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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 11 ottobre 2012 alle ore 2:45
    Open..e trovarti.
    Come comincia: E' un pò come trovarsi in un supermerkato semplicissimo di qualche strada statale nei pressi del Cansas o del Canada magari...leggere la scritta "open" dopo esser usciti dalla macchina stanchi e demoralizzati sul quel vetro fioco e caldo di un supermerkato notturno dall'aria tranquilla. Entrare e trovarti.  Fermi a guardare il caso, l'occhio malinconico, ritrovarsi così per un ristoro dolce e quieto lontana dalla tempesta della notte che poco scalda e trovarti. La visione incantevole del'amore sotto tutte le forme dal banale desiderio di palarti adesso,qui, per dirti questo; trovarti. Il ristoro eterno di un sognatore...il candido abbraccio del cuore malato. Adesso chiudi gl'occhi e sognami angelo della notte e sussurra alle fibre esistenziali che ti compongono la parola "trovato".

  • 10 ottobre 2012 alle ore 0:03
    Rewind di un morto postumo
    Intro: Una dimensione da incubo. La perdita dell'autostima di un ex impegnato.
    Come comincia: Morii nell’ottobre del 1980, questo lo so per certo in quanto in data: agosto, anno corrente 2012
    Scartabellando un angolo di cimitero, ho trovato la lapide con inciso l’epitaffio “CINERA PETRESINE 1953-1980. Vi starete chiedendo come abbia potuto mettere per iscritto i miei irrazionali trascorsi di vita pur essendo defunto e cadavere. Non è cosa che vi riguardi, ma se proprio lo volete sapere venite a trovarmi, non vi assicuro però che vi dirò tutto. Vi lascerò un dubbio, così, tanto per farvi dispetto.
    Vi dico invece che fu una  bella giornata di sole, ma una leggera brezza si insinuava sotto il maglioncino che sovrastava la camicia tenuta fuori dai pantaloni infastidendo i reni scoperti.
    Fu a Roma, quel giorno di un lontano 1970 che mi portai in casa il ciclostile, e visto che c’ero, espropriai anche innumerevoli risme di carta grezza di basso prezzo. Non ne avevo mai visti di quella fattezza! Appariva come un grosso cassetto, con una fessura davanti e una manovella sul lato destro. Trasmetteva un senso di forza e un ambiguo fascino. Che razza di strano progenitore dei moderni, allora, ciclostile potesse essere,- a causa delle future vicende che dovevano succedermi- non potei mai saperlo. Aveva assolto bene il suo compito, e ora dimenticato nella scansia ammuffita di una sezione di partito chiusa per restauro, giaceva tristo e solo. Incontrai il mio amico Ignazio quella mattina e fra una chiacchiera e l’altra mi disse che stavano facendo lo sgombero di un locale. Sai, rimasugli, roba per “stracciaroli” mi disse, senza trascurare il fatto che: pensando di farmi cosa gradita mi invitò a scartabellare fra i rottami di un passato sapendo di farmi contento. Vedi se trovi qualcosa che ti può servire, “tanto e tutta robba che va pe’ monnezza” Me lo caricai sul “pandino” così com’era senza nemmeno spolverarlo e una volta a casa la prima cosa che feci fu di poggiarlo sul tavolinetto dell’ingresso dandogli un po’ di giri di manovella.
    Volli verificare se funzionasse ancora, e da nostalgico signore di mezza età tornai a percorrere i vecchi lidi.
    Dopo avere messo insieme una paccottiglia di idee, mi sedetti al suo fianco e cominciai a punzonare la matrice. Impetuosi venti di rivoluzioni mancate e dirette dagli scalini di piazza S. Maria in Trastevere mi riempivano il cranio cosicché nell’enfasi del ricordo, distrattamente introdussi le dita nella fessura dove si poggia il pacco della carta. Con mio grande stupore sentii solleticarmele, fu come se una spazzola con i peli morbidi mi passasse sui polpastrelli. Visto, che avvertivo un sottile piacere in quel solleticare di tanto in tanto muovevo le dita per essere spazzolato fino alle falangi. Una carezza mancata! Un desiderio represso di coccole! Procediamo per ordine. Che non mi si venga a dire “questo crapulone scrive male anche da morto”
    Con la mano destra continuavo a bucherellare la matrice quando improvvisamente ebbi la sensazione di un vortice che cercava di tirarmi dentro. Fui incuriosito e insieme incredulo, infine fui preso da terrore quando alla sensazione si accompagnò il dolore delle mie dita schiacciate. Dopo le dita risucchiò la mano, poi si prese anche il braccio, e il seguito. Ululante di dolore e spianato come una sfoglia venivo trascinato nella pancia dell’apparente tranquilla ferraglia, che senza emettere rumore mi stava risucchiando nel suo antro.
    Certamente dovetti perdere i sensi, o quantomeno precipitai nella fase REM di un incubo poiché mi ritrovai vivo e vegeto all’interno di un cassettone enorme dove sopra la mia testa giravano rotelle dentate e pulegge, e a me di fronte troneggiava un gigantesco rullo rivestito di gomma nera.
    Rimessomi dallo strapazzo al quale ero stato sottoposto e riordinando le idee fui preso da un’angoscia tremenda e un senso di prostrazione e annichilimento mi sovrastò. Come era possibile che mi trovassi in quell’assurda e tanto irrazionale dimensione, e quei meccanismi in alto sopra di me che non sarei mai potuto arrivare a toccare. Mi venne in mente la solennità e l’altezza delle guglie delle cattedrali dove i fedeli si sentono schiacciati da una luce divina filtrante dalla sommità e travolgente chi la contempla in tutta la sua immanità
    Chi mi avrebbe tirato fuori da li dentro! Se non fosse arrivata Giustina partita a trovare i suoi familiari in Perù…  campa cavallo! Disse che stava via un mese; fino a quanto avrei resistito senza bere e mangiare.
    Passò del tempo. Ma quale tempo! Io non lo avevo più un tempo e nemmeno un ragguaglio. Quanto ero alto adesso! E come potevo rapportarmi alla grandezza di quelle cremagliere che mi era solo concesso di guardare, a naso per aria e bocca aperta. Chi aveva  messo la risma di carta dopo l’avvenuto mio sequestro! Visto che ora vedevo sfrecciare enormi lenzuola bianche poco distante da me. Sentivo il “grr,grr svifft svifft” della carta che entrava da una fessura, bianca, e ne usciva dall’altra, suppongo stampata. Questa posta addirittura al di sopra delle rotelle dentate, inarrivabile. Allo stremo per fame, e dalla sete succhiavo con avido schifo qualche goccia d’inchiostro che deviando dal rullo in forma di schizzo si appollaiava fra i miei piedi. La primiera necessità del bere era risolta, ci volle molta più pazienza per il mangiare in quanto dovetti aspettare che qualche foglio di carta ballerino rimanesse inceppato nell’orrido meccanismo. Ne raccoglievo un pezzetto lacerato e lo addentavo attorno alla sua forma. Che volume potesse avere, se fosse alto un metro o basso cento centimetri, tutto era in relazione con la mia statura,ora.
    Orinavo e defecavo in una pericolosissima pozza -doveva essere il raccoglitore dell’inchiostro- facendo bene attenzione a rimanere sul piano orizzontale, oltre si estendeva un minaccioso piano inclinato dove scivolava il liquido.
    Mi ero rassegnato ormai, e mi andavo abituando alla miserevole luce che mi consentiva di orientarmi in quel poco ameno stanzone.
    Decisi di concedermi tutto il tempo – che ormai non aveva più un senso definire tale- per riflettere e trovare la via per uscire da quello scatolone. Chissà per quanto ancora dovevo essere costretto ad accettare la irrealtà di quel particolare.
    Mi ostinavo ancora a chiamare tempo quello che: per me si era fermato, andava avanti, indietro, non lo sapevo. Avevo imparato a dormire come fanno gli animali, aggomitolato o rannicchiato in posa fetale, sul fondo dell’oscuro parallelepipedo.
    Non soffrivo fisicamente, e devo dire che quel “molto poco” accogliente luogo: che per altri avrebbe decretato una lenta morte in preda alla follia, stava diventando il ventre caldo e accogliente di una madre, fatto sta che il condizionamento da “super io” aveva già percorso la sua strada compromettendo la mia naturale individualità.

