username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 01 ottobre 2014 alle ore 15:02
    Lost Highway

    Come comincia: Ho intrapreso un viaggio e non me ne pento, perchè un viaggio è come un libro: un impiego di tempo che viene ripagato con l'esperienza.

    Nel bagaglio a mano ho un maglione marrone, una maglia di pile verde, delle magliette a maniche lunghe, una calzamaia, un cappello, una sciarpa, un quaderno, una penna, una mappa di Amsterdam centro e un beauty case. Nelle tasche dei jeans ho i miei documenti, 300 euro in contanti, un pacchetto di Winston blue e un accendino.
    Ho cambiato la prima banconota da 50 euro acquistando il biglietto per la linea 2, il treno che passa a Central Station. Benchè fossero quasi le 12 e non avevo toccato cibo dalla sera del giorno prima, la vista di olandesi distratti a mangiare panini dolci all'uvetta mi stomacava, anzichè stimolarmi l'appetito.
    Decisi di bermi una spremuta d'arancia per prendere energie, perciò mi fermai nel primo coffee shop che vidi, infrattato in una stretta vietta che si diramava dalla Damrak e univa quest'ultima alla sua parallela interna, la Nieuwendijk.
    Il locale non aveva insegna, solo la scritta "coffee shop" verde spento sopra la porta d'ingresso.
    Dentro era buio, la luce filtrava pochissimo dalla vietta ombreggiata dai palazzi. Tuttavia l'atmosfera era giusta, i miei occhi si erano stancati dell'intenso bagliore del mezzogiorno. Ordinai un'aranciata, un grammo di erba e mezzo di hashish ad un ragazzo di colore che non parlava volentieri, pagai 17 euro e mi addentrai nel locale fino a raggiungere l'angolo più buio e isolato, dal quale, tuttavia, l'ambiente sembrava leggermente meno scuro.
    La poca clientela era costituita per lo più da gente del posto, pochi turisti si intravedevano dalle finestre dell'ingresso proseguire noncuranti dell'insegna verso i negozi della Nieuwendijk.
    Girai una canna di erba (NewYork Diesel) aspettando che l'aranciata, ghiacciata, raggiungesse una temperatura più alta. Sorseggiavo dalla cannuccia e fumavo avidamente, con la testa già annebbiata dal fumo, pesante eppure molto vuota. Non si affollavano pensieri nella mia testa, mi limitavo a guardarmi intorno, a scrutare le facce delle persone (la faccia del negro al bancone era imperscrutabile, una parete di piombo attraverso la quale nemmeno Superman avrebbe visto un cazzo).
    Ad un certo punto, mentre mi apprestavo a scaldare l'hashish di bassa qualità, una ragazza attraverò a fatica l'angusta porticina d'ingresso portando con sè una valigia quasi più grossa di lei.
    Aveva dei pantaloni bianchi che le aderivano perfettamente alle gambe lunghe, il busto appariva più tozzo e meno slanciato, appesantito dai maglioni e dal cappotto, ma lasciava intravedere un seno prosperoso.
    I suoi capelli erano scuri, neri come la pece e belli e lunghi, le conferivano quel fascino che solo le more hanno. Da amante delle donne, alte e basse, rimango sempre colpito dall'aria angelica e dolce che le bionde trasmettono, ma le more, dio, loro sono come diavoli tentatori, passionali e sensuali, irresistibili e così ingannevoli.
    Ammirai le sue linee che con l'immaginazione affioravano da sotto i vestiti invernali e seguii i suoi movimenti con uno sguardo timido, facendo bene attenzione a guardare prontamente da un'altra parte qualora necessario.
    Ordinò un cappuccino e venne dritto verso di me, verso il mio angolo buio e desolato, dal quale si vedeva tutto più chiaro. Nel fondo del locale, accanto alla porta del ripostiglio, c'era spazio per due tavolini, due sgabelli per ogni tavolo e un lungo divanetto che seguiva il perimetro della parete e faceva da ponte tra i due tavolini.
    Io occupavo il tavolino di destra, la mora quello di sinistra. Ci fu un veloce scambio di sguardi seguito da un sorriso dolce e spavaldo di lei (deve sapere di essere bella, non c'è alcun dubbio) e, in risposta, un mio timido cenno con la testa.
    Volevo parlarle, così con una scusa mi lanciai: "Ciao, avresti una cartina da darmi? Devo aver perduto le mie" mentii.
    Lei mi sorrise di nuovo, un sorriso quasi studiato, imparato a memoria e ripetuto allo specchio milioni di volte. Un sorriso fiero di una donna consapevole delle proprie forme e degli uomini.
    "Tieni". Mi porse una cartina e subito continuò: "Come si capisce che sei nuovo.. Qui le cartine sono gratis, le puoi prendere al bancone".
    Lo sapevo bene come funzionava, ma ero certo che lei sapesse benissimo che la storia della cartina era solo una scusa. Abbozzai timidamente un sorriso.
    "Sono un turista, ho ancora con me la valigia. Piuttosto, vedo che ne hai una anche tu.." e il mio sguardo scivolò a terra, dove un grosso trolley blu notte era posato accanto a lei.
    Mi rispose che era appena rientrata da un viaggio in Francia, che era nata ad Atene e che viveva ad Amsterdam da quasi tre anni.
    Perdemmo una buona mezzora a fumare e chiacchierare; io tentavo di essere il più eloquente possibile e lei era molto comprensiva nei confronti del mio inglese improvvisato.
    "Sai già dove passare la notte?" chiese.
    "Pensavo di andare verso l'Amstel, di lì potrò percorrere il canale dirigendomi in periferia. Sono sicuro che troverò qualche pensione o hostello a basso costo".
    Mi guardò con aria soddisfatta, come se stesse aspettando proprio quella risposta, poi rispose: "Perchè non scendiamo insieme fino a piazza Dam, mangiamo qualcosa e poi ci dividiamo?".
    Accettai.

    "Come ti chiami?" chiesi appena uscimmo dal coffee shop. "Aurora".

    Mangiammo in un ristorante di carne argentina dietro il Palazzo reale De Dam, a pochi metri di distanza dal Magna Plaza, sulla sinistra, e ancora più vicini al museo delle cere, sulla destra. Ci demmo appuntamento per il giorno seguente, stesso ristorante, 12.30.
    Non mi restava altro da fare se non andare in cerca di qualche ostello economico e, mentre camminavo trainando la valigia dietro di me, cominciai a pensare all'incredibile incontro.
    Stavo passeggiando a testa alta, fiero, mi sentivo uomo come non mai.
    Raggiunto l'Amstel percorsi la riva est verso sud, dopo non molto trovai un bed&breakfast adatto a me.
    Pagai per tre notti, 90 euro totali, tasse comprese, colazioni comprese, bevande calde ad ogni ora comprese. Mi sistemai in una stanzetta al terzo piano, letto ad una piazza e mezzo sistemato di fronte ad una grossa finestra bianca, vista sul fiume Amstel.
    Il materasso era duro al punto giusto e, con una canna di erba in bocca, mi stesi pensando ad Aurora.
    Strano nome per una greca.
    Mi svegliai dopo un ora e mezzo, le palpebre pesanti avevano bisogno di una rinfrescata per aprirsi del tutto. Andai in bagno, cagai, feci una doccia e per tutto il tempo pensai a quella bellissima ragazza mora, dalle gambe lunghe e il sorriso trascinante.
    Quel pensiero dolce mi attraversò l'anima e mentre mi chiedevo se fossi diventato vittima dell'amore a prima vista, decisi di andare a sfogare le mie passioni e frustrazioni al quartiere a luci rosse.
    Eccolo lì, il Red Light District.

    Dovevano essere le dieci di sera e io mi trovavo di fronte al Hash, Marijuana&Hemp Museum.
    Il canale (Oudezijds Achterburgwal) era affollato su entrambi i lati.
    Le vetrine e i locali coloravano di rosso la notte che cresceva sempre di più, mentre l'interno di ogni vetrina, occupato da una o due belle signorine in biancheria intima, si discostava dall'intensità del colore rosso per sfumare sempre più verso un viola pallido.
    Le ragazze fumavano, parlavano al cellulare, lanciavano occhiolini maliziosi ai passanti arrapati e divertiti al tempo stesso, mentre io, che distrattamente passeggiavo volgendo lo sguardo quà e là, presi una banconota da 50 euro ed entrai, senza pensarci troppo, a far visita ad una signorina a caso.
    La prima carina e dagli occhi simpatici che ho trovato. La prima mora carina e simpatica che ho trovato.

    Tornando verso il mio Bed&breakfast mi fermai in un ristorante italiano gestito da una famiglia che, però, non parlava italiano. Ordinai mezzo litro di Heineken, due braciole con accanto una patata al cartoccio. Bevvi la birra, mangiai mezza patata, ordinai un altro mezzo litro (di Amstel, per cambiare) e iniziai a mangiare le braciole.
    Ero stanco e soddisfatto della mia giornata, decisi di andare a riposare e il litro di birra mi provocò una piacevole sensazione di leggerezza e incertezza nelle gambe. Avrei dormito bene quella notte, mi sarei svegliato la mattina presto e sarei andato a cercare lavoro, per poi presentarmi all'appuntamento con Aurora.

    Sono passati dodici giorni dal mio arrivo in città.
    Il lavoro lo trovai già il terzo giorno, da "Mike bike – rent a bike!". Il gestore del negozio, un olandese di nome Vincent, era un biondino simpatico che non aveva più di quaranta anni.
    Il mio lavoro era semplice: Vincent mi passava i numeri delle biciclette che dovevo prendere, io le prendevo nel retro del negozio e le portavo vicino al bancone. Provavo davanti ai clienti che la ruota girasse senza intoppi, che la catena fosse ben oleata e, in fine, che i freni fossero sicuri.
    Raramente capitava qualche problema; in quei casi Vincent mi mandava a prendere un altra bicicletta. Io non riparavo un bel niente, anche perchè non ne ero capace.
    Il negozio si trovava nel punto in cui il Singelgracht si incontra con il Jacob Van Lennepkanaal, non distante da Leidseplein. Avevo il vantaggio di poter utilizzare una bicicletta del negozio, gratis ovviamente, e potevo portarmela a casa quando finivo di lavorare.
    "Mike bike" pagava abbastanza e comunque il bed&breakfast era troppo costoso, perciò andai in un appartamentino al quarto piano sull'Overtoom, quasi alla fine di Vondel Park.
    Ero piuttosto lontano dal centro, ma a lavoro arrivavo in pochi minuti.
    Quasi ogni sera vedevo Aurora, io e lei cenavamo insieme (le prime volte al ristorante, successivamente a casa sua o a casa mia) ci ubriacavamo, facendo l'amore, fumando, passeggiavamo di notte tra i canali, ci ubriacavamo di nuovo cantando per le stradine di periferia, poi rifacendo l'amore, a casa o nascosti dai cespugli nei parchi.
    Quando ero con lei non sentivo freddo, non provavo paure di alcun genere, la vita pesava poco e soprattutto mi emozionavo all'idea che lei provasse lo stesso. Ma non avevamo mai parlato di sentimenti, certo non dopo così poco tempo: sapevo davvero poco di lei, spesso quello che mi diceva non mi convinceva del tutto, come se volesse cancellare una parte del suo passato (o semplicemente nasconderla a me) e, per tutta risposta, lei sapeva ancor meno di me, che non ho mai amato parlare sul serio.
    Tuttavia, poco importava a me, che stavo come non ero mai stato prima: indipendente, libero e in compagnia.
    Non ci addormentavamo mai insieme per risvegliarci al mattino e fare colazione prima di andare a lavoro: ogni volta che ci incontravamo, anche se facevamo tardi, lei insisteva per tornare a casa.
    Diceva che era una questione di abitudine, che sennò non sarebbe riuscita ad andare a lavoro.
    Che lavoro facesse non me lo spiegò, o meglio, non avevo capito bene, ma credevo si trattasse di una specie di impiego in un ufficio, probabilmente come segretaria.
    Aveva una bellissima presenza, non mi stupiva l'idea che qualche notaio la volesse accanto come segretaria personale; sembrava una ragazza molto sveglia e intraprendente, sapeva giocare bene le sue carte.
    Il suo viso era spesso segnato dalle occhiaie, probabilmente non aveva un lavoro rilassante, pensai, guardando le borse pesanti sul quel viso così dolce.
    Mi trovavo bene con lei e ci continuammo a frequentare al punto che mi fece conoscere alcuni suoi amici: per lo più gente bizzarra, le sue amiche erano sempre ubriache o fatte, amavano scherzare molto con gli uomini; mi presentò due amici, una specie di hippy russo, il cui nome non saprei scrivere, e un ragazzo moldavo apparentemente scortese e riservato.
    All'inizio credetti che fossi io il motivo della sua insoddisfazione, poi Aurora mi spiegò (e lo notai da me) che lui era così un po' con tutti.
    Ad ogni modo, non strinsi amicizia con loro, perchè le occasioni non furono molte, tre o quattro.
    Infatti era passato un mese e io, che iniziavo ad avere la mia vita monotona e felice ad Amsterdam, stavo per lasciare quella città.

    Un mercoledì freddo di inizio dicembre, verso mezzogiorno, chiesi a Vincent il permesso di staccare prima dal lavoro. Inventai una scusa non troppo assurda, limitandomi a chiedere il pomeriggio libero per fare delle commissioni.
    Non c'era molto lavoro quei giorni, caratterizzati da maltempo e freddo, un freddo insolito e penetrante fino alle cavità delle ossa.
    Non avevo commissioni da fare, solo la voglia di mangiare qualcosa di caldo e poi, magari, passare un oretta a fumare in qualche locale poco affollato.
    Erano circa le quattro del pomeriggio quando, ben sazio e riscaldato, pronto per affrontare il gelo, uscii nel pomeriggio grigio, guardandomi intorno e vedendo solo grossi ammassi di maglioni sciarpe e cappotti che si muovevano frettolosamente con andamenti più o meno goffi.
    Avevo passato del tempo a fumare hashish al Baba, in Warmoesstraat, e, invece di scendere verso Leidseplein, mi addentrai nel RLD.
    Non avevo intenzione di far visita a quelle graziose signorine, semplicemente volevo allungare un po' la mia passeggiata.
    Senza alcuna intenzione mi divertivo a guardare le prostitute che mi stuzzicavano con ammiccamenti vari, ma i miei appetiti erano più che soddisfatti.
    Molte vetrine erano vuote, solo quella soffice luce viola e opaca faceva finta di riempirle. Le ragazze che fanno il turno di sera sono decisamente più numerose, così come più numerosi sono i passanti. A quell'ora, invece, c'era poco movimento e le ragazze erano visibilmente stanche, in attesa di farsi dare il cambio.
    Il cuore mi balzò in gola e lo stomaco si strinse in una morsa contorta, si attorcigliava e piano piano rimpiccioliva. Per una frazione di secondo riuscii a sentire il sangue scorrere sù dalle dita delle mani, freddo ma indeciso, e, senza sapere come prenderla, rimasi stupito alla vista di Aurora.
    Mi affrettai a raggiungere l'ingresso di un locale di striptease e sesso dal vivo. L'insegna gialla disegnava una banana e il nome del posto, in corsivo, Bananabar.
    Aurora era lì, impassibile, senza vergogna, sopra una specie di marines palestrato e tatuato che glie lo infilava sù per la figa, in bella vista, quel dono così prezioso! La bocca era in procinto di leccare una banana e, ritratta nell'attimo prima dell'atto, formava un sorriso spavaldo sul volto... quel suo sorriso caratteristico e dolce, seducente, da proteggere. Qualcosa che non si è in grado di descrivere.
    La locandina parlava chiaro: lei lavorava lì.

