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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 ottobre 2013 alle ore 11:49
    Gita a Firenze

    Come comincia: Ieri sono andata in gita a Firenze con la mia classe e con il “V” B, la classe degli snob.
    Non ricordo nulla di ciò che ho visto, la giornata è stata un incubo. Sembra che quando qualcosa va storto, poi tutto debba continuare sullo stesso tono, almeno per un po’. E’ cominciata come una normale gita fuori porta, il pullman affittato dalla scuola è passato a prenderci puntuale davanti al liceo alle otto e trenta di ieri mattina. Con noi, in veste di accompagnatrice, la professoressa Paiello insieme ad un insegnante dell’altra classe. Non conoscevo nessuno dei ragazzi della sezione B, se non di vista o per averci parlato casualmente in qualche rara occasione. Le uniche due persone che conoscevo per nome erano Angela, figlia della nostra professoressa e un tale Massimo.
    Quest’ultimo, è un ragazzino della nostra età, anzi più grande, è ripetente, ma che dimostra forse dodici anni. E’ bellino, bel viso, lineamenti regolari, occhi chiari molto vivaci, lentiggini, espressione da monello impenitente. Però sembra un bambino, non solo per la statura veramente ridotta, soprattutto per la levigatezza del viso, senza un’ombra di peluria. L’anno scorso mi aveva colpita perché un giorno era entrato nella nostra classe insieme ad un suo amico ed aveva cominciato a fare complimenti alle ragazze, senza rivolgersi a nessuna in particolare:
    “Siete tutte così belle, sembra di stare in un paradiso di vergini. Non come nella mia classe, lì sono tutte brutte!”
    Sì, aveva usato proprio queste parole e mi aveva colpita per la disinvoltura dei modi e per le espressioni usate. Così sono salita su quel maledetto pulmino senza malumori o prevenzioni di nessun tipo. Io e Gaia ci siamo infilate in un posto intorno alla metà del veicolo, dall’altra parte del corridoio, alla nostra stessa altezza, Mara e Caterina. Sui sedili in fondo, notoriamente occupati dal gruppo più turbolento della scolaresca, si era insediato un rumoroso assembramento del “V” B: tra di loro c’era anche questo Massimo.
    Siamo partiti e per un po’ è andato tutto bene; certe situazioni hanno bisogno di tempo per decollare. Ero rilassata, guardavo fuori dal finestrino con Gaia accanto che ascoltava musica dal suo walkman. Intorno a me sentivo ragazze che parlavano, anche dietro erano tranquilli, all’inizio è sempre così. Poi le voci da dietro sono cresciute di tono, ragazzi che si alzavano, ragazzi che si spostavano di posto, che andavano a fare visita ad altri ragazzi seduti in altri posti. Gli elementi perturbatori della mia classe e quelli dell’altra hanno cominciato a scherzare insieme. Mi sono voltata a guardare e ho visto Mauro e Pietro, i galletti della mia classe, che fumavano in fondo insieme a tre o quattro ragazzi dell’altra sezione.
    Queste situazioni mi hanno sempre messa a disagio, non mi appartengono, acuiscono il mio senso di estraneità, mi scatenano elucubrazioni di ogni tipo. Però ero ancora abbastanza tranquilla, sono in buoni rapporti con Mauro, gli altri non li conoscevo, anche se ridevano e scherzavano in modo derisorio. Poi Mauro e Pietro hanno condotto Massimo ed un altro, che in seguito ho scoperto chiamarsi Fabrizio, da Caterina per presentare loro l’idiota della nostra classe e prendersi gioco di lei:
    “Vi presento Kukki, la ragazza più sexi della scuola. Caterina girati, saluta, non essere scontrosa!”
    Lei guardava fuori dal finestrino, faceva finta di niente sperando che perdessero interesse. Ma loro avevano un lungo e noioso viaggio davanti, due lunghe ore da far passare in qualche modo. Allora si è girata, li ha guardati con quei suoi occhietti piccoli e ottusi, poi ha atteggiato le labbra carnose ad un timido sorriso.
    “Ciao.”
    Ha detto loro timidamente, la voce bassa, un bisbiglio, il viso sollevato a guardarli in attesa. Massimo ha ridacchiato, Mauro ha fatto una smorfia simile ad un sorriso, poi ha continuato ad umiliarla:
    “Vedi, questo ragazzo qui si chiama Massimo ed è in cerca di una ragazza. Ho pensato che potevo presentargli te. Ti piace?”
    Caterina è rimasta in silenzio, Mauro ha insistito:
    “Non essere maleducata Kukki, ti piace Massimo? Guarda che bel ragazzetto! Allora rispondi!”
    Sorriso impacciato, un altro bisbiglio:
    “Ma, non lo so, che ti devo dire?”
    Hanno continuato così per qualche minuto, ma lei reagiva poco. Mara stava in silenzio, lei non parla mai in queste situazioni, né loro hanno provato a coinvolgerla. E’ quasi paranormale il modo in cui viene rispettata nonostante stia sempre assieme a Caterina, come se intorno a lei ci fosse una sorta di aura protettiva. Mistero! Mauro e Pietro si sono allontanati, sono tornati dietro, Massimo e Fabrizio sono rimasti a scherzare con due loro compagne di classe, sedute proprio davanti a Gaia e a me.
    Questa circostanza ha decretato l’inizio della mia persecuzione. Mi sono chinata verso Mara e Caterina, ho cominciato a chiacchierare con loro, con Mara per lo più. Le chiedevo se fosse mai stata a Firenze prima d’ora. Massimo si è girato verso di noi, ha notato che Caterina si era animata grazie al mio intervento:
    “Kukki, se non sei interessata a me almeno presentami questa tua amica!”
    Non mi piaceva la piega che stavano prendendo gli eventi e tuttavia ho reagito. Stupidamente, mi sono impegolata in un braccio di ferro verbale dal quale non sono più riuscita a divincolarmi. Mi ha guardata con quella sua faccia da schiaffi, la faccia che ho sempre immaginato dovesse avere il protagonista del “Giornalino di Gian Burrasca”, poi ha teso la mano verso di me: “Piacere, mi chiamo Massimo; lui è Fabrizio.”
    Se li avessi ignorati sarebbe stato anche peggio, così ho accettato di presentarmi. Nel tendere la mano all’altro ragazzo, l’ho osservato per la prima volta. Anche lui un viso liscio, bambinesco, ma alto di statura, ben strutturato. La testa un po’ troppo grande ed il viso un po’ troppo largo, capelli corti ed orecchie a sventola, ma lineamenti gradevoli, occhi espressivi, nel complesso un bel ragazzo. Anche lui aveva sfoderato quel genere di sorriso beffardo, preludio a qualche sfottimento. Massimo:
    “Senti Valentina, ma tu che tipo di ragazza sei? Voglio dire sei una che la dà – risatina di scherno - oppure sei una morta tutta casa e scuola?”
    Fabrizio:
    “Dai Massimo, che domande fai? Non si tratta così una ragazza. Non lo vedi che la metti in imbarazzo?”
    Sembrava una di quelle gag che si vedono nei film americani, l’amico più buono che modera quello sadico e sembra stare dalla tua parte, in realtà si sta divertendo un mondo.
    “E di voi cosa mi dite? Scommetto che a parole muovete i treni, poi ve la fate sotto quando avete davanti qualcuna che fa sul serio!”
    Ostentavo tutta la disinvoltura di cui ero capace, speravo di batterli sul loro stesso terreno. Se gli avessi dato a credere di essere una dura come loro, forse mi avrebbero lasciata in pace. O forse cercavo di dimostrare a me stessa di essere in grado di gestire situazioni ad alto rischio di bruciature. Quali che fossero le mie intenzioni o le loro, il risultato è stato di catturare definitivamente la loro attenzione.
    Gaia ha indossato nuovamente le cuffie del suo walkman, ha cominciato a masticare ostentatamente la sua gomma americana, poi ha abbassato gli occhi guardandosi le mani con insistenza. Si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata se non fosse stato troppo evidente il tradimento. La sua vigliaccheria è talmente patetica, le sue reazioni talmente prevedibili, che ho provato pena per lei invece della giusta indignazione.
    Massimo:
    “Ah, allora tu sei una tosta, una che ci sa fare, magari hai anche il ragazzo.”
    Silenzio.
    Fabrizio:
    “Ce l’hai il ragazzo, sì o no?”
     I suoi occhi mi scrutavano, forse era realmente interessato alla mia risposta. E’ un mio difetto, non riesco mai a mentire sulla mia vita privata, nemmeno quando sarebbe opportuno:
    “Mi piace uno, ma lui non lo sa nemmeno.”
    Risposta abbastanza sincera. In effetti, da qualche giorno a questa parte ho messo gli occhi su un tipo del “II” C, compagno di classe di un ragazzo che abita nel mio palazzo. Lo conosco di fama, per essere un ragazzo carino ma molto intellettuale, alto, moro, occhialetti, un bel tipo. L’ho incrociato un paio di volte che andava a trovare il mio coinquilino e all’improvviso l’ho trovato affascinante.
    Fabrizio:
    “Chi è questo ragazzo?”
    Perché non sono stata zitta? No, non potevo, avevo l’ansia di dimostrare a quei due imbecilli, io più imbecille di loro, che esisteva davvero questo ragazzo:
    “Daniele Campagna, lo conosci?”
    Fabrizio:
    “Sì, sta nel “II” C, giusto? Se vuoi vado a parlarci, gli dico che ti piace.”
    Perché non gli ho sparato un nome qualsiasi di qualche ragazzo inesistente?
    “No, non dirgli niente, non voglio assolutamente.”
    Mi ha guardata con uno strano sorrisetto, ho capito di avere sbagliato.
    Massimo:
     “Senti, ma torniamo a noi, scommetto che non hai mai baciato nessuno in vita tua!”
    “E invece ti sbagli, non ho nessun problema a baciare un ragazzo!”
    Massimo:
    “Non ti credo, sei una sparapalle, te la fai sotto all’idea di baciare qualcuno!”
     “Ci vuoi scommettere?”
    Gli è passato un lampo negli occhi, mi si è avvicinato e abbassando la voce ha insinuato mellifluamente:
    “Dimostramelo, baciami adesso, qui, davanti a tutti.”
    Poi si è fatto ancora più vicino, lentamente ha accostato il suo viso al mio, fino a quando la punta del suo naso quasi non toccava quella del mio. I suoi occhi erano fissi nei miei, colmi di sfida, di canzonatura, ridenti di trionfo, verdi come una palude. Non ho retto quello sguardo, ho spostato il mio sulle sue labbra, piccole, schiuse nell’attesa, leggermente screpolate. Quest’ultimo particolare ha in qualche modo scatenato il panico, che già minacciava di aggredirmi dall’inizio della conversazione. Mi sono allontanata e ho cominciato a balbettare frasi sconnesse, prive di senso alle mie stesse orecchie:
    “NNo,nnon qui, non è il momento, poi non bacio mica così, a comando…bla, bla, bla,…” Ho blaterato frasi cretine, odiandomi nel momento stesso in cui mi uscivano di bocca, ma non riuscendo a bloccare il torrente maledetto che sgorgava dalle mie stesse corde vocali. Loro mi fissavano, soddisfatti, Fabrizio forse un po’ accigliato – perché avevo l’impressione che fosse dispiaciuto dell’eccessiva crudeltà dell’amico?-, entrambi soddisfatti di avermi piegata.
    Hanno continuato a tormentarmi per tutta la durata del viaggio, due gatti sullo stesso topo, contenti di giocarci insieme e di palleggiarselo l’un l’altro. Se come un topolino mi fossi arresa, impaurita e paralizzata in un angolo, forse mi avrebbero lasciata in pace. Avrebbero mollato la presa in cerca di prede più reattive. Ma io mi sono messa in testa di uscire da questa storia a testa alta, di trovare il modo per avere l’ultima parola. Il topolino che mostra i dentini sperando che i suoi torturatori li scambino per temibili canini. Patetica. Il gatto e la volpe sull’ingenuo Pinocchio. E Gaia continuava ad ascoltare musica da quel maledetto walkman. Loro sembravano non vederla nemmeno. Riesce a mimetizzarsi talmente bene con l’ambiente da risultare invisibile. La mia amica camaleonte. Mimetizzata con la tappezzeria del pulmino.
    Abbiamo passato il casello per uscire dall’autostrada e loro commentavano la mia camicetta a scacchi rosa e fucsia. Abbiamo parcheggiato e scendendo i gradini del pullman sentivo i loro fiati sul collo che sghignazzando si auguravano che inciampassi. Arrivati a destinazione ho deciso, troppo tardi, che era meglio ignorarli, che forse era possibile essendo ormai in movimento, forse potevo sfuggire le loro insolenze. Mi illudevo. Ho guardato il panorama di Firenze dal belvedere di piazzale Michelangelo attraverso un velo di lacrime, ascoltando i loro commenti beffardi:
    “Mi sembra che abbia il culo basso, che te ne pare?”
     “No, Massi, non direi, dà quell’impressione perché è piatto e largo.”
    Li ho avuti perennemente dietro durante gli spostamenti a piedi per le strade della città, due voci nell’orecchio che mi raggiungevano dovunque decidessi di spostarmi all’interno del gruppo. Mi bruciava anche la magra figura che mi costringevano a fare di fronte ai miei compagni di classe che di certo non erano sordi a questa persecuzione. Non osavo guardarmi intorno per paura di leggere nei loro occhi la pietà o, peggio, una finta indifferenza. Durante la visita all’interno della Galleria Palatina dell’Accademia, i due falchi sempre sulla loro preda, ho sentito Mauro difendermi, debole tentativo per mettere fine alla persecuzione:
    “E dai ragazzi, lei no, lasciatela perdere.”
    Non ho detto nulla, ma in quel momento ho sentito di amarlo, l’unico impulso di affetto che ho provato in mezzo a tutto il livore, il risentimento e l’odio assassino che mi porterò dentro finché campo al ricordo di questa orribile giornata. Giravo per le sale della Galleria Palatina di palazzo Pitti, commentavo gli splendidi Rubens, i Tiziano, i Raffaello insieme a Mara, lei così catturata dalla bellezza dei quadri, e facevamo finta di non sentire i commenti che dietro di noi arrivavano al mio indirizzo. Mara era come sorda alle cattiverie di cui mi omaggiavano ma stava con me, mi parlava come niente fosse e questo era il suo modo per darmi coraggio, per darmi una pacca sulla spalla dicendo:
    “Non te la prendere, ignorali, non vale la pena di amareggiarsi di fronte ad una simile ottusità.”
    Mentre ci aggiravamo all’interno del Duomo, sono riuscita a prendere le distanze, grazie alla vastità dello spazio, breve momento di tregua gradito quanto un’oasi di palme nel deserto. Durante il viaggio di ritorno mi hanno graziata per una buona metà del tempo, stanchi dopo la loro dura giornata di pubbliche relazioni. Si sono ritirati nel fondo, da lì li sentivo ogni tanto ridere ad alta voce, ma per lo più sono stati  tranquilli. All’arrivo, scendendo dal pulmino, mi hanno salutata con un minaccioso:
    “Ci vediamo domani a scuola!”
     Li ho guardati per un momento perplessa, chiedendomi quali fossero le loro intenzioni, ma non ho fatto commenti, ero veramente stanca e me ne sono andata a casa. Ieri sera non ho detto nulla. Ero troppo scioccata anche per confidarmi con mamma. Ho cenato in silenzio, un nodo mi stringeva la gola, impedendomi anche di mangiare. Sono andata a letto presto, ma non riuscivo a prendere sonno. Mi sono rivoltata a lungo su un fianco, poi sull’altro, poi a pancia in sotto. E intanto pensavo, pensavo, pensavo.
    Si dice che l’adolescenza sia un'età difficile, un momento di passaggio tra la fanciullezza e l’età adulta. Per molti di noi la crudeltà è un modo come un altro per affrontare le nostre paure, un metodo a basso costo emotivo. Attraverso l’umiliazione e lo svilimento dei tuoi simili, hai l’illusione di avere il controllo: se riesci a sopraffare allora sei forte, ti sei guadagnato il rispetto del gruppo, sei accettato ed è più facile accettare te stesso. Questo ti permette di ignorare il fatto che i tuoi amici sono tutti più alti e formati di te, nonostante che tu sei stato bocciato e sei più grande di età. Puoi sentirti intelligente, magari astuto, tu conosci la vita, sei un uomo di mondo, che importa se probabilmente non arriverai al diploma perché non riesci a concentrarti sui libri. Studiare in fondo è una perdita di tempo, un’occupazione per gente inferiore, che non vede ad un palmo dal proprio naso. La tua cattiveria è il passaporto per l’accettazione nel gruppo. O forse non è così. Semplicemente esistono persone buone e persone cattive. Queste ultime, probabilmente, non sanno nemmeno di esserlo. I loro sono giochi innocenti, divertimenti innocui, per passare il tempo. E intanto ti fanno a pezzi. Scavano nel profondo e ti colpiscono dove fa più male.
    Ho sbagliato. Per questi individui non esiste niente di più irresistibile di una persona in posizione di debolezza che ostenta una sicurezza fittizia, costruita per orgoglio. E loro lo sanno. Pregustano l’umiliazione e ci arrivano per gradi, sino a piegarti sulle ginocchia, fino a quando non ti vedono piangere o supplicare pietà.
     
