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in archivio dal 17 set 2010

Sabina Mitrano

29 giugno 1978, Formia (LT)
Segni particolari: Redattrice di Aphorism dal 2011.

elementi per pagina
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  • E' davvero difficile trovare le parole per recensire questo testo di Lorenzo Bonadè: un flusso di coscienza a tratti quasi oscuro, un "delirio febbrile" che srotola senza pudori e condizionamenti i pensieri di un'anima inquieta ma certa della propria visione del mondo. Una visione che rappresenta un assoluto rovesciamento di ciò che comunemente definiamo "normalità", del sistema di valori condiviso dalla società, e  che soprattutto trova la verità nei meandri delle più abiette forme dell'esistenza umana, tra gli ultimi, i Solitari e i Diversi, i poveri e le prostitute, tutti i viandanti della Strada dello Smarrimento.
    Si definisce Alieno lo spirito protagonista di questo viaggio tra i Gironi in cui è strutturata la vita, un viaggio dantesco vero e proprio ma anch'esso rovesciato, che parte dal Cielo delle Spezie, delle Prigioni e dell'Odio, passa attraverso il Purgatorio del Sesso e arriva al Giorne della Bellezza, della Rivoluzione e dell'Amore. In questa nuova scansione temporale e morale una prosa libera e cruda si alterna a vere e proprie Ballate che sintetizzano gli assiomi proposti in questo mondo senza Dio, in cui divinità e' l'uomo, ma soltanto quell'uomo che riesce a riconoscere la confusione primigenia tra Dio e Odio.
    "Nella dissacrazione c'è una pura forma d'arte, di poesia".... nella deformità, nella controcultura c'è l'essenza, nel nulla le vere emozioni, il "veleno" di cui tutti siamo inconsapevolmente dipendenti. Forse l'unica risposta a tutto ciò è secondo l'autore cambiare noi stessi, realizzare l'"Utopia suprema: legalizzare ogni tabù e non abusarne mai". 

    [... continua]

  • "I più grandi capolavori nella storia dell’arte hanno protagonista il Figlio, mentre il Padre si affaccia dall’alto benedicente, quando si manifesta (…) Ed è il Figlio cui il Padre ha delegato il destino dell’uomo. Nel nome del Figlio si cambia il mondo” .
    Questo lo spirito che anima il nuovo lavoro di Vittorio Sgarbi, un vero capolavoro che fonde con maestria e grande delicatezza l’arte figurativa e il mistero più grande che ha accompagnato l’umanità: la vita di Gesù. Dai primi passi della pittura in Italia con Giotto e Cavallini, fino ad arrivare al primo Ottocento, l'autore descrive le più importanti forme di rappresentazione pittorica della figura del Figlio di Dio, nel suo essere principalmente 'azione', atto salvifico, momento attivo della fede e del pensiero religioso. "E' certamente indicativo che la più grande rivoluzione compiuta nella storia dell'uomo sia legata al nome di un Figlio. (...) le rivoluzioni non le fanno i padri. Le fanno i figli. Dio ha creato il mondo ma suo Figlio lo ha salvato. Nel nome del Padre noi riconosciamo l'autorità, ma nel nome del Figlio affrontiamo la realtà''. Queste parole rivelano la linea lungo cui è disegnato questo viaggio nella storia della pittura: il Padre eterno è difficile da rappresentare, è essenza e immanenza, mentre il Figlio domina, possiede il potere insito nella propria vicenda: al Figlio è affidato il destino di tutta l'umanità. 
    E nelle invenzioni dei ferraresi Cosmè Tura, Francesco del Cossa e Antonio da Crevalcore e della scuola veneziana da Antonello da Messina a Giovanni Bellini, di Piero della Francesca, di Mantegna, di Michelangelo e Raffaello, dei pittori della Maniera, di Caravaggio e dei caravaggeschi, l'autore sviscera le pieghe più intime della nascita, della vita, della morte e della resurrezione del Figlio. In questo modo, grazie a tale sapienza narrativa e descrittiva, la vita di Gesù, di Maria e di Giuseppe divengono soggetto di un'arte davvero contemporanea, anzi eterna e senza tempo, insieme alla infinita gamma di sentimenti che essa ispira.

    [... continua]

  • Un viaggio intenso e sofferente, anzi una vera e propria immersione profonda e sincera nella parte più vera dell'animo umano, negli angoli dove spesso nascondiamo il dolore, la paura, il rifiuto di noi stessi o del mondo che ci circonda, e che per questo diventano spesso fantasmi non risolti della nostra coscienza. Questa la sensazione che emerge dalla lettura di Maschere respiratorie di Elena Tomaini, un'esperienza letteraria originale e stimolante, perché in uno stile rotto, ansimante e volutamente frammentato, riesce a raccontare spudoratamente - e condensando un universo in poche ma intense pagine che per questo sembrano quasi togliere il respiro - un affascinante e ampio spettro di pensieri dolorosi, di esperienze reali ma allo stesso tempo oniriche e allucinate.
    Questo universo sono i personaggi scissi e irrisolti, i luoghi sporchi o talmente veri da diventare surreali, gli sguardi e i pensieri slegati e liberi che i racconti  descrivono, costruendo come in tanti episodi di un film, una serie di maschere dietro le quali si nasconde - o forse sarebbe meglio dire si difende - l'inquietudine presente nell'essenza di ciascun essere umano.
    In una sorta di scissione pirandelliana tra forma e vita, questo essere emerge dalle pagine in tutta la sua complessità, nella precarietà del suo faticoso equilibrio, in una serie di espressioni in cui "l'orrore è solo un modo di insegnare ad essere migliori", oppure "la prima regola per perdere tutti i sentimenti è circondarsi di gente che ne ha troppi".
    Queste declinazioni esistenziali vivono e respirano dietro le maschere di vite diverse, sovrastrutture che non hanno la forza o la grandezza di frenare quel flusso libero e potente dell'identità che ogni uomo, vivendo, costruisce e proietta nella realtà che lo circonda. 

    [... continua]

  • Un paesaggio verissimo e insieme surreale, una voce ingenua e trasparente ma nello stesso tempo pungente e quasi feroce nella descrizione pura e diretta della piccola grande realtà che la circonda. Questi i tratti più intensi di questo romanzo ambientato tra case e stradine della provincia lombarda, tra mura e boschi di piccole comunità incardinate sui propri cadenti pilastri quali la bigotta del paese, il parroco, la scuola con i suoi bulli e le sue vittime. Una di queste vittime è Corradino, il protagonista, che subisce la violenza del padre, uomo senza anima e senza ragione, quella dei compagni che lo prendono in giro mortificando il suo nome e con quello tutta la sua vita, e con queste anche la violenza di tutte quelle manifestazioni e circostanze della vita e della sorte che un bambino senza l'aiuto di chi lo ama non riesce a comprendere, o almeno ad interpretare. E allora Corradino impara a vivere solo e sospeso tra due dimensioni, quella reale e comune e quella tutta sua, interiore e altrettanto vera nella propria mente, in cui uomini e supereroi, esseri umani ed abitanti di altri pianeti si fondono e si confondono, creando un'altra possibilità dell'esistenza, un altro mondo possibile, non scevro da paure e insensati sensi di colpa. Unica ed affascinante costante della  vita di Corradino, così sperduta e vera, è la madre che condivide con lui l'attenggiamento arreso e nostalgico di chi aspetta una soluzione, di chi non ha la forza di gridare e attende che la salvezza arrivi da un improvviso sguardo della sorte, fosse pure la morte di chi fa loro del male. Ad accompagnre questa realtà e i pensieri e sogni di Corradino sta il mistero del centenario abitante di "Villa Kestenholz", i terribili racconti che la vox populi ha costruito nel tempo attorno alla vecchia casa nel bosco e i suoi fantasmi, che diventano uno stimolo alla scoperta, una ragione di impegno e di sforzo, un motivo di tremendi incubi notturni ma anche la fedele spinta a non cedere alla solitudine. Fino a che questa diventerà la più dolce delle sorprese, la più amabile delle carezze, una rivelazione o ispirazione a trovare la propria strada, a saper dire finalmente a se stessi: "Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare..."

