username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Roberto Bani

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Roberto Bani

  • 19 luglio 2010
    Memorandum

    Come comincia: Di cosa vuoi che ti parli, dopo tanto tempo, se non di come ancora io sappia sbagliare e scegliere sempre la via più facile per farlo.
    Dovresti saperlo, anima mia, quanto si sia vulnerabili quando si ama, e di come a volte sia facile ingannarsi e non vedere l'unica verità, e che vuoi che ti racconti, se non che mi manca il momento, e il domani, e che il passato è solo la punta di una spina che non riesco a togliere dal mio respiro.
    Non sono stato capace d'imparare ad attendere, non ho saputo ingoiare le lancette del tempo, ed ascoltare è un esercizio cosi difficile che ho rinunciato a farlo da troppo tempo.
    Guarda: quella panchina di pietra, laggiù, in fondo alle mie parole, è il posto dove aspetterò i ricordi e le ragioni perdute.
    Non mi volterò quando sentirò i passi allontanarsi: tornerò a pensare che l'eternità sia il momento più breve che abbiamo avuto e non cercherò più un posto dove mettere i momenti e le giornate dove il sole era accanto a me.
    In quel libro delle promesse fatte cercherò un nome e aspetterò per capire perché le cose, in fondo, sono sempre quelle che noi cercavamo, ma non abbiamo mai la voglia di crederlo.
    E' una transumanza di anime e corpi quella a cui ci è dato di assistere e noi siamo parte di essa.
    La cena è pronta, i rumori delle posate sono il contorno immancabile; i liquidi scendono nei bicchieri, nella bocca, nello stomaco e poi nelle parole.

  • 19 luglio 2010
    Un sorso di veleno

    Come comincia: Lo sguardo fisso dentro la schiuma della birra .
    Bianca, morbida, quasi impalpabile, che lentamente si dissolve . E la lingua passa sulle labbra, raccogliendo il sapore amaro.
    I bicchieri sono troppo piccoli stasera, troppo vuoti , non si riescono mai a riempire. Sorsi di un coraggio che non serve a nulla.
    E tu chi sei? Vuoi un sorriso? No… No… Non sederti al mio tavolo, ti prego, non ho parole per te.
    Ecco bravo, passa oltre… Ma chi è? Bastava un ciao? Bastava un sorriso?
    Dai, bella bionda, siamo ancora lontani dall’oblio. Un paradiso da conquistare a sorsi. Paradiso liquido.
    I dehors dei bar sono sempre affollati da fighe da vetrina e pappagalli da esposizione.
    Mi servirebbe un trapano per bucare quelle loro teste di cazzo e sentire il sibilo dei loro pensieri che escono dal cranio: psssttt… Gomme che si sgonfiano.
    Si, un sorriso anche per te. Contenta?
    Davanti a me, seduta. Sconosciuta e carina Non t’ho nemmeno vista arrivare. Perché tengono la musica così alta?
    Almeno riuscissi a sentire ciò che mi dice…
    Ma sì, diciamole sì. Un sorriso anche per te.
    Forse mi ha chiesto se le offro da bere. O forse se poteva sedersi perché era l’unico posto vuoto.
    Guarda altrove. La saluto, ho voglia di camminare.
    Riuscire a capire quanto mi ha chiesto il barman per due birre, è una impresa. Aspetto il resto e sorrido.
    Via da questa ferita aperta.

  • 20 gennaio 2009
    Spalle al muro

    Come comincia: Appoggiato al muro aspettavo la sera, laggiù, in quel vicolo che conduce al mare. Sono rimasto con i pensieri e la schiena attaccati a quel vecchio muro di pietra cercando di capire tutto quello che mi avevi detto. Potevo solo tacere, leggere tra le pieghe della tua bocca che vomitava l'inferno e la disperazione. Restavo fermo davanti a te mentre mi chiedevi di ruggire ancora, come il mare quel giorno.
    Non sappiamo nemmeno quale forza abbia tenuto il nostro cuore in pugno affinché smettesse di battere più forte; la tua era forse solo rabbia, forse stanchezza.
    Avrei lasciato le mie mani andare sul tuo corpo per ritrovare ancora il tuo seno. Ma rimanevo lì immobile e guardavo le tue mani che si trasformavano in mazze ferrate e mi colpivano forte sul petto; poi il pianto rallentava come i tuoi colpi, fino a spegnersi tra i singhiozzi. Mi facevano più male le tue lacrime che ogni colpo ricevuto.
    Stavo lì, con le spalle al muro, mentre sparivi dietro l’angolo lasciando solo la scia del nostro tempo.
    Non trovavo la forza di andarmene, di lasciare anche quell’ultimo posto dove sapevo avresti potuto trovarmi. Forse gli occhi si bagnarono per la pioggia, ma venne la notte a nascondere la mia fuga.
    Ritorno ancora qui per cercare il suono di un perché. Forse coglierò il giorno nel quale anche tu avrai bisogno di risposte e ti vedrò accarezzare quel muro nudo e pietoso che ha accolto la mia pena.
    Sai amore mio, io non sono mai andato via da quel muro: quando si muore non si va più via da nessun posto.

