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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 ottobre 2013 alle ore 7:42
    Ritorno a Villa Adela

    Come comincia: La salita, dopo settant’anni, è la stessa, ripida, difficoltosa al passo. Ora è asfaltata. Papà, slacciata la cintura dei pantaloni, la lega alla parte posteriore dell’automobilina e frena l’abbrivio della mia discesa.  Una parete di verde mi porta al cancello. “Villa Adela”, un insegna di marmo nuovo. Ancora mi stona quel nome, nella mente, che già d’allora non legava alla sonorità di Adele, il nome della nostra cameriera. La vernice del cancello è fresca di tempo. I cardini oliati hanno perso il canto del ritorno di papà dalla guerra. Sento ancora quel suono di immensa felicità. Correre ad affacciarsi alla balaustra, e vederlo laggiù, che ci saluta con la mano, un valigione di cartone marrone. Il viale, verde di ippocastani, si confonde in una macchia scura nel gomito, che sale a sinistra, in un’ultima rampa, alla villa, che non scorgo ancora. Un faretto e una telecamera fanno da guardia al cancello. Suono al citofono senza nome e attendo. Nessuna risposta. Faccio una foto al viale, posando la macchina fotografica tra le sbarre del cancello. – “Che sta facendo lei, chi le ha dato il permesso? - “ Un ometto, in una camicia a quadri, è apparso e avanza verso di me a passi ampi. Il volto è contrariato. Apre il cancello e la mano cerca di afferrarmi la macchina fotografica. - “Mi faccia vedere cosa stava fotografando?” - Ci metto parecchio a spiegargli, che sono un bambino di settant’anni che viene a rivedere i luoghi dell’infanzia. Lo sento diffidente. Vorrei lasciare tutto lì e andarmene, ma i ricordi mi chiamano. Acconsente, a malo modo, a farmi salire sino alla villa. A metà viale, ci viene incontro la moglie. Guarda me e il marito con un volto dubbioso.  Ora si libera la curva e vedo villa Adela. Irriconoscibile. Il fine ottocento è mutato, in un palazzotto modernizzato dal pessimo gusto. Un patio pseudo messicano, aggiunto di recente, ne protegge l’entrata. Il ciliegio dalla neve di petali, in primavera? -“Lo abbiamo abbattuto. Era troppo vecchio e malato” -. Dalla balaustra, sconnessa, da cui mi affacciavo nella valle, vedo mamma e zia che corrono disordinatamente, gridando, nella neve alta. Un caccia inglese sta giocando con loro, al gatto e il topo. Scende basso su di loro, quasi a sfiorarle, poi risale, rombando, il declivio del monte. Ritorna, scivolando in una picchiata d’ala. Scorgo il volto del pilota. Ma che fa? Ride? - “Le sta corteggiando” - qualcuno alle mie spalle.  Una lastra di marmo con un ampio foro circolare è adagiata alla parete dell’entrata. - “La riconosce? Ci siamo rammodernati.” - Quante volte mi ci sono seduto su quel buco nero, io, timoroso. Una vertigine infinita, sino al pozzo nero, nel gabinetto sospeso nel vuoto, sulla parete posteriore della villa. Entro, a destra, la cucina ha perso tutti i caratteri di un tempo. L’inferriata alla finestra non c’è più. Me la fecero coprire col mio corpo, quando il tedesco che svolgeva il cavo telefonico, si avvicinò per guardare dentro. Un lenzuolo bianco, steso internamente, attraversava in diagonale la cucina, evitando gli sguardi a salami e prosciutti appesi ad asciugare. Tonio, il mio amico maiale, era finito lì. A destra il salottino in vimini ha la porta chiusa. Lo stato maggiore delle SS, ne aveva preso possesso. Di sera sentivamo i canti attorno al camino. Io aspettavo il piatto di bianca pasta, che mi porgevano, quegli esseri biondi, giovani, sorridenti. Erano miei amici. La vetrata delle scale, manda raggi di sole. Il suo frantumarsi in briciole di vetro, al bombardamento sul vicino ponte dello Scrivia. Il ratatàtà delle bombe, che scendono urtandosi. Quel suono metallico, uno scampanellio di morte, che pochi conoscono. Vado via, ora. Il diffidente padrone della villa ha avuto notizie, che non conosceva, della sua casa, da un bambino, dal volto di vecchio.

  • 12 ottobre 2013 alle ore 16:21
    Fabula Opale Nobile

    Come comincia: Stamattina sono uscito con la ferma  intenzione di tornare nel mio amato Abruzzo…poi  il viaggio mi ha portato ad Ascoli…la Scalinata dell’Annunziata,il Caffè Meletti e le sue cartoline dolciastre,Piazza del Popolo,Piazza della Verdura,Piazza della Viola,il Giardinetto del Grande Blek…l’ultima volta che ci son stato ero da solo…la sera dei miei anni di Gesù…e c’era la neve…via Pretoriana e le sue "salate"…mattinate invernali in odor di Martini Bianco…con relative scritte sui sedili del pulman “salare è godere”…e in cuffia delay analogici e la voce di Thurston che sussurrava un po’ melanconica “Schizophrenia is taking me home”… le sue piccole botteghe che ancora resistono agli iper-centri di via del Commercio…aspettando il post-meriggio… le cioccolate calde ritempranti della storica latteria di Piazza Roma…dopo le fumate di oppio,proveniente da sapienti mani rom del litorale giuliese…il Chiostro di Sant’Agostino…coi suoi Angeli Bianchi su S/Fondi Rosso-In-Fuocati...astrattismo antidistimico…marmorei cigni d’acqua alla Pinacoteca…per grazia ricevuta ho lo smart in assistenza tecnica e non posso scattare nessuna foto…le emozioni di vita vissuta impresse solo nei propri occhi scivolano in presa diretta nell’anima e lì restano per sempre…senza che nessuno possa mai scalfirle…le scarpe nuove le ho in repeat-until…ma è iperuranicamente fotonico ri-possedere quella tanto leggiadra quanto monolitica consapevolezza di aver finalmente riacquistato i propri piedi…Holden Martino  Mielestrazio 4 Ever…ma non più bigio…..la mia non-vita violenta-me…di ritorno in mood-loop la melliflua Psyco 41 voce di Elena che vomita infiorescenze umbratili di Pimpinella Anisum,mentre mi comprime il parenchima pleurico sbilenco…urlando “non mi devastare,non mi devastare sai”…

    Ora l'ultimo piano della claudicante palazzina di via Carità a Napoli è relegato per sempre nel file dei ricordi che non fanno più male....

    (…la notte del 5 settembre quei clangori improvvisi mi fecero pensare che fossi tornata…invece era soltanto una mediocre scossa di Terremoto…per mia fortuna…)
     

  • 11 ottobre 2013 alle ore 14:04
    Macchie rosse d'asfalto

    Come comincia: L'ultima volta che ho attraversato la strada era un giorno d'ottobre. Ero già anziano, il passo lento, gli aculei ingrigiti ma il muso ancora umido umido, non ci vedevo più bene come quando l'attraversai la prima volta in cui avevo perso la mamma da pochi giorni, sbranata da un mostro a motore di quelli che ci appaiono in sonno nelle giornate in cui abbiamo gli incubi. Mi sono messo sulle zampe di buona ora, appena fattosi buio, e arrivato alla fine del campo ho spalancato gli occhietti e cercato di udire se l'asfalto tremasse più di me. L'età mi ha reso quasi un miracolato, in questi anni ho visto tanti miei simili finire schiacciati come sardine, passati e ripassati, resi a irriconoscibili macchie d'asfalto. Stavolta è toccato a me, devo dire non mi sono accorto quasi di nulla, se non di una luce accecante che mi ha abbagliato, ho provato di accelerare il vecchio passo ma è stato tutto inutile, un rumore sordo come di quando un umano in cucina strizza una spugna imbevuta di acqua: quell'acqua era il mio sangue, schizzato fuori come una rigogliosa fontana a dipingere il grigio. Dolore? Non lo so cosa ho provato, so solo che all'improvviso mi sono guardato intorno e mi sono visto li, i miei resti avvolti da una cornice di silenzio, giacevo a quasi tre metri dal punto di arrivo, dall'altro campo, dalla libertà: un'eternità. Mentre mi guardavo d'improvviso un rumore sempre più ravvicinato poi una luce che non abbagliava più, ed ecco un nuovo mostro di ferro a schiacciare i miei resti inermi, spargendo chiazze di colore anche sul bianco delle strisce di mezza via. Sono rimasto non so quanto tempo a osservarmi, a osservarvi, abbiamo giocato a guardarci, anche se voi non vedevate me ma le mie briciole, i miei miseri resti della vostra misera esistenza, poi me ne sono andato, lasciandomi lì sull'asfalto: una macchia rossa, tipo lo schizzo di un quadro o una triste poesia. I miei brandelli sparsi nel vento qua e là tra l'erba ed il fosso. Infezioni? Malattie? Sono semplicemente diventato un fiore di campo che qualcuno raccoglierà.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 23:47
    LETTERA DI UN'...ANIMA

    Come comincia: LETTERA DI UN'...ANIMA
    Voglio andare in una nazione dove il comunismo è fuorilegge, l' America magari, perchè anche voi in Italia professate ancora questa assurda filosofia che ha distrutto il mio Paese. Sotto la falsa bandiera dell'uguaglianza ha creato delle caste privilegiate togliendo al Paese ogni possibilità di sviluppo sia economico che culturale. Tutto il Mondo ha visto quale danni provoca questa cultura e ancora non si è deciso a liberarsene. Io sono stata bene in Italia, ma rabbrividivo ogni volta che vedevo la gente manifestare con bandiere rosse e l'effige del partito comunista. Perchè invece di essere un popolo unito siete ancora così divisi dal voler sbagliare in un modo o nell'altro, in nessun colore c'è giustizia; io non credo più in presidenti che fanno grandi promesse per il solo gusto di avere potere, non credo più ai gruppi che vogliono farmi credere di sapere cosa è giusto per me. Io voglio andare in un Paese bello, libero, ma che rispetti le tradizioni e la cultura di ogni popolo. Non credo che l'immigrazione sia sbagliata. E' giusto che ogni persona abbia la possibilità e la volontà di crearsi un futuro migliore. Il Mondo è di tutti e ognuno deve poter essere libero di girarlo come vuole nel rispetto dei propri fratelli e delle leggi umane. Io capisco perchè molti di voi italiani non amano gli immigrati o gli stranieri, perchè in realtà voi non fate altro che accogliere i peggior delinquenti che si approfittano della vostra buona fede e vengono per sfuggire alla giustizia del nostro paese che altrimenti li condannerebbe alla prigione. Voi accogliete ladri, stupratori, assassini, con compassione, ma senza preoccuparvi di sapere cosa hanno fatto nelle loro città e chi sono in realtà. Io non vorrei compassione da parte vostra, ma vorrei il rispetto della mia cultura e delle mie tradizioni. Avete anche messo un ministro di colore per dimostrare il vostro profondo senso di uguaglianza, ma la realtà è che non avete scelto quel ministro per le sue capacità, ma semplicemente per il colore della sua pelle. Che senso ha? Meglio un bianco capace che una donna di colore che deve solo creare l'illusione della vostra tolleranza. Lei non è capace, non comprende le reali necessità di un popolo, si limita a chiedere altra compassione, ma chi desidera tutta questa compassione? Anche gli immigrati hanno dignità ed orgoglio. Date cultura, date insegnamenti, date tecnologia, non compassione. Un bravo ministro è colui che sviluppa idee perchè il proprio Paese cresca, risparmi le proprie risorse energetiche e naturali e perchè i servizi sociali siano efficenti e validi per tutti. Italia è un grande popolo con un grande cuore, ma governato da opportunisti a cui nulla interessa del popolo, interessa solo dei propri loschi affari. Poi vi ritrovate a piangere i morti che non avete saputo accogliere, ma che se fossero rimasti vivi sarebbero stati un problema ancora più grande. Che senso ha? Perchè siete così ipocriti? Io voglio andare in una nazione dove non importa che lingua parlo, di che colore è la mia pelle o che forma hanno i miei occhi, dove posso pregare tranquillamente il mio dio senza scandalizzare nessuno, non deo sentirmi diversa nemmeno se uso una sedia con le ruote per camminare o se non sono bella e magra come le donne delle riviste di moda. Io crdevo che l' America fosse questo genere di Paese, ma poi mi sono accorta che accoglie tutti, è vero, ma tutti sono ghettizzati in comunità o gruppi a seconda della loro provenienza o della loro diversità. Io non voglio che mi illudano di essere uguale a tutti gli altri per poi " rinchiudermi " in aggettivi come asiatica, europea, ispanica, ebrea, cattolica, di colore ecc.. Io voglio andare in una nazione dove mi guardano solo nell' Anima perchè quella, sono sicura è uguale in ogni creatura e se tutti noi imparassimo a guardarci l'anima, scopriremo che siamo tutti fratelli ed è un peccato rimanere divisi.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 22:05
    L'ospite indesiderato nella mia infinita dispensa

    Come comincia: _Non  so  quanta strada abbia fatto e da  quale angolo o serratura  si sia innoltrato,l'ospite indesiderato ,per finire nella mia invitante e infinita dispensa.
    Non so quanti anni siano passati e quando é stato;
    Forse fu mentre dormivo in una cantina  un sonno artificiale,oppure quella sera ad agosto dopo un pomeriggio con Silvia ,una violenta  pioggia mi prese all'improvviso come se furono lampi  di avviso, io continuavo a camminare da sola  senza coprirmi.
    Oppure anni prima quando ritornando a casa
    mi prese un'acquazzone che arrivava fino alle ginocchia
    l'avvoltoio impaurito  e io invece camminavo libera sentendo come se quell'acqua  avesse osato sfidare un dio per cercare  di purificarmi da fatti che non mi appartenevano
    ( quella fu una pioggia santa ).
    No,forse l'ospite indesiderato entro' nella dispensa della mia anima quando ero sdraiata al sole...
    no no forse quando  tra  i rovi  coglievo le more..?
    Ah ecco,ho capito,entro' quando per anni fui costretta a guardare  le pietre  implorando salvezza alle stelle,o meglio esse imploravano al loro padre  la mia salvezza..
    si,entro' li  di fretta  approfittando di quei passi frettolosi..
    Ma che importa  come  e quando fu,so solo che si dice che l'ospite dopo un po' di giorni infastidisce,é poco desiderato,allora figuriamoci  quello di cui tu non sai della sua esistenza e mangia  di nascosto nella tua dispensa !!
    Tu non te ne accorgi perché hai carne da vendere,frutti eternamente  acerbi,alberi con foglie verde scuro e nel salotto liquori che stordiscono e nutrono perché si tratta  di amore
    con un bichiere  servito e riempito continuamente a meta'.
    nel tavolo al centro dell'ombellico dell'isola,un centrino ricamato  in un lontano giorno senza data e senza nome destinato a un vaso di fiori che non muoiono mai,pare ci sia un acqua piovana benedetta  da due rondini.
    Saprei come fare  per  sconfiggere  il topo
    ( l'ospite indesiderato),potrei fare uscire un temporale dal mio petto tra la gola  e  i fianchi
    ma poi  uscirebbe dagli occhi  e  non sarebbe  un dipinto
    Allora potrei andare a comprare del veleno come si usa fare  per loro,ma ricordo che  nella dispensa  abitiamo insieme,e allora non posso.
    Intanto lui,l'ospite indesiderato,continua a  mangiare nella mia dispensa..
    credo lo faccia mentre  dormo perché sapete,io  non sento i suoi rumori e non riesco a capire neanche se  mangia qualcosa dagli scompartimenti perché  c'é tanto da mangiare.
    Forse  si  ciba mentre  sto pensando,o magari adesso mentre ho tra le gambe un foglio obliquo e disteso come  un fazzoletto e  tra  le mani un inchiostro con cui far fuori il silenzio e sembra formarsi un ombra sul  foglio come fosse un pugnale,sembra sentirlo nel mio fianco sinistro , camera di ricreazione,stara' facendo un dispetto,lo riconosco da uno strano dolore che sento  per una strana mancanza.
    A volte inizia a mangiare quando mi sto preparando per uscire e  lui infame entra approfittando della mia distrazione  dal  trucco  e  dalla musica
    mentre  faccio un rito nativo  per la terra  o preparo il mio  canto d'amore,forse balla  con me e diventa un fantasma 
    mentre esco  di casa  lo sento nelle colonne  della stanza  tra le caviglie e le ginocchia  lo riconosco dalla  mia stanchezza ,
    forse aveva voglia  di miele e lampone..
    Come potrei fare per  scacciarlo?
    annegarlo non si puo'
    avvelenarlo neanche..
    fare finta  che  lui non ci sia
    ci riesco benissimo  é un potere particolare
    la mente
    ma comunque puo' accadere  che ti appare improvvisamente dopo mesi o anni davanti magari con i suoi occhi o sottoforma  di  donna  vestita da sposa con le zampette rosa
    no no,un vero incubo
    Allora ho trovato,potrei conoscerlo:
    -"Salve,mi chiamo Luna  che nasce  ,i nativi  mi hanno dato questo nome  perché  gia' da bambina parlavo  con l'amica luna e ogni giorno da allora nasco sempre bambina e tu?"
    -"io mi chiamo ospite indesiderato  e  tu mi chiami topo,quello che si ciba senza permesso  e  di nascosto  nelle dispense e nella  tua  c'é cosi' tanto da mangiare e da scoprire che non ho neanche  il gusto perverso di arrivare al sapore  delle tue ossa che quasi quasi scoppio e  muoio prima io"-
    _Ah grazie della sincerita ' topo,farti morire  scoppiando come  un maiale  potrebbe piacere anche  a me  che ho la mente perversa
    ma sono nata  sotto una luna d'argento e ho il cuore tremendo
    dammi la mano andiamo a vedere il sole  e farci  sorprendere  dalla pioggia  ti ricordi?
    urliamo insieme innalziamo il vento tra gioia e dolore  facciamo  nascere  un posto dove  chi non ha un anima non ne sente il rumore,si chiama grand kenyon vieni con me!"
    Dove sei?
    topo..
    topo?

  • 10 ottobre 2013 alle ore 12:16
    Cuore di cane, cane di cuore.

    Come comincia: Mi manchi. Stasera di più. Stasera ero in un posto dove non ti ho mai portata con me e all'improvviso ci ho pensato a questo, pensavo che ti sarebbe piaciuto stare sulla verandina a osservare il passaggio, tra una carezza e l'altra dei ragazzi. Con la tua ciotola piena d'acqua da svuotare, da vera cliente a cui tutto è permesso. Pensavo che nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, stava tutto muto negli occhi, negli sguardi, nei gesti. Le tue zampe erano il mio bastone, la tua coda il mio timone, il tuo pelo era il maglione che indossavo meglio, il tuo viso era una calamita per le mie mani, tenerti stretto a me era il più bel sentire del mondo, io non ti toccavo, ti stringevo sempre a me. Da quando te ne sei andata sono passate tre primavere e poche migliaia di chilometri, farti vedere il mondo penso sia stato il regalo più grande che ti abbia potuto donare, eri felice e portavi felicità nelle persone, come solo i bambini sanno fare. Ricordo i bambini che venivano apposta a vederti in negozio, c'era quella bimbetta bionda con gli occhi colore del cielo che ora sarà già una signorina, arrivava sempre di sabato pomeriggio accompagnata dalla mamma e chiedeva di poter stare qualche minuto con te. Tu eri bravissima, ci sapevi fare con i bambini, riuscivi a importi anche a loro e credimi non è facile. Quel qualche minuto diventava sempre una mezzora, a volte un'ora, una volta ricordo che successe il finimondo quando arrivarono in contemporanea due bambini per stare con te e uno si mise a piangere perché reclamava l'esclusiva e tu mi guardavi come a chiedere cosa stesse succedendo. La nostra complicità era assoluta, la nostra intimità speciale, eppure nei nostri discorsi non parlavamo mai d'amore, parlavamo di musica, di ragù, dei problemi di ogni giorno e quando rimanemmo soli ti mostrasti matura, responsabile, avevi capito e sapevi che io avevo bisogno di te per guarire, per sentirmi utile, per non mollare. E' l'età che ci frega amore di papà, penso, a quando mi guarderai adesso, cosa penserai nel vedermi ridotto così, con questi giorni privi di slanci che paiono contati e scritti da un’analfabeta, giorni buoni per metterci una ics sopra a ogni lampeggiar di stelle. Tutte le tue cose sono ancora qui, come se tu dovessi tornare da un giorno all'altro, niente è stato spostato, i tuoi teli tutti piegati al loro posto, tutti tranne quello che ti ha avvolto il giorno che te ne sei andata via. E' che stasera ho avuto l'impressione per un istante che tu fossi li con me, mi sono voltato lentamente di scatto per cercarti, forse c'eri davvero, sei passata a trovarmi nel luogo dove vado a rifugiarmi quando tutto mi sembra perduto. Sai che ora lo capisco di cosa noi parlavamo veramente.