    [... continua]

  • In un momento storico in cui la politica nazionale ed internazionale mostra sempre maggiore attenzione e interessamento verso il tema delle pari opportunità - non sempre affrontato con dovuta  conoscenza e competenza - questo importante saggio offre un'ampia e approfondita panoramica sul percorso politico e legislativo da esso compiuto all'interno dell'Unione Europea, dal Trattato di Roma del 1957 fino al 2007. Cinquant'anni di storia in cui molta strada e grandi sforzi sono stati compiuti per la costruzione di una "cultura della parità", che ha mosso i primi passi dal riconoscimento della parità di retribuzione tra uomini e donne nel lavoro ed è giunta all'affermazione della necessità di uguaglianza tra i sessi nelle funzioni rappresentative e più in generale nella società tutta. Grande impulso l'Unione Europea ha dato a questo tema e al suo approfondimento anche nelle legilazioni nazionali negli anni Settanta, raccogliendo gli input positivi derivanti dalla seconda ondata di femminismo, e allargando lo sguardo dalle questioni salariali al miglioramento della condizione sociale femminile nel suo complesso. Una svolta rivoluzionaria ha avuto, poi, il Trattato di Amsterdam del 1997 che ha introdotto in ogni settore della politica comunitaria la questione dell'integrazione femminile, segnando così una conquista importante anche se poi nei fatti ignorata nel parallelo processo di ampliamento della comunità all'Europa orientale. Oggi la parità tra uomini e donne costitutisce uno dei valori cardine dell'Unione europea, nonché un elemento necessario per il raggiungimento degli obiettivi fissati dal Consiglio europeo di Lisbona nel 2000. Nonostante tutti gli sforzi e i progressi che la ricerca proposta nel preciso e ricco percorso descritto dal volume propone, la stessa autrice conclude però che "le donne continuano a muoversi in una società ancora avversa alla presenza femminile", tra debole normativa e "femminilizzazione della povertà", dati che fanno della parità tra i sessi una delle grandi rivoluzioni del XX secolo ma purtroppo ancora incompiuta.

    [... continua]

  • Un viaggio davvero intenso, un’emozione che tiene sospesi: così è possibile definire la lettura di quest’opera di Felix Adado che, nell’impulso irrefrenabile di regalarci la sua storia e la sua anima, dà  forma e liricità ad un “traffico di pensieri senza coda,/ valanga di desideri senza luna/…piccole anime scalze sui sentieri della lotta”. Questo è proprio il tema della raccolta: una lotta senza trincee e senza armi ma ugualmente dolorosa e sofferta, la lotta per l’integrazione e l’autoaffermazione,  per l’annullamento di  angoscia  e nostalgia e la costruzione difficile ma meravigliosa della speranza e della solidarietà. Con una versificazione che ricorda Ungaretti in alcuni tratti dello stile e della poetica di una dolorosa allegria, le liriche di Adado  si susseguono come un grido musicale e sensibile che prova a rompere il buio della notte e del dolore, come un appiglio ad una vita “senza progetti,/ con un mondo di desideri ,/ senza sguardo”, in un vuoto che è freddo e solitudine: “sotto questo cielo/ stellato senza luna,/ in quest’universo smarrito/ con me fuori”.
    Ma la risposta a tutto questo non è fermarsi e restare fuori, ma riunire le forze e “vivere/ in balia della speranza/ con il respiro quasi terra terra”, per cercare un nuovo sole, colmo di fortuna, che indichi la strada. E se si resta ancorati al proprio cuore e alla propria capacità di amare, se si continua ad aspettare l’alba senza cedere, se si tiene sempre in mente Itaca come avrebbe detto Kavafis, è possibile davvero entrare a far parte di questo universo, attraversare “i monti mortuari” e il baratro e arrivare come “un guerriero vincitore, con lo sguardo cavaliere” alla luce accecante delle speranze esaudite e dei sogni avverati.  E allora la gioia di una famiglia, di una donna, di labbra dove dimora la gioia e da cui si liberano farfalle che “addobbano” l’esistenza,  sono il senso di queste sofferenze senza luce: sono il Natale dell’anima, sono il futuro da scartare, sono il coraggio di naufraghi che hanno vinto l’Oceano.
    Una volta superata la notte certo il viaggio non finisce, i dolori ovviamente non scompaiono, la nostalgia per una terra e una famiglia lasciate lontano non abbandona un cuore dove bruciano ricordi e ingiustizie: ma è possibile cominciare un nuovo giorno, una vita felice. E’ possibile credere che l’alba arriva per tutti..

    [... continua]

  • Una storia davvero avvincente quella contenuta in questo romanzo, che si intreccia con altrettanto affascinanti e alte conoscenze di filosofia, scienza, storia, navigazione e astronomia, a costruire un mondo in cui immergersi è per il lettore facilissimo. Snocciolate, infatti, con grande disinvoltura all’interno del racconto, rivivono nelle avventure del protagonista alcune delle esperienze più importanti del percorso storico ed esistenziale del genere umano, come la Spagna del ‘600, l’Inquisizione, la filosofia di Giordano Bruno, la più antica cultura del popolo latino-americano, ma che non appesantiscono in alcun modo questo viaggio di un’anima alla ricerca del proprio orizzonte, anzi le offrono gli strumenti con cui chiarire e ritrovare la propria meta.
    “Mi sentii osservato dall’Eterno, come se il Giorno del Giudizio fosse arrivato allora, e il tempo avesse rallentato per fermarsi e il prima e il dopo non contassero più nulla”: con queste parole l’autore descrive lo smarrimento del protagonista, che non riconosce quanto forzata fosse la propria scelta di servire Dio fino a quando la prorompente bellezza di una donna non appare come il più grande e dolce mare in cui volersi perdere. E alla stessa maniera incomprensibile comincia ad essere quel divieto di leggere alcune delle più alte pagine della nostra cultura, come il Simposio di Platone o, soprattutto, la filosofia del monaco Bruno, colui che ha provato ad insegnare all’umanità “a spaziare col pensiero, a cogliere il segno dei numeri e il numero dei segni, non solo nel futuro ma anche nel passato”, quella stessa umanità che gridava in un’estasi di follia mentre le fiamme ne cancellavano per sempre lo sguardo.
    Intorno a questi pensieri l’autore costruisce una storia realissima, un difficile e avventuroso viaggio per mare, mare che è anche uno dei grandi protagonisti del romanzo, mare che unisce e divora, che bisogna saper domare con la più approfondita conoscenza dei suoi segreti, delle imbarcazioni, delle stelle che guidano il cammino dei naviganti, ma anche di coloro che cercano una soluzione, una risposta. Gli astri possono, infatti, condurre al di là dell’Oceano, in luoghi dalla lingua incomprensibile ma dalla saggezza millenaria, ma possono anche essere muti protagonisti di magiche rivelazioni, di misteri da decifrare. Chi ne accoglie la sfida può imbattersi in credenze irrazionali, in inutili sacrifici o uccisioni, mostrando quanto, in fondo, siano tutte uguali le superstizioni se non è l’amore per la conoscenza e il rispetto per ogni essere umano a guidare le azioni degli uomini
    Proprio per questo non bisogna mai “credere di aver compreso una volta sola tutte le cose, lasciando alla vita sempre un altro spazio, un’altra possibilità”, per arrivare a vedere chiaro oltre lo zenith, e non per questo fermarsi, ma andare avanti e cercare ancora.

