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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 22 ottobre 2015 alle ore 17:09
    "U’ Scogliu do Zitu e a Zita"

    Come comincia: Ogni estate, dopo il matrimonio, la località scelta come luogo di vacanza, è stata un piccolo paese della Sicilia meridionale in provincia di Agrigento, luogo natale di mio marito Giuseppe.
    I primi anni ci andavo controvoglia.
    Mi dava fastidio la troppa luce, non sopportavo il caldo torrido, le persone sembrava ostentassero una superiorità che non condividevo e per questo mi erano sinceramente antipatiche. Ogni cosa, poi, lentamente, si vestì di significati diversi… o forse tutto è rimasto uguale e sono cambiata io. Fatto sta che, quando la diffidenza iniziale si è sciolta ed ho cominciato ad avvicinarmi senza timori a cose e persone, il soggiorno è diventato più gradevole.
    Oggi amo quella terra arsa e le sue contrade polverose, il mare cristallino e, quando la mattina, raggiungiamo la spiaggia mi sembra di sentire ancora il profumo intenso dei gigli bianchi che, quarant’anni fa crescevano sulle dune di quella sabbia finissima.
    Era il mese di agosto del 1996 e quella mattina impiegai più del solito per raggiungere mio marito che mi aspettava nella nostra auto sotto casa per andare insieme in spiaggia mentre nostro figlio, poco più di un adolescente, rimaneva a dormire visto che si coricava all’alba come tutti i ragazzi ...e comunque era già qualche anno che giustamente preferiva scendere al mare da solo e raggiungere la sua comitiva.
    Mi dilungavo sempre un po’ in chiacchiere con mia suocera che rimaneva sola a casa.
    “Che prepari oggi di buono? Noi mangiamo qualcosa al bar in spiaggia... ” e sentivo che non le faceva proprio piacere il fatto che il figlio, dopo un anno di lontananza, preferisse rimanere al mare piuttosto che stare un po’ più con lei.
    “Dai vieni anche tu” le proponevo ma lei si scherniva e rispondeva che non aveva più l’età per passeggiare in spiaggia e, accompagnando le parole con il gesto di una mano, mi ordinava: “Vai!”
    Non sono mai stata una nuotatrice provetta.
    Rettifico: non sono mai stata una nuotatrice.
    Amo il mare ma ho rispetto della sua grandezza e della sua potenza. Lo amo e lo temo allo stesso tempo e quest’ultimo sentimento mi ha sempre precluso la gioia di viverlo e apprezzarne tutta la bellezza e la forza di cui è ricco. È stato a causa di questo timore che poche volte sono stata in grado di nuotare nei tratti in cui i miei piedi non fossero sostenuti dal fondale quando, dopo un certo numero di bracciate a stile libero, mi fermavo a riprendere fiato. Senza la sabbia sotto i piedi, allora ma ancor di più oggi, comincio ad agitarmi e ad annaspare invocando aiuto finché non arriva qualcuno...
    Quel giorno era tardi perciò decidemmo di non immergerci in acqua ma di concederci una bella passeggiata.
    Incontrammo subito una coppia di amici di mia cognata ma che erano diventati anche amici nostri, per una certa proprietà transitiva.
    “Passeggiate?”. “Andiamo al faro!”. “Anche noi... andiamo insieme?”... e ci incamminammo.
    E’ stupefacente la varietà di quella costa di mare il cui fiore all’occhiello è la scogliera di marna bianca, una roccia sedimentaria a grana fine formata da calcare e argilla. Scogliera modellata dal vento e dalla pioggia che l’hanno trasformata in una gradinata naturale chiamata, a ragione, “Scala dei Turchi”. Il suo bianco acceso risplende in mezzo ad una costa di tufo arenario, lo stesso materiale rossiccio che tagliato a mattoni viene usato per la costruzione di case ma anche dei bellissimi templi che s’innalzano in una valle di quel distretto agrigentino ....appunto la valle dei Templi.
    La sabbia è chiara e finissima. Il mare è disseminato di scogli scuri e alti di origine vulcanica: paradiso dei ragazzi per le loro esibizioni, tuffi dagli stili più improbabili e spericolati. Come se non bastasse, dopo essere rimasto fermo perché sostituito con uno più moderno, dal promontorio di Capo Rossello, campeggia nuovamente alto il faro con il suo lungo fascio di luce...
    La passeggiata al faro, o meglio sotto il promontorio che lo ospita, è una delle mete più gettonate per l’inusuale spettacolo, che si gode a guardare a naso in su… una parete a picco sotto il faro. Una parete che si sta sgretolando e i cui grandi massi potrebbero venir giù da un momento all’altro tra lunghe scie grigie di argilla che la tappezzano a tratti.
    Ѐ lì che torme di ragazzi si ricoprono di argilla e poi passeggiano lungo il litorale sicuri di richiamare l’attenzione.
    La riva è sempre affollata di bagnanti e si deve procedere per due, perciò mi ritrovai sola con Franca al mio fianco e i nostri mariti po’ indietro. Ogni tanto si fermavano a ricordare le prodezze della gioventù con qualche paesano. A tratti ci giungevano le loro risate e, quando non li sentimmo più, non ce ne preoccupammo.
    Arrivammo al porticciolo sotto il faro proprio nel momento in cui un amico di mio marito, Filippo, stava uscendo, solo, con il gommone per fare un “giro”.
    “Dai, chiedigli se possiamo salire anche noi!” chiese pronta Franca.
    Un sorriso e un “Naturalmente” in risposta ci catapultarono sul gommone. Io e Franca ci sistemammo una di fronte all’altra, Filippo mise una mano al timone e uscimmo dal porticciolo procedendo lentamente e solo quando fu possibile il motore rullò e partimmo... Ebbi una strana sensazione, quasi mi sembrò di non voler più uscire in mare, stavo per chiedere di riportarmi indietro ma guardai il cielo: era sereno e il sole splendeva alto! Non c’era alcun pericolo. Mi girai a guardare la spiaggia ... dei nostri mariti non c’era traccia.
    Mi rilassai e decisi di godermi quella gita in gommone.
    Tra gli spruzzi e il vento che ci sferzava il viso per sentirci dovevamo urlare... ma poi cosa? La felicità era lì  nell’assaporare quei momenti unici.
    Arrivammo a Rocca Gucciarda, che è un isolotto a circa duecento metri da riva con fondali profondi, paradiso dei sub.
    Questo isolotto, che in realtà è formato da due scogli legati da una sottile striscia di roccia, ha ispirato la leggenda in cui due giovani innamorati, per non separarsi come era stato loro ordinato,  si tolsero la vita lanciandosi dalla punta di Capo Rossello. I due scogli sarebbero emersi proprio nel punto esatto dove i due avevano sacrificato la loro giovane vita e per questo Rocca Gucciarda è detta "U’ Scogliu do Zitu e a Zita".
    Filippo fermò il gommone perché è quasi un rito rimanere in contemplazione di quella meraviglia. Strano! Di solito ci sono gommoni e pedalò che gli girano intorno come api attorno al miele. In quel momento nessuno.
    Senza preavviso, senza un cenno di intesa Franca  si tuffò dal gommone... “Faccio una nuotata, dai vieni pure tu!”
    Sapevo che c’erano sette metri d’acqua e per arrivare, al sicuro, su Rocca Gucciarda una decina di metri, ma sfido chiunque, in grado di dare qualche bracciata e rimanere a galla, a non accettare l’invito... e non dico di Franca ma di quelle acque smeraldine, con la loro trasparenza che lascia vedere il fondale di grandi massi ricoperti di poseidonia ed altre alghe. Mi affidavo alla presenza di Franca e del gommone... e sull’esperienza di Filippo praticamente nato in quelle acque.
    Successe tutto nel giro di pochi secondi.
    Franca che non mi conosceva molto bene, visto che mi ero tuffata, pensò che fossi in grado di nuotare da sola e, in modo molto plateale con tanti spruzzi,  raggiunse l’isolotto e ne cominciò il periplo nascondendosi alla mia vista.
    Filippo che sicuramente aveva pensato le stesse cose di Franca, mentre diceva forte ”Torno subito!” girò il timone e diresse altrove... sparendo anche lui dalla vista.
    Mi vidi morta sul fondale.
    Urlai ma Franca non poteva sentirmi e nemmeno Filippo. Ripensai alla mattina quando uscendo di casa avevo inciampato... e qualche giorno prima i tg regionali avevano diffuso la notizia,  di avvistamenti di squali in quelle acque.
    Mi giungeva una musica da lontano. Mi sembrava il ritmo incalzante del film “Lo squalo”.
    Mi guardai intorno non c’erano pinne... mi stavo perdendo dietro fantasie ridicole. Dovevo trovare un modo per rimanere a galla, scegliere tra morire o tirare fuori il coraggio. Sapevo fare il morto a galla e pensai che in quel modo potevo evitare di farlo sul fondo.
    Ogni tanto mi arrivava qualche onda che mi faceva traballare, stringevo i denti e cercavo di mantenere la calma. Ogni tanto tiravo su la testa per guardare verso riva. Mio marito, ne ero certa, aveva visto tutto e, conoscendo il terrore che mi attanagliava in quella situazione, stava morendo di paura come me. Di Franca e del gommone nemmeno l’ombra.
    Se non arrivava qualcuno ... quel pensiero mi avrebbe portato alla fine prima ancora di finire sul fondo. Davanti ai miei occhi passò la mia vita, poi pensai alle cose che ancora dovevo fare, a mio figlio ancora adolescente…
    Il pensiero di mio figlio che poteva rimanere orfano mi dette un ultimo stimolo a resistere.
     Strinsi i denti e gli occhi per non farci entrare l’acqua, ma questa cominciava ad entrare dal naso... Era finita, non mi restava che pregare. Aprii gli occhi per guardare l’ultima volta il cielo e… magia o miracolo non lo so, vidi la mia salvezza: un pedalò che fino a quel momento era stato dietro Rocca Gucciarda e che procedeva col suo ritmo traballante verso di me.
    Mi piace pensare che a sostenermi fino a quel momento sia stato il coraggio e la forza “do Zitu e a Zita”.
     