  • 10 ottobre 2013
    Andiamo a coricarci

    Come comincia: “Andiamo a coricarci”, questo era il termine serale, a Villa Adela, il comando incontestabile, di nonna Amina. Un vocabolo, che ho lasciato a quegli anni di bimbo, chiudeva la mia giornata. Confesso di non averlo mai più incontrato, eppure, aveva la magia di comunicarmi sonno, in quelle poche sillabe. Mentre le giovani, mia madre e sua sorella Maria, adempivano ai riti serali, spargendo, nell’aria, risa e profumi di fiori e di lavanda, nonna Amina, meridionale, i capelli bianchi in treccia, raccolta sul capo, veste nera, eterna e inspiegabile, mi prendeva per mano e mi portava su, per le strette scale, al primo piano della villa. La camera da letto, vasta, bianca alle pareti, un letto matrimoniale di ferro battuto, nero, troppo alto, per la mia età, mi attendeva per il complesso rito della svestizione. Ogni indumento, mio, andava piegato con cura e deposto, in un ordine perfetto, ai piedi del letto. Doveva essere a portata di mano, per potersi vestire velocemente, in caso di terremoto! Ma la nostra località, Serravalle Scrivia, piemontese, non era certo una zona sismica. Io, previlegiato, avrei conosciuto, in anticipo, i pericoli da affrontare, in caso di un inaspettato terremoto. Non tutti potevano vantarsi di avere, come nonna, una sopravvissuta al terremoto di Melfi, nel ‘30. Alla prima scossa, vestirsi rapidamente, sarebbe stato il modo più opportuno, altrimenti, sarei rientrato nel suo quadro, che continuamente mi rammentava, a sera. Esseri nudi, urlanti, fuggiti dalle macerie, che correvano in una nuvola di polvere bianca. Il quadro, che mi sono portato dietro negli anni, è la sua descrizione di cavalli imbizzarriti, fuggiti dalle stalle, che attraversavano di corsa, in ogni direzione, le strade principali della cittadina. Era il secondo pericolo, per coloro, che erano sopravvissuti ai crolli. Cadevano sotto gli zoccoli, nel panico disperato della fuga. Nitriti, urla, lamenti. Nessun regista lo ha mai riportato. Il film, che mi è rimasto in mente, del terremoto di Melfi, ha nonna Amina, come regista.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 23:30
    Il Bambino di pietra

    Come comincia: In un cimitero c’è molta più gente di notte che di giorno.
    Ma questo a Umberto chi glielo poteva dire? Le sue bottiglie di vodka? Forse, dato che lo avevano portato loro lì. Lui non sapeva neanche da quale cancello fosse entrato. O aveva scavalcato il muretto.
    Era lì, punto e basta. Tanto valeva cercarsi un posto in cui aspettare la prossima maledetta mattina. Entrò nella prima cappella che gli capitò a tiro, ma ne fu cacciato a cazzotti e pedate. Era già occupata.
    Cercò di spremersi almeno un sorso dall’ultima bottiglia. Neanche un goccio. La gettò con un rabbioso ruggito a terra spaccandola in mille pezzi. Subito un gruppetto di ragazzini si precipitò fuori da un’altra cappella correndo e squittendo come topi appena sentono miagolare. A Umberto scappò una risata: tonti, forse pensavano che fossero stati i fantasmi! Andò a vedere: chissà, forse nella fretta avevano lasciato qualcosa da bere, qualsiasi cosa gli facesse compagnia in quelle lunghe ore buie e fredde che gli sembravano già un’eternità. Dentro non trovò che una bottiglia di birra. Serviva solo a riempire la vescica, ma la prese senza pensarci, le si attaccò al collo come al seno di una mamma. Se solo fosse stata vodka o rhum! Ne avrebbe bevuto tanto da cadere in coma!
    Ecco, già doveva andare a liberare la vescica da qualche parte. Puntò il primo albero che gli capitò a tiro.
    Ma era talmente sbronzo che sbagliò la mira e finì per inzuppare un Gesù Bambino di pietra su una tomba a due passi da lui, una tomba coperta di pupazzi e macchinine; la foto era quella di un bambino di cinque o sei anni.
    Se ne stette a guardare come un ebete l’orina densa e puzzolente che rigava il corpicino bianco.
    E scoppiò in lacrime.
    Qualcosa dentro gli aveva fatto crac. Aveva toccato il fondo. Più schifo di così non poteva fare.
    Ma quella non era una fontana, con tanto di secchio? Senza star li a pensarci vi si precipitò, riempì il secchio fino a che l’acqua non strabordò da tutte le parti, riuscì bene o male a sollevarlo e a inondare il Bambino. E non avere neanche un po’ di sapone, per quella puzza! Preso da una specie di furia razziò tutte le tombe là vicino dei fiori più profumati che poté raccattare, staccò tutti i petali, ci strofinò il Bambino e lo risciacquò finché non s’inzuppò anche lui fin dentro le scarpe, si tolse la felpa e anche la maglietta per usarle come spugne, stropicciò il bambino palmo a palmo. Scusami, continuava a ripetere, qui è ancora sporco, qui puzza ancora ma non ti preoccupare ti farò tornare io fresco come una rosa. Ma quanto era bello, alla luce della luna non sembrava nemmeno di pietra. Un bel bimbo paffuto, di quelli da mangiarseli di baci. Se ne stava lì in piedi sulla tombicina con le braccia aperte che saltellava, faceva i capricci, voleva esser preso in braccio. Voleva lui, Umberto, l’ubriaco, il barbone, quello che più schifo di così non poteva fare.
    Una bottiglia di chissà che cosa s’infranse contro il Bambino massacrandogli tutto il lavoro.
    Umberto scattò su come un gatto cui hanno tirato la coda.
    Erano in quattro o cinque, ragazzini, diciotto anni o giù di lì che sembravano cadaveri usciti dalle tombe per quanto erano pallidi, e pure con gli occhi cerchiati di matita nera; neanche a farlo apposta sulle magliette nere risaltavano teschi, scheletri, pugnali. Guardavano lui e il Bambino sogghignando sotto i baffi, maneggiavano qualcosa. Qualcuno tirò fuori di tasca l’accendino.
    Un petardo!
    No! Il Bambino era tutta la sua vita! Guai a chi glielo toccava!
    Qualcuno aveva lasciato lì una vanga, lunga, bella pesante. Umberto la prese a due mani, si lanciò contro il manipolo sputando loro addosso il suo fiato puzzolente di alcool come un drago.
    Bastò questo a far cadere loro di dosso la corazza da vampiri e di mano il petardo, se la diedero a gambe senza nemmeno provare ad affrontarlo.
    - Andatevene a farvi benedire! - gridò scagliando con le parole anche la vanga.
    Un brontolio che voleva essere una risata cominciò a gorgogliargli dai polmoni per trasformarsi in un ribollire impazzito, e non era l’effetto della sbornia, anzi. Crepava dal ridere al pensiero che forse a farsi benedire quei quattro teppisti ci sarebbero andati per davvero, se non altro per togliersi la sua puzza. 
    E se ne andasse a farsi benedire pure la bottiglia di birra!
    Stava sognando o il Bambino batteva le manine?
    - Niente paura pischello. Ora c’è il vecchio Umberto che ti difende.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 15:46
    Achille

    Come comincia: Achille sentì subito le vibrazioni provenienti dal pavimento, alzò gli occhi e dalla finestra vide un lampo abbattersi su un albero. Iniziò a prepararsi aprì l’armadio e prese il completo sportivo. Nel mentre, il caffè era venuto su, ne sentì l’odore e corse a spegnerlo prima della sua fuoriuscita. Questa era una delle poche comodità ad avere una casa piccola. Si sedette sul bancone, aveva scelto quella cucina, perché gli piaceva pensare di essere come al bar. Il tempo non migliorava, dalla sua posizione vedeva solo ombrelli andare avanti e indietro. Lesse l’ora sull’orologio e si decise di darsi una mossa, aveva la mattinata libera, non voleva sprecarla.
    Tornò in camera e si vestì. Chiuse casa e fece un sorriso alla vicina con il bambino nel passeggino, che aspettava l’ascensore. La prima non rispose, era troppo presa dalla telefonata che stava tenendo, il secondo,invece, iniziò a fargli le boccacce.
    Gli piaceva quel bambino, era sempre allegro. Molto tempo fa, aveva letto sulla coccarda azzurra, che segnalava la sua nascita, il nome Mattia.
    Achille fece passare la mamma e mentre chiudeva le porte dell’ascensore, vide Mattia quasi cadere dal passeggino per salutarlo con un grande sorriso. Uscito dal portone si diresse verso il fruttivendolo, la pioggia era diminuita e il sole faceva capolino tra le nuvole. Pioveva con il sole! Odiava quel tempo! O pioggia o sole, non entrambe le cose! Mandò un sms a sua moglie avvertendola che sarebbe passato a prenderla al lavoro.
    “Quanto gesticolano le persone parlando tra di loro e neanche se ne accorgono!” pensò superando due vecchiette con il carrello della spesa già pieno.
    Iniziò a prendere e pesare la frutta e la verdura. Un ragazzo lo colpì a una spalla, ma neanche se ne accorse, tanto era concentrato a scegliere la prossima canzone da pompare nelle proprie orecchie.
    “Ormai le fanno di tutti i colori e grandezze,le cuffie; questa generazione fa diventare ricco ogni otorino!” rifletté Achille.
    Finito di riempire il piccolo carrello si diresse verso la cassa, dove l’attendeva la solita persona scorbutica. Non capiva come poteva lavorare lì, senza che i clienti se ne lamentassero e soprattutto gli incassi non calassero. La vita frenetica di tutti permetteva tutto ciò.
    Non capì cosa gli dicesse la cassiera perché occupata in un’altra conversazione con la collega, quindi lesse il totale sul display della cassa e preso il bancomat glielo consegnò.
    Con le buste in mano e facendo molta attenzione attraversò la strada, in quella zona le macchine sfrecciavano da tutte le parti per non parlare dei motorini …
    Varcò il portone, che qualcuno sbadatamente aveva lasciato aperto. Con un colpo di tacco lo richiuse, come il cartello pregava di fare, e salì al piano di casa.
    Mise in ordine la spesa, prese le chiavi della macchina dalla ciotola e si diresse verso il garage.
     
    Questa è solo la prima parte, forse non tutti hanno capito che Achille è sordo ( se vuoi rileggere con questa piccola informazione fai pure…)
    Ho scelto questo nome perché la sordità può essere paragonata al tallone (d’Achille, quello più famoso). Ognuno di noi ha una debolezza,un deficit (termine tecnico) una mancanza tangibile o no, sta a noi conviverci nel migliore dei modi.

  • 07 ottobre 2013 alle ore 16:51
    Fu vera amicizia?

    Come comincia: Mino seguiva con molta frequenza i post del suo amico Mario su Facebook, in cui si era scritto da poco dietro suggerimento di una sua amica umbra Dany, molto appassionata che vantava di avere più di tremila amicizie. Mino aveva ancora pochi amici con cui poteva scambiarsi commenti o condivisioni, ma non era interessato a farne tante. Si sentiva spaesato in quel nuovo mondo di Facebook dove si usava un linguaggio poco usuale, particolare, sicuramente bizzarro, e di cui non era semplice afferrarne il significato rapidamente. Non solo. Ad ogni parola corrispondeva anche un’operazione che agli inizi gli sembrava un mistero. Cosa voleva dire “taggare”, “postare”, “condividere un commento o una foto”, o quale procedura bisognava seguire per inserire una foto come copertina e una come immagine di profilo?  Mino faceva pure confusione tra il suo diario e la Home in cui, oltre a comparire nomi di persone che non erano amici ma risultavano amici dei suoi pochi amici, spuntava una finestra in alto, dove c’era scritto “A cosa stai pensando?”. Diciamo che Mino risultava un po’ imbranato nell’eseguire tutte quelle operazioni e nel districarsi in quel mondo in cui si considerava un iniziato. Facebok  era un “social network” o, più semplicemente, un “servizio di rete sociale”, in cui per comprendere le connessioni che in esso si instauravano Mino aveva dovuto rispolverare quella “teoria dei grafi” che aveva studiato a scuola e che lo aveva tanto affascinato. La situazione gli appariva molto semplice dal punto di vista teorico, ma dal punto di vista pratico gli presentava diverse difficoltà. Una delle quali era quella che corrispondeva alla domanda “Ma come si fa a instaurare un’amicizia con una persona che non si conosce? Facebook serve in particolare a fare nuove amicizie con persone che si possono trovare anche dall’altra parte del mondo!”. Da cui derivava la seguente domanda “Ma come si fa a dialogare se non si conoscono le lingue?” Lui, in questo si sarebbe trovato a suo agio dato che conosceva diverse lingue straniere come il francese, lo spagnolo, l’inglese e il tedesco a causa della sua attività professionale di ricercatore biologo. E per questo considerava Facebook un potente mezzo di comunicazione rapida anche visivamente. Mino, però, aveva delle perplessità in merito, perché non credeva che si potesse stabilire un’amicizia con una persona con la quale non poteva esserci un contatto visivo fisico. Ogni volta che si collegava su Facebook, andava nella pagina del suo amico Mario, con il quale si conosceva da circa trent’anni, dove prestava attenzione ai commenti che si intrecciavano tra Mario e i suoi amici. Li leggeva ad uno ad uno. Alcuni erano insignificanti, altri invece erano divertenti e stimolanti, e tra questi ne individuò uno alquanto spiritoso che lo colpì inspiegabilmente.Era di un’amica di Mario che si chiamava Mara Savonini. Cliccò sul nome di questa e gli comparve la sua pagina che riportava oltre alla copertina e l’immagine di profilo, soprattutto alcune informazioni delle quali prese nota. Mara era un medico psicanalista di Trieste con tanto di Laurea conseguita presso l’Università di Genova ed una serie infinita di diverse specializzazioni. “Deve essere una donna che ha una certa cultura dimostrata dai suoi commenti molto precisi, netti, e di significato profondo, a volte colorati da una punta di ironia, ed è questo che mi piace. C’è qualcosa di questa donna che mi affascina e mi incuriosisce, mi prende, a dir poco mi stravolge” pensò Mino. Gli piacque anche la foto anzi un disegno che ritraeva il volto di una bella donna, una quarantenne o giù di lì molto attraente, con i capelli neri molto folti e gli occhi color del mare. Un volto che gli risultava molto familiare anche se non l'aveva visto prima di allora. Mino fu attratto anche dall’immagine di copertina che ritraeva la scritta in spagnolo di una frase riportata come un graffito su un muro “No importa si el viaje es largo cuando el destino es tu corazòn” che Mino, conoscendo lo spagnolo, tradusse subito “Non importa se il viaggio è lungo quando l'obiettivo è il tuo cuore”. Tradusse, tuttavia, quella frase pure in inglese “It does not matter if the journey is long when the target is your heart” che scrisse inspiegabilmente come post nella pagina di Mara. Una frase questa che lo colpì subito a tal punto che gli fece capire i sentimenti profondi  posseduti dalla donna che doveva avere una grande sensibilità e che lo entusiasmò inspiegabilmente. Forse aveva ragione Platone che nel “Simposio” sosteneva che al mondo ci fossero delle anime gemelle predestinate, come le due parti di una mela tagliata a metà, tra le quali esistesse un “amore romantico”, un “amore ideale”, cioè un’affinità  trascendente e sentimentale così profondamente innata da portarle, una volta incontratesi, ad unirsi indissolubilmente e definitivamente.  
    Mino avvertiva, in cuor suo, di avere una certa affinità con quella donna, gli ispirava simpatia ed aveva la sensazione di averla cercata e conosciuta da sempre.  Sulla stessa pagina di Mara trovò il link “Aggiungi agli amici” su cui fece “click” e gli comparve subito dopo la scritta “Richiesta di amicizia inviata”. Tutto congiurava in quella pagina al suggello di un’amicizia. Vera amicizia? E così fu. Dopo circa mezza giornata a Mino arrivò il messaggio che l’amicizia era stata accettata e così il suo numero di amici era aumentato quantitativamente. Ma qualitativamente? “Grazie di aver accettato la mia amicizia” scrisse Mino nel diario di Mara, la quale rispose “Grazie a te di avermi chiesto l’amicizia che ti ho concesso anche perché mi hai postato la frase in inglese 'It does not matter if the journey is long when the target is your heart', fatto che ho considerato spiritoso e attraente”.
    Da quel momento iniziò un continuo e duraturo scambio di idee, di brani musicali, di sogni, di opinioni, di pareri concordi e discordi, che trasmise, inconsapevolmente e vicendevolmente, a ciascuno dei due un’attrazione affettuosa verso l’altro. Da questo scambio Mino comprese il carattere di Mara, una donna sincera, volitiva, remissiva, intelligente, generosa, altruista, che quando si faceva guidare dal cuore era una prodigio della natura, ma quando faceva prevalere la ragione risultava fredda, distaccata, egoista, caparbia e trasmetteva torpore e tristezza. Mino sognava spesso Mara e quando si ricordò di un sogno glielo scrisse come messaggio "Mi sentii baciare nel sogno da un angelo che svolazzava su di me. Erano le labbra tue, rugose, vellutare, eccitanti. Anch’io sfiorai le tue labbra nella loro interezza e assaporai la tua tenerezza per me e la tua infinita dolcezza”.  Mino capì, allora, ciò che a scuola non era riuscito a comprendere, cioè il significato profondo di “amore platonico”, grazie al social network tanto vituperato. Era nata tra Mino e Mara un’amicizia profonda, idealmente reale!

  • 06 ottobre 2013 alle ore 15:45
    Laiomi

    Come comincia: Ti parlo del blocco antalgico confondendoti volutamente col gioco del rubamazzo…3 Contramal a destra ed 1 Toradol a sinistra,tanto per dare una parvente deriva giustificazionista alla “botta”…rigorosamente in modalità e.v./i.l.,farsi delle esperienze/esperire/ri-Es-perire…Entracte…Dada che sopravvive alla sua stessa morte…come l’araba fenice…la subliminale fascinazione estetico-sensoriale del morfema lessicale Contramal non ha eguali…l’equipollente di fuoco di un Franchi a pompa con il colpo in canna sulla linea di tiro di una desueta ambulanza Fiat degli anni’70…nemmeno le “sorelle di Shining” avrebbero saputo fare di meglio dei ricercatori di markette della Grunenthal-Fo(r)menti…altro scarto monematico…una semi-dichiarazione d’intenti:fo(r)mentare astinenze,disseminare meconismi…luciccanza assassina…Stanza 218…” diversi colori,fatti di lacrime”…simulacro behaviorista….Fontane aniliniche…dilatazioni di concetti spaziali…l’ufologia di ricerca è un atroce crimine imperialista...Stanley non avrebbe mai usato Final-Cut…FuTuR-Idolo-NoTtuRno,FuTur-ViSiOni-SiMuLtAnEe…una Balla di fieno sotto e due Boccioni di Montepulciano sopra..ma l’e/mozione più forte sarebbe averti sempre accanto…le domeniche pomeriggio invernali del’99 all’ultimo piano in riva al mare a registrare in bassa fedeltà “Underground”,col Sol abbassato di un quarto di tono…Eravamo Scintille Indomite...e Lev T. (de noartri) che ci ispirò quel testo così maledettamente realistico…”l’indifferenza apostrofa la solitudine,da Majakovski al gruppo 63,la libertà che c’è ma non c’è”…il servizio in-civile di stampo stalinista all’Arci di via Alfieri…dove Ti ho conosciuto…L’Arte di Dudovich rende Liberi di farsi un Bitter-Campari anche dinanzi ad eventuali rastrellamenti di squadriglie mengeliane in taidi tailleurini fucsia…nelle nostre rue anarchiche….preferibilmente in Piazza del Popolo…Sentinella Cassini suonaci una tremolata…”si ma quanto mi ami.e se mi ami.dimmi quanto”…36 dis-Okkupati…Duck-Link…57 livelli sotto il mare…inedita Simulazione 19…magari scritta in una notte autunnale,tempestosa come questa…in via del Fossato…con la tua Olivetti-Lettera22…quanto ci manchi…chissà che penseresti oggi delle mipiacizzazioni su facebook e dei check-in su foursquare…probabilmente ci derideresti bonariamente tutti col tuo sorriso armonioso…
    Ti dico che in questi giorni mi son fatto alcune Tennent’s in solipsistica e il tono della tua voce sembra adombrarsi…quasi Tu non creda a quello che ho passato e che sto passando…ed ai 15 mesi di solitudine protratta…quasi Tu sia triste per me…l’autarchismo emotivo se assunto a rilascio prolungato diventa estenuante…prosodie Centiane configurate e orgasmi Reichiani lambiti…meglio un vento sabbioso da ingoiare che un 3-ponema pallidum da eradicare….alterazioni Vesuviane…sconfinamenti Debord/anti….”universi paralleli sfiorano la nostra vita,energia primigenica non controllabile”…Celeste Dentro le Fiamme…liquidi traslucidi….silloge de-lyrica…sieroalbumina in eccesso…emoglobina in download…laiomi di ampicillina calcificata…displasie cellulari...linfoadenopatie reattive diffuse e Flaminase indigesto...
    Mentre un Mantra esplode,s’inalbera l’incedere della nuova attesa…del Tuo Silente Tormento....
     