  • 31 ottobre 2013 alle ore 11:34
    Un litigio tra fratello e sorella

    Come comincia: Ho litigato ferocemente con mio fratello, uno di quei litigi che rimangono nella storia.
    Era quasi ora di pranzo, l’acqua per la pasta bolliva, mamma ci ha chiesto se doveva buttare giù i risoni o gli spaghetti. Io volevo gli spaghetti, lui naturalmente voleva i risoni. Odio i risoni. Già amo poco il riso, mangiare addirittura una pasta che ne imiti forma e consistenza è veramente troppo. Ho cercato di spiegargli con tutta la diplomazia di cui sono capace (poca in realtà quando si tratta di lui) che mangiare spaghetti per lui sarebbe stato un sacrificio molto più piccolo di quello che avrei dovuto fare io per mangiare i suoi maledetti risoni. Niente da fare. All’improvviso non poteva più vivere senza mangiare quella schifosissima pasta. Mi sono irrigidita anch’io. Mamma, subodorando l’imminente burrasca, tentava di mediare proponendo un terzo tipo di pasta, i rigatoni. Per me andava bene, ancora tentavo di mostrarmi ragionevole. Ma lui no. O risoni o niente. Allora sono esplosa. Abbiamo cominciato a lanciarci l’un l’altro insulti di ogni tipo, liberando tutto il rancore reciproco che abitualmente teniamo a freno per quieto vivere. Quando Valerio lascia uscire la belva che è in lui, diviene come folle di rabbia, incontrollabile, spaventoso. Appena ho visto che cominciava a tuonare, schiumando quasi bava dalla bocca spalancata nel suo urlo selvaggio, ho valutato per un secondo la situazione, guardandomi intorno. Mamma era già tra noi, pronta a dividerci, papà si intravedeva attraverso la portafinestra della terrazza che si affrettava nella nostra direzione. Zia Assunta e Serena ci guardavano allibite vicino alla tavola apparecchiata con le posate ancora in mano in attesa di essere posizionate accanto ai piatti sulla tovaglia. Potevo abbandonarmi alla mia rabbia.
    Mi sono riempita i polmoni di aria, poi ho aperto la bocca.  Ne è uscito un suono talmente belluino, stridulo, acuto, isterico che ora stento a credere possa essere scaturito dalle mie corde vocali. In quel momento non capivo più niente. Ho urlato, urlato, urlato, fino a farmi dolere la gola, fino a perdere la voce, che al momento è ancora rauca. Attraverso il rosso velo di rabbia che ormai mi accecava, sentivo l’essere infame che mi gridava di volermi ammazzare e vedevo le sue mani protese verso di me, nel vano tentativo di afferrarmi, mentre papà lo teneva fermo con tutto il peso del proprio corpo. Mamma gridava che non ce la faceva più a sopportarci, papà si frapponeva fisicamente tra noi, tentando di mantenere il controllo, zio Saverio, accorso nel frattempo dal giardino, ci guardava a bocca aperta dalla soglia di casa. Quando ho perduto la voce non avevo per questo esaurito il mio odio, così ho optato per una mossa ancora più plateale. Sono fuggita a precipizio attraverso la terrazza della mansarda, ho sceso le scale esterne fino in giardino, mi sono diretta al cancello e sono uscita in strada. Sono scappata per la campagna senza una meta precisa, con il solo scopo di vendicarmi contro i miei genitori per non avermi difeso abbastanza contro quell’animale di mio fratello. Volevo farli  preoccupare a morte.
    Inizialmente ho preso a vagare in direzione delle vigne e dei campi incolti di sterpi che si trovano a ovest della nostra proprietà. Ma faceva un caldo spaventoso, la strada sterrata rifletteva il sole sui ciottoli bianchi di cui è composta abbagliandomi ad ogni passo, mentre i campi  gialli di erba ormai secca completavano la sgradevole sensazione di soffocamento. Inoltre, nella mia foga rabbiosa, non mi ero resa conto di indossare soltanto il pareo sul mio ridotto bikini rosso, ai piedi zoccoletti col tacco, eleganti e femminili, ma poco adatti alle fughe. Così, esaurita in fretta la rabbia, mi sono voltata e sono tornata sui miei passi. Ma non volevo ancora capitolare. Ho aggirato la nostra proprietà e mi sono messa a spiare i movimenti all’interno di essa dal campo incolto dove c’è il fontanile, attraverso la rete verde e la siepe di alloro che dividono i due pezzi di terra. Non ho percepito nessun suono, né alcun movimento. Sembrava tutto immobile e silenzioso, pietrificato nella canicola della più calda ora di sole che potessi scegliere per darmi alla macchia. Cominciavo a pentirmi della mia impulsività che mi aveva spinto a comportarmi in modo tanto stupido, intrappolandomi con le mie stesse mani in una situazione che diventava ogni minuto più intollerabile.
    Ho fiancheggiato la rete fin dove ho trovato un grosso foro al livello del terreno, sicuramente praticato dai cani che da lì vanno e vengono a loro piacimento. Avevo i piedi ormai feriti da una miriade di tagli e taglietti perché, per quanto facessi attenzione nei movimenti, era impossibile evitare di ferirsi con le spine dei rovi che crescono in modo incontrollato in ogni angolo di quel terreno abbandonato. Passando attraverso il buco mi sono anche graffiata una spalla, aggiungendo quel trofeo agli innumerevoli altri collezionati sui piedi. Mi sono tenuta ai margini della proprietà, sono salita in silenzio nel bosco e da lì, dominando dall’alto la casa, ho continuato a spiare i movimenti all’interno di essa. Dopo qualche minuto di apparente silenzio, ho visto mamma uscire sul terrazzo insieme a zia Assunta. Era fuori di sé dalla preoccupazione, era agitata e le stava dicendo che non sapeva più dove cercarmi, ai piani inferiori non c’ero, aveva guardato in ogni angolo polveroso senza trovare la più piccola traccia. Mio padre non si vedeva. Mi ha colto l’improvviso sospetto che fosse uscito con la macchina per cercarmi sulle strade intorno casa. Provavo rimorso per il mio gesto sconsiderato, ma se mi fossi presentata così, in quel momento, avevo paura che la loro arrabbiatura superasse la preoccupazione e mi impartissero qualche memorabile punizione. Ho maledetto cento volte in cuor mio quel neurone impazzito che ogni tanto prende il comando all’interno del mio cervello e mi spinge a commettere gesti tanto idioti quanto insensati. Mi sono rannicchiata tra le felci e i cespugli di asparagina e lì, in posizione fetale, ho cercato di raccogliere le idee per cercare di uscire al meglio dalla penosissima situazione.
    Che potevo fare? Presentarmi in terrazza come niente fosse e aspettare le loro reazioni? Non ne avevo il coraggio. Aspettare nel bosco sperando che mi trovassero rannicchiata e spaurita, suscitando così la loro compassione? Poteva fare effetto a livello psicologico, ma potevano non trovarmi per ore ed io mi sentivo sempre più nervosa e insofferente. Alla fine ho optato per una soluzione più diplomatica. Ho deciso di avvicinare mia cugina Serena e parlare per prima con lei per capire fino a che punto i miei fossero arrabbiati o preoccupati. L’occasione era a portata di mano, lei era sola in giardino, dalle parti della piscina e si aggirava sul prato. Chissà, forse pensava che mi avrebbe vista emergere dalle acque come la Venere del Botticelli! Secondo me faceva finta di girare per empatia con gli altri, in realtà era quella meno agitata, per cui la persona giusta da avvicinare. Le sono arrivata dietro in silenzio, fermandomi in piedi in attesa che mi vedesse: non sono riuscita ad evitare di commettere un ultimo gesto teatrale. Ci ha messo qualche secondo a prendere atto della mia presenza poi si è girata, mi ha vista ed è sobbalzata. Non sono riuscita a reprimere un ghigno di soddisfazione:
    “Valentina, ma dove eri? Qui sono tutti preoccupati a morte, tua madre è distrutta!”
     Ho atteggiato il viso ad una  finta indifferenza e le ho risposto sulla difensiva:
    “Ho fatto una passeggiata, così, per schiarirmi le idee e smaltire l’arrabbiatura.”
    Lei ha scosso la testa e mi ha guardata con rimprovero:
    “Vieni, andiamo su casa.”
    Lo so, mi comporto in modo sciocco a volte. Divento come pazza quando litigo con mio fratello e lui fa lo stesso. Non lo meritavo, eppure quando mi ha vista Ublina è venuta da me, gli occhi rossi e lucidi, il viso come invecchiato dalla preoccupazione. Mi ha chiesto premurosamente come mi sentivo. Cosa avrei dovuto risponderle, mi sento l’ultimo dei vermi sulla faccia della terra? Sì, ma non l’ho fatto. Anzi, ho recitato biecamente la parte dell’offesa fino in fondo, parlandole a malapena e quel poco in modo brusco. Papà era più ombroso, meno propenso a concedermi una tanto rapida assoluzione. Si è limitato a rimanere in silenzio, lo sguardo torvo e severo.
    Perdonatemi mamma e papà, ma il tarlo che mi rode dentro non mi ha permesso di implorare umilmente il vostro perdono! Forse un giorno.

  • 30 ottobre 2013 alle ore 22:30
    Ritratto mio

    Come comincia:  
    Ero entrato quasi di corsa dentro la stanza, e avevo cercato velocemente di osservare tutto quell'ambiente per capire grosso modo in quale zona dell'edificio fossi capitato. Da quanto riuscivo a vedere però, intorno a me praticamente niente sembrava avere la possibilita di aiutarmi: almeno ad una prima occhiata l'arredamento di quel luogo appariva ordinario, come quello di una qualsiasi casa benestante, e gli elementi in giro, pur di una certa raffinatezza, parevano del tutto abituali, sennonché sulla parete principale sembrava come mancasse un quadro: un quadro importante, un grande dipinto, una tela che fino a poco prima sicuramente doveva aver troneggiato al centro di quella vasta sala, un lavoro pittorico rimasto talmente a lungo là appeso per farsi ammirare a fianco del monumentale caminetto, da aver lasciato sul muro bianco, solo un po' ingrigito dal tempo, la sua esatta forma pulita sopra l'intonaco.
    Mi parve strana la scelta di togliere qualcosa da un luogo dove al contrario tutto il resto era stato lasciato perfettamente al proprio posto, così immaginavo un furto da parte di qualcuno che introducendosi là dentro, forse proprio come me, con grande perizia avesse staccato il dipinto dal sostegno per poi portarselo infine chissà dove, magari, per non dare troppo nell’occhio, fingendosi un fattorino oppure un operatore dei traslochi. Più mi guardavo in giro in quell’ambiente quasi familiare e più mi pareva mancasse profondamente quel quadro, quasi come se tutta la stanza fosse stata arredata soltanto in funzione di quello, e cosi ne immaginavo una cornice dorata, assolutamente importante, ed in mezzo il ritratto di qualcuno di cui restare senz’altro impressionati: una figura della quale doversi ricordare quasi per forza, una persona famosa, certamente, un insigne, un vero personaggio di cui conservare esatta memoria sia del volto che dei lineamenti.
    Riuscivo quasi ad immaginare una gran faccia seria, un'espressione magari leggermente appesantita dalle preoccupazioni, forse una persona raffigurata quasi anziana, che in mezzo al suo daffare di vita attiva si era lasciata immortalare da un pittore probabilmente molto noto, un ritrattista famoso, sicuramente tra i più in auge in quel momento. Se ci pensavo bene pareva mi osservasse quel signore, posasse quel suo sguardo inquietante dal centro vuoto del muro proprio su di me, io che ero lì quasi per sbaglio, come se fosse una colpa precisa essere arrivati in quel luogo proprio mentre lui non c'era. Ne sentivo la presenza grave, il silenzioso rimprovero per quella mia sgarbata intromissione, quasi un giudizio senza appello, ma nonostante il quadro non esistesse neanche più in quel suo posto dove aveva troneggiato chissà per quanti anni, non riuscivo a sentirmi a mio agio in nessun modo.
    Indietreggiavo lentamente, come cercando di non dare mai le spalle a quel ritratto o al suo fantasma, e sfiorando la parete di fronte, andavo infine ad appoggiare la mano sulla maniglia della porta. La sentivo debole, arrendevole, e in un attimo mi appariva la
    porta spalancata, senza che ne fossi stato io l’autore. Due facchini allargavano le ante quanto più potevano e lasciavano introdurre un quadro ben coperto. Naturalmente chiedevano scusa per la loro operazione, e infine innalzavano una tela incorniciata e andavano a riappenderla esattamente dove questa era mancante, in quel vuoto che mi aveva quasi fatto venire i brividi, lasciandomi osservare con nettezza che si trattava semplicemente di un paesaggio.

