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in archivio dal 30 apr 2007

Thomas Dylan

27 ottobre 1814, Swansea, Galles
09 novembre 1953, New York - Stati Uniti
Segni particolari: Bob Dylan scelse il suo pseudonimo ispirandosi a me. Lo stesso ha fatto lo scrittore e sceneggiatore Tiziano Sclavi per dare il nome al suo celebre personaggio dei fumetti Dylan Dog.
Mi descrivo così: Poeta gallese. Scrissi poesie, saggi, epistole, sceneggiature, racconti autobiografici e un dramma teatrale dal titolo "Sotto il bosco di latte" (Under milk wood) la cui versione radiofonica, in cui recitavo io stesso, vinse il "Prix Italia" nel 1954.

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  • 05 marzo 2012 alle ore 12:47
    Amore in manicomio

    Un'estranea è venuta
    A spartire con me la mia stanza nella casa lunatica,
    Una ragazza folle come gli uccelli
    Che spranga la notte della porta col suo braccio di piuma.
    Stretta nel letto delirante
    Elude la casa a prova di cielo con nubi invadenti
    E la stanza da incubi elude col suo passeggiare
    Su e giù come i morti,
    O cavalca gli oceani immaginati delle corsie maschili.
    Venne invasata,
    Chi fa entrare dal muro rimbalzante l'ingannevole luce,
    Invasata dal cielo
    Dorme nel truogolo stretto e tuttavia cammina sulla polvere
    E a piacer suo vaneggia
    Sopra l'assistito del manicomio consumato dalle mie lacrime
    ambulanti.
    E rapito alla fine (cara fine) nelle sue braccia dalla luce
    Io posso senza venir meno
    Sopportare la prima visione che diede fuoco alle stelle.

     
  • 05 marzo 2012 alle ore 12:45
    E morte non avrà dominio

    E morte non avrà dominio.
    E i morti nudi saranno uno
    Con l'uomo nel vento e la luna occidentale;
    Quando le loro ossa saranno scarnificate e dissolte,
    Avranno stelle ai gomiti e ai piedi;
    Per quanto impazziti saranno savi,
    Per quanto affondino nel mare torneranno a risorgere;
    Per quanto gli amanti si perdano amore resterà;
    E morte non avrà dominio.
    E morte non avrà dominio.
    Sotto i gorghi del mare
    Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
    Torcendosi ai tormenti al cedere dei tèndini,
    Legati a una ruota, pur non si romperanno;
    Si spaccherà la fede in quelle mani,
    E l'unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
    Strappati da ogni lato non si spaccheranno
    E morte non avrà dominio.
    E morte non avrà dominio.
    Mai più possano i gabbiani gridargli agli orecchi
    Né onde frangersi furiose sulle rive;
    Dove fiore sbocciò possa fiore mai più
    Sollevare il capo agli scrosci della pioggia;
    Per quanto impazzite e morte come chiodi,
    Le teste di quei tali martellano fra le margherite;
    Irromperanno nel sole fin che il sole cadrà,
    E morte non avrà dominio.

     
  • 05 marzo 2012 alle ore 12:44
    Questo pane che spezzo

    Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
    questo vino su un albero straniero
    nei suoi frutti era immerso;
    l'uomo di giorno o il vento nella notte
    piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell'uva.
    In questo vino, un tempo, il sangue dell'estate
    batteva nella carne che vestiva la vite;
    un tempo, in questo pane,
    il frumento era allegro in mezzo al vento;
    l'uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.
    Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
    devastare le vene, erano un tempo
    frumento ed uva, nati
    da radice e linfa sensuali.
    E' il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.