    Un fracasso improvviso, un ding dong tump timp mi oppresse, cercai di limitarlo tappandomi forte le orecchie, il ciclostile aveva dato voce a una serie di bestemmie. Come faceva a parlare, e chi gliele aveva insegnate! Quando mi risucchiò era solo un nuovo accessorio della  casa. La calma che mi ero conquistata, e la rassegnazione nel mio particolare, crollarono all’istante. Iniziai a vaticinare e sbattendo la testa sulle pareti di ferro avvertii qualcosa dentro di me, come uno sciabordare di acqua che scorrendo dal rubinetto si va a perdere gorgogliando nello scarico. Come quando si dona il sangue e si avverte una parte di se che si allontana. Un qualcosa mi stava risucchiando i pensieri. Capii che il rassicurante ventre non era altro che una prigione dove uno scherzo dell’inconscio mi teneva segregato e con tutte le mie forze decisi di sfidare il Cerbero a guardia di quell’inferno. Mi tuffai nel mezzo del rullo che mi sputò assieme a schizzi d’inchiostro, sbattendomi sulla parete di metallo e facendomi ricadere sul pavimento grafitato da dove avevo azzardato il sovrumano balzo. Non mi detti per vinto, e l’ultima flebile idea rimasta, dimenticata dal “succhiatore” di pensieri saltò fuori determinata e decisa.
    Aspettai che il solito foglio ballerino tornasse ad incepparsi. La carta si accartocciò il rullo si fermò, rifeci un grande disperato balzo andando a finire fra una grinza e un dosso, vi aderii con tutto il corpo puntellandomi con piedi, mani e testa, e come un Ulisse sotto la pancia della pecora uscii fuori dall’antro del mostro.
    Sebbene acciaccato, nero e untuoso ritrovai le mie dimensioni, il ciclostile aveva smesso di sputare fogli stampati. Il primo rumore che avvertii fu il tic-titoc della sveglia che da qualche parte ticchettava affogata dai fogli di carta. Era il mio tempo.
    La mia casa era zeppa di fogli stampati, molti svolazzavano al di fuori attraverso la finestra invadendo le strade del quartiere.
    Mi precipitai nello sgabuzzino, afferrai un grosso martello e con furia determinata sovrastai il ciclostile riducendolo un ferraccio inanimato.
    Stavo soffocando dal caldo a causa della foga con la quale avevo menato mazzate, afferrai uno di quei fogli,  lo lessi prima distrattamente, poi con attenzione. Che cosa stava succedendo! Su quella carta non era impresso il testo che avevo sommariamente punzonato sulla matrice prima che la macchina mi risucchiasse, ma i miei più segreti pensieri, i più inconfessabili, anche quelli che suscitavano vergogna perfino a me stesso. Avevano invaso le strade, le piazze, scivolavano da qualche sparuto alberello e si disponevano al suolo con la faccia stampata per essere letti e commentati ingordamente.
    Per quanto tempo, quella macchina aveva sfornato: bestemmie, discorsi razzisti, fantasie sessuali perverse piccole truffe e cattiverie varie. Erano diventate ora dominio pubblico e tutti le leggevano. Raggiunsi la finestra spalancata e nella strada, dove continuavano a svolazzare fogliacci, vidi un cinese che ridacchiava.
    Come in preda a una sconclusionata ragione di difesa lo apostrofai di male parole.
    “dico a te, faccia da cinese, ridammi quel foglio!”
    “non capile signole”
    “fate sempre finta di non capire quando dite: plego plego e tle tle tle! Ma avete ben imparato il sistema di mettercelo dietro onorevolmente”
    Fu evidente che il germe della pazzia stava ben lavorando nella mia testa, l’ultimo sprazzo di lucidità mi fece capire che non sarei più potuto uscire da casa. Mi avrebbero additato, deriso, preso a calci e forse anche arrestato e messo in galera. Salii sul parapetto con gli occhi chiusi e le braccia aperte. Sinceramente faceva anche abbastanza freddo e tirandomi su il collo del maglione, indirizzando al cielo la punta delle dita con le palme delle mani rivolte all'antenna, mi lasciai fluttuare; raccomandandomi al selciato sottostante. 

  • 09 ottobre 2012 alle ore 15:11
    Come comincia: Sono qui per conoscerti.
    Il buio ti circonda ma sono arrivata da lontano dopo un gran cammino solo per chiederti ciao, chi sei?
    Correvi in cerchi a viso basso, fissando il pavimento stando attenta a non cadere senza renderti conto che non stavi andando da nessuna parte.
    O forse lo vedevi ma preferivi non alzare gli occhi.
    Poi una notte, sotto il cielo stellato, ti ho detto che ogni piccola stella che vedevi sopra la testa era una piccola parte di te.
    Dentro di te avevi racchiuso ogni stella, nuvola, galassia e buco nero che potevi vedere standotene li, sdraiata al buio in un parco che profumava di lavanda.
    Con la mano dolce appoggiata sul mento ti ho fatto alzare il viso, tanto pioveva, non si sarebbero viste le lacrime. anche se in effetti te le avrei asciugate una a una con i miei sorrisi e quello che nella vita ti avrei dedicato da li in poi.
    Ti ho baciato per sentire il sapore di un mondo che non avevamo più da tempo.
    Ho sentito il calore del tuo corpo sopra il mio troppo simile a quello del passato e mi sono distrutta sotto le tue carezze che sapevano di ricordi e morsi allo stomaco.
    Da allora tutto è cambiato. le strade erano divise ma unite. i colori scuri ma accesi. i profumi sapevano di bruciato ma erano dolci e facevano sorridere.
    Come quando piove e tu stai dall'altra parte della finestra poggiandoci la mano, hai lasciato il segno sulla mia anima, come la condensa sul vetro ghiaccio.
    Un viso sfocato che si allontana diventando sempre più grigio come il resto del mondo ad ogni passa indietro che fai.
    Ma hey.
    Ero qui per conoscerti.
    Il buio ti circondava e correvi in cerchi.
    Ma da lontano ti ho presa per mano e conosciuto più di tutti gli altri.
    TI ho guidato verso le stelle riportandoti al tuo mondo.
    e ora che lo stai riperdendo e ti allontani getti via anche me.
    mi lasci la mano e mi chiedi chi sono.
    mi chiedi chi sei tu
    ti dico che sei tutto
    che sei l'universo intero racchiuso negli occhi più belli che abbia mai visto
    ma come ad ogni litigio non basta e ti vedo andar via a testa bassa lontano da me e da quello che siamo e che non siamo mai state
    nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile
    nessuno mi aveva detto che sarebbe stato così difficile
    ma hey. ero qui per conoscerti.
    e ora ti conosco
    e non tornerei indietro per niente al mondo
    riportami alle stelle e ai colori
    ero solo qui per conoscerti…

  • 08 ottobre 2012 alle ore 20:35
    'O capitale
    Intro: si parla di soldi napoletani..
    Come comincia: Peppinella è riuscita, anche questa volta, a racimolare ‘ocapitale. Ha impegnato, nuovamente, gli orecchini di Zi’ Nunziata, l’unica eredità aurea della sua vita; ha preteso indietro i soldi, imprestati a Filippo, lo stagnaro, per il battesimo del figlio; ha terminato di vendere, in liquidazione, le uova Lindt, squagliate dal sole, della ormai lontana Pasqua, rimaste invendute al Bar “La Brasiliana”. Ed ecco ricreato “ ‘u capitale”, che lei sa come rinvestire opportunamente, al sorgere di feste popolari, fossero  mazzi di mimose, per la festa della donna o  crisantemi, per i morti. Per i mondiali di calcio, si è dovuta andar a riprendere, nel magazzino di don Michele ‘ o verdummaio, le bandiere, invendute, dell’ultimo incontro dell’Italia. Tra pummarole e peperoni, ceste polverose di bandiere da rinfrescare con un bucato al sole del vico. Il marito, Nunziato, si era fatto il giro dei fornitori di Piazza Mercato, comprando cappellini, trombe, altre magliette, tutte pro Italia, arrivate dalla Cina in quattro e quattr’otto. Ora Peppinella la incontrate al suo posto, al bivio di Capodimonte, un pezzo di marciapiede rubato ai pedoni, affittatole da Clemente ‘o sparapose, uno dei clan. E’ un colpo di colore per l’automobilista che passa. Le bandiere, di varie misure, sventolano, coprendo a tratti Peppinella intenta a soffiare in una trombetta d’oro. “Forza Italia”- le ammiccano dalle auto infuocate e lei aumenta l’acutezza del suono della suo strumento. – “ Dottò, - mi ha detto, giorni fa - speriamo bene, che l’Italia non si fotta ‘o capitale !”-

  • Come comincia: Solevamo collie-su-friscu ai bordi del grande stradone che traversava l’intero villaggio seduti su panche di pietra rubate ai nuraghi che puntellavano il mondo intorno. Ma che quelli fossero furti perpetrati in buona fede l’avrei capito solo molto più tardi. Allora come allora mi bastava attendere il morire del giorno, correre, bambina, verso quel punto convenuto e assicurarmi che, dopo la cena, i nonni, gli zii e i vicini di casa mi raggiungessero e si accomodassero gli uni accanto agli altri: chi proprio su quelle panche di pietra, chi sulle sedie di legno, chi su tronchi d’albero spezzati, chi perfino per terra. Tutti insieme appassionatamente, tutti pronti a raccontare o a farsi raccontare antiche storie perché questo, solo questo, importava. A pensarci bene, i vecchi che si appressavano verso quel luogo d’incontro quotidiano li rivedo adesso come strane figure di nero vestite, visi scolpiti dal sole dal vento e dalla pioggia, corpi a loro modo piegati dal lavoro e dall’età, occhi neri o azzurri che non faceva differenza perché la luce più gioiosa che si accendeva dentro era la stessa per tutti quando si appressava la sera. Ed il tempo del riposo. Su di loro, su di noi, guardava invece un drappo d’ebano puntellato di milioni di stelle che splendevano chiare, chiarissime, come granelli di sabbia che erano diamanti buttati per gioco su una tovaglia di seta preziosa il cui orlo più elegante, lo intuivo, spariva dietro il Gennargentu.