    [... continua]

  • Il saggio di Marco Gabrielli rappresenta un viaggio profondo e "cinico" - cioè spregiudicato e imparziale - nel pensiero nietzschiano, in particolare in uno dei suoi elementi cardine, la volontà di potenza, che il filosofo aveva rifiutato di schematizzare per non commettere "una frode metafisica". Il nostro autore, invece, intende accordare questo concetto con le altre parti della filosofia di Nietzsche, in modo da comporre di essa un buon ritratto, secondo una metodologia già suggerita da Pascal nei suoi Pensieri, tra qualità concordanti e contrarietà, per comporre un quadro sensato e completo. Sviluppando un percorso che gradualmente avvicina il lettore alla comprensione, l'autore inizia definendo la volontà di potenza come energia vitale, anzi come carattere della vita, cioè inclinazione a espandersi, a divenire di più, a essere forza motrice e generatrice, dall'interno rispetto al mondo esterno. Dopo aver posto brevemente a confronto su questo punto Nietzsche e Schopenhauer, Gabrielli affronta il tema del nichilismo, definito come come "modo di pensare divino" poiche' negazione di un mondo vero, cioè concepito come scevro da falsità e menzogne, a cui si oppone invece la "Realitat" del corpo che è principio di identità ed autoaffermazione, ''unione delle parti in lotta per stabilire l'equilibrio''. Allo stesso modo la volontà di potenza ottiene senso come "volontà di vittoria contro ciò che si oppone", quindi come forza verso la crescita, verso uno scopo superiore, spinta che porta alla divinizzazione stessa della volontà,e quindi all'eliminazione di Dio e alla concezione del superuomo. Così è definito l'uomo che sa essere ponte e non scopo ultimo, sa essere passaggio - e non tramonto - verso "l'oltre", verso l'aldilà. Strumento del superuomo è la memoria che riesce a divinizzare l'esperienza, cioè a perfezionare gli scambi tra volontà e realtà, in un flusso temporale in cui la vita del singolo è continua affermazione, è eterno ritorno. E per vincere nell'aspro duello tra verità e apparenza, tra coscienza e menzogna, la volontà ha un'arma di invincibile bellezza, che è l'arte, una "menzogna idealizzante, creatrice di vita", poichè più lontani si è dal vero, migliore è la nostra esistenza. Così alla fine di questo breve ma intensissimo e complesso saggio, un invito ci è affidato come dovere: non nascondersi nella menzogna ma perseguire la verità, ritrovare al di là di ogni parvenza la coscienza, la fede nella volontà, la fede nell'uomo.

    [... continua]

    • Petali
    • 16 aprile 2012 alle ore 12:07

    “In primavera, i fiori lasciano che i loro petali scendano in ordine sparso, abbandonandosi ai capricci della brezza... Similmente, la riflessione della mente sviluppa gli aforismi (i suoi “petali”) in ordine sparso (ma non disordinatamente), senza una meta precisa che non sia una migliore comprensione della realtà umana…”. Questo lo spirito e l’aspirazione della creatività di Mario Vassalle, che trova nella forma espressiva dell’aforisma – bilingue come l’autore - un vero e proprio strumento filosofico di indagine, espressione e comprensione della realtà umana, dell’animo dell’uomo e del suo rapporto con il mondo che lo circonda. Nelle sue mani, anzi nelle sue parole, l’aforisma diventa quasi unico interprete del pensiero più vero, più profondo, spesso anche oggetto della riflessione stessa: “l’aforisma apre nuove visioni alla dialettica della curiosità dell’intelletto”. Accanto alla cultura dell’aforisma, questa raccolta di petali rivela anche una grande e straordinaria fiducia nell’intelletto stesso, nell’umana capacità di ragionare, capire, interrogarsi.  E il fine di questo processo di comprensione è sempre  la verità, concepita come alta e assoluta ma anche come assolutamente individuale, che per ciascuno può essere composta di tratti diversi, in corrispondenza delle altrettanto varie caratteristiche che compongono il genere umano.  “Che strane creature! Siamo personaggi di un dramma (dramatis personae) il cui copione non abbiamo né scritto né letto”, scrive Vassalle; e questa imprevedibilità diventa anche fonte di errori e di ironia: “L’avventura di vivere è talvolta assai più di quello che siamo pronti ad affrontare. Ma non è questo un ingrediente indispensabile al dramma?”. Questo teatro della vita è ricco di grandi ideali come la libertà, definita insopprimibile come la bellezza, ma anche di grandi difetti, come l’arroganza, l’incapacità di imparare dagli errori, la vanità. E ancora, nella girandola dei petali di questo ricco giardino, l’autore dedica spunti di riflessione anche alla concezione di Dio, alla politica, a sensazioni che scaturiscono da momenti di vita, come una tempesta di neve o le passioni umane, che scuotono il nostro spirito “come una tempesta scuote selvaggiamente le fronde delle palme piegate nelle folate di vento”.

    [... continua]

  • Provocatorio, originale, felicemente “fastidioso” nel pungolare interrogativi comuni ad ogni uomo ma che spesso vengono opportunisticamente celati per non sconvolgere il nostro “senso comune”. Sotto le mentite spoglie di un romanzo ironico, divertente, costruito intorno ad intriganti personaggi boccacceschi che fondono uomini e donne dell’alta borghesia contemporanea con temi e motivi letterari di antico sapore, è nascosta una questione ben più grande, universale si potrebbe dire, che gira elegantemente sul significato più giusto, vero o metaforico, simbolico o realistico, del mito fondante la razza e la storia degli uomini, tutto il loro essere ed essere stati: Adamo ed Eva.
    E se proprio loro potessero raccontare la loro versione dei fatti?  Quella loro vita così discussa, così misteriosa, “un soffio di vita, un sogno durato un attimo” ma che invece è tutta la nostra esistenza dall’inizio dei tempi fino al momento in cui questo nostro mondo finirà. Infondo Adamo ed Eva sono stati i “colpevoli” della nostra mortalità, caducità, fallibilità, ma hanno anche dato vita “a quell’impasto di passioni, dubbi, gelosie, trasgressioni, senza cui l’Amore non sarebbe  che una goccia d’acqua rispetto allo tsunami che invece è”. Il primo uomo e la sua intrigante compagna hanno, infatti, “inventato” il dubbio, la trasgressione e tutte le conseguenze che da essi scaturiscono, ma hanno anche dato forma e respiro al più straordinario dei sentimenti, quello che lega oltre la ragione e il senno, quello che faceva tenere ancora per mano Paolo e Francesca sotto i colpi della tremenda tempesta infernale. Così facendo, essi hanno generato questa umanità, bizzarra, capace di grandiose gesta e di atti ignobili, “un’umanità che porta dentro di sé le aspirazioni più elevate del Disegno Divino ma anche gli istinti più diabolici degli angeli ribelli”.
    Attraverso questo testo, i suoi autori, la sua originalità, Adamo ed Eva si rivolgono ora a tutti noi, con l’intento di “rivelare alcune righe di quella prima pagina, rammaricandosi di non avere alcuna idea di quelle scritte nell’ultima”… Bisogna solo chiedersi se ciascuno sia pronto a leggere dentro questi segreti e forse dentro di sé.