  • 04 ottobre 2013 alle ore 17:39
    Amici di sventura

    Come comincia: Notte nitida. Nick nascose il naso che, spesso, come un fanale lo guidava per le strade deserte. Le gambe spingevano il corpo come una bicicletta in salita. Ogni sera percorreva lo stesso itinerario in fotocopia. Camminava tranquillamente all’ombra delle case per evitare i raggi della luna ma non poteva evitare quelli dei lampioni. Uscì così in piena luce.
    Il cielo, la luna e le scale che portavano ai quartieri alti, gli piombarono addosso. Cominciò a salire. Piano. I suoi pensieri seguivano in silenzio i gradini, la sua ombra seguiva lui contro il muro.
    “Buonanotte Signori. Vi ho visto e vi ho salutato. Buonanotte… buonanotte… o buongiorno è lo stesso. Io non amo scendere quando voi salite, né salire quando voi scendete queste scale dell’oblio. No, non amo scendere quando voi salite e non amo salire quando voi scendete perché voi avete il volto del ricordo. Voi siete le ombre del passato e la realtà del presente ed io voglio dimenticare il passato e non vedere il presente. Voglio dimenticare e non vedere, ma… ma vi ho visto. Sì, vi ho visto e vi ho salutato. Parlo con voi. Parlo con voi Signori! Signori!"
    Nick rimase impietrito. Non riuscì a spiccicare parola.
    “Non rispondete Signori? Non rispondete? Eh già ! …già… già. Voi non siete Signori.
    Voi siete dei fottuti cafoni. Siete dei… siete dei… siete…”
    Una pausa. Una lunga pausa. Era lì, sullo spiazzo della scalinata. Zigzagava dietro le parole. Si fermò un istante sulle gambe barcollanti a pensare, ma per il troppo instabile centro di gravità cadde come una pera cotta. Il tonfo spaventò Nick che salì i gradini due a due, come un turbo.
    “Santo cielo! Si è fatto male? Dove?”
    “Eh no! No. Proprio no. Il cielo non è santo. No… no, non è santo. E cosa vuole che sia un’ammaccatura! La mia classe è la classe di ferro, ferro arrugginito che va cadendo a pezzi. Din… un pezzo. Din un altro pezzo. Din, din, din … puff! “
    Nello stesso istante la campana della chiesa rintoccava lontano tra gli alberi. Coincidenza? Dopo vari tentativi, cercò di sedersi ed assumere una posizione eretta. Nick cercò di aiutarlo.
    “Perché vuole aiutarmi? Ce la faccio da solo. Il suo amico se n’è andato? Lui non ama l’olezzo di Bacco? Bacco …è anche per Lei un miasma? Io invece amo Bacco e il tabacco ma… non amo Venere. No, no, no… non amo Venere”.
    Un rutto ruppe il silenzio come un tuono a ciel sereno.
    “Alla faccia di tre facce: quella della madre, la sua e di quello che la stringe fra le sue braccia. Lei sa di chi parlo, vero? Sa di chi parlo”.
    Un altro rutto, uguale al primo, liberò una zaffata d’aria acida che fu avvertita dalle nari di
    Nick prima che si spiaccicasse sul suo viso.
    “Alla faccia sua sporca e fetente. Sì, alla faccia sua sporca e fetente. Lei sa di chi parlo,
    vero? Ma certo che lo sa. Lo sanno tutti. Lo sanno anche le pietre delle strade”.
    “Per essere fetente è proprio fetente… ma io veramente non so di chi parla”.
    “Ma… ma… che fa l’indiano?”
    “Al massimo, col naso che mi ritrovo, potrei fare Cyrano di Bergerac e non l’indiano”
    “Ho capito! Lei è di Milano e beve cognac. Io, invece sono di qui e bevo vino. Si bevo…
    bevo… mi ubriaco, insomma, per dimenticare Lei. Sa di chi parlo, vero?”
    “Non so di chi parla ma posso immaginarmelo. Parla di sua moglie, vero? “
    “Sì. (un sospiro e una lunga pausa) Sì, parlo di mia moglie”.
    Riuscì a sedersi con le spalle appoggiate al parapetto delle scale. Piegò le gambe e si mise
    la testa fra le ginocchia.
    “Si sieda, se vuole tenermi compagnia ed andarsene poi a farsi “fottere” con le scatole rotte. Si sieda se vuole vedere l’acqua salata corrodere la pietra gialla che nascondo al sole e mostro al nero della notte. Si sieda e beva un “goccetto con me”.
    Una bottiglia d’Inferno comparve magicamente nella mano destra. Le stringeva con fermezza il collo. La porse a Nick.
    “Lasci entrare fra le sue labbra la calda lingua di Bacco. La trattenga in bocca per qualche
    attimo e la lasci poi scivolare nello stomaco. Sentirà un benefico calore invadere tutte le sue membra. La sua disponibilità all’ascolto sarà maggiore”.
    Nick rimase stupito dalle parole di quell’uomo che non sapeva se definire saggio o balzano.
    Ottemperò a quanto richiesto.
    “Dia a Bacco ancora un piccolo bacio e sarà O.K. Sì, sarà tutto O.K.”.
    Nick baciò di nuovo Bacco e passò la bottiglia. Il bacio fu lungo. Il silenzio si attardò tra le labbra umide che erano continuamente strette verso l’interno della bocca. Le parole avevano difficoltà a rompere l’ovattato silenzio e ad uscire.
    “Si può ancor voler bene ad un fantasma che è stato allontanato? Positivo per me. Purtroppo
    è così. La mia è la solita storia dell’uomo che ama e che è fatto becco. Becco lo sono per davvero, anzi… ho più corna io che un cesto di lumache, ma cosa devo fare? La devo ammazzare? La devo lasciare? Mi devo ammazzare? Cosa devo fare? L’amo. Amo lei e mio figlio. Mio figlio?! Sì, sì, sì… è mio figlio.
    Strinsi fra le braccia il tempo che si era smarrito nell’infinito di due stelle gemelle. Fu un attimo, eppure l’afferrai. Quando la musica finì Lei se n’andò con un altro. Fui proprio
    cretino ad aspettare che la musica riprendesse di nuovo. La chiamai ma non mi rispose e
    fui più cretino di prima perché la cercai. Ritornò e di nuovo se n’andò con un altro. Ogni volta che ritorna c’è sempre un altro con cui se ne va. Io con la testa fra le mani aspetto la notte e Bacco. Aspetto il giorno e Bacco che se ne va.
    E’ un continuo aspettare, venire e andare, andare e venire.
    Amo lei, amo Bacco ed amo mio figlio. Sì, mio figlio. E’ mio figlio.

    Credevo che il vento rubasse
    le lacrime per ornare di perle l’amore
    ma le lacrime sono sputi dell’anima.

    Credevo che il vento suonasse
    la chitarra d’amore con i petali dei fiori e
    cantasse con voce d’usignolo
    ma la chitarra ha corde di polvere e
    il vento canta con voce di fumo.

    Credevo che il vento
    portasse alla notte i fremiti di luce
    e i sospiri del giorno,
    ma porta fredde ombre e rifiuti.

    Credevo che il vento mischiasse
    polvere di stelle con gocce di rugiada
    per regalare uno specchio all'amore
    ma la polvere è terra la rugiada acqua piovana
    lo specchio una pozzanghera.

    Credevo che il vento…
    Lasciamo stare
    non credo più a niente.

    Non credo neanche a Bacco. È un vigliacco, un fottuto vigliacco. Di notte mi abbraccia, mi accarezza, mi bacia e mi consola, di giorno mi lascia triste e scombussolato. Ha capito ora? ”
    “Ho capito. Amico tu sei più fortunato, Lei da me non è mai tornata e… non ho figli.
    Dissanguiamo la figlia di Bacco in silenzio facendo finta di niente”.
    “ Diceva mio nonno: le cose più crudeli sono sempre quelle taciute. Eh sì! E’ proprio vero.
    Beviamo e stiamo zitti anche se ho voglia di gridare e di prendere a calci a luna. Non mi piace la luna. Si nasconde per spiarmi. A te piace la luna, amico? “
    “ …Pensandoci bene, no. No, non piace neanche a me. La sua faccia gialla mi guarda con insistenza e sembra prendersi gioco di me… Che cazzo ridi brutta stronza! Vieni amico, andiamo al bar perché Bacco ci ha lasciato e io ho sete”.
    La prima luce del giorno sbadigliava dietro i tetti e dietro i passi incerti di due amici (di sventura? ) a braccetto.

    da "Alfabeto dalla A alla Z"

     

  • 04 ottobre 2013 alle ore 14:18
    Colori Dolciumi Fotocopie

    Come comincia: Il girone dei ricordi e dei pensieri in questa alba dai risvolti indaco...si vola a Piazza del Gesù...con la musica sublime e la poesia ineffabile dei Klienkief...le gonne dismorfofobiche epifaniche e le stelle auto-luminescenti appese dietro ai nostri muri caldi...poi c'è stato un salto nel vuoto,simile al suicidio preconizzato di Marie...il giorno che ti ho conosciuto avevi degli occhiali scuri ed un tutore nero alla spalla sinistra,ci fissavamo per studiarci reciprocamente...io rimasi subito ammaliato dalla tua bellezza,dal tuo sguardo semivitreo...mi parlasti subito del tuo nome e di tuo padre,poi con la voce pastosa mi dicesti di essere in astinenza da quentoina,ed io pensai che fosse un liquore messicano...ci siamo legati e ci siamo lasciati brillare....la gelosia così forte per la strega malefica ti ha portato ad allontanarti ma io ti vorrò sempre un bene enorme...sei stato l'ultimo amico in carne ed ossa avuto in questa grama esistenza...soldati, 365 giorni all'alba....e 0,8 linee di Ely al tramonto. Nella primavera del'99 strinsi la mano a Mario Luzi...ermetismo endorfinico...manovre posturali da stupro affettivo aprioristico...l'unico vero padre che abbia mai avuto nello stesso autunno ci fece conoscere...e nell'inverno seguente andai spesso nei boschi odoranti di neve e mirtilli per cercarti...degli orgasmi iridei del clonazepam di quando ci siamo rivisti 12 anni dopo ne faccio volentieri a meno...forse anche la magrezza espressionista di Schiele è uno stato mentale...mentre la vita sognata di noi poveri angeli è andata a farsi benedire...chissà magari da un Papa analogico...con il piccione viaggiatore..continuo a non capire la mia seppur benevola curiosità di vedere il nuovo lager...forse perché è stato lì che ti ho ritrovata...capitomboli retroversi...meglio cento passi dell'oca di un insulina-coma...la libertà sospesa...con la farfalla dalle ali ritratte....se n'è andato anche settembre nell'attesa di novembre..."pacchi che contengono pacchi che contengono pacchi che contengono pacchi che contengono pacchi di cose che non hanno bisogno di essere impacchettate"...Gilberto e la sua cadenza sibilante...la sua casetta rosa sopravvissutta alle scosse epilettiche...Diari di Eroi non ancora pubblicati...i sensi di colpa che si amplificano vorticosamente anche senza Vox Ac-30...mancarsi di rispetto è il crimine più atroce della propria Umanità...primavere abusate,autunni in riva al mare...la pinetina di mattina e la fontana che inonda i nostri anni giovani bagnando anche un po' le nostre età di mezzo...interrotte...fanciulle in mimetica si addestrano nel tiro sulla radura lungo il fiume....nuovi posti di lavoro....nuovi aborti clandestini...e la grande mela in codice Morse...un cappuccino di venerdì mattina aspettando il pranzo del lunedì...agognata anoressia in camice bianco e dissolvenze incrociate...m'impongo di non sentire la tua mancanza ma è una lotta impari,come contro i mulini a vento....immaginavo una stanza con Te...nel Sole delle colline...appena un po' sopra questa disumana pianura...tra papaveri anarchici e aquilotti dorati...discinesie primigeniche...acatisie ormogoniche....disordini neurofisiologici....spero di perdermi ancora nel tuo sorriso.

  • 03 ottobre 2013 alle ore 11:03
    L’essere è, il non-essere non è

    Come comincia: Paolo, in quel giorno uggioso, freddo, umido, cupo per le folti nubi che incombevano con il loro tenebroso grigiore sul mondo e che gli trasmettevano tristezza, sconfortato, tormentato e afflitto per il dispiacere provato, svogliato, stava sdraiato sul suo divano, con le mani dietro la nuca, e con le gambe distese incrociate l’una sull’altra. Aveva spento la televisione le cui trasmissioni aride nei contenuti lo avevano annoiato, e pensava a Parmenide, filosofo vissuto tra il VI e il V sec. A.C., che lo aveva sempre affascinato perché questi affermava che le vie della ricerca sono due “ l'una che ‘è’ e che non è possibile che non sia …. l'altra che ‘non è’ e che è necessario che non sia, … il pensiero ad esempio è essere”. Paolo era della convinzione che ambedue – l’essere e il non-essere - dovevano coesistere come la materia che è e il vuoto che non è. Non poteva esserci l’una senza l’altro e viceversa. Se la materia ‘è’ sarà necessario che ci sia il vuoto che è necessario che ‘non sia’. E in quel particolare momento poiché “pensava” egli “era”, per cui concludeva che quando “non pensava” ovviamente “non era”.  Il pensiero ‘è’, il non pensiero ‘non è’. Per questo, guardando distrattamente il soffitto, gli angoli, i quadri appesi alle pareti, il lampadario con la grossa lampadina, le sedie, il tavolo e il vaso con i fiori variopinti, i mobili, le varie imperfezioni, si poneva la seguente domanda e quindi pensava “quando l’essere che è in noi è? E quando il non-essere che non è in noi non è?” A queste difficili domande cercava di dare delle risposte “quando mi sveglio sono, e sono quando ho coscienza delle cose che mi circondano, quando mangio, quando faccio l’amore, quando ascolto musica, quando guardo un bel film, quando provo gioia o dolore, quando qualcosa che leggo o guardo mi suscita emozione e mi fa pensare. Quando dormo non sono, quando guardo la televisione non sono. Anche l’indifferenza, e questo può sembrare contrario all’opinione diffusa, mi porta all’essere perché in questo stato mi estraneo dal mondo ma penso. Come se il mondo fosse il vuoto e io fossi la materia. Quando invece sto nel mondo a scherzare, a parlare del niente, o intraprendo un’amicizia “virtuale” e mi lascio trasportare dal brio, non penso, e quindi non sono, cioè non-essere, e quindi mi annullo. Deduco quindi da queste considerazioni che la solitudine, la riflessione, l’estraniarsi dal mondo portano all’essere. Il contrario è non-essere perché tutto ciò che faccio è frutto degli altri e non mio”. Subito dopo Paolo si addormentò e passò al non-essere. 