    Che le stelle non si contano, ammoniva la nonna! Una, due, tre, quattro, cinque… mi intestardivo a razionalizzare. Ti verranno le verruche! Una, due, tre, quattro… non usavo arrendermi per così poco. Ti si riempirà la faccia di bubboni che non andranno più via! Una, due tre…. Sarai brutta come una vecchia strega! Una, due… Ecchecavolo, non capivo, tutto quel casino per avere alzato lo sguardo al cielo! E per avere osato sfidarlo! Che loro, quei vecchi, anche questo l’ho capito soltanto molto tempo dopo, il cielo lo rispettavano. Il cielo e suoi abitanti! Gli spiriti dell’aria e del vento. Il canto della civetta soprattutto, che se la sera l’uccellaccio del malaugurio decideva di regalarci un saggio della sua bravura,  la notte non era mai serena, e il mattino poteva risultare foriero di brutte nuove. Che c’era pure una nenia che ripetevo all’infinito senza spiegarmela: anninnora, anninnora, cuccu meu. Prama di otti, lera fizzu fizzu, tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu. So ddos sos caboddos de sa ghedda. Folla manna niedda sassaresa. Arrostted’Arrosa in tundu in tundu, si bivis in su mundu gosadie… A su timbiri, timbiri, timbiridona, eja, eja, eja… (1) E via così cantilendando che non aveva senso e che perciò si adattava meravigliosamente a quel mondo che non raccontava di niente ma esisteva soltanto aspettando la sua fine. Che a ben guardare era pure dietro l’angolo.

    Ma tra il principio e la fine gli istanti sono generalmente molti. Come milioni sono stati i momenti vissuti sotto cotanto universo splendente a ricordare antiche storie, spiegare il presente, razionalizzarlo e farne tendone pesante per impedire la visione del futuro. Che del futuro non ne parlavamo mai, come non ce ne importasse, che il presente ci bastava e si nutriva del passato. Di un passato mitico che noi bambini potevamo soltanto immaginare e nostro malgrado lo coloravamo di giornate soleggiate che non erano mai state. Perché, l’ho saputo dopo, i vecchi avevano fatto la guerra, la grande guerra, e l’avevano vissuta male. Perché i pascoli del Gennargentu d’inverno ghiacciano pure in tempi di pace e le pecore bisognava portarle nel Salto di Quirra, giù nel Campidano, giù vicino a Cagliari. Giù dove vivevano i ricchi commercianti che ti compravano il pecorino romano (ma era romano soltanto di nome) per quattro lire e poi con lo stesso formaggio ci si arricchivano rivendendolo a peso d’oro nei mercati cittadini. E mentre gli uomini erano in simili faccende affaccendati, le donne pensavano alla famiglia e diventavano forti. Reggevano la casa, reggevano le fondamenta di un mondo che quando è finito è finito per consunzione mica perché è crollato loro addosso. Che loro, i vecchi, grazie a Dio se ne sono andati con dignità e adesso, come gli abitanti di Springfield “dormono, dormono sulla collina”. Tutti quanti. Ne manca solo uno, ma lui ha deciso di attendere ancora che non si sa mai e forse il Padreterno ci potrebbe pure ripensare sull’inevitabilità della chiamata.

    Che quelle nostre storie raccontate mentre chistiaus-su-friscu, lo ripeto, erano fatte di niente e se il buongiorno si vede dal mattino, gli intellettuali alla Gramsci nella Sardegna interna dovrebbero essere anche quelli spiriti dell’aria. Che qualche volta si sentono ma non li vedi e il più delle volte non esistono proprio. Che la coscienza di Essere a noi ce la regalava soltanto il vento quando batteva forte sui tetti delle case, si incuneava nei comignoli e ti affumicava la cucina. E a volte ti prendeva a sberle in faccia. Che la coscienza di Essere a noi la regalava soltanto il sole che cresceva grano, fagioli e patate, pomodori bellissimi e ciliegie ridenti. Che ne mangiavamo a milioni e poi quando la pancia era piena ci costruivamo orecchini, collane, coroncine rossastre che mettendole in testa ti sentivi regina. Che la coscienza civile e politica noi non ce l’avevamo mai avuta e di sicuro non è mai nata mentre eravamo intenti a collie-su-friscu. Che il pastore-operaio-filosofo di Ottana comparato ai miei vecchi era un signore dotto e colto e veniva pure quello da Marte.

    Che in quegli anni verdissimi della mia bellissima infanzia noi somigliassimo ai “morti” di Joyce finanche questo l’ho capito soltanto molto tempo più tardi. L’unica differenza è che quei “morti” dublinesi avevano volontariamente ottenebrato la loro consapevolezza-di-esistere, mentre noi non solo non ce l’avevamo mai avuta una tale consapevolezza ma non sentivamo neppure il bisogno di averla. Perché a tenerci in vita era semplicemente il respiro e a quanto pare ci bastava perfettamente. Anninnora, anninnora, cuccu meu. Prama di otti, lera fizzu fizzu, tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu. So ddos sos caboddos de sa ghedda. Folla manna niedda sassaresa. Arrostted’Arrosa in tundu in tundu, si bivis in su mundu gosadie… A su timbiri, timbiri, timbiridona, eja, eja, eja…

    (1) Che non penso fosse nenia tradizionale quanto piuttosto canzone da ballo composta credo dal Porrino.

    22-01-2012

  • 06 ottobre 2012 alle ore 20:26
    Mai verità più vera
    Intro: Se ad ognuno di noi non venisse il torcicollo guardando i difetti che portiamo sulle spalle...si starebbe meglio.
    Come comincia: Una giovane coppia di sposi novelli andò ad abitare in una zona molto tranquilla della città. Una mattina mentre bevevano il caffè, la moglie si accorse, guardando attraverso la finestra, che una vicina stendeva il bucato sullo stendibiancheria. "Guarda che sporche le lenzuola di quella vicina! Forse ha bisogno di un altro tipo di detersivo... Magari un giorno le farò vedere come si lavano le lenzuola!" Il marito guardò e rimase zitto. La stessa scena e lo stesso commento si ripeterono varie volte, mentre la vicina stendeva il suo bucato al sole e al vento. Dopo un mese, la donna si meravigliò nel vedere che la vicina stendeva le sue lenzuola pulitissime, e disse al marito "Guarda, la nostra vicina ha imparato a fare il bucato! Chi le avrà fatto vedere come si fa?" Il marito le rispose "Nessuno le ha fatto vedere; semplicemente questa mattina io mi sono alzato più presto e mentre tu ti truccavi ho pulito i vetri della nostra finestra".

    Così è nella vita, tutto dipende dalla pulizia della finestra attraverso cui osserviamo i fatti. Prima di criticare, probabilmente sarà necessario osservare se abbiamo pulito a fondo il nostro cuore per poter vedere meglio. Allora vedremo più nitidamente la pulizia del cuore del vicino....

    baci...e...allegorie...per il mondo intorno a noi...

  • 04 ottobre 2012 alle ore 15:08
    L'amore incondizionato delle bambole gonfiabili
    Come comincia: Lo stupore dipinto sul viso della mia bambola gonfiabile  mi ha fatto sentire in colpa, forse avrei potuto fare di più per lei, o perlomeno non farle un piercing. L’ho uccisa l’ho vista sgonfiarsi tra le mie mani, con quel tipico rumore di aria che va via da un pallone per non tornarci più. Ho bruciato il suo corpo di Vinile  ed ho sparso le ceneri puzzolenti in mare. sarà mica un reato contro l’ambiente ?

    Mentre guardavo il fiume appoggiato sul ponte, riflettevo su come stavo spendendo male la mia vita, con il mio lavoro qualunque, la mia casa con dentro i miei genitori qualunque, le mie notti insonni alla ricerca di una moglie russa, oppure passate in mutande a calzini a scoparmi la mia ormai defunta bambola gonfiabile. E bere troppo, parlare troppo poco, gli occhi bassi in tram e il giornale con le notizie sempre più vecchie e già sentite. Ma il fiume di questo se ne frega, e passa, porta via tutto e tutti

    l’ultima cosa che mi ricordo è uno stridio di gomme, e un numero imprecisato di spari. poi solo un enorme buio senza stelle, una notte infinita un …Bip… di tanto in tanto, e poco altro, rumore di plastica smossa, odore di fiori dozzinali, parole su parole, non riesco ad aprire gli occhi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa cosa, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo torpore, vorrei parlare e invece sto sospeso e non posso dormire ne svegliarmi, intorpidito in un sonno finto, con gente che si dispiace va, viene e si dispiace. E si illudono che io non li senta. Mentre parlano di me e di come sarebbe più semplice staccare la spina.

    La Vita legata ad un filo … che finisce in un triste riduttore dentro una presa a muro.