  • 06 novembre 2008
    L'anima del carnefice

    Come comincia: Nelle avenidas i cingoli dei carri armati avevano lasciato le stesse cicatrici che avevano i martiri sulla pelle. Segni profondi, palpabili, pronti alla vendetta.
    Incontrare i boia per strada non era cosa rara, anzi, incontrare chi aveva ucciso il tuo futuro era cosa comune.
    Nel dehor di un cafè, quell'uomo dagli occhi azzurri come il mare, racchiusi in piccole fessure sopra un viso bonario, quasi gentile, le mani lunghe e affusolate come quelle di un pianista o di un chirurgo, dai gesti misurati e precisi, mi aspettava. Quelle mani che prendevano un bicchiere di Cabernet Sauvignon cileno e lo portavano alle labbra con solenne lentezza, con la consapevolezza di quello che sarebbe stato il gusto al palato, il sentirne gli aromi e le fragranze.
    Un uomo così, che sapeva dare un valore alle cose terrene, che sapeva apprezzare a fondo le cose buone della vita, si apprestava a raccontarmi quello che era stato il suo “impiego” negli anni passati, con la tranquillità di chi racconta le sue vacanze estive a Vigna del Mar.
    Otto ore di lavoro sulla carne di persone per lui senza nome, senza età, senza sesso, senza volto, senza storia. Pezzi di carne da fare urlare, da sfinire, da rendere morbida, da piegare.
    Si godeva il sole mentre raccontava senza enfasi e accanimento la sua storia. Guardavo la sua bocca e ad ogni parola sembrava uscissero pezzi di carne, sangue, urla.
    E gli sovvenne il nome di uno degli ospiti del garage, così chiamava il suo posto di lavoro, perché lo aveva “incontrato” il giorno del compleanno di uno dei suoi bambini. Ne aveva tre, e così quel giorno, prima di prendere servizio gli aveva comprato uno di quei giochi di costruzioni a mattoncini colorati e mi disse che lui non voleva che i suoi figli giocassero con le solite armi giocattolo perché erano diseducative, insegnavano la violenza.
    Il racconto si dipanava in modo fluido, senza interruzioni, con dovizia di particolari e senza mai crogiolarsi nel compiacimento.
    Gli domandai perché mai raccontasse queste cose a me e perché si fidasse di me.
    Sorrise con quei suoi denti disordinati ma bianchissimi e si avvicino così vicino al mio viso che potei sentire il suo alito che sapeva di vino e mi disse : “Non lo so. Certe cose si fanno e basta.”
    Poi si rimise rilassato sulla sedia e aggiunse che forse aveva scelto me perché ero straniero o forse perché i poeti hanno sublimato la morte nelle poesia e lì trovano le loro risposte alla vita. Un carnefice invece è condannato a cercare le sue risposte dentro agli altri.
    Aveva una teoria secondo la quale un boia cerca nella vittima predestinata il senso della vita e che solo guardando in faccia la disperazione di chi muore si riesca a capire quale sia l’essenza di un uomo. Rimasi immobile ad ascoltare quello che mi sembrava un delirio di onnipotenza. Poi dalla tasca tirò fuori un malloppo di carte tenute insieme da un grosso elastico e me lo consegno in mano.
    Mi disse che era il suo testamento e che avrei potuto leggerlo appena si fosse alzato da quella sedia.
    Impercettibilmente il suo viso si fece più rilassato, quasi sereno. Mando giù l’ultimo sorso del suo cabernet, lasciò una banconota sotto il bicchiere, mi fece un sorriso e senza dire nulla se ne andò. Mi alzai anche io, con quel malloppo di carte in mano e con un senso di dolore e nausea profondi. Presi la sua stessa direzione, mescolato tra la folla del mezzogiorno nell’Avenida Central, e non potei fare a meno di seguirlo per un po’ di tempo ancora. Non ricordo per quanto tempo, ma ad un certo punto, prima di infilarsi in un vicolo laterale, si fermò e voltandosi, da lontano mi sorrise:. Poi sparì dietro l’angolo.
    Il suo “testamento” non lasciava nulla a nessuno, non confessava nessun delitto, non raccontava nessuna storia, non chiedeva nessun perdono. Era solo la raccolta manoscritta di centinaia di poesie; poesie di straordinaria bellezza, scritte da un’anima eletta e pura. Poesie d’amore e di vita.
    Passai ore a leggerle dimenticando quale mano avesse mai scritto quei pezzi di carta, e quale anima li avesse concepiti.
    Nell’ultima pagina di quel “testamento” trovai scritta la frase: “La ricerca è finita. La morte ha liberato il poeta. Ora il poeta libererà la morte”.
    Pensai alle due anime che avevano vissuto in quell’uomo specularmente, in un inspiegabile simbiosi, in un tragico e armonico conflitto interiore.
    L’orrore scese dentro al mio cuore.
    Il fuoco fece giustizia di tanta inutile bellezza, di tanta terribile purezza.
    Tutte quelle straordinarie poesie portavano la data a piè di pagina e tutte erano state scritte negli ultimi due anni prima della sua morte in quel vicolo, con un colpo di pistola alla nuca.

  • 15 marzo 2006
    Agosto in città

    Come comincia: Agosto in città è una sofferenza.

    Soprattutto se sei senza amici perché sono tutti al mare.

    Il parco dell'Italia '61 è  semideserto. Siamo in due, soli, a giocare. Arriva l'ora di pranzo. Mamma ha detto di aspettarla qui. E chi si muove. Sarà l'una. Rimaniamo qui ad aspettare, io e Angelo. Oggi mamma ha detto che mangiamo qui al parco. Eccola, arriva. Una corsa ad abbracciarla.

    Oggi mamma non sorride, non è di buon'umore, ma ha sempre parole dolci. Ci sediamo su una panchina, facciamo due parole, scherziamo un po'. Lo facciamo sempre con mamma, a lei piace ridere, è cosi bella e quando ride lo è ancora di più. Ma oggi non riesce proprio. Non ci guarda negli occhi e si mette a frugare nella borsa. Tira fuori un  sacchetto del pane, di quelli di carta marrone, e  tira fuori un panino col prosciutto. Non è molto grande. Lo prende tra le mani e lo divide in parti eguali: una per me ed  una per Angelo. Mangiamo. Per bere c'è lì vicina la fontana che sputa acqua dalla bocca del toro verde.  Guardo mamma. Mi guarda con un sorriso triste e non mangia. Le domando perché: "Non ho fame amore". Io invece ho ancora molta fame ed anche Angelo: "Mamma, non c'è più niente?"

    La mamma fa cenno di no. Per oggi basta.

    Mancano ancora due giorni alla fine del mese.

    Speriamo passino in fretta.

  • Come comincia: Categoria vivere.

    Categoria difficile. Categoria alla quale tutti aderiscono. Molti rinunciano anzitempo. Volenti o nolenti si prende parte al carnevale della vita. E allora,  tanto vale provare.

    E ci si impegna, con voglia e speranza. Sorridendo all'umanità. Un sorriso che ti costringi a trasformare in una maschera. Che importa. Il sorriso è come la peste: contagioso.

     E inizia cosi la tua avventura! Poche cose da portare sulla schiena ma un immenso bagaglio dentro te. Ti sei sempre detto che quello che hai dentro nessuno te lo potrà mai portare via. Nemmeno se ti portassero via tutto. La vera ricchezza è dentro di te.

