Racconti mese ottobre (pagina 2) su Aphorism.it

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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Il 20 dicembre del 2012, alle ore 23 e 56, al mondo sembrava rimanere meno tempo di quanto ne serve per cucinare le panatine Rovagnati.  La fine era certa…
    Anche se nulla faceva presagire una qualche fine a dire il vero!
    Ma tutti sapevano ed erano convinti che questa fine sarebbe avvenuta: l’avevano previsto i Maya.

    Certo era possibile che a un certo punto si fossero semplicemente stancati di contare rendendosi improvvisamente conto che non sarebbero campati così a lungo, ma era decisamente più divertente e commerciale l’idea della fine del mondo e quasi tutti dunque aderirono a questa trovata.
    S’era persino chiesto al vaticano di spostare il natale di qualche giorno perché era davvero un peccato farsi fregare una festa così bella per qualche giorno da una stupida meteora. Persino io, scettico per mia natura, aderii a questa idea della fine del mondo.

    Furono tantissime le associazioni a sorgere nel 2012, ogni mese sorgevano nuovi culti, s’andava a caccia di filosofie da seguire e fu un periodo d’oro per tutte e sette le arti.
    Fu un periodo d'oro soprattutto per il sesso, io per esempio (come tantissimi altri) mi scrissi all’associazione non profit non profil (attico) “ La fine è vicina e tu sei tanto carina” per fare nuove “conoscenze” (di corpi, e non di nomi).

    C’aspettavamo tutti il Caos, il disastro economico e sociale, persone che non avrebbero voluto rispettare più nessuna legge e norma sociale, chissà quali guerre e quali rivolte e conquiste.
    E certo fu un anno di “casino” ma le cose andarono molto meglio di come si pensava, dopotutto la gente non aveva voglia di prendersi troppi dispiaceri vista l’imminente fine dei tempi. O forse le cose andavano male già prima e non ce ne rendevamo veramente conto, forse il caos c'era già!

    L’idea della fine così vicina, anzi, aveva portato molti a riflettere sulle cose importanti, a dedicarsi a ciò che era più importante.
    Si lavorava meno e si spendeva meglio il tempo ed il denaro, c’erano tante feste e orgie ma anche tante cene romantiche e tanto amore.

    Il 2012 fu il ritorno di Luttazzi in TV insieme a Benigni in un programma strepitoso, ed anche il fallimento (che nessuno avrebbe mai previsto) della Durex.
    Fu un nuovo “69” dal punto di vista delle liberalizzazione dei costumi e della seria messa in discussione delle dottrine religiose e delle morali nel mondo intero. 
    Insomma, mai avrei pensato che la fine del mondo sarebbe stata tanto bella prima ancora d’aver luogo!

    Nel 2011 conobbi la donna della mia vita di cui non sapevo nulla, di cui non sapevo nemmeno pronunciare il nome: una cartomante tedesca cinquantaduenne pazza con gli occhi di due colori diversi…
    Non c’era più spazio oramai per l’amore eterno, non nella mia vita almeno, il mondo stava per finire e le rose malgrado tutto costavano ancora care.
    Il mio amore era l’amore che andava di moda, quello divertente, quello che non avresti avuto mai in tutta la tua vita. 
    “Hey tu”, come la chiamavo io, aveva chiaramente visto nelle sue carte che il sole sarebbe esploso, che la terra si sarebbe aperta in due e che la luna scivolando su un detrito spaziale avrebbe inciampato e ci sarebbe finita dritto addosso.

    A me era sembrato di vedere un re di bastoni e un 8 di denari…ma la cartomante era lei e solo lei poteva dire come stavano le cose leggendo le carte siciliane e bevendosi da sola l’intera bottiglia di assenzio.

    Era difficile sapere come le cose sarebbero andate veramente, le teorie erano tantissime ed andavano dalla rivoluzione del moto dei bradipi che accelerando il loro movimento avrebbero spinto il pianeta fuori dal suo asse (rivoluzione molto lenta nella quale la maggior parte speravano perché forse sarebbe arrivata fino al 2013) al ritorno di Cell (sopravvissuto inspiegabilmente a tutte le puntate di Dragonball Z e GT) sulla terra e  senza dimenticare la solita noiosa meteora stile “Armageddon”. 
    Ma poco importava, la fine del mondo era cosa certa e quella sera alle 23 e 56 eravamo tutti riuniti in tutte le città del mondo a festeggiare una festa iniziata quarantotto ore prima con alcool etilico, Nutella e droghe a volontà.
    Fu durante quella notte che tutto avvenne, che davanti ai miei occhi avvenne la fine d’ogni cosa.

    Viaggiando alla velocità di molto ma davvero molto al secondo, una nuvola di polverio stellare di colore rosa allo schioccare della mezza notte avvolse il pianeta ed allora il cielo divenne d’un rosa quasi ridicolo.
    Nel giro di pochi secondi però il rosa iniziò a sbiadire, a sparire, andava cadendo sulle nostre teste sotto forma di strane creature rosee inespressive che per comodità ed assomiglianza a delle patate gommose chiamammo  “Sciutruplongopatatotoialivz”.
    Sembrava una specie di fantastica campagna marketing della Big Babol, eppure non lo era, o forse si ma noi comunque avevamo già deciso che il mondo doveva finire.

    Pochi secondi dopo la loro caduta sul pianeta “Fottiti fottuto alieno” era l’espressione più usata dopo “ Ok” e “scopiamo?” in tutto il mondo. 
    Queste strane creature, o meglio queste strane palle rosa, avevano come caratteristica d’essere immutabili, non si potevano dividere o distruggere o spostare. Poco importa cosa gli si facesse, dopo qualche movimento tipico da gomma da masticare in bocca, ritornavano sempre allo stato iniziale.
    La gente vi si buttava addosso disperata, cercava di fuggire da questi oggetti immobili che avevano invaso il pianeta.

    Fu veramente terribile, non facevano nulla a nessuno, stavano lì ferme senza causare nessun danno, mai visto una cosa tanto atroce in tutta la storia dell’umanità.
    Gli portammo la Bellucci e Platinette, entrambi nude. Il Cavaliere fece le sue solite atroci battute, costringemmo Tiziano Ferro a cantargli “Perdono” in francese per due ora di fila, e le circondammo con degli schermi giganti che trasmettevano di fila tutti i “natale a …” di de Sica. Azioni simili venivano tentate ovunque nel mondo ma nulla funzionava.
    Tinto Brass venne posto a capo dell’unità anticrisi italiana ma nemmeno lui riuscì a trovare il modo di porre rimedio all’immobilità di queste creature la cui presenza era inaccettabile ed insopportabile.

    Perché? Non era una questione di fatti, non davano nessun’ fastidio quelle cose rosa, era una questione di principio!
    Dopo quarantottore di estenuante lotta, oramai privi di idee, di cantanti stonati e di munizioni, eravamo disperati e queste creature iniziarono improvvisamente a mutare!

    Davanti ai nostri occhi levitarono, si sollevarono di poco più d’un metro dal suolo, e poi attorno a loro si materializzò una specie di corpo e cosi il nemico svelò la sua vera diabolica forma: quella di un maialino nero diabolico!

    Si! Proprio così!
    Occhi rossi sanguinosi e nasi porcini, tanto di sorriso, senza braccia  e con le gambe sottili come spaghetti e di colori diversi, questa era la vera forma del mostro, del diavolo spaziale.
    All’improvviso uno di questi iniziò a girare su sé stesso sulla punta delle zampe, come una ballerina di danza classica eccelsa,  e poi tutti gli altri fecero lo stesso.
    Era chiaro ed imminente l’attacco, era evidente che ci volevano tutti morti, e che ci stavano per dare il colpo finale quelle maledette orrende sporche creature porcine ballerine piccoline e insopportabilmente carine!

    Eravamo preparati a mille scenari ma a questo no, così decidemmo, per il bene di tutti, l’attacco nucleare massimo e distruggemmo il pianeta lasciando al suo posto degli antipatici e stressanti maialini neri diabolici sorridenti e ballerini….

  • 20 ottobre 2012 alle ore 20:34
    Dove va a finire il vento
    Come comincia: Gli studi della Zugna-Lo Russo rimasero chiusi per quarantottore.
    Motivazione futile dicevano alcuni, assolutamente legittima per altri.
    Angelo De Ceglie, il loro più promettente scrittore, era scomparso nel nulla.
    Dileguato in qualche regione del Portogallo, viaggio per ritrovare l'ispirazione,
    quel non so che d'illimitato.
    “Richiamate l'albergo, Baro o Bairro Alto..”
    “Abbiamo gia chiamato, ci hanno detto non l'hanno visto”
    “Te se propri un pirla!! Fatti dire a che ora ha lasciato la camera..:!!”
    “Si-si sarà fatto...”

      Ventesima sigaretta per Giovanni Zugna.
      Appostato come una civetta sul davanzale del balcone, non fa che  intimare
      ordini a destra e a manca.
      “Dì all'Eugenio di farmi pulire la macchina...già che sei ricordargli le Muratti...”
    Impensierita più che mai la moglie, Augusta, di solito così solerte con gli amici del
    marito.
      “Non sei in pensiero per Angelo, dì?”
      “Certo che lo sono, ma non tengo sempre un musun de cera..beviamo un fernet, va”
    Il telefono squillò più e più volte, ma nessuno dei coniugi aveva lì per lì il coraggio di
    rispondere.
    “E se fosse tua madre? No-no rispondi te...”
    “Bel marito che ho...Pronto!! Chi parla??!!..”
      Angelica fu invasa da un groppo in gola; qualcuno dall'altro capo del filo stava
    lanciando un SOS, con voce sottilissima e agonizzante.
    “Beh? Alura, parla!!”
    La moglie, sfiancata in viso, cadde a terra preda di uno svenimento.
    Giovanni Zugna non riuscì a sentire il boato che di li a poco avrebbe squassato Praça
    Algarve.

     
      Angelo si era portato con sé i tredici volumi di Asimov, più una manciata di saggi
      firmati da Ajtmatov.
    C'erano tante cose che aveva lasciato nella sua abitazione milanese;
      la foto del padre, la cartolina da Bangkok con i saluti di Ugo Pagliai, la stampa
      del primo raduno degli Scapigliati.
      Ma non aveva di certo rinunciato al suo portapillole d'oro, alla camicia rosella
      di Ascanio Marchesi, né all'ibrido profumo alla nocepesca, l'ultimo regalo “intimo” di Luciano.  Eh si, il Lucianìn.
    Chissà se ha completato il corso per stilista, gli mancava solo un anno; forse a quest'ora è già un pezzo più o meno grosso degli ateliers newyorkesi....

