username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 04 mar 2013

Tiziano Ardiccioni

24 aprile 1972, Roma - Italia
Segni particolari: Sono del segno del Toro, chiedere a chi mi conosce.
Mi descrivo così: Prima la famiglia. Adoro mia moglie e i miei figli. Ho tanti amici e nonostante la crisi nera nel lavoro, ogni giorno godo di essere al mondo.
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 01 dicembre 2016 alle ore 16:29
    La presunzione di Livia

    Come comincia: Le riunioni scolastiche possono diventare un'arena. Ne sapeva qualcosa Livia che quel giorno si permise di obiettare ad un'osservazione posta da un genitore ad un professore: scoppiò il finimondo. La tensione e lo scontro verbale coinvolsero tutti i presenti fino a farli apparire lupi famelici pronti a sbranare la preda di turno; Livia era la preside e come tale aveva l'obbligo e l'autorità per porre fine a quel pandemonio che la disgustava e quando capì che la situazione stava degenerando, con un urlo acuto e deciso riuscì a calmare gli animi dei presenti  "Silenzio! Signore, signori, cerchiamo di mantenere un contegno e riportiamo la discussione entro i termini di un civile scambio di opinioni" Tutti tacquero, nemmeno lei credeva alle parole che aveva pronunciato; troppa ignoranza in quella stanza, troppa arroganza, ma la sua diplomazia stemperò per un momento gli animi illudendola di poter concludere l'incontro positivamente. Purtroppo però, tra mille polemiche e litigi, la riunione si protrasse per le lunghe e, nonostante tutta la buona volontà, fu costretta a sospendere la seduta prima di aver preso in  esame tutti i punti all'ordine del giorno; avrebbero concluso il dibattito l'indomani, dopo l'orario delle lezioni.
    Livia uscì di scuola che era ormai buio pesto ma per fortuna la fermata della metrò era a pochi passi, non le piaceva restare da sola per strada a quell'ora. Raggiunse la stazione in un attimo e dopo alcuni minuti di attesa snervante salì sul convoglio e si accomodò seduta nell'unico posto libero. Venti minuti la separavano dalla sua fermata ed era talmente stanca che quel sedile le sembrò un trono. Alla fermata successiva scesero alcuni passeggeri e ne salirono altri in numero tale da non lasciare posti a sedere per tutti e tra i tanti Livia notò una coppia di anziani che con lo sguardò cercava vanamente un seggiolino libero, oltre che ad essere anziani parevano anche claudicanti, colpiti forse da qualche problema dovuto all'età avanzata. A quella vista il vicino di Livia, un bel giovane dall'aspetto atletico, si alzò immediatamente per cedere il posto ad uno degli anziani invitandola con lo sguardo a fare altrettanto, lei invece girò il capo dall'altra parte e sbuffò sonoramente, non aveva la minima intenzione di cedere il posto a nessuno, era troppo stanca. A quel punto il giovane aiutò la signora ad accomodarsi e nel contempo imprecò nei confronti di Livia, ma fu l'anziana a stemperare la tensione rivolgendo al giovane delle semplici parole per tranquillizzarlo "Su, stia calmo. E' stato gentile a donarmi il posto. La signora al mio fianco sarà sicuramente stanca e non è obbligata a cedere il suo posto a nessuno, mio marito è forte, vedrà che andrà tutto bene" Nel frattempo il convogliò si fermò e Giuseppe, così si chiamava il ragazzo, scese dal treno rispondendo con un sorriso ai cenni di saluto dei due anziani, mentre Livia lo squadrò dall'alto in basso con aria distaccata.
    Da lì Giuseppe, in dieci minuti a passo sostenuto, raggiunse casa sua dove c'erano ad attenderlo i suoi genitori con il fratello. "Hai fatto tardi anche questa sera" Lo accolse la madre con voce melanconica "E allora?" Rispose lui in cagnesco "Nulla, era solo una considerazione" ribadì sospirando la donna "Non sono affari tuoi" Infierì Giuseppe alzando il tono di voce anche per sovrastare il volume della televisione che nel frattempo qualcuno in sala aveva aumentato considerevolmente "Hai sentito? Tuo padre preferisce il frastuono di quell'aggeggio infernale piuttosto di prender parte al discorso" "Lui dov'è?" Chiese invece Giuseppe che non l'aveva ascoltata "In cameretta, sta riposando" Rispose la mamma con un nodo alla gola, non le piaceva il tono del figlio e quando Giuseppe si girò verso di lei, qualcosa nel suo sguardo le fece gelare il sangue nelle vene. Poi lui si affacciò in sala dove suo padre era sdraiato sul divano, intento a guardare la tv completamente immerso nel suo mondo e senza aggiungere altro scansò la madre con un braccio e si diresse verso la cameretta. Spalancò la porta ed accese la luce, incurante di disturbare il riposo del fratello che, imbottito di farmaci e avvolto nelle coperte, non si accorse di nulla. Richiuse dietro di se la porta e girò la chiave a doppia mandata costringendo sua madre ad aspettare fuori, pietrificata dal terrore. Giuseppe scoprì il fratello e restò immobile ad osservarlo in tutta la sua vulnerabilità; la rara malattia che aveva colpito il povero ragazzo, oltre ad averlo reso storpio, ne aveva cambiato completamente i lineamenti e anche il suo cervello si stava riducendo ad un ammasso di gelatina senza funzioni; ormai suo fratello era paragonabile ad una pianta malata. Giuseppe trasse un lungo respiro e poi fece la sua mossa. Allertati dalla madre preoccupata, i carabinieri arrivarono nel volgere di pochi minuti e furono costretti a scassinare la porta della cameretta, quando entrarono ebbero la conferma dei timori della donna; Giuseppe era appeso ad una corda legata al lampadario, mentre sul letto era steso il fratello con il viso rilassato come se stesse dormendo beatamente. Nel frattempo erano arrivati anche i volontari del pronto soccorso che presero subito in consegna Giuseppe; infatti grazie al tempestivo intervento dei carabinieri e al suo eccezionale fisico pur se in gravi condizioni era ancora vivo. A quel punto suo padre si abbandonò ad un pianto sfrenato tra le braccia incredule della moglie.
    Giuseppe fu portato in ospedale e, nonostante le sue condizioni, messo sotto sorveglianza armata, l'indomani il giudice avrebbe preso i provvedimenti del caso. L'infermiera che fu incaricata di tenerlo sotto controllo quella notte era una neo laureata, di bell'aspetto e con un'ottima preparazione, non era per nulla spaventata dell'incarico; le avevano detto cosa avesse appena combinato quel ragazzo, ma la sua determinazione le fece assumere subito il controllo della situazione. Giuseppe era in coma farmacologico, ma lei credeva nella teoria che un cervello non è mai spento e quindi anche in quelle condizioni assimilasse comunque tutto ciò che gli accadeva intorno e quando, dopo alcune ore, restò sola con il paziente, prese a parlare "Bene, ti chiami Giuseppe, e a quel che vedo sei un bel ragazzo. Ho saputo che hai appena ammazzato tuo fratello, qualcuno dice per un atto di misericordia, qualcuno no. Non ti conosco personalmente, ma so un sacco di cose di te e penso che tu abbia voluto toglierti di torno un peso; si, mi hai capito bene, un peso, un fastidio. Quel fratello malato e impresentabile di cui tanto ti vergognavi, tu che sognavi di sfondare nel mondo della televisione e dello spettacolo, tu che hai dedicato ogni istante della tua crescita per diventare simile ad uno di quei personaggi che tanto ammiravi. Come faccio a sapere tutte queste cose? Ascolta: durante i miei studi ho frequentato vari ambienti per l'apprendistato e per un certo periodo sono stata inserita in un centro per assistenza di pazienti affetti da gravi patologie. Lì mi hanno affidato il caso di un ragazzo che, sano come un pesce, aveva cominciato ad avere dapprima piccoli problemi motori, poi man mano che la malattia progrediva il suo corpo ha preso a deformarsi e anche la sua mente ha cominciato a cedere fino a ridurlo a ciò che era fino ad oggi, io conoscevo bene tuo fratello. Era lui che mi raccontava dei tuo sogni, delle tue ambizioni, ed era lui che piangeva per te consapevole che la sua malattia avrebbe precluso ogni tuo sforzo, perché  i tuoi genitori stavano spremendo tutte le proprie risorse per lui nel vano tentativo di guarirlo. Finché ha potuto farsi capire tuo fratello ha sempre tenuto la tua parte, si sarebbe ammazzato pur di vederti felice. Ti voleva bene, per te invece era solo un ostacolo da eliminare; ora che l'hai ammazzato, come ti senti? Sei un verme Giuseppe, ed è giusto che provi quello che ha passato tuo fratello" Detto ciò Anna, così si chiamava l'infermiera, preparò un cocktail di medicinali che sapeva essere micidiale, lo diluì nella flebo che doveva sostituire quella quasi esaurita e la fissò al suo posto con le mani tremanti; Giuseppe sarebbe morto nel sonno. Anna fini il suo turno, sostituì la flebo e senza batter ciglio si avviò verso casa, sarebbe toccato agli altri scoprire la morte del ragazzo.
    Livia aveva ancora il mal di testa, nonostante avesse ingerito una dose massiccia di sonnifero non era riuscita a chiudere occhio, suo marito era all'estero per lavoro e da quando i figli si erano accasati altrove, stare da sola le creava sempre una certa angoscia. Si preparò una colazione abbondante innaffiata da caffè nero e forte e dopo essersi fatta una doccia rigenerante si apprestò ad affrontare una nuova giornata di fatica tra colleghi e collaboratori che non sopportava più. Quando salì sulla carrozza della metrò, piena come sempre, notò con la coda dell'occhio un posto a sedere libero e fece per raggiungerlo quando un istante prima di lei lo occupò una giovane ragazza dalla folta e riccioluta capigliatura rossastra. Livia la squadrò dall'alto esortandola con lo sguardo a cederle il posto, in fin dei conti quella giovinetta poteva essere sua figlia. La ragazza dal canto suo si limitò a sorriderle con aria sprezzante, non le avrebbe ceduto il posto neppure a pagamento. Livia imprecò tra se e se ma all'istante le apparve nella mente la scena della sera prima, quando fu lei a non cedere il posto all'anziano signore e ricordò anche il sorriso dei due anziani che, per nulla contrariati dal suo gesto restarono tranquilli ai loro posti. Livia sospirò profondamente e un sorriso si fece largo sul suo bel viso; aveva dei lineamenti ben marcati, ma la sua femminilità era tale da far invidia a parecchie donne facendola sentire superiore alle altre. La ragazza dai capelli rossi la osservò con aria stanca, aveva lavorato quella notte e il comodo sedile, l'ambiente riscaldato e i tipici rumori di fondo di un vagone affollato, le stavano conciliando il sonno al punto che, reclinato il capo su una spalla, si addormentò senza accorgersi di aver fatto scivolare a terra la sua borsetta da cui ne  usci il suo cellulare. Livia istintivamente si chinò a raccogliere tutto e quando ebbe tra le mani il cellulare non poté non notare un'immagine che inavvertitamente aveva aperto sullo schermo; ritraeva un ragazzo sdraiato su un letto di ospedale con tanto di flebo al braccio. Il particolare che la colpì però non fu quello, osservando attentamente sullo schermo si rese conto di aver già visto quel ragazzo, era colui che la sera prima aveva ceduto il posto alla signora anziana sulla metrò e a quel punto decise di svegliare la ragazza per avere notizie su quel tale. La giovane, ancora intontita dal sonno, ci mise un attimo a realizzare cosa fosse successo, Livia infatti le stava spiegando di come, senza volerlo, avesse visto l'immagine sul suo cellulare convinta di aver riconosciuto quel ragazzo, ma la giovane le rispose con tono aggressivo "E lei chi è? Cosa vuole da me?" "Nulla di importante" replicò Livia con calma "Ieri sera ho incrociato quel ragazzo sulla metrò" e così raccontò alla ragazza ciò che era accaduto "Io ero stanca dopo quella riunione" concluse Livia "E mi sono comportata da stronza, non ho attenuanti, ed infatti oggi ho ricevuto lo stesso trattamento. Ma quel ragazzo, così gentile, così a modo. Che gli è successo?" La ragazza aveva ascoltato attentamente quel racconto, e un dubbio atroce la assalì, come poteva un ragazzo dai modi così gentili aver commesso un atto così terribile? Livia si accorse dello sgomento della ragazza e, convinta di essere lei la causa di quello stato d'animo, le poggiò una mano sulla spalla e le disse "Mi scusi, forse sono stata indiscreta, non volevo arrecarle nessun disturbo" Per tutta risposta la ragazza si alzò di scattò e abbracciò Livia con tanta foga da farle mancare il respiro, la preside strabuzzò gli occhi, incredula e con un filo di voce le disse "Piacere, io sono Livia" La ragazza si stacco da lei e con un sorriso smagliante rispose "E io sono Anna e lei mi ha aperto gli occhi" Alla prima fermata la ragazza scese dal convoglio e immediatamente salì sul treno che andava in senso contrario, aveva sbagliato e doveva correre all'ospedale per porre rimedio al suo tragico errore. Livia dal canto suo prese il posto della ragazza, aveva ancora alcuna fermate prima di giungere a destinazione, ma quell'episodio la convinse ancor di più di come le persone avessero ancora molto da poter dare, bastava un po' meno indifferenza, forse.
    Anna raggiunse l'ospedale e si recò immediatamente verso la camera di Giuseppe e quando fu a pochi metri dalla stanza incontrò uno dei medici che ne stava uscendo scuotendo la testa. Anna interpretò quel gesto nel peggiore dei modi e quasi si scontrò con l'altro nella foga di sapere cosa fosse accaduto "Bene!" Esclamò l'uomo "Che ci fai qua?" "La flebo" biascicò terrorizzata Anna "Già, la flebo" Sei talmente distratta che non ti sei accorta che la flebo era staccata dalla sua sede. Devi aver combinato uno dei tuoi soliti casini e io ho trovato tutto il liquido in terra, per fortuna sono venuto a controllare e l'ho sostituita con una nuova, in più mi è toccato asciugare tutto" "Quindi il paziente non ha ricevuto neanche una goccia di quella flebo" Affermò Anna speranzosa "No, ma la situazione è sotto controllo. Dovrei fare rapporto a te e a quell'inetto del tuo collega. Da quando hai smontato di turno e ha preso il tuo posto non si è ancora degnato di venire a controllare il paziente" Anna sentì salire le lacrime agli occhi "Su, su Anna, non ti preoccupare, il fatto che tu sia tornata immediatamente qua dimostra il tuo attaccamento per il lavoro, sospettavi di aver commesso un errore e sei corsa per porvi rimedio, ok?" Rimedio all'errore, pensò Anna. Quanto era vero, ma quanto si sbagliava il dottore "Si dottore, la ringrazio per aver rimediato alla mia distrazione" L'uomo sorrise benevolmente e poi si lasciò Anna alle spalle "Se vuole, ragazza, entri pure a far visita al suo paziente" Anna non se lo lasciò ripetere ed immediatamente si fiondò al capezzale del ragazzo.
    Livia era seduta nel suo ufficio, fuori dalla finestra scorgeva il via vai di veicoli che affollavano la città tutte le mattine, la gente era impazzita, o era sempre stata così'? Mentre sorseggiava il cappuccio ormai tiepido, tornò con la mente ai fatti successi nelle ultime ore, qualcosa l'aveva toccata nel profondo dell'animo. Da sempre si riteneva una donna tutta di un pezzo, infaticabile nel lavoro, precisa e attenta nella vita di tutti i giorni, innamorata di suo marito, madre presente ed attenta alle esigenze dei figli, ben voluta da amici e colleghi e rispettata dai propri alunni; era orgogliosa di tutto ciò. Eppure, in quel momento, sentiva che non era pienamente soddisfatta della sua vita. Per lei il lavoro era diventato un'ossessione, tutti dovevano rispettare le sue regole e tutti dovevano essere all'altezza delle sue richieste; i professori, gli alunni i collaboratori scolastici, tutti, senza eccezione. Amava suo marito, ma anche a lui aveva imposto il suo ritmo di vita incurante delle sue esigenze, l'uomo però era troppo buono per manifestare delle rimostranze e forse, in questo modo, il loro rapporto si stava lentamente deteriorando. Finì di bere il cappuccio ormai freddo e si mise davanti al monitor del computer intenzionata a riprendere il controllo, aveva un sacco di cose da fare, ma ormai la sua testa era altrove; nel profondo del suo cuore si era spalancata una voragine da dove fuoriuscivano a getto continuo emozioni e sentimenti repressi da anni. Consapevole di non riuscire a concentrarsi sul lavoro Livia si alzò e si mise a guardar fuori dalla finestra, il traffico si era leggermente attenuato e il cielo, che di prima mattina era coperto da fitte nubi, ora lasciva passare qualche raggio di luce solare e a quella vista sorrise tra se, le sembrava di essere in una scena tratta da un film di serie b; la protagonista che, presa dai suoi rimorsi, interpreta i segni del cielo come una via di uscita dal suo limbo interiore. La sua scorza si stava sciogliendo ed ora le era chiara una cosa, non aveva mai dedicato seriamente e gratuitamente un solo istante della sua vita al prossimo tanta era la sua presunzione e la sua convinzione di essere migliore degli altri, a quel punto le fu chiaro di non essere benvoluta, tutt'altro, era temuta. Quel pensiero la fece esitare per un attimo, ma poi il suo carattere forte la aiutò a riprendere il controllo della situazione e in un attimo decise di dare una svolta alla sua vita; sorrise nuovamente, anche perché nel frattempo il cielo si era nuovamente rannuvolato e le prime gocce di pioggia punteggiavano la strada, interpretò quel segno pensando che ognuno è padrone del proprio destino.
    Anna stava fissando Giuseppe da qualche minuto e senza rendersene conto riprese il discorso da dove l'aveva lasciato prima di smontare dal turno "Sai Giuseppe, non ti ho detto tutta la verità. Tuo fratello, che ti adorava, aveva espresso più volte il desiderio di morire per lasciarti libero di realizzare i tuoi sogni e i tuoi desideri, mi ha sempre parlato di te come di un ragazzo buono e gentile. Poco fa ho incontrato sulla metrò una donna che mi ha raccontato un fatto accaduto ieri sera e ti ha dipinto come un ragazzo sensibile e sorridente, io non voglio credere che tu abbia commesso quello di cui sei accusato, non puo essere. E poi c'è un'altra cosa che ti ho nascosto: ero talmente entrata in sintonia con tuo fratello che tutto quello che lui provava per te lo sentivo anche io. Mi mostrava le tue foto, mi parlava dei tuoi modi e, lo confesso, mi sono innamorata di te" Anna si fermò un attimo ad ascoltare, aveva captato un rumore provenire dall'esterno della stanza e per precauzione uscì a controllare; era solo il militare che era venuto a dare il cambio al suo collega "Tutto bene signorina?" Chiese l'uomo "Si, tutto bene" Rispose gentilmente lei senza aggiungere altro  e poi richiuse la porta dietro di se e riprese a parlare "Io ti amo Giuseppe, lo so che è strano, non ci siamo mai visti prima, ma è così e ieri sera, quando ti hanno portato da me in fin di vita e ho saputo cosa era successo, mi è crollato il mondo addosso" Anna si avvicinò al letto e prese tra le sue mani una mano di Giuseppe "Ti prego, riprenditi. Sono sicura che tutto si risolverà per il meglio" In quel momento la ragazza senti la mano del ragazzo stringere le sue, pensò ad un movimento dovuto a uno spasmo ma poi udì uscire dalle labbra del ragazzo un'unica parola dolcemente sussurrata "Grazie" e il volto di Giuseppe si riempì di lacrime.
    Livia aveva trascorso la mattinata lavorando come al solito ma, pervasa da una nuova carica, sentiva di voler urlare al mondo che sarebbe cambiata e che si sarebbe aperta al prossimo. A breve avrebbe avuto la prima prova per verificare la bontà del suo intento, doveva concludere l'incontro interrotto il giorno prima.
    Anna, che nel frattempo si era appisolata seduta al fianco di Giuseppe, fu svegliata dal rumore di passi che si stava avvicinando alla stanza e dopo pochi istanti la camera fu invasa da cinque persone: con il dottore che poco prima le aveva fatto la ramanzina c'erano l'infermiere di turno, poi un militare chiaramente di grande importanza ed un signore ed una signora che immediatamente identificò come i genitori di Giuseppe e Carlo, suo fratello deceduto. Fece per spostarsi immediatamente ma il dottore le chiese di stare tranquilla; era tutto sotto controllo. La signora si avvicino al figlio immobile sul letto e con le labbra ne sfiorò la fronte, mentre le lacrime inumidirono il viso del ragazzo. "Non piangere mamma, sto bene" La donna si ritrasse quasi spaventata all'udire quelle parole e contemporaneamente cercò con lo sguardo il dottore che a sua volta aveva stampata in viso un'espressione incredula ma immediatamente prese in mano la situazione. Ordinò a tutti di lasciare la stanza, trattenendo con se solo l'infermiere e ordinando ad Anna di correre subito in reparto ad avvisare i suoi colleghi di raggiungerlo immediatamente. Nel volgere di pochi minuti la stanza di Giuseppe si riempi di un nugolo di dottori ed infermieri e agli altri non restò che allontanarsi. Si trovarono così a bere un caffè nella zona dei distributori automatici dove, in forma confidenziale, il comandante dei carabinieri stava informando i genitori dei ragazzi di avere raccolto sufficienti prove per ritenere che Carlo fosse morto alcuni istanti prima dell'arrivo di suo fratello e quindi, con tutta probabilità, sarebbero cadute velocemente le accuse di omicidio lasciando però  il dubbio sulle reali intenzioni che avevano spinto Giuseppe a barricarsi in camera e poi a tentare il suicidio. Anna era riuscita, senza dare nell'occhio, ad avvicinarsi ed ad ascoltare quella conversazione privata e nell'udire quelle novità il suo cuore sobbalzò dalla gioia; Giuseppe non era un assassino. Nel frattempo uno dei dottori uscì dalla stanza in cui era allettato il ragazzo e con aria trionfale informò i presenti che il paziente era miracolosamente fuori pericolo.
    Livia accolse nella sala riunioni i professori e i genitori, o comunque chi aveva la responsabilità dei suoi ragazzi al di fuori della scuola, con un sorriso e con parole distensive, non voleva che si ripetesse di nuovo la bagarre del giorno prima. Esortò tutti i presenti ad avviare una discussione civile e concisa, era decisa a risolvere la questione in poco tempo così da evitare ulteriori tensioni ed infatti si risolse tutto nel migliore dei modi lasciando soddisfatti tutti i presenti e Livia riuscì quindi a congedarli con il sorriso sulle labbra. Dopo aver lasciato la scuola si diresse verso la metrò e appena raggiunta la fermata incontrò lo sguardo di Anna che le corse incontro e la abbracciò e Livia, nonostante la sorpresa di quel gesto, la accolse tra le sue braccia e sentì un calore sprigionarsi dal cuore della ragazza. "Dimmi Anna, tutto bene?" le chiese mentre salivano in carrozza.  La ragazza iniziò a raccontarle gli ultimi avvenimenti nei minimi dettagli, sentiva di potersi fidare di quella donna e anzi, voleva condividere con lei la sua gioia; le due donne erano talmente prese che non si accorsero del tempo che scorrevae solo quando giunsero al capolinea si resero conto di essere rimaste sole sul vagone. Sorprese da quell'inconveniente ma per nulla demoralizzate, presero a ridere fino alle lacrime e a quel punto Livia propose "Visto che siamo qua potremmo trovare un locale e fermarci a mangiare qualcosa, che ne dici?" "Ok Livia, oggi è un giorno speciale, festeggiamo" Mentre scendevano dalla carrozza Livia afferrò una mano di Anna e parlò con voce calma e serena, come non faceva da tanto tempo "In realtà tutti i giorni sono speciali, ogni giorno ci regala qualcosa, le persone che ci circondano hanno la loro storia e tutti, dal primo all'ultimo essere umano, hanno il diritto di viverla poterla raccontare. A noi il compito e la forza di saperli ascoltare e capire" Livia sorrise, Anna la stava fissando con aria interrogativa "Con il tempo, cara la mia Anna, capirai come il fatto stesso di vivere sia stupendo e tutti hanno questo diritto, di vivere e gioire, di poter sbagliare e rimediare, di perdonare ed essere perdonati. Io l'ho capito solo ora, ma ti assicuro che è una sensazione meravigliosa" Anna strinse la mano di Livia, forse aveva capito, o magari aveva frainteso, ma alla donna bastò quel gesto per farla sentire bene "Ecco un bar tavola calda!" Esclamò la ragazza mentre con delicatezza si era staccata dalla mano di Livia. Le due donne si accomodarono ad un tavolino e dopo aver ordinato qualcosa da mangiare e bere si misero a parlare come due vecchie amiche, la serenità che spigionava Livia aveva ormai contagiato anche Anna;. La serata scivolò via rapida e tranquilla e quando fu il momento di lasciarsi Livia capì che per anni aveva giudicato le persone senza mai conoscere la loro storia fino in fondo. Quei pensieri la accompagnarono fino ad un istante prima di addormentarsi e la mattina seguente, quando si svegliò di buon'ora, esclamò a gran voce "Eccomi mondo, sono pronta!"