    Poi incontri altri sorrisi. Quei sorrisi che ti lasciano credere. Quei sorrisi che cominciano a rubarti piccoli pezzi di te. Piccoli pezzi dentro di te.

    E cominci a sentire che la qualcosa ti è stato portato via. Ma tu sorridi. E loro sorridono. Sorridono con te? O di te? Tu sei tranquillo. Vuoi essere tranquillo. Devi essere tranquillo. Non puoi credere di non essere tranquillo perchè loro sorridono. Vedi i loro denti.

    Ma sono sorrisi? I loro denti sono aguzzi. Mordono i tuoi sogni, dilaniano le tue emozioni, sbranano i tuoi progetti. Sono sorrisi?

    Quando cominci a pensare con troppe domande cominci a convivere con troppi dolori. Sono sorrisi?

    Sei sempre più povero. I denti. Non sono sorrisi. Le risposte cominciano ad arrivare. Non sono sorrisi. Mostrano i denti. Sono vampiri. Mi avevano scambiato per uno di loro: tu sorridi, loro mostrano i denti. E masticano ogni cosa che trovavano dentro di te. Non sono sorrisi.

    Ora fanno male. Prima non li sentivi. Perchè? Solo ora fanno male. Hanno mangiato tutto dentro di te. Anche la morfina dell'amore. Ora stai male. Ora il dolore ti pulsa alle tempie.

    E una mattina ti alzi e ti guardi allo specchio. Guardi ancora. Il sangue ti gela nelle vene. Guardi ancora. Quello non è più un sorriso. Sono solo denti. Aguzzi denti pronti a mordere.

    Ora non hai più nulla. Ora non hai più voglia. Ora sei solo.

    E loro, adesso, ridono davvero.

  • 27 gennaio 2006
    Piccoli pensieri

    Come comincia: Adesso tocca a te. Con passo deciso e sguardo attento sei li , sul bordo di quel grande tappeto e attendi che la musica inizi...

    Chissà come batte forte il tuo piccolo cuore e  chissà quali saranno i tuoi pensieri.

    Via! Ora! 

    E i tuoi gesti cominciano a farsi rapidi, precisi.  In mezzo a quel grande tappeto cominci a disegnare figure straordinarie con il tuo corpo ancora acerbo che si piega, si modella, si trasforma, si trasfigura.  E il mio cuore batte più forte del tuo, il mio corpo è teso come il tuo. Sono li con te, che ti sollevo in alto, che ti sorreggo in volo.

    Sembra il tempo sia infinito,immoto. E tu sei sempre li, che mi agiti il cuore.

    Due minuti eterni, due minuti che vorrei finissero subito per esplodere di gioia.

    Ecco, è finita!  Brava, brava amore mio.

    La musica finisce, la tua splendida immobilità prima del saluto e poi l'uscita di pedana con passo marziale, fino al bordo. E poi via di corsa verso le tue compagne.

    Vorrei essere li, abbracciarti e dirti che sei stata brava, ascoltare la tua voce sempre calma ma dolcissima che mi racconta tutto quello che hai provato in quei pochi secondi  di assoluta bellezza.

    Ma resto qui, in mezzo a tante persone che come me aspettano il loro angelo che prenda il volo, per poter piangere e emozionarsi un po' . Aspetto per vederti ancora quando chiameranno il  tuo nome , per cogliere  ancora sul tuo viso la gioia, per bere, attraverso te, alla fonte della felicità e aspetto di poterti baciare.

    Grazie amore mio.

     

    Dedicato ad una piccola atleta, campionessa italiana di ginnastica ritmica

  • 07 gennaio 2006
    I due amanti

    Come comincia:

    Fu subito un tutt'uno trovarsi e cercarsi: da quel momento non si persero mai più di vista.
    Sapevano bene che forse mai avrebbero potuto essere più vicini di così ma per ora poteva bastare. Forse un giorno lontano si sarebbero toccati, sfiorati. Non avevano fretta. Il tempo giocava per loro.
    Lei si sentiva protetta da quella grande figura accanto e sentiva di essere al sicuro.
    Lui la vedeva diventare sempre più bella e rigogliosa e non negava a nessuno la sua bellezza.
    Lui era orgoglioso e fiero di tanta grazia: gli altri potevano averla per qualche momento ma le sarebbe stata sempre accanto a lui.
    Lei era tranquilla di quella presenza.  Quando il vento l'accarezzava
    lui la sentiva sospirare e agitandosi cercava di sfiorarla.
    E passavano le stagioni. Una dietro l'altra, aiutavano il loro lento cercarsi.  E venne un'altra estate, calda, di quelle dove le cicale cantano fino a stordirti. La campagna intorno chiedeva solo silenzio.
    Ed allora, proprio in quel momento, sentì un fresco e piacevole tocco; lei gli era vicino come mai era stata, come mai in tutti quegli anni.  Si potevano accarezzare: ora avrebbe potuto toccarla per sempre
    E passarono gli anni ma quel momento resto indimenticabile, come tutte le prime volte, come tutti gli addii. 
    E indimenticabile fu anche il giorno che quegli uomini arrivarono su un grosso carro. Scesero cantando e con delle corde la legarono stretta ai rami e con le asce cominciarono ad abbatterla. Le sue radici erano ormai diventate troppo ampie ed erano pericolose per la casa.
     Uno, dieci, cento  colpi, un ultimo alito di vento tra i rami, un ultimo sospiro e la vide crollare al suolo. Rimasero solo le radici di lei intrecciate alle sue a ricordargliela fino a quando non dovette lasciare il posto ad uno splendido parcheggio a pagamento.
     
     
    Per due euro l’ora adesso,  si può prendere il posto di un albero. 