  • 21 ottobre 2015 alle ore 20:53
    La solitudine

    Come comincia: La solitudine avanza sul filo dell’orizzonte, artiglia anima e cuore di chi, spaesato, arranca lungo i viali. Intorno solo silenzio, schegge di acciaio e cemento svettanti fino al cielo, nubi basse come corona al dolore dell’uomo. Porta il grigio di sere solitarie, il gelo delle finestre vuote sul mondo.
    La solitudine si stende sui prati senza voci di bimbi, né giochi, né tramonto rosso.
    All'imbrunire il cuore sente tutto il peso della propria esistenza, portata con fatica tra errori e disillusioni. Sente tutto il peso della povertà, vissuta come anelito e fame di vita. Sente tutto il peso della mortalità, scacciata in un angolo del cuore nello stordire dei rumori del giorno. Sente di essere solo.
    Eppure è proprio al Crepuscolo che l'anima eleva la sua canzone più struggente, vera e sincera. Eppure è proprio al crepuscolo che l'occhio vede oltre la barriera dei sensi ottenerbrati dall'affanno del giorno, e lo sguardo, lucidato da tutte le opache imperfezioni delle nebbie, appare più cristallino, vivido, luminoso esso stesso, come in "una lente del cuore". Il grande Michelangelo ha saputo dare vita ai colori del marmo, alla vena pulsante della roccia, ed è il Crepuscolo dell'oblio, ed è l'alba dell'Eternità
    Appoggiata ad un albero di noce, una fascina di legna sembra attendere un ritorno. Con occhi stanchi un vecchio cacciatore ritrova storie e ricordi; da tempo ha gettato le armi, da tempo il suo cuore è gonfio di rimpianti. Ma il bosco, con il suo silenzioso abbraccio, scalda le sue ossa, ammorbidisce il suo sguardo, sostiene le sue notti. Dietro la boscaglia i giovani virgulti tessono le loro trame, come fiabe antiche di nostalgia.
     

