua amica come dice tua moglie."
    Franco sparì nell'ascensore.
    "Intanto diamoci del tu, io sono romano ed il lei non  mi piace, ti chiami Teresa'"
    "Per gli amici sono Terry ma non sono quella che Franco conosce, voglio essere sincera: quando mi sono sposata non ero vergine come ho fatto capire a mio marito, me la spassavo bellamente quasi tutti i gironi con un mio cugino a casa mia o a casa sua, prendo da allora la pillola perchè Franco vuole figli ed io no, ho corrotto pure il ginecologo per fargli attestare che non posso essere mamma, mi sono dovuta sacrificare perchè il medico non mi piaceva, le,cose stanno così. Ho fatto tutta questa sceneggiata perchè Franco mi aveva fatto venire la curiosità di conoscere lei, te, ti ha descritto come un bell'uomo dalla personalità forte e pure mandrillo, che dici?"
    "Dico che sono sorpreso, piacevolmente sorpreso, siccome penso che Franco si stia divertendo credo che potremmo anche noi..."
    Max non finì la frase che fu francobollato da un bacio in bocca, un bacio caldissino, molto sensuale.
    "Mi togli il fiato, ci sai fare bella puttana, i tipi come te mi fanno impazzire, andiamo in bagno."
    Nudi sul letto Max mostrò il suo mostro.
    "Mio marito ce l'ha più lungo ma il tuo è enorme, questo è il terzo cazzo che conosco, tutti differenti, ma il tuo, non mi farà male?"
    "Prima ti lubrifico con la lingua, ti va?"
    "Eccome, vai..."
    Dopo due goderecciate entrata timida.
    "Vai più forte sono un lago, ahi avevi ragione tu mi piace, mi piaceeee.."
    I due alla fine decisero che era l'ora di ricomporsi, Max non riusciva ad immaginare quale altro trucco Terry avrebbe trovato per imbrogliare il  marito ormai classificato come il classico bonaccione fessacchiotto.
    Il fessacchiotto si presentò con le orecchie basse, aveva scopato, pensava alla reazione della moglie.
    "Voglio essere una signora, non faccio sceneggiate, ti perdono, andiamo a casa, arrivederla maresciallo."
    Il resoconto di Memi:
    "È arrivato a casa mia già arrapato, quasi non riuscivo a lavargli, l'uccello tanto era lungo e duro, è entrato subito in fica sino in fondo, entrava e usciva con i trenta centimetri, in fondo era piacevole, mi faceva godere toccandomi il fondo dell'utero specialmente quando godeva, l'ho lasciato fare anche col culino, mi sembrava un bambino con un giocattolo che ero io. E tu."
    Mi son fatto la moglie, lui mi ha cornificato con la mia amante ed io...""
    E anche questa era andata; la signora pugliese era rimasta nella mente di Max, una forbacchiona, chissa se...
    La notte successiva fu per Max la peggiore della sua vita, più che sogni furono degli incubi: mostri, caduta da una torre, pestaggio da parte di uno sconosciuto...Si risvegliò madito di sudore, senza forze. Riuscì in qualche modo ad alzarsi dal letto, una doccia avrebbe migliorato la situazione, acqua calda, poi tiepida ed infine fredda che lo svegliò completamente.
    Si buttò sul divano, la sua 'postazione' preferita, sul divano con dinanzi il paesaggio del porto di Messina e della Calabria pensò che avrebbe migliorato la situazione invece poco dopo si ritrovò di nuovo sudatissimno, scese, dall'armadio prese uin altro accappatoio e chiuse gli occhi.
    Si risvegliò perchè un raggio di sole lo colpiva sul viso, decise di prendersi qualche giorno sabbatico:
    Telefonò al Reparto Comando a cui era in forza:
    "Per venti giorni sono in licenza." Senza una spiegazione pausibile decise di tagliare i ponti dal mondo: staccato le spine del telefono, chiuso anche il telefonino sul ributtò sul divano e perse la  cognizione del tempo.
    So svegliò per la necessità di urinare, era notte, non guardò l'orologio, spense i morsi della fame con pane e formaggio, di nuovo sul divano.
    Lontani e vellutati gli giunsero il suono del campanello ed il battere forte sulla porta d'ingresso, ripiombò  in un dormiveglia.
    Finalmente di colpo aprì gli cocchi perfettamente sveglio, si guardò intorno per riprendere contatto con la realtà.
    Allo specchio del bagno apparve un viso rugoso, barba lunga di chissà quanti giorni. Si rasò doccia e telefonata iin ufficio.
    "Franco per favore dimmi che giorno è oggi, ho perso il contatto con la realta."
    Perplesso Franco:"Oggi è il diciassette novembre venerdì, posso far qualcosa per lei."
    "No tutto a posto."
    Prima telefonata alle sue benefattrici, rispose Giuliana: "Che fine hai fatto." il tono era perentorio poco gradito da Max.
    "Sono stato fuori in missione."
    "Non ci credo, la tua macchina era in garage, non è che..."
    "Non è."
    Giuliana aveva pensato che il suo beneamato si fosse presa una licenza godereccia,  il pensiero gli diede lo spunto...
    "Mia cara Memi buon giorno."
    Dall'altra parte qualcuno o meglio qualcuna piangeva:
    "Sono tre giorni che cercò di contattarti ..."
    "Tutto bene posso venire a farti una visita?"
    "E me lo chiedi, ti aspetto, mi dispiace ma ho le mestruazioni."
    "Andremo a culino alla grande."
    Max andò in culino alla grande con in finale goduta  nella bocca dispensatrice di dolci piaceri."
    "Hai voglia di spiegarti."
    "A te la verità, sono stato a casa in dormiveglia, non avevo voglia di vedere nessuno."
    Max capì che aveva fatto un passo falso.
    "A me la verità, chi sono gli altri o meglio le altre cui non dirai la verità?"
    "Schiocchina, che avevi pensato, parlavo dei colleghi d'ufficio."
    La schiocchina, con intuito femminile, aveva capito la verità ma pur di avere il suo Max l'avrebbe condivispo con altre, lo amava troppo per perderlo.
    Il giorno dopo:
    "Cara Assunta, sono di nuovo in forma, sul mercato..."
    "Io e mia sorella abbiamo un impegno per oggi, chiama domani."
    In parole povere il gioco l'abbiamo noi in mano, ti usiamo quando vogliamo noi, una inaspettata realtà cui Max non aveva pensato, i soldi ti danno potere e possono permetterti tutto!
    Max non volle porsi altre domande: ormai aveva capito come in futuro sarebbero andate le cose in quel condominio, unica sua salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si sarebbe rifugiato quando era inseguito da qualche erinni arrapata!
     

  • 03 ottobre alle ore 16:04
    Poggio Aprico un condominio sex a go go.