     
  • 05 marzo 2012 alle ore 12:42
    Vedo i ragazzi dell'estate

    Nella loro rovina vedo i ragazzi dell'estate
    Desolare i campi d'oro,
    Non dare importanza alla messe, raggelare il suolo;
    Laggiù nel loro ardore che l'inverno inonda
    Di gelidi amori, le loro ragazze essi prendono,
    Nelle proprie maree le mele cariche annegano.
    Questi ragazzi di luce nella follia coagulano,
    E inacidiscono il miele bollente;
    Negli alveari col dito le cotte di gelo essi toccano;
    Laggiù nel sole con frigidi fili
    Di dubbio e oscurità nutrono i loro nervi;
    Nei loro vuoti è nulla il quadrante della luna.
    Vedo i fanciulli dell'estate nelle loro madri
    Fender le muscolose intemperie del grembo,
    Notte e giorno dividere coi pollici fatati;
    Laggiù nel fondo con ombre inquartate
    Di sole e luna le genitrici dipingono
    Come luce di sole dipinge il guscio delle loro teste.
    Da questi ragazzi m'accorgo che uomini da nulla
    Per movimenti esausti cresceranno,
    O azzopperanno l'aria dai suoi calori balzando;
    Laggiù nei loro cuori il palpito canicolare
    D'amore e luce esplode nelle loro gole.
    Oh, vedi il palpito, nel ghiaccio, dell'estate.
    Ma le stagioni han da esser vendicate altrimenti vacillano
    In un quartiere di suoni
    Dove, come la morte puntuali, faremo squillare le stelle;
    Laggiù, nella sua notte, le campane dal cupo linguaggio,
    L'insonnolito uomo dell'inverno scuote,
    Né le respinge la luna-e-mezzanotte quando soffia.
    Noi siamo coloro che negano oscuri, lasciateci evocare
    La morte da una donna dell'estate,
    Da stretti amanti una vita muscolosa,
    Dai morti di gentile aspetto che inondano il mare
    Il verme dal vivido occhio sulla lampada di Davy,
    E dal piantato grembo l'uomo trascurabile.
    Noi ragazzi dell'estate in questa rotazione quadriventosa,
    Verde del ferro dell'alghe marine,
    Il fragoroso mare sosteniamo e facciamo gocciare i suoi uccelli,
    Raccogliamo la sfera del mondo di flutto e di schiuma
    Per soffocar deserti con le sue maree,
    Pettiniamo i giardini delle contee per farne una ghirlanda.
    In primavera sulle nostre fronti un agrifoglio in croce disponiamo,
    Sia gloria al sangue e alla bacca,
    Ed inchiodiamo all'albero gli allegri possidenti;
    Qui l'umido muscolo amoroso si dissecca e muore,
    In cava nessuna d'amore un bacio noi spezziamo.
    Oh, vedi, nei ragazzi, della promessa i pali.
    Nella vostra rovina vi vedo, ragazzi dell'estate.
    L'uomo è sterile nella sua larva.
    E nella sacca i ragazzi son colmi e stranieri.
    lo sono l'uomo che fu vostro padre.
    Noi siamo i figli della selce e della pece.
    Oh, vedi i pali che si baciano incrociandosi.

     
  • 05 marzo 2012 alle ore 12:38
    Tutto tutto e tutto gli aridi mondi sollevano

    Tutto tutto e tutto gli aridi mondi sollevano,
    La pianura dei ghiaccio, il solido oceano,
    Ogni cosa dall'olio all'urto della lava.
    Città di primavera il coltivato fiore
    Nella terra si svolge che ruota gli inceneriti
    Paesi sopra un circolo di fuoco.
    Eccoti adesso, mia carne, mio compagno nudo,
    Mammella del mare, domani membruto,
    Tarlo nel cranio, tu recinta e incolta.
    Tutto tutto e tutto, l'amante della spoglia,
    Sparuto come il peccato, schiumose le midolla,
    Della carne ogni cosa sollevano gli aridi mondi.
    Paura non ti arrechi il laborioso mondo, mia mortale,
    Paura non ti arrechi il piatto, sintetico sangue,
    Non il cuore in metallo costoluto.
    Non temere lo stampo, il macinarsi semìneo,
    Il grilletto e la falce, la lama nuziale,
    Nè la pietra focaia nella percossa dell'amante.
    Uomo della mia carne, mandibola spaccata,
    La tenaglia e il serrame della carne ora conosci,
    E la gabbia del corvo dagli occhi di falce.
    Ora tu sappi mio osso, la leva articolata,
    L'elica non temere che la voce avvolge,
    Ed il volto all'amante respinto.
    Tutto tutto e tutto gli aridi mondi accoppiano,
    Ogni fantasma con la sua fantasima, l'uomo in contagio
    Col grembo di sua gente senza forma.
    Tutto ciò che dall'amnio e la mammella prenda forma,
    Urto di carne meccanica contro la mia,
    In questi mondi quadra il circolo mortale.
    Fiore fiorisci al fondersi dei popoli,
    O luce nello zenit, o bocciolo accoppiato,
    E la fiamma in visione della carne.
    Fuori dal mare, l'impeto dell'olio,
    Occhiaia e tomba, sangue pretenzioso,
    Fiore fiorisci tutto tutto e tutto.