     
  • 13 gennaio 2016 alle ore 15:42
    Un'altra occasione

    Come comincia: Il vento caldo sollevava polvere e foglie secche in quel soleggiato pomeriggio di metà gennaio, era un inverno anomalo; lei ricordava quelli freddi passati da ragazza con tanta neve e ghiaccio, altri tempi.
    Adesso stava osservando attentamente i soliti uccellini che bisticciavano sul suo terrazzo dove aveva volutamente lasciato del pane secco oggetto della contesa e per qualche istante sorrise spensierata, finché i due volatili sparirono alla sua vista dietro la parete divisoria del montacarichi che poggiava su un lato del balcone.
    Abitava in una vecchia palazzina di tre piani sprovvista di ascensore e quel montacarichi le era stato regalato dai figli dopo la tragedia che l'aveva costretta sulla sedia a rotelle e resa vedova; l'auto che li investì mentre passeggiavano non lasciò loro scampo, suo marito morì sul colpo e lei si ritrovò paralizzata alle gambe.
    Il giorno del funerale lei era ancora ricoverata in ospedale e dopo la funzione i quattro figli si recarono a farle visita.
    "Doveva morire vostro padre per farvi ritrovare nuovamente tutti assieme" Tuonò lei con le lacrime agli occhi. I figli risposerò con le solite frasi di cortesia e dopo alcuni minuti si congedarono alla spicciolata senza mai menzionare il montacarichi. Fu così che una volta dimessa dall'ospedale trovò quella sorpresa: aveva la mente annebbiata e i ricordi confusi e in cuor suo sperò che quel gesto fosse l'inizio di un nuovo rapporto con loro.
    Erano passati quasi 3 anni da quel giorno, la figlia più anziana era tornata subito in Brasile con la sua compagna; non la vedeva ne sentiva da allora. Il figlio più giovane era rientrato in galera dopo aver usufruito di un permesso speciale per assistere al funerale del padre; anche lui non l'aveva più visto, solo alcune telefonate per gli auguri, ma capiva dalla sua voce che avrebbe preferito non sentirla. Da circa un mese era libero, aveva scontato la sua pena, ma non si era ancora presentato da lei e forse era meglio così. Pietro, l'altro figlio, da alcuni anni si era trasferito all'estero per motivi di lavoro con l'intera famiglia, la crisi aveva colpito duramente tutti i settori e la distanza aveva ulteriormente raffreddato il loro rapporto già logorato da anni di incomprensioni. Restava solo la secondogenita che, al contrario degli altri fratelli, abitava a poca distanza da lei, non aveva motivi particolari di dissidio e viveva una vita tranquilla ma, nonostante ciò, si faceva vedere di rado e solo perché le sue due figlie chiedevano di passare del tempo con la nonna.
    Queste riflessioni la gettarono nello sconforto, gli uccellini adesso erano tornati e sembrava avessero raggiunto un accordo dividendosi il tozzo di pane secco come si conviene a chi vive insieme e condivide tutto; quella vista le fece salire le lacrime agli occhi e per evitare di piangere si accese la televisione convinta di distrarsi un po', speranza immediatamente disillusa dalla pochezza dei programmi proposti.
    Spense allora l'apparecchio e si decise a cominciare la lettura di un libro che le aveva regalato la signora Adele, vedova anch'essa, che condivideva lo stesso pianerottolo.
    Avevano trascorso insieme il Natale appena passato, l'aveva invitata a pranzo, una cosa semplice e senza pretese, più che altro un'occasione per stare insieme. La signora Adele si era presentata con un panettone acquistato al discount e con un pacchettino regalo, un libro dal titolo eloquente <Meglio soli o male accompagnati?> Anche il giorno di Natale avevano discusso su quell'argomento, la sua amica credeva che restar soli fosse una condizione peggiore del più brutto dei mali e sosteneva che pur di avere compagnia sarebbe stata disposta a stare col suo peggior nemico. Lei invece continuava a sostenere la sua idea "Cara Adele, dai retta a me: meglio soli che male accompagnati" Ed infatti era talmente sola da non aver più neppure dei nemici; non avrebbero mai trovato un punto d'incontro sulla questione.
    Controvoglia cominciò a sfogliare quel libro, le prime pagine descrivevano storie vere di persone restate sole per i più disparati motivi, gente che aveva preferito l'oblio alla speranza di continuare a vivere. Sopraggiunse la stanchezza e sentì gli occhi affaticati, decise allora di sospendere la lettura e quella scusa la fece sentire meno in colpa nei riguardi della sua amica, stava leggendo solo per non urtare la sensibilità di Adele.
    Si stava apprestando a preparar qualcosa per cena quando squillò il telefono, raggiunse il cordless appoggiato sul tavolo e rispose con voce squillante, quello era l'orario dei call center "Pronto" Rispose speranzosa "Mamma?" Era sua figlia "Anna?" Chiese stupita "Si, aspettavi altre chiamate?" Ovviamente no e la figlia lo sapeva, inutile spiegarle che per lei quello era il momento dei call center, la sera prima si era intrattenuta per quindici minuti con un ragazzo che voleva farle cambiare fornitura di energia elettrica ma alla fine era stato lui, disperato, ad interrompere la comunicazione. "Dimmi Anna, cosa vuoi?" Ormai sapeva che quando la chiamavano era sempre per qualche ragione precisa e il suo cuore si era indurito anche con i figli "Volevo solo sapere come stai. Sei a casa stasera?" "No Anna, stasera vado a ballare il latino-americano" Rispose seccata "Scusa mamma, intendevo dire se sei da sola o se viene la tua amica Adele" "Stasera lei non c'è" "A si, e dov'è?" "Quante domande, insomma Anna, cosa vuoi?" "Sei sempre la solita, volevo solo parlare un po' con te" "E allora vieni a trovarmi, sai dove abito, o devono dirtelo le bambine?" Anna non rispose, ma lei sentiva che era dall'altro lato dell'apparecchio con il fiato corto e sapeva che qualcosa stava bollendo in pentola "Si mamma, hai ragione. Lo sai che Roberto è uscito di galera?" Ecco dove voleva andare a parare "Certo che lo so, è fuori da un mese e non si è degnato di passare a salutarmi, il solito Roberto" "Ha avuto dei problemi" "Sai che novità" "No mamma, lasciami finire. Sta provando a rifarsi una vita, ma è dura" "E tu che ne sai?" Conosceva già la risposta ma voleva vedere fino a che punto la figlia avrebbe retto quella situazione "Roberto sta da me, da quando è uscito e adesso" Non le lasciò finire la frase "E adesso ne avete piene le scatole e vorreste scaricarlo da me, giusto?" Anna non ebbe la forza di ribattere, lei accolse quel silenzio come una conferma e poi interruppe la comunicazione.
    Minestra di verdure con un po' di formaggio, una cena frugale mentre alla televisione passava il solito programma con concorrenti impegnati a rispondere alle più disparate domande. Osservava le immagini ma il suo pensiero era rivolto alla telefonata ricevuta dalla figlia; dove aveva sbagliato? Cosa aveva fatto mancare ai suoi figli per essere ridotta in quella condizione? Terminò la cena e rassettò la cucina, decidendo infine di sistemarsi sulla poltrona; era invalida ma grazie a degli attrezzi miracolosi in casa aveva una certa autonomia. Dallo schermo arrivavano i rumori del pubblico che acclamava il nuovo campione del programma ma lei raggiunse con una mano il libro della sua amica e lo tirò a se. Le mancava Adele, di solito alla sera si tenevano compagnia bevendo una tisana, ma la sua amica da qualche tempo si era unita ad un gruppo di volontari che aiutavano le persone disagiate e quindi alcune sere rientrava tardi. 
    Senza convinzione riprese a leggere dal punto in cui si era interrotta costringendosi ad andare avanti e senza rendersene conto dopo alcune pagine era completamente immersa nella lettura. Fu sopraffatta dal sonno proprio mentre terminava la vicenda di un tale che, dopo aver perso tutto, famiglia, lavoro ed amici si era ritrovato a mendicare per le strade della sua città. Dopo anni vissuti in quel modo un giorno aveva incontrato una donna nella sua stessa condizione, tra loro era scoccata la scintilla dell'amore e dopo parecchie traversie erano riusciti ad uscire da quella situazione; adesso gestivano un centro di soccorso per i senza tetto e per chiunque ne avesse avuto bisogno. 
    Si addormentò sulla poltrona con un sorriso sarcastico stampato in faccia, era convinta che tutte quelle storie fossero inventate.
    Fu svegliata da un rumore inconsueto, dalla finestra filtrava un filo di luce proveniente dai lampioni, con la mano afferrò il filo della lampada da tavolo e accese la luce guardando in direzione dell'orologio appeso al muro; le tre e mezza.
    Il rumore si fece più insistente e lei spense la luce, qualcuno stava cercando di entrare in casa e fu tentata di urlare per chiedere aiuto, ma una sorta di sesto senso la costrinse a tacere, in cuor suo aveva già capito.
    La porta di entrata si aprì lentamente lasciando entrare una flebile luce nella casa immersa nella penombra, lei intravide una sagoma scivolare furtiva all'interno e sentì il rumore del portoncino blindato richiudersi. A quel punto i suoi occhi si erano abituati all'oscurità e, nonostante il riverbero della pila ostacolasse la visuale sulla figura appena entrata, non ebbe dubbi e accese la lampada sul tavolo "Roberto!" Esclamò per nulla intimorita.
    L'uomo adesso era seduto sulla poltrona di sua madre e stringeva tra le mani una tazza di camomilla calda, infatti, dopo il primo momento di stupore, si era sciolto in un pianto fanciullesco e la madre l'aveva fatto accomodare senza dire una parola. Roberto sorseggiava la bevanda bollente con il capo chino, stava aspettando la sfuriata della donna, era pronto, ma lei non proferiva parola limitandosi a fissarlo con aria distaccata. Dopo alcuni minuti lui provò a dire "Mamma, non è come tu pensi" Non lo lasciò terminare "No, infatti, è peggio. Finisci la camomilla e sparisci, non farti più vedere. Sei un"  Non riuscì ad inveire contro il figlio e in quel momento capì che gli voleva ancora bene, in realtà voleva bene a tutti i suoi figli, gli mancava il marito e dal giorno dell'incidente era diventata dura ed intransigente con tutti e soprattutto con se stessa. Non era quello che voleva, sapeva di poter essere una madre migliore e tornò a porsi la domanda che ultimamente non la lasciava tranquilla un attimo; dove aveva sbagliato?
    "Scusami Roberto" si rivolse al figlio come mai aveva fatto "Non è colpa tua, sono io che ho perso ogni speranza di vivere una vecchiaia serena, di avere dei figli accanto che si prendano cura di me, senza avere il terrore di restare sola e abbandonata. Tu non c'entri, hai la tua vita, hai fatto i tuoi errori e hai pagato il giusto prezzo. Adesso finisci la tua bevanda e poi vai a stenderti sul letto della mia stanza, io resto qui, sulla poltrona. Vedrai che in qualche modo c'è la caveremo" Roberto bevve in un sorso la camomilla e poi si avvicinò alla madre sussurrandole nell'orecchio "Ok mamma, avremo modo di riparlarne"
    Di mattina fu destata dal suono del campanello della portineria, era Anna che passava a trovarla, che strano pensò. E poi perché suona, ha le chiavi, o forse no? Quando la figlia fu salita al piano bussò leggermente e lei aprì la porta. "Ciao mamma" Sussurrò la donna mentre si piegava verso di lei per darle un bacio sulla guancia "Roberto è qui?" "Si. Sei stata tu a dargli le chiavi di casa mia, perché?" Anna non rispose. Si avvicinò invece ai fornelli della cucina e preparò il caffè "Forte e amaro per te" Disse rivolta alla madre "Si". Le due donne attesero in silenzio che la bevanda fosse pronta, Anna ne servì due dosi abbondanti, diede una tazza alla madre e si accomodò sulla poltrona "E' calda" Notò la figlia "Ho dormito lì questa notte e adesso sono qui sul mio cavallo da traino" Era cosi che chiamava la carrozzella, ma tutto quel cianciare le dava fastidio, lei voleva sapere cosa stesse succedendo e perché e ad Anna bastò un suo sguardo per capire che la pazienza era finita. Trangugiò il caffè bollente ingozzandosi e non poté trattenere un forte colpo di tosse che fece finire gran parte della bevanda scura sul tavolo ed in terra. Rossa in viso e con le lacrime agli occhi chiese scusa e si affrettò a pulire tutto e stava asciugando il tavolo quando sua madre, completamente spazientita, sbuffo "Allora, mi vuoi dire cosa sta succedendo?"
    "Maria" disse Anna. Maria era sua sorella che viveva in Brasile. La donna intuì subito che era successo qualcosa a sua figlia ma non riuscì a dire nulla e allora toccò ad Anna farsi forza e riprendere a dire "Maria, mamma. L'hanno trovata morta, uccisa a colpi di pistola" L'anziana donna strabuzzò gli occhi, in cuor suo sapeva che Maria avrebbe fatto una brutta fine, ma il saperla lontana credeva le avesse indotto una sorta di indifferenza nei confronti della figlia mentre le parole di Anna la riportarono alla realtà; avevano ammazzato sua figlia e il suo cuore era straziato dal dolore.
    "Quando è successo? Chi l'ha ammazzata? E perché? Come facciamo ad andare al funerale? Me la faranno riportare a casa? E i tuoi fratelli lo sanno?" "Mamma calmati" "Maria è morta e mi dici di stare calma? Io le volevo bene, non sono mai riuscita a dimostrarle il mio affetto, ma è così, è sempre stato così" "Lo so mamma, lo sappiamo tutti" Anna abbracciò la madre ed entrambe piansero in silenzio restando così per alcuni minuti. Poi Anna, con le gambe informicate dalla posizione scomoda, si rizzò in piedi e parlò lentamente alla madre che ancora piangeva. "Mamma, Maria è stata trovata qui, in città. Era tornata per vedere te, voleva riallacciare i rapporti con la famiglia ma aveva ancora un sacco di problemi e si è rivolta all'unica persona di cui poteva fidarsi che l'avrebbe aiutata a risolvere i suoi casini" Anna lasciò in sospeso la frase, sua madre era molto più sveglia di quanto ci si potesse attendere da una donna nelle sue condizioni e capì immediatamente la verità "Roberto!" "Si mamma, si è rivolta a lui. Nonostante fosse scappata in Brasile aveva mantenuto dei contatti qui da noi con certa gente a cui doveva soldi e favori, ed infatti, a nostra insaputa, ogni tanto tornava in città per sistemare alcune faccende. Questa volta però era intenzionata a darci un taglio, voleva sistemare ogni cosa una volta per tutte e voleva anche riavvicinarsi a noi" "E tu come le sai tutte queste cose?" "E' stata da me per alcuni giorni, lei e Roberto sembravano così tranquilli e sereni, mi ricordavano i tempi in cui eravamo dei ragazzini spensierati che giocavano per strada" Un sorriso apparve sul volto della donna, quei ricordi la facevano sentir meglio. "Poi l'altra sera mi hanno detto che sarebbero stati fuori di notte per risolvere alcune faccende e ho dovuto accettare la loro decisione senza opporre resistenza" " E tuo marito? E le bambine?" "Mio marito è un brav'uomo, mi appoggia in tutto e per tutto e non commenta mai le scelte dei miei fratelli. Le bambine vedono ancora i propri zii come eroi, nonostante tutto" "Questo è successo l'altro ieri sera. Poi ieri, in giornata, Roberto è rientrato a casa stravolto e mi ha detto che Maria era andata con degli uomini in un vecchio palazzo alla periferia, ed è lì che l'hanno trovata morta".
    Roberto aveva ascoltato tutto appoggiato allo stipite della porta "Mamma, non è come credi" L'anziana donna si era isolata dal resto del mondo, gli occhi chiusi e i pugni serrati non facevano presagire nulla di buono, la conoscevano bene, ed infatti dopo alcuni istanti inveì contro il figlio "Tu, maledetto idiota, cosa cavolo hai fatto ancora? E' mai possibile che combini sempre guai? Hai rovinato la mia esistenza e quella del tuo povero padre, i tuoi fratelli hanno dovuto subire le conseguenze delle tue malefatte e adesso Maria è morta! Maledetto, vattene, andatevene tutti e due, non vi voglio più vedere, fuori da casa mia!" Anna, con gli occhi sbarrati, stava per uscire quando Roberto la fermò "No Anna, non questa volta. Resta, adesso chiariamo le cose, una volta per tutte" Le due donne restarono sorprese dal suo tono di voce, lui, il più piccolo dei fratelli, era sempre stato remissivo nei confronti dei genitori, ma stavolta sembrava un'altra persona. Si accomodò sul divano ed invitò la sorella ad imitarlo, Anna non ebbe nulla da obiettare e si mise accanto al fratello.
    "Adesso mamma mi stai a sentire" La donna avrebbe voluto ribadire l'invito ad uscire da casa sua, ma capì che c'era aria di resa dei conti.
    "Vedi mamma, fin da bambino ho capito di non essere ben accolto, di essere un errore. Quella volta papà avrebbe fatto meglio a dormire e invece no, dopo nove mesi sono nato io. Quante volte ti sei chiesta se era meglio sbarazzarsi di me? Quante volte hai pensato che l'aborto sarebbe stata la soluzione meno dolorosa da affrontare? Tante, lo so, lo percepivo già nel tuo grembo, speravo in un atto di amore ed infatti sono nato, ma non per amore, ma per clemenza. Maria dava già segni di omosessualità, Pietro aveva una forma di balbuzie acuta e Anna era ancora troppo piccola, magari sarebbe saltato fuori qualche strano morbo o chissà cosa che l'avrebbe condannata per tutta la vita. E allora perché non riporre le proprie speranze nel piccolo Roberto?" "Tu non sai quello che dici" Provò a dire la madre "Stai zitta!" Anna strinse la mano del fratello. "Stai zitta. Papà si spaccava la schiena per cercare di mantenere in piedi la baracca e tu che facevi? Sperperavi i soldi in cazzate pavoneggiandoti con amiche e amichetti, mentre io e i miei fratelli dovevamo rinunciare anche alle cose più banali" "Roberto" Provò a calmarlo la sorella" " No Anna, è giusto che ricordi, ciò che ha fatto è mostruoso" La madre lo fissò con aria interrogativa, era lui il fondo di galera, con che diritto mentiva sputando veleno? "Non ricordi nulla, vero? L'infanzia di merda che ci hai fatto passare, le umiliazioni pubbliche, gli insulti e le botte, nulla vero?" Adesso era spaesata "Anna, ma cosa sta dicendo? E' impazzito?" Anna non rispose, le lacrime scendevano copiose sul suo viso. La madre sentiva aumentare i battiti del cuore e le vene pulsare era rossa in viso e chiaramente affannata, le mancava il respiro, ma Roberto proseguì senza tregua "Sei stata tu la causa di tutti i nostri guai, tu che ci hai allontanati e hai messo Maria sulla strada ancora minorenne. E sempre a causa tua Pietro ha subito un trauma da renderlo quasi muto oltre che balbuziente. Stavi per rovinare anche Anna, ma per fortuna ha incontrato suo marito che è un uomo dal cuore d'oro e hai rovinato me, trattandomi sempre da moccioso e costringendomi a subire le tue angherie. Ed infine sei stata tu la causa della morte di papà, l'hai ammazzato tu e io sono finito in galera perché ho tentato di ripagarti con la stessa moneta" Concluse Roberto paonazzo in viso e che adesso era svuotato come un pallone bucato, Anna al suo fianco piangeva e singhiozzava rumorosamente mentre la madre era come pietrificata incapace di muoversi od emettere un solo gemito.
    Il giudice accolse le richieste dei legali nominati da Pietro Anna e Roberto, la madre, sotto la loro responsabilità, non era più agli arresti domiciliari e alla fine dell'udienza decisero di recarsi al cimitero.
    Roberto depose i fiori sulle tombe del padre e della sorella, erano riusciti a metterli uno di fianco all'altra. Anna si asciugò gli occhi colmi di lacrime e la madre allungò una mano dietro la carrozzina per afferrarle il braccio, erano passate alcune settimane dallo sfogo di Roberto e lei si era chiusa in un silenzio impenetrabile.
    "Voglio sapere tutto" Chiese in modo risoluto ai figli. Anna fissò il fratello che con un cenno la invitò a parlare, anche lei doveva liberare tutta la rabbia e la frustrazione che aveva in corpo; la madre capì quel gesto ed invitò la figlia a parlare
    "Vedi mamma, tu sei sempre stata dura e cattiva con noi e il papà. Lui ti voleva bene e sopportava qualsiasi cosa, ma noi siamo cresciuti in un clima di terrore. Quando hai spinto papà giù dalle scale causandone la morte, Roberto si è avventato su di te e nella caduta ti sei rotta la spina dorsale ed hai subito un forte trauma cerebrale che ti ha fatto perdere la memoria, e solo grazie a pazienti cure sei riuscita a riprenderti e ad essere ciò che sei ora. Quando i medici ci hanno detto che avremmo potuto farti ricominciare da capo abbiamo pensato di eliminare tutto il passato nella speranza di ricominciare una nuova vita con una madre diversa. In principio le cose andavano bene, avevi una nuova vita e la tua infermità ha agevolato il giudice che ti ha condannato agli arresti domiciliari sotto la mia responsabilità. La tua nuova situazione, i tuoi nuovi ricordi, l'affetto della mie bimbe e della signora Adele e tutta una serie di circostanze ti avevano resa sotto molti punti di vista migliore rispetto a prima. Purtroppo, però, ultimamente il tuo carattere originale ha cominciato a prendere il sopravvento e senza rendertene conto hai ripreso a comportarti male nei confronti di chiunque ti stia vicino. Anche la signora Adele si è stufata di te e dei tuoi modi e noi, che ci siamo già passati, abbiamo chiesto aiuto a dei professionisti che ci hanno consigliato di farti rievocare il passato in modo da metabolizzare le tue angherie e i tuoi errori. Maria era tornata per quello e ci avrebbe raggiunto anche Pietro, eravamo d'accordo, ti avremmo affrontata insieme. Purtroppo Maria è andata incontro al suo tragico destino, Roberto non ha retto al colpo è ha dato la colpa a te" Ci fu un momento di silenzio in cui i figli fissarono la madre che, colpita da una folgorazione esclamò "Allora eri venuto per finire l'opera! Roberto era venuto per ammazzarmi e voi lo sapevate!" I figli non dissero nulla, adesso i loro sguardi erano compassionevoli, quella donna ridotta su una sedia a rotelle era pur sempre loro madre, Anna adesso piangeva e Roberto l'abbracciò imitandola. "Perché non mi hai ammazzata, perché mi avete lasciata viva?" Anna e Roberto ormai piangevano a dirotto e l'anziana donna si girò di scatto verso Pietro che come al solito era restato in disparte ed in silenzio, la donna lo fissò e per la prima volta nella sua vita l'uomo tenne testa allo sguardo della madre che in un attimo capì tutto l'orrore e gli errori della sua vita e con le lacrime agli occhi chiese ancora "Dimmi Pietro, perché sono ancora viva?" L'uomo, con le lacrime agli occhi, inspirò rumorosamente e poi con uno sforzo estremo rispose "P-per d-darti uuun'altra ooc-casione"
    Per i restanti anni della sua vita si prodigò nel volontariato, fu una brava nonna, un'ottima amica e soprattutto una brava madre e si fece benvolere da tutti. Morì, quasi centenaria, con il sorriso sulle labbra e il giorno del funerale, dopo esser stata seppellita vicino al marito e alla figlia, Anna si accinse ad aprire quella busta che lei le aveva consegnato alcuni giorni prima "La mamma mi aveva chiesto di aprirla solo dopo la sua sepoltura" Ne estrasse un biglietto che riportava, scritte a mano e con calligrafia malferma, poche parole:
    <Grazie per avermi concesso un'altra occasione>
     

