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in archivio dal 24 mar 2006

Sara Scialdoni

02 novembre 1978
Segni particolari: Non sono né un artista né un poeta. Ho trascorso i miei giorni scrivendo e dipingendo ma non sono in sintonia con i miei giorni e le mie notti. Sono una nube, e nella nube è la mia solitudine, la mia fame e la mia sete. K.Gibran
Mi descrivo così: Non sono niente, non sarò mai niente, non posso volere d'essere niente, a parte questo ho in me tutti i sogni del mondo. F. Pessoa

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  • 22 febbraio 2008
    Col mio sorriso di plastica

    AI CARILLON

    ALLE BALLERINE

    AI SORRISI DI PLASTICA

     

    Che poi tra le mie dita
    e questo specchio
    ci corre proprio un soffio,
    e sempre stesse note
    mi danzano lo sguardo
    visitando cipria e preziosi.
    Non avrei mai creduto
    al cielo se non fosse per
    poca luce a disegnarsi
    su pareti di smalto blu.
    Mi hai visto le gambe?
    Imitano un passo immobile
    in gesti di grazia,
    che a seguirli ti fanno
    gli angoli della bocca aperti
    al rosso dei baci,
    lì fuori.
    E io ci sono domani,
    e domani ancora
    se vorrai sempre le stesse note
    ad accompagnarti le sere

    in una scatola buia
    col mio sorriso di plastica.

     
  • "Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo può ridersi anche della morte. Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più".
    L. Pirandello

     

    Alla mia Adele

     

    Vorrei mi fossi eterna voce
    tra queste marionette di carne
    che credono vero ciò che per me
    è svendita a poco d’illusioni.

     

    Affittami il viso, disegnami viva.
    Che non sia nel tuo mondo solo memoria,
    sopra il palco respiro e battito.

     

    Creatura di chi mi scrisse
    in più battute e tempi scissi d’applausi,
    bandita nel silenzio fin quando
    non mi rendi il fiato.

     

    Cerco attore sempre in scena
    che di vita mi dia illusione.

     

    Affittami il viso, mostrami viva

     

    … sono frammento di chi sei
    nascosto nelle tasche dell’anima.

     
  • 21 febbraio 2007
    Mi penso in parole di carta

    Punto -silenzio.
    Mi penso in parole di carta.

     

    Un filo di matita basta a disegnare
    ché tanto io,  i tratti non li so definire mai.

     

    Sfumata -  corretta,
    suggerita in prosa la vita,
    la poesia è del non sentire
    il peso della carne ogni oggi.

     

    Mi riallaccio a una virgola incisa
    sul finire di un duetto d’amanti

     

    distanti

     

    come un paio di note al margine.

     

    Ancora - a capo.

     

    Distratta la punta cade su regioni bianche
    da vestire a nuovo.

     

    Il principio non è una sillaba
    che inizia per “A”
    e se scelgo prosa descrivo il mare
    se poesia lo so inventare.

     

    Mi sospendo in tre punti di silenzio.

     

    … Mi penso…

     

     
  • 25 gennaio 2007
    Puttane le mie parole

    "Non avrai occhi stasera

    nè orecchie nè lingua,

    vagherai nell'oltretomba

    cieco sordo e muto

    e i defunti diranno:

    ecco Ettore, lo stolto

    che credeva d'aver ucciso Achille."

    dal film TROY

     

    Puttane le mie parole
    in punta di lingua
    svendute contro chi sorrise
    ad ogni mio spasmo di ventre,
    perché non conosce clemenza
    il nome che porto.


    All’ombra del buffone
    che fece vanto del mio scalpo
    ho raccolto grammi d’ego,
    ed ora bocca alla bocca
    restituisco l’offesa-ferita.
    Non conosce resa
    il nome che porto.

    Nessun ordine d’arresto
    a placare la bestia
    scesa in caccia
    ... che di nascosto - talvolta -
    piange sull’avanzo che resta.


     
  • 12 gennaio 2007
    Dalì sospende una rosa

    Carne al fuoco
    fu il cuore
    in attesa
    di vento del tempo
    a suggerirne cura.

     

    Riprendono oggi
    i miei battiti a vuoto.

     

    Dalì sospende una rosa
    su deserti da fiorire.

     
  • In qualche luogo
    c’è un sole che splende
    nei giardini della mezzanotte
    a impallidir le stelle.

     

    Un vento da mille anni
    rivende fiabe di paesi stranieri
    all’uomo senza sogni

     

    e non c’è donna che non canti
    la dolcezza d’un bacio salato
    salutando velieri oltre mare.

     

    Si diventa nuvole come gigli
    nell’azzurro sereno
    a viaggiare su pelle di deserti.

     

    Sempre hanno occhi aperti le sere
    su tutti i misteri che i mattini
    non scorgeranno mai.

     

    Qui, in qualche luogo, dove
    le fate sono figlie della luna
    e l’ambrosia del mondo…

     

    dove dicono non esista la terra

     

    e la vita sia solo un’illusione.

     
  • 07 dicembre 2006
    Io, non mi chiamo

    Mi sono dimenticata
    dietro un’identità
    presa in prestito
    per qualche giorno,
    per poche ore.


    Io, non mi chiamo.
    Non serbo nome
    tanto a lungo
    da fissarsi sulla pelle.


    Zingara tra albe e tramonti,
    me ne vado per questa
    fiera d’ignota vita
    scippando volti
    che so bene tradirò.


    Sono tutti.
    Nessuno è me.

    E sempre estranea mi cerco,

    cercando poi che...

     
  • 04 dicembre 2006
    Acrostico

    Mentre
    Avanza
    Silenzio
    Siamo
    Ignoti
    Mondi
    In
    Lontananze
    Irriducibili
    All'unisono
    Naufragio
    Ormai

     
  •  

    "Mantenetevi folli

    e comportatevi

    come persone normali"

    Paulo Coelho

     

     

    Poeti, loro credono Follia

    questo scrivere che ci viene

    da lacrime mai viste

    cadute nel pozzo oscuro

    di una Luna eletta Madre.


    Ci pensano mercanti in miseria

    dietro il banco dei Sogni

    a raccogliere applausi

    prima o poi dimenticati.


    Non sanno, loro, quant’è più facile

    viversi in sordina disfacendo chimere

    laddove Luce impedisce già cammini.


    Poeti, s’illudono sia Follia questo scrivere

    che ci viene dal Dio di Dentro

    e il nostro corpo


    solo carne in mezzo al Cielo.