    Sveglia, sveglia che si scende.
    L'aereo è atterrato in orario, sette in punto, precisione più svizzera che portoghese.
      All'aeroporto di Faro lo assale un cruento profumo di tabacco; Angelo soffriva terribilmente di asma e di nausea da fumo.
    Prenotazione in albergo a tre stelle; un decotto alla menta, -era solito farne gran uso- e una dormita di mezz'ora, per ricaricare le pile e far svenire la tensione.
    Tensione per poi cosa...ah si, certo, il romanzo.
    Era stato chiaro l'editore Zugna, quel lunedì di fine maggio;
    “Tocca fare qualcosa di grosso adesso, te la senti?”
    Fin lì Angelo aveva scritto soltanto racconti; piacevoli e anche apprezzati dai circuiti culturali di allora.
    Forse, proprio per questo, lo scrittore De Ceglie doveva cominciare ad osare.
    A far valere la propria scrittura, con qualcosa di finalmente congruo alle aspettative
    createsi attorno.
    SAFAT;  il titolo lo aveva già partorito, l'asse della storia filava anche bene, con quel complesso giro di identità scambiatesi dai personaggi, lungo un misterioso e lamentoso
    cosmo parallelo.
    Ma c'era una voce al capitolo 7, la voce di Martim, che Angelo non aveva ancora curato.

    Il movimento anarchico della Fazenda Unida, aveva uno e un solo scopo; il terrore.
    Scatenarlo non era neanche difficile, il duro era poi darsi continuamente alla fuga.
    A ogni membro veniva affibbiato un nomignolo che inevitabilmente finiva per distinguerlo; Alvaro era soprannominato “O Fungo”, per la sua andatura quantomeno selvatica.  Gabriel, era più conosciuto come “O Melro” per come riusciva a imitare
    il suono del merlo. La ragazza, Jacinta, era  “A Dançarina”, perché era brava a saltare
    i cordoni di guardia della polizia.
    Poi c'era il leader, se vogliamo definirlo cosi.
    Martim Juan do Casada, trentottenne di un sobborgo di Évora, detto “O Cientista”, “lo scienziato” per le sue continue e miraboliche pulsioni  dinamitarde.

    “E' pronta, valla a portare a Jacinta, sbrigati”.
    Aveva fabbricato un congegno a tempo che sarebbe dovuto esplodere in Praça Algarve
    alle diciotto in punto.
    Ora di maggior affluenza turistica, e non solo.
    L'ora in cui di solito passa il sindaco della regione con consorte, avvolta da una costosissima mantella di cervo.
    Si erano mossi tutti per tempo, a bordo di anonimi scooter.
    L'ultimo della fila, O Cientista, sarebbe andato molto più lento degli altri.
    Aveva lo scopo di fare il palo ai tre che si sarebbero diligentemente mossi fino alla gelateria Do Prado, e lì la bomba- accuratamente rinchiusa in una scatola per torte- si sarebbe confusa tra crostate e dolciumi vari.

    “E' una bomba!! …...devo subito sentire qualcuno...”
    Angelo non stava più nella pelle.
    Al quarto giorno di permanenza aveva finalmente dato voce a quell'unico personaggio che troppo lo aveva fatto tribolare.
    E così il suo romanzo stava realmente conoscendo una seconda rampa di lancio.
    Sceso frettolosamente dal Bairro Alto, De Ceglie si diresse verso la prima cabina telefonica, muovendo freneticamente il gettone da 2 centavos.

    “Fate in fretta, sono alla cabina del telefono”, aveva detto Martim ai suoi compari, accendendosi in tutta calma  un sigaro Landul.
    Angelo era arrivato per primo,  stava già digitando il prefisso per l'Italia, per mettersi in contatto col suo editore e dargli la piacevole notizia che tutto filava liscio.
    “Eeei, esci da qui per favore”.
    Angelo non aveva prestato attenzione alle parole de O Cientista, che quindi mutò la richiesta in un atto di violenza.
    “”Ehhh, ma cosa faa..u.. uuuuhhhhff uuhhff, la prego non mi fumi in faccia...””
    Angelo aveva ancora la cornetta in mano, quando improvvisamente gli fu impossibile tenere il fiato per il tanto fumo addensato.
    “...marito che ho.. Pronto!! Chi parla??!!..”
    Riuscì soltanto a gemere, la nausea e il giramento di testa si erano impossessati di lui.
    Non c'era niente da fare, Martim lo scagliò brutalmente sull'asfalto, serrandosi poi dentro la cabina.
    Trenta secondi dopo l'esplosione.
    L'intensa nube tossica che si era sparsa lo aveva inghiottito senza appello.
    Ciao Angelo.

  • 19 ottobre 2012 alle ore 16:27
    Io e la Rossa
    Intro: Non capita tutti i giorni di guidare una Ferrari....
    Come comincia: “Lucio, è arrivato il tuo momento! Accensione….metti la prima, e portati lentamente sino al semaforo rosso. Al verde, sei autorizzato a entrare in pista.”. Sto abitando la favolosa, rossa, Ferrari!
    La voce di Marco, l’istruttore, mi giunge attraverso l’auricolare del casco. La vestizione è stata quanto mai accurata. La retina bianca, antifuoco, ha qualcosa di sacro a mettersi, incute timore. Il casco globoso rinnova la mia perenne claustrofobia. Mi sento prigioniero. Il penetrare nell’abitacolo ha messo a dura prova muscoli e articolazioni di un sessantenne. Alla fine ci sono riuscito. Altri colleghi medici, ben più giovani, hanno dovuto rinunciarci. Pur smontando il volante, la loro pancia non si addiceva alle dimensioni del posto. Un giorno è mezzo di motori, un ambiente inusitato per me, quello dell’Autodromo Varano De Melegari, se non mi fosse stato offerto da una ditta farmaceutica. Imparare gli elementi essenziali della guida sicura, correre sul bagnato, frenare, iniziare a girare in un turbine di schizzi d’acqua, prima di capire da quale parte controsterzare. “Lucio, no!” “Lucio, che cazzo fai?” “Lucio bene così”. Questa voce cattedratica mi ha accompagnato per tutti i test, durante tutta la mattinata. La consapevole colpevolezza dei miei anni, mi regalava il timore di sfigurare dinanzi a colleghi e colleghe della nuova generazione. Girare sulla pista di un autodromo per una persona che, al massimo, è arrivata ai 160, in autostrada, è un’esperienza esaltante. “Giù tutto l’acceleratore, giù tutto. Hai capito?” Il piede scende giù, pesante e tu diventi tutt’uno col motore, anzi pensi di essere tu, un motore. Per i test abbiamo usato solo macchine Alfa, preparate opportunamente.
    Oggi, alle ore 17, il clou del corso. Sono giunti, da poco, due rossi tir da Maranello, ne sono scese due rosse Ferrari. Siamo stati in silenziosa adorazione per molti minuti.  Ora ci tocca il premio del corso: cinque giri d’autodromo sulla favolosa Ferrari!
    Anche se Marco è a pochi centimetri da me, vivo una solitudine drammatica. Quel cambio a leve sul volante, mi è sconosciuto, ne, quei pochi giri di allenamento sull’Alfa predisposta, possono essere bastati a creare una migliore maneggevolezza. “Tenere il volante alle 9,15” Ordine imperituro. Mi accorgo del sudore che mi bagna la schiena. Accendo…eccolo il fantastico canto! Un colpo all’acceleratore e un miagolio diventa lacerante ruggito. Sul cruscotto si designa una grossa lettera uno, la prima marcia, che ho innestato. Il semaforo, all’entrata della pista, è ancora rosso. Sono in tachicardia, non avrei mai immaginato questo momento. “Verde! Dai Lucio, tocca a te” Mi sto muovendo. Seconda ..ecco la pista. Un nastro violaceo si fonde con l’azzurro del cielo. Accelero, i giri del motore impazziscono. –“ Sali, vai alla terza per tutto il rettilineo. In fondo, punta sul birillo rosso, all’entrata del curvone”- Sto volando..sono entrato in un filmato televisivo? Il piede sull’acceleratore varia i suoni del motore. Non sono in grado pienamente di recepire il mondo esterno, ne abituarmi alla singolarità del momento. Tengo d’occhio sul cruscotto quel grande numero tre, che, all’entrata della curva, lo dovrò far scendere a due, per la prima volta . Incomincio a intravedere il birillo rosso, infondo al rettilineo, sulla destra, a inizio della curva a sinistra. Scendo di marcia e un boato fa tremare la macchina. La velocità scende di colpo, cerco il freno inutilmente. – “ Non  frenare, la velocità è giusta.”- Il Birillo è davanti a me. Inizio a sterzare a sinistra, per la grande curva, a una velocità che non mi sarei mai permesso. -“ Giù tutto l’acceleratore” – La voce di Marco mi raggiunge a metà curva. Il miagolio-ruggito mi riprende le orecchie, volo in un turbine di note. Il lungo rettilineo mi viene incontro, quasi a consumarsi dentro l’abitacolo. A che velocità starò andando? Mi chiedo. Fantastico numeri. Nell’auricolare una voce dal controllore della pista: “ Lucio, spostati a destra, hai l’altra Ferrari dietro, in sorpasso, tra qualche secondo”- Un lampo rosso mi sfreccia a sinistra, quasi un proiettile…e dire che pensavo di correre follemente.