    E così senza neanche chiedermi se fossi d’accordo all’eutanasia d’un tratto non sentì più nessun bip, nessun odore di fiori, e nessun chiacchiericcio inutile e stucchevole di colpo mi ritrovai a respirare un’aria gommosa in un enorme viale di alberi finti con un vecchietto di centomila anni vestito con dei pantaloni di velluto a coste e una camicia a quadretti lisa e vecchissima, che li annaffiava amorevolmente con dell’acqua che fuoriusciva da una pompa tenuta insieme da dello scotch. era una cosa tristemente bella,inutile, ridicola, ma sincera, sincera come solo pochissime cose sanno essere. Sotto questo cielo clamorosamente largo con davvero troppe lune e troppi soli, un cielo di un Lilla fastidiosissimo. Non sento più i Bip e adesso non so nemmeno se sto dormendo. Ho addosso i miei vestiti ma non c’è più il ponte mi sento leggero e irresponsabile, mi sento leggero e solo, ma di una solitudine non inquieta ma “meritata” come un meritato riposo, una solitudine caramellosa, mi sento in pace,è questo magari è l’inferno oppure è il paradiso o magari nessuno dei due. Ma una scritta intermittente dentro la corteccia finta di un albero mi dice di andare avanti lungo quella strada, supero il vecchietto che innaffia i fiori di plastica e mi inoltro dentro quel vialetto che piano piano si fa sempre più buio. Nonostante i troppi soli in cielo.

    Fuori luogo come un tizio con una reflex che si prende troppo sul serio.

    Avrei voluto accontentarmi di un Hobby che ne so, fare foto ai fiori e ai posaceneri, cantare, suonare male qualche strumento,collezionare francobolli, mandare curriculum. e invece no io testardo, volevo vivere al massimo e allora passavo le giornate a prenotare voli su degli aerei low cost che non avrei mai preso. Mi sarebbe piaciuto viaggiare ma avevo paura. Registravo tutte le mie giornate su delle vecchie  musicassette degli anni 80 lo facevo per assicurarmi di non essermi perso niente. certi giorni si sentivano solo dei click, nemmeno la musica,neanche una parola. Poi di notte il frusciò della televisione e qualche rumore di strada. Tipo i gatti che miagolano proprio come ti aspetti e ti risultano anche un po’ finti e fastidiosi.

    Gatti blu e verdi, ma quello che mi sembra strano è che ci sono cani che portano a cagare i loro padroni, ha un che di grottesco e sono quasi felice di non aver avuto mai un cane. Mentre proseguo nella boscaglia di questo posto così poco esplorato eppure così pieno di gente. certo è gente legata a dei collari ma è pur sempre gente. i cani si salutano alzandosi i cappelli e facendosi ampi gesti di cortesia ed educazione, nessuno mi nota per fortuna. Continuo a seguire i segnali intermittenti che non so dove, ma sono sicuro che da qualche parte mi porteranno.

    Trovare sempre modi nuovi per Sconsolarsi.

    Mi chiedo come sarebbe stato se avessi sognato di più, se avessi deciso di recidere la ragione dalla mia testa e avessi vissuto di sogni irrazionali e di equilibri precari a cavallo di fili dell’alta tensione, forse adesso questo cammino inquieto verso non so dove mi sarebbe parso persino divertente seguire delle frecce del tutto improbabili in un posto che non ha ne capo ne coda e sembra girare su stesso per riempire di democratica alternanza sia il cielo sia il pavimento.

    Girare su se stessi mentre si cammina è una sensazione intensa, quasi ti viene il sangue alla testa, ma tanto di sangue non credo di averne più molto a quest’ora sarà stato tutto travasato in delle sacche sterili e dato a chi ovviamente ne ha più bisogno di me.

    L’arte di buttarmi giù. è curioso la applico pure quando non capisco dove è giù e dove è su. Tre secondi fa avevo i piedi su quello che adesso è il cielo, difatti se guardo bene il cielo ha le mie impronte, ma tra pochi metri il cielo ridiventerà pavimento, e questa spirale non accenna a finire, ho un po’ di nausea.

    Ho sempre avuto paura di prendere una decisione perché stupido come sono avrei sicuramente scelto quella sbagliata, salvo poi pentirmene. E allora ho deciso di non decidere: tirare avanti  più che potevo, più che riuscivo, a volte non decidevo niente. Decidevo solo di alzarmi e poi poco altro. Il resto era inerzia, l’inerzia di una discesa ne ripida ne pericolosa, ma con quella pendenza necessaria a farti scivolare inesorabilmente verso il vuoto pneumatico del tuo essere così indolente e così stupido da morire per un proiettile vagante.

  • Intro: Un viaggio fiabesco che regala allegria e risate e soprattutto una sana volontà di condividere esperienze ed emozioni
    Come comincia: Dopo il bosco mi rimangono ancora molti sogni da realizzare. So che succederà prima o poi, ma intanto mi porto avanti, vedo cosa riesco a fare.
    Il viaggio è ripreso.
    Io dormicchio, dormicchio nel senso che sto con gli occhi chiusi, ma la testa è sempre vigile, pronta a cogliere tutti i movimenti della cara Camomì….. povera barchetta, gliene stiamo facendo fare di strada e stavolta poi…. Lunghissimo viaggio.
    Dai monti del Friuli, in una sola notte ed in barca a vela, arriviamo sulle coste dell’Africa.
    L’Egitto…. Un altro dei miei sogni….
    Anche in questa occasione il mio compagno di viaggio ne’ dovrà sopportare delle belle…..
    Tanto per cominciare il caldo…. Lui è un “nordico” mica come me…. Lui ama il freddo delle sue montagne e dove lo porto io? Praticamente all’equatore.
    Ma sopporterà…. Ormai ci è abituato alle stravaganze della sorella.
    Il paesaggio che ci appare davanti agli occhi è indescrivibile… l’impressione che suscita addirittura devastante.
    Vicino alle Piramidi mi sembra veramente di essere un puntino…. Anche mio fratello, un omone, sparisce al loro cospetto. E la Sfinge???? Ne vogliamo parlare???
    Insisto ed alla fine entriamo…. Il buio…. è tutto un mistero, sono mille le sensazioni che mi avvolgono e contemporaneamente sconvolgono la mia mente ed i miei sensi.
    Sono ammutolita, il Jolly mi si avvicina ancora di più, mi da due colpetti sulla spalla ed in un orecchio mi sussurra: ““Sorellì, se savevo che te gaveria fato 'sto efeto te gaveria portada prima!!!!!!"
    Tutto quanto ci circonda mi porta in un mondo sempre immaginato, sognato, ma ora incredibilmente reale.
    “Gigante, da oggi diventi un nanerottolo, sappilo, ed io, conseguentemente, una pulce…., ma lo vedi???? Ma lo vedi che meraviglia…..”
    Solo questa breve frase, poi il silenzio torna ad impadronirsi di me ….. sono irriconoscibile, quasi trasfigurata, non sembro neppure io, sono incantata… ho lo sguardo sognante ed il cuore in tumulto!!!
    Non esiste più nulla intorno…. Solo quella magnificenza….
    Un tuffo nella storia ad immaginare la vita dei Faraoni!! Chi lo sa…. Forse in un’altra vita sono appartenuta a questo popolo, ero una di loro…. È troppo il fascino che esercitano su di me questi posti…..
    Sono passate delle ore ed il mio compagno di viaggio, lentamente, mi porta verso l’uscita, per farmi ritrovare il contatto con la realtà, probabilmente anche lui stupito dalla mia reazione, ma non certamente meno coinvolto dalla bellezza di quanto ci circonda.
    Ma “camomì”, la sorella non la barca, tranquilla riesce a rimanere per poco, non è proprio possibile farmi trovare pace: “Fratelloneeeee, lo sai vero ora cosa facciamo?????? Cammelli!!!!!”
    Lo sguardo che mi rivolge è tutto un programma…. Stavolta sto veramente rischiando grosso….
    “Senti, tesoruccio caro, sei tu quella che mi ha detto di non essere mai salita su di un cavallo o sbaglio? Sei tu quella che ha paura di cadere anche da una staccionata o sbaglio? Sei tu quella che mi ha mandato ai matti perché eravamo troppo vicini ad un burrone e ti girava la testa o sbaglio???? Mi spieghi, per favore, dove sono finite le tue paure????”
    “Ahi ahi ahi, ma come, non lo hai sentito???? Il cammello mi ha chiamata da parte e mi ha detto che deve farci vedere dei posti bellissimi, pieni di poesia, quelli che piacciono tanto a noi!!!! Guarda: ho portato la bacchetta magica, la paura la mando via con questa….”.
    Sto dipingendo questo mio compagno di viaggio come un rompiscatole, ma in realtà sono io che lo esaspero: lui è anche più sognatore e matto di me….. ma come si dice, a tutto c’è un limite ed a me capita spesso di oltrepassarlo.
    E poi sono diversi gli approcci! Mi spiego meglio: a tutti e due piace viaggiare, confrontarci con nuovi mondi e nuove culture, ci piace parlare, scrivere, giocare, prenderci in giro, ma lo facciamo in modo diverso l'uno dall'altra, per mille ragioni, non ultima il nostro passato e la nostra città di origine.
    Tornando all’escursione, salgo sul cammello sotto lo sguardo vigile del mio fratellone, pronto a prendermi al volo in caso di fragorosa caduta non del tutto imprevista ed inattesa.
    È proprio un tesoro, non c’è che dire!!!
    Partiamo, io, mio fratello ed i cammelli: sono loro a condurci per quel paesaggio incantato. Loro ne conoscono ogni sfumatura e vogliono farcela gustare. Ed accipicchia se ce la gustiamo….. posti indescrivibili, da vedere e basta, non ci sono parole adatte a descriverli.
    Vedo il mio Jolly chinarsi verso il suo “destriero” e sussurrargli qualcosa nell’orecchio!!!
    “Non ci provare sai…… che hai in mente? Che gli hai detto???? Guarda che passi un guaio!!!”
    Ridacchia il mio fratellone e non mi piace….. ne sta organizzando una delle sue….
    Sono talmente preoccupata da quello che mi sta per capitare da non accorgermi che, improvvisamente, il paesaggio è cambiato….. siamo sulle sponde del Nilo, ma la cosa sorprendente è che c’è “camomì” ad attenderci…..
    Risaliamo il Fiume, sono appagata, felice, soddisfatta ed incredibilmente grata all’uomo che mi siede di fronte e che ha reso tutto questo possibile.
    Ma è un attimo…. Il Jolly si alza, mi viene vicino e….. “ecco, ora mi abbraccia, si è accorto di quanto sto bene e vuole condividere con me questo momento!!!!”
    “Sogna, Simo, sogna….” mi sussurra in un orecchio “….. ma in acqua!!!!!!”
    devo spiegare cosa sia successo??? Non credo.
    Un giorno il caro Jolly mi spiegherà perché si diverte tanto a vedermi in acqua…. Per il momento mi tocca subire.
    Anche quest’avventura è finita, lasciandomi un incredibile senso di pace dentro.
    So che le descrizioni non sono sufficientemente efficaci, ma non è facile spiegare quello che si conosce solo per sentito dire o per averlo visto in foto.
    So che, un giorno, in quei posti andrò sul serio e che quelle emozioni saranno reali, ma sono altrettanto convinta che nulla ci sarà di diverso nelle sensazioni che mi susciteranno.

