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in archivio dal 08 mar 2010

Sabrina Abeni

27 febbraio 1980, Brescia
Segni particolari: Dottoressa di ricerca in letteratura, amante delle arti, del gotico, del visionario, del fantastico e dell'immaginifico. Autrice dell'opera gotico-visionaria Il Vento dell'Est:ovvero l'intelletto e la decadenza, edita dalla Boopen editore.
Mi descrivo così: Una gotico-visionaria travestita da accademica. Alla ricerca dell'originale e dell'ignoto
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  • 01 agosto 2012 alle ore 9:05
    L'idolo non è nulla

    Come comincia: Eccolo il mio idolo, la mia ragione di vita, il mio tormento! Steso sul freddo marmo della cucina, indegno e volgare, un vuoto fantoccio senz'anima. Eppure non mi era apparsa così la prima volta in cui i nostri occhi si erano incontrati. Elena, non poteva chiamarsi in un altro modo, un nome da semidea, distruttrice dei destini, capace di passare anche sopra mille cadaveri in putrefazione, mantenendo il colore del sole sul viso. Elena... imprendibile, o meglio ' impossessible', per dirla alla francese. Quella sera ero andato senza mia moglie alla festa di Marco, costretta a casa a causa di un malore improvviso della baby-sitter. Lei era lì, sbucata chissà da dove, nessuno sembrava conoscerla, apparsa dal nulla come solo una divinità sa fare. Le bastò poco: un sorriso, uno sguardo e io non ero più. Sì era trasferita da poco in città, era giunta lì con un'amica che ora sembrava introvabile. - Come farò a tornare a casa?- Chiese con un broncio da bambina. Inutile dire che tutti i maschi che non avevano al seguito mogli o fidanzate si erano mostrati disponibili. Io solamente non avevo avuto il coraggio di risponderle. Me ne stavo lì, muto e idiota, a guardare qualcosa di troppo grande per me. Ma lei mi aveva sorriso e indicato, chiedendomi di accompagnarla. Ero dunque io il prescelto, quello che fra tutti aveva il privilegio di stare vicino al miracolo? Balbettai una risposta e lasciai che mi seguisse in macchina. Lungo la strada non faceva che parlare e parlare, raccontava del suo momentaneo lavoro come modella e hostess di congressi, e del suo sogno di fare l'attrice, e altre cose simili. Non aveva però importanza quello che diceva, ma come le parole uscivano dalla sua bocca, flautate e carezzevoli come velluto. La seguii frastornato dentro casa sua, come un cane randagio che spera in una carezza, e lei sembrava disposta a darmi anche più di questo. Mi baciò (dovette farlo lei, perché io non ne avrei avuto mai il coraggio) e la sua stessa bocca sapeva di miele. Tutto in lei era troppo, troppo perfetto, talmente da confondermi: le sue mani, la sua pelle, tutto era un inno all'amore. Perciò non potei... Non potei averla, né quella sera, né in seguito. Avrei voluto, Dio se l'avrei voluto, ma semplicemente non potevo. Ogni volta che dovevamo incontrarci mi dicevo che ce l'avrei fatta, ero un uomo normale che sa cosa si deve fare con una donna. Né ciò aveva niente a che fare con degli scrupoli verso mia moglie e i miei figli, dato che non ero nuovo ad avventure adulterine. Ma in lei c'era qualcosa che mi terrorizzava, quando stavo per prenderla temevo che la sua stessa aura mi avrebbe afferrato e bruciato. Non ero un Anchise o un Adone, non avrei potuto fare come loro, congiungermi con una dea e uscirne illeso. Lei sapeva il potere che esercitava, ne rideva e ci giocava, sapendo che da me avrebbe ottenuto qualsiasi cosa. M'indebitai per comprarle gioielli, pellicce, vestiti firmati, nonché l'affitto di un appartamento di lusso, doni che sarebbero serviti ad ammansire la sua feroce divinità, inducendola a rendermi quella grazia che tanto agognavo. Ma stavo per rassegnarmi, poiché ero quasi convinto che nessun uomo potesse possederla. - Non puoi andare avanti così... Che sarà mai?! É bella, ma è una donna come tante. Pensala in questo modo, caricati e magari prendi una pastiglietta di Viagra... Vedrai che nottata...- Questo mi aveva detto Marco, il mio migliore amico informato del mio tormento, mentre mi porgeva la mitica pillola blu. Mi gasai, immaginai di prenderla in tutte le posizioni, e mi recai baldanzoso e 'viagrato' al suo appartamento. E ci sarei riuscito, se solo non le avessi guardato il viso, quel sorriso di sfida che pareva dirmi: - Veramente pensi che basti una pillola per possedermi, per toccare la mia essenza superiore?- Perciò tutto naufragò in un senso di frustrazione ancor più intenso del solito. Lei rise di scherno: - Lascia perdere... Evidentemente sei un caso senza speranza...- Allora fui convinto che ciò non sarebbe riuscito a nessuno, che dovevo accontentarmi della sua luminosa vicinanza e non chiedere di più. Avrei in qualche modo trovato serenità in questo, se non fosse che lei era una dea crudele, capace di trovare mille modi per tormentare i suoi fedeli. Quella stesa sera mi aveva raggiunto Marco, doveva portarmi urgentemente dei documenti dall'ufficio e sapeva di trovarmi lì (dove sennò, ormai sembravo essermi dimenticato di avere una famiglia). Lei lo aveva accolto, carezzevole come una gattina che fa le fusa, e gli era bastata un'occhiata per capire la mia bruciante disfatta. - Mi scuserai, vero Franco? Ma devo far vedere urgentemente una cosa a Marco. Se vuoi seguirmi un attimo?