    Anno 2001

  • 17 ottobre 2012 alle ore 17:15
    Il Garibaldino
    Intro: DNA e storia....
    Come comincia: Ci sono brandelli di memoria, dentro di noi, che ci accompagnano nel quotidiano e riaffiorano senza che lo si voglia, con una forza di vita, che a volte, mi turba.
    L’antico, nostro, è rappresentato dai volti e dalle parole degli anziani che ci accolsero. Un legame tra noi, bimbi d’allora, e il passato. E’ pur vero che, per accendere la curiosità di un fanciullo, sono imponderabili i mezzi con cui riusciremo a fargli trattenere, per una vita intera, il ricordo di una frase, di un momento. Perché quella frase, quel volto, quel raggio di sole e non altri? Quale alchimia ha spostato elettroni nel nostro DNA, scolpendo un quadro indelebile, che amiamo rivedere negli anni?
    Un raggio di sole, forse entra da destra, da una finestra. Forse è inverno. Le parole servono a trattenere l’irruenza dei cinque, sei anni miei. Ma non è una fiaba. Il volto di mia nonna, chino su qualcosa che ha nel grembo, forse un ricamo, un cucito. Sorride appena, non mi guarda, parla sommessamente, come se inseguisse un ricordo, un amore sottaciuto. Infatti, recepisco il suo racconto come una confessione intima. La sensibilità del bimbo è vasta e senza limiti.
    -“..garibaldino…”- Mi resta solo questo frammento, pronunciato dalla sua voce dai toni romaneschi. Nella mia mente scorgo un volto giovane, biondo, dal fazzoletto rosso intorno al collo. Eppure altre parole deve aver detto, per catturare la mia immaginazione. Certo deve avermi parlato dei Mille, della loro impresa, per avvolgermi di quel tanto di epico, questo aggettivo: “garibaldino”. Ma questo ragazzo, rimasto nella sua memoria, chissà mai, chi sarà stato! Se sapesse che è vissuto, anonimo, con me, per altri cent’anni!

  • 17 ottobre 2012 alle ore 16:30
    Napoli tra antico e moderno
    Come comincia: Due lame di luce scendono dalla bifora gotica dell’abside. Sono entrato in S.Eligio, alle dieci di stamane, in fuga dalla selva di grattacieli del Centro Direzionale, il moderno d’autore a Napoli. La pietra nera del piperno, scalfita da un recupero aspro e, a volte, violento, incupisce l’atmosfera. Un fotografo cercava inquadrature professionali, vicino a una colonna di gotico angioino. Gli occhi di un prete, scostata la tenda del confessionale, non mi lasciavano. Avevo bisogno di questo rifugio nel passato, per ripararmi da quella vertigine che avevo provato, aggirandomi in una modernità di stili, inconsueta per questa città. Napoli non è una città passiva, una Barbie, da poterle cambiare il vestitino per piacere d’altri. Il moderno di Berlino o di Parigi, qui, è masticato e digerito. La trasformazione darà forma a una nuova creazione, che possiederà i caratteri della napoletanità, un insieme di attributi a volte positivi, a volte negativi, dettati dal costume, dalla cultura, dalla storia. E’ pur vero che stamane a quell’incontro col moderno, mi ero imbattuto nella parte più penosa della precedente definizione. Le ampie vie pedonali avevano le mattonelle divelte a tratti, lasciate lì, per incuria, a dar posto a ciuffi d’erba di prato. Così le piante ornamentali avevano ceduto il passo a grovigli di cespugli anonimi. Le vetrate d’ingresso erano crostose per una manutenzione omessa. Negli angoli, chiazze odorose di orina. I cartelli indicatori, sbiaditi e manomessi, contribuivano a creare masse di dispersi. In pochi minuti di permanenza non ho saputo aiutare alcuni di loro che mi chiedevano soccorso, smarriti. La visione più straordinaria in cui mi sono imbattuto, tanto da suscitarmi una primaria angoscia e sgomento: uno dei più alti grattacieli mostrava una scheletrica scala d’emergenza di ferro color ruggine. Uomini, piccoli come formiche, scendevano e salivano, in massa. Ho pensato a un’evenienza drammatica, poi, col trascorrere dei minuti, ne ho riscontrati i tratti della normalità. I quaranta piani erano invalicabili dalle lente e incapaci ascensori, per cui la gente si dava da fare, pur di non attendere ore.
    …il fotografo è uscito, nel frattempo. Il prete l’ho perso di vista. Fuori, Piazza Mercato, una piazza disegnata dai secoli, continua la sua funzione di sempre. Si vende di tutto, dal lecito, all’illecito. La luce della bifora mi cattura. L’orecchio crea suoni immaginifici. La folla è scoppiata in un unico, devastante urlo, al cessare del rullo dei tamburi. A pochi passi da me, è caduta, nel cesto, la testa di un ragazzo di diciotto’anni, un Re, Corradino di Svevia.

  • 16 ottobre 2012 alle ore 19:08
    Una sera, a Febbraio.
    Intro: nessun commento!
    Come comincia: Il bus è affollato, sono in piedi. Fuori il tramonto scarlatto esplode su Capo Miseno e si riflette nelle vetrine dei negozi. Un raggio si è posato sul volto di una donna seduta alla mia sinistra. Ha occhi verdi chiari, uno sguardo amaro, a momenti triste. E’ vestita con eleganza, trucco lieve ma curato. Biondi capelli mesciati raccolti dietro la nuca da un fiocco viola. Un ciondolo d’ametista scende tra piccoli seni candidi. Sento il suo sguardo. Il dolore allo stomaco sta aumentando. Ha occhi verdi.  Gli sguardi si sono incrociati e sembrano non lasciarsi. Si è accorta della mia mano destra premuta sulla bocca dello stomaco. Le sorprendo una vibrazione dei muscoli del volto.
    -“ Ho un infarto”- Questa idea mi si presenta nella mente in una frazione di secondo, inattesa, imprevista. Il dolore è aumentato e mi divide in due metà come una lama. Forse sto morendo. Ma come è la morte? Si muore così? Cerco di riassumere i miei parametri vitali: respiro, sto in piedi, ci vedo. Ma forse tra pochi istanti cadrò, seminando imbarazzo, timore e disagio tra la gente. Il dolore sale verso il collo e si insinua per il braccio sinistro. Devo scendere. Lo sguardo della donna dagli occhi verdi è ancora su di me, lo sento come un fascio di luce. Siamo in due sconosciuti a sapere una sola verità. Scendo alla fermata di Piazza Bernini. Un mercoledì sera nella sua normalità. Invidio per un attimo la consuetudine altrui che non mi appartiene più. L’agonia è un tempo che precede l’esito o è una sensazione? Sono entrato nei tempi dell’agonia? Affretto il passo, contro tutte le regole mediche del caso. Cerco un taxi in sosta. La signora dagli occhi verdi è scesa. E’ ferma a dieci metri da me e mi osserva. Le mie gambe sono insicure. Sto andando in panico. Il respiro si ferma a tratti in gola, il dolore è un punto di fuoco al centro del petto. Le dita sbagliano numeri sul cellulare. Poter essere raggiunto da mio figlio, medico… Nel taxi, la voce della centralinista è metallica, impersonale, senza alcun sentimento. L’autista guida annoiato in un traffico denso, serale. Il dolore, ora, ha una pausa. La camicia è bagnata di sudore freddo. La pelle traspare pallida. I marciapiedi sono affollati; volti sconosciuti mi passano come in un film. –“E’ lei?”- Ho il tempo di chiedermi vedendo un’ombra a ridosso di un camion in sosta. Riconosco il fiocco viola. Nell’atrio del pronto soccorso, steso su una barella, il cielo è ricco di stelle. Mentre si attende qualcuno, riconosco la costellazione sopra di me….le tre stelle del Cacciatore…Sirio! Ecco, sì, “morire ad occhi aperti” come le ultime volontà dell’imperatore Adriano della Yourcenar.  Sì, ad occhi aperti, in questo ultimo passaggio sotto un cielo stellato. Sirio, non ci vedremo più.
    -“ Passami la pompa. Tu attacca la fibrinolisi. Gli hai già fatto l’eparina?”- E’ una voce forte, vicino a me. Mi da sicurezza. Non riesco a scorgere il volto. Una lampada al neon dal soffitto mi abbaglia. Qualcuno fruga con un ago nella vena del mio braccio destro.
    -“ Betabloccante”- riprende la voce. E’ come essere su un bastimento in tempesta. La voce del Capitano è quella che prevarica. Sento che mi sono affidato a qualcuno.
    -“ Stai attento alla frequenza, sta scendendo troppo”- L’altro non lo vedo, ma ubbidisce col silenzio dello schiavo..
    -“ Cazzo, atropina, sbrigati che questo se ne sta andando, siamo a 35…”-
    Questa volta vado via sul serio. 35 pulsazioni al minuto, il mio cuore si sta fermando. Mi da anche fastidio che il Capitano, mi abbia chiamato “questo qui”…ma non ho la forza di presentarmi. Non avrei mai pensato di morire così, su un lettino duro, guardando un pugno di mosche morte nel portalampada del soffitto.
    -“ Può andare ora-“ Ho perso la cognizione del tempo. Lo afferro a tratti, come sequenze di un film.
    La morfina sta facendo il suo benefico effetto. Sono entrato in un mondo calmo, senza suoni. Il volto della donna dagli occhi verdi mi riappare. Non sorride, ma sembra volermi dire qualcosa.
    -“ Questo qui può andare, Rianimazione, all’8. Passami il prossimo.” La voce del Capitano liquida “questo qui”, che sarei io.
     