     

  • 28 ottobre 2013 alle ore 19:34
    Amicizia

    Come comincia: E successe anche a me di pagare per gli errori fatti, quando capii così severamente che calcolo e valutazione non sono proprio parte di me, e per questo e altri motivi, arrivo troppo tardi alle cose che non vedo, e altre non voglio vedere, e che dietro le paure mi nascondo, prendendo distanze chilometriche.
    Cosa sono io ? Sono la somma delle cose che ho compiuto, di quelle a metà, dei miei desideri, dell'amore per la mia famiglia, delle persone care che non sono più su questa terra, sono le parole taciute, omesse, sono le possibilità che non ho avuto, la vacanza che non posso permettermi, sono il dolore che ho provato, le battaglie che ho combattuto, la fierezza che ho sposato. Eppure certi amici, certi volti, certi colori e visioni parte dei miei ricordi più belli si vanno perdendo, scompaiono, sbiadiscono, e fanno male, un male terrificante, che non ho potuto sconfiggere, un cancro maledetto da cui non potersi più difendere. E' per questo che vorrei azzerare, cancellare, correggere o meglio poter risentire in pancia di sorridere, respirare, e poterlo condividere senza invidie, gelosie. E questo è uno sfogo, un momento che poi al dunque non ho il coraggio di dimenticare, che se ascolto il cuore finisco per proteggere e consolare. Mi sarebbe piaciuto poterti abbracciare ancora e invece ti ho allontanato.
    E ora soffro, soffro tanto quando so che niente ti riporterà da me.

  • 28 ottobre 2013 alle ore 14:34
    Biancanet e i 7 post

    Come comincia: ss
    Mi è successo anche questo, solo per voler raccontare le fiabe ai bambini…
    “Oh mio facebook chissà quanti mi piace ho oggi sulle mie foto, aspetta che controllo “
    Esclamò la vecchia Sonunwc (perché sonuncesso è più volgare, dissero al momento della scelta del nome, i genitori della megera), accorgendosi che qualcuno aveva più consensi di lei, divenne più brutta di quello che già era, uno sguardo truce e cupo.
    Poi venne a scoprire che la bella Biancanet, una giovane d’oggi, molto dolce, graziosa e internauta, aveva ottenuto con una sola foto il doppio dei mi piace suoi.
    E pensare che Sonunwc continuava a inserire foto nel suo gruppo “le belle (più o meno) della rete” praticamente ogni giorno.
    Si fotografava da sola, in tutte le pose e non perdeva occasione per farsi ammirare, ma era brutta, purtroppo, ed anche molto cattiva.
    Nessuno le chiedeva l’amicizia su facebook, anzi era lei che supplicava tutti di chiedergliela, però spesso veniva bloccata perché esagerava.
    Appena si accorse dell’accaduto decise che Biancanet non avrebbe più dovuto batterla e quindi non c’erano tante soluzioni disponibili: toglierle l’accesso ad internet non si poteva, distruggerle il modem nemmeno (ne avrebbe acquistato un altro)…e allora?…
    Allora renderla brutta…anzi sfigurarla…il suo misero e meschino piano iniziò a prender forma…seguendo i consigli di un terribile hacker.
    L’hacker costruisce ed elabora in velocità appositamente una pen-drive per la megera: sarà un ordigno terrificante che adoperato da Biancanet la renderà bruttissima…
    Ma dai come può una pen-drive fare tutto ciò…?
    Fidatevi e leggete avanti questa strampalafavola.
    Biancanet, ignara di quanto le stava per accadere, è sempre alla disperata ricerca di lavoro e di questi tempi avrebbe accettato qualunque offerta…
    Ed è così che riesce a farsi ricevere da Sonunwc , non potendo nemmeno lontanamente immaginare il seguito.
    Ovviamente e prevedibilmente come ogni fiaba thriller che si rispetti, di solito la vittima va ad aprire la porta all’assassino, in questo caso la vittima viene assunta senza tentennamento alcuno dalla sua carnefice…
    Ma perché va sempre a finire così? Biancanet no, non farlo…ti prego, torna indietro, noooooo.
    Niente, oramai aveva varcato la soglia della casa della megera, non si poteva più tornare indietro.
    Inizia a lavorare, a rassettare, a lavare e stirare e a pulire il notevole strato di polvere che ricopriva tutto (e certo se Sonunwc è sempre su facebook non ha il tempo materiale per pulire la casa!).
    Il lavoro procede anche se diventa sempre più massacrante, fino a che un giorno Biancanet sfinita, decide di scappare…senza dare nemmeno il preavviso contrattuale previsto.
    Scappa Biancanet, le urlava una voce dal di dentro…scappa più veloce che puoi…approfitta che la vecchia è al computer…non si accorgerà di nulla.
    E così fece: la ragazza, iniziò a correre forsennatamente, attraversò strade, ponti canali…oltrepassò campagne e laghi…e tutto senza il benché minimo aiuto di un tomtom…
    Ad un certo punto stremata si ritrovò in mezzo ad un fitto bosco di pini…
    Un profumo inebriante, ma non doveva rilassarsi…era sola…e prima o poi Sonunwc se ne sarebbe accorta…doveva mettersi al riparo.
    Calavano le prime ombre della sera.
    Di lì a poco scorse una casetta…probabilmente l’unica, con una gigantesca antenna parabolica: siamo nel 21° secolo, pensò la nostra fanciulla, meglio una casa con la parabola…
    Bussò ma non rispose nessuno…ritentò e poi si accorse che dal camino stava uscendo del fumo…quindi doveva essere una dimora abitata.
    La porta era aperta e così Bbiancanet un po’ timorosa entrò e si trovò davanti una grande sala piena di computer, tablet cellulari: dunque, o si trattava di qualche ladro che usava la casa nel bosco come deposito dei malloppi delle sue ruberie, oppure poteva trattarsi di una postazione di qualche azienda informatica segreta…chissà.
    Però quanta polvere…anche qui come nella casa di Sonunwc: forse era colpa di facebook?
    Seppur poco convinta Biancanet decise di dare una bella pulita…e allora iniziò a risistemare i faldoni di carta che circondavano tutti i macchinari, pulire la polvere, mettere a bollire l’acqua in un pentolone (l’unico trovato) per farsi una pastasciutta…
    Insomma un vero “repulisti”, del resto Biancanet non sopportava la sporcizia, il disordine, ma soprattutto la polvere…
    etciù…
    (scusa biancanet ma ne hai sollevata parecchia ed io sono allergico…scusate l’interruzione)
    Salute, rispose qualcuno…si ma qualcuno chi?….
    La giovane si girò e vide un coloratissimo pappagallo con tanto di pannelli solari, praticamente un papparobot…una novità e sul tavolo vide i documenti che comprovavano l’avvenuto brevetto dell’animale (a cosa servisse lo lascio alla fantasia dei lettori c’era scritto…)un brevetto inventato da chi abitava in quella casa sicuramente…un inventore, pazzo?
    Bello però,Biancanet chiacchierò per un po’ col papparobot o per meglio dire lo ascoltò ripetere le frasi che lei buffamente pronunciava a raffica…
    Poi un attimo di panico…Biancanet sentì un vociare confuso venire da lontano…anche il papparobot misteriosamente si bloccò…non poteva essere un effetto sonoro della bestiola…no infatti era qualcosa che si avvicinava…e man mano che il rumore aumentava la ragazza si rese conto che si trattava di un gruppo di persone e non di una persona sola…
    Ecco si…stavano arrivando dei buffi e alquanto strani personaggi (perché finora tutti normali vero?)
    Erano i 7 post che allegramente cantavano a squarciagola:
    --“andiam andiam
    andiam a navigar
    su facebook twitter e internet però
    non so
    skype ora c’è per te
    adesso puoi guardar
    dal vivo tu mi puoi
    anche telefonar
    la la la la la la”—
    Erano esseri minuscoli compatti tosti e massicci…dei cubi praticamente…entrarono ordinatamente con a capo Facebookilo anche Taggalo, Postalo, Linkalo, , Twittilo, Maililo, Chattalo…
    Biancanet salutò con voce tremolante e Facebookilo, il più vecchio, prese la parola e ammonì la giovane sul fatto che aveva violato una proprietà privata…poi le chiese l’amicizia su facebook…
    Ben presto divennero amici, non solo di facebook, si spiegarono sorseggiando un buon bicchiere di vino e festeggiarono fino a notte fonda…canti, balli e follie.
    Pian piano dopo averla ringraziata delle pulizie si addormentarono uno sulla spalla dell’altro…
    L’alba!
    Era una splendida giornata…il sole iniziava il suo sorgere…quando il suo innalzamento si bloccò bruscamente e tornò il buio più pesto.
    I 7 post e Biancanet si svegliarono praticamente all’unisono e dopo un po’ si sentì bussare alla porta…
    Classica situazione ripetuta…ok…
    Si sentì bussare alla finestra…ecco, meglio?
    Facebookilo andò ad aprire le imposte e si trovò innanzi una vecchietta ricurva sul suo bastone con un sacco all’apparenza pesantissimo…
    La fece entrare…noooooo…non dalla finestra…dalla porta…(ah si giusto)
    La vecchietta era… (per chi non l’avesse capito…ok…ok…non dico nulla…avete capito tutti)
    Dicevo, la vecchietta si spiegò e si giustificò dicendo di non saper usare il pc…facebook twitter…insomma tutti gli aggeggi del progresso e voleva stare al passo con i tempi: aveva sentito molto parlare dei 7 post e quindi…
    Biancanet, malauguratamente volle rendersi utile e così si offrì di dare spiegazioni lei stessa alla vecchietta: bingo!
    (siamo sicuri che avete capito chi si cela così misteriosamente sotto i panni della vecchia?)
    Iniziarono le lezioni…
    Anche i 7 cubi…ops, i 7 post ascoltavano…
    la vecchietta per ricambiare l’ospitalità e la pazienza regalò la terribile pen-drive a Biancanet, che ne fu entusiasta…
    Effettuarono poi l’accesso anche a facebook e quando la vecchia vide che nuovamente la fanciulla aveva superato i mi piace rispetto alle sue foto si agitò tremendamente…
    i 7 post si allarmarono…misero a bollire l’acqua per una camomilla, ma la vecchietta Sonunwc era già scappata urlando…
    Bene la camomilla se la divisero tra loro e finalmente Biancanet inaugurò la pen-drive ricevuta in regalo…e bumm
    Uno scoppio tremendo, un vetro dello schermo scheggiò lo splendido viso di Biancanet e il sangue iniziò a fuoruscire: la ragazza svenne…
    I 7 post in un primo momento pensarono di inserire subito un post (non uno di loro, ma proprio un post scritto) su facebook ma poi convennero che nessuno scrive i affari propri sul social network….ahahahah (qui la risata ci sta)
    Presero degli stracci per tamponare l’emorragia e vi riuscirono…
    Intanto uno dei post (non scritto, quello vero) era corso a telefonare con skype al famoso principe adsl20mega…era l’unico che avrebbe potuto collegare di nuovo con il mondo e con la vita la splendida Biancanet e farle sparire la cicatrice dal viso…
    In men che non si dica arrivò adsl20mega tirò fuori lo spinotto appropriato per medicare la ferita si chinò sulla ragazza la collegò…ops…volevo dire la baciò
    Miracolo: biancanet aprì gli occhi…era di nuovo collegata…e senza cicatrice alcuna…
    subito venne cambiato lo status dei due…da single a fidanzati…
    E come ogni fiaba che si rispetti vissero felici e connessi
     