     
  • 30 aprile 2007
    Splendessero lanterne

    Splendessero lanterne, il sacro volto,
    Preso in un ottagono d’insolita luce,
    Avvizzirebbe, e il giovane amoroso
    Esiterebbe, prima di perdere la grazia.
    I lineamenti, nel loro buio segreto,
    Sono di carne, ma fate entrare il falso giorno
    E dalle labbra le cadrà stinto pigmento,
    La tela della mummia mostrerà un antico seno.

    Mi fu detto: ragiona con il cuore;
    Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida.
    Mi fu detto: ragiona con il polso;
    Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni
    Finché il tetto ed i campi si livellano, uguali,
    Così rapido fuggo, sfidando il tempo, calmo gentiluomo
    Che dimena la barba al vento egiziano.

    Ho udito molti anni di parole, e molti anni
    Dovrebbero portare un mutamento.

    La palla che lanciai giocando nel parco
    Non è ancora scesa al suolo.
     

     
  • 30 aprile 2007
    Sognai la mia genesi

    Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando
    Il guscio rotante, potente come il muscolo
    D’un motore sul trapano, inoltrandomi
    Nella visione e nel trave del nervo.

    Da membra fatte a misura del verme, sbarazzato
    Dalla carne grinzosa, limato
    Da tutti i ferri dell’erba, metallo
    Di soli nella notte che gli uomini fonde.

    Erede delle vene in cui bolle la goccia d’amore,
    Preziosa nelle mie ossa una creatura, io
    Feci il giro del globo della mia eredità, viaggio
    In prima nell’uomo che ingranò nottetempo.

    Sognai la mia genesi e di nuovo morii, shrapnel
    Conficcato nel cuore in marcia, strappo
    Nella ferita ricucita e vento coagulato, morte
    Con museruola sulla bocca che ingoiò il gas.

    Scaltrito nella mia seconda morte contrassegnai le alture,
    Mèsse di lame e di cicuta, ruggine
    Il mio sangue sui morti temprati, forzando
    La mia seconda lotta per strapparmi dall’erba.

    E nella mia nascita fu contagioso il potere, seconda
    Resurrezione dello scheletro e
    Nuova vestizione dello spirito nudo. Virilità
    Schizzò dal risofferto dolore.

    Sognai la mia genesi nel sudore di morte, caduto
    Due volte nel mare che nutre, diventato stantio
    Nell’acqua salata di Adamo finché, visione
    Di nuova forza umana, io cerchi il sole.

     
  • 30 aprile 2007
    Qui in primavera

    Qui in primavera, le stelle navigano il vuoto;
    Qui nell’inverno ornamentale
    Il nudo cielo viene giù a rovesci;
    L’estate seppellisce l’uccello nato in primavera.

    I simboli provengono dal lento costeggiare dell’anno
    Le rive di quattro stagioni;
    Fuochi di tre stagioni insegnano in autunno
    E note di quattro uccelli.

    Dovrei distinguere l’estate dagli alberi, i vermi,
    Se lo fanno, narrano le tempeste dell’inverno
    O il funerale del sole;
    Dovrei imparare la primavera dal canto del cuculo
    E la lumaca mi dovrebbe insegnare distruzione.

    Un verme racconta l’estate meglio dell’orologio,
    La lumaca è un vivente calendario di giorni;
    Che cosa mi dirà se un insetto senza tempo
    Dice che il mondo lentamente si consuma?

     
  • 30 aprile 2007
    Dai sospiri

    Dai sospiri nasce qualcosa,
    Ma non dolore, questo l’ho annientato
    Prima dell’agonia; lo spirito cresce,
    Scorda, e piange;
    Nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
    Non tutto poteva deludere;
    C’è, grazie a Dio, qualche certezza:
    Che non è amore se non si ama bene,
    E questo è vero dopo perpetua sconfitta.

    Dopo siffatta lotta, come il più debole sa,
    C’è di più che il morire;
    Lascia i grandi dolori o tampona la piaga,
    Ancora a lungo egli dovrà soffrire,
    E non per il rimpianto di lasciare una donna in attesa
    Del suo soldato sporco di parole
    Che spargono un sangue così acre.