    Come comincia: Massimiliano Romani maresciallo della Guardia di Fiananza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l'autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina. Si stava allontanando o meglio stava scappando da Domodossola che per lui era diventato un luogo di angoscia. La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l'aveva assitita sino all'ultimo anche quando era in preda ad atroci dolori che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.
    Dopo quell'evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.
    Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagnio di camerata alla Scuola Sottufficiali del Lido di Ostia anche lui colpito da un grave lutto per la perdita in un incidente stradale dell'unico figlio.
    A mezzo conoscenze comuni al Comando Generale della Guardia di
    Finanza.rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d'origine e Massimiliano al suo posto a Messina all'Ufficio Operazioni.
    Max, come tutti lo chiamavano, si era fermato in un autogrill vicino Firenze per sgranchirsi le,gambe,mangiare un panino e fare il pieno di benzina.
    Si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava a Roma.
    "Silvà fra un par d'ore sò da te." (Gli piaceva sfoggiare il dialetto romanesco per far rimarcare la sua superiorità del 'civis romanus sum' un pò come dire sono superiore a voi).
    "Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia."
    Silvana era per Max più che cugina la sorella che non aveva avuto.
    Grndi baci e abbracci:"Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, spero che resterai almeno una quindicina di giorni a Roma."
    "Silvana lo sai quanto mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina."
    "Va bene, se non puoi, non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante 'Urbano' che stab qui sotto."
    Silvana era in confidenza col padrone del locale Romolo:
    "Ti presento mio cugino Max che, come vedi, è un maresciallo della Guardia di Finanza, stasera dovrai rilasciarmi la ricevuta fiscale."
    "Io te l'ho sempre rilasciata..."
    "A Romolè lassa perde e facce magnà da re."
    I due nella conversazione tralasciarono l'argomento Flora, era troppo dolorso.
    "Com'è che hai scelto Messina, se ti avessero trasferito a Roma saremmo stati assieme, avresti abitato a casa mia."
    "È statab una combinazione, un mio collega è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto."
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, San Giovanni, via Appia ed infine l'autostrada. Sino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi carreggiata e di rallentamenti per lavori in corso.
    Giunto a Villa S:Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.
    "Ignazio sono a Messina all'uscita del serpentone, che debbo fare?"
    "Non ti muovere, vengo a prenderti."
    Ignazio era irriconoscibile, viso scavato, molto invecchiato, abitava in un isolato di cinque piani in una stradina interna della Panoramica dello Stretto con piscina a campo da tennis.
    "Dormirai nella camera di mio figlio...stasera andremo a mangiare alla 'Sirena' un ristorante di un mio caro amico, si mangia bene e si spende poco."
    Dopo la presentazione al padrone del locale, Ignazio e Max si sedettero ad un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago di Ganzirri, uno spettacolo.
    Nessuno dei due amiici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.
    A casa: "Max io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me si è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato la salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì, abbiamo una casa grande, la raggiungerò non appena ti avrò passatio le consegne. Intanto andiamo in garage raggiungibile in ascensore, questo è il mio, il tuo posto macchina. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un pò di fogli in bianco firmati, andrai dal notaio Nascinbene, è un amico, penserà tutto lui per il  passaggio di proprietà, di darò il suo numero di telefono."
    "Ignazio ho notato che ci sono una piscina ed un campo da tennis, poi mi devi dire quanto si paga per l'affitto."
    "Per l'affitto niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perchè." Molto perplesso Max.
    Il pomeriggio successivo:
    "Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli, lui Salvatore Costa lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Vittorio e Francesca Di Stefano, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro, sono le padrone di tutto l'isolato ed hanno tante propietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda degli accertamenti tributari, hanno voluto che controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D'Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle Grazia e Graziella, due pesti." 
    Primo piano: "Questo è Massimiliano Romani, mio collega, subentrerà nella mia abitazione, loro sono..."
    La scena si ripetè quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti.
    "Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli."
    "Fammeli pagare almeno in parte..."
    "No ho deciso così, voglimi bene."
    Il giorno successivo andarono in caserma, presentazione al Comandamnte della Legione Colonnello Andrea Speciale ed al suo aiutante maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta poi nel suo ufficio: brigadiere Angelo Sferrazza, e l'appuntato Franco Iannello.
    Ignazio partì il giorno successivo.
    Max si mise all'opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, il porto di Messina e la Calabria, i due bagni, lo sgabuzzino su un terreno laterale pieno di alberi, la camera da letto del figlio di Ignazio l'avrebbe adibita a studio, il soggiorno e la cucina davano sul retro, dovevano essere circa centoventi metri quadrati.
    Amante della puilizia e dell'ordine Max si mise all'opera, finita quest'inconbenza sistemò i vestiti negli armadi e le cose della toilette nei bagni. 
    Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.
    Il giorno successivo si recò a Tremestieri dove c'erano grandi magazzini: acquistò un computer ed una stampante che il pomeriggio due tecnici portarono a casa sua e li sistemarono.
    Altra incombenza: il conto corrente. A Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che, per sua fortuna, aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell'istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.
    "Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con la sua banca, vorrei passarlo a Messina." L'interessato si mise a disposizione.
    "Venga a casa mia domani pomeriggio, lo farò firmare il carteggio e le fornirò la password per entrare col computer nel suo conto corrente per fare le operazioni che desidera."
    Max doveva ancora fruire di dieci giorni di licenza di trasferimento, si accorse che, frastornato dagli ultimi avvenimenti, qualcosa era mutato in lui forse dovuto al cambiamento di città che delle persone che aveva conosciuto.
    Il pomeriggio verso le diciassette suonò oò campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    "Venga nel salone, ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.
    "Noi eravamo molto alici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevamo il bagno in piscina, la morte del povero Paolo li ha distrutti, aveva vent'anni. Io vado in bagno, le farà compagnia mia moglie."
    Max nel frattempo studiava la moglie: altezza circa m.1,65, seno misura tre, vita stretta, minigonna.
    "Lei sarebbe stata un'ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione, la vedrei pure come ballerina."
    "Ho studiato danza sino a quindici anni poi mi sono fratturata una caviglia e ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico...se vuole... domani mattina..."
    Un invito esplicito, più di così, certo Max non voleva fare un passo falso, forse aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi...
    Alle nove Max suonò alla porta dell'appartamento dei signori Costa, la signora venne ad aprire in bichini con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.
    "Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi."
    "Io sono Massimiliano, Max per gli amici."
    "Vorrei io suggerile qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, ho notato una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte fatta dal Canova."
    A Max cominciò ad aumentareb la presione sanguigna, Memi sul divano initò la posizione della statua.
    "Va bene così."
    Max si fece più audace:
    "C'è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno."
    "Non c'è problema" Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma dio pera come piacevano a Max che scattò foto da tutte le posizioni poi:
    "Io vedrei una posa sul letto, seduta, la gamba destra ripiegata, le mani sul ginocchio."
    "Anche così,nessun probelma. Io a letto sono abituata a stare nuda." Memi mise in atto la sua abitudine.
    Max fotografò la signora in costume adamitico, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino, abbracciò Memi e si mise a baciarla come un forsennato, ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto: cunnilingus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.
    "Non ti preoccupare, vai facile, non posso avere figli. Rcocomincia da capo, voglio godere a lungo."
    Per riposarsi Max si nise a gambe aperte sul letto con 'ciccio' ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per uno 'smorciacandela'.
    La 'candela' di Max era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.
    Quell'abbuffata di sesso, dopo tanta astinenza, ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Max ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più lontani, sfumati...
    La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Max prese ad usarla col, bel tempo per andarein caserma. Ui una novità: venuto a conoscenza che il Colonnello Comandante cercava un militare pratico di fotografia per metter su un laboratorio fotografico si presentò ed ebbe l'incarico.
    La ditta Randazzo era la più fornita a Messina. Si presentò in divisa, coniobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall'Ufficio Amministrazione.
    Il labioratorio fotografico era nun gioiello: un marmo lungo il muro supportava le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggi, un ingranditore Durst ed una smalattrice, dall'altro lato un lavandino con rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armandio dove conservare i materiali ed infine un essiccatore per le pellicole.
    Ben presto divenne pratico ed ebbe anche i complimenti dei fotografi professionisti per il suo bianco e nero.
    Ora Max voleva dedicarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua posizione finanziaria come gli aveva suggerito Ignazio.
    Al citofono concordò con una delle sorelle, di cui non riconobbe la voce, un appuntamento per le ore diciassette.
    Seguendo sempre i suggerimenti del collega si presentò in divisa. Si accorse subito che aveva sortito l'effetto voluto: le due sorelle furono molto cerimoniose: "Si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo del dolcetti fatti con le nostre mani e del vino delle nostre terre..."
    Al rifiuto di Max andarono al dunque:
    "Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario, noi lo ricompensavamo nel non farlgi pagare l'affitto ed il condominio, se lei fosse così compiacente..."
    Max fu gentile, rimase colpito da 'le nostre terre' quelle erano davvero ricche.
    Giuliana, la vedova quarantenne, non era una longilinea ma nemmeno una 'chiattona', una via di mezzo. Quel che colpiva era un suo viso triste, non brutto ma triste.
    "Signore siamo coetanei, un pò di allegria, anch'io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi!"
    "Anche mio marito aveva un tumore, ci ha lasciato sei mesi fa. Era catanese, ho ereditato degli agrumeti e degli uliveti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se potesse darci una mano..."
    "Signora se mi lascia il carteggio lo controllerò ma voleva dirvi una cosa: non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte e due in costume da bagno alle nove, by by."
    Cosa stran ai suoi 'ordini' vennero eseguiti, le due sorelle alle nove erano a bordo piscina, non c'era nessuno, era giorno feriale.
    Quel che colpì Max era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma aveva il fisico di una modella, tutte e due in costume intero.
    "Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!"
    "Noi abbiamo solo questi."
    "E Max  vi accompagna oggi poneriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figorone ed ora tutti in vasca!"
    Il pomeriggio alle sedici Max in garage stava aspettando l'arrivo delle due dame che si presentarono puntuali.
    "Possiamno andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito."
    Alla faccia degli ottantamila euro!
    "Vedete madames, al centro è difficile trovare un parcheggio, niente Jaguar Lancia Ypsilon." 
    In viale S:Martino era proibito posteggiare, Max se ne fredò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.
    Vennero ricevuti dai due proprietari mafifestamente omosessuali.
    "A queste belle signore cosa possiamo offrire?"
    Parlò Max:
    "Amici miei niente costumi castigati, ciccia al vento."
    "Vedo che il signore ha l'accento romanesco, io ho un debole per Roma."
    "E per i romani no?"
    Dapprima le signore provarono costumi castigati poi, spinti da Max, sempre più si infervorarono soprattutto in seguito ai suoi complimenti:
    "Volete coprireun si bel corpo, bichini mini!"
    Con sorpresa le sorelle comprarono costumi 'brasiliani' per intenderderci che lasciavano scoperta un bel pò di merce nient'affatto male, Max era riuscito nel suo scopo.
    "Domattina li proveremo in piscina."
    "Ma lei non va a lavorare?"
    "Sono in licenza," Max mentì e si diede malato.
    La mattina seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da un accappatoio lungo sino ai piedi.
     "Ed ora spogliarello!" celiò Max.
    Le sorelle ci misero un pò di tempo ma obbedirono.
    "Evviva due sirene, sapete nuotare? No, non fa niente andremo dove si tocca."
    Max intendeva dove l'acqua era bassa ma anche palpare qualcosa di morbido.
    Nuotando sott'acqua mise una mano fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, quindi passò alla sorella, un bel movimento! 
    Chissà cosa passava per la testa di Giuliana e di Assunta, Max sperava che tutto andasse liscio e così fu: le sorelle con lo sguardo in basso indossarono l'accappatoio e si sdraiarono su due materassini.
    "Lei è un monello, non si fanno certe cose!"
    La frase era stata pronunziata ridendo da Giuliana, quersrto confortò Max che pensò di mettere in atto un piano.
    Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?"
    Un cenno di assenzo da parte delle due dame.
    Max si aspettava di veder comparire le due sorelle invece si presentò solo Giuliana e non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.
    "Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione. gliele metto sul tavolo e ritorno a casa mia."
    "No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni."
    Max accertò che Giuliana era entrata in posseso di venti ettari di agrumeti ed altrettanti di oliveto oltre a vari appartamenti sparsi tra Riposto a Messina, alla faccia!"
    "Giuliana venga più vicino, vede qui... le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, la damigella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, ovvia destinazione finale il letto.
    Max si avventurò con la lingua sul fiorellino, era fresco e profumato, la furbacchiona aveva messo in conto quell'incontro ravvicinato. Prima di infilarsi nella dolce grotta le procurò un paio di orgasmi per non farle troppo male, il suo era un 'cicio' piuttosto voluminoso e molto probabilmente Giuliana era stata a stecchetto per molto tempo.
    La lenta entrata fu bne accetta, Giuliana dimostrò di gradire molto quello che stava succedendo muovendosi in continuazione sotto Max che ce la mise tutta  finchè Giuliana fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.
    "Una pausa per offriti un gelato Algida oppure un caffè freddo, anche del te, cosa gradisci?"
    Giuliana con un fil di voce:"Gelato."
    "Dì la verità era un bel pò di tempo..."
    "Si ma daltronde tu sei speciale, mio marito godeva subito alcune volte nemmeno dentro il fiorellino, mi sporcava tutta la pancia, un disatro..."
    "Quello che hai descritto si chiama eiaculatio precox."
    " Le sensazioni che mi hai fatto provare erano a me completamente sconosciute, te ne sono grata, vorrei stare ancora un pò con te, vorrei conoscerti meglio."
    Max si posizionò vicino al corpo di Giuliana che aveva chiuso gli occhi, le baciò a lungo le tette sin quando si accorse che Giuliana stava di nuovo avendo un orgasmo, mai gli era successo un fatto del genere.
    "Mi farai morire, ho la testa fra le nuvole!"
    "Allora per farla completa e ricordarti questo pomeriggio ti propongo una goderecciata doppio, dapprima potrai provare uin pò di dolore ma all'ultimo..." gusto."
    "Non ho la minima idea di questa god....."
    "Si tratta di mettere 'ciccio' nel tuo buchino posteriore e godere con il fiorellino"
    "Non l'ho mai fatto, mi farai male..."
    "Affidati, il tuo Max ti lubrIficherà con la vasellina, all'inizio potrai provare un pò di dolore ma alla fine..." 
    Giuliana non si lamentò, si mise di fianco, si era completamente abbandonata ai desideri di Max, alla fine provò quello che il suo amante aveva definito doppio gusto, aveva goduto col fiorellino sapientemente toccato con dito da Max e pure col suo culino...
    Max si ritirò ma Giuliana rimase a lungo sulla posizione di fianco tanto che Max si preoccupò.
    "Ti senti beme?"
    "Anche troppo, mi hai fatto provare delle sensazioni che non avrei mai immaginato."
    Andando allo specchio: 
    "Ho il viso stravolto, cosa dirà mia sorella..."
    "Abbracciamoci un pò, ti rilasserà."
    L'uscita di Giuliana fu silenziosa, sicuramente si era meravigliata di se stessa, prese le carte e, dopo un rapido bacio a Max, scomparve nell'ascensore.
    Max si congratulò con se stesso, in mezzo al letto, a gambe larghe, si godette il 'post ludio', aveva preso in mano la situazione!"
    Non era facile che Max si meravigliasse di qualcosa, aveva acquisito una buona esperienza anche per il suo lavoro ma il bigliettino che trovò nella cassetta delle lettere era davvero singolare: 'Mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte, questo sono il mio numero del telefono e del telefonino, fatti vivo."
    Max comprese subito che anche la sorella...ma aveva bisogno di un pò di tempo per riprendersi, cavolo.
    "Giuliana sono Max."
    "Sono Assunta."
    "Carissima per due giorni sono fuori sede, al ritorno ti chiamerò."
    Ovviamente non potè ritornare a casa, mangiò e dormì in caserma.
    Il terzo giorno Dio creò...
    "Cara sono appena rientrato, un rapida doccia e fra mezz'ora vieni a casa mia con le carte." 
    Assunta si presentò senza carte e in vestaglia a testa bassa, pareva proprio che si vergognasse.
    "È stata mia sorella, io non volevo..."
    Max l'abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più giovane della sua età.
    "Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l'hanno fatto lasciare, non sono più vergine."
    La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Max iniziò con la solita tattica, bacio al fiorellino e poi tutto il resto, aveva usato un preservativo che non aveva usato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell'argomento.
    Uscita di scena Assunta, le due sotrelle erano sistemate riflettendo Max pensò di essersi messo nei guai, tre amanti nello stesso isolato!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano.
    "Perchè non viene a trovarci, noi siamo sempre soli."
    "Va bene, ci vediamo oggi alle diciassette."
    Li non c'era pericolo di avventure di sesso, un pò di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Venne ad aprire la signora che l'abbracciò commossa:
    "Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, sua moglie, non so perchè, non ci può vedere."
    Max si domandò il perchè di quell'astio, sembravano due persone per bene, affabili, mah..."
    "Ci racconti di lei."
    Max cominciò dall'arruolamento nella Guardia di Finanza sino all'arrivo a Messina.
    "Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe poacere se ogni tanto venisse a farci compagnia."
    Max aveva ingranato in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante della Legione lo stimava, tutto bene.
    Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative per la sua libertà: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.
    "Io cucino per due, un terzo non mi pesa."
    Il  marito era d'accordo ma talvolta era assente. e quindi finiva con una 'sveltina' con Memi e questo lo schiavizzava un pò.
    Un giorno, dopo pranzo, erano soli, Memi nion si accontentò della solita sveltina:
    "Voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi."
    Max si domandò il perchè glielo doveva ma non fece storie.
    Quello che lo meravigliò fu che Memi parlava in continuazione:
    "Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto tanto, mi metto alla pecorina, vienni cdentro senpre di più, anche il culino vuole la sua parte, fai piano perchè mio marito ce lìha più piccolo del tuo, sbrodami inn faccia."
    Al bacino di rito sulla porta la confessione:
    "Mio marito ha visto tutto, è un guardone."
    Ecco, ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.
    Un gionro, all'ingresso, incontrò la signora D'Arrigo, era arrabbiata nera:
    "Una bella signora come lei tutta arrabbiata?"
    "Dovrebbe vedere la pagella delle mie due figlie, quattro in francese ed in latino."
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:
    "A scuola ero bravo in quelle due materie, potrei dar loro qualche lezione."
    "Mi farebbe un favore grande grande, parliomoci chiaro: con lo stipendio di mio marito non possiamo pagare un'insegnate di sostegno, gliele mando  casa sua oggi pomeriggio alle diciassette."
    Max pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, male gliene incolse, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a fare qualcosa.
    Grazia e Graziella si presentarono all'ora prevista, cominciarono subito a ridere.
    "Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete."
    "Lei non ci fa la battuta su Grazia e su Graziella?"
    Max la conosceva bene, finiva con 'grazie al cazzo', ma fece finta di nulla.
    La mise sul serio, prima il latino poi il francese, le due sorelle sembravano interessate fino a che un piede fu insinuato fra le sue gambe toccandogli il coso. All'inizio pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda:
    "Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola."
    "Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo, vero?"
    "Fuori immediiatamente, se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un'altra volta."
    Max non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni ai genitori.
    Un'invito delle sorelle Musmeci: "Dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c'è una festa sulla'aia, facci compgnia, andremo con la Jaguar.

                                   fine prima parte - segue

     

  • 01 ottobre alle ore 15:02
    Lost Highway

    Come comincia: Ho intrapreso un viaggio e non me ne pento, perchè un viaggio è come un libro: un impiego di tempo che viene ripagato con l'esperienza.

    Nel bagaglio a mano ho un maglione marrone, una maglia di pile verde, delle magliette a maniche lunghe, una calzamaia, un cappello, una sciarpa, un quaderno, una penna, una mappa di Amsterdam centro e un beauty case. Nelle tasche dei jeans ho i miei documenti, 300 euro in contanti, un pacchetto di Winston blue e un accendino.
    Ho cambiato la prima banconota da 50 euro acquistando il biglietto per la linea 2, il treno che passa a Central Station. Benchè fossero quasi le 12 e non avevo toccato cibo dalla sera del giorno prima, la vista di olandesi distratti a mangiare panini dolci all'uvetta mi stomacava, anzichè stimolarmi l'appetito.
    Decisi di bermi una spremuta d'arancia per prendere energie, perciò mi fermai nel primo coffee shop che vidi, infrattato in una stretta vietta che si diramava dalla Damrak e univa quest'ultima alla sua parallela interna, la Nieuwendijk.
    Il locale non aveva insegna, solo la scritta "coffee shop" verde spento sopra la porta d'ingresso.
    Dentro era buio, la luce filtrava pochissimo dalla vietta ombreggiata dai palazzi. Tuttavia l'atmosfera era giusta, i miei occhi si erano stancati dell'intenso bagliore del mezzogiorno. Ordinai un'aranciata, un grammo di erba e mezzo di hashish ad un ragazzo di colore che non parlava volentieri, pagai 17 euro e mi addentrai nel locale fino a raggiungere l'angolo più buio e isolato, dal quale, tuttavia, l'ambiente sembrava leggermente meno scuro.
    La poca clientela era costituita per lo più da gente del posto, pochi turisti si intravedevano dalle finestre dell'ingresso proseguire noncuranti dell'insegna verso i negozi della Nieuwendijk.
    Girai una canna di erba (NewYork Diesel) aspettando che l'aranciata, ghiacciata, raggiungesse una temperatura più alta. Sorseggiavo dalla cannuccia e fumavo avidamente, con la testa già annebbiata dal fumo, pesante eppure molto vuota. Non si affollavano pensieri nella mia testa, mi limitavo a guardarmi intorno, a scrutare le facce delle persone (la faccia del negro al bancone era imperscrutabile, una parete di piombo attraverso la quale nemmeno Superman avrebbe visto un cazzo).
    Ad un certo punto, mentre mi apprestavo a scaldare l'hashish di bassa qualità, una ragazza attraverò a fatica l'angusta porticina d'ingresso portando con sè una valigia quasi più grossa di lei.
    Aveva dei pantaloni bianchi che le aderivano perfettamente alle gambe lunghe, il busto appariva più tozzo e meno slanciato, appesantito dai maglioni e dal cappotto, ma lasciava intravedere un seno prosperoso.
    I suoi capelli erano scuri, neri come la pece e belli e lunghi, le conferivano quel fascino che solo le more hanno. Da amante delle donne, alte e basse, rimango sempre colpito dall'aria angelica e dolce che le bionde trasmettono, ma le more, dio, loro sono come diavoli tentatori, passionali e sensuali, irresistibili e così ingannevoli.
    Ammirai le sue linee che con l'immaginazione affioravano da sotto i vestiti invernali e seguii i suoi movimenti con uno sguardo timido, facendo bene attenzione a guardare prontamente da un'altra parte qualora necessario.
    Ordinò un cappuccino e venne dritto verso di me, verso il mio angolo buio e desolato, dal quale si vedeva tutto più chiaro. Nel fondo del locale, accanto alla porta del ripostiglio, c'era spazio per due tavolini, due sgabelli per ogni tavolo e un lungo divanetto che seguiva il perimetro della parete e faceva da ponte tra i due tavolini.
    Io occupavo il tavolino di destra, la mora quello di sinistra. Ci fu un veloce scambio di sguardi seguito da un sorriso dolce e spavaldo di lei (deve sapere di essere bella, non c'è alcun dubbio) e, in risposta, un mio timido cenno con la testa.
    Volevo parlarle, così con una scusa mi lanciai: "Ciao, avresti una cartina da darmi? Devo aver perduto le mie" mentii.
    Lei mi sorrise di nuovo, un sorriso quasi studiato, imparato a memoria e ripetuto allo specchio milioni di volte. Un sorriso fiero di una donna consapevole delle proprie forme e degli uomini.
    "Tieni". Mi porse una cartina e subito continuò: "Come si capisce che sei nuovo.. Qui le cartine sono gratis, le puoi prendere al bancone".
    Lo sapevo bene come funzionava, ma ero certo che lei sapesse benissimo che la storia della cartina era solo una scusa. Abbozzai timidamente un sorriso.
    "Sono un turista, ho ancora con me la valigia. Piuttosto, vedo che ne hai una anche tu.." e il mio sguardo scivolò a terra, dove un grosso trolley blu notte era posato accanto a lei.
    Mi rispose che era appena rientrata da un viaggio in Francia, che era nata ad Atene e che viveva ad Amsterdam da quasi tre anni.
    Perdemmo una buona mezzora a fumare e chiacchierare; io tentavo di essere il più eloquente possibile e lei era molto comprensiva nei confronti del mio inglese improvvisato.
    "Sai già dove passare la notte?" chiese.
    "Pensavo di andare verso l'Amstel, di lì potrò percorrere il canale dirigendomi in periferia. Sono sicuro che troverò qualche pensione o hostello a basso costo".
    Mi guardò con aria soddisfatta, come se stesse aspettando proprio quella risposta, poi rispose: "Perchè non scendiamo insieme fino a piazza Dam, mangiamo qualcosa e poi ci dividiamo?".
    Accettai.