  • 27 ottobre 2013 alle ore 18:48
    Viaggio

    Come comincia: Aveva sentito dire, o forse letto da qualche parte, non ricordava, che il bello di un viaggio è il viaggio stesso. Prendere la macchina e dirigersi verso una destinazione nota o improvvisata, dava modo di intraprendere un'avventura. Baggianate! Trovarsi nelle ore di punta nelle tangenziali di Milano o nel grande raccordo anulare di Roma, non aveva niente di avventuroso.
    Era della stessa idea quel caldo pomeriggio di fine giugno. Avrebbe  fatto il viaggio, insieme alla moglie, con il preciso intento di arrivare il più presto possibile alla metà, in ferie.
    Faceva molto caldo e l'aria condizionata della piccola utilitaria riusciva a stento a rinfrescare l'abitacolo. La moglie, previdente come sempre, aveva preparato una borsa termica con frutta e acqua fresca, preferivano spiluccare qualcosa in macchina piuttosto che fermarsi nei caotici autogrill.
    Imboccarono l'autostrada A4, direzione Venezia. Alla sinistra si vedevano sfilare le Prealpi, confine naturale che divide le Alpi dalla pianura Padana che si estendeva alla destra a perdita d'occhio.
    "Non è male come paesaggio, tanti capannoni ma anche tante cascine, campi coltivati e montagne"
    "Già" Rispose lei sovrappensiero.
    "Guarda, adesso ci avviciniamo al lago di Garda, che belle colline, che bei vigneti, mmhh"
    "Pensa che buon vinello ah?" La donna conosceva i gusti del marito.
    "Se facciamo sei al superenalotto compriamo una piccola cascina e ci mettiamo a fare il vino" Confermò lui.
    "Si, si. Sei al superenalotto, è subito fatto. Bella zona comunque, davvero"
    Il Sole arroventava la macchina e nonostante l'aria condizionata lui stava cominciando a sudare.
    "Vuoi da bere?" Chiese lei.
    "No grazie. Cerco di resistere altrimenti continuo a sudare"
    "Un po' di frutta?" Insistè la moglie.
    "Si ok, quella volentieri" E' mentre lei lo imboccava amorevolmente arrivarono a Verona, allo svincolo per Modena.
    "Adesso comincia il pezzo noioso" Osservò lei mentre addentava un pezzo di melone.
    "Piattume, campi a perdita d'occhio e zanzare" Confermò lui.
    Lei gli prese la mano poggiata sulla leva del cambio e lui la strinse forte, un gesto affettuoso che i due condividevano spesso.
    "In effetti anche questo paesaggio ha un suo fascino" Disse cauto lui mentre lei stava cercando di infilare un cd nell'apposito spazio e poi lo guardò come a dire <Sei impazzito!>
    "Non ho detto che sia bello, però guarda che belle cascine e i campi come sono tenuti bene" Poi con la coda dell'occhio intravide che dischetto stava per mettere lei ed esclamò:
    "Nooo, che lagna. Metti qualcos'altro dai, lo sai che non sopporto quella musica" E infatti lei non cambiò dischetto e inserì ciò che aveva scelto. Musica che a lei piaceva parecchio ma a lui un po' meno.
    "Dicevi? Un bel paesaggio?" Parlò lei distrattamente.
    "Si, come le canzoni del tuo cd" Grugnì lui.
    "Allora è uno splendido paesaggio" Sorrise lei.
    Il cartellone indicava l'uscita di Mantova.
    "E' una bellissima città Mantova, ricca di storia e a misura d'uomo"
    "Non so, non l'ho mai vista" Rispose lei.
    "Un giorno ci veniamo, con calma"
    "Hai fame?" Chiese lei.
    "No grazie. Ho sete ma non bevo se no mi devo fermare venti volte a pisciare"
    Stavano attraversando il Po, erano in piena pianura.
    "Chissà che nebbia in inverno" Disse lei.
    "E che freddo" Confermò lui.
    La macchinina macinava chilometri alla velocità di crociera di 110, 120 km all'ora; una buona media. Lei guardava fuori dal finestrino e canticchiava sulle note del cd, mentre lui cominciava a soffrire il caldo. Non aumentava l'intensità del freddo perchè sapeva che a lei dava fastidio ma il sudore cominciava ad imperlargli le tempie.
    "Tesoro, aumenta un po' l'aria fresca" Lo invitò lei.
    "Ma a te da fastidio"
    "Non ti preoccupare, oggi fa veramente caldo"
    Lui approfittò di quell'eccezione e abbassò immediatamente la temperatura. Nel frattempo erano giunti all'altezza di Modena, in perfetto orario con la tabella di marcia ed imboccarono la A1, che non sembrava troppo trafficata.
    "Forse oggi ci va di culo" Pregò lui.
    "Dobbiamo ancora passare Bologna" Osservò lei.
    Bologna. Spauracchio per milioni di automobilisti che devono attraversarla in qualsiasi periodo dell'anno, si rischia spesso di trascorrere alcune oer fermi in colonna, ad osservare fabbriche, palazzoni e colline in lontananza. Il paesaggio stava cambiando, ora ai lati dell'autostrada si vedevano frutteti e stabilimenti di vario tipo.
    "Quaggiu si vede un'altra campagna rispetto alla nostra e adesso si cominciano a vedere le colline bolognesi"
    Erano arrivati allo svincolo:a destra si andava per Ancona, Pescara; a sinistra per Firenze, Roma. Imboccarono la destra e pregarono di non trovare colonna o San Lazzaro sarebbe arrivata tardi.
    "Sembra poco trafficata oggi l'autostrada" Affermò la moglie convinta.
    "Lo dicevo io. E' un giorno feriale ed è abbastanza presto e poi la crisi colpisce duro. Ma lo sai che anche l'autostrada da noi è mezza vuota?" L'autostrada da noi era la famigerata A4 nel tratto tra Brescia e Milano andata e ritorno.
    "Mi ricordo i tempi in cui ci volevano anche tre ore per arrivare a Milano. Bisognava partire prima delle 5 alla mattina o eri fregato" Lei lo sapeva, ma non aveva voglia di pensarci. Disse invece:
    "Certo che senza traffico si può ammirare anche questa zona con un altro punto di vista, non è male"
    "Colline e campagna, un po' il sogno di tanta gente e poi sono piuttosto vicini al mare" Lei si stava addormentando, il classico colpo di sonno da viaggio. Lui la aiutò a reclinare leggermente il sedile e le strinse la mano"
    "Riposa tesoro, Bologna è superata" Lei non sentì quelle parole, stava già dormendo. Lui allora approfittò per cambiare cd e inserì un dischetto degli Eurythmics; la musica e la voce di Annie Lennox lo tranquillizzavano molto. Non c'era traffico e la media dei 120 non era pesante da tenere. Mentre osservava il paesaggio fortemente agricolo intervallato da grossi stabilimenti, stava ripensando alla sua vita. I problemi legati al lavoro che non c'era, la consapevolezza di essere di passaggio su questa terra ma di non poter fare a meno di preoccuparsi per il suo futuro e quello della sua famiglia, ma anche la gioa di avere degli splendidi figli e una moglie insostituibile. Da giovane gli avevano detto che con il tempo l'amore va spegnendosi; probabilmente era così, ma lui dopo vent'anni sentiva di voler bene alla moglie più che all'inizio, chissà, il tempo avrebbe dato il suo responso. Immerso in questi pensieri si ritrovò senza accorgersene all'altezza di Cesena, quando lei aprì gli occhi.
    "Siamo a Rimini?" Domandò con voce impastata.
    "Quasi, siamo a Cesena. Dormi ancora se vuoi, io non sono stanco"
    "Sicuro? Hai lavorato tanto questi giorni, vuoi il cambio?"
    "No, no, tranquilla, riposati ancora"
    "No, altrimenti mi viene il mal di testa. Vuoi un po' di frutta?"
    "Volentieri e anche l'acqua. Dopo Pesaro o Fano ci fermiamo al primo autogrill a farci un caffè, e per andare al bagno"
    Mangiarono in silenzio. Adesso il paesaggio stava cambiando completamente. Le colline coltivate a grano, orzo e girasoli avevano preso il posto dei campi coltivati ad ortaggi e frutta.
    "Questo è il paesaggio che piace a me" Sospirò lui sognante. Lei cambiò cd ed inserì una raccolta di musica degli anni ottanta, un buon compromesso per entrambi. Dopo circa quindici minuti si fermarono a prendere un caffè. A lui non piaceva fermarsi in quei posti, troppa ressa, la paura costante di essere derubati, anche se poi si era circondati da gente che, come loro, era in viaggio e non vedeva l'ora di arrivare alla metà.
    Andarono in bagno e una volta fuori ripartirono velocemente senza fare carburante.
    "Costa di più in autostrada e con questa velocità penso che arriveremo a destinazione senza dover fare benzina"
    "Speriamo" Affermò lei "Comunque un buon caffè ci voleva proprio"
    "Si. Hai visto come erano puliti e ordinati i bagni? E poi sempre a parlar male dell'Italia. C'è ancora della frutta?"
    "Prendi queste albicocche, sono buonissime" Mangiarono ancora frutta, con quel caldo era un vero toccasana. Avevano superato Senigallia e più a sud si vedevano chiari il promontorio di Ancona e il suo porto. Adesso l'autostrada entrava nell'entroterra per qualche chilometro, una volta superato l'aeroporto avrebbero costeggiato le alture di Ancona e il monte Conero per poi riavvicinarsi al mare più o meno all'altezza di Loreto, che con il suo imponente santuario svettava sulle colline marchigiane.
    "Guarda amore, Loreto. Ti ricordi anni fa quando ci siamo venuti?" Lei era innamorata di quel posto.
    "Si tesoro e tutti gli anni ci ripetiamo che dovremmo tornarci e ora che i bambini sono cresciuti potremmo portarci anche loro, gli piacerebbe"
    "Sono sicura che resterebbe anche nel loro cuore"
    In breve sorpassarono anche l'uscita di Macerata.
    "Ti ricordi quell'anno che siamo scesi a Macerata al matrimonio di mia cugina?" Esclamò lui.
    "Si, che avventura. E poi che bel posto dove siamo andati a mangiare e dormire, stupendo. In mezzo alle montagna, al verde e alla tranquillità, come si chiamava?"
    "Tolentino? Camerino? Bha, non ricordo, però era proprio bello, anche lì sarebbe da tornarci"
    "Amore, con tutti i posti belli che ci sono da vedere e rivedere non basterebbe tutta la vita per visitarli"
    "Hai ragione, però è bello avere dei ricordi. Guarda le colline che piacciono a noi, qui in primavera ed estate è uno spettacolo"
    "Quando stai bene vedi tutto bello" Confermò lei mentre gli stringeva la mano poggiata sul sedile. Restarono così per qualche minuto, in silenzio, beandosi della presenza reciproca. Un cartello indicava la fine delle Marche e l'inizio dell'Abruzzo.
    "Siamo quasi arrivati. Sei stanca?"
    "Io no. Tu piuttosto, ti fa male la schiena??"
    "Un po'. Con questo caldo si suda comunque e sono tutto appiccicoso"
    "Dai, ancora poco e ti farai una bella doccia. Hai fame?"
    "Adesso si, ma aspettiamo di arrivare, mengeremo a casa" Il viaggio stava per terminare, mancavano sette chilometri all'uscita di Roseto degli Abruzzi. Da lì ancora qualche chilometro di strade interne e sarebbero arrivati a destinazione, dove parenti e amici li stavano aspettando. Uscirono dall'autostrada senza problemi, erano quasi le nove di sera e non c'era traffico. Lui ci mise pochi secondi a prendere il passo urbano, il rischio dopo tante ore di autostrada è di andare troppo forte nelle strade di paese. Adesso respiravano aria di casa, quei posti vacanzieri evocavano in loro gioia e pace, la strada tortuosa che si arrampicava sulle colline scoscese era un segnale di riconoscimento come per dire: ecco, siete arrivati. Entrarono nel paesello a passo d'uomo e videro corrergli incontro i loro ragazzi e la gente del posto sorridente, erano arrivati.
    "Amo, siamo arrivati!" Disse lei sorridente.
    "Si tesoro, siamo arrivati. E' stato veramente un bel viaggio" E mentre finiva di parlare i figli avevano già aperto le portiere della macchina e li stavano investendo con una raffica di baci e abbracci.