    Se ciò bastasse, se ciò bastasse a dar sollievo al male,
    Il provare rimpianto quando quello è perduto
    Che mi rendeva felice nel sole,
    Quanto felice il tempo che durava,
    Se ambiguità bastassero e abbondanza di dolci menzogne,
    Potrebbero le vacue parole sostenere tutta la sofferenza
    E guarirmi dai mali.

    Se ciò bastasse, osso, tendine, sangue,
    Il cervello attorcigliato, i lombi ben fatti,
    Cercando a tastoni la materia sotto la ciotola del cane,
    L’uomo potrebbe guarire dal cimurro.
    Ché tutto quello che va dato, io l’offro:
    Briciole, stalla, e cavezza.

     
  • 30 aprile 2007
    Perché levante gela

     

    Perché levante gela e austro rinfresca
    Non sarà conosciuto finché il pozzo del vento non dissecchi
    E l’ovest non resti più immerso
    Nei venti che recano il frutto e la corteccia
    Di centinaia e centinaia di cadute;
    Perché la seta è soffice e la pietra ferisce
    Il fanciullo si chiederà ogni giorno,
    Perché pioggia notturna e sangue di mammella
    Tutti e due lo dissetano, avrà una nera risposta.

    Quando verrà Mastro Gelo? domandano i bambini.
    Stringeranno nei pugni una cometa?
    Finché la loro polvere, dal cielo e da terra,
    Non sparga in occhi infantili un lungo ultimo sonno
    E l’ombra non sia folta di fantasmi di bimbi,
    Nessuna bianca risposta farà eco dalle cime dei tetti.

    Tutto è conosciuto: il consiglio degli astri
    Esorta qualche contento a viaggiare coi venti,
    Ma ciò che chiedono gli astri mentre aggirano
    Tempo dopo tempo le torri dei cieli
    Sarà poco ascoltato, prima che gli astri siano spenti.
    Io ascolto contento e "Contèntati"
    Squilla pei corridoi come una campanella,
    E "Nessuna risposta" e io non ho
    Nessuna risposta al pianto dei bambini
    Né di risposta d’eco né dell’uomo di gelo
    Né di comete spettrali sopra i pugni levati.

     
  • 30 aprile 2007
    Cerca la carne sulle ossa

    "Cerca la carne sulle ossa fra non molto
    Spolpate e bevi alle due munte rupi
    Il dolce midollo e la feccia,
    Prima che le mammelle delle dame
    Siano vizze e le membra brandelli.
    Non profanare, figlio, i sudari, ma quando
    Vedrai le dame fredda pietra, appendi
    Una rosa d’ariete sugli stracci.

    "Ribèllati alle leggi della luna
    E al parlamento del cielo,
    Al governo del mare perverso,
    A tirannia del giorno e della notte,
    A dittatura di sole.
    Ribèllati all’osso e alla carne,
    A parola di sangue, ad astuzia di pelle,
    E al verme che nessuno può ammazzare.

    "La sete è spenta, la fame placata,
    E lungo il cuore ho uno spacco;
    La faccia è smunta allo specchio,
    Le labbra smorte dai baci
    Ed è smagrito il mio petto.
    Una ragazza allegra mi prese per uomo,
    La stesi giù e le narrai il peccato,
    Le misi accanto una rosa d’ariete.

    "Il verme che nessuno può ammazzare
    E l’uomo che nessuna corda impicca
    Si ribellano al sogno di mio padre
    Che da un ostello di rossi porci
    Ulula il sozzo demonio alle spalle.
    Non posso come un pazzo assassinare
    Stagione e sole, grazia e ragazza,
    Né il mio dolce risveglio soffocare."

    La nera notte amministri la luna,
    Il cielo detti pure le sue leggi,
    Il mare parli con voce regale:
    Non nemici ma un unico compagno
    Sono il buio e la luce.
    "Guerra al ragno e allo scricciolo!
    Guerra al destino umano!
    E distruzione al sole!"
    Prima che morte ti prenda, ah sconfessalo!

