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Poesie di Thomas Stearns Eliot

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  • 13 marzo 2012 alle ore 16:50
    Gli uomini vuoti

    Gli occhi non sono qui
    qui non vi sono occhi
    in questa valle di stelle morenti
    in questa valle vuota
    questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
    in quest'ultimo dei luoghi d'incontro
    noi brancoliamo insieme
    evitiamo di parlare
    ammassati su questa riva del tumido fiume
    privati della vista, a meno che
    gli occhi non ricompaiano
    come la stella perpetua
    rosa di molte foglie
    del regno di tramonto della morte
    la speranza soltanto
    degli uomini vuoti.

  • 13 marzo 2012 alle ore 16:48
    Una dedica a mia moglie

    A cui devo la gioia palpitante
    che tiene desti i miei sensi nelle ore di veglia,
    e il ritmo che scandisce il riposo
    delle nostre ore di sonno,
    l'accordo del respiro
    di due amanti i cui corpi
    profumano l'uno dell'altro,
    che pensano uguali pensieri
    e non hanno bisogno di parole
    e sussurrano uguali parole
    senza la necessità di un senso.
    Il vento stizzoso dell'inverno non farà gelare
    il sole astioso del tropico non farà seccare
    le rose nel giardino di rose che è soltanto nostro
    ma scrivo questa dedica perché altri la leggano:
    sono parole private indirizzate a te in pubblico.

  • 13 marzo 2012 alle ore 16:43
    La morte per acqua

    Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni,
    dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare
    e il guadagno e la perdita.
    Una corrente sottomarina
    gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
    traversò gli stadi di maturità e gioventù
    entrambi nei gorghi.

    Gentile o Giudeo
    o tu che giri la ruota e guardi nella direzione del vento
    pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari tuo.

  • Fermati sul piano più alto delle scale...
    Appoggiati a un'anfora da giardino...
    Tessi, tessi la luce del sole nei capelli...
    Stringi i fiori contro di te con una sorpresa dolente...
    Gettali per terra e voltati
    Con un risentimento fuggitivo
    Ma tessi, tessi la luce del sole nei capelli...

    Così avrei voluto che lui partisse,
    Così avrei voluto che lei si fermasse e soffrisse,
    Così lui sarebbe partito
    Come l'anima lascia il corpo strappato e contuso,
    Come la mente abbandona il corpo di cui ha fatto uso.
    Troverei
    Un modo incomparabilmente lieve e agile,
    Un modo che entrambi intenderemmo,
    Semplice e infedele come un sorriso e una stretta di mano.

    Essa si voltò, ma con la stagione autunnale
    Provocò la mia immaginazione molti giorni,
    Molti giorni e molte ore:
    I capelli sulle braccia e le braccia piene di fiori.
    E mi domando come sarebbero stati insieme!
    Avrei perduto un gesto e una posa.
    A volte queste riflessioni stupiscono ancora
    La mezzanotte inquieta e il mezzogiorno che riposa.

  • 23 marzo 2006
    Spleen

    Domenica: questa processione soddisfatta
    Di sicure facce domenicali;
    Cuffie, cappelli di seta, consapevoli grazie
    In una ripetizione che spiazza
    Il tuo autocontrollo mentale
    Con questa digressione ingiustificata.

    La sera, le luci e il tè!
    Bambini e gatti per strada;
    Depressione incapace di affrontare
    Questa cospirazione tetra.

    E la vita, un poco calva e grigia,
    Languida, schizzinosa e distaccta,
    Aspetta, cappello e guanti in mano
    Ricercata nell'abito e nella cravatta
    (Un poco impaziente per l'indugio)
    All'ingresso dell'assoluto.

  • 23 marzo 2006
    Lirica

    Se spazio e tempo, a detta dei saggi,
    Son cose che non possono essere,
    La mosca che vive un solo giorno
    Vive tanto quanto noi.
    Ma intanto viviamo finché possiamo,
    Mentre vita e amore sono liberi,
    Poiché il tempo è tempo, e fugge via,
    Per quanto i saggi dissentano.

    I fiori che ti mandai quando la rugiada
    Tremava sul pergolato
    Avvizzirono prima che l'ape volasse
    A succhiare la rosa canina.
    Ma intanto affrettiamoci a coglierne ancora
    E non rattristiamoci a vederli languire,
    E per quanto i fiori della vita siano pochi
    Possano essere divini.