  • 26 ottobre 2013 alle ore 21:36
    Ricordi

    Come comincia: ....mi svegliai sudato, con quell'amaro tennent's in bocca e la testa era un campo di battaglia, bombe scoppiavano al suo interno, la televisione era ancora accesa li, come a vegliarmi, e il posacenere si era capovolto sul letto,bella giornata di merda si prospettava.
    Cercai sotto le lenzuola stropicciate la paglia spenta nella notte appena trascorsa, non la trovavo, dove cazzo si era andata a nascondere, e poi eccola... schiacciata sicuramente dal mio peso notturno era li , chiedeva solo di essere rimessa in sesto ed essere fumata. cosi feci.
    Grattandomi svogliatamente i testicoli, ancora mezzo sudato mi alzai e scalzo mi recai in cucina, avevo anche lasciato il portatile acceso,questo mi faceva capire quanto la notte prima fossi davvero arrivato al low battery, mi ero praticamente annientato, e in quei momenti post risveglio tutto mi fu più chiaro, dovevo smetterla, dovevo darmi una controllata, dovevo semplicemente ritornare a quella normalità chiamata monotonia almeno per qualche giorno, dovevo ricaricare quella stronza di batteria.......
    Ero ormai una entità astratta, bevevo, lavoravo, scopavo, mi tatuavo, mi tatuavo , bevevo, lavoravo, scopavo, ma non mi bastava più questo sedativo artificiale, nella mia testa passava tutto il mio vissuto, dalla adolescenza quando la famiglia si appoggiava ad un solida ricchezza a quando tutto finii grazie a strozzini e malavitosi paesani che a furia di pugni e minacce cambiarono , stravolsero completamente il menage famigliare.
    Mi ritornava in mente il periodo tra bologna e urbino, quando con la scusa di trovar lavoro passavo il tempo a drogarmi e bere tra rave a sasso marconi e storie assurde.
    Mi ritorna in mente il periodo in cui lavoravo nei locali notturni e me la godevo alla grande tra alcool e scrittura, e torno indietro e ricordo il mio punto zero. L'incidente dove i miei amici persero la vita e io no, il mio vero punto 0, e poi mi ritornano in mente i fidanzamenti e le storie di sesso sfrenate e il matrimonio e la nascita di mia figlia e la separazione e indietro a quando scoprii che il buddha si faceva.
    E mi ritrovo ad oggi, seduto in mutande in cucina a pensare a tutto questo, è questo il low battery è di questo che voglio raccontarvi, di una storia assurda ma favolosa, di un pazzo scrittore operaio perso tra la realtà e i suoi sogni, perso tra sconfitte ma vivo di speranze e ambizioni......
    Mi sedetti e iniziai a scrivere,fumando l'ennesima schifosissima sigaretta e sorseggiando la birra calda abbandonata sul tavolo la notte prima.
    -LOW BATTERY-

  • 25 ottobre 2013 alle ore 23:53
    La rosa nel giardino

    Come comincia: Era da anni che più nessuno si occupava di quel giardino infondo al parco, circondava una vecchia  villa decrepita. Le erbe infestanti facevano da padrone, avevano occupato tutti gli spazi che ormai da tempo non erano stati più curati.
    Il Giardino si guardava intorno per scorgere se si fosse salvato al meno un fiore di quelli che aveva visto tante volte  colorare i suoi giorni.
    Ogni mattina al sorgere del sole si guardava e ricordava quello che era stato, ornato da tulipani colorati, da primule e viole, mimose e tante margherite che coprivano la sua superficie…  I ricordi lo facevano sognare. Ogni sera prima di addormentarsi raccontava alla luna che gli teneva compagnia, la sua disperazione per l’unica rosa che aveva nella sua terra piantato le radici, sino a toccargli il cuore e della quale si era innamorato, ma che purtroppo, non era più rifiorita. Raccontava di lei, la sua bellezza, sussurrando alla luna il velluto dei suoi petali rosso fuoco, della sua eleganza vestita di spine e foglie verdi e del profumo che l’inebriava ogni sera… La luna l’ascoltava e una sera di maggio, intenerita dalla sofferenza del povero giardino, lasciò cadere una lacrima che brillava di una luce bianca e pura, appena toccò il suo suolo si formò un cerchio,  nel centro del quale spuntò una piccola gemma, con i suoi raggi l’illuminò mostrandola al giardino.
    Poi sparì dietro una nuvola ed il giardino ebbe giusto il tempo per vederla. Un brivido percorse la sua terra e felice del dono si addormentò aspettando il giorno. Quando la mattina seguente si svegliò, la piccola gemma era già cresciuta, era una pianta di rosa, quando se ne rese conto, la gioia lo pervase e tremò tutto il terreno, tanto che le erbe infestanti ne furono scosse.
    La rosa per qualche giorno rimase anonima, nessuno si era accorto di lei, ma le attenzioni che il giardino le prodigava scuotendo le erbacce perché non invadessero il suo spazio, fece ingelosire l’edera e il giorno che la rosa sbocciò e si elevò al disopra delle erbe infestanti, sfoderò tutta la sua bellezza dei petali vellutati cosparsi di brina mattutina, brillava al sole come una regina con il diadema di diamanti gocciolanti, poggiati sulla punta dei suoi petali aperti e sorrideva al giardino innamorato che estasiato teneva a bada le erbacce perché non le facessero male.
    L’edera gelosa strisciò silenziosa ed uno dei suoi tanti tentacoli avvicinò la rosa, poi fingendosi amica elogiò la sua bellezza e le domandò di abbassare le sue spine per poterle porgere una carezza. La rosa gentile acconsentì ed abbassò le spine sotto lo sguardo del giardino che nulla poté fare per impedire all’edera di avvinghiarla. Appena si svestì delle sue spine, con forza estrema, l’edera serrò forte il bocciolo di rosa fino a soffocarlo. Si spezzò e cadde sulla terra del giardino, il quale la strinse  sul suo petto e pianse insieme al cielo il suo amore.
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:55
    Le mie scarpe

    Come comincia: Le mie scarpe erano logore,erano arrivate,le guardavo con rispetto,avevano camminato molto,avevano macinato strade e vissuto tutto quello che avevo vissuto io,non si erano mai lamentate,anzi ubbidienti mi avevano portato dove volevo essere portato,senza mai lamentarsi.
    Le mie scarpe sapevano di vissuto di esperienza,non come quelle scarpe fortunate,quelle lucide,indossate poche volte da persone che l'unica strada che facevano era quella che intercorreva dal portone di casa alla portella della macchina,fortunate ma inutili. 
    Le mie invece erano fedeli,fiere.
    Come quella notte,quella notte loro erano con me,non mi lasciavano mai,come i cani affezionati morbosamente al proprio padrone,di quella sera ricordo solo flash di luci e lampeggianti,gente che urlava e correva,affannati cercavano di essere utili,non capivo bene quello che accadeva intorno a me,sembravo come bloccato sottosopra,non riuscivo neanche a parlare.Poi il buio.
    Il giorno dopo quando aprii gli occhi mi resi conto che quello che circondava il mio corpo era una fredda e tetra camera d'ospedale,il verde slavato sui muri dava la sensazione di morte, e quello era,la morte si era insinuata silenziosamente e vigliaccamente nella mia vita e in quella dei miei amici,loro,seppi molto dopo che non erano più dei nostri,ed io colpevole riflettevo su come potesse essere accaduto,tutto d'un colpo, eravamo sorridenti e pieni di vita.poi il buio.
    Quando aprii nuovamente gli occhi,il verde slavato era ancora li,tanta persone che d'autorità si appropriavano della parola amicizia no invece,erano spariti tutti,il colpevole non era gradito,e ciò mi rattristò molto,poi abbassai lo sguardo,di lato al letto,sole e allineate le vidi,erano li,presenti e fiere aspettavano che scendessi dal letto affinché potessero nuovamente essermi utili,erano fedeli loro.
    Presi le converse gialle tra le mani,le accarezzavo come un padre fa con un figlio,e loro mi confortavano,come è strano che un paio di scarpe logore possano aiutare più di tanta inutile gente. Le stimavo,qualcuno mi aspettava allora. ......
    -low battery-

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:53
    LA NOTTE

    Come comincia: ...Ero seduto li al tavolo forse da sei o sette ore, la notte era passata, e lo si capiva dal rumore esterno.
    Si iniziava a sentire il cinguettio degli uccelli e più macchine passare assonnate sotto la mia finestra.
    L'aria in casa era mista a nebbia,era il fumo che restava sospeso a mezz'aria come a creare un ambiente da romanzo bukowskiano,la luce era poca.
    Li sul tavolo bottiglie di birra vuote e cenere tutto intorno, i fogli accartocciati e come gomitoli sul pavimento.
    La testa mi frullava idee e pensieri e la compagna penna trascriveva stanca sulle righe marcate.
    Stappai un'altra tennent's e accesi l'ennesima paglia,accartocciai il foglio e aggiornai i gomitoli di carta sul pavimento.
    Non riuscivo a scrivere nulla,non ci ero riuscito per tutta la notte,li sul tavolo lo sclero era misto a ubriachezza, trasudava rabbia e delusione in quella stanza.
    De Andrè, l'amico fragile cercava cantando in sottofondo di addolcirmi il cuore,ma quella notte devo ammettere che non riuscii nel suo intento,la rabbia e il rancore avevano preso il sopravvento.........

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:51
    -IL SOGNO-

    Come comincia: Feci un sogno pazzo quella notte, sognai qualcosa di assurdo, magico, ma nel contempo reale, davvero molto reale.
    Ero seduto su una poltrona, una di quelle stile antico, quelle con intarsi ovunque e con spalliera e seduta soffice e comoda, completamente rivestita di un fantastico velluto porpora.
    La scrivania era enorme e non da meno in quanto a bellezza, faceva anche lei la sua porca figura.
    La macchina da scrivere spiccava luccicante di un nero abbagliante e il bianco delle lettere sui tasti dava alla stanza una luce particolare, tutto intorno,sulla scrivania, fogli bianchi da riempire.
    La stanza era lunghissima, aveva una profondità notevole,da un lato una serie di finestre grandissime una di fianco all'altra; io, la poltrona e la scrivania invece eravamo li in fondo, alla fine della stanza e difronte a noi, ma molto distante, la porta d'ingresso chiusa.
    Il pavimento era qualcosa di meraviglioso ed i mattoni antichi davano un tocco di eleganza al tutto.
    Scrivevo, scrivevo e il tempo sembrava non esistere nel sogno, mi vedevo li seduto a scrivere senza mai alzare la testa dal foglio, tutto intorno si sentiva una musica che allietava l'ambiente.
    Continuavo ad osservarmi, come se quello seduto a scrivere non fossi io, ero sempre li a scrivere con la testa piegata sul foglio che quasi non si riuscivano a vedere gli occhi, ma allo stesso tempo non ero stranito dal fatto di sapermi sdoppiato, era tutto normale, era un sogno si, ma era davvero tutto fottutamente reale.
    Mentre continuavo ad osservarmi, l'io che era seduto finalmente alzò il capo e iniziò a guardare verso il centro della grande stanza, nello stesso momento dai fogli iniziarono ad uscire figure prima poco riconoscibili e poi pian piano focalizzai che erano vari personaggi del racconto a cui stavo lavorando.
    Erano tanti nella stanza e danzavano tra il me che guardava e il me seduto alla scrivania, danzavano e parlavano tra loro come fossero reali, a suon di musica si spostavano chi piano chi velocemente per la stanza, quasi a mezz'aria, erano usciti dal racconto per prendere vita.
    Tutto quello era bellissimo, era molto rilassante vivere quella situazione, i due io continuavano a guardare quella danza senza proferir parola.
    Quando mi svegliai mi accorsi di essere ancora seduto al tavolo con la penna in mano, mi ero addormentato mentre scrivevo.
    Devo dire la verità, l'essermi svegliato e l'aver scoperto che si trattava solo di un sogno, mi lasciò l'amaro in bocca, un senso di tristezza che durò vari giorni.
    Speravo di poter rivivere quella esperienza fantastica.