     
  • 30 aprile 2007
    Distesi sulla sabbia

    Distesi sulla sabbia, l’occhio al giallo
    E al grave mare, beffiamo chi deride
    Chi segue i rossi fiumi, scava
    Alcove di parole da un’ombra di cicala,
    Ché in questa tomba gialla di rena e di mare
    Un appello al colore fischia nel vento
    Allegro e grave come la tomba e il mare
    Che dormono ai due lati.
    I silenzi lunari, la marea silenziosa
    Che lambisce i canali stagnanti, l’arida padrona
    Della marea increspata fra deserto e burrasca
    Dovrebbero curarci dai malanni dell’acqua
    Con una calma d’un unico colore.
    La musica del cielo sopra la rena
    Risuona in ogni granello che s’affretta
    A coprire i castelli e i monti dorati
    Della grave, allegra, terra in riva al mare.
    Fasciati da un nastro sovrano, sdraiati,
    Guardando il giallo, facciamo voti che il vento
    Spazzi gli strati della spiaggia e affoghi
    La roccia rossa; ma i voti sono sterili, né noi
    Possiamo opporci alla venuta della roccia,
    E dunque giaci guardando il giallo, o sangue
    Del mio cuore, finché la stagione dorata
    Non vada in pezzi come un cuore e un colle.

     
  • 30 aprile 2007
    Oh, fatemi una maschera

    Oh, fatemi una maschera e un muro per nascondere alle spie
    Dei vostri occhi aguzzi e laccati e degli artigli occhialuti
    Lo stupro e la rivolta degli asili infantili del mio volto,
    Mordacchia d’albero ammutito per bloccare contro i nemici scoperti
    La lingua baionetta in questo indifeso pezzo da preghiera
    (Questa bocca) e la tromba delle bugie soavemente sonata,
    Espressione di tonto scolpita in quercia e in antica armatura
    Per proteggere il cervello corrusco e smussare gli ispettori,
    E un vedovile dolore unto di lacrime languente dal ciglio
    Per velare la belladonna e lasciare che gli occhi asciutti
    Scorgano gli altri tradire le lagnose bugie delle loro sconfitte
    Con la curva della bocca nuda e il sorriso sopra i baffi.

     
  • 30 aprile 2007
    Non da questa collera

    Non da questa collera, anti-culmine dopo
    Che il rifiuto paralizzò i suoi fianchi e il fiore zoppo
    Si curvò come una bestia a lappare il fiotto solitario,
    In una terra cinghiata dalla fame,
    Ella riceverà una scorpacciata d’erbacce
    E potrà generare quelle mani viticce che palpo
    Attraverso i tormentati, due mari.
    Dietro il mio capo un quadrato di cielo s’affloscia
    Sul sorriso circolare lanciato da amante ad amante
    E la palla dorata rotola via dai cieli;
    Non da questa collera, dopo
    Che il rifiuto rintoccò come campana sott’acqua, il suo sorriso
    Potrà generare quella bocca, dietro lo specchio,
    Che brucia lungo i miei occhi.

     
  • Come potrà il mio animale,
    La cui magica forma rintraccio nel cranio cavernoso,
    Vaso d’ascessi e guscio d’esultanza, sopportare
    D’essere seppellito sotto un muro di sillabe,
    Il velo invocato funereo intorno al volto,
    Lui che dovrebbe infuriarsi,
    Ubbriaco come lumaca di vigna, flagellato come polpo,
    Che dovrebbe ruggire, andar carponi, lottare
    Coi venti e con la pioggia,
    Il cerchio naturale dei cieli rivelati
    Abbassare all’altezza dei suoi occhi streganti?

    Come potrà calamitare
    Verso lo stallone, in una curva notturna vampa che fonda
    Lo zoccolo della testa leonina e il ferro di cavallo del cuore,
    Una terra selvaggia nel fresco culmine dei giorni campagnoli,
    Per trottare sui letti di fieno d’un miglio con una compagna
    [sonora,
    Per amare, e penare, e uccidere
    In un rapido, dolce, feroce chiarore, finché il suolo sprangato
    Germogli, il nero mare spalancato gioisca,
    Le budella si ribaltino e la branca
    Delle vene artigliate sprema da ogni rossa molecola
    La voce riarsa e furibonda?

    Pescatori di tritoni avanzano lenti e arpeggiano
    Sul solito flutto, lanciando il loro magico spillo ricurvo
    Innescato d’aurea mollica; io con una viva matassa,
    Lingua e orecchio nel filo, pesco nell’animale, chiusa da riccioli
    E tempie, acquea caverna d’incantesimi e d’osso,
    Rintraccio un tentacolo con un occhio
    Spalancato per amo, nella tazza d’alghe e ferite,
    Per stringere a terra la mia furia
    E sbattere giù il suo gran sangue;
    Nessuna bestia dovrà nascere a segnar sull’atlante i pochi mari
    O a soppesare la luce sopra un corno.