  • 02 ottobre 2013 alle ore 17:58
    Fedeltà eterna

    Come comincia: Bang! Un colpo in fronte e il serial killer si era afflosciato come un fico sfatto. Il suo lavoro era terminato, lo avevano incaricato di fermare quella belva e lui, con la sua squadra, si era messo sulle tracce di quell'inaffarrabile assassino. Ripose la pistola, una Beretta che lo accompagnava da anni, nel fodero della giacca. Lei si avvicinò: uno sguardo, nessuna parola; negli occhi dell'uomo vide il baratro dell'inferno.
    Un mese prima.
    "Possibile che tutte le volte che si organizza qualcosa arriva una chiamata urgente e ci pianti in asso?"
    "E' il mio lavoro tesoro"
    "Ma io ho sposato te, non il tuo lavoro!"
    "Vedrò di sbrigarmi alla svelta, salutami i tuoi e se avanza qualcosa dalla grigliata, tienimelo per quando torno" E veloce si fiondò verso l'uscita di casa.
    "Bruce!!" Lo inchiodò la moglie sulla porta.
    "Si amore?"
    "Stai attento, ti voglio bene"
    "Anche io, a dopo"
    Era in macchina e immediatamente si mise in contatto con la collega.
    "Jewa, cosa c'è stavolta di così urgante?"
    "Siamo alla base, ti spieghrà tutto il boss"
    Il boss era una donna corpulenta che si era fatta le ossa nei reparti speciali dell'esercito. Congedata con merito dopo aver subito l'amputazione di una gamba a causa di un proiettile che l'aveva fracassata, la donna dal carattere d'acciaio aveva fondato un'agenzia privata reclutando ex militari e agenti speciali che avevano spiccate doti investigative e d'azione. Il suo scopo era quello di creare un corpo elitario in grado di appoggiare le varie agenzie governative nel risolvere casi spinosi e fuori dagli schemi. In realtà l'ordine di creare questo corpo era partito dall'alto e il boss avev realizzato un gioiellino d'efficenza.
    "Bene Bruce, mancavi solo tu" Lo accolse ironicamente il capo, che lo considerava il miglior agente in campo.
    "Scusa Merry, ero nel mezzo di una grigliata in famiglia" Si scusò lui altrettanto ironicamente.
    "Si, e scommetto che hai pianto nel venir via di casa. Ok, siamo qui per richiesta dell'FBI"
    "Che novità!"
    "Lance, niente battute! Ascoltatemi bene, perchè questo caso richiederà la partecipazione di tutti i membri qui presenti" Oltre a Merry, il boss, c'erano Bruce, il veterano; Jewa, l'informatica del gruppo; Lance, l'esperto d'armi; Frank, il tuttofare e Serena, la ragioniera: la squadra 7.
    "Dobbiamo dare la caccia al classico serial killer, niente di nuovo. Sapete che in alcune circostanze per catturare questi pazzoidi bisogna percorrere delle vie non del tutto ufficiali, L'FBI ci invita a darci una mossa. Adesso vi distribuirò dei dossier dettagliati, prendetene una copia ciascuno, studiatevelo e tra un'ora ci riaggiorniamo per predisporre un piano d'azione"
    "Merry, non ho notizie di serial killer in azione fuori controllo. I tre casi in essere sono seguiti dai vari enti locali, non dai federali. Che caso è questo?" Chiese Serena.
    "Leggete! Fra 59 minuti ci riaggiorniamo" Rispose secca il boss.
    Bruce odiava quel momento, quando all'inizio di un indagine doveva sorbirsi pagine di rapporti inconcludenti redatti da poliziotti incapaci o funzionari svogliati. Sapeva per esperienza che il 90% dei casi che arrivavano a loro erano risolvibili da una qualsiasi squadra di polizia che avesse messo un po' più d'impegno nel proprio mestiere, ma ciò avrebbe tolto il lavoro a miriadi di agenzie private spuntate come margherite a primavera.
    Era il solito dossier: sadico e lucido assassino con un alto quoziente intellettivo. Torturava e ammazzava le sue vittime, senza distinzioni di sesso, età, razza. Particolare insolito invece, era che ogni vittima aveva legato a se il proprio cane, vivo. Dopo tanti anni Bruce ne aveva viste e sentite tante e non si meravigliò di questa nuova stravaganza. Poi notò un dettaglio che lo fece riflettere, accanto ai cadaveri c'era sempre un comodo giaciglio per cani e dell'acqua in una ciotola, ma niente cibo. Il resto era la solita descrizione di torture e sevizie subite dalle vittime.
    Il boss rientrò puntuale, dopo 59 minuti.
    "Allora, che mi dite?" Chiese Merry. Bruce e gli altri avevano discusso di quel caso soffermandosi sul particolare dei cani. Frank osservò:
    "Il maniaco potrebbe essere una persona che ama i cani, o gli animali in generale. Ha sempre lasciato acqua per giorni"
    "No!" S'intromise Serena "Chi ama gli animali non li lascerebbe senza cibo a vegliare i propri padroni ridotti in quello stato"
    "Io invece credo che sia proprio questo il particolae interessante" Merry prese parte alla discussione "Lui vuol farci capire quanto i cani restino fedeli e vicini ai propri cari in qualsiasi situazione. Gli ha lasciato l'acqua, ma niente cibo e i cani, nonostante ci fosse l'ambiente impregnato di sangue e carne macellata, non hanno toccato mai i loro compagni"
    "Quanto la facciamo lunga" Lance odiava la psicologia "E' un bastardo assassino e se me lo trovo a tiro.."
    "Lo arresti, chiaro?! E adesso mettetevi al lavoro, fermate a tutti i costi questa belva" Concluse Merry.
    Bruce rientrò fiaccato da quella giornata. Anche lui amava i cani, ne aveva avuti parecchi. Ma un giorno, tanti anni prima, il molosso che aveva regalato a suo figlio aveva aggredito una sua amica facendole perdere la vista. Nonostante tutta la buona volontà, fu costretto a portarlo in un centro apposito dove dopo qualche giorno fu abbattuto. Suo figlio non lo aveva mai perdonato.
    "Tutto bene tesoro?" Sua moglie lo amava.
    "No cara, no"
    Quella sera, a letto, lui le spiegò sommariamente il nuovo incarico. Non poteva rivelare informazioni a nessuno, ma senza scendere nei particolari condivideva spesso con sua moglie il peso di alcune indagini. Quella sera faticarono entrambi a prendere sonno.
    Il giorno seguente stavano cominciando a fissare dei punti per l'inizio dell'indagine.
    "Partiamo  dall'idea che Merry sia sulla buona strada e che quindi questo pazzoide tenga ai cani. Perchè dovrebbe ammazzarne i padroni? Così fa del male anche a loro"
    "Il punto è un altro Jewa. Perchè ammazza solo persone che possiedono cani?" Chiese Bruce.
    "Già, perchè?" Bofonchiò Serena.
    "Lance, prendi il tuo arsenale. Andiamo sul posto del penultimo delitto" Disse Bruce.
    "Del penultimo?"
    "Si. Ho la sensazione che si aspettasse una nostra visita sul luogo dell'ultimo delitto e avrà curato ogni dettaglio per depistarci. Invece dove andremo noi ci saranno più possibilità di trovare tracce importanti"
    "Sei sicuro?" Insistette il collega.
    "No, ma ho l'impressione di aver ragione"
    Giunserò ai margini della città, in una zona povera ma comunque ordinata e pulita. Il palazzo di dodici piani era vecchio e rabberciato qua e là. Gli inquilini, delle più svariate etnie ed età, li osservavano salire dalle scale anguste: la vittima abitava al nono piano e l'ascensore era fuori uso. Entrarono nel piccolo appartamento dopo aver asportato i sigilli della polizia.
    "Non mi avevi parlato di dover fare una scalata" Grugnì Lance. Bruce non lo stava ascoltando, i suoi sensi erano già tutti in allarme. La piccola abitazione consisteva in un unico locale che faceva da cucina, salotto e camera da letto. In un angolo, un piccolo gabinetto, era diviso dal resto della stanza da un grosso telone cerato appeso al soffitto con degli anelli scorrevoli. L'ambiente rispecchiava l'impressione che si era fatto del quartiere; povero ma in qualche modo ordinato e pulito. Aveva letto il rapporto; la vittima era una donna lesbica di 51 anni che viveva con il suo cane, uno splendido esemplare di boxer femmina.Lavorava presso un magazzino di articoli per casa, non aveva una relazione stabile ed era benvoluta dai colleghi e dagli inquilini dl palazzo. La classica vittima anonima di alcuni tipi di serial killer. Eppure lui sentiva che qualcosa non quadrava.
    "Mi hai fatto prendere le armi, ma qui il rischio maggiore che corriamo è di prenderci un'infezione"
    "Come al solito Lance ti fermi alle apparenze. Questa casa, nella sua modestia, è pulita, ordinata e soprattutto a misura di cane"
    "Cosa vuoi dire?"
    "Che una persona sola, senza relazioni stabili, con poche possibilatà economiche e con un cane, potrebbe desiderare un ambiente simile per condividere con il proprio fedele compagno ogni momento possibile"
    "A me fa un po' schifo tutta questa situazione"
    "Chiediti invece come può aver fatto il nostro assassino a venir fin quassù, fare quello che ha fatto e andarsene senza che nessuno se ne accorgesse"
    Il collega restò in silenzio. Dopo 20 minuti a cercare qualche dettaglio importante e aver fatto qualche domanda agli inquilini, rientrarono alla base, ognuno con dei punti interrogativi.
    "Quindi non hai scoperto nulla! E perchè ti sei portato Lance e non me, o Frank?" Jewa stava urlando.
    "Perchè vi lasciate condizionare emotivamente e tendete ad assecondare i miei ragionamenti mentre a me serviva un osservatore distaccato" Rispose Bruce con calma.
    "E ti è andata bene?"
    "Più o meno"
    Dopo quasi un mese di lavoro l'indagine sembrava ad un punto morto. Il maniaco continuava a mietere vittime; quattro da quando avevano preso in mano il caso. I vari elementi raccolti, incrociati e confrontati tra loro, non davano sufficienti risposte e in definitiva la squadra 7 brancolava nel buio.
    "Non va bene un cazzo! Diamoci una mossa o dovremo chiudere la baracca" Merry aveva un diavolo per capello; la squadra intera, convocata d'urgenza, era sfiancata quanto lei.
    "Sembra che conosca in anticipo le nostre mosse e ci stia bellamente prendendo in giro" Serena stava pensando ad alta voce. "E più ci facciamo coinvolgere emotivamente e meno verremo a capo del problema" Bruce ebbe un fremito e chiese quasi in apnea:
    "Chi di voi si sente coinvolto emotivamente da questo caso? A chi veramente preme per la sorte delle vittime? Ma soprattutto, chi ha veramente a cuore il destino dei cani privati dei loro padroni?"
    I suoi colleghi lo fissarono in attesa di una risposta; chiaramente lui la conosceva ma Bruce scattò in piedi ansimando "Maledizione! Maledizione! Devo correre a casa"
    "Bruce, dove corri? Fermati" Jewa cercò di trattenerlo ma Lance la bloccò. "Lascialo andare, deve aver fiutato una pista" "Ha ragione Lance. Preparatevi e seguitelo con cautela, ho un brutto presentimento" Concluse Merry.
    Entrò in casa trafelato, aveva corso e il battito cardiaco accelerato gli faceva mancare il fiato. Si riprometteva spesso di tenersi allenato, ma la sua proverbiale pigrizia aveva sempre la meglio. Chiamò la moglie più volte, nessuna risposta. Estrasse la pistola dal fodero e ispezionò con cura l'abitazione. Nessuno, nessun segno di scasso, nessuna anomalia. In una situazione normale avrebbe pensato che sua moglie fosse fuori per una qualsiasi ragione, senza allarmarsi, ma quella mattina aveva trovato sul cruscotto dell'auto di servizio un volantino dell'associazione amici dei cani. Per anni era stato socio finanziatore di quell'associazione; ritirò la sua iscrizione dopo il fattaccio avvenuto anni prima con il cane regalato al figlio.
    Aveva dato un'occhiata veloce al foglietto, senza dar peso a ciò che riportava, aveva impresso delle immagini senza elaborarle. Ma una parte del suo cervello cominciò a rivisitare quelle informazioni, giungendo ad una conclusione che gli era esplosa all'improvviso in testa:
    <Mese di maggio con i nostri amici> Riportava il volantino e poi <Il giorno 4 incoronazione del cane più anziano della contea. Il giorno 9 premiazione del cane più alto della città. Il giorno 15 grande festa per il cane più efficiente in dotazione alle forze dell'ordine cittadine. Il giorno 20 premiazione per il cane più ubbidiente e per finire il giorno 28 grande premio fedeltà per il cane con il padrone migliore. Ogni cane di quella lista, ogni vincitore, era della stessa razza trovata a fianco dei propri padroni orribilmente mutilati e le date coincidevano con il giorno precedente la loro morte.
    Oggi era il 29 maggio e l'ultimo premio l'aveva vinto un labrador.
    In casa non trovò niente, nessuna traccia, ma quel volantino era una firma e sapeva con precisione dove dirigersi. Prese l'auto e si avviò verso la parte ovest della città, nella zona collinare.
    "Lo teniamo sotto controllo, si sta dirigendo ad ovest, come pensavi tu" "Ok Frank, non perdetelo d'occhio e tenetemi costantemente aggiornata" "D'accordo Merry"
    "Cosa ne pensi Frank?" "Niente di buono Jewa, quando Bruce parte così bisogna sempre aspettarsi il peggio"
    Aveva preso con se le chiavi che tenevano a casa e aprì il cancello elettrico. Non era una zona residenziale e non c'era un guardiano fisso, i tre addetti alla manutenzione del parco si dividevano il lavoro a loro discrezione come concordato con i proprietari.
    Raggiunse la sua proprietà, un grosso capanno con annessi vari recinti al cui interno c'erano svariati tipi di animali da fattoria. Una rapida occhiata e il sangue si gelò nelle vene, non c'era il cane, un grosso esemplare di labrador.
    "Siamo entrati" Disse sorridendo Frank "Come?" Chiese Merry già sapendo la risposta "Non sarà un cancello elettrico che potrà fermare l'allegra brigata" Disse di rimando Lance dall'altra automobile. "State attenti, stiamo violando un po' di regole, non voglio guai" "Dai Merry, taglia corto, ci aggiorniamo più tardi" Il boss non rispose, sapeva quanto Jewa tenesse a Bruce e capiva il suo stato d'animo. A comunicazioni interrotte sussurrò "Buona fortuna ragazzi"
    La porta principale del capanno era socchiusa, dall'interno non proveniva nessun rumore ed era buio. Entrò con circospezione, per la prima volta nella sua vita era in difficoltà, stava probabilmente per risolvere quel caso spinoso ma era terrorizzato dalla prospettiva di trovare ciò che la sua mente analitica aveva concluso; prese coraggio e accese la luce; il suo lato umano ebbe un sussulto ma il detective prese il sopravvento.
    "Ciao, ti aspettavo. Sapevo che avresti capito il messaggio, sei troppo intelligente"
    "Non abbastanza purtroppo. Troppe vittime, troppo dolore, perchè?" Il tono di Bruce, a dispetto della situazione, era glaciale.
    "Oh dai, lo sai perchè. E' colpa tua, ovviamente"
    "Colpa mia, certo. Sono stato un cretino a non accorgermi di niente, a non capire che mi stavi usando. Tu non mi ami più, da tanto tempo"
    "Da quel giorno per la precisione. Sei tu la causa di tutto questo"
    Non era possibile. Per tutti quegli anni lei era sempre stata solare ed amorevole nei suoi confronti, aveva superato il trauma della perdita del figlio meglio di lui, ne era sicuro, ma allora perchè?"
    "Ti chiedo ancora, perchè?" Lei non spostava lo sguardo un attimo, la mano ferma, la grossa lama appoggiata sul collo del malcapitato addetto alle manutenzioni e il grosso cane legato alla maniglia della finestra. Poi cominciò a parlare come se la sua voce provenisse dallo spazio.
    "Perchè tu hai ucciso nostro figlio. Sei tu che lo hai privato della gioia della sua vita: Blakye era il suo amato cane, non un mostro"
    "Aveva assalito una ragazzina di 13 anni"
    "Quella sgualdrina ha avuto ciò che si meritava!" Bruce inorridi nel sentire quelle parole. Per anni si era chiesto perchè il docile Blakye avesse aggredito la loro ospite e adesso pensava di aver trovato una risposta, terribilissima.
    "Mi stai dicendo che.."
    "Che ho aizzato io il cane contro quella maledetta, stava circuendo il mio povero bambino e anche il cane stava cedendo alle sue moine. Non potevo permetterlo e il cane ha fatto per me ciò che andava fatto"
    "Nostro figlio aveva 14 anni, era normale che avesse una simpatia.."
    "Nooo! Quella era una troia. Il mio bambino voleva bene solo alla mamma e al suo cane, lei non c'entrava e Blakye ha agito per il nostro bene"
    "Tu sei pazza" Lei non lo sentì.
    "Poi sei intervenuto tu, maledetto impiccione. Ti avevamo detto che il cane era innocente, ma niente. Hai fatto intervenire le autorità che hanno tratto le conclusioni sbagliate e Blakye è stato eliminato. Il mio bambino non sopportava quel dolore, lo capivo, lo sentivo. Io sono sua madre, certe cose le percepisco"
    Un altro tassello era entrato al suo posto, Bruce stava per perdere il controllo tante erano la rabbia e l'emozione ma si sforzò di continuare a sostenere quella discussione.
    "Cosa hai fatto al ragazzo, cosa hai fatto a nostro figlio?" Adesso stava andando fuori controllo.
    "In effetti non si è suicidato, l'ho ammazzato io. Non potevo sopportare di vederlo soffrire così. Prima di ucciderlo gli ho spiegato che avrebbe raggiunto Blakye e lui ha capito, mi ha persino ringraziata" I due si fissaronio intensamente, lui con odio e disperazione, lei completamente folle. Poi lei continuò adagio:
    "Senti Bruce, non ti amo più ma ti rispetto e so che sei un uomo tutto d'un pezzo e ligio al dovere. Adesso io scannerò questo poveraccio e tu starai buono e tranquillo, non puoi farmi niente. Quest'uomo morirà dissanguato come un porco e tu sarai testimone di questo macello"
    "I cani. Perchè i cani?" Chiese ancora Bruce mentre lentamente afferrava la sua pistola. "Ah si, i cani. Non ci sei arrivato?" Bruce non rispose, stava prendendo le misure per un'eventuale intervento armato e lei continuò:
    "Mi deludi caro. Il cane è il simbolo della fedeltà pura. I cani amano a tal punto i padroni da morire di fame piuttosto che profanare i loro corpi. Il sangue, le interiora, l'odore di morte servivano per risvegliare in loro l'istinto animale, ma non hanno ceduto, nessuno. Vecchi, malati o trasandati che siano, i cani restano fedeli al proprio amico, sempre, fino alla morte" Lui vedeva la lama del coltello sempre più pressata sul collo dell'ostaggio, doveva agire alla svelta mentre lei continuava nel suo delirio.
    "E Blakye era fedele, voleva bene a me e al mio ragazzo e tu maledetto l'hai ammazzato, hai ucciso il nostro Blakye e..." Notò di sfuggita un movimento furtivo alle sue spalle e gli occhi di Bruce che cambiavano espressione, fu un attimo "...bastardo!"
    Bang! L'imprecazione della donna restò a mezzaria.
    Jewa si avvicinò a lui e lo fissò dritto negli occhi.
    Due mesi dopo.
    "Potremmo prenderci un paio di giorni liberi e andare a fare una gita a San Francisco, ti piace tanto quella città" Lo disse più per convincere se stessa di avere ancora qualche speranza, una minima possibilità di creare una relazione stabile, ma sapeva di sbattere contro un muro.
    "No Jewa, no. In questi due mesi mi sei stata molto d'aiuto e io ho approfittato di te. Ho goduto delle tue attenzioni, della tua compagnia, del tuo amore" Bruce stava parlando con tono distaccato, quasi infastidito. "Ma io non ti amo, lo sai. Posso continuare ad approfittarmi di te, non opporresti obiezioni pur di restare con me, ti sembra normale?" Lei aveva gli occhi gonfi di lacrime e lui infierì:
    "Ho amato mia moglie, forse la amo ancora, non so. Avevo lei, mio figlio i miei cani e le mie certezze. Sono restato solo, sto pagando un conto salato per i miei errori e tu non fai parte della mia vita futura. Lascio il lavoro, lascio la città, fattene una ragione"
    Ormai lei piangeva singhiozzando e si avvicinò a lui, in preda alla disperazione:
    "Dimmi che non è vero, dimmi che mi ami, dimmelo!"
    "No Jewa, non ti amo. Ma ti voglio bene, sei giovane bella e brava. Avrai successo nel lavoro e troverai un uomo con cui costruire una famiglia vera" La baciò sulla fronte e la strinse a se, poi la salutò e uscì dalla sua vita.
    Due anni dopo.
    "Amore! Hanno suonato, vai tu ad aprire? La cena è quasi pronta"
    "Ok tesoro, vado io" Con calma si diresse alla porta d'entrata.
    "Buonasera. C'è la signorina Jewa?" Chiese una donna con la divisa di una compagnia di consegne.
    "Si, è in cucina. Jewa! Cercano te" La donna arrivò in un battibaleno.
    "Si? Cosa c'è?" Chiese velocemente.
    "Devo consegnarle una cosa, ha due minuti?"
    Jewa stava velocemente organizzando la situazione per poi dire al suo uomo:
    "Corri in cucina e finisci di preparare, fra cinque minuti sono da te" senza obiettare lui si dileguò all'istante.
    "Eccomi, sono tutta sua" Disse rivolta alla donna che senza dar risposta scaricò da un furgoncino una gabbia. Al suo interno una coppia di cuccioli di cane, di razza imprecisata, dormivano uno sopra all'altro.
    "Ecco. Mi firma questa ricevuta e siamo a posto" Jewa fissò la donna con aria interrogativa e l'altra rispose in modo sbrigativo:
    "Senta, io mi limito a fare le consegne, non ho tempo per altro. Questi sono suoi, se firma le consegno anche una lettera intestata" Jewa conosceva il tipo, firmò e ritirò senza fare commenti.
    "Grazie" Concluse, mentre l'altra era già salita sul suo furgone.
    I cuccioli parevano in letargo, li sentiva respirare ma continuavano a dormire. Aprì la lettera con foga, era Bruce:
    <Cara Jewa. So che stai attraversando un bel periodo, il lavoro va alla grande e la tua relazione con Martin sembra sul punto di diventare una cosa seria; sono contento per voi. Come saprai ho aperto una pensione per cani, dove ospitiamo e accudiamo ogni cane che ci viene affidato. Ti ho mandato questa coppia di bastardini che abbiamo salvato dalle acque di un torrente dove qualche bastardo li aveva gettati all'interno di un sacchetto. Tienili, crescili, amali come fossero umani e vedrai quante soddisfazioni avrete insieme e ricordati, i cani sono fedeli, per sempre! Un abbraccio dal vecchio Bruce"
    Ripiegò il foglio mentre le lacrime le rigavano il viso. Martin arrivò in quel momento e capì subito. "Bruce?!" Lei le aveva parlato di lui.
    "Si, guarda cosa ha mandato"Indicò verso la gabbietta. Lui si avvicinò, sollevò la gabbia e dopo aver osservato attentamente la ripose delicatamente in terra.Si avvicinò a lei e le prese le mani tra le sue, lei sentì il calore di quelle mani forti, robuste. Poi lui disse:
    "Allora è ufficiale. DA oggi siamo una famiglia, un po' più numerosa, ma una famiglia. Ti amo Jewa" Lei lo abbracciò amorevolmente "Si Martin, siamo una famiglia. Anche io ti amo"

  • 02 ottobre 2013 alle ore 14:34
    Muro

    Come comincia: Raccolsi un fiore ai suoi piedi. Era una margherita stropicciata e brutta nel fiore ma col gambo resistente che avrebbe rafforzato la coroncina da me costruita. Si allontanò e mi guardò da lontano con occhi curiosi come quelli dei bambini quando guardano gli adulti. Aveva lo sguardo triste ma io non potevo capirlo e mi sembrò sospetto. Pensai potesse essere uno di quegli adulti cattivi che vogliono fare del male ai bambini. Che cosa potevo fare? Decisi di controllarlo, non avrei permesso che si avvicinasse a qualcuno. Non lo facevo tanto per bontà quanto per sentirmi più adulta, volevo fare cose da grandi e conquistarmi la loro fiducia. Mi sono sempre considerata, stupidamente,  più intelligente della mia età. Continuavo a guardarlo senza riuscire a capire cosa stesse fissando. ''Starà elaborando un piano malefico'' pensai. Mi nascosi, almeno credevo di essermi nascosta. Restavo lì, dietro ad una rete e mi sentivo invisibile, una super eroina, la vita di qualcuno sembrava essere nelle mie mani. La mia coroncina era quasi completa ma non mi importò più e la lanciai in aria. Alzai lo sguardo per cercare lui ma non c'era più, era sparito! Lo cercai con lo sguardo per almeno mezzora ma non lo trovai. Mi sedetti su una panchina a sentirmi colpevole senza nemmeno sapere per cosa, non vedevo i bambini intorno a me che giocavano ma restavo lì, a guardare il vuoto cercando chissà quale risposta a chissà quale domanda. Alzai, nuovamente, lo sguardo e lui era seduto su una panchina non molto distante dalla mia. Era sempre stato lì, vicino a me ma lontano dai miei occhi che cercavano qualcosa di cattivo mentre lui non lo era. Continuava a fissare qualcosa che io non capivo cos'era. Era come se avesse un muro davanti e volesse abbatterlo con lo sguardo.  In quel momento compresi che non esisteva ciò che stava guardando come non esisteva il problema che io cercavo di risolvere.