  • 30 ottobre 2013 alle ore 12:19
    Un incontro moooolto romantico

    Come comincia:  
    Non avrò mai più il coraggio di rivolgere la parola ad un ragazzo che non conosco. Non per prima.
    Tutto è perduto. Il castello di sabbia, da me costruito granello su granello in tutte queste settimane e cementato con le lacrime, con i sogni e con i sospiri, si è dissolto all’improvviso, spazzato via da una gelida ondata di indifferenza che mi ha aperto gli occhi lasciandomi svuotata di ogni illusione. Niente era come credevo che fosse. Possibile che tutto sia avvenuto nel mio cervello? Se così fosse, vorrebbe dire che ho completamente smarrito il contatto con la realtà. Tanto ciò che è successo è lontano da quanto sognato.
    Ma veniamo ai fatti. Ieri sera sono stata quasi un’ora al telefono con Elisabetta. Lei sospirava sul suo Nicola (con il quale aveva, se non altro, avuto una breve storia, pur se contrastata dalla lontananza e dai suoi genitori), io sul mio ermetico Danilo, vivo solo nello sguardo, rigido ed inespressivo nel linguaggio di tutta la sua restante anatomia (se avessi dato maggior peso a questo strano particolare, forse non mi sarei prestata alla figura barbina che ho fatto poco fa).
    Ely, amica mia, questa volta non mi è stato di aiuto il tuo ottimismo, né la semplice ironia con la quale affronti la vita e che per magia riesci ad infondermi ogni volta che parlo con te. Quella telefonata, ieri sera, è riuscita a trasformare i miei sospiri in singhiozzi di ilarità, tanto mi hai fatto ridere mentre scherzosamente mi descrivevi il nostro prossimo incontro romantico: io guardo lui, lui guarda me, ci corriamo incontro ognuno perso negli occhi dell’altro, lui non vede una buccia di banana e mi atterra rovinosamente sui piedi. Ho ritrovato la mia grinta (non lo avessi mai fatto!) e questa mattina mi sono svegliata più decisa che mai a parlargli a qualunque costo.
    Per tutto il giorno ho creduto di scorgere segnali propiziatori, incoraggianti. Sono arrivata in classe e sulla porta c’erano Dario e Mauro che mi hanno salutata in modo straordinariamente amichevole. L’entusiasmo è cresciuto, la mia determinazione, già salda come una roccia, si è ulteriormente rafforzata, caricandosi anche di un’eccitazione che mi ha accompagnata per tutta la giornata. Quando lui mi ha guardata in corridoio, ho scorto sulle sue labbra un accenno di sorriso (l’ho forse immaginato?) e questo segnale mi ha più che mai convinta nella mia risoluzione.
    Sono tornata a casa, ho mangiato in fretta, sono uscita di nuovo per recarmi al galoppatoio, il pensiero sempre fisso su di lui, concentrato, per paura che lasciandomelo scappare di mente, non sarei poi più riuscita a portare a termine l’impresa. La giornata è stata un successo anche al maneggio, sono riuscita a montare il mio Domingo, abbiamo galoppato a lungo insieme, il freddo mi arrossava le guance, il naso era un pezzo di ghiaccio, ma non sentivo niente, ero solo felice. Ho persino avuto l’impressione che Alba e Antonietta mi dedicassero più attenzioni del solito, tutto il mondo ruotava intorno a me. Sono tornata a casa, ho studiato senza problemi storia e italiano, non c’era altro perché domani si esce prima, mi sono appostata in balcone. Erano le cinque e mezza. Non volevo correre il rischio di lasciarmelo sfuggire. È passato alle sei e dieci, mamma nel frattempo era tornata, mi ha incoraggiata una volta di più, dandomi la spinta definitiva verso il disastro.
    Che stupida, che idiota! Mentre aspettavo il suo ritorno sono corsa in bagno. Mi sono pettinata con cura, ho applicato la matita agli occhi, il fard sulle guance, il rossetto sulle labbra. Ho messo gli orecchini più belli che possiedo, quelli d’oro e smalto, a forma di cuore. Ero così carina! Ho misurato a larghi passi la mia stanza, avanti e indietro, poi la stanza dei miei, poi il salone, poi indietro di nuovo. Fino alle sei e trenta. Poi mi sono appostata di nuovo, un nodo in gola ed uno nello stomaco. Quelli non ho potuto proprio evitarli. Però non ho esitato. Come l’ho visto girare l’angolo in lontananza ho guardato mamma che mi stava a fianco:
    “Corri, senza pensarci due volte!”
     Mi sono precipitata giù, volando sulle rampe di scale che separano il mio appartamento al secondo piano dal piano terra. Ho aperto il portone a vetri e in piedi sul gradino esterno che separa l’androne del mio palazzo dal marciapiede, ho atteso che mi passasse davanti. Deve avermi vista per forza quando è arrivato a pochi metri di distanza, eppure non ha battuto ciglio, non ha modificato l’andatura indolente e non mi ha nemmeno guardata come fa sempre a scuola. Nulla. Se fossi stata una perfetta sconosciuta avrebbe sicuramente preso atto della mia presenza posando gli occhi su di me almeno per una frazione di secondo. Ma su questi particolari ho riflettuto soltanto in seguito, sul momento ero troppo concentrata su me stessa e su quello che stavo per fare per essere recettiva ai segnali respingenti che mi stava mandando. Mi ha oltrepassata continuando a guardare diritto. Sono rimasta spaesata da questa completa indifferenza ma solo per un istante, tanto grande era ormai la mia determinazione, impossibile per me continuare a vivere nel limbo di incertezza nel quale ero sprofondata. L’ho chiamato per nome da dietro e mi è sembrato strano sentire me stessa pronunciarlo ad alta voce. Si è voltato, la precedente inespressività sostituita da uno sguardo interrogativo, sorpreso dalla mia audacia. Almeno credo, perché alla luce dei fatti non sono più sicura di nulla.
    “Danilo”
     ho ripetuto il suo nome
     “Ti ricordi di me? Sai chi sono?”
    Mi ha risposto con voce piatta:
    “No, non lo so.”
    “Ma come....” - ho insistito – “...frequento la tua stessa scuola, ci vediamo sempre in corridoio, a ricreazione.”
    Non ha battuto ciglio, nella voce si intuiva giusto un filo di fastidio:
    “No, ti ripeto che non ti ho mai vista.”
    Ero incredula di fronte ad una tale menzogna. Quanto andava affermando era impossibile, incredibile anche solo da concepire per la mia mente. Tutte le volte che ci eravamo guardati! Forse è stata la totale inaccettabilità di quanto stavo sentendo, come se non potessi credere alle mie orecchie, come se aspettassi da un momento all’altro lui mi dicesse che stava scherzando, come se dovessi risvegliarmi da un brutto sogno, che mi ha costretto ad andare fino in fondo, ad insistere nonostante il rifiuto:
    “Ma non è possibile che tu non mi abbia mai vista, ci incontriamo tutti i giorni!”
    Ha cominciato a manifestare impazienza, il fastidio non più dissimulato:
    “Senti, ti dico che non ti ho mai vista, né a scuola né altrove, adesso devo andare.”
     Così dicendo ha fatto per voltarsi e riprendere il suo cammino. Caparbia, ormai preda di un’inarrestabile follia che mi costringeva ad insistere a dispetto di ogni buonsenso, forse proprio per tentare di dare un senso a quanto stava succedendo, ho continuato a placcarlo:
    “Aspetta, non andare via così, anche se non mi hai mai notata, comunque sto a scuola con te, parliamo un po’. Io mi chiamo Valentina.”
     Si è voltato solo per un altro istante, il tempo di rispondermi brevemente:
    “No, ho fretta, devo tornare a casa.”
    Neanche il tempo di finire la frase che già si era incamminato di nuovo. Ottusamente ho insistito, contro ogni ragionevolezza, contro ogni speranza di successo, contro ogni senso di dignità. Gli sono corsa dietro e mentre lui tirava dritto senza minimamente decelerare io gli saltellavo intorno come meglio potevo:
    “Ti prego, fermati un attimo, parliamo solo per cinque minuti!”
    Su quest’ultima affermazione mi ha guardata un attimo negli occhi. Aveva uno strano luccichio nello sguardo, come di bestia braccata, che comincia a sentire il panico montargli nelle viscere:
    “Lasciami andare, ti ho detto che ho da fare!”
     Un accenno di allarme nel tono di voce. Non ci potevo credere e non ci posso credere tuttora! Si sentiva molestato da me, lo stavo turbando e reagiva in modo quasi isterico. Ma chi diavolo sei Danilo Bonanno? Di cosa è fatta la tua vita per dover reagire in questo modo agli assalti innocenti di una piccola ragazza quindicenne? Quali gli arcani meccanismi che governano quella spugna grigia e gelatinosa che si trova nella tua scatola cranica? Purtroppo queste considerazioni le sto facendo solo adesso, a mente lucida, che in strada, con lui davanti a me, di lucidità me ne era rimasta molto poca.
    “Va bene, allora ti accompagno per un pezzo di strada, così parliamo camminando.”
    Ha accelerato il passo, io ho accelerato con lui, decisa a rimanere al suo fianco sino a quando non avesse varcato la soglia del suo portone. In quei pochi minuti di strada ho cercato come meglio potevo di attirare il suo interesse, facendogli domande e strappandogli riluttanti risposte:
    “Stai andando a studiare?”
     “Sì, ho molto da fare per domani.”
     “Che cosa stai studiando?”
     “Filosofia.”
     “Che bella materia, sono sicura che mi piacerà moltissimo l’anno prossimo quando comincerò a studiarla anch’io!”
    Silenzio. Insisto:
     “Com’è la filosofia, a te piace?”
     “Non particolarmente.”
    Uno squallido botta e risposta, penoso per entrambi. Ma ormai dovevo - come si dice? - bere l’amaro calice fino in fondo. Non riuscivo a costringermi a voltare i tacchi, andavo avanti calpestando il mio orgoglio nella irrazionale speranza che mi concedesse qualcosa di più che il suo fastidio. Non volevo tornare a casa con una tale cocente umiliazione nel cuore, dovevo fare qualcosa che modificasse la tragi-comicità della situazione. Siamo arrivati davanti all’androne del suo palazzo, lui più ansioso che mai di varcare l’ingresso e buttarsi la rompiscatole alle spalle. Non sapevo più cosa fare così, come umiliazione finale, mi sono trovata quasi ad implorarlo di salutarmi domani a scuola. Mi ha promesso che lo avrebbe fatto, credo più per togliersi di torno la pulce fastidiosa che per altri motivi. Tornata su casa ho raccontato a mamma l’esito del nostro “romantico incontro”. Svuotatosi poco a poco il cervello dell’insania che lo aveva colpito, mi sono trovata scioccata da quanto fatto e soprattutto da quanto suscitato. Non ho pianto, non mi sono disperata, non ho fatto nulla. Ora mi sto solo chiedendo come ho potuto travisare in questo modo quanto avevo davanti, al punto di decidermi a fare quello che ho fatto. Lui mi guardava. Di questo sono sicura. Chissà per quale motivo.
     
     
     

  • 29 ottobre 2013 alle ore 18:21
    Scoprirsi

    Come comincia: Prato bianco. La neve non ne aveva risparmiato neanche un centimetro. Ci correvo con il mio amico a quattro zampe; le nostre impronte dovevano essere là sotto, sepolte con i miei ricordi. E il cuore? Gelato, sordo, chiuso in una morsa di disperazione:  lui se n’era andato. Ogni volta che ci pensavo, le lacrime affioravano in automatico. Ancora un pianto sgocciola su un album di foto, sulla foto dei capelli ricci, del sorriso aperto, caldo, sul suo sguardo diritto. Guardavo quella foto con occhi diversi. Ero proprio io? Era proprio lei? E dov’era finita la nostra amicizia? Finita in un amore contro natura che cercavo togliermi dalla testa. Benedetta morale che mi aveva bloccato, risparmiandomi chissà quanti guai. Meglio così, meglio restare fedele alla mia vita ordinata, regolare, stimata e un po’ noiosa. Il campanello mi risvegliò da quel senso di sicurezza di chi ha corso un grosso pericolo. Proprio adesso! Il tragitto tra il divano - vuoto, pulito, insolitamente in ordine - e la porta mi sembrò infinito. Ogni passo mi costava la fatica di anni di rinunce, compromessi sbilenchi, relazioni ipocrite, e un misto frutta di divieti e doveri. Quando trovai il coraggio di aprire  - coraggio, ci voleva coraggio, avevo coraggio? – un gigante peloso e sporco cominciò a scodinzolare, e dietro, proprio dietro, qualcuno con la erre moscia, i capelli ricci, il sorriso aperto, caldo, lo sguardo dritto, le braccia spalancate, il sospiro ansimante, la bocca sempre più vicina, i corpi sempre più vicini, le vite sempre più vicine.
     