  • 23 marzo 2006
    Canzone

    Quando tornammo a casa per la collina
    Nessuna foglia era caduta dagli alberi;
    Le dita gentili della brezza non avevano
    Strappato nessuna ragnatela tremolante.

    La siepe era ancora coperta di fiori,
    Nessun petalo avvizzito copriva la terra;
    Ma le rose selvatiche della tua ghirlanda
    Erano sbiadite, e le foglie abbrunate.

  • 23 marzo 2006
    Prima di mattina

    Mentre tutto l'Oriente intrecciava il rosso al grigio,
    I fiori alla finestra si volsero verso l'alba,
    Petalo su petalo, aspettando il giorno,
    Fiori freschi, fiori appassiti, fiori d'alba.

    I fiori di stamattina e i fiori di ieri,
    La loro fragranza aleggia per la stanza all'alba,
    fragranza di germogli e fragranza di appassimento,
    fiori freschi, fiori appassiti, fiori d'alba.

  • La bella di notte si apre alla falena,
    La nebbia striscia su dal mare;
    Un grande uccello bianco, un niveo gufo,
    Aleggia da lontano.

    Più bianchi, Amore, i fiori che tieni,
    Della bianca nebbia del mare;
    Non hai fiori dei tropici più sgargianti,
    Vitali e scarlatti, per me?

  • Noi moriamo con quelli che muoiono:
    ecco, essi partono e noi andiamo con loro.
    Noi nasciamo con i morti:
    ecco, essi tornano e ci portano con loro.

  • 23 marzo 2006
    Mattino alla finestra

    Sbattono piatti da colazione nelle cucine del seminterrato,
    E lungo i marciapiedi che risuonano di passi
    Scorgo anime umide di donne di servizio
    Sbucare sconsolate dai cancelli che danno sulla strada.

    Ondate brune di nebbia levano contro di me
    Volti contorti dal fondo della strada,
    Strappano a una passante con la gonna inzaccherata
    Un vacuo sorriso che s'alza leggero nell'aria
    E lungo il filo dei tetti svanisce.

  • 23 marzo 2006
    Zia Helen

    Miss Helen Slingsby, mia zia rimasta zitella,
    Abitava una piccola casa presso una piazza elegante
    Servita da domestici in numero di quattro.
    Ora quando morì vi fu silenzio in cielo
    E silenzio alla fine della strada.
    Vennero chiuse le imposte, l'imprenditore funebre
    Si pulì i piedi - sapeva bene che cose di quel genere
    Erano già accadute prima. Ai cani fu ampiamente provveduto,
    Ma poco dopo morì anche il pappagallo. La pendola di Dresda
    Continuò a ticchettare sulla sporgenza del caminetto,
    E il valletto in livrea si sedette sul tavolo da pranzo
    - Con la seconda domestica sulle ginocchia - quella che quando
    La padrona era in vita aveva sempre tenuto un contegno irreprensibile

  • S'io credesse che mia risposta fosse
    A persona che mai tornasse al mondo,
    Questa fiamma staria senza più scosse.
    Ma perciocché giammai di questa fondo
    Non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
    Senza tema d'infamia ti rispondo.
     

     

    Allora andiamo, tu ed io,
    Quando la sera si stende contro il cielo
    Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
    Andiamo, per certe strade semideserte,
    Mormoranti ricoveri
    Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
    E ristoranti pieni di segatura e gusci d'ostriche;
    Strade che si succedono come un tedioso argomento
    Con l'insidioso proposito
    Di condurti a domande che opprimono...
    Oh, non chiedere « Cosa? »
    Andiamo a fare la nostra visita.

    Nella stanza le donne vanno e vengono
    Parlando di Michelangelo.

    La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
    Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
    Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
    Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
    Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
    Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
    E vedendo che era una soffice sera d'ottobre
    S'arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

    E di sicuro ci sarà tempo
    Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
    Strofinando la schiena contro i vetri;
    Ci sarà tempo, ci sarà tempo
    Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
    Ci sarà tempo per uccidere e creare,
    E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
    Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
    Tempo per te e tempo per me,
    E tempo anche per cento indecisioni,
    E per cento visioni e revisioni,
    Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

    Nella stanza le donne vanno e vengono
    Parlando di Michelangelo.