  • 07 gennaio 2006
    Un lungo viaggio

    Come comincia:

    Una sorta di timore misto a tristezza lo aveva pervaso nei giorni precedenti.
    Lauro continuava a dargli consigli e indicazioni, e aveva scritto per lui una piccola agenda piena di indirizzi e nomi da usare in caso di bisogno. Per l'ultima volta Basilio prese da sotto il letto la vecchia scatola di scarpe e la appoggiò sulle gambe. Le lettere era tenute insieme da un fiocco di carta dorata. Decine di lettere, tutte con la stessa calligrafia, tutte con la stessa frase d'inizio: " Adorato amore mio".
    Sciogliendo quel fiocco sapeva che avrebbe attraversato ancora una volta tutta una vita.
    Lauro guardava in silenzio Basilio, mentre tremante apriva quella busta, aspettando ancora una volta di vedere gli occhi del suo compagno riempirsi di tristezza.
    Basilio ormai conosceva a memoria ogni parola, ogni virgola di quell’ultima lettera. Poche righe con il solito inizio, una promessa e una data:
    " 17 ottobre 1949
     Adorato amore mio,
    tra tre giorni sarò in viaggio per venire finalmente da te. Non faccio altro che pensare al momento nel quale potrò riabbracciarti. Ho già pronto tutto quello che ti devo portare, compreso il mio amore per il quale non esiste valigia cosi grande che possa contenerlo!
    Non ti scriverò altro perché voglio dirti tutto guardandoti negli occhi. A presto amore mio, ti amo.
     
    Tua per sempre, Anita."
     
    Richiuse con i soliti precisi gesti la lettere e ordinatamente ripose la busta nella scatola da scarpe.
    Domani si sarebbero salutati forse per l'ultima volta, e presto qualcun'altro avrebbe preso il posto di Basilio.
    Il mattino seguente pioveva, ed il vento spingeva le onde sul pontile di attracco. Tutto sembrava come quel giorno di 20 anni prima. E come quel giorno, lui era lì, ad aspettare il traghetto.
    Ancora una volta si girò a guardare il faro; abbracciò forte il suo compagno e gli disse: "Questa volta il traghetto è arrivato. Lascio qui il mio cuore ad aspettare Anita." 
    Il faro diventava sempre più piccolo, Lauro ormai non era che un puntino che muoveva le braccia. E lì, in mezzo al mare, dove la sua Anita riposava, sciolse il fiocco di carta dorata e lasciò portare via dal vento tutte le lettere e tutte le lacrime.
    Alcuni giorni più tardi, Lauro fu chiamato  a terra, per riconoscere nel corpo dell'uomo caduto dal traghetto, il suo compagno Basilio.
    Un lungo viaggio era finito.

  • 03 gennaio 2006
    Il gusto della gioia

    Come comincia:

    Sull'albero di Natale ci sono appese le caramelle di cioccolato con le praline colorate e la nocciola nel cuore. Le cri-cri. Sono avvolte in carta stagnola colorata  con le due "orecchie" in carta velina bianca. La mamma le appende con il filo per cucire di colore rosso una ad una. Le mette in mezzo alle palline, seminascoste. E più in alto, fuori dalla portata delle nostre piccole mani, ci sono i piccoli Babbi Natale di cioccolato fondente.

     Le nostre narici annusano con forza il profumo che emanano quelle piccole delizie sospese sui rami. I frutti del pino natalizio. Non ci resta che aspettare il giorno di Natale per raccoglierli.

    Il giorno di Natale? E' troppo  lontano.  Mamma le ha legate cosi bene e sembra ricordarsele tutte. E col sorriso controlla e fa l'appello: 5 rosse, 6 blu, 4 bianche, 8 verdi, e via fino alla fine.

    E loro sono lì, appese e golose. Se ascolti bene le puoi sentire anche parlare tra loro. Ridono, per il tempo che gli rimane. E poi guardano noi piccoli e con voce melliflua iniziano, come le sirene con Ulisse, a chiamare: "Dai, vieni, mangiami, mangiami..."  Come resistere fino a Natale?

    Le biglie di vetro, quelle vinte agli amici giù in strada, avvolte nella stagnola,al posto delle cri-cri. Questa è una idea geniale.

     La mamma esce a far la spesa. Noi abbiamo gia tutto pronto. Quelle piu interne sono le più adatte, le candidate perfette. Il profumo del cioccolato ci rende frenetici: "...mmm, che buone!..."  ... "Non mangiamole tutte! ora basta"...

    Non arriveremo mai a Natale, le finiremo prima. Cosa racconteremo? Non pensiamoci.

     E il Natale è qui. Le caramelle sull'albero.O meglio, le biglie di vetro colorato nella stagnola. Mamma sorride e ci invita a raccogliere i "frutti".  Ci guardiamo. Nessuno si muove.

    "Va bene bambini, le raccolgo io e me le mangio."  E coglie dall'albero la prima. Ci guarda, la scarta e con un rapido gesto la mette in bocca!!!

    Mamma stai attenta! Uff.. è andata bene... era una caramella.

    Ci riprova. No! Quella lì no! Quella l'ho messa io... e' una biglia, ne sono certo.

    Ma che succede? Mamma sorride e mangia il cioccolato. Mamma mangia e ride. Ride e guarda i nostri visi stupiti. E raccoglie altre cri-cri. Un miracolo della notte di Natale... Le biglie di vetro sono ritornate cioccolato. Lo dicevo che Babbo Natale esiste!  Lo sapevo!

    La magia del Natale che aveva il profumo delle cri-cri.

    La immagino ancora adesso la mamma, la notte di Natale, che sorride, mentre mette altre caramelle al posto delle biglie,  pensando al nostro stupore il giorno dopo. La magia della notte di Natale che aveva il semplice gusto della gioia e di una risata.

    Parlami di un sogno.

  • 03 gennaio 2006
    La schiava

    Come comincia:

    Lei era appoggiata con la schiena al muro, seduta per terra, con le braccia che stringevano le gambe ed  il mento appoggiato alle ginocchia. Lui stava in piedi in quella stanza nella semi-oscurità e le dava le spalle.


    La voce di lei ripeteva sussurrando una fredda cantilena: - “Lasciami andare… lasciami andare…”


    Quando lui all’improvviso, ormai esasperato urlò: - “Smettila! Basta!”


    Ma lei continuava: - “Chiudi gli occhi… lasciami andare”.


    - “Basta, basta, basta!” urlò ancora lui. “Cerchi forse di farmi impazzire?”


    - “Pensa a ciò che stai facendo. Tu forse già lo sei pazzo.” rispose lei.


    Ci fu un breve silenzio poi lui disse: - “Sì, hai ragione. Stare qui con te a parlare è follia. Dovrei ignorarti. Ma sappi che, fuori di qui, nessuno saprà mai nulla di te.”


    - “Tu si. Basta questo.”