     
  • 28 ottobre 2015 alle ore 10:19
    Ai miei tempi

    Come comincia: "Alzi la mano chi non si è sentito dire almeno una volta nella vita <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> Pochi, vero?"
    Aspettò la reazione dei presenti, una trentina in tutto, che non ebbero nulla da obiettare. Si sistemò la chioma fluente color rame e si tolse gli occhiali con entrambe le mani fissandoli tutti; li aveva in pugno e la cosa la eccitava parecchio. Concluse dicendo "Bene, la prossima volta ci concentreremo su questo punto. Grazie per l'attenzione, vi auguro una buona serata" I presenti ricambiarono e con ordine si avviarono verso l'esterno della grande stanza.
    Lei uscì per ultima, spense le luci e chiuse la porta a chiave, le avevano assegnato quell'incarico e lo eseguì con attenzione. Fuori, nel lungo corridoio dell'università, si era formato un piccolo capannello di ragazzi vicino al distributore di bevande, l'ora tarda e l'argomento impegnativo avevano messo alla prova la resistenza di tutti; anche lei si avvicinò e uno dei presenti, un ragazzo sulla ventina d'anni, le chiese "Posso offrirle un caffè prof?" Lei fece un cenno affermativo "Volentieri Giulio" Dopo alcuni istanti stava gustando la forte bevanda calda.
    Rientrò a casa e aspettò un attimo sulla porta d'entrata, lui non si fece attendere e appena arrivato la prese con forza e la trascinò in camera da letto, la sua irruenza e la sua foga giovanile le provocavano un'immensa eccitazione e dopo aver fatto l'amore con passione fino allo sfinimento si abbandonò, abbracciata al ragazzo, ad un sonno ristoratore
    Era sabato mattina e doveva far lezione presso il liceo del quartiere, mentre lui avrebbe dovuto presentarsi in università per ascoltare un relatore, ma ovviamente non si svegliò.
    "Eh giovanotto, così non va. Gli impegni sono impegni" Le sussurrò lei con dolcezza mentre lui si stropicciava gli occhi ancora assonnato" "Che ore sono?" Chiese lui vedendola in piedi e già pronta per uscire "Sono le 8 e 30 caro. Io alle 9.00 ho lezione e ne avrò fino alle 13.00. Tu fai pure i tuoi comodi, ma al mio ritorno ti voglio fuori di qui" "Ma, Alice?" Provò ad obiettare lui "Niente ma, signorino. Il fatto che tu abbia accesso al mio letto non significa che sia mio ospite, quindi ripeto: al mio ritorno ti voglio fuori di qui e lascia tutto in ordine altrimenti sono guai" Lui chinò il capo e lei le poggiò la mano sulla testa accarezzandolo teneramente "Dai, mi faccio sentire io, una di queste sere vieni qui a cena e poi si vedrà" Lui alzò il capo con lo sguardo di chi aspetterà ardentemente quel momento. Non si disserò più nulla e lei uscì di casa per raggiungere la scuola a piedi.
    Il breve tragitto, circa 10 minuti di camminata, le serviva spesso per riflettere sulla sua vita. Professoressa di lettere, con un'altra laurea in psicologia nel cassetto e con la passione per la psicoanalisi e l'introspezione, a 38 anni era una splendida donna senza legami fissi e viveva intensamente tutte le sue giornate. In quel periodo l'università di psicologia le aveva assegnato una cattedra serale per delle lezioni extra corso da tenere a quegli alunni interessati ad argomenti non propriamente didattici e lei aveva accettato immediatamente l'incarico, fu lì che conobbe Giulio, il ventenne che si portava a letto da ormai alcuni mesi.
    Arrivò a scuola puntuale e al cambio dell'ora, quando la campanella avvisò l'intero istituto che la prima ora era finita, lei era già davanti alla porta della 3°D. Il suo collega di informatica quasi la investì uscendo dall'aula, era un piccolo uomo  sulla quarantina, uno di quelli che passano inosservati in mezzo alla gente, ma lei sapeva che a suo modo era un genio e stavolta lo sorprese chiedendogli "Professore, sempre di corsa. Ha da fare domani sera? Il PC di casa mia è in panne e se non le creo disturbo la inviterei volentieri a cena, poi potremmo dare un'occhiata a quell'aggeggio infernale, con tutta calma ovviamente" Il professore diventò rosso come un pomodoro maturo e quasi balbettando riuscì a rispondere "Si, ok, va bene. A che ora posso venire da lei?" "Alle 19.00 andrà benissimo e mi dia del tu, siamo amici io e lei" "D'accordo, ci sarò" Si limitò a rispondere sempre più impacciato.
    La scena non era sfuggita agli alunni della sua classe e appena tutti furono seduti una voce si levò dal fondo dell'aula ""Lo ha fatto sprofondare nell'imbarazzo prof!" Aveva parlato uno dei ragazzi più tremendi della classe, ma lei colse l'occasione per rispondere a sua volta con una domanda a bruciapelo "E voi, come vi sareste comportati? Cioè, voi maschietti, come avreste reagito al suo posto? E voi ragazze, vi sareste poste come ho fatto io?" Mentre poneva questo quesito si accomodò sulla sedia accavallando le lunghe gambe e notò lo sguardo famelico dei ragazzi e l'ammirazione da parte delle ragazze. Come previsto i ragazzi risposerò nei modi più bizzarri e fantasiosi, era un caldo sabato di maggio e anche loro avevano bisogno di staccare un po'. Nel frattempo le tornarono alla mente le reazioni dei ragazzi dell'università alle domande che aveva posto loro la sera prima e decise di provare a fare lo stesso con gli alunni del liceo. Fu sorpresa nel constatare che, nonostante il clima da rompete le righe che si era creato in classe, posero tutti attenzione a quelle domande e in un attimo la stanza si trovò immersa nel silenzio. Stavano riflettendo, pensò lei, o non avevano afferrato l'argomento? Stava per parlare quando una delle alunne alzò la mano e disse "Mio padre profe me lo ripete tutti i giorni" "Si, anche mia madre" Si affrettò a confermare la sua vicina di banco" "E quindi?" Provò ad insistere lei "E quindi è sempre la solita rottura" Concluse uno dei ragazzi facendo scoppiare tutti a ridere. Lei colse il momento e giocò a carte scoperte, voleva vedere fino a che punto si sarebbero spinti quei ragazzi sovraeccitati dagli ormoni che spingevano a mille. "Quindi mi volete dire che ogni qualvolta che i vostri genitori, parenti o chiunque essi siano, vi rievocano i tempi andati per voi è una rottura di scatole" Adesso tutti sorrisero ma in modo più contenuto, la profe parlava sul serio.
    "Vede profe" Prese a dire uno dei ragazzi "I miei genitori sono separati e ogni volta che sto con uno di loro fanno a gara per farsi belli ai miei occhi, ma spesso nemmeno si accorgono di quello che faccio o che penso. Ma quando si tratta di riprendermi usano spesso parlare dei loro tempi: ai loro tempi non c'era il cellulare, il computer era per pochi, la macchina era un lusso e tanti altri paragoni che mi fanno arrabbiare" Il ragazzo aveva chinato lo sguardo in basso e serrava i pugni dal nervoso "Si Roberto, capisco. E tu cosa rispondi in quelle occasioni?" "Chiedo se ai loro tempi anche i loro genitori fossero separati" Calò nuovamente il silenzio, ma lei aveva rotto il ghiaccio e adesso poteva far affiorare le emozioni dei suoi ragazzi, misurò le parole e con calma riprese a dire "Certo Roberto, i tuoi genitori si nascondono dietro il ricordo dei tempi passati per coprire le proprie difficoltà. Tu però sei un ragazzo in gamba e sono sicura che supererai anche questa esperienza. Chi di noi può dirsi immune da errori e disavventure?" "Profe" La interruppe Daniela "Mia madre dice sempre che ai suoi tempi poter andare a scuola era un privilegio per pochi, bisognava lavorare per guadagnarsi la pagnotta e secondo lei io e i miei coetanei siamo una massa di smidollati senza futuro" "Si, anche mio nonno me lo ripete spesso" Rimarcò uno dei ragazzi "Dice che abbiamo tutti la schiena di vetro" "E secondo voi è vero?" Si affrettò a chidere lei "No!" Urlò una delle ragazze "Cioè, forse io non sarei in grado di fare il lavoro pesante che fanno i miei, ma i tempi son cambiati, ora si può sopravvivere senza spaccarsi la schiena" "Giusto" Confermò la sua compagna di banco "Ci sono mille lavori che non richiedono sudore e fatica" lei adesso aspettò un momento, leggeva sui volti dei giovani una sorta di aria trionfale, loro studiavano, non si sarebbero mai sporcati le mani, allora chiese "Certo Veronica, ci sono un sacco di mestieri che non richiedono fatica e dimmene alcuni ad esempio" La ragazza rispose senza esitazioni "ll suo ad esempio, non mi sembra un lavoro tanto faticoso" E tutti scoppiarono nuovamente a ridere e quando si furono calmati lei ribattè "Già, hai ragione Veronica, io non mi sporco le mani, lavoro in un ambiente asciutto e pulito, non faccio sforzi fisici ed ho anche un mucchio di ferie, sono proprio una privilegiata. E dimmi Veronica, i tuoi genitori, che lavoro fanno?" La ragazza arrossì imbarazzata e rispose a bassa voce "Mio padre fa l'imbianchino e mia madre lavora in tessitura" "Che schifo" La apostrofò lei " Mestieri non degni per una ragazza come te" In pochi capirono il suo tono ironico e quindi continuò chiedendo "Meglio il mio di lavoro, vero? Tu lo faresti Veronica, faresti la professoressa? Saresti meglio dei tuoi genitori, vero?" La ragazza era chiaramente confusa, ma rispose quasi seccata "No, non lo farei" "Infatti" affermò Alice che sentiva salire il tono della discussione e proseguì chiedendo"E quindi cosa vorresti fare? Voi tutti, cosa vorreste fare per vivere?" Nessuno rispose, adesso l'atmosfera scherzosa si era trasformata in un brusio di mugugni e lamenti e lei decise di rimettere un po' d'ordine alle loro idee. "Ascoltate ragazzi, a mio modo di vedere non importa cosa e per quanto tempo si faccia qualcosa, l'importante e che ci si dedichi con impegno e serietà. Il mondo è vario, le persone sono varie,  perciò ognuno di noi ha pregi e difetti, dovremmo cercare di valorizzare i pregi e limitare i difetti. Dunque un buon imbianchino e una buona tessitrice, sono al pari di un buon ingegnere o di un buon avvocato. Bisogna sempre cercare di dare il massimo e capire quali sono le proprie capacità per indirizzarle al meglio" La stavano ascoltando attentamente "La mia generazione, perché ahimè sono un po' più matura di voi, non aveva alcune cose che oggi avete voi, come del resto la generazione prima della mia non ne aveva altre e così via. Penso però che il nocciolo della questione sia che ogni generazione debba essere in grado di sfruttare al meglio i mezzi e le opportunità a disposizione in quel momento, le difficoltà maggiori le incontra sempre chi invecchia, perché fatica a stare al passo con i tempi" Ora i ragazzi sembravano un po' confusi, forse neppure lei capiva ciò che voleva dire e restò zitta quel tanto da permetterle di riordinare le idee, ma proprio mentre stava per riprendera il discorso una delle ragazze intervenne
    "Allora profe sta dicendo che ogni tempo ha un suo perchè, ogni generazione, pur se costretta a convivere con le altre, deve vivere il proprio tempo in base all'età e all'esperienza maturata nell'arco degli anni senza interferire con le altre, ma cercando di interagire. E' così?" Alice sorrise, i ragazzi avevano sempre una marcia in più "Sì Elisa, più o meno e ciò che intendevo dire"
    La lezione scivolò via tra domande e risposte piene di contenuti, era orgogliosa dei suoi ragazzi e dopo due ore di confronto, al cambio dell'ora, si gustò un buon caffè in sala professori, le ultime due ore le avrebbe trascorse in 1°A, ma lì avrebbe svolto una normalissima lezione.
    Rientrò a casa con la testa piena di interrogativi, Giulio nel frattempo era andato via e lei tirò un sospiro di sollievo; a volte l'esuberanza del ragazzo la trascinava in un turbine amoroso che poi le lasciava poco tempo per occuparsi delle sue faccende ma in cuor suo si rendeva conto di essersi affezionata a quello scavezzacollo.
    Il confronto di quella mattina e la spontaneità dei suoi ragazzi aveva fatto riaffiorare nella sua mente alcuni ricordi nascosti in un angolo del suo cervello, ricordi belli e ricordi brutti.
    Da ragazzina, ultima di quattro sorelle, aveva capito di essere la più carina e non perdeva occasione per mettersi in mostra provocando spesso scontri verbali e fisici tra loro sorelle. Suo padre, operaio di una fonderia, le ricordava sempre che spesso non è il fiore più bello, ma l'arbusto brutto e insignificante che sopravvive alle avversità del tempo, il bel fiore invece per preservare la sua bellezza deve sfruttare il poco tempo a disposizione per trasmettere le sue caratteristiche alle generazioni future.
    Purtroppo capì quelle parole solo il giorno in cui suo padre, coinvolto in un incidente, morì; lei aveva venticinque anni. Allora tutte le frasi, gli esempi e le immagini di suo padre distrutto dalla fatica ma sempre fiero e sorridente, le sfilarono nella mente aprendo il suo cuore e il suo cervello. Fu in quel momento che decise di laurearsi anche in psicologia, riuscendovi in poco tempo e con pieno merito. Purtroppo le sue idee, a volte troppo anticonformiste, la esclusero dal giro che contava e il suo sogno di poter aprire le menti della gente sfumò miseramente. Per fortuna non aveva tralasciato il suo impiego d'insegnante, lavoro che all'inizio le permise di sopravvivere e con il tempo iniziò a regalarle anche parecchie soddisfazioni, in fondo per lei i professori moderni sono anche un po' psicologi e con i ragazzi riusciva sempre ad instaurare un buon rapporto di fiducia traendo spesso spunto dalle loro riflessioni.
    Anche la madre ricordava spesso a lei e le sorelle come avesse provveduto, fin da giovane, alle faccende di casa, visto che purtroppo la sua di mamma era morta giovane e lei era l'unica donna di casa con il papà e tre fratelli che facevano i muratori, altri tempi ripeteva sempre. E così Alice, tra una cosa e l'altra era cresciuta come quasi tutti con in testa il ritornello <ai miei tempi si faceva, ai miei tempi si diceva> e adesso che si trovava a confrontarsi con la generazione dopo la sua, voleva sfruttare tutta l'esperienza per trovare spunti e apportare accorgimenti al suo scritto, stava infatti realizzando un testo che mirava a far integrare le idee delle nuove generazioni con l'esperienza delle vecchie, la foga dei giovani con la riflessione delle persone più mature. Alle volte rideva tra se, spesso le capitava di incontrare giovani molto più maturi di persone più anziane.
    Era sabato sera, nel pomeriggio si era sentita con alcune delle sue amiche ma aveva declinato i vari inviti a serate più o meno movimentate. Non aveva neppure voglia di stare con Giulio e stava pensando di mettersi sul divano a guardare la tivù. Fuori però il cielo era ancora chiaro e i rumori tipici della primavera, con la gente che si riversa per le strade, le fece venire un'idea folle e intrigante; alcune delle sue alunne del liceo le avevano detto di ritrovarsi spesso fuori da un locale pieno di giovani ed al sabato sera era davvero una <figata> come dicevano loro.
    Si preparò, jeans e camicetta che non lasciava molto all'immaginazione, decise allora di abbinare il tutto con una giacchetta non elegantissima ed optò per dei sandali con tacco alto, d'altronde poteva vestirsi di stracci che avrebbe sempre attirato l'attenzione, era davvero bella.
    Raggiunse il posto che le avevano indicato le sue alunne e nel volgere di un istante si trovò immersa in mezzo ad un nugolo di ragazzi e ragazze che potevano avere al massimo diciotto anni, nonostante il suo aspetto giovanile si sentì in imbarazzo e stava per alzare i tacchi quando alle sue spalle una voce famigliare la chiamò ad alta voce. "Profe! Professoressa! Alice!" Si voltò trovandosi di fronte due delle sue alunne della terza liceo "Profe, è uno schianto" "Grazie Veronica. Anche voi siete bellissime" Le ragazze non aggiunserò altro e prendendola per mano la invitarono a seguirla e lei non oppose resistenza, gettandosi nella mischia.
    Passò la serata ballando, bevendo e fece impazzire un mucchio di ragazzi che sbavavano ai suoi piedi. In preda ad un attacco di euforia si lasciò andare facendo qualche tiro di spinello e solo grazie all'intervento delle sue alunne non costrinse uno dei ragazzini ad appartarsi con lei.
    "Profe che fa? E' impazzita?" La redarguì severamente Veronica. Alice ebbe un sussulto, voleva risponderle che lei era adulta e vaccinata e sapeva ciò che stava facendo, ma lo sguardo severo della ragazza le fece riprendere il controllo e allora si rese conto di cosa veramente stesse succedendo: lei era bella, poteva atteggiarsi come una giovane donna e di sicuro avrebbe retto il confronto, ma la realtà era un'altra; lei, tra quei giovani, era vecchia, era di un'altra generazione, era di un altro tempo.
    "Scusate ragazze, scusate davvero. Siete state veramente gentili ad accettarmi tra di voi ed io mi sono comportata da sciocca. Vi chiedo ancora scusa" Le ragazze sorrisero e la abbracciarono come fosse una loro vecchia amica "Adesso però vai a casa Alice" "Si Veronica, vado a casa"
    Trascorse la domenica smaltendo i postumi della sbornia accovacciata sul divano, non riuscì neppure a bere un bicchier d'acqua tanto era forte il senso di nausea. Limitò il martellante mal di testa con pasticche e bustine e si ripromise di non far più una bravata del genere e per fortuna Giulio era via quel giorno, non avrebbe retto la sua presenza. Si addormentò ad un'ora imprecisata del pomeriggio e fu svegliata dal suono penetrante del citofono. Si alzò e si trascinò fino alla cornetta "Si? Chi è?" Riuscì a biscicare a malapena "Sono Marco, il professore d'informatica. Ricordi il nostro appuntamento?" Esitò nel pronunciare quell'ultima parola e nonostante l'appannamento ad Alice sfuggì un sorriso, quell'uomo era tanto timido. "Si certo" mentì spudoratamente "Sali, stavo finendo di fare la doccia. sto al secondo piano, ti lascio la porta socchiusa"
    Sentiva il rumore dell'acqua della doccia, esitò un istante ma poi entrò con decisione e richiuse la porta dietro di se. Restò lì in piedi per una decina di minuti, poi lei usci dal bagno, avvolta in un accappatoio striminzito e lui non poté far a meno di ammirarla in tutta la sua bellezza. Lei arrossì, era abituata agli sguardi famelici degli uomini, ma lui la stava guardando in un altro modo. "Scusa Marco ma oggi sono stata poco bene" Lui aveva già notato il disordine che regnava in casa, tipico di chi aveva passato la notte fuori facendo baldoria e non si era preoccupato di riordinare
    "Se vuoi torno un'altra volta" disse lui candidamente. Qualcosa nel suo sguardo e nella sua voce però, avevano colpito Alice che invece rispose "No Marco, resta con me. Anzi, se non ti chiedo troppo puoi prepararmi qualcosa per il mal di stomaco? In cucina troverai tutto l'occorrente" Non capì mai cosa le fosse passato per la testa in quel momento ma lui non disse nulla e si dileguò in cucina. Lei si sdraiò sul divano e dopo alcuni minuti lui tornò con in mano una tazza fumante "Cos'è?" Chiese lei sorridendo "Acqua bollente con scorze di limone. Ai miei tempi era il miglior rimedio per i postumi di una sbornia" Ai miei tempi, pensò lei, mai si sarebbe aspettata una simile risposta da quell'uomo, ai miei tempi significava che anche lui era stato giovane, che anche lui aveva una storia da raccontare. "Per favore Marco, siediti vicino a me, raccontami la tua storia" L'uomo fu sorpreso da quella richiesta ma poi il suo sguardo incrociò quello di Alice e il suo cuore ebbe un sussulto, nessuno aveva mai voluto sentire la sua storia.
    "Quella sera sbocciò un tenero sentimento che ancora oggi, dopo tanti anni, mi lega a Marco. Abbiamo quasi settant'anni eppure ci vogliamo bene come allora e abbiamo viva la passione per l'insegnameto. Quindi ragazzi ricordate una cosa; non stancatevi mai di ascoltare e fare tesoro delle esperienze di chi è più vecchio di voi, anzi, usate i vostri giovani cervelli per migliorare i nostri errori e non spaventatevi di fronte ai confronti e alle difficoltà" Alice tirò il fiato e tossì leggermente "Per stasera è tutto, potete andare" I ragazzi restarono composti ai loro posti e dal fondo dell'aula si alzò la voce di una delle ragazze "Scusi profe, una cortesia, se non è stanca potrebbe raccontarci una delle sue eperienze giovanili?" Annuirono tutti e lei nonostante la sorpresa fu felice di accontentarli. "D'accordo ragazzi, statemi a sentire. Ai miei tempi..."

     
  • 27 ottobre 2015 alle ore 15:25
    Andata e ritorno con sorpresa

    Come comincia: Non è un giorno qualsiasi, è la prima volta per te. Prendi coraggio, entri alla stazione e ti sembra di esser giunta nella terra di nessuno: la paura di essere derubata o molestata dal primo passante, il senso di sporcizia, disordine e l'immancabile ritardo annunciato dalla voce gracchiante di un microfono scassato ti gettano nello sconforto più totale. Lo sapevi, dovevi prendere l'automobile, ma il viaggio è lungo e sei stanca; i tuoi amici comunque hanno promesso di venirti a prendere all'arrivo. Incroci le mani  e alzando lo sguardo invochi l'altissimo "Che Dio me la mandi buona".
    Hai pensato bene di non portarti un bagaglio troppo ingombrante, si tratta di star via un paio di settimane e il caldo persistente continuerà a lungo, quindi solo abiti leggeri e lo stretto necessario; si va al mare non serve aver con se troppa roba.
    Il cellulare vibra nella tasca dello zainetto, nella fretta l'hai infilato tra bevande e spuntini e quando riesci a recuperarlo ha smesso di vibrare, chi sarà mai? E chi vuoi che sia, è tua madre che vorrà sapere se tutto procede bene, la richiami? Si, altrimenti sai che angoscia, non te lo perdonerebbe mai. Inoltri la chiamata ma dall'altro lato nessuna risposta, succede sempre così quando non riesci a rispondere ed immediatamente provi a ricontattare chi ti cercava: nessun segno di vita. "Accidenti, mi hai cercata tu!" Spazientita stai per chiudere la chiamata quando un flebile "Pronto" arriva alle tue orecchie "Mamma!" Sei nervosa, respiri a fondo e riprendi con calma "Dimmi mamma, tutto ok?" "Si. Tu come stai?" Hai la forza di non rispondere subito in malo modo e in quei brevi istanti pensi a tua madre che ti ha messo al mondo e cresciuta con tanto amore "Bene mamma. Tra poco arriva il treno, se vuoi ti chiamo quando sarò giunta a destinazione" Non era quello che volevi dire ma ormai è fatta "Va bene, come preferisci e mi raccomando, stai attenta" "Si mamma, saluta papà, vi voglio bene"
    Hai venticinque anni ma per loro sei ancora la piccola di casa e invece ti sei appena laureata, hai già ricevuto tre proposte di lavoro e gli uomini si scornano per avere la tua attenzione e anche in quel preciso istante un ragazzo, dall'aspetto stralunato, ti sta fissando da pochi metri di distanza. Te ne accorgi e ti sposti vicino ad un gruppo di orientali tutti indaffarati con i loro cellulari ed aggeggi elettronici di vario tipo. Il ragazzo si accorge della tua mossa, sorride e tu non puoi fare a meno di notare di quanto sia carino mentre una vampa di calore ti fa diventar rossa in viso. Uno degli orientali, forse cinesi, nota la cosa e con un cenno eloquente ti indica al resto del gruppo che subito sorride; a questo punto sei diventata color rubino e istintivamente ti allontani da loro.
    Maledetto ritardo, una volta sul treno ti isolerai dal resto del mondo collegandoti alla rete con il tuo ultimo gioiello tecnologico ricevuto in regalo dai nonni il giorno della laurea. La foga e la fretta di allontanarti ti hanno portata ai margini della stazione vicino ad un gruppetto di uomini dall'aspetto poco raccomandabile, hai paura di irritarli con dei movimenti repentini e quando senti un brivido lungo la schiena e stai per urlare ecco che uno di quegli individui domanda "Hai da accendere?" "No! Non fumo!" Rispondi urlando ed arretrando come una bestia braccata "Ok, grazie" Risponde invece tranquillo l'altro. Ma che ti succede? Sei una donna, laureata per giunta, di cosa hai paura? Ma proprio mentre stai cercando di riprendere il controllo della situazione senti qualcosa, forse una mano, che stringe sulla spalla e subito ti si gela il sangue nelle vene. Ti giri di scatto terrorizzata trovandoti di fronte, con la mano tesa in segno di elemosina, una donna sporca e maleodorante; stai per scappare quando incontri il suo sguardo, quegli occhi parlano di una vita fatta di sofferenza e solitudine. Porti le mani al viso, ti hanno educata all'altruismo e al rispetto quindi afferri il tuo portafogli, ne estrai una banconota da 5 euro e la porgi nella sua mano; lei immediatamente la serra e poi si dilegua senza se e senza ma. Che ti aspettavi, dei ringraziamenti? Quella poverina deve vederne di tutti i colori e probabilmente nel suo ambiente 5 euro sono un tesoro, sarà corsa subito a nascondersi.
    Ti senti meglio, quel piccolo gesto ha scaricato le tue ansie e nel frattempo è arrivato anche il treno. Hai prenotato una cuccetta con letto per la notte, sai che con te ci saranno altre cinque persone e speri di non fare brutti incontri, sei la prima ad accomodarti, gli altri passeggeri non sono ancora arrivati, ma appena ti sei seduta entra una bella signora non più nel fiore della giovinezza. La saluti per cortesia e lei ti risponde gentilmente accennando un sorriso mentre sistema il suo bagaglio, poi infila degli occhiali da vista e si immerge nella lettura di un libro. Un libro, pensi, che strano modo di far passare il tempo, tu hai già collegato il cellulare alla rete e ti pregusti un viaggio tranquillo, ma proprio mentre la mente si sta eclissando dalla realtà nello scompartimento irrompe rumorosamente un bambino di colore che avrà si e no 5 anni. Lo fulmini con lo sguardo mentre lui ti fissa con i suoi occhioni innocenti spaventato dalla tua espressione e subito una mano lo afferra e una voce squillante lo richiama a se. Un uomo possente ma dall'aspetto gioviale chiede scusa per l'irruenza di suo figlio, parla un buon italiano e subito dietro di lui appare la figura di una bella donna che si presenta come la mamma del bambino. Ok, pensi, vi siete presentati, adesso tenete a bada il marmocchio che non voglio essere disturbata. Al contrario di te la signora anziana accoglie la famigliola con sorrisi e cortesia e subito ne nasce uno scambio di battute che tanto ti infastidisce.
    Cosa me ne frega di chi siete, cosa fate e da dove venite. Appena sarò scesa dal treno non vi vedrò mai più, quindi non rompetemi le scatole e mentre fai questi pensieri ti sei messa le cuffiette ed hai alzato il volume del tuo apparecchio.
    Il treno si mette in movimento e lentamente prende velocità, sei talmente isolata dal resto del mondo che non ti sei accorta che manca il sesto passeggero e quando te ne rendi conto sospiri di sollievo, uno scocciatore in meno.
    Dopo circa dieci minuti dalla partenza ti alzi, prendi con te lo zainetto e ti dirigi verso il bagno, ti fa un po' schifo l'idea di dover entrare in quel piccolo sgabuzzino, ma non puoi pensare di affrontare tutto il viaggio senza mai utilizzarlo, meglio rompere subito il ghiaccio. Dopo aver affrontato quella difficile prova ti avvii verso il tuo scompartimento con la speranza di trovare un minimo di silenzio, da quando siete partiti quei quattro non hanno mai smesso di parlare un attimo e quando arrivi a destinazione trovi una sorpresa, il sesto passeggero è il ragazzo che ti fissava alla stazione. Istintivamente ti irrigidisci sulla soglia e lui, che si è accorto di ciò, sorride, si alza in piedi e con la mano ti invita ad accomodarti.
    Carino e pure gentile, speriamo anche riservato, forse il viaggio sarà meglio di quanto credevi. Infatti dopo un primo momento di stallo decidi di interagire con i presenti ed è così che scopri che la famigliola è di origine africana, poco ti importa di quello che dicono ma il belloccio vicino a te pare interessato e non vuoi sembrare scortese cercando anzi di partecipare attivamente alla conversazione. Il ragazzo parla bene, è istruito e in pochi attimi il suo carisma cattura l'attenzione di tutti i presenti, anche il bambinetto sembra affascinato dai suoi racconti. Vi dice di essere figlio di buona famiglia, laureato da circa un anno, ma che non ha ancora deciso cosa fare da grande. Parla dei suoi viaggi, delle sue avventure e di come sia vario il mondo. Senza volerlo ti sei appoggiata a lui, senti il suo calore, il suo odore e in te crescono forte il desiderio e l'eccitazione tanto che anche lui se ne accorge e forse anche gli altri presenti. E' un attimo, vi alzate all'unisono e vi recate verso quello sgabuzzino che tanto ti fa schifo chiudendovi dentro. Unite i vostri corpi con foga animalesca dando sfogo a istinti da troppo tempo sopiti e mai avresti pensato di ritrovarti in una situazione del genere. Sono attimi intensi, momenti in cui ti liberi di ogni vincolo morale e quando raggiungete l'apice del piacere urli come mai avevi fatto prima. Adesso che siete paghi e soddisfatti quell'ambiente stretto e maleodorante vi fa sorridere e con movimenti scoordinati vi divincolate e vi date una sistemata. Rientrate nel vostro scompartimento a distanza di alcuni minuti l'uno dall'altra per dissimulare l'accaduto, ma le vostre facce parlano chiaro. L'anziana signora solleva leggermente lo sguardo dal libro ma ha la delicatezza di non far trasparire alcun giudizio e si rimette a leggere, mentre la coppia, sorridendo, bisbiglia qualcosa nella loro lingua e poi si mette a giocare con il bimbo. Ora lui è seduto vicino a te e senti il suo odore acre, vedi il suo corpo sudato e anche un po' sporco e ti domandi cosa ti abbia spinto a fare ciò che hai fatto e mentre ti arrovelli nel cercare delle risposte lui si è già addormentato; uomini! Pensi sorridendo.
    Il viaggio procede da alcune ore senza intoppi, lui dorme ancora, l'anziana si è appisolata mentre l'uomo è uscito dallo scompartimento col figlioletto e ti accorgi che la madre ti fissa. Infastidita distogli lo sguardo, ma lei insiste e allora ti arrabbi "Cos'hai da fissarmi?" La donna non si scompone e di rimando ti pone una domanda che mai ti saresti aspettata "Lo ami?" Lo ami? Ma cosa cavolo mi chiede, eppure il suo sguardo fermo ti costringe a darle una risposta, in fondo che ti costa? "No, certo che non lo amo" "Però ti sei donata a lui" Replica subito lei e la cosa ti fa incazzare "Si, e allora? Sono grande, vaccinata e faccio ciò che mi pare" Hai urlato svegliando la signora dal suo torpore, lui no, dorme come un ghiro. "Mio marito mi ha comprata" Dice la ragazza con naturalezza "Da noi è ancora pratica comune, ma non credere che siamo dei selvaggi. Prima di arrivare a ciò ha dovuto superare delle prove per ottenere il benestare della mia famiglia ma soprattutto il mio. Lui mi rispetta, come moglie e come donna, e io rispetto lui. Non so cosa voglia dire amore per voi, noi però ci vogliamo bene" Sei turbata, cosa centra quella storia con te? Perché ti ha detto quelle cose? "Sapete" interviene a bassa voce l'anziana "Io facevo il mestiere" e per conferma ribadisce "La prostituta" e appena vi vede pronte ad ascoltarla prosegue "La mia è una famiglia ricca, da generazioni. Non mi mancava nulla, tantomeno gli uomini, eppure dopo aver provato per gioco a vendere il mio corpo con il tempo ho capito di essere più rispettata dai miei clienti che dagli uomini che si dicevano disposti a fare follie pur di avermi tutta per loro" Lascia in sospeso il discorso e dopo aver sospirato a fondo conclude "Adesso ho smesso, sono stanca. Raggiungo mia sorella, al mare" E senza aggiungere altro infila gli occhiali e si immerge nella lettura.
    A questo punto per te il quadro è chiaro, stai viaggiando con una schiava e il suo padrone, con una puttana e con un belloccio che dopo aver soddisfatto i suoi istinti sessuali ronfa accanto a te. Tu non sei una schiava, decidi del tuo destino, e tantomeno non sei una prostituta, il tuo corpo non lo vendi, lo dai a chi ti garba e per quanto riguarda il giramondo ti è anche piaciuto, sei una donna libera. Eppure perché non ti senti a posto con te stessa?
    Si è fatto tardi ed è ora di preparare le cuccette per la notte, senti la famigliola borbottare qualcosa prima di coricarsi, forse una preghiera e dopo aver preso posto nei rispettivi lettini il padre augura una buona notte a tutti. La signora anziana chiede di poter leggere ancora un po', non vuol disturbare con la luce accesa, si accontenterà del lumino della sua cuccetta; le fate un gesto di assenso e ti chiedi che diavolo mai avrà di così interessante da leggere.
    Non hai sonno e nemmeno il belloccio, di cui non sai neanche il nome, mostra segni di sonno, ha dormito tutta la giornata, pensi, come farà ad avere sonno? Uscita nel corridoio incontri il suo sguardo e non c'è bisogno di parole, in un baleno siete nuovamente rinchiusi nell'angusto gabinetto: lui è una furia, lo desideri, ma questa volta la tua parte razionale del cervello analizza ogni cosa, ogni istante e alla fine neppure raggiungi la pienezza del piacere. Vi ricomponete con calma, in silenzio. Di dormire non se ne parla, vi accomodate su due sgabelli e cominciate a parlare come due vecchi amici di scuola; più che altro tu ascolti, lui è un fiume in piena e continua a parlare di se, della sua vita senza freni, della sua libertà. Sprizza gioia da tutti i pori coinvolgendoti nelle sue emozioni ma quando gli menzioni la tua meta si rabbuia all'improvviso e ti confessa di essere stanco. Prima di lasciarlo andare ti rivolgi a lui in modo diretto anche se il tuo rossore in viso tradisce la vergogna. "Senti, lo abbiamo fatto due volte e neppure so come ti chiami. Io sono Silvia, e tu?" "Carlo, io sono Carlo. Buonanotte"
    Il sole sta sorgendo ad Est, la famigliola e la signora anziana sono già svegli e stanno consumando la colazione in cabina ed anche tu accusi un certo languorino. Ti alzi piano e dopo aver dato il buongiorno ai presenti estrai dallo zainetto la tua colazione, un frutto e una bottiglietta d'acqua naturale, lui dorme ancora. Tra un'oretta giungerai a destinazione, dopo aver percorso tutta la penisola senza mai fermarsi, da ora il convoglio fermerà in tutte le stazioni locali. Il padre esce con il bimbo che comincia a non resistere più dall'eccitazione, probabilmente sono anche loro vicini alla meta e infatti la madre del piccolo ti chiede "Allora, stanotte hai capito se lo ami o no?" Non hai voglia di rispondere, non sai che dire, ma lei insiste "Alla prossima fermata noi scendiamo, allora?" Vi siete incontrate da alcune ore, su un treno, eppure senti che la sua non è solo curiosità femminile, lei vuole veramente conoscere la tua risposta, o forse semplicemente ti ha presa a cuore, chissà? Ok, tanto non la rivedrai più "Si, penso di essermi innamorata di lui, sei contenta?" Per tutta risposta lei si alza, recupera il bagaglio e si appresta a raggiungere la sua famiglia, ma quando il treno comincia a rallentare si ferma sulla soglia e ti fissa di nuovo con quegli occhioni profondi "No ragazza, non sono contenta. Ti auguro buona fortuna, ma stai attenta, lui non ti porta rispetto" E senza aggiungere altro se ne va lasciandoti con quel dubbio. Quando il treno riparte hai già sistemato il tuo bagaglio, vuoi essere pronta per quando sarà il tuo momento di scendere, non hai dato seguito alle parole della ragazza africana, hai rimosso tutto e ti sei concentrata sul pensiero di lui, affascinante, avventuriero e caliente, forse ti stai proprio innamorando. Con la coda dell'occhio noti l'anziana signora riporre il suo dannatissimo libro nella borsa e con calma olimpica preparare il suo bagaglio, anche lei ti ha osservato. "Tra poco tocca a me scendere, vi lascerò soli per un po'" Parla a bassa voce, come sempre "Se ho capito bene ti sei innamorata, giusto?" Oddio anche lei, ma che gli prende alla gente, perché non si fa gli affari propri? Ti costringi a stare calma, in fondo è stata una compagna di viaggio educata ed assolutamente non fastidiosa e non rivedrai più neppure lei. "Si, mi sono innamorata e appena saremo soli lo obbligherò a dirmi dove vive e cosa fa" " E poi andrai a vivere con lui?" Ti anticipa lei "Chi lo sa?" Ti limiti a rispondere.
    Il treno rallenta fino a fermarsi e la signora con calma si appresta ad uscire dallo scompartimento, ti offri di accompagnarla "Grazie ragazza, faccio da sola. Ti auguro tanta felicità, ma ricorda, quell'uomo non ti rispetta" E nel dirti ciò estrae il suo libro dalla borsa e te lo infila nello zaino.
    Il treno riparte, la prossima fermata è la tua e mentre sei immersa nei tuoi pensieri lui si alza, si da una sistemata e prepara le sue cose "La prossima fermata è la nostra" Dice. Il tuo viso si illumina come un faro, ecco un segno del destino, se scende con te avrai di sicuro modo di rivederlo quindi pensi di esporre subito i tuoi pensieri. "Senti Carlo, io pensavo.." "Di rivederci una volta scesi dal treno?" Ti interrompe bruscamente "Di dare un seguito a quello che è accaduto stanotte? Di provare ad uscire insieme? No Silvia, non hai capito nulla, tu per me sei stata solo una bella avventura. Io non amo i legami fissi, anche se in realtà ho una fidanzata a cui voglio molto bene e che a modo mio amo sinceramente, ma lei è una ragazza semplice e garbata e magari un giorno, quando sarò stanco di questa vita, la sposerò e ci farò dei figli, ma oggi mi sento uno spirito libero e tu sei l'ennesima preda cascata nella mia rete" Talmente è stato duro e diretto che non hai la forza di replicare. In cuor tuo lo sapevi che sarebbe finita lì, ma sentire quelle parole uscire dalla bocca di colui a cui hai donato tutta te stessa ti ferisce e in quell'istante ti tornano alla mente le parole delle due compagne di viaggio: quell'uomo non ti rispetta!
    Il treno rallenta, negli ultimi minuti di viaggio nella cabina si era creato un clima surreale e ti sembrava di essere sospesa in un universo parallelo. Lui non ti ha più degnata di uno sguardo e adesso i tuoi movimenti sono quelli di un automa; il convoglio si è fermato e lentamente scendi dalla scaletta ripida e stretta e subito vieni avvolta da una vampa di calore e nelle orecchie rimbomba forte il tuo nome "Silvia! Silvia!" Sono le tue amiche Cinzia e Anna che ti corrono incontro a braccia aperte e subito ti sommergono di abbracci e baci, ma sei ancora in stato confusionale per la faccenda con Carlo. "Carissima, come stai? Come è andato il viaggio? Gli altri sono al villaggio che ti aspettano, abbiamo un sacco di sorprese per te e la prima la vedrai tra poco" Cinzia è il solito fiume in piena, neppure volendo potresti tenerle testa, men che meno adesso che hai il morale sotto i piedi, al contrario Anna è più silenziosa del solito, dopo gli abbracci iniziali si è messa in disparte come se attendesse una punizione. Cinzia vi conosce e subito interviene. "Che avete voi due? Allora Anna, vuoi dirle la novità o devo pensarci io?" Osservi Anna che a testa bassa traffica nervosamente con il suo cellulare e poi tutto d'un fiato esclama "Mi sono fidanzata!"
    Anna la timida, Anna la secchiona, ma anche Anna la bella ragazza e soprattutto Anna dal cuore d'oro. Ti torna il sorriso e subito la abbracci "Sono contenta per te, che tipo è" "Oh, tra poco lo conoscerai" Interviene Cinzia che proprio non riesce a stare zitta "Era sul tuo stesso treno"
    Vi raggiunge con il suo intercedere caracollante e lo sguardo stralunato, l'orribile presentimento che ti aveva colto pochi istanti prima si è materializzato davanti a voi. "Lui è il mio ragazzo" Riesce a bisbigliare la cara Anna che poi vi presenta "Lei è la mia amica Silvia" Ti viene da vomitare ma reciti la tua parte alla perfezione e allunghi la mano afferrando la sua "Lui è Carlo" conclude Anna rossa in viso.
    Siete in spiaggia, la brezza marina ti da un gran sollievo, è una magnifica giornata e mentre sono tutti in acqua tu preferisci restartene distesa sul lettino ad arrostire al Sole, immersa nei tuoi pensieri. Hai avvisato i tuoi genitori dell'arrivo a destinazione, li hai rassicurati e hai promesso loro di chiamarli almeno una volta al giorno, li hai fatti contenti.
    Quando frequentavi il liceo hai avuto una breve ed intensa storia con un ragazzo che allora ti sembrava l'amore della vita: il tuo primo rapporto completo, le promesse e i sogni da adolescenti, il tutto condito da picchi di gioia e dolore. Vi eravate lasciati dopo circa un anno, senza un motivo preciso, forse solo perché stavate crescendo e cercavate nuove esperienze. In fondo lo avevi amato intensamente e tutt'oggi quando vi capita di rivedervi passate momenti di spensieratezza stupendi, in effetti hai un buon ricordo di lui, delle sue tenerezze, del suo modo di sussurrarti parole dolci. Quel ragazzo ti rispettava e forse un domani, chissà?
    Quella sera uscite tutti insieme, si va in un ristorantino che vi hanno consigliato gli animatori del villaggio.
    Avevano ragione, l'ambiente è adatto a compagnie di giovani ed il cibo, accompagnato da abbondante vino, è squisito. La serata fila via liscia, tra canti, brindisi, rievocazioni di vecchi episodi e speranze per il futuro. Senza volerlo ti sei seduta vicino ad Anna che a sua volta sta accanto a Carlo e quando lui si lancia tra i tavoli con gli altri ragazzi improvvisando  un ballo senza senso ti trovi a fissare la tua amica che canta e sorride.
    Anna la timida la chiamavate, ed ora è lì che stravede per il suo ragazzo, il bel Carlo. Ci hai pensato bene, non hai colpe, non sapevi e quindi non devi farti perdonare nulla, ma quel tarlo che ti frulla per la testa ti fa male, ti sta massacrando. Bevi ancora un bicchiere di vino nella speranza di avere la forza di dire ciò che va detto e senza esitare oltre afferri delicatamente il braccio della tua amica che si gira verso di te e di nuovo ti assale quel senso di vomito "Anna" "Dimmi Silvia" "Sei innamorata di Carlo?" Per un attimo lei si irrigidisce, poi, convita che tu abbia bevuto un bicchiere di troppo ti  risponde come si farebbe ad un bambino "Che domande, certo che lo amo e lui ama me. Continua a ripetermelo da quando siete arrivati" E adesso? Chiudi gli occhi  e stringi forte i denti, poi la guardi e le dici "Ne ero sicura, ma volevo sentirtelo dire. Ti voglio bene Anna" "Anche io Silvia"
    ll treno sta per partire, si torna a casa. Stai leggendo il libro che hai trovato nello zainetto, per tutto il viaggio d'andate ti eri chiesta di cosa si trattasse e adesso stai soddisfacendo la tua curiosità. 
    Hai passato due splendide settimane in compagnia dei tuoi amici visitando posti fantastici e mangiando come un maialino. Hai visto Anna felice con Carlo, hai sopportato stoicamente Cinzia che non ha mai smesso di parlare; cara Cinzia lei si che avrebbe bisogno di un uomo.
    Con te nello scompartimento ci sono due giovani ragazze abbronzatissime probabilmente reduci come te dalle vacanze, una coppia di anziane sorelle e un uomo sulla quarantina, non bellissimo ma fascinoso. Il convoglio parte e tu ti alzi con movenze inequivocabili fissando l'uomo che immediatamente ricambia quello sguardo e capisce le tue intenzioni. Esci dalla cabina e ti dirigi verso il piccolo bagno assicurandoti che lui ti segua e poi vi chiudete dentro.
    Nel frattempo il libro che avevi appoggiato malamente sul sedile è caduto per terra ed una delle ragazze lo raccoglie per riporlo al suo posto e intravede il titolo. "Chissà che cavolata di libro è" Dice rivolta all'amica "Perché?" "Senti che titolo <Donne, fatevi rispettare>"
    Sorridono le due ragazze, mentre tu, dopo esserti data una sistemata, stai incassando il compenso per la tua prestazione.