    E di sicuro ci sarà tempo
    Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
    Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
    Con una zona calva in mezzo ai miei capelli -
    (Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
    Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
    Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo -
    (Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
    Oserò
    Turbare l'universo?
    In un attimo solo c'è tempo
    Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

    Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: -
    Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
    Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
    Conosco le voci che muoiono con un morente declino
    Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
    Così, come potrei rischiare?
    E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti -
    Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
    E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
    Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
    Come potrei allora cominciare
    A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
    Come potrei rischiare?
    E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte -
    Le braccia ingioiellate e bianche e nude
    (Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
    E' il profumo che viene da un vestito
    Che mi fa divagare a questo modo?
    Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
    Potrei rischiare, allora?-
    Come potrei cominciare?

    . . . . . . . . . . . .

    Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
    Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
    D'uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?...

    Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
    Che corrono sul fondo di mari silenziosi

    . . . . . . . . . . . . .

    E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
    Lisciata da lunghe dita,
    Addormentata... stanca... o gioca a fare la malata,
    Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
    Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
    Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
    Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
    Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po' a perdere i capelli)
    Portato su un vassoio,
    lo non sono un profeta - e non ha molta importanza;
    Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
    E ho visto l'eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
    E a farla breve, ne ho avuto paura.

    E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
    Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
    E fra la porcellana e qualche chiacchiera
    Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
    D'affrontare il problema sorridendo,
    Di comprimere tutto l'universo in una palla
    E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
    Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
    Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
    Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
    Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
    Non è questo, per niente. »
    E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
    Ne sarebbe valsa la pena,
    Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
    Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
    E questo, e tante altre cose? -
    E' impossibile dire ciò che intendo!
    Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
    Ne sarebbe valsa la pena
    Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
    E volgendosi verso la finestra, dicesse:
    « Non è per niente questo,
    Non è per niente questo che volevo dire. »

    . . . . . . . . . . .

    No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
    Io sono un cortigiano, sono uno
    Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l'avvio a una scena o due,
    Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
    Deferente, felice di mostrarsi utile,
    Prudente, cauto, meticoloso;
    Pieno di nobili sentenze, ma un po' ottuso;
    Talvolta, in verità, quasi ridicolo -
    E quasi, a volte, il Buffone.

    Divento vecchio... divento vecchio...
    Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

    Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
    Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
    Ho udito le sirene cantare l'una all'altra.

    Non credo che canteranno per me.

    Le ho viste al largo cavalcare l'onde
    Pettinare la candida chioma dell'onde risospinte:
    Quando il vento rigonfia l'acqua bianca e nera.

    Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
    Con le figlie del mare incoronate d'alghe rosse e brune
    Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

  • 23 marzo 2006
    Gerontion

    Non sei né giovane né vecchio
    Ma è come se dormissi dopo pranzo
    Sogndo di entrambe queste età. 

    Eccomi, vecchio in un mese arido,
    Mentre un ragazzo mi legge, aspettando la pioggia.
    Non fui alle gole infuocate
    Né combattei nella calda pioggia
    Né col ginocchio affondato dentro paludi salmastre
    Combattei, agitando una daga, e morso dalle mosche.
    La mia casa è una casa in rovina,
    E l'ebreo si rannicchia al davanzale, il padrone,
    Generato in qualche taverna d'Anversa,
    A Bruxelles pieno di vesciche, a Londra cencioso e spiantato.
    La capra a notte tossisce nel campo che sta dietro;
    Rocce, muschio, gramigna, ferrivecchi, merde.
    La donna tiene la cucina, fa il tè,
    Di sera sternuta, rovistando nello scolo che sgocciola.
    Io un vecchio,
    Una testa intronata fra spazi ventosi.

    I segni sono presi per miracoli. « Vogliamo vedere un segno! »
    La parola in una parola, incapace di dire una parola,
    Fasciata di tenebra. Nell'adolescenza dell'anno
    Venne Cristo la tigre
    Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda
    In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto
    Fra i bisbigli; da Mr. Silvero
    Con mani carezzevoli, che a Limoges
    Camminò tutta la notte nella stanza accanto;

    Da Hakagawa, che si inchinava fra i Tiziano;
    Da Madame de Tornquist, che nella stanza buia
    Spostava le candele, da Fräulein von Kulp
    Che nel salone si volse, una mano alla porta. Spole vuote
    Tessono il vento. Io non ho spettri,
    Un vecchio in una casa con correnti d'aria
    Sotto un gomitolo di vento.