- Aveva invitato il mio amico con un tono che rivelava mille promesse, di cui io, purtroppo, sapevo il contenuto e a cui, idiota, non sapevo oppormi. - Tanto non ci riuscirà... É impossibile-, m'incoraggiavo. Eppure loro non tornavano e i minuti scattavano roventi nella mia testa. Alla fine non sopportai l'attesa, dovevo sapere se esistesse qualcuno capace di compiere il miracolo. Mi fermai davanti alla porta della sua camera, era socchiusa e io l'aprii quel tanto che bastava per spiare. Sarebbero dovuto bastarmi i sospiri di Elena per capire, invece volevo vedere, farmi del male pur di sapere come fosse possibile quello che stava accadendo. Ed eccolo l'Anchise, l'Adone, colui capace di possedere una dea senza rimanerne nemmeno ustionato, in grado addirittura di renderla volgarmente umana e, udite udite, perfino d'insultarla trivialmente durante l'amplesso. E in effetti lei non aveva niente di supremo in quel momento, sembrava una qualsiasi sgualdrina da film porno di quarta categoria. Sapeva, sicuramente sapeva, che sarei andato a vedere, voleva mostrarmi quanto fossi mancante, incapace di darle ciò che qualunque mediocre uomo poteva fare, chiunque troppo ottuso per vedere la sua luce. Quando uscirono dalla stanza, io li stavo attendendo in salotto. Avrei voluto fare una scenata, picchiare lui e, magari, stuprare lei ( che ottimista, direte...), invece non riuscii a dire una parola. Marco sembrava non avere il coraggio di guardarmi negli occhi e se ne andò con una scusa, Elena invece era euforica, vivace e bellissima in modo impossibile. Tornato a casa non trovai più nessuno, non me ne meravigliai, dati i creditori alle porte e le mie continue assenze. Non era stata la mia famiglia ad abbandonarmi, ero stato io a cancellarla dalla mia vita, tutta tesa ormai verso un'ossessione impossibile. Non dormii tutta la notte, solo, nel silenzio di mura che una volta erano state piene di vita. Pensai a lei, alla sua essenza divina e a come essa era stata spezzata da Marco. Eppure non potevo convincermi che si trattasse solo di una mia illusione, così come un fervente credente non può accettare l'idea che Dio non esista. Dovevo capire per cosa avevo buttato via la mia vita. Mi recai di buon'ora a casa di Elena (nel cui affitto erano confluiti buona parte dei miei averi), pareva stanca e di malumore, ma sempre sublime. Mi chiesi se Marco fosse tornato da lei ieri notte. - Perché mi hai fatto questo?- Riuscii a chiederle. - Cosa?- Elena ostentava un'aria d'indifferenza, mentre tirava fuori dal frigo un cartone di succo d'arancia. - Hai fatto sesso con Marco quando io stavo sotto lo stesso tetto. Perché questa crudeltà?- - Nessuno ti ha detto di andare a sbirciare, se solo saresti stato più discreto...- Ma le dee possono dare risposte idiote e sgrammaticate? Perché questa ne aveva tutta la parvenza. - Perché l'hai fatto?- Insistetti. - Forse così hai capito come si fa...- Elena rise, ma non era la sua risata melodiosa, era qualcosa di basso, volgare, da donna di strada. E allora la guardai con più attenzione, c'era qualcosa nella piega della sua bocca e nel modo in cui sorbiva il succo del bicchiere che prima mi era sfuggito. - Mia moglie mi ha lasciato... Se n'è andata con i miei figli... Ho perso tutto per te...- - Doveva essere una molto noiosa tua moglie, se invece di stare con lei, stavi sempre dietro di me...- Mia moglie noiosa? Tutt'altro! Era sempre stata più attiva e vivace di me, un tipo creativo nel lavoro e nella vita, una donna che si era realizzata pur non facendo mancare nulla alla famiglia. Elena invece cosa aveva concluso? A venticinque anni sognava ancora di entrare nel mondo dello spettacolo, mentre si faceva pagare i suoi vizi dagli altri. Non aveva nemmeno pensato a curare minimamente la propria cultura, e si crogiolava beata nella sua ignoranza. E sapete di cosa mi accorsi? Non era nemmeno bella, non in quell'accezione che le avevo dato in quei mesi. Invece delle labbra sembrava avere dei salsicciotti mal rifatti ed emetteva un suono fastidioso quando cercava di sorbire il succo fino all'ultima goccia. Niente a che fare con la classe di mia moglie! Quella che avevo scambiato per maestosa regalità non era che dozzinale supponenza. Il furore mi prese contro quel mostro che mi si era appena rivelato, l'afferrai per il collo e strinsi, strinsi, e più stringevo più godevo. La sua vita così, tra le mie mani, valeva più di un semplice amplesso, si dibatteva convulsamente, ma ora che l'avevo presa, ora che ero il suo padrone, non avrei potuto rinunciare all'unica soddisfazione che era stata in grado di darmi. Continuai a stringere, anche quando ormai la sua pelle aveva assunto un tonalità bluastra e le sue braccia penzolavano. La lasciai cadere improvvisamente, orripilato da quello che avevo davanti agli occhi, un corpo morto che ora corrispondeva all'anima morta che vi aveva abitato.