    Febbraio 2000

  • 16 ottobre 2012 alle ore 9:50
    A bordo!
    Intro: Stavolta non si va ne con l'aereo, ne con la nave e tanto meno in automobile...il treno? nemmeno!
    Si parte a cavallo di un arcobaleno...poi si vedrà...Se credete nelle favole seguitemi! ...Se invece non ci credete, provateci ugualmente: ogni tanto non fa male ritornare bambini...
    Come comincia: E’ da un po’ che non prendo in mano il mio pennello.
    No, un attimo, aspettate, non devo dipingere nessuna parete, devo solo tentare di colorare una storia con il pennello della mia fantasia.
    Vediamo: inizio con l’intingerlo in un bel vaso di colori, per l’esattezza quelli dell’arcobaleno; poi a mezzaria una bella pennellata et voilà: il gioco è fatto.
    Un arcobaleno sospeso nell’aria: che sia un segno del destino?
    Sembra invitarmi a salirci sopra: che bello, a cavallo di un arcobaleno magari è un cavallo che corre pure, fatto apposta per intraprendere un viaggio ed in questo momento ho voglia di viaggiare.
    Penso e ripenso: assomiglia a qualcosa che ancora non riesco a raffigurarmi.
    Ma si, ho trovato: è un tappeto volante, si va.
    Appoggio ordinatamente vaso e pennello e rientro in casa in velocità solo per raccogliere alcune cose che potrebbero servire a bordo.
    Le inserisco ordinatamente nello zaino: una torcia, un blok notes, una penna ed un pizzico di follia, qualche ricambio, il cellulare, anzi no il cellulare no.
    Esco, raccolgo il pennello e lo metto nel mascone dello zaino, saluto il cane che scodinzola e che mi segue sino al tappeto.
    Il cielo è terso, solo qualchen uvola bianca in lontananza.
    Mi accomodo sul mio nuovo mezzo di trasporto multicolore, metto in moto…
    No, un attimo: non ho la chiave, e poi chi l’ha detto che il tappeto ha il motorino d’avviamento.
    Chissà se nel cruscotto c’è un libretto di istruzioni?
    Controllo e vi trovo un libretto con la copertina luccicante, lo sfoglio ed è tutto bianco, solo in fondo c’è un messaggio: è l’ultima pagina, il tuo libro finisce qua…mancano le altre, riempirle è compito tuo…
    Una sfida? Forse…ma avvincente.
    Si comincia.
    Proviamo a cercare una parola magica…si, ecco, è molto probabile che vi sia una semplice parola che può sbloccare l’avvio del mezzo: mi viene da sorridere…e nel preciso istante in cui sorrido si decolla…il gioco è fatto…basta ridere si parte, ok.
    E per fermarmi?
    Ci penserò più avanti, oramai sono già in volo…
    Paesaggi stupendi, voci che svaniscono, solo il silenzio delle nuvole.
    Stormi di uccelli salutano battendo le mani, ops volevo dire le ali.
    “Ehi voi, sentite, come faccio per fermarmi con sto trabiccolo?”
    Nessuna risposta, del resto gli uccelli non parlano…ma ne siamo certi?

    --continua--

  • 15 ottobre 2012 alle ore 16:05
    Urge responsabilizzare i cretini
    Intro: Pensieri liberi come un abbaio alla luna,  sulla moderna giustizia sociale italiana e planetaria, dopo aver letto a 71 anni, perchè Sacco e Vanzetti furono marchiati anarchici e finirono sulla sedia elettrica.
    Come comincia: Bartolomeo Vanzetti diceva, “io voglio: un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza.”
    E a cento anni da quel “voglio”, e con uno spreco di false democrazie che impestano il pianeta, è meno utopistico volere l’universo tutto per sé, che quel poco al servizio di tutti.
    Il mondo continua ad andare alla rovescia perché il Padreterno non la smette mai di piovere, anzi diluviare idioti, matti e criminali; oppure perché noi umani siamo usciti fisicamente dalle caverne un bel po’ di millenni fa, ma una cultura e politica post-cavernicola, semplice semplice alla Vanzetti, non l’abbiamo ancora in preparazione?
    Io temo che l’Umanità abbia iniziato a vivere al buio, da quando la politica, comodamente seduta nella stanza dei bottoni economici, ha creduto di saper governare i popoli caricando i cretini e derivati sul groppone degli intelligenti.
    Ma s’è ritrovata con una razza di falsi intelligenti, che hanno accettato un sovraccarico di irresponsabili da portarsi a rimorchio, ma sottovalutandone la distruttività, alla fine li hanno perduti e si sono perduti per strada; perché il modo più semplice per aiutare i cretini a moltiplicarsi fuori controllo come i topi dell'Australia, è legittimarli a guastare, sfasciare, mangiare e arricchire a sbafo, e agli intelligenti imporre di rubare anche la notte quando dormono per pagare tutto a piè di lista o andare a morì ammazzati.
    La politica del “chi rompe paga”, sarebbe stata in grado di umanizzare e responsabilizzare tutti gli idioti, i matti e i criminali del pianeta, che non è affatto vero che siano sprovvisti di neuroni, ma che ci guadagnano a conservarseli nuovi di zecca nel congelatore, perché la vera qualità della vita a questo mondo è vivere a cervello spento, stomaco pieno, e a spese altrui, legge e giustizia permettendo. 
    Perciò, a cento anni da Vanzetti non abbiamo ancora “un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza”; perché la “civiltà dell’impunità dei cretini ” è pura istigazione a delinquere. Invoglia i peggiori a rompere, perché costringe i migliori ad incollare cocci per tutta la vita per non finire macellati da un sistema pensato (si fa per dire) dagli intelligenti per produrre, ma utile solo agli idioti del potere culturale, politico ed economico, per vivere e moltiplicarsi da guastatori.
    Fatevi il conto di quanti mangeranno sul caso del povero bambino di Padova conteso da due genitori separati, braccato e prelevato a scuola come un animale pericoloso, su ordine di legislatori, magistrati, azzeccagarbugli e strizzacervelli, strenuamente impegnati a fare il suo bene.
    Se la classe dirigente italiana  fosse chiamata ad aprire il proprio portafoglio (non quello di Pantalone) per i danni che ha prodotto in 65 anni, distruggendo del nostro Paese: popolo, territorio e sovranità; quel bambino di Padova e tutti i poveri d’Italia massacrati da ingiustizia o povertà, sarebbero miliardari.
    Temo però che il povero Vanzetti che fu marchiato e giustiziato anarchico, perché voleva “poco ma per tutti”, debba continuare a rivoltarsi nella tomba per quel "tutto che non è mai diventato per tutti", ma per pochi marpioni del potere, legittimati non si sa ancora per quanto, ad azzannarselo, (pensa tu! ) nei legalissimi Stati di diritto.

  • 14 ottobre 2012 alle ore 23:36
    L’uovo cotto che rigenera
    Intro: È preferibile non seguire mai i consigli dei ciarlatani perché non hanno mai avuto risultati positivi.
    Come comincia: Ogni notte il piccolo Popò non riusciva a dormire. Non mangiava né a cena né a pranzo Solo la mattina sorbiva un boccale di latte fresco di capra. Si stava deperendo a tal punto, povero figliolo, che ormai aveva acquistato le sembianze di uno scheletro ambulante. Luminari d’alta fama gli avevano prescritto varie cure senza alcun risultato concreto. Per questo Totò, spinto più dalla moglie che da una salda convinzione, decise di portare il figliolo dalla fattucchiera Malia che gli prescrisse come cura l’uovo di Aquila reale che, cotto alla coque, gli avrebbe ridato appetito e forte vigore.
    - Dove lo vendono? – Chiese curioso Totò.
    - Si trova solo nei nidi posti sulle alte pareti rocciose del Pizzo Carbonara –, rispose con tono altero e ironico la maga.
    Totò sudò freddo perché non era mai andato per calli impervi e scoscesi e perché il monte era alto quasi duemila metri, metro più metro meno.
    Com’è e come non è per amore del figlio, Totò si fece coraggio, indossò coppola e scarponi, e con la bisaccia a tracolla partì. Sudò sette camicie lungo la ripida scalata. Non era un alpinista né aveva fatto il servizio militare negli alpini, lui umile scriba! Impiegò, infatti, più tempo del previsto per andare su. Faceva pochi passi e si fermava per riprendere fiato o per bere o per asciugarsi il sudore che gli grondava copioso su tutto il viso. Alla fine ce la fece e fu bravo ad individuare due nidi dove trovò in tutto due uova ancora calde che pose nella bisaccia. La fortuna aiuta gli audaci e lui era stato audace. La strada del ritorno gli parve più breve. Corse Totò per la discesa. Corse anche in paese ansioso di vedere Popò riacquistare la vitalità perduta. In un incrocio non si accorse di un carretto che cozzò la bisaccia rompendogli le due uova. Povero Totò, sfortunato Popò!

  • 14 ottobre 2012 alle ore 16:02
    Apollo e Dafne o dell’amore impossibile.
    Intro: L'innamoramento travolge e sconvolge i novelli innamorati e non gli concede scampo alcuno.
    Come comincia: "La cerca,
    la perseguita ovunque,  e se per caso
    un lampo de’ suoi belli occhi rapisce,
    gela ed avvampa di convulsa ebbrezza."
    Giovanni Prati – Edmenegarda

    Apollo era un bell’uomo, biondo, vigoroso, amante delle arti, della natura e di tutte le cose belle che esistevano al mondo. Per ciò, per il suo magnifico aspetto e per i suoi comportamenti era venerato come un dio, esattamente era da taluni venerato come il dio del sole, perché irradiava sapienza in ogni dove e dava forza e speranza ad ogni essere umano, perché teneva lontano le angosce e le ansie dal mondo, e perché curava gli uomini da ogni male. Era amante della poesia e della musica, che, in effetti, non abbandonava mai perché portava con sé sempre la cetra. Per la sua radiosa bellezza aveva incantato tante bellissime fanciulle, le Muse, nove per l’esattezza, e con ciascuna di loro, a seconda dei sentimenti momentanei che scaturivano dal suo cuore, trascorreva beatamente ogni giorno, ogni ora, ogni attimo, nella serenità, stando felicemente sdraiato su un grosso ramo di platano, sul monte Parnaso. Si era invaghito di ognuna di loro: la poetessa Calliope, la storica Clio, la vaneggiante Erato, la suonatrice Euterpe, la cantora di tragedie Melpòmene, o di quella di inni religiosi Polinnìa, o di quella di commedie Talìa, la danzatrice Tersìcore, la storica della storia del mondo Urania. Così si chiamavano rispettivamente le nove bellissime fanciulle, le ninfe che gli rallegravano la vita e contribuivano a dare a questa un senso sublime, impareggiabile, eccelso. Dalle loro labbra fluivano senza sosta racconti, gesta d’eroi, note melodiose, canti gradevolissimi, che erano graditi a tutti i comuni mortali.
    Ciascheduna era bravissima in una sola arte. Ma nessuna di loro possedeva le altre arti. Con le Muse, Apollo s’era creato un mondo fantastico, fatto di poesia, di sentimenti, d’emozioni, di musica, di sogni. Voleva un gran bene a tutte loro, ma non prediligeva nessuna perché ciascuna esprimeva una soltanto delle attività creative che egli preferiva con passione. Apollo, tramite loro e con le arti che rappresentano l’espressione dei poliedrici stati emotivi dell’uomo, faceva emergere i suoi sentimenti più reconditi nel suo animo.

    Calliope era una poetessa, che recitava dolci poesie esprimendo sensazioni rare e toccanti che inducevano in Apollo turbamenti piacevoli e sublimi. Nell’ascoltarla, il dio si librava con la mente, libero, leggero, in un mondo fantastico, lontano da ansie, preoccupazioni e tormenti. La musa ritmava le più belle poesie di Saffo e poi quelle di Mimnermo o di Anacreonte o  di Pindaro.