     
  • 20 ottobre 2015 alle ore 15:47
    Due passi

    Come comincia: "Vado a fare due passi"
    Capita di usare quest'espressione per indicare la volontà di fare una passeggiata, breve o lunga che sia; ma accade sempre meno frequentemente.
    La fretta e i mille impegni della vita quotidiana, veri o presunti, impongono delle rigide tabelle di marcia che ci privano di quello che in teoria dovrebbe essere il tempo libero dedicato alla spensieratezza, oggi purtroppo si tende a voler riempire qualsiasi spazio libero con "Qualcosa da fare". Già, perché è impensabile non aver nulla da fare. Lavoro, faccende domestiche, riunioni, inviti, scuola, sport e poi il cellulare e il computer, i social e ancora il cellulare, i videogiochi e gli aperitivi con gli amici, le uscite in compagnia e gli immancabili hobby e il proprio io che trionfa.
    Più o meno siamo tutti egoisti ed egocentrici ed è impensabile fare qualcosa se non se ne ha un immediato tornaconto personale. Non mi dilungo oltre, il discorso è troppo complesso ed articolato e in fondo ognuno è libero di occupare il proprio tempo come meglio crede e preferisce, sempre però nel rispetto del prossimo.
    Dunque dicevo: vado a fare due passi.
    Il cielo grigio minaccia pioggia e forse sarebbe meglio non uscire di casa, in fondo non l'ha prescritto il dottore di dover camminare. Ma due passi dove? Sì, perché oggi si tende a programmare tutto, anche la passeggiata all'aria aperta deve avere un percorso prestabilito in modo da calcolare tempi e incontri. "Uffa" Sbuffo come un bambino, oggi ho un paio d'ore libere, non voglio programmare un accidente; esco e mi metto a camminare senza una meta precisa, senza un orario di rientro prefissato.
    Che strana sensazione, cammino per le strade della mia cittadina che è circondata dalla campagna ben tenuta dai contadini e il mio olfatto percepisce strani profumi, un misto di terra e asfalto, foglie bagnate e scarichi di auto e intento a distinguere questi odori mi ritrovo in una via secondaria e i miei occhi scorgono un giardino ben curato cui non avevo mai fatto caso. Eppure non è la prima volta che passo di lì, poi mi dico che anche io faccio parte della massa di automi che si muove su binari e percorsi ben definiti e tutto ciò che mi circonda spesso mi sfugge. Incuriosito mi fermo ad osservare quel giardino: ben curato, con vari tipi di piante e cespugli, rocce disposte a creare uno stagno artificiale e in un angolo l'immancabile focolare testimone di grigliate in compagnia. Senza rendermene conto mi sono appoggiato al recinto per osservare meglio e subito mi accorgo che qualcuno mi fissa, dalla finestra della casa una signora, presumo la padrona, mi lancia occhiate velenose; immediatamente mi sgancio dal recinto e senza fretta me ne vado per la mia strada.
    Poverina, penso, devo averla fatta spaventare, con tutto quello che si sente al giorno d'oggi mi avrà scambiato per un ladro, o per un guardone o forse più semplicemente le dava fastidio che qualcuno stesse curiosando nella sua proprietà.
    Non fa nulla, ho la coscienza a posto, se mai dovessi ripercorrere quella strada eviterò di guardare da quella parte.
    Camminare senza meta ha dei vantaggi, si può decidere all'ultimo istante se imboccare la via di destra o di sinistra, se passare sotto il porticato della palazzina o in mezzo ai giardinetti e non avere l'assillo dell'orologio e una goduria, per precauzione non ho neppure portato con me il cellulare: libero!
    Qualcosa mi dice però che la mia espressione di libertà sia vista dagli altri come un segno di squilibrio, incrocio un signore anziano e lo saluto garbatamente ma lui per tutta risposta grugnisce qualcosa e si gira dall'altra parte, avrà avuto i suoi pensieri Nel frattempo ho raggiunto un viottolo stretto e poco illuminato che attraversa una zona vecchia e mentre cammino a passo normale vedo una signora dal bel portamento camminare in direzione opposta alla mia dal mio lato di strada. Sorrido, non sono un malintenzionato e quando è a pochi metri da me mi appresto a farle un gesto di saluto, ma lei improvvisamente accellera il passo, stringendo forte a se la borsa, abbassa la testa e scarta decisa dall'altro lato della strada. Rallento il passo e mi giro a  guardarla e lei quasi si mette a correre, spaventata solo dalla mia presenza e io ci resto male e le gambe si irrigidiscono. Dopo alcuni istanti mi impongo di riprendere a camminare e pur a fatica mi avvio verso la mia meta, torno a casa, non ho più voglia di fare due passi. Rimuovo dalla mia mente quegli episodi e mi godo l'ultimo tratto di strada fischiettando con il sorriso stampato in faccia.
    Ad attendermi visibilmente in ansia c'è la mia famiglia, mia moglie, i miei figli; sono stato via per circa un paio d'ore, ma quando sono uscito loro non c'erano e quindi nessuno sapeva dove io fossi. Il fatto che poi avessi lasciato a casa il cellulare destava ancor più preoccupazione. Amo mia moglie e i miei figli , sopra ogni altra cosa.
    "Dove sei stato amore? Eravamo preoccupati"
    Appunto, dove sono stato? Cosa ho fatto? Sono stato a zonzo e non ho fatto nulla, solo camminato per il piacere di farlo e il pensiero di quell'attimo di libertà mi riempie l'animo; sorrido, ancora.
    "A fare due passi tesoro, solo a fare due passi"
    Mi guarda e sorride anche lei, ha capito il mio stato d'animo, ha sentito la mia gioia.