    "Come ti chiami?" chiesi appena uscimmo dal coffee shop. "Aurora".

    Mangiammo in un ristorante di carne argentina dietro il Palazzo reale De Dam, a pochi metri di distanza dal Magna Plaza, sulla sinistra, e ancora più vicini al museo delle cere, sulla destra. Ci demmo appuntamento per il giorno seguente, stesso ristorante, 12.30.
    Non mi restava altro da fare se non andare in cerca di qualche ostello economico e, mentre camminavo trainando la valigia dietro di me, cominciai a pensare all'incredibile incontro.
    Stavo passeggiando a testa alta, fiero, mi sentivo uomo come non mai.
    Raggiunto l'Amstel percorsi la riva est verso sud, dopo non molto trovai un bed&breakfast adatto a me.
    Pagai per tre notti, 90 euro totali, tasse comprese, colazioni comprese, bevande calde ad ogni ora comprese. Mi sistemai in una stanzetta al terzo piano, letto ad una piazza e mezzo sistemato di fronte ad una grossa finestra bianca, vista sul fiume Amstel.
    Il materasso era duro al punto giusto e, con una canna di erba in bocca, mi stesi pensando ad Aurora.
    Strano nome per una greca.
    Mi svegliai dopo un ora e mezzo, le palpebre pesanti avevano bisogno di una rinfrescata per aprirsi del tutto. Andai in bagno, cagai, feci una doccia e per tutto il tempo pensai a quella bellissima ragazza mora, dalle gambe lunghe e il sorriso trascinante.
    Quel pensiero dolce mi attraversò l'anima e mentre mi chiedevo se fossi diventato vittima dell'amore a prima vista, decisi di andare a sfogare le mie passioni e frustrazioni al quartiere a luci rosse.
    Eccolo lì, il Red Light District.

    Dovevano essere le dieci di sera e io mi trovavo di fronte al Hash, Marijuana&Hemp Museum.
    Il canale (Oudezijds Achterburgwal) era affollato su entrambi i lati.
    Le vetrine e i locali coloravano di rosso la notte che cresceva sempre di più, mentre l'interno di ogni vetrina, occupato da una o due belle signorine in biancheria intima, si discostava dall'intensità del colore rosso per sfumare sempre più verso un viola pallido.
    Le ragazze fumavano, parlavano al cellulare, lanciavano occhiolini maliziosi ai passanti arrapati e divertiti al tempo stesso, mentre io, che distrattamente passeggiavo volgendo lo sguardo quà e là, presi una banconota da 50 euro ed entrai, senza pensarci troppo, a far visita ad una signorina a caso.
    La prima carina e dagli occhi simpatici che ho trovato. La prima mora carina e simpatica che ho trovato.

    Tornando verso il mio Bed&breakfast mi fermai in un ristorante italiano gestito da una famiglia che, però, non parlava italiano. Ordinai mezzo litro di Heineken, due braciole con accanto una patata al cartoccio. Bevvi la birra, mangiai mezza patata, ordinai un altro mezzo litro (di Amstel, per cambiare) e iniziai a mangiare le braciole.
    Ero stanco e soddisfatto della mia giornata, decisi di andare a riposare e il litro di birra mi provocò una piacevole sensazione di leggerezza e incertezza nelle gambe. Avrei dormito bene quella notte, mi sarei svegliato la mattina presto e sarei andato a cercare lavoro, per poi presentarmi all'appuntamento con Aurora.

    Sono passati dodici giorni dal mio arrivo in città.
    Il lavoro lo trovai già il terzo giorno, da "Mike bike – rent a bike!". Il gestore del negozio, un olandese di nome Vincent, era un biondino simpatico che non aveva più di quaranta anni.
    Il mio lavoro era semplice: Vincent mi passava i numeri delle biciclette che dovevo prendere, io le prendevo nel retro del negozio e le portavo vicino al bancone. Provavo davanti ai clienti che la ruota girasse senza intoppi, che la catena fosse ben oleata e, in fine, che i freni fossero sicuri.
    Raramente capitava qualche problema; in quei casi Vincent mi mandava a prendere un altra bicicletta. Io non riparavo un bel niente, anche perchè non ne ero capace.
    Il negozio si trovava nel punto in cui il Singelgracht si incontra con il Jacob Van Lennepkanaal, non distante da Leidseplein. Avevo il vantaggio di poter utilizzare una bicicletta del negozio, gratis ovviamente, e potevo portarmela a casa quando finivo di lavorare.
    "Mike bike" pagava abbastanza e comunque il bed&breakfast era troppo costoso, perciò andai in un appartamentino al quarto piano sull'Overtoom, quasi alla fine di Vondel Park.
    Ero piuttosto lontano dal centro, ma a lavoro arrivavo in pochi minuti.
    Quasi ogni sera vedevo Aurora, io e lei cenavamo insieme (le prime volte al ristorante, successivamente a casa sua o a casa mia) ci ubriacavamo, facendo l'amore, fumando, passeggiavamo di notte tra i canali, ci ubriacavamo di nuovo cantando per le stradine di periferia, poi rifacendo l'amore, a casa o nascosti dai cespugli nei parchi.
    Quando ero con lei non sentivo freddo, non provavo paure di alcun genere, la vita pesava poco e soprattutto mi emozionavo all'idea che lei provasse lo stesso. Ma non avevamo mai parlato di sentimenti, certo non dopo così poco tempo: sapevo davvero poco di lei, spesso quello che mi diceva non mi convinceva del tutto, come se volesse cancellare una parte del suo passato (o semplicemente nasconderla a me) e, per tutta risposta, lei sapeva ancor meno di me, che non ho mai amato parlare sul serio.
    Tuttavia, poco importava a me, che stavo come non ero mai stato prima: indipendente, libero e in compagnia.
    Non ci addormentavamo mai insieme per risvegliarci al mattino e fare colazione prima di andare a lavoro: ogni volta che ci incontravamo, anche se facevamo tardi, lei insisteva per tornare a casa.
    Diceva che era una questione di abitudine, che sennò non sarebbe riuscita ad andare a lavoro.
    Che lavoro facesse non me lo spiegò, o meglio, non avevo capito bene, ma credevo si trattasse di una specie di impiego in un ufficio, probabilmente come segretaria.
    Aveva una bellissima presenza, non mi stupiva l'idea che qualche notaio la volesse accanto come segretaria personale; sembrava una ragazza molto sveglia e intraprendente, sapeva giocare bene le sue carte.
    Il suo viso era spesso segnato dalle occhiaie, probabilmente non aveva un lavoro rilassante, pensai, guardando le borse pesanti sul quel viso così dolce.
    Mi trovavo bene con lei e ci continuammo a frequentare al punto che mi fece conoscere alcuni suoi amici: per lo più gente bizzarra, le sue amiche erano sempre ubriache o fatte, amavano scherzare molto con gli uomini; mi presentò due amici, una specie di hippy russo, il cui nome non saprei scrivere, e un ragazzo moldavo apparentemente scortese e riservato.
    All'inizio credetti che fossi io il motivo della sua insoddisfazione, poi Aurora mi spiegò (e lo notai da me) che lui era così un po' con tutti.
    Ad ogni modo, non strinsi amicizia con loro, perchè le occasioni non furono molte, tre o quattro.
    Infatti era passato un mese e io, che iniziavo ad avere la mia vita monotona e felice ad Amsterdam, stavo per lasciare quella città.

    Un mercoledì freddo di inizio dicembre, verso mezzogiorno, chiesi a Vincent il permesso di staccare prima dal lavoro. Inventai una scusa non troppo assurda, limitandomi a chiedere il pomeriggio libero per fare delle commissioni.
    Non c'era molto lavoro quei giorni, caratterizzati da maltempo e freddo, un freddo insolito e penetrante fino alle cavità delle ossa.
    Non avevo commissioni da fare, solo la voglia di mangiare qualcosa di caldo e poi, magari, passare un oretta a fumare in qualche locale poco affollato.
    Erano circa le quattro del pomeriggio quando, ben sazio e riscaldato, pronto per affrontare il gelo, uscii nel pomeriggio grigio, guardandomi intorno e vedendo solo grossi ammassi di maglioni sciarpe e cappotti che si muovevano frettolosamente con andamenti più o meno goffi.
    Avevo passato del tempo a fumare hashish al Baba, in Warmoesstraat, e, invece di scendere verso Leidseplein, mi addentrai nel RLD.
    Non avevo intenzione di far visita a quelle graziose signorine, semplicemente volevo allungare un po' la mia passeggiata.
    Senza alcuna intenzione mi divertivo a guardare le prostitute che mi stuzzicavano con ammiccamenti vari, ma i miei appetiti erano più che soddisfatti.
    Molte vetrine erano vuote, solo quella soffice luce viola e opaca faceva finta di riempirle. Le ragazze che fanno il turno di sera sono decisamente più numerose, così come più numerosi sono i passanti. A quell'ora, invece, c'era poco movimento e le ragazze erano visibilmente stanche, in attesa di farsi dare il cambio.
    Il cuore mi balzò in gola e lo stomaco si strinse in una morsa contorta, si attorcigliava e piano piano rimpiccioliva. Per una frazione di secondo riuscii a sentire il sangue scorrere sù dalle dita delle mani, freddo ma indeciso, e, senza sapere come prenderla, rimasi stupito alla vista di Aurora.
    Mi affrettai a raggiungere l'ingresso di un locale di striptease e sesso dal vivo. L'insegna gialla disegnava una banana e il nome del posto, in corsivo, Bananabar.
    Aurora era lì, impassibile, senza vergogna, sopra una specie di marines palestrato e tatuato che glie lo infilava sù per la figa, in bella vista, quel dono così prezioso! La bocca era in procinto di leccare una banana e, ritratta nell'attimo prima dell'atto, formava un sorriso spavaldo sul volto... quel suo sorriso caratteristico e dolce, seducente, da proteggere. Qualcosa che non si è in grado di descrivere.
    La locandina parlava chiaro: lei lavorava lì.

  • 31 ottobre 2013 alle ore 11:34
    Un litigio tra fratello e sorella

    Come comincia: Ho litigato ferocemente con mio fratello, uno di quei litigi che rimangono nella storia.
    Era quasi ora di pranzo, l’acqua per la pasta bolliva, mamma ci ha chiesto se doveva buttare giù i risoni o gli spaghetti. Io volevo gli spaghetti, lui naturalmente voleva i risoni. Odio i risoni. Già amo poco il riso, mangiare addirittura una pasta che ne imiti forma e consistenza è veramente troppo. Ho cercato di spiegargli con tutta la diplomazia di cui sono capace (poca in realtà quando si tratta di lui) che mangiare spaghetti per lui sarebbe stato un sacrificio molto più piccolo di quello che avrei dovuto fare io per mangiare i suoi maledetti risoni. Niente da fare. All’improvviso non poteva più vivere senza mangiare quella schifosissima pasta. Mi sono irrigidita anch’io. Mamma, subodorando l’imminente burrasca, tentava di mediare proponendo un terzo tipo di pasta, i rigatoni. Per me andava bene, ancora tentavo di mostrarmi ragionevole. Ma lui no. O risoni o niente. Allora sono esplosa. Abbiamo cominciato a lanciarci l’un l’altro insulti di ogni tipo, liberando tutto il rancore reciproco che abitualmente teniamo a freno per quieto vivere. Quando Valerio lascia uscire la belva che è in lui, diviene come folle di rabbia, incontrollabile, spaventoso. Appena ho visto che cominciava a tuonare, schiumando quasi bava dalla bocca spalancata nel suo urlo selvaggio, ho valutato per un secondo la situazione, guardandomi intorno. Mamma era già tra noi, pronta a dividerci, papà si intravedeva attraverso la portafinestra della terrazza che si affrettava nella nostra direzione. Zia Assunta e Serena ci guardavano allibite vicino alla tavola apparecchiata con le posate ancora in mano in attesa di essere posizionate accanto ai piatti sulla tovaglia. Potevo abbandonarmi alla mia rabbia.
    Mi sono riempita i polmoni di aria, poi ho aperto la bocca.  Ne è uscito un suono talmente belluino, stridulo, acuto, isterico che ora stento a credere possa essere scaturito dalle mie corde vocali. In quel momento non capivo più niente. Ho urlato, urlato, urlato, fino a farmi dolere la gola, fino a perdere la voce, che al momento è ancora rauca. Attraverso il rosso velo di rabbia che ormai mi accecava, sentivo l’essere infame che mi gridava di volermi ammazzare e vedevo le sue mani protese verso di me, nel vano tentativo di afferrarmi, mentre papà lo teneva fermo con tutto il peso del proprio corpo. Mamma gridava che non ce la faceva più a sopportarci, papà si frapponeva fisicamente tra noi, tentando di mantenere il controllo, zio Saverio, accorso nel frattempo dal giardino, ci guardava a bocca aperta dalla soglia di casa. Quando ho perduto la voce non avevo per questo esaurito il mio odio, così ho optato per una mossa ancora più plateale. Sono fuggita a precipizio attraverso la terrazza della mansarda, ho sceso le scale esterne fino in giardino, mi sono diretta al cancello e sono uscita in strada. Sono scappata per la campagna senza una meta precisa, con il solo scopo di vendicarmi contro i miei genitori per non avermi difeso abbastanza contro quell’animale di mio fratello. Volevo farli  preoccupare a morte.
    Inizialmente ho preso a vagare in direzione delle vigne e dei campi incolti di sterpi che si trovano a ovest della nostra proprietà. Ma faceva un caldo spaventoso, la strada sterrata rifletteva il sole sui ciottoli bianchi di cui è composta abbagliandomi ad ogni passo, mentre i campi  gialli di erba ormai secca completavano la sgradevole sensazione di soffocamento. Inoltre, nella mia foga rabbiosa, non mi ero resa conto di indossare soltanto il pareo sul mio ridotto bikini rosso, ai piedi zoccoletti col tacco, eleganti e femminili, ma poco adatti alle fughe. Così, esaurita in fretta la rabbia, mi sono voltata e sono tornata sui miei passi. Ma non volevo ancora capitolare. Ho aggirato la nostra proprietà e mi sono messa a spiare i movimenti all’interno di essa dal campo incolto dove c’è il fontanile, attraverso la rete verde e la siepe di alloro che dividono i due pezzi di terra. Non ho percepito nessun suono, né alcun movimento. Sembrava tutto immobile e silenzioso, pietrificato nella canicola della più calda ora di sole che potessi scegliere per darmi alla macchia. Cominciavo a pentirmi della mia impulsività che mi aveva spinto a comportarmi in modo tanto stupido, intrappolandomi con le mie stesse mani in una situazione che diventava ogni minuto più intollerabile.
    Ho fiancheggiato la rete fin dove ho trovato un grosso foro al livello del terreno, sicuramente praticato dai cani che da lì vanno e vengono a loro piacimento. Avevo i piedi ormai feriti da una miriade di tagli e taglietti perché, per quanto facessi attenzione nei movimenti, era impossibile evitare di ferirsi con le spine dei rovi che crescono in modo incontrollato in ogni angolo di quel terreno abbandonato. Passando attraverso il buco mi sono anche graffiata una spalla, aggiungendo quel trofeo agli innumerevoli altri collezionati sui piedi. Mi sono tenuta ai margini della proprietà, sono salita in silenzio nel bosco e da lì, dominando dall’alto la casa, ho continuato a spiare i movimenti all’interno di essa. Dopo qualche minuto di apparente silenzio, ho visto mamma uscire sul terrazzo insieme a zia Assunta. Era fuori di sé dalla preoccupazione, era agitata e le stava dicendo che non sapeva più dove cercarmi, ai piani inferiori non c’ero, aveva guardato in ogni angolo polveroso senza trovare la più piccola traccia. Mio padre non si vedeva. Mi ha colto l’improvviso sospetto che fosse uscito con la macchina per cercarmi sulle strade intorno casa. Provavo rimorso per il mio gesto sconsiderato, ma se mi fossi presentata così, in quel momento, avevo paura che la loro arrabbiatura superasse la preoccupazione e mi impartissero qualche memorabile punizione. Ho maledetto cento volte in cuor mio quel neurone impazzito che ogni tanto prende il comando all’interno del mio cervello e mi spinge a commettere gesti tanto idioti quanto insensati. Mi sono rannicchiata tra le felci e i cespugli di asparagina e lì, in posizione fetale, ho cercato di raccogliere le idee per cercare di uscire al meglio dalla penosissima situazione.
    Che potevo fare? Presentarmi in terrazza come niente fosse e aspettare le loro reazioni? Non ne avevo il coraggio. Aspettare nel bosco sperando che mi trovassero rannicchiata e spaurita, suscitando così la loro compassione? Poteva fare effetto a livello psicologico, ma potevano non trovarmi per ore ed io mi sentivo sempre più nervosa e insofferente. Alla fine ho optato per una soluzione più diplomatica. Ho deciso di avvicinare mia cugina Serena e parlare per prima con lei per capire fino a che punto i miei fossero arrabbiati o preoccupati. L’occasione era a portata di mano, lei era sola in giardino, dalle parti della piscina e si aggirava sul prato. Chissà, forse pensava che mi avrebbe vista emergere dalle acque come la Venere del Botticelli! Secondo me faceva finta di girare per empatia con gli altri, in realtà era quella meno agitata, per cui la persona giusta da avvicinare. Le sono arrivata dietro in silenzio, fermandomi in piedi in attesa che mi vedesse: non sono riuscita ad evitare di commettere un ultimo gesto teatrale. Ci ha messo qualche secondo a prendere atto della mia presenza poi si è girata, mi ha vista ed è sobbalzata. Non sono riuscita a reprimere un ghigno di soddisfazione:
    “Valentina, ma dove eri? Qui sono tutti preoccupati a morte, tua madre è distrutta!”
     Ho atteggiato il viso ad una  finta indifferenza e le ho risposto sulla difensiva:
    “Ho fatto una passeggiata, così, per schiarirmi le idee e smaltire l’arrabbiatura.”
    Lei ha scosso la testa e mi ha guardata con rimprovero:
    “Vieni, andiamo su casa.”
    Lo so, mi comporto in modo sciocco a volte. Divento come pazza quando litigo con mio fratello e lui fa lo stesso. Non lo meritavo, eppure quando mi ha vista Ublina è venuta da me, gli occhi rossi e lucidi, il viso come invecchiato dalla preoccupazione. Mi ha chiesto premurosamente come mi sentivo. Cosa avrei dovuto risponderle, mi sento l’ultimo dei vermi sulla faccia della terra? Sì, ma non l’ho fatto. Anzi, ho recitato biecamente la parte dell’offesa fino in fondo, parlandole a malapena e quel poco in modo brusco. Papà era più ombroso, meno propenso a concedermi una tanto rapida assoluzione. Si è limitato a rimanere in silenzio, lo sguardo torvo e severo.
    Perdonatemi mamma e papà, ma il tarlo che mi rode dentro non mi ha permesso di implorare umilmente il vostro perdono! Forse un giorno.