  • 29 ottobre 2013 alle ore 11:49
    Gita a Firenze

    Come comincia: Ieri sono andata in gita a Firenze con la mia classe e con il “V” B, la classe degli snob.
    Non ricordo nulla di ciò che ho visto, la giornata è stata un incubo. Sembra che quando qualcosa va storto, poi tutto debba continuare sullo stesso tono, almeno per un po’. E’ cominciata come una normale gita fuori porta, il pullman affittato dalla scuola è passato a prenderci puntuale davanti al liceo alle otto e trenta di ieri mattina. Con noi, in veste di accompagnatrice, la professoressa Paiello insieme ad un insegnante dell’altra classe. Non conoscevo nessuno dei ragazzi della sezione B, se non di vista o per averci parlato casualmente in qualche rara occasione. Le uniche due persone che conoscevo per nome erano Angela, figlia della nostra professoressa e un tale Massimo.
    Quest’ultimo, è un ragazzino della nostra età, anzi più grande, è ripetente, ma che dimostra forse dodici anni. E’ bellino, bel viso, lineamenti regolari, occhi chiari molto vivaci, lentiggini, espressione da monello impenitente. Però sembra un bambino, non solo per la statura veramente ridotta, soprattutto per la levigatezza del viso, senza un’ombra di peluria. L’anno scorso mi aveva colpita perché un giorno era entrato nella nostra classe insieme ad un suo amico ed aveva cominciato a fare complimenti alle ragazze, senza rivolgersi a nessuna in particolare:
    “Siete tutte così belle, sembra di stare in un paradiso di vergini. Non come nella mia classe, lì sono tutte brutte!”
    Sì, aveva usato proprio queste parole e mi aveva colpita per la disinvoltura dei modi e per le espressioni usate. Così sono salita su quel maledetto pulmino senza malumori o prevenzioni di nessun tipo. Io e Gaia ci siamo infilate in un posto intorno alla metà del veicolo, dall’altra parte del corridoio, alla nostra stessa altezza, Mara e Caterina. Sui sedili in fondo, notoriamente occupati dal gruppo più turbolento della scolaresca, si era insediato un rumoroso assembramento del “V” B: tra di loro c’era anche questo Massimo.
    Siamo partiti e per un po’ è andato tutto bene; certe situazioni hanno bisogno di tempo per decollare. Ero rilassata, guardavo fuori dal finestrino con Gaia accanto che ascoltava musica dal suo walkman. Intorno a me sentivo ragazze che parlavano, anche dietro erano tranquilli, all’inizio è sempre così. Poi le voci da dietro sono cresciute di tono, ragazzi che si alzavano, ragazzi che si spostavano di posto, che andavano a fare visita ad altri ragazzi seduti in altri posti. Gli elementi perturbatori della mia classe e quelli dell’altra hanno cominciato a scherzare insieme. Mi sono voltata a guardare e ho visto Mauro e Pietro, i galletti della mia classe, che fumavano in fondo insieme a tre o quattro ragazzi dell’altra sezione.
    Queste situazioni mi hanno sempre messa a disagio, non mi appartengono, acuiscono il mio senso di estraneità, mi scatenano elucubrazioni di ogni tipo. Però ero ancora abbastanza tranquilla, sono in buoni rapporti con Mauro, gli altri non li conoscevo, anche se ridevano e scherzavano in modo derisorio. Poi Mauro e Pietro hanno condotto Massimo ed un altro, che in seguito ho scoperto chiamarsi Fabrizio, da Caterina per presentare loro l’idiota della nostra classe e prendersi gioco di lei:
    “Vi presento Kukki, la ragazza più sexi della scuola. Caterina girati, saluta, non essere scontrosa!”
    Lei guardava fuori dal finestrino, faceva finta di niente sperando che perdessero interesse. Ma loro avevano un lungo e noioso viaggio davanti, due lunghe ore da far passare in qualche modo. Allora si è girata, li ha guardati con quei suoi occhietti piccoli e ottusi, poi ha atteggiato le labbra carnose ad un timido sorriso.
    “Ciao.”
    Ha detto loro timidamente, la voce bassa, un bisbiglio, il viso sollevato a guardarli in attesa. Massimo ha ridacchiato, Mauro ha fatto una smorfia simile ad un sorriso, poi ha continuato ad umiliarla:
    “Vedi, questo ragazzo qui si chiama Massimo ed è in cerca di una ragazza. Ho pensato che potevo presentargli te. Ti piace?”
    Caterina è rimasta in silenzio, Mauro ha insistito:
    “Non essere maleducata Kukki, ti piace Massimo? Guarda che bel ragazzetto! Allora rispondi!”
    Sorriso impacciato, un altro bisbiglio:
    “Ma, non lo so, che ti devo dire?”
    Hanno continuato così per qualche minuto, ma lei reagiva poco. Mara stava in silenzio, lei non parla mai in queste situazioni, né loro hanno provato a coinvolgerla. E’ quasi paranormale il modo in cui viene rispettata nonostante stia sempre assieme a Caterina, come se intorno a lei ci fosse una sorta di aura protettiva. Mistero! Mauro e Pietro si sono allontanati, sono tornati dietro, Massimo e Fabrizio sono rimasti a scherzare con due loro compagne di classe, sedute proprio davanti a Gaia e a me.
    Questa circostanza ha decretato l’inizio della mia persecuzione. Mi sono chinata verso Mara e Caterina, ho cominciato a chiacchierare con loro, con Mara per lo più. Le chiedevo se fosse mai stata a Firenze prima d’ora. Massimo si è girato verso di noi, ha notato che Caterina si era animata grazie al mio intervento:
    “Kukki, se non sei interessata a me almeno presentami questa tua amica!”
    Non mi piaceva la piega che stavano prendendo gli eventi e tuttavia ho reagito. Stupidamente, mi sono impegolata in un braccio di ferro verbale dal quale non sono più riuscita a divincolarmi. Mi ha guardata con quella sua faccia da schiaffi, la faccia che ho sempre immaginato dovesse avere il protagonista del “Giornalino di Gian Burrasca”, poi ha teso la mano verso di me: “Piacere, mi chiamo Massimo; lui è Fabrizio.”
    Se li avessi ignorati sarebbe stato anche peggio, così ho accettato di presentarmi. Nel tendere la mano all’altro ragazzo, l’ho osservato per la prima volta. Anche lui un viso liscio, bambinesco, ma alto di statura, ben strutturato. La testa un po’ troppo grande ed il viso un po’ troppo largo, capelli corti ed orecchie a sventola, ma lineamenti gradevoli, occhi espressivi, nel complesso un bel ragazzo. Anche lui aveva sfoderato quel genere di sorriso beffardo, preludio a qualche sfottimento. Massimo:
    “Senti Valentina, ma tu che tipo di ragazza sei? Voglio dire sei una che la dà – risatina di scherno - oppure sei una morta tutta casa e scuola?”
    Fabrizio:
    “Dai Massimo, che domande fai? Non si tratta così una ragazza. Non lo vedi che la metti in imbarazzo?”
    Sembrava una di quelle gag che si vedono nei film americani, l’amico più buono che modera quello sadico e sembra stare dalla tua parte, in realtà si sta divertendo un mondo.
    “E di voi cosa mi dite? Scommetto che a parole muovete i treni, poi ve la fate sotto quando avete davanti qualcuna che fa sul serio!”
    Ostentavo tutta la disinvoltura di cui ero capace, speravo di batterli sul loro stesso terreno. Se gli avessi dato a credere di essere una dura come loro, forse mi avrebbero lasciata in pace. O forse cercavo di dimostrare a me stessa di essere in grado di gestire situazioni ad alto rischio di bruciature. Quali che fossero le mie intenzioni o le loro, il risultato è stato di catturare definitivamente la loro attenzione.
    Gaia ha indossato nuovamente le cuffie del suo walkman, ha cominciato a masticare ostentatamente la sua gomma americana, poi ha abbassato gli occhi guardandosi le mani con insistenza. Si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata se non fosse stato troppo evidente il tradimento. La sua vigliaccheria è talmente patetica, le sue reazioni talmente prevedibili, che ho provato pena per lei invece della giusta indignazione.
    Massimo:
    “Ah, allora tu sei una tosta, una che ci sa fare, magari hai anche il ragazzo.”
    Silenzio.
    Fabrizio:
    “Ce l’hai il ragazzo, sì o no?”
     I suoi occhi mi scrutavano, forse era realmente interessato alla mia risposta. E’ un mio difetto, non riesco mai a mentire sulla mia vita privata, nemmeno quando sarebbe opportuno:
    “Mi piace uno, ma lui non lo sa nemmeno.”
    Risposta abbastanza sincera. In effetti, da qualche giorno a questa parte ho messo gli occhi su un tipo del “II” C, compagno di classe di un ragazzo che abita nel mio palazzo. Lo conosco di fama, per essere un ragazzo carino ma molto intellettuale, alto, moro, occhialetti, un bel tipo. L’ho incrociato un paio di volte che andava a trovare il mio coinquilino e all’improvviso l’ho trovato affascinante.
    Fabrizio:
    “Chi è questo ragazzo?”
    Perché non sono stata zitta? No, non potevo, avevo l’ansia di dimostrare a quei due imbecilli, io più imbecille di loro, che esisteva davvero questo ragazzo:
    “Daniele Campagna, lo conosci?”
    Fabrizio:
    “Sì, sta nel “II” C, giusto? Se vuoi vado a parlarci, gli dico che ti piace.”
    Perché non gli ho sparato un nome qualsiasi di qualche ragazzo inesistente?
    “No, non dirgli niente, non voglio assolutamente.”
    Mi ha guardata con uno strano sorrisetto, ho capito di avere sbagliato.
    Massimo:
     “Senti, ma torniamo a noi, scommetto che non hai mai baciato nessuno in vita tua!”
    “E invece ti sbagli, non ho nessun problema a baciare un ragazzo!”
    Massimo:
    “Non ti credo, sei una sparapalle, te la fai sotto all’idea di baciare qualcuno!”
     “Ci vuoi scommettere?”
    Gli è passato un lampo negli occhi, mi si è avvicinato e abbassando la voce ha insinuato mellifluamente:
    “Dimostramelo, baciami adesso, qui, davanti a tutti.”
    Poi si è fatto ancora più vicino, lentamente ha accostato il suo viso al mio, fino a quando la punta del suo naso quasi non toccava quella del mio. I suoi occhi erano fissi nei miei, colmi di sfida, di canzonatura, ridenti di trionfo, verdi come una palude. Non ho retto quello sguardo, ho spostato il mio sulle sue labbra, piccole, schiuse nell’attesa, leggermente screpolate. Quest’ultimo particolare ha in qualche modo scatenato il panico, che già minacciava di aggredirmi dall’inizio della conversazione. Mi sono allontanata e ho cominciato a balbettare frasi sconnesse, prive di senso alle mie stesse orecchie:
    “NNo,nnon qui, non è il momento, poi non bacio mica così, a comando…bla, bla, bla,…” Ho blaterato frasi cretine, odiandomi nel momento stesso in cui mi uscivano di bocca, ma non riuscendo a bloccare il torrente maledetto che sgorgava dalle mie stesse corde vocali. Loro mi fissavano, soddisfatti, Fabrizio forse un po’ accigliato – perché avevo l’impressione che fosse dispiaciuto dell’eccessiva crudeltà dell’amico?-, entrambi soddisfatti di avermi piegata.
    Hanno continuato a tormentarmi per tutta la durata del viaggio, due gatti sullo stesso topo, contenti di giocarci insieme e di palleggiarselo l’un l’altro. Se come un topolino mi fossi arresa, impaurita e paralizzata in un angolo, forse mi avrebbero lasciata in pace. Avrebbero mollato la presa in cerca di prede più reattive. Ma io mi sono messa in testa di uscire da questa storia a testa alta, di trovare il modo per avere l’ultima parola. Il topolino che mostra i dentini sperando che i suoi torturatori li scambino per temibili canini. Patetica. Il gatto e la volpe sull’ingenuo Pinocchio. E Gaia continuava ad ascoltare musica da quel maledetto walkman. Loro sembravano non vederla nemmeno. Riesce a mimetizzarsi talmente bene con l’ambiente da risultare invisibile. La mia amica camaleonte. Mimetizzata con la tappezzeria del pulmino.
    Abbiamo passato il casello per uscire dall’autostrada e loro commentavano la mia camicetta a scacchi rosa e fucsia. Abbiamo parcheggiato e scendendo i gradini del pullman sentivo i loro fiati sul collo che sghignazzando si auguravano che inciampassi. Arrivati a destinazione ho deciso, troppo tardi, che era meglio ignorarli, che forse era possibile essendo ormai in movimento, forse potevo sfuggire le loro insolenze. Mi illudevo. Ho guardato il panorama di Firenze dal belvedere di piazzale Michelangelo attraverso un velo di lacrime, ascoltando i loro commenti beffardi:
    “Mi sembra che abbia il culo basso, che te ne pare?”
     “No, Massi, non direi, dà quell’impressione perché è piatto e largo.”
    Li ho avuti perennemente dietro durante gli spostamenti a piedi per le strade della città, due voci nell’orecchio che mi raggiungevano dovunque decidessi di spostarmi all’interno del gruppo. Mi bruciava anche la magra figura che mi costringevano a fare di fronte ai miei compagni di classe che di certo non erano sordi a questa persecuzione. Non osavo guardarmi intorno per paura di leggere nei loro occhi la pietà o, peggio, una finta indifferenza. Durante la visita all’interno della Galleria Palatina dell’Accademia, i due falchi sempre sulla loro preda, ho sentito Mauro difendermi, debole tentativo per mettere fine alla persecuzione:
    “E dai ragazzi, lei no, lasciatela perdere.”
    Non ho detto nulla, ma in quel momento ho sentito di amarlo, l’unico impulso di affetto che ho provato in mezzo a tutto il livore, il risentimento e l’odio assassino che mi porterò dentro finché campo al ricordo di questa orribile giornata. Giravo per le sale della Galleria Palatina di palazzo Pitti, commentavo gli splendidi Rubens, i Tiziano, i Raffaello insieme a Mara, lei così catturata dalla bellezza dei quadri, e facevamo finta di non sentire i commenti che dietro di noi arrivavano al mio indirizzo. Mara era come sorda alle cattiverie di cui mi omaggiavano ma stava con me, mi parlava come niente fosse e questo era il suo modo per darmi coraggio, per darmi una pacca sulla spalla dicendo:
    “Non te la prendere, ignorali, non vale la pena di amareggiarsi di fronte ad una simile ottusità.”
    Mentre ci aggiravamo all’interno del Duomo, sono riuscita a prendere le distanze, grazie alla vastità dello spazio, breve momento di tregua gradito quanto un’oasi di palme nel deserto. Durante il viaggio di ritorno mi hanno graziata per una buona metà del tempo, stanchi dopo la loro dura giornata di pubbliche relazioni. Si sono ritirati nel fondo, da lì li sentivo ogni tanto ridere ad alta voce, ma per lo più sono stati  tranquilli. All’arrivo, scendendo dal pulmino, mi hanno salutata con un minaccioso:
    “Ci vediamo domani a scuola!”
     Li ho guardati per un momento perplessa, chiedendomi quali fossero le loro intenzioni, ma non ho fatto commenti, ero veramente stanca e me ne sono andata a casa. Ieri sera non ho detto nulla. Ero troppo scioccata anche per confidarmi con mamma. Ho cenato in silenzio, un nodo mi stringeva la gola, impedendomi anche di mangiare. Sono andata a letto presto, ma non riuscivo a prendere sonno. Mi sono rivoltata a lungo su un fianco, poi sull’altro, poi a pancia in sotto. E intanto pensavo, pensavo, pensavo.
    Si dice che l’adolescenza sia un'età difficile, un momento di passaggio tra la fanciullezza e l’età adulta. Per molti di noi la crudeltà è un modo come un altro per affrontare le nostre paure, un metodo a basso costo emotivo. Attraverso l’umiliazione e lo svilimento dei tuoi simili, hai l’illusione di avere il controllo: se riesci a sopraffare allora sei forte, ti sei guadagnato il rispetto del gruppo, sei accettato ed è più facile accettare te stesso. Questo ti permette di ignorare il fatto che i tuoi amici sono tutti più alti e formati di te, nonostante che tu sei stato bocciato e sei più grande di età. Puoi sentirti intelligente, magari astuto, tu conosci la vita, sei un uomo di mondo, che importa se probabilmente non arriverai al diploma perché non riesci a concentrarti sui libri. Studiare in fondo è una perdita di tempo, un’occupazione per gente inferiore, che non vede ad un palmo dal proprio naso. La tua cattiveria è il passaporto per l’accettazione nel gruppo. O forse non è così. Semplicemente esistono persone buone e persone cattive. Queste ultime, probabilmente, non sanno nemmeno di esserlo. I loro sono giochi innocenti, divertimenti innocui, per passare il tempo. E intanto ti fanno a pezzi. Scavano nel profondo e ti colpiscono dove fa più male.
    Ho sbagliato. Per questi individui non esiste niente di più irresistibile di una persona in posizione di debolezza che ostenta una sicurezza fittizia, costruita per orgoglio. E loro lo sanno. Pregustano l’umiliazione e ci arrivano per gradi, sino a piegarti sulle ginocchia, fino a quando non ti vedono piangere o supplicare pietà.
     