    Clio, invece era la musa che conosceva la storia del mondo. Sapeva della storia raccontata da Pindaro e poi da Erodoto e poi ancora da Tucidide. Ogni volta rivelava ad Apollo la storia dell’origine dell’Universo, narrava le lotte cruente che avevano visto regnare l’universo dapprima da Urano, poi da Crono, ed infine da Zeus che, vincitore finale, era stato, in seguito alla Titanomachia, colui che aveva instaurato un nuovo ordine nel mondo. Clio raccontava anche la storia divina e lodava la progenie degli dei immortali, osannava Zeus che regnava sugli dei ed estendeva il suo dominio sul mondo intero. Per governare gli uomini sulla terra, egli aveva assegnato compiti diversi a tutti gli dei. La moglie Hera doveva proteggere le donne sposate; Afrodite doveva far insorgere negli uomini il desiderio amoroso e permettere l’amore fisico a garanzia della procreazione; Pallade Atèna era tenuta a fare espandere tra gli uomini la sapienza per debellare dal mondo l’ignoranza, origine di molti mali, e quindi l’arroganza generata da essa; Ares purtroppo doveva infervorare tra gli uomini i litigi, le lotte fratricide e favorire la guerra; Demetra doveva proteggere il faticoso lavoro dell’uomo mediante il quale si fecondava la terra che gli dava i frutti necessari per l’alimentazione; Dioniso doveva garantire l’allegria e la felicità; Hestìa, invece, aveva l'obbligo di garantire la pace familiare, tutelare la famiglia e lo stato; Efèsto doveva perpetuare e custodire il fuoco; ad Artemide toccava proteggere la caccia per dare il giusto sostentamento agli uomini e doveva preservare la natura dal degrado perché in essa procreavano tutti gli animali e da essa si ricavavano i dolci e succulenti frutti; Posèidon doveva governare il mare; ad Hèrmes spettava difendere il commercio, e tutelare i viaggiatori, gli atleti e gli oratori.

    Erato era la musa che faceva assopire Apollo e lo faceva navigare nel fantastico mondo dei sogni mentre costui stava adagiato sulla dondolante amaca. Sognava il dio e si beava ogni volta dei sogni che la musa gli faceva fare. Erano tutti sogni scelti e piacevoli. Ma una volta, una sola volta, non fu così. Apollo quella volta, infatti, sognò di andare a caccia con il suo arco e le appuntite frecce poste sulla schiena nella faretra. Sognò di aver ucciso un grosso cinghiale che gli stava, con forte irruenza, andando incontro per colpirlo con il suo micidiale corno, ma sognò anche un grosso serpente, un pitone che, come gli era stato riferito da Clio, dopo il Diluvio universale, imperversava sulla terra facendo stragi di animali, di uomini e di donne. Era diventato un atroce supplizio per tutta l’umanità, quel terribile serpente. Apollo decise allora di eliminarlo per sempre dalla faccia della terra. Mentre poneva, allora, con oculata maestria la freccia letale nell’arco e stava prendendo la mira, stendendo con forza la corda lungo il braccio sinistro, egli vide Eros che dalla cima di una rupe con le sue minuscole e ridicole frecce nella faretra, si atteggiava ad arciere senza alcun effetto su quell’orrendo pitone. Apollo, incurante, tirò e con una sola freccia, in un sol colpo, infallibilmente colpì a morte il grosso pitone, trafiggendogli la testa da una parte all’altra. Contento del successo e soddisfatto per aver salvato molta gente da sicura morte, subito dopo schernì, deridendolo e beffeggiandolo, il candido Eros che, seduto su un grosso ramo di un platano, aveva osservato l’impresa rimanendo a bocca aperta, meravigliato. Ad Eros mostrava la carcassa di quell’animale mostruoso, ormai inerme, Apollo che, ridendo a squarciagola, gli diceva che con quelle sue piccole e insignificanti frecce a quel pitone non gli aveva procurato neppure un lieve titillamento. Eros, fanciullo amorevole e dolce, tuttavia, era molto permaloso e rimase molto male per quella satira fuor di luogo fino a tal punto che pensò subito alla vendetta. Volle dimostrare, in effetti, che anche le sue piccole frecce potevano stravolgere la vita di un grande uomo. Infatti, mentre Apollo come al solito si trastullava, beatamente ed estasiato, sdraiato ad ascoltare la musa Erato, fu colpito al cuore da un piccolo dardo dalla punta d’oro lanciato da Eros, che si era sentito oltraggiato, deriso, vilipeso. Il candido dio lanciò subito dopo un’altra freccia, questa volta dalla punta di piombo, colpendo al cuore una leggiadra fanciulla. Dopo qualche giorno, Apollo mentre passeggiava, vide quella fanciulla bagnarsi nelle leggiadre acque del rio che scorreva tra i verdi odorosi alberi rinfrescanti del bosco, e se ne innamorò improvvisamente e perdutamente. Si avvicinò furtivamente tra i cespugli che adornavano il fiume, ma la giovine accorgendosi dell’intruso, con un tuffo nelle acque si dileguò, lasciando Apollo amareggiato e avvinto da profonda tristezza. Quest’evento procurò ad Apollo una forte palpitazione che lo fece svegliare di soprassalto. Si adirò fortemente Apollo, che redarguì a malo modo la musa, ricordandole che i sogni che gli procacciava dovevano essere sempre piacevoli e dovevano avere un esito felice e gioioso. Rimase, infatti, innamorato di quella giovine conosciuta nel sogno ma anche molto amareggiato.

    Euterpe, suonava il flauto, e stravolgeva l’animo di Apollo, lo incantava, lo ammaliava con il ritmo prodotto dalla sua musica. Emetteva note melodiose quello strumento ricavato da una semplice canna che, prima di essere tagliata, rigogliosa si alzava flessibile verso il cielo ai margini del rivolo, che scorreva silenzioso tra i rovi di succulente e saporite more. Le ritmiche note emesse dal flauto arrivavano all’orecchio di Apollo che entrava in estasi, e inducevano, nel contempo, come per incanto, spontaneamente, alle membra della musa Tersìcore, movimenti sinuosi, lenti, armonici che fendevano l’aria che così sospinta produceva una piacevole brezza. Il tenue venticello prodotto investiva l’erba del prato su cui si librava leggera sciolta agile la danzatrice, e le irsute tenere foglioline sottili ora si piegavano, ora si drizzavano, ora flettevano, ora oscillavano, ora vibravano armonicamente con ella creando sul terreno delle fugaci figure.

    Ma non solo gioia e felicità voleva provare Apollo. Egli voleva sentire anche dolore e percepire tristezza e, per questo, Melpòmene, lo angosciava con le tristi e tormentose tragedie di Eschilo, tra cui quella di Prometeo incatenato. Raccontava, la musa ad Apollo, della sfida che Prometeo aveva intrapreso con Zeus per donare il fuoco agli uomini selvaggi, ignudi, miseri, malati, afflitti, depressi, diseredati. Era stato punito per questo Prometeo. Incatenato ad una roccia, infatti, era rimasto con il petto sanguinante, il titano che, comunque, era soddisfatto e orgoglioso per aver recato col fuoco ai mortali tutte le arti e con esse gioia e felicità. Per la sua tenacia e perseveranza, la rupe cui fu incatenato sprofondò in una voragine, ma Prometeo resistette all’evento franoso; resistette il titano anche all’aquila inviata da Zeus a scavargli la carne, a strappargli a brani il fegato, a rodergli le viscere. Povero titano che, per la grande generosità mostrata e per quella sua immane resistenza aveva sconfitto il grande Zeus, era diventato immortale! Soltanto alla madre Gea, infatti, ubbidì il nobile gigante, il cui corpo alla fine rimase intrappolato nella dura, ruvida e fredda roccia ma la sua anima si librò libera e imperitura nell’empireo.
    Melpòmene gli narrava con grande partecipazione e profondo pathos anche le tragedie del gaudente Sofocle, o quelle di Euripide.

    Dopo aver provato tanta sofferenza nell’ascoltare quelle tristi e deprimenti tragedie, c’era Talìa che rallegrava Apollo con il racconto delle commedie, allietandolo con le satire pungenti e divertenti di Aristofane.

    Durante le stellate notti d’estate, Apollo veniva edotto dalla musa Urania sulla genesi dell’universo che, per potere e volere divino, fu foggiato dal Kaos, il disordine primordiale; la musa al tempo stesso lo guidava nell’apprendimento di tutto il sapere con la poesia didascalica di Esiodo. Il Dio Supremo - raccontava Urania - aveva disposto ordinatamente nel cielo, il fulgido sole, la incantevole e romantica luna, le affascinanti comete, le misteriose stelle cadenti, i pianeti e tutte le costellazioni, e anche la via Lattea, che trasmettevano, nell’animo di Apollo, incanto, mistero, fascino e, al tempo stesso, curiosità e desiderio di sapere.

    Polinnìa, infine, senza essere da meno delle altre Muse, con i suoi inni religiosi esaltava Dioniso, mitico dio, che aveva prodotto nella notte dei tempi semplicemente il vino dall’uva, ed aveva insegnato all’uomo la tecnica di vinificare il quale, bevendo quel pastoso liquido purpureo, ne traeva gioia e felicità ed entusiamo, acquisiva espansività, si liberava l’istinto dalle inibizioni e dai complessi, si liberava dal tormento, dall’angoscia, dal dispiacere, dal dolore.