  • 20 ottobre 2015 alle ore 15:47
    Due passi

    Come comincia: "Vado a fare due passi"
    Capita di usare quest'espressione per indicare la volontà di fare una passeggiata, breve o lunga che sia; ma accade sempre meno frequentemente.
    La fretta e i mille impegni della vita quotidiana, veri o presunti, impongono delle rigide tabelle di marcia che ci privano di quello che in teoria dovrebbe essere il tempo libero dedicato alla spensieratezza, oggi purtroppo si tende a voler riempire qualsiasi spazio libero con "Qualcosa da fare". Già, perché è impensabile non aver nulla da fare. Lavoro, faccende domestiche, riunioni, inviti, scuola, sport e poi il cellulare e il computer, i social e ancora il cellulare, i videogiochi e gli aperitivi con gli amici, le uscite in compagnia e gli immancabili hobby e il proprio io che trionfa.
    Più o meno siamo tutti egoisti ed egocentrici ed è impensabile fare qualcosa se non se ne ha un immediato tornaconto personale. Non mi dilungo oltre, il discorso è troppo complesso ed articolato e in fondo ognuno è libero di occupare il proprio tempo come meglio crede e preferisce, sempre però nel rispetto del prossimo.
    Dunque dicevo: vado a fare due passi.
    Il cielo grigio minaccia pioggia e forse sarebbe meglio non uscire di casa, in fondo non l'ha prescritto il dottore di dover camminare. Ma due passi dove? Sì, perché oggi si tende a programmare tutto, anche la passeggiata all'aria aperta deve avere un percorso prestabilito in modo da calcolare tempi e incontri. "Uffa" Sbuffo come un bambino, oggi ho un paio d'ore libere, non voglio programmare un accidente; esco e mi metto a camminare senza una meta precisa, senza un orario di rientro prefissato.
    Che strana sensazione, cammino per le strade della mia cittadina che è circondata dalla campagna ben tenuta dai contadini e il mio olfatto percepisce strani profumi, un misto di terra e asfalto, foglie bagnate e scarichi di auto e intento a distinguere questi odori mi ritrovo in una via secondaria e i miei occhi scorgono un giardino ben curato cui non avevo mai fatto caso. Eppure non è la prima volta che passo di lì, poi mi dico che anche io faccio parte della massa di automi che si muove su binari e percorsi ben definiti e tutto ciò che mi circonda spesso mi sfugge. Incuriosito mi fermo ad osservare quel giardino: ben curato, con vari tipi di piante e cespugli, rocce disposte a creare uno stagno artificiale e in un angolo l'immancabile focolare testimone di grigliate in compagnia. Senza rendermene conto mi sono appoggiato al recinto per osservare meglio e subito mi accorgo che qualcuno mi fissa, dalla finestra della casa una signora, presumo la padrona, mi lancia occhiate velenose; immediatamente mi sgancio dal recinto e senza fretta me ne vado per la mia strada.
    Poverina, penso, devo averla fatta spaventare, con tutto quello che si sente al giorno d'oggi mi avrà scambiato per un ladro, o per un guardone o forse più semplicemente le dava fastidio che qualcuno stesse curiosando nella sua proprietà.
    Non fa nulla, ho la coscienza a posto, se mai dovessi ripercorrere quella strada eviterò di guardare da quella parte.
    Camminare senza meta ha dei vantaggi, si può decidere all'ultimo istante se imboccare la via di destra o di sinistra, se passare sotto il porticato della palazzina o in mezzo ai giardinetti e non avere l'assillo dell'orologio e una goduria, per precauzione non ho neppure portato con me il cellulare: libero!
    Qualcosa mi dice però che la mia espressione di libertà sia vista dagli altri come un segno di squilibrio, incrocio un signore anziano e lo saluto garbatamente ma lui per tutta risposta grugnisce qualcosa e si gira dall'altra parte, avrà avuto i suoi pensieri Nel frattempo ho raggiunto un viottolo stretto e poco illuminato che attraversa una zona vecchia e mentre cammino a passo normale vedo una signora dal bel portamento camminare in direzione opposta alla mia dal mio lato di strada. Sorrido, non sono un malintenzionato e quando è a pochi metri da me mi appresto a farle un gesto di saluto, ma lei improvvisamente accellera il passo, stringendo forte a se la borsa, abbassa la testa e scarta decisa dall'altro lato della strada. Rallento il passo e mi giro a  guardarla e lei quasi si mette a correre, spaventata solo dalla mia presenza e io ci resto male e le gambe si irrigidiscono. Dopo alcuni istanti mi impongo di riprendere a camminare e pur a fatica mi avvio verso la mia meta, torno a casa, non ho più voglia di fare due passi. Rimuovo dalla mia mente quegli episodi e mi godo l'ultimo tratto di strada fischiettando con il sorriso stampato in faccia.
    Ad attendermi visibilmente in ansia c'è la mia famiglia, mia moglie, i miei figli; sono stato via per circa un paio d'ore, ma quando sono uscito loro non c'erano e quindi nessuno sapeva dove io fossi. Il fatto che poi avessi lasciato a casa il cellulare destava ancor più preoccupazione. Amo mia moglie e i miei figli , sopra ogni altra cosa.
    "Dove sei stato amore? Eravamo preoccupati"
    Appunto, dove sono stato? Cosa ho fatto? Sono stato a zonzo e non ho fatto nulla, solo camminato per il piacere di farlo e il pensiero di quell'attimo di libertà mi riempie l'animo; sorrido, ancora.
    "A fare due passi tesoro, solo a fare due passi"
    Mi guarda e sorride anche lei, ha capito il mio stato d'animo, ha sentito la mia gioia.

  • 11 ottobre 2015 alle ore 19:10
    TAMARO RISUONA COME TITOLO A ME NOTO

    Come comincia: Ho vagato nel vuoto del tempo per quanti furono i miei pensieri; buio e luce si alternavano tra immagini nuove e ricordi passati fin quando l’azzurro mi colpì. Tamaro risuona come titolo a me noto. Indossavo sembianze simili alle tue, ma di passione e lussuria colmai il mio tempio e per causa loro lo lasciai. Vidi il rosso delle mie colpe colorare la porta che varcai, ma il tepore della luce mi impose il perdono ed iniziai a salire. Avevo da poco passato i tre cerchi e più volte tornai alla mia dimora. Tra lacrime e soddisfazioni scorsi inseguire le mie vesti, ma a me negavo tal visione. Cercai vendetta e giustizia e sprofondai in un pozzo grigio di pensieri angusti. Il tormento della vile mano mi coinvolse nel suo deserto e da lì compresi il fuoco. Mi chiedi dove fu la mia dimora, ma non ricordo dove vidi prima luce. Il verde circondava la mia casa e il Sole sorgeva tra due colli, ma non ricordo dove vidi prima luce. Fa per te tanta differenza? Non è forse il Mondo privo di confini? Tu ne sei la prova! Ho origini antiche, lontane nel tempo e nel cammino; ho indossato pelle e seta, oro e fango, ma in questo lampo Tamaro risuona come titolo a me noto. Vuoi moniti al tuo popolo? Vuoi vite alla tua storia? Vuoi nomi al tuo racconto? Chi varca la soglia non torna indietro, non gettare l’eccezione. Di passione e lussuria colmai il mio tempio e per causa loro lo lascia. Non c’era nobile sentimento se non la voglia di colmare l’ego. Non posso parlar di pentimento perché fui ciò che volli e non lo nego. La razza tua sceglie le colpe e le condanne, innalza tribunali e li presiede, ma non esiste ancora creatura che possiede. Ho preso quello che mi è stato dato, da Tamaro, a nessun uomo ho mai rubato. Non abita il deserto per quello che ha compiuto, ma per la presunzione di avere posseduto. Vuoi moniti al tuo popolo? Vuoi vite alla tua storia? Ricordati di me, ma senza alcuna gloria. Non ho vanti nella vita, non morali nella morte; ho solo la certezza di aver scelto la mia sorte. Vuoi vite alla tua storia? Vuoi nomi al tuo racconto? La mia è stata una vittoria, quando ho compreso è cessato il mio tormento.