    - “Finiscila! Tu sei mia. Tu sei legata a me, per sempre. Non puoi scegliere. Tu vivi perché io esisto!”


    - “Si, non ho mai potuto scegliere, ma lo stesso vale per te. Io sono un segno della tua esistenza.”


    - “Legati a doppio filo…io il padrone e tu la mia schiava.”


    - “Schiava dei tuoi gesti ma non dei tuoi pensieri” Il viso di lui quasi si deformò in un ghigno e con sadico compiacimento le sussurrò: - “E che importa? E’ la stessa cosa. Tu non avrai mai vita, sei un pensiero morto, senza azione. Hai solo desideri. Non esisti…”


     La cantilena di lei ricominciò incessante: - “Lasciami andare… lasciami andare… Sogna e liberami…”


    - “Stupida… Non servirebbe a nulla. Non sarebbe che una piccola inutile fuga. Torneresti sempre qui da me. Saresti qui ogni volta che apro gli occhi, ogni volta che giro lo sguardo, ogni volta che ti cerco, saresti qui, ai miei piedi.”


     La porta si aprì piano e la luce di colpo illuminò la stanza. La donna entrando nella stanza gli parlò con voce tranquilla:


     - “Dovresti smetterla di stare sempre al buio, Sebastiano. Guarda… La vedi? Lei è sempre li, non se ne va via. Non andrà mai via senza di te.”


     - “E’ così testarda… parla solo di andarsene via. Cosa possiamo fare per lei? E poi perché mi parla solo al buio? Vorrei tanto che la sentisse anche lei, che le parlasse… Capirebbe il male che mi fa. Cosa posso fare?”


     - “Sebastiano, calmati adesso. Vedrai, tra poco non la sentirai più. Ora siedi qui”. La donna mise la mano nella tasca del suo camice e poi la avvicinò al viso di Sebastiano, aprendola, lentamente. Sebastiano prese le piccole pillole colorate che gli avrebbero regalato per qualche ora un po’ di silenzio .Un piccolo sorso d’acqua e il respiro si sarebbe calmato, l’angoscia sarebbe svanita e lei non sarebbe andata più via.


    La donna stava per uscire quando Sebastiano la chiamò dicendole:


    - “Lei dov’è?”


    - “E’ qui, ai tuoi piedi. Guarda. La vedi? La tua ombra è qui. Non se ne è mai andata. Lei è tua e non ti lascerà mai. Ora chiudi gli occhi e riposa. Riposate insieme.”


     - “Sì. Insieme. Io e lei. Grazie Dottoressa. A domani.”

  • 03 gennaio 2006
    Il regalo

    Come comincia:

    La fantasia è un regalo che mi è stato fatto da bambino.
    Un giorno vennero due signore a trovarmi e sorridendo mi aprirono la mano per consegnarmela.

    Era incartata nella pagina di un vecchio giornale e legata a pacchetto con uno spago usato, senza fiocco. Lo spago era così corto che a malapena erano riuscite a fare il nodo.
    Era un pacchettino cosi minuscolo che stava tutto nella mia piccola mano di bimbo e cosi leggero che pensai che dentro non doveva esserci nulla.

    In piedi davanti a me, le due signore mi dissero: "Qui dentro potrai trovare tutto ciò che desideri e sogni ma non dovrai mai aprirla. Se lo farai perderai tutto."

    Non capivo: se tutti i miei desideri erano li dentro, come avrei potuto averli senza aprirla?

    Le due donne mi si avvicinarono e mi baciarono, insieme. Poi ancora mi dissero: "Ricorda, se la aprirai perderai tutto".
    Continuavo a non capire.

    "Voi chi siete?" domandai. La prima , quella che più spesso parlava, rispose: "Io mi chiamo Malinconia". L'altra, quella più gelida e taciturna pronunciò solo il suo nome: "Tristezza".
    Posai un attimo lo sguardo sulla piccola scatola e quando lo rialzai, loro erano sparite.

    La scatola continuava a rigirarmi nelle mani e cominciai a pensare che cosa potesse contenere. E più ci pensavo e più mi sentivo bene. E più ci pensavo e più capivo che quella scatola non avrei dovuto aprirla perché li dentro c'ero io e non dovevo perdere nulla di me; cominciavo a capire che i sogni, i desideri, le passioni, e tutto ciò che è fantasia sono la mia vita e che quella scatola l'avrei riempita all'infinito se avessi voluto.

    Quella scatola, dopo tanti anni, è ancora nelle mie mani. Ora è avvolta in un foglio di seta, con disegni in oro, tempestata di diamanti e con un fiocco fatto di nuvole e piume di pavone. E non importa se gli altri continuano a vedere una piccola scatola avvolta in un foglio di giornale con un filo di spago.

    Adesso la piccola scatola continua a diventare così leggera che devo stringerla sempre più forte tra le mani. E più si riempie più diventa leggera perchè i sogni, si sa, fanno volare.

    Le due signore ogni tanto ritornano ma non si fermano molto. Si siedono accanto a me poi prendono la mia mano e mi dicono: "Il peso di questa scatola è il peso della tua anima, rendila leggera. Riempila di fantasia".

    Sorrido... e se ne vanno.

  • 03 gennaio 2006
    Rinasco da Te

    Come comincia:

    Sei qui, e mi racconti la morte. Amavi quella donna e sapeva amarti, riconoscerti senza un richiamo. E la luce nei tuoi occhi brilla di più, fino a congiungersi in una lacrima di pianto. La tua voce è sempre ferma, e continua a raccontare di lei. La lacrima si riempie di ricordi, la palpebra batte un colpo e lei, con repentina scelta, ti solca il viso, come una carezza, sulle guance, sulle labbra, dove accenni ad un sorriso, per mascherare il disagio. Timida, tra le umide parentesi di carne, fà capolino la tua lingua a raccogliere il succo salato dei tuoi occhi che rientra in te, nuova linfa, nuova passione.
    Se io fossi quella piccola stilla di pena, se io nascessi in te, accarezzando il tuo viso in quegli istanti, per tornare sulle tue labbra a spegnermi, aspettando un altro dolore per rinascere ancora, ecco che io potrei gioire mille e mille volte ancora, perchè la mia vita sarebbe il tuo patire.
    Ti guardo ancora, sei di una bellezza che splende; mi consumerei in te, accontentandomi di morire ogni volta.