  • 30 ottobre 2013 alle ore 22:30
    Ritratto mio

    Come comincia:  
    Ero entrato quasi di corsa dentro la stanza, e avevo cercato velocemente di osservare tutto quell'ambiente per capire grosso modo in quale zona dell'edificio fossi capitato. Da quanto riuscivo a vedere però, intorno a me praticamente niente sembrava avere la possibilita di aiutarmi: almeno ad una prima occhiata l'arredamento di quel luogo appariva ordinario, come quello di una qualsiasi casa benestante, e gli elementi in giro, pur di una certa raffinatezza, parevano del tutto abituali, sennonché sulla parete principale sembrava come mancasse un quadro: un quadro importante, un grande dipinto, una tela che fino a poco prima sicuramente doveva aver troneggiato al centro di quella vasta sala, un lavoro pittorico rimasto talmente a lungo là appeso per farsi ammirare a fianco del monumentale caminetto, da aver lasciato sul muro bianco, solo un po' ingrigito dal tempo, la sua esatta forma pulita sopra l'intonaco.
    Mi parve strana la scelta di togliere qualcosa da un luogo dove al contrario tutto il resto era stato lasciato perfettamente al proprio posto, così immaginavo un furto da parte di qualcuno che introducendosi là dentro, forse proprio come me, con grande perizia avesse staccato il dipinto dal sostegno per poi portarselo infine chissà dove, magari, per non dare troppo nell’occhio, fingendosi un fattorino oppure un operatore dei traslochi. Più mi guardavo in giro in quell’ambiente quasi familiare e più mi pareva mancasse profondamente quel quadro, quasi come se tutta la stanza fosse stata arredata soltanto in funzione di quello, e cosi ne immaginavo una cornice dorata, assolutamente importante, ed in mezzo il ritratto di qualcuno di cui restare senz’altro impressionati: una figura della quale doversi ricordare quasi per forza, una persona famosa, certamente, un insigne, un vero personaggio di cui conservare esatta memoria sia del volto che dei lineamenti.
    Riuscivo quasi ad immaginare una gran faccia seria, un'espressione magari leggermente appesantita dalle preoccupazioni, forse una persona raffigurata quasi anziana, che in mezzo al suo daffare di vita attiva si era lasciata immortalare da un pittore probabilmente molto noto, un ritrattista famoso, sicuramente tra i più in auge in quel momento. Se ci pensavo bene pareva mi osservasse quel signore, posasse quel suo sguardo inquietante dal centro vuoto del muro proprio su di me, io che ero lì quasi per sbaglio, come se fosse una colpa precisa essere arrivati in quel luogo proprio mentre lui non c'era. Ne sentivo la presenza grave, il silenzioso rimprovero per quella mia sgarbata intromissione, quasi un giudizio senza appello, ma nonostante il quadro non esistesse neanche più in quel suo posto dove aveva troneggiato chissà per quanti anni, non riuscivo a sentirmi a mio agio in nessun modo.
    Indietreggiavo lentamente, come cercando di non dare mai le spalle a quel ritratto o al suo fantasma, e sfiorando la parete di fronte, andavo infine ad appoggiare la mano sulla maniglia della porta. La sentivo debole, arrendevole, e in un attimo mi appariva la
    porta spalancata, senza che ne fossi stato io l’autore. Due facchini allargavano le ante quanto più potevano e lasciavano introdurre un quadro ben coperto. Naturalmente chiedevano scusa per la loro operazione, e infine innalzavano una tela incorniciata e andavano a riappenderla esattamente dove questa era mancante, in quel vuoto che mi aveva quasi fatto venire i brividi, lasciandomi osservare con nettezza che si trattava semplicemente di un paesaggio.

  • 30 ottobre 2013 alle ore 12:19
    Un incontro moooolto romantico

    Come comincia:  
    Non avrò mai più il coraggio di rivolgere la parola ad un ragazzo che non conosco. Non per prima.
    Tutto è perduto. Il castello di sabbia, da me costruito granello su granello in tutte queste settimane e cementato con le lacrime, con i sogni e con i sospiri, si è dissolto all’improvviso, spazzato via da una gelida ondata di indifferenza che mi ha aperto gli occhi lasciandomi svuotata di ogni illusione. Niente era come credevo che fosse. Possibile che tutto sia avvenuto nel mio cervello? Se così fosse, vorrebbe dire che ho completamente smarrito il contatto con la realtà. Tanto ciò che è successo è lontano da quanto sognato.
    Ma veniamo ai fatti. Ieri sera sono stata quasi un’ora al telefono con Elisabetta. Lei sospirava sul suo Nicola (con il quale aveva, se non altro, avuto una breve storia, pur se contrastata dalla lontananza e dai suoi genitori), io sul mio ermetico Danilo, vivo solo nello sguardo, rigido ed inespressivo nel linguaggio di tutta la sua restante anatomia (se avessi dato maggior peso a questo strano particolare, forse non mi sarei prestata alla figura barbina che ho fatto poco fa).
    Ely, amica mia, questa volta non mi è stato di aiuto il tuo ottimismo, né la semplice ironia con la quale affronti la vita e che per magia riesci ad infondermi ogni volta che parlo con te. Quella telefonata, ieri sera, è riuscita a trasformare i miei sospiri in singhiozzi di ilarità, tanto mi hai fatto ridere mentre scherzosamente mi descrivevi il nostro prossimo incontro romantico: io guardo lui, lui guarda me, ci corriamo incontro ognuno perso negli occhi dell’altro, lui non vede una buccia di banana e mi atterra rovinosamente sui piedi. Ho ritrovato la mia grinta (non lo avessi mai fatto!) e questa mattina mi sono svegliata più decisa che mai a parlargli a qualunque costo.
    Per tutto il giorno ho creduto di scorgere segnali propiziatori, incoraggianti. Sono arrivata in classe e sulla porta c’erano Dario e Mauro che mi hanno salutata in modo straordinariamente amichevole. L’entusiasmo è cresciuto, la mia determinazione, già salda come una roccia, si è ulteriormente rafforzata, caricandosi anche di un’eccitazione che mi ha accompagnata per tutta la giornata. Quando lui mi ha guardata in corridoio, ho scorto sulle sue labbra un accenno di sorriso (l’ho forse immaginato?) e questo segnale mi ha più che mai convinta nella mia risoluzione.
    Sono tornata a casa, ho mangiato in fretta, sono uscita di nuovo per recarmi al galoppatoio, il pensiero sempre fisso su di lui, concentrato, per paura che lasciandomelo scappare di mente, non sarei poi più riuscita a portare a termine l’impresa. La giornata è stata un successo anche al maneggio, sono riuscita a montare il mio Domingo, abbiamo galoppato a lungo insieme, il freddo mi arrossava le guance, il naso era un pezzo di ghiaccio, ma non sentivo niente, ero solo felice. Ho persino avuto l’impressione che Alba e Antonietta mi dedicassero più attenzioni del solito, tutto il mondo ruotava intorno a me. Sono tornata a casa, ho studiato senza problemi storia e italiano, non c’era altro perché domani si esce prima, mi sono appostata in balcone. Erano le cinque e mezza. Non volevo correre il rischio di lasciarmelo sfuggire. È passato alle sei e dieci, mamma nel frattempo era tornata, mi ha incoraggiata una volta di più, dandomi la spinta definitiva verso il disastro.
    Che stupida, che idiota! Mentre aspettavo il suo ritorno sono corsa in bagno. Mi sono pettinata con cura, ho applicato la matita agli occhi, il fard sulle guance, il rossetto sulle labbra. Ho messo gli orecchini più belli che possiedo, quelli d’oro e smalto, a forma di cuore. Ero così carina! Ho misurato a larghi passi la mia stanza, avanti e indietro, poi la stanza dei miei, poi il salone, poi indietro di nuovo. Fino alle sei e trenta. Poi mi sono appostata di nuovo, un nodo in gola ed uno nello stomaco. Quelli non ho potuto proprio evitarli. Però non ho esitato. Come l’ho visto girare l’angolo in lontananza ho guardato mamma che mi stava a fianco:
    “Corri, senza pensarci due volte!”
     Mi sono precipitata giù, volando sulle rampe di scale che separano il mio appartamento al secondo piano dal piano terra. Ho aperto il portone a vetri e in piedi sul gradino esterno che separa l’androne del mio palazzo dal marciapiede, ho atteso che mi passasse davanti. Deve avermi vista per forza quando è arrivato a pochi metri di distanza, eppure non ha battuto ciglio, non ha modificato l’andatura indolente e non mi ha nemmeno guardata come fa sempre a scuola. Nulla. Se fossi stata una perfetta sconosciuta avrebbe sicuramente preso atto della mia presenza posando gli occhi su di me almeno per una frazione di secondo. Ma su questi particolari ho riflettuto soltanto in seguito, sul momento ero troppo concentrata su me stessa e su quello che stavo per fare per essere recettiva ai segnali respingenti che mi stava mandando. Mi ha oltrepassata continuando a guardare diritto. Sono rimasta spaesata da questa completa indifferenza ma solo per un istante, tanto grande era ormai la mia determinazione, impossibile per me continuare a vivere nel limbo di incertezza nel quale ero sprofondata. L’ho chiamato per nome da dietro e mi è sembrato strano sentire me stessa pronunciarlo ad alta voce. Si è voltato, la precedente inespressività sostituita da uno sguardo interrogativo, sorpreso dalla mia audacia. Almeno credo, perché alla luce dei fatti non sono più sicura di nulla.
    “Danilo”
     ho ripetuto il suo nome
     “Ti ricordi di me? Sai chi sono?”
    Mi ha risposto con voce piatta:
    “No, non lo so.”
    “Ma come....” - ho insistito – “...frequento la tua stessa scuola, ci vediamo sempre in corridoio, a ricreazione.”
    Non ha battuto ciglio, nella voce si intuiva giusto un filo di fastidio:
    “No, ti ripeto che non ti ho mai vista.”
    Ero incredula di fronte ad una tale menzogna. Quanto andava affermando era impossibile, incredibile anche solo da concepire per la mia mente. Tutte le volte che ci eravamo guardati! Forse è stata la totale inaccettabilità di quanto stavo sentendo, come se non potessi credere alle mie orecchie, come se aspettassi da un momento all’altro lui mi dicesse che stava scherzando, come se dovessi risvegliarmi da un brutto sogno, che mi ha costretto ad andare fino in fondo, ad insistere nonostante il rifiuto:
    “Ma non è possibile che tu non mi abbia mai vista, ci incontriamo tutti i giorni!”
    Ha cominciato a manifestare impazienza, il fastidio non più dissimulato:
    “Senti, ti dico che non ti ho mai vista, né a scuola né altrove, adesso devo andare.”
     Così dicendo ha fatto per voltarsi e riprendere il suo cammino. Caparbia, ormai preda di un’inarrestabile follia che mi costringeva ad insistere a dispetto di ogni buonsenso, forse proprio per tentare di dare un senso a quanto stava succedendo, ho continuato a placcarlo:
    “Aspetta, non andare via così, anche se non mi hai mai notata, comunque sto a scuola con te, parliamo un po’. Io mi chiamo Valentina.”
     Si è voltato solo per un altro istante, il tempo di rispondermi brevemente:
    “No, ho fretta, devo tornare a casa.”
    Neanche il tempo di finire la frase che già si era incamminato di nuovo. Ottusamente ho insistito, contro ogni ragionevolezza, contro ogni speranza di successo, contro ogni senso di dignità. Gli sono corsa dietro e mentre lui tirava dritto senza minimamente decelerare io gli saltellavo intorno come meglio potevo:
    “Ti prego, fermati un attimo, parliamo solo per cinque minuti!”
    Su quest’ultima affermazione mi ha guardata un attimo negli occhi. Aveva uno strano luccichio nello sguardo, come di bestia braccata, che comincia a sentire il panico montargli nelle viscere:
    “Lasciami andare, ti ho detto che ho da fare!”
     Un accenno di allarme nel tono di voce. Non ci potevo credere e non ci posso credere tuttora! Si sentiva molestato da me, lo stavo turbando e reagiva in modo quasi isterico. Ma chi diavolo sei Danilo Bonanno? Di cosa è fatta la tua vita per dover reagire in questo modo agli assalti innocenti di una piccola ragazza quindicenne? Quali gli arcani meccanismi che governano quella spugna grigia e gelatinosa che si trova nella tua scatola cranica? Purtroppo queste considerazioni le sto facendo solo adesso, a mente lucida, che in strada, con lui davanti a me, di lucidità me ne era rimasta molto poca.
    “Va bene, allora ti accompagno per un pezzo di strada, così parliamo camminando.”
    Ha accelerato il passo, io ho accelerato con lui, decisa a rimanere al suo fianco sino a quando non avesse varcato la soglia del suo portone. In quei pochi minuti di strada ho cercato come meglio potevo di attirare il suo interesse, facendogli domande e strappandogli riluttanti risposte:
    “Stai andando a studiare?”
     “Sì, ho molto da fare per domani.”
     “Che cosa stai studiando?”
     “Filosofia.”
     “Che bella materia, sono sicura che mi piacerà moltissimo l’anno prossimo quando comincerò a studiarla anch’io!”
    Silenzio. Insisto:
     “Com’è la filosofia, a te piace?”
     “Non particolarmente.”
    Uno squallido botta e risposta, penoso per entrambi. Ma ormai dovevo - come si dice? - bere l’amaro calice fino in fondo. Non riuscivo a costringermi a voltare i tacchi, andavo avanti calpestando il mio orgoglio nella irrazionale speranza che mi concedesse qualcosa di più che il suo fastidio. Non volevo tornare a casa con una tale cocente umiliazione nel cuore, dovevo fare qualcosa che modificasse la tragi-comicità della situazione. Siamo arrivati davanti all’androne del suo palazzo, lui più ansioso che mai di varcare l’ingresso e buttarsi la rompiscatole alle spalle. Non sapevo più cosa fare così, come umiliazione finale, mi sono trovata quasi ad implorarlo di salutarmi domani a scuola. Mi ha promesso che lo avrebbe fatto, credo più per togliersi di torno la pulce fastidiosa che per altri motivi. Tornata su casa ho raccontato a mamma l’esito del nostro “romantico incontro”. Svuotatosi poco a poco il cervello dell’insania che lo aveva colpito, mi sono trovata scioccata da quanto fatto e soprattutto da quanto suscitato. Non ho pianto, non mi sono disperata, non ho fatto nulla. Ora mi sto solo chiedendo come ho potuto travisare in questo modo quanto avevo davanti, al punto di decidermi a fare quello che ho fatto. Lui mi guardava. Di questo sono sicura. Chissà per quale motivo.
     