  • 04 ottobre 2012 alle ore 6:46
    Bartali o Coppi?
    Intro: Miti di un tempo che fu.
    Come comincia: Era la parola d’ordine di noi ragazzi del ’38. Era una divisione somatica e spirituale, un enigma da scoprire, prima di essere ammessi a una qualsiasi amicizia. Guai a barare, si rischiava una punizione corporale. I media, allora, erano tenui e non invasivi, lasciavano posto alla fantasia. Le persone le si potevano immaginare, completando un ritaglio di giornale della Gazzetta dello Sport. Molti di noi hanno scalato lo Stelvio e il Pordoi con Fausto al solo lontano suono della voce del cronista sportivo, che si diffondeva giù nel cortile, dove si giocava. Chi aveva una famiglia agiata poteva vederlo, una settimana dopo, al cinema, nella Settimana INCOM, un cinegiornale dell’epoca, che precedeva la proiezione del film. Sequenze di pochi minuti, indimenticabili. Vedo ancora il suo volto, magro, aspro di contadino del pavese, il suo corpo teso ad arco sulla bicicletta Bianchi (un altro dei nostri sogni!), una pedalata sciolta, ritmata da una forza fisica più interiore che muscolare. Non aveva il dono della parola. Mi deludeva sempre quando sentivo qualche sua intervista. Persona semplice, schiva, timida. Lo aspettammo un anno sul Passo della Scoffera, vicino a Genova. Era la scampagnata consueta del Giro d’Italia. Ci si arrampicava sul crinale boscoso della strada tortuosa. La carovana del Giro era il primo grande spettacolo.  Dalle macchine lanciavano prodotti reclame delle case rappresentate.  Piccoli dentifrici, cappellini da ciclista, caramelle della Fidas con le figurine dei ciclisti. Poi la pausa delle auto, dava posto alle “staffette del giro”, motociclisti della Stradale che annunciavano, con le sirene, l’arrivo dei corridori. Un protendersi di corpi verso la strada, un vociare.- “ Eccolo! Lo vedi? E’ nel gruppetto di testa!  L’hai visto? Era circondato dai gregari!”- Il sibilo dei raggi, il fruscio delle pedalate, il cuore che salta, lo sguardo che lo cerca. –“ L’hai visto? “ Qualcuno mi chiede. Forse.. non so.. mi sembra. Non ne sono sicuro. E' stato così repentino,quasi un lampo.

  • 02 ottobre 2012 alle ore 23:37
    Jolène e Maribel
    Intro: Racconto dal contenuto forte. Per "La settimana delle Donne"
    Come comincia: Era uno schifo di posto. Ma era il loro posto segreto. Visitato dai ratti, belli grossi che sembravano linci e poi i rugginosi binari della ferrovia appena oltre il canale artificiale, dove se riuscivi a vedere il fondo, voleva dire che ti ci stavi ammazzando. Eppure là sono nate le più belle avventure, create dalle libere immaginazioni di due amiche, due giovani ragazzine non ancora entrate nel pieno dell'adolescenza. I ratti diventavano possenti unicorni, i treni portavano giovani esultanti verso splendidi orizzonti e il canale si faceva teatro di incredibili battaglie marine. Poi si ritornava alla realtà. La realtà era una merda. Loro lo sapevano, ma non potevano farci niente. Si erano legate come amiche del cuore, col patto di sangue, Maribel si era presa anche un'infezione, era stata male una settimana mentre Jolène aveva avuto la fortuna di avere del disinfettante in casa, scaduto, ma ancora efficiente. Maribel era figlia di un'immigrata irregolare e stava sempre fuori casa, quando mamma doveva lavorare. "Lavorava" in casa, ogni tanto riceveva degli uomini e Maribel dal cortile sul retro li vedeva entrare, stare dai dieci ai venti minuti ed uscire, qualcuno arrabbiato, altri invece erano più svelti dei topi di fogna nel dileguarsi. Jolène invece stava sempre in casa perché suo padre era spesso in centro città. Lavorava per modo di dire, tornava sbronzo, si portava delle videocassette porno prestate da Larry, l'unico uomo di cui conosceva il nome oltre a quello di suo padre e ne riconosceva la puzza di vestiti sporchi e unti. Capitò per sbaglio che Larry consegnò a suo padre una videocassetta su dei conigli bianchi, che correvano in un cortile. Jolène l'aveva vista e la volle tenere. L'unico regalo che il padre gli avesse fatto. Un altro hobby del padre erano le pillole. Ne aveva in quantità e qualità diverse e poi fumava delle sigarette che puzzavano così tanto che a Jolène girava la testa e per quello si fiondava in cortile, dove aveva conosciuto Maribel. Maribel aveva una madre, Jolène aveva un padre e pure uno “zio” squinternato a quanto pare. La famiglia perfetta. La vera madre Jolène era scappata via, per fuggire da un marito disoccupato che riversava le sue frustazioni sulla moglie, a volte con la cinghia dei pantaloni, altre volte con un bastone o qualsiasi altro oggetto fracassabile. La mamma di Jolène era scappata da sola e sapendo che lui l'avrebbe cercata dappertutto se si fosse portata via la figlia l'aveva abbandonata a lui, sperando che almeno con lei avesse più pietà. Aveva visto quasi giusto, infatti non la picchiava, gli ordinava solo di fargli da mangiare, gli diceva che gli faceva schifo tutto, usciva di casa e tornava solo più sbronzo di prima, si impasticcava, si fumava una sua sigaretta modificata, come diceva lui, per poi crollare davanti ad un film porno seduto sulla poltrona. La solita routine. Maribel e Jolène quindi trascorrevano un pò di ore spensierate, lontane da tutti, lontane da tutto. Un auto lussuosa sbucò in quell'angolo di periferia. Una macchina che non si vedeva in giro, nemmeno nelle riviste. Scesero uno sui quaranta, l'autista e l'altro molto più vecchio, vestito come l'omino del monopoli, con tanto di baffoni bianchi. Entrarono in casa di Maribel, che quel giorno però rimase dentro, Passò una settimana prima che le due amiche si rincontrassero nel loro posto segreto. Jolène era contenta di rivederla, ma Maribel sembrava fredda e distaccata. Non si fece abbracciare, si sedette solo sul blocco di cemento davanti al canale. Fissò a lungo l'acqua e poi incominciò a piangere. Solo dopo qualche minuto Jolène riuscì ad avvicinarsi a lei e quest'ultima si lasciò finalmente abbracciare. Tra i singhiozzi Maribel le disse soltanto "Mia mamma ha detto che sono diventata una donna adesso...". Le cose erano cambiate tra loro. Maribel ogni tanto obbligata a rimanere a casa con sua madre a lavorare e Jolène passava allora le sue giornate rivedendo il video dei conigli fino a quando non ritornava suo padre. Un giorno Larry chiamò suo padre per un lavoro in città. Era solo una scusa banale per passargli un po’ di roba nuova e una videocassetta, che Larry assicurava, aveva dentro di tutto, l'inimmaginabile, donne, animali, donne con teste di animali e porcate del genere, tutta roba molto forte. Riuscì a tornare a casa solo il diavolo sapeva come, ubriaco fradicio e fatto. Aveva solo in mente di vedersi quella merda e di continuare a impasticcarsi. Jolène non aveva fatto in tempo a togliere la cassetta dal videoregistratore, e allora lui andò su tutte le furie. Prese un canale a caso e ci registrò sopra una sfilza di televendite noiose. Mandò Jolène in camera sua e le proibì di uscirne. Poi barcollando, mise la sua cassetta e iniziò la visione. Quello che vide era oltre il suo perverso immaginario pornografico. Una donna con la testa di un pupazzo di coniglio si spalmava addosso un liquido rosso e denso. Poi si vedevano pitoni, donne legate al letto e cosparse di scarafaggi. Un uomo entrava nella stanza e picchiava la donna di turno, poi la scena cambiava ancora ed un altro fingendosi il padre della donna del video, le somministrava un sonnifero e abusava di lei nel sonno. Tutto il video bombardato da una musica tecno incessante. Non poteva credere ai suoi occhi, scene ancora più raccapriccianti, e lui riavvolgeva il nastro e riguardava, riguardava i vari pezzi, due, tre, quattro volte ed ogni volta che ricominciava si impasticcava o beveva del whisky direttamente dalla bottiglia. Larry questa volta aveva fatto centro. Ma una scena aveva fatto scattare la molla sbagliata nella testa di quel padre degenerato. Così, dopo anni, si mise ai fornelli e preparò un brodo, un lurido brodo dove cominciò a buttarci dentro pillole, farle sciogliere bene ed aggiungere ancora pillole. Poi chiamò Jolène in cucina e le disse, con parole dolci, che gli dispiaceva di averla sgridata e di averle cancellato la cassetta. Jolène guardava quel piatto fondo con il brodo. Sembrava il canale artificiale, aveva lo stesso colore. Poi il padre gli porse il cucchiaio, la invitò a mangiare tutto il brodo e gli promise che avrebbe chiesto a Larry una copia di quel video dei conigli, per farsi perdonare. Jolène a quelle parole non poté far altro che fidarsi. Tornò a vedersi il video per caricarsi ancora e dopo qualche minuto sentì un tonfo dalla cucina. Segno che Jolène era partita per un profondo sonno, L'aguzzino di padre allora si avvicinò a lei e le prese il braccio. Per la prima volta provò paura. Non sentiva più il polso della figlia. Indietreggiò a bocca aperta, stordito dalle droghe che aveva preso cominciò a vedere conigli bianchi sbucare da ogni dove. Lanciò un urlo e solo dopo minuti si rese conto di aver perso il controllo su tutto. Prese il corpo leggero di Jolène e lo ripose sul letto in camera sua. Gettò via il brodo restante e mise delle pastiglie in mano alla povera piccola, ed altre sul comodino. Poi prese il telefono e chiamò un'ambulanza. Maribel scesa nel cortile vedeva solo le luci azzurre lampeggiare sulle case diroccate. Dei poliziotti portavano via in manette il padre a cui non credettero sin da subito all'ipotesi del suicidio di Jolène. Maribel vide una lettiga con un corpo coperto salire sull'ambulanza. Nel frattempo la madre di Maribel ci pensò due volte ad affacciarsi alla finestra per non farsi vedere dagli agenti e si chiuse bene in casa. Maribel ora sola, si recò per un ultima volta nel loro posto segreto. Fissava il fondo del canale artificiale e cominciò a domandarsi se nella sua profondità avrebbe rivisto l’amica Jolène e vi si lanciò per cercarla.