  • 31 ottobre 2012 alle ore 15:20
    Bonifacio VIII

    Come comincia: (Anagni, 1235 - Roma, 11 ottobre 1303)

    Quale maestosità ci offre San Pietro, con il suo cupolone e il suo interno sfarzoso! Quale ricettacolo per dipinti e affreschi, sculture e mausolei! Una gioia per gli occhi e per lo spirito! E se il visitatore sa osservare bene, si accorge che qui dentro sopravvivono incontaminati duemila anni di Storia. Come riuscire a rimanere indifferenti dinanzi alla Pietà del maestro Michelangelo? O alla Trasfigurazione del divino Raffaello? I turisti di tutto il mondo ci invidiano questa meraviglia e noi romani, che ce l'abbiamo dentro casa, praticamente l'ignoriamo. Entrare in Vaticano è un po' come entrare nella Storia dell'umanità, con i suoi pittori, i suoi scultori e i suoi architetti che nei secoli si sono alternati, dando vita a qualcosa di unico e inestimabile, dove la spiritualità ti entra nelle ossa e rimani letteralmente schiacciato dalla sua ineffabilità; ed è lì, mentre osservo la bellissima cappella Caetani che, seduto su un sepolcro, lo vedo, con quella sua aria altera e sprezzante, più degna di un dio che di un suo umile servo.
    -Ma… Ma tu sei papa Bonifacio VIII!- esclamo.
    -Proprio io, al secolo Benedetto Caetani.- si presenta con manifesta alterigia.
    -Una tra le più potenti famiglie romane.-
    -Esattamente. Ti piace San Pietro?- domanda facendo un gesto con la mano guantata, dove spiccano anelli con gemme preziose grosse come noci.
    Mi guardo attorno e mi soffermo a sbirciare i passanti, che neppure mi notano.
    -A chi non piacerebbe?- rispondo elusiva, allungando una mano per toccare un turista.
    Con sorpresa, mi accorgo che la mia mano lo attraversa, come se avessi solo tagliato l'aria e sussulto spaventata. Sono, infine, morta anch'io?
    -Non temere.- mi previene con noncuranza, toccandosi il triregno e sistemandoselo meglio sulla testa. -Sei ancora viva.-
    -Tu… Sei il papa che ha indetto il primo giubileo della Storia, nel 1300.- mormoro, ancora perplessa.
    -Sì, è così.- ammette con straripante orgoglio. -Un esodo come mai si era visto prima. Migliaia di pellegrini si sono riversati a Roma per pregare e ottenere le indulgenze.-
    Esito un attimo, dinanzi a quest'uomo che non ho mai particolarmente amato, che è stato un papa terribile, blasfemo e simoniaco e correggo sprezzante:
    -Vorrai dire che venivano sì a pregare, ma le indulgenze le pagavano a caro prezzo.-
    Alza le spalle, come se la cosa lo toccasse in modo trascurabile e replica:
    -La gente ha bisogno di sicurezze.-
    -Diciamo pure che erano le tue casse ad aver fame di soldi, visto che Filippo il Bello di Francia aveva tassativamente proibito ai prelati francesi di versare le decime nelle casse papali!-
    Arrossisce suo malgrado, impreparato al mio attacco e si inalbera, illividendo subito dopo di rabbia.
    -Come osi insultare così un uomo di Chiesa?-
    Avvampo indignata e, con sguardo furente, porto le mani sui fianchi e ribatto:
    -Tu un uomo di Chiesa? Mai udita bestemmia più colossale. Non hai mai creduto in Dio, giungendo a dire che, se Cristo non era riuscito a salvare se stesso dalla morte, neppure noi mortali avremmo potuto salvarci, te escluso, ovviamente, visto che ti consideravi un dio e ti credevi imperatore oltre che papa! Ti sei sempre circondato di amuleti, portavi al dito un anello strappato al cadavere di re Manfredi, giocavi ai dadi e bestemmiavi se qualcuno osava vincere; non ti sei mai fatto scrupoli nel perpetrare tutti i peccati capitali, anzi, li eseguivi alla lettera e per certo non avevi esitazioni nel portarti a letto fanciulle e paggi!-
    Mi lascia sfogare alzando di tanto in tanto gli occhi al cielo e, quando intravede una possibilità di controbattere, non esita a sibilare minaccioso:
    -Tu, misero essere senza valore, hai l'ardire di giudicare un papa che tanto ha fatto per Roma? Cosa sai tu di cosa ho fatto io?-
    Indispettita e furiosa, faccio un passo verso di lui e l'accuso con tono che pare una scudisciata:
    -Mi è sufficiente sapere che hai brigato e ucciso il tuo predecessore, Celestino V!-
    -Ah!- esclama alzando una mano, irritato per essere stato costretto a rimembrare un simile episodio. -Io non ho mai ucciso nessuno!-
    Suppongo che, se mi fosse concesso, lo afferrerei per il collo e lo strozzerei senza tante cerimonie; purtroppo per me è già morto e non godrei questa soddisfazione.
    -Tu… Tu sei un uomo che non ha mai avuto una coscienza. Il povero Pietro da Morrone era un semplice e pio eremita che si è visto eleggere papa perché a te occorreva un uomo cuscinetto da porre sul trono di Pietro, quel tanto che bastava per riuscire a corrompere i cardinali per la tua elezione. Una volta certo che avresti ottenuto i voti necessari, hai condotto il mite Celestino al rifiuto e ti sei insediato sul trono con fasto e pompa magna.-
    Sogghigna divertito e incrocia le braccia al petto, fissandomi con condiscendenza.
    -Era così che si faceva.- commenta lapidario.
    -No, non era così che si faceva.- replico indignata. -La tua bramosia di potere ti ha indotto a far rinchiudere Celestino nel tuo castello a Fumone, per timore che il popolo e i baroni, scoperta la pasta di cui eri fatto, reclamassero il ritorno del sant'uomo. Tu dici di non aver ucciso nessuno, ma lasciare che il frate morisse di stenti in prigione a me sembra un omicidio studiato nei minimi particolari.-
    -È morto e basta. Che colpa ne ho io?-
    Stizzita per la sua totale indifferenza, continuo:
    -Eri un giurista eccellente, tra i migliori del tuo tempo ed hai stilato un rifiuto magistrale che hai portato a far firmare a Celestino: ammetto la tua bravura ed è proprio questa tua destrezza che mi porta a credere che hai fatto sì che la colpa della sua morte non ricadesse su di te. Ne eri all'altezza.- gli riconosco.
    Un gruppo di turisti si avvicina a noi, interrompendoci momentaneamente e quando ci passa davanti, mi rendo conto che continuo a vedere il mio interlocutore anche attraverso i loro corpi. E mi rendo conto altresì che ha piegato le labbra in un ghigno beffardo, come a volermi turlupinare.
    -Vedi, mia cara virago,- mormora accarezzandosi distrattamente il pallio, -il mondo si divide in due categorie, che tu lo voglia accettare o meno: coloro che contano e coloro che non contano nulla. Purtroppo per te, io ho fatto parte della prima categoria e sono passato alla Storia. Tu ci passerai alla Storia?- insinua mellifluo.
    Stringo i pugni e serro i denti per trattenermi dall'avventarmi contro di lui e rispondo glaciale:
    -Meglio non passare alla Storia e rimanere un perfetto signor nessuno, che leggere le tue infamie sui libri.-
    -Sei impertinente e indisciplinata! Se potessi ti farei abbassare le piume.-
    -Con i tuoi metodi poco ortodossi che hanno contribuito ad allontanare il papato da Roma? Oh, conosco la storia di quell'ambasciatore al quale hai rifilato un calcio rompendogli il setto nasale solo perché ti girava storto.-
    -Servono anche questi metodi.-
    Rimango un attimo in silenzio, fissando quel papa eretico e bestemmiatore ma che aveva, nonostante tutto, coraggio da vendere. Come quando il messo di Francia, Guglielmo di Nogaret, insieme al capo della potente famiglia Colonna, Sciarra, portavoce degli esasperati cristiani di tutto il mondo e imbeccati dal re di Francia, assalirono il palazzo pontificio di Anagni, dove si era rifugiato Bonifacio. E qui lo trovarono, abbandonato persino dai suoi servitori, lasciato in balia degli eventi. Gli intimarono di consegnarsi prigioniero se voleva salva la vita e lui, fiero e indomito, rivestito con tutti i paludamenti sacri, aveva alzato il mento gridando con spavalderia: "Ecco la mia nuca, ecco la mia testa!".
    -Hai avuto fortuna quando il Nogaret ha bloccato la mano omicida di Sciarra Colonna.-
    Lo vedo aggrottare le sopracciglia e risponde con freddezza:
    -I Colonna non hanno avuto mai buon animo verso i Caetani.-
    -Eravate sempre in guerra per il predominio su Roma. Ma la rivalità ha toccato l'apice proprio contro di te, inviso anche dalle altre potenti famiglie. Persino la tua ti si è in sostanza rivoltata contro, evitando di correre in tuo aiuto quando Sciarra è entrato in Anagni. Gli stessi tuoi concittadini non hanno alzato un dito per salvarti.-
    -Poi lo hanno fatto.-
    -Certo, ma solo perché temevano la scomunica. Neppure Dante è stato clemente con te.- gli ricordo.
    -Dante era solo uno sciocco, che non capiva che il papato era superiore a tutto e a tutti. Tu,- accusa avvicinandosi con sguardo omicida, -cosa puoi sapere della grandezza della Chiesa? Hai forse vissuto in quei tempi oscuri, dove l'eresia rischiava di prendere il sopravvento, dove potere temporale e potere spirituale si scagliavano l'uno contro l'altro per la supremazia e dove ogni papa avrebbe dovuto fare come me per ridonare il primato alla Chiesa del Cristo? Come osi tu, venire ad accusare me, che sono stato papa, mentre tu sei una nullità e che tale rimarrai?-
    Indugio un attimo in silenzio, fissando quel volto iracondo, rivestito con i paludamenti sacri riccamente ricamati in oro e argento, tempestato di pietre preziose in ogni parte degli abiti, alla faccia del voto di povertà e di umiltà e mi rendo conto che il suo è un deliberato tentativo di turbarmi. Con tono pacato rispondo:
    -Hai vissuto fuori del tempo. Il medioevo era agli sgoccioli, eppure tu non hai saputo guardare oltre, non hai saputo adeguarti. Hai solo fatto quanto era nelle tue possibilità per mantenere la Chiesa in uno stato di supremazia che ormai non le competeva più. Non hai saputo vedere la nascita delle nazioni e non hai capito quanto effimero era diventato il potere spirituale. Le scomuniche avevano fatto il loro tempo: gli uomini erano più eruditi e non credevano più ciecamente.-
    -Male!- urla rabbioso, gli occhi che mandano scintille. -Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di qualcuno che li guidasse con polso fermo.-
    -E tu ti ritenevi la persona in grado di farlo.- commento mordace.
    Mi fissa con malcelato rancore e posso solo intravedere l'uomo battagliero e gaudente che ha condotto la Chiesa al tracollo, facendo sì che, dopo soli due anni dalla sua morte, il suo successore riparasse in Francia, dando inizio alla cattività avignonese.
    -Tu non hai idea.- sibila scuotendo la testa.
    Sì, probabilmente ha ragione, bisogna esserci per valutare; tuttavia io non voglio giudicare, voglio solo sfogare la mia rabbia contro l'uomo che ha lasciato Roma allo sbando, incurante del male che le avrebbe causato nei secoli a venire.
    -Per quanto mi concerne, hai avuto un solo pregio: quello di indire il giubileo. Indipendentemente dalle cause, è stata l'unica tua mossa che ancora oggi sopravvive e che rende a Roma la sua supremazia spirituale. Per il resto, auspico che il Cristo in cui tu non hai mai creduto, ti abbia fatto marcire all'inferno, facendoti espiare le tante e innumerevoli colpe, in primis la morte di Celestino.-
    Sogghigna divertito e si volta, avvicinandosi di nuovo al sepolcro.
    -Tu, per me,- sentenzia sprezzante, -sei nulla di più della semplice polvere che i miei piedi calpestano.-
    Non ribatto, evito la sfida e rimango in silenzio a fissarlo, mentre la sua immagine svanisce lentamente, confondendosi con il sepolcro ed io torno di carne e ossa, di nuovo viva in mezzo alla folla silente dei turisti.

  • 31 ottobre 2012 alle ore 8:00
    Il professore Rega

    Come comincia: La sveglia suonò al primo piano interno 11, alle sei, come sempre, ma il professore Rega non rispose al suo invito ad alzarsi. Aveva sessantacinque anni e quell’anno sarebbe andato in pensione. Insegnava lettere al liceo classico Giacomo Leopardi.
    Se i suoi allievi lo avessero visto a letto, con  i capelli brizzolati  arruffati, la giacca aperta per mancanza di bottoni, le lenzuola lise, le ciabatte esauste e scolorite, non lo avrebbero riconosciuto. Per loro il professore Rega non era un uomo trasandato.
    Alto, lo sguardo grigio verde attento, Rega aveva un aspetto fresco e un buon profumo corteccia e muschio. Quella mattina non si alzò.
    C’era il pranzo con gli allievi del quinto anno quel giorno. Se ne andavano, era già successo con tanti altri. Anche la moglie di Rega se n’era andata, da tre anni ormai. Era morta silenziosamente. L’anno dopo Diego, suo figlio, si era trasferito in Canada.
    Rega quel giorno non si alzò perché era stufo di addii.
    In quella casa era tutto liso, spento. Solo i vestiti erano in bell’ordine nell’armadio e le camicie perfettamente allineate nei cassetti, solo loro sembravano appartenere al presente, merito della lavanderia al civico 100 di quella stessa strada. Tutto il resto sembrava sospeso, proveniente da un tempo indefinitamente lontano.
    Erano le undici quando finalmente il professore si alzò e andò in cucina a prepararsi il caffè. La tazzina sbreccata in mano, si accomodò al computer ma prima oscurò completamente la stanza abbassando la persiana. Si vide per un attimo riflesso nei vetri: <<Come sono invecchiato>> pensò.
    Si collegò ad una chat incontri. Aveva scritto il suo profilo mentendo su tutto. In quel mondo lui era tale Socrate 60, quarantasettenne celibe, bella presenza, sensibile, amante della musica e della buona cucina. Gli scrivevano un sacco di donne. Era avido di quelle presenze e del disprezzo che provava per loro. Si era abituato a quella sensazione agro-dolce, non riusciva più a farne a meno.
    Un rumore all’uscio lo distolse dalla sua conversazione con Regina di Cuori.
    Era il portiere che, come sempre, gli lasciava la busta della spesa attaccata al pomello della porta. Poche cose: pane, latte, affettati. Rega gli lasciava la lista sotto l’uscio. Albino si preoccupava di fargli avere quanto richiesto entro mezzogiorno e se non trovava la lista comprava comunque pane e latte.
    Quel rumore avvertì Rega che era mezzogiorno. Aspettò che il portiere se ne fosse andato per prendere la busta. Non aveva fame.
    Alle quattordici uscì. Albino era chiuso nella sua casetta di portineria, si godeva la pausa pranzo.
    Il portone era vuoto, non lo vide nessuno.
    I pontili deserti erano lustri di acqua e sole. Sembrava un ragazzo Rega con la tuta da ginnastica e lo sguardo disteso dall’aria frizzante di quell’ottobre ora benevolo ora nuvoloso.

    Quando suo figlio Diego era piccolo lo portava a pescare sul molo. Poi era cresciuto ed era successa quella cosa che li aveva allontanati. Quella faccenda dell’omosessualità.
    Rega un figlio omosessuale non se lo aspettava. Niente contro nessuno per carità. Lui era un uomo di cultura, aperto, emancipato. Non come la moglie che quella sera, quando Diego li invitò a cena fuori per comunicargli la notizia, lo guardò con irritato disprezzo.
    Lui a tavola non battè ciglio, anzi, era anche un po’ seccato per tutta quella messinscena: “Vi porto a cena fuori, devo parlarvi di una cosa terribilmente importante”.
    La cena fuori, il ristorante particolare, la reticenza iniziale.
    Che bisogno c’era di tanti misteri, avrebbe potuto dirlo così, dirlo e basta, in un momento qualunque, non so, ma insomma: era gay. Così si diceva. E allora?
    E allora perché si sentiva così contrariato Rega , quella sera, andando a letto?  Non certo per quella faccenda del ristorante e tutto il resto. Diego era così, un po’ cinematografico diciamo, ma in questo non c’era niente per cui contrariarsi, anzi. A lui era sempre piaciuto quel gusto della cornice che il figlio aveva da sempre molto spiccato. Diego ritualizzava e impacchettava con grandi fiocchi tutte le banalità che possono venire in mente. Era così. Così come? Com’era Diego, adesso che ci pensava?
    Fino a quella sera aveva creduto di conoscerlo benissimo:
    Diego, mio figlio.
    E adesso se lo ritrovava gay. Cioè? Baciava gli uomini, si faceva toccare da loro, ci andava a letto, si, in quel senso.
    Ebbe gli incubi quella notte. Aveva delle parole in testa che lo braccavano, volevano esplodergli dentro e lui le ricacciava come mosche fastidiose, come serpenti viscidi, odiosi, che schifo! Ecco. Il primo boato, la prima deflagrazione seguita da tante altre piccole onde d’urto, che schifo che schifo che schifo…
    Si alzò come sempre alle sei. Corse fuori da quella casa subito dopo la doccia, aveva compito in classe, si giustificò, doveva fermarsi a fare delle fotocopie.
    S’incamminò a piedi, si sentiva osservato come se tutti i passanti potessero accorgersi solo guardandolo del suo segreto. Già, il segreto. Ma Diego a chi lo aveva detto? Prima che a loro, prima che a lui? Dio mio, forse era da tempo lo zimbello di tutta la sua famiglia e non lo sapeva. Ecco perché suo fratello Carlo, al matrimonio del figlio, aveva fatto quella battuta su Diego, sui nipoti che non gli avrebbe mai dato. Ma no, che pensava, che c’entrava adesso suo fratello Carlo. Dio mio, Dio mio, sentiva i pensieri guizzargli nel cervello, era tutto accelerato dentro di lui, non riusciva a rallentare, a riprendere il controllo.
    Passavano i giorni e la catastrofe si confermava ai suoi occhi, s’ingrandiva, mostrava risvolti inattesi, pretendeva di riscrivere la storia del suo rapporto con il figlio: quando era successo? Quale episodio? Aveva commesso qualche errore? Quando? Perché?
    Passarono gli anni. Non ci pensò più. Fece una semplice operazione di restringimento: delimitò il perimetro della sua vita, la quantità degli incontri, delle  parole pronunciate, dei pensieri persino.
    Teneva lontano quella cosa tagliandole i ponti di accesso fino a lui. Si lasciò risucchiare dai suoi studi e continuò a vivere come poteva.
    La moglie morì dopo sei anni. Diego un anno dopo si trasferì in Canada. Non lo vedeva da due anni. Non lo sentiva al telefono ormai da mesi.
    Quel temporale lo sorprese mentre guardava le barche ormeggiate. Si avviò con il bavero rialzato, non si trovava molto lontano da casa. La pioggia aumentava d’intensità ad ogni istante, magri rivoli prima, una grandine maligna poi, sferzante, sul suo corpo curvo in corsa. L’acqua veniva giù dal cielo compatta ora: era un enorme cono di luce liquida.
    Rega correva, i pochi passanti correvano, inquieti per quell’inaspettato travaso di acqua dal cielo. Rega correva ma ad un certo punto smise, rallentò, si fermò. L’acqua gli cadeva addosso con la violenza di una diga spezzata, di un argine violato. Piangeva il professore, ora, ma era acqua mescolata ad acqua, non si notava la differenza.
    Arrivò sotto casa bagnato fin dentro l’ultimo anfratto, l’ultima cellula del suo corpo. Tremava.
    Albino stava lottando contro il vento per chiudere il portone quando lo vide: “Professore, professore Rega, ma come, ve ne andate in giro con questo tempo”
    Rega non rispondeva, non sapeva cosa dire.
    La moglie di Albino, la signora Elena, arrivò con un asciugamano  bianco, morbido: “Entrate professore, entrate un momento, ho acceso la stufa “
    Rega si lasciò portare in casa. S’infilò dei panni di Albino mentre fuori la tempesta continuava ad urlare. La luce andava e veniva. Rimase fino ad ora di cena. Cenò con loro. Albino ed Elena erano increduli di avere in casa un ospite così importante, non la smettevano più di affannarsi attorno a lui, che se ne stava lì, tranquillo.
    Tornò a casa tardi. Ebbe voglia di tagliarsi le unghie, da Albino aveva notato che erano troppo lunghe. Ammucchiò le unghie recise sul pavimento, gli sembrarono tanti piccoli cadaveri.
    Si chinò a raccoglierle e notò, abbandonate in un angolo, le sue ciabatte sfondate, gli sembrarono vecchie serve fedeli in attesa di accompagnarlo verso la notte. Le ignorò. La lucina del computer occhieggiava, poco più in là. Immaginò Regina Di Cuori dall’altra parte dello schermo: sorrise.
    Finalmente vide quello che stava cercando. Il telefono.
    Cercò un numero nella rubrica telefonica. Ci volle un po’ di tempo per ottenere la conversazione con l’abbonato, il Canada è pur sempre dall’altra parte del mondo.
    Parlò a lungo con il figlio, gli raccontò del suo naufragio, di Albino ed Elena, del suo ricordo lì sul molo.