     
     

  • 29 ottobre 2013 alle ore 18:21
    Scoprirsi

    Come comincia: Prato bianco. La neve non ne aveva risparmiato neanche un centimetro. Ci correvo con il mio amico a quattro zampe; le nostre impronte dovevano essere là sotto, sepolte con i miei ricordi. E il cuore? Gelato, sordo, chiuso in una morsa di disperazione:  lui se n’era andato. Ogni volta che ci pensavo, le lacrime affioravano in automatico. Ancora un pianto sgocciola su un album di foto, sulla foto dei capelli ricci, del sorriso aperto, caldo, sul suo sguardo diritto. Guardavo quella foto con occhi diversi. Ero proprio io? Era proprio lei? E dov’era finita la nostra amicizia? Finita in un amore contro natura che cercavo togliermi dalla testa. Benedetta morale che mi aveva bloccato, risparmiandomi chissà quanti guai. Meglio così, meglio restare fedele alla mia vita ordinata, regolare, stimata e un po’ noiosa. Il campanello mi risvegliò da quel senso di sicurezza di chi ha corso un grosso pericolo. Proprio adesso! Il tragitto tra il divano - vuoto, pulito, insolitamente in ordine - e la porta mi sembrò infinito. Ogni passo mi costava la fatica di anni di rinunce, compromessi sbilenchi, relazioni ipocrite, e un misto frutta di divieti e doveri. Quando trovai il coraggio di aprire  - coraggio, ci voleva coraggio, avevo coraggio? – un gigante peloso e sporco cominciò a scodinzolare, e dietro, proprio dietro, qualcuno con la erre moscia, i capelli ricci, il sorriso aperto, caldo, lo sguardo dritto, le braccia spalancate, il sospiro ansimante, la bocca sempre più vicina, i corpi sempre più vicini, le vite sempre più vicine.
     

  • 29 ottobre 2013 alle ore 11:49
    Gita a Firenze

    Come comincia: Ieri sono andata in gita a Firenze con la mia classe e con il “V” B, la classe degli snob.
    Non ricordo nulla di ciò che ho visto, la giornata è stata un incubo. Sembra che quando qualcosa va storto, poi tutto debba continuare sullo stesso tono, almeno per un po’. E’ cominciata come una normale gita fuori porta, il pullman affittato dalla scuola è passato a prenderci puntuale davanti al liceo alle otto e trenta di ieri mattina. Con noi, in veste di accompagnatrice, la professoressa Paiello insieme ad un insegnante dell’altra classe. Non conoscevo nessuno dei ragazzi della sezione B, se non di vista o per averci parlato casualmente in qualche rara occasione. Le uniche due persone che conoscevo per nome erano Angela, figlia della nostra professoressa e un tale Massimo.
    Quest’ultimo, è un ragazzino della nostra età, anzi più grande, è ripetente, ma che dimostra forse dodici anni. E’ bellino, bel viso, lineamenti regolari, occhi chiari molto vivaci, lentiggini, espressione da monello impenitente. Però sembra un bambino, non solo per la statura veramente ridotta, soprattutto per la levigatezza del viso, senza un’ombra di peluria. L’anno scorso mi aveva colpita perché un giorno era entrato nella nostra classe insieme ad un suo amico ed aveva cominciato a fare complimenti alle ragazze, senza rivolgersi a nessuna in particolare:
    “Siete tutte così belle, sembra di stare in un paradiso di vergini. Non come nella mia classe, lì sono tutte brutte!”
    Sì, aveva usato proprio queste parole e mi aveva colpita per la disinvoltura dei modi e per le espressioni usate. Così sono salita su quel maledetto pulmino senza malumori o prevenzioni di nessun tipo. Io e Gaia ci siamo infilate in un posto intorno alla metà del veicolo, dall’altra parte del corridoio, alla nostra stessa altezza, Mara e Caterina. Sui sedili in fondo, notoriamente occupati dal gruppo più turbolento della scolaresca, si era insediato un rumoroso assembramento del “V” B: tra di loro c’era anche questo Massimo.
    Siamo partiti e per un po’ è andato tutto bene; certe situazioni hanno bisogno di tempo per decollare. Ero rilassata, guardavo fuori dal finestrino con Gaia accanto che ascoltava musica dal suo walkman. Intorno a me sentivo ragazze che parlavano, anche dietro erano tranquilli, all’inizio è sempre così. Poi le voci da dietro sono cresciute di tono, ragazzi che si alzavano, ragazzi che si spostavano di posto, che andavano a fare visita ad altri ragazzi seduti in altri posti. Gli elementi perturbatori della mia classe e quelli dell’altra hanno cominciato a scherzare insieme. Mi sono voltata a guardare e ho visto Mauro e Pietro, i galletti della mia classe, che fumavano in fondo insieme a tre o quattro ragazzi dell’altra sezione.
    Queste situazioni mi hanno sempre messa a disagio, non mi appartengono, acuiscono il mio senso di estraneità, mi scatenano elucubrazioni di ogni tipo. Però ero ancora abbastanza tranquilla, sono in buoni rapporti con Mauro, gli altri non li conoscevo, anche se ridevano e scherzavano in modo derisorio. Poi Mauro e Pietro hanno condotto Massimo ed un altro, che in seguito ho scoperto chiamarsi Fabrizio, da Caterina per presentare loro l’idiota della nostra classe e prendersi gioco di lei:
    “Vi presento Kukki, la ragazza più sexi della scuola. Caterina girati, saluta, non essere scontrosa!”
    Lei guardava fuori dal finestrino, faceva finta di niente sperando che perdessero interesse. Ma loro avevano un lungo e noioso viaggio davanti, due lunghe ore da far passare in qualche modo. Allora si è girata, li ha guardati con quei suoi occhietti piccoli e ottusi, poi ha atteggiato le labbra carnose ad un timido sorriso.
    “Ciao.”
    Ha detto loro timidamente, la voce bassa, un bisbiglio, il viso sollevato a guardarli in attesa. Massimo ha ridacchiato, Mauro ha fatto una smorfia simile ad un sorriso, poi ha continuato ad umiliarla:
    “Vedi, questo ragazzo qui si chiama Massimo ed è in cerca di una ragazza. Ho pensato che potevo presentargli te. Ti piace?”
    Caterina è rimasta in silenzio, Mauro ha insistito:
    “Non essere maleducata Kukki, ti piace Massimo? Guarda che bel ragazzetto! Allora rispondi!”
    Sorriso impacciato, un altro bisbiglio:
    “Ma, non lo so, che ti devo dire?”
    Hanno continuato così per qualche minuto, ma lei reagiva poco. Mara stava in silenzio, lei non parla mai in queste situazioni, né loro hanno provato a coinvolgerla. E’ quasi paranormale il modo in cui viene rispettata nonostante stia sempre assieme a Caterina, come se intorno a lei ci fosse una sorta di aura protettiva. Mistero! Mauro e Pietro si sono allontanati, sono tornati dietro, Massimo e Fabrizio sono rimasti a scherzare con due loro compagne di classe, sedute proprio davanti a Gaia e a me.
    Questa circostanza ha decretato l’inizio della mia persecuzione. Mi sono chinata verso Mara e Caterina, ho cominciato a chiacchierare con loro, con Mara per lo più. Le chiedevo se fosse mai stata a Firenze prima d’ora. Massimo si è girato verso di noi, ha notato che Caterina si era animata grazie al mio intervento:
    “Kukki, se non sei interessata a me almeno presentami questa tua amica!”
    Non mi piaceva la piega che stavano prendendo gli eventi e tuttavia ho reagito. Stupidamente, mi sono impegolata in un braccio di ferro verbale dal quale non sono più riuscita a divincolarmi. Mi ha guardata con quella sua faccia da schiaffi, la faccia che ho sempre immaginato dovesse avere il protagonista del “Giornalino di Gian Burrasca”, poi ha teso la mano verso di me: “Piacere, mi chiamo Massimo; lui è Fabrizio.”
    Se li avessi ignorati sarebbe stato anche peggio, così ho accettato di presentarmi. Nel tendere la mano all’altro ragazzo, l’ho osservato per la prima volta. Anche lui un viso liscio, bambinesco, ma alto di statura, ben strutturato. La testa un po’ troppo grande ed il viso un po’ troppo largo, capelli corti ed orecchie a sventola, ma lineamenti gradevoli, occhi espressivi, nel complesso un bel ragazzo. Anche lui aveva sfoderato quel genere di sorriso beffardo, preludio a qualche sfottimento. Massimo:
    “Senti Valentina, ma tu che tipo di ragazza sei? Voglio dire sei una che la dà – risatina di scherno - oppure sei una morta tutta casa e scuola?”
    Fabrizio:
    “Dai Massimo, che domande fai? Non si tratta così una ragazza. Non lo vedi che la metti in imbarazzo?”
    Sembrava una di quelle gag che si vedono nei film americani, l’amico più buono che modera quello sadico e sembra stare dalla tua parte, in realtà si sta divertendo un mondo.
    “E di voi cosa mi dite? Scommetto che a parole muovete i treni, poi ve la fate sotto quando avete davanti qualcuna che fa sul serio!”
    Ostentavo tutta la disinvoltura di cui ero capace, speravo di batterli sul loro stesso terreno. Se gli avessi dato a credere di essere una dura come loro, forse mi avrebbero lasciata in pace. O forse cercavo di dimostrare a me stessa di essere in grado di gestire situazioni ad alto rischio di bruciature. Quali che fossero le mie intenzioni o le loro, il risultato è stato di catturare definitivamente la loro attenzione.
    Gaia ha indossato nuovamente le cuffie del suo walkman, ha cominciato a masticare ostentatamente la sua gomma americana, poi ha abbassato gli occhi guardandosi le mani con insistenza. Si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata se non fosse stato troppo evidente il tradimento. La sua vigliaccheria è talmente patetica, le sue reazioni talmente prevedibili, che ho provato pena per lei invece della giusta indignazione.
    Massimo:
    “Ah, allora tu sei una tosta, una che ci sa fare, magari hai anche il ragazzo.”
    Silenzio.
    Fabrizio:
    “Ce l’hai il ragazzo, sì o no?”
     I suoi occhi mi scrutavano, forse era realmente interessato alla mia risposta. E’ un mio difetto, non riesco mai a mentire sulla mia vita privata, nemmeno quando sarebbe opportuno:
    “Mi piace uno, ma lui non lo sa nemmeno.”
    Risposta abbastanza sincera. In effetti, da qualche giorno a questa parte ho messo gli occhi su un tipo del “II” C, compagno di classe di un ragazzo che abita nel mio palazzo. Lo conosco di fama, per essere un ragazzo carino ma molto intellettuale, alto, moro, occhialetti, un bel tipo. L’ho incrociato un paio di volte che andava a trovare il mio coinquilino e all’improvviso l’ho trovato affascinante.
    Fabrizio:
    “Chi è questo ragazzo?”
    Perché non sono stata zitta? No, non potevo, avevo l’ansia di dimostrare a quei due imbecilli, io più imbecille di loro, che esisteva davvero questo ragazzo:
    “Daniele Campagna, lo conosci?”
    Fabrizio:
    “Sì, sta nel “II” C, giusto? Se vuoi vado a parlarci, gli dico che ti piace.”
    Perché non gli ho sparato un nome qualsiasi di qualche ragazzo inesistente?
    “No, non dirgli niente, non voglio assolutamente.”
    Mi ha guardata con uno strano sorrisetto, ho capito di avere sbagliato.
    Massimo:
     “Senti, ma torniamo a noi, scommetto che non hai mai baciato nessuno in vita tua!”
    “E invece ti sbagli, non ho nessun problema a baciare un ragazzo!”
    Massimo:
    “Non ti credo, sei una sparapalle, te la fai sotto all’idea di baciare qualcuno!”
     “Ci vuoi scommettere?”
    Gli è passato un lampo negli occhi, mi si è avvicinato e abbassando la voce ha insinuato mellifluamente:
    “Dimostramelo, baciami adesso, qui, davanti a tutti.”
    Poi si è fatto ancora più vicino, lentamente ha accostato il suo viso al mio, fino a quando la punta del suo naso quasi non toccava quella del mio. I suoi occhi erano fissi nei miei, colmi di sfida, di canzonatura, ridenti di trionfo, verdi come una palude. Non ho retto quello sguardo, ho spostato il mio sulle sue labbra, piccole, schiuse nell’attesa, leggermente screpolate. Quest’ultimo particolare ha in qualche modo scatenato il panico, che già minacciava di aggredirmi dall’inizio della conversazione. Mi sono allontanata e ho cominciato a balbettare frasi sconnesse, prive di senso alle mie stesse orecchie:
    “NNo,nnon qui, non è il momento, poi non bacio mica così, a comando…bla, bla, bla,…” Ho blaterato frasi cretine, odiandomi nel momento stesso in cui mi uscivano di bocca, ma non riuscendo a bloccare il torrente maledetto che sgorgava dalle mie stesse corde vocali. Loro mi fissavano, soddisfatti, Fabrizio forse un po’ accigliato – perché avevo l’impressione che fosse dispiaciuto dell’eccessiva crudeltà dell’amico?-, entrambi soddisfatti di avermi piegata.
    Hanno continuato a tormentarmi per tutta la durata del viaggio, due gatti sullo stesso topo, contenti di giocarci insieme e di palleggiarselo l’un l’altro. Se come un topolino mi fossi arresa, impaurita e paralizzata in un angolo, forse mi avrebbero lasciata in pace. Avrebbero mollato la presa in cerca di prede più reattive. Ma io mi sono messa in testa di uscire da questa storia a testa alta, di trovare il modo per avere l’ultima parola. Il topolino che mostra i dentini sperando che i suoi torturatori li scambino per temibili canini. Patetica. Il gatto e la volpe sull’ingenuo Pinocchio. E Gaia continuava ad ascoltare musica da quel maledetto walkman. Loro sembravano non vederla nemmeno. Riesce a mimetizzarsi talmente bene con l’ambiente da risultare invisibile. La mia amica camaleonte. Mimetizzata con la tappezzeria del pulmino.
    Abbiamo passato il casello per uscire dall’autostrada e loro commentavano la mia camicetta a scacchi rosa e fucsia. Abbiamo parcheggiato e scendendo i gradini del pullman sentivo i loro fiati sul collo che sghignazzando si auguravano che inciampassi. Arrivati a destinazione ho deciso, troppo tardi, che era meglio ignorarli, che forse era possibile essendo ormai in movimento, forse potevo sfuggire le loro insolenze. Mi illudevo. Ho guardato il panorama di Firenze dal belvedere di piazzale Michelangelo attraverso un velo di lacrime, ascoltando i loro commenti beffardi:
    “Mi sembra che abbia il culo basso, che te ne pare?”
     “No, Massi, non direi, dà quell’impressione perché è piatto e largo.”
    Li ho avuti perennemente dietro durante gli spostamenti a piedi per le strade della città, due voci nell’orecchio che mi raggiungevano dovunque decidessi di spostarmi all’interno del gruppo. Mi bruciava anche la magra figura che mi costringevano a fare di fronte ai miei compagni di classe che di certo non erano sordi a questa persecuzione. Non osavo guardarmi intorno per paura di leggere nei loro occhi la pietà o, peggio, una finta indifferenza. Durante la visita all’interno della Galleria Palatina dell’Accademia, i due falchi sempre sulla loro preda, ho sentito Mauro difendermi, debole tentativo per mettere fine alla persecuzione:
    “E dai ragazzi, lei no, lasciatela perdere.”
    Non ho detto nulla, ma in quel momento ho sentito di amarlo, l’unico impulso di affetto che ho provato in mezzo a tutto il livore, il risentimento e l’odio assassino che mi porterò dentro finché campo al ricordo di questa orribile giornata. Giravo per le sale della Galleria Palatina di palazzo Pitti, commentavo gli splendidi Rubens, i Tiziano, i Raffaello insieme a Mara, lei così catturata dalla bellezza dei quadri, e facevamo finta di non sentire i commenti che dietro di noi arrivavano al mio indirizzo. Mara era come sorda alle cattiverie di cui mi omaggiavano ma stava con me, mi parlava come niente fosse e questo era il suo modo per darmi coraggio, per darmi una pacca sulla spalla dicendo:
    “Non te la prendere, ignorali, non vale la pena di amareggiarsi di fronte ad una simile ottusità.”
    Mentre ci aggiravamo all’interno del Duomo, sono riuscita a prendere le distanze, grazie alla vastità dello spazio, breve momento di tregua gradito quanto un’oasi di palme nel deserto. Durante il viaggio di ritorno mi hanno graziata per una buona metà del tempo, stanchi dopo la loro dura giornata di pubbliche relazioni. Si sono ritirati nel fondo, da lì li sentivo ogni tanto ridere ad alta voce, ma per lo più sono stati  tranquilli. All’arrivo, scendendo dal pulmino, mi hanno salutata con un minaccioso:
    “Ci vediamo domani a scuola!”
     Li ho guardati per un momento perplessa, chiedendomi quali fossero le loro intenzioni, ma non ho fatto commenti, ero veramente stanca e me ne sono andata a casa. Ieri sera non ho detto nulla. Ero troppo scioccata anche per confidarmi con mamma. Ho cenato in silenzio, un nodo mi stringeva la gola, impedendomi anche di mangiare. Sono andata a letto presto, ma non riuscivo a prendere sonno. Mi sono rivoltata a lungo su un fianco, poi sull’altro, poi a pancia in sotto. E intanto pensavo, pensavo, pensavo.
    Si dice che l’adolescenza sia un'età difficile, un momento di passaggio tra la fanciullezza e l’età adulta. Per molti di noi la crudeltà è un modo come un altro per affrontare le nostre paure, un metodo a basso costo emotivo. Attraverso l’umiliazione e lo svilimento dei tuoi simili, hai l’illusione di avere il controllo: se riesci a sopraffare allora sei forte, ti sei guadagnato il rispetto del gruppo, sei accettato ed è più facile accettare te stesso. Questo ti permette di ignorare il fatto che i tuoi amici sono tutti più alti e formati di te, nonostante che tu sei stato bocciato e sei più grande di età. Puoi sentirti intelligente, magari astuto, tu conosci la vita, sei un uomo di mondo, che importa se probabilmente non arriverai al diploma perché non riesci a concentrarti sui libri. Studiare in fondo è una perdita di tempo, un’occupazione per gente inferiore, che non vede ad un palmo dal proprio naso. La tua cattiveria è il passaporto per l’accettazione nel gruppo. O forse non è così. Semplicemente esistono persone buone e persone cattive. Queste ultime, probabilmente, non sanno nemmeno di esserlo. I loro sono giochi innocenti, divertimenti innocui, per passare il tempo. E intanto ti fanno a pezzi. Scavano nel profondo e ti colpiscono dove fa più male.
    Ho sbagliato. Per questi individui non esiste niente di più irresistibile di una persona in posizione di debolezza che ostenta una sicurezza fittizia, costruita per orgoglio. E loro lo sanno. Pregustano l’umiliazione e ci arrivano per gradi, sino a piegarti sulle ginocchia, fino a quando non ti vedono piangere o supplicare pietà.
     