    Un giorno, Apollo, ascoltando come era solito la musica della deliziosa Euterpe, passeggiava felice e spensierato nel bosco. Inebriato da quelle note meravigliose che effondevano tra gli alberi del bosco e che echeggiavano nella profonda vallata, stordito, estasiato, inebriato, si accorse ad un certo punto di essersi stranamente smarrito. Salì su un’altura da cui si scorgeva tutta la vallata, per orientarsi; guardando attorno si accorse di un tempio, di un piccolo tempio consacrato ad Artemide, la dea della caccia,. Fino a quel momento ad Apollo era sconosciuta l’esistenza di quel tempio e incuriosito vi si avvicinò, attraverso il pronao entrò nella cella dove scorse una bellissima sacerdotessa che, inginocchiata, vegliava sulla dea e pregava. Apollo l’osservò attentamente, era candida, dolce, incantevole solo a vederla, emanava luce propria da tutto il suo corpo. Si accorse guardando attentamente che il volto della fanciulla non gli era nuovo. Lo aveva visto da qualche parte ma non si ricordava dove.
    - L’ho vista! Io la conosco! Il suo volto non mi è nuovo! Forse assomiglia a qualche musa, quella fanciulla? A Talia o ad Urania? – pensò Apollo.
    Era convinto di averla già vista da qualche parte. Dopo un attimo di riflessione, gli sovvenne in mente quell’angoscioso sogno che gli aveva fatto fare, qualche giorno prima, la musa Erato. Apollo si ricordò di quella fanciulla che, in sogno, bagnava le sue candide e nude membra nelle fresche e limpide acque del fiume e, in cuor suo, improvvisamente si ripristinò come per incanto, quel tale desiderio amoroso che col risveglio dal sonno era svanito nel nulla, lasciandogli in corpo una grande amarezza inconsueta. Nel vedere quella leggiadra graziosa fanciulla, ancora una volta, semplicemente il suo cuore venne sconvolto, anche i suoi sentimenti, che prima erano votati all’arte, alla poesia, alla musica, alla natura, al teatro, ai racconti, furono stravolti improvvisamente. La mente di Apollo fu come offuscata, un incitamento impulsivo, che non potette controllare, lo indusse subitamente all’amore per quella fanciulla, inspiegabilmente, inesorabilmente. Guardava colei che per la seconda volta aveva scavato e aperto un varco profondissimo nel suo cuore. Si dette un pizzico sulle gote fino a farsi male per capire se, quello che stava vedendo e provando, fosse ancora un sogno o fosse realtà.
    Si avvicinò dunque a quell’avvenente ninfa cui, aiutato dai versi e dalla musica che aveva imparato dalle sue Muse, trasferiva dolci parole:
    - Salve, o dolce fanciulla! – Esclamò Apollo. E la fanciulla si voltò di scatto, sorpresa da quella voce e turbata da quell’inaspettata domanda.
    - Chi sei tu, o graziosa giovinetta, che vivi in quest’oasi di pace, in questo tempio votato all’eccelsa Artemide? E’ lecito sapere il tuo nome? - Continuò con voce gentile Apollo.
    - Mi chiamo Dafne, mi sono donata con l’anima e con il corpo alla dea Artemide, che adoro più di me stessa, perché ella mi ha dato la libertà, ha fatto nascere in me l’amore per la natura e per tutte le cose belle che la natura genera ed offre; io amo la pace e la tranquillità – rispose con voce tremolante, forse un po’ impaurita, la fanciulla che concluse aggiungendo:
    - Chi sei tu, straniero, che chiedi il nome mio? – Chiese Dafne.
    - O dolce Dafne, il mio nome è Apollo, non sono uno straniero, vivo già da molti lustri in quest’immensa e bellissima vallata, e mi rammarico di non aver saputo prima della tua presenza tra questi luoghi ameni, - precisò repentinamente.
    - Anch’io amo la natura, la caccia, la verdeggiante selva che ricopre come un vellutato manto questo magnifico monte e mi diletto ad ascoltare musica e osservare il linguaggio movimentato della danza, godo nel sentire recitare versi poetici, che incantano tanto il mio cuore. Desidero conoscere le storie belle e brutte degli uomini, e voglio conoscere i segreti e i misteri che avvolgono tutti gli esseri umani. Amo soprattutto l’amore, il sentimento più sublime che l’uomo possegga, perché mi fa volare con la mente, leggero e leggiadro, libero nel mondo dei sogni e dei buoni prefiggimenti, - aggiunse Apollo che continuò, - vivo con nove fanciulle, le Muse, che mi allietano ogni giorno per tutto il giorno, mi trasmettono sensazioni eccelse e divine, sono tutte bellissime, ma nessuna di loro riesce ad eguagliare la tua bellezza, o Dafne. Una di loro, Erato, mi fa addormentare e mi fa sognare. Erato un bel dì mi ha fatto fare un sogno che allora ho considerato brutto e per questo l’ho rimproverata a malo modo, ma adesso devo ravvedermi perché nel sogno c’eri tu, o Dafne, che sei la fanciulla più bella che finora mi sia capitata. Io ho visto in sogno il tuo splendido viso, ho osservato il tuo corpo in tutta la sua eccelsa magnificenza mentre lo bagnavi nelle leggiadre fresche acque correnti di un rivolo. Io già ti conoscevo, senza averti incontrata mai.  Io, ora devo dire grazie a quel sogno, ti desideravo prima di conoscerti, il mio cuore già ardeva per te di passione. Ed oggi, l’averti ritrovata così per caso ha concesso un po’ di conforto al mio cuore che bramava di vederti e di toccarti.
    - O Apollo, ti sono grata del complimento che mi fai, ma la mia bellezza proviene dalla devozione che ho per Artemide. Ella mi mantiene pura, casta ed immacolata, - rispose emozionata Dafne.
    - Io prego, ogni giorno, la grande Artemide perché tramite ella io possa trasmettere agli uomini l’amore tra di loro al fine di debellare l’odio, e di apprezzare e rispettare la natura. Io amo Artemide più di ogni altra cosa al mondo e non posso amare nessun altro, - concluse, con voce tremebonda, la giovane che mentre parlava si allontanava accomiatandosi nella sua stanza.
    Dafne aveva giurato di rimanere devota alla dea per tutta la sua vita, cercava di non sentire, o forse non comprendeva, ciò che il cuor in quel momento le comandava. Non poteva innamorarsi, anche se quel tremolio vocale le aveva fatto presagire inconsciamente che il suo animo esprimeva un sentimento amoroso per quel biondo giovane brillante, leggiadro, caloroso, passionale, bello, che si era presentato dinnanzi a lei. Era la prima volta, comunque, che a lei si presentava un fatto del genere. Dafne ingenuamente non capiva da cosa derivasse quel brivido strano che le percorreva tutto il corpo, subitaneamente al cospetto di Apollo. Ella aveva giurato castità alla dea della caccia e non poteva tradirla. Eros, tuttavia, le aveva sconquassato il cuore per fare un dispetto ad Apollo, ma il dispetto lo aveva fatto anche a lei che non c’entrava niente. E Dafne non era ancora in grado di percepire il significato di cotanto scombussolamento che le aveva tolto la serenità e la tranquillità possedute fino a quel momento. Dafne pregò Artemide per questo, ma non ebbe alcun sollievo.
    Apollo rimasto solo andò via, quella volta, ma il suo intento era di ritornare in quel tempio per godere almeno della vista della leggiadra giovane che lo ammaliava, lo affascinava, lo rendeva inerme, gli annullava la volontà, gli scioglieva le membra.
    Si sdraiò sul letto costruito su un grosso ramo del solito platano, e non volle quella volta la compagnia delle Muse, perché voleva, senza alcuna distrazione, pensare intensamente alla sua amata e meditare coi pensieri che gli balenavano nella mente. Apollo dispiaciuto avvilito per la prima volta, depresso come non mai, si addormentò quella sera, mentre il cielo si riempiva lentamente di luccicanti e pulsanti stelle che tremolavano, fisse su un cielo ammantato di un nero mantello in accordo con il tremolio del suo cuore.
    Continuò nei giorni seguenti a visitare il tempio e a dialogare con Dafne trasmettendole le sue effusioni amorose, ma, ormai stanco dei diversi quotidiani tentativi risultati vani, arrivò al punto di chiederle di sposarlo, così e semplicemente. Dafne rimase stordita da tale richiesta ma rifiutò. Apollo insistette. Dafne ebbe ancora un attimo di smarrimento. Forse la vista di Apollo, la sua avvenenza, la sua alterezza, la sua possanza fisica, il suo fascino divino avevano fatto innamorare anche lei. Forse! Fuggì perché non se la sentì di negargli la proposta ancora una volta. Sicuramente quel gesto aveva fatto presagire che l’innamoramento aveva colpito anche lei. L’amore e la devozione, che provava per Artemide, erano così grandi che però non potevano essere intaccati. Non poteva l’innocente fanciulla contemporaneamente amare Artemide e Apollo! Correva leggera Dafne come una lepre che fugge dinnanzi al pericolo del cacciatore. Apollo la inseguì, le corse dietro per tanto tempo finché la raggiunse, le afferrò delicatamente un braccio e la tirò seco. Dafne si arrese voltandosi e cedendosi senza resistenza alcuna. Apollo strinse tra le sue braccia Dafne, e Dafne avvinghiò spontaneamente tra le sue braccia il corpo di Apollo. Si adagiarono e stesero le loro membra per terra su un cumulo di paglia secca sotto un possente platano vigoroso. Apollo avvicinò il suo petto al seno prosperoso di Dafne e i due cuori palpitarono assieme. Era bellissimo per Dafne e per Apollo provare quelle incomprensibili sensazioni che erano sensazioni d’amore. Dafne non aveva più volontà di decidere. La devozione per Artemide era come se non ci fosse più nella sua mente. Il suo modo di vivere era stato stravolto, alterato, sconvolto piacevolmente e sgradevolmente al tempo stesso. Le sue membra si sciolsero nel corpo di Apollo come lo zucchero nell’acqua, in un attimo. Apollo e Dafne divennero una cosa unica, un unico corpo. Dafne era come addormentata, il suo corpo giaceva intorpidito tra le braccia di Apollo. Era posseduta da Apollo, e Apollo era posseduto da Dafne. Ma un attimo dopo, Dafne si svegliò da quel piacevole torpore, rinsavì, la sua mente già offuscata incominciò a riprendere vigore, a ragionare, ancora la sua castità non era stata compromessa. La mente prese il sopravvento sul cuore. La fanciulla chiamò silenziosamente in aiuto Artèmide ed ebbe la forza di svincolarsi dal desiderio amoroso che l’aveva avvinta ad Apollo, per la prima volta. La sua mente era divisa tra due pensieri: l’amore per Artemide e l’amore per Apollo. Ma non poteva dividersi. Si divincolò e fuggì ancora una volta. Dafne prima era fuggita per sottrarsi alla richiesta fattale da Apollo, ora fuggiva per sottrarsi all’amore di Apollo. Apollo la inseguì un’altra volta, ma per l’ultima volta. Dafne, correndo, si infiltrò dentro un grande cespuglio di odorose piante di alloro, forse per nascondersi. E lì scomparve. Apollo la chiamò, ma inutilmente, la cercò tra quei verdi e rigogliosi virgulti, che nascondevano una stretta e profonda dolina che le piogge acide nel tempo avevano scavato nella bianca roccia calcarea. Dafne era caduta per sempre in quel buco che si trovava là celato da quel cespuglio, sempreverde e odoroso, di alloro. Non un grido, non un lamento, niente che facesse pensare ad una grande tragedia d’amore. Per amore di Artemide, ma anche per amore di Apollo, Dafne era scomparsa, scomparsa per sempre, fuggendo dall’amore e per amore. Ella giaceva ora laggiù in fondo a quella fossa naturale che era diventata la sua tomba, adombrata da quel grande cespuglio di alloro. Apollo, vide quella dolina, ma non si rese conto che Dafne fosse caduta là. La cercò invano. Era scomparsa nel nulla, la fanciulla si era dileguata nell’aria come acqua al sole. La chiamò ripetutamente: Dafne! Dafne! Dafne, amore mio, dove sei? Dafne, tesoro grande, ritorna da me! – Ma il suo richiamo fu inutile. Pianse tanto, era la prima volta che piangeva, il forte e vigoroso Apollo. Era disperato per aver perduto il suo unico grande primo e ultimo amore. L’aveva persa prima nel sogno, ora l’aveva persa per sempre. In Dafne Apollo aveva trovato la sintesi delle sue nove Muse, aveva scoperto il mescolamento armonioso della poesia con la musica, aveva ritrovato la miscellanea di tutte le arti che lui aveva amato e che aveva apprezzato sempre, e che avrebbe continuato a prediligere. Nella sola Dafne aveva trovato fuse insieme le diverse virtù delle sue nove adorate fanciulle. Rimase ad aspettarla per diversi giorni e diverse notti, dimenticandosi di ciò che faceva e di ciò che lo aveva dilettato sempre, almeno sino allora. Disperato, sconsolato, con monotono lamento mentre diceva: - Amore, amore mio, presto te n’andasti, in un tempo pari ad un batter d’ali volasti via dal mio cuore, nella tristezza mi lasciasti, nella completa disperazione mi abbandonasti, - prese alcuni teneri rami lunghi di alloro, li intrecciò con le sue mani tremanti, piegò la treccia facendone una corona che pose sulla sua testa a ricordo perenne della sua amata. E fece questo per ricordarsi anche che quello che gli era capitato non era un sogno, ma era una crudele e disumana realtà. Non gli rimase altro che ritornare a vivere come prima, ma per sempre con il rimpianto di Dafne nel cuore.