    [... continua]

  • Provocatorio, originale, felicemente “fastidioso” nel pungolare interrogativi comuni ad ogni uomo ma che spesso vengono opportunisticamente celati per non sconvolgere il nostro “senso comune”. Sotto le mentite spoglie di un romanzo ironico, divertente, costruito intorno ad intriganti personaggi boccacceschi che fondono uomini e donne dell’alta borghesia contemporanea con temi e motivi letterari di antico sapore, è nascosta una questione ben più grande, universale si potrebbe dire, che gira elegantemente sul significato più giusto, vero o metaforico, simbolico o realistico, del mito fondante la razza e la storia degli uomini, tutto il loro essere ed essere stati: Adamo ed Eva.
    E se proprio loro potessero raccontare la loro versione dei fatti?  Quella loro vita così discussa, così misteriosa, “un soffio di vita, un sogno durato un attimo” ma che invece è tutta la nostra esistenza dall’inizio dei tempi fino al momento in cui questo nostro mondo finirà. Infondo Adamo ed Eva sono stati i “colpevoli” della nostra mortalità, caducità, fallibilità, ma hanno anche dato vita “a quell’impasto di passioni, dubbi, gelosie, trasgressioni, senza cui l’Amore non sarebbe  che una goccia d’acqua rispetto allo tsunami che invece è”. Il primo uomo e la sua intrigante compagna hanno, infatti, “inventato” il dubbio, la trasgressione e tutte le conseguenze che da essi scaturiscono, ma hanno anche dato forma e respiro al più straordinario dei sentimenti, quello che lega oltre la ragione e il senno, quello che faceva tenere ancora per mano Paolo e Francesca sotto i colpi della tremenda tempesta infernale. Così facendo, essi hanno generato questa umanità, bizzarra, capace di grandiose gesta e di atti ignobili, “un’umanità che porta dentro di sé le aspirazioni più elevate del Disegno Divino ma anche gli istinti più diabolici degli angeli ribelli”.
    Attraverso questo testo, i suoi autori, la sua originalità, Adamo ed Eva si rivolgono ora a tutti noi, con l’intento di “rivelare alcune righe di quella prima pagina, rammaricandosi di non avere alcuna idea di quelle scritte nell’ultima”… Bisogna solo chiedersi se ciascuno sia pronto a leggere dentro questi segreti e forse dentro di sé.

    [... continua]

  • "Pensieri/ che indugiano,/ assetati,/ tra le cose/ privati/ timorosi/ d’esistere/ vengono/ a gioire”: questa una sintesi della raccolta di poesie “Mezzogiorno dell’animo” di Enrico Pietrangeli, già apprezzato per le sue opere precedenti, ad esempio per la silloge “Di amore, di morte” con cui ha esordito nel 2000. I suoi versi sono, infatti, pensieri che si fermano sulle cose e sui sentimenti per raccoglierne il senso in un attimo di quiete che, in maniera effimera ma ugualmente esaustiva, rende possibile la riflessione e la comprensione del senso; per poi infine aprirsi alla coscienza e giungere alla sintesi del pensiero che ne elabora il significato. Una sorta di percorso dialettico dello spirito, un procedimento quasi “hegeliano” nella gradualità lineare dei suoi passaggi che attraverso il confronto dell’anima con i suoi moti giunge alla consapevolezza del dolore. Tutto questo si svolge alla luce degli occhi dell’anima: non è un processo nascosto, criptico o incosciente, ma semplice e diretto, come se avvenisse sotto la luce tersa e forte del chiaro cielo di mezzogiorno. E che trova alla fine del viaggio, dovunque, il dolore, che è fine e risultato “dell’affannoso vivere”, è “una malandata/ pentola lasciata sul fuoco,/ distrattamente, mentre ero/ fuori, a rifornirmi di sigarette”: “il dolore non è premessa/ alla rinuncia, ma oltrepassare/ la porta, quella del cuore”; esso è cioè anche il risultato del verso e della riflessione che in esso si svolge. In questo universo di significati si mescolano passioni e valori forti come l’amore e la Patria, il senso di morte e il sentimento religioso, quest’ultimo in particolare aggiungendo alla già forte e avvolgente riflessione con cui il poeta travolge l’animo del lettore un tono ancora più intimo, un interrogativo ancora più complesso. Questi alcuni versi dedicati a Cristo: “Nell’anima commisurabile/ d’innocente, travolgente corsa/ ove tutto, al fine, è donato/. Pende dalla croce,/ vergato e proscritto,/ della vita prosciolto/ e dal Padre raccolto”.
    Ma come questi tutti i versi della silloge costituiscono un tassello del “continuum narrativo” che è questa esplorazione dell’anima, un volo sospeso tra attese e indugi, sonni e risvegli, statici equilibri e lunghi viaggi verso la meta, verso Itaca, che “non è utopia del sogno/  bensì origine per un ritorno”.

    [... continua]

  • Una forte emozione viene fuori dalle pagine di “Non credevo di trovarti su facebook” di Stefano Pietri, che è in realtà una storia semplice, diretta, spontanea. E’ narrata in prima persona e tutta d’un fiato dal protagonista, un uomo che conduce una vita tranquilla, che definiremmo “normale”, con un lavoro apprezzabile, una compagna stupenda e l’alberghetto di fiducia in riva al lago per le cicliche fughe d’amore. Ma questo ragazzo romano, che ha ormai passato i quaranta, scopre d’un tratto i richiami ammalianti del mondo di facebook, che alla sua età vive mischiando il classico atteggiamento snob di chi sembra trovarvisi per caso (e certamente solo per “postare” video presi da youtube di qualche astro musicale ormai tramontato, o versi d’autore che la nicchia di coetanei a cui velatamente si rivolge apprezzerà con identico atteggiamento…) al desiderio di emulare la leggerezza tipica degli utenti adolescenti. Questo genera un vortice di sensazioni che scaturiscono dal desiderio di ritrovare i protagonisti del proprio passato, di rivivere emozioni e situazioni che possano dimostrare l’avvenuta crescita, la maturazione, la rivincita dell’uomo completo e affermato sul ragazzetto timido e silenzioso di tanti anni prima. E così, grazie a questa qualità che ha facebook di ricostruire il passato, il vortice cresce, accelera, le amicizie virtuali diventano passioni, emozioni irrefrenabili, tessere che mancano ad una vita che certo va bene così com’è ma solo fino a che non si sente sulla pelle quel gusto del proibito, che scombussola abitudini e certezze. Motore trainante di queste dinamiche, e di tutte le storie che intorno ad esse ruotano, è ovviamente l’amore, l’unico sentimento in grado di creare errori e infinite giustificazioni, di annullare razionalità consolidate e porre domande a cui è impossibile dare sicure risposte.
    Utilizzando in maniera armoniosa tutti questi elementi, l’autore riesce a descrivere come modi di vivere semplici e comuni del nostro mondo contemporaneo siano smossi dalla rete, che scava e scombussola i luoghi più profondi e spesso sopiti della nostra personalità, desideri di cui non siamo mai stati realmente consapevoli fino a che i tentacoli di facebook  non abbiano sfiorato i ripostigli in  cui li avevamo relegati. Tutto ciò produce l’emozione avvolgente che è vera protagonista del libro, e che colpisce più degli altri suoi lettori proprio la generazione degli over trentenni di oggi, che provano (tutti, prima o poi) l’approccio con il mondo dei social network, e che leggendo queste pagine sentiranno uno strano brivido sulla schiena, nello scoprire che forse quell’ingenuo e sprezzante approccio con cui utilizzano le “bacheche virtuali” nasconde  forse più pericolose tentazioni, richiami che sta a ciascuno decidere di ascoltare o meno.