  • 03 gennaio 2006
    La placca del Re

    Come comincia:

    Venti miglia di pioggia gelida, fango e pericoli. Ma ci sono riuscito: eccola qui la mia placca con tanto di sigillo. Poche ore ancora e sarò a casa. Londra è una città troppo grande per quelli come me. Ci sono troppi furbi. E anche troppi prepotenti. La miseria invece è uguale dappertutto, in città come in campagna. Forza Edward, allunga il passo, il sole tra poco tramonterà. Nella foresta la notte è troppo pericolosa per percorrerla da soli. Tutta questa storia mi è costata due ghinee, quasi il lavoro di un mese, tre giorni di viaggio e il rischio di farsi derubare dai briganti. Ma adesso ho la mia placca, pronta per essere appesa alla porta. E col sigillo del Re. Al villaggio nessuno sa leggere, e forse nemmeno le guardie che verranno a controllare, ma il sigillo del Re, quello, tutti lo conoscono! Ci mancava anche la pioggia adesso. Chissà Tessa come sarà felice quando mi vedrà tornare. E’ una ragazza in gamba, se la sarà cavata benissimo nei campi . I campi non conoscono riposo. Anche questa stagione è stata misera ma a Lord Gloucester non importa. Lui manda i suoi sgherri a cavallo a riscuotere , e se noi crepiamo di fame per lui è lo stesso! Figli, sì dobbiamo fare figli. Sono l’unica ricchezza che possiamo avere. Braccia per i campi. Schifosissimo freddo! Ma quando finisce questa foresta? Non vorrei incontrare qualche lupo, magari di quelli a due zampe. Con quelli non hai scampo. Ti tagliano la gola e ti spogliano di tutto. Almeno avessi un arco. Un arco… per farne cosa poi… Non sono mai stato un grande arciere, anzi direi proprio uno schifo. Ma almeno sono veloce a correre. Certo è che, in mezzo a questo fango, non avrei molte possibilità di fuga… Meglio non pensarci troppo, se no mi metto paura da solo. Speriamo che Tessa abbia preparato una bella zuppa calda, ho una fame da lupi. Lupi…? Oh mio Dio… Questi sono ululati! Lupi! No… non adesso che sono quasi a casa. Corri Ed! Corri per la miseria! Ma quando finisce questa maledetta foresta… Dio, aiutami, ti prego... Non ce la faccio più… Non ora, non è giusto… non adesso, dopo tutta la fatica che ho fatto… Dio, aiutami! La grande quercia! Eccola, laggiù, sono salvo… Corri Edward, corri…Cielo, mi scoppia il cuore… Ecco Tessa! “Tessa, Tessa!!!” “Ed! Ed!... Che succede? Riprendi fiato, correvi come un pazzo!” “Lupi… i lupi!” “Madonna santissima! I lupi? Ma stai bene, ti hanno aggredito?” “No Tessa, no… Li ho fottuti, hahahah… li ho fottuti! Fammi prendere fiato...” “Si, riprenditi, sdraiati qui, respira. Ecco, così… Ma Ed, dimmi… è andato tutto bene? Ci sei riuscito?” “Sì, Tessa, sì, ce l’ho fatta! Ho la placca col sigillo reale! Eccola qui” “Oh, Ed, sono così felice. Ora potremo avere un figlio finalmente.” “Guarda qui… guarda… la vedi? Fammi alzare, la voglio appendere subito.” “ Guarda Tessa. Ecco fatto. Che ne dici? Ora siamo nella legge! E stasera…” “Sì Ed. Stasera… Ma dimmi, che cosa c’è scritto sopra?” “ Quando il messo del Re me lo ha consegnato mi ha detto che c’è scritto: F ornication U nder C onsent of the K ing! Il Re ci ha rilasciato il permesso di fare l’amore!” “Edward, è meraviglioso! Ora possiamo avere figli e sperare . Viva il Re"

     

     

     

    (In epoche lontane in inghilterra solo col permesso del Re si potevano avere figli. Si doveva avere una placca da mettere sulla porta di casa con sopra scritto "Fornication Under Consent of the King" e dal suo acronimo F.U.C.K. è nato il verbo "to fuck" con il chiaro riferimento all'atto sessuale.)