  • 01 ottobre 2012 alle ore 23:41
    I limoni
    Intro: Il mio contributo alla rassegna sulle donne.
    Una storia vera. La protagonista era mia vicina di casa negli anni Sessanta.
    Come comincia: Caro,
    ti scrivo questa lettera perché ho dimenticato di comprare i limoni.
    Lo so, ho sbagliato e mi sento in colpa. Sono una donna distratta, sbadata, inadeguata. So bene quanto ti piace condire le sogliole lesse con olio e limone e un ciuffo di prezzemolo.  È il tuo piatto preferito. È il piatto con cui ti ho conquistato.

    Quella volta a cena a casa mia, ti preparai gli spaghetti con le vongole. Un po’ rosati, con qualche pomodorino. Non ti piacquero. Li avresti preferiti in bianco mi dicesti. Ne fui molto delusa. Avevo paura di non compiacerti. Neanche il vino apprezzasti, era un Fiano d’Avellino, ma non abbastanza freddo. Mi rimproverasti, non poco. Fosti molto duro, avevo  le lacrime agli occhi. Poi, quando ormai mi sentivo sconfitta e credevo che non ti saresti mai avvicinato a me, ti servii le sogliole lesse, condite con olio e limone. Era un piatto semplice, ma tu ne fosti entusiasta. Mi dicesti che una donna che cucina un piatto così, bisognava sposarla. Ed infatti ci sposammo.

    Abbiamo passato anni sereni, non felici, ma sereni. Una vita tranquilla. Tu a lavorare io a badare alla casa e a cucinare  per te. Poi tre anni fa, per la prima volta, dimenticai di comprare i limoni. E allora ci fu la prima scenata. Quante me ne dicesti. Restammo dieci giorni senza parlarci. Poi lentamente la nostra vita tornò come prima, fino a quando non avvenne di nuovo. Dimenticai di comprare i limoni. Non voglio nemmeno ricordare quello che accadde. Una tragedia. Furono insulti duri, che non ti avevo mai sentito pronunciare, nemmeno sull’autostrada in coda a ferragosto. Da allora nulla è stato più come prima. Perché altre volte ancora, sempre più spesso, ho dimenticato di comprare i limoni.

    Eppure questa mattina, come ogni venerdì, sono arrivata a piedi, fino al mercatino di Antignano, da Gigino, il mio pescivendolo di fiducia, ex pescatore di Pozzuoli. Lui ha le sogliole più buone di tutta la città, ancora vive le vende. E poi, con me è particolarmente gentile. Ho speso pure quindici euro: due sogliole. Forse non potremmo nemmeno permettercele. Ma so che le ami. Che aspetti il venerdì tutta la settimana, e questo è per te il giorno più bello. E ti assicuro che, dopo aver comprato  la frutta, ho chiesto un bel mazzetto di prezzemolo, fresco, verde, profumato e ti giuro che mentre lo tenevo tra le mani pensavo a te.  Eppure, non so perché, ho dimenticato di comprare i limoni.
    So quanto la cosa ti faccia arrabbiare, anzi andare in bestia. Diventi una furia, diventi violento e ti scagli contro di me.
    Già immagino la tragica scena, che si ripete da tre anni troppe volte. Entri in casa con forza,  chiudi con violenza  la porta d’ingresso ( trascurando che la nostra vicina di casa, la signora Salvati, ha novant’anni e il cuore debole ed ogni volta che sbatti la porta le viene un colpo) ti dirigi lento verso la cucina, annusando l’aria, senza neanche togliere il soprabito e il cappello, senza posare la borsa, con le chiavi di casa ancora in mano. È l’odore delle sogliole a guidarti. E poi finalmente in cucina, con il viso allegro, alzi il coprivivande e senza nemmeno salutarmi, ti fermi col braccio a mezz’aria e con le labbra strette e lo sguardo cattivo, mi guardi deluso ed arrabbiato e mi urli: ancora una volta hai dimenticato di comprare i limoni. Quello è per me il momento più difficile: sento che mi manca l’aria, sento il pavimento sprofondare, le mani tremare e quasi la vista mi si annebbia. Perché mi aspetta la tua scenata. Di solito sbatti i pugni contro il muro, senza pensare che quel muro confina con la signora Salvati, di novant’anni, debole di cuore e che prima o poi ci resta, sotto i tuoi colpi. Poi togli furioso soprabito e cappello e li lasci cadere a terra e infine lanci la borsa contro il televisore. Minacci schiaffi e botte; mi appelli con epiteti irripetibili e come sempre, infine, mi ordini la cosa per me più umiliante: andare a chiedere alla nostra vicina novantenne, in prestito, un limone. Non c’è niente che mi fa soffrire di più, che chiedere alla maledetta signora Salvati in prestito un limone. Lei è una donna saccente, dispettosa e pettegola e poi va a raccontare al tutto il condominio delle tue scenate. Inoltre mi odia, perché la mattina, quando sbrigo le faccende di casa, metto sempre la radio ad alto volume, sintonizzata su  Italiacentosei  dove trasmettono le canzoni di Jovanotti e lei lo odia e vorrebbe ascoltare Mario Merola, oppure i neo-melodici. E allora lei sbatte con la scopa contro la parete, per farmi abbassare il volume o cambiare trasmittente e sintonizzarmi su radio Forza Azzurri. Ma io faccio finta di niente e continuo ad ascoltare Jovanotti e allora lei suona il campanello della porta, ma io la ignoro e mi metto a cantare: “A te che sei, semplicemente sei”. Allora sento che lei urla sul pianerottolo: “Scetateve guagliune e’ malavita”e poi si ritira sconfitta  sbattendo la porta.
    Quando tu mi costringi a suonare alla porta della signora Salvati, la cosa che più mi umilia è che la perfida vicina apre subito la porta con un limone in mano, perché già sa che dopo i pugni contro il suo muro, io andrò  da lei, a capo chino, col viso disfatto e rigato di lacrime per chiederle il solito limone. Trionfante me lo darà, col solito sorriso beffardo e aggiungerà: “Questo è l’ultimo, lo avevo messo da parte per lei, si figuri che ho rinunciato a condirci i broccoli. Ma non voglio rovinare la pace familiare” e poi conclude con la solita frase: “Gli uomini si prendono per la gola se lo ricordi”.
    Ma oggi tutto ciò non accadrà, perché non mi troverai. Ti lascio le sogliole lesse e pulite; ti lascio la bottiglia d’olio a portata di mano sul tavolo; ti lascio il prezzemolo lavato e già tritato. Insomma ti lascio.
    A proposito, se vuoi il limone, chiedi a quell’arpia della signora Salvati. Però fai attenzione a non dare troppi pugni contro il muro, perché lei è debole di cuore, potrebbe venirle un colpo. Come faresti poi?
    Me ne vado, perchè una donna che dimentica troppo spesso di comprare i limoni, molto probabilmente, non ama più.