    Sul molo, Diego camminava lento, il dondolio delle onde riflesso negli occhi.
    Le barche nel porto di Halifax splendevano; un insolito sole ottobrino illuminava l’aria, senza riuscire a riscaldarle il cuore, già chiuso, nella sua compatta vita trasparente.
    Diego si strinse in quel maglione blu che aveva trovato nell’ingresso, non era suo, forse lo aveva dimenticato Leon, il suo compagno spagnolo.
    Si erano conosciuti a Praga durante una vacanza. Entrambi amavano viaggiare, erano incalliti vagabondi con un’anima da nomadi appena domata dall’educazione al progetto, alla stabilità, fiumi di parole che erano riuscite solo a modellare le cime di quelle loro vite inquiete, visionarie: altre vite, altri mondi, dichiarati inesplorabili o addirittura inesistenti da chi non aveva voglia di avventurarvisi.
    Entrambi ingegneri, si erano dedicati totalmente alla studio e alla diffusione delle energie alternative: pannelli fotovoltaici, pale eoliche. Ogni volta che vedevano un impianto del genere entrare in funzione, provavano una gioia indescrivibile, intima e profonda, condivisibile solo tra anime affini. Si amavano per questo, per lo stesso vecchio motivo per cui due creature si amano, per lo stesso misterioso, insondabile miracolo di affinità e consonanza.
    Erano in Canada da due anno, per lavoro, Halifax ultima sede, amatissima.
    Amavano entrambi quel cielo mutevole, prima una malinconia di nuvole ad incupirne lo sguardo, un attimo dopo l’urlo dell’aria mescolato allo stridio alto dei gabbiani. Poi. Il sole. Morbido velo di luce dentro cui nascondersi e pensare.
    Diego e Leon, un amore, un fiore tra un milione di altri, perfetta struttura di materia e poesia, senza altra ragione che le sue ragioni, senza altra spiegazione che la sua naturale necessità.
    Lo rivide salutarlo dall’anticamera, di primo mattino, mentre lui, assorto, si preparava il caffè.
    - Che pasa Diego?- e scompariva sorridendo dietro la porta di casa..
    - Che pasa Diego?- lo chiese a se stesso. Rabbrividì.
    Quella telefonata lo aveva costretto ad uscire di casa
    Halifax quel giorno era accogliente, gravida di un inverno ormai prossimo ma che, in quel momento, sembrava ancora lontano.
    Passò una nuvola: inattesa.
    Gli venne in mente sua madre, all’improvviso, come un ospite trovato ad attenderlo sui gradini davanti alla porta di casa.
    - Da quanto tempo sei lì mamma?- pensò.
    La rivide. Con la sua borsetta nera delle grandi occasioni, quella con la fibbia di metallo che si chiudeva con un clic ma, se facevi piano piano, non si sentiva. Diego le rubava le caramelle con quel trucco, le sue caramelle al miele per la tosse, quella tosse che se l’era portata via. Definitivamente. Lei era sempre stata un po’ lontana, come una nuvola, come la speranza di una morbidezza troppo incorporea per poterla toccare.
    Quel giorno, Diego se lo ricordava sempre quando ripensava a sua madre, lui aveva dieci anni e stava finendo di sistemare i regali sotto l’albero: era la vigilia di Natale.
    Erano soli in casa. La madre stava apparecchiando, attendevano ospiti: la famiglia del padre, lei era orfana di entrambi i genitori e aveva scarsi rapporti con i suoi numerosi fratelli.
    - Mamma come si chiamava il nonno?- le chiese Diego seguendo qualcuna delle sue insolite aspirazioni.
    - - Mosè- rispose lei brevemente, continuando ad aggiungere dettagli alla tavola ammannita con austero candore. Un’alterigia cupa emanava dai pesanti tendaggi di broccato scuro, dai  candelabri simmetricamente equidistanti, come sentinelle immobili sui bastioni di una lunga credenza bassa , istoriata con piccole architetture concentriche, in ogni angolo e spigolo, infinitamente arrotolate su se stesse, come code di spaventosi serpenti chiusi in un letargo di legno impenetrabile.
    Il lungo tavolo, posto al centro della camera rettangolare, dominava la scena, abbagliato dalla luce vitrea di un lampadario a gocce di cristallo, un enorme sole a spicchi, grappolo di diamanti duri, sospeso, in quell’aria rarefatta da cattedrale abbandonata.
    In un angolo, vicino ad un pianoforte chiuso, a pochi metri da una vetrinetta in cui si intravedevano stoviglie di ceramica , sapientemente decorate, Diego addobbava l’albero che, solenne e silenzioso, gli offriva le sue braccia aperte, sulle quali il bambino disponeva fiocchetti rossi, lentiggini bianche di ovatta, grappoli di palline multicolori.
    - Ti piace mamma?
    - Bello, si, bello- come se avesse detto passami il sale… oggi fa freddo… qualcuno ha bussato alla porta… o qualunque altra cosa.
    - - Com’era nonno Mosè? – chiese Diego all’improvviso
    - - Alto, molto alto-
    - Come quest’albero? E ti faceva volare quando ti prendeva in braccio? Così … - e prese a fare giravolte; imitava un elicottero con le braccia aperte e un rombo di labbra vibranti.
    - - Non mi prendeva in braccio, i padri a quel tempo non prendevano in braccio i figli, specialmente le figlie femmine- spiegò nervosa, affaccendata attorno a quel desco di cui, ogni volta che passava, stirava gli angoli con le mani, una carezza perentoria, senza simpatia o gratitudine.
    - Diego la guardò: - Ma almeno ti raccontava le storie?
    - Non mi raccontava niente, smettila Diego, tu sei figlio unico non puoi capire. Io avevo otto fratelli, forse mio padre non si ricordava nemmeno il mio nome – concluse sottovoce; quella cosa del nome la disse a se stessa ma Diego aveva sentito.
    - Tu menti, i genitori lo sanno come si chiamano i figli perché il nome lo hanno scelto loro e poi papà mi ha raccontato … _
    Il ceffone arrivò fulmineo, generato dal nulla. L’orma sulla guancia del bambino, unica prova del suo passaggio.
    Non lo guardò neanche, lei, se ne andò in cucina, la mano colpevole lungo i fianchi, come l’altra, nessuna differenza.
    Quella sera Diego, dopo la cena sontuosa, i regali sobri ed utili, le inutili bugie per raccontare il motivo, qualche motivo, per la presenza di quell’orma sul suo viso, fu mandato a dormire.
    Sognò nonno Mosè: lo faceva volare come un elicottero e lui rideva talmente tanto che piangeva.

    Si toccò il viso, come se quell’orma fosse ancora lì, appena sotto la peluria ispida della barba: non si era rasato quella mattina.
    Era ritornato sul molo ora, ad Halifax, dove le navi trasudavano la luce di un insolito sole ottobrino.
    Voleva rivedere il padre, al telefono lo aveva sentito vecchio. Uno stanco vecchio arreso.  Sua madre invece non si era mai arresa; Diego provò una profonda pena per lei.
    Gli sembrò che suo padre fosse tornato dopo un lungo solitario viaggio, con quella tenerezza pudica dei vecchi che sembrano chiedere scusa per le loro piccole imperfezioni: i loro corpi un po’ sgualciti, i loro sguardi umidi da randagi. Ebbe di lui una nostalgia tagliente.
    Doveva rivederlo, anzi, vederlo, per la prima volta, da vecchio.

    Leon lo guadava preparare le valigie, a cena non aveva toccato quasi nulla. Diego era calmo ma Leon sentiva quella sua urgenza: doveva assomigliare ad uno spasimo doloroso.
    Avrebbe voluto abbracciarlo, spremere fuori  dal suo corpo un po’ di quella febbre che lo stordiva, rendendolo quasi inconsapevole della sua presenza. Era solo. Erano soli.
    La mattina seguente Leon lo accompagnò con lo sguardo, dalla finestra. Salutandolo,davanti alla porta, gli aveva detto: - La prossima volta verrai con me –
    Partì. Tornava. Anche suo padre era tornato, non era più una maschera di dolore impenetrabile, come lo aveva visto l’ultima volta, aveva telefonato, voleva dire che Diego non era più colpevole, era stato assolto, anzi, prosciolto per non aver commesso il reato, era un uomo libero.
    Aveva sbagliato, suo padre si era sbagliato. Era finita.
    Quando lo rivide davanti alla porta il professore Rega capì: aveva solo avuto paura di perderlo. Si rifugiò, esausto e fragile, nel suo giovane abbraccio.

  • 30 ottobre 2012 alle ore 22:16
    Cinque personaggi per uno scrittore senza talento

    Come comincia: Salve, mi presento sono Bart Stephenson, scrittore che ha avuto un successo inaspettato col suo primo libro e vorrei raccontarvi la mia storia, qui, sul cornicione del dodicesimo piano del palazzo del mio editore e talent scout, John Frugatti.
    Potrei cominciare con "Era una notte buia e tempestosa..." oppure con "Stavo seduto al bar, bevendo il mio caffè quando..." o addirittura con "C'era una volta, un ragazzo che..." ma ho finito i cliché e quello che ho da dirvi è soltanto la verità o buona parte di essa. Ormai avevo tentato tutto: scrivere un musical, un romanzo, un giallo, un noir, una sceneggiatura per un film, la lista della spesa, una raccolta di poesie. Nessuno mi voleva pubblicare. Mi dicevano: "Già letto...", "Questa sembra la fotocopia di Rambo, se vuoi chiamo Stallone per il ruolo principale...", "Questo è interessante!" ma era rivolto alla lista della spesa. I personaggi nelle mie storie erano scontati e di conseguenza lo erano anche le storie. Non riuscivo a creare il carattere giusto per farli emergere.
    Ad esempio il soldato T.D. Smitherson era un reduce, unico sopravvissuto del suo battaglione, che voleva semplicemente tornarsene a casa finita la guerra e invece ne iniziava una nuova appena entrato nella sua contea.
    L'investigatore Dalten era sempre occupato a combattere il suo alcolismo e a risolvere intricati delitti senza risparmiarsi, soprattutto col whisky.
    Martin de Chaque era un cuoco pasticcione nato in un piccolo paesino della Francia che voleva diventare il più grande chef di Parigi e veniva aiutato da chi? Un gatto parlante.
    Nemmeno la storia di Ricky De La Santè diceva un granché agli editori, la vita di un fashion designer omosessuale, col sogno di lavorare per una grande casa di moda a New York con la fissa per gli accostamenti tra colore di smalto per unghie e vestitini per barboncini.
    Così stremato dal mio ennesimo giro a vuoto per cercare di vendere le mie scartoffie, tornai a casa, strascicando i piedi. Una volta dentro ho fatto quasi un infarto. Cinque figure mi stavano aspettando. Uno atletico, in divisa mimetica, stava controllando il suo mitra. Un altro barcollando stava rovistando tra i cassetti e di tanto in tanto beveva da una borraccia di metallo che nascondeva nel cappotto. Il terzo uno smilzo col ciuffo viola e gli occhiali asimmetrici stava selezionando i miei vestiti, buttando sul letto quelli che andavano bene e lanciando per terra quelli che andavano male. Sfortunatamente si era salvata solo una camicia hawaiana. Quello corpulento stava armeggiando con l'apriscatole per tentare d'aprire una scatoletta ma notata la data di scadenza rinunciò. Mi venne incontro l'ultimo strano ospite. Il gatto si era fermato davanti a me e mi fissava con i suoi occhi arancioni: - "Noi e te, miao, dobbiamo parlare seriamente su come ci stai trattando nelle schifezze che stai scrivendo. Miao, se dobbiamo continuare a lavorare insieme segui le nostre istruzioni e non te ne pentirai, miaooo". Sono svenuto.
    I personaggi davanti a me si lamentavano di come li facessi vivere. Così ogni sera a turno si mettevano al mio fianco alla scrivania e mi raccontavano quello che volevano fare. Mi limitavo solo a battere al computer per loro.
    Il cuoco e il gatto cucinavano cenette da gran ristorante, ovviamente annaffiate dalle scelte enologiche dell'investigatore che chiese perciò di passare da "alcolizzato" a "intenditore di vini". Lo stilista un po' alticcio una sera fece una proposta al gruppo: - "Perché non ci scambiamo i generi? Vorrei tanto provare un'avventura in mimetica come Tiddy..." Tiddy ovvero T.D. si mise a ridere fragorosamente: - "Te non dureresti una pagina immerso nel fango di una jungla attorniato dai Viet-cong... cosa faresti, li graffi tutti a morte?!". Dalten stappando un'altra bottiglia intervenne: - "Perché no? Potrei farmi un giro nei ristoranti di Martin evitare per un po' gli omicidi, prendermi una pausa...". Dominic, il gatto, come si era fatto ribattezzare si stiracchiò: - "Vorrei anch'io, miao cambiare genere, se ti va li risolvo io due o tre casi di omicidio al posto tuo, miaooo". T.D. colpendo coi pugni sul tavolo: -"Volete venirmi a dire che magari io dovrei andare a coordinare cappellini e scarpette per le modelle di New York? Finalmente vedrò un pò di passera, ci sto!" e Martin spegnendo il gas concluse "... e se Dominic ha bisogno di un assistente per le indagini sono pronto, mi sembra sia la ricetta giusta per ravvivarci!". Ero alla loro totale mercé e più scrivevo per loro e più sparivano i miei pensieri. La vera catastrofe avvenne quando consegnai per sbaglio il plico con le storie strampalate a Frugatti. Temevo di venire deriso fino alla morte e invece l'editore cascato dalla sua poltrona in pelle ha cominciato a chiamare un numero dopo l'altro e a faxare parti dei racconti ai manager della casa editrice e nel giro di due settimane il libro era su tutti gli scaffali e tradotto in più lingue. Persino un film era in progetto presso una famosa casa cinematografica. 
    Dovrei essere contento no?! Finalmente fama e gloria. Purtroppo mi hanno chiesto un seguito al libro, con gli stessi personaggi.  Non voglio mentire ai lettori, le storie non sono create da me e per questo mi trovo qua, sul cornicione deciso a scrivere la fine della mia storia, ma a modo mio.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 18:05
    Eco e Narciso o dell'amore fatuo

    Come comincia: Narcis fue molto bellissimo.
    Uno giorno avvenne ch’elli si posava
    sopra una bella fontana.
    Isguardando ne l’acqua
    vidde l’ombra sua,
    che era molto bellissima.
    Il Novellino

    Narciso era un giovane leggiadro, bello, biondo, occhi azzurri, ma dotato di una grande ingenuità. Viveva, da quando era nato, tra alte montagne innevate e verdeggianti valli, senza mai allontanarsi da quei luoghi. Ogni giorno portava a pascolare le pecore e si beava suonando il flauto, il cui suono melodioso riecheggiava tra le cime di quei monti aguzzi. Le pecore pascolavano contente al suono della magnifica musica, che veniva fuori dal piffero del loro affezionato padrone. All’approssimarsi di Espero, Narciso portava le pecore all’ovile. Insieme al padre Cefiso le contava usando un bastone di legno in cui c’erano tanti intarsi quanti erano le pecore: ad ogni pecora che solcava l’uscio del recinto corrispondeva un intarsio, per controllare che, durante il ritorno, non se ne fosse persa qualcuna. Quando nasceva un agnello, il padre faceva un nuovo intarsio sul bastone, mentre gli faceva un segno trasversale come per annullarlo quando una pecora moriva. Non appena tutte le pecore erano entrate nell’ovile, Narciso iniziava la mungitura delle mammelle rese turgide e piene dal pascolo quotidiano, e il latte ottenuto serviva per produrre sia il formaggio che la ricotta usati come alimenti. Una volta l’anno, padre e figlio tosavano i provvidenziali animali dal candido vello, e subito dopo il padre andava a vendere la lana ottenuta al mercato nel villaggio alle pendici di quelle maestose e solitarie montagne. Era felice Narciso di quello che faceva, non conosceva altro, non conosceva il mondo esterno, non aveva visto altre persone al di fuori dei suoi cari. Ogni mattina, all’avanzare dell’aurora, al canto del gallo, si alzava Narciso e dopo aver fatto colazione con il latte preparato dall’amorevole madre Liriope, donna bellissima dalle sembianze di una ninfa, aiutato dal suo cane, ritornava tra i freschi pascoli verdi a far rifocillare i provvidi e generosi ovini. Era nato e vissuto sempre là in quei maestosi luoghi sconosciuti alla moltitudine della gente.
    Un bellissimo giorno di primavera, uno dei tanti, mentre stava sdraiato, con gli occhi chiusi sulla fresca erba, immerso tra i variopinti fiorellini che davano al prato sfumature di vari colori che si mescolavano in modo indefinito ma fantastico, e suonava il flauto per rendere più gioioso il ruminare dell’erba da parte delle pecore, Narciso sentì un fruscio d’erba, un calpestio incerto che si faceva sempre più vicino. Alzò di scatto la testa aprendo, nel frattempo, gli occhi. Vide, tra le rocce che sporgevano tra la verde erba, dinnanzi a sé, seminascosta, insicura, incerta sul da farsi, una fanciulla dai capelli dorati che lunghissimi le cascavano, come una rapida d’acqua, per la schiena fin sotto le ginocchia. Il volto era seminascosto da altri capelli che le cadevano davanti agli occhi e le coprivano tutto il viso. La fanciulla, con procedere incerto, avendo preso coraggio, si avvicinò a Narciso, alzò delicatamente un braccio, e con la mano si spostò dal viso una ciocca di capelli, osservò con stupore il ragazzo che, a sua volta, per la meraviglia era rimasto con il flauto sospeso tra le labbra, senza fiato. La giovine, bella, resa ancor più bella da una bellissima collana di grossi opali di colore azzurro, rosso, giallo, latteo, che le inghirlandava il collo, parlò, dopo un attimo, con voce incerta: - È da tanto tempo che mi allieto nel sentire il suono melodioso del tuo flauto, le cui note arrivano dall’altra parte della vallata, là di fronte, su quel pianoro, dove c’è quella casa sormontata da quel bel pennacchio di fumo. Ho preso l’abitudine, ogni giorno, quando mi sveglio, di sentir l’armonico concento che proviene da qui; esso mi trasmette un immensa serenità, mi dà grande gioia e mi trasferisce un senso di benessere in tutto il corpo. Rimango assopita per tutto il tempo, sdraiata sull’erba del prato di casa mia. Nei giorni in cui piove, invece, non potendo ascoltare la tua dolce musica, la tristezza mi attanaglia per tutto il tempo.
    Narciso, meravigliato per l’inconsueto complimento, si tolse il flauto dalle labbra e rimase attonito con la bocca aperta. Non aveva visto fino allora una persona così bella, non aveva mai sentito una voce così delicata e non aveva mai ascoltato tanti apprezzamenti nei suoi confronti. Un brivido leggero si insinuò improvvisamente in tutto il suo corpo. Quasi estasiato e con la voce tremula, allora, chiese: - Chi sei tu, graziosa fanciulla che vieni da queste parti? Come ti chiami?
    - Io mi chiamo Eco. Sono figlia di Aria e di Terra! E tu? – Rispose la ragazza senza un attimo d’esitazione.
    - Che bel nome hai! Io sono Narciso, mio padre e mia madre mi chiamano così -, replicò prontamente il ragazzo, rimasto stupito della novità.
    - Porto a pascolare le pecore qui perché l’erba è buona, nutriente e sempreverde, e ricresce in pochissimo tempo, mi metto a suonare per passare il tempo e, per la verità, mi piace molto farlo -, aggiunse ancora Narciso.
    - Anche il tuo nome è bello! Ti dispiace se, quando posso, vengo ad ascoltare la tua dolce musica? – Chiese timidamente la fanciulla.
    - Puoi venire quando vuoi, a me può procurare soltanto piacere la tua visita e la tua presenza! - Rispose soddisfatto il giovane pastore.
    Eco, avendo esaudito la sua voglia di curiosità, approssimandosi la sera, salutò e andò via. Narciso, per la contentezza, incominciò improvvisamente, senza motivo alcuno, a saltellare, a girandolare, a fare capitomboli sul prato; sembrava un ossesso. Forse era diventato matto d’amore, si era innamorato di Eco inconsapevolmente, o forse era contento perché il suono del suo flauto piaceva a quella bella ragazza, oppure perché per la prima volta aveva ricevuto tutti quegli elogi?
    Passarono tanti giorni, e tanti giorni ancora, e per tanti giorni Narciso si recò con le pecore al pascolo e per altrettanti giorni li riportò all’ovile. Per tanti giorni ancora suonò con il suo flauto più a lungo e con veemenza, ma in tutti quei giorni non vide Eco. Narciso si mise a guardare sul versante opposto della vallata, là dove gli aveva indicato Eco, ma per la lontananza non percepiva le persone e, anche se fosse, non le avrebbe potute distinguere. Fino a quel momento era stato in pace, tranquillo, sereno, felice, Narciso. Dal momento in cui aveva visto per la prima volta Eco il suo animo era stato turbato. Non riusciva più a trovare la pace e la tranquillità che aveva già avuto. Eco gli aveva sconvolto l’animo anche se non lo comprendeva: forse Narciso aveva bisogno che qualcuno ascoltasse la sua dolce musica?
    Finalmente Eco ritornò e a Narciso, non appena i suoi occhi videro la candida ragazza, il cuore gli si aprì, un sollievo grande spazzò via dalla sua mente gli strani pensieri, che aveva avuto nei giorni precedenti. Una forza rigeneratrice lo avviluppò. In quel momento si sentì un altro.
    - Salve, Narciso, come stai? E’ passato tanto tempo da quando ci vedemmo la prima volta! - Disse la fanciulla.
    - Se una volta si avvera un fatto qualsiasi che avevi desiderato con tanto ardore e di cui avevi perso ogni speranza che si avverasse, il tuo animo si rigenera, il tuo cuore si riempie di felicità, la tua mente acquista nuovo vigore. Per questo, il rivederti, è per me fonte di immensa gioia -, disse con grande sollievo Narciso che aggiunse: - adesso che ti vedo, ora che i miei occhi sono allietati dalla tua immagine bella, mi sento rigenerato. Mi sento come rinvigorito. Nei giorni trascorsi, e di questo non so trovarne il motivo, mi sono sentito molto strano, forse depresso, poco tranquillo. Non sono riuscito a riacquistare quella pace e quella serenità che avevo prima di conoscerti, - rispose con un nodo alla gola Narciso.
    - Anch’io, in questo momento che ascolto queste cose che dici, provo le stesse sensazioni di allora. Volevo venire da te, ma purtroppo ho dovuto accudire mia madre che si è molto ammalata. Eccomi qui, di nuovo ad ascoltare la tua musica meravigliosa -, aggiunse Eco, che forse voleva esternare i suoi sentimenti per Narciso, ma non ebbe il coraggio.
    Trascorsero molti giorni felici, assieme su quel prato variopinto i due giovani. Eco ogni giorno andava a trovare Narciso e sdraiata sulla morbida erba trascorreva, beata, momenti felici ad ascoltare, con gli occhi chiusi, le note che uscivano melodiose dal piccolo piffero di Narciso. Narciso suonava ed Eco sognava. E così Eco sognava di trascorrere tutta la sua vita con Narciso, per questo teneva gli occhi chiusi per rendere il godimento ancora più profondo. Si era innamorata pazzamente di lui. Ogni giorno che passava il suo amore per il giovane era sempre più grande. Eros aveva centrato il bersaglio con le sue frecce dorate e, cosa fantastica, l’aveva fatto a suon di musica.
    Non c’era giorno che Narciso suonasse ed Eco non fosse là ad ascoltare le note del suo amore che le riempivano il cuore di felicità.
    Un giorno, mentre Narciso suonava ed Eco ascoltava, un vento fortissimo portò via la beata tranquillità. Una folta coltre di nubi a pecorelle, che non riflettevano però i corpi delle pecore che pascolavano sul prato, ricopriva una parte del cielo. Dopo un po’ di tempo ecco sopraggiungere delle grosse nubi nere folte che ammantarono improvvisamente la volta celeste, il sole scomparve, il giorno divenne notte, il freddo prese il sopravvento, un brutto temporale con lampi e tuoni li colse di sorpresa. Eco, spaventata, salutò Narciso e andò via. Narciso, invece, dovette rimanere a raccogliere le pecore per riportarle di corsa all’ovile. Lungo la strada del ritorno, ormai le nubi si erano diradate ed il cielo era ritornato sereno, l’aria tersa e profumata riacquistò tepore, non più una goccia di pioggia, non più un alito di vento, il sole era ritornato a rischiarare la terra. Il copioso acquazzone, sulla solita strada del ritorno, in una lieve concavità di un prato, aveva formato un piccolo laghetto, dove le pecore si erano fermate da una parte per dissetarsi. Narciso, dalla parte opposta, si specchiò per caso nelle ferme acque di quello stagno provvisorio e vide la sua immagine riflessa. La osservò. La guardò attentamente. Non capiva di cosa si trattasse. Era bellissima, aveva i capelli biondi quella figura che forse era più bella di quella di Eco. Si turbò. In un solo attimo. Il suo cuore incominciò a pulsare con una frequenza maggiore. Lui non comprendeva da cosa derivasse quell’improvviso turbamento. Fissò lo sguardo su quell’immagine, la scrutò attentamente. Un sentimento d’ammirazione forse provò. Narciso, durante quell’estatica contemplazione, mosse il capo, l’immagine si mosse, rimase fermo e l’immagine ritornò immobile. Narciso sorrise e l’immagine sorrise, fece una brutta smorfia e anche l’immagine la fece. Restò meravigliato, attonito, sbalordito, incantato, ma al tempo stesso Narciso provò tanta gioia. Pensò che un uomo vivesse sotto l’acqua così come lui viveva al di fuori. Stette lì ad osservarlo per un po’, ma intanto Espero approssimava la sera, la luce intensa si trasformava lentamente in chiarore sempre meno intenso, le tenebre stavano togliendo il posto alla luce. All’orizzonte, il cielo, inghirlandato da cerulee nuvolette, diventava, passando dal rosso al giallo, rosato, mentre una leggera brezza improvvisamente accarezzava la canuta lana delle pecore sollevandola un po’ e la nascente luna che emetteva luce ancora incerta, con la sua gobba a ponente, stava per iniziare il suo cammino notturno.
    L’ovile era ancora distante e bisognava andare. Narciso dovette abbandonare la visione quasi estatica di quell’arcana immagine misteriosa. Se ne innamorò, forse. Non dormì tutta la notte al pensiero di quello che aveva visto. Era come avvinto da un’ossessione che lo tormentava, lo angosciava insistentemente. Non pensò quella notte ad Eco come aveva fatto le notti precedenti, ma soltanto all’immagine che aveva visto nello stagno. Si era innamorato della sua immagine, ma lui non lo sapeva. Eco, ormai era scomparsa dai suoi pensieri, come se non fosse mai esistita, come se non l’avesse mai conosciuta. Il ricordo di lei si era volatilizzato dalla sua mente come fumo nell’aria. L’ansia di ritornare a rivedere quella sembianza, che viveva nell’acqua, lo attanagliò per tutta la notte. Sperò tanto che la notte trascorresse velocemente. E non appena la notte si fece giorno, Narciso fece uscire, prima che il gallo cantasse, le pecore dall’ovile e si avviò per il solito percorso. Ebbe un’amara sorpresa, Narciso. Quella mattina, il laghetto era una fanghiglia. Ebbe un attimo di smarrimento: si era invaghito di qualcuno che adesso non c’era più, di qualcuno che si era volatilizzato. Se n’andò afflitto, addolorato, depresso ma non raccontò il fatto ad Eco, che quel giorno e nei giorni successivi si accorse che c’era qualcosa di cambiato in Narciso. Era pensieroso, suonava il flauto senza impulso, senza passione, senza sentimento. Non uno sguardo, non un sorriso come le altre volte, sembrava estraniato nei confronti di Eco, che non provava la stessa ebbrezza, la medesima esaltazione d’animo, il piacevole stordimento che aveva sentito nel tempo passato, ascoltando la musica emessa dal piccolo zufolo. Era cessata la relazione empatica che si era instaurata. Eco non ebbe il coraggio di fargli domande, né quel giorno né nei giorni successivi.
    Narciso non era più come prima, la sua ebetaggine lo aveva sedotto completamente.