     
  • 25 settembre 2015 alle ore 9:15
    Felice, Franco e l'origine delle cose

    Come comincia: Dopo aver rifiutato educatamente un'ulteriore razione di cibo, Franco si sistemò sulla poltrona che troneggiava al centro della sua stanza; era una strana prigionia la sua e più passava il tempo e più veniva assalito dai dubbi. In quel periodo, isolato dal resto del mondo, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare una razza simile a quella umana ma per certi versi completamente diversa: gli Scuri. Il terrore che lo aveva assalito nei primi istanti dal rapimento, subito da parte di un gruppo di facinorosi, si trasformò in rassegnazione quando fu scambiato dagli scuri come merce di baratto, successivamente però ebbe la consapevolezza che quegli esseri non volevano fargli del male anzi, si stavano mostrando molto più sensibili degli umani stessi.
    Beatrice si era ripresa dallo stupore iniziale e nonostante avesse realizzato di aver miseramente fallito la sua missione, si sentiva in pace con se stessa. Se ne rese conto Aurora che la affiancò bonariamente e la invitò ad avvicinarsi al resto del gruppo "Tutto bene?" Chiese infatti la ragazza "Si, tutto bene" Rispose Beatrice quasi sorridendo "Voi come state?" Chiese rivolta ai suoi uomini "Un po' ammaccati ma nel complesso pronti e operativi" Rispose il più anziano che con quelle parole confermò la loro disponibilità a seguirla qualsiasi fossero state le conseguenze, parole che fecero arrossire Beatrice fiera e contenta dei suoi uomini; ma adesso voleva capire meglio cosa stesse accadendo e quindi cercò di rassicurarli "Tranquilli ragazzi, sentiamo cosa hanno da dirci i nostri carcerieri" Pronunciò l'ultima parola con enfasi, voleva davvero capire a cosa sarebbero andati incontro. Sunday fece un cenno verso Felice che comprese immediatamente le intenzioni dell'amico pur faticando a riconoscere l'uomo nervoso e poco razionale conosciuto tempo prima in quel centro commerciale; ma in fondo qui era a casa sua e ciò gli conferiva una grande tranquillità e forza d'animo. Bocassa non si intromise defilandosi fino a giungere vicino ad Aurora che, con il fiato sospeso, attendeva lo sviluppo degli eventi. Felice fece qualche passo verso il gruppo di Beatrice e quando fu sicuro di avere la loro attenzione parlò scandendo bene le parole, li aveva avvisati, non erano ancora fuori pericolo "Allora, cosa avete intenzione di fare? Volete crearci problemi o volete darci una mano? Sapete bene che non siamo noi il male da combattere quindi vi lasciamo la possibilità di scegliere: con noi da liberi cittadini o contro di noi da agenti speciali in stato di fermo" Aveva parlato con voce ferma, le sue parole avevano lo scopo di fare effetto sui prigionieri, in realtà Beatrice ebbe un sussulto e si mise a sorridere, conosceva quell'uomo e sapeva che era un tipo tranquillo e non abituato a stare al centro dell'attenzione, quindi rispose senza troppi fronzoli, consapevole della fedeltà dei suoi e convinta di fare la scelta giusta "Sto con voi. Per quanto riguarda i miei uomini" proseguì "Da questo momento sono liberi di fare le scelte che meglio credono, quindi dovrete rivolgervi a loro" Felice fu contento di quella risposta e stava per parlare agli agenti quando il più anziano di loro lo anticipò "Penso di parlare a nome di tutti; dove va il comandante andiamo noi, la sua scelta è la nostra scelta" Gli altri uomini fecero ampi gesti di approvazione, anche loro la pensavano così e Beatrice si emozionò fino alle lacrime; quelli erano i suoi uomini. La tensione svanì di colpo e Felice, chiaramente sollevato, si schiarì la voce e prese a dire "Ottimo, sono contento della vostra decisione. Non c'è bisogno che mi giuriate fedeltà, mi basta la vostra parola, non deludetemi" L'uomo stava per riunirsi agli altri quando la voce di Beatrice salì di tono, dovevano sentirla tutti "Aspettate un attimo. Prima di buttarci nelle fauci della belva vogliamo saperne di più su questa storia, altrimenti non se ne farà nulla" Per un attimo si ricreò la tensione iniziale e nel silenzio totale si udivano in sottofondo i rumori della natura che più nessuno ascolta; fu quindi Bocassa a prendersi carico di riportare la calma. Si avvicinò a Beatrice, la fissò negli occhi e la invitò a prenderle le mani, la donna parve ipnotizzata e senza rendersene conto afferrò le mani dell'altra, fu l'inizio del viaggio.
    La sorpresa iniziale non durò a lungo, i genitori di Felice erano pronti a qualcosa di strano ed eccezionale, ma la signora Maria volle subito chiarire la loro posizione "Sentite, noi vogliamo rivedere nostro figlio sano e salvo, quindi mettiamo subito le carte in tavola; voi da che parte state?" I due anziani nonni sorrisero, infatti erano pronti ad una simile reazione e la donna specificò immediatamente "Siamo con Felice e con voi, ma dovete essere pronti, perché ciò a cui andrete incontro trascende dalla vostra comprensione"
    Beatrice sembrava essersi appena risvegliata da un lungo e piacevole sonno, i tratti del suo volto erano rilassati, infatti sorrise, adesso che lei e i suoi si erano schierati Aurora pose candidamente la domanda che tutti avevano in testa "Bene Felice, e adesso che si fa?" In quei giorni le facoltà mentali dell'uomo si erano sviluppate in modo esponenziale e ora percepiva parecchie emozioni di chi gli stava vicino; Bocassa l'aveva avvisato, all'inizio sarebbe stata dura gestire le proprie azioni. In quel preciso istante da una parte percepiva l'euforia per il successo ottenuto da Sunday e la sua gente, dall'altra la perplessità perché nessuno capiva cosa stesse realmente accadendo, ma le percezione più forti, che gli davano forza e coraggio, erano l'amore e la fiducia incondizionata di Aurora. Si avvicinò a lei, la baciò su una guancia e poi si rivolse a tutti "Grazie. Grazie a tutti voi per il rischio che state correndo per me, ma non voglio approfittare ulteriormente della vostra disponibilità. Beatrice e i suoi hanno dato la loro parola e tanto mi basta, faremo squadra con loro mentre voi tornerete dalle vostre famiglie e alle vostre faccende. Grazie ancora" Ci fu un attimo di silenzio, poi Sunday fece per intervenire ma Felice lo anticipò "Vale anche per te amico, torna da tua moglie, torna ad occuparti delle tue cose, ti devo molto e non voglio coinvolgerti in questo pasticcio" Sunday sorrise "Sei proprio un italiano. Mi fermerò ancora un po' di tempo a Sokoto, non esitare a cercarmi in caso di necessità, ok amico?" "Ok amico" Si abbracciarono consapevoli del loro destino ma in cuor loro si fece largo la speranza di potersi rivedere prima o poi. Dopo aver preso commiato dal gruppo di Sunday, Felice si rivolse a Bocassa "Noi torniamo a Sokoto, vero?" "Si, il nostro uomo si trova lì"
    Franco stava studiando l'ennesimo testo antico degli scuri, la lingua, in principio per lui incomprensibile, veniva tradotta da un incaricato che aveva il compito di erudirlo, infatti, dopo l'iniziale scetticismo, adesso Franco cominciava a fidarsi di lui e con il passare del tempo era nata tra loro una sincera amicizia " ma è possibile che tu non abbia un nome?" Chiese Franco per l'ennesima volta "Per me è difficile parlarti senza identificarti con un nome, è contro la mia logica di pensiero" "Abbiamo già discusso questo aspetto Franco, il mio popolo non ha bisogno di nomi. Ma dimmi, di cosa vogliamo parlare oggi? Quale argomento ha sollevato la tua curiosità?" Franco teneva tra le mani un volume corposo scritto in lingua antica che persino il suo nuovo amico aveva difficoltà a tradurre "Ascolta Antonio, da oggi ti chiamerò così se a te sta bene" L'altro assentì "Se per te è più facile a me sta bene" "Ok. Allora, in questo periodo ho avuto accesso ad informazioni che farebbero la fortuna degli enti militari e delle agenzie governative di tutto il mondo. Ho cercato di essere razionale senza farmi condizionare ma più leggo, più scavo in profondità e più dentro di me si fa largo un'idea assurda, tanto da farmi pensare che io stia sognando, o forse, più semplicemente, lo spero ardentemente. Aiutami a capire, ti prego" Antonio non fece una piega e con voce impassibile rispose "A volte i sogni sono la proiezione della realtà e viceversa. Impara ad aprire la mente anche alle eventualità più assurde ed impensabili, allora potrai capire" E detto ciò si congedò da Franco lasciandolo in preda ai suoi dubbi.
    Maria e Aldo decisero di correre il pericolo e si dissero pronti ad affrontare qualsiasi rischio pur di aiutare loro figlio "Oh, ma non si tratta solo di vostro figlio, si tratta del destino di questo pianeta. Ora prepariamoci, si parte per l'Africa, dove tutto ha avuto inizio" L'euforia diede nuova forza e slancio a Maria che sentiva di poter spaccare il mondo, mentre suo marito Aldo cominciava ad accusare lo stress.
    L'aereo privato su cui erano imbarcati offriva tutte le comodità del caso e il viaggio sarebbe stato piacevole se non fosse che lui sentiva avvicinarsi la fine, una tragica fine. Il nonno si rivolse a lui "Cosa ti tormenta Aldo? Non ti fidi di noi?" "Conoscete già la risposta" Rispose bruscamente e sua moglie lo riprese immediatamente "Aldo!" "Scusa tesoro, ma ho la netta sensazione che tutta questa messinscena abbia uno scopo a noi oscuro e non finirà bene, me lo sento" Quelle parole segnarono il confine tra loro, Aldo non si fidava dei nonni e Maria si ritrovò a dover tenere integri gli equilibri tra le due parti "E tu Maria, cosa pensi di questa faccenda, hai anche tu dei dubbi? Non ti fidi di noi?" Chiese la nonna. Maria si costrinse ad essere diplomatica ma la sua risposta fu perentoria "Io vi seguo, ma lui è mio marito ed ho imparato a fidarmi di lui, sempre"
    Franco ebbe il tempo di ripensare all'ultima conversazione, Antonio si era congedato per assolvere a dei compiti urgenti. Sogno e realtà facevano parte di argomenti spesso dibattuti da filosofi e scienziati di varia estrazione, i grandi pensatori fin dall'alba dei tempi della ragione avevano dato grande importanza ai sogni cercando di interpretarli e metterli in correlazione con la vita reale, senza però mai riuscire a dare delle spiegazioni logiche accompagnate da fatti concreti e pensandoci bene ora rammentava come spesso lui e Felice si fossero trovati a discutere sull'argomento. Riprese in mano i testi antichi con le relative traduzioni e cercò di comprendere alcune parti poco chiare, infatti adesso, grazie al contributo di Antonio e alla sua voglia di comprendere quei misteri, era in grado di tradurre molti tratti in piena autonomia. Un piccolo volume aveva rapito la sua attenzione, tra le righe gli era parso di trovare delle similitudini con i testi antichi delle grandi religioni del nostro mondo. Si immerse nella lettura e nel frattempo Antonio tornò da lui trovandolo accigliato a rimuginare con se stesso "Qualcosa non va Franco?" "Non va niente, adesso cominciò a capire ed è giunto il momento che tu e i tuoi simili mi raccontiate la verità"
    Sokoto iniziava a piacergli, la sua gente, i suoi rumori, gli odori e i nuovi amici che lo avevano preso a cuore lo rendevano sereno. Ora sapeva che li si sarebbe deciso il destino della sua vita, l'amore con Aurora, i segreti degli scuri, tutto avrebbe preso forma a Sokoto "Devi darmi un piano" Beatrice lo sorprese assorto nei suoi pensieri "Felice! Dobbiamo agire alla svelta, tra poco sarò fuori tempo massimo e i miei superiori capiranno che li ho traditi" Anche Aurora si era avvicinata a lui e dopo aver ascoltato la donna aspettava la risposta del suo uomo che però sembrava assente "Felice!?" Provò a chiamarlo "Amore! Ci sei?" Lui la afferrò per le spalle e la tirò a se con delicatezza e allo stesso tempo la baciò sulla testa "Ho paura" Le sussurrò in un orecchio "Tranquillo tesoro, siamo tutti con te, andrà tutto bene" Felice volse lo sguardo verso Bocassa, era giunto il momento e senza aggiungere altro si allontanò con lei in direzione della sua abitazione e la reazione di Beatrice non si fece attendere "Ma dove andate? Dove stanno andando?" Chiese perplessa rivolta ad Aurora "Calma Beatrice" Cercò di tranquillizzarla Aurora "Adesso il nostro compito e quello di assicurarsi che nessuno li disturbi".
    L'aereo era atterrato senza problemi e Aldo tirò un sospiro di sollievo, non gradiva volare mentre Maria si rivolse ai nonni chiedendo dove fossero giunti "Siamo in Nigeria, ma non è qui che ci fermeremo, questa è una tappa obbligatoria, dopodiché ci trasferiremo a Sokoto, nostra meta finale" "Sokoto?!" Esclamo Aldo che al solo pensiero di riprendere il volo si sentì mancare "Sì, Sokoto, nel nord della Nigeria. E' lì che siamo diretti ed è lì che incontreremo vostro figlio" Il volo fu breve e Aldo riuscì a sopportare quell'ennesima prova spinto dalla speranza di poter riabbracciare il figlio. Maria dal canto suo aveva cercato di strappare alcune notizie in più agli anziani nonni che però si limitarono a rispondere che avrebbero trovato tutte le risposte a Sokoto, dove, una volta atterrati, furono trasferiti con un pulmino nella residenza che li avrebbe ospitati durante la loro permanenza in città. Al loro arrivo furono accolti da una donna che si inchinò servilmente davanti a loro "Bentornati signori, sono contenta di rivedervi. Loro sono i genitori?" "Si, sono i genitori di Felice, la signora Maria e il signor Aldo" La donna si rivolse a loro "E' un onore avervi nostri ospiti. Io sono Nabilah" Gli ospiti furono accompagnati nelle rispettive camere, alloggi senza troppe pretese ma puliti ed ordinati e quando più tardi i quattro si ritrovarono nella grande sala per pranzare Maria chiese alla nonna "Dov'è mio figlio?" "sta arrivando" "Ma allora Lorenza ci ha mentito, perché? "Per la sicurezza di tutti. A breve ci raggiungerà con i suoi uomini, saranno le nostre guardie del corpo; adesso siamo in territorio nemico!"
    Antonio versò nei capienti bicchieri la bevanda preparata con erbe e radici, Franco pensò che si trattasse di una specie di droga, un allucinogeno che lo tenesse sotto controllo ma Antonio lo rassicurò" Beviamo, ti aiuterà ad aprire la mente per comprendere ciò che vuoi sapere" "E tu? Perché bevi, di cosa hai bisogno, che proprietà ha questa bevanda?" Franco era di nuovo sulla difensiva, non aveva ancora digerito la questione del rapimento anche se lo avevano rassicurato; i suoi rapitori erano dei sovversivi che agivano fuori dalle regole e ancora una volta il suo nuovo amico lo stupì "Io bevo perché mi piace" Gli scuri raramente parlavano senza uno scopo ben preciso, a volte gli ricordavano gli alieni di un pianeta lontano presenti in una serie televisiva che tanto lo aveva appassionato da bambino, esseri completamente privi di sentimenti che ragionavano razionalmente guidati esclusivamente dalla logica "Ti piace, tutto qui?" "Sì" Confermò Antonio "Tutto qui" La bevanda era buona e Franco se ne servì un'altra dose che bevve in un attimo "Buona, grazie Antonio, sei un amico" L'altro sorrise "Cosa ti assilla Franco? Cosa non capisci, cosa vuoi sapere? Sono qui per aiutarti, se possibile, parla liberamente" Franco volse lo sguardo verso l'alto per non guardare in faccia il suo interlocutore, ciò che lo assillava non andava d'accordo con i suoi pensieri, con l'idea che aveva del mondo e dell'universo, la sola idea di avere dei dubbi gli faceva paura. E se qui dubbi avessero avuto conferma dalle risposte di Antonio? Quanto era cambiato il suo modo di pensare, la consapevolezza di essere stato scelto tra miliardi di persone per un compito tanto complicato; lo avevano avvertito, in quel momento alcuni individui stavano affrontando le sue stesse prove, era in corso un cambiamento radicale che coinvolgeva il mondo intero. Deglutì a fatica, aveva lo stomaco chiuso e la gola secca, poi rivolse lo sguardo verso Antonio e chiese "Dio esiste?" Antonio ondeggiò il bicchiere facendo schizzare in giro alcune gocce di bevanda scura, poi ne finì il contenuto in un unico sorso "E chi lo sa?" Rispose all'amico "Tu mi sopravvaluti. Io e la mia razza non lo sappiamo, i testi che stiamo studiando insieme non lo dicono e noi, come voi, non conosciamo tutte le risposte o una verità unica e suprema" Franco non accettò quella risposta, per lui Antonio mentiva e reagì duramente "Tu menti, mi prendi in giro. La tua razza tiene in pugno tutta l'umanità e da sempre professa l'esistenza di dei e semidei per farla sottostare al proprio volere sfruttandola per i suoi scopi" Era rosso in viso e si rese conto che l'ira l'aveva spinto a pochi centimetri dal suo amico che però non si scompose. La preparazione e l'indole pacifica dello scuro lo rendevano l'elemento ideale per sostenere una discussione con gli umani più inclini a sbalzi di umore e ad eccessi d'ira "Quali scopi Franco? Tutto ciò che fate, bello o brutto che sia è frutto delle vostre capacità, non ci sono interferenze da parte nostra e tu adesso sei pronto per sapere una prima verità" Prima di continuare si servì dell'altra bevanda e ne verso anche a Franco "La Terra era il nostro pianeta, voi non esistevate ancora e la nostra razza viveva in armonia con la natura. I nostri antichi testi narrano che un giorno, giunta dal cielo, fece la sua comparsa una nuova razza sul nostro pianeta, la razza dei chiari. Le due razze, simili ma comunque diverse, riuscirono a mantenere buoni rapporti nonostante la loro indole aggressiva li spingesse a voler dominare il pianeta. L'equilibrio si ruppe quando l'incontrollata mescolanza di sangue tra le due razze diede vita a quella che oggi conosciamo come razza umana e qualcuno, tra la mia gente, pensò di servirsi di questa razza per riprendere il dominio della Terra. Purtroppo la situazione sfuggì loro di mano, il numero degli umani crebbe senza controllo, costringendo noi a nasconderci come ratti nelle fogne e i chiari a trovare rifugio nello spazio. Stavate soppiantando la nostra civiltà prendendo il controllo totale del pianeta e la mia gente ebbe la sciagurata idea di chiedere aiuto a degli emissari della razza dei chiari che con una mossa inaspettata provò a sterminarvi, ma il risultato fu disastroso. I sopravvissuti a quella carneficina ne uscirono temprati e più forti di prima e con il tempo presero il controllo del pianeta e ciò che era, non è più; da lì nasce la storia della vostra razza che tutti conoscete mentre la mia, nel corso dei secoli e con grandi sforzi è riuscita ad instaurare buoni rapporti con parte di voi permettendoci di tornare gradualmente a vivere la nostra vita" Franco era restato ad ascoltare cercando di aprire la mente pronto ad accettare anche l'impossibile e quando il suo cervello mandò un segnale di approvazione ebbe solo la forza di chiedere "E adesso cosa sta cambiando?" "I chiari stanno tornando a fare ciò per cui erano venuti allora, sterminarci tutti e prendere possesso della Terra"
    Felice si lasciò abbracciare e baciare dai due genitori che con le lacrime agli occhi lo fissavano amorevolmente "Mamma, papà, vi voglio bene" Furono le prime parole che riuscì a dire "Anche noi Felice". "Eccoci qui , tutti riuniti" Intervenne la nonna per riportare ordine "Hai fatto un ottimo lavoro Bocassa, il nostro Felice mi sembra pronto, confermi?" "Si signora, ma ci sono ancora alcuni particolari da perfezionare" L'anziana fece cenno di aver capito, bisognava provvedere con urgenza. Si sistemarono tutti nella grande sala da pranzo, Felice stava raccontando gli ultimi avvenimenti quando a un tratto si rivolse direttamente ai nonni "Voi siete scuri, mia madre è una scura, ma mio padre è umano, cosa sono io?" Il rumore della forchetta che infilzava delle crocchette dal vassoio d'acciaio riempiva il silenzio della stanza, la nonna assaporò l'ennesima pallina dorata e dopo aver riposto le posate fissò Felice e rispose in modo glaciale "Tu sei un bastardo"
    Beatrice sembrava un leone in gabbia, lei era abituata all'azione e quell'attesa la stava snervando, avrebbe preferito essere sotto il fuoco incrociato dei guerriglieri piuttosto che starsene lì con le mani in mano. Gli altri avvertivano la sua agitazione ma nessuno osava avvicinarsi a lei rischiando di subire la sua ira, Aurora però era entrata in sintonia con Beatrice che sapeva di poter contare sulla ragazza "Senti Aurora" L'altra la anticipò "Si Beatrice, ti capisco, sei frustrata ma devi avere pazienza, stai calma" La tranquillità della ragazza era disarmante, qualcosa non quadrava "Spiegami come fai ad essere così calma e serena. Il tuo uomo è sparito da qualche ora e tu mi dici di stare tranquilla?" Beatrice era rossa in viso, la sua carnagione chiara si accendeva subito quando si inalberava, cosa tra l'altro abbastanza frequente "Non è sparito, è a casa di Bocassa, tra amici" "Ne sei convinta?" Insisté Beatrice che aveva un brutto presentimento, Aurora socchiuse gli occhi. Accompagnate dagli uomini di Beatrice, le due donne raggiunsero la casa di Bocassa e suonarono il campanello. Si presentò all'entrata Nabilah e subito Aurora si illuminò in volto "Nabilah, carissima. Ci fai entrare?" "E' l'ora della preghiera e nessuno può entrare a disturbare" Rispose senza tentennamenti l'altra "Ma io devo vedere Felice, adesso. E' venuto qui con Bocassa già da qualche ora e sicuramente ci sta aspettando" "Non vedo la signora da qualche tempo e di solito dopo le sue assenze prolungate mi avvisa per tempo prima del rientro" La ragazza diede ad intendere che aveva finito e loro dovevano togliere il disturbo. Aurora fece per replicare ma questa volta fu la compagna a trattenerla facendole cenno di non insistere mentre Nabilah la fissava; Beatrice tenne testa a quello sguardo e di rimando fece capire alla giovane che la cosa non era finita lì, si sarebbero riviste. Con il cuore gonfio di rabbia e frustrazione Aurora si convinse a seguire Beatrice e i suoi uomini, pur non avendo capito il motivo di quella ritirata in sordina.
    "Se ne sono andati?" "SI signora, ma ho avuto la netta impressione che la donna agente non abbia creduto alla mia versione" "Già. Beatrice è un avversario da non sottovalutare, il destino e gli eventi hanno voluto che si schierasse con Felice, ma noi possiamo modificare il destino a nostro piacimento, siamo vicini all'alba di una rinascita e Sokoto sarà il teatro di questo evento che cambierà definitivamente l'aspetto di questo mondo pieno di bruttezze e corruzione. Va Nabilah, assicurati che tutti ii nostri ospiti siano a loro agio ma soprattutto che non possano tentare in nessun modo di fuggire, domani arriveranno gli emissari e deve essere tutto a posto ed in perfetto ordine" La ragazza chinò il capo e si congedò dalla sua signora.
    Aurora stava urlando "Mi spieghi cosa ti è preso? Non eri tu quella che voleva prendere d'assalto quella casa? Come mai ti sei tirata indietro?" Beatrice attese un momento e rispose con calma, cercando di essere chiara "Quella non è una normale abitazione, sta per succedere qualcosa di grosso e ho la netta sensazione che in questi giorni si decideranno le sorti del mondo, dobbiamo avere pazienza e stare in guardia" "Pazienza? Tu che chiedi di avere pazienza? Sei tu che vuoi far succedere qualcosa e tanto per cominciare, che si fa adesso?" "Adesso filiamo tutti a cercare Sunday, tu pensi di sapere dove trovarlo?" "No, ma conosco chi può darci una mano, seguitemi veloci" Adesso anche Aurora aveva ripreso a pensare razionalmente e la prima cosa che le venne in mente di fare fu quella di recarsi dalle uniche persone di cui poteva fidarsi in quella città.
    "Dunque siete stati gabbati anche voi, se non fosse per la situazione in cui ci troviamo mi verrebbe da ridere" Mentre parlava Aldo sembrava quasi contento della piega che aveva preso quella faccenda, i nonni che sembravano saperla tanto lunga in realtà erano stati usati come pedine e adesso si stavano leccando le ferite in silenzio. Felice stava parlando con sua madre, la donna era raggiante, per lei l'importante era aver ritrovato il figlio e adesso lo ascoltava quasi in contemplazione "Mamma, ti rendi conto che siamo in una brutta situazione?" "Si, ma l'importante è averti ritrovato sano e salvo" "Ok, ma adesso pensiamo a come toglierci dai guai, di fatto siamo prigionieri" Concluse lui che poi volse lo sguardo verso i nonni "Adesso basta con i misteri, sono anni che vivo tra incubi e realtà, non distinguo più ciò che è vero dalle allucinazioni e adesso, cari i miei nonni, mi raccontate tutto dall'inizio per filo e per segno" I due anziani si guardarono e dopo un cenno d'intesa lei disse "Hai ragione, dovete sapere, armatevi di pazienza e state attenti perché e una storia complicata"
    Franco non riusciva a capire l'ultimo testo che gli aveva lasciato Antonio "Leggilo attentamente" Aveva detto lo scuro "Ti aiuterà ad aprire la mente" Ma più leggeva e più andava in confusione. Era stanco e nonostante la curiosità e l'adrenalina ancora in circolo causata dalle ultime rivelazioni, si impose di riposare; doveva dormire o il suo cervello sarebbe andato in tilt. Antonio lo stava osservando mentre dormiva "Bravo Franco, riposa, domani sarà un giorno speciale, per tutti".

     
  • 07 settembre 2015 alle ore 16:58
    Castelli di sabbia

    Come comincia: Si accese una sigaretta, fece una lunga tirata e poi sbuffò sonoramente; in quel gesto era racchiusa tutta la sua frustrazione. Cinquant'anni, la maggior parte dei quali passati ad inseguire il successo e la ricchezza trascurando tutti gli altri aspetti della vita comprese le amicizie e l'amore. Già, l'amore, lei aveva amato un solo uomo da quando era nata, con lui era riuscita a mettere al mondo due figli e prima che un brutto incidente se li portasse via, si era illusa di poter fare a meno di determinati aspetti della sua vita. Ma anche quel periodo, forse il più sereno della sua tribolata esistenza, lo aveva passato continuando a costruire il suo castello di sabbia, trascurando i figli e tradendo il suo amato. Interruppe quei pensieri perché l'uomo al suo fianco si era svegliato. "Ciao tesoro" Disse lui con la bocca ancora impastata dall'alcol "Non chiamarmi tesoro, non sono la tua donna" Rispose lei seccamente. "Hai ragione" Confermò lui "Sei la mia puttana" Infierì senza pietà. No, lei non era la sua puttana, non era la puttana di nessuno, aveva raggiunto fama  e successo grazie alle sue doti, al suo talento e alla sua grinta, ecco cosa credeva. Si accese un'altra sigaretta ed espirò in modo sprezzante verso di lui "Ah ah!" Rise l'uomo "Fuma, fuma. Ma guarda che il tuo bel visino si sciupa ogni giorno di più: io ho un debole per te, ma ormai sei fuori serie, sei vecchia" "Bastardo!" Urlò lei gettando la sigaretta verso di lui che per tutta risposta rise sonoramente. Bastardo, si disse ancora, bastardo perché aveva ragione, lei stava invecchiando e le nuove leve, le giovani stronzette tutte curve, stavano scalzando lei e quelle della sua generazione obbligandola a portarsi a letto quel maiale che però era il numero 2 delle telecomunicazioni nazionali.
    Fin dai primi giorni della sua carriera, giovanissima e bellissima, lui l'aveva puntata e dopo le prime resistenze si era vista costretta a cedere alle attenzioni di quell'uomo che l'avrebbe aiutata ad arrivare su, in cima alla vetta dove splende la luce della fama.
    Da allora, per anni, fu la punta di diamante della rete, la regina degli ascolti e tutto questo le portò ricchezza, fama e tanti, tantissimi uomini, fino a farla diventare una delle donne più desiderate e corteggiate del mondo dello spettacolo; fino a farla diventare, appunto, una puttana. Con il passare del tempo aveva imparato a scegliere con cura i propri uomini, ricchi e influenti, che le permisero di mantenere a lungo la vetta del successo e non disdegnò qualche rapporto omosessuale pur di raggiungere i propri obiettivi. A volte si trastullava con qualche compagno occasionale per puro piacere, ma era sempre meno frequente che ciò capitasse; le sue mire esigevano un caro prezzo e lei era disposta a pagare.
    Poi un giorno, come nelle storie più banali, incontrò l'unico amore della sua vita. Era un pomeriggio di primavera, il sole era caldo e il frastuono degli uccelli riempiva l'aria mentre lei camminava a passo spedito per i vialetti del grande parco cittadino, quando all'improvviso fu investita da una bicicletta che la fece cadere a terra. Un uomo che si trovava nei pressi la soccorse prontamente, mentre il ciclista, un giovane ragazzo, si era già rialzato da terra con una gamba sanguinante che provocò in lei un mancamento fino a farla svenire. I soccorsi arrivarono velocemente e per fortuna tutto si risolse per il meglio, furono riscontrate solo alcune contusioni ed escoriazioni e in un secondo tempo si meravigliò di non aver denunciato il fatto limitandosi invece ad accettare le scuse dello spaventatissimo ragazzo, un comportamento inusuale per lei. Il suo soccorritore si rivelò un uomo gentile e premuroso e lei si stupì del fatto che non l'avesse riconosciuta, ebbe poi modo di capire che a lui interessavano poco i programmi tv, le riviste scandalistiche e i pettegolezzi in generale. In un primo momento pensò di divertirsi un pò con quello strano personaggio, ma le bastarono poche ore trascorse assieme per aprirle una nuova visione sul mondo, completamente diversa dalla sua. L'uomo era libero da impegni sentimentali e quando lei propose, senza giri di parole, di rivedersi a cena lui accettò entusiasta; fu l'inizio di una tenera, anche se difficile, storia d'amore. Dopo poco tempo lui capì a fondo il tipo di donna di cui si era innamorato ma non cambiò di una virgola il suo atteggiamento e continuò ad essere se stesso. All'inizio lei si era donata con passione e nonostante i tanti impegni, riuscì a portare a termine la gravidanza che diede loro due splendidi gemelli. Per un breve periodo pensò addirittura di poter vivere lontana dal mondo dello spettacolo ma il richiamo di quell'ambiente era troppo forte e dopo pochi mesi dalla nascita dei figli tornò alle vecchie abitudini. Lui sopportava stoicamente tutte le sue mancanze e i suoi tradimenti così lei approfittò di quella situazione e nonostante in fondo al cuore sentisse di amarlo ancora, era stanca di lui.
    Quella sera aveva esagerato con l'alcol e la droga ed era completamente frastornata, ma ciò non le impedì di portarsi a casa l'ennesimo amante, un giovane con una grossa croce tatuata in fronte. A quella vista lui reagì in modo composto, c'erano i bambini che dormivano, invece lei prese ad insultarlo rivendicando di essere la proprietaria di casa e gli intimò di togliere il disturbo. Non se lo fece ripetere e dopo aver svegliato a malincuore i bambini li preparò e uscì di casa a testa alta, mentre il giovane amante, in tutto quel trambusto, si riprese un attimo dai fumi dell'alcol e imbarazzatissimo, quasi terrorizzato, si rifiutò di restare lasciandola sola nella sua disperazione e lei, dopo aver sbraitato ed imprecato sbatté la porta d'entrata e andò a chiudersi in camera da letto. Fu risvegliata da un suono che le stava trapanando i timpani mentre la testa le scoppiava travolta dal rimbombo del campanello d'entrata che non smetteva di trillare; stravolta riuscì a trascinarsi fino alla porta e ad aprire a fatica trovandosi davanti due agenti della stradale, un uomo e una donna che la invitarono a darsi una sistemata e seguirla. Non ebbe il coraggio di chiedere il motivo di quella richiesta, già in passato aveva combinato dei guai e l'esperienza le aveva insegnato a non opporsi in modo irrazionale, anche questa volta preferì stare zitta, era pronta a tutto, a qualsiasi cosa.
    No, non era pronta per quello, in un attimo svanirono i devastanti effetti del mix di alcool e droga che aveva assunto; distesi su dei banchi c'erano il suo compagno e i suoi figli. Gli agenti le spiegarono che la piccola utilitaria su cui procedevano verso nord era rotolata giù da una scarpata, i tre erano morti sul colpo.
    "A cosa stai pensando? Ti sei rabbuiata in volto" L'uomo era tornato in camera visibilmente eccitato, ma lei lo respinse bruscamente "Non ti avvicinare" Allora lui si diresse verso il tavolino posto in mezzo alla stanza e si servì una generosa dose di liquore "Stai pensando a loro" La sua non era una domanda ma una constatazione. Bevve il liquore, si avvicinò delicatamente a lei e dopo averle afferrato la testa con una mano la tirò a se su di una spalla. Lei cominciò a piangere silenziosamente e lui prese a carezzarle il capo affettuosamente, oltre al suo unico amore solo lui riusciva a trattarla con affetto e nonostante tutto anche lei si era affezionata al potente personaggio.
    Erano passate due settimane da quella notte passata a letto ed ora erano seduti al tavolo di uno dei ristoranti più alla moda della città, il loro rapporto si era consolidato "Allora, hai deciso cosa fare?" Chiese lui mentre infilzava un gamberetto e lo immergeva nella salsa "Sì, mollo tutto, sono decisa e tu non mi farai cambiare idea" Lui proseguì nel rito dei gamberetti e quando ebbe soddisfatto il palato si pulì la bocca con il tovagliolo e bevve un sorso di vino, poggiò il bicchiere e avvicinò la mano a quella di lei che fu tentata di ritrarla ma esitò quel tanto da permettere a lui di afferrargliela "Senti, io sono un poco di buono che ha fatto strada in questo mondo di ladri grazie alla fortuna e a tanto pelo sullo stomaco. Ho fatto uso e abuso di alcol droga e donne, sesso droga e rock end roll" Sorrisero, lui era veramente un maiale "Sono ricco da far schifo e mi basta un cenno per ottenere ciò che voglio, ma c'è una cosa che ho sempre desiderato ma mai ottenuto, il tuo rispetto e la tua fiducia" Lei fu colpita da quelle parole; l'uomo che aveva di fronte era uno dei più influenti personaggi della nazione e mai e poi mai si sarebbe aspettata una simile confidenza. Fece per rispondere ma lui la anticipò "Non che abbia mai fatto nulla per meritarlo, però a modo mio ti voglio bene e se posso fare qualcosa per te, qualsiasi cosa, devi solo chiedere" Lei reclinò il capo, non era pronta ad affrontare quell'argomento, non dopo la sua decisione di mollare tutto, poi una luce squarciò il buio della sua mente e un sorriso prese forma sul suo bel viso "Si, una cosa la puoi fare"
    Era passato quasi un anno da quel giorno. Il sole era alto e la brezza marina faceva sopportare bene la violenza dei suoi raggi mentre la sua schiena, lucida di olio che la giovane addetta aveva appena spalmato con cura senza lasciare scoperto un solo centimetro quadrato della sua pelle, rifletteva violenta quella luce che andava a sbattere sulle lenti di lui che invece si era ritirato all'ombra del grosso gazebo e stava ripensando a quanto fosse stato repentino e sfolgorante il ripensamento di lei. Il programma che avevano messo in onda aveva avuto un successo strepitoso e grazie all'influenza del potente uomo, detto Due, si era potuto realizzare il progetto della donna che grazie ai potenti mezzi di comunicazione globale era conosciuto in tutto il mondo. L'aveva intitolato <Affari Altrui> un titolo per nulla originale ma che rispecchiava perfettamente le caratteristiche del programma. Nel suo format chiunque poteva raccontare le proprie esperienze, vere o inventate che fossero, anche le più becere e come lei aveva previsto il polverone mediatico che ne seguì fece scattare denunce e ricorsi facendo schizzare gli ascolti alle stelle tanto da sollevare una mezza rivolta popolare quando un comitato provò a sopprimere quel programma sovversivo, antieducativo e palesemente scorretto. Programma che in realtà metteva a nudo l'ignoranza della gente che si beveva tutte le storie, soprattutto quelle più piccanti e scandalose e lei, dopo la prima strepitosa stagione di successo, si stava godendo il giusto riposo sulle bianche spiagge tropicali, immune alle critiche e ai sensi di colpa.
    "Ancora un po' di olio per favore" Disse alla ragazza, la schiena cominciava a bruciare. "io vado a preparare l'idromassaggio, mi raggiungi?" Chiese l'uomo da sotto il gazebo "Ok Due, lasciami ancora qualche minuto e poi sono da te" "D'accordo" Confermò lui che conosceva le sue esigenze, quello era un giorno speciale e appena si fu ritirato lei chiese alla ragazza di recuperarle il cellulare invitandola poi a lasciarla sola. Scrisse un messaggio, lo rilesse attentamente e lo inviò a destinazione; a migliaia di chilometri di distanza un cellulare emise un suono, una mano lo afferrò e dopo aver letto ciò che c'era scritto rispose immediatamente.
    Dopo aver letto la risposta mise il cellulare in borsa, si ricoprì con un pareo e si diresse verso l'alloggio dove lui la stava aspettando nella vasca dell'idromassaggio. Fecero sesso e quando furono appagati si rilassarono nell'acqua calda "Tutto ok?" Chiese lui "Si, no" Rispose lei malinconicamente.
    A migliaia di chilometri di distanza lui stava deponendo dei fiori freschi sulle tre tombe messe in fila, due piccoli bambini in fianco al loro papà. Piangeva, la sua colpa e la sua vergogna lo stavano consumando ogni giorno di più, ma era un fallito e aveva bisogno di quei soldi, non poteva e non doveva cedere proprio ora, loro ormai erano morti, perché tradirla adesso? Alzò la testa rivolto al cielo cercando un segno divino che lo perdonasse per la sua vigliaccheria e un raggio di sole gli illuminò la fronte proprio dove era tatuata una grossa croce e forse quello rappresentava la pena da scontare, la croce che lo avrebbe afflitto in eterno, il rimorso di essere scappato senza aver provato ad evitare l'irreparabile. Ma come sempre reclinò il capo verso terra e senza voltarsi indietro si diresse all'uscita del cimitero con il suo carico di angosce e rimpianti e poi inviò un messaggio con il cellulare.
    Lei afferrò l'apparecchio che aveva appena vibrato, si stava asciugando i capelli ma volle vedere subito se era tutto a posto; si, era tutto a posto, come sempre, lui era un vigliacco parassita assetato di soldi facili e lei poteva darglieli comprando il suo silenzio.
    Quella notte però non riusciva a prender sonno e il compagno la convinse ad andare lungo la riva del mare al chiaro di luna; lui, il Due, un uomo senza scrupoli che si prendeva la briga di accompagnarla in una romantica passeggiata. La cosa le parve insolita, ma allo stesso tempo piacevole e si lasciò trasportare da quell'atmosfera che rievocò in lei mille pensieri finché un flash la colpì come un pugno in pieno volto, aveva ricordato il suo uomo sorridente che giocava nel lettone con i due gemelli. Non resse a quell'ennesima emozione, un nodo alla gola la stava soffocando, prese fiato e cercò di parlare adagio, scandendo bene le parole.
    "Senti, Due" deglutì a fatica "Dimmi cara" Rispose lui consapevole che qualcosa non andava "Per la seconda edizione del programma" proseguì lei a fatica "Ho in mente una prima puntata con il botto, qualcosa da record di ascolti, ma mi serve il tuo benestare e poi ti cederò la guida completa e farai come meglio credi" Lui la fissò con aria interrogativa ma la invitò a spiegarsi meglio, quella donna era un vulcano di idee e, come un antico e leggendario re, trasformava in oro tutto ciò che toccava "Ascolta, questa e la mia idea" E per il resto della notte rimasero a discutere di quel progetto, valutando i pro e i contro di una simile scelta, in fondo lui le voleva bene, ma gli affari erano affari e dopo aver trovato un punto d'accordo si strinsero la mano, proprio come due soci in affari.
    "Buona sera a tutto il mio pubblico e non" Era la prima puntata della seconda stagione di Affari Altrui e lei era riuscita a farla mettere in programma in uno dei giorni dove si prevedevano i maggiori ascolti. La prima mezz'ora trascorse tra la rievocazione della prima stagione e la presentazione della nuova, ma il clou della serata prevedeva la confessione di una persona che avrebbe stupito tutti e quando fu il momento lei si tolse la veste da conduttrice e si presentò come partecipante del programma. Dalla regia le segnalarono che tutto procedeva per il meglio, gli ascolti stavano salendo all'impazzata e mentre il Due, appostato in sala regia, fece un grosso respiro, lei prese coraggio e cominciò a parlare.
    "Per chi non lo sapesse io avevo due figli, due gemelli e un compagno, il loro papà, l'unico uomo che abbia mai amato. Tempo fa restarono vittime di un drammatico incidente e morirono, tutti e tre. Voi non potete immaginare quante lacrime abbia versato e quale dolore mi abbia straziato le carni fino in fondo all'anima, non potete proprio immaginarlo, perché la causa di quell'incidente fui io" Un brusio si levò nello studio ma subito lei continuò a parlare e tutti si azzittirono curiosi di sentire il resto della storia "Ero completamente fatta di alcol e droga, mentre lui tutti i giorni con il suo affetto mi faceva mancare quella che io ritenevo libertà; quindi quella sera avevo deciso di dargli una lezione e presa da un raptus sabotai la sua auto e lo cacciai di casa. Doveva andarsene solo lui, doveva solo prendere un grosso spavento e invece" Non riuscì a concludere il racconto sopraffatta dall'emozione e dalla vergogna e in men che non si dica le furono tutti addosso e ci volle l'intervento delle guardie di sicurezza per evitare il peggio.
    In sala regia una voce neutra uscì da un paio di cuffie "Come è andata numero Due?" "Tutto come previsto, numero Uno. Stiamo sfondando tutti i record di ascolto, siamo i primi al mondo" "E lei? Non ti eri affezionato a quella donna?" "Lei è l'ennesima vittima di questo carnaio mediatico, non è la prima e non sarà l'ultima" Concluse seccamente, mentre stavano portando via lei dallo studio; e senza batter ciglio si rivolse alla ragazza seduta alla consolle ordinandole di prenotare un tavolo in uno dei locali più ricercati della città, avrebbero festeggiato degnamente quel successo.
    Lei fu arrestata, processata e condannata al carcere a vita; il suo castello di sabbia era stato spazzato via in un istante e da quel momento cadde nell'oblio, dimenticata da tutto e tutti.