     
  • 31 ottobre 2006
    Come un dio che dorme

    C’è che a volte non esiste

    gancio di nuvole che allieti

    la marcia dell’essere.

     

    Se la vita fosse un mare quieto

    io, la visiterei in ogni dove

    con i miei sogni in poppa,

    ma conoscete voi viaggio

    che non azzardi ritorno?

     

    Allora, c’è che a volte mi fingo

    una notte sotto il cuscino a legare strette

    le cosce bianche dell’alba,

    e tutto intorno è ancora visioni e silenzio…

     

    così, come un dio che dorme.

     
  • Amo tutto ciò che è stato*
    tutto ciò che non è più,
    e con le spalle sempre
    rivolte al domani m’arresto
    in questo nulla che reclama d’andare
    presso le stazioni del Destino.

     

    Sono come un clochard
    ai margini della notte
    che sorseggia gli ultimi ricordi
    dal fondo d’una bottiglia

     

    e soffro d’un male che non ha cura
    se non nei sogni
    dal nome malinconia.

     

    *F. Pessoa

     
  • Amore - tu sei Celato -
    Pochi - ti scorgono -
    Sorridono - e mutano - e blaterano - e muoiono -
    Senza te - sarebbe una Stranezza - la Beatitudine -
    Soprannominata da Dio -
    Eternità.
    Emily Dickinson

     

    Il mio Amore ha braccia generose

    di Madre alla prima urgenza del Figlio.

     

    - I suoi Occhi non hanno più mistero

    di certe acque che nessuno indagò,

    ma in loro è celata l’intera Bellezza

    di un Creato manifesta ai Pochi. –

     

    Il mio Amore è come il Mare che si fa Donna

    alla vista di coloro che Lo sanno Amare.

     

    - Il suo corpo è di Isola in preda alle correnti

    nel mezzogiorno dei suoi Sogni lieti,

    e a notte Guscio di perla a serbare

    il Tepore di mani da poco incontrate. -

     

    Non ho mai sentito un Angelo cantare

    ma la sua Voce delizia l’udito al pari

    di cori Celesti e nei Silenzi non v’è

    maggior Armonia di quella che Lui emana.

     

    Avessi un Nome con cui chiamarLo

    nessun’altro porterebbe se non Eternità

    - Quella che Dio concede ai Cuori

    dotati d’infinita Umanità. -

     
  • 05 settembre 2006
    Tra di noi si dice il mare

    E ti scorderai di me,
    perché il cuore cancella
    e poi inventa un sempre
    a nuove storie.

    Scriverò come una triste fiaba
    quel che di mio era con te.

    Notti, pregherò, di passar svelte,
    chè tra di noi si dice il mare
    e non s’attraversa,
    non lo si può camminare.

    E ti scorderai di me,
    tra tutte queste case e
    il sapore di caffè,
    in una lacrima rimasta,
    l’ultima per me.

    Giorni, io vedrò, volare via
    da una parete a ricordarmi
    che sono mesi, poi stagioni
    quelle lunghe senza te.

    E ti racconterò come una fiaba
    che non saprò rinventare.

    E tra di noi si dice il mare
    … e non lo si può,
    ormai non si può più camminare

     
  • Non ci sarà dunque,
    per le cose che sono,
    non la morte, bensì
    un’altra specie di fine,
    o una grande ragione:
    qualcosa così, come un perdono?

    "Ho pena delle stelle" di F. Pessoa

     

    Quando di me non saprà dire


    che il vento o quanti per lui


    mi sfilarono accanto nel clamore


    di nostalgica vita andata,


    e avrà smarrito la memoria


    in ardua ricerca l’ umana sembianza


    del mio essere stata,


    allora non resterà che a me


    ricordare quel grembo di mondo


    che ospitò il passaggio lieve


    a cui alcuno fece più ritorno.


    Non vi sarà che cielo a raccogliere


    i miei passi, terre senza orizzonte


    a riempire gli sguardi.


    Almeno voi stelle, non dimenticatemi.

     
  • " L'uomo è ossessionato dalla dimensione

    dell'eternità e per questo si chiede: le mie azioni

    riecheggeranno nei secoli a venire?

    Gli altri, in gran parte, sentono pronunciare

    i nostri nomi quando siamo già morti da tempo,

    e si chiedono: chi siamo stati, con quanto

    valore ci siamo battuti, con quanto ardore

    abbiamo amato".

    Tratto dal film TROY

     

    Se solo questo scrivere non avesse

     

    vana presa nella terra del tempo

     

    senza tempo ma cadesse come pioggia,

     

    si arrampicassero come edera le mie parole

     

    nei giardini deserti di ciò che fu o sarà ancora,

     

    non sarebbe miseria quella che occupa

     

    i miei oggi ed io morrei ricca di versi sulla bocca

     

    da lasciare sulla bocca di chi resta.

     

    Eppure, a volte, mi scopro un piccolo posto

     

    sull’Olimpo degli dei dimenticati

     

    da uomini che hanno smesso d’averne cura.

     

    Oh, se solo non sapessi vano tutto il mio sentire,

     

    già ora mi riposerei da viva in pace!

     
  • Non ho imparato mai il verso del mare,
    neppure dal fondo di una conchiglia
    naufragata su spiagge deserte, ma dice
    abbia gli occhi di mia madre bambina,
    quell’onda ribelle sfuggita all’oceano,
    quando il sole annega dietro una pozzanghera blu.
    Mi dice “Sembri donna in veste d’autunno,
    in posa come sposa inginocchiata all’altare
    che senza cura si lascia sfiorire d’amore”.
    Chissà se ieri ha creduto non t’amassi più,
    se di nascosto solleva i miei pensieri in corsa,
    forse scivolati via da qualche zona d’ombra,
    come scappassero da chi, cercassero poi cosa…

    Ma domani, domani imparerò il verso del mare,
    perché qualcun altro sappia di me davvero

    … non solo il vento ansioso d’andare.

     
  • A coloro con cui all'Amore ho solo giocato. A colui che il mio cuore ha avuto davvero. A tutto quello che verrà...

     

    Ho nostalgia di voi

    passati amori miei,

    colpiti dal lutto più amaro

    quando qualcosa dal vostro sentirmi

    se ne partì,

    spogliati d'ogni ardito intento

    che nei giorni ai giorni

    rinascesse ancora primavere.

    Soffro per voi la stessa solitudine

    delle montagne immobili tra nuvole

    e specchi di cielo al suolo, poiché

    nulla, a parte il tempo in cenere

    di migrate speranze perse, ci lega

    adesso che non c'incontriamo più.