  • 14 ottobre 2012 alle ore 2:11
    Short: Half Asleep / Corto: Dormiveglia
    Intro: A figment of my imagination... Un parto della mia immaginazione...
    Come comincia: Last night, just before sleeping, I was sensing him. He was sleepy and I was curled into his arms, my back against his stomach, when he whispered in my ear: "Do you think there's something down or up there?"
    All I could manage was a muffled 'mmmmmh?' before he explained: "Something like heaven or hell".
    I slowly turned around, my eyes were fully awake and staring into the spot where his were supposed to be. "I think we die to be reincarnated." I said, and so he asked: "Like in some kind of animal too?"
    "No", I went on "I think like in some other person, a new one".
    He considered this for a moment: "But we can't remember our past lives, can we?" so I answered: "No, unless this is our first one."
    He looked at me for some time before asking: "But you don't think this is your first one, do you?"
    I shook my head with another 'mmmmhm mmmmhmmm' and he went on "So, when you will be given this chance of another life again, how would you like it to be?"
    I thought it over and then said: "I guess I would like a perfect body with a smoother and better skin", laughing I went on "No... seriously? I'd love a life where some of my dreams would come true, not all of them and not the trivial ones, but the ones that count, you know? Those that really count..."
    After staring at me for a moment that lasted forever he went: "What? Being rich? Living in London? Or Dublin?"
    That was when I truly looked for his eyes and it seemed to me I could really see them. So, while melancholy sliced my heart up and simply said: "No, just... you."

    TRADUZIONE:
    L'altra sera, un attimo prima di andare a dormire, l'ho sentito. Era assonnato e io raggomitolata nelle sue braccia, la mia schiena contro la sua pancia, quando mi ha bisbigliato all'orecchio: "Pensi che ci sia qualcosa laggiù o lassù?"
    Tutto quello che sono riuscita a dire era un  'mmmmmh?' soffocato prima che lui si spiegasse: "Qualcosa come il paradiso o l'inferno".
    Mi sono girata lentamente, i miei occhi erano completamente svegli e fissavano il punto dove i suoi avrebbero dovuto essere. "Penso che muoriamo per reincarnarci." ho detto e così lui mi ha chiesto: "Come anche in qualche tipo di animale?"
    "No", ho continuato "Penso in qualche altra persona, una nuova".
    Ha riflettuto per un momento: "Ma non ci ricordiamo delle nostre vite passate, vero?" allora ho risposto: "No, a meno che questa non sia la nostra prima."
    Mi ha guardato per un po' prima di chiedermi: "Ma tu non pensi che questa sia la nostra prima, vero?"
    Ho scosso la testa con un altro 'mmmmhm mmmmhmmm' e lui ha continuato "Allora, quando ti sarà data questa possibilità di un'altra vita, come vorresti che fosse?"
    Dopo averci riflettuto sopra gli ho risposto: "Penso che vorrei un corpo perfetto con una pelle più liscia e bella", ridendo ho continuato "No... seriamente? Mi piacerebbe una vita nella quale qualcuno tra i miei sogni diventasse realtà, non tutti e non quelli banali, ma quelli che contano, sai? Quelli che contano veramente..."
    Mi ha fissato per un momento che sembrava durare per sempre prima di chiedermi: "Quale? Essere ricca? Vivere a Londra? O a Dublino?"
    In quel momento ho cercato veramente i suoi occhi e mi è proprio sembrato di vederli. Allora, mentre la malinconia mi affettava il cuore ho risposto semplicemente: "No, solo... tu."

  • Come comincia: La nonna amava alzarsi all’alba. E preparare il caffè. Dentro una caffettiera strana. Napoletana mi pare la chiamasse. Non usava il fornello ma faceva bollire l’acqua tra la brace e la cenere del camino, dopo avere acceso un fuoco bello che rischiarava la piccola cucina rosata e le dava…. atmosfera. Mi piaceva assistere a quei riti mattinieri e le rare volte che mi era concesso di alzarmi  con lei diventavano per me occasioni importanti. Mi affascinava il buio fuori dalla finestra, il rumore del vento che spazzava il grande stradone, il freddo intenso che viveva dentro un suo silenzio profondo. Uguale in tutto per tutto a quello di lei. In quegli attimi laboriosi la nonna, infatti, non parlava mai. Trafficava muta, immersa in privati pensieri, con indosso la solita camicia bianca e la gonna lunga. I capelli pure lunghi raccolti a crocchia, lo sguardo vecchio ma bello, quello strano segno sulla fronte a memoria di una caduta di bambina. Osservarla andare e venire mi dava sicurezza, la sua saggezza, innata, mi regalava conforto. Sapevo che in sua presenza non avrei avuto nulla da temere. Anche per questo, un giorno, feci il diavolo a quattro per accompagnarla a portare le capre dal pastore che le avrebbe condotte al pascolo. Che lei non si era mai opposta a quella mia richiesta ma per riuscire nell’intento occorreva il consenso altrui. E poi un mattino presto di primo autunno, imbaccuccata a dovere, la mia mano piccola nella sua più grande, misi dietro alle bestie festose. Ricordo il mio respiro che si condensava nell’aria ghiacciata a formare nuvole trasparenti destinate a perdersi nell’istante. Ricordo la strada vuotata e il rumore diminuito dei nostri passi affrettati. Ricordo lucette vaghe in lontananza oltre quelle più rassicuranti dei grandi lampioni aggrappati a lunghi pali di legno piantati a distanze uguali. Ricordo l’arrivo nel luogo convenuto e la nebbia improvvisa. E poi il viso di un uomo fatto, vissuto, temprato dal tempo, spuntare diffidente dalla cappa umidiccia con lo sguardo fisso su di me. Ebbi paura, strinsi più forte la mano di lei e decisi che non era avventura da ripetersi. Mi mancava la tempra! “Mani troppo piccole” criticava spesso la zia, guardando le mie. “Non servono a niente!”. E a suo modo quel commento sineddico era una sentenza: per qualche ragione, io, a quel mondo non vi appartenevo pienamente. Ero… differente. La nonna invece non si perdeva mai in simili chiacchiere oziose. Riteneva che la vita occorresse viverla con altri strumenti e alla di lei madre, venerata, incensata, adorata, idealizzata nel ricordo, rimproverava soltanto di non averla mandata a scuola. E quando mi raccontava di simili faccende coglievo nel suo discorso l’invito implicito a guardare oltre un mondo che lei non avrebbe potuto lasciare. Che lei non avrebbe voluto lasciare. Mai! Neppure io. Allora! Perché quel mondo era bello. Si reggeva – l’ho capito poi – dentro dinamiche fragili ma viveva di una consistenza interna straordinaria e di una bellezza epidermica che lasciava senza fiato. Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, ogni mese, ogni anno nascevano segnati da un profumo, da un colore, da un valore diverso che sapeva crescere nel ricordo. Novembre, per dirne una, era il tempo delle castagne. Andare a raccogliere quei frutti gustosi, opportunamente protetti da madre natura dentro cappotti verdastri, spinosi, resistenti, diventava un’avventura in sé. Diventavano momento importante le chiacchiere, le risate, sotto quegli alberi possenti. Bellissimi. Diventavano infine avvenimenti da scolpire nella nostra memoria giovane le infinite serate trascorse intorno al camino, trascorse a nutrire di frasche secche il fuoco svelto necessario per cuocere le castagne dentro la grande padella bucata. E mentre le frasche morivano inghiottite da lingue di fuoco rossaste e sempre più alte, producendo rumori simili a disperate preghiere di anime dannate, spesso e volentieri nella grande cucina rosata echeggiava soltanto la voce di lei che nel nostro silenzio perfetto raccontava le sue storie. Che raccontare storie, favole, momenti, ricordi di un mitizzato passato le riusciva come nient’altro e per quelle storie chiedeva rispetto. Che – pure questo l’ho capito poi – a modo loro tali racconti, tali favole di una Sardegna che era stata, riproposte all’infinito, parlavano di tutto. E di niente. Erano strato epidermico amorevolmente costruito, erano abito leggiadro intessuto per dare decoro ad un mondo altrimenti nudo, ad un mondo che non aveva troppa coscienza delle sue possibilità. Anche solo per potersi raccontare. Ad un mondo che per fato e destino aveva scelto di vivere-soltanto, senza farsi troppe domande. Ad un mondo che non aveva il tempo di fermarsi. Ad interrogarsi. Ad un mondo che lottava nel silenzio per proteggere la sua identità alla stregua degli scostanti cinghiali che infestavano le foreste intorno, restii a farsi addomesticare. E che protetto dall’ombra benigna e ad un tempo immutabile della Grande Montagna, esisteva determinato a spirare con dignità. A farsi apprezzare nel ricordo, a farsi rimpiangere in ogni istante e in ogni momento futuro, come un tesoro di valore perduto ma capace di creare l’illusione di essere semplicemente… nascosto. Dentro quell’ideale cestino di preziosi brilla come diamante favoloso il ricordo di lei, della sua figura bella, della sua accorta saggezza, del suo viso strano, dei suoi modi pacati, dei suoi racconti vissuti che illuminano come luce sfolgorante ogni giorno della mia vita.