     

  • 28 ottobre 2013 alle ore 19:34
    Amicizia

    Come comincia: E successe anche a me di pagare per gli errori fatti, quando capii così severamente che calcolo e valutazione non sono proprio parte di me, e per questo e altri motivi, arrivo troppo tardi alle cose che non vedo, e altre non voglio vedere, e che dietro le paure mi nascondo, prendendo distanze chilometriche.
    Cosa sono io ? Sono la somma delle cose che ho compiuto, di quelle a metà, dei miei desideri, dell'amore per la mia famiglia, delle persone care che non sono più su questa terra, sono le parole taciute, omesse, sono le possibilità che non ho avuto, la vacanza che non posso permettermi, sono il dolore che ho provato, le battaglie che ho combattuto, la fierezza che ho sposato. Eppure certi amici, certi volti, certi colori e visioni parte dei miei ricordi più belli si vanno perdendo, scompaiono, sbiadiscono, e fanno male, un male terrificante, che non ho potuto sconfiggere, un cancro maledetto da cui non potersi più difendere. E' per questo che vorrei azzerare, cancellare, correggere o meglio poter risentire in pancia di sorridere, respirare, e poterlo condividere senza invidie, gelosie. E questo è uno sfogo, un momento che poi al dunque non ho il coraggio di dimenticare, che se ascolto il cuore finisco per proteggere e consolare. Mi sarebbe piaciuto poterti abbracciare ancora e invece ti ho allontanato.
    E ora soffro, soffro tanto quando so che niente ti riporterà da me.

  • 28 ottobre 2013 alle ore 14:34
    Biancanet e i 7 post

    Come comincia: ss
    Mi è successo anche questo, solo per voler raccontare le fiabe ai bambini…
    “Oh mio facebook chissà quanti mi piace ho oggi sulle mie foto, aspetta che controllo “
    Esclamò la vecchia Sonunwc (perché sonuncesso è più volgare, dissero al momento della scelta del nome, i genitori della megera), accorgendosi che qualcuno aveva più consensi di lei, divenne più brutta di quello che già era, uno sguardo truce e cupo.
    Poi venne a scoprire che la bella Biancanet, una giovane d’oggi, molto dolce, graziosa e internauta, aveva ottenuto con una sola foto il doppio dei mi piace suoi.
    E pensare che Sonunwc continuava a inserire foto nel suo gruppo “le belle (più o meno) della rete” praticamente ogni giorno.
    Si fotografava da sola, in tutte le pose e non perdeva occasione per farsi ammirare, ma era brutta, purtroppo, ed anche molto cattiva.
    Nessuno le chiedeva l’amicizia su facebook, anzi era lei che supplicava tutti di chiedergliela, però spesso veniva bloccata perché esagerava.
    Appena si accorse dell’accaduto decise che Biancanet non avrebbe più dovuto batterla e quindi non c’erano tante soluzioni disponibili: toglierle l’accesso ad internet non si poteva, distruggerle il modem nemmeno (ne avrebbe acquistato un altro)…e allora?…
    Allora renderla brutta…anzi sfigurarla…il suo misero e meschino piano iniziò a prender forma…seguendo i consigli di un terribile hacker.
    L’hacker costruisce ed elabora in velocità appositamente una pen-drive per la megera: sarà un ordigno terrificante che adoperato da Biancanet la renderà bruttissima…
    Ma dai come può una pen-drive fare tutto ciò…?
    Fidatevi e leggete avanti questa strampalafavola.
    Biancanet, ignara di quanto le stava per accadere, è sempre alla disperata ricerca di lavoro e di questi tempi avrebbe accettato qualunque offerta…
    Ed è così che riesce a farsi ricevere da Sonunwc , non potendo nemmeno lontanamente immaginare il seguito.
    Ovviamente e prevedibilmente come ogni fiaba thriller che si rispetti, di solito la vittima va ad aprire la porta all’assassino, in questo caso la vittima viene assunta senza tentennamento alcuno dalla sua carnefice…
    Ma perché va sempre a finire così? Biancanet no, non farlo…ti prego, torna indietro, noooooo.
    Niente, oramai aveva varcato la soglia della casa della megera, non si poteva più tornare indietro.
    Inizia a lavorare, a rassettare, a lavare e stirare e a pulire il notevole strato di polvere che ricopriva tutto (e certo se Sonunwc è sempre su facebook non ha il tempo materiale per pulire la casa!).
    Il lavoro procede anche se diventa sempre più massacrante, fino a che un giorno Biancanet sfinita, decide di scappare…senza dare nemmeno il preavviso contrattuale previsto.
    Scappa Biancanet, le urlava una voce dal di dentro…scappa più veloce che puoi…approfitta che la vecchia è al computer…non si accorgerà di nulla.
    E così fece: la ragazza, iniziò a correre forsennatamente, attraversò strade, ponti canali…oltrepassò campagne e laghi…e tutto senza il benché minimo aiuto di un tomtom…
    Ad un certo punto stremata si ritrovò in mezzo ad un fitto bosco di pini…
    Un profumo inebriante, ma non doveva rilassarsi…era sola…e prima o poi Sonunwc se ne sarebbe accorta…doveva mettersi al riparo.
    Calavano le prime ombre della sera.
    Di lì a poco scorse una casetta…probabilmente l’unica, con una gigantesca antenna parabolica: siamo nel 21° secolo, pensò la nostra fanciulla, meglio una casa con la parabola…
    Bussò ma non rispose nessuno…ritentò e poi si accorse che dal camino stava uscendo del fumo…quindi doveva essere una dimora abitata.
    La porta era aperta e così Bbiancanet un po’ timorosa entrò e si trovò davanti una grande sala piena di computer, tablet cellulari: dunque, o si trattava di qualche ladro che usava la casa nel bosco come deposito dei malloppi delle sue ruberie, oppure poteva trattarsi di una postazione di qualche azienda informatica segreta…chissà.
    Però quanta polvere…anche qui come nella casa di Sonunwc: forse era colpa di facebook?
    Seppur poco convinta Biancanet decise di dare una bella pulita…e allora iniziò a risistemare i faldoni di carta che circondavano tutti i macchinari, pulire la polvere, mettere a bollire l’acqua in un pentolone (l’unico trovato) per farsi una pastasciutta…
    Insomma un vero “repulisti”, del resto Biancanet non sopportava la sporcizia, il disordine, ma soprattutto la polvere…
    etciù…
    (scusa biancanet ma ne hai sollevata parecchia ed io sono allergico…scusate l’interruzione)
    Salute, rispose qualcuno…si ma qualcuno chi?….
    La giovane si girò e vide un coloratissimo pappagallo con tanto di pannelli solari, praticamente un papparobot…una novità e sul tavolo vide i documenti che comprovavano l’avvenuto brevetto dell’animale (a cosa servisse lo lascio alla fantasia dei lettori c’era scritto…)un brevetto inventato da chi abitava in quella casa sicuramente…un inventore, pazzo?
    Bello però,Biancanet chiacchierò per un po’ col papparobot o per meglio dire lo ascoltò ripetere le frasi che lei buffamente pronunciava a raffica…
    Poi un attimo di panico…Biancanet sentì un vociare confuso venire da lontano…anche il papparobot misteriosamente si bloccò…non poteva essere un effetto sonoro della bestiola…no infatti era qualcosa che si avvicinava…e man mano che il rumore aumentava la ragazza si rese conto che si trattava di un gruppo di persone e non di una persona sola…
    Ecco si…stavano arrivando dei buffi e alquanto strani personaggi (perché finora tutti normali vero?)
    Erano i 7 post che allegramente cantavano a squarciagola:
    --“andiam andiam
    andiam a navigar
    su facebook twitter e internet però
    non so
    skype ora c’è per te
    adesso puoi guardar
    dal vivo tu mi puoi
    anche telefonar
    la la la la la la”—
    Erano esseri minuscoli compatti tosti e massicci…dei cubi praticamente…entrarono ordinatamente con a capo Facebookilo anche Taggalo, Postalo, Linkalo, , Twittilo, Maililo, Chattalo…
    Biancanet salutò con voce tremolante e Facebookilo, il più vecchio, prese la parola e ammonì la giovane sul fatto che aveva violato una proprietà privata…poi le chiese l’amicizia su facebook…
    Ben presto divennero amici, non solo di facebook, si spiegarono sorseggiando un buon bicchiere di vino e festeggiarono fino a notte fonda…canti, balli e follie.
    Pian piano dopo averla ringraziata delle pulizie si addormentarono uno sulla spalla dell’altro…
    L’alba!
    Era una splendida giornata…il sole iniziava il suo sorgere…quando il suo innalzamento si bloccò bruscamente e tornò il buio più pesto.
    I 7 post e Biancanet si svegliarono praticamente all’unisono e dopo un po’ si sentì bussare alla porta…
    Classica situazione ripetuta…ok…
    Si sentì bussare alla finestra…ecco, meglio?
    Facebookilo andò ad aprire le imposte e si trovò innanzi una vecchietta ricurva sul suo bastone con un sacco all’apparenza pesantissimo…
    La fece entrare…noooooo…non dalla finestra…dalla porta…(ah si giusto)
    La vecchietta era… (per chi non l’avesse capito…ok…ok…non dico nulla…avete capito tutti)
    Dicevo, la vecchietta si spiegò e si giustificò dicendo di non saper usare il pc…facebook twitter…insomma tutti gli aggeggi del progresso e voleva stare al passo con i tempi: aveva sentito molto parlare dei 7 post e quindi…
    Biancanet, malauguratamente volle rendersi utile e così si offrì di dare spiegazioni lei stessa alla vecchietta: bingo!
    (siamo sicuri che avete capito chi si cela così misteriosamente sotto i panni della vecchia?)
    Iniziarono le lezioni…
    Anche i 7 cubi…ops, i 7 post ascoltavano…
    la vecchietta per ricambiare l’ospitalità e la pazienza regalò la terribile pen-drive a Biancanet, che ne fu entusiasta…
    Effettuarono poi l’accesso anche a facebook e quando la vecchia vide che nuovamente la fanciulla aveva superato i mi piace rispetto alle sue foto si agitò tremendamente…
    i 7 post si allarmarono…misero a bollire l’acqua per una camomilla, ma la vecchietta Sonunwc era già scappata urlando…
    Bene la camomilla se la divisero tra loro e finalmente Biancanet inaugurò la pen-drive ricevuta in regalo…e bumm
    Uno scoppio tremendo, un vetro dello schermo scheggiò lo splendido viso di Biancanet e il sangue iniziò a fuoruscire: la ragazza svenne…
    I 7 post in un primo momento pensarono di inserire subito un post (non uno di loro, ma proprio un post scritto) su facebook ma poi convennero che nessuno scrive i affari propri sul social network….ahahahah (qui la risata ci sta)
    Presero degli stracci per tamponare l’emorragia e vi riuscirono…
    Intanto uno dei post (non scritto, quello vero) era corso a telefonare con skype al famoso principe adsl20mega…era l’unico che avrebbe potuto collegare di nuovo con il mondo e con la vita la splendida Biancanet e farle sparire la cicatrice dal viso…
    In men che non si dica arrivò adsl20mega tirò fuori lo spinotto appropriato per medicare la ferita si chinò sulla ragazza la collegò…ops…volevo dire la baciò
    Miracolo: biancanet aprì gli occhi…era di nuovo collegata…e senza cicatrice alcuna…
    subito venne cambiato lo status dei due…da single a fidanzati…
    E come ogni fiaba che si rispetti vissero felici e connessi
     