  • 11 ottobre 2015 alle ore 3:44
    Il paese andante

    Come comincia: C’era una volta un paese né lontano né vicino. Ogni giorno,tutti gli anni, quindi sempre, il paese si spostava. In avanti, in dietro, in diagonale. Scendeva immergendosi in profondità inaudite e si innalzava verso galassie sconosciute. Percorreva chilometri, onde sonore, fasci di luce, correnti marine e flussi ventosi. Cavalcava epoche storiche e si bloccava in attimi fugaci, correva e rallentava, ma nemmeno un giorno, nemmeno un anno, quindi mai, si fermava. Nel paese gli abitanti vivevano rannicchiati in piccole case, con piccole finestre e piccole porte. Spesse mura incorniciavano l’orizzonte e alte coltri di fumo proteggevano la vita da variazioni climatiche, cromatiche ed emotive. Nulla del caotico movimento interspaziale trapelava nelle loro vite. Qualche volta il paese urtava una meteora, finiva in un buco nero o incontrava un eroe, allora una piccola finestra si colorava di una strana luce, o qualcuno piangeva, ma erano casi rari, veramente eccezionali. Una volta il paese si era messo a cavalcare con le valchirie e per un attimo Federico ,il giornalaio, aveva sentito come una brezza accarezzargli la folta chioma bruna, un brivido lungo la schiena ,quasi un sorriso, ma subito cessò <<Forse il cane ha starnutito!>> si disse, e tutto rimase esattamente uguale. Anche la chioma. Quanto più il paese si muoveva tanto più i suoi abitanti restavano fermi e col passar del tempo avevano cominciato a mettere radici. La folta chioma bruna del giornalaio divenne un crespo cespuglio dove merli, corvi e ogni sorta di ragno faceva il nido. Presto ognuno rimase bloccato al suo posto fino a fondersi con esso. Il cane divenne la sua cuccia, il sindaco il suo municipio, Federico la sua edicola, e perfino Tina, la nutrice, il suo latte. Quando tutti furono ben saldi a terra, pietrificati, il paese si fece d’un tratto pesante e per la prima volta nella sua lunga vita, si fermò. Bloccato in un luogo imprecisato cominciò ad invecchiare. Lui che era nato mille e mille volte, mutando forme e prospettive, ora non poteva che osservare sempre dallo stesso punto la sua lenta e inesorabile fine. Prima non poté più muoversi, poi non poté più guardarsi intorno e infine non rimase che lui stesso, la sua posizione e i suoi immobili abitanti. L’usura attaccò per prima la spessa coltre di fumo che prese a dissolversi lentamente. Poi fu la volta delle mura che si sgretolarono minuziosamente, senza lasciare traccia. Quando entrambe le barriere furono sparite, il paese, ormai un rudere, vide per la prima volta gli abitanti o almeno ciò che restava delle loro piccole vite ferme e lento, inesorabile, finì.

  • 10 ottobre 2015 alle ore 22:32
    Ad Un amico

    Come comincia: I momenti andati, sono andati; lo dice la parola stessa.
    A volte, li si pensa sorridendo come per incanto, quando basta un attimo per ricordarsi delle difficoltà del momento dell'epoca e di tutto il resto. Poi, ora, il tutto il resto è già passato; ora hai un altra concezione del tutto il resto che quasi ti spaventa sapendo che sei già dentro.
    Il tutto e il resto è l'aria che si fonde al mio corpo ogni istante, come fossi sempre un ombra in corsa. 
    Il tutto e resto è quello che scorre, giorno per giorno, ieri come oggi è già domani. Poi ti fermi e in quell'attimo rifletti su tutto questo una sera nel calore dell'ebbrezza notturna scrivendo ad un amico sperando che stia bene e tutto il resto.

  • 10 ottobre 2015 alle ore 20:51
    Tartaruga...