    A volte, figli, vi stringete tenaci al grembo

    come a quello d'una madre per

    averne beata cura, poi, gravida,

    vi partorisco di nuovo orfani d'abbandonare

    sul primo letto in fiore.

     

    Siete per me tutto l'amore

    che avrò da spendere domani,

    e ho nostalgia, ho nostalgia di voi

    sperduti amanti miei.

     
  •  


    ...Ad una fiaba lunga una sera e sempre viva oltre gli orizzonti del tempo. Agli occhi più belli dove i miei abbiano mai trovato approdo.


    Ad ALEX.


     


     


    Quando guardo te


    io penso al cielo,


    di lune a maneggiare stelle


    come biglie d'oro,


    di sole pallido confinato


    dietro nuvole in novembre,


    e poi,


    poi io non so dire...


    ma lo vedo se ti penso,


    sospeso sul cerchio immenso


    delle mie solitudini


    che hanno voce troppo alta


    per non udirle.


    Invidiosa,


    vorrei rubarti un pò


    del suo profumo di dosso


    per raggiungere l'ultimo


    scalino d'azzurro,


    chè guiderei da lontano


    le maree dei tuoi pensieri


    d'onda in onda verso me.


    Se le parole sapessero


    tracciare anche solo


    il profilo del mio cuore


    così da rapirti,


    non avrei altro di meglio da fare


    che pensare al cielo...


     


    quando io guardo te.

     
  • 12 luglio 2006
    Morgana

    "Il nero contrario di Merlino, ecco chi è Morgana... E solo il verde dei suoi occhi resta intatto sempre nella deriva della sua vita". 

     

    Sono dei miraggi la Fata maestra,
    spesso d’abbagli posso cuori ingannare,
    all’arcana magia sono votata
    e per te ora voglio cantare…

    Di cieli e di boschi ascolto sussurri,
    da nuvole danzanti mi lascio cullare,
    nella notte d’oscuri presagi,
    a spasso col vento ti vengo a cercare…

    Tra ombre e luci m'adagio supina
    a vegliare sponde dove sono regina,
    oltre nebbie alla vista profana,
    sono dei miraggi la Fata Morgana.

     
  • 05 luglio 2006
    Quanto tu sei per me

    Lo Zahir è un pensiero che all'inizio ti sfiora appena

    e finisce per essere la sola cosa a cui riesci a pensare.

    Il mio Zahir ha un nome

    e il suo nome è Gabriele.

     

    Vorrei esserti edera sul cuore
    da scaldarlo come fuoco
    crepitante di camini
    al rigido calar dell’inverno.

    Talvolta invece terra e mare
    seguendo svelta i tuoi passi
    sin quando aurora splende
    in sfumature dense di colore.

    Se credi, ruberò l’arte
    ad un poeta, un poeta vero
    che ti sciolga a singhiozzi il pianto
    su versi pregni di mal d’amore,

    o calunnierò madonne e santi
    per essere il solo nome invocato
    ai vespri della sera e soccorrerti
    come madre fa col figlio.

    Ma piuttosto, vorrei esserti volubile luna
    ad incantare increduli sguardi,
    o fulgente raggio a guizzar lustro
    nelle tue zone d’ombra
    e ancora,

    ancora non ti sarei quanto tu sei per me.

     
  • Al mio unico e solo. Alla mia metà imperfetta d'anima e cuore.

    A Gabriele.

     

    Fu sotto il segno del destino che t’incontrai,
    sul limitar di un giorno sfatto che vacillava e cadeva
    in pozzi di stelle sorprese a infervorare amanti
    e amate labbra già sfiorate da un principio d’ombra.

     

    Eri tutto sorrisi e mistero, acino di sale adagiato
    sul fondo di un cuore spento, lento a schiudersi
    all’assalto feroce di maree, che brividi d’amore
    nell’attraversarmi sollevano.


    Poi le tue dita, appena intraviste, d’assaggiare
    a piccoli morsi come frutti gravidi di nettare,
    immaginate laddove neppure lo sguardo osa
    trattenersi, serrato dai miei timori antichi.


    E il desiderio di te che m’accarezza, è scolpito
    in versi fuggiti via dal petto, che all’istante
    nei tuoi occhi si poseranno a farti primavera
    di rose e nuove sere d’incanto.

     
  • Ha bisbigliato qualcosa che
    non ricordo il vento, passando
    di sfuggita alla finestra, appena
    il tempo di una sorsata d’aria
    e chi può dire quando tornerà!

    Sembrava parlasse di ieri
    e da gran profeta che alle spalle
    sempre si lascia l’orizzonte poi,
    svelasse oracoli sull’avvenire,
    che tanto ( pare ) tutto di tutti sa.

    Come credere al vago pronunciarsi
    del vento, in esilio da dune
    a sponde, senza patria,
    artista povero di strada che
    tinge albe e tramonti

    con i colori più caldi dell’Africa,
    che promette scarpe nuove
    per viaggiare e m’abbandona
    assorta in fughe improbabili
    tra pareti a vetri spessi.

    Ma se qualcuno dovesse cercarmi
    domani, allora, dite pure che
    ho dato retta a un ciarlatano
    perché stanca di seguire mappe
    astratte di stelle

    solo dietro un cannocchiale.

     
  • Implora le mie labbra e taci, straniero
    in una notte di pioggia e stelle nascoste,
    che sarà colpa del fuoco che mi divora dentro
    se ardo di te, complice in gioco a incastro di sguardi,
    perché difendermi non so…

    Non so io, che mi faccio pelle a sedurre la tua,
    artista del verbo che osa il proibito,
    l’inconfessabile corrotto da profumo di donna
    su un corpo ribelle, conducendoti dove nessuna,
    come nessuna prima d’ora…

    Taci, che pecco solo a guardarti e amo l’ignoto
    dei tuoi silenzi, i sensi in preda a desiderio
    scandito da tregue appena accennate,
    per addolciti il fiato e lasciare perle di miele
    tra ciglia distese.

    Implora le mie labbra straniero, così uniche
    nel toccarti l’anima, come ti fossero figlie,
    come fossero tue, perché parlo la lingua dei pensieri
    che taci e conosco quei tratti vogliosi,
    rapiti nell’estasi di una notte di pioggia…

     
  • Ad Alda Merini


    Bastasse una preghiera ,
    un segno di croce appena accennato
    a riportarmi gli angeli, che della terra
    sanno più di chi la cammina,
    avrebbe trono certo la quiete
    in questo petto, ormai covo d’affanni.
    Eppure, non sarà un rosario da sgranare tra le mie
    unghie rosse, né un Padre Nostro solo pensato
    ad assolvermi dalla condanna d’essere carne violata
    o lembo d’azzurro strappato al suo cielo,
    che poi cielo è…

    Io, vi rivelo la passione dei folli, anche se è più folle
    chi s’inganna di congedo dal delirio,
    di più ancora, quelli che non sono tentati da follia,
    sperando immune il mondo intero,
    che da sempre ho immaginato...

    una scatola chiusa con me seduta al bordo.