    [... continua]

  • Originale e accattivante l’intreccio che Gabriele Iaconis ha disegnato nel suo romanzo “Un motivo in più per guardare il cielo”: un solo uomo ma due vite diverse, una che corre semplice e lineare lungo i confini dell’innamoramento, delle avventure, dei desideri e delle aspettative di un giovane scrittore; l’altra sospesa a metà tra sogno e realtà, nell’ineluttabile dimensione del dolore e della nostra umana debolezza. Il destino è unico, inevitabile, ma non lo sono i sogni e le speranze, che alla fine convergono - quasi a voler comporre le parti di un puzzle - sull’immagine di una donna, Laura, alter ego del protagonista. Ella appare come reale e allegorica insieme, perché oggetto dell’amore ma anche simbolo della necessità di scelta e discernimento tra bene e male, di quella forza innata che sempre costringe l’uomo ad un passo, ad un progresso, sia esso positivo o negativo.
    “Donna e bambina, impetuoso uragano e delicata farfalla, appassionata amante e dolce amica, musa e guerriera, verde riverbero di una notte d’estate”: questa è la descrizione che il protagonista ci regala del suo amore, ma è anche la dedica del libro che egli scrive nell’evolversi del racconto, creando così una straordinaria dimensione metaletteraria, per la quale il romanzo è protagonista stesso della sua scrittura. Il libro rappresenta, infatti, l’anello di congiunzione tra presente e passato, tra vita vera e vita solo sognata o sperata. Anche l’ambientazione è suggestiva e originale: da un lato, una splendida Parigi, serena e accogliente dimora per giovani artisti, una specie di “Arca di Noè”, dove è più facile "combattere quegli strani conflitti creati da menti egoiste"; dall’altra un non-luogo, una stanza bianca, una strana e silenziosa finestra sul mondo.
    E l’autore, quasi al termine del romanzo, ci ricorda che come l’arte anche l’essere umano può avere migliaia di sfaccettature: altrettante sono le possibilità di interpretare questa storia, di cui il vero significato e la completa comprensione restano al lettore, che può così finalmente decidere di “vedere” con gli occhi dell’anima, di “guardare” come farebbe un cieco la “Zattera della Medusa” di Gericault e trovare cosa importa, cosa manca, cosa appare davvero.
    Ciascuno può insomma trovare il proprio “motivo in più per guardare il cielo”.

    [... continua]

  • Un volo a mezz’aria tra vita reale e irrealtà, tra ciò che è e che può o “rischia” di essere, questa la sensazione forte che emerge dalle pagine della raccolta di Daniela Rindi, “Almeno mi racconto”, che già dal titolo lascia trasparire l’irrefrenabile volontà dell’autrice di comunicare, di esprimere il proprio universo interiore, e il modo che esso sceglie per raccontare quello esteriore. Un viaggio da assaporare tutto d’un fiato, nonostante la divisione in brevi e significativi racconti, attraverso la vita di una donna e quella di un uomo, a cui rispettivamente sono dedicate le due parti del libro.
    Nella prima parte si avverte forte il desiderio di aprire un sipario sulle debolezze, le paure, gli errori di una donna, che vive in modo autentico, profondo e mai superficiale, il desiderio di essere amata, di comprendere gli uomini, siano essi partner, padri, amici reali o virtuali; la difficoltà di realizzazione professionale o di coniugare quest’ultima con un’esistenza vera, con bisogni intimi e sentimentali. Con alcuni tratti autobiografici, questi racconti colpiscono nella spontaneità e nella semplicità con cui l’autrice riesce a “raccontare” pensieri, sogni, azioni e reazioni, spesso con arguta ironia: la donna in carriera che è vinta dalla solitudine; la donna grassa che preferisce lavorare in un circo piuttosto che subire gli occhi compassionevoli dei conoscenti; la donna che supera le barriere paterne per il desiderio di diventare attrice; oppure quella che dopo fallimentari relazioni sceglie un’amicizia femminile agli insuccessi di passioni al gusto di “cime (di rapa) tempestose”! Insomma, voglia di spiccare il volo, voglia di esistere davvero, come l’autrice fa scrivendo.
    La parte del libro dedicata agli uomini appare, invece, come un viaggio, che parte dall’ingenuità dell’infanzia, in cui per un bacio - solo promesso - si può fare un volo disastroso di 5 metri, fino alla solitudine della vecchiaia, in cui la perdita del contatto con la realtà diviene mortale. Uomini che affrontano sconfitte, che ingannano o sono ingannati, uomini delusi dalle proprie donne oppure colti nella loro incomprensibile caparbietà o crudeltà. Tutti personaggi, uomini e donne, che ci mostrano inesorabili le nostre intime debolezze, i difetti più segreti, ad uno specchio ironico e spietato sulle  verità (e falsità) della nostra coscienza.

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  • Uno sguardo amaro sul mondo e una riflessione serenamente cruda sull’esistenza umana traspaiono nitidamente dai versi della silloge “Un Gioco d’azzardo” di Corrado Guzzon, sulla cui copertina non può non colpire la riproduzione di un messaggio autografo di Charles Bukowski che recita: “Hello Corrado – it’s all in the luck, what the hell”. È questo il senso più profondo della poesia di Guzzon, la consapevolezza della casualità, del gioco che la vita fa di noi, una vita che “così tanto noiosa/ fa girare le solite carte/ troppo a lungo, e ti sorprende/ quando distratta concede/ una piccola chance”. Anche la tecnica compositiva gioca con le parole, con gli accenti prosaici dei versi, che si trasformano attraverso un sapiente uso di suoni e pause che rendono estremamente semplice e allo stesso tempo composito il ritmo e la sua ispirazione.
    Nella concezione del poeta è solo il caso a decidere l’amore e il dolore, la vittoria e la sconfitta: persino il tempo passa “prendendoti in giro”, canzonando gli sforzi vani che da sempre l’uomo fa per controllare il tempo, la felicità, tutto l’umano vissuto che invece “si annulla e si azzera” nell’ineguale lotta contro il fato, cieco e sovrano. Una riflessione questa che appare quasi una rivisitazione dell’abusato e spesso travisato monito oraziano al “carpe diem”, al vivere il momento “il meno possibile confidando del domani”, precisa il poeta latino: “due dadi rotolanti a cui affidare una scommessa finale” chiosa Guzzon.
    Non sfuggono a questa amara coscienza i tratti salvifici della memoria, di periodi felici come l’infanzia, troppo effimeri per riempire il vuoto; oppure sentimenti come l’amore che eternamente si ripropone, sfugge e ritorna, confonde e si confonde con speranze e profonde emozioni. A volte, invece, la realtà appare vicina a tradire il suo intimo segreto, nella bellezza e serenità di una notte di maggio, che sembra suggerire di “affacciarsi da un balcone e guardare le strade/ per cogliere un senso a tutte le cose”; oppure nelle sere piovose d’autunno, quando fumo, notte e poesia sembrano “voler far risorgere il mondo”.
    Ma tutto il nostro universo, persino la bellezza dello sguardo della donna amata che pare dire “ti amo” nella luce del mattino, conducono “le ore ciecamente/ verso tutto, verso niente/ verso il prossimo traguardo improvvisato/ che mi illude d’essere vivo/ e ancora/ vincente”. 