    Come comincia: - La mia vita, ormai, aveva la particolare andatura della tartaruga. Dire lenta è dir poco, meglio sarebbe dire al rallentatore o, usando un’espressione presa in prestito dal gergo sportivo, alla moviola. Ogni spostamento mi costava, non solo fatica ma soprattutto tempo. Chi ha vissuto come me, malata di Parkinson, avrebbe diritto a un’altra vita con un recupero di anni... − e, pronunciate le ultime parole, Giulia si rilassò, cercò un appoggio... qualcosa dove sedersi, ma non trovò nulla che potesse servire a quel fine.
    Era avvolta da una specie di nebbia, non le giungevano né suoni né rumori; si trovava in un luogo di cui non vedeva né inizio né fine. Intorno a lei né pareti né alcun elemento di arredamento. 
    Fermò lo sguardo sulle mani bianche e curate del funzionario, sorprendentemente giovane, a cui si era rivolta e la cui tunica rosa dichiarava il sesso che le era stato assegnato nella prima vita. Il funzionario, il supervisore colui che vagliava le richieste dei nuovi arrivati e decideva quali inoltrare all’Altissimo, rimase per alcuni lunghi secondi, in silenzio.
    Il suo sguardo era sereno, non lasciava trapelare emozioni di sorta, osservava Giulia un po’ affaticata anche se avevano comunicato telepaticamente. Quando comunicò alla donna che avrebbe mandato avanti la sua richiesta, le sorrise e la invitò a seguire l’angelo che aveva accanto:
    − Vai con lui, ti guiderà nel luogo dove aspetterai fino a che non sarà deciso se dovrai indossare la tunica di anima o tornerai sulla terra dove vivrai un'altra vita.
    Giulia seguì l’angelo e giunse in un luogo apparentemente più aperto: non capiva se le dimensioni fossero una conseguenza del numero dei presenti o per altro motivo... 
    Comunque non c’erano alberi, animali, fiumi o prati e, in alto e in basso, né cielo né terra, ma una coltre di nuvole tra il grigio perla e il celeste polvere. Non somigliava nemmeno lontanamente a un interno, non poteva essere un luogo chiuso come una stanza o una casa. Dove si trovasse, però, continuava a ignorarlo.
    Man mano che si addentrava in quello spazio, incontrava varie persone, di etnie e lingue diverse.
    Cominciò a comprendere: doveva essere una specie di anticamera, un limbo rivisitato per altri scopi.
    Erano proprio persone perché non avevano tuniche rosa o celesti; anime dentro gli involucri dei corpi, non ancora private della parte mortale degli esseri viventi. Apparentemente camminavano senza degnarsi di una parola, e invece stavano tutti scambiando due chiacchiere. Ognuno aveva il proprio problema, tutti aspettavano una risposta.
    Passando sentì un tizio che diceva al suo vicino:
    − Io ho lavorato tanto, ho corso in lungo e in largo per il mondo, ho avuto una famiglia numerosa... pensa avevo otto figli! Mi sono stancato da morire... letteralmente! Ho chiesto di poter vivere una vita più tranquilla con un lavoro meno faticoso. Mi piacerebbe avere una moglie sola, anche se non mi dispiacerebbe poterla alternare con altre sempre, si intende, una alla volta; di figli basterebbe un maschio o una femmina, o l’uno o l’altro. Niente suoceri da accudire, niente cognati da accontentare... magari un amico... me ne basterebbe uno.
    La risposta del vicino lo sorprese:
    − Non condivido la tua richiesta, ma ognuno conosce i propri limiti e, avendole vissute, le difficoltà di certe situazioni... perciò tu non vorresti ritrovarti in una famiglia numerosa mentre io chiedo proprio questo che tu non vuoi. Sai, sono stato figlio unico...
    − Ma tu, qui, non conosci nessuno? Un mio amico si è fatto presentare un Santo che sa come arrivare all’Altissimo! − lo interruppe l’altro.
    − No! Non è possibile! Non può essere, anche qui per sbrigare una pratica ci vuole un santo in Paradiso! − sbottò Giulia che si infervorò talmente che sentì per un attimo il cuore battere precipitosamente come non l’aveva più sentito da quando era arrivata in quel sito che non osava definire con un termine preciso. 
    − Sono viva o meno o almeno ho ancora l’opportunità di esserlo? – si domandò ma non riuscì a rispondersi e neppure a formulare la domanda a qualcuno del luogo.
    Altre domande cominciarono ad affollare la sua mente.
    − Se vivrò ancora o ne avrò l’opportunità come imposterò la mia vita, cosa cambierei, quali errori dovrei evitare?
    Le domande si moltiplicavano e Giulia si sentiva sempre più confusa.
    Tornò al pensiero che l’aveva turbata: “Un Santo in Paradiso” e si disse che un paradiso di quel tipo non lo avrebbe voluto e altrettanto non gradita sarebbe stata una condanna all’inferno dove favoritismi e corruzione sono il pane quotidiano del diavolo...
    − Forse non sarà proprio così ma per saperlo bisogna passarci− pensò e a questo pensiero le vennero i brividi.
    Riprese ad argomentare intorno alla tesi iniziale e parlò, o almeno le sembrò, di parlare ad alta voce a qualcuno che l’ascoltava o forse stava solo riflettendo.
    − Per giustizia dovrei avere un’altra vita col recupero del tempo perduto. 
    Quale vita, però, è priva di difficoltà? E quali difficoltà sconosciute sono migliori, più sopportabili delle nostre? Chi è sfortunato una volta potrebbe esserlo sempre e una vita da tartaruga avrà i suoi limiti ma...
    Avrebbe voluto uscire da quel sito, o sogno o incubo che fosse, perché aveva sentito il suo cuore battere e con quel battito in lei era nata un’ultima speranza.
    Campare ancora qualche anno sarebbe stato bello!
    Così, come se volesse inviare un messaggio o una richiesta in alto, proclamò con voce alta e chiara, sperando di essere ascoltata:
    − Se sono viva o meno non lo so. Quel che c’è dopo la morte non lo so… so solo che vorrei  scoprirlo il più tardi possibile. 

  • 10 ottobre 2015 alle ore 12:34
    Politica e sobrietà

    Come comincia: Se la politica fosse come il vino, capirei l’esser moderati, ma la politica, quella che sa di buono, quella che ha il sapore della libertà di espressione, quella che odora di verità, quella che ha il colore della giustizia e la fragranza della solidarietà, ha la purezza dell'acqua di sorgente. Ubriachiamoci di libertà, inebriamoci di verità, sbronziamoci di giustizia; esageriamo; balliamo fino alle luci dell’alba sui resti di una notte meschina, rifugio di mentecatti con addosso il vestito della moderazione. Reclamiamo la luce della Politica Alta per illuminare nuovi orizzonti e affidiamo all’oblio quel piccolo mondo antico impolverato di ipocrisia, immobile e triste come una lapide sotto la pioggia di novembre. Un giorno svanirà e lascerà spazio ai colori e alla bellezza.

  • 01 ottobre 2015 alle ore 16:41
    GELO - sia

    Come comincia: Vi è nel Creato una Sorella di verde colorata, così la fece lo scultore di Sorelle, ma forse forse nel suo pensiero, l’immagine non aveva ben presente di colei che stava per plasmare. Aveva già costruito e ora andava per rifinire, pennelli in mano e creta animata, altre sue Sorelle, tutte variegate. Una l’ornò con un cappello in testa, che a scuoterlo cadevan fiocchi, d’arcobaleno colorati, e la chiamò: Serenità. A un’altra mise in grembo un grembiule largo largo, colmo d’ogni curiosità, che ella teneva con una sol mano legato, e coll’altra ne spargeva il contenuto, la chiamò: Gioia. Ne aveva un’altra già pronta da rifinire, volle distribuirle ben bene il colore sulle labbra, che fece rosso acceso, in un bel sorriso, e quando apriva bocca, pareva espander fiori a ogni parola, e la chiamò: Sincerità. All’ultima arrivò, aveva il corpo rigido e il viso contrito e arrabbiato, non riusciva in nessun modo a modellarne le fattezze: com’egli plasmava la creta animata, di nuovo tornava alla primaria sembianza. Non v’era modo di cambiarne il verso. Pensò, lo scultore di Sorelle, di chieder aiuto ad ogni elfo e ogni ondina e ogni spiritello lì lì fra i colori celati; accorsero subitaneamente a mirare e rimirare il soggetto del dilemma. Provarono tutti, da foga presi, a levigare e colorare, a fare gesti strambi per la materia ammorbidire, che un po’ pareva mutare la struttura, a dire il vero, ma dopo il primo istante, rigida tornava, chiusa nel suo broncio annodato, e nulla nulla la smuoveva. Chiese allora, lo scultore di Sorelle al Cielo, che gli desse soli ridenti e nuvole giocose e arcobaleni lucenti, da mostrare a quella Sorella, che sua materia s’ostinava a tener stretta in rigidezza, chissà che commossa da tal bellezze, potesse esser ella più pronta alla dolcezza! Non vi fu risultato alcuno, ella restava tal quale. Insorsero allora i colori e i pennelli e l’altre crete animate, fu un frastuono di voci e di rumori: a terra rotolavano i vasetti a spander sul terreno il loro contenuto colorato, le crete inveivano per il tempo perso che le faceva secche, sole e nuvolette e arcobaleni, dolenti s’attorcigliavano su se stessi; lo scultore di Sorelle , arreso si sedette, le mani a stringere la testa, lo sguardo annegato di pianto, le Sorelle tutte accanto. Così i pennelli commossi dal dolore dello scultore creatore, e d’accordo tutt’insieme raccolsero le sue lacrime, e al popolo di elfi e ondine e spiritelli e vasetti del colore e crete animate, le mostrarono. Ognuno commosso, andò a consolare lo scultore e a raccattare l’altre lacrime, quando furono raccolte tutte, le misero l’una sopra l’altra, e man mano che il cumulo cresceva, davanti a quella creta rigida, divenivano gelate. Guardavano stupiti tutti e in ognuno balenò, nello stesso istante, il nome giusto da dare all’ultima fatica dello scultore di Sorelle, a quest’ultima Sorella: Gelo- sia. I pennelli intanto, per finir l’opera, intingevano la punta nel rimasuglio di colori, da tal miscuglio venne fuori un verdognolo spento. Fu così che la Sorella di creta rigida restò per sempre di colore verde, e fu perché gelò perfino le lacrime del suo creatore, che le restò il nome che ogni elfo ondina spiritello e creta animata e anima del Creato le avevano dato: Gelo-sia.
     