    Una sera di primavera, al ritorno dal pascolo, mentre Narciso controllava le pecore all’ovile, si accorse che ne mancava una, la più bella, la più produttiva, la più rigogliosa. Il giorno dopo, all’alba, andò a cercarla affannosamente. Corse tanto per la fretta di ritrovarla. Era sudato, avvilito, privo di forze, assetato quando vide, ad un tratto, una fonte, uno specchio d’acqua contornato da bellissimi fiori bianchi che trasferivano un intenso profumo all’aria e che risaltavano ancor di più, come per contrasto, per il color verde del prato. Spogli alberi abbelliti da cerulei fiori adombravano le quiete acque, su cui Narciso si adagiò per dissetarsi e per rilassarsi dopo quella frenetica corsa. Ma come per incanto, ecco che, guardando per forza nell’acqua, rivide la medesima immagine che lo aveva sedotto qualche tempo prima. L’aveva ritrovata. Era andato a cercare la pecora, aveva invece ritrovato la figura perduta. Narciso si muoveva ed anche la sua immagine si muoveva, sorrideva ed anche la sua immagine lo faceva. Così come gli era capitato di vedere nello stagno. Quell’immagine era di una persona che viveva nell’acqua e volle toccarla, volle afferrarla perché se n’era innamorato. Immergendo le mani, l’acqua si agitò e l’immagine si scombinò. Narciso, allora, si mise a piangere per la disperazione perché aveva distrutto quella meravigliosa amata figura. Copiose lagrime bagnarono il suo bel viso, ma fortunatamente l’immagine ritornò, dopo un po’ di ondeggiamento dell’acqua, perfetta come prima. Smise di piangere Narciso e, mentre si asciugava il viso, la contentezza riaffiorò nel suo animo. Immerse le braccia,questa volta, accuratamente e profondamente, per accarezzarla. Voleva abbracciare quella figura, vezzeggiarla, baciarla, amarla, venerarla come aveva fatto con Eco. Ma le sue mani non afferravano niente, non palavano nulla. Sprofondò ancor di più le braccia e per farlo immerse la testa ed una parte del corpo, ma cadde nell’acqua. L’acqua era profonda. Narciso non sapeva nuotare. Si sommosse, si dimenò, ritornò a galla, riaffiorò con la testa, gridò il giovane disperatamente ma inutilmente. Il corpo sprofondò ancora una volta, e questa volta per l’ultima volta. Soltanto delle bolle arrivarono in superficie dileguandosi nell’aria. L’albagia l’aveva avuta vinta.

    Eco, nei giorni seguenti, non vedendo Narciso al solito posto, si preoccupò. A casa non c’era, al pascolo neppure. I genitori non sapevano cosa pensare, anche loro erano preoccupati. Eco allora decise di andarlo a cercare, setacciando valli e monti circostanti, in lungo e largo ansiosamente.
    Aveva perso, nel suo peregrinare, già la speranza. Forse era caduto in qualche profondo burrone o forse si era smarrito, dato che lui era vissuto sempre tra il pascolo e la casa. Casualmente Eco, nell’affannosa ricerca, arrivò alla fonte, in quella funesta fonte e vide, sulle acque quiete, adombrate da rugosi e spogli alberi, e contornate da un tappeto di candidi e profumati fiori bianchi, un corpo di un uomo dalla bionda chioma che galleggiava, fermo immobile, inerme, senza vita. Un dubbio l’assalì. Sudò fredda. Un sospetto la turbò. Il sospetto divenne subito coscienza. Un brivido, e subito dopo un pianto vano la colsero. Gridò piangendo e con un lungo ramo secco che giaceva nei pressi tirò a sé il corpo galleggiante, ormai senza vita, di Narciso. Si tolse, piangendo, la meravigliosa collana di grossi opali che le contornava il collo e la pose attorno a quello di Narciso in segno del suo imperituro amore, ma il corpo di Narciso appesantitosi si adagiò sul fondo del laghetto. Eco aveva voluto adornare il suo amore con quella ghirlanda fatta di pietre e con essa, la fanciulla aveva perduto per sempre anche la visione del suo amato, e con esso aveva perduto definitivamente l’ascolto delle dolci note emesse dal melodioso flauto. Lo aveva amato dal primo momento che l’aveva visto, là sdraiato sull’erba di quell’altipiano, dove portava ogni giorno a pascolare le pecore. Aveva amato la sua musica, aveva amato la sua ingenuità, la sua freschezza d’animo, aveva amato la sua bellezza, l’aveva amato tutto. Piangeva e gridava ormai senza speranza di rivederlo, e mentre gridava fortissimamente, incominciò a correre disperatamente. Correva per fuggire da quell’incubo. Correva per fuggire da quel grande dolore. Le sembrava di aver fatto un brutto sogno, e voleva fuggire, correndo, da quel brutto sogno che, purtroppo sogno non era. Gridando e piangendo, corse per quelle valli e per quei monti che l’avevano vista felice e contenta, corse per quelle valli e per quei monti che avevano echeggiato la meravigliosa musica di Narciso. Ritornò sull’altipiano dal prato verde fiorito dove aveva incontrato per la prima volta Narciso. Invano. Non riusciva a rasserenarsi. Non la smetteva di piangere né di gridare. Non possedeva la forza di farlo. Gridando per quel forte dolore si consunse. Restò soltanto la sua voce tra l’aria e la terra, tra quei monti e quelle verdi valli e il cielo azzurro, definitivamente.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 11:01
    La matta

    Come comincia: Glauco e Riccardo

    Arrivarono il giorno dopo di buon’ora.
    A quell’uomo tutti i pacchi sparsi sul pavimento fecero una strana impressione: gli sembrarono treni deragliati i cui vagoni, divelti da qualche brutale forza sconosciuta, nascondevano chissà quali inenarrabili resti. Si addentrò nel labirinto scomposto di custodie di cartone abbottonatissime, nelle loro sciarpe integrali di scotch: pudori incomprensibili di carta gommata. Sospirò, erano troppe. Venne a salvarlo l’armata Brancaleone della Ditta Traslochi. Gli sembrarono uomini primitivi con le carcasse delle loro enormi prede gettate sulle spalle. Non capiva niente di quello che a gran voce non la smettevano di urlarsi: grugniti, urla di guerra, fischi forse di segnalazione, per l’avvistamento di pericoli o di prede succulente.
    Un milanese a Salerno, via Porto 106, nel giorno del suo trasloco. Era un uomo piuttosto magro, alto, che riusciva a portare con una disinvoltura ammirevole quel nome che lo sovrastava come un enorme cappello: Glauco, omaggio della mamma a Glauco Mari e alla sua delirante passione giovanile per il teatro.
    Nel pomeriggio del giorno dopo aveva già appeso l’ultimo abito. L’efficienza milanese imparata e il gusto minimalista naturale del suo carattere, avevano avuto rapidamente ragione del caos primigenio del giorno prima. Le sue due stanzette più servizi erano sistemate: camera da letto, studio, accessori. Lineare e sufficiente per realizzare la sua missione in quel luogo.
    Lo squillo del cellulare lo sorprese:
    “Allora, ti sei sistemato?”
    “Si, tu a che ora arrivi?”
    “Domani mattina, 10\10.30”
    “D’accordo.”
    “Stai bene?”
    “Credo di si. Tu?”
    “Sto bene, sto bene.  A domani allora.”
    “Ti aspetto.”

    Riccardo era il giorno, Glauco la notte, Riccardo il proscenio, Glauco le quinte, Riccardo il fuori, Glauco il dentro di quelle loro vite simbiotiche. Il fatto che fossero fratelli e gemelli era un dettaglio che da solo non poteva spiegare tanto leale attaccamento. Era stato qualcos’altro ad instillare nelle loro anime quel sentimento da commilitoni in trincea.
    Lo squillo del cellulare lo irritò, stava guardando il mare ora, non aveva mai avuto un orizzonte di acqua e scaglie di luce, aveva vissuto sempre a Milano a differenza del suo fratello vagabondo.
    “Ciao nonna, come stai?”
    “Sono un po’ preoccupata per voi”
    “Sto bene nonna non ti preoccupare”
    “Il nonno parte stasera, arriverà domattina”
    “Anche Riccardo”
    “Quando andrete lì?”
    “Domani”
    “Fammi sapere, poi.”
    “Si nonna, d’accordo. Ti bacio, ciao.”
    Tornò al suo nuovo orizzonte, come a riprendere un dialogo interrotto, come in attesa di qualche rivelazione. Si ricordò del motivo per cui era lì.
    Sua madre era matta. Così gli gridavano a scuola quand’era piccolo:  Tu sei matto, come tua madre. Matto! Matto!
    Riccardo li prendeva a calci e pugni. Lui niente, rimaneva muto, piangeva solo quando Riccardo le prendeva e lui non sapeva aiutarlo.
    Il padre era morto giovanissimo, Glauco se lo ricordava appena, come una parola di un’altra lingua, poco usata, sempre un po’ estranea.
    La madre matta era ricca. Ricca e matta.
    Tanto matta da svegliarli nel cuore della notte e trascinarli fino all’alba per strada, per sfuggire a chissà quale spettrale creazione della sua mente. Tanto matta da lavarli di continuo, da buttare via il cibo cucinato dalla governante o le buste della spesa se per caso sfioravano il pavimento. Tanto matta. Da convincerli a non raccontare niente delle loro vite: erano vittime di un complotto, i loro nemici volevano dividerli, portargli via la loro bella casa e per fare questo non avrebbero esitato ad ucciderli. Tanto matta.
    La realtà per lei era un mondo abitato da forme gelatinose, pronte alla minima pressione a cambiare forma e a rivelare le maschere grottesche dell’orrore, del disfacimento delle loro umane sembianze.
    Avevano otto anni Glauco e Riccardo quando la madre fu ricoverata perchè urlava qualcosa per strada. Non la videro più.
    Furono estratti dalle sue viscere un’altra volta ma vennero al mondo senza la fiducia. Erano stati addestrati a vivere in un mondo di ombre, di agguati, di nemici invisibili e potenti. Vissero con i nonni, consacratisi al compito di rimetterli al mondo.
    Qualche giorno prima il nonno aveva convocato lui e il fratello e all’improvviso la madre era ritornata nelle loro vite.
    Glauco guardava il mare ora e le parole del nonno gli tornavano alla mente come quelle scaglie di luce sull’acqua, una pioggerella di luci sparse:

    Adesso
    Salerno
    risposata

    vive

    Curata
    sconsigliavano
    i medici
    d’accordo

    Adesso
    vostra madre

    una casa

    Prendiamo
    pensateci

    una vacanza

    Qualche mese
    vedervi
    chiesto
    vostra madre

    Adesso.

    Le gocce cadevano senza rumore nella sua mente, nemmeno un tonfo, nessuna resistenza, Glauco era diventato mare ora e i suoi pensieri piccoli rilievi di onde.
    Dormì poco quella notte. Disteso sul suo lettino nuovo, accanto a quello vuoto del fratello, permise al passato di rientrare in scena. Si presentarono i suoi ricordi ma gli sembrò di assistere a delle prove generali: non si capiva il senso dell’opera rappresentata. La sua, le loro vite, erano precipitate nell’inesistente di una follia, non c’era una  lingua, un tempo, un’immagine, per poterlo raccontare. C’era solo un grumo che si dipanava e riattorcigliava a comando nella sua mente, senza perdere mai la sua densità oscura, completamente incapace di una rivelazione chiarificatrice.
    Esausto, si riaddormentò.

    Riccardo era pallido ma guidava, chiacchierava, fumava, raccontava le sue ultime mirabolanti imprese sentimentali: tutto assieme. Glauco si lasciava invadere dalla vivace presenza del fratello, completamente sedotto dai suoi gesti e dalle sue parole infilate una dietro l’altra con la disinvolta svagatezza di sempre.
    Arrivarono, infine.
    Nel vialetto antistante la villetta videro parcheggiata l’auto del nonno, era già lì.
    Glauco e Riccardo scesero dall’auto, camminavano vicini, lentamente, le mani in tasca, in silenzio.
    Erano attesi. Li accolse un uomo di media statura, bruno, con un sorriso incerto, come di chi non conosce le usanze per quell’evento. D’altra parte i due giovani uomini che si ritrovò davanti non lo incoraggiarono a continuare nella sua cordiale condotta. D’altra parte era la prima volta che quell’uomo vedeva i figli di sua moglie.
    Lei era in piedi, nell’atrio subito dopo la porta, i capelli scuri raccolti a crocchia, due piccole perle bianche ai lobi, lo sguardo liquido come reso umido dal vento, il naso dritto e sottile alla fine del quale si aprivano due piccole fosse che s’intuivano morbide al tatto, e più giù, la bocca, serrata, come un uccello con le ali raccolte. In attesa.
    Furono lasciati soli.