     
  • 06 maggio 2015 alle ore 10:26
    Guerra, odio e la fine che non ti aspetti

    Come comincia: Razzismo, intolleranza, divisione: guerra!
    Odio, vendetta, rancore: guerra!
    Risentimento, malcontento, ignoranza: guerra!
    Protezionismo, allarmismo, paura: guerra!
    Uguaglianza, fratellanza, sospetto: guerra!
    Amore, piacere, benessere: guerra!
    E via discorrendo, un elenco infinito di combinazioni portavano sempre allo stesso risultato: guerra!
    Guerra di terra e di mare, guerra tra ricchi e poveri, guerra tra popoli e guerra civile, guerra con le armi e guerra psicologica, guerra tra fratelli e vicini: guerra, guerra, sempre guerra.
    Era seduto davanti al suo elaboratore e la risposta era sempre uguale, l'uomo e la guerra, in qualsiasi epoca, contesto sociale e latitudine; la razza umana e la guerra erano ovunque. Eppure il programma che aveva preparato prendeva in considerazione un sacco di parametri, ci aveva lavorato parecchio e forse era giunto ad una conclusione: la guerra nella storia dell'uomo funge da motore del progresso e fa parte della sua cultura, la distruzione porta alla ricostruzione, la morte alla nascita di nuove generazioni, ma porta anche terrore e devastazione, lacrime e disperazione, divisioni, incomprensioni e morte, tanta morte.
    Presi singolarmente gli esseri umani non parevano guerrafondai, a parte qualche eccezione difettosa: amanti di pace e tranquillità, adorano fare l'amore e mangiar bene, godono tanto a creare quanto ad oziare, apprezzano le bellezze della natura e curano la propria prole amorevolmente, a parte qualche tremenda eccezione. Ma allora perché fanno la guerra e litigano per ogni piccola divergenza?
    Inserì altri parametri nel programma, restringendo il campo ed eliminando alcune parti che non gli sembravano coerenti con il prospetto che stava creando. Spostò la sua attenzione su altre situazioni e dopo un po' richiamò tutti i dati e li incrociò nuovamente per avere altre risposte: guerra! La risposta era sempre identica.
    Sbuffò sconsolato mentre sua moglie stava preparando la cena e un gradevole profumo diffuso per la casa lo fece tornare di buon umore, decise quindi di concentrarsi sul cibo. A tavola lui e la moglie mangiarono in silenzio, da quando l'ultimo dei sei figli aveva lasciato la casa succedeva spesso; preferivano mangiare con calma per poi scambiare quattro chiacchere davanti ad un caffè o ad una tisana calda. Quella sera optarono per il caffè, lui voleva restar sveglio e continuare il suo lavoro.
    "Procede bene il tuo programma?" Chiese la moglie.
    "Non più del solito. Ho incrociato centinaia di dati e parametri e sono giunto alla solita conclusione, guerra. A quanto pare agli uomini è sempre piaciuta la guerra, li ha sempre attratti, fin dagli albori della vita. Guerre senza tempo, sanguinarie. Non capisco come una razza progredita abbia potuto continuare a fare la guerra fino al limite dell'autodistruzione totale, mi sfugge qualcosa; dove ho sbagliato? Cosa devo fare per correggere gli errori?" Lei stava sorseggiando il caffè ancora fumante, quel profumo e quell'aroma forte la facevano sentire vicino ai tempi passati. L'accanimento del marito nella ricerca di una risposta alla tragedia umana era ammirevole e lei dopo molti tentativi per dissuaderlo si era abituata all'idea che lui sarebbe vissuto per il resto dei suoi giorni nel vano tentativo di dare una spiegazione logica all'irrazionalità umana. La bevanda calda le aveva rinfrancato l'animo oltre al fisico e si rivolse a lui con amore "Hai mai pensato che qualcuno abbia giostrato sull'incapacità degli uomini di decidere autonomamente il prorpio destino?" "Cioè?" Chiese lui "Non so, hai previsto che qualcosa possa esserti sfuggito di controllo, magari inavvertitamente non hai calcolato delle situazioni anomale e il progetto ti è scivolato di mano, chissà?" Lui aveva imparato ad ascoltare la moglie, sempre. Le sue osservazioni erano fonte di riflessione e lavorando sulle impressioni della donna riusciva spesso a risolvere le cose a suo favore e anche questa volta un campanello d'allarme cominciò a suonare nella sua testa "Hai ragione, devo aver sbagliato qualcosa e forse sono in tempo a porre rimedio ai miei errori" E mentre lei finiva la sua bevanda calda lui corse alla sua scrivania.
    "Allora!" Parlava da solo per riordinare le idee "Tutte le razze terrestri lottano per la sopravvivenza ogni giorno. Cercano il cibo, lottano per procreare, difendono il territorio, allevano la prole e interagiscono con la natura: si adattano alla Terra e la Terra a loro. Si, più o meno è così. Poi immettiamo una nuova razza, una razza diversa che prenderà il dominio del pianeta, ha l'intelligenza e successivamente i mezzi per manipolare la natura a suo piacimento, non interagisce con la Terra, la sfrutta a suo piacimento e lei sopporta stoicamente tutte le angherie a cui viene sottoposta" Prese fiato poì ricominciò il suo monologo "E' tutto documentato, miliardi di dati confermano ciò che sto asserendo, senza ombra di dubbio. Il continuo bisogno di nuove ricchezze e la smania di potere creano nell'essere umano una competizione inesauribile e i poteri forti manipolano le masse a proprio piacimento giostrando le loro esistenze" Sbuffò accasciandosi sulla poltrona "Ed ecco che ha ragione mia moglie, in pochi gestiscono le sorti dell'umanità intera, ma io non voglio. Devo creare qualcosa che cambi la loro natura o la Terra sarà finita" Si concentrò cercando una soluzione a quel grosso problema, sapeva che se non fosse riuscito a risolverlo la sua creatura avrebbe avuto vita breve. Rimuginò a lungo e quando la stanchezza lo sorprese si addormentò reclinando la testa all'indietro. La moglie si accorse della cosa ma evitò di svegliarlo, lui le aveva sempre detto che era in quei momenti che la sua mente lavorava meglio. Infatti anche in quell'occasione ebbe delle visioni e dopo aver riposato si svegliò che era mattina e si diresse in cucina  a preparare il caffè, nero e forte. Sua moglie fu destata dall'intenso aroma che riempì le sue narici e con calma si apprestò a raggiungere il suo uomo; lo trovò sorridente, intento a versare la forte e calda bevanda nera che tanto piaceva loro.
    "Buongiorno tesoro, ben svegliata. Dormito bene?" Chiese lui con affetto "Si, ma ho avvertito la tua mancanza vicino a me, notte di ispirazione?" Lui non rispose, si concentrò invece nel rito del caffè servendolo nelle loro tazze preferite accompagnato da dei cioccolatini di ottima fattura. La donna ormai lo conosceva bene, tutta quella manovra solitamente annunciava novità e dopo pochi istanti lui confermò quella sensazione.
    "Amore, ho risolto il problema!" Disse deciso ma senza trionfalismi. Lei lo osservò compiaciuta, sapeva che avrebbe trovato un rimedio ai suoi errori; quindi con un cenno della mano lo invitò a parlare apertamente e lui proseguì "Innanzitutto il problema non è l'essere umano, ma sono io che ho programmato una razza nella convinzione di farla simile a noi e di conseguenza priva di capacità distruttive o autolesioniste. Purtroppo ho sottovalutato una semplice legge naturale; qualsiasi essere vivente, di qualunque specie o razza, una volta al mondo si evolve in modo autonomo. Se ne possono controllare crescita e sviluppo ma con il passare dei secoli ogni realtà vivente prende la propria strada e autonomamente sviluppa pregi e difetti. Purtroppo io mi sono arrogato il diritto di fare delle scelte per gli umani, modificando spesso il corso della storia nel vano tentativo di correggere i miei errori, ma più cercavo di porre rimedio ai miei sbagli e più creavo confusione, fino a quando il programma mi è sfuggito di mano e ha cominciato a svilupparsi autonomamente arrivando al punto che non riesco più a gestirlo" La moglie capì che aveva finito, adesso doveva solo chiedergli come avrebbe risolto quella faccenda, sapeva che lui si aspettava che lei facesse la fatidica domanda, quindi non lo fece attendere oltre e chiese "Dunque alla fine c'è l'hai fatta. E dimmi, come farai a risolvere tutto?" Lui allargò la bocca in un largo sorriso "Ma è semplice" Lei adesso lo fissava con aria impaziente e lui si affrettò a concludere "Certo cara, la cosa è semplicissima. Terminerò il programma, lo cancellerò. Il progetto colonizzazione della Terra verrà cancellato per sempre" Lei deglutì sonoramente "Vuoi dire che cancellerai secoli di lavoro perché non riesci a gestire la cosa?" La donna non credeva a ciò che aveva appena udito ma lui confermò "Esatto. Questa strana razza, la razza umana che con tanto impegno e dedizione ho messo sulla Terra per farne la loro casa, non merita di esistere, sta distruggendo il pianeta e tutto ciò che ne fa parte. Ma io in un batter d'occhio risolverò il problema alla radice, resetterò tutti gli umani sulla faccia della Terra e il pianeta tornerà a respirare" Era davvero convinto di ciò che diceva e la donna si emozionò. Suo marito ogni qualche decennio arrivava a quella conclusione, deciso a spazzare via dalla Terra tutta la razza umana, dimenticando che senza di essa lui non aveva ragione di esistere, gli uomini erano la sua vita e il programma per l'umanizzazione del pianeta, che in principio era stato concepito come passatempo, adesso era diventata per lui una missione, una sorta di linfa vitale. Attese dunque che lui si calmasse e che procedesse ad escogitare qualche nuova diavoleria per estirpare la razza umana dal pianeta, per poi pentirsene e conseguentemente cercare di porvi rimedio "E dimmi caro, come pensi di agire per porre termine alla tua creatura?" Lui non rispose ma si limitò a baciare sulla fronte la moglie per poi dirigersi verso la sua postazione di lavoro invitandola a seguirlo, aveva avuto un'idea.
    "Eccoci qua!" Esclamò "Cos'è che desiderano di più gli umani? Potere, ricchezza, salute. Ma anche bellezza, amore e odio. Inconsciamente pero c'è una cosa che desiderano ma che sanno di non poter avere; la vita eterna. E allora fanno di tutto per accelerare il loro trapasso: guerre, malattie, omicidi, incidenti e tutta una serie di cause e concause che li portano verso la loro irrimediabile fine. Ma non tutti subiscono queste ingiustizie e nel mondo c'è chi vive bene e chi male, chi a lungo e chi meno. Io risolverò questo problema dando a tutti gli esseri umani pace e ricchezza, e una vita eterna" La moglie lo guardò accigliata, dove era finito il proposito di sterminio? Infatti lui si affrettò a precisare "Questa volta ho deciso di preservare la razza umana, basta guerre e ingiustizie,  nessuno dovrà più soffrire e tutti saranno felici della loro esistenza. Non sono riuscito a debellare il male e nonostante c'è l'abbiano messa tutta non si sono ancora autodistrutti completamente, quindi tanto vale azzerare le loro emozioni e farli vivere nella loro apatia tra agi e ricchezze, in eterno." Lei lo aveva lasciato parlare, lui era un brav'uomo ma a volte usciva di senno e perdeva il senso pratico della realtà, allora, come sempre, si rivolse a lui con amore e delicatezza "Caro, stai dicendo che vuoi un mondo popolato da zombie? Mi stai dicendo che preferisci vedere tutti gli umani ridotti ad unità molecolari atte solo a sopravvivere ma non a vivere? Tutto ciò ha senso?" Lui stava già tentennando "Amore, dimentichi che gli umani hanno anche tantissime belle doti e capacità? Sanno amare profondamente, hanno ingegno e inventiva e tanta forza di volontà, e soprattutto hanno una cosa che li rende creature eccezionali: sono unici. Pur nella loro somiglianza ogni essere umano è unico, ha la propria personalità e non è replicabile. Il tuo intento di renderli felici, pur se ammirevole, li renderebbe simili a steli d'erba: belli, verdi e sani ma tutti tremendamente simili e ciò renderebbe la loro vita monotona, senza senso, allora si che si estinguerebbero davvero. Io ti consiglierei qualcosa di diverso" Lui adesso pendeva dalle sue labbra e la  fissò intensamente "Che ne dici invece" proseguì lei "Di aiutare la tua creatura in altro modo? Cerca magari di introdurre in loro una maggiore apertura mentale, più tolleranza e rispetto verso l'ignoto. Maggiore autocritica e meno falsità inducendoli a pensare e agire in maniera più razionale in certe occasioni e lasciando loro il dono della libertà di amare. Aiutali ad abbattere le barriere dell'odio che li separano e vedrai che le cose miglioreranno da sé, senza un tuo intervento radicale" Lui tergiversò per qualche istante e poi rispose sconfortato "Ci ho già provato parecchie volte, anche inviando tra loro chi potesse ridestare i loro animi assopiti da secoli di guerre e odio, ma tutte le volte hanno travisato i miei messaggi e si sono arrogati il diritto di storpiarli a proprio piacimento" "Forse non erano pronti" Ribatté lei "Non sono mai pronti e quando sembrano esserlo ecco che salta fuori qualche pazzoide che rovina tutto" "Io credo che tu non ti debba arrendere, sai che alla lunga il tuo amore per loro avrà ragione su tutto e tutti, devi solo avere pazienza e trovare il modo"
    Pianeta Terra, città di Gerusalemme.
    Da giorni si sentivano solo i rumori delle bombe e le raffiche delle armi da fuoco e nei pochi attimi di tregua le urla disperate e strazianti dei feriti si mescolavano con quelle dei sopravvissuti che piangevano i loro morti. A nulla erano serviti i moniti di tutte le più alte cariche politiche e religiose, la nuova guerra santa era scoppiata in tutta la sua violenza e mai come prima si poteva definirla una nuova guerra mondiale. Infatti oltre ai tre schieramenti storicamente contrapposti in quell'area geografica anche molte altre razze e fedi di tutto il mondo avevano aderito a quella pazzia, alleandosi chi con una, chi con l'altra fazione. Gerusalemme era diventata il teatro di quella carneficina e nessun appello al cessate il fuoco veniva raccolto. Quel giorno però fu proclamato un cessate il fuoco congiunto per permettere di raccogliere i propri morti e curare i feriti e gli ammalati e nonostante gli insanabili attriti i capi delle tre fazioni contrapposte decisero di incontrarsi per provare a porre un limite a quel massacro. Circondati da guardie armate fino ai denti i tre, due donne ed un uomo, provarono ad esporre le proprie condizioni e le proprie obiezioni, ma non c'era modo di farli ragionare, sembrava impossibile farlo,quando però, dal nulla, apparve una donna in lacrime e stravolta dal dolore. Nessuno capì come avesse fatto a superare lo sbarramento di guardie che circondava il perimetro della stanza e la donna cadde a terra. Immediatamente le guardie, con le armi spianate, si avvicinarono minacciosamente alla donna, ma sorprendentemente furono i tre leader a fare scudo all'unisono con il loro corpo e le guardie, essendo nemiche tra loro, in un primo momento non abbassarono le armi ma poi visti gli sguardi determinati dei loro capi tornarono ai loro posti senza batter ciglio. Le due donne si accorsero subito che la donna era in avanzato stato di travaglio e decisero di far nascere la creatura lì, immediatamente. L'uomo, chiaramente in imbarazzo, chiese cosa potesse fare per rendersi utile e le due lo invitarono ad andare a cercare dell'acqua pulita. Obbedì senza obiezioni e quando tornò la giovane donna teneva in braccio una splendida bambina mentre le altre due, visibilmente emozionate, stavano piangendo "E adesso cosa facciamo?" Chiese lui spiazzato da quella situazione "Adesso ci sediamo al tavolo e trattiamo la tregua, una volta per tutte" Risposero contemporaneamente le due donne "Lei è la nuova portatrice di pace e sarà il nostro faro per gli anni a venire"
    Sono passati mille anni da quel giorno e sulla Terra regnano pace e prosperità. La piccola è cresciuta ed è tutt'ora viva e viene venerata da tutte le razze presenti al mondo. Gli umani hanno conservato ancora buona parte dei loro difetti e ci sono ancora profonde distinzioni sociali e razziali, ma la venuta della piccola ha dato speranza e coraggio a tutti che pian piano hanno compreso di poter vivere dignitosamente la propria esistenza in qualsiasi contesto e situazione.
    "Allora cara, cosa ne dici? Sono passati mille anni da quel giorno in cui abbiamo inviato sulla Terra la nostra creatura e hai visto, va tutto per il meglio, sei contenta?" "Certo tesoro, certo " Rispose lei sbuffando "Perché parli così?" Chiese lui incuriosito "Mi chiedo che fine faranno quei poveracci quando ti sarai stufato di giocare al Padre Eterno"