  • 31 ottobre 2014 alle ore 18:31
    Terra mia.

    Come comincia: Sono italiana, amo la mia terra, amo la gente, con le sue imperfezioni, me le sento dentro. Ho girato il mondo, ma nessun posto mi da emozioni intense come quelle che ho qua.

  • 30 ottobre 2014 alle ore 13:17
    Corto # 12 - Favola breve

    Come comincia: Lui era un lampione, lei una strada buia. Unendosi fecero la notte, la più poetica e malinconica di tutte.

  • 30 ottobre 2014 alle ore 7:47
    Amore incompreso.

    Come comincia: Ho amato un uomo più della mia vita, a lui ho dato tutto di me per anni; per me era l'universo, era l'immenso dentro di me. I continui dispiaceri che mi ha dato hanno spendo l'amore. Ovvio da parte mia, da parte sua è rimasta una dipendenza. 

  • 29 ottobre 2014 alle ore 23:46
    La donna.

    Come comincia: La donna ti darà l'illusione che tu sia il capo, ti dirà si, ma sarà un no, ti farà credere che senza te non potrà vivere. Ma sappi che lei sa vivere senza di te, sa organizzare la sua vita, decide sempre lei cosa vuole fare. La donna comanda il mondo nella realtà quotidiana. Ricordalo. Il mondo è delle donne, non degli uomini e lo dimostrano tutti i giorni nel loro piccolo. 

  • 29 ottobre 2014 alle ore 23:31
    Conquistare il cuore di una donna.

    Come comincia: Gli uomini pensano che con un mazzo di rose, con una vacanza, con un anello, con una cena conquistano il cuore di una donna... non è affatto così. Una donna la conquisti giorno dopo giorno, con le attenzioni, conoscendola profondamente nella sua profondità, dedicandole tempo, attenzioni, dimostrandole il tuo totale interesse, dimostrandole la tua fedeltà, il tuo costante desiderio del suo corpo e molto altro. Solo allora conquisterai il suo cuore e il per sempre dipende dalla tua costanza.

  • 29 ottobre 2014 alle ore 23:22
    La fine di un amore.

    Come comincia: Quando ami pensi voglio lui. Quando non ami pensi voglio star sola. L'uomo si sente forte, indispensabile, non si rende conto quando ferisce una donna, e non si rende conto che lei quando si stancherà ,chiuderà per sempre quella porta, dove lui entrava ed usciva. Quando sarà fuori dalla porta, chiederà in ginocchio di rientrare, ma sarà troppo tardi. 

  • 29 ottobre 2014 alle ore 9:11
    Vorrei essere.

    Come comincia: Per te che amo, voglio essere: la luce della luna che illumina le tue notti tristi, il sole di agosto che scalda le tue giornate solitarie, la stella cometa che guida il tuo cammino quando perdi la strada e lo specchio dove ti guarderai per vedere il tuo amore splendere.

  • 28 ottobre 2014 alle ore 16:28
    Vorrei un pianeta così.

    Come comincia: Ho un sogno da tanti anni dentro, che vorrei realizzare. Vorrei un pianeta  dove non esistano i soldi, dove ognuno possa costruirsi una casa a misura sua, dove le malattie non esistono, dove ognuno ha il cibo a sufficienza, dove si lavora scambiandoci i favori per 4 ore al giorno, dove l'istruzione è rinnovata insegnando l'uso dell'energie, visto che tutto è energia e la scuola sia un piacere che inizia da 5 anni ai 25, e che sia accessibile fino agli 80 anni, dove non esistano leggi perchè ognuno sa esattamente ciò che è bene e ciò che è male, dove le persone si amino, si aiutino, si sostengano, dove non esistano governi. Ecco questo vorrei.

  • 28 ottobre 2014 alle ore 16:15
    Le avventure di Alberto il re dei libertini.