     
  • * Alla Signora Poesia *


    E quando tutto di te s’indora
    ricreando giorni a misura di sogno,
    dell’età incosciente che scalcia, allora,
    mi torna il pensiero a seguire nuvole
    in un avanzo di tè tiepido di mattino.

    Forse, sei tu quella nota pellegrina tra
    una pausa e l’altra di cori a controcanto,
    suono ancestrale che vibra più forte
    nelle regioni del silenzio, per spazzare via
    spettri dalle mie stagioni interrotte.

    Ti ho udita recitarmi a memoria l’anima,
    clandestina nelle sere che il sonno diserta,
    dietro lune dal mezzo volto a rievocare
    l’amore lontano, scomposta e corretta
    in rime sussurrate a filo di fiato.

    E sono andata cercandoti senza saper
    dove, sulle bocche di quanti imprecano
    la tua miseria, a mendicare parole per
    luoghi che nascondessero impronte…

    su un nido abbandonato in attesa di ritorno.

     
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  • Come comincia:

    "Quando un amante ti perde significa che è un vigliacco. Quando non riesce a perderti è un ladro".
    Alda Merini

    Io donna, attendo sempre lo straniero che smuova le mie zolle di brezza e tempesta.
    Sospiro l’amore che s'accenda in un attimo e che bruci una vita.

    La mia carne è il terreno dove il giardiniere insinua le mani per strappare ortiche. E un vero giardiniere, io ho il sospetto di non averlo conosciuto mai.
    Sere fa, ho tentato di ricucire agli angoli i miei mezzi amori per ricavarne storie che mi suggerissero almeno l'incipit del sogno, e nemmeno una ne ho inventata. L’uomo che non si è accampato nelle mie terre, quelle più calde verso sud, è colui che dopo avermi seminata di baci e parole è fuggito nell’oscurità lasciandomi vergine come mi aveva trovata.
    Tutti i miei amanti mi hanno fatto condividere il letto con donne che non ho mai visto. Donne dalle quali si rifugiavano nella torre dei silenzi per ingannare un amore che non c’è di carezze, le stesse che mi avevano rubato ancora, perché quanti sono usciti dal cancello di casa mia non si sono più curati di richiuderlo. Così, a tutte le ore mi sono alzata per riparare alla loro dimenticanza fino a quando non ho deciso di mostrarmi assente.
    Una storia che non può sperare nel domani è acqua che ristagna in una pozza senza tornare al mare.
    La verità è che c’è stato un tempo in cui confidavo nella Luna. Stella polare degli innamorati sperduti che giocano al gioco semplice dell’amore. Quante volte con occhi ciechi d'illusione la scrutavo indovinandone il sorriso o l’occhio beffardo. Le ho permesso di lavorare scialli di stelle che poi non mi ha fatto trovare sul ciglio dell’alba. Lei che prometteva. Lei, che credevo ascoltasse dall’altra parte del cielo i respiri di chi sentivo mio e fosse messaggera di dolci deliri notturni. Ma adesso, ditele che non la cercherò più. Dite a quella signora dalle cosce generose che per me è solo una sgualdrina. Una sgualdrina per anime sole, la notte.

    Io bambina, immaginavo fiaba ogni uomo sfiorato con lo sguardo di chi brama il suo tempio d’amore, e mi sono scoperta vestale a bruciare incenso per dei senza patria e senza nome.

     
  • 05 giugno 2007
    L'ultimo dei sognatori

    Come comincia:

    Alla Mia Luna Gitana
    Al mio amico Patrick Edera


    "Mi disegno leggera
    come dolce chimera
    su lembi di cielo
    a seguire un veliero
    tra le braccia del mare
    nel suo eterno viaggiare.
    Getto il mio mondo
    in un sonno profondo
    di fate di elfi
    di luoghi dispersi
    e mi corono di stelle
    mie uniche ancelle
    governate una ad una
    perché son io
    sua Maestà la Luna."


    Hai annusato mai profumo di stelle, mia Amica Amante Madre che posi fissa nell’oscurità senza veli ogni volta che il mondo approda alle rive del sonno, del suo disperdere chimere perché la vita sia più leggera di un petalo sfilato via dal vento?
    O pianto casomai, d’un pianto che non ha ragioni. Gettata in pasto a malinconie vaghe di senso radicate in quel vuoto che l’uomo si porta dietro da secoli come abitudine dell’anima fragile?
    Dimmi, tu che sai, quante Fate popolano ancora i sogni e se ve ne sono poi ad ingannare di magia i domani, padroni del mio vivere ribelle.

    Oh, abbraccerei l’avvenire più incerto se promettesse almeno un luogo ai margini del tempo che per natura fosse immobile nel miraggio di sere come questa.
    Così, altrettanto, dovessi smarrire la via di casa oggi afferrerei il primo pensiero che conservi un po’ di sapore d’Africa per non tornare. Per librarmi in voli seguiti solo da quaggiù, vaneggiando…

    Scelsi la follia di chi siede a un passo da te un giorno. Di chi nel consumarti di sguardi al rapimento si concede inerme quando sospira un desiderio appena nato.

    E dimmi luna dunque, sarò io l’ultimo dei sognatori a delirare al cielo?