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  • “Per conoscere Yoani Sànchez” di Gordiano Lupi non è soltanto il ritratto di questa straordinaria blogger cubana che si oppone al regime castrista, è un vero e proprio viaggio, profondo e ricchissimo, tra le vie della Cuba odierna, tra le speranze di quasi un secolo di storia e le delusioni di intere generazioni che sono passate da “applaudire a bestemmiare” il regime. Attraverso il sereno racconto della vita di Yoani  e della sua famiglia, delle interviste in cui la protagonista e il suo compagno Reinaldo si raccontano a cuore aperto, Lupi ci accompagna nel cammino esistenziale di questi giovani, che vivono prima un’infanzia quasi grottesca, tra obbedienza e indottrinamento, mancanza di privacy e di autodeterminazione, fino alla presa di coscienza di “abitare ormai un’utopia”, di sentire quanto sia amaro non poter assecondare quel bisogno innato di esprimere le proprie idee, di operare il dissenso verso ciò che appare ingiusto, chiuso, anacronistico. Questa lotta per la vita, per il futuro, per la libertà individuale, è combattuta attraverso l’uso della rete, che diviene nel XXI secolo l’unica ‘arma’ veramente pacifica e potente, uno strumentoi impossibile da frenare, che diffonde senza filtri e confini il racconto che questa donna minuta e caparbia offre della propria vita. Di quando per i pidocchi decise di tagliarsi i capelli a zero e venne ritenuta un’immorale, o come comprò il suo primo computer da un tizio che lo vendeva per comprarsi il motore di una Chevrolet da attaccare alla zattera che lo avrebbe condotto fuori da Cuba; o ancora di quando visse due anni in Svizzera ma volle tornare e da allora non le è più stato concesso il visto per recarsi all’estero. Per questo Yoani, per parlare con il cuore, ha aperto un blog, anzi ha fondato un’Accademica Blogger, per esaudire il bisogno di libertà di quanti come lei provano lo stesso dolore per l’ingiustizia, per aver visto amici e colleghi malmenati, aggrediti o infamati (tutte cose subite anche da Yoani) per il solo sospetto di essere oppositori della Rivoluzione. E se a Cuba non esiste nemmeno la libertà di connettersi da casa, se un’ora sola di internet costa molto di uno stipendio medio, allora il coraggio di questi giovani cubani non si ferma, attraverso mail inviate ad amici, telefonate, twitter, la rete raccoglie, amplifica e abbraccia il messaggio di libertà di Yoani, che è una blogger cieca, cioè non può gestire in diretta il suo spazio di comunicazione. Ma nonostante le tante difficoltà, l’onda creata da questa iniziativa sta crescendo sempre di più, fa molta paura allo stesso regime che discredita con ogni mezzo protagonisti e mezzi, ma non riesce a fermare la tenacia, la voglia di esprimersi e di rompere le barriere. «Yoani Sanchez ha scritto: Se almeno il nostro muro fosse fatto di pietra, cemento e filo spinato, potremmo prendere il martello e il piccone per abbatterlo. Se si potesse toccare e dire: qui comincia e qui finisce sono sicura che lo avremmo già distrutto. Nel nostro caso invece la barriera che ci separa da tante cose è intangibile ed è rinforzata dal mare”. Forse il muro che separa i cubani dalla libertà potrà sgretolarsi sotto i colpi dei blogger per dare un senso alla parola democrazia e puntare con decisione verso il cambiamento».

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  • Fascino. È quello che emana, e in certo senso ha come nucleo fondante, la storia narrata in “Malanima mia” da Giovanna Mulas e Patrizio Pacioni, anzi le storie, la pluralità di voci che si incrociano e sovrappongono alla vicenda principale nella coralità dell’intreccio. Ma fascino nel vero significato del termine: dal latino “fascinum” esso indica originariamente “una malìa che si credeva fatta per malefico influsso dello sguardo o della voce e che, in maniera figurata, indica quell’influenza o forza che una persona o una passione esercita sopra alcuno, in modo da sopraffargli il giudizio e ridurlo a non essere quasi più padrone di sé” (Diz. etim.).
    Questa misteriosa forza oscura è incarnata dalla protagonista del libro, la sarda, “sa Jana” cioè la strega, che non deve volere ma basta solo che pensi o semplicemente sfiori la realtà che le è intorno perché essa si modifichi, si pieghi a questo “fascino” e diffonda un'inspiegabile ombra di “malanima” nelle vite che essa incrocia. Una forza che trascina dietro di sé ogni evento così come ogni parola del testo con la sua irrefrenabilità, che trasporta il lettore dalle strade di una qualunque città della provincia italiana di oggi ad atmosfere arcane, lontane, non di un altro tempo ma di un’altra dimensione, quella attraente e terribile del lato oscuro e malefico dell’esistenza umana.
    Si tratta, forse, dell’intero universo che sta al di là della linea sottilissima che separa il bene dal male, l’apollineo dal dionisiaco, che si nutre di passioni sfrenate e pensieri che non si possono in alcun modo spiegare. E tutto diventa come “tessere di un puzzle malvagio. Segnali di pericolo e, al tempo stesso, trappole”, da cui è impossibile salvarsi. E lei, la Jana è incarnazione di questa dimensione, lei che viene dall’”isola nera” dove ogni tanto ritorna “quando gli Dei vogliono vendicarsi degli uomini… quando ha fame di vita”; lei che è strega e fata assieme perché ammalia e distrugge, è e non è.
    Ricordando e in un certo senso capovolgendo i ruoli de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, ella insieme a ciò che rappresenta si colloca al di là di quel “limite del dolore di ogni uomo che non deve essere superato; pena la follia. Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine”, a cui comunque bisogna imparare ad andare, ad arrivare più in là che si può, nell’eterno dissidio tutto umano e disumano tra bene male.