    Dopo una tale conoscenza, cos'è mai il perdono? Ora penso
    Che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi
    E varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni,
    E che ci guidi con le vanità. Ora penso che dia
    Quando la nostra attenzione è distratta,
    E che quanto ci dà lo dia con turbamenti
    Così lusinghieri che il dato affama ciò che si desidera. E ci dà
    Troppo tardi ciò in cui più non si crede, o se ancora
    Ci crediamo, soltanto nel ricordo, come passioni riconsiderate.
    E troppo presto dà in deboli mani, ciò che è pensato può essere
    Dispensato, finché il rifiuto propaga la paura. Penso
    Che né paura né coraggio ci salvino. I vizi innaturali
    Hanno per padre il nostro eroismo. Le virtù
    Ci sono imposte dai nostri impudenti delitti.
    Queste lacrime sono scosse dall'albero che arreca la collera.

    La tigre balza nell'anno nuovo. Ci divora. Infine,
    Penso che non giungemmo a conclusione, quando m'irrigidii
    In una casa d'affitto. Infine,
    Penso d'averlo detto per un preciso scopo, e non perché costretto

    Dalle blandizie dei demoni che guardano al passato.
    Su questo, onestamente ti vorrei rispondere.
    Io che ero presso al tuo cuore ne fui scacciato
    Perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nella ricerca.
    Ho perduto la mia passione: perché dovrei conservarla
    Se ciò che si conserva si contamina?
    Ho perduto la vista e l'odorato, l'udito, il gusto e il tatto:
    Come li potrò usare per esserti più accanto?

    Questi, con mille futili decisioni
    Prolungano il profitto del loro gelido delirio,
    Eccitano la membrana, quando il senso si è raffreddato,
    Con salse pungenti, moltiplicano la varietà
    In una desolazione di specchi. Cosa farà il ragno?
    Sospenderà le sue mosse, o indugerà
    Il tonchio? da Bailhache, Fresca, Mrs. Cammel, roteavano
    Oltre l'orbita dell'Orsa tremolante
    In atomi infranti. Gabbiano controvento, negli stretti ventosi
    Di Belle Isle, o rapido sull'Horn,
    Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo,
    E un vecchio sospinto dagli Alísei In un angolo di sonno.

    Padroni della casa,
    I pensieri di un arido cervello in un'arida stagione.

  • Webster fu molto posseduto dalla morte;
    Sotto la pelle vide sempre il cranio;
    E sottoterra creature scarne, ripiegate
    All'indietro in un ghigno senza labbra.

    Sostituiti ai globi, bulbi di narciso
    Fissavano dall'orbita degli occhi!
    Sapeva che il pensiero s'avvinghia a membra morte
    Serrando ogni sua brama e ogni lussuria.

    J. Donne, suppongo, fu un altro di quei tali
    Che non riuscivano a sostituire il senso
    Per afferrare, adunghiare e penetrare;
    Vedendo anche più in là dell'esperienza

    Egli conobbe l'angoscia del midollo,
    La febbre di malaria dello scheletro;
    Nessun contatto carnale possibile
    Leniva la febbre dell'ossa.

    . . . . . . . . . . . .

    E Grishkin è graziosa; il suo occhio di russa
    A sottolinearlo con estrema enfasi;
    Senza corsetto, il suo busto amichevole
    Offre promesse di piaceri pneumatici.

    L'accucciato giaguaro brasiliano
    Frena la piccola scimmia che fugge
    Con la sottile effusione del gatto;
    Grisbkin possiede una piccola casa;

    Il levigato giaguaro brasiliano
    Nella sua arborea oscurità non emana
    Un fetore felino tanto forte
    Quanto Grishkin ne emana in un salotto.

    E persino le Entità Astratte
    Fanno la corte alla sua grazia; ma
    Il nostro destino s'insinua fra costole aride
    Per tener calda la nostra metafisica.

  • La sera d'inverno si posa
    Con odore di bistecche per strade.
    Le sei.
    Lucignoli consunti di giorni festosi.
    E ora un tempestoso scroscio avvolge
    Gli avanzi sudici
    Delle foglie appassite attorno ai vostri piedi
    E giornali da lotti da vendere;
    gli scorci battono
    sulle persiane rotte e sui fumignoli,
    e all'angolo della strada
    un solitario cavallo da vettura fuma e scalpita.
    E poi l'accensione dei fanali.