    Come comincia: Dover fare un riepilogo degli avvenimenti della propria vita all'età di ottanta anni è triste e patetico, guardare indietro con rimpianti su vicende che avrebbero potuto avere altre soluzioni è del tutto inutile, è preferibile guardarsi intorno sull'attuale per non avere inutili nostalgie e per valorizzare quello che si ha, questa è la ricetta vincente.
    Inventario:
    la casa di proprietà al quinto piano di un edificio con distensiva veduta sul porto di Messina e sulla costa calabra, soprattutto di notte, abitazione di sei stanze più servizi arredata con gusto,
    la adorata e deliziosa consorte Susanna di circa ...sei anni più giovane ed anche giovanile perchè, dimostrando la baby meno anni della sua età, invecchiava inesorabilmente il povero Alberto Mazzoni, romano di nascita, suo marito fortunato, fortunato si ma sino ad un certo punto: una cosa impaurisce il consorte, tutti i sabato mattina gli occhi della beneamata da marrone cambiano colore in verde, semaforo di via libera a spese più o meno elevate.
    Ritorno a casa della deliziosa con sorriso smaliante.
    Domanda solita di Alberto: "Hai usato la carta di credito o i contanti?" Domanda non oziosa in quanto il contanti era sintomo di spesa minima , la carta di credito? Immaginate voi.
    Le fusa erano maggiori con la carta di credito. Abbracci prolungati, più prolungati se... "Lo sai che sei il mio grande amore, sei la mia unica fiamma perenne."
    "La fiamma perenne mi porta a pensare al loculo di un cimitero...va bene mangiamoci sopra, il cibo attenuerà la mia ansietà, è come assumere un'aspirina a stomaco pieno."
    Dopo pranzo dallo studio: "Cazzo!"
    Dalla cucina Susanna: "Adesso ti dai al turpiloquio?"
    "Ce n'è ben donde, mille e duecento euro!"
    "Giovanna mi ha fatto lo sconto."
    "E senza sconto...lasciamo perdere."
    "Gli acquisti con la carta di credito vengono addebitati il mese successivo, lo sai?"
    "So tutto, in ogni caso ti faccio presente che sul conto corrente ci sono solo cento euro."
    "Ci guadagni sempre tu, stasera penso a qualcosa di piacevole."
    "Quanto mi costa stà scopata!"
    "Non accetto volgarità, non mi fare arrabbiare, potrei ritirare la proposta!"
    "Mmmmmmmm..."
    Per i due coniugi quel dialogo era routine e tutto finiva in...gloria.
    Quel che preoccupa Alberto era ben altro: gli ottanta anni che avevano portato con sè gli acciacchi propri della senilità soprattutto in campo ortopedico, ben quattro interventi ed un futuro incerto per altre patologie per non parlare dei ' fiori della vecchiaia' quelle antiestetiche macchie brune che comparivano in pò su tutto il corpo!
    "Pensi troppo alle malattie, te ne fai una malattia, t'è piaciuto il sillogismo? Vieni qua, un massaggio alla francese cambierà tutto."
    Susanna cambiava sempre l'aggettivo del massaggio, talvolta alla brasiliana, alla turca, alla spagnola, in pratica Alberto ci guadagnava, quando ci si metteva Susanna era deliziosa e soprattutto brava.
    "Consolati con i tuoi colleghi che stanno peggio di te, domattina vai in caserma, ti svagherai."
    Allberto era stato un maresciallo della Guardia di Finanza, in caserma c'era una stanza a disposizione degli ex che si riunivano per giocare a carte, progettare visite a siti archeologici ed alle chiese (che Alberto non amava) e cose del genere. C'era anche la possibilità di sedersi sul divano della barbieria col titolare che scodellava le ultime novità.
    "Lo sa maresciallo che un suo collega, si quello...è ai domiciliari, quell'altro suo collega, quello con i capelli rossi ha trovato sua moglie a letto con un suo parigrado..,. e poi...sa quello..."
    "Pietro sono tutt'orecchi anche perchè da pensionato non ho un c..o da fare e devo passare il tempo, vai avanti."
    Il barbiere in caserma era come i portieri degli edifici: sapeva tutto di tutti come poi faceva era un mistero.
    Tornando a casa Alberto riferiva alla moglie le avventure e le disavventure degli ex colleghi che Susanna conosceva.
    "Chi l'avrebbe detto, Francesca che fa le corna al marito, tu non le avrai mai!"
    "Ci mancherebbe che l'Andronico di turno appendesse un paio di corna di cervo sulla mia porta di casa!"
    "Non ho capito, di che si tratta?"
    Alberto spiegava che Andronico, imperatore di Bisanzio, soleva appendere delle corna di cervo sul portone di casa dove alloggiavano la sua amante di turno ed il relativo consorte.
    "Ma quanto sei istruito, e non solo istruito, quando tu ho conosciuto eri un fusto, facevi sballare le femminucce, io per prima."
    "Adesso,lo sballato sono io o meglio il mio conto corrente."
    "È volgare parlare di soldi!"
    Sarà pure volgare ma Alberto era lui che teneva i conti che non quadravano mai, in compenso Susanna, oltre che a letto, ci sapeva fare pure in cucina e guidava con perizia sia la sua Fiat 500 che la Jaguar che suo marito aveva acquistato con un lascito della defunta zia Giovanna con commenti pieni di acredine da parte dei colleghi di ufficio di Susanna.
    La baby aveva ragione, Alberto da giovane era stato aitante e distinto, sempre vestito impeccabilmente sia casual che elegante, un metro e ottanta di statura, sempre sorridente ad amabile soprattutto con le femminucce.
    La prima sua esperienza sessuale era stata perlomeno inusitata, la madre di un suo compagno di classe.
    Alessio spesso studiava a casa di un suo collega, Settimio Furnari che aveva una madre, Francesca, quarant'anni, giovanile e che, separata dal marito, non disdegnava qualche compagnia maschile.
    Alberto a sedici anni andava avanti a 'zaganelle' come i suoi coetanei, allora c'erano ancora le case chiuse, i casini a cui si poteva accedere solo a diciotto anni compiuti e quindi case a lui precluse.
    Accadde che Settimio andasse a vivere temporaneamente a casa di un suo zio, fratello della madre, senza figli ma Alberto non aveva perso l'abitudine, di tanto in tanto, di seguitare a frequentare l'abitazione della signora Furnari.
    "In mancanza di Settimio tu sei come un  secondo figlio." Così celiava la dama ma dagli atteggiamenti molto affettuosi verso di lui dimostrava qualcosa di diverso.
    Una volta: "Vieni in camera da letto, parliamo e nel frattempo faccio un pò di pulizia."
    Ad un certo punto la signora Francesca nel rifare il, letto scivolò e scoprì metà del suo corpo nudo senza riuscire ad alzarsi.
    "Ti prego aiutami."
    Alberto era rimasto paralizzato da siffatta visione, si mose goffamente e cadde anche lui sul letto.
    "Non mi sei molto d'aiuto." Nel frattempo Francesca si era girata rimanendo praticamente nuda, sotto la vestaglia niente!
    La  dama si ricompose alzandosi dal letto.
    "Vedo che qualcosa è aumentata di volume."
    In verità 'Ciccio', abituato alle seghe, aveva provato una sensazione nuova.
    "Vieni in bagno, schiocchino, è una cosa naturale, ti lavo il cosino anzi, da quello che vedo, un cosone!"
    Alberto non  ricordò quello che successe in seguito, dapprima Francesca glielo prese in bocca e poco dopo 'ciccio' ci sputazzò dentro ma la signora non si contentò e se lo mise in fica da sola.
    Questa volta 'ciccio' durò molto più a lungo con gran piacere anche della madama.
    "Complimenti funzioni proprio bene e ce l'hai molto grosso per la tua età, quando vuoi puoi venire a trovarmi."
    Alberto prese l'invito sul serio ed ogni giorno si recava a...
    La cosa non passò inosservata a papà Alfredo il quale, senza alcuna spiegazione, comunicò laconicamente ad Alberto:
    "Domani andrai a Roma da tua zia Armida, ti iscriverà lei a scuola, ti accompagnerà tua madre."
    Ad Alberto il seguito sembrò irreale, prendere il treno, arrivare alla stazione Termini, col tram n.6  giungere in via Conegliano n.8, in un breve lasso di tempo la sua vita era cambiata.
    La casa della zia Armida e della nonna Maria Sciarra era di quattro stanze, lui avrebbe dormito nel salone con televisione, almeno...
    Sicuramente la zia e la nonna erano state messe al corrente della avventura di Alberto, nessun commento da parte delle due signore anzi il fanciullo era il cocco della zia Armida perchè portava il nome ed assomigliava molto al suo defunto marito.
    Il giorno seguente sua madre riprese il treno e ritornò a casa sua.
    "Comportati bene." le ultime sue parole.
    Dire che Alberto era in confusione era dire poco. La nuova scuola in via deli Annibaldi, vicino al Colosseo, i nuovi compagni, tutti maschi. Avvicinare le femminucce era un problema, avevano un'altra entrata.
    Alberto aveva provato la 'suprema' e gli mancava, 'le zaganelle' non gli bastavano più, come risolvere il problema?
    Il giovane si guardò intorno. Portiere dello stabile era un paesano inurbato a Roma, era di una frazione di Genzano ma, non amando fare il contadino, era riuscito con la raccomandazione di un politico suo paesano a farsi assegnare la portineria dello stabile dove abitava Alberto il quale, occhio lungo, si accorse della differenza di età tra Filottrano (che cazzo di nome) e la consorte Menicuccia (diminutivo di Domenica) molto più giovane, bella e decisamente sfrenata.
    Come attirare nella rete la decisamente bella?
    La zia Armida era insegnante in una scuola di un paese vicino Roma, partiva alle sei e mezza del mattino per ritornare a casa alle diciotto. La nonna Maria usciva di casa solo per andare in chiesa per conquistarsi il Paradiso alle diciassette per rientrare alle diciotto, orario giusto diciassette - diciotto.
    Menicuccia veniva a casa Sciarra per fare le pulizie, Alberto la convinse a cambiare orario in quello a lui più favorevole e la sciagurata obbedì (citazione del Manzoni riguardante la monaca di Monza).
    Mammelle dure, cosina stretta, cosce di marmo, una goduria massima, l'unico accorgimento stare attento a non metterla incinta col conseguente acquisto di tanti preservativi nella vicina farmacia, Francesca era un lontano ricordo.
    Alberto si era ben integrato,al ritorno dalla scuola, pranzo, studio veloce e poi vai...
    Aveva preso a fumare, i soldi? Saltare il cinema la domenica (duecento lire) e comprare le 'Sport' dieci lire a sigaretta.
    Come finisce la storia, siete curiosi? Potete acquistare il romanzo scritto da Alberto Mazzoni 'Tato il libertino e il sapore di Venere' che dal titolo potete già immaginare una goduria infinita, prenotatelo in libreria che potrà richiederlo direttamente alla casa editrice Albatros, buona lettura e ...fatemi sapere!