    04/03/2006

     
  • Come comincia: I miei amori non sono mai esistiti oppure non sapevano niente, perché nessuno di loro si è presentato puntuale agli appuntamenti col mio cuore.
    I miei amori li ho tenuti in grembo come figli, come il figlio della vergine Maria, concepiti per non so quale misteriosa opera dello spirito.
    Di alcuni mi sono dimenticata presto e in vero li vedo a volte patire d’abbandono e smarrimento. Ma quando io do le spalle ad un amore, lo faccio sul serio, e di lui nulla mi resta se non un’orma trascurata in qualche regione della memoria. Un lembo di terra dove il seme del desiderio non attecchisce più. E il desiderio, si sa, fa da balia all’amore.
    Così spesso accade, che mentre uno è deciso a bere dal mio seno quel nettare che prima pensava inutile, io abbia già cominciato ad allevarne un altro non mostrando più di un timido cenno di rimpianto.
    Ciò che i miei amori mi hanno insegnato è a morire d’agonia. Non di una morte precisa ma simile a quella di un animale ferito che vagabonda ai margini della vita. E semmai mi è venuto meno il respiro è stato nell’istante in cui ho rinunciato alla loro custodia.
    Credo che le donne come me siano malate, malate di un’indomabile follia che pretende di contagiare quanti la rifiutano. Perché la follia più grande è quella di non amare e nell’amore io mi riscopro periodicamente sana.
    So bene che “sana” è termine dissonante per una che va predicando l’amore che non esiste come il più grande. Eppure chi può affermare che non sia vero? L’unica differenza tra un amore che i più definiscono “carnale” e i miei sta nel tempo in cui essi vengono consumati. Per questo mi sono meritata l’appellativo di “veggente” capace di prevedere le mie storie ancor prima di aver incendiato un uomo di passione. Anche se poi, come dicevo, arriva puntualmente in ritardo.
    Ma se ci fossimo trovati a ballare la medesima sensuale danza l’uno abbracciato alla solitudine dell’altro, probabilmente non avrei mai scritto di loro perché è il lutto e il tormentarsi d’amore ad ispirare i poeti. Ed ognuno di questi ha la sua “Beatrice” o la sua “Laura”, quell’angelo terreno a cui giurare eterna fede o da tradire come un Giuda per ciondolare esanime al cappio del disonore.
    La maggior parte degli amori chiamati “eterni” si mantengono tali perché continuano a vagare nell’illusione che un domani esisteranno.
    Ed io ricordo sempre d’accudire queste assenze. Sono la donna dell’assenza, delle incontenibili mancanze che attende chi non c’è mentre ricama e disfa una tela infinita nel notturno sopore dei mortali.

     

     

    * Ispirato al "Tormento delle figure" di Alda Merini

     
  • Come comincia:

    I
    Cammino spesso in mezzo alla gente pensandomi altrove.
    I sogni ad occhi aperti sono inventori di realtà sopra la coscienza e molto più audaci di quelli fatti nel sonno perché non cercano riparo nella gola profonda della notte ma reagiscono alla luce.
    Ho costruito un infinito tutto mio, tanto ridotto da tenerlo chiuso in palmo di mano.
    E quando lo scruto mi disegno costellazione, mappa di stelle in un’eternità d’ombra, piccola donna in mezzo al suo cielo.

    II
    Ad un tratto avverto il peso di sentirmi estranea e mi sorrido come si sorride ad uno sconosciuto di passaggio.

    III
    La notte. Preferisco la notte. All’ombra di tutte le cose, vedo meglio tutte le cose.
    Le case, i vecchi alberi della pineta, il gatto accoccolato sul davanzale di fronte, la ragazza che passeggia per strada, i volti. Tutto mi appare più chiaro. Persino i miei stessi pensieri hanno diversa consistenza nell’oscurità. Riesco a dargli una forma e uno spazio che il giorno abolisce.
    Fisso il soffitto ed ecco nuvole, uno sguardo alle pareti e sono mare. Questo per me è l’evidente. Vedere laddove non si sarebbe mai guardato.
    Immagino la mia vita un naufragio continuo nella solitudine delle stelle se solo il sole non le nascondesse ad ogni alba sotto il suo talamo d’oro.
    Ah, la notte. Come preferisco la notte!

    IV
    Oggi ascolto la pioggia. Ne imparo il linguaggio. Ogni goccia che invoca di cadere al suolo è un po’ di cielo che si stacca per non morire solo.

    V
    Sull’amore. Quante pagine sprecate per amore! Non ne parlerò come altri prima di me. L’amore è solo amore. Non dovrei giudicarne natura e fatti.
    Soltanto il dolore è da condannare perché il più noto giustiziere di tutti gli amanti.

    VI
    In un angolo del mio ufficio mi sono inventata a misura di quegli impalpabili movimenti di sogni che si agitano sulla soglia dell’essere. E sono stata altro.
    E ho permesso a tutti gli estranei miei coinquilini di vita di divenire altro.
    Mi sono sdoppiata per vedermi come non voglio essere e andare libera dove volevo abbandonandomi laggiù per qualche istante.
    Ho creato mondi durante la mia assenza che in questa presenza fatta di carne e di vuoto non raggiungerò mai.
    Ma in ognuno di loro mi sono guadagnata un posto d’abitare quando fingo di non essere io.

    VII
    Se non soffrissi di malinconia come di un comune mal di testa non potrei scrivere molte delle cose che scrivo. Ho cura di tutto ciò che è stato come di un amore che minaccia di restare solo e continuo a farmi ritratti di parole su fogli rubati distrattamente, dove capito.
    Non si comincia mai qualcosa partendo dal passato. Per questo ho comprato un diario che non aprirò né oggi né domani.

    VIII
    Stasera la luna ha partorito un nuovo sognatore che, come tutti i sognatori, la sospirerà sempre per non conoscerla mai.

    IX
    Ho sempre creduto che le farfalle fossero pensieri. Pensieri mandati da qualcuno in cerca di qualcun altro. Così, quando una di loro oggi mi ha seguita per tutto il cammino, perfino la solitudine che mi accompagna ora dopo ora si è fatta donna in carne ed ossa capace di prendermi per mano.

    X
    Non resterò qui a lungo.
    Amo cambiare città come il tempo l’umore, le stagioni l’abito. Essere troppo presente in uno stesso posto mi fa sentire unica, mentre io mi riconosco multipla.
    Ho tante di quelle persone dentro di me che spesso mi scopro “folla”. Un gran chiasso di gente dalle tante identità desiderosa di farsi conoscere. Non potrei né per decenza né per educazione evitare di lasciare i luoghi o le persone che incontro.
    C’è qualcosa che mi parla d’autunno alla finestra. Forse un colore, uno scherzo del vento tra i rami, una foglia che danza nell’aria, la notte che precede più rapida il giorno, un bambino che ha smesso di giocare.
    No, non resterò qui a lungo. Mi cambio identità come la terra la pelle.
    E tra questi fogli rubati distrattamente, dove sono capitata, lascio le ultime tracce di me e della sconosciuta che sono.