  • Come comincia: - Bentornata!
    - Ma questa volta, maestro, io non sono mai and…
    - Questa volta, si!
    - Forse capisco cosa intendi, maestro.
    - Allora?
    - E’ come… un viaggio…
    - Si?
    - E’ come un viaggio di arrivo alla Mecca, maestro. Dopo ti domandi quale altro traguardo dovrebbe seguire, ma nessuna delle possibili mete pare contemplare gli stessi splendori dei palazzi che stai ammirando colà…
    - Quindi?
    - Quindi  ti chiedi, maestro, se valga la pena programmare nuove visite, prenotare altri biglietti…
    - E ne vale la pena?
    - Non seguendo gli stessi criteri di giudizio di prima…
    - Concordo! Se ti par di essere sulla cima della più alta montagna, l’unico modo per alzare la prospettiva sarebbe…
    - Volare, maestro! Ma io non ho le ali…
    - Però hai due gambe…
    - Per andare dove, maestro?
    - Scendere?
    - Temevo lo avresti detto. Anzi, ti ho anticipato…
    - L’ho intuito quando sei entrata…
    - “Bentornata!”… adesso comprendo meglio, maestro.
    - Perciò?
    - Perciò bisogna cambiare...
    - Per rinascere?
    - Per continuare, maestro. Per vivere. Per imparare…
    - Belle parole. Ma domani?
    - Lo so domani potrei scordarle ad ogni angolo di strada…
    - Così ti sembrerà…
    - Così sarà, maestro. Mi conosco bene.
    - Dimentichi la fatica che ti aiuterà a ricordare…
    - Quale fatica, maestro? Quella del vivere?
    - Pure. Ma soprattutto l’altra…
    - L’altra?
    - La fatica di scendere da quell’alta montagna…
    - Non capisco…
    - Non penserai che scendere sia meno faticoso di salire? Per certi versi sarà peggio: ci saranno burroni accidentati, mulattiere irte e abbandonate, passi difficili, notti all’addiaccio, rumori strani nella notte…
    - Non credi di esagerare, maestro?
    - Non penso. Non se la montagna era davvero alta quanto ti pare che fosse. Se si trattava di coccuzzolo invece…
    - La tua ironia fa male, maestro mio caro.
    - Però aiuta. E comunque…
    - Comunque cosa, maestro?
    - Pensa alla gioia di quando toccherai terra….
    - Be’ lo ammetto…
    - Finalmente poter decidere quale strada prendere, finalmente poter scegliere quale cocuzzolo accidentato…
    - ….salire! Mi è tutto chiaro, maestro: grazie!

  • 28 ottobre 2011 alle ore 14:10
    Sgrano il melograno
    Come comincia: Occhi del mare,  pesci grigi e lucenti, meduse, ricci e polipi. Il mare pieno che chiude un universo segreto, trasparenza di fondali, coralli rossi, e tu. Alghe, fiumi di melma e un luccio con la bocca aperta. Uccio.. Uccio.
    Che mangia. Si nutre di minuscoli insetti, vorace e famelico. E tu.
    Medusa, svolazzante e leggera appari rosata tra le acque, trasparente e tonda, perfetta, ti seguirei nel tuo pellegrinaggio. Ahi.. Ahi.
    E tu. Piccolo, erede di Atlantide che sai da prima. Il ricordo invade la tua vita di oggi e non è speciale. Intrecciamo fili colorati, arancione, giallo, rosso. Un drago? Setosi e lucenti, formiamo una ruota e afferriamo le pietre calcaree.. grande, medio, piccolo.
    Ancestrali vicissitudini di uomini antichi arrivano attraverso la tua testimonianza, il tuo indice indica ogni figura, ogni situazione che si ripete. Attenti a voltare pagina, saltiamo coccinelle e prati per incantarci davanti alle anatre che si bagnano e starnazzano. E tu e io.
    Raccogliamo erbe per loro e spazzoliamo gli asini. Si. Con la testa.
    Il libro dei pesci rimane sul tavolo. Patatine bianche e profumate per merenda e scarpe infangate.
    Corriamo. Strappi bulbi dal terreno, fiori gialli a terra, salvia sulle labbra stritolata dalle dita e dai denti, un rametto esile e striminzito è “lisca” di pesce. Verde.
    Sorridi e non mi spingi più. Ti abbraccio e rientriamo. Fa freddo.
    So molto di te ora, più che di altri. La tua verità, schietta, non mi spaventa.
    Alla faccia della razionalità e della tua condizione, io voglio saperne di più. Voglio esplorare, voglio arrivarci. Portami con te, fammi entrare nel tuo silenzio, nelle tue delicate mezze parole, toccami le mani per afferrare la mia attenzione.
    Trascinami, spalanca la porta, fa si che io corra, che salti i gradini, sudata e con i capelli scompigliati dal vento.
    Apri l’armadio e infila il portapenne, così, tanto per fare, perché te l’ho chiesto. Con me puoi. Non ti costringerò a rimanere qui, verrò io da te e ascolterò tutto ciò che vorrai, rumori e sapori, storie antiche e popoli sconosciuti, irreali. Giusti.
    Nuoterò, mi immergerò, pescherò e farò fatica. Sarò amica di chi vorrai e avrò oro colato per lacrime, giungerò fino al colosso e rimarrò esterrefatta dal simbolo della sua onnipotenza. Mi alzerò fiera e dritta. Proseguirò dietro a te e alzerò gli occhi. Tu sarai pronto e aprirai la tua conoscenza a me. Chi sarò mai? La tua musa, la tua giovane creatura da plasmare a tua immagine? E sia..
    Non vi sono certezze, ne prove, nulla da confutare. Tu sei un uomo del mare, lo sei stato e il ricordo ti disturba perché qui, ora, sei diverso. Il tuo destino non è quello che volevi, qui ti è impossibile insegnare, mostrare le meraviglie che conosci. Nessuno ti ascolterà, non sono svegli, dormono in un sodalizio di ricchezza e distrazione apatica, fatta di cibo e poltrona. Chiacchiere insulse e schermi piatti. Denaro e creature demoniache, si dice che il male sia stupido. Uccide in maniera ridicola senza poesia. La nascita e la morte hanno una dignità superiore, densa di uniche possibilità . Mentre bevo tutto ciò dalle tue parole, avvampo di calore e vergogna, non per me, oddio non per me, ma perché sento la realtà riversarsi su di me come olio bollente.
    Vorrei impedirmi di guardare attorno, sono per te e tu per me.
    Ho sognato un mostro con un cane. Scodinzolava, la povera bestia, intrecciando con la coda le caviglie del padrone. Egli indossava un cappello nero e occhiali scuri, un mantello e i tacchi delle sue scarpe battevano su di un pavimento marmoreo. Sembrava totalmente indifferente a quelle moine. Era diretto, veloce e più mi allontanavo più sentivo prossimo il suo respiro. Ho deciso di affrontarlo e voltandomi ho udito dei suoni che forse volevano essere parole di ammonimento, urla assurde, prive di significato. Parlava di leggi, regole ferree che conducono la nostra vita, le danno la direzione corretta. Mi chiedo di quale correttezza stesse parlando. La noia luciferina che ci distingue dagli animali?
    Stanchezza, inedia, infinita tristezza. E tu.
    Disegno divino, figlio di Dei dell’amore e della guerra, dell’orgoglio  e della passione.
    Siamo soli. Vittime e potremmo sottometterli tutti.
    Ma in fondo cosa importa, che faremmo di un esercito di sordi, muti e ciechi?
    Che cosa mai potremmo conquistare?
    Il panino Macdonald’s?
    E tu, la tua dieta a base di gallette e salame, uvetta e melograni.
    Ti aiuto? Me ne darai un po’? Di chicchi intendo, rossi e sanguigni. Li succhieremo insieme, avidi di vitamine, acqua e polpa. Usciranno dalla buccia gialla che li contiene e saranno tutti ammucchiati come perle, vicini. Ad uno ad uno li ingoieremo, piano perché ognuno di loro ha il suo senso di esserci, naturale e regalato. Eccoci, sgraniamo ora, mani nelle mani. E tu. Con me.