    [... continua]

  • Fascino. È quello che emana, e in certo senso ha come nucleo fondante, la storia narrata in “Malanima mia” da Giovanna Mulas e Patrizio Pacioni, anzi le storie, la pluralità di voci che si incrociano e sovrappongono alla vicenda principale nella coralità dell’intreccio. Ma fascino nel vero significato del termine: dal latino “fascinum” esso indica originariamente “una malìa che si credeva fatta per malefico influsso dello sguardo o della voce e che, in maniera figurata, indica quell’influenza o forza che una persona o una passione esercita sopra alcuno, in modo da sopraffargli il giudizio e ridurlo a non essere quasi più padrone di sé” (Diz. etim.).
    Questa misteriosa forza oscura è incarnata dalla protagonista del libro, la sarda, “sa Jana” cioè la strega, che non deve volere ma basta solo che pensi o semplicemente sfiori la realtà che le è intorno perché essa si modifichi, si pieghi a questo “fascino” e diffonda un'inspiegabile ombra di “malanima” nelle vite che essa incrocia. Una forza che trascina dietro di sé ogni evento così come ogni parola del testo con la sua irrefrenabilità, che trasporta il lettore dalle strade di una qualunque città della provincia italiana di oggi ad atmosfere arcane, lontane, non di un altro tempo ma di un’altra dimensione, quella attraente e terribile del lato oscuro e malefico dell’esistenza umana.
    Si tratta, forse, dell’intero universo che sta al di là della linea sottilissima che separa il bene dal male, l’apollineo dal dionisiaco, che si nutre di passioni sfrenate e pensieri che non si possono in alcun modo spiegare. E tutto diventa come “tessere di un puzzle malvagio. Segnali di pericolo e, al tempo stesso, trappole”, da cui è impossibile salvarsi. E lei, la Jana è incarnazione di questa dimensione, lei che viene dall’”isola nera” dove ogni tanto ritorna “quando gli Dei vogliono vendicarsi degli uomini… quando ha fame di vita”; lei che è strega e fata assieme perché ammalia e distrugge, è e non è.
    Ricordando e in un certo senso capovolgendo i ruoli de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, ella insieme a ciò che rappresenta si colloca al di là di quel “limite del dolore di ogni uomo che non deve essere superato; pena la follia. Una sorta di Finis Terrae, valico incerto, un confine”, a cui comunque bisogna imparare ad andare, ad arrivare più in là che si può, nell’eterno dissidio tutto umano e disumano tra bene male.

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  • “Nulla è ciò che sembra./Alle spalle nulla/alla faccia un muro/la parete di una cella/ma se chiudo gli occhi…/un pianoforte”.
    Ecco le immagini che proliferano, si incontrano e si rincorrono nella poesia, profonda e realistica, dai toni insieme violenti e dolci, di Michela Orsini.
    Un nodo inestricabile di sentimenti che a volte con rabbia, altre con amaro sorriso, altre ancora con sdegno e disincanto, gridano la quotidianità più semplice attraverso una riflessione complessa, uno svisceramento profondo dei segreti dell’animo che combatte contro una miriade di sentimenti come l’assenza, la paura, il vuoto, la solitudine, l’amore, e contro una società ingiusta e quasi incomprensibile.
    “La raccolta, costellata da inquietanti interrogativi, rivela profonde incertezze e continue lacerazioni, attraverso una martellante sintassi del dubbio”: con queste parole descrive la poesia della Orsini la prof.ssa Rossana Esposito nell'autorevole prefazione alla raccolta. 
    Ed ugualmente unico è anche il connubio che esiste in questi versi tra la retorica e la modernità, la tecnica poetica e la libertà di suoni e parole: similitudini, ossimori e metafore sono imbrigliate in un lessico attuale e spesso feroce, che rende il risultato davvero originale e unico; d'altronde uno dei versi simbolo di questa poesia recita “Differenziarsi è un dovere./ Un alibi”.
    “E’ una ricerca continua/di mani/di occhi/di nuove sensazioni/di stare comoda/in un altro corpo”, dice ancora la poetessa, riassumendo il senso di “scomodità” che pervade tutte le liriche, quasi una continua opposizione alla superficialità, a qualunque schema predefinito che sia letterario o esistenziale, in un continuo affanno per la ricerca di una lontana e incomprensibile felicità.
    Sotto forma di telegrammi o di lunghi sfoghi, queste parole entrano direttamente nel vissuto del lettore e sembrano “scavare” proprio dove fa più male, nelle debolezze e gli interrogativi di ciascuno di noi.

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  • Uno stile limpido ed equilibrato racchiude ansimanti riflessioni, appassionati pensieri e immagini profonde. Questa la caratteristica più affascinante della poesia di Federica Giordano che sceglie di misurarsi apertamente con i classici, con l’eleganza e la perfezione del verso e delle parole per disegnare sensazioni ed emozioni forti, mai superficiali ma sempre traboccanti di sentimento.
    “Risento di un panteismo rinato./Tutta la terra/è gravida di noi/e l’universo compensa”: è proprio tutto l’universo ad essere oggetto di questa riflessione, che spazia dalla poesia stessa all’idea e l’esperienza della morte, dall’amore alla pura sensualità, dalla natura alla “scoperta del dolore”. Queste suggestioni sono espresse in un linguaggio raffinato, che unisce una continua ricerca di eleganza al perpetuo desiderio di musicalità, di cristallizzare le immagini in un momento fuori del tempo.
    Attraverso le metafore, le sinestesie e le similitudini ben orchestrate, sembra di rivivere tra le liriche lo stesso cammino del cuore dell’autrice, prima ingenuo e aperto poi disilluso e cupo, che arriva a nutrirsi di “zone d’ombra”. Proprio per questo la raccolta dedica una serie di poesie al tema dell’amore, in un delicato equilibrio tra versi dal sapore assolutamente classico e “lontano”, ed esperienze vive, appena vissute, ancora palpitanti, che lasciano in bocca il sapore del loro abbandono: “tendi i tuoi lacci d’amore/ e la musica del mio petto/ la bevi a grandi sorsi”.
    Ancora più simbolicamente la raccolta si chiude con un sonetto – anche questa una scelta difficile e stilisticamente esemplare – dedicato a Margherita, il personaggio di Goethe che meglio di qualunque altro riassume la tensione contenuta nella poesia di  Federica Giordano: una parola classica ed equilibrata racchiude un cuore appassionato e animato da “diabolico” furore.

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  • “Nel mio stesso viaggio/sono esiliata/dispersa tra i miei passi/smarrita da quella meta/che come miraggio/ha offuscato i sensi”.
    La poesia di Ersilia Anna Petillo è una poesia di ricerca, di viaggio, di continua tensione verso una meta impossibile da raggiungere. Una sorta di vagabondaggio tra gli interrogativi eterni dell’esistenza, le paure più recondite ma anche più umane che ciascuno di noi nasconde dentro di sé, come il tempo che passa, il cielo che nasconde l’infinito, il senso ultimo di ciò che ci circonda.
    Rincorrendo questa ricerca di risposte, la voce della poetessa si concentra sul mondo così come le appare, sulle scene di tutti i giorni, ma trasformando la realtà attraverso uno sguardo ingenuo, inquieto, “romantico” nel senso più profondo del termine, creando immagini grandiose e simboliche, vibranti e multistratificate. Ad esempio, al tramonto “l’orizzonte muore/divorato dalle fiamme./Sorgono generate dalla terra/e le invadono mentre/si agitano immobili”; le città alla sera appaiono “bramate dai peccati dell’uomo”, ricche di “grida, lamenti, furtivi inganni” in cui il cielo non esiste più, “ce ne siamo cibati/sazi per l’eternità”.
    E anche l’amore viene descritto in tutta la dolcezza di desideri semplici e schietti (“vorrei/ lasciarti rincorrere/ spazi infiniti/…e tenerti per mano/ e seguirti”), nella bellezza del sentimento quando esplode come una melodia (“Sei quella melodia che non ho mai udito/una parola mai proferita/un profumo mai sentito”), nella sensualità che delicata vibra nel desiderio dell’altro (“le stesse labbra al passaggio delle tue dita/vibrano/come la terra trema/ …. il corpo si rianima/i sensi vivono”).
    Attraverso parole semplici e dirette questi versi esprimono la continua tensione verso la verità, verso il segreto dell’essere, verso una risposta che sta forse dietro il muro e i cocci di bottiglia di montaliana memoria, oltre le apparenze e gli schermi dell’esistenza.
    Per questo la figura prediletta dalla Petillo è l’ossimoro, che rende perfettamente quel senso di sospensione, di cui è pervasa la raccolta, tra desiderio assordante di vivere e dolore per la consapevolezza della precarietà dell’esistenza. Ma tra tutte le solitudini, le paure e le incertezze, questa poesia trova comunque una via d’uscita, una scintilla di salvezza: nello “spazio di un deserto un soffitto pieno di stelle”.