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:49
    -LOW BATTERY-

    Come comincia: ..La stronza era andata via da casa, portandosi via anche la mia serenità, preso dalla rabbia, a metà di " Se ti tagliassero a pezzetti" mi alzai sbattendo violentemente la sedia sul muro, presi a casaccio alcuni scritti che avevo sulla scrivania e come un automa corsi in bagno e li gettai nella vasca, andai in cucina e presi l'alcool da sotto il lavandino, l'accendino dal tavolo e tornai in bagno.
    Ero seduto sul bordo della vasca con l'alcool nella mano sinistra e l'accendino nella destra, l'omino buono mi diceva di smetterla, di non farlo, non avrei fatto che torto a me stesso, di lasciar perdere.
    I miei manoscritti erano parte di me, non di lei.
    L'omino cattivo ribatteva incitandomi a bruciare tutto, come un vero ultras mi diceva che dovevo farlo, dovevo cancellare tutto ciò che avevo creato sino a quel momento, perché era solo merda e la merda di solito porta altra merda, quindi dovevo assolutamente farlo. Dovevo bruciare tutto.
    Lo feci, riempii la vasca di alcool, le pagine bianche iniziarono a prendere un colore rossastro, e tutto quello che sopra era scritto iniziò lentamente a confondersi in macchie nere, avvicinai l'accendino e accesi tutto.
    Il fuoco prese a vivere, la fiamma era di un colore particolare, guardavo impietrito il falò del mio passato, ma nello stesso tempo mi sentivo quasi sollevato, quasi infatti.
    Appena tutto fu cenere lo sconforto arrivò immediato, mi resi conto di aver fatto la cazzata più grande della mia vita, avevo dato fuoco a una parte di me.
    Quello che avevo scritto poteva essere per molti anche feccia, ma era feccia mia, creata da me, avevo fatto davvero una grande e grossa cazzata.
    Bastonato da me stesso tornai in cucina mi sedetti e rullai un po di marocco e accompagnato dalla birra calda rimasta sul tavolo fumai velocemente.
    Mi alzai e spensi la luce,mi recai muto in camera da letto, accesi la luce, vidi troppe cose che mi riportavano a lei, spensi e mi diressi verso il divano, mi stesi e guardai l'ora, erano quasi le sette del mattino.
    Dormii....

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:47
    BIANCHI DA COLORARE

    Come comincia: ...E sul quel barcone eravamo in tanti, troppi, eravamo cuori protesi verso un adriatico nervoso, attaccati tutti, l'un l'altro facendoci forza e coraggio in silenzio.
    E quel barcone per noi era il mezzo con cui poter riabbracciare papà, era il mezzo con cui potevamo affacciarci ai nostri sogni e ai futuri progetti, speranzosi, ma poi non si sapeva bene di cosa.
    Avevo solo sei anni, trascorsi interamente a sognare e amare il mio punto di riferimento, mio padre.
    Avevo solo sei anni, passati sulle sue spalle passeggiando felici a Durazzo o inseguendo quei magnifici colori che aveva la mia cuginetta, lei aveva colori, matite, acquarelli, ed io ne ero affascinata quasi rapita, incantata.
    Poi di colpo, d'un tratto tutto mutò, tutto si trasformò in un rincorrersi in cerca di qualcosa di migliore, di qualcosa di bello, di democratiche speranze. Avevo sei anni, e in sole ventiquattro ore mi ritrovai da che ero seduta sulle sicure spalle di papà, in un barcone pieno di gente,chi spingeva, chi pregava, chi semplicemente guardava l'orizzonte, guardava l'adriatico con occhi assenti e impauriti,ma che avevano però un misto di serenità e commozione.
    Avevo solo sei anni, e mio fratello quattro e mia madre con in braccio il piccolino di famiglia che ne aveva appena sei, ma di mesi.
    Il barcone prese mestamente il largo ed il silenzio si fece assordante,il buio invece sereno
    Questo è solo l'inizio della mia storia...........

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:02
    Mani sconosciute

    Come comincia: Lo sguardo alzato ...il cuore batte a mille ..una goccia scende piano piano dalla fronte sul collo ...fa caldo.Un movimento lento .. stringi la mano..forte forte ..quel pezzo del vestito ..senti un forte dolore nello stomaco, gridi.Le gocce sono ora pioggia ...ti senti inondata .. vuoi scappare ..perché ora il caldo si è trasformato in freddo ... un freddo gelido che ti entra nelle ossa ..nel cuore...nell'anima. Ma la strada è lunga e non c'è nulla per poterti proteggere .E' durato poco quel momento di pace che però ti faceva sentire cosi pesante, cosi confusa ..in attesa ..di tornare alla normalità .Perché niente di tutto ciò era reale ..era tutto senza senso e non era davvero quel che sembrava di essere.Non ti rimane altro che correre, verso quel qualcosa che difficile capirai cosa sarà ..è tutto nella tua testa .Ma corri verso quel che pensi sia libertà, verso quella porta che salverà tutti i tuoi pensieri, quei mostri che ti seguono verso la loro redenzione .. perdere tutto per un po' di pace ..E ti senti come responsabile di tenere chiusi questi mostri...Di tutti quei mostri che ti stano invadendo piano piano i pensieri .. e senti il loro potere ..come una scossa ..ti scorre nelle vene e ti danno l'impressione di essere potente .. immortale .La lasci scorrere senza fare niente perché non porterebbe a nulla ..tu non vuoi quel che non sia tuo...e quei mostri non li vuoi .. non ti appartengono e tu non appartieni a loro ...Cosi che continui a correre ...Intorno a te nebbia, nebbia e pioggia ..ti fermi, non c'è niente, non c'è nessuno..sola ..senti intorno a te le urla .. fa paura ..il tuo respiro diventa pesante..la tosse ..cadi sulle ginocchia ...guardi davanti a te .. nella nebbia si sentono dei passi ..piano piano si avvicinano ..senti una mano sulla spalla ..un'altra sull'altra spalla ...c'è più d'una persona ..ti aiutano ad alzarti e ti senti svenire .. senti tutte quelle mani addosso a te ..ti fanno paura ma non riesci a reagire, non riesci ad aprire gli occhi ...nemmeno quell'oscuro potere nelle vene senti più ... come se tutta questa nebbia te l'avesse succhiato senza nemmeno accorgerti ...Ti senti trasportata ..senti ancora la pioggia fredda cadendo sul tuo corpo come mille aghi che ti pungono la pelle .. ma piano piano ti abitui finché non senti più nulla ... non riesci a parlare ..non riesci a far uscir fuori nessun suono ...Ti lasci trasportare ..verso lo sconosciuto da mani sconosciute ... ti lasci portare verso quel qualcosa ..che magari potrebbe farti compagnia .. e ti chiedi ora ..dov'è la tua testa .. chiudi gli occhi .. e pensi ..pensi a quel sogno che facevi sempre ...alla tua visione di libertà..a quella casa sul lago ...a quel che credevi che sarebbe stata la tua meta, a quel letto caldo ..al camino dentro al quale avresti buttato la legna ..a quell'odore di caldo...E piano piano ... ti senti finalmente a casa ...

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:01
    Riflesso

    Come comincia: Tra me e te ci stava il fumo...Guardavo il fumo per paura che svanisse insieme a te ... cosi che continuavo a fumare ... insaziabile al pensiero che tu rimanessi li.Immobile ,fredda ..come una statua ...Intoccabile ... non ero sicura della tua esistenza .Improbabile la tua esistenza ..cosi perfetta ,cosi ... indescrivibile ...E io ...piccola creatura ... beata di poterti ammirare ..Cosi piccola ,delicata,fragile e superba .ma nello stesso tempo cosi fredda,imponente,forte e violenta ...Contraddittoria ..Lascio spazio alla mia mente di vagare in cerca di poter trovare il modo ...di afferrarti ..di sentirti .La mia realtà richiede la tua presenza ...un bisogno malato che porta avanti un vizio non sano ...Improbabile le mie intenzioni ...Perennemente in attesa di soffocare il mio essere per sostituirlo con il tuo ...Infelice di portare avanti un immagine di te ...una brutta copia di quello che sei...come un falso di Monet...Mi piace

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:00
    Breathe easily ...

    Come comincia: Rabbia ..rabbia che violentemente ti prende, ti possiede .Rabbia per tutto quello che ti circonda..rabbia che ti consuma ..Rabbia per te stessa che non riesci ad andare avanti sulla strada che ti sei scelta ..L'aria pesante , sporca ... tossica .Ti senti pesanti i polmoni ,senti pesanti quei vestiti che ti porti addosso  ...Il peso del tuo corpo è pesante. Vorresti crollare sul pavimento freddo e restare li ...non muoverti ... non lo fare ...Respira, respira profondamente perché è l'unica cosa che non fa rumore . Respira quell'aria che la senti tossica.

     

    Non fa freddo , ma stai gelando ...come se il tuo corpo fosse morto ...un cadavere che cammina ...uno zombie ...Non hai più bisogno di sentire . Sentire è doloroso , sentire ti da brividi ...quella pazza idea di voler sentire ti ha fatto male...più volte.Ti sei arresa e ora vivi senza volere sentire nulla.La tua pelle bianca ... Se potessi rimarresti fredda e immobile come una statua...ma costretta ti muovi ...come ...uno zombie.

     

    Convincerti di vivere , non ci riesci . Perché è cosi difficile ?

     

    Violentemente , estremamente fredda guardi fuori il buio che arriva .... il buio con cui ti sei abituata , come se ti appartenesse ...come fosse una cosa tua .Il buio ti aiuta a nasconderti , ad essere invisibile , a far uscire fuori e negare le tue paure... nel buio ..le tue paure spariscono , diventano una cosa sola con le ombre ...tutte quelle ombre ...Si muovono ...e tu le guardi come se fossero una cosa bella ...lentamente si muovono le ombre ...puoi camminare lentamente in mezzo a loro...di notte ..non possono farti del male ...

     

    Un'altra notte in arrivo ...un'altro giorno passato ...

  • Come comincia: Pensieri scomodi che lasciano scie di amarezza e dolore .Dolore che diventa fisico .Non puoi calmare un dolore essendo allergica agli antidolorifici ...Come non puoi calmare un dolore interiore con qualcosa che non hai...come fossi allergica alla felicità .Disagio interiore ... .Tutto doloroso ..lo senti nelle ossa ,nelle vene ..inonda te stessa con emozioni forti ...incontrollabili. Come una tempesta ..come un tornado ... ti copre di , ti soffoca e per poco non riesci a respirare ...senti il battito del cuore come se fosse talmente forte da farti scoppiare la testa .Vorresti coprirti le orecchie con le mani ma non riesci a muoverti ...ti senti pesante ,tutto è pesante ..l'aria ...E per poco il tempo si ferma ... per te .Guardi scorrere tutto intorno a te, immobile non reagisci e non puoi manco gridare .Come diceva qualcuno ..."Non puoi colmare un abisso con l'aria " ..Come non puoi colmare il vuoto dentro con dolore ...E' angosciante aspettare che ti salvi ..che salvi te stessa dall'inferno provocato dagli altri ... E' angosciante provare e riprovare senza risultati ...E' angosciante vivere cosi .Per chi è nato con il dolore ... è difficile trovare la felicità .E' come cercare di cacciare un raggio di sole per poi rinchiuderlo in una scatola .

  • 21 ottobre 2013 alle ore 10:11
    Amicizia o amore, questo è il dilemma

    Come comincia: Mithra, era un giovane, un bel giovane, alto e altero, dai capelli lunghi dorati, desideroso di vivere. Era molto legato alla vita, soprattutto perché prediligeva il prossimo come se stesso. In altre parole, aveva instaurato un forte legame che gli veniva ricambiato e da questo ricambio egli traeva la linfa vitale necessaria per il suo quotidiano sostentamento. Ricavava, in definitiva, da ciò una carica emotiva eccezionale stimolata ulteriormente dal rispetto reciproco, dalla sincerità viva, dall’attaccamento, dalla simpatia, dall’attrazione e dalla disponibilità del prossimo nei suoi confronti.
    Un bel giorno Mithra, mentre stava percorrendo la strada che quotidianamente lo portava a sfogare questi sentimenti al suo prossimo che, ovviamente, glieli avrebbe ricambiati, incontrò un ragazzo bellissimo, dai capelli ricciuti anch’essi dorati, dalla pelle candida e da un volto che esprimeva armonia, rilassatezza, letizia e serenità al tempo stesso. Egli portava a tracolla un arco e sulle spalle indossava una faretra piena di frecce.
    Mithra si fermò, lo guardò attentamente e gli chiese “Bel giovane, posso farti un elogio che mi viene dall’intimità più profonda?”.
    “Dimmi, non può che farmi piacere” rispose meravigliato da una tale domanda inconsueta il ragazzo.
    “Sei bellissimo, e la tua bellezza esprime ciò che di più bello, di più sublime, si può desiderare, molto di più di quanto io ho cercato finora!” esclamò Mithra.
    “Ti ringrazio, giovane, per l’apprezzamento che mi fai. Mi vuoi dire il tuo nome?” chiese il ragazzo.
    “Mi chiamo Mithra” rispose prontamente il giovane.
    “Non ho mai sentito questo nome!” esclamò meravigliato il ragazzo.
    “Mi chiamano così perché mi piace fare alleanza con tutti quelli che mi danno ciò che io do” proferì il giovane che subito dopo chiese “e tu come ti chiami?”.
    “Mi chiamo Cupido perché bramo ardentemente chi mi brama, con un desiderio disordinato che non riesco a controllare, con un profondo sentimento di affetto indescrivibile che mi stravolge l’anima. A chi mi suscita tale ardore misto a passione sfrenata tiro un mio dardo che lo ferisce per sempre”, rispose il ragazzo.
    “E la ferita non lo porta alla morte?” chiese Mithra.
    “No, perché io gli curo la ferita e, in questo, trova lo sfogo tutto il mio ardore. Si viene ad instaurare una reciprocità affettiva molto intima” affermò Cupido.
    “Allora, tra noi due c’è diversità! Io esprimo nei confronti di tanti il mio affetto basato sulla stima e su rispetto reciproco che mi viene ricambiato. Non c’è intimità. Esso è chiamato Amicizia.” esplicitò Mithra.
    “Il mio affetto, invece è un sentimento irrazionale, incontrollabile suscitato dalla bellezza esteriore di un’altra persona soltanto. La simpatia generata è intima, carnale, profonda, interiore, spirituale, ed ha bisogno di un continuo ricambio. Essa si chiama Amore!” precisò Cupido.
    “Non può capitare che quando tiri il tuo dardo ferisci la persona sbagliata?” incalzò Mithra.
    “Sì, qualche volta mi è capitato!” rispose prontamente Cupido.
    “In tal caso come fai?” chiese Mithra.
    “Non posso farci niente!”esclamò spontaneamente Cupido.
    Dopo questa risposta, Mithra e Cupido si guardarono stupiti in faccia, senza dire una parola e, subito dopo, si salutarono e proseguirono ognuno per la propria strada.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 16:15
    Per poco, Antonio, per poco...