  • 28 ottobre 2011 alle ore 9:55
    Dal Belvedere
    Intro: Leggi direttamente
    Come comincia: Osservate da quell’altezza, le cose risultavano così mirabilmente chiare e limpide, che le miriadi di minuscole fiammelle affacciate sulla balaustra del Belvedere agitavano estasiate le loro cime sottili riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate.
    Ora tutto risultava così semplice da comprendere, che quasi dubitavano di essere mai esistite prima.
    Quando erano dall’altra parte, imprigionate nei loro carrozzoni senza uscite, avevano tentato tante volte di capire il senso profondo di ciò che riuscivano a malapena a vedere, occhieggiando furtivamente attraverso quelle uniche due strette fessure che si aprivano sul mondo. E quando credevano di essere sul punto di comprendere, la loro vista veniva offuscata da tendaggi variamente trapunti, che distorcevano le immagini colorandole innaturalmente.
    Quando erano dall’altra parte avevano tentato mille volte di ascoltare con attenzione i suoni provenienti dall’esterno, arrampicandosi a fatica lungo due stretti cunicoli che sbucavano proprio sul tetto del carrozzone, benché la difficoltà di arrivare fino alla membrana vibrante al di là della quale si producevano i suoni fosse enorme. Ma il risultato era ogni volta esaltante: i rumori si trasformavano prodigiosamente in voci, melodie, fruscii, sussurri. Quante volte erano state sul punto di averne una percezione nitida, fedele, diretta! Ma sempre il tentativo era miseramente fallito. I suoni si percepivano, ma la comprensione del loro reale significato veniva impedita da ostacoli di ogni sorta e la colpa era dei carrozzoni che ripartivano d’improvviso o d’improvviso svoltavano angoli o imboccavano strade sbagliate, divieti d’accesso, che ingranavano retromarce proprio quando bisognava sostare e sostare a lungo.
    Tante volte avrebbero voluto interrompere per un po’ quel viaggio frenetico, sempre in corsa col tempo verso nuove mete, raggiunte le quali, senza neppure assaporare la gioia del loro raggiungimento, si ripartiva, per arrivare e ripartire di nuovo, senza quiete, riposo, soddisfazione.
    Tante volte, quando erano dall’altra parte, avrebbero voluto fermarsi, parcheggiare in un luogo solitario, per ascoltare la musica del silenzio rotta soltanto dai suoni della natura e in quella pace lasciar correre libero il pensiero o permettergli di riposare in compagnia di se stesso, come un vecchio saggio sul far della sera, quando  ripercorre con la mente le tappe della sua esistenza e ne trae il bilancio, sorridendo bonario sui propri errori e imparando da essi il senso della vita.
    E invece quei diabolici carrozzoni, in cui erano imprigionate, non sostavano mai, sempre on the road, tra faticose salite e ripide discese, a velocità sostenuta su interminabili rettilinei in fondo ai quali, talvolta, un imprevisto incidente di percorso costringeva a difficili riparazioni o a dolorose soste forzate, angosciose, rabbiose, tristi, malinconiche, rassegnate.
    A tutto questo pensavano le migliaia di fiammelle affacciate alla balaustra del Belvedere e sorridevano malinconicamente sulla propria stupidità.
    Ma come avevano fatto a non capire, quando erano dall’altra parte, che prima o poi i motori dei carrozzoni si sarebbero spenti e loro sarebbero uscite da essi senza impedimenti, volando via, accendendosi di luce e riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate?

  • 28 ottobre 2011 alle ore 1:42
    E se arriva il temporale??????
    Intro: Per ridere un po'..... per sognare..... per far diventare bello quello che ci terrorizza!!!!
    Come comincia: Il viaggio continua…. Gian dorme ed io guido, sicura e spavalda come al solito…. Neppure un “bestione” come il camper che sto guidando mi impressiona….
    Improvvisamente il cielo comincia a farsi cupo… sempre più scuro…. Il buio avvolge tutto…. In lontananza lampi squarciano il cielo….
    Si…. un temporale sta avvicinandosi in maniera inequivocabile!
    “Giannnnnnnnn, svegliati….. presto…. .alzati…. devi assolutamentente metterti al volante…. Non puoi di certo pretendere che lo faccia io….. ma lo vedi che sta per succedere???? Forzaaaaaa…. Devo andarmi ad infilare sotto il letto….. di corsa….. prima che inizino i tuoni!!!”
    “Te ga finito de’ ciacolar??? Rivo rivo… con calma…. Il letto è molto basso… attenta quando ti infili sotto o finirai per farti male!!!”
    Ecco fatto, ormai non si impressiona neppure più….. ricordo i primi tempi…. I primi temporali…. Come rideva….. io che provavo a nascondermi ovunque capitasse e lui…. Rideva…. Invece di calmarmi rideva!!!
    Non ha mai capito quanta paura mi facessero i tuoni e sembra continuare a non capirlo….. mi prende in giro!!!
    Va bene, ma io la paura non la controllo e sotto il letto, effettivamente non entro…. Uffa ed ora dove mi nascondo??? Sotto il sedile??? Peggio che andar di notte!!!! In bagno no…. Troppo stretto, mi manca l’aria…. Uffa…. Non so come fare….
    “Fratè….. accostaaaaaa…. Fermati…… mi devo nascondere!!!”
    “Sta buona…. Guarda nello zaino… ci sono i tappi…. Metti quelli!!!”
    “Nooooo…. Mi devo nascondere…. Fermatiiiiii!!!”
    “Ma dai….anche se mi fermo che succede??? Dove pensi di nasconderti??? Non ci sono case, non c’è niente dove tu possa infilarti, se vuoi ti prendi un sacchetto e te lo metti in testa….!”
    “Si, bravo, ti piacerebbe vero??? Così poi stringi e ti liberi di me!!! Povero illuso!!!! Dai, fermati, mi infilo sotto la tua maglia…..”
    “Una pazza…. Ho a che fare con una pazza …. Sono quasi 100 giorni che giro per il mondo fianco a fianco con una pazza furiosa!!!” e ride, come un bambino!!!
    Come mi piace vedere mio fratello che si diverte…. Mi solleva il cuore…. Mi fa stare bene!!!
    Ha accostato… continua a ridere….scende dal camper….. mi viene a prendere dall’altra parte e mi stringe la testa nel suo braccio…. “Ecco fatto strega…. Sei nascosta non vedi e non senti nulla!!!! Tranquilla ora???” mi dice stringendomi con tanto affetto, ma con un po’ troppa forza!!!
    “A bbbello, mollame….. i tuoni so finiti…. Mica me vorrai ammazzà davero???”
    Ricomincia a ridere….. sempre più forte….
    “e bbbasta….. ma guarda te sto broccolo…. Me sta a prenne in giro… mo’ torno sul camper prendo la padella e te faccio passà la voja de’ ride…. Maledu……”
    Mi sono interrotta… quello che sta apparendo davanti agli occhi mi ha mozzato il fiato, ma sul serio!!!
    “Simo, che hai ora??? Perché ti sei ammutolita??? Devo andare io a prendere la padella???”
    “Gi… gia… fra.. non.. rie… gua… ma hai.. io.. “
    “Oddio…. Ora cosa succede??? Quale altro maleficio ci ha colpiti…. Quale parte di mondo abbiamo infastidito? Metti giù quel dito e parlami… dai…. Respira… con me… uno … due … tre … respira!!!”
    Imperterrita…. Dito in alto…. Agito la testa….
    Gian si volta, finalmente, ma mica è colpa mia se ho un fratello capoccione, e rimane, a sua volta, a bocca aperta.
    Un arcobaleno…. Meraviglioso…. Arco completo…. Colori nitidi tutti e sette… splendido e splendente.
    Mi sono ripresa, viceversa, stavolta è Gian a rimanere a bocca aperta ed a non riuscire ad articolare parola.
    “Su su chiudiamo quella boccuccia bella…. Finirai per mangiare tutte le mosche che sono in circolazione…. Dai che abbiamo da fare!!!”
    Lo mollo lì, completamente intontito, torno al camper e porto con me un sacchettino con la poca polverina magica che ci è rimasta…
    “Forza bbello….. ‘namo…. Si va alla caccia del tesoro!!!! Gli gnomi ci daranno sicuramente una mano!!!”
    Si…. ho deciso… voglio trovare il tesoro nascosto… le favole sono il sale della vita…. la fantasia ci libera e ci fa stare bene… la magia ci rende felici.
    Noi abbiamo tutto questo…. Di più…. Io ho mio fratello e mio fratello ha me: non possiamo desiderare di più!!!
    “Simona…. Sei incredibile…. Quest’idea è degna di te… ma come pensi di riuscire a….”
    “E dai…. Non tu…. Da te non mi aspetto questo…. Forza…. Gambe in spalla…. Andiamo…. Un'altra avventura .... ti prego ancora quest’avventura… potrebbe essere l’ultima che affrontiamo insieme!!!”
    Ahhh, dimenticavo, se, guardando un arcobaleno, vi accorgerete di due ombre, un articolo IL, stampato sopra, non vi stupite…. Siamo io e mio fratello…. Stiamo ancora cercando il tesoro!!!

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