     

  • 28 ottobre 2013 alle ore 19:34
    Amicizia

    Come comincia: E successe anche a me di pagare per gli errori fatti, quando capii così severamente che calcolo e valutazione non sono proprio parte di me, e per questo e altri motivi, arrivo troppo tardi alle cose che non vedo, e altre non voglio vedere, e che dietro le paure mi nascondo, prendendo distanze chilometriche.
    Cosa sono io ? Sono la somma delle cose che ho compiuto, di quelle a metà, dei miei desideri, dell'amore per la mia famiglia, delle persone care che non sono più su questa terra, sono le parole taciute, omesse, sono le possibilità che non ho avuto, la vacanza che non posso permettermi, sono il dolore che ho provato, le battaglie che ho combattuto, la fierezza che ho sposato. Eppure certi amici, certi volti, certi colori e visioni parte dei miei ricordi più belli si vanno perdendo, scompaiono, sbiadiscono, e fanno male, un male terrificante, che non ho potuto sconfiggere, un cancro maledetto da cui non potersi più difendere. E' per questo che vorrei azzerare, cancellare, correggere o meglio poter risentire in pancia di sorridere, respirare, e poterlo condividere senza invidie, gelosie. E questo è uno sfogo, un momento che poi al dunque non ho il coraggio di dimenticare, che se ascolto il cuore finisco per proteggere e consolare. Mi sarebbe piaciuto poterti abbracciare ancora e invece ti ho allontanato.
    E ora soffro, soffro tanto quando so che niente ti riporterà da me.

  • 28 ottobre 2013 alle ore 14:34
    Biancanet e i 7 post

    Come comincia: ss
    Mi è successo anche questo, solo per voler raccontare le fiabe ai bambini…
    “Oh mio facebook chissà quanti mi piace ho oggi sulle mie foto, aspetta che controllo “
    Esclamò la vecchia Sonunwc (perché sonuncesso è più volgare, dissero al momento della scelta del nome, i genitori della megera), accorgendosi che qualcuno aveva più consensi di lei, divenne più brutta di quello che già era, uno sguardo truce e cupo.
    Poi venne a scoprire che la bella Biancanet, una giovane d’oggi, molto dolce, graziosa e internauta, aveva ottenuto con una sola foto il doppio dei mi piace suoi.
    E pensare che Sonunwc continuava a inserire foto nel suo gruppo “le belle (più o meno) della rete” praticamente ogni giorno.
    Si fotografava da sola, in tutte le pose e non perdeva occasione per farsi ammirare, ma era brutta, purtroppo, ed anche molto cattiva.
    Nessuno le chiedeva l’amicizia su facebook, anzi era lei che supplicava tutti di chiedergliela, però spesso veniva bloccata perché esagerava.
    Appena si accorse dell’accaduto decise che Biancanet non avrebbe più dovuto batterla e quindi non c’erano tante soluzioni disponibili: toglierle l’accesso ad internet non si poteva, distruggerle il modem nemmeno (ne avrebbe acquistato un altro)…e allora?…
    Allora renderla brutta…anzi sfigurarla…il suo misero e meschino piano iniziò a prender forma…seguendo i consigli di un terribile hacker.
    L’hacker costruisce ed elabora in velocità appositamente una pen-drive per la megera: sarà un ordigno terrificante che adoperato da Biancanet la renderà bruttissima…
    Ma dai come può una pen-drive fare tutto ciò…?
    Fidatevi e leggete avanti questa strampalafavola.
    Biancanet, ignara di quanto le stava per accadere, è sempre alla disperata ricerca di lavoro e di questi tempi avrebbe accettato qualunque offerta…
    Ed è così che riesce a farsi ricevere da Sonunwc , non potendo nemmeno lontanamente immaginare il seguito.
    Ovviamente e prevedibilmente come ogni fiaba thriller che si rispetti, di solito la vittima va ad aprire la porta all’assassino, in questo caso la vittima viene assunta senza tentennamento alcuno dalla sua carnefice…
    Ma perché va sempre a finire così? Biancanet no, non farlo…ti prego, torna indietro, noooooo.
    Niente, oramai aveva varcato la soglia della casa della megera, non si poteva più tornare indietro.
    Inizia a lavorare, a rassettare, a lavare e stirare e a pulire il notevole strato di polvere che ricopriva tutto (e certo se Sonunwc è sempre su facebook non ha il tempo materiale per pulire la casa!).
    Il lavoro procede anche se diventa sempre più massacrante, fino a che un giorno Biancanet sfinita, decide di scappare…senza dare nemmeno il preavviso contrattuale previsto.
    Scappa Biancanet, le urlava una voce dal di dentro…scappa più veloce che puoi…approfitta che la vecchia è al computer…non si accorgerà di nulla.
    E così fece: la ragazza, iniziò a correre forsennatamente, attraversò strade, ponti canali…oltrepassò campagne e laghi…e tutto senza il benché minimo aiuto di un tomtom…
    Ad un certo punto stremata si ritrovò in mezzo ad un fitto bosco di pini…
    Un profumo inebriante, ma non doveva rilassarsi…era sola…e prima o poi Sonunwc se ne sarebbe accorta…doveva mettersi al riparo.
    Calavano le prime ombre della sera.
    Di lì a poco scorse una casetta…probabilmente l’unica, con una gigantesca antenna parabolica: siamo nel 21° secolo, pensò la nostra fanciulla, meglio una casa con la parabola…
    Bussò ma non rispose nessuno…ritentò e poi si accorse che dal camino stava uscendo del fumo…quindi doveva essere una dimora abitata.
    La porta era aperta e così Bbiancanet un po’ timorosa entrò e si trovò davanti una grande sala piena di computer, tablet cellulari: dunque, o si trattava di qualche ladro che usava la casa nel bosco come deposito dei malloppi delle sue ruberie, oppure poteva trattarsi di una postazione di qualche azienda informatica segreta…chissà.
    Però quanta polvere…anche qui come nella casa di Sonunwc: forse era colpa di facebook?
    Seppur poco convinta Biancanet decise di dare una bella pulita…e allora iniziò a risistemare i faldoni di carta che circondavano tutti i macchinari, pulire la polvere, mettere a bollire l’acqua in un pentolone (l’unico trovato) per farsi una pastasciutta…
    Insomma un vero “repulisti”, del resto Biancanet non sopportava la sporcizia, il disordine, ma soprattutto la polvere…
    etciù…
    (scusa biancanet ma ne hai sollevata parecchia ed io sono allergico…scusate l’interruzione)
    Salute, rispose qualcuno…si ma qualcuno chi?….
    La giovane si girò e vide un coloratissimo pappagallo con tanto di pannelli solari, praticamente un papparobot…una novità e sul tavolo vide i documenti che comprovavano l’avvenuto brevetto dell’animale (a cosa servisse lo lascio alla fantasia dei lettori c’era scritto…)un brevetto inventato da chi abitava in quella casa sicuramente…un inventore, pazzo?
    Bello però,Biancanet chiacchierò per un po’ col papparobot o per meglio dire lo ascoltò ripetere le frasi che lei buffamente pronunciava a raffica…
    Poi un attimo di panico…Biancanet sentì un vociare confuso venire da lontano…anche il papparobot misteriosamente si bloccò…non poteva essere un effetto sonoro della bestiola…no infatti era qualcosa che si avvicinava…e man mano che il rumore aumentava la ragazza si rese conto che si trattava di un gruppo di persone e non di una persona sola…
    Ecco si…stavano arrivando dei buffi e alquanto strani personaggi (perché finora tutti normali vero?)
    Erano i 7 post che allegramente cantavano a squarciagola:
    --“andiam andiam
    andiam a navigar
    su facebook twitter e internet però
    non so
    skype ora c’è per te
    adesso puoi guardar
    dal vivo tu mi puoi
    anche telefonar
    la la la la la la”—
    Erano esseri minuscoli compatti tosti e massicci…dei cubi praticamente…entrarono ordinatamente con a capo Facebookilo anche Taggalo, Postalo, Linkalo, , Twittilo, Maililo, Chattalo…
    Biancanet salutò con voce tremolante e Facebookilo, il più vecchio, prese la parola e ammonì la giovane sul fatto che aveva violato una proprietà privata…poi le chiese l’amicizia su facebook…
    Ben presto divennero amici, non solo di facebook, si spiegarono sorseggiando un buon bicchiere di vino e festeggiarono fino a notte fonda…canti, balli e follie.
    Pian piano dopo averla ringraziata delle pulizie si addormentarono uno sulla spalla dell’altro…
    L’alba!
    Era una splendida giornata…il sole iniziava il suo sorgere…quando il suo innalzamento si bloccò bruscamente e tornò il buio più pesto.
    I 7 post e Biancanet si svegliarono praticamente all’unisono e dopo un po’ si sentì bussare alla porta…
    Classica situazione ripetuta…ok…
    Si sentì bussare alla finestra…ecco, meglio?
    Facebookilo andò ad aprire le imposte e si trovò innanzi una vecchietta ricurva sul suo bastone con un sacco all’apparenza pesantissimo…
    La fece entrare…noooooo…non dalla finestra…dalla porta…(ah si giusto)
    La vecchietta era… (per chi non l’avesse capito…ok…ok…non dico nulla…avete capito tutti)
    Dicevo, la vecchietta si spiegò e si giustificò dicendo di non saper usare il pc…facebook twitter…insomma tutti gli aggeggi del progresso e voleva stare al passo con i tempi: aveva sentito molto parlare dei 7 post e quindi…
    Biancanet, malauguratamente volle rendersi utile e così si offrì di dare spiegazioni lei stessa alla vecchietta: bingo!
    (siamo sicuri che avete capito chi si cela così misteriosamente sotto i panni della vecchia?)
    Iniziarono le lezioni…
    Anche i 7 cubi…ops, i 7 post ascoltavano…
    la vecchietta per ricambiare l’ospitalità e la pazienza regalò la terribile pen-drive a Biancanet, che ne fu entusiasta…
    Effettuarono poi l’accesso anche a facebook e quando la vecchia vide che nuovamente la fanciulla aveva superato i mi piace rispetto alle sue foto si agitò tremendamente…
    i 7 post si allarmarono…misero a bollire l’acqua per una camomilla, ma la vecchietta Sonunwc era già scappata urlando…
    Bene la camomilla se la divisero tra loro e finalmente Biancanet inaugurò la pen-drive ricevuta in regalo…e bumm
    Uno scoppio tremendo, un vetro dello schermo scheggiò lo splendido viso di Biancanet e il sangue iniziò a fuoruscire: la ragazza svenne…
    I 7 post in un primo momento pensarono di inserire subito un post (non uno di loro, ma proprio un post scritto) su facebook ma poi convennero che nessuno scrive i affari propri sul social network….ahahahah (qui la risata ci sta)
    Presero degli stracci per tamponare l’emorragia e vi riuscirono…
    Intanto uno dei post (non scritto, quello vero) era corso a telefonare con skype al famoso principe adsl20mega…era l’unico che avrebbe potuto collegare di nuovo con il mondo e con la vita la splendida Biancanet e farle sparire la cicatrice dal viso…
    In men che non si dica arrivò adsl20mega tirò fuori lo spinotto appropriato per medicare la ferita si chinò sulla ragazza la collegò…ops…volevo dire la baciò
    Miracolo: biancanet aprì gli occhi…era di nuovo collegata…e senza cicatrice alcuna…
    subito venne cambiato lo status dei due…da single a fidanzati…
    E come ogni fiaba che si rispetti vissero felici e connessi
     