    Come comincia: Caro Don Antonio Sartori, ricordo quale fu, la prima volta del nostro incontro. Spesso, poi, nella mia vita, ti ho chiesto rifugio, nella, accogliente, tua Cittadella, ad Assisi. Una fredda notte, la solitudine dei miei fari, che sbagliavano vie su vie, inseguendo pensieri. Tornanti senza stelle, nevischio sul tergicristallo, una pena dentro, incolmabile. Una messa di mezzanotte, un Natale, che osservavo passare su di me, senza traccia di serenità. "Dopo messa, una cioccolata assieme, in cella?" Un tuo invito, che non dimentico. Un salvagente buttato all'anima. "É un grande teologo, vedrai." Mi avevano preannunciato, e temevo la tua vicinanza. Io sono rimasto al catechismo parrocchiale, quello della prima comunione. Sorseggiammo, in silenzio, quel liquido denso, caldo, cremoso. Le stelle sembravano entrare nella buia cella. Non una parola. Il tuo sguardo, su di me, aveva un peso leggero. Una vertigine di corpo e anima.                                      "Può bastare, per stanotte. Va un po' meglio, Lucio?"
    Un pomeriggio domenicale, sul Nevskij prospekt di Leningrado. Un inverno grigio e freddo. Ancora la vecchia Unione Sovietica, povera, cenciosa, buia, come una pagina di Dostoevskij. Marciapiedi colmi di volti senza espressione, vecchi cappotti, incipriati di ghiaccio. Una massa solida, in movimento perenne, senza meta. "Lucio, stamane, non ho detto messa, devo tornare in albergo. Mi accompagni?" In quel polveroso salottino, in un freddo corridoio dell'enorme hotel, due poltrone di pelle consumata e un tavolino sgangherato. Tirasti fuori dalla tua borsa due bottigliette. "Guarda un po', in cucina, se ti danno del vino, acqua e un pezzo di pane". Quando te li portai -"Ora siediti comodo, in poltrona, rilassati, sarai stanco". Che spettacolo, quella messa, che mi offristi! Possibile che la cena del Cristo potesse rinascere, con me e te, in quel momento, con tale semplicità. C'era posto per un Dio, in quel salottino polveroso, ostico? Ne ebbi un’intuizione, grazie a te.
    Un luglio, in Finlandia. Era di primavera. Al tramonto, giungemmo ad una chiesetta di legno, un pezzo d'arte, firmato da Alvar Aalto. La foresta l'avvolgeva, rabbuiandola dall'azzurro dell'immensità del cielo. Vedo ancora la scenografia, dietro l'altare. Un sipario di cristallo apriva la visione di una via, tra alti alberi ventosi.  La croce, ampia, nera, decisiva, chiudeva lo sguardo, in un orizzonte prossimo.                                       -" Lucio, prima d'iniziare messa, vai fuori. C'è una corda che scende dal campanile, suona la campana"-   Ricordo quell'invito, improvviso, che mi mise imbarazzo. Il suono, lanciato da me, nell'immensità, tra i mille laghi e le immense foreste della Finlandia, non terminava mai, si ampliava in cerchi infiniti. C’ero io, al centro di quel suono. Cos'era mai? Un pianto, un lamento, forse, una preghiera. Che mi avevi mai fatto fare? Per poco, Antonio, per poco, stavo per credere.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:47
    Lara alla tomba di John

    Come comincia: Andava spesso a far visita alla tomba di John. Anche se questa era vuota, dato che il corpo giaceva in fondo ad un burrone e non era stato possibile recuperarlo, lei lo poteva sentire vicino a sé. Le piaceva portargli dei mazzi di fiori di lavanda, quelli che nascevano vicino alla casa di John e che quella sera del loro primo bacio avevano inebriato i loro sensi. Dopo aver deposto i fiori davanti alla sua tomba e aver tolto qualche erbaccia che usciva dal terreno, Lara si stendeva per terra guardando il cielo cercando di parlare con John, per raccontargli di come fosse ora la sua vita e che cosa faceva durante le giornate. Non era sicura che lui l’ascoltasse, ma ogni tanto vedeva dei raggi di sole che apparivano durante una giornata nuvolosa e si diceva che forse l’aveva fatto accadere John per comunicarle qualcosa.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:41
    Il fatale litigio

    Come comincia: - Che spiegazioni vuoi che ti dia?!- Lucas non sapeva come giustificarsi con Sarah che in quel momento era infuriata con lui.
    - Almeno potevi dirmelo tu. Scoprirlo da un’altra persona mi ha ferito ancora di più!-
    - E va bene! Sono stato con un’altra!- Entrambi tenevano il tono della voce molto alto. – Sei contenta ora? Non ha significato nulla per me, è stata solo una cosa di pochi minuti!-
    - Dovrei sentirmi meglio ora?-
    - Ed io come dovrei sentirmi? Sai cosa vuol dire per un ragazzino come me affrontare una cosa così impegnativa come la tua malattia? Ho sentito il bisogno di essere giovane ancora per un giorno, invece di essere obbligato a comportarmi come un adulto!-
    Gli occhi di Sarah erano pieni di lacrime ed alcune erano scese a bagnare le sue guance rosee.
    - Ah tu devi affrontare la malattia? Sai almeno cosa vuol dire non riuscire a prendere sonno ogni notte per paura che sia l’ultima volta che chiudi gli occhi? O dover ringraziare per ogni giorno in più che ti è stato regalato? Sai come ci si sente ad aspettare un cuore che sai perfettamente che non arriverà mai? O dover fermarti ogni volta che compi uno sforzo perché sei rimasto senza respiro e capisci che dovrai rinunciare a fare le cose più semplici… questo lo sai come ti fa sentire?-
    Lucas ascoltava con il volto inespressivo senza essere in grado di rispondere.
    - Hai ragione tu: sei solo un ragazzino!-
    E detto questo Sarah si mise a correre finché la forza non l’abbandonò. Lucas tentò di afferrarla, ma dopo quella discussione si sentiva come pietrificato e rimase dov’era.
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  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:39
    Un momento fra Sarah e Lucas

    Come comincia: Quando il respiro di Sarah si fece più pesante e Lucas fu certo che lei dormisse, le bisbigliò ciò che non aveva il coraggio di dirle mentre lei poteva sentirlo:- Amore mio, non vorrei essere l’aria di cui hai bisogno per respirare: non potresti toccarmi. Non vorrei essere la luce: di notte non mi vedresti. Non vorrei essere pioggia: ti lascerei sola quando mi asciugo. Mi accontenterei solo di essere il tuo amore così sarei ciò che ti fa battere il cuore, ciò che riempirebbe le tue giornate, e i tuoi sogni la notte, ciò che arriverebbe in ogni attimo nei tuoi pensieri… non pretenderei di essere amato, ma di avere l’opportunità di amarti!-
    Sarah che aveva sentito quelle parole, senza aprire gli occhi disse:- Credo che non riuscirei più ad immaginare la mia vita senza di te!- http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...
     

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:37
    La confessione di Sarah

    Come comincia: “Sarah prese aria nei polmoni e tirando fuori tutto il suo coraggio ma senza mai guardarlo negli occhi, gli disse:- Nell’istante in cui mi dissero che ero ammalata di cuore e che sarei potuta morire, mi dispiacque… non per me che avrei lasciato questo mondo, ma per tutte le persone che avrei fatto soffrire, lasciando un enorme vuoto nella loro vita. Pensai a mio padre e a mia madre che non avrebbero mai più potuto né rivedere né abbracciare la loro bambina… a mia sorella che con il suo istinto materno cerca sempre di proteggermi… come avrei potuto far del male a tutte le persone che mi amavano?- Sarah si asciugò una lacrima che le era scesa sulla guancia, poi riprese a parlare:- Io me l’ero promesso! L’avevo promesso a me stessa: nel tempo che mi rimaneva da vivere, non mi sarei mai innamorata, anzi non avrei permesso che nessuno si innamorasse di me, nessuno avrebbe dovuto soffrire per colpa mia!-
    Il sole stava scendendo e il cielo si macchiava di rosa e di arancio. Lucas cercò di tranquillizzarla, le prese una mano fra le sue e le disse:- Dio ha avuto un’ottima mano quando ha colorato questo tramonto… ma credo che sia stato molto più bravo quando ha creato te!-
    Sarah lo guardò perplessa e lui le spiegò:- Se avessi solo questo giorno per amarti, vorrei viverlo fino in fondo! Non m’importa se tutto ciò mi farà soffrire, perché un giorno di felicità con te può farmi sopportare un’intera vita di dolore!-
    A quelle parole Sarah fu ammutolita: mai avrebbe pensato che nel mondo ci potesse essere una persona come Lucas.
    Lucas si alzò in piedi e la tirò a se dicendole:- Seguimi…-“ Dal romanzo “Il sentiero che conduce a casa” http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...
     

  • Come comincia: Si baciarono e si accarezzarono. Lui le accarezzò il petto, sentendolo sodo sotto la camicia, mentre Lara si abbandonò al desiderio. Le sfilò la camicia dall’alto e lei alzò le braccia per facilitarlo. Lara gli baciò il collo, rabbrividendo mentre le mani di Brian le salivano lungo la schiena. Quando anche lui fu con il petto nudo, la strinse a sé sentendo il calore della pelle contro la propria. Le mordicchiò il lobo dell’orecchio mentre, con mani esperte, le slacciava il reggiseno.
    Le sue gambe iniziarono a cedere e Brian la spinse dolcemente. La baciò sul ventre e le passò la lingua attorno all’ombelico, mentre Lara ansimava e reclinava la testa all’indietro. Si spogliarono dolcemente degli ultimi vestiti che avevano ancora addosso e si baciarono su tutto il corpo, senza fretta, lasciando che tutto accadesse da sé. Brian sentì il respiro di Lara farsi sempre più rapido e la sua pelle che, così morbida, sfiorava il suo corpo. Quando, finalmente, i loro corpi si unirono, chiusero entrambi gli occhi, assaporando quegli istanti che tanto avevano entrambi desiderato.
    Alla fine Lara si addormentò fra le sue braccia, con la testa nel suo petto. Mentre Brian assaporò il profumo dei suoi capelli e pensò a quanto fosse stato bello quel momento. Avrebbe tanto voluto essere nella sua testa per sapere che cosa avesse pensato lei di quella sera e che tipo di sentimenti avesse provato per lui, ma per questi ultimi, Brian si rispose che con il tempo l’avrebbe capito senza aver avuto il bisogno di chiederglielo.

