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in archivio dal 04 gen 2012

Silvana Puschietta

06 febbraio 1950, Sanremo - Italia

elementi per pagina
  • 29 gennaio 2012 alle ore 17:59
    Paura

    Paura Tocca l'indice Piccolo è Guarda lo specchio Diverso è un attimo e meteore di pensieri s'accendono un attimo e lapilli di sofferenze erompono un attimo e paura implacabile penetra Tocca l'indice Piccolo è Guarda lo specchio Diverso è

     
  • 29 gennaio 2012 alle ore 17:58
    Solitudine

    Solitudine Noi, notti insonni nel risveglio del corpo non ci parliamo Noi, gelido contorno nel buio dell'essere non ci guardiamo Noi, tempo finito nella speranza di vita non ci vogliamo Noi...solitudine.

     
  • 07 gennaio 2012 alle ore 21:06
    Dignità

    Poggia il fianco
    al desio
    mentre
    infelici soffrono
    le membra

    Enigma pone
    al suo io
    affranto
    e
    discerne
    anni andati

    Fili grigi
    luccicano
    lei
    negata
    disprezzata
    violata

    Ritrova
    la sua dignità

    Sparge petali
    profumati
    allontana demoni
    e
    guarda fiera
    il domani

    ...ecce donna.

     
  • 04 gennaio 2012 alle ore 8:46
    Foglie

    Cadono lente
    Nelle
    Tinte caramello

    Ammucchiate
    E
    Dimenticate

    ma

    Dita bambine
    raccolgono
    E' gioco

    S'alzano
    E
    Danzano

    Volano eteree
    Nella
    Follia d'amore

    ... Essi amanti

     
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  • 04 gennaio 2012 alle ore 8:42
    Marcellino

    Come comincia: Ricordo un Natale in particolare. Avevo cinque anni, ero figlia e nipote unica. Vivevo nella casa di mia nonna con sua sorella e mio zio. I miei genitori non abitavano con noi. Loro lavoravano in una portineria e i proprietari non volevano che ci fossero bambini.
    La grande casa della nonna si trovava nella zona vecchia di Sanremo, era un ultimo piano e aveva una grande cucina che si affacciava su una terrazza altrettanto grande.
    C'era molto sole che entrava dalle finestre e spesso venivano socchiuse le persiane sollevando la parte bassa e fermandola con un gancio. Si creava così l'atmosfera mediterranea, calda e ombrosa  che ho sempre portato con me nei miei ricordi e che tanto mi provoca nostalgia della mia terra di Liguria.
    Quell'anno l'aria era particolarmente fredda e si sentiva il soffio del vento che passava dagli stipiti vecchi. La cucina, solitamente calda, aveva bisogno della stufa sempre accesa e il carbone bruciava in continuazione. Io guardavo il rosso del fuoco dal bocchettone e mi scaldavo le mani al tepore che emanava. Mia nonna aveva sulle spalle uno scialletto e trafficava sempre attorno alla stufa. Un po' per ravvivare il fuoco, un po' per mettere l'acqua a scaldare, un po' per preparare del cibo.
    Quella sera era impegnata ad attaccare con delle cordicelle alcune pigne all'asta che solitamente serviva per tenere appesi i mescoli. Era la sera  del 24 Dicembre e mia nonna diceva: “Amore mio, sei stata una brava bambina e questa notte Gesù Bambino ti porterà tanti doni e metterà monetine fra le pieghe di queste pigne. Vedrai bambina mia, che bel premio ti arriverà”. Detto ciò, mi riempiva di baci e mi stringeva forte forte al suo petto importante.
    Io avvolgevo le mie manine al suo corpo e assaporavo il suo profumo di borotalco.
    Quella sera avevo una gran voglia di andare a letto per potermi poi svegliare e trovare la sorpresa promessa.
    Nella sala da pranzo era stato allestito il presepe che occupava tutto il ripiano della lunga credenza. Le statuine di terracotta erano molto vecchie e ogni anno mio zio le ritoccava, vuoi per il colore andato via o per alcune parti che si erano staccate. Poi dedicava un intero pomeriggio per l'allestimento. Con cura preparava la base di carta colorata, il cielo. Giorni prima andava in collina a raccogliere del muschio e lo appoggiava con cura sul basamento del presepe. Faceva fare dei giochi d'acqua e illuminava ogni casetta. Per ultime appoggiava le statuine e a quel punto io venivo coinvolta. Era allegria! Con molta attenzione prendevo le statuine dal tavolo e le passavo a una a una a mio zio. Alla fine eravamo entrambi felici e soddisfatti. Era un capolavoro!
    Io da quel momento in poi passavo tanto tempo ad osservare le statuine, i giochi d'acqua e le luci. Appoggiavo il mento sul ripiano e i miei occhi lucidi guardavano e sognavo luoghi lontani.
    Era l'attesa del Natale, ed erano i giorni più belli dell'anno, perché dei doni sarebbero arrivati.
    Quella sera andai a letto con il pensiero ai giochi che tanto desideravo.
    Uno in particolare. Un bambolotto. Non avevo mai avuto un bambolotto e lo desideravo tanto. Avevo ricevuto in dono diverse bambole di ceramica, grandi e con abiti sgargianti, ma un bambolotto mai. E io lo desideravo più di ogni altra cosa. Gli avevo già dato un nome: Marcellino.
    Il sonno fu lungo e beato, come solo i bambini sanno fare.
    Ma, quando la mattina aprii gli occhi, saltai subito giù dal letto, malgrado mia nonna mi dicesse di aspettare perché faceva ancora freddo e la stufa era spenta, ma io a piedi scalzi con solo la camiciola da notte sgattaiolai veloce fuori dalla porta della camera da letto e mi affacciai con timore alla stanza da pranzo.
    Sul grande tavolo c'erano diversi giocattoli. Cercai fra tutti dov'era Marcellino, ma non lo trovai. Con il mento appoggiato alla tavola guardai ogni cosa, c'era la lavatrice, c'era la camera da letto per le bambole, c'era una trottola, ma Marcellino NO.
    Tornai dalla nonna e le chiesi: “Nonna perché Gesù Bambino non mi ha portato Marcellino?”.
    Mia nonna che sapeva quanto desideravo quel gioco, aveva pensato bene di portarselo accanto al letto e di darmelo appena sveglia, ma io ero stata più veloce di lei e allora con voce dolce mi disse:
    “Vedi bambina mia, Gesù Bambino aveva ascoltato la tua richiesta e aveva pensato di lasciarti il dono che più desideravi accanto al letto per poterlo trovare appena sveglia, ma tu sei stata impaziente e così hai provato una delusione e soprattutto hai dubitato di Lui. Bisogna saper attendere, amore mio. Ecco qui il tuo bambolotto e sii serena”.
    Cambiai tante case, ma Marcellino restò sempre con me. Fu un compagno di giochi fedele.
    Lo lasciai a cuor leggero solo  quando, non più fanciulla, venne il giorno del mio matrimonio.
    Ero diventata donna!
    di Silvana Puschietta