     

  • 28 ottobre 2014 alle ore 11:31
    Cambia il mondo dando l'esempio.

    Come comincia: Il mondo d'oggi non ti piace, non ti piace la gente come si comporta. Ok sono d'accordo. La prima cosa da fare non piangersi addosso, non serve. Occorre  la volontà di cambiare. Tu dirai e come faccio ? Cambia tu come prima persona e sarà una catena. Ricordo sempre che nella città dove vivo, nessuno diceva buona giornata trentacinque anni fa. Io nel mio piccolo iniziai a dirlo a tutti e sempre, adesso dopo anni e anni lo dicono tutti. Sono stata la prima e ne sono felice. E' una catena come vedi. 

  • 28 ottobre 2014 alle ore 7:05
    Dalla vita ho imparato.

    Come comincia: Dalla vita ho imparato che: ogni persona ha qualche cosa di bello dentro, che nella vita è meglio osservare anziché  guardare, che l'esperienza mi da forza, che il voler far troppo non giova mai, che vale sempre la pena tentare,
    che l'amore è il sentimento più forte nell'universo, che un errore non è importante come il chiedere scusa, che dare è più importante che ricevere, che ogni cosa arriva a suo tempo, che pensare troppo nuoce, che agire è fondamentale per cambiare le cose che i figli sono il regalo della vita, che la malattia ti fa scoprire parti di te nascoste,
    che la riflessione serve a comprendere dove si sbaglia, che la vita ha qualche cosa di magico,
    che il pianeta va rispettato insieme alle forme di vita, che posso amare solo un uomo,
    che dentro di me ci sono lati da scoprire continuamente,  che esistono energie sottili non visibili a tutti, che la chiusura mentale e i condizionamenti mentali mi rendono prigioniera, pur non volendo esserlo, che sono solo io la padrona della mia vita, che nessuno sa cosa c'è dentro di me, se non chi sa leggermi dentro, che dentro di me c'è una melodia.

  • 27 ottobre 2014 alle ore 21:22
    L'incontro con un angelo.

    Come comincia: Avvolte pensi: che brutto mondo è questo... pieno di ingiustizie, la gente che non sa più aver compassione, ne amore per gli altri. Poi all'improvviso appare un angelo, dallo sguardo dolcissimo, dall'anima nobile e gentile piena d'amore. Un sorriso si accenna sul tuo viso ed il cuore che era triste si apre nella sua totale bellezza per accogliere quell'angelo venuto per te. 

  • 27 ottobre 2014 alle ore 17:03
    Inno alla madre terra.

    Come comincia: O Madre terra, prima femmina sacra, m'inchino davanti alla tua magnifica bellezza, ti ringrazio degli infiniti doni che ci dai, con grande generosità elargisci cibo, energia per vivere sani.) I nostri occhi sono assuefatti alle brutture che l'uomo ingrato e inconsapevole fa contro di te. Chiedo all'universo intero di rendere l'uomo consapevole di tutto ciò, affinché si ponga fine alla tua distruzione e ti si ami con rispetto, prendendo coscienza che tutto quello che ci dai lo dai con amore gratuitamente.

  • 25 ottobre 2014 alle ore 8:49
    La differenza tra uomini e donne.

    Come comincia: Gli uomini troppo spesso si limitano a guardare la donna dal punto di vista fisico, togliendosi il vero piacere della scoperta di lei nella sua profondità dell'animo. Le donne guardano contemporaneamente la fisicità e l'interiorità dell'uomo che le colpisce. Questo è uno dei motivi per il quale gli uomini e le donne sono in disaccordo.

  • 24 ottobre 2014 alle ore 21:56
    Sentirsi nel pianeta sbagliato.

    Come comincia: Mi chiedo spesso cosa ci faccio in questo mondo che non sento appartenermi. Mi guardo in torno avvolte camminando e mi sento estranea a tutto. Chi è come me non vive bene tra la gente falsa. Ma come si fa a prendersi gioco dei sentimenti altrui ? Ma come si fa ad approfittarsi della bontà degli altri ? Ma come si fa a tradire la fiducia che hanno di te ? Ma come fanno a vivere così ? Spiegamelo se lo sai ! 

  • 24 ottobre 2014 alle ore 21:38
    Esperienze

    Come comincia: Ogni volta che hai una delusione, qualche cosa dentro di te muore e non tornerà mai come prima, e una corda che prima era spessa diventa sempre più sottile. Il cuore da forte diventa colmo di ferite, man mano la fiducia negli altri passa e capisci che puoi far conto solo tu te stessa. Ci provi e ci riprovi ad aver fiducia, ma non ce la fai più.