  • Come comincia: John Thompson, ormai diventato una persona anziana, ripensa alla sua vita, quando era ancora giovane. A quando un giorno incontrò un bambino mendicante di nome Brian. Da quel momento diventarono inseparabili, anche se, una losca figura di nome Marcus Morrison tentò di separarli, perché, secondo lui, Brian gli apparteneva, come molti altri bambini della zona, costretti a mendicare per lui. Ma John, aiutato dai suoi genitori, face arrestare Marcus e portò a vivere con sé Brian, come se fosse suo fratello.
    Ripensa a quando Peter, suo padre, lo costrinse a lavorare nell’azienda agricola di famiglia e a tutti quei giorni passati ad odiare quel lavoro che gli aveva rubato la gioventù e che lo convinse a lungo di non poter trovare l’amore. Ma si sa che se una persona non cerca l’amore, è l’amore che va in cerca di quella persona. Infatti, è proprio ciò che è successo a John quando incontrò Lara: una sua vecchia conoscenza. A soli 20 anni, John capì che non avrebbe più amato nessun’altra donna, soprattutto dopo che si scambiarono un timido e delicato bacio, di fronte al lago nella proprietà dei Thompson, mentre una sera si celebrava la festa di fine estate.
    Quando sembrava che nulla li potesse dividere, John dovette intraprendere un lungo viaggio di lavoro poiché il raccolto era andato distrutto dopo un uragano. Lara aspettò con ansia per giorni il ritorno di John, ma non ne ebbe più notizia.
    Quello che però metteva di più in ansia Lara, era sua sorella Sarah di 16 anni che, ammalata di cuore, necessitava di un trapianto. Sarah ebbe una breve relazione con Lucas, un ragazzo conosciuto ad una festa. Lei gli disse subito che non potranno stare assieme, data la sua malattia, ma Lucas la convinse a rimanere con sé dicendole:- Se avessi solo questo giorno per amarti, vorrei viverlo fino in fondo! Non m’importa se tutto ciò mi farà soffrire, perché un giorno di felicità con te può farmi sopportare un’intera vita di dolore!-
     

  • 16 ottobre 2013 alle ore 12:42
    Squarci d'azzurro

    Come comincia: Un vago senso di spaesamento. Quella nebbia accennata che sfuma i contorni. Che annacqua le cose. Le rende pregne d’altrove. Una fuga agognata ma senza speranza perché il caldo ti incolla. I pensieri si stancano. Come cavalli sfiniti dal lungo tirare.
    Sofia guardava davanti a sé. Pensando. Ma l’afa e l’ignavia di quel paesaggio sempre uguale le toglieva la voglia. La volontà di uscire. E passava le ore guardando dalla finestra: pianura a perdita d’occhio. Nessun movimento. La terra era stanca e si distendeva in perpetuo riposo. No, non era soltanto terra. Principalmente erano case quelle che Sofia guardava. Ma con un occhio che andava oltre. Le polverizzava con il suo pensiero appuntito. Costante. Tenace. Le spazzava via dal suo orizzonte e ne costruiva castelli. Che cosa le passasse per la mente in quei momenti, è difficile a dirsi. Farsi un giro sarebbe stato l’ideale. Ma per Sofia l’ideale era ancora lontano. Tardava su quella sedia. Si cullava a più non posso in questo suo mondo infiltrante. Davanti a lei una veranda vetrata. Piante imploranti. Gonfie di quell’acqua che stava nell’aria. Esplose. Le tende abbassate fino a metà. Di quel marrone un po’ vecchio. Sbiadito. Dappoco. La madre bussò alla porta. Lei si girò con lentezza. Come di tartaruga avvizzita.
    Quanti pochi anni adagiati su quella sedia! Che urlavano la sua bellezza nascosta e negata.
    La tartaruga dagli occhi profondi guardò la madre. Senza parlare. Un sentore di impotenza si disegnò nell’aria. Incomunicabilità, qualcuno la chiama... Spezzare quei muri vischiosi. Ma come? Lunghi percorsi si vestivano di presente. Si facevano schiere. Affilate. Carovane sperse nei secoli. La madre le chiese di andare a mangiare. “Vieni?”. “Esci” le rispose Sofia. E poi più nulla. Solo occhi. Pozzi richiusi. Schiaffi quei lunghi silenzi. Colpe da espiare nei camminamenti. La madre le fece un sorriso. “Forza, Sofia, ti stiamo aspettando”. E ancora larghezza di labbra a celare tristezza. Denti sfoggiati. A trasmettere amore. Comprensione. Ma sempre imploranti. Mai al sicuro. Nessun riposo. “C’è il pollo, ti piace. E anche le patatine fritte. Quelle che faccio io. Le vuoi? Vieni, dai”. Eh, certo, quel mucchietto d’ossa amava mangiare le patatine fritte. Una volta. Quelle tagliate grosse. Che non mangi nei fastfood o nei ristoranti. Quelle fatte in casa. Che profumano di tradizione e di accordo. Di pasti legati alla terra. Di famiglie numerose. No. Cocci infranti di persone sperse. Doloranti. La madre uscì. “Vieni che si raffredda”. Sofia girò leggermente la testa. Considerava qualcosa. Soppesava con minuzia un pensiero. Quale? Un movimento all’esterno le tolse l’agio di andarci a fondo. Una figura minuta aveva il coraggio di avventurarsi fuori di casa a quell’ora. In quel caldo opprimente. Chi era? Sofia strinse gli occhi. Uno un po’ più dell’altro. Per il sole accecante che rendeva tutto appiattito al di fuori. Una ragazza, sembrava. Mai vista. In un quartiere in cui gli abitanti erano macchine. In cui i marciapiedi non avevano più ragione d’essere. C’erano. Scheletri di un mondo diverso. Periferico. Poco accogliente. Una ragazza vestita d’azzurro. Una macchia di colore acceso. Il desiderio. Fantasma che solo pochi sanno vedere. Sembrava tranquilla. Passeggiava leggera nella calura opprimente. Si guardava intorno. Un lieve sorriso.
    Cupezza che si scioglieva. Curiosità.
    Era dall’altra parte della strada. Lo stradone rumoroso. Si fermò. E guardò proprio nella sua direzione. Inquietudine. No, non la vedeva. Non poteva. Dietro le finestre. Dopo la veranda. In quel rettangolo libero dalle tende da sole. Però era lei che guardava. Un lungo scambio di parole silenziose. Un contatto profondo. Che non dimentichi. Una vita comunicata senza saperlo. Che si racconta nel suo stare pacifico. Nel suo bisogno di dirsi e dipanarsi. Una comunicazione di sogno. Solo un attimo e la ragazza corse via. Presa da un istinto veloce. Un guizzo. E attraversò la strada per infilarsi nella vietta laterale che costeggiava la casa di Sofia. Era sparita. Respiro.
    “Da qualche parte sotto la pioggia ci sarà sempre un animale abbandonato che impedisce a me di essere felice”. Le era capitato di leggere questa frase di Jean Anouilh. Era questo che pensava di sé?
    Chi lo sa.
    Sicuramente qualcuno credeva che fosse perfetta per lei. No, non accennava a piovere di fuori. Sarebbe stata una manna dal cielo. No. Tutto era immerso in un manto di caldo. Senza uscita. Vizioso e crudele. Si alzò con calma e andò in cucina a mangiare. “Le patatine fritte!!”, urlò. Con aria sprezzante tra il giocoso e lo scherno. Spiazzante. Tutti si guardarono. Per un attimo il respiro fu cosa estranea.
    Immobilità.
    Ecco la pianura che si faceva sentire. Che dettava gli schemi. Le regole per restare nel gioco. Ma quale gioco?! Era tutto così dannatamente serio, invece.. nessuno spazio per il riso. Quello sincero. Quello che sgorga spontaneo. Come ruscello che corre pazzo giù per i monti. In angoli di ombra e di quiete. Di pacificazione. No. Lì non ce n’era. Intrappolati in un dolore che era ancestrale. Pena per quelle povere anime ferite. Ognuna a suo modo. Ognuna desolata. Ognuna sconfitta dalla vita. La tensione corse sul filo del rasoio. Come congelarla? La madre si fece investire dalla tempesta. Consapevole. Avvilita. Un istante di fermo. Black out. Poi basta. Bisognava riprendersi. Come sempre. Recitare un copione. Il padre rise. Quel riso sforzato e quasi privo di denti. In cui tutto si ritrae.
    Cattiverie negli occhi. Di tutti. Poveri pazzi.
    Sofia si sedette finalmente a tavola. Cominciò a spiluccare il pollo. Era buono. Saporito. Ma ne bastava un pezzettino, ormai, per saziarla. E le patatine erano untuose. Olio abbondante. Che colava. Veramente squisite per tutti. Ma non per lei. Che ormai non aveva più neanche la voglia di gustare. Il piacere le era estraneo. Il cibo le era nemico. Lo prendeva a male parole. D’accordo. Era venuta a tavola. Era abbastanza. Di scatto si alzò e si sedette davanti alla televisione. Senza accenderla. A guardarla. A guardare l’oggetto. Il suo involucro. Non ciò che c’era al suo interno. Immagini. Vite. Contenuti. No. A lei bastava guardare quel corpo scuro. Grigio topo. Senza complicazioni. Il resto lo avrebbe messo lei.
    Ma quell’odore di cibo le andava al cervello. Le impediva di concentrarsi su ciò che continuava a sfuggirle. Sempre. In fuga perenne. La sensazione di aver pensato fino ad un attimo prima a una cosa davvero importante. Interessante. Vitale. Che non tornerà. Sofia non accennava ad alzarsi. Ragionava tra sé. Mentre, di là, si sentiva il rumore dei piatti. Di posate sbattute. Sgarbate. Nella cucina spoglia. Tutta scompagnata. Con la cappa di metallo bianco scrostato. Aggrappata a quelle piccole mattonelle sbeccate. Sempre bianche. Ma non immacolate. In cui si spalmavano le loro miserie. Come uscite, già appiccicose, dai vapori del cibo. La madre si alzò per rassettare. Lavare le stoviglie. Eliminare le tracce del loro passaggio dissonante. Accese la radio. Guccini. Ad aggiungere nuova a vecchia amarezza. “..mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR...”. Sofia ascoltava. “Non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via”. Chi l’avrebbe portata via? Per ora se ne restava sul divano beige. Un po’ scomodo. Anche quello ormai fuori moda. A guardare. Con quei suoi occhi affamati. Non poteva essere tutto morto. Là, in fondo. Giù giù. C’era ancora qualcosa che si dibatteva per tornare a galla. Che si contorceva. Che ruggiva. E graffiava. Insofferente di quella gabbia molle. Elastica. Soffocante. Come il caldo che non accennava a diminuire. E fuori quel ronzio di nulla. Senza cicale. Un’estate privata anche del conforto di quel suono. Solo brontolio alienante di macchine in inutile corsa. Dritta. Continua. Verso destinazioni poco importanti. Strade senza curve. Senza bivi. Nel deserto indifferente di anime secche.
    La madre andò in camera per un breve riposo. Doveva accompagnarla alla seduta di ginnastica. Ma lei non ne aveva voglia. Naturalmente. Perché non la lasciavano in pace? Ogni tanto qualcuno le faceva visita ma la faceva solo arrabbiare. Non aveva consistenza. Lei ci parlava. Piano piano. Rapidi sussurri pieni di parole confuse. Poi si infuriava e gli urlava di andarsene. Di lasciarla stare. Sputava improperi. E la cosa, più o meno, finiva lì. La madre, preoccupata, cercava di calmarla. Di farla ragionare. Di riportarla alla realtà. Ma lei non voleva ascoltare. Compresa com’era in quella sua lotta caparbia. Estenuante. Che la isolava. In un mondo sempre più estraneo. Solitario. Distante. E la lasciava spiaggiata. In terre remote.
    Stavolta non fece storie. Si mise la tuta. Si provò una giacca. Ché forse si vedeva persino grassa… ecco perché cercava di nascondersi nelle pieghe dei vestiti. Nell’abbondanza del contorno. Nell’illusione di un esterno dominante. Prese la borsa. Chiamò la madre. “Andiamo?”. La madre stupita,“Sì, arrivo”, le disse. Sofia uscì dalla porta. Sul pianerottolo esterno. Guardò giù dalla rampa di scale. Giù sull’asfalto rovente. Tra le aiuole di rose accaldate. Sfiorite. Intrappolate in realtà di cemento invasivo. Di lato la stradina sterrata che portava giù al fosso. Un rigagnolo che piangeva qualche lacrima d’acqua. A volte. D’inverno, non ora. Limitare di campagna che sfiorava le case grigie. Come il caldo. L’afa che tinteggiava di sé la vita delle persone. Rinchiuse in quelle scatolette asfissianti. Quelle chiamate case. Generalmente a due piani. Al massimo. Non vere e proprie gioie per gli occhi. Tutte uguali. Fatte con lo stampino. Nessuna fantasia all’opera. Ricoveri di gente perbene. Un po’ spenta, magari. Ma perbene. Nessun grillo per la testa. Spenti persino nei loro giovanili entusiasmi. Durati sempre troppo poco. Miraggi a cui nessuno credeva più. Fantasie di bambini. Ecco il racconto che si disperdeva nell’aria. Che si sussurrava uscendo da li. C’era costante un pensiero che le ronzava in testa. Voleva focalizzarlo. C’era qualcosa laggiù. Ma cosa? Non ricordava già più. Si voltò. Stavolta quasi di scatto verso il fondo della stradina. Uno schizzo d’azzurro. Improvviso. Un sorriso. Biancore. “Ciao”. E corse via. Si infilò nella casa accanto.
    Stupore. Graziosa. Gentile. Finalmente…
    Sofia si contorceva curiosa. Dal desiderio. Ma non poteva far altro. Rimanere lì. Sulla scala. Spiazzata. Randagia in fatto d’azione. Neanche un piccolo minuscolo veloce ciao. Rincorso nel giardinetto di fianco. La madre le apparse alla spalle. “Chi è?” le chiese d’un fiato Sofia. “Chi?”. “Niente. Andiamo”. E scesero a prendere l’auto. Dietro la casa. Parcheggiata in garage. Lamiera che si alzava. Rumore di metallo. Odore di chiuso. Muffa arrostita. Leggera. Stantia. E via. Salire in macchina. Abbassare i finestrini. Veloce.
    Sbuffo di caldo che aumenta.
    Sofia riscese subito. “Non ci voglio andare. Sto a casa”. La madre scattò. “Ci risiamo. Dai Sofia, ormai sali. Sono pronta. Andiamo. Dai”. No. Sofia non ne voleva sapere. Era tornata di volo davanti alla casa. E guardava ostinata la stradina di lato. Alla destra. Aldilà della rete. “Che cosa guardi?” le chiese la madre. Arresa. Già. Era stanca anche lei. Oggi non c’era la voglia di lottare pregare sorridere. “Chi è?” chiese Sofia. “Chi è chi?” rispose la madre. “La ragazza che è entrata dai Martini”. “Non ho visto nessuna ragazza. Non lo so. Perché?”. Nessuna risposta. Solo testardaggine d’occhi indiscreti. Niente. Nessuno passava. O si affacciava. “Vieni dentro se hai deciso di non andare” le disse la madre. Sofia sentì il caldo investirla. Lì in mezzo all’asfalto. Con la sua giacchetta ingombrante. Fuori luogo in quel contesto di fuoco. Una lingua infiammata la rincorse su per le scale. Ma lei richiuse, pronta, la porta. Salva. Appena in tempo. Nonostante tutto. Di nuovo al sicuro. E non successe nulla. Tutto scivolava via nell’indifferenza più assoluta. Trascinandosi dietro la vita come una vecchia ciabatta strusciata per terra. Con incuria. Lo psicologo chiamò a casa. Per avere conferma della seduta fissata. Sofia ci andava raramente. Ma senza dir nulla. Passava la sua ora di vuoto. Impenetrabile. “Sì, certo”, disse la madre. Sofia sbuffò via la sua contrarietà. E riprese a passeggiare su e giù per la casa. L’unica cosa che la calmasse. Che le facesse sfogare la noia. La stanchezza della routine senza fine. Senza balzi. Dipinta solo della sua stranezza. Via ogni appetito. Ogni colore più che ordinario. D’un tratto in questa atmosfera uniforme tutto prese un piglio diverso. Il telefono suonò nuovamente e subito suonò dispettoso anche il campanello. La madre rispose e chiese a Sofia di andare a vedere chi fosse. Lei non voleva. La urtava farsi guardare. Uscire allo scoperto. Corse in camera. Si infilò la giacca più pesante che aveva. E si piazzò davanti alla porta d’ingresso. Senza far nulla. La madre le disse di guardare chi era. Ma lei niente. Roccia. Trasudante sudore salato. In quel caldo assurdo. Con la giacchetta imbottita. Le sue paure attorte sul collo. Come sciarpa d’estate. Con la sua solita espressione di tartaruga, mise il collo un po’ fuori dal guscio. Rugoso per lo sforzo. Occhi socchiusi. Pupille scure a dilatare inquietudini. Spiò. Era il guizzo del cielo! Quello squarcio d’azzurro. Invitante. Al cancello. Si sporse un po’ di più. E quella macchia di speranza si agitò con grandi gesti della mano.. “Ciao!!”. Che fare? Troppo tardi per richiudere tutto. Far finta di nulla. Sperare che quel buco si riassorbisse da solo. Sofia uscì, coraggiosa, e la guardò da lontano. Giù per le scale. Per il viottolo di cemento assetato. Fino al cancello. Verde e basso cespuglio spinoso. Il suo sguardo si precipitò fin lì. E aprì le inferiate che ingabbiavano il cuore.
    Ma niente, era solo illusione.
    La ragazza si sbracciò nuovamente. “Scusa! Un’informazione.. Mi apri?” No. Non c’era speranza. Impossibile. “Scendi tu, sennò! Un secondo”. Erano le tre. Le tre di quel giorno accaldato e furioso. Col rumore del nulla che aleggiava lì intorno. Che assordava ogni scambio di voci. Che impediva di infrangere silenzi musoni. Ma niente. Non si arrendeva. “Per favore. Solo una cosa”. Sofia le aprì. Titubante. Sospettosa. Ferita. Già scoperta. La macchietta corse a ripararsi all’ombra delle scale. “Ciao! Scusa il disturbo..” Salì la rampa. Guizzante. Imprevista. Le porse la mano. Rassicurante. “Ciao, sono Marta, piacere”. Quei suoi occhi così azzurri. Specchio d’abiti. Limpidi. Aperti. Vivaci. Vivi. Quell’espressione libera... Riposante. Istinto che viene da dentro. Normale. Non imposto.
    Tuo. Sì, tuo!
    Marta. Insegnante di yoga. Di Firenze. Arrivata lì. Chiamata e scelta da un centro di discipline orientali nelle pianure venete. All’avanguardia. Nuovissimo. Era entusiasta. Raggiante. Glielo disse così. Tutto d’un fiato. Senza lasciarle il tempo di opporsi. Il suo diritto di non sapere. Di escludersi. Di richiudere portoni d’accesso. Fu semplice. Immediato. Era penetrata - così- nel castello. Nel labirinto intricato di orrori. Senza sforzo. Solo con un abbaglio d’occhi gentili. Disse di aver preso una stanza in affitto dai Rossi. Amici della madre. In fondo alla strada. Amici della madre. Che aveva origini venete. Amici della madre. Ma che se ne era andata già da ragazza. Ad inseguire il profumo di un uomo toscano. Amici della madre. Amici della madre. Amici della madre… Si era incastrata. Cigolava qualcosa in quel suo pozzo profondo. Risaliva un secchio. Carico. Pesante. E la catena era vecchia. Ruggine incrostata. Perdeva pezzi. Si sfogliava. La famiglia Rossi aveva una stanza in più e visto che non se la passava benissimo aveva deciso di darla a lei. Per un prezzo modico. “Una stanzetta”, disse Marta. Ma le andava bene. Per ora. Amici della madre. Loro però non conoscevano il centro. Amici della madre. Lei era un sacco curiosa di avere informazioni dagli abitanti del posto. Cosa ne pensavano? Che si diceva in giro? Quindi i Rossi l’avevano indirizzata dai Martini. Amici della madre. Che ne erano ugualmente all’oscuro. Così Marta girava di casa in casa parlando di centri illuminati. Di meditazione. Di yoga. Mentre la gente la guardava con tanto d’occhi. E chi aveva il tempo per pensare a certe cose! Amici della madre. E lei invece era lì col suo sorriso contagioso. Privo di reticenze. Fuori contesto. Raccontò queste cose a Sofia. Che non apriva bocca. Che la guardava. Gli occhi sbarrati. Persa nel suo loop. Amici della madre. Amici della madre. Amici della madre. Affaticata. Inebetita. “Scusa. Ti ho sommerso di parole. Ma tu lo conosci il centro yoga?” le chiese. Sofia la guardava in trasparenza. Marta si sentì attraversare.
    Sensazione che conosceva..
    ma le passò in un soffio. “Amici di tua madre?” le disse Sofia. Marta le sorrise appena. Investita.“Tutto bene?” le chiese. Era così buona in quel suo modo di chiedere. Era un bacino di comprensione. In cui il dolore di Sofia poteva riversarsi. Scorrere senza riserve. Inaspettato. E così Marta ascoltò. Ascoltò le parole che Sofia non diceva. Ma che lei capiva. Con un senso finissimo. Antico. Allenato. Dalla vita. “Sembri triste” le disse. E quella tristezza si sparse nell’aria. Come biglie di vetro rovesciate per terra. Tintinnio. Che sfugge qua e là. Sofia la guardò fonda negli occhi. Pausa. “Dicono che sono malata”. Marta distolse lo sguardo. I due fari. Poi la scrutò di nuovo. Sorrise con lieve amarezza. Subito la dissimulò. “Combatti. Puoi farlo. Se vuoi. Fai un patto con me. Ti va?”. Era seria. Come mai in vita sua. Capiva. E non l’avrebbe lasciata dissolversi tra le sue mani. Non l’avrebbe più permesso. “Sì” rispose a sorpresa Sofia. A sorpresa, sì. Quella ragazza aveva polverizzato le sue difese. L’aveva accolta. Quelle magie della vita che devi cogliere al volo. Perché poi sarà troppo tardi per farlo. Perché un poi non c’è più. E quel momento è infinito. Dilatato. Narici avide di vita. Che s’allargano. Succhiano aria. Niente miracoli. Solo un incontro d’anime. Che si conoscono da sempre. Intimo. Succede! E la carta del destino era già in tavola. Sofia la coglieva. La giocava. La voleva. Rimase tutto così. Inteso. Si separarono. Sopra le scale, la madre era una statua di sale. Non capiva cosa stesse accadendo. Ma sapeva che era qualcosa di grande. La svolta aspettata da sempre. Non chiese. Lasciò che tutto fluisse. Rientrò silenziosa. Grata. Guardò Sofia che si faceva più bella. La guardò con le lacrime agli occhi. Sapeva che quell’uccellino era pronto a volare. Che la malattia aveva subito uno scacco. Che c’era uno spiraglio là in fondo. Per vedere la luce. Che poteva rivelare la sua bambina. Nella sua interezza. Non più mutilata di sé. Non più vegetale. Ma viva. Splendente. Un ritorno. Marta venne più e più volte. Con calma. Pazienza. Compassione. Pietà per quel male lancinante che interrompe il contatto. Con gli altri. Con te. Col piacere. Che ti assorda. Ti divora e ti svuota. E un giorno la accompagnò dove Sofia non aveva mai voluto andare. Una struttura parastatale per chi soffriva di disturbi psichici. Dove gli schizofrenici come Sofia iniziavano un percorso di riabilitazione. Di guarigione. Di presa di coscienza. D’amore verso di sé. In qualunque modo finisse. Con il ritorno alla normalità. O con la prosecuzione della malattia. Essere speciali. Comunque. Per la vita. Marta l’accompagnò e la guardò mentre entrava dal cancello. La accompagnò con il suo sguardo amorevole. Quello sguardo che rimase con lei tutto il giorno. E per i mesi a venire. E mai - per un solo istante- Sofia dubitò di essere sola. Oltre alle visite che riceveva una volta a casa- inesistenti e inconsistenti fantasmi della mente- ora c’era qualcuno di reale. A cui appoggiarsi. Che capiva. Che accompagnava per mano. Le si riempì il cuore. Pianse. Molto si sciolse. Tanto altro no. Ma non era ancora arrivato il momento. E la sua strada proseguiva in salita. Lontana la metà. Ma c’era. Adesso..
     