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  • Una parola sferzante, un pensiero violento e profondo, sono le basi  della poesia di Emanuela Cavallaro, che con la sua raccolta  “Movimentacoli” consegna al lettore un’opera coraggiosa, dissacrante, dolorosamente reale e realistica.
    In tutti i suoi versi si avverte una continua tensione condotta dalla “frenesia della poesia”, che spinge  verso la rivolta, la sfida, il combattimento senza remore contro il  “cupo quotidiano”, il non senso di un mondo dove non c’è luce ma buio, dove non c’è sicurezza ma "Frantumi" di essa, dove non c’è prato se non  nel “grigio male”, dove l’esistenza è credere, fingere di esistere.
    E  allora, che fare?
    “Bisogna lasciarsi andare/ sospendersi nell’aria/ e così potrai scoprirti”, gridano i suoi versi; bisogna tuffarsi senza  domande nel mare del nostro essere, e cominciare a nuotare con violenta  frenesia, per non “sopravvivere pensando di vivere”. Perché la scelta  dipende da noi, la scelta della consapevolezza che è l’unica strada e insieme l’unica meta, è il problema e la sua sola soluzione. Questi forti sentimenti sono espressi da un linguaggio originale, che utilizza gli strumenti più classici dell’artifizio poetico, come l’allitterazione e la sinestesia, per disegnare un universo moderno, suoni in libertà, sillabe in continuo movimento, "movimentacoli" appunto.
    Tali qualità sono ben espresse nella prefazione firmata da Sandra Cervone, poetessa, giornalista e scrittrice, storica autrice di Aphorism, nonché responsabile della Collana “La Luna e gli Specchi” della Divisione LAB  delle Edizioni Giulio Perrone, che con il suo lavoro attento continua a regalarci talenti poetici veri, come quello di Emanuela, magistralmente espresso nei suoi versi che “combattono e si divincolano, come tentacoli, rendendoci piovre e prede a seconda del ritmo e dell’intuito che ci  mettiamo”. 

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  • Un vortice di intense passioni, di grandi tensioni, di vite che s’intrecciano e si rincorrono al di là del tempo e dello spazio. Questi gli ingredienti principali dell’opera seconda di Tiziana Iaccarino, che conferma la propensione dell’autrice per la complessità dell’intreccio, l’attenzione ai misteri dell’animo umano, l’abilità nell’avvicinare e sovrapporre mondi lontani e diversi.
    E così lo sfondo dell’alta società partenopea si mescola ai colori del mondo latinoamericano, due generazioni di protagonisti lottano contro le convenzioni sociali per poi comprendere quanto sia irrefrenabile l’impulso che spinge l’uomo alla ricerca del successo, alla conquista con ogni mezzo del potere che si dimostra fine ultimo di ogni sforzo, ed è descritto in tutte le sue ammalianti sfaccettature come strumento di controllo sulle cose e sulle persone.
    Su queste basi l’autrice costruisce un romanzo che ha la delicatezza del genere romantico, nella descrizione di amori e relazioni che fluttuano tra storie di sentimento puro e travolgente, e unioni stereotipate e mutile della vera passione che divora l’anima; ma ha anche la suspance e la tensione creata dai tanti rancori che il tempo non riesce a sanare, dal turbinio di sentimenti quali l’invidia, l’arrivismo, la vendetta, che spingono i protagonisti verso scelte difficili, e situazioni davvero al limite.
    Questo piccolo grande universo, composto da una coralità di personaggi principali più o meno delineati a seconda del ruolo e del significato che essi assumono nello svolgersi degli eventi, è descritto dall’autrice attraverso la ben orchestrata fusione del presente con i ricordi e la storia passata dei singoli protagonisti, un’alternanza della narrazione principale con digressioni e flash-back che ancor di più conferiscono a questo romanzo il suo fascino originale, avvincente e coinvolgente.  

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  • Il legame più misterioso e affascinante - e forse anche meno compreso – della nostra umana essenza è quello che lega la parola e l’immagine, la denominazione della realtà e la sua rappresentazione. Seppure scienze come la linguistica, la psicologia, la semiologia, abbiano provato ad indagare questo nodo, è stata da sempre la poesia a proporre gli interrogativi e le risposte più interessanti, in quel suo modo figurato e realissimo di evocare dalle parole le immagini e i pensieri.
    Quest’ultima opera di Giuseppe Napolitano, "poeta delle avventure totali di riscatto della poesia" (U. Piscopo), ruota intorno a questo dilemma, ma capovolge straordinariamente il punto di inizio della creazione artistica, "entrando quasi come un attore nella pièce teatrale" (M. Carlino) a raccogliere le suggestioni provocate da 18 opere del pittore Normanno Soscia. L’esperimento risponde all’interrogativo espresso da Napolitano nella sua Confessione: “è possibile esprimersi allo stesso modo, con la stessa intensità, in forme espressive diverse quali sono la pittura e la poesia?”. La soluzione dell’enigma è affidata al lettore attraverso questa intensissima associazione di versi e colori, parole e figure, in “una consapevole impresa regalata a domani”.
    Un interrogativo sospeso nell’atto della risposta, non una sfida tra i due mondi artistici ma un imperativo quasi categorico che ha "acchiappato" l’animo del poeta, il quale ha così tentato di assecondare le voci ammaliatrici dei mondi disegnati da Soscia. Ed ecco allora che la realtà e la sua storia si confondono nell’universo onirico che un venditore ambulante porta a spasso sul suo carretto; Salomè si trasforma nella femminea delusione di un futuro perduto; un equilibrista incarna l’ansia del domani, mentre una piuma suggerisce la possibilità che la fantasia sia la chiave di salvezza da un mondo, da cui scale sembrano portare lontano ma finiscono in nessun luogo. In questo universo di uomini ingannevoli e donne ricche di una sensualità che sembra delusa, in cui la finzione, che si  materializza in forme di 'tivvù' e specchi, diviene simbolo, e insieme quasi rimedio, del fallimento umano, aleggia leggera la perenne ironia sia del poeta che del pittore, entrambi sospesi a formulare un "indovinello che ognuno scioglie a modo suo".      

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