     
  • 01 agosto 2012 alle ore 9:03
    La Bella Addormentata

    Come comincia: Era bella, era pura, sembrava quasi ritornata all'infanzia.
    Sul suo volto pareva essersi steso un velo di serenità imperturbabile, sul cui pallore emergevano un lieve rossore delle guance, unica traccia di vita su quel corpo immobile.
    Attorno a lei non erano cresciuti rovi, né era rinchiusa nella torre di un castello, il suo sonno non era frutto di un incantesimo di una donna invidiosa e frustrata.
    Il principe era il suo incantatore, colui che l'avrebbe baciata, ma che nel contempo ne desiderava l'immobilità.
    E come un principe si era presentato quell'uomo: il sogno di ogni ragazza di modeste condizioni, tanto più per una che si pagava gli studi con il lavoro di commessa e cameriera part-time.
    L'uomo giovane, elegante e attraente, con la macchina sportiva e conoscitore di mondi su cui ella poteva solo fantasticare.
    Billionaire, Porto Cervo, Ibiza, Formentera, conoscenze VIP: tutti quegli status symbol raggruppati in un solo individuo.
    Sembrava fosse stata risvegliata da quel torpore tedioso e anonimo in cui era vissuta per vent'anni, eppure adesso stava dormendo e nulla poteva turbarne il sonno.
    Ciò era accaduto perché il principe aveva bisogno della sua passività, della sua incapacità di reagire.
    Troppa vita aveva pervaso quel giovane corpo, troppe aspettative trapelavano dai suoi occhi; meglio l'immobilità, meglio che quella luce sia nascosta dalle palpebre abbassate.
    Ella non deve vedere la bestia nascosta dentro al principe, potrebbe spaventarsi o, peggio ancora, deriderlo.
    Perché rischiare l'umiliazione, quando tutta la bellezza può essere imprigionata in un delizioso, caldo e inerte involucro, totalmente a sua disposizione?
    Per questo motivo le addormentava tutte con il suo elisir speciale, sottratto al fratello medico, il loro oblio diventava così la sua estasi.
    Necrofilia?
    No, niente affatto: loro erano tutte vive, i loro colpi caldi, il sangue scorreva sotto le loro guance delicate.
    Poi si risvegliavano, ignare di tutte le fantasie che lui aveva concretizzato su di loro, solo un po' sconcertate e imbarazzate per essersi addormentate all'improvviso.
    Ora avrebbe dato sfogo al suo desiderio su quest'ultima donna, fragile, vulnerabile e per questo irresistibile.
    Lo stesso rito di sempre: denudare quell'involucro, togliersi i vestiti, aprirsi lui stesso, mostrarsi a colei che non può vederlo, valutarlo, giudicarlo.
    Si stese su di lei, pelle a pelle, calore su calore, adagiarsi su quel tappeto di carne accogliente che sembrava aspettare solo che vi si immergesse.
    E lui vi si immerse.
    Fu allora che lei aprì gli occhi: le sue iridi si fissarono su di lui, incredule, accusatrici.
    Non poteva sostenere la lama di quello sguardo, era come pioggia incandescente su di lui.
    Allungò la mano, prese il primo oggetto che trovò: un tagliacarte.
    E colpì, colpì, sperando di non vedere più la derisione sul suo volto.
    Alla fine i suoi occhi si svuotarono di ogni presenza, diventando vacui, da bambola.
    Le posò una rosa rossa accanto al viso pallido inondato di sangue, una composizione bizzarra, ma a suo modo gradevole.
    -Oh, al Diavolo... è ancora calda.-
    E ricominciò lì dove era stato interrotto.

     
  • 14 aprile 2010
    Chi è più blue?

    Come comincia:

    La notte, lungo le calli veneziane, puoi sentire solo te stesso, il lento e ovattato rumore dei tuoi passi sulle pietre, il tuo respiro, mentre l’umidità ti entra fin dentro il midollo.
    Un uomo di mezz’età, dall’aria imponente e severa, cammina parallelo a un canale, fiero e implacabile, una quercia non piegata dal vento che si sta sollevando sulla città.
    Sembra non andare in nessuna particolare direzione, indifferente alle sporadiche persone che incontra, all’improvviso rallenta fino a fermarsi, i suoi occhi attirati da una qualche improvvisa apparizione.
    Seduta su uno scalino che dà sul canale c’è una figura, piccola e piegata su se stessa, che cerca di ripararsi con l’enorme zaino da quell’improvviso vento gelido.
    L’uomo le si avvicina con circospezione: è una ragazza giovane, molto giovane, dall’aria smarrita.
    Pare non accorgersi della sua presenza, finché lui non le parla.
    - Si è persa, signorina? Ha bisogno di aiuto?
    Si volta a guardarlo, non sembra spaventata da quell’enorme e improvvisa presenza maschile a quell’ora tarda, addirittura balena un’ombra di sorriso in quel volto pallido che contrasta con i capelli scuri, sporcato dal pesante trucco degli occhi che si è sciolto.
    - In realtà, non so dove andare… Ho speso quasi tutti i soldi per il biglietto del pullman e per un hamburger…
    La situazione si fa interessante…
    - Non conosce nessuno qui a Venezia che possa ospitarla?
    - Veramente no… Non so nemmeno perché sono venuta qua. Una volta, anni fa, ci sono venuta in gita con la mia classe. Ero stata felice…forse per questo ho deciso di tornarci… ma non mi rendevo conto di quanto fosse cara…
    Nei suoi occhi appare un’ombra di malinconia, è sola, sicuramente fuggita da casa, infreddolita, eppure non sembra intimorita. Forse è abituata a quella vita, probabilmente è anche tossica.
    Molto probabilmente…
    - Quanti anni hai?
    Ne dichiara diciotto, mente ovviamente… non può averne più di sedici.
    - Come ti chiami?
    - Veronica… e tu?
    - Edoardo… Se hai bisogno di un posto dove dormire puoi stare da me questa notte.
    La ragazza non se lo fa ripetere due volte, deve essere decisamente una sprovveduta ma meglio così.
    Le fa segno di seguirlo e s’incamminano verso il suo palazzo senza dire una parola.
    Eh sì, perché di un vero palazzo si tratta, d’epoca, decadente con statue dal marmo corroso dalla muffa che sporgono dai muri esterni, guerrieri dall’aria androgina che impugnano lance o spade.
    Dà proprio su uno dei canali di Venezia, stretto e olezzante d’acqua e alghe marce, vi si può accedere tramite un portico angusto e buio.
    Non è nemmeno uno di quei palazzi antichi che, al suo interno, può riservare piacevoli sorprese: gli affreschi, che una volta dovevano aver espresso la vivacità cromatica della scuola veneta, sono sbiaditi e tempestati di macchie grigiastre d’umidità, simili a fiori cancerosi.
    Il freddo è pungente anche dentro l’edificio, dato che solo un’ala, quella dove l’uomo è solito dormire, è riscaldata; ma anche nelle stanze abitualmente abitate regna una coltre d’umidità, invisibile ma pesante.
    Eppure la ragazzina si guarda intorno con occhi pieni d’ammirazione, immaginando forse i fasti delle epoche passate.