  • 03 gennaio 2006
    L'indigestione

    Come comincia: La debole luce dell’alba disegnava nella stanza la sua figura , seduto al tavolo, che ciondolava la testa, ormai sconfitto dal sonno. Appena il capo cadeva in avanti, con un sussulto si risvegliava e spalancava gli occhi. Poi lentamente il gioco si ripeteva e gli occhi si richiudevano. A interrompere quel circolo vizioso arrivò la signorina Adele che bussò più volte alla sua porta. Tommaso si alzò, indossò la sua vestaglia e mentre accendeva il lume a petrolio a voce alta chiese: - “Chi è?” - “Signor Tommaso, sono io, la signorina Adele”. Con movimenti lenti Tommaso andò alla porta, tolse i giri di chiave e aprì. La signorina Adele era vestita di tutto punto per la messa, il cappellino di feltro con la veletta, il solito cappotto nero e una vecchia stola di pelliccia di un non ben identificato animale, forse lapin. Era domenica e come consuetudine, Tommaso l’accompagnava alla prima funzione del mattino. Guardandola si poteva ben comprendere perché fosse rimasta signorina. Aveva più o meno la stessa età di Tommaso, circa cinquant’anni, un viso segaligno con tratti che escludevano ogni segno di bellezza, seppure remota, e la sua voce, cantilenante e stridula, non faceva altro che sottolineare il suo aspetto. Ma per Tommaso, oltre che essere la sua padrona di casa , era anche una compagnia, forse l’unica, per un uomo come lui, schivo e poco incline alle amicizie. La signorina entrò in quella stanza con cucinotto che era tutta la casa di Tommaso, e nel vederlo ancora in vestaglia gli disse indispettita : -“Signor Tommaso! Ma come, stavate ancora dormendo? Ma faremo tardi per la messa!” -“Buongiorno Madamin.” disse trascinando le parole –“ Abbiate pazienza, ma se proprio ci tenete che vi accompagni bisognerà andare alla funzione delle 10…” -“Non vi sentite bene?” -“Proprio no . Sono tutto rotto, come se mi avessero bastonato.” Poi si avvicinò allo specchio e guardandosi esclamo con sorpresa:- “Santo cielo! Guardate qui. Ho due borse sotto gli occhi che fanno paura! Per non parlare della bocca: mi sembra di avere mangiato la colla…” . Poi tirandosi fuori la lingua: -“Aaaaaaa… madamin, statemi lontana, ho un alito che potrebbe uccidervi.” -“Su signor Tommaso, vi faccio un bel caffè?” -“Ecco, si, brava, siate gentile, è proprio quello che mi ci vuole. Del resto se mi sento così è anche un po’ colpa vostra.” -“Mia, signor Tommaso?” -“ Eh si Madamin... Oddio, indirettamente perché se voi non aveste avuto il pensiero di festeggiare il vostro compleanno con una cena cosi… “importante” diciamo, ecco, io non avrei mai ecceduto.” Quasi stupita la signorina Adele rispose senza batter ciglio: - “Va bene signor Tommaso, vorrà dire alla prossima occasione festeggeremo a pane ed acqua.” -“Via, Madamin Adele, non ve la prendete, dicevo così per dire. Lo so che ho esagerato io, ma ai ravioli di carne nel vino ed al brasato al Barolo non so proprio resistere. E se poi lo stesso Barolo accompagna la cena, non c’e santo che tenga !” La signorina Adele sorrise, si tolse cappellino e cappotto e si mise a preparare il caffè. - “Ve lo avevo detto di non esagerare signor Tommaso. E questo è il risultato.” -“Va bene, va bene… quello che è fatto è fatto. Ma lo sapete madamin che ho girato tutta la notte nel letto tra incubi e visioni? Ho sentito tutti i rintocchi del campanile: l’una , le due, le tre, le quattro. E poi tutte le volte che riuscivo a chiudere occhio, russavo così forte che mi svegliavo!” -“Ah ah ah ... Addirittura!” -“ Davvero! Non mi avete sentito per caso, stanotte?” -“ Signor Tommaso, io dormo alla fine del corridoio e comunque quando chiudo gli occhi non sento più nulla. Sono come morta.” -“Beata voi. Comunque, dopo le quattro devo essermi addormentato perché non ricordo il rintocco delle cinque. E in quel periodo di tempo lì, ho avuto un incubo che mi ha messo una angoscia addosso che è come un macigno.” - “ O Santo Cielo, che cosa avete mai sognato?” -”State a sentire. Dunque. Ero qui, nella mia stanza, alla finestra, e guardavo il paese. Ad un tratto mi rendo conto di sapere volare. Sapete come succede nei sogni, no? “ -“Veramente io ho anche paura a fare le scale, altro che volare! Andate avanti, raccontate intanto che “sale” il caffè”. -“Come dicevo, mi rendo conto di essere in grado di volare. Così salgo lì, sul davanzale e agito le braccia come se fossero ali, così. Vedo che un po’ alla volta mi sollevo. Un balzo e… spicco il volo dal davanzale; subito mi accorgo che non è così facile, anzi è piuttosto faticoso. Ma volo! Volo! Così, faticosamente, mi libro sopra i tetti del paese. A dire la verità non assomigliava per nulla al paese. Ma anche questo capita nei sogni: sai di essere in quel posto anche se non è per nulla uguale.” -“ Se andate avanti di questo passo signor Tommaso, faremo tardi anche per la funzione delle 10. Andate avanti su, ora mi avete incuriosita. E allora?” - “ E allora… E’ sera. In maniera maldestra mi avvicino alle finestre delle case. Ma non è per nulla facile. Sbatto parecchie volte contro cornicioni e grondaie nel tentativo di arrestare il volo. Quando finalmente riesco, mi accosto alle finestre e , non visto, spio nella loro intimità familiare. E’ l’ora di cena , perché tutti sono a tavola seduti a mangiare. Nonostante le finestre chiuse posso sentire le loro voci ; ridono, parlano, brindano. Volo via verso un’altra finestra dove all’interno scorgo le figure di due persone che cenano. Guardo meglio quelle due persone dall’aspetto così famigliare e riconosco in loro mia madre e mio padre. Ma sono molto giovani, almeno trent’anni più giovani. Allora la sorpresa si trasforma in emozione e poi in gioia. Senza indugiare oltre busso ai vetri della finestra e col cuore in gola comincio a chiamarli : -“Mamma! Papà!” Mia madre è seduta coma sua abitudine, in modo composto e con la schiena dritta. Mio padre invece è curvo sul piatto che mangia, senza nemmeno alzare lo sguardo. Richiamata dal rumore e dalle grida, mia madre si alza i viene ad aprire la finestra. Quasi senza sorpresa mi sorride, mi fa entrare e con tenerezza mi abbraccia. Mio padre invece continua a mangiare, solleva appena lo sguardo e scuote la testa in segno di disapprovazione. Mia madre mi prende per le spalle e con preoccupazione mi domanda.-“Tommaso, da dove arrivi?” “Mamma, io arrivo dal cielo! Io volo mamma, capisci? Il tuo figliolo sa fare una cosa straordinaria: sa volare!” Mi sorride, quasi con compassione, poi si volta verso mio padre. Io mi avvicino a lui e gli dico: -“Papà, ora puoi essere orgoglioso di tuo figlio. Tuo figlio sa fare una cosa che nessun altro uomo al mondo sa fare. IO VOLO! Ti rendi conto, io so volare. Non è bellissimo?” Freddamente lui mi guarda e mi domanda:- “E a cosa serve? Ti da forse da mangiare?Ti permette di avere una posizione nella società? No? E allora è un’altra di quelle stupide idee che ti inventi di notte! Ma quando è che diventi un uomo? Ma cresci una buona volta!” E così dicendo batte forte un pugno sul tavolo. Giro lo sguardo verso mia madre che ora sommessamente piange. All’improvviso sento la rabbia che mi sale incontrollabile al cervello. Non resisto più e la mano parte in uno schiaffo che va a colpire in pieno viso mio padre. Cade per terra e la mamma gli si fa accanto ed insieme mi guardano; lei con dolore, lui con disprezzo. -“Io volo, io volo!!!” , e mentre lo urlo sono sul davanzale. Ma sento di non esserne più capace. Ormai è troppo tardi, in ogni caso devo saltare, non posso più tirarmi indietro, E salto, agito le braccia, con forza, ma precipito giù e con un tonfo cado… lì… per terra, accanto al mio letto, tutto sudato, confuso e ammaccato… Avete capito adesso, madamin ? Avete capito perché sono così “mal preso” stamane?”. -“O santo cielo, signor Tommaso, potevate chiamare. Ci credo che siete tutto dolorante. Su adesso bevete il caffè. Non vi passerà il dolore ma almeno mandate via quel brutto sogno.” -“Grazie, siete sempre così gentile voi.” -“Bisogna che vi tenga buono e vi curi se no chi mi accompagna alla messa la domenica mattina?” -“Su, non dite così, sapete che lo faccio volentieri. E comunque madamin Adele, la prossima volta che avete intenzione di festeggiare qualcosa, sarà meglio che vi organizzate per il pranzo!”