    Sospira a lungo, fredda creta, giaci recisa, lanciata
    In alto, tramortita sul sasso; furtive forbici affilate nel gelo
    Scattano nel boschetto della forza, l’amore sbozzato nei pilastri
    Crolla con santo, sole e uccello scolpiti, la vergine bocca
    [spinata d’alghe morte
    Sfronda, rovo piumato di fiamme, l’enfasi dell’occhio furente,
    Taglia netto il gestire del fiato.
    Muori con rosse penne quando il volo del cielo è troncato,
    E rotola con la terra abbattuta:
    Arida giaci, riposa depredata, mia bestia.
    Hai sgroppato dal fondo d’una buia spelonca, sussultato al nitrito della luce
    E scavato la tua fossa nel mio petto.

     
  • 30 aprile 2007
    Ventiquattro anni

    Ventiquattro anni mi rammentano le lacrime degli occhi.
    (Sotterra i morti se hai paura che vadano alla tomba con le doglie.)
    Nell’arco della porta naturale stavo accosciato come un sarto
    A cucirmi il sudario per il viaggio
    Alla luce del sole divoratore di carne.
    Tutto agghindato per morire, il sensuale incedere iniziato,
    Con le mie rosse vene piene zeppe di soldi,
    Verso la meta conclusiva, la città elementare,
    Io vado avanti quanto è lungo il sempre.

     
  • Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
    Dal bimbo che va a letto e dall’uomo per le scale
    Che sale all’alta stanza dall’amata morente,
    Indifferente l’uno a chi nel sonno andrà incontro,
    L’altro pieno di lacrime temendola già morta,

    S’aggira per il buio sulle ali del suono che essi sanno
    Salirà verso i cieli rispondenti su dalla verde terra,
    Dall’uomo per le scale e dal bimbo accanto al letto.
    Il suono che sta per levarsi nelle due preghiere
    Per il sonno in terra sicura e per l’amata che muore

    Sarà uno stesso volo doloroso. Chi calmeranno?
    Dormirà illeso il fanciullo o sarà in lacrime l’uomo?
    Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
    S’aggira tra i vivi ed i morti, e l’uomo per le scale
    Non troverà morente, stanotte, ma viva e calda al fuoco
    Del suo trepidare nell’alta stanza il suo amore.
    E il fanciullo indifferente a chi va la preghiera
    Affogherà in un’angoscia profonda come sarà la sua tomba,
    E con gli occhi del sonno fisserà i neri occhi dell’onda
    Che su per le scale lo trascina verso una che è morta.

     
  • Dove un tempo le acque del tuo viso
    Giravano alle mie eliche, l'arido tuo fantasma soffia,
    Il morto volge al cielo il proprio occhio;
    Dove un tempo i tritoni attraverso il tuo ghiaccio
    Spingevano fuori i capelli, l'arido vento fa rotta
    Attraverso radici e sale e uova di pesce.

    Dove un tempo i tuoi nodi verdastri la loro giuntura affondava
    Nel cordame ricolmo di marce, laggiù procede
    Colui che verde districa.
    Le sue forbici oliate, libero il suo, coltello pende
    Per tagliare i canali alla sorgente,
    Per adagiare in basso umidi frutti.

    Le tue regolari maree rese invisibili
    Rompon sui letti amorosi dell'alghe,
    L'erba d'amore è lasciata a disseccarsi;
    Qui vorticanti attorno alle tue pietre
    Corrono ombre di fanciulli che, dai loro vuoti,
    Si lamentano al mare delfinoso.

    Aridi come tomba i colorati opercoli
    Richiusi non saranno mentre una magia
    Scivola saggia sulla terra e il cielo;
    Vi saranno coralli nei tuoi letti,
    Vi saranno serpenti alle maree,
    Finchè tutte le nostre fedi marine morranno.

     
  • Dove non splende sole luce penetra;
    Dove non corre mare le acque del cuore
    Sospingon le loro marce;
    Ed infranti fantasmi con lucciole nel capo
    le cose della luce
    Attraverso la carne si mettono in fila dove carne nessuna riveste le ossa.

    Nelle cosce una candela
    Riscalda giovinezza e seme, e brucia i germi dell'età;
    Dove seme nessuno si agita
    Il frutto dell'uomo si spiana le rughe alle stelle,
    Splendido come un fico;
    Dove nessuna cera esiste la candela esibisce i suoi capelli.