  • 27 ottobre 2013 alle ore 18:48
    Viaggio

    Come comincia: Aveva sentito dire, o forse letto da qualche parte, non ricordava, che il bello di un viaggio è il viaggio stesso. Prendere la macchina e dirigersi verso una destinazione nota o improvvisata, dava modo di intraprendere un'avventura. Baggianate! Trovarsi nelle ore di punta nelle tangenziali di Milano o nel grande raccordo anulare di Roma, non aveva niente di avventuroso.
    Era della stessa idea quel caldo pomeriggio di fine giugno. Avrebbe  fatto il viaggio, insieme alla moglie, con il preciso intento di arrivare il più presto possibile alla metà, in ferie.
    Faceva molto caldo e l'aria condizionata della piccola utilitaria riusciva a stento a rinfrescare l'abitacolo. La moglie, previdente come sempre, aveva preparato una borsa termica con frutta e acqua fresca, preferivano spiluccare qualcosa in macchina piuttosto che fermarsi nei caotici autogrill.
    Imboccarono l'autostrada A4, direzione Venezia. Alla sinistra si vedevano sfilare le Prealpi, confine naturale che divide le Alpi dalla pianura Padana che si estendeva alla destra a perdita d'occhio.
    "Non è male come paesaggio, tanti capannoni ma anche tante cascine, campi coltivati e montagne"
    "Già" Rispose lei sovrappensiero.
    "Guarda, adesso ci avviciniamo al lago di Garda, che belle colline, che bei vigneti, mmhh"
    "Pensa che buon vinello ah?" La donna conosceva i gusti del marito.
    "Se facciamo sei al superenalotto compriamo una piccola cascina e ci mettiamo a fare il vino" Confermò lui.
    "Si, si. Sei al superenalotto, è subito fatto. Bella zona comunque, davvero"
    Il Sole arroventava la macchina e nonostante l'aria condizionata lui stava cominciando a sudare.
    "Vuoi da bere?" Chiese lei.
    "No grazie. Cerco di resistere altrimenti continuo a sudare"
    "Un po' di frutta?" Insistè la moglie.
    "Si ok, quella volentieri" E' mentre lei lo imboccava amorevolmente arrivarono a Verona, allo svincolo per Modena.
    "Adesso comincia il pezzo noioso" Osservò lei mentre addentava un pezzo di melone.
    "Piattume, campi a perdita d'occhio e zanzare" Confermò lui.
    Lei gli prese la mano poggiata sulla leva del cambio e lui la strinse forte, un gesto affettuoso che i due condividevano spesso.
    "In effetti anche questo paesaggio ha un suo fascino" Disse cauto lui mentre lei stava cercando di infilare un cd nell'apposito spazio e poi lo guardò come a dire <Sei impazzito!>
    "Non ho detto che sia bello, però guarda che belle cascine e i campi come sono tenuti bene" Poi con la coda dell'occhio intravide che dischetto stava per mettere lei ed esclamò:
    "Nooo, che lagna. Metti qualcos'altro dai, lo sai che non sopporto quella musica" E infatti lei non cambiò dischetto e inserì ciò che aveva scelto. Musica che a lei piaceva parecchio ma a lui un po' meno.
    "Dicevi? Un bel paesaggio?" Parlò lei distrattamente.
    "Si, come le canzoni del tuo cd" Grugnì lui.
    "Allora è uno splendido paesaggio" Sorrise lei.
    Il cartellone indicava l'uscita di Mantova.
    "E' una bellissima città Mantova, ricca di storia e a misura d'uomo"
    "Non so, non l'ho mai vista" Rispose lei.
    "Un giorno ci veniamo, con calma"
    "Hai fame?" Chiese lei.
    "No grazie. Ho sete ma non bevo se no mi devo fermare venti volte a pisciare"
    Stavano attraversando il Po, erano in piena pianura.
    "Chissà che nebbia in inverno" Disse lei.
    "E che freddo" Confermò lui.
    La macchinina macinava chilometri alla velocità di crociera di 110, 120 km all'ora; una buona media. Lei guardava fuori dal finestrino e canticchiava sulle note del cd, mentre lui cominciava a soffrire il caldo. Non aumentava l'intensità del freddo perchè sapeva che a lei dava fastidio ma il sudore cominciava ad imperlargli le tempie.
    "Tesoro, aumenta un po' l'aria fresca" Lo invitò lei.
    "Ma a te da fastidio"
    "Non ti preoccupare, oggi fa veramente caldo"
    Lui approfittò di quell'eccezione e abbassò immediatamente la temperatura. Nel frattempo erano giunti all'altezza di Modena, in perfetto orario con la tabella di marcia ed imboccarono la A1, che non sembrava troppo trafficata.
    "Forse oggi ci va di culo" Pregò lui.
    "Dobbiamo ancora passare Bologna" Osservò lei.
    Bologna. Spauracchio per milioni di automobilisti che devono attraversarla in qualsiasi periodo dell'anno, si rischia spesso di trascorrere alcune oer fermi in colonna, ad osservare fabbriche, palazzoni e colline in lontananza. Il paesaggio stava cambiando, ora ai lati dell'autostrada si vedevano frutteti e stabilimenti di vario tipo.
    "Quaggiu si vede un'altra campagna rispetto alla nostra e adesso si cominciano a vedere le colline bolognesi"
    Erano arrivati allo svincolo:a destra si andava per Ancona, Pescara; a sinistra per Firenze, Roma. Imboccarono la destra e pregarono di non trovare colonna o San Lazzaro sarebbe arrivata tardi.
    "Sembra poco trafficata oggi l'autostrada" Affermò la moglie convinta.
    "Lo dicevo io. E' un giorno feriale ed è abbastanza presto e poi la crisi colpisce duro. Ma lo sai che anche l'autostrada da noi è mezza vuota?" L'autostrada da noi era la famigerata A4 nel tratto tra Brescia e Milano andata e ritorno.
    "Mi ricordo i tempi in cui ci volevano anche tre ore per arrivare a Milano. Bisognava partire prima delle 5 alla mattina o eri fregato" Lei lo sapeva, ma non aveva voglia di pensarci. Disse invece:
    "Certo che senza traffico si può ammirare anche questa zona con un altro punto di vista, non è male"
    "Colline e campagna, un po' il sogno di tanta gente e poi sono piuttosto vicini al mare" Lei si stava addormentando, il classico colpo di sonno da viaggio. Lui la aiutò a reclinare leggermente il sedile e le strinse la mano"
    "Riposa tesoro, Bologna è superata" Lei non sentì quelle parole, stava già dormendo. Lui allora approfittò per cambiare cd e inserì un dischetto degli Eurythmics; la musica e la voce di Annie Lennox lo tranquillizzavano molto. Non c'era traffico e la media dei 120 non era pesante da tenere. Mentre osservava il paesaggio fortemente agricolo intervallato da grossi stabilimenti, stava ripensando alla sua vita. I problemi legati al lavoro che non c'era, la consapevolezza di essere di passaggio su questa terra ma di non poter fare a meno di preoccuparsi per il suo futuro e quello della sua famiglia, ma anche la gioa di avere degli splendidi figli e una moglie insostituibile. Da giovane gli avevano detto che con il tempo l'amore va spegnendosi; probabilmente era così, ma lui dopo vent'anni sentiva di voler bene alla moglie più che all'inizio, chissà, il tempo avrebbe dato il suo responso. Immerso in questi pensieri si ritrovò senza accorgersene all'altezza di Cesena, quando lei aprì gli occhi.
    "Siamo a Rimini?" Domandò con voce impastata.
    "Quasi, siamo a Cesena. Dormi ancora se vuoi, io non sono stanco"
    "Sicuro? Hai lavorato tanto questi giorni, vuoi il cambio?"
    "No, no, tranquilla, riposati ancora"
    "No, altrimenti mi viene il mal di testa. Vuoi un po' di frutta?"
    "Volentieri e anche l'acqua. Dopo Pesaro o Fano ci fermiamo al primo autogrill a farci un caffè, e per andare al bagno"
    Mangiarono in silenzio. Adesso il paesaggio stava cambiando completamente. Le colline coltivate a grano, orzo e girasoli avevano preso il posto dei campi coltivati ad ortaggi e frutta.
    "Questo è il paesaggio che piace a me" Sospirò lui sognante. Lei cambiò cd ed inserì una raccolta di musica degli anni ottanta, un buon compromesso per entrambi. Dopo circa quindici minuti si fermarono a prendere un caffè. A lui non piaceva fermarsi in quei posti, troppa ressa, la paura costante di essere derubati, anche se poi si era circondati da gente che, come loro, era in viaggio e non vedeva l'ora di arrivare alla metà.
    Andarono in bagno e una volta fuori ripartirono velocemente senza fare carburante.
    "Costa di più in autostrada e con questa velocità penso che arriveremo a destinazione senza dover fare benzina"
    "Speriamo" Affermò lei "Comunque un buon caffè ci voleva proprio"
    "Si. Hai visto come erano puliti e ordinati i bagni? E poi sempre a parlar male dell'Italia. C'è ancora della frutta?"
    "Prendi queste albicocche, sono buonissime" Mangiarono ancora frutta, con quel caldo era un vero toccasana. Avevano superato Senigallia e più a sud si vedevano chiari il promontorio di Ancona e il suo porto. Adesso l'autostrada entrava nell'entroterra per qualche chilometro, una volta superato l'aeroporto avrebbero costeggiato le alture di Ancona e il monte Conero per poi riavvicinarsi al mare più o meno all'altezza di Loreto, che con il suo imponente santuario svettava sulle colline marchigiane.
    "Guarda amore, Loreto. Ti ricordi anni fa quando ci siamo venuti?" Lei era innamorata di quel posto.
    "Si tesoro e tutti gli anni ci ripetiamo che dovremmo tornarci e ora che i bambini sono cresciuti potremmo portarci anche loro, gli piacerebbe"
    "Sono sicura che resterebbe anche nel loro cuore"
    In breve sorpassarono anche l'uscita di Macerata.
    "Ti ricordi quell'anno che siamo scesi a Macerata al matrimonio di mia cugina?" Esclamò lui.
    "Si, che avventura. E poi che bel posto dove siamo andati a mangiare e dormire, stupendo. In mezzo alle montagna, al verde e alla tranquillità, come si chiamava?"
    "Tolentino? Camerino? Bha, non ricordo, però era proprio bello, anche lì sarebbe da tornarci"
    "Amore, con tutti i posti belli che ci sono da vedere e rivedere non basterebbe tutta la vita per visitarli"
    "Hai ragione, però è bello avere dei ricordi. Guarda le colline che piacciono a noi, qui in primavera ed estate è uno spettacolo"
    "Quando stai bene vedi tutto bello" Confermò lei mentre gli stringeva la mano poggiata sul sedile. Restarono così per qualche minuto, in silenzio, beandosi della presenza reciproca. Un cartello indicava la fine delle Marche e l'inizio dell'Abruzzo.
    "Siamo quasi arrivati. Sei stanca?"
    "Io no. Tu piuttosto, ti fa male la schiena??"
    "Un po'. Con questo caldo si suda comunque e sono tutto appiccicoso"
    "Dai, ancora poco e ti farai una bella doccia. Hai fame?"
    "Adesso si, ma aspettiamo di arrivare, mengeremo a casa" Il viaggio stava per terminare, mancavano sette chilometri all'uscita di Roseto degli Abruzzi. Da lì ancora qualche chilometro di strade interne e sarebbero arrivati a destinazione, dove parenti e amici li stavano aspettando. Uscirono dall'autostrada senza problemi, erano quasi le nove di sera e non c'era traffico. Lui ci mise pochi secondi a prendere il passo urbano, il rischio dopo tante ore di autostrada è di andare troppo forte nelle strade di paese. Adesso respiravano aria di casa, quei posti vacanzieri evocavano in loro gioia e pace, la strada tortuosa che si arrampicava sulle colline scoscese era un segnale di riconoscimento come per dire: ecco, siete arrivati. Entrarono nel paesello a passo d'uomo e videro corrergli incontro i loro ragazzi e la gente del posto sorridente, erano arrivati.
    "Amo, siamo arrivati!" Disse lei sorridente.
    "Si tesoro, siamo arrivati. E' stato veramente un bel viaggio" E mentre finiva di parlare i figli avevano già aperto le portiere della macchina e li stavano investendo con una raffica di baci e abbracci.

  • 26 ottobre 2013 alle ore 21:36
    Ricordi

    Come comincia: ....mi svegliai sudato, con quell'amaro tennent's in bocca e la testa era un campo di battaglia, bombe scoppiavano al suo interno, la televisione era ancora accesa li, come a vegliarmi, e il posacenere si era capovolto sul letto,bella giornata di merda si prospettava.
    Cercai sotto le lenzuola stropicciate la paglia spenta nella notte appena trascorsa, non la trovavo, dove cazzo si era andata a nascondere, e poi eccola... schiacciata sicuramente dal mio peso notturno era li , chiedeva solo di essere rimessa in sesto ed essere fumata. cosi feci.
    Grattandomi svogliatamente i testicoli, ancora mezzo sudato mi alzai e scalzo mi recai in cucina, avevo anche lasciato il portatile acceso,questo mi faceva capire quanto la notte prima fossi davvero arrivato al low battery, mi ero praticamente annientato, e in quei momenti post risveglio tutto mi fu più chiaro, dovevo smetterla, dovevo darmi una controllata, dovevo semplicemente ritornare a quella normalità chiamata monotonia almeno per qualche giorno, dovevo ricaricare quella stronza di batteria.......
    Ero ormai una entità astratta, bevevo, lavoravo, scopavo, mi tatuavo, mi tatuavo , bevevo, lavoravo, scopavo, ma non mi bastava più questo sedativo artificiale, nella mia testa passava tutto il mio vissuto, dalla adolescenza quando la famiglia si appoggiava ad un solida ricchezza a quando tutto finii grazie a strozzini e malavitosi paesani che a furia di pugni e minacce cambiarono , stravolsero completamente il menage famigliare.
    Mi ritornava in mente il periodo tra bologna e urbino, quando con la scusa di trovar lavoro passavo il tempo a drogarmi e bere tra rave a sasso marconi e storie assurde.
    Mi ritorna in mente il periodo in cui lavoravo nei locali notturni e me la godevo alla grande tra alcool e scrittura, e torno indietro e ricordo il mio punto zero. L'incidente dove i miei amici persero la vita e io no, il mio vero punto 0, e poi mi ritornano in mente i fidanzamenti e le storie di sesso sfrenate e il matrimonio e la nascita di mia figlia e la separazione e indietro a quando scoprii che il buddha si faceva.
    E mi ritrovo ad oggi, seduto in mutande in cucina a pensare a tutto questo, è questo il low battery è di questo che voglio raccontarvi, di una storia assurda ma favolosa, di un pazzo scrittore operaio perso tra la realtà e i suoi sogni, perso tra sconfitte ma vivo di speranze e ambizioni......
    Mi sedetti e iniziai a scrivere,fumando l'ennesima schifosissima sigaretta e sorseggiando la birra calda abbandonata sul tavolo la notte prima.
    -LOW BATTERY-

  • 25 ottobre 2013 alle ore 23:53
    La rosa nel giardino

    Come comincia: Era da anni che più nessuno si occupava di quel giardino in fondo al parco, circondava una vecchia  villa decrepita. Le erbe infestanti facevano da padrone, avevano occupato tutti gli spazi che ormai da tempo non erano stati più curati.
    Il Giardino si guardava intorno per scorgere se si fosse salvato al meno un fiore di quelli che aveva visto tante volte  colorare i suoi giorni.
    Ogni mattina al sorgere del sole si guardava e ricordava quello che era stato, ornato da tulipani colorati, da primule e viole, mimose e tante margherite che coprivano la sua superficie…  I ricordi lo facevano sognare. Ogni sera prima di addormentarsi raccontava alla luna che gli teneva compagnia, la sua disperazione per l’unica rosa che aveva nella sua terra piantato le radici, sino a toccargli il cuore e della quale si era innamorato, ma che purtroppo, non era più rifiorita. Raccontava di lei, la sua bellezza, sussurrando alla luna il velluto dei suoi petali rosso fuoco, della sua eleganza vestita di spine e foglie verdi e del profumo che l’inebriava ogni sera… La luna l’ascoltava e una sera di maggio, intenerita dalla sofferenza del povero giardino, lasciò cadere una lacrima che brillava di una luce bianca e pura, appena toccò il suo suolo si formò un cerchio,  nel centro del quale spuntò una piccola gemma, con i suoi raggi l’illuminò mostrandola al giardino.
    Poi sparì dietro una nuvola ed il giardino ebbe giusto il tempo per vederla. Un brivido percorse la sua terra e felice del dono si addormentò aspettando il giorno. Quando la mattina seguente si svegliò, la piccola gemma era già cresciuta, era una pianta di rosa, quando se ne rese conto, la gioia lo pervase e tremò tutto il terreno, tanto che le erbe infestanti ne furono scosse.
    La rosa per qualche giorno rimase anonima, nessuno si era accorto di lei, ma le attenzioni che il giardino le prodigava scuotendo le erbacce perché non invadessero il suo spazio, fece ingelosire l’edera e il giorno che la rosa sbocciò e si elevò al disopra delle erbe infestanti, sfoderò tutta la sua bellezza dei petali vellutati cosparsi di brina mattutina, brillava al sole come una regina con il diadema di diamanti gocciolanti, poggiati sulla punta dei suoi petali aperti e sorrideva al giardino innamorato che estasiato teneva a bada le erbacce perché non le facessero male.
    L’edera gelosa strisciò silenziosa ed uno dei suoi tanti tentacoli avvicinò la rosa, poi fingendosi amica elogiò la sua bellezza e le domandò di abbassare le sue spine per poterle porgere una carezza. La rosa gentile acconsentì ed abbassò le spine sotto lo sguardo del giardino che nulla poté fare per impedire all’edera di avvinghiarla. Appena si svestì delle sue spine, con forza estrema, l’edera serrò forte il bocciolo di rosa fino a soffocarlo. Si spezzò e cadde sulla terra del giardino, il quale la strinse  sul suo petto e pianse insieme al cielo il suo amore.
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:55
    Le mie scarpe