    Divora il pasto frugale che le ha preparato, gli avanzi riscaldati della sua cena, come se non avesse mangiato da una settimana; Edoardo si decide a invitarla a lavarsi, dato gli odori poco invitanti che emana il suo corpo adolescenziale e trasandato.
    Quando la vede uscire dal bagno, avvolta in un asciugamano e lavata dal trucco, conclude che non deve avere più di quattordici anni: non ne ha mai ospitata una così giovane.
    Eppure più di tutte sembra conscia di ciò che un uomo possa aspettarsi da lei: gli si fa incontro e lascia scivolare l’asciugamano, totalmente inerme e pronta a cedere a ogni suo desiderio.

    Edoardo si sveglia con ancora l’odore dello shampoo sul cuscino dove lei ha poggiato la testa e il sapore del suo chewing-gum alla frutta in bocca, ma lei non c'è.
    Naturalmente sa dove sia andata, è inevitabile; anzi, non ha proprio perso tempo: è probabile che più siano giovani più non siano capaci di badare ai fatti loro.
    Peccato…questa gli era piaciuta particolarmente e si sarebbe potuto divertire a plasmarla secondo il proprio volere.
    Si aggira per le stanze vicine, quasi sperando di sbagliarsi, di trovarla in bagno, oppure a svaligiare il frigorifero, fosse anche a frugare nelle sue tasche…ma niente.
    Sembrano avere tutte una bussola, che le porta proprio lì dove non dovrebbero andare.
    Scende le scale che conducono verso la cantina, un posto sgradevole, umido, ammuffito, con l’acqua stagnante della laguna che penetra a ogni alta marea: non proprio un posto adatto a una graziosa fanciulla.
    Eppure la porta è spalancata, segno di un intruso indesiderato.
    Edoardo non si è mai curato di chiuderla a chiave, quello è il suo posto, il luogo della sua ferina virilità che ogni donna dovrebbe ritenere inviolabile; eppure lo profanano sistematicamente, non esiste più rispetto e umiltà tra il genere femminile.
    Tutte desiderano penetrare come ladre nel suo intimo, per poi rimanere paralizzate dal terrore: non affrontare l’ignoto se non sei attrezzato per farlo, ma loro vogliono sempre immergersi nella melma per poi dire che puzza.
    Eccola, vestita solo con la sua camicia, con i piedi bagnati dall’acqua putrida, di spalle, ignara di ciò che sta per avventarsi su di lei.
    Non urla, non singhiozza, sembra intenta a guardare con attenzione il contenuto della stanza, forse è ancora incredula per ciò che i suoi occhi stanno vedendo: i corpi delle altre sgualdrine ficcanaso che l’hanno preceduta sono appesi e lacerati come in un mattatoio, l’odore stantio del canale mescolato a quello dolciastro della carne morta.
    Edoardo afferra l’accetta posata su un ceppo a fianco all’entrata e le arriva così vicino da farle sentire il fiato sul collo.
    Veronica si volta verso di lui, stranamente senza trasalire, anzi sorride…
    Non riesce ancora a decifrare quest’insolito atteggiamento, con l’ascia pendente a mezz’aria, quando una vampata di dolore lo coglie al fegato.
    Qualcosa lo ha inspiegabilmente penetrato e ferito nel profondo, un coltello, forse un taglierino.
    L’oscurità scende su di lui, mentre Veronica sorride come una Madonna amorevole
    Nei suoi occhi c’è un’espressione di dolorosa malinconia e delusione, in essi Edoardo vede se stesso prima di non essere più nulla.