     

  • 16 ottobre 2013 alle ore 9:49
    MIOSOTIDE

    Come comincia: Sogni di sogni di sogni di sogni.Dentro.Fuori. Grani di miglio e foglie di tiglio…irenico stupore…Illudimi dell’Illusione di Te…come il vento imperioso che più lo contrasti…più lui ti divora…quando cammini da solo sei  Tu a decidere il passo…Nuvola-Partigiana…Romantica Fiancheggiatrice…com/mozione apicale… Misotide noòtropa…il prednisone mi battezza innocuo…Ritratti Lumièrici…vorrei che l’Età del Malessere fosse stato solo un celestiale stupro dell’anima giovane…regalatoci da Dacia Maraini…e fosse terminato lì,all’ultima riga.Lasciatomi schizografici.
    Ipotetiche anime in pena albeggianti al Postoristoro sull’adriatica…senza spadi/(pani)-ni… tra gli arrosticini salmastri ed arsi e qualche foglia danzante di Cynar…pioppi ovattati…
    Io clown tragicomico di me stesso...a tutte le feste di ieri e di domani a cui nessuno m'ha mai invitato e a cui nessuno m'inviterà mai...tentati condizionamenti pavloviani...vorrei che Garrel m'imprimesse con violenza finto-proletaria nella sua pizza di celluloide...per sempre..…mi lascio ipnotizzare da “Tramiti”…un’ipnosi molto più intensa e magnifica di un’intera confezione di flunitrazepam ingurgitata di soppiatto…Thomas mi dice scherzando che non sa cosa siano le royalties…io vorrei ripagarlo con una dose oltremodo smisurata di puro affetto…per le Emozioni che da sempre mi dona…Oggi più di ieri…

    Poi mi son ritrovato casualmente laggiù…e stavo andando fuori quando ti ho riconosciuta …identica alla protagonista di Career Girls di Mike Leigh…con la tua magrezza  lievemente ossessivo-compulsiva…e paradossalmente mi dici di trovarmi magro…ed io rido…per non piangere…ti tremano vertiginosamente le mani…la tua voce è sismografica…rapidissimi movimenti incontrollati dei tuoi bulbi oculari…mi dici che hai una malattia agli occhi... e assumevi anche tu cortisone…ma non oso chiederti quale sia…fumando ininterrottamente Winston Blu…riprendiamo i nostri discorsi interrotti dieci anni fa,appena dietro l’angolo di via Trento…usando gli stessi puntini di sospensione controfattuali…mi fai ricordare che mentre io facevo colazione con i mega cornettazzi e cappuccini non plus ultra, tu venivi a prenderti un catartico bicchiere d’acqua…come Nanni all’epoca del suo linfoma…ora nessuno di noi due fa più colazione…chi l’avrebbe mai detto…mi dici che non usi l’e-mail,detesti facebook e a casa non hai nemmeno internet…anarcoluddismo alto-emiliano…ti stimo molto anche per questo...armonizzazioni notturne e dissonanze diurne… Improvvis-Azioni Rumor-Armoniose rigorosamente Analogiche Attrazioni cosmogoniche tra simil-opposti… il tempo brucia la vita…a volte la fa ritrovare…anche solo per pochi istanti…si dice che dietro ogni coincidenza ci sia sopra un Angel(o)-a….Tu lo sei davvero.

    (…ballon controdeduttiva: Holden sei bravo,buono,dolce,ipersensibile,unico,speciale…però hai rotto un po’ i coglioni…giusto un po’…se hai qualche problema prenditi l’Elopram…)…che non ho mai preso peraltro…

    Disionie primitive…AutoDismorfofobie in modalità ON…Dismnesie transeunti…
    Carlos e i suoi Pinches Tiranos…Agguati Dilatati…la perdita di sé stessi e la MAGNIFICA LUCIDA TOTALIZZANTE RIACQUISIZIONE….”Grandma take me home”…