     
  • 17 marzo 2015 alle ore 10:29
    Felice, nuove rivelazioni

    Come comincia: "Suonano alla porta, vai ad aprire per favore" La donna era ai fornelli mentre il marito leggeva il giornale comodamente seduto sul divano "Si, arrivo!" Imprecò lui mentre con calma si stava avviando verso l'entrata di casa e il trillare del campanello si faceva più insistente "Buongiorno" Lo salutò cordialmente una donna corpulenta dall'aspetto deciso "Buongiorno a lei" Rispose lui educatamente anche se qualcosa non gli quadrava. Alle spalle della donna due uomini dall'aspetto poco raccomandabile lo stavano fissando in modo ostile e lui ebbe l'istinto di richiudere la porta in faccia a quegli sconosciuti. In quel momento sopraggiunse la signora Maria "Aldo, chi è?" Il marito con un cenno della testa indicò alla moglie gli strani personaggi fuori dalla porta. Nel vedere l'anziana signora la donna corpulenta sorrise giovialmente e chiese con garbo "Scusate il disturbo, vorrei darvi delle informazioni piuttosto riservate; posso entrare?" Aldo grugnì sonoramente ma la signora Maria lo fece spostare e rispose entusiasta "Ma certo, entrate pure, stavo giusto sfornando dei biscotti e se vi accomodate posso offrirvi anche una tazza di tè" La donna accettò e dopo aver fatto cenno ai due uomini di aspettarla fuori entrò nella casa dei due anziani "Loro non entrano?" Chiese la signora Maria "Oh no, sono uomini di poche parole abituati ad aspettare, stia tranquilla. Io invece accetto volentieri il suo invito, se il sapore dei biscotti è pari al profumo che proviene dalla cucina sono sicura che ne farò una scorpacciata" Maria fu contenta di quelle parole, da quando Felice era partito solo il marito apprezzava la sua arte culinaria, ma a volte aveva l'impressione che i suoi complimenti fossero scontati e adesso il parere di una sconosciuta l'avrebbe confortata. Aldo continuava a guardare quella donna in cagnesco, era convinto che fosse una portatrice di guai e non fece nulla per dissimulare il disprezzo nei suoi confronti. La moglie, che lo conosceva bene, lo invitò a restarsene in sala sul divano ma a quel punto fu la loro ospite a sorprenderli "Se permettete preferirei parlare ad entrambi una volta sola; in questo modo non vi disturberò più del dovuto" La richiesta della donna aveva una sua logica e i due anziani la invitarono a sedersi su una poltrona mentre loro si accomodarono sul divano "Volevo parlarvi di vostro figlio, Felice" Un brutto presentimento si fece largo nella mente dei due genitori e Maria afferrò la mano del marito cercando conforto e rassicurazione che lui le trasmise stringendola forte. La donna si rese conto di aver spaventato i due coniugi e si affrettò a tranquillizzarli "Non temete, vostro figlio sta bene" Almeno quelle erano le ultime notizie che avevano di lui  prima della scomparsa, ma non doveva allarmarli ulteriormente rischiando di compromettere il suo incarico. Cercò invece di conquistare la loro fiducia sdrammatizzando la situazione "Vostro figlio sta bene, ma non è in Sud America, bensì in Africa, il suo aereo ha avuto un problema" Disse con calma e poi sferrò il suo attacco "Scusi signora, ma il profumo dei biscotti è davvero invitante" Come investita da una folata di vento Maria scosse il capo da un lato e poi si alzò di scatto "Ha ragione" rispose " Vado a prenderli e torno subito" E detto ciò si diresse velocemente in cucina "Lei è un uomo fortunato, ha una splendida moglie" Aldo grugnì nuovamente "Con me non attacca, lei continua a non piacermi ed è solo perché mia moglie l'ha invitata ad entrare che la sto ad ascoltare, ma non provi a rifilarmi qualche panzana; ne ho viste e sentite più di lei" La donna non si scompose e ribatté con assoluta calma "Ha forse visto gli alieni?" La domanda rimase sospesa nell'aria, in quel preciso istante era tornata la signora Maria con i tanto attesi biscotti accompagnati da una brocca di succo di frutta; la padrona di casa non aveva perso tempo a preparare il tè. Per alcuni istanti regnò la tranquillità ma poi l'uomo spezzò gli indugi e rispose a quella donna che sembrava saperla tanto lunga "Si, può essere" Sua moglie lo guardò con aria interrogativa e l'uomo si affrettò a spiegare ciò che era accaduto nei brevi istanti in cui si era assentata e lei, per nulla turbata, si servì un altro biscotto, lo mangiò lentamente e poi bevve un sorso di succo. L'ospite osservava quei due cercando di capire cosa stessero tramando e quando fu sul punto di interrompere il silenzio Maria la anticipò "Senta, lei non è  certo venuta accompagnata dai suoi sgherri per assaggiare i miei biscotti. Lei vuole sapere qualcosa da noi, quindi veda di andare al punto e parli liberamente, altrimenti sa dov'è la porta e non ci disturberemo ad accompagnarla all'uscita" Tosta la donna, pensò l'agente, l'avevano avvisata "Ok, allora giochiamo a carte scoperte. Io e i miei uomini lavoriamo per un'organizzazione internazionale che tiene sotto controllo gli individui come vostro figlio, persone dotate di particolari doti che li mettono in grado di vedere e sentire cose al di là della comprensione umana. I contatti che riescono ad avere non riguardano alieni o presunti tali, bensì una razza umanoide sviluppatasi millenni prima della nascita dell'uomo come lo conosciamo oggi. Questi esseri, simili in tutto e per tutto alla razza umana, vivono in mezzo a loro e usano le proprie capacità per migliorare il proprio tenore di vita, infatti la maggior parte di loro riveste cariche importanti nella società umana e da secoli ci convive senza particolari problemi; sono gli scuri e solo alcuni esseri umani sanno della loro esistenza. Purtroppo non tutti i componenti di questa razza sono devoti alle regole e alcuni hanno preferito manipolare gli uomini per assoggettarli al proprio volere piuttosto che conviverci pacificamente. Per anni sono stati controllati e tenuti a bada dalla loro stessa comunità, ma con il passare del tempo si sono organizzati fino a ribellarsi e separarsi dal resto degli altri. Sono più forti ed intelligenti degli umani e hanno capito che possono agevolmente soggiogare intere comunità al loro volere e la schiera di rinnegati continua ad aumentare di giorno in giorno. Le persone come vostro figlio riescono a mettersi in contatto con questi individui e sono in grado di aiutarci a contrastare la loro espansione che se va avanti di questo passo tra pochi anni avrà soggiogato l'intera razza umana" Tirò un respiro e sbuffò leggermente, poi bevve un sorso di succo e afferrò un altro biscotto. Aldo e Maria avevano ascoltato attentamente le parole della donna e senza dire nulla si guardarono fissi negli occhi; anni di esperienza e stretta convivenza li aveva abituati a capirsi in un attimo. Fu Maria a prendere la parola "Vogliamo credere a ciò che ci avete raccontato, cancellando così decenni di dubbi e convinzioni. Nostro figlio è comunque sotto controllo da quando è nato, quindi qualcuno sapeva già di quali capacità fosse in possesso, qualcuno che ha le sue stesse doti, o qualcuno che non è della nostra razza, vero?" Era vero, ma la donna lasciò l'anziana nel dubbio e mentre afferrava l'ennesimo biscotto si limitò a rispondere con una domanda "Vostro figlio ultimamente aveva intensificato questi contatti con gli scuri, vi ha mai parlato di loro?" "In realtà ci ha parlato di strani incontri e visioni, ma era convinto di essere in contatto con gli alieni e poi voi come fate a sapere tutte queste cose?" Chiese la madre di Felice "Io sono una di loro, sono uno scuro e vostro figlio è stato catturato dagli altri e lo abbiamo perso" I due genitori caddero in preda all'angoscia ma stoicamente mantennero un contegno e non si lasciarono andare a sceneggiate, poi Aldo chiese con voce strozzata "E adesso?" "Adesso vi preparate e venite con noi, abbiamo una missione da compiere e tanto per cominciare mi presento, io sono Lorenza"
    Aveva dormito bene e adesso si sentiva riposato e pronto ad affrontare le avversità di quella giornata. Bocassa, dal canto suo, era sveglia da alcune ore e stava meditando "Dormito bene?" Chiese Felice, ma la donna non lo degnò di una risposta è continuò concentrata nella sua meditazione quando la porta della stanza in cui erano stati rinchiusi si spalancò e di fronte a loro apparve Beatrice che sprizzava rabbia e rancore da ogni poro "Preparatevi, si parte!" Esclamò urlando "Niente colazione?" Domandò Felice ironicamente. La donna non rispose limitandosi a trafiggerlo con lo sguardo; poi sbraitò rivolta verso Bocassa "E tu, sottospecie di illusionista, vedi di prepararti alla svelta, non ho tempo da perdere" Lo scuro si ricompose con calma e appena Beatrice e i suoi uomini li invitarono ad uscire appoggiò una mano  sul braccio di Felice che improvvisamente si ritrovò su una collina divisa a metà da un piccolo corso d'acqua. Una voce riecheggiava nella sua testa, una voce sconosciuta, quasi metallica ma che immediatamente ricollegò a Bocassa "Questa è la Terra prima della comparsa dell'uomo" Oltre la collina si estendeva una grande città costruita con pietre e legno perfettamente inserita nel contesto naturale che la circondava. Felice giunse al limitare delle abitazioni e percepì la felicità degli individui che le occupavano, esseri simili agli umani ma con dei tratti somatici particolari ed assolutamente originali "Il popolo degli scuri viveva in armonia con la natura" Proseguì la voce nella sua testa "La terra forniva tutto il necessario per vivere e così sarebbe stato ancora oggi se non foste apparsi voi, esseri umani. Rozzi e ignoranti non avevate nulla per cui valesse la pena di perdere tempo, ma purtroppo anche nella mia razza ci sono i deboli che hanno ceduto alla vostra carne. Da quel momento, grazie alle nostre capacità e alle nostre conoscenze che apprendevate rapidamente, vi siete evoluti crescendo di numero, senza controllo e avete colonizzato l'intero pianeta costringendo nel tempo il mio popolo a nascondersi, ma dopo secoli di adattamento abbiamo cominciato gradualmente ad inserirci tra voi cercando di non commettere gli errori dei nostri antenati e preservando la nostra razza. Oggi però sopravvivono ancora dei discendenti di quei rapporti, eredi di una stirpe quasi estinta" Felice si guardò alle spalle ma ovviamente non c'era nessuno, la voce che udiva era nella sua mente e ciò che vedeva era frutto di un'illusione. Adesso gli erano chiare altre cose su cui si era sempre posto domande che non trovavano mai risposta, lui era discendente di una razza antica che aveva mischiato il sangue degli umani con quello degli scuri. In quel momento tornò al presente e incrociò lo sguardo di Bocassa che era vicino a lui, come prima, la sua visione era durata una frazione di secondo. Lei lo fissò intensamente e poi disse a basa voce "Si Felice, hai capito bene"
    Con tutta quell'adrenalina in corpo aveva passato la notte insonne e adesso, mentre stava facendo colazione, si sentiva uno straccio. A'isha era dovuta uscire per delle commissioni, mentre il marito era alle prese con il  servizio in sala e ora, sola e stanca, aveva perso tutta la baldanza che l'aveva accompagnata la sera precedente. Stava per mettersi a piangere quando alle sue spalle una voce che non riconobbe subito la richiamò alla realtà "Buon giorno e ben svegliata" Era Sunday, il cugino di famiglia e con lui c'era una bella donna che da come si poneva non poteva che essere sua moglie e infatti "Aurora, lei è mia moglie, Rossana, non è il suo vero nome ma da quando stiamo in Italia ha deciso di farsi chiamare così, in onore di una brava signora che ci è sempre stata vicino" La donna si avvicinò al tavolo e Aurora ebbe un attimo di lucidità, quel tanto da riuscire a dire "Scusate, sono un po' rintronata stamattina, ma prego, accomodatevi così mi farete compagnia a colazione" Marito e moglie si sedettero al tavolo con lei e dopo aver scambiato quattro chiacchere di rito, Sunday andò al nocciolo della situazione "Ascoltaci, in Italia abbiamo conosciuto Felice in un centro commerciale in un occasione particolare" Sunday raccontò ad Aurora del loro incontro con Felice e di una faccenda da 40 euro "Ora capisci perché vi aiuteremo, Felice si è comportato benissimo con noi e adesso è lui ad aver bisogno di aiuto e faremo il possibile per toglierlo dai guai" Nel frattempo era rientrata A'isha che, dopo aver sistemato alcune cose, li raggiunse al tavolo. "Eccovi qui, avete già pensato a qualcosa?" Aurora era meravigliata dalla semplicità di quelle persone che anche in una situazione così difficile non sembravano affatto a disagio e allora, per assicurarsi che avessero capito bene il problema ribadì con calma "Felice è stato sequestrato da persone altamente addestrate che di sicuro hanno alle loro spalle una solida organizzazione, non sarà semplice come la fate voi" Non voleva usare quelle parole ma per fortuna gli altri non capirono i sottintesi e Sunday si limitò a dire "Siamo nati e cresciuti in mezzo ai guerriglieri e alle fazioni che si scannano in faide continue, ogni giorno in questo mondo è una benedizione divina e ti assicuro che non ci spaventa nulla. Adesso vediamo di buttar giù un piano di massima cominciando da ciò che Aurora ricorda degli ultimi istanti passati con Felice e i suoi sequestratori" Quelle parole aprirono un varco nell'animo  della ragazza che adesso tornava a vedere la luce del sole, doveva solo riporre la sua fiducia in quelle persone e tutto si sarebbe sistemato, ne era sicura "Va bene, statemi bene a sentire" Aurora cominciò a raccontare la sua storia dal momento in cui vide Felice la prima volta, nel parco della sua città.
    Lorenza aveva lasciato un'ora di tempo ai due coniugi per prepararsi e sistemare alcune urgenze; li aveva avvertiti, non sapeva quanto sarebbero stati in ballo quindi dovevano essere pronti ad una lunga assenza da casa. La signora Maria inviò un messaggio alla figlia lasciandole alcuni incarichi, aveva le chiavi di casa e avrebbe saputo cosa fare "Eccoci, siamo pronti" L'anziana si era presentata al cospetto di Lorenza in completa tenuta sportiva, voleva essere comoda e suo malgrado anche il marito si era vestito allo stesso modo. L'agente sorrise "Ottimo, sembrate due boy scout alla loro prima missione, sono contenta che non abbiate perso la voglia di lottare" In realtà non aveva bisogno di loro, li stava solo portando in un posto sicuro dove i suoi principali avrebbero deciso il da farsi, Maria però era tutt'altro che un'anziana sprovveduta e appena furono saliti sul mezzo che li avrebbe portati alla nuova destinazione estrasse dalla tasca della tuta una piccola pistola e la puntò verso la sbalordita Lorenza "Sorpresa?" Chiese la donna nel vedere lo sguardo dell'altra "Un pochino" rispose sinceramente l'agente "Sono contenta della sua onestà" Fu un attimo e Lorenza capì "Si Lorenza, nelle mie vene scorre un po' del vostro sangue, io sono una impura e la vostra razza da secoli ci ha sempre tenuto sotto controllo, d'altronde se sei qui non è certo un caso, dovevate sospettare qualcosa, mio figlio è in gamba ed è uno dei prescelti, ma voi vi siete fatti gabbare e gli altri vi hanno preceduto. Per anni ho convissuto con dubbi e sospetti, sapevo fin dal giorno del suo concepimento che Felice sarebbe diventato speciale e la visita di alcuni di voi ha confermato il mio presentimento. Mio marito mi è sempre stato vicino, è al corrente della mia promiscuità sanguigna fin dall'inizio, ma ama me è i nostri  figli senza se e senza ma" Aldo con un cenno della testa approvò le parole della moglie "Fino a qualche tempo fa non ero a conoscenza della storia degli scuri e pensavo veramente di essere entrata in contatto con gli extraterrestri, ma quando Felice ha cominciato ad ampliare la sua psiche e le sue visioni sono riuscita ad entrare in contatto con la sua mente e così ho capito parecchie cose e tu me ne hai dato conferma" Lorenza fece cenno alla donna di abbassare l'arma, poteva fidarsi di lei e la signora Maria rimise la pistola in tasca lasciando all'altra il tempo di dire la sua "Io sono uno scuro, ma la tua mente ha resistito a tutti i miei tentativi di metterla in contatto con la mia, quindi presumo che tu abbia visto nella mia testa delle menzogne ma nessuna intenzione a volervi fare del male" "Infatti" mentì l'anziana "Ed è per questo che verremo con voi dai vostri superiori che dovranno spiegarci tutto per filo e per segno" A quel punto Aldo sbuffò spazientito "D'accordo, vi siete presentate, ma adesso parla, che fine ha fatto nostro figlio?" Lorenza volse lo sguardo verso l'alto e, convinta di non poter mentire, rispose mestamente "Non lo sappiamo"
    Beatrice sapeva di rischiare grosso, l'appuntamento per la partenza era previsto per il tardo pomeriggio e il piano originale prevedeva che sarebbero restati al riparo fino all'ultimo momento, ma il pensiero di farsi prendere ancora in giro da quei due l'aveva fatta imbestialire togliendole la lucidità necessaria per portare avanti il suo compito. Aveva ricevuto una chiamata da parte del suo superiore ma non aveva risposto, sapeva che sarebbe andata incontro alle sue ire ma in questo momento non voleva sentirla; ricordava le parole della sera prima, fredde e distaccate <Buona notte Beatrice> si era limitata a dirle. Giravano a zonzo ormai da più di due ore, i suoi uomini non avevano sollevato obiezioni sul motivo del cambio di programma, ma adesso uno di loro si arrischiò a domandare "Abbiamo cambiato programma, capo?" Lei rispose in cagnesco "E' evidente, sei, sei" Si fermò in tempo, ma il suo uomo abbassò lo sguardo mortificato e lei capì di avere esagerato, non era colpa loro se si era innamorata del su capo mentre lei la usava come scaldaletto. "Scusa, sono un po' nervosa" l'uomo, temendo l'ennesima sfuriata, non rispose, mentre lei, colta da un improvviso presentimento, disse velocemente "Puntiamo all'aeroporto, alla svelta" Adesso Beatrice doveva concentrarsi sul suo incarico, liberare la mente da interferenze e puntare dritta all'obbiettivo, ma proprio mentre faceva quei ragionamenti accadde qualcosa che avrebbe cambiato la sua esistenza. Il mezzo su cui stavano procedendo a velocità sostenuta urtò violentemente contro un ostacolo mimetizzato nel battuto della pista, ciò fece sterzare immediatamente il furgone rovesciandolo rovinosamente su di un fianco. L'autista restò aggrappato al volante fino all'ultimo, evitando così di rompersi l'osso del collo, mentre Beatrice gli cadde addosso a peso morto; il corpo del suo autista attuti l'urto e la donna se la cavò con qualche ammaccatura. Nel vano posteriore la situazione era simile, Felice e Bocassa furono scaraventati contro la parete del furgone travolti dai due uomini che li sorvegliavano, tante botte ed ammaccature ma tutto sommato non si erano fatti niente di grave. Felice fu il primo a riaversi dallo choc e carico di adrenalina urlò all'indirizzo di Beatrice "Ma che cazzo state combinando la davanti?!" Bocassa non disse nulla mentre gli altri due uomini si stavano ricomponendo tra mugugni ed imprecazioni. Il trambusto aveva messo Beatrice in una situazione imbarazzante, in un altro contesto la scena sarebbe apparsa molto erotica, ma lì, in mezzo al deserto con il rischio di essersi rotti le ossa, i due protagonisti avevano tutt'altro per la testa. Eppure la scenetta la fece sorridere, il suo uomo invece era imbarazzato e lei sdrammatizzò con una battuta "Tranquillo, lo sai che ho altri gusti" Quella frase strappò un sorriso anche a lui che nel frattempo stava divincolando la testa dalla presa delle cosce di lei. Nel volgere di pochi minuti uscirono tutti dal mezzo, Beatrice per ultima e la sorpresa fu tale da lasciarla a bocca aperta.
    "Buon giorno Beatrice, tutto bene?" Il tono di Aurora era sarcastico, una ventina di persone, armate fino ai denti, teneva sotto tiro l'agente e i suoi uomini, mentre Felice e Bocassa accuditi da Sunday e sua moglie erano seduti su degli zaini sistemati a terra. Beatrice rispose a quella domanda con fermezza "Voi non immaginate a cosa vi stiate mettendo contro, lasciateci andare e farò finta che questo incidente non sia mai accaduto" Nonostante il tono deciso l'espressione della donna lasciava trasparire tutta la sua insicurezza, era chiaramente spiazzata da quella nuova prospettiva, sapeva per certo che non li avrebbero lasciati andare e temeva il peggio. In quel momento Aurora la fissò dritta negli occhi e come se le avesse letto nel pensiero le rispose "Non temere, non vi verrà fatto alcun male. Ovviamente sarete ospiti dei nostri amici e vi garantisco che finché righerete dritto sarete trattati con i guanti di velluto, in caso contrario lascio alla vostra immaginazione le possibili conseguenze, questa è gente abituata a tutto" La situazione era chiara, Beatrice e i suoi uomini erano prigionieri e la sua missione per il momento era miseramente fallita. I compagni di Sunday si fecero consegnare e sequestrarono tutti gli oggetti dei prigionieri, i cellulari e qualsiasi tipo di apparecchiatura elettronica venne distrutta sul posto e dopo essere stata deposta in una buca venne data alle fiamme e poi sepolta sotto terra. Gli agenti avevano assistito immobili e silenziosi a quel triste spettacolo, ma poi la donna domandò perplessa "Era proprio necessario?" Mentre attendeva una risposta che forse non sarebbe mai arrivata, Felice si alzò in piedi e con incedere barcollante si avvicinò alla sua ex analista "Vedi Beatrice" esordì pacatamente "Da questo momento o siete con noi o non farete più ritorno a casa vostra" Il tono tranquillo, ma nel contempo risoluto, non ammetteva repliche. Lei lesse nei suoi occhi una fermezza mai vista prima, Felice stava cambiando e forse nemmeno lui capiva quanto.
    Era bastata un'ora di aereo, un volo privato appositamente organizzato per loro. Evidentemente erano sicuri di convincerli, pensò la signora Maria, oppure erano super organizzati e nel volgere di pochi minuti avevano organizzato tutto. Non ci volle alcun tipo di contatto mentale per capire quello che pensava, allora Lorenza spiegò con calma "Vedete, ero convinta di riuscire nel mio compito e mi ero portata avanti, ovviamente il nostro programma non cambia, vi farò incontrare i miei superiori e saranno loro a decidere sul cosa dirvi o meno" Dopo circa mezz'ora dall'atterraggio i due anziani coniugi furono invitati ad entrare in un grande e maestoso palazzo posto sulle colline della città, più che una base di un qualsiasi tipo di organizzazione segreta, sembrava la reggia di qualche nobile facoltoso. L'edificio era imponente ma allo stesso tempo armonioso, circondato da un ampio parco curatissimo e con le facciate tirate a lucido nonostante fosse visibilmente lì da parecchio tempo. Salirono lungo un'ampia scalinata e quando furono al cospetto di una porta enorme ma finemente intarsiata, un uomo dai modi gentili li invitò ad entrare e a seguirli, mentre Lorenza e i suoi uomini si congedarono. Maria non apprezzò quel fatto, in cuor suo si era già affezionata a quella donna e le dispiaceva perderla di vista, ma la sua mente, ora consapevole delle proprie capacità, percepiva nuove sensazioni che la distolsero da quei pensieri, l'entrare in quell'edificio le aveva completamente aperto la mente ed ora percepiva il disagio del marito, lui avrebbe voluto tornare a casa, alle sue faccende, alla sua vita di sempre, ma a lei era ormai chiaro che quella vita, se mai fossero vissuti ancora a lungo, non sarebbe più tornata. Afferrò la mano dell'uomo per infondergli calore e sicurezza e immediatamente lo sentì rilassarsi "Stai tranquillo tesoro" disse lei amorevolmente "Andrà tutto bene" A lui bastarono quelle poche parole dette dalla donna che amava per rasserenarsi. Nel frattempo erano giunti al termine di un lungo e largo corridoio e davanti a loro si stagliava maestosa una grande porta di legno scuro e quasi per magia la porta si aprì al loro cospetto e l'uomo dai modi gentili li invitò a precederli. Aldo era titubante mentre la moglie incuriosita da tutto quel mistero non se lo fece ripetere una seconda volta ed entrò decisa in quella grande stanza dove al centro era sistemato un salottino con poltroncine e divanetti. Ad un cenno dell'uomo i due si accomodarono "A breve sarete raggiunti dai miei signori, nell'attesa è di vostro gradimento una tazza di tè?" La donna rispose anche per il marito "Si grazie, è di nostro gradimento" A quelle parole l'uomo si allontanò lasciandoli soli. Dopo alcuni minuti fece ritorno con il tè e allo stesso tempo annunciò i suoi signori. Aldo e Maria cominciavano a risentire degli effetti dell'età e la loro vista non era più quella di un tempo, ma appena i loro ospiti si furono avvicinati i due anziani strabuzzarono gli occhi e Maria esclamò confusa "Nonni!?" "Ciao Maria, è parecchio che non ci si vede" Rispose la donna.