    Dietro gli occhi l'alba crompe;
    Dai poli del cranio e del dito del piede il ventoso sangue
    Come un mare scivola;
    Né indicati da pali né cintati i geysers del cielo
    Zampillano alla verga
    Che in un sorriso divina l'olio delle lacrime.

    La notte negli alveoli accerchia,
    Come luna di resina, il limite dei globi;
    Il giorno illumina l'ossa;
    Dove non è alcun freddo gli scorticanti venti di Borea tolgon gli spilli
    Dai vestiti dell'inverno;
    Le membrana sottile della primavera dalle palpebre pende.

    La luce erompe sugli orti segreti,
    Sulle cime del pensiero dove i pensieri nella pioggia odorano;
    Quando le logiche muoiono,
    Il segreto del suolo cresce attraverso l'occhio,
    E il sangue balza nel sole;
    Sopra deserte ripartizioni l'alba si sofferma.

     
  • Specialmente se il vento d'Ottobre
    Con gelide dita i miei capelli punisce,
    Afferrato dal sole che aggriccia sul fuoco cammino
    E getto un granchio d'ombra sulla terra,
    Sul fianco del mare, uno strepito udendo d'uccelli,
    Udendo il corvo tossire su invernali stecchi,
    L'attivo mio cuore mentre lei parla palpita,
    Sparge il sillabico sangue, le sue parole assorbe.

    Chiuso dentro una torre di parole, segno
    Sull'orizzonte camminare come gli alberi
    Le forme verbose delle donne, e dentro il parco
    Le file dei fanciulli dai gesti stellari.
    Alcuni mi lascian crearti col vocalizzo dei faggi,
    Alcuni con la voce delle quercie, dalle radici
    Dirti le molte note di contee spinose,
    Col linguaggio dell'acqua altri crearti.

    Dietro un vaso di felci l'orologio oscilla,
    E dell'ora mi dice la parola, il significato nervoso
    Vola sul disco frecciato, declama il mattino,
    Mi narra tempo al vento col gallo della banderuola.
    Alcuni mi lascian crearti coi segni del prato;
    Tutto ciò che conosco l'erba segnale mi dice
    Ed attraverso l'occhio penetra col verminoso inverno.
    Alcuni mi lasciano dirti i peccati del corvo.

    Specialmente se il vento d'Ottobre
    (Alcuni mi lascian crearti d'incanti autunnali,
    Lingua di ragno, sonora collina del Galles)
    Con pugni di rape punisce la terra,
    Alcuni mi lascian crearti con impietose parole.
    disseccato il cuore che, sillabando nello sgambettio
    Di alchemico sangue, avvertì della furia in cammino.
    Sui fianchi del mare puoi udire gli uccelli dai cupi vocalizzi.

     
  • 30 aprile 2007
    In principio

    In principio era la tripuntuta stella,
    Attraverso il vuoto volto un sorriso di luce;
    Attraverso l'aria di radici un ramo d'osso,
    La biforcuta sostanza che il midollo fornì al primo sole;
    E, come arroventato zeri sui cerchi dello spazio,
    Cielo ed inferno ruotavano frammisti.

    In principio era la firma pallida,
    Trisillabata e stellare come il sorriso;
    E poi vennero l'orme, sopra l'acqua,
    Stampo del volto coniato sulla luna;
    Il sangue che toccò l'albero a croce e il graal
    Toccò la prima nuvola e vi depose un segno.

    In principio era il fuoco ascendente
    Che il tempo accese da una favilla in fiamme,
    Una favilla triocchiuta, occhio rosso, ottusa come un fiore;
    Dai vorticanti mari sorse e sgorgò la vita,
    Bruciò nelle radici, pompò da terra e roccia
    Gli olii segreti che l'erba sospingono.

    In principio era il verbo, la parola
    Che dalle solide basi della luce
    Tutte le lettere del vuoto astrasse;
    E dalle nuvolose basi del respiro
    Fluendo salì la parola, traducendo al cuore
    I caratteri primi di nascita e di morte.

    In principio era il segreto cervello.
    Il cellulato cervello saldato nel pensiero
    Prima che a un sole la pece si biforcasse;
    Prima che le vene nel loro setaccio stessero vacillanti
    Il sangue balenò e disperse, ai venti della luce,
    Il costoluto originale dell'amore.