  • 27 ottobre 2013 alle ore 18:48
    Viaggio

    Come comincia: Aveva sentito dire, o forse letto da qualche parte, non ricordava, che il bello di un viaggio è il viaggio stesso. Prendere la macchina e dirigersi verso una destinazione nota o improvvisata, dava modo di intraprendere un'avventura. Baggianate! Trovarsi nelle ore di punta nelle tangenziali di Milano o nel grande raccordo anulare di Roma, non aveva niente di avventuroso.
    Era della stessa idea quel caldo pomeriggio di fine giugno. Avrebbe  fatto il viaggio, insieme alla moglie, con il preciso intento di arrivare il più presto possibile alla metà, in ferie.
    Faceva molto caldo e l'aria condizionata della piccola utilitaria riusciva a stento a rinfrescare l'abitacolo. La moglie, previdente come sempre, aveva preparato una borsa termica con frutta e acqua fresca, preferivano spiluccare qualcosa in macchina piuttosto che fermarsi nei caotici autogrill.
    Imboccarono l'autostrada A4, direzione Venezia. Alla sinistra si vedevano sfilare le Prealpi, confine naturale che divide le Alpi dalla pianura Padana che si estendeva alla destra a perdita d'occhio.
    "Non è male come paesaggio, tanti capannoni ma anche tante cascine, campi coltivati e montagne"
    "Già" Rispose lei sovrappensiero.
    "Guarda, adesso ci avviciniamo al lago di Garda, che belle colline, che bei vigneti, mmhh"
    "Pensa che buon vinello ah?" La donna conosceva i gusti del marito.
    "Se facciamo sei al superenalotto compriamo una piccola cascina e ci mettiamo a fare il vino" Confermò lui.
    "Si, si. Sei al superenalotto, è subito fatto. Bella zona comunque, davvero"
    Il Sole arroventava la macchina e nonostante l'aria condizionata lui stava cominciando a sudare.
    "Vuoi da bere?" Chiese lei.
    "No grazie. Cerco di resistere altrimenti continuo a sudare"
    "Un po' di frutta?" Insistè la moglie.
    "Si ok, quella volentieri" E' mentre lei lo imboccava amorevolmente arrivarono a Verona, allo svincolo per Modena.
    "Adesso comincia il pezzo noioso" Osservò lei mentre addentava un pezzo di melone.
    "Piattume, campi a perdita d'occhio e zanzare" Confermò lui.
    Lei gli prese la mano poggiata sulla leva del cambio e lui la strinse forte, un gesto affettuoso che i due condividevano spesso.
    "In effetti anche questo paesaggio ha un suo fascino" Disse cauto lui mentre lei stava cercando di infilare un cd nell'apposito spazio e poi lo guardò come a dire <Sei impazzito!>
    "Non ho detto che sia bello, però guarda che belle cascine e i campi come sono tenuti bene" Poi con la coda dell'occhio intravide che dischetto stava per mettere lei ed esclamò:
    "Nooo, che lagna. Metti qualcos'altro dai, lo sai che non sopporto quella musica" E infatti lei non cambiò dischetto e inserì ciò che aveva scelto. Musica che a lei piaceva parecchio ma a lui un po' meno.
    "Dicevi? Un bel paesaggio?" Parlò lei distrattamente.
    "Si, come le canzoni del tuo cd" Grugnì lui.
    "Allora è uno splendido paesaggio" Sorrise lei.
    Il cartellone indicava l'uscita di Mantova.
    "E' una bellissima città Mantova, ricca di storia e a misura d'uomo"
    "Non so, non l'ho mai vista" Rispose lei.
    "Un giorno ci veniamo, con calma"
    "Hai fame?" Chiese lei.
    "No grazie. Ho sete ma non bevo se no mi devo fermare venti volte a pisciare"
    Stavano attraversando il Po, erano in piena pianura.
    "Chissà che nebbia in inverno" Disse lei.
    "E che freddo" Confermò lui.
    La macchinina macinava chilometri alla velocità di crociera di 110, 120 km all'ora; una buona media. Lei guardava fuori dal finestrino e canticchiava sulle note del cd, mentre lui cominciava a soffrire il caldo. Non aumentava l'intensità del freddo perchè sapeva che a lei dava fastidio ma il sudore cominciava ad imperlargli le tempie.
    "Tesoro, aumenta un po' l'aria fresca" Lo invitò lei.
    "Ma a te da fastidio"
    "Non ti preoccupare, oggi fa veramente caldo"
    Lui approfittò di quell'eccezione e abbassò immediatamente la temperatura. Nel frattempo erano giunti all'altezza di Modena, in perfetto orario con la tabella di marcia ed imboccarono la A1, che non sembrava troppo trafficata.
    "Forse oggi ci va di culo" Pregò lui.
    "Dobbiamo ancora passare Bologna" Osservò lei.
    Bologna. Spauracchio per milioni di automobilisti che devono attraversarla in qualsiasi periodo dell'anno, si rischia spesso di trascorrere alcune oer fermi in colonna, ad osservare fabbriche, palazzoni e colline in lontananza. Il paesaggio stava cambiando, ora ai lati dell'autostrada si vedevano frutteti e stabilimenti di vario tipo.
    "Quaggiu si vede un'altra campagna rispetto alla nostra e adesso si cominciano a vedere le colline bolognesi"
    Erano arrivati allo svincolo:a destra si andava per Ancona, Pescara; a sinistra per Firenze, Roma. Imboccarono la destra e pregarono di non trovare colonna o San Lazzaro sarebbe arrivata tardi.
    "Sembra poco trafficata oggi l'autostrada" Affermò la moglie convinta.
    "Lo dicevo io. E' un giorno feriale ed è abbastanza presto e poi la crisi colpisce duro. Ma lo sai che anche l'autostrada da noi è mezza vuota?" L'autostrada da noi era la famigerata A4 nel tratto tra Brescia e Milano andata e ritorno.
    "Mi ricordo i tempi in cui ci volevano anche tre ore per arrivare a Milano. Bisognava partire prima delle 5 alla mattina o eri fregato" Lei lo sapeva, ma non aveva voglia di pensarci. Disse invece:
    "Certo che senza traffico si può ammirare anche questa zona con un altro punto di vista, non è male"
    "Colline e campagna, un po' il sogno di tanta gente e poi sono piuttosto vicini al mare" Lei si stava addormentando, il classico colpo di sonno da viaggio. Lui la aiutò a reclinare leggermente il sedile e le strinse la mano"
    "Riposa tesoro, Bologna è superata" Lei non sentì quelle parole, stava già dormendo. Lui allora approfittò per cambiare cd e inserì un dischetto degli Eurythmics; la musica e la voce di Annie Lennox lo tranquillizzavano molto. Non c'era traffico e la media dei 120 non era pesante da tenere. Mentre osservava il paesaggio fortemente agricolo intervallato da grossi stabilimenti, stava ripensando alla sua vita. I problemi legati al lavoro che non c'era, la consapevolezza di essere di passaggio su questa terra ma di non poter fare a meno di preoccuparsi per il suo futuro e quello della sua famiglia, ma anche la gioa di avere degli splendidi figli e una moglie insostituibile. Da giovane gli avevano detto che con il tempo l'amore va spegnendosi; probabilmente era così, ma lui dopo vent'anni sentiva di voler bene alla moglie più che all'inizio, chissà, il tempo avrebbe dato il suo responso. Immerso in questi pensieri si ritrovò senza accorgersene all'altezza di Cesena, quando lei aprì gli occhi.
    "Siamo a Rimini?" Domandò con voce impastata.
    "Quasi, siamo a Cesena. Dormi ancora se vuoi, io non sono stanco"
    "Sicuro? Hai lavorato tanto questi giorni, vuoi il cambio?"
    "No, no, tranquilla, riposati ancora"
    "No, altrimenti mi viene il mal di testa. Vuoi un po' di frutta?"
    "Volentieri e anche l'acqua. Dopo Pesaro o Fano ci fermiamo al primo autogrill a farci un caffè, e per andare al bagno"
    Mangiarono in silenzio. Adesso il paesaggio stava cambiando completamente. Le colline coltivate a grano, orzo e girasoli avevano preso il posto dei campi coltivati ad ortaggi e frutta.
    "Questo è il paesaggio che piace a me" Sospirò lui sognante. Lei cambiò cd ed inserì una raccolta di musica degli anni ottanta, un buon compromesso per entrambi. Dopo circa quindici minuti si fermarono a prendere un caffè. A lui non piaceva fermarsi in quei posti, troppa ressa, la paura costante di essere derubati, anche se poi si era circondati da gente che, come loro, era in viaggio e non vedeva l'ora di arrivare alla metà.
    Andarono in bagno e una volta fuori ripartirono velocemente senza fare carburante.
    "Costa di più in autostrada e con questa velocità penso che arriveremo a destinazione senza dover fare benzina"
    "Speriamo" Affermò lei "Comunque un buon caffè ci voleva proprio"
    "Si. Hai visto come erano puliti e ordinati i bagni? E poi sempre a parlar male dell'Italia. C'è ancora della frutta?"
    "Prendi queste albicocche, sono buonissime" Mangiarono ancora frutta, con quel caldo era un vero toccasana. Avevano superato Senigallia e più a sud si vedevano chiari il promontorio di Ancona e il suo porto. Adesso l'autostrada entrava nell'entroterra per qualche chilometro, una volta superato l'aeroporto avrebbero costeggiato le alture di Ancona e il monte Conero per poi riavvicinarsi al mare più o meno all'altezza di Loreto, che con il suo imponente santuario svettava sulle colline marchigiane.
    "Guarda amore, Loreto. Ti ricordi anni fa quando ci siamo venuti?" Lei era innamorata di quel posto.
    "Si tesoro e tutti gli anni ci ripetiamo che dovremmo tornarci e ora che i bambini sono cresciuti potremmo portarci anche loro, gli piacerebbe"
    "Sono sicura che resterebbe anche nel loro cuore"
    In breve sorpassarono anche l'uscita di Macerata.
    "Ti ricordi quell'anno che siamo scesi a Macerata al matrimonio di mia cugina?" Esclamò lui.
    "Si, che avventura. E poi che bel posto dove siamo andati a mangiare e dormire, stupendo. In mezzo alle montagna, al verde e alla tranquillità, come si chiamava?"
    "Tolentino? Camerino? Bha, non ricordo, però era proprio bello, anche lì sarebbe da tornarci"
    "Amore, con tutti i posti belli che ci sono da vedere e rivedere non basterebbe tutta la vita per visitarli"
    "Hai ragione, però è bello avere dei ricordi. Guarda le colline che piacciono a noi, qui in primavera ed estate è uno spettacolo"
    "Quando stai bene vedi tutto bello" Confermò lei mentre gli stringeva la mano poggiata sul sedile. Restarono così per qualche minuto, in silenzio, beandosi della presenza reciproca. Un cartello indicava la fine delle Marche e l'inizio dell'Abruzzo.
    "Siamo quasi arrivati. Sei stanca?"
    "Io no. Tu piuttosto, ti fa male la schiena??"
    "Un po'. Con questo caldo si suda comunque e sono tutto appiccicoso"
    "Dai, ancora poco e ti farai una bella doccia. Hai fame?"
    "Adesso si, ma aspettiamo di arrivare, mengeremo a casa" Il viaggio stava per terminare, mancavano sette chilometri all'uscita di Roseto degli Abruzzi. Da lì ancora qualche chilometro di strade interne e sarebbero arrivati a destinazione, dove parenti e amici li stavano aspettando. Uscirono dall'autostrada senza problemi, erano quasi le nove di sera e non c'era traffico. Lui ci mise pochi secondi a prendere il passo urbano, il rischio dopo tante ore di autostrada è di andare troppo forte nelle strade di paese. Adesso respiravano aria di casa, quei posti vacanzieri evocavano in loro gioia e pace, la strada tortuosa che si arrampicava sulle colline scoscese era un segnale di riconoscimento come per dire: ecco, siete arrivati. Entrarono nel paesello a passo d'uomo e videro corrergli incontro i loro ragazzi e la gente del posto sorridente, erano arrivati.
    "Amo, siamo arrivati!" Disse lei sorridente.
    "Si tesoro, siamo arrivati. E' stato veramente un bel viaggio" E mentre finiva di parlare i figli avevano già aperto le portiere della macchina e li stavano investendo con una raffica di baci e abbracci.

  • 26 ottobre 2013 alle ore 21:36
    Ricordi

    Come comincia: ....mi svegliai sudato, con quell'amaro tennent's in bocca e la testa era un campo di battaglia, bombe scoppiavano al suo interno, la televisione era ancora accesa li, come a vegliarmi, e il posacenere si era capovolto sul letto,bella giornata di merda si prospettava.
    Cercai sotto le lenzuola stropicciate la paglia spenta nella notte appena trascorsa, non la trovavo, dove cazzo si era andata a nascondere, e poi eccola... schiacciata sicuramente dal mio peso notturno era li , chiedeva solo di essere rimessa in sesto ed essere fumata. cosi feci.
    Grattandomi svogliatamente i testicoli, ancora mezzo sudato mi alzai e scalzo mi recai in cucina, avevo anche lasciato il portatile acceso,questo mi faceva capire quanto la notte prima fossi davvero arrivato al low battery, mi ero praticamente annientato, e in quei momenti post risveglio tutto mi fu più chiaro, dovevo smetterla, dovevo darmi una controllata, dovevo semplicemente ritornare a quella normalità chiamata monotonia almeno per qualche giorno, dovevo ricaricare quella stronza di batteria.......
    Ero ormai una entità astratta, bevevo, lavoravo, scopavo, mi tatuavo, mi tatuavo , bevevo, lavoravo, scopavo, ma non mi bastava più questo sedativo artificiale, nella mia testa passava tutto il mio vissuto, dalla adolescenza quando la famiglia si appoggiava ad un solida ricchezza a quando tutto finii grazie a strozzini e malavitosi paesani che a furia di pugni e minacce cambiarono , stravolsero completamente il menage famigliare.
    Mi ritornava in mente il periodo tra bologna e urbino, quando con la scusa di trovar lavoro passavo il tempo a drogarmi e bere tra rave a sasso marconi e storie assurde.
    Mi ritorna in mente il periodo in cui lavoravo nei locali notturni e me la godevo alla grande tra alcool e scrittura, e torno indietro e ricordo il mio punto zero. L'incidente dove i miei amici persero la vita e io no, il mio vero punto 0, e poi mi ritornano in mente i fidanzamenti e le storie di sesso sfrenate e il matrimonio e la nascita di mia figlia e la separazione e indietro a quando scoprii che il buddha si faceva.
    E mi ritrovo ad oggi, seduto in mutande in cucina a pensare a tutto questo, è questo il low battery è di questo che voglio raccontarvi, di una storia assurda ma favolosa, di un pazzo scrittore operaio perso tra la realtà e i suoi sogni, perso tra sconfitte ma vivo di speranze e ambizioni......
    Mi sedetti e iniziai a scrivere,fumando l'ennesima schifosissima sigaretta e sorseggiando la birra calda abbandonata sul tavolo la notte prima.
    -LOW BATTERY-