  • 12 ottobre 2012 alle ore 21:24
    Dialogo n. 5. Punti di vista.
    Come comincia:  
    E’ già in ritardo, dico con convinzione alla signora accanto a me mentre ambedue continuiamo a stazionare sulla panchina presso la fermata del bus cittadino. Lei annuisce, io osservo la strada nell’attesa di veder arrivare quel mezzo pubblico. Sto fermo, impassibile: devo restare in silenzio, mi dico, non posso sempre lasciarmi sfuggire i pensieri con chiunque sia nelle mie vicinanze. La signora, subito dopo, dice come tra sé che lei non ha fretta, e che la giornata peraltro le sembra deliziosa, degna di essere goduta all’aria aperta. Spende un’occhiata verso di me, presumibilmente per vedere come reagisco: io avrei molte cose da dire a riguardo, ma resto in silenzio, mi costringo a non formulare nessuna parola, zitto, quasi senza pensare.
    Il bus non arriva, mi spazientisco, non ho alcuna fretta particolare, ma attendere mi pare un’attività tra le più odiose possibili, anche se cerco di resistere, e così continuo a rimanere immobile, nascondendo in quel modo il mio vero stato d’animo. Però non si può ridurre tutto ai propri gusti e comportamenti, dico alla signora, lasciandole intendere che il ritardo del bus è un fatto oggettivo, oltre la bella giornata e la voglia di starsene su quella panchina. Passa un attimo di silenzio completo, in cui mi pento profondamente di avere di nuovo parlato. Poi la signora insiste: si possono prendere in molte maniere, le piccole avversità di ogni giorno.
    Guardo il mio orologio da polso, mi muovo, sbuffo, ormai sono in aperta conflittualità con la signora, che sicuramente mi giudica un impaziente, una persona che non sa dominare gli istinti. Ho un appuntamento, le dico; ogni minuto perso per me risulta importante. Questo non cambierà assolutamente le cose, fa lei. Certo, fo io, ma almeno potrò lamentarmi di qualcosa che non funziona in questa città. Mi rendo conto improvvisamente che le ultime parole le ho pronunciate con voce leggermente alterata, appena più del necessario, così adesso mi sento dispiaciuto di aver mostrato il peggio di me a quella signora.
    Mi muovo ancora con nervosismo, vorrei tanto che giungesse qualcuno ad attendere il bus insieme a noi, ma anche questo è un elemento da cui proprio non sono confortato. Con le belle giornate, si va a passeggiare ai giardini, dico con calma, così si dimentica il passare del tempo ed il resto. Lei non ribatte, gioca sul silenzio perfetto, sulla sua indubbia capacità di sopportare ogni cosa, perfino la mia presenza. Va bene, dico alla fine, lei ha ragione, fa male addirittura all’organismo prendersela troppo per cose del genere. Però vorrà ammettere che tutto questo ritardo non è assolutamente ammissibile?
    La signora resta in silenzio; io vorrei scomparire di colpo dal tratto di strada, anzi, penso per un attimo che addirittura potrei avviarmi a piedi nella direzione verso cui devo andare, ma subito rinuncio, sarebbe un darsi dello stupido e basta. La signora neppure mi guarda, finge che io non ci sia, che non abbia detto un bel niente. Mi sento sull’orlo dell’odio verso questa persona, vorrei strangolarla, stringerle la gola fino al punto di farle confessare che è una vera inciviltà un ritardo del genere. Poi arriva il bus, esprimo espressioni vistose di apprezzamento, mi alzo e mi preparo a salire ancora prima che il mezzo sia giunto alla fermata, scalpito quasi per evitare di far perdere tempo all’autista. Poi salgo, timbro il biglietto, mi siedo, e immediatamente mi accorgo che la signora di prima non si è neppure spostata dalla fermata. Il mezzo riparte: mi sento assolutamente confuso, e la mia giornata ormai appare irrevocabilmente già compromessa.

  • 12 ottobre 2012 alle ore 14:49
    Santo da taschino
    Come comincia: Le ore eran  sospese come se qualcuno avesse cancellato il tempo. Con uno schiocco di dita.
    La sera prima aveva incrociato le gambe, pregando in sanscrito alla legge universale, respirando la calma delle stelle  che le avevano  suggerito questo "non sei altro che , un tenero filo d'erba mosso dal vento".
    E il giorno seguente  camminò molto, solitaria, con l'agitazione consapevole che avrebbe incontrato risposte. Forse non ordinate, non programmate o appositamente studiate. Ma incontrò risposte intense.

    "Che bella collana" le disse la vecchina col cappello e due trecce infantili legate con lo spago.

    "Sono sempre attratta dalle cose belle"

    Deambulò malamente per qualche metro, poi si sedette accanto alla ragazza che attendeva . 

    Le campane della chiesa vicina, Suonavano a festa. E fu uno stupore grandissimo ascoltarle, pensava la ragazza, poiché il vento principava a seguire la melodia come accordi d'un'orchestra misteriosa, che arrivavano fino alle labbra della vecchia signora.

    "Ti regalo queste parole, che tempo fa ho inviato oltre oceano affinché il messaggio arrivasse a tutti;  fai lo stesso con qualcuno a te vicino, che ha perso qualcosa..."
    Le passava il testimone, salutandola e ringraziandola come si fa in oriente. Con le mani congiunte, in una sorta di inchino e più che reverenziale, s'ascriveva come atto gentile, di comprensione e accettazione d'una conversazione, che la mente relegava all'irrazionale.

    Ma tutto era al proprio posto, gli elementi sparpagliati trovavano il loro incastro .
    Nell'abitudine poi di veder cambiare in ogni momento stato, cose e persone, la ragazza che attendeva ebbe la consapevolezza che il volto di quella vecchia signora non sarebbe cambiato , né le sue parole, né il messaggio trasferitole. Poiché l'armonia, con delle cuoia invisibili, riportava al centro, dall'esterno, il significato intrinseco di ogni cosa .

  • 11 ottobre 2012 alle ore 12:09
    Il bosco piccolo, piccolo
    Intro: siete pronti? e allora andiamo...Vi porto a fare un giro...dove?...scopritelo...ed è solo la prima tappa...dimenticavo: il pennello lo porto io...è quello magico!
    Come comincia: Si, vabbè potevi anche atterrare meglio, siamo finiti in acqua, nell’unica pozza di tutto il bosco: questa è la cosa che ho pensato in prima battuta, ma poi le cose si sono rivelate ben diverse da come potevano sembrare.
    Tento di asciugarmi, ma non c’è verso, devo togliermi i vestiti e lasciarli asciugare, fa molto caldo.
    Mi siedo ed appoggio la schiena ad un albero: mi addormento dopo pochi minuti.
    Al mio risveglio il sole sta ormai tramontando e decido quindi di prendere la torcia dallo zaino e rivestirmi.
    Ma cos’è successo?
    I miei vestiti si sono ristretti: no, non è a causa dell’acqua, sono proprio delle dimensioni di una mano!
    E adesso?
    Realizzo che qualcosa di strano è successo, e capisco che in realtà la pozza dove eravamo atterrati era un lago, rimpicciolitosi pure quello, chissà per quale strano incantesimo.
    “Pssss…ehi..”
    “chi è ?”
    “sono io, eri appoggiato su di me fino a poco fa e russavi pure”
    Bene, a questo punto dopo l’uccello, parla anche l’albero, e dire che sino ad ora non mi ero accorto di nulla, di tutte queste meraviglie, e come me, credo anche molti di quelli che mi stanno leggendo.
    Ma andiamo con ordine.
    Come mai ero l’unico di dimensioni normali in un bosco piccolissimo, nel quale a malapena riuscivo ad entrare e con un unico albero bello grande, diciamo normale, però parlante?
    “ ti spiego mio caro terrestre, questa è l’isola delle visioni distorte, qui prima o poi ci finisce ogni uomo, dopo aver giudicato, sbagliato, insomma dopo essersi comportato scorrettamente con un suo simile, a causa dei pregiudizi”
    Continuo ad ascoltare, interessatissimo…
    Qui puoi comprendere o insistere nelle tue sciocche ragioni: in quest’ultimo caso vengono distorte anche le tue dimensioni oltre che ai tuoi vestiti
    Io ero ancora bello grande, forse avevo capito?
    “credo che a te bastino i vestiti rimpiccioliti, dovresti aver compreso, prendili pure per ricordo”
    “ma come faccio a ripartire?”
    “in mutande! Il bosco è solo una piccolissima parte, tutta l’isola per un gigante come te si attraversa in 10 minuti…se vuoi fare un giro turistico, magari trovi un paio di pantaloni”
    Non ho volgia di scherzare, però l’albero aveva ragione meglio andare ed apprezzare
    guardo l’albero…lui capisce…sorride…come dite? Gli alberi non sorridono, credetemi questo sorrise e mi permise così di riprendere il volo…alla ricerca di altri vestiti.

    (da "il pennello magico" © 2012 - gianpacco)

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