     
  • 08 marzo 2010
    Exede aut exederis

    Come comincia: Quella sera la città era avvolta da un fitto, quasi palpabile, manto di nebbia che rendeva incerti i contorni di ogni cosa, donando al monotono e stanco paesaggio urbano un’atmosfera quasi surreale, a tratti aliena.
    L’uomo stava tornando da una lunga e deludente giornata di lavoro, in cui aveva inutilmente cercato di vendere aspirapolveri e vaporelle a casalinghe annoiate; la crisi economica stava mettendo in difficoltà perfino un rappresentante abile e persuasivo quale lui si era sempre ritenuto.
    Oppure stava perdendo il suo fascino sulle attempate massaie, dato che il suo sorriso e il tono mellifluo della sua voce sembravano non avere più lo stesso effetto di una volta.
    Ora si stava recando da un'altra stagionata amante delle pulizie della casa: sua moglie.
    Sedurre lei non era certo stato un grande affare, soprattutto quando, al secondo figlio, aveva preso le dimensioni di un canotto gonfiabile; ma lui non aveva certo le risorse per potersi permettere di pagare gli alimenti a ben cinque persone (tra cui figlio maggiorenne e perditempo, che aveva scambiato la sua permanenza universitaria a Bologna per una perenne villeggiatura).
    Per cui non poteva far altro che contare i giorni che passavano, sperando che un giorno il colesterolo della moglie le avrebbe fatto finalmente stendere i piedi.
    Si stava ormai rassegnando a un'ennesima serata a base di cotolette scongelate e quiz televisivo, quando un'indistinta macchiolina rossa si delineò a poca distanza dall'automobile; l'uomo rallentò per poter vedere meglio di chi si trattasse: dalla nebbia emersa un'esile figura avvolta in un mantello rosso che procedeva a passi veloci, tutta rattrappita per il freddo e la pioggia, su gambette coperte da un paio di collant variopinti.
    L'uomo comprese che forse si sarebbero potuto aprire impreviste e piacevoli prospettive per la fine di quella giornata; fermò la macchina su quel lato del marciapiede e si sporse per rivolgersi a questa improvvisa apparizione.
    - Hai bisogno di un passaggio? - Le chiese col tono più rassicurante che gli era utile per convincere le padrone di casa a prestargli qualche minuto della loro preziosa attenzione.
    Dal cappuccio emerse un grazioso visino da bambina che cercava in ogni modo di apparire donna: non avrà avuto più di dodici anni, e il maldestro tentativo di trucco le colava sul viso a causa della pioggia, creandole cerchi neri sotto gli occhi.
    Era proprio quello che ci voleva per risollevare la serata.
    La ragazzina sorrise cercando di ostentare una sicurezza femminile che non aveva, il biancore dei suoi denti luccicò nella nebbia.
    - Devo andare da mia nonna che non sta bene. Ho fatto la spesa per lei - disse mostrandogli una busta di plastica di considerevole mole.
    - Povera ragazza. Ti verrà un malanno trascinando tutta quella roba sotto la pioggia. Ti accompagno io da tua nonna.
    Lei lo scrutò mentre pareva riflettere sulla sua proposta, l'uomo cercò di assumere un'espressione più affidabile possibile; finalmente la bambina annuì, aprì lo sportello posteriore per sistemare la sua spesa e si accomodò nel sedile anteriore, con grande compiacimento dell'autista.
    Si fece dare l'indirizzo della nonna e proseguì lentamente in quella direzione.