     
  • 11 marzo 2015 alle ore 11:16
    Il cuore di Anna

    Come comincia: Da bambina le dissero che non esisteva il principe azzurro e <<vissero felici e contenti>> si avverava solo nelle favole. Lei ascoltò con attenzione quelle parole uscire dalle bocche dei grandi e in quel momento nel suo cuore si chiuse la prima porta.
    Da ragazzina subì la prima grande delusione d'amore, il coetaneo per cui si era presa la prima innocente cotta le confessò di preferirle la sua amica; fu allora che si chiuse la seconda porta.
    A diciassette anni si chiuse la terza porta. Durante la festa di compleanno di una sua amica, che per l'occasione aveva invitato parecchi amici, trovò il suo fidanzato appartato con una ragazza appena conosciuta e anche in quell'occasione dovette sopportare l'umiliazione del rifiuto.
    Ci vollero quasi tre anni per riprendersi da quella delusione, ma poi all'università incontrò quello che per lei sarebbe stato l'uomo della sua vita. Bello capace ed anche benestante, la trattava come una regina. A volte era fin troppo premuroso nei suoi confronti e a lei avrebbe fatto piacere invece che in alcune circostanze si fosse comportato un po' più da uomo; ma in fondo lo amava per ciò che era. Quella mattina però si chiuse anche la quarta porta: stavano facendo colazione nel bar della facoltà quando lui le prese delicatamente la mano. Un gesto d'affetto che compiva spesso e lei lo interpretò come tale. Ma quella volta la sua mano indugiò e lei capì che qualcosa non andava, lo fissò dritto negli occhi e le fu subito chiara una cosa, lui non la amava più. Ritrasse la mano inorridita, non voleva sentirsi raccontare qualche storia campata in aria e in tutta fretta si alzò dalla sedia pronta a scappare via, lui però riuscì a fissarla intensamente e ad emettere un'unica parola "Scusami!" Quella parola, sincera e spontanea, non ebbe alcun effetto su di lei; ormai le porte del suo cuore si stavano esaurendo. Dopo due giorni lo incontrò mano nella mano con la sua compagna di stanza e le fu immediatamente chiaro perché lui venisse così spesso a trovarla nel suo alloggio. Ma non fu quell'ulteriore episodio a farle chiudere la quinta porta.
    Passarono ancora alcuni anni prima che ciò accadesse, tempo in cui lei si era ripromessa di non voler più aver nulla a che fare con gli uomini, ma come spesso accade al cuor non si comanda e fu così che trovò il suo uomo sul posto di lavoro, in ufficio. Il loro fu amore a prima vista e dopo pochi mesi decisero di sposarsi. Prepararono tutto scrupolosamente e il gran giorno erano entrambi in splendida forma. Avevano optato per una cerimonia ristretta e riservata a pochi invitati. Tutto stava filando liscio, ma quando il celebrante pose la fatidica domanda, dal fondo della chiesa si levò una voce stridula: "Mi domandavo fino a che punto ti saresti spinto vigliacco. Ricordati che oltre me hai anche tre figli da mantenere ed è giusto che la tua nuova fiamma ne sia al corrente"
    Anna si risveglò in una stanza di ospedale, gli occhi gonfi e la testa che rimbombava come l'eco di una caverna. Una dottoressa le sorrise e lei a malapena fece altrettanto mentre nel frattempo si chiedeva dove fosse e cosa fosse successo; la dottoressa sembrò averle letto nel pensiero e anticipando le sue domande spiegò "Si trova in ospedale, al San Martino. Ha avuto un malore durante la funzione, ricorda?" Ricordava  a stento, poi però le immagini e le parole riaffiorarono nella sua mente, ora rammentò tutto. "E lui?" Chiese più a se stessa che a qualcuno in particolare. La dottoressa le si avvicinò e dopo aver constatato che si  fosse ripresa, le parlò con calma "Forse è meglio che parli con sua madre, è qui di fuori che aspetta" "Va bene" Rispose Anna. Sua mamma fu contenta di riabbracciarla e scoppiò in un pianto irrefrenabile; lei aspettò che si calmasse un po' e poi parlò decisa "Adesso mamma mi racconti tutto" La donna a malincuore raccontò tutta la verità alla figlia, quella storia sigillò ermeticamente anche la quinta porta.
    Ci vollero un anno di cure e sedute con vari specialisti per ristabilire un minimo d'equilibrio nella sua testa. L'affetto di amici e parenti furono importanti, ma in particolar modo ultimamente la vicinanza di un volontario fu determinante per la sua ripresa. Era un uomo di qualche anno più anziano di lei e fin dall'inizio le aveva raccontato tutti i dettagli della sua vita, tanto che a un  certo punto fu più lei ad essere utile a lui che viceversa. Le aveva detto di essere separato, con due figli e disoccupato. Riusciva a sopravvivere solo grazie ad un piccolo contributo che la sua ex moglie, ricca e benestante, gli elargiva ogni mese, che si sentiva un parassita ma con il tempo si era abituato a questa situazione e per stare in pace con se stesso si era dato al volontariato. Giorno dopo giorno Anna sentiva crescere qualcosa dentro il suo cuore, non tutte le porte erano chiuse e quell'uomo, premuroso e così indifeso, cominciò a fare breccia nella sua corazza e un dì decise di rompere il ghiaccio invitandolo a cena nel suo appartamento. Per l'occasione cucinò al meglio delle sue capacità, indossò un abito sexi e si tirò a lucido. Lui fu sorpreso nel vederla, era bellissima e non smise di corteggiarla per un attimo.
    Anna si svegliò con un gran mal di testa, dalla finestra della piccola cucina entrava la luce del sole, che ora era? Si alzò a fatica dal divano e nonostante la mente annebbiata si rese subito conto che qualcosa non andava. Lui dov'era? E soprattutto, come mai la casa era a soqquadro? Scoprì di essere stata derubata di tutto ciò che aveva di valore. Gli uomini dell'Arma raccolsero la sua deposizione e dei possibili indizi e il loro superiore concluse amaramente "Lei è l'ennesima vittima di questo truffatore, il suo <<modus operandi>> è come una firma in calce. Adesca donne sole e facilmente raggirabili e quando riesce ad entrare in casa loro le addormenta e poi sparisce con il bottino. Purtroppo signora non è la prima e non sarà l'ultima vittima di questo delinquente" Concluse amaramente il militare.
    Quello fu l'episodio che sbarrò la sesta porta del suo cuore, la penultima e non aspettò l'ennesima batosta per chiudere l'ultima, la settima e senza aspettare oltre la sprangò immediatamente, per sempre; non ci sarebbero stati mai più uomini nella sua vita, solo paura.
    Erano passati diversi anni da quell'ultimo fattto, Anna ora era una splendida trentacinquenne in carriera, il suo cuore di pietra le aveva permesso di farsi strada nel mondo del lavoro e la sua tenacià e le sue capacità l'avevano portata ad aprirsi uno studio in proprio, che ora impiegava una dozzina di persone, tutte rigorosamente donne; Anna aveva fatto un voto, mai più uomini nella sua vita. Quando per lavoro o per causa di forza maggiore doveva avere a che fare con elementi dell'altro sesso si chiudeva nella sua corazza comportandosi da uomo più dei maschi stessi. Ormai nell'ambiente la chiamavano tutti cdp, cuore di pietra e solo sua mamma riusciva a trasmetterle un po' di calore umano.
    Quella mattina, che avrebbe cambiato il corso della sua vita, era in ritardo tremendo e non avendo altre alternative fermò il primo taxi di passaggio. Senza un minimo di educazione prese posto sul sedile posteriore e si rivolse all'uomo alla guida come se stesse parlando ad uno zerbino e con tono autoritario indicò l'indirizzo della sua meta. Senza scomporsi miimamente l'uomo si girò verso di lei e con modi gentili ma allo stesso tempo canzonatori, le rispose "Senti carina, io non sono il tuo galoppino, chiaro? Il mio è un lavoro e anche se vengo pagato pretendo un po' di rispetto ed educazione; e poi a casa tua non ti hanno insegnato a chiedere per favore?" Anna si accigliò, avrebbe voluto sbranare quel cafone ma aveva troppa fretta e il tragitto sarebbe stato abbastanza lungo quindi optò per la moderazione "Va bene buonuomo, come vuole lei; per favore può dirigersi verso l'indirizzo che le ho indicato?" "Ok, così va meglio, tu mettiti comoda che adesso partiamo" Rispose lui gentilmente "E comunque" Precisò lei "A casa mia hanno insegnato a non dare del tu alla prima persona che si incontra" Lui sorrise "D'accordo, hai ragione, io sono Michele e tu?" "Io sono Anna" Si sorprese a rispondere lei. Michele la osservò dallo specchietto retrovisore mentre si immetteva nel traffico della città, era una bellissima donna.
    Io sono Anna, stava ripensando alle sue parole. Da anni non si rivolgeva più così ad un uomo non permettendo a nessuno, neanche ai bene intenzionati, di intraprendere un discorso con lei. Eppure quelle parole le erano uscite spontaneamente come se una parte di lei, una parte sepolta ma evidentemente ancora viva, pretendesse il suo spazio.
    Il viaggio durò meno del previsto, Michele conosceva il suo mestiere e nonostante i modi di fare un po' coloriti raggiunse la meta permettendo ad Anna di non essere fuori tempo massimo. Durante quel tempo i due si erano scambiati alcune frasi di cortesia e lei stranamente apprezzò la genuinità dell'uomo, spontaneo al limite della sfacciataggine ma comunque dai toni e modi di fare da gentiluomo. Doveva avere qualche anno più di lei ed era in splendida forma e non poté fare a meno di osservarlo a fondo cercando di non farsi notare; lui però era un uomo navigato ed esperto del mestiere e gli bastarono alcuni sguardi per capire cosa stesse pensando lei. Quando furono prossimi all'arrivo lui chiese senza mezzi giri di parole "Tu sei libera Anna?" Lei restò colpita da quella schiettezza e si limitò a rispondere "Cosa vuol dire?" "Suvvia cara la mia signora, hai capito bene. Voglio sapere se hai un uomo, o una donna. Insomma devo capire come muovermi" Anna  diventò paonazza e ribatté tutto d'un fiato "Lei è un cafone, un maleducato; come si permette!?" Chi si crede di essere?" Lui sorrise con quella faccia disincantata di chi ne ha viste e sentite tante nella vita e rispose "Io sono Michele e se non sbaglio eravamo passati a darci del tu. Comunque non hai risposto alla mia domanda: sei libera o no? Perché se è si allora posso continuare a farti il filo" Lei stava per rispondere con un insulto ma poi si disse che non ne valeva la pena. Chiese il conto e dopo aver pagato scese bruscamente dalla vettura ma prima che potesse allontanarsi lui la chiamò "Anna" In lei due forze interiori entrarono in conflitto e dopo anni si ritrovò a voler dare corda ad un uomo. Come se le fosse stata fatta vioenza si voltò verso di lui e chiese "Si?" Michele sorrise per l'ennesima volta e lei non riuscì a respingerlo "Questo è il mio bilgietto da visita, mi farebbe piacere rivederti, chiamami se vuoi" Lei afferrò quel biglietto e senza aggiungere altro lo infilò nella borsetta e se ne andò.
    L'impegno di lavoro la tenne occupata per il resto della giornata e la sera non ricordava praticamnte più ciò che era avvenuto quella mattina. Fu solo quando tornò a casa e come al solito rovesciò tutto il contenuto della borsa sul tavolo che vide il biglietto da visita di Michele e con un gesto rabbioso lo scagliò a terra. In realtà quella sera faticò a prender sonno, una fitta al petto le faceva mancare il respiro e dopo ore di strazio si addormentò esausta. Una porta nel suo cuore si era riaperta e a nulla erano valsi tutti i tentativi per tenerla chiusa, gli uomini non le facevano più paura.
    Quella mattina si svegliò stanca e dolorante, aveva dormito poco e non aveva riposato. Inveì contro il tassinaro per tutto lo scompiglio che le aveva creato e poi se la prese con se stessa per non essere stata in grado di gestire la situazione. Si recò al lavoro dopo essersi fatta un'abbbondante dose di caffè nero e forte e si ripromise di cancellare quell'uomo dalla sua testa, ma nonostante tutti i suoi sforzi quel giorno non riuscì a concentrarsi; ogni pretesto era buono per rimandare la mente alla mattina prima. Stanca e frustrata decise di tornare a casa prima del solito e lasciò le ultime mansioni alla sua fidata segretaria. Rincasò con il morale sotto i tacchi, non era da lei trascurare il lavoro,quando un occhio colse per terra il biglietto da visita di Michele; era lui la causa di tutto. Adesso l'avrebbe chiamato spiegandogli che tra loro non ci poteva essere nulla. Compose il numero di cellulare e attese; cinque, sei squilli e lui non rispondeva, forse era alla guida e non poteva distrarsi ma una vocina dentro di lei diceva che non era così.Dopo nove squilli, tempo in cui lei avrebbe anche potuto desistere, lui rispose "Pronto sono Michele, chi mi desidera?" Chi mi desidera? Pensò lei; e con quale presunzione pensi che chi ti chiama ti desideri? "Sono Anna, ti ricordi di me?" Esordì lei con tono aggressivo "Anna? Certo, la bella signora. E come posso non ricordarmi di te?" Rispose lui tra il serio e il faceto. Ciò la fece imbestialire ulteriormente e accecata dalla rabbia cercò di ribattere "Senti, io volevo dirti che" "Che hai accettato il mio invito e, senti, dove vorresti che ti porti a cena? Conosco un sacco di posti ma se hai qualche preferenza sarò ben lieto di accontentarti" Lei restò senza parole, ma che faccia tosta aveva quell'uomo? "Anna, ci sei? Ascoltami, alle otto sarò da te, dimmi dove stai e passo a prenderti. Per il ristorante ci pensiamo dopo, con calma" Lei era sbalordita da quello che stava avvenendo e come un automa fornì il suo indirizzo all'uomo che precisò "Grazie Anna, sei un tesoro. E mi raccomando, fatti bella" Sotto la doccia sentì una fitta al petto, un'altra porta del suo cuore si era aperta e con essa la ritrovata fiducia negli uomini.
    Fu una serata magnifica. Anna riassaporò il piacere di essere corteggiata, la bellezza della compagnia maschile e il gusto per la buona cucina. Michele si comportò da signore e quando furono sotto casa di lei la prese per le mani e Anna chiese "Vuoi salire da me?" Lui la fissò e sorrise come al solito ma rispose seriamente "Tu non immagini quanto lo desideri, ma ho capito che la tua storia è molto complessa e ti chiedo di prenderti tempo e rifletterci su. Adesso abbiamo rotto il ghiaccio, ci stiamo conoscendo, ma io non voglio rovinare tutto per una serata a letto. Hai il mio numero, se domani sei ancora dell'idea allora ci sentiamo" Lei restò un attimo perplessa ma poi capì che lui era serio. Lo baciò teneramente sulla guancia e lo  salutò "Buonanotte Michele" "Buonanotte a te" In quel momento nel cuore della donna si aprì, meno dolorosamente delle altre, un'altra porta facendole riscoprire il rispetto reciproco tra uomo e donna.
    Il giorno successivo affrontò gli impegni di lavoro con una grinta eccezionale e tutte in ufficio si reserò conto che qualcosa era cambiato; cuore di pietra emetteva una luce ed una carica mai viste prima, era radiosa come il Sole. Alla sera rientrò a casa con l'intento di chiamare Michele ma qualcosa la bloccava. Aveva superato la paura, aveva riassaporato la fiducia e il rispetto degli uomini ma adesso temeva l'idea del rifiuto e del tradimento e la successiva amarezza che le avrebbe distrutto il cuore, definitivamente. E se lui ci avesse ripensato? Tormentata da quei pensieri non riuscì a prendere una decisione e per evitare di commettere errori decise di non chiamarlo. Dormì male e fece degli incubi terribili ma alla fine una luce squarciò la nube di dubbi che avvolgeva il suo cuore e quando si destò alla luce dell'alba aveva preso una decisione importante, afferrò il telefono e compose il numero di Michele. Nonostante fosse presto lui rispose con voce squillante, era ben sveglio e pronto ad ascoltarla "Michele, ci ho riflettuto a fondo e credo di essere giunta ad una conclusione" "Ok" La interruppe lui "Ma forse è meglio se ne parliamo a quattr'occhi" "No Michele, non riesco ad aspettare, devo parlarti ora" "E allora fammi salire a casa tua" Era sotto casa in attesa della sua chiamata. Lo fece entrare e prima che  riuscissero a dirsi qualcosa si ritrovarono nel letto e fecero l'amore. Lei riassaporò appieno tutte quelle piacevoli sensazioni che da anni le mancavano e lui le trasmise amore e passione allo stesso tempo. Stremati, ma contenti di ciò che stavano vivendo, si assopirono teneramente abbracciati e si risvegliarono solo qualche ora più tardi. Fu lei a destarsi per prima e si meravigliò di non essere minimamente imbarazzata e quando anche lui fu sveglio lei affrontò con coraggio il tema che le stava tremendamente a cuore. "Ecco Michele, io vorrei chiederti una cosa" "Dimmi Anna" "Tu hai mai tradito?" Lui comprese il suo terrore del tradimento, probabilmente aveva subito qualche trauma ma rispose a sua volta con una domanda "Sei disposta a correre il rischio?" "Si" rispose sicura "Si" ribadì convinta. Fecero ancora l'amore, ormai quella giornata di lavoro era persa e Anna sentì il suo cuore leggero; la porta in cui aveva rinchiuso il terrore del tradimento si era riaperta e lei adesso era di nuovo libera di amare.
    La loro relazione si cementò giorno dopo giorno su solide basi di rispetto e condivisione. Il loro amore permise ad Anna di spalancare l'ennesima porta nel suo cuore e riacquistare così la consapevolezza di essere una donna che sapeva amare e voleva essere amata. Il tempo trascorreva veloce e tra alti e bassi i due affrontarono gioie e difficoltà di una relazione stabile evitando di rivangare il loro passato. Non si sposarono, ma dalla loro unione nacquero due figlie ed un figlio e dopo anni di convivenza che regalò loro parecchie soddisfazioni, Anna sbloccò anche la penultima porta chiusa del suo cuore. Ormai viveva il suo rapporto con Michele in modo semplice ed innocente, erano talmente innamorati ed affiatati che un giorno una loro amica disse "Voi siete come l'idrogeno e l'ossigeno che uniti formano l'acqua limpida e portatrice di vita"
    La loro storia risultò inossidabile e finalmente Anna potè aprire l'ultima porta del suo cuore e proclamare, coronando il suo sogno da bambina <<vissero felici e contenti>>.
    Il suo cuore da quel giorno restò per sempre aperto per tutti pronto a dare e ricevere amore.
    "Vi è piaciuta la mia storia bambini?" "Bellissima nonna Anna" "Bene, quindi ricordate sempre: aprite il vostro cuore al mondo, non fermatevi di fronte alle difficoltà ma affrontatele e superatele, in qualsiasi occasione. Il mondo è pieno di gente che desidera amare ed essere amata, basta trovarla" "Mamma, cosa stai raccontando ai bambini?" Chiese sua figlia che nel frattempo li aveva raggiunti in salotto "La mia storia e quella di tuo padre, il loro nonno" "Oh mamma, ti manca tanto papà?!" "Tantissimo tesoro, tantissimo"

     
  • 19 febbraio 2015 alle ore 10:13
    Lacrime e sorrisi senza confini

    Come comincia: Roma.
    Rideva come una matta, piccola creatura senza denti con due ciuffi in testa e tutti restavano incantati a guardarla ed ascoltarla, perché si, pur se piccola il suo sorriso era forte e contagioso e al cospetto di quella gioia incontenibile diventavano tutti più allegri e comprensivi. Ma quella notte pianse a lungo, stavano crescendo i dentini e il dolore era insopportabile, mamma e papà erano stremati, ma ripensando alla loro creatura sorridente la notte passò in un baleno.
    Milano.
    Si sbellicava davanti alla tivù, non comprendeva ancora a pieno il senso di quelle immagini e di quelle parole, ma lui era un bambino così, sempre allegro e sorridente. Da dietro una porta la mamma lo stava osservando senza riuscire a trattenere delle lacrime di gioia, come non esser contenti di fronte al proprio figlio che ride?
    Napoli.
    I bambini ridevano perché un piccione era entrato nell'aula e si era messo a scacazzare a destra e a sinistra; la maestra cercò di riportare l'ordine e il silenzio, ma nel volgere di pochi istanti si lasciò coinvolgere dalle risate sincere dei suoi alunni.
    Torino.
    Il professore di matematica aveva raccontato una barzelletta e tutta la classe scoppiò a ridere in maniera incontrollata tanto che gli schiamazzi giunsero fino all'ufficio del preside il quale, dopo aver individuato da dove giungesse quel trambusto, si diresse in quella direzione. Terza D, in fondo al corridoio, c'era da aspettarselo. Aprì la porta e trovò la classe intenta ad ascoltare la lezione di matematica, ma il suo occhio attento notò le espressioni dei ragazzi: trattenevano a stento le risa e allora si girò verso il professore che, con fare modesto, menzionò la sua barzelletta al preside. Dopo pochi secondi anche il preside scoppiò in una sonora risata e tutta la classe sfogò le risa represse; tutto sonmmato, si disse il preside, ridere fa bene alla salute e distende i nervi, per stavolta niente punizione.
    Palermo.
    A cena l'atmosfera era di quelle pesanti: papà aveva perso il lavoro, suo fratello era stato bocciato, la mamma aveva l'influenza e lei era stata lasciata dal fidanzato. Il minimo errore, una parola sbagliata, un rumore molesto, qualsiasi cosa e sarebbe scoppiata la bomba. E invece suonò il campanello della porta, la mamma si avviò a vedere chi fosse e si trovò davanti l'anziana vicina di casa che era venuta a chiedere di prestarle tre uova. La donna fece accomodare l'ospite e si diresse in cucina per recuperare le uova, mentre la signora, resasi conto dell'atmosfera pesante, provò a sdrammatizzare quella situazione raccontando cosa le era successo. Stava preparando la frittata mentre alla televisione trasmettevano uno spettacolo circense, ad un certo punto uno dei pagliacci si era messo a far volteggiare tra le mani delle palline colorate e lei, presa dallo spettacolo, aveva cercato di imitarlo lanciando in aria le uova con il risultato di fare la frittata sul pavimento. Al sentir quella buffa storiella il papà scoppio a ridere e anche suo fratello rise fino alle lacrime mentre lei, immaginandosi la scena della vecchia che spiaccicava le uova a terra nel tentativo di farle volteggiare in aria, restò per un attimo sconcertata, poi il suo cervello focalizzò la scena e anche lei si mise a ridere. La mamma, che nel frattempo li aveva raggiunti in sala, pur non avendo ben capito tutta la storia fu lieta di vedere i suoi che ridevano beatamente; quelle risa trasmisero in lei gioia e serenità e nel breve volgere di alcuni secondi cominciò a ridere fragorosamente. La vecchia ospite si unì spontaneamente a quella manifestazione di allegria e il frastuono era tale che il ragazzo dovette suonare alla porta ripetutamente prima che qualcuno sentisse. Fu lei ad accorgersi che il campanello trillava e, ancora con la faccia sorridente, aprì la porta e si trovò davanti lui che con in mano un mazzo di fiori la implorò di perdonarlo e di potersi rimettere insieme. Nonostante tutto lei continuò a ridere e in segno di pace lo fece accomodare in sala. Ora tutti avevano smesso di ridera, ma l'atmosfera era più distesa e appena la vicina di casa  li ebbe ringraziati e salutati, squillò il telefono. La mamma rispose immediatamente e disse al marito che era per lui, l'uomo prese l'apparecchio dalle mani della moglie e dopo poche parole un sorriso si stampò sul suo viso; l'avevano ricollocato in un altro reparto e a partire dal giorno successivo avrebbe ripreso a lavorare. Nel frattempo anche il cellulare di suo fratello ricevette dei messaggi; era la scuola che si scusava per un macroscopico errore, le sue schede valutative erano state confuse con delle altre e quindi non era stato bocciato bensì promosso senza nessuna materia da riparare a settembre. Tutte quelle notizie positive ricevute in così pochi istanti riportarono il sorriso a tutta la famiglia e anche la mamma, travolta dall'euforia, riuscì a sopportare meglio la sua condizione febbrile.
    Un paesello in provincia di Brescia.
    Stava leggendo un libro seduta sulla panchina del parco mentre dei bambini schiamazzavano nel prato vicino. Da qualche giorno aveva notato quel ragazzo dai lineamenti orientali che arrivava in sella alla sua scassatissima bici, la appoggiava ad un muretto e poi cominciava a parlare al cellulare. La cosa in se non aveva nulla di strano, ma lei, giorno dopo giorno, si era accorta di come il sorriso di quel ragazzo crescesse fino a diventare gioia allo stato puro; doveva essersi innamorato. Si disse che non avrebbe fatto nulla di male provando a parlare con lui, in fondo era in un parco con tanta gente che li circondava e il ragazzo poteva aver 13 o 14 anni. Quando si accorse che lui aveva finito con il telefono provò a chiamarlo senza metterlo in soggezione, il ragazzo si guardò in giro titubante ma piano piano si avvicinò a lei e quando fu ad un paio di metri di distanza lei si presentò.
    "Buongiorno, io sono Carla, tu come ti chiami?" Il ragazzo non capiva cosa volesse da lui quella donna, ma la sua educazione lo portò a rispondere con garbo "Io sono Akram" Carla intuì il disagio del ragazzo e cercò di conquistare la sua fiducia "Scusa Akram, io facevo la professoressa alle scuole medie e ho sempre vissuto in mezzo ai ragazzi della tua età ed era parecchio tempo che non vedevo più un sorriso come il tuo, solare e spontaneo" Il ragazzo fu tentato di scappare, sapeva che circolavano strani personaggi sempre pronti ad adescare giovani di tutte le età, ma qualcosa nello sguardo della signora lo rassicurò, non sembrava pericolosa "Ho 13 anni ma a scuola non l'ho mai vista" "Infatti, come ti stavo dicendo facevo la professoressa. Poi alcuni anni fa ho avuto dei gravi problemi di salute e ho dovuto abbandonare la mia professione ed ora eccomi qua, seduta su una panchina ad osservare mio marito che gioca con mia nipote ed il cane" Disse facendo cenno con la mano verso il prato. Akram si girò istintivamente e in mezzo a quel mucchio di gente intravide un anziano signore che si intratteneva con una bambina ed un bell'esemplare di Labrador.
    "Hai da fare Akram o puoi dedicare un po' del tuo tempo ad un'anziana signora che adora i bei sorrisi?" Il ragazzo voleva sganciarsi da quella situazione, ma qualcosa lo tratteneva, forse l'educazione, o la compassione per quella stramba vecchietta. Decise allora di sedersi sulla panchina, non aveva nulla di urgente da fare "Ha detto che lei adora i bei sorrisi, come mai?" Quella domanda così diretta, fatta senza malizia, mise la donna in difficoltà, le persone da tempo evitavano di porre domande dirette e ancor meno di rispondere sinceramente. Decise però di aprire il suo cuore a quel ragazzo "Mi piace la gente che ride in modo sincero, senza secondi fini. Il sorriso rende qualsiasi volto disteso e sereno e il suono delle risa mette allegria. Tante persone hanno dimenticato la bellezza delle risate e forse anche io mi sono persa in questo mondo freddo e distaccato. Tu hai un bel sorriso Akram, non smettere mai di ridere, giosci della tua vita, sempre. Sii spensierato e realizza i mille sogni che hai nel cassetto. Adesso se vuoi puoi condividerne alcuni con me" Il ragazzo trovò quella richiesta un po' strana, ma quella signora ispirava fiducia e in un certo senso tenerezza, così cominciò a  raccontarle alcune esperienze e i suoi sogni e il pomeriggio trascorse tra chiacchere e risa di gusto. Poi Akram annunciò che era tardi e che doveva rincasare e lei con un gesto materno lo accarezzò sulla testa e disse "Se vuoi torna a trovarmi, mi troverai qui, tutti i pomeriggi. La tua presenza e il tuo sorriso sono un toccasana per il mio corpo acciaccato"
    Nei giorni seguenti una perturbazione rovesciò pioggia a catinelle su tutta la zona e Akram evitò di recarsi al parco. Dopo quattro giorni di pioggia ininterrotta il quinto giorno il cielo era azzurro e il sole caldo e il ragazzo si recò al parco, in cuor suo desiderava rivedere la vecchia professoressa, ma giunto sul posto non la trovò. Girovagò per circa mezz'ora nella speranza di incontrarla e quando fu sul punto di andarsene riconobbe una signora che aveva salutato la signora Carla e allora, con garbo, chiese informazioni sul suo conto "La signora Carla?" Chiese la donna sbalordita "E' morta ragazzo, è morta!" Akram si irrigidì, alla sua età aveva già elaborato la morte, ma era la prima volta che si trovava di fronte alla perdita improvvisa di una persona con cui era bastato passare un pomeriggio al parco per affezionarsi. La signora comprese lo stato d'animo del ragazzo e gentilmente cercò di consolarlo "Senti ragazzo, se ci tieni tanto vai a farle visita, è morta ieri ed è ancora a casa" Akramm si fece spiegare dove andare e raggiunse l'abitazione della professoressa. Era pomeriggio e a parte i parenti stretti c'erano pochi visitatori, tra cui alcuni giovani, probabilmente ex alunni della signora Carla. La sua religione non contemplava quel rito funebre, ma in quel momento lui vedeva solo un'anziana rinsecchita stesa in una bara di legno e la sua mente da ragazzo spensierato notò un accenno di sorriso in quel viso scarnito. Ripensò a quegli attimi di gioia che avevano trascorso insieme e trasportato da quei pensieri cominciò a sorridere, sempre più forte, fino a scoppiare a ridere. Uno dei presenti lo redarguì severamente, che stava facendo? Era in presenza di una morta, un po' di rispetto. In quel momento il marito della signora Carla si alzò dalla sedia e si rivolse con calma al signore "Lo lasci ridere, non si preoccupi. Mia moglie ha vissuto gli anni migliori della sua vita in mezzo ai ragazzi della scuola e mi ripeteva sempre che le loro risate erano una vera benedizione" Poi appoggiò una mano sulla spalla di Akram e lo invitò a continuare "Ridi ragazzo, ridi. La tua gioia è la mia, il tuo sorriso è il miglior gesto d'affetto nei suoi confronti" Akram sorrise ma poi scoppiò in un pianto sincero e abbracciò l'uomo con forza "Bravo ragazzo, piangi e poi ridi. La gente ha dimenticato cosa vuol dire, non sa più esternare le proprie emozioni e vive in un acampana di vetro"
    Akram uscì da quella casa e si mise a camminare a testa bassa con il cuore gonfio di mille sensazioni, e preso da un turbine di pensieri, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, non si avvide di lei che le andava incontro "Sei cieco?" Disse la ragazza con il sorriso sulle labbra. Lui alzò il capo e un sorriso illuminò il suo volto e senza pensarci due volte le chiese "Ti va di venire al parco con me?" "Volentieri" Rispose lei immediatamente. I due ragazzi si fissarono per un attimo, i loro sguardi trasmettevano gioia alllo stato puro. Akram sentiva le farfalle nello stomaco, quindi afferrò delicatamente la mano di lei che strinse leggermente la sua in segno di approvazione; con il sorriso stampato in faccia si avviarono verso il parco, il mondo era loro.

     
  • 19 gennaio 2015 alle ore 17:06
    Felice e le difficili scelte

    Come comincia: Passato lo stupore iniziale Felice si accomodò sul divanetto e invitò Aurora a fare altrettanto, lei sembrava ancora frastornata da quella brutta sorpresa, ma lui la prese per mano e la tirò con decisione a sé. Quel gesto un po' rude ebbe l'effetto di farla riprendere e immediatamente ringhiò verso Beatrice "Maledetta, cosa vuoi da noi?" L'agente speciale era ben addestrato e non si lasciò sfuggire l'occasione per smorzare gli entusiasmi della ragazza "Da te, mia giovane amica, proprio nulla, forse un po' di compagnia a letto, dopo il lavoro, è lui che mi interessa" Con uno sguardo d'intesa Beatrice ordinò ad uno degli energumeni di portarla via ed immediatamente Felice fece per opporsi ma l'altro omaccione lo immobilizzò sul divanetto e Beatrice mise in bella mostra una pistola luccicante "Non vogliamo farvi del male, ma non costringeteci ad usare la forza, in fondo siamo tra persone civili. Adesso tu" Disse rivolta ad Aurora "Seguirai il mio uomo senza far storie, ti accompagnerà in una comoda stanza dove aspetterai tranquilla, ok?" Aurora avrebbe voluto saltarle al collo ma una rapida occhiata d'intesa con Felice la fece desistere dall'intento, avrebbe avuto la sua rivincita in un altro momento e quando fu uscita dal salone con alle costole l'energumeno, Beatrice fece spallucce soddisfatta "Finalmente, non la sopportavo più" Ma notando la feroce espressione di Felice si affrettò a precisare "Tranquillo paladino, alla giovin pulzella non verrà torto un capello" Nessuno afferrò la sua ironia e allora riprese con calma il filo del discorso "Bene, adesso parliamo degli scuri, siete d'accordo?" Felice guardò in direzione di Bocassa, voleva capire da che parte stava, con o contro di lui? La donna evitò il suo sguardo in modo sfrontato, cosa nascondeva? Beatrice, che non era affatto una sprovveduta, notò quegli ammiccamenti e si intromise domandando "Allora signora, il suo pupillo non le ha parlato dell'incontro che ha avuto con uno scuro a Gao?" Beatrice sembrava una maestrina pignola che si presenta alla prima lezione a dei piccoli bambini, voleva metterli contro, ma mentre Felice era in procinto di esplodere, Bocassa restava calma e insensibile alle provocazioni, da anni era abituata a gestire situazioni complicate, ma questo Beatrice non l'aveva capito e infatti sbottò "Allora voi due, vi decidete a parlare o devo usare le maniere forti?" Quei modi rudi e minacciosi stavano infastidendo la signora che era abituata a discutere civilmente in contesti diversi e meno cruenti, quella donna meritava una lezione "Lei non sa di cosa parla" Rispose Bocassa rivolta verso Beatrice "Lei parla di scuri, ma li ha mai visti, li ha mai incontrati? Sarebbe in grado di affrontarli, da sola?" Beatrice accettò la sfida senza pensarci su un solo istante e rispose piccata "E tu, vecchia megera, li hai mai visti? Ti sei mai scontrata con loro? O parli solo per dare aria alla bocca?" Felice era sorpreso ma allo stesso tempo affascinato da quel battibecco; la psicologa che conosceva lui era disponibile e per nulla aggressiva e per quel poco che sapeva di Bocassa non si sarebbe mai aspettato una sfida cosi diretta verso la sua avversaria. In effetti la lotta era impari, Beatrice era armata e praticamente li teneva sotto sequestro, Bocassa invece, pur trovandosi nel suo ambiente, ma chiaramente svantaggiata, avrebbe dovuto sottostare alle regole dell'avversaria. Per nulla scoraggiata da quelle parole Bocassa si alzò in piedi e con incedere deciso si portò al centro della grande stanza sotto lo sguardo attento dei presenti, il bestione non mollava la presa e Felice era costretto ad