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in archivio dal 22 mar 2010

Roberto Saia

14 marzo 1964, Palermo

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  • 23 marzo 2010
    Il nostro amore

    Nulla più rimarrà di questo amore
    al volgere degli anni che verranno,
    quando stranieri a tutto diverremo
    e nuove genti muoveranno al giorno
    ignare di quel tempo ormai lontano.

     

    Nessuna traccia allor di quei momenti
    ove nel viso tuo trovai l’incanto,
    nessun ricordo ormai dei tanti sguardi
    spesi dagli occhi miei nel rimirarti.

     

    Quel disperato sogno di infinito
    impari soggiacette all’empio fato,
    che nel suo greve oblio cieco disperse
    il tempo di quei mille e mille baci.

     

    Nell’unica certezza or mi rincuoro,
    che giù nei mari e su fin tra le stelle,
    dalla pria alba all’ultimo tramonto,
    celati dentro al cor d’ogni creato;

     

    trovar potranno ancora noi vicini,
    indifferenti al cielo ed alla terra,
    sprezzanti a quel vil scorrere del tempo
    e presi ancor nel darci quell’amore
    che forza alcuna mai potè carpire.

     
  • 23 marzo 2010
    Madre

    Il viso stanco posi
    su quel tuo grembo atteso
    Nulla più uguaglia adesso
    ora che il tempo è andato
    quel quieto tuo di madre

     
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  • 22 marzo 2010
    Le stagioni della fenice

    Come comincia: Quando risorsi dalle ceneri, come in ogni mia precedente rinascita, avvertii che nulla era cambiato, che l’unica prospettiva futura sarebbe stata quella di consumarmi dolorosamente tra le fiamme... ancora una volta.

     

    Non ho più alcuna certezza, l’intero mio universo vacilla, nervosamente, oscillando tra un estremo e l’altro delle possibili verità, senza lasciarmi intravedere alcun indizio utile per comprendere il senso di ciò che mi accade.
    Credo di essermi perfino abituato al dolore che, immancabile, segue la rinuncia di ciò che ho faticosamente costruito e che adesso mi si sgretola innanzi, quella greve sensazione di sconfitta che aggiunge un ulteriore epilogo alla mia esistenza e che, anche questa volta, mi porterà a mutare direzione, nella intima abusata speranza di poter finalmente trovare la mia strada, qualunque essa sia.

    Vorrei porre fine una volta per tutte a questo vizioso ciclo di rinascite, a questo muovermi troppo simile all’affascinate e allo stesso tempo tragica metafora della fenice: il prezzo che ogni volta mi si chiede di pagare – consumarmi in cenere - è davvero troppo esoso se tutto si ripete da troppo tempo, da un insopportabile numero di giorni.
    L’orgoglio che un tempo seguiva ogni rinascita è adesso divenuto una profonda sensazione di dolore: l’ammaliante fascino d’allora ha ceduto il posto al cinereo squallore di un meccanico ricostruire, di un doloroso incedere edificando sulle rovine di quel che fino a qualche istante prima credevo incrollabile.

    Quel che più mi angoscia è l’avvertire l’inutilità d’ogni gesto, la netta  indipendenza di questo dai successivi eventi, ineluttabilmente identici ai precedenti e a quelli che seguiranno: per quanto ogni volta le cose sembrino diverse, quel che rimarrà, alfine, sarà la solita familiare sconfitta, solo più dolorosa delle precedenti.
    Battaglie su battaglie perse, spesso senza neppure combattere, feroci guerre delle quali rammento vividamente soltanto l’ultima, quella persa nell’inverno della fenice, nella gelida stagione che preannuncia il rito ultimo delle fiamme e, allo stesso tempo, prelude alla rinascita e a quella sempre più flebile speranza di potermi finalmente affrancare dai precedenti dolori, dando dignità a un destino fino ad adesso ingrato.
    Comunque sia, non intravedo altre alternative meno cruente dell’abbandonarmi passivamente tra le fiamme e, in quel rogo, lasciarmi consumare lentamente fino alla fine, nella speranza che quell’epilogo possa condurmi a giorni diversi da quelli che mi si chiudono innanzi.

    Tutto è oggi divenuto ancora più insostenibile, così distante da quella analogia con la metafora della fenice e molto più vicino a un vizioso emiciclo che tutto conclude anzitempo, prima che si giunga al naturale termine: le fiamme che mi avvolgono, un tempo preludio di rinascita, sono adesso un lento e interminabile supplizio, una dannazione dell’anima senza alcuna speranza di riscatto.

    A distanza di mille e mille rinascite, mi ritrovo adesso privo d’ogni stimolo, d’ogni volontà di lottare e non riesco neppure a ricordare quale sia stata la ragione per la quale, in passato, avevo affrontato indicibili tormenti, il motivo che mi aveva spinto a sfidare ogni ragionevole paura, facendo perdere consistenza perfino alla morte, quel motivo oggi così estraneo.

    Avverto l’approssimarsi dell’ultimo inverno, quello che conclude il ciclo di tutte le stagioni a me concesse e racchiuse in sé ogni giorno vissuto: una gelida brezza sulle palpebre ormai chiuse precede il breve attimo nel quale tutto acquisterà un senso, l’istante dove riuscirò  comunque a sollevarmi dal  fardello dei troppi giorni senza sole.