    Cercava di analizzarla con discrezione, notando le sue scarpe logore e con i lacci rotti, i riccioli neri che spuntavano dal cappuccio, il viso arrossato dall'improvviso calore dell'aria condizionata.
    Una fanciulla molto carina, ma altrettanto povera, che cercava d'assumere pose d'adulta come tante sue coetanee.
    Misera e preadolescente: proprio il suo tipo.
    A pochi metri dall'indirizzo che gli aveva indicato, l'uomo svoltò verso un sentiero che si perdeva in un parco squallido e abbandonato, frequentato solo da coppie clandestine e tossicodipendenti.
    Spense il motore e si voltò a guardarla in attesa di una sua reazione.
    La ragazzina giocava con uno dei suoi riccioli, tirando e allentando la presa, si morse il labbro sbavato mentre ricambiava quello sguardo, nei suoi occhi non c'era né quella preoccupazione né quell'infantile seduzione che l’uomo era abituato a vedere nelle sue coetanee, sembravano piuttosto non appartenerle, occhi da donna matura e riflessiva, quasi venati di compassione.
    - Non ti piacerebbe comprarti un paio di scarpe nuove, alla moda? Chissà come ti prendono in giro le tue amiche per quelle che porti, così consumate e vecchie…
    Allungò la mano verso la sua coscia per farle capire meglio cosa si aspettasse da lei.
    In genere un'offerta simile funzionava con fanciulle del genere, sicuramente era molto più allettante del suo aspetto che non rientrava proprio nelle fantasie preadolescenziali, un uomo di mezza età con la pancetta e sopracciglia nere e cespugliose che si univano alla radice del naso.
    Lei continuava a fissarlo senza parlare, strinse la morsa sulla sua gamba per incoraggiare una sua reazione.
    - Mia nonna mi ha parlato degli uomini come te… Non sei il primo che incontro… -, gli rispose con voce che pareva giungergli da un luogo remoto.
    Lui sorrise, ci avrebbe scommesso che era una ormai avvezza agli adescamenti.
    - Allora saprai come ci si deve comportare… -, le disse protendendosi ad abbassarle il sedile.
    - Exede aut exederis… -, mormorò la bambina.
    - Come? - le chiese l'uomo, ma si dimenticò di quelle parole, quando lei cominciò ad armeggiare con la patta dei suoi pantaloni.
    La vide chinarsi verso il suo basso ventre e stava già esultando per tanta fortuna, quando un violento strappo tinse di rosso l'aria, non riuscì nemmeno a urlare per la sorpresa e il dolore che lo accompagnò.
    Lei alzò il viso e solo allora si accorse di come fossero insolitamente lunghi e traslucidi i suoi denti, in cui ora stringeva il suo membro che buttò sul sedile scuotendo il capo.
    - Exede aut exederis!
    Finalmente l'uomo gridò, poco prima che quella creatura gli squarciasse il ventre.

     

    - Nonnina… ho portato la spesa .
    La bambina corse dalla nonna che si dondolava su un'antica sedia a dondolo, porgendole l'enorme busta che aveva portato con sé.
    La donna gettò un'occhiata al suo contenuto e sorrise con denti che luccicarono nella penombra, accarezzando dolcemente la testa ricciuta della nipotina.
    - Sei stata brava… ogni giorno ne porti di più…
    Appoggiò la sporta di plastica da cui fuoriuscì una mano maschile insanguinata.
    - E ricorda sempre il consiglio di chi ha vissuto più di te… Exede aut exederis.