  • 03 gennaio 2006
    Il pollo a pranzo

    Come comincia:

    Domenica.

    Questa domenica c'è il pollo a pranzo. Pollo arrosto. Con la pelle croccante e le patatine fritte. Buone le patatine fritte.

    Devo stare attento a non mangiare troppa pasta se non voglio arrivare al pollo senza fame. E prima di iniziare, oggi ci sono gli antipasti: prosciutto cotto arrotolato sul grissino, e salame! 

    Accidenti,  come mi piace il salame. Quello tagliato spesso e ben stagionato. Il profumo già mi fa venire l'acquolina in bocca. Per noi bambini solo due fette, ma va bene così. Mi dicono che il salame non è per noi. Spero di crescere in fretta così potrò mangiarne quanto ne vorrò.

    Agnolotti,  di secondo, col ragù di carne. 

    Certo che le feste sono una bella cosa. Solo nei giorni di festa si mangia così. E nemmeno in tutte.

    "Pochi mamma! Voglio mangiare il pollo."

    Eccolo... E ci sono le patatine. Mamma attua il suo piccolo ricatto, lo so già: "Se vuoi la coscia devi mangiare anche un po' di petto."  Mi sta bene, mi piace tutto.

    Mmm... Buona la pelle abbrustolita, croccante e salata. Le patatine le tengo per ultime. Le mangio dopo il pollo. Cosi me le gusto da sole.

    Domenica. Le domeniche erano diverse anche a tavola.

    Il pollo alla domenica. Ce lo promettevano a metà settimana, di solito la prima del mese, quando gli stipendi arrivavano.

    Del coniglio ne parleremo un'altra volta. Nel capitolo avvenimenti.

    Buon appetito.

  • 30 dicembre 2005
    Incontri notturni

    Come comincia: Un uomo.

     La musica accompagna la strada lucida, i semafori vanno a tempo. La pioggia conta le battute e salta sul vetro. Di notte la città perde il nome, diventa un labirinto di viali e strade. Tutte uguali, in ogni città. Un giro di manopola, il volume si alza e copre i pensieri. Il piede diventa pesante lungo viali svuotati , gli alberi scappano di lato. C'è solo un urlo nella testa. Il dolore è un urlo. Gli addii urlano e si corre per scappare lontano e non sentirli. Forse le lacrime e la pioggia confondono i colori e i semafori diventano tutti uguali di notte.

    Una donna.

     La notte sarà solo un intermezzo per il domani dove trovare ancore le parole appena lasciate nell'aria. I desideri realizzati dopo giorni. Le sue carezze sono ancora sotto la maglia che frugano nel cuore. La pioggia e la notte fanno sorridere mentre al semaforo bagnano il cellulare con l'ultimo messaggio della notte: "Stanotte non dormirò: sei il mio sogno ad occhi aperti." Forse la pioggia e la felicità confondono i colori e i semafori diventano tutti uguali di notte.

    Un uomo e una donna.

     Il tempo di guardarsi, un solo istante. I visi senza espressione chiudono solo gli occhi e immaginano un'altra storia. Il parabrezza è un'esplosione di colori. Il clacson piange, la musica continua, il cellulare lampeggia. La gioia attraversa la strada del dolore. Il dolore travolge ogni cosa, senza una parola. Solo il fischio di una frenata, lo schianto della fine.

    Solo un titolo per i giornali di domani.

  • 30 dicembre 2005
    Un altro mondo

    Come comincia:

    Le luci sono spente.

    Mi piace venire qui quando non c'è nessuno. Cammino piano e ascolto il rumore dei miei passi sul legno. Queste assi mi parlano. Mi dicono cose che mi piace ascoltare; miliardi di parole che si avvicinano e che aspettano il loro momento.

    Chiudo gli occhi e le parole entrano in me. Sogno con loro, mi danno una nuova vita, mi regalano un'altra avventura. E sono naufrago su un'isola , sono Principe di Danimarca, sono poeta spadaccino, sono diavolo sull'altalena, sono un veneziano geloso.

    Non sento il caldo, non sento il freddo, la bocca è asciutta, il cuore danza nel petto, e loro, le parole, che si mettono in fila per uscire, una dietro l'altra, con un ordine preciso, con il giusto tono, con la giusta intenzione. E schizzano fuori dalla bocca, entrano in sala, si aggirano tra le file e si appoggiano sui ricordi, aprono porte antiche, trovano lacrime nascoste, rubano risate alla tristezza, ricordano gesti famigliari, ti trascinano in un altro mondo.

    Riapro gli occhi. Le parole continuano a girare, in me. Domani saranno qui ad aspettarmi. Domani, quando da dietro il tendone del sipario sentirò le voci degli spietati sognatori, che con un biglietto comprano un viaggio e un po' della mia vita.

    E' tardi, esco dall'uscita di sicurezza. Lascio dentro applausi e lacrime, risate e emozioni.

    E respiro l'aria del mondo. Qui fuori bisogna essere solo bravi ad improvvisare, il resto è un caso.

    m e r d a,  t a n t a  m e r d a*

     

     

    * (è usanza in teatro, prima di una rappresentazione, dirlo come augurio. Una volta, quando si andava a teatro, se uno spettacolo aveva avuto successo, quindi affluenza di pubblico, lo si valutava dallo sterco di cavallo davanti al teatro. Ergo...)