  • 25 ottobre 2013 alle ore 23:53
    La rosa nel giardino

    Come comincia: Era da anni che più nessuno si occupava di quel giardino infondo al parco, circondava una vecchia  villa decrepita. Le erbe infestanti facevano da padrone, avevano occupato tutti gli spazi che ormai da tempo non erano stati più curati.
    Il Giardino si guardava intorno per scorgere se si fosse salvato al meno un fiore di quelli che aveva visto tante volte  colorare i suoi giorni.
    Ogni mattina al sorgere del sole si guardava e ricordava quello che era stato, ornato da tulipani colorati, da primule e viole, mimose e tante margherite che coprivano la sua superficie…  I ricordi lo facevano sognare. Ogni sera prima di addormentarsi raccontava alla luna che gli teneva compagnia, la sua disperazione per l’unica rosa che aveva nella sua terra piantato le radici, sino a toccargli il cuore e della quale si era innamorato, ma che purtroppo, non era più rifiorita. Raccontava di lei, la sua bellezza, sussurrando alla luna il velluto dei suoi petali rosso fuoco, della sua eleganza vestita di spine e foglie verdi e del profumo che l’inebriava ogni sera… La luna l’ascoltava e una sera di maggio, intenerita dalla sofferenza del povero giardino, lasciò cadere una lacrima che brillava di una luce bianca e pura, appena toccò il suo suolo si formò un cerchio,  nel centro del quale spuntò una piccola gemma, con i suoi raggi l’illuminò mostrandola al giardino.
    Poi sparì dietro una nuvola ed il giardino ebbe giusto il tempo per vederla. Un brivido percorse la sua terra e felice del dono si addormentò aspettando il giorno. Quando la mattina seguente si svegliò, la piccola gemma era già cresciuta, era una pianta di rosa, quando se ne rese conto, la gioia lo pervase e tremò tutto il terreno, tanto che le erbe infestanti ne furono scosse.
    La rosa per qualche giorno rimase anonima, nessuno si era accorto di lei, ma le attenzioni che il giardino le prodigava scuotendo le erbacce perché non invadessero il suo spazio, fece ingelosire l’edera e il giorno che la rosa sbocciò e si elevò al disopra delle erbe infestanti, sfoderò tutta la sua bellezza dei petali vellutati cosparsi di brina mattutina, brillava al sole come una regina con il diadema di diamanti gocciolanti, poggiati sulla punta dei suoi petali aperti e sorrideva al giardino innamorato che estasiato teneva a bada le erbacce perché non le facessero male.
    L’edera gelosa strisciò silenziosa ed uno dei suoi tanti tentacoli avvicinò la rosa, poi fingendosi amica elogiò la sua bellezza e le domandò di abbassare le sue spine per poterle porgere una carezza. La rosa gentile acconsentì ed abbassò le spine sotto lo sguardo del giardino che nulla poté fare per impedire all’edera di avvinghiarla. Appena si svestì delle sue spine, con forza estrema, l’edera serrò forte il bocciolo di rosa fino a soffocarlo. Si spezzò e cadde sulla terra del giardino, il quale la strinse  sul suo petto e pianse insieme al cielo il suo amore.
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:55
    Le mie scarpe

    Come comincia: Le mie scarpe erano logore,erano arrivate,le guardavo con rispetto,avevano camminato molto,avevano macinato strade e vissuto tutto quello che avevo vissuto io,non si erano mai lamentate,anzi ubbidienti mi avevano portato dove volevo essere portato,senza mai lamentarsi.
    Le mie scarpe sapevano di vissuto di esperienza,non come quelle scarpe fortunate,quelle lucide,indossate poche volte da persone che l'unica strada che facevano era quella che intercorreva dal portone di casa alla portella della macchina,fortunate ma inutili. 
    Le mie invece erano fedeli,fiere.
    Come quella notte,quella notte loro erano con me,non mi lasciavano mai,come i cani affezionati morbosamente al proprio padrone,di quella sera ricordo solo flash di luci e lampeggianti,gente che urlava e correva,affannati cercavano di essere utili,non capivo bene quello che accadeva intorno a me,sembravo come bloccato sottosopra,non riuscivo neanche a parlare.Poi il buio.
    Il giorno dopo quando aprii gli occhi mi resi conto che quello che circondava il mio corpo era una fredda e tetra camera d'ospedale,il verde slavato sui muri dava la sensazione di morte, e quello era,la morte si era insinuata silenziosamente e vigliaccamente nella mia vita e in quella dei miei amici,loro,seppi molto dopo che non erano più dei nostri,ed io colpevole riflettevo su come potesse essere accaduto,tutto d'un colpo, eravamo sorridenti e pieni di vita.poi il buio.
    Quando aprii nuovamente gli occhi,il verde slavato era ancora li,tanta persone che d'autorità si appropriavano della parola amicizia no invece,erano spariti tutti,il colpevole non era gradito,e ciò mi rattristò molto,poi abbassai lo sguardo,di lato al letto,sole e allineate le vidi,erano li,presenti e fiere aspettavano che scendessi dal letto affinché potessero nuovamente essermi utili,erano fedeli loro.
    Presi le converse gialle tra le mani,le accarezzavo come un padre fa con un figlio,e loro mi confortavano,come è strano che un paio di scarpe logore possano aiutare più di tanta inutile gente. Le stimavo,qualcuno mi aspettava allora. ......
    -low battery-

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:53
    LA NOTTE

    Come comincia: ...Ero seduto li al tavolo forse da sei o sette ore, la notte era passata, e lo si capiva dal rumore esterno.
    Si iniziava a sentire il cinguettio degli uccelli e più macchine passare assonnate sotto la mia finestra.
    L'aria in casa era mista a nebbia,era il fumo che restava sospeso a mezz'aria come a creare un ambiente da romanzo bukowskiano,la luce era poca.
    Li sul tavolo bottiglie di birra vuote e cenere tutto intorno, i fogli accartocciati e come gomitoli sul pavimento.
    La testa mi frullava idee e pensieri e la compagna penna trascriveva stanca sulle righe marcate.
    Stappai un'altra tennent's e accesi l'ennesima paglia,accartocciai il foglio e aggiornai i gomitoli di carta sul pavimento.
    Non riuscivo a scrivere nulla,non ci ero riuscito per tutta la notte,li sul tavolo lo sclero era misto a ubriachezza, trasudava rabbia e delusione in quella stanza.
    De Andrè, l'amico fragile cercava cantando in sottofondo di addolcirmi il cuore,ma quella notte devo ammettere che non riuscii nel suo intento,la rabbia e il rancore avevano preso il sopravvento.........

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:51
    -IL SOGNO-

    Come comincia: Feci un sogno pazzo quella notte, sognai qualcosa di assurdo, magico, ma nel contempo reale, davvero molto reale.
    Ero seduto su una poltrona, una di quelle stile antico, quelle con intarsi ovunque e con spalliera e seduta soffice e comoda, completamente rivestita di un fantastico velluto porpora.
    La scrivania era enorme e non da meno in quanto a bellezza, faceva anche lei la sua porca figura.
    La macchina da scrivere spiccava luccicante di un nero abbagliante e il bianco delle lettere sui tasti dava alla stanza una luce particolare, tutto intorno,sulla scrivania, fogli bianchi da riempire.
    La stanza era lunghissima, aveva una profondità notevole,da un lato una serie di finestre grandissime una di fianco all'altra; io, la poltrona e la scrivania invece eravamo li in fondo, alla fine della stanza e difronte a noi, ma molto distante, la porta d'ingresso chiusa.
    Il pavimento era qualcosa di meraviglioso ed i mattoni antichi davano un tocco di eleganza al tutto.
    Scrivevo, scrivevo e il tempo sembrava non esistere nel sogno, mi vedevo li seduto a scrivere senza mai alzare la testa dal foglio, tutto intorno si sentiva una musica che allietava l'ambiente.
    Continuavo ad osservarmi, come se quello seduto a scrivere non fossi io, ero sempre li a scrivere con la testa piegata sul foglio che quasi non si riuscivano a vedere gli occhi, ma allo stesso tempo non ero stranito dal fatto di sapermi sdoppiato, era tutto normale, era un sogno si, ma era davvero tutto fottutamente reale.
    Mentre continuavo ad osservarmi, l'io che era seduto finalmente alzò il capo e iniziò a guardare verso il centro della grande stanza, nello stesso momento dai fogli iniziarono ad uscire figure prima poco riconoscibili e poi pian piano focalizzai che erano vari personaggi del racconto a cui stavo lavorando.
    Erano tanti nella stanza e danzavano tra il me che guardava e il me seduto alla scrivania, danzavano e parlavano tra loro come fossero reali, a suon di musica si spostavano chi piano chi velocemente per la stanza, quasi a mezz'aria, erano usciti dal racconto per prendere vita.
    Tutto quello era bellissimo, era molto rilassante vivere quella situazione, i due io continuavano a guardare quella danza senza proferir parola.
    Quando mi svegliai mi accorsi di essere ancora seduto al tavolo con la penna in mano, mi ero addormentato mentre scrivevo.
    Devo dire la verità, l'essermi svegliato e l'aver scoperto che si trattava solo di un sogno, mi lasciò l'amaro in bocca, un senso di tristezza che durò vari giorni.
    Speravo di poter rivivere quella esperienza fantastica.

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:49
    -LOW BATTERY-

    Come comincia: ..La stronza era andata via da casa, portandosi via anche la mia serenità, preso dalla rabbia, a metà di " Se ti tagliassero a pezzetti" mi alzai sbattendo violentemente la sedia sul muro, presi a casaccio alcuni scritti che avevo sulla scrivania e come un automa corsi in bagno e li gettai nella vasca, andai in cucina e presi l'alcool da sotto il lavandino, l'accendino dal tavolo e tornai in bagno.
    Ero seduto sul bordo della vasca con l'alcool nella mano sinistra e l'accendino nella destra, l'omino buono mi diceva di smetterla, di non farlo, non avrei fatto che torto a me stesso, di lasciar perdere.
    I miei manoscritti erano parte di me, non di lei.
    L'omino cattivo ribatteva incitandomi a bruciare tutto, come un vero ultras mi diceva che dovevo farlo, dovevo cancellare tutto ciò che avevo creato sino a quel momento, perché era solo merda e la merda di solito porta altra merda, quindi dovevo assolutamente farlo. Dovevo bruciare tutto.
    Lo feci, riempii la vasca di alcool, le pagine bianche iniziarono a prendere un colore rossastro, e tutto quello che sopra era scritto iniziò lentamente a confondersi in macchie nere, avvicinai l'accendino e accesi tutto.
    Il fuoco prese a vivere, la fiamma era di un colore particolare, guardavo impietrito il falò del mio passato, ma nello stesso tempo mi sentivo quasi sollevato, quasi infatti.
    Appena tutto fu cenere lo sconforto arrivò immediato, mi resi conto di aver fatto la cazzata più grande della mia vita, avevo dato fuoco a una parte di me.
    Quello che avevo scritto poteva essere per molti anche feccia, ma era feccia mia, creata da me, avevo fatto davvero una grande e grossa cazzata.
    Bastonato da me stesso tornai in cucina mi sedetti e rullai un po di marocco e accompagnato dalla birra calda rimasta sul tavolo fumai velocemente.
    Mi alzai e spensi la luce,mi recai muto in camera da letto, accesi la luce, vidi troppe cose che mi riportavano a lei, spensi e mi diressi verso il divano, mi stesi e guardai l'ora, erano quasi le sette del mattino.
    Dormii....

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:47
    BIANCHI DA COLORARE

    Come comincia: ...E sul quel barcone eravamo in tanti, troppi, eravamo cuori protesi verso un adriatico nervoso, attaccati tutti, l'un l'altro facendoci forza e coraggio in silenzio.
    E quel barcone per noi era il mezzo con cui poter riabbracciare papà, era il mezzo con cui potevamo affacciarci ai nostri sogni e ai futuri progetti, speranzosi, ma poi non si sapeva bene di cosa.
    Avevo solo sei anni, trascorsi interamente a sognare e amare il mio punto di riferimento, mio padre.
    Avevo solo sei anni, passati sulle sue spalle passeggiando felici a Durazzo o inseguendo quei magnifici colori che aveva la mia cuginetta, lei aveva colori, matite, acquarelli, ed io ne ero affascinata quasi rapita, incantata.
    Poi di colpo, d'un tratto tutto mutò, tutto si trasformò in un rincorrersi in cerca di qualcosa di migliore, di qualcosa di bello, di democratiche speranze. Avevo sei anni, e in sole ventiquattro ore mi ritrovai da che ero seduta sulle sicure spalle di papà, in un barcone pieno di gente,chi spingeva, chi pregava, chi semplicemente guardava l'orizzonte, guardava l'adriatico con occhi assenti e impauriti,ma che avevano però un misto di serenità e commozione.
    Avevo solo sei anni, e mio fratello quattro e mia madre con in braccio il piccolino di famiglia che ne aveva appena sei, ma di mesi.
    Il barcone prese mestamente il largo ed il silenzio si fece assordante,il buio invece sereno
    Questo è solo l'inizio della mia storia...........

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:02
    Mani sconosciute

    Come comincia: Lo sguardo alzato ...il cuore batte a mille ..una goccia scende piano piano dalla fronte sul collo ...fa caldo.Un movimento lento .. stringi la mano..forte forte ..quel pezzo del vestito ..senti un forte dolore nello stomaco, gridi.Le gocce sono ora pioggia ...ti senti inondata .. vuoi scappare ..perché ora il caldo si è trasformato in freddo ... un freddo gelido che ti entra nelle ossa ..nel cuore...nell'anima. Ma la strada è lunga e non c'è nulla per poterti proteggere .E' durato poco quel momento di pace che però ti faceva sentire cosi pesante, cosi confusa ..in attesa ..di tornare alla normalità .Perché niente di tutto ciò era reale ..era tutto senza senso e non era davvero quel che sembrava di essere.Non ti rimane altro che correre, verso quel qualcosa che difficile capirai cosa sarà ..è tutto nella tua testa .Ma corri verso quel che pensi sia libertà, verso quella porta che salverà tutti i tuoi pensieri, quei mostri che ti seguono verso la loro redenzione .. perdere tutto per un po' di pace ..E ti senti come responsabile di tenere chiusi questi mostri...Di tutti quei mostri che ti stano invadendo piano piano i pensieri .. e senti il loro potere ..come una scossa ..ti scorre nelle vene e ti danno l'impressione di essere potente .. immortale .La lasci scorrere senza fare niente perché non porterebbe a nulla ..tu non vuoi quel che non sia tuo...e quei mostri non li vuoi .. non ti appartengono e tu non appartieni a loro ...Cosi che continui a correre ...Intorno a te nebbia, nebbia e pioggia ..ti fermi, non c'è niente, non c'è nessuno..sola ..senti intorno a te le urla .. fa paura ..il tuo respiro diventa pesante..la tosse ..cadi sulle ginocchia ...guardi davanti a te .. nella nebbia si sentono dei passi ..piano piano si avvicinano ..senti una mano sulla spalla ..un'altra sull'altra spalla ...c'è più d'una persona ..ti aiutano ad alzarti e ti senti svenire .. senti tutte quelle mani addosso a te ..ti fanno paura ma non riesci a reagire, non riesci ad aprire gli occhi ...nemmeno quell'oscuro potere nelle vene senti più ... come se tutta questa nebbia te l'avesse succhiato senza nemmeno accorgerti ...Ti senti trasportata ..senti ancora la pioggia fredda cadendo sul tuo corpo come mille aghi che ti pungono la pelle .. ma piano piano ti abitui finché non senti più nulla ... non riesci a parlare ..non riesci a far uscir fuori nessun suono ...Ti lasci trasportare ..verso lo sconosciuto da mani sconosciute ... ti lasci portare verso quel qualcosa ..che magari potrebbe farti compagnia .. e ti chiedi ora ..dov'è la tua testa .. chiudi gli occhi .. e pensi ..pensi a quel sogno che facevi sempre ...alla tua visione di libertà..a quella casa sul lago ...a quel che credevi che sarebbe stata la tua meta, a quel letto caldo ..al camino dentro al quale avresti buttato la legna ..a quell'odore di caldo...E piano piano ... ti senti finalmente a casa ...