     
  • 09 settembre 2006
    Colta in flagranza di reato

    Come comincia: Lo sguardo si posa al di là del parco che costeggia la strada di fronte.
    Slitta tra gli alberi, le case, s’insinua nei vicoli stretti, attraversa gli odori dei cesti di frutta sui banchi del mercato. Scova il peccato. E cade.
    Cade sul verde di un portone al civico ventidue. S’incolla. Ci si strofina come una gatta affamata che elemosina gli avanzi della sua vita perduta. Poi sprofonda.
    Senza alcuna voglia lascia che una sigaretta s’incolli al labbro inferiore mentre a tratti gli occhi vanno nascondendosi dietro il buio delle palpebre. Come se certi particolari potesse scorgerli più evidenti se sottratti alla luce del giorno.
     
     
    Lei sale le scale. Un movimento ripetuto quasi tutti i giorni, per anni.
    Non si volta mai, anche se dovrebbe farlo, Elisa. Dovrebbe almeno per cancellare le tracce di quel reato consumato alle spalle dell’altra sua esistenza.
    Ogni passo in avanti, lei lo sa, è un po’ di sé abbandonata in quella penombra che le sfalsa l’armonia del vivere e che a volte, pensa, vorrebbe si trasformasse nella colpa di qualcun altro.
     
    Per un attimo lui riapre gli occhi. Ma solo per un attimo, quasi a riprendere fiato e non perdersi la breve sequenza di quella vita che sente ancora appartenergli tra le pareti da dove Elisa è fuggita via.
    Poi, di nuovo, il buio gli investe la vista per continuare a vedere…
     
    E’ dietro la porta ormai. L’uomo può addirittura scorgerne l’odore. Sa che esiterà ancora prima di bussare. Si sta passando freneticamente la mano tra i capelli, permette ad un bottone di liberarle il bel seno adesso. E’ un rito che lui conosce bene, di cui ha compreso il senso tanti anni fa. E’ una fibra della sua pelle che si apre totalmente alla possibilità di respirare ciò che di più puro e corrotto ci sia nel suo angolo di mondo.
    Non può più attendere l’uomo dietro la porta. Anche i minuti sono essenziali quando vengono rubati al tempo che non è complice di certi inganni.
    Là dietro c’è un corpo a cui non rinuncerebbe mai e che è il profilo esatto di tutto l’amore che si è lasciato scivolare tra le dita troppo spesso, pensa.
     
    Lui ha ancora gli occhi chiusi. Il sapore della sigaretta si mischia all’amarezza che gli sta scivolando nella gola come un veleno in grado di paralizzargli i muscoli. Crede che se proverà a muoversi andrà in frantumi proprio come parte della vita che non è riuscito a salvare.
    Una volta comprò per Elisa un abito da sera in occasione di una cena di lavoro organizzata dalla sua banca. Andava fiero di quella bellezza incontaminata e del tutto inconsapevole della moglie. Ogni cosa di lei gli ricordava l’ingenuità di una bambina, dal modo di pettinarsi a quello con cui facevano l’amore. E quel vestito che le confinava alla perfezione il corpo era per lui la certezza che quella donna era sua,  che la conosceva bene, sotto la carne e fin dove lui era potuto arrivare a toccarla.
    Lei puntò gli occhi nei suoi attraverso lo specchio e disse: “Mi sembra di averti addosso”. Sorrise.
    Lui ha ancora lo sguardo immerso nel buio, caduto sul verde di un portone al civico ventidue.
     
     
    L’uomo e la donna si abbracciano, ma non per molto. Hanno fretta di lacerarsi le carni, mordersi, leccarsi, graffiarsi, stremarsi, afferrare le ore in cui sono stati lontani. Lasciarsi.
    Le bocche s'impastano e danzano l’una sull’altra al ritmo caldo dei baci. Nessun particolare dei loro incontri è mai scontato. Tutto è ripetitivo e sempre allo stesso modo importante. La dolcezza con cui l’uomo le accarezza il viso, la voglia improvvisa che lo attanaglia e gli spezza il fiato quando lei lascia cadere il vestito per terra e i sessi cominciano a cercarsi. Lui ama distenderla sul letto e ascoltarne il respiro calmo per accenderlo facendosi strada tra quelle gambe da dove si libera il desiderio. Elisa è una donna che vuole essere consumata piano ma con l’impazienza della bambina davanti a un regalo che non può aspettare di essere scartato domani.
    E anche questo l’uomo lo sa. Anche questo lo ha imparato infilandosi in qualche piega della sua anima mentre facevano l’amore, quando lei sembrava distante e lui la riportava a sé con la prepotenza del corpo fino a farla diventare piccola. Tanto piccola da sentirla rannicchiarsi tra le sue braccia, indifesa.
     
    Ma come fa a sopportare tutto questo? Come fa?
    Se lo domanda ogni giorno lui. Anche adesso che ripassa a memoria le scene di quell’amore che non riesce a contrastare con il suo. Eppure un tempo credeva che ad Elisa il loro matrimonio bastasse. Era convinto che tutto il mondo fosse lì, e che per lei non esistessero altri sapori da cercare fuori dalle pareti di casa. Ma ora c’era quell’uomo sulla soglia delle loro vite, anzi, ci abitava dentro, tra le lenzuola, la cucina, i pranzi, le cene, sugli scaffali, dietro i mobili. Era ovunque perché lei lo aveva fatto entrare senza nemmeno chiedergli il permesso. Era ovunque perché aveva trovato una crepa tra i loro corpi perfettamente disarmonici. E adesso c’era da chiedersi chissà da quanto. Forse era accaduto in un momento in cui lui si era distratto e come succede in questi casi ci si pente sempre di essersi voltati per quel breve istante, quell’unico istante in cui saresti dovuto esserci, e non c’eri. Ma è tardi ormai.
    “ Scendo a portare la macchina dal meccanico”. Oggi la scusa è questa.
    Chissà se l’uomo al di là del parco la ama, si domanda. E accenna un sorriso triste di chi ha appena scoperto di non avere sogni.
     
     
    Elisa respira a fatica sotto il peso dell’uomo che sta per morire di piacere stretto nella morsa delle sue gambe. Lo fissa, lo sfida, perché in quel corpo c’è tutta la speranza di un domani che non sa ancora contenere. Poi il duello ha termine, i respiri si calmano di nuovo. L’uomo le scivola affianco avvolgendola con il braccio come fa di solito. L’accarezza ripetutamente lungo i fianchi, sulla schiena liscia e madida, vuole assicurarsi che lei sia lì, che non sia altrove come a volte ha la sensazione che accada. Ma lei c’è. E’ rimasta anche per quell’uomo solo nella camera da letto di casa sua  che sente seguirla col pensiero mentre s’abbandona sul petto di un altro. E per un attimo, forse per la prima volta, ne ha quasi vergogna.
    Si stringe più forte che può contro il corpo di lui, si contorce, lo annusa, struscia il viso sulla pelle ruvida del suo. Sta cercando qualcosa Elisa, qualcosa che non sa spiegarsi nemmeno lei. Forse un punto dove sentirsi al sicuro da tutto, una fessura nascosta sul corpo dell’uomo  a cui aggrapparsi per sentirsi libera.
    “Io ti amo” le sussurra scostando una ciocca dei capelli dalla guancia.
    E lei adesso è più perduta che mai.
     