    Glauco parlò per primo mentre Riccardo, pallidissimo, guardava lui e la madre con una intermittenza quasi perfetta, sincronizzata sulla sua voglia di scappare e di rimanere.
    Glauco era dietro di lui, quasi coperto alla visuale dal corpo robusto del fratello.
    - Ciao mamma come stai?
    - Ciao Glauco – le si spezzò la voce sull’ultima sillaba.
    Null’altro, per un tempo incalcolabile.
    - Ci sediamo?
    Riccardo lo disse così, fuori tempo, fuori da quell’onda gigantesca che continuava ad infrangersi e spaccarsi dentro di loro.
    Fuori tempo. Ricccardo deragliò istintivamente le loro vite dal passato al presente, da un tempo sospeso, irreale, ad un tempo reale, lì, ora.
    - Sediamoci – disse la donna, e il tempo riaprì gli occhi.
    C’era un vento bizzoso fuori, entrava a onde dalla finestra aperta, attorcigliava l’aria facendola fischiare dolcemente, mentre si scioglieva giocando, intorno ai volti assorti, nella piccola peluria morbida delle braccia, nelle fessure delle mani piegate sul tavolo, chiuse, come a voler trattenere qualcosa.
    La donna cominciò a raccontare, aveva uno sguardo inerme e forte, Glauco avrebbe voluto abbracciarla, a tratti gli sembrava di riconoscerla, di ricordarsi qualcosa di quegli occhi, di quelle mani, si smarriva nella dolcezza di quella indagine, sussultava quando ritrovava su quel volto frammenti del suo, di Riccardo, del nonno, indizi che comparivano e scomparivano come ombre, lasciandolo con un desiderio sempre più vivo, quasi disperato, di toccare quella donna, di stringerla, per impedire che si dissolvesse all’improvviso.
    Riccardo ascoltava la madre ma spesso distoglieva lo sguardo per guardare Glauco, aveva negli occhi lo stesso furore di quand’erano bambini e lui difendeva il fratello dagli insulti dei compagni. Avrebbe voluto abbracciarlo, gli apparteneva dolorosamente, in quel momento più che mai perché sentiva, oscuramente, che quella donna se li stava riprendendo e per farlo, lui da padre doveva tornare figlio, ma non era pronto, non voleva, non lo aveva previsto.
    - Per noi sei un’estranea, lo capisci vero? Ci vorrà del tempo per fare non so cosa, in futuro intendo, per quanto riguarda il passato, è passato, appunto, inutile rivangare, non credi?
    Lo disse tutto d’un fiato: l’ultima disperata resistenza, se ne accorse mentre lo diceva e gli occhi gli si riempirono di lacrime di rabbia.
    - Riccardo – lei non lo aveva ancora chiamato, fino ad allora.
    - - Riccardo – suonò come un nome ma più lungo di un lungo discorso.
    Lo rimise al mondo così, chiamandolo, e lui smise di resistere.
    Il vento si era placato, la luce era di nuovo un velo liscio che avvolgeva tutto nella sua luminosa trasparenza.

    Il nonno li accompagnò alla loro auto, non si erano voluti fermare per il pranzo, volevano rimanere soli.
    Non dissero niente di speciale per salutarsi, affidarono tutte le loro emozioni ai gesti, agli sguardi, allo stringersi furtivo delle mani.
    Tornarono a casa. Albino li guardò attraversare l’atrio, le mani affondate nelle tasche, un pensiero bizzarro gli attraversò la mente: quelli erano i suoi figli, ormai grandi, laureati, professionisti, vivevano al nord dove si erano impiegati a condizioni più vantaggiose che se fossero rimasti lì, con lui, con loro. Nipotini e matrimoni neanche a parlarne, giovani moderni, in carriera, si sa, ma insomma, già avere avuto due ragazzi così belli, alti poi, lui ed Elena non lo erano poi tanto, e così affettuosi, educati …
    Come richiamati dal ronzio dei suoi pensieri i due uomini si girarono e tornarono indietro, sembrava proprio che si dirigessero verso di lui, che strano, non poteva essere che avevano sentito i suoi pensieri, no, che idea …
    - Chiedo scusa, vorremmo comprare del pesce, ci indicherebbe una …
    - C’è una pescheria proprio qui all’angolo, cosa vi occorre?
    - Quest’odore di mare ci ha fatto venire voglia di mangiar cozze
    - Ve le vado a prendere e ve le porto io, il pescivendolo è amico mio, state tranquilli
    Glauco e Riccardo non avevano mai sentito dire niente del genere al portiere di un palazzo, non sapevano cosa rispondere. Sorrisero, annuendo, nel timore di offendere tanta inattesa gentilezza.
    Quando ricomparve, davanti alla porta della loro casa, Albino era trionfante, la busta trasparente piena di cozze di un nero acceso in una mano, e nell’altra, una busta con dei limoni e un barattolo di pepe precipitato sul fondo: Albino aveva pensato a tutto.
    Lo fecero accomodare, chiesero quanto dovevano e senza accorgersene, finirono a chiacchierare di impepate, limoni, pepe, sistemi di pulitura e cottura.
    La cucina si animò di odori salmastri, di caldi effluvi graffiati dalla freschezza aspra del limone, dall’anima scura e profonda del pepe; sparsi ovunque, chicchi neri neri, gusci scuri, lustri d’acqua e luce, spicchi di limone di un giallo esploso gocciolante.
    Riccardo fumava appoggiato alla ringhiera del balconcino della cucina, guardava il fratello, non lo aveva mai visto così a suo agio, morbido nei gesti, completamente invaso dalla cerimoniosa presenza di quell’uomo: come si chiamava? Albino, si, gli sembrava si fosse presentato così, quella mattina al suo arrivo, gli aveva dato il benvenuto in quello stabile. Che tipo. Sembravano in confidenza lui e il fratello di solito così schivo. Ebbe voglia di partecipare anche lui a quell’intimità, voleva lasciarsi andare, voleva diventare acqua, sentì di nuovo arrivare le lacrime agli occhi. Si girò, verso il mare. Piangeva. Si sentiva solo, monco, derubato, tradito.
    - Riccardo vieni, è pronto
    Rientrò. Congedarono Albino che non ne volle sapere di restare, Elena lo stata aspettando.
    SI misero a tavola, lì, di fronte al mare. Riccardo sembrava un po’ più piccolo con quegli occhi rossi e senza più quella furia abituale nello sguardo. Glauco sembrava un po’ più grande mentre giocava a fare il padrone di casa.
    - Hai pianto
    - E’ il pepe
    - La cipolla fa piangere, il pepe fa starnutire- Risero.
    - Che pensi?
    - Niente Glauco, sono stanco
    - Me l’aspettavo più vecchia
    - Vorrei dormire un po’, ho viaggiato tutta la notte
    - Ti assomiglia, hai visto quanto ti assomiglia?
    - A ‘mpepata e cozze… mangia Glauco, a Milano te la sogni una roba così e poi lì non c’è Albino che te la va a comprare
    - Che brava persona
    - Un po’ buffo, che vi dicevate a parlare così fitto fitto come due innamorati?
    - Ma smettila… gli ho chiesto se aveva figli, ha detto no, non sono venuti…
    - Sono venuti, eccoli qua: i figli di Albino, da Milano con amore!- Risero fino alle lacrime.
    - Però quell’omino mi piace, è buono, sarebbe stato un bravo padre. Facciamo il caffè?
    - Sei diventato un salernitano perfetto: a ‘mpepata e cozze e ‘o caffè
    - Mi piace stare qui, non voglio partire subito, tu?
    - Parto domani
    - Voglio andarla a trovare, non le abbiamo portato niente, è stato tutto così veloce. Vieni anche tu, poi te ne torni a casa
    - No Glauco, non me la sento, voglio tornare a Milano, ho da lavorare
    - Promettimi che tornerai, che andremo assieme a trovarla, vorrei vederti sereno, lì, con lei
    - Mi fa una tale rabbia tutto questo … perché?
    - Forse hai paura, sei troppo abituato a fare a calci e pugni con il resto del mondo, dai fatti amare … - e lo abbracciò per farlo ridere. Lui se ne scappò sul balcone, a fumare.
    - Tu le vuoi già bene?
    - Credo di non avere mai smesso di volergliene, è un fatto naturale
    - Io no, perché?
    - Non lo so, ci devo pensare – lo vide così: appoggiato alla ringhiera, fumava, lo sguardo smarrito che guardava chissà cosa.
    - Riccardo … - si girò, aveva un abisso nero negli occhi.
    - Il caffè ... - riuscì a dire.
    Albino raccontò tutto ad Elena, tranne le sue fantasie paterne.
    Elena qualcosa intuì. Dopo pranzo, mentre il marito sonnecchiava davanti al televisore, gli disse a bassa voce: - Io ti sposerei altre mille volte, figli o non figli, altre mille volte.
    Riccardo e il nonno partirono il giorno dopo. Glauco rimase, gli piaceva quella casetta vicino al mare, vagheggiava d’acquistarla. Avrebbe pensato il nonno a sostituirlo al lavoro, era il suo capo. Riccardo tornò ai sui progetti umanitari: destinazione Bruxelles, poi chissà.
    Glauco andava spesso a trovare quella donna, sua madre, e quando tornava a casa, scriveva lettere.
    Caro Riccardo,
    è tardi ma le luci del porto prorogano all’infinito l’illusione che la notte sia remota. Sono qui, slegato da tutto quanto fino a ieri mi sembrava indispensabile: lavoro, amici, amore. Sono qui, attaccato alla vita con un unico ormeggio, una fune rimasta nascosta tra le altre in tutti questi anni, creduta smarrita per sempre e adesso unico attracco, unico sentiero capace di ricondurmi a casa. Sono sereno.
    Bonifico questo pezzo del mio cuore con nuovi ricordi, mi lascio attraversare dall’amore di questa donna ritrovata, miracolosamente, alla fine di una irreparabile tempesta.
    E tu? No, non parlare se non puoi, non mi rassicurare, non mi nutrire più della tua forza. Io sono al sicuro, in pace con me stesso, grazie a te che mi hai accompagnato fin qui.
    Adesso ho capito perché provi tanta rabbia, hai dovuto indurirti per lasciare a me la tenerezza, la fiducia che è come una pelle morbida e porosa, attraverso la quale la vita si insinua dentro di noi. Tu sei stato il mio argine, hai evitato che il fiume in piena di queste nostre vite complicate mi travolgesse.
    Adesso che ci ripenso, ti rivedo, sempre un passo davanti a me a verificare la sicurezza di tutti gli innumerevoli sentieri, città, storie, persone che ci è toccato percorrere. Adesso che ci ripenso, io non ho mai avuto paura, tu si, adesso lo so. Grazie.
    Guardami: sono un uomo, sento questa vita scorrermi dentro senza impedimenti né barriere, sono libero, di amare, cioè di perdonare.
    Sono la tua vittoria, il tuo omaggio alla vita, come la dedica incisa sulla prima pagina di un libro bellissimo.
    Ti restituisco i tuoi pensieri, la tua forza, il tuo amore disperato, prendili. E prendi pure la mia gratitudine, il mio amore profondo, la mia gioia di essere in questa vita con te. Non siamo più soli. Non sei più solo.
    Abbi cura di te. Ti aspetto. Ti aspettiamo.
    Con infinito affetto. Glauco

  • 28 ottobre 2012 alle ore 7:36
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.

  • 27 ottobre 2012 alle ore 19:34
    Cioccolata, biscotti.... ed una sedia vuota!

    Come comincia: Lei uscì sbattendo la porta.
    La situazione era veramente diventata insostenibile.
    C’era troppo angoscioso silenzio che si alternava a litigi senza fine. Loro due non avevano proprio più nulla da dirsi ed era insopportabile.
    La richiesta di lui di mettere la parola fine era fin troppo chiara e non c'era più spazio per provare a recuperare un'amicizia, per quanto bella ed importante fosse stata.
    A volte tra amici succede. In certe circostanze le discussioni diventano anche terapeutiche per certi versi, ma loro due erano andati oltre: avevano permesso ai malintesi di avere la meglio e, soprattutto, troppi estranei avevano ficcanasato nel loro rapporto.
    A lei appartiene lottare, anche per le cose apparentemente meno importanti, perché è consapevole che nei rapporti, di qualsiasi tipo essi siano, si debba sempre dare il massimo.
    Lei, però, è anche una che non sa fermarsi per prendere tempo e respirare: parte come un treno e dice cose che spesso non pensa ed in cui neppure si riconosce.
    Ma è proprio quella la sua peculiarità caratteriale di spicco: non sempre ha voglia di dare spiegazioni a persone che dovrebbero conoscerla e fidarsi di lei.

    Non sempre le va di giustificare i suoi comportamenti, anche se si rende conto che spesso ce ne sarebbe bisogno.
    Lei dopo, sempre dopo, riconosce che una buona dose di umiltà, quella si, gli è sempre mancata, poi si ripromette di ricominciare il giorno dopo, esattamente nello stesso modo in cui si affronta una dieta.
    Questo è il refrain della sua vita: quante  persone davvero importanti ha perso? Orgoglio? Probabilmente, anche se la sua maledetta insicurezza le ha sempre condizionato la vita.
    Ora è in strada già da un po' e poco le interessa di come i passanti la guardano visto che sta piangendo come una bambina.
    Non si è mai vergognata delle lacrime.
    Per lei sono un’estensione dell’anima: il veicolo trasparente all'interno del quale viaggiano momenti belli e momenti brutti ed è il modo in cui un essere umano si ripulisce dai residui anche se, a cinquant'anni suonati, il tutto può apparire come il segno di un'incapacità a vivere le emozioni con il giusto equilibrio.
    Quanto vorrebbe essere diversa, lasciare che la sua vita prenda una piega differente, e concedersi il lusso di scusare e perdonare le persone che ama, ma soprattutto se stessa.
    Fa freddo e piove, ma non ha voglia di tornare a casa perché sarebbe costretta a spiegare quello che sta succedendo ed in questo momento è proprio l'ultima cosa che sente di poter fare.
    Decide di entrare in una caffetteria per prendersi una cioccolata calda con la speranza di togliersi quel freddo che le è penetrato fin dentro le ossa.
    Dopo pochi minuti una tazza fumante è sul tavolino e intorno ad essa ci sono quattro biscotti e la sua tremenda solitudine.
    E' meno di mezz'ora che si è chiusa la porta alle spalle e se ne è già pentita.
    Poteva fare diversamente?
    Era così che doveva andare?
    Gli manca da morire.
    Osserva distrattamente il cameriere che chiude dietro a sé la porta della cucina.
    Anche lei, quel giorno, ha chiuso una porta ma, forse, quella del cuore ancora no.
    Ed è un tavolino con una tazza di cioccolata calda, quattro biscotti intorno e una sedia vuota, quello che rimane di quella sua giornata.
    Lei sta tornando sui suoi passi e lo sta facendo di corsa.... pur sapendo che è un errore, però è inevitabile considerando i pensieri che le affollano la mente e la malinconia che la sta lentamente sovrastando... già i pensieri... riuscire a fermare la testa, almeno per un momento, un istante prezioso in cui guardare le cose con obiettività e riconoscere quella realtà che le è ben chiara da sempre!!!
    Ha capito che solo con lui è felice e non si sente sola!!

  • 27 ottobre 2012 alle ore 9:19
    Una ricerca su Facebook

    Come comincia: Bonjour, Je ne connais pas cette personne. Bonne recherche.
    Mi trovo questo messaggio su Face Book. Un altro, la foto è quella di una bimba, mi dice che lei non è l'Hélène Auriach, che io cercavo. Poche parole nette, taglienti. Se avrà scorto la foto del mio profilo, confrontandola con la sua età, avrà pensato ad un approccio pedofilo nel web. Arrossisco interiormente. Tutti si cercano, con facilità e successo, su questo motore idilliaco di amicizia ed anch'io, vetusto essere, ci ho provato.
    L'equivoco è nato da un inganno della nostra psiche. Tutto invecchia con noi, nella vita, fuorché il volto di chi abbiamo conosciuto in gioventù e poi smarrito, per il corso della vita. Ci ribelliamo che possa essere accaduto questo assurdo misfatto.
    “ Hélène"?, una vecchiarella...stai sicuro!”- Mi sorride, la mia, più giovane, compagna. Ne resto infastidito e quasi offeso. Hélène aveva 17 anni, quando mi accompagnò, una sera, alla Gare de Marseille. In mattinata mi aveva fatto la sorpresa di farmi trovare un totem nero africano di pesante ebano. Era tra gli oggetti di un antiquario sotto casa. Mi ci fermavo, ogni volta che passavo. Mi sta guardando, ora, lassù, dall'ultimo piano della libreria. Solo una tacca, in un angolo, ricordo del terremoto di Napoli. La superficie, lucida, della vernice nera, crea lampi nell'incavo degli occhi. Da un senso di protezione, la figura. L'addio di quella sera, dei miei diciott'anni. Quando, solo, lente lettere univano gli amanti. Le telefonate? Era inimmaginabile chiederne il pagamento ai genitori.
    Hélène era stata una dei primi scambi studenteschi in famiglia, una cosa inconsueta, ardita per una donna. Una lunga corrispondenza, in liceo, tramite la professoressa di francese. Lei ,educanda di un collegio di Dreux, nell'Eure et Loire. Arrivò un pomeriggio a Genova, a Via Acquarone, dove abitavamo. Tutta la famiglia in attesa alla finestra. Una Peugeot ,enorme, per noi ,si fermò sotto casa. I genitori ci lasciarono questa ragazza “francese” e ripartirono dopo brevi convenevoli. Caschetto biondo, magrissima, calzoni attillati alla pescatore, ballerine ai piedi. 16 anni francesi, che ridevano dei miei 17 anni italiani. La mia famiglia ebbe difficoltà, a tavola, a star dietro alla sua preparazione collegiale, nel sapersi destreggiare tra le regole del Galateo. Io vi aggiunsi le mie arretratezze sessuali, tanto da esserne frequentemente beffeggiato. L'anno successivo, toccò a me raggiungerla a Aix. Mi arrampicavo su un mondo che non mi apparteneva. Si era nel 57. I ragazzi francesi erano entrati, da tempo, nel nostro futuro, 60. Le feste in casa, i genitori in vacanza. Sacchi a pelo, a notte, per terra. La droga non era arrivata, ne l'alcool. Non ne ho traccia.
    Si era discusso sulla vetustà del mio pigiama, alla partenza, con i miei genitori. Mia madre aveva risolto, brillantemente, il risparmio da un nuovo acquisto, col riprendere da un fondo di cassetto, il pigiama cinese di seta, che avevamo ereditato, alla morte di zio Enrico, navigante. Pur non convinto dal ricordo della mole dello zio e da quell'enorme drago variopinto, ricamato sulla schiena, accettai, ben sapendo che non avrei avuto altra scelta. Non potrò mai dimenticare quella sera. “Ci si vede sul terrazzo, appena i miei genitori, si addormentano”. Héléne mi aveva dato la mia prima occasione di sesso. Non potevo far altro che indossare il pigiama di seta di zio Enrico. I pantaloni erano enormi in vita e avevano una fettuccia di 2 metri, come cintura. Ci potevo fare due giri attorno alla mia vita, cosa che feci, nascondendo il tutto con un rabbocco. La giacca aveva il taschino ricamato con un drago, lo stesso, immenso che mi pesava sulla schiena. Le maniche, larghe ed abbondanti. La vergogna, sì, miei cari genitori, la vergogna, passò, anzi la dimenticai subito, grazie ad Hélène.

  • 26 ottobre 2012 alle ore 8:17
    Click

    Come comincia: Click! Vi capita mai di intuire che siete finiti dentro un quadro, che vi rimarrà in mente per tutta la vita? A me, sì, e sento anche questo avvertimento sonoro, quasi un click di una vecchia macchina fotografica. In realtà, in quel momento, elettroni impazziti scolpiscono DNA, in maniera irreversibile, in qualche cellula, sparsa nella mia memoria. Subito vi viene apposto un cartello: Indelebile. E lo ritrovo, per tutta la vita, questo quadro, con le sensazioni più fini, i particolari più sorprendenti. La visione appare e ricompare nel mio quotidiano, senza coerenza con i momenti che sto vivendo. E’ una specie di balsamo sulle mie ferite, un guizzo di endorfine, spruzzate sul mio cervello. Una beatitudine improvvisa, che avevo ben previsto, nello stesso momento che accadeva.
    -“Click! Ricorda questo momento.”- Mi rivolgo alla mia compagna. Lo dico, anche a me stesso. Click! Il quadro è fermo, ricuperato per sempre. Isola di Giava,un sobborgo. Notte. Si rientra da uno spettacolo di danze giavanesi; il suono della musica bambù, la varietà delle note degli xilofoni, trilli di campanelli e vibrazioni di piatti di ottone, aromi di balsami bruciati. I costumi dei suonatori, fuggiti da fiabe. Le movenze sensuali delle ballerine, il loro trucco accentuato, il guizzare degli occhi, le mani, unghie che paiono lame, il mio stupore fanciullesco. Ho osservato i loro piccoli piedi, nel contatto con le tavole. Sono sicuro che levitavano. All’uscita dal teatro, pensavo di non ritrovare il padrone del nostro risciò, tra tanti. Ma eccolo che mi fa segno. Sventola uno sporco asciugamano con cui si deterge il sudore. All’andata mi aveva impietosito il suo ansimare nel pedalare, su per la salita. Stavo per scendere.-“ Usiamo il loro brodo per curarci l’asma”- mi spiega, per prendere fiato. Enormi pipistrelli,quasi raffigurazioni bibliche di diavoli, sono in vendita, lungo i marciapiedi, appesi ad uncini, per le ali, ad una ringhiera. Non mi accerto se siano ancora vivi. Ho appena ripreso posto sul precario mezzo, è subito caos. Siamo una cinquantina di risciò, ammassati in poco spazio, ad un quadrivio, ai bordi della foresta. Prigionieri in un incastro non districabile. Qualche lanterna alle finestre di case, malmesse. Il resto è notte. Un vento freddo scende dalla collina ed entra tra i vestiti leggeri. Il suono dei campanelli delle biciclette diventa un unico trillo assordante. Sorrisi di dentature bianche, occhi, imprecazioni, risate sguaiate. Siamo fermi in un vortice di un tempo immobile. La luna, immensa, sulla destra, esce, tra palme scure, ed illumina la scena.
    -“ Click! Ricorda questo momento”-