    Come comincia: Le mie scarpe erano logore,erano arrivate,le guardavo con rispetto,avevano camminato molto,avevano macinato strade e vissuto tutto quello che avevo vissuto io,non si erano mai lamentate,anzi ubbidienti mi avevano portato dove volevo essere portato,senza mai lamentarsi.
    Le mie scarpe sapevano di vissuto di esperienza,non come quelle scarpe fortunate,quelle lucide,indossate poche volte da persone che l'unica strada che facevano era quella che intercorreva dal portone di casa alla portella della macchina,fortunate ma inutili. 
    Le mie invece erano fedeli,fiere.
    Come quella notte,quella notte loro erano con me,non mi lasciavano mai,come i cani affezionati morbosamente al proprio padrone,di quella sera ricordo solo flash di luci e lampeggianti,gente che urlava e correva,affannati cercavano di essere utili,non capivo bene quello che accadeva intorno a me,sembravo come bloccato sottosopra,non riuscivo neanche a parlare.Poi il buio.
    Il giorno dopo quando aprii gli occhi mi resi conto che quello che circondava il mio corpo era una fredda e tetra camera d'ospedale,il verde slavato sui muri dava la sensazione di morte, e quello era,la morte si era insinuata silenziosamente e vigliaccamente nella mia vita e in quella dei miei amici,loro,seppi molto dopo che non erano più dei nostri,ed io colpevole riflettevo su come potesse essere accaduto,tutto d'un colpo, eravamo sorridenti e pieni di vita.poi il buio.
    Quando aprii nuovamente gli occhi,il verde slavato era ancora li,tanta persone che d'autorità si appropriavano della parola amicizia no invece,erano spariti tutti,il colpevole non era gradito,e ciò mi rattristò molto,poi abbassai lo sguardo,di lato al letto,sole e allineate le vidi,erano li,presenti e fiere aspettavano che scendessi dal letto affinché potessero nuovamente essermi utili,erano fedeli loro.
    Presi le converse gialle tra le mani,le accarezzavo come un padre fa con un figlio,e loro mi confortavano,come è strano che un paio di scarpe logore possano aiutare più di tanta inutile gente. Le stimavo,qualcuno mi aspettava allora. ......
    -low battery-

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:53
    LA NOTTE

    Come comincia: ...Ero seduto li al tavolo forse da sei o sette ore, la notte era passata, e lo si capiva dal rumore esterno.
    Si iniziava a sentire il cinguettio degli uccelli e più macchine passare assonnate sotto la mia finestra.
    L'aria in casa era mista a nebbia,era il fumo che restava sospeso a mezz'aria come a creare un ambiente da romanzo bukowskiano,la luce era poca.
    Li sul tavolo bottiglie di birra vuote e cenere tutto intorno, i fogli accartocciati e come gomitoli sul pavimento.
    La testa mi frullava idee e pensieri e la compagna penna trascriveva stanca sulle righe marcate.
    Stappai un'altra tennent's e accesi l'ennesima paglia,accartocciai il foglio e aggiornai i gomitoli di carta sul pavimento.
    Non riuscivo a scrivere nulla,non ci ero riuscito per tutta la notte,li sul tavolo lo sclero era misto a ubriachezza, trasudava rabbia e delusione in quella stanza.
    De Andrè, l'amico fragile cercava cantando in sottofondo di addolcirmi il cuore,ma quella notte devo ammettere che non riuscii nel suo intento,la rabbia e il rancore avevano preso il sopravvento.........

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:51
    -IL SOGNO-

    Come comincia: Feci un sogno pazzo quella notte, sognai qualcosa di assurdo, magico, ma nel contempo reale, davvero molto reale.
    Ero seduto su una poltrona, una di quelle stile antico, quelle con intarsi ovunque e con spalliera e seduta soffice e comoda, completamente rivestita di un fantastico velluto porpora.
    La scrivania era enorme e non da meno in quanto a bellezza, faceva anche lei la sua porca figura.
    La macchina da scrivere spiccava luccicante di un nero abbagliante e il bianco delle lettere sui tasti dava alla stanza una luce particolare, tutto intorno,sulla scrivania, fogli bianchi da riempire.
    La stanza era lunghissima, aveva una profondità notevole,da un lato una serie di finestre grandissime una di fianco all'altra; io, la poltrona e la scrivania invece eravamo li in fondo, alla fine della stanza e difronte a noi, ma molto distante, la porta d'ingresso chiusa.
    Il pavimento era qualcosa di meraviglioso ed i mattoni antichi davano un tocco di eleganza al tutto.
    Scrivevo, scrivevo e il tempo sembrava non esistere nel sogno, mi vedevo li seduto a scrivere senza mai alzare la testa dal foglio, tutto intorno si sentiva una musica che allietava l'ambiente.
    Continuavo ad osservarmi, come se quello seduto a scrivere non fossi io, ero sempre li a scrivere con la testa piegata sul foglio che quasi non si riuscivano a vedere gli occhi, ma allo stesso tempo non ero stranito dal fatto di sapermi sdoppiato, era tutto normale, era un sogno si, ma era davvero tutto fottutamente reale.
    Mentre continuavo ad osservarmi, l'io che era seduto finalmente alzò il capo e iniziò a guardare verso il centro della grande stanza, nello stesso momento dai fogli iniziarono ad uscire figure prima poco riconoscibili e poi pian piano focalizzai che erano vari personaggi del racconto a cui stavo lavorando.
    Erano tanti nella stanza e danzavano tra il me che guardava e il me seduto alla scrivania, danzavano e parlavano tra loro come fossero reali, a suon di musica si spostavano chi piano chi velocemente per la stanza, quasi a mezz'aria, erano usciti dal racconto per prendere vita.
    Tutto quello era bellissimo, era molto rilassante vivere quella situazione, i due io continuavano a guardare quella danza senza proferir parola.
    Quando mi svegliai mi accorsi di essere ancora seduto al tavolo con la penna in mano, mi ero addormentato mentre scrivevo.
    Devo dire la verità, l'essermi svegliato e l'aver scoperto che si trattava solo di un sogno, mi lasciò l'amaro in bocca, un senso di tristezza che durò vari giorni.
    Speravo di poter rivivere quella esperienza fantastica.

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:49
    -LOW BATTERY-

    Come comincia: ..La stronza era andata via da casa, portandosi via anche la mia serenità, preso dalla rabbia, a metà di " Se ti tagliassero a pezzetti" mi alzai sbattendo violentemente la sedia sul muro, presi a casaccio alcuni scritti che avevo sulla scrivania e come un automa corsi in bagno e li gettai nella vasca, andai in cucina e presi l'alcool da sotto il lavandino, l'accendino dal tavolo e tornai in bagno.
    Ero seduto sul bordo della vasca con l'alcool nella mano sinistra e l'accendino nella destra, l'omino buono mi diceva di smetterla, di non farlo, non avrei fatto che torto a me stesso, di lasciar perdere.
    I miei manoscritti erano parte di me, non di lei.
    L'omino cattivo ribatteva incitandomi a bruciare tutto, come un vero ultras mi diceva che dovevo farlo, dovevo cancellare tutto ciò che avevo creato sino a quel momento, perché era solo merda e la merda di solito porta altra merda, quindi dovevo assolutamente farlo. Dovevo bruciare tutto.
    Lo feci, riempii la vasca di alcool, le pagine bianche iniziarono a prendere un colore rossastro, e tutto quello che sopra era scritto iniziò lentamente a confondersi in macchie nere, avvicinai l'accendino e accesi tutto.
    Il fuoco prese a vivere, la fiamma era di un colore particolare, guardavo impietrito il falò del mio passato, ma nello stesso tempo mi sentivo quasi sollevato, quasi infatti.
    Appena tutto fu cenere lo sconforto arrivò immediato, mi resi conto di aver fatto la cazzata più grande della mia vita, avevo dato fuoco a una parte di me.
    Quello che avevo scritto poteva essere per molti anche feccia, ma era feccia mia, creata da me, avevo fatto davvero una grande e grossa cazzata.
    Bastonato da me stesso tornai in cucina mi sedetti e rullai un po di marocco e accompagnato dalla birra calda rimasta sul tavolo fumai velocemente.
    Mi alzai e spensi la luce,mi recai muto in camera da letto, accesi la luce, vidi troppe cose che mi riportavano a lei, spensi e mi diressi verso il divano, mi stesi e guardai l'ora, erano quasi le sette del mattino.
    Dormii....

  • 25 ottobre 2013 alle ore 19:47
    Bianchi da colorare

    Come comincia: ...E sul quel barcone eravamo in tanti, troppi, eravamo cuori protesi verso un adriatico nervoso, attaccati tutti, l'un l'altro facendoci forza e coraggio in silenzio.
    E quel barcone per noi era il mezzo con cui poter riabbracciare papà, era il mezzo con cui potevamo affacciarci ai nostri sogni e ai futuri progetti, speranzosi, ma poi non si sapeva bene di cosa.
    Avevo solo sei anni, trascorsi interamente a sognare e amare il mio punto di riferimento, mio padre.
    Avevo solo sei anni, passati sulle sue spalle passeggiando felici a Durazzo o inseguendo quei magnifici colori che aveva la mia cuginetta, lei aveva colori, matite, acquarelli, ed io ne ero affascinata quasi rapita, incantata.
    Poi di colpo, d'un tratto tutto mutò, tutto si trasformò in un rincorrersi in cerca di qualcosa di migliore, di qualcosa di bello, di democratiche speranze. Avevo sei anni, e in sole ventiquattro ore mi ritrovai da che ero seduta sulle sicure spalle di papà, in un barcone pieno di gente,chi spingeva, chi pregava, chi semplicemente guardava l'orizzonte, guardava l'adriatico con occhi assenti e impauriti,ma che avevano però un misto di serenità e commozione.
    Avevo solo sei anni, e mio fratello quattro e mia madre con in braccio il piccolino di famiglia che ne aveva appena sei, ma di mesi.
    Il barcone prese mestamente il largo ed il silenzio si fece assordante,il buio invece sereno
    Questo è solo l'inizio della mia storia...........

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:02
    Mani sconosciute

    Come comincia: Lo sguardo alzato ...il cuore batte a mille ..una goccia scende piano piano dalla fronte sul collo ...fa caldo.Un movimento lento .. stringi la mano..forte forte ..quel pezzo del vestito ..senti un forte dolore nello stomaco, gridi.Le gocce sono ora pioggia ...ti senti inondata .. vuoi scappare ..perché ora il caldo si è trasformato in freddo ... un freddo gelido che ti entra nelle ossa ..nel cuore...nell'anima. Ma la strada è lunga e non c'è nulla per poterti proteggere .E' durato poco quel momento di pace che però ti faceva sentire cosi pesante, cosi confusa ..in attesa ..di tornare alla normalità .Perché niente di tutto ciò era reale ..era tutto senza senso e non era davvero quel che sembrava di essere.Non ti rimane altro che correre, verso quel qualcosa che difficile capirai cosa sarà ..è tutto nella tua testa .Ma corri verso quel che pensi sia libertà, verso quella porta che salverà tutti i tuoi pensieri, quei mostri che ti seguono verso la loro redenzione .. perdere tutto per un po' di pace ..E ti senti come responsabile di tenere chiusi questi mostri...Di tutti quei mostri che ti stano invadendo piano piano i pensieri .. e senti il loro potere ..come una scossa ..ti scorre nelle vene e ti danno l'impressione di essere potente .. immortale .La lasci scorrere senza fare niente perché non porterebbe a nulla ..tu non vuoi quel che non sia tuo...e quei mostri non li vuoi .. non ti appartengono e tu non appartieni a loro ...Cosi che continui a correre ...Intorno a te nebbia, nebbia e pioggia ..ti fermi, non c'è niente, non c'è nessuno..sola ..senti intorno a te le urla .. fa paura ..il tuo respiro diventa pesante..la tosse ..cadi sulle ginocchia ...guardi davanti a te .. nella nebbia si sentono dei passi ..piano piano si avvicinano ..senti una mano sulla spalla ..un'altra sull'altra spalla ...c'è più d'una persona ..ti aiutano ad alzarti e ti senti svenire .. senti tutte quelle mani addosso a te ..ti fanno paura ma non riesci a reagire, non riesci ad aprire gli occhi ...nemmeno quell'oscuro potere nelle vene senti più ... come se tutta questa nebbia te l'avesse succhiato senza nemmeno accorgerti ...Ti senti trasportata ..senti ancora la pioggia fredda cadendo sul tuo corpo come mille aghi che ti pungono la pelle .. ma piano piano ti abitui finché non senti più nulla ... non riesci a parlare ..non riesci a far uscir fuori nessun suono ...Ti lasci trasportare ..verso lo sconosciuto da mani sconosciute ... ti lasci portare verso quel qualcosa ..che magari potrebbe farti compagnia .. e ti chiedi ora ..dov'è la tua testa .. chiudi gli occhi .. e pensi ..pensi a quel sogno che facevi sempre ...alla tua visione di libertà..a quella casa sul lago ...a quel che credevi che sarebbe stata la tua meta, a quel letto caldo ..al camino dentro al quale avresti buttato la legna ..a quell'odore di caldo...E piano piano ... ti senti finalmente a casa ...