     
     
    Lui poggia la fronte sul vetro freddo della finestra come volesse riprendere coscienza di sè. Lo sguardo abbandona il civico ventidue, ripercorre il mercato, attraversa gli odori dei cesti di frutta, passeggia tra gli alberi del parco che costeggia la strada di fronte e precipita nuovamente nella camera da letto, sua e di Elisa. Guarda l’orologio.
    L’uomo sta per rivestirsi e anche lei lo sta facendo con l’ansia di chi deve occultare gli indizi di un delitto.
    Lui non è più lì a guardarli, non li sta spiando da dietro la vetrina della loro intimità appartato nel buio, ma continua a  scorgere ogni dettaglio col pensiero.
    Dovrebbe dirle che sa. Pensa da giorni che dovrebbe dire che sa. In fondo perché tacere. Tacere è un po’ come tradire Elisa a sua volta e lui non vuole un’ intera vita costruita sul tradimento.
    “So che vai da un altro uomo” le avrebbe detto, forse urlato, questo non lo sapeva. “Lo so e basta. Non ti ho mai seguita, non vi ho mai visti insieme. Ma quante volte me lo hai confessato, cara Elisa. Quante volte. Mentre lavavi i piatti, ti sistemavi i capelli prima di uscire, quando mi sorridevi e non sorridevi per me, in quei silenzi scesi fitti come pioggia a renderci sempre più estranei, in un rossetto che non ho mai visto, sulla pieghe di un vestito che non indossi più, in una tazzina del caffè. Era sulla punta della tua lingua ogni mattina Elisa, piccola Elisa, e lo ingoiavi come una pillola dal gusto amaro ogni sera quando mi davi la buonanotte. Io lo so, lo so e basta.”
     
     
    Una donna è appena uscita da un portone verde. Cammina a passo svelto per i vicoli, il mercato, il parco. Sta per tirare fuori dalla borsa un mazzo di chiavi. Sale le scale. Un gesto ripetuto ogni giorno, per anni. E’ dietro la porta ormai. L’uomo può addirittura scorgerne l’odore. Sa che esiterà ancora prima di entrare. Si sta passando freneticamente la mano in mezzo ai capelli, permette ad un bottone di fasciarle il bel seno adesso. E’ un rito che lui conosce bene, di cui ha compreso il senso anni fa. E’ una fibra della sua pelle che si chiude totalmente alla possibilità di respirare quanto di più puro ci sia nel suo angolo di mondo, che si prepara all’inevitabile.
    Non ha fretta l’uomo dietro la porta. Abbozza un sorriso triste di chi ha appena perduto il suo ultimo sogno. Tra poco la donna entrerà e allora non ci sarà più nulla da dire.

     

     
  • Come comincia:

     

    "Tutte le lettere d’amore sono
    ridicole.
    Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
    ridicole."

    F.Pessoa

     

    Ci sono nuvole oggi in cielo. Le vedi? Forse sta per piovere. Forse non lo farà e tutto questo grigio che sfila lassù sarà servito solo a rendere più cupa un’altra giornata.
    Non danza il vento. L’aria è immobile, quasi addormentata.
    Fiuto tempo d’attesa, di cose che stanno per accadere, che accadranno, sperate, desiderate. Idee assillanti che sembrano piccole follie, che lo sono. E lo sai.
    Com’è che si comincia a pensare a qualcuno?
    Com’è che ci si riscopre con la testa assediata da qualcuno?
    Com’è che mi sento piena di te?
    Non conosco la tua voce, il profilo del tuo volto, i lineamenti.
    I tuoi capelli. Di che colore sono?
    Le tue mani. Sono lisce e grandi tanto da curarmi l’anima, cullarmi il cuore? O forti quanto basta da sfidare la vita con i pugni alzati?
    E gli occhi. Sono di chi sa raccogliere nella loro profondità tutto il blu del cielo? Oppure, somigliano più a piccole finestre accostate sul mondo che si serrano rapide di fronte al dolore?
    Le braccia. Nidi robusti dove coricare pensieri dolci/amari? O piuttosto morse improvvise che attanagliano il corpo inducendo al peccato?
    Non so. Non so nulla di te. Eppure qualcosa del tuo essermi ignoto è talmente affine da catturami intimamente.
    Hai mai provato un simile desiderio? Un frastuono nella mente, alito caldo che soffia nei pertugi della coscienza con tanta violenza da lasciarti inerme?
    Ti sogno, quando non v’è più nulla da sognare.
    Ti cerco, quando non ho altre strade da seguire se non quella dei palpiti in corsa che ti rincorrono.
    Ti desidero, la notte. Nelle ore dove il sonno come uno zingaro vaga bramando dimore felici. Lentamente una carezza, poi un’altra, giù lungo il ventre, su per le labbra umide, tracciano a pelle le voglie di te.
    Ti prendo, ti lascio andare.
    Raccolgo adesso gli ultimi pensieri, sono per te. Per tutto ciò che non conosco.

    Ci sono nuvole oggi in cielo. Le vedi? Forse pioverà. Forse no, e questo grigio che sfila lassù sarà servito solo a rendere più cupa un’altra giornata.
    Un’altra senza di te.

     
  • Come comincia: Ho parlato di noi, con la stessa malinconia di chi ha perso l’ultimo viaggio per il mare, la sua mezzanotte da fiaba scoccata troppo presto perché resti più di un ricordo, che di tanto in tanto, amo apparecchiare nei banchetti solitari con me stessa, come si sistemano certe candele a centro tavola, sperando che il buio clemente non le inghiottisca.
    E’ una fiamma così ingannevole quella della memoria. Riscalda per quel poco che il pensiero l’alimenta, poi si estingue in un frullare di tante piccole lucciole disperse nella malattia del tempo, nella fissità delle giornate che mi hanno portata immancabilmente lontana. Irraggiungibile dai più e da te.

