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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:53
    LA NOTTE

    Come comincia: ...Ero seduto li al tavolo forse da sei o sette ore, la notte era passata, e lo si capiva dal rumore esterno.
    Si iniziava a sentire il cinguettio degli uccelli e più macchine passare assonnate sotto la mia finestra.
    L'aria in casa era mista a nebbia,era il fumo che restava sospeso a mezz'aria come a creare un ambiente da romanzo bukowskiano,la luce era poca.
    Li sul tavolo bottiglie di birra vuote e cenere tutto intorno, i fogli accartocciati e come gomitoli sul pavimento.
    La testa mi frullava idee e pensieri e la compagna penna trascriveva stanca sulle righe marcate.
    Stappai un'altra tennent's e accesi l'ennesima paglia,accartocciai il foglio e aggiornai i gomitoli di carta sul pavimento.
    Non riuscivo a scrivere nulla,non ci ero riuscito per tutta la notte,li sul tavolo lo sclero era misto a ubriachezza, trasudava rabbia e delusione in quella stanza.
    De Andrè, l'amico fragile cercava cantando in sottofondo di addolcirmi il cuore,ma quella notte devo ammettere che non riuscii nel suo intento,la rabbia e il rancore avevano preso il sopravvento.........

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:51
    -IL SOGNO-

    Come comincia: Feci un sogno pazzo quella notte, sognai qualcosa di assurdo, magico, ma nel contempo reale, davvero molto reale.
    Ero seduto su una poltrona, una di quelle stile antico, quelle con intarsi ovunque e con spalliera e seduta soffice e comoda, completamente rivestita di un fantastico velluto porpora.
    La scrivania era enorme e non da meno in quanto a bellezza, faceva anche lei la sua porca figura.
    La macchina da scrivere spiccava luccicante di un nero abbagliante e il bianco delle lettere sui tasti dava alla stanza una luce particolare, tutto intorno,sulla scrivania, fogli bianchi da riempire.
    La stanza era lunghissima, aveva una profondità notevole,da un lato una serie di finestre grandissime una di fianco all'altra; io, la poltrona e la scrivania invece eravamo li in fondo, alla fine della stanza e difronte a noi, ma molto distante, la porta d'ingresso chiusa.
    Il pavimento era qualcosa di meraviglioso ed i mattoni antichi davano un tocco di eleganza al tutto.
    Scrivevo, scrivevo e il tempo sembrava non esistere nel sogno, mi vedevo li seduto a scrivere senza mai alzare la testa dal foglio, tutto intorno si sentiva una musica che allietava l'ambiente.
    Continuavo ad osservarmi, come se quello seduto a scrivere non fossi io, ero sempre li a scrivere con la testa piegata sul foglio che quasi non si riuscivano a vedere gli occhi, ma allo stesso tempo non ero stranito dal fatto di sapermi sdoppiato, era tutto normale, era un sogno si, ma era davvero tutto fottutamente reale.
    Mentre continuavo ad osservarmi, l'io che era seduto finalmente alzò il capo e iniziò a guardare verso il centro della grande stanza, nello stesso momento dai fogli iniziarono ad uscire figure prima poco riconoscibili e poi pian piano focalizzai che erano vari personaggi del racconto a cui stavo lavorando.
    Erano tanti nella stanza e danzavano tra il me che guardava e il me seduto alla scrivania, danzavano e parlavano tra loro come fossero reali, a suon di musica si spostavano chi piano chi velocemente per la stanza, quasi a mezz'aria, erano usciti dal racconto per prendere vita.
    Tutto quello era bellissimo, era molto rilassante vivere quella situazione, i due io continuavano a guardare quella danza senza proferir parola.
    Quando mi svegliai mi accorsi di essere ancora seduto al tavolo con la penna in mano, mi ero addormentato mentre scrivevo.
    Devo dire la verità, l'essermi svegliato e l'aver scoperto che si trattava solo di un sogno, mi lasciò l'amaro in bocca, un senso di tristezza che durò vari giorni.
    Speravo di poter rivivere quella esperienza fantastica.

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:49
    -LOW BATTERY-

    Come comincia: ..La stronza era andata via da casa, portandosi via anche la mia serenità, preso dalla rabbia, a metà di " Se ti tagliassero a pezzetti" mi alzai sbattendo violentemente la sedia sul muro, presi a casaccio alcuni scritti che avevo sulla scrivania e come un automa corsi in bagno e li gettai nella vasca, andai in cucina e presi l'alcool da sotto il lavandino, l'accendino dal tavolo e tornai in bagno.
    Ero seduto sul bordo della vasca con l'alcool nella mano sinistra e l'accendino nella destra, l'omino buono mi diceva di smetterla, di non farlo, non avrei fatto che torto a me stesso, di lasciar perdere.
    I miei manoscritti erano parte di me, non di lei.
    L'omino cattivo ribatteva incitandomi a bruciare tutto, come un vero ultras mi diceva che dovevo farlo, dovevo cancellare tutto ciò che avevo creato sino a quel momento, perché era solo merda e la merda di solito porta altra merda, quindi dovevo assolutamente farlo. Dovevo bruciare tutto.
    Lo feci, riempii la vasca di alcool, le pagine bianche iniziarono a prendere un colore rossastro, e tutto quello che sopra era scritto iniziò lentamente a confondersi in macchie nere, avvicinai l'accendino e accesi tutto.
    Il fuoco prese a vivere, la fiamma era di un colore particolare, guardavo impietrito il falò del mio passato, ma nello stesso tempo mi sentivo quasi sollevato, quasi infatti.
    Appena tutto fu cenere lo sconforto arrivò immediato, mi resi conto di aver fatto la cazzata più grande della mia vita, avevo dato fuoco a una parte di me.
    Quello che avevo scritto poteva essere per molti anche feccia, ma era feccia mia, creata da me, avevo fatto davvero una grande e grossa cazzata.
    Bastonato da me stesso tornai in cucina mi sedetti e rullai un po di marocco e accompagnato dalla birra calda rimasta sul tavolo fumai velocemente.
    Mi alzai e spensi la luce,mi recai muto in camera da letto, accesi la luce, vidi troppe cose che mi riportavano a lei, spensi e mi diressi verso il divano, mi stesi e guardai l'ora, erano quasi le sette del mattino.
    Dormii....

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:47
    BIANCHI DA COLORARE

    Come comincia: ...E sul quel barcone eravamo in tanti, troppi, eravamo cuori protesi verso un adriatico nervoso, attaccati tutti, l'un l'altro facendoci forza e coraggio in silenzio.
    E quel barcone per noi era il mezzo con cui poter riabbracciare papà, era il mezzo con cui potevamo affacciarci ai nostri sogni e ai futuri progetti, speranzosi, ma poi non si sapeva bene di cosa.
    Avevo solo sei anni, trascorsi interamente a sognare e amare il mio punto di riferimento, mio padre.
    Avevo solo sei anni, passati sulle sue spalle passeggiando felici a Durazzo o inseguendo quei magnifici colori che aveva la mia cuginetta, lei aveva colori, matite, acquarelli, ed io ne ero affascinata quasi rapita, incantata.
    Poi di colpo, d'un tratto tutto mutò, tutto si trasformò in un rincorrersi in cerca di qualcosa di migliore, di qualcosa di bello, di democratiche speranze. Avevo sei anni, e in sole ventiquattro ore mi ritrovai da che ero seduta sulle sicure spalle di papà, in un barcone pieno di gente,chi spingeva, chi pregava, chi semplicemente guardava l'orizzonte, guardava l'adriatico con occhi assenti e impauriti,ma che avevano però un misto di serenità e commozione.
    Avevo solo sei anni, e mio fratello quattro e mia madre con in braccio il piccolino di famiglia che ne aveva appena sei, ma di mesi.
    Il barcone prese mestamente il largo ed il silenzio si fece assordante,il buio invece sereno
    Questo è solo l'inizio della mia storia...........

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:02
    Mani sconosciute

    Come comincia: Lo sguardo alzato ...il cuore batte a mille ..una goccia scende piano piano dalla fronte sul collo ...fa caldo.Un movimento lento .. stringi la mano..forte forte ..quel pezzo del vestito ..senti un forte dolore nello stomaco, gridi.Le gocce sono ora pioggia ...ti senti inondata .. vuoi scappare ..perché ora il caldo si è trasformato in freddo ... un freddo gelido che ti entra nelle ossa ..nel cuore...nell'anima. Ma la strada è lunga e non c'è nulla per poterti proteggere .E' durato poco quel momento di pace che però ti faceva sentire cosi pesante, cosi confusa ..in attesa ..di tornare alla normalità .Perché niente di tutto ciò era reale ..era tutto senza senso e non era davvero quel che sembrava di essere.Non ti rimane altro che correre, verso quel qualcosa che difficile capirai cosa sarà ..è tutto nella tua testa .Ma corri verso quel che pensi sia libertà, verso quella porta che salverà tutti i tuoi pensieri, quei mostri che ti seguono verso la loro redenzione .. perdere tutto per un po' di pace ..E ti senti come responsabile di tenere chiusi questi mostri...Di tutti quei mostri che ti stano invadendo piano piano i pensieri .. e senti il loro potere ..come una scossa ..ti scorre nelle vene e ti danno l'impressione di essere potente .. immortale .La lasci scorrere senza fare niente perché non porterebbe a nulla ..tu non vuoi quel che non sia tuo...e quei mostri non li vuoi .. non ti appartengono e tu non appartieni a loro ...Cosi che continui a correre ...Intorno a te nebbia, nebbia e pioggia ..ti fermi, non c'è niente, non c'è nessuno..sola ..senti intorno a te le urla .. fa paura ..il tuo respiro diventa pesante..la tosse ..cadi sulle ginocchia ...guardi davanti a te .. nella nebbia si sentono dei passi ..piano piano si avvicinano ..senti una mano sulla spalla ..un'altra sull'altra spalla ...c'è più d'una persona ..ti aiutano ad alzarti e ti senti svenire .. senti tutte quelle mani addosso a te ..ti fanno paura ma non riesci a reagire, non riesci ad aprire gli occhi ...nemmeno quell'oscuro potere nelle vene senti più ... come se tutta questa nebbia te l'avesse succhiato senza nemmeno accorgerti ...Ti senti trasportata ..senti ancora la pioggia fredda cadendo sul tuo corpo come mille aghi che ti pungono la pelle .. ma piano piano ti abitui finché non senti più nulla ... non riesci a parlare ..non riesci a far uscir fuori nessun suono ...Ti lasci trasportare ..verso lo sconosciuto da mani sconosciute ... ti lasci portare verso quel qualcosa ..che magari potrebbe farti compagnia .. e ti chiedi ora ..dov'è la tua testa .. chiudi gli occhi .. e pensi ..pensi a quel sogno che facevi sempre ...alla tua visione di libertà..a quella casa sul lago ...a quel che credevi che sarebbe stata la tua meta, a quel letto caldo ..al camino dentro al quale avresti buttato la legna ..a quell'odore di caldo...E piano piano ... ti senti finalmente a casa ...

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:01
    Riflesso

    Come comincia: Tra me e te ci stava il fumo...Guardavo il fumo per paura che svanisse insieme a te ... cosi che continuavo a fumare ... insaziabile al pensiero che tu rimanessi li.Immobile ,fredda ..come una statua ...Intoccabile ... non ero sicura della tua esistenza .Improbabile la tua esistenza ..cosi perfetta ,cosi ... indescrivibile ...E io ...piccola creatura ... beata di poterti ammirare ..Cosi piccola ,delicata,fragile e superba .ma nello stesso tempo cosi fredda,imponente,forte e violenta ...Contraddittoria ..Lascio spazio alla mia mente di vagare in cerca di poter trovare il modo ...di afferrarti ..di sentirti .La mia realtà richiede la tua presenza ...un bisogno malato che porta avanti un vizio non sano ...Improbabile le mie intenzioni ...Perennemente in attesa di soffocare il mio essere per sostituirlo con il tuo ...Infelice di portare avanti un immagine di te ...una brutta copia di quello che sei...come un falso di Monet...Mi piace

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:00
    Breathe easily ...

    Come comincia: Rabbia ..rabbia che violentemente ti prende, ti possiede .Rabbia per tutto quello che ti circonda..rabbia che ti consuma ..Rabbia per te stessa che non riesci ad andare avanti sulla strada che ti sei scelta ..L'aria pesante , sporca ... tossica .Ti senti pesanti i polmoni ,senti pesanti quei vestiti che ti porti addosso  ...Il peso del tuo corpo è pesante. Vorresti crollare sul pavimento freddo e restare li ...non muoverti ... non lo fare ...Respira, respira profondamente perché è l'unica cosa che non fa rumore . Respira quell'aria che la senti tossica.

     

    Non fa freddo , ma stai gelando ...come se il tuo corpo fosse morto ...un cadavere che cammina ...uno zombie ...Non hai più bisogno di sentire . Sentire è doloroso , sentire ti da brividi ...quella pazza idea di voler sentire ti ha fatto male...più volte.Ti sei arresa e ora vivi senza volere sentire nulla.La tua pelle bianca ... Se potessi rimarresti fredda e immobile come una statua...ma costretta ti muovi ...come ...uno zombie.

     

    Convincerti di vivere , non ci riesci . Perché è cosi difficile ?

     

    Violentemente , estremamente fredda guardi fuori il buio che arriva .... il buio con cui ti sei abituata , come se ti appartenesse ...come fosse una cosa tua .Il buio ti aiuta a nasconderti , ad essere invisibile , a far uscire fuori e negare le tue paure... nel buio ..le tue paure spariscono , diventano una cosa sola con le ombre ...tutte quelle ombre ...Si muovono ...e tu le guardi come se fossero una cosa bella ...lentamente si muovono le ombre ...puoi camminare lentamente in mezzo a loro...di notte ..non possono farti del male ...

     

    Un'altra notte in arrivo ...un'altro giorno passato ...

  • Come comincia: Pensieri scomodi che lasciano scie di amarezza e dolore .Dolore che diventa fisico .Non puoi calmare un dolore essendo allergica agli antidolorifici ...Come non puoi calmare un dolore interiore con qualcosa che non hai...come fossi allergica alla felicità .Disagio interiore ... .Tutto doloroso ..lo senti nelle ossa ,nelle vene ..inonda te stessa con emozioni forti ...incontrollabili. Come una tempesta ..come un tornado ... ti copre di , ti soffoca e per poco non riesci a respirare ...senti il battito del cuore come se fosse talmente forte da farti scoppiare la testa .Vorresti coprirti le orecchie con le mani ma non riesci a muoverti ...ti senti pesante ,tutto è pesante ..l'aria ...E per poco il tempo si ferma ... per te .Guardi scorrere tutto intorno a te, immobile non reagisci e non puoi manco gridare .Come diceva qualcuno ..."Non puoi colmare un abisso con l'aria " ..Come non puoi colmare il vuoto dentro con dolore ...E' angosciante aspettare che ti salvi ..che salvi te stessa dall'inferno provocato dagli altri ... E' angosciante provare e riprovare senza risultati ...E' angosciante vivere cosi .Per chi è nato con il dolore ... è difficile trovare la felicità .E' come cercare di cacciare un raggio di sole per poi rinchiuderlo in una scatola .

  • 21 ottobre 2013 alle ore 10:11
    Amicizia o amore, questo è il dilemma

    Come comincia: Mithra, era un giovane, un bel giovane, alto e altero, dai capelli lunghi dorati, desideroso di vivere. Era molto legato alla vita, soprattutto perché prediligeva il prossimo come se stesso. In altre parole, aveva instaurato un forte legame che gli veniva ricambiato e da questo ricambio egli traeva la linfa vitale necessaria per il suo quotidiano sostentamento. Ricavava, in definitiva, da ciò una carica emotiva eccezionale stimolata ulteriormente dal rispetto reciproco, dalla sincerità viva, dall’attaccamento, dalla simpatia, dall’attrazione e dalla disponibilità del prossimo nei suoi confronti.
    Un bel giorno Mithra, mentre stava percorrendo la strada che quotidianamente lo portava a sfogare questi sentimenti al suo prossimo che, ovviamente, glieli avrebbe ricambiati, incontrò un ragazzo bellissimo, dai capelli ricciuti anch’essi dorati, dalla pelle candida e da un volto che esprimeva armonia, rilassatezza, letizia e serenità al tempo stesso. Egli portava a tracolla un arco e sulle spalle indossava una faretra piena di frecce.
    Mithra si fermò, lo guardò attentamente e gli chiese “Bel giovane, posso farti un elogio che mi viene dall’intimità più profonda?”.
    “Dimmi, non può che farmi piacere” rispose meravigliato da una tale domanda inconsueta il ragazzo.
    “Sei bellissimo, e la tua bellezza esprime ciò che di più bello, di più sublime, si può desiderare, molto di più di quanto io ho cercato finora!” esclamò Mithra.
    “Ti ringrazio, giovane, per l’apprezzamento che mi fai. Mi vuoi dire il tuo nome?” chiese il ragazzo.
    “Mi chiamo Mithra” rispose prontamente il giovane.
    “Non ho mai sentito questo nome!” esclamò meravigliato il ragazzo.
    “Mi chiamano così perché mi piace fare alleanza con tutti quelli che mi danno ciò che io do” proferì il giovane che subito dopo chiese “e tu come ti chiami?”.
    “Mi chiamo Cupido perché bramo ardentemente chi mi brama, con un desiderio disordinato che non riesco a controllare, con un profondo sentimento di affetto indescrivibile che mi stravolge l’anima. A chi mi suscita tale ardore misto a passione sfrenata tiro un mio dardo che lo ferisce per sempre”, rispose il ragazzo.
    “E la ferita non lo porta alla morte?” chiese Mithra.
    “No, perché io gli curo la ferita e, in questo, trova lo sfogo tutto il mio ardore. Si viene ad instaurare una reciprocità affettiva molto intima” affermò Cupido.
    “Allora, tra noi due c’è diversità! Io esprimo nei confronti di tanti il mio affetto basato sulla stima e su rispetto reciproco che mi viene ricambiato. Non c’è intimità. Esso è chiamato Amicizia.” esplicitò Mithra.
    “Il mio affetto, invece è un sentimento irrazionale, incontrollabile suscitato dalla bellezza esteriore di un’altra persona soltanto. La simpatia generata è intima, carnale, profonda, interiore, spirituale, ed ha bisogno di un continuo ricambio. Essa si chiama Amore!” precisò Cupido.
    “Non può capitare che quando tiri il tuo dardo ferisci la persona sbagliata?” incalzò Mithra.
    “Sì, qualche volta mi è capitato!” rispose prontamente Cupido.
    “In tal caso come fai?” chiese Mithra.
    “Non posso farci niente!”esclamò spontaneamente Cupido.
    Dopo questa risposta, Mithra e Cupido si guardarono stupiti in faccia, senza dire una parola e, subito dopo, si salutarono e proseguirono ognuno per la propria strada.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 16:15
    Per poco, Antonio, per poco...

    Come comincia: Caro Don Antonio Sartori, ricordo quale fu, la prima volta del nostro incontro. Spesso, poi, nella mia vita, ti ho chiesto rifugio, nella, accogliente, tua Cittadella, ad Assisi. Una fredda notte, la solitudine dei miei fari, che sbagliavano vie su vie, inseguendo pensieri. Tornanti senza stelle, nevischio sul tergicristallo, una pena dentro, incolmabile. Una messa di mezzanotte, un Natale, che osservavo passare su di me, senza traccia di serenità. "Dopo messa, una cioccolata assieme, in cella?" Un tuo invito, che non dimentico. Un salvagente buttato all'anima. "É un grande teologo, vedrai." Mi avevano preannunciato, e temevo la tua vicinanza. Io sono rimasto al catechismo parrocchiale, quello della prima comunione. Sorseggiammo, in silenzio, quel liquido denso, caldo, cremoso. Le stelle sembravano entrare nella buia cella. Non una parola. Il tuo sguardo, su di me, aveva un peso leggero. Una vertigine di corpo e anima.                                      "Può bastare, per stanotte. Va un po' meglio, Lucio?"
    Un pomeriggio domenicale, sul Nevskij prospekt di Leningrado. Un inverno grigio e freddo. Ancora la vecchia Unione Sovietica, povera, cenciosa, buia, come una pagina di Dostoevskij. Marciapiedi colmi di volti senza espressione, vecchi cappotti, incipriati di ghiaccio. Una massa solida, in movimento perenne, senza meta. "Lucio, stamane, non ho detto messa, devo tornare in albergo. Mi accompagni?" In quel polveroso salottino, in un freddo corridoio dell'enorme hotel, due poltrone di pelle consumata e un tavolino sgangherato. Tirasti fuori dalla tua borsa due bottigliette. "Guarda un po', in cucina, se ti danno del vino, acqua e un pezzo di pane". Quando te li portai -"Ora siediti comodo, in poltrona, rilassati, sarai stanco". Che spettacolo, quella messa, che mi offristi! Possibile che la cena del Cristo potesse rinascere, con me e te, in quel momento, con tale semplicità. C'era posto per un Dio, in quel salottino polveroso, ostico? Ne ebbi un’intuizione, grazie a te.
    Un luglio, in Finlandia. Era di primavera. Al tramonto, giungemmo ad una chiesetta di legno, un pezzo d'arte, firmato da Alvar Aalto. La foresta l'avvolgeva, rabbuiandola dall'azzurro dell'immensità del cielo. Vedo ancora la scenografia, dietro l'altare. Un sipario di cristallo apriva la visione di una via, tra alti alberi ventosi.  La croce, ampia, nera, decisiva, chiudeva lo sguardo, in un orizzonte prossimo.                                       -" Lucio, prima d'iniziare messa, vai fuori. C'è una corda che scende dal campanile, suona la campana"-   Ricordo quell'invito, improvviso, che mi mise imbarazzo. Il suono, lanciato da me, nell'immensità, tra i mille laghi e le immense foreste della Finlandia, non terminava mai, si ampliava in cerchi infiniti. C’ero io, al centro di quel suono. Cos'era mai? Un pianto, un lamento, forse, una preghiera. Che mi avevi mai fatto fare? Per poco, Antonio, per poco, stavo per credere.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:47
    Lara alla tomba di John

    Come comincia: Andava spesso a far visita alla tomba di John. Anche se questa era vuota, dato che il corpo giaceva in fondo ad un burrone e non era stato possibile recuperarlo, lei lo poteva sentire vicino a sé. Le piaceva portargli dei mazzi di fiori di lavanda, quelli che nascevano vicino alla casa di John e che quella sera del loro primo bacio avevano inebriato i loro sensi. Dopo aver deposto i fiori davanti alla sua tomba e aver tolto qualche erbaccia che usciva dal terreno, Lara si stendeva per terra guardando il cielo cercando di parlare con John, per raccontargli di come fosse ora la sua vita e che cosa faceva durante le giornate. Non era sicura che lui l’ascoltasse, ma ogni tanto vedeva dei raggi di sole che apparivano durante una giornata nuvolosa e si diceva che forse l’aveva fatto accadere John per comunicarle qualcosa.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:41
    Il fatale litigio

    Come comincia: - Che spiegazioni vuoi che ti dia?!- Lucas non sapeva come giustificarsi con Sarah che in quel momento era infuriata con lui.
    - Almeno potevi dirmelo tu. Scoprirlo da un’altra persona mi ha ferito ancora di più!-
    - E va bene! Sono stato con un’altra!- Entrambi tenevano il tono della voce molto alto. – Sei contenta ora? Non ha significato nulla per me, è stata solo una cosa di pochi minuti!-
    - Dovrei sentirmi meglio ora?-
    - Ed io come dovrei sentirmi? Sai cosa vuol dire per un ragazzino come me affrontare una cosa così impegnativa come la tua malattia? Ho sentito il bisogno di essere giovane ancora per un giorno, invece di essere obbligato a comportarmi come un adulto!-
    Gli occhi di Sarah erano pieni di lacrime ed alcune erano scese a bagnare le sue guance rosee.
    - Ah tu devi affrontare la malattia? Sai almeno cosa vuol dire non riuscire a prendere sonno ogni notte per paura che sia l’ultima volta che chiudi gli occhi? O dover ringraziare per ogni giorno in più che ti è stato regalato? Sai come ci si sente ad aspettare un cuore che sai perfettamente che non arriverà mai? O dover fermarti ogni volta che compi uno sforzo perché sei rimasto senza respiro e capisci che dovrai rinunciare a fare le cose più semplici… questo lo sai come ti fa sentire?-
    Lucas ascoltava con il volto inespressivo senza essere in grado di rispondere.
    - Hai ragione tu: sei solo un ragazzino!-
    E detto questo Sarah si mise a correre finché la forza non l’abbandonò. Lucas tentò di afferrarla, ma dopo quella discussione si sentiva come pietrificato e rimase dov’era.
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  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:39
    Un momento fra Sarah e Lucas

    Come comincia: Quando il respiro di Sarah si fece più pesante e Lucas fu certo che lei dormisse, le bisbigliò ciò che non aveva il coraggio di dirle mentre lei poteva sentirlo:- Amore mio, non vorrei essere l’aria di cui hai bisogno per respirare: non potresti toccarmi. Non vorrei essere la luce: di notte non mi vedresti. Non vorrei essere pioggia: ti lascerei sola quando mi asciugo. Mi accontenterei solo di essere il tuo amore così sarei ciò che ti fa battere il cuore, ciò che riempirebbe le tue giornate, e i tuoi sogni la notte, ciò che arriverebbe in ogni attimo nei tuoi pensieri… non pretenderei di essere amato, ma di avere l’opportunità di amarti!-
    Sarah che aveva sentito quelle parole, senza aprire gli occhi disse:- Credo che non riuscirei più ad immaginare la mia vita senza di te!- http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...
     

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:37
    La confessione di Sarah

    Come comincia: “Sarah prese aria nei polmoni e tirando fuori tutto il suo coraggio ma senza mai guardarlo negli occhi, gli disse:- Nell’istante in cui mi dissero che ero ammalata di cuore e che sarei potuta morire, mi dispiacque… non per me che avrei lasciato questo mondo, ma per tutte le persone che avrei fatto soffrire, lasciando un enorme vuoto nella loro vita. Pensai a mio padre e a mia madre che non avrebbero mai più potuto né rivedere né abbracciare la loro bambina… a mia sorella che con il suo istinto materno cerca sempre di proteggermi… come avrei potuto far del male a tutte le persone che mi amavano?- Sarah si asciugò una lacrima che le era scesa sulla guancia, poi riprese a parlare:- Io me l’ero promesso! L’avevo promesso a me stessa: nel tempo che mi rimaneva da vivere, non mi sarei mai innamorata, anzi non avrei permesso che nessuno si innamorasse di me, nessuno avrebbe dovuto soffrire per colpa mia!-
    Il sole stava scendendo e il cielo si macchiava di rosa e di arancio. Lucas cercò di tranquillizzarla, le prese una mano fra le sue e le disse:- Dio ha avuto un’ottima mano quando ha colorato questo tramonto… ma credo che sia stato molto più bravo quando ha creato te!-
    Sarah lo guardò perplessa e lui le spiegò:- Se avessi solo questo giorno per amarti, vorrei viverlo fino in fondo! Non m’importa se tutto ciò mi farà soffrire, perché un giorno di felicità con te può farmi sopportare un’intera vita di dolore!-
    A quelle parole Sarah fu ammutolita: mai avrebbe pensato che nel mondo ci potesse essere una persona come Lucas.
    Lucas si alzò in piedi e la tirò a se dicendole:- Seguimi…-“ Dal romanzo “Il sentiero che conduce a casa” http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...
     

  • Come comincia: Si baciarono e si accarezzarono. Lui le accarezzò il petto, sentendolo sodo sotto la camicia, mentre Lara si abbandonò al desiderio. Le sfilò la camicia dall’alto e lei alzò le braccia per facilitarlo. Lara gli baciò il collo, rabbrividendo mentre le mani di Brian le salivano lungo la schiena. Quando anche lui fu con il petto nudo, la strinse a sé sentendo il calore della pelle contro la propria. Le mordicchiò il lobo dell’orecchio mentre, con mani esperte, le slacciava il reggiseno.
    Le sue gambe iniziarono a cedere e Brian la spinse dolcemente. La baciò sul ventre e le passò la lingua attorno all’ombelico, mentre Lara ansimava e reclinava la testa all’indietro. Si spogliarono dolcemente degli ultimi vestiti che avevano ancora addosso e si baciarono su tutto il corpo, senza fretta, lasciando che tutto accadesse da sé. Brian sentì il respiro di Lara farsi sempre più rapido e la sua pelle che, così morbida, sfiorava il suo corpo. Quando, finalmente, i loro corpi si unirono, chiusero entrambi gli occhi, assaporando quegli istanti che tanto avevano entrambi desiderato.
    Alla fine Lara si addormentò fra le sue braccia, con la testa nel suo petto. Mentre Brian assaporò il profumo dei suoi capelli e pensò a quanto fosse stato bello quel momento. Avrebbe tanto voluto essere nella sua testa per sapere che cosa avesse pensato lei di quella sera e che tipo di sentimenti avesse provato per lui, ma per questi ultimi, Brian si rispose che con il tempo l’avrebbe capito senza aver avuto il bisogno di chiederglielo.

  • Come comincia: John Thompson, ormai diventato una persona anziana, ripensa alla sua vita, quando era ancora giovane. A quando un giorno incontrò un bambino mendicante di nome Brian. Da quel momento diventarono inseparabili, anche se, una losca figura di nome Marcus Morrison tentò di separarli, perché, secondo lui, Brian gli apparteneva, come molti altri bambini della zona, costretti a mendicare per lui. Ma John, aiutato dai suoi genitori, face arrestare Marcus e portò a vivere con sé Brian, come se fosse suo fratello.
    Ripensa a quando Peter, suo padre, lo costrinse a lavorare nell’azienda agricola di famiglia e a tutti quei giorni passati ad odiare quel lavoro che gli aveva rubato la gioventù e che lo convinse a lungo di non poter trovare l’amore. Ma si sa che se una persona non cerca l’amore, è l’amore che va in cerca di quella persona. Infatti, è proprio ciò che è successo a John quando incontrò Lara: una sua vecchia conoscenza. A soli 20 anni, John capì che non avrebbe più amato nessun’altra donna, soprattutto dopo che si scambiarono un timido e delicato bacio, di fronte al lago nella proprietà dei Thompson, mentre una sera si celebrava la festa di fine estate.
    Quando sembrava che nulla li potesse dividere, John dovette intraprendere un lungo viaggio di lavoro poiché il raccolto era andato distrutto dopo un uragano. Lara aspettò con ansia per giorni il ritorno di John, ma non ne ebbe più notizia.
    Quello che però metteva di più in ansia Lara, era sua sorella Sarah di 16 anni che, ammalata di cuore, necessitava di un trapianto. Sarah ebbe una breve relazione con Lucas, un ragazzo conosciuto ad una festa. Lei gli disse subito che non potranno stare assieme, data la sua malattia, ma Lucas la convinse a rimanere con sé dicendole:- Se avessi solo questo giorno per amarti, vorrei viverlo fino in fondo! Non m’importa se tutto ciò mi farà soffrire, perché un giorno di felicità con te può farmi sopportare un’intera vita di dolore!-
     

  • 16 ottobre 2013 alle ore 12:42
    Squarci d'azzurro

    Come comincia: Un vago senso di spaesamento. Quella nebbia accennata che sfuma i contorni. Che annacqua le cose. Le rende pregne d’altrove. Una fuga agognata ma senza speranza perché il caldo ti incolla. I pensieri si stancano. Come cavalli sfiniti dal lungo tirare.
    Sofia guardava davanti a sé. Pensando. Ma l’afa e l’ignavia di quel paesaggio sempre uguale le toglieva la voglia. La volontà di uscire. E passava le ore guardando dalla finestra: pianura a perdita d’occhio. Nessun movimento. La terra era stanca e si distendeva in perpetuo riposo. No, non era soltanto terra. Principalmente erano case quelle che Sofia guardava. Ma con un occhio che andava oltre. Le polverizzava con il suo pensiero appuntito. Costante. Tenace. Le spazzava via dal suo orizzonte e ne costruiva castelli. Che cosa le passasse per la mente in quei momenti, è difficile a dirsi. Farsi un giro sarebbe stato l’ideale. Ma per Sofia l’ideale era ancora lontano. Tardava su quella sedia. Si cullava a più non posso in questo suo mondo infiltrante. Davanti a lei una veranda vetrata. Piante imploranti. Gonfie di quell’acqua che stava nell’aria. Esplose. Le tende abbassate fino a metà. Di quel marrone un po’ vecchio. Sbiadito. Dappoco. La madre bussò alla porta. Lei si girò con lentezza. Come di tartaruga avvizzita.
    Quanti pochi anni adagiati su quella sedia! Che urlavano la sua bellezza nascosta e negata.
    La tartaruga dagli occhi profondi guardò la madre. Senza parlare. Un sentore di impotenza si disegnò nell’aria. Incomunicabilità, qualcuno la chiama... Spezzare quei muri vischiosi. Ma come? Lunghi percorsi si vestivano di presente. Si facevano schiere. Affilate. Carovane sperse nei secoli. La madre le chiese di andare a mangiare. “Vieni?”. “Esci” le rispose Sofia. E poi più nulla. Solo occhi. Pozzi richiusi. Schiaffi quei lunghi silenzi. Colpe da espiare nei camminamenti. La madre le fece un sorriso. “Forza, Sofia, ti stiamo aspettando”. E ancora larghezza di labbra a celare tristezza. Denti sfoggiati. A trasmettere amore. Comprensione. Ma sempre imploranti. Mai al sicuro. Nessun riposo. “C’è il pollo, ti piace. E anche le patatine fritte. Quelle che faccio io. Le vuoi? Vieni, dai”. Eh, certo, quel mucchietto d’ossa amava mangiare le patatine fritte. Una volta. Quelle tagliate grosse. Che non mangi nei fastfood o nei ristoranti. Quelle fatte in casa. Che profumano di tradizione e di accordo. Di pasti legati alla terra. Di famiglie numerose. No. Cocci infranti di persone sperse. Doloranti. La madre uscì. “Vieni che si raffredda”. Sofia girò leggermente la testa. Considerava qualcosa. Soppesava con minuzia un pensiero. Quale? Un movimento all’esterno le tolse l’agio di andarci a fondo. Una figura minuta aveva il coraggio di avventurarsi fuori di casa a quell’ora. In quel caldo opprimente. Chi era? Sofia strinse gli occhi. Uno un po’ più dell’altro. Per il sole accecante che rendeva tutto appiattito al di fuori. Una ragazza, sembrava. Mai vista. In un quartiere in cui gli abitanti erano macchine. In cui i marciapiedi non avevano più ragione d’essere. C’erano. Scheletri di un mondo diverso. Periferico. Poco accogliente. Una ragazza vestita d’azzurro. Una macchia di colore acceso. Il desiderio. Fantasma che solo pochi sanno vedere. Sembrava tranquilla. Passeggiava leggera nella calura opprimente. Si guardava intorno. Un lieve sorriso.
    Cupezza che si scioglieva. Curiosità.
    Era dall’altra parte della strada. Lo stradone rumoroso. Si fermò. E guardò proprio nella sua direzione. Inquietudine. No, non la vedeva. Non poteva. Dietro le finestre. Dopo la veranda. In quel rettangolo libero dalle tende da sole. Però era lei che guardava. Un lungo scambio di parole silenziose. Un contatto profondo. Che non dimentichi. Una vita comunicata senza saperlo. Che si racconta nel suo stare pacifico. Nel suo bisogno di dirsi e dipanarsi. Una comunicazione di sogno. Solo un attimo e la ragazza corse via. Presa da un istinto veloce. Un guizzo. E attraversò la strada per infilarsi nella vietta laterale che costeggiava la casa di Sofia. Era sparita. Respiro.
    “Da qualche parte sotto la pioggia ci sarà sempre un animale abbandonato che impedisce a me di essere felice”. Le era capitato di leggere questa frase di Jean Anouilh. Era questo che pensava di sé?
    Chi lo sa.
    Sicuramente qualcuno credeva che fosse perfetta per lei. No, non accennava a piovere di fuori. Sarebbe stata una manna dal cielo. No. Tutto era immerso in un manto di caldo. Senza uscita. Vizioso e crudele. Si alzò con calma e andò in cucina a mangiare. “Le patatine fritte!!”, urlò. Con aria sprezzante tra il giocoso e lo scherno. Spiazzante. Tutti si guardarono. Per un attimo il respiro fu cosa estranea.
    Immobilità.
    Ecco la pianura che si faceva sentire. Che dettava gli schemi. Le regole per restare nel gioco. Ma quale gioco?! Era tutto così dannatamente serio, invece.. nessuno spazio per il riso. Quello sincero. Quello che sgorga spontaneo. Come ruscello che corre pazzo giù per i monti. In angoli di ombra e di quiete. Di pacificazione. No. Lì non ce n’era. Intrappolati in un dolore che era ancestrale. Pena per quelle povere anime ferite. Ognuna a suo modo. Ognuna desolata. Ognuna sconfitta dalla vita. La tensione corse sul filo del rasoio. Come congelarla? La madre si fece investire dalla tempesta. Consapevole. Avvilita. Un istante di fermo. Black out. Poi basta. Bisognava riprendersi. Come sempre. Recitare un copione. Il padre rise. Quel riso sforzato e quasi privo di denti. In cui tutto si ritrae.
    Cattiverie negli occhi. Di tutti. Poveri pazzi.
    Sofia si sedette finalmente a tavola. Cominciò a spiluccare il pollo. Era buono. Saporito. Ma ne bastava un pezzettino, ormai, per saziarla. E le patatine erano untuose. Olio abbondante. Che colava. Veramente squisite per tutti. Ma non per lei. Che ormai non aveva più neanche la voglia di gustare. Il piacere le era estraneo. Il cibo le era nemico. Lo prendeva a male parole. D’accordo. Era venuta a tavola. Era abbastanza. Di scatto si alzò e si sedette davanti alla televisione. Senza accenderla. A guardarla. A guardare l’oggetto. Il suo involucro. Non ciò che c’era al suo interno. Immagini. Vite. Contenuti. No. A lei bastava guardare quel corpo scuro. Grigio topo. Senza complicazioni. Il resto lo avrebbe messo lei.
    Ma quell’odore di cibo le andava al cervello. Le impediva di concentrarsi su ciò che continuava a sfuggirle. Sempre. In fuga perenne. La sensazione di aver pensato fino ad un attimo prima a una cosa davvero importante. Interessante. Vitale. Che non tornerà. Sofia non accennava ad alzarsi. Ragionava tra sé. Mentre, di là, si sentiva il rumore dei piatti. Di posate sbattute. Sgarbate. Nella cucina spoglia. Tutta scompagnata. Con la cappa di metallo bianco scrostato. Aggrappata a quelle piccole mattonelle sbeccate. Sempre bianche. Ma non immacolate. In cui si spalmavano le loro miserie. Come uscite, già appiccicose, dai vapori del cibo. La madre si alzò per rassettare. Lavare le stoviglie. Eliminare le tracce del loro passaggio dissonante. Accese la radio. Guccini. Ad aggiungere nuova a vecchia amarezza. “..mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR...”. Sofia ascoltava. “Non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via”. Chi l’avrebbe portata via? Per ora se ne restava sul divano beige. Un po’ scomodo. Anche quello ormai fuori moda. A guardare. Con quei suoi occhi affamati. Non poteva essere tutto morto. Là, in fondo. Giù giù. C’era ancora qualcosa che si dibatteva per tornare a galla. Che si contorceva. Che ruggiva. E graffiava. Insofferente di quella gabbia molle. Elastica. Soffocante. Come il caldo che non accennava a diminuire. E fuori quel ronzio di nulla. Senza cicale. Un’estate privata anche del conforto di quel suono. Solo brontolio alienante di macchine in inutile corsa. Dritta. Continua. Verso destinazioni poco importanti. Strade senza curve. Senza bivi. Nel deserto indifferente di anime secche.
    La madre andò in camera per un breve riposo. Doveva accompagnarla alla seduta di ginnastica. Ma lei non ne aveva voglia. Naturalmente. Perché non la lasciavano in pace? Ogni tanto qualcuno le faceva visita ma la faceva solo arrabbiare. Non aveva consistenza. Lei ci parlava. Piano piano. Rapidi sussurri pieni di parole confuse. Poi si infuriava e gli urlava di andarsene. Di lasciarla stare. Sputava improperi. E la cosa, più o meno, finiva lì. La madre, preoccupata, cercava di calmarla. Di farla ragionare. Di riportarla alla realtà. Ma lei non voleva ascoltare. Compresa com’era in quella sua lotta caparbia. Estenuante. Che la isolava. In un mondo sempre più estraneo. Solitario. Distante. E la lasciava spiaggiata. In terre remote.
    Stavolta non fece storie. Si mise la tuta. Si provò una giacca. Ché forse si vedeva persino grassa… ecco perché cercava di nascondersi nelle pieghe dei vestiti. Nell’abbondanza del contorno. Nell’illusione di un esterno dominante. Prese la borsa. Chiamò la madre. “Andiamo?”. La madre stupita,“Sì, arrivo”, le disse. Sofia uscì dalla porta. Sul pianerottolo esterno. Guardò giù dalla rampa di scale. Giù sull’asfalto rovente. Tra le aiuole di rose accaldate. Sfiorite. Intrappolate in realtà di cemento invasivo. Di lato la stradina sterrata che portava giù al fosso. Un rigagnolo che piangeva qualche lacrima d’acqua. A volte. D’inverno, non ora. Limitare di campagna che sfiorava le case grigie. Come il caldo. L’afa che tinteggiava di sé la vita delle persone. Rinchiuse in quelle scatolette asfissianti. Quelle chiamate case. Generalmente a due piani. Al massimo. Non vere e proprie gioie per gli occhi. Tutte uguali. Fatte con lo stampino. Nessuna fantasia all’opera. Ricoveri di gente perbene. Un po’ spenta, magari. Ma perbene. Nessun grillo per la testa. Spenti persino nei loro giovanili entusiasmi. Durati sempre troppo poco. Miraggi a cui nessuno credeva più. Fantasie di bambini. Ecco il racconto che si disperdeva nell’aria. Che si sussurrava uscendo da li. C’era costante un pensiero che le ronzava in testa. Voleva focalizzarlo. C’era qualcosa laggiù. Ma cosa? Non ricordava già più. Si voltò. Stavolta quasi di scatto verso il fondo della stradina. Uno schizzo d’azzurro. Improvviso. Un sorriso. Biancore. “Ciao”. E corse via. Si infilò nella casa accanto.
    Stupore. Graziosa. Gentile. Finalmente…
    Sofia si contorceva curiosa. Dal desiderio. Ma non poteva far altro. Rimanere lì. Sulla scala. Spiazzata. Randagia in fatto d’azione. Neanche un piccolo minuscolo veloce ciao. Rincorso nel giardinetto di fianco. La madre le apparse alla spalle. “Chi è?” le chiese d’un fiato Sofia. “Chi?”. “Niente. Andiamo”. E scesero a prendere l’auto. Dietro la casa. Parcheggiata in garage. Lamiera che si alzava. Rumore di metallo. Odore di chiuso. Muffa arrostita. Leggera. Stantia. E via. Salire in macchina. Abbassare i finestrini. Veloce.
    Sbuffo di caldo che aumenta.
    Sofia riscese subito. “Non ci voglio andare. Sto a casa”. La madre scattò. “Ci risiamo. Dai Sofia, ormai sali. Sono pronta. Andiamo. Dai”. No. Sofia non ne voleva sapere. Era tornata di volo davanti alla casa. E guardava ostinata la stradina di lato. Alla destra. Aldilà della rete. “Che cosa guardi?” le chiese la madre. Arresa. Già. Era stanca anche lei. Oggi non c’era la voglia di lottare pregare sorridere. “Chi è?” chiese Sofia. “Chi è chi?” rispose la madre. “La ragazza che è entrata dai Martini”. “Non ho visto nessuna ragazza. Non lo so. Perché?”. Nessuna risposta. Solo testardaggine d’occhi indiscreti. Niente. Nessuno passava. O si affacciava. “Vieni dentro se hai deciso di non andare” le disse la madre. Sofia sentì il caldo investirla. Lì in mezzo all’asfalto. Con la sua giacchetta ingombrante. Fuori luogo in quel contesto di fuoco. Una lingua infiammata la rincorse su per le scale. Ma lei richiuse, pronta, la porta. Salva. Appena in tempo. Nonostante tutto. Di nuovo al sicuro. E non successe nulla. Tutto scivolava via nell’indifferenza più assoluta. Trascinandosi dietro la vita come una vecchia ciabatta strusciata per terra. Con incuria. Lo psicologo chiamò a casa. Per avere conferma della seduta fissata. Sofia ci andava raramente. Ma senza dir nulla. Passava la sua ora di vuoto. Impenetrabile. “Sì, certo”, disse la madre. Sofia sbuffò via la sua contrarietà. E riprese a passeggiare su e giù per la casa. L’unica cosa che la calmasse. Che le facesse sfogare la noia. La stanchezza della routine senza fine. Senza balzi. Dipinta solo della sua stranezza. Via ogni appetito. Ogni colore più che ordinario. D’un tratto in questa atmosfera uniforme tutto prese un piglio diverso. Il telefono suonò nuovamente e subito suonò dispettoso anche il campanello. La madre rispose e chiese a Sofia di andare a vedere chi fosse. Lei non voleva. La urtava farsi guardare. Uscire allo scoperto. Corse in camera. Si infilò la giacca più pesante che aveva. E si piazzò davanti alla porta d’ingresso. Senza far nulla. La madre le disse di guardare chi era. Ma lei niente. Roccia. Trasudante sudore salato. In quel caldo assurdo. Con la giacchetta imbottita. Le sue paure attorte sul collo. Come sciarpa d’estate. Con la sua solita espressione di tartaruga, mise il collo un po’ fuori dal guscio. Rugoso per lo sforzo. Occhi socchiusi. Pupille scure a dilatare inquietudini. Spiò. Era il guizzo del cielo! Quello squarcio d’azzurro. Invitante. Al cancello. Si sporse un po’ di più. E quella macchia di speranza si agitò con grandi gesti della mano.. “Ciao!!”. Che fare? Troppo tardi per richiudere tutto. Far finta di nulla. Sperare che quel buco si riassorbisse da solo. Sofia uscì, coraggiosa, e la guardò da lontano. Giù per le scale. Per il viottolo di cemento assetato. Fino al cancello. Verde e basso cespuglio spinoso. Il suo sguardo si precipitò fin lì. E aprì le inferiate che ingabbiavano il cuore.
    Ma niente, era solo illusione.
    La ragazza si sbracciò nuovamente. “Scusa! Un’informazione.. Mi apri?” No. Non c’era speranza. Impossibile. “Scendi tu, sennò! Un secondo”. Erano le tre. Le tre di quel giorno accaldato e furioso. Col rumore del nulla che aleggiava lì intorno. Che assordava ogni scambio di voci. Che impediva di infrangere silenzi musoni. Ma niente. Non si arrendeva. “Per favore. Solo una cosa”. Sofia le aprì. Titubante. Sospettosa. Ferita. Già scoperta. La macchietta corse a ripararsi all’ombra delle scale. “Ciao! Scusa il disturbo..” Salì la rampa. Guizzante. Imprevista. Le porse la mano. Rassicurante. “Ciao, sono Marta, piacere”. Quei suoi occhi così azzurri. Specchio d’abiti. Limpidi. Aperti. Vivaci. Vivi. Quell’espressione libera... Riposante. Istinto che viene da dentro. Normale. Non imposto.
    Tuo. Sì, tuo!
    Marta. Insegnante di yoga. Di Firenze. Arrivata lì. Chiamata e scelta da un centro di discipline orientali nelle pianure venete. All’avanguardia. Nuovissimo. Era entusiasta. Raggiante. Glielo disse così. Tutto d’un fiato. Senza lasciarle il tempo di opporsi. Il suo diritto di non sapere. Di escludersi. Di richiudere portoni d’accesso. Fu semplice. Immediato. Era penetrata - così- nel castello. Nel labirinto intricato di orrori. Senza sforzo. Solo con un abbaglio d’occhi gentili. Disse di aver preso una stanza in affitto dai Rossi. Amici della madre. In fondo alla strada. Amici della madre. Che aveva origini venete. Amici della madre. Ma che se ne era andata già da ragazza. Ad inseguire il profumo di un uomo toscano. Amici della madre. Amici della madre. Amici della madre… Si era incastrata. Cigolava qualcosa in quel suo pozzo profondo. Risaliva un secchio. Carico. Pesante. E la catena era vecchia. Ruggine incrostata. Perdeva pezzi. Si sfogliava. La famiglia Rossi aveva una stanza in più e visto che non se la passava benissimo aveva deciso di darla a lei. Per un prezzo modico. “Una stanzetta”, disse Marta. Ma le andava bene. Per ora. Amici della madre. Loro però non conoscevano il centro. Amici della madre. Lei era un sacco curiosa di avere informazioni dagli abitanti del posto. Cosa ne pensavano? Che si diceva in giro? Quindi i Rossi l’avevano indirizzata dai Martini. Amici della madre. Che ne erano ugualmente all’oscuro. Così Marta girava di casa in casa parlando di centri illuminati. Di meditazione. Di yoga. Mentre la gente la guardava con tanto d’occhi. E chi aveva il tempo per pensare a certe cose! Amici della madre. E lei invece era lì col suo sorriso contagioso. Privo di reticenze. Fuori contesto. Raccontò queste cose a Sofia. Che non apriva bocca. Che la guardava. Gli occhi sbarrati. Persa nel suo loop. Amici della madre. Amici della madre. Amici della madre. Affaticata. Inebetita. “Scusa. Ti ho sommerso di parole. Ma tu lo conosci il centro yoga?” le chiese. Sofia la guardava in trasparenza. Marta si sentì attraversare.
    Sensazione che conosceva..
    ma le passò in un soffio. “Amici di tua madre?” le disse Sofia. Marta le sorrise appena. Investita.“Tutto bene?” le chiese. Era così buona in quel suo modo di chiedere. Era un bacino di comprensione. In cui il dolore di Sofia poteva riversarsi. Scorrere senza riserve. Inaspettato. E così Marta ascoltò. Ascoltò le parole che Sofia non diceva. Ma che lei capiva. Con un senso finissimo. Antico. Allenato. Dalla vita. “Sembri triste” le disse. E quella tristezza si sparse nell’aria. Come biglie di vetro rovesciate per terra. Tintinnio. Che sfugge qua e là. Sofia la guardò fonda negli occhi. Pausa. “Dicono che sono malata”. Marta distolse lo sguardo. I due fari. Poi la scrutò di nuovo. Sorrise con lieve amarezza. Subito la dissimulò. “Combatti. Puoi farlo. Se vuoi. Fai un patto con me. Ti va?”. Era seria. Come mai in vita sua. Capiva. E non l’avrebbe lasciata dissolversi tra le sue mani. Non l’avrebbe più permesso. “Sì” rispose a sorpresa Sofia. A sorpresa, sì. Quella ragazza aveva polverizzato le sue difese. L’aveva accolta. Quelle magie della vita che devi cogliere al volo. Perché poi sarà troppo tardi per farlo. Perché un poi non c’è più. E quel momento è infinito. Dilatato. Narici avide di vita. Che s’allargano. Succhiano aria. Niente miracoli. Solo un incontro d’anime. Che si conoscono da sempre. Intimo. Succede! E la carta del destino era già in tavola. Sofia la coglieva. La giocava. La voleva. Rimase tutto così. Inteso. Si separarono. Sopra le scale, la madre era una statua di sale. Non capiva cosa stesse accadendo. Ma sapeva che era qualcosa di grande. La svolta aspettata da sempre. Non chiese. Lasciò che tutto fluisse. Rientrò silenziosa. Grata. Guardò Sofia che si faceva più bella. La guardò con le lacrime agli occhi. Sapeva che quell’uccellino era pronto a volare. Che la malattia aveva subito uno scacco. Che c’era uno spiraglio là in fondo. Per vedere la luce. Che poteva rivelare la sua bambina. Nella sua interezza. Non più mutilata di sé. Non più vegetale. Ma viva. Splendente. Un ritorno. Marta venne più e più volte. Con calma. Pazienza. Compassione. Pietà per quel male lancinante che interrompe il contatto. Con gli altri. Con te. Col piacere. Che ti assorda. Ti divora e ti svuota. E un giorno la accompagnò dove Sofia non aveva mai voluto andare. Una struttura parastatale per chi soffriva di disturbi psichici. Dove gli schizofrenici come Sofia iniziavano un percorso di riabilitazione. Di guarigione. Di presa di coscienza. D’amore verso di sé. In qualunque modo finisse. Con il ritorno alla normalità. O con la prosecuzione della malattia. Essere speciali. Comunque. Per la vita. Marta l’accompagnò e la guardò mentre entrava dal cancello. La accompagnò con il suo sguardo amorevole. Quello sguardo che rimase con lei tutto il giorno. E per i mesi a venire. E mai - per un solo istante- Sofia dubitò di essere sola. Oltre alle visite che riceveva una volta a casa- inesistenti e inconsistenti fantasmi della mente- ora c’era qualcuno di reale. A cui appoggiarsi. Che capiva. Che accompagnava per mano. Le si riempì il cuore. Pianse. Molto si sciolse. Tanto altro no. Ma non era ancora arrivato il momento. E la sua strada proseguiva in salita. Lontana la metà. Ma c’era. Adesso..
     
     

  • 16 ottobre 2013 alle ore 9:49
    MIOSOTIDE

    Come comincia: Sogni di sogni di sogni di sogni.Dentro.Fuori. Grani di miglio e foglie di tiglio…irenico stupore…Illudimi dell’Illusione di Te…come il vento imperioso che più lo contrasti…più lui ti divora…quando cammini da solo sei  Tu a decidere il passo…Nuvola-Partigiana…Romantica Fiancheggiatrice…com/mozione apicale… Misotide noòtropa…il prednisone mi battezza innocuo…Ritratti Lumièrici…vorrei che l’Età del Malessere fosse stato solo un celestiale stupro dell’anima giovane…regalatoci da Dacia Maraini…e fosse terminato lì,all’ultima riga.Lasciatomi schizografici.
    Ipotetiche anime in pena albeggianti al Postoristoro sull’adriatica…senza spadi/(pani)-ni… tra gli arrosticini salmastri ed arsi e qualche foglia danzante di Cynar…pioppi ovattati…
    Io clown tragicomico di me stesso...a tutte le feste di ieri e di domani a cui nessuno m'ha mai invitato e a cui nessuno m'inviterà mai...tentati condizionamenti pavloviani...vorrei che Garrel m'imprimesse con violenza finto-proletaria nella sua pizza di celluloide...per sempre..…mi lascio ipnotizzare da “Tramiti”…un’ipnosi molto più intensa e magnifica di un’intera confezione di flunitrazepam ingurgitata di soppiatto…Thomas mi dice scherzando che non sa cosa siano le royalties…io vorrei ripagarlo con una dose oltremodo smisurata di puro affetto…per le Emozioni che da sempre mi dona…Oggi più di ieri…

    Poi mi son ritrovato casualmente laggiù…e stavo andando fuori quando ti ho riconosciuta …identica alla protagonista di Career Girls di Mike Leigh…con la tua magrezza  lievemente ossessivo-compulsiva…e paradossalmente mi dici di trovarmi magro…ed io rido…per non piangere…ti tremano vertiginosamente le mani…la tua voce è sismografica…rapidissimi movimenti incontrollati dei tuoi bulbi oculari…mi dici che hai una malattia agli occhi... e assumevi anche tu cortisone…ma non oso chiederti quale sia…fumando ininterrottamente Winston Blu…riprendiamo i nostri discorsi interrotti dieci anni fa,appena dietro l’angolo di via Trento…usando gli stessi puntini di sospensione controfattuali…mi fai ricordare che mentre io facevo colazione con i mega cornettazzi e cappuccini non plus ultra, tu venivi a prenderti un catartico bicchiere d’acqua…come Nanni all’epoca del suo linfoma…ora nessuno di noi due fa più colazione…chi l’avrebbe mai detto…mi dici che non usi l’e-mail,detesti facebook e a casa non hai nemmeno internet…anarcoluddismo alto-emiliano…ti stimo molto anche per questo...armonizzazioni notturne e dissonanze diurne… Improvvis-Azioni Rumor-Armoniose rigorosamente Analogiche Attrazioni cosmogoniche tra simil-opposti… il tempo brucia la vita…a volte la fa ritrovare…anche solo per pochi istanti…si dice che dietro ogni coincidenza ci sia sopra un Angel(o)-a….Tu lo sei davvero.

    (…ballon controdeduttiva: Holden sei bravo,buono,dolce,ipersensibile,unico,speciale…però hai rotto un po’ i coglioni…giusto un po’…se hai qualche problema prenditi l’Elopram…)…che non ho mai preso peraltro…

    Disionie primitive…AutoDismorfofobie in modalità ON…Dismnesie transeunti…
    Carlos e i suoi Pinches Tiranos…Agguati Dilatati…la perdita di sé stessi e la MAGNIFICA LUCIDA TOTALIZZANTE RIACQUISIZIONE….”Grandma take me home”…

     

  • Come comincia:                                        Vita in paese.  III°  episodio
                                                 Il battesimo dell’aria

    Mario, il camionista battezzato col nomignolo “il Marziano”da i suoi nuovi amici: il Professore, il Cancelliere, il Nobile e Occhio Fino, passava con loro gran parte del suo tempo libero. Era stato invitato a Londra, dal  suo carissimo amico, Jonn, per passare una settimana a casa sua ed aveva esteso l’invito anche ai suoi amici, di cui aveva fatto la loro conoscenza nel breve quanto movimentato soggiorno al paese durante l’estate.
    Era ormai giunto il giorno della partenza …
    I cinque, avevano preso un taxi per andare all'aeroporto in cui erano giunti per fare il check-in. 
    Il Professore, fu il primo ad arrivare col suo bagaglio allo sportello… gli amici lo seguivano. Registrarono i loro bagagli e si apprestarono a passare l’ultimo controllo al metal detector.
    Il Professore osservava chi lo precedeva e vide che, il metal detector suonava ogni volta che  il signore passava la porta. La scena si ripeté per ben tre volte, fino a che non gli venne chiesto di togliersi le scarpe.  La cosa stupì il Professore e precipitosamente chiese al Cancelliere di prendere il suo posto, poi a tutto il seguito della comitiva. Si fermò dietro di loro, quando, si accorse che una bella signora, elegantemente vestita, lo fissava incuriosita dal fatto che lui fosse retrocesso di cinque posti. Il Professore, sentiva il suo sguardo indagatore e chiese alla bella sconosciuta se le faceva piacere avanzare, anche lei, di un posto. La signora ancora più incuriosita e  diffidente, rispose che non era il caso. Intanto  Occhio Fino che stava davanti a lui avanzò e passò sotto il metal detector tranquillamente, senza alcun problema, lo seguirono il Nobile e gli altri, che si fermarono oltre il metal detector  per aspettarlo.
    Il Professore, con una certa reticenza si avvicinò al passaggio tanto temuto, dopo aver riposto il suo orologio e oggetti metallici nell'apposita cassetta. Purtroppo, quel che temeva accadde: il metal detector suonò. Rivolse il suo sguardo alla guardia e gli sorrise, poi cercò di guardarsi addosso, per vedere cosa faceva suonare l’allarme, si tastò la giacca poi le tasche dei pantaloni, non aveva nulla di metallico, la signora dietro lo guardava con sospetto, era sotto gli occhi di tutti, egli fece cenno agli amici di proseguire, ma loro col capo fecero un gesto di dissenso,  Franco il Nobile gli disse che l’aspettavano.
    La guardia chiese  al Professore di ripassare sotto la porta elettrica e di nuovo suonò, al che, gli chiese di togliersi le scarpe, cosa che non avrebbe mai voluto fare, purtroppo, anche se a malincuore, si tolse le scarpe che  consegnò alla guardia il quale a sua volta le mise nella cassetta, per passarle ai raggi x. Infatti, erano proprio le scarpe che facevano suonare l’apparecchio, avevano un tacco interno di metallo che serviva ad aumentare la statura, di almeno 5 centimetri. Il Professore, guardò i suoi amici, che con una certa incredulità, constatarono la sua vera statura della quale si era sempre vantato dicendo che era pari a quella di un modello. Scalzo e imbarazzato, guardò il suo piede destro, aveva l’alluce che fuoriusciva dal calzino liso all'estremità.

    Le risate trattenute a stento dai suoi amici, lo fecero arrossire, guardandosi ancora una volta il piede, disse al Nobile che era un difetto dell’alluce che toccava sotto la tomaia delle scarpe e che sicuramente il calzino non era così quando l’aveva indossato. La guardia gli consegnò le scarpe che subito infilò, sotto lo sguardo divertito degli amici e quello snob dell’elegante signora. 
    Saliti sull'aereo, i cinque si sedettero gli uni accanto agli altri. 
    Per tre di loro era la prima volta che prendevano l’aereo: il Cancelliere, Occhio Fino e il Professore.  Il Nobile fu il primo a salire chiamò l’hostess e le diede un bigliettino da visita, parlando sottovoce scambiò alcune parole,  l’hostess sorrise ed andò a riferire al comandate la richiesta da lui sollecitata che consisteva nel fare vistare ai suoi amici la cabina del comandante in onore del loro primo volo. Era una richiesta che per ragioni di sicurezza, non si poteva accettare, ma  il cugino del Nobile, anche lui pilota e amico del comandante, gli aveva chiesto la gentilezza e l’aveva avvertito del viaggio di suo cugino ed i suoi amici per cui, accettò la richiesta e fece accomodare i tre amici dopo il decollo che appena poterono slacciare la cintura, entrarono nella cabina. Fu loro offerto una flute di champagne, il comandante chiese loro quale fosse stata la sensazione al decollo, Occhio Fino, rispose: 
    - Non ho visto nulla ma ho avuto la sensazione che il cervello si staccasse e toccasse il cranio, mentre il Cancelliere un po’ timido e confuso disse: 
    - Io ho avuto, mal di pancia e devo dire che ancora adesso ce l’ho…
    Tutto divertito il Professore, con la sua innata spavalderia, aggiunse ridendo:
    - Non è possibile ragazzi avere paura, abbiamo qui un gran pilota, io mi sono divertito, sembrava d’essere sulle montagne russe e non ho paura …
    Nel preciso istante ci fu un vuoto d’aria improvviso che sorprese anche il comandante, il professore con un grido da far risuscitare i morti, gridò:
    - Aiiuutooo!
    E si aggrappò al braccio del Cancelliere che per lo spavento si era irrigidito, in modo tale, da sembrare una statua; Occhio Fino aveva giunto le mani, quasi pronto per la preghiera, l’hostess li invitò a seguirla, ma nessuno dei tre riusciva a dare un passo, e come l’aereo si ristabilì, il pilota ridendo si rivolse al Professore:
    - Allora, e le montagne russe?
    - Beh! Queste però non lo sono, ma a quanti metri siamo da terra?
    - Siamo saliti, in questo momento il tachimetro segna quota ottomila.
    Un glup, s’udì provenire dalla gola del Professore, che non volendo mostrare la sua paura l’aveva inghiottita insieme alla parola. L’hostess si avvicinò a loro li pregò di riprendere posto, Occhio Fino ancora pallido per lo spavento, la seguì senza aspettare, quando si voltò per rivolgere la parola ai suoi amici, vide che due sagome erano rimaste, immobili, davanti alla porta della cabina di pilotaggio. Tornò indietro per domandare cosa stesse succedendo, e vide che il Cancelliere era rimasto con la stessa rigidità al momento dello spavento, mentre il professore l’incoraggiava:
    - Dai tieni duro, non facciamo scherzi, sai che figura che facciamo? Occhio Fino capì subito che non si trattava di paralisi, ma di una forma di paura con i dovuti effetti collaterali.
    Così, propose di prenderlo lui da un lato e il Professore dall’altro e di soppiatto lo trasportarono in direzione del wc. L’hostess vedendo lo stato rigido del Cancelliere si preoccupò e chiese cosa fosse successo, il professore superficialmente rispose:
    - No, nulla signorina è semplicemente una paralisi momentanea. Ha solo bisogno di bagnarsi
    il viso è soggetto a questi attacchi, vedrà, starà subito meglio.
    L’hostess non proprio convinta si fece da parte per farli passare, così sotto lo sguardo incuriosito dei passeggeri, compresi il Nobile e il Marziano, deposero nell’esiguo wc il Cancelliere che nel frattempo era sbiancato. Richiusero la porta e vi sostarono davanti,  in attesa che terminasse...

    Il Nobile e il Marziano, inquieti andarono a domandare cosa stesse accadendo, il professore rispose che un vuoto d’aria aveva imbarazzato il loro amico, al che capirono ed andarono a sedersi non senza voglia di ridere.
    Dopo dieci minuti, la porta si aprì e ne uscì, tutto risollevato, il Cancelliere, che si scusò con i due amici e pregò loro di non dire la verità agli altri. I due si guardarono e poi come se nulla fosse, il Professore disse:
    - Non preoccuparti terremo il segreto, sai, sarà difficile perché bisognerà dare loro un motivo valido, per quello che tutti hanno visto.
    - Ma tu sei bravo, hai saputo dire che era una paralisi momentanea, dai, fallo per la nostra amicizia!
    - Va bene, a condizione che tu non ricominci se dovesse esserci un nuovo vuoto d’aria, anche perché pesi e non ce la faremmo a trasportarti così come l’abbiamo fatto.
    Sorrisero e si avviarono verso i loro posti, il Professore corse per primo per avvertire i due amici di non dire nulla, ci riuscì solo in parte perché subito sopraggiunse il Cancelliere e dovette riprendere posto.
    Il Nobile ed il Marziano che visibilmente erano ancora sorridenti, come videro il Cancelliere scoppiarono in una risata quasi isterica che non riuscivano a frenare, il Professore domandò loro:
    - Raccontate anche a noi la vostra barzelletta?
    Il Nobile lo guardò e senza arrestare la sua risata, con la sua flemma rispose:

    - Sì, è una stoviella che mi ha vaccontato  Mario pochi minuti fa, voi non c’evavate, vi vaccontevemo tutto dopo, adesso lasciateci videve, no ne possiamo più.

    Il Professore almeno in parte aveva salvato la sua faccia, poiché il Nobile aveva capito, dalla sua domanda, che il Cancelliere non doveva sapere che loro sapevano.
    Nel frattempo
    il comandante  annunciò ai passeggeri che, erano giunti su Londra e che dovevano allacciare le cinture di sicurezza, augurando a tutti una buona permanenza … Gli amici si guardarono sorpresi per la rapidità del loro viaggio e con battute scherzose già si preparavano ad affrontare l’avventura metropolitana tutta da scoprire.

     Anna Giordano
     

     

  • 13 ottobre 2013 alle ore 7:42
    Ritorno a Villa Adela

    Come comincia: La salita, dopo settant’anni, è la stessa, ripida, difficoltosa al passo. Ora è asfaltata. Papà, slacciata la cintura dei pantaloni, la lega alla parte posteriore dell’automobilina e frena l’abbrivio della mia discesa.  Una parete di verde mi porta al cancello. “Villa Adela”, un insegna di marmo nuovo. Ancora mi stona quel nome, nella mente, che già d’allora non legava alla sonorità di Adele, il nome della nostra cameriera. La vernice del cancello è fresca di tempo. I cardini oliati hanno perso il canto del ritorno di papà dalla guerra. Sento ancora quel suono di immensa felicità. Correre ad affacciarsi alla balaustra, e vederlo laggiù, che ci saluta con la mano, un valigione di cartone marrone. Il viale, verde di ippocastani, si confonde in una macchia scura nel gomito, che sale a sinistra, in un’ultima rampa, alla villa, che non scorgo ancora. Un faretto e una telecamera fanno da guardia al cancello. Suono al citofono senza nome e attendo. Nessuna risposta. Faccio una foto al viale, posando la macchina fotografica tra le sbarre del cancello. – “Che sta facendo lei, chi le ha dato il permesso? - “ Un ometto, in una camicia a quadri, è apparso e avanza verso di me a passi ampi. Il volto è contrariato. Apre il cancello e la mano cerca di afferrarmi la macchina fotografica. - “Mi faccia vedere cosa stava fotografando?” - Ci metto parecchio a spiegargli, che sono un bambino di settant’anni che viene a rivedere i luoghi dell’infanzia. Lo sento diffidente. Vorrei lasciare tutto lì e andarmene, ma i ricordi mi chiamano. Acconsente, a malo modo, a farmi salire sino alla villa. A metà viale, ci viene incontro la moglie. Guarda me e il marito con un volto dubbioso.  Ora si libera la curva e vedo villa Adela. Irriconoscibile. Il fine ottocento è mutato, in un palazzotto modernizzato dal pessimo gusto. Un patio pseudo messicano, aggiunto di recente, ne protegge l’entrata. Il ciliegio dalla neve di petali, in primavera? -“Lo abbiamo abbattuto. Era troppo vecchio e malato” -. Dalla balaustra, sconnessa, da cui mi affacciavo nella valle, vedo mamma e zia che corrono disordinatamente, gridando, nella neve alta. Un caccia inglese sta giocando con loro, al gatto e il topo. Scende basso su di loro, quasi a sfiorarle, poi risale, rombando, il declivio del monte. Ritorna, scivolando in una picchiata d’ala. Scorgo il volto del pilota. Ma che fa? Ride? - “Le sta corteggiando” - qualcuno alle mie spalle.  Una lastra di marmo con un ampio foro circolare è adagiata alla parete dell’entrata. - “La riconosce? Ci siamo rammodernati.” - Quante volte mi ci sono seduto su quel buco nero, io, timoroso. Una vertigine infinita, sino al pozzo nero, nel gabinetto sospeso nel vuoto, sulla parete posteriore della villa. Entro, a destra, la cucina ha perso tutti i caratteri di un tempo. L’inferriata alla finestra non c’è più. Me la fecero coprire col mio corpo, quando il tedesco che svolgeva il cavo telefonico, si avvicinò per guardare dentro. Un lenzuolo bianco, steso internamente, attraversava in diagonale la cucina, evitando gli sguardi a salami e prosciutti appesi ad asciugare. Tonio, il mio amico maiale, era finito lì. A destra il salottino in vimini ha la porta chiusa. Lo stato maggiore delle SS, ne aveva preso possesso. Di sera sentivamo i canti attorno al camino. Io aspettavo il piatto di bianca pasta, che mi porgevano, quegli esseri biondi, giovani, sorridenti. Erano miei amici. La vetrata delle scale, manda raggi di sole. Il suo frantumarsi in briciole di vetro, al bombardamento sul vicino ponte dello Scrivia. Il ratatàtà delle bombe, che scendono urtandosi. Quel suono metallico, uno scampanellio di morte, che pochi conoscono. Vado via, ora. Il diffidente padrone della villa ha avuto notizie, che non conosceva, della sua casa, da un bambino, dal volto di vecchio.

  • 12 ottobre 2013 alle ore 16:21
    Fabula Opale Nobile

    Come comincia: Stamattina sono uscito con la ferma  intenzione di tornare nel mio amato Abruzzo…poi  il viaggio mi ha portato ad Ascoli…la Scalinata dell’Annunziata,il Caffè Meletti e le sue cartoline dolciastre,Piazza del Popolo,Piazza della Verdura,Piazza della Viola,il Giardinetto del Grande Blek…l’ultima volta che ci son stato ero da solo…la sera dei miei anni di Gesù…e c’era la neve…via Pretoriana e le sue "salate"…mattinate invernali in odor di Martini Bianco…con relative scritte sui sedili del pulman “salare è godere”…e in cuffia delay analogici e la voce di Thurston che sussurrava un po’ melanconica “Schizophrenia is taking me home”… le sue piccole botteghe che ancora resistono agli iper-centri di via del Commercio…aspettando il post-meriggio… le cioccolate calde ritempranti della storica latteria di Piazza Roma…dopo le fumate di oppio,proveniente da sapienti mani rom del litorale giuliese…il Chiostro di Sant’Agostino…coi suoi Angeli Bianchi su S/Fondi Rosso-In-Fuocati...astrattismo antidistimico…marmorei cigni d’acqua alla Pinacoteca…per grazia ricevuta ho lo smart in assistenza tecnica e non posso scattare nessuna foto…le emozioni di vita vissuta impresse solo nei propri occhi scivolano in presa diretta nell’anima e lì restano per sempre…senza che nessuno possa mai scalfirle…le scarpe nuove le ho in repeat-until…ma è iperuranicamente fotonico ri-possedere quella tanto leggiadra quanto monolitica consapevolezza di aver finalmente riacquistato i propri piedi…Holden Martino  Mielestrazio 4 Ever…ma non più bigio…..la mia non-vita violenta-me…di ritorno in mood-loop la melliflua Psyco 41 voce di Elena che vomita infiorescenze umbratili di Pimpinella Anisum,mentre mi comprime il parenchima pleurico sbilenco…urlando “non mi devastare,non mi devastare sai”…

    Ora l'ultimo piano della claudicante palazzina di via Carità a Napoli è relegato per sempre nel file dei ricordi che non fanno più male....

    (…la notte del 5 settembre quei clangori improvvisi mi fecero pensare che fossi tornata…invece era soltanto una mediocre scossa di Terremoto…per mia fortuna…)
     

  • 11 ottobre 2013 alle ore 14:04
    Macchie rosse d'asfalto

    Come comincia: L'ultima volta che ho attraversato la strada era un giorno d'ottobre. Ero già anziano, il passo lento, gli aculei ingrigiti ma il muso ancora umido umido, non ci vedevo più bene come quando l'attraversai la prima volta in cui avevo perso la mamma da pochi giorni, sbranata da un mostro a motore di quelli che ci appaiono in sonno nelle giornate in cui abbiamo gli incubi. Mi sono messo sulle zampe di buona ora, appena fattosi buio, e arrivato alla fine del campo ho spalancato gli occhietti e cercato di udire se l'asfalto tremasse più di me. L'età mi ha reso quasi un miracolato, in questi anni ho visto tanti miei simili finire schiacciati come sardine, passati e ripassati, resi a irriconoscibili macchie d'asfalto. Stavolta è toccato a me, devo dire non mi sono accorto quasi di nulla, se non di una luce accecante che mi ha abbagliato, ho provato di accelerare il vecchio passo ma è stato tutto inutile, un rumore sordo come di quando un umano in cucina strizza una spugna imbevuta di acqua: quell'acqua era il mio sangue, schizzato fuori come una rigogliosa fontana a dipingere il grigio. Dolore? Non lo so cosa ho provato, so solo che all'improvviso mi sono guardato intorno e mi sono visto li, i miei resti avvolti da una cornice di silenzio, giacevo a quasi tre metri dal punto di arrivo, dall'altro campo, dalla libertà: un'eternità. Mentre mi guardavo d'improvviso un rumore sempre più ravvicinato poi una luce che non abbagliava più, ed ecco un nuovo mostro di ferro a schiacciare i miei resti inermi, spargendo chiazze di colore anche sul bianco delle strisce di mezza via. Sono rimasto non so quanto tempo a osservarmi, a osservarvi, abbiamo giocato a guardarci, anche se voi non vedevate me ma le mie briciole, i miei miseri resti della vostra misera esistenza, poi me ne sono andato, lasciandomi lì sull'asfalto: una macchia rossa, tipo lo schizzo di un quadro o una triste poesia. I miei brandelli sparsi nel vento qua e là tra l'erba ed il fosso. Infezioni? Malattie? Sono semplicemente diventato un fiore di campo che qualcuno raccoglierà.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 23:47
    LETTERA DI UN'...ANIMA

    Come comincia: LETTERA DI UN'...ANIMA
    Voglio andare in una nazione dove il comunismo è fuorilegge, l' America magari, perchè anche voi in Italia professate ancora questa assurda filosofia che ha distrutto il mio Paese. Sotto la falsa bandiera dell'uguaglianza ha creato delle caste privilegiate togliendo al Paese ogni possibilità di sviluppo sia economico che culturale. Tutto il Mondo ha visto quale danni provoca questa cultura e ancora non si è deciso a liberarsene. Io sono stata bene in Italia, ma rabbrividivo ogni volta che vedevo la gente manifestare con bandiere rosse e l'effige del partito comunista. Perchè invece di essere un popolo unito siete ancora così divisi dal voler sbagliare in un modo o nell'altro, in nessun colore c'è giustizia; io non credo più in presidenti che fanno grandi promesse per il solo gusto di avere potere, non credo più ai gruppi che vogliono farmi credere di sapere cosa è giusto per me. Io voglio andare in un Paese bello, libero, ma che rispetti le tradizioni e la cultura di ogni popolo. Non credo che l'immigrazione sia sbagliata. E' giusto che ogni persona abbia la possibilità e la volontà di crearsi un futuro migliore. Il Mondo è di tutti e ognuno deve poter essere libero di girarlo come vuole nel rispetto dei propri fratelli e delle leggi umane. Io capisco perchè molti di voi italiani non amano gli immigrati o gli stranieri, perchè in realtà voi non fate altro che accogliere i peggior delinquenti che si approfittano della vostra buona fede e vengono per sfuggire alla giustizia del nostro paese che altrimenti li condannerebbe alla prigione. Voi accogliete ladri, stupratori, assassini, con compassione, ma senza preoccuparvi di sapere cosa hanno fatto nelle loro città e chi sono in realtà. Io non vorrei compassione da parte vostra, ma vorrei il rispetto della mia cultura e delle mie tradizioni. Avete anche messo un ministro di colore per dimostrare il vostro profondo senso di uguaglianza, ma la realtà è che non avete scelto quel ministro per le sue capacità, ma semplicemente per il colore della sua pelle. Che senso ha? Meglio un bianco capace che una donna di colore che deve solo creare l'illusione della vostra tolleranza. Lei non è capace, non comprende le reali necessità di un popolo, si limita a chiedere altra compassione, ma chi desidera tutta questa compassione? Anche gli immigrati hanno dignità ed orgoglio. Date cultura, date insegnamenti, date tecnologia, non compassione. Un bravo ministro è colui che sviluppa idee perchè il proprio Paese cresca, risparmi le proprie risorse energetiche e naturali e perchè i servizi sociali siano efficenti e validi per tutti. Italia è un grande popolo con un grande cuore, ma governato da opportunisti a cui nulla interessa del popolo, interessa solo dei propri loschi affari. Poi vi ritrovate a piangere i morti che non avete saputo accogliere, ma che se fossero rimasti vivi sarebbero stati un problema ancora più grande. Che senso ha? Perchè siete così ipocriti? Io voglio andare in una nazione dove non importa che lingua parlo, di che colore è la mia pelle o che forma hanno i miei occhi, dove posso pregare tranquillamente il mio dio senza scandalizzare nessuno, non deo sentirmi diversa nemmeno se uso una sedia con le ruote per camminare o se non sono bella e magra come le donne delle riviste di moda. Io crdevo che l' America fosse questo genere di Paese, ma poi mi sono accorta che accoglie tutti, è vero, ma tutti sono ghettizzati in comunità o gruppi a seconda della loro provenienza o della loro diversità. Io non voglio che mi illudano di essere uguale a tutti gli altri per poi " rinchiudermi " in aggettivi come asiatica, europea, ispanica, ebrea, cattolica, di colore ecc.. Io voglio andare in una nazione dove mi guardano solo nell' Anima perchè quella, sono sicura è uguale in ogni creatura e se tutti noi imparassimo a guardarci l'anima, scopriremo che siamo tutti fratelli ed è un peccato rimanere divisi.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 22:05
    L'ospite indesiderato nella mia infinita dispensa

    Come comincia: _Non  so  quanta strada abbia fatto e da  quale angolo o serratura  si sia innoltrato,l'ospite indesiderato ,per finire nella mia invitante e infinita dispensa.
    Non so quanti anni siano passati e quando é stato;
    Forse fu mentre dormivo in una cantina  un sonno artificiale,oppure quella sera ad agosto dopo un pomeriggio con Silvia ,una violenta  pioggia mi prese all'improvviso come se furono lampi  di avviso, io continuavo a camminare da sola  senza coprirmi.
    Oppure anni prima quando ritornando a casa
    mi prese un'acquazzone che arrivava fino alle ginocchia
    l'avvoltoio impaurito  e io invece camminavo libera sentendo come se quell'acqua  avesse osato sfidare un dio per cercare  di purificarmi da fatti che non mi appartenevano
    ( quella fu una pioggia santa ).
    No,forse l'ospite indesiderato entro' nella dispensa della mia anima quando ero sdraiata al sole...
    no no forse quando  tra  i rovi  coglievo le more..?
    Ah ecco,ho capito,entro' quando per anni fui costretta a guardare  le pietre  implorando salvezza alle stelle,o meglio esse imploravano al loro padre  la mia salvezza..
    si,entro' li  di fretta  approfittando di quei passi frettolosi..
    Ma che importa  come  e quando fu,so solo che si dice che l'ospite dopo un po' di giorni infastidisce,é poco desiderato,allora figuriamoci  quello di cui tu non sai della sua esistenza e mangia  di nascosto nella tua dispensa !!
    Tu non te ne accorgi perché hai carne da vendere,frutti eternamente  acerbi,alberi con foglie verde scuro e nel salotto liquori che stordiscono e nutrono perché si tratta  di amore
    con un bichiere  servito e riempito continuamente a meta'.
    nel tavolo al centro dell'ombellico dell'isola,un centrino ricamato  in un lontano giorno senza data e senza nome destinato a un vaso di fiori che non muoiono mai,pare ci sia un acqua piovana benedetta  da due rondini.
    Saprei come fare  per  sconfiggere  il topo
    ( l'ospite indesiderato),potrei fare uscire un temporale dal mio petto tra la gola  e  i fianchi
    ma poi  uscirebbe dagli occhi  e  non sarebbe  un dipinto
    Allora potrei andare a comprare del veleno come si usa fare  per loro,ma ricordo che  nella dispensa  abitiamo insieme,e allora non posso.
    Intanto lui,l'ospite indesiderato,continua a  mangiare nella mia dispensa..
    credo lo faccia mentre  dormo perché sapete,io  non sento i suoi rumori e non riesco a capire neanche se  mangia qualcosa dagli scompartimenti perché  c'é tanto da mangiare.
    Forse  si  ciba mentre  sto pensando,o magari adesso mentre ho tra le gambe un foglio obliquo e disteso come  un fazzoletto e  tra  le mani un inchiostro con cui far fuori il silenzio e sembra formarsi un ombra sul  foglio come fosse un pugnale,sembra sentirlo nel mio fianco sinistro , camera di ricreazione,stara' facendo un dispetto,lo riconosco da uno strano dolore che sento  per una strana mancanza.
    A volte inizia a mangiare quando mi sto preparando per uscire e  lui infame entra approfittando della mia distrazione  dal  trucco  e  dalla musica
    mentre  faccio un rito nativo  per la terra  o preparo il mio  canto d'amore,forse balla  con me e diventa un fantasma 
    mentre esco  di casa  lo sento nelle colonne  della stanza  tra le caviglie e le ginocchia  lo riconosco dalla  mia stanchezza ,
    forse aveva voglia  di miele e lampone..
    Come potrei fare per  scacciarlo?
    annegarlo non si puo'
    avvelenarlo neanche..
    fare finta  che  lui non ci sia
    ci riesco benissimo  é un potere particolare
    la mente
    ma comunque puo' accadere  che ti appare improvvisamente dopo mesi o anni davanti magari con i suoi occhi o sottoforma  di  donna  vestita da sposa con le zampette rosa
    no no,un vero incubo
    Allora ho trovato,potrei conoscerlo:
    -"Salve,mi chiamo Luna  che nasce  ,i nativi  mi hanno dato questo nome  perché  gia' da bambina parlavo  con l'amica luna e ogni giorno da allora nasco sempre bambina e tu?"
    -"io mi chiamo ospite indesiderato  e  tu mi chiami topo,quello che si ciba senza permesso  e  di nascosto  nelle dispense e nella  tua  c'é cosi' tanto da mangiare e da scoprire che non ho neanche  il gusto perverso di arrivare al sapore  delle tue ossa che quasi quasi scoppio e  muoio prima io"-
    _Ah grazie della sincerita ' topo,farti morire  scoppiando come  un maiale  potrebbe piacere anche  a me  che ho la mente perversa
    ma sono nata  sotto una luna d'argento e ho il cuore tremendo
    dammi la mano andiamo a vedere il sole  e farci  sorprendere  dalla pioggia  ti ricordi?
    urliamo insieme innalziamo il vento tra gioia e dolore  facciamo  nascere  un posto dove  chi non ha un anima non ne sente il rumore,si chiama grand kenyon vieni con me!"
    Dove sei?
    topo..
    topo?

  • 10 ottobre 2013 alle ore 12:16
    Cuore di cane, cane di cuore.

    Come comincia: Mi manchi. Stasera di più. Stasera ero in un posto dove non ti ho mai portata con me e all'improvviso ci ho pensato a questo, pensavo che ti sarebbe piaciuto stare sulla verandina a osservare il passaggio, tra una carezza e l'altra dei ragazzi. Con la tua ciotola piena d'acqua da svuotare, da vera cliente a cui tutto è permesso. Pensavo che nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, stava tutto muto negli occhi, negli sguardi, nei gesti. Le tue zampe erano il mio bastone, la tua coda il mio timone, il tuo pelo era il maglione che indossavo meglio, il tuo viso era una calamita per le mie mani, tenerti stretto a me era il più bel sentire del mondo, io non ti toccavo, ti stringevo sempre a me. Da quando te ne sei andata sono passate tre primavere e poche migliaia di chilometri, farti vedere il mondo penso sia stato il regalo più grande che ti abbia potuto donare, eri felice e portavi felicità nelle persone, come solo i bambini sanno fare. Ricordo i bambini che venivano apposta a vederti in negozio, c'era quella bimbetta bionda con gli occhi colore del cielo che ora sarà già una signorina, arrivava sempre di sabato pomeriggio accompagnata dalla mamma e chiedeva di poter stare qualche minuto con te. Tu eri bravissima, ci sapevi fare con i bambini, riuscivi a importi anche a loro e credimi non è facile. Quel qualche minuto diventava sempre una mezzora, a volte un'ora, una volta ricordo che successe il finimondo quando arrivarono in contemporanea due bambini per stare con te e uno si mise a piangere perché reclamava l'esclusiva e tu mi guardavi come a chiedere cosa stesse succedendo. La nostra complicità era assoluta, la nostra intimità speciale, eppure nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, parlavamo di musica, di ragù, dei problemi di ogni giorno e quando rimanemmo soli ti mostrasti matura, responsabile, avevi capito e sapevi che io avevo bisogno di te per guarire, per sentirmi utile, per non mollare. E' l'età che ci frega amore di papà, penso, a quando mi guarderai adesso, cosa penserai nel vedermi ridotto così, con questi giorni privi di slanci che paiono contati e scritti da un’analfabeta, giorni buoni per metterci una ics sopra a ogni lampeggiar di stelle. Tutte le tue cose sono ancora qui, come se tu dovessi tornare da un giorno all'altro, niente è stato spostato, i tuoi teli tutti piegati al loro posto, tutti tranne quello che ti ha avvolto il giorno che te ne sei andata via. E' che stasera ho avuto l'impressione per un istante che tu fossi li con me, mi sono voltato lentamente di scatto per cercarti, forse c'eri davvero, sei passata a trovarmi nel luogo dove vado a rifugiarmi quando tutto mi sembra perduto. Sai che ora lo capisco di cosa noi parlavamo veramente.