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:01
    Riflesso

    Come comincia: Tra me e te ci stava il fumo...Guardavo il fumo per paura che svanisse insieme a te ... cosi che continuavo a fumare ... insaziabile al pensiero che tu rimanessi li.Immobile ,fredda ..come una statua ...Intoccabile ... non ero sicura della tua esistenza .Improbabile la tua esistenza ..cosi perfetta ,cosi ... indescrivibile ...E io ...piccola creatura ... beata di poterti ammirare ..Cosi piccola ,delicata,fragile e superba .ma nello stesso tempo cosi fredda,imponente,forte e violenta ...Contraddittoria ..Lascio spazio alla mia mente di vagare in cerca di poter trovare il modo ...di afferrarti ..di sentirti .La mia realtà richiede la tua presenza ...un bisogno malato che porta avanti un vizio non sano ...Improbabile le mie intenzioni ...Perennemente in attesa di soffocare il mio essere per sostituirlo con il tuo ...Infelice di portare avanti un immagine di te ...una brutta copia di quello che sei...come un falso di Monet...Mi piace

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:00
    Breathe easily ...

    Come comincia: Rabbia ..rabbia che violentemente ti prende, ti possiede .Rabbia per tutto quello che ti circonda..rabbia che ti consuma ..Rabbia per te stessa che non riesci ad andare avanti sulla strada che ti sei scelta ..L'aria pesante , sporca ... tossica .Ti senti pesanti i polmoni ,senti pesanti quei vestiti che ti porti addosso  ...Il peso del tuo corpo è pesante. Vorresti crollare sul pavimento freddo e restare li ...non muoverti ... non lo fare ...Respira, respira profondamente perché è l'unica cosa che non fa rumore . Respira quell'aria che la senti tossica.

     

    Non fa freddo , ma stai gelando ...come se il tuo corpo fosse morto ...un cadavere che cammina ...uno zombie ...Non hai più bisogno di sentire . Sentire è doloroso , sentire ti da brividi ...quella pazza idea di voler sentire ti ha fatto male...più volte.Ti sei arresa e ora vivi senza volere sentire nulla.La tua pelle bianca ... Se potessi rimarresti fredda e immobile come una statua...ma costretta ti muovi ...come ...uno zombie.

     

    Convincerti di vivere , non ci riesci . Perché è cosi difficile ?

     

    Violentemente , estremamente fredda guardi fuori il buio che arriva .... il buio con cui ti sei abituata , come se ti appartenesse ...come fosse una cosa tua .Il buio ti aiuta a nasconderti , ad essere invisibile , a far uscire fuori e negare le tue paure... nel buio ..le tue paure spariscono , diventano una cosa sola con le ombre ...tutte quelle ombre ...Si muovono ...e tu le guardi come se fossero una cosa bella ...lentamente si muovono le ombre ...puoi camminare lentamente in mezzo a loro...di notte ..non possono farti del male ...

     

    Un'altra notte in arrivo ...un'altro giorno passato ...

  • Come comincia: Pensieri scomodi che lasciano scie di amarezza e dolore .Dolore che diventa fisico .Non puoi calmare un dolore essendo allergica agli antidolorifici ...Come non puoi calmare un dolore interiore con qualcosa che non hai...come fossi allergica alla felicità .Disagio interiore ... .Tutto doloroso ..lo senti nelle ossa ,nelle vene ..inonda te stessa con emozioni forti ...incontrollabili. Come una tempesta ..come un tornado ... ti copre di , ti soffoca e per poco non riesci a respirare ...senti il battito del cuore come se fosse talmente forte da farti scoppiare la testa .Vorresti coprirti le orecchie con le mani ma non riesci a muoverti ...ti senti pesante ,tutto è pesante ..l'aria ...E per poco il tempo si ferma ... per te .Guardi scorrere tutto intorno a te, immobile non reagisci e non puoi manco gridare .Come diceva qualcuno ..."Non puoi colmare un abisso con l'aria " ..Come non puoi colmare il vuoto dentro con dolore ...E' angosciante aspettare che ti salvi ..che salvi te stessa dall'inferno provocato dagli altri ... E' angosciante provare e riprovare senza risultati ...E' angosciante vivere cosi .Per chi è nato con il dolore ... è difficile trovare la felicità .E' come cercare di cacciare un raggio di sole per poi rinchiuderlo in una scatola .

  • 21 ottobre 2013 alle ore 10:11
    Amicizia o amore, questo è il dilemma

    Come comincia: Mithra, era un giovane, un bel giovane, alto e altero, dai capelli lunghi dorati, desideroso di vivere. Era molto legato alla vita, soprattutto perché prediligeva il prossimo come se stesso. In altre parole, aveva instaurato un forte legame che gli veniva ricambiato e da questo ricambio egli traeva la linfa vitale necessaria per il suo quotidiano sostentamento. Ricavava, in definitiva, da ciò una carica emotiva eccezionale stimolata ulteriormente dal rispetto reciproco, dalla sincerità viva, dall’attaccamento, dalla simpatia, dall’attrazione e dalla disponibilità del prossimo nei suoi confronti.
    Un bel giorno Mithra, mentre stava percorrendo la strada che quotidianamente lo portava a sfogare questi sentimenti al suo prossimo che, ovviamente, glieli avrebbe ricambiati, incontrò un ragazzo bellissimo, dai capelli ricciuti anch’essi dorati, dalla pelle candida e da un volto che esprimeva armonia, rilassatezza, letizia e serenità al tempo stesso. Egli portava a tracolla un arco e sulle spalle indossava una faretra piena di frecce.
    Mithra si fermò, lo guardò attentamente e gli chiese “Bel giovane, posso farti un elogio che mi viene dall’intimità più profonda?”.
    “Dimmi, non può che farmi piacere” rispose meravigliato da una tale domanda inconsueta il ragazzo.
    “Sei bellissimo, e la tua bellezza esprime ciò che di più bello, di più sublime, si può desiderare, molto di più di quanto io ho cercato finora!” esclamò Mithra.
    “Ti ringrazio, giovane, per l’apprezzamento che mi fai. Mi vuoi dire il tuo nome?” chiese il ragazzo.
    “Mi chiamo Mithra” rispose prontamente il giovane.
    “Non ho mai sentito questo nome!” esclamò meravigliato il ragazzo.
    “Mi chiamano così perché mi piace fare alleanza con tutti quelli che mi danno ciò che io do” proferì il giovane che subito dopo chiese “e tu come ti chiami?”.
    “Mi chiamo Cupido perché bramo ardentemente chi mi brama, con un desiderio disordinato che non riesco a controllare, con un profondo sentimento di affetto indescrivibile che mi stravolge l’anima. A chi mi suscita tale ardore misto a passione sfrenata tiro un mio dardo che lo ferisce per sempre”, rispose il ragazzo.
    “E la ferita non lo porta alla morte?” chiese Mithra.
    “No, perché io gli curo la ferita e, in questo, trova lo sfogo tutto il mio ardore. Si viene ad instaurare una reciprocità affettiva molto intima” affermò Cupido.
    “Allora, tra noi due c’è diversità! Io esprimo nei confronti di tanti il mio affetto basato sulla stima e su rispetto reciproco che mi viene ricambiato. Non c’è intimità. Esso è chiamato Amicizia.” esplicitò Mithra.
    “Il mio affetto, invece è un sentimento irrazionale, incontrollabile suscitato dalla bellezza esteriore di un’altra persona soltanto. La simpatia generata è intima, carnale, profonda, interiore, spirituale, ed ha bisogno di un continuo ricambio. Essa si chiama Amore!” precisò Cupido.
    “Non può capitare che quando tiri il tuo dardo ferisci la persona sbagliata?” incalzò Mithra.
    “Sì, qualche volta mi è capitato!” rispose prontamente Cupido.
    “In tal caso come fai?” chiese Mithra.
    “Non posso farci niente!”esclamò spontaneamente Cupido.
    Dopo questa risposta, Mithra e Cupido si guardarono stupiti in faccia, senza dire una parola e, subito dopo, si salutarono e proseguirono ognuno per la propria strada.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 16:15
    Per poco, Antonio, per poco...

    Come comincia: Caro Don Antonio Sartori, ricordo quale fu, la prima volta del nostro incontro. Spesso, poi, nella mia vita, ti ho chiesto rifugio, nella, accogliente, tua Cittadella, ad Assisi. Una fredda notte, la solitudine dei miei fari, che sbagliavano vie su vie, inseguendo pensieri. Tornanti senza stelle, nevischio sul tergicristallo, una pena dentro, incolmabile. Una messa di mezzanotte, un Natale, che osservavo passare su di me, senza traccia di serenità. "Dopo messa, una cioccolata assieme, in cella?" Un tuo invito, che non dimentico. Un salvagente buttato all'anima. "É un grande teologo, vedrai." Mi avevano preannunciato, e temevo la tua vicinanza. Io sono rimasto al catechismo parrocchiale, quello della prima comunione. Sorseggiammo, in silenzio, quel liquido denso, caldo, cremoso. Le stelle sembravano entrare nella buia cella. Non una parola. Il tuo sguardo, su di me, aveva un peso leggero. Una vertigine di corpo e anima.                                      "Può bastare, per stanotte. Va un po' meglio, Lucio?"
    Un pomeriggio domenicale, sul Nevskij prospekt di Leningrado. Un inverno grigio e freddo. Ancora la vecchia Unione Sovietica, povera, cenciosa, buia, come una pagina di Dostoevskij. Marciapiedi colmi di volti senza espressione, vecchi cappotti, incipriati di ghiaccio. Una massa solida, in movimento perenne, senza meta. "Lucio, stamane, non ho detto messa, devo tornare in albergo. Mi accompagni?" In quel polveroso salottino, in un freddo corridoio dell'enorme hotel, due poltrone di pelle consumata e un tavolino sgangherato. Tirasti fuori dalla tua borsa due bottigliette. "Guarda un po', in cucina, se ti danno del vino, acqua e un pezzo di pane". Quando te li portai -"Ora siediti comodo, in poltrona, rilassati, sarai stanco". Che spettacolo, quella messa, che mi offristi! Possibile che la cena del Cristo potesse rinascere, con me e te, in quel momento, con tale semplicità. C'era posto per un Dio, in quel salottino polveroso, ostico? Ne ebbi un’intuizione, grazie a te.
    Un luglio, in Finlandia. Era di primavera. Al tramonto, giungemmo ad una chiesetta di legno, un pezzo d'arte, firmato da Alvar Aalto. La foresta l'avvolgeva, rabbuiandola dall'azzurro dell'immensità del cielo. Vedo ancora la scenografia, dietro l'altare. Un sipario di cristallo apriva la visione di una via, tra alti alberi ventosi.  La croce, ampia, nera, decisiva, chiudeva lo sguardo, in un orizzonte prossimo.                                       -" Lucio, prima d'iniziare messa, vai fuori. C'è una corda che scende dal campanile, suona la campana"-   Ricordo quell'invito, improvviso, che mi mise imbarazzo. Il suono, lanciato da me, nell'immensità, tra i mille laghi e le immense foreste della Finlandia, non terminava mai, si ampliava in cerchi infiniti. C’ero io, al centro di quel suono. Cos'era mai? Un pianto, un lamento, forse, una preghiera. Che mi avevi mai fatto fare? Per poco, Antonio, per poco, stavo per credere.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:47
    Lara alla tomba di John

    Come comincia: Andava spesso a far visita alla tomba di John. Anche se questa era vuota, dato che il corpo giaceva in fondo ad un burrone e non era stato possibile recuperarlo, lei lo poteva sentire vicino a sé. Le piaceva portargli dei mazzi di fiori di lavanda, quelli che nascevano vicino alla casa di John e che quella sera del loro primo bacio avevano inebriato i loro sensi. Dopo aver deposto i fiori davanti alla sua tomba e aver tolto qualche erbaccia che usciva dal terreno, Lara si stendeva per terra guardando il cielo cercando di parlare con John, per raccontargli di come fosse ora la sua vita e che cosa faceva durante le giornate. Non era sicura che lui l’ascoltasse, ma ogni tanto vedeva dei raggi di sole che apparivano durante una giornata nuvolosa e si diceva che forse l’aveva fatto accadere John per comunicarle qualcosa.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:41
    Il fatale litigio

    Come comincia: - Che spiegazioni vuoi che ti dia?!- Lucas non sapeva come giustificarsi con Sarah che in quel momento era infuriata con lui.
    - Almeno potevi dirmelo tu. Scoprirlo da un’altra persona mi ha ferito ancora di più!-
    - E va bene! Sono stato con un’altra!- Entrambi tenevano il tono della voce molto alto. – Sei contenta ora? Non ha significato nulla per me, è stata solo una cosa di pochi minuti!-
    - Dovrei sentirmi meglio ora?-
    - Ed io come dovrei sentirmi? Sai cosa vuol dire per un ragazzino come me affrontare una cosa così impegnativa come la tua malattia? Ho sentito il bisogno di essere giovane ancora per un giorno, invece di essere obbligato a comportarmi come un adulto!-
    Gli occhi di Sarah erano pieni di lacrime ed alcune erano scese a bagnare le sue guance rosee.
    - Ah tu devi affrontare la malattia? Sai almeno cosa vuol dire non riuscire a prendere sonno ogni notte per paura che sia l’ultima volta che chiudi gli occhi? O dover ringraziare per ogni giorno in più che ti è stato regalato? Sai come ci si sente ad aspettare un cuore che sai perfettamente che non arriverà mai? O dover fermarti ogni volta che compi uno sforzo perché sei rimasto senza respiro e capisci che dovrai rinunciare a fare le cose più semplici… questo lo sai come ti fa sentire?-
    Lucas ascoltava con il volto inespressivo senza essere in grado di rispondere.
    - Hai ragione tu: sei solo un ragazzino!-
    E detto questo Sarah si mise a correre finché la forza non l’abbandonò. Lucas tentò di afferrarla, ma dopo quella discussione si sentiva come pietrificato e rimase dov’era.
    http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...
     

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:39
    Un momento fra Sarah e Lucas

    Come comincia: Quando il respiro di Sarah si fece più pesante e Lucas fu certo che lei dormisse, le bisbigliò ciò che non aveva il coraggio di dirle mentre lei poteva sentirlo:- Amore mio, non vorrei essere l’aria di cui hai bisogno per respirare: non potresti toccarmi. Non vorrei essere la luce: di notte non mi vedresti. Non vorrei essere pioggia: ti lascerei sola quando mi asciugo. Mi accontenterei solo di essere il tuo amore così sarei ciò che ti fa battere il cuore, ciò che riempirebbe le tue giornate, e i tuoi sogni la notte, ciò che arriverebbe in ogni attimo nei tuoi pensieri… non pretenderei di essere amato, ma di avere l’opportunità di amarti!-
    Sarah che aveva sentito quelle parole, senza aprire gli occhi disse:- Credo che non riuscirei più ad immaginare la mia vita senza di te!- http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...