    Raccontarti è stato come inventare un amore alla volta, un personaggio alla volta, potendo io plasmarti a mio piacimento solo dall’assenza che hai lasciato su questo palcoscenico, costruito a misura d’eroina senza alcun cavaliere intrepido a freddare notti ostili a colpi di spada.
    Ma che puoi saperne tu delle mille volte che ti ho abbandonato, ucciso, pianto e riabbracciato. O delle infinite volte che mi hai abbandonata, uccisa, piegata al pianto e di nuovo abbandonata.
    Due amanti distanti vivono delle percezioni che sono soliti cogliere tra una partenza e l’altra, un richiamo muto e l’altro. Il gelo delle sere d’inverno simili a questa li sconforta e riunisce, perché nei loro intenti cresce il desiderio di carezze mancanti sulla pelle, la “buonanotte” sussurrata stretti nell’attesa dei sogni o il respiro che si accende in un angolo del letto mentre si cercano.
    Sono debole, fragile come una foglia che si sgretola lenta sull’asfalto. Incompiuta, come la luna al suo mezzo giro, quando mostra una parte di sé alle stelle e nasconde l’altra dietro un sipario d’ombra che la riavvolge.
    Afflitta, come un gabbiano che ha smarrito la rotta e non trova  l’orizzonte.
    Sono forte, amore mio, forte come le onde che s’abbattono furiose sui moli per scuotere le navi addormentate. Più feroce dell’arsura al solleone che getta negli stenti i contadini e i loro campi.
    Sono impossibile, più impossibile di te, che mi sei apparso in veste di miraggio ovunque andassi a posare lo sguardo affamato, sognante, desolato...
    Tu, semplicemente autore e attore in primo piano. Spettatore parco d’applausi in un silenzio disarmante.
    Vedi, com’è stato facile raccontarci, inventando un amore alla volta, un personaggio alla volta. Un mattino eri grande e superbo tanto da farmi vergognare della mia pochezza, un altro eri misero e delicato quanto un bambino in cerca di conforto, di  una caramella da succhiare per dimenticare il sapore amaro dell’inquietudine.

    Non ho mai detto d’amarti. Eppure, in quanti modi l’ho detto.
    Mi chiedo a volte se sia giusto ricordarti che esisto. Dimenticarsi, sì, forse dimenticarci è l’unico espediente possibile per sfuggire alla condanna di un  destino che ci ha ingannati.
    E’ ora che riprenda il mio viaggio per il mare, amore mio. E’ la cura che ho scelto alla mia nostalgia di te.
    L’ultimo biglietto l’ho conservato con cura per lasciarti in questa casa che a lungo abbiamo abitato senza mai incontrarci…
    Troppo distanti per amarci davvero, troppo vicini per giocare al gioco degli amanti o di qualche innamorato infelice.

     
  • Come comincia: Vi racconto una storia. Una storia che raccontano tutti qui quando sull’amore scende un sipario.
    Non so bene chi fu il primo tra noi a dire di loro, ma fa lo stesso. L’importante è che si dica.
    In questo luogo dimenticato, su una costa di un mare sconosciuto, abitiamo in pochi – noi-  molto pochi, e le voci corrono, il tempo è senza tempo e quest’orizzonte blu è l’unica cosa che ci separa dal resto del mondo.
    Comunque la storia è un’altra. La storia è questa, se volete ascoltare.

    Era bella, lei, quasi da non credere quanto lo fosse. E aspettava. Ogni giorno, nello stesso punto di sabbia impallidito dalla luce del sole, lei si sedeva e aspettava. Non era certo un mistero chi, non per noi.
    Aveva voce alta in lei la nostalgia, come una tenaglia, abisso feroce che inghiotte gli ultimi ricordi, istanti vissuti pelle a pelle, ferita bruciata da gocce di sale.
    Se n’era andato, non sapeva più quando. Per il mare era partito. Quando? Non lo ricordava più tanto era il tempo senza tempo che le passava accanto. Le aveva detto:"Vado in mare, quello oltre il confine che ci separa dal mondo. Tornerò diverso, ma il cuore, no, batterà per te come adesso." 
    Così era partito, non si sapeva più nemmeno quando. Così aveva detto. Questo lo ricordava – lei - che se ne stava sempre nello stesso punto. La stessa sabbia, quella che il sole aveva impallidita.
    Trascorsero giorni, notti, infine stagioni. Il mare non lo riportava, anzi, sembrava che onda dopo onda lo allontanasse da quel luogo dimenticato. Da quell’oceano senza nome.
    Lei era bella, sì. Era più bella di quel giorno in cui un sapore venuto da lontano se l’era preso.
    Ma ha un segreto il mare, forse solo questo, chi lo sa. Ruba i pensieri e li disperde se lo guardi per guardarlo fisso. Ti soffia aria nuova in petto se lo respiri profondamente. Ti colora lo sguardo. Lo accende di blu e la marea che ti sale dentro, quando si ritira, tutto ti ha cancellato. Forse, solo questo mare lo fa, chi lo sa. E lei smise di aspettare.
    Scrisse qualcosa per lui prima di andare. Scrisse: "Caro amore, sono stata qui ad aspettarti tanti giorni e tante notti da diventare stagioni. Thomas viene sempre a pescare su questa spiaggia e a parlare col vento, che dice ti risponda se lo ascolti bene. Ma a me non ha mai risposto. Il mare è mutato infinite volte da quando sei partito. Lo guardavo, fisso, e cambiava sempre. A poco a poco sembrava cambiasse anche me. Mi è entrato dentro, lo sento. Credo capiti se lo guardi così a lungo. Adesso sono diversa. Non ci sarò quando tornerai. Ho scoperto il segreto del mare e me ne vado. Tua…" 
    Le lasciò a Thomas quelle parole, il più anziano tra i pescatori. Poi, partì con le onde ad accompagnarle i passi.


    Su quella stessa spiaggia, raccontano tutti, un giorno lui se ne stava a guardare il mare, fisso. Di fianco, il pescatore, che tirava su reti parlando col vento - che in vero, ora spiego, rispondeva solo a lui  perchè ne conosceva il linguaggio - e scrisse: “Caro amore, sono tornato ma tu non ci sei. Il mare ti ha portata via. Ti è entrato dentro e ora sei diversa e anche il tuo cuore lo è. Guarderò il mare come lo hai guardato tu. Cambierà come lo hai visto cambiare tu. Non conosco ancora il suo segreto. Ma credo sia un buon posto questo per dimenticare. Tuo…”

    Ecco la storia che raccontiamo noi qui. Qui, dove il tempo è senza tempo, l’orizzonte ci divide dal resto del mondo, le voci corrono quando sull’amore scende un sipario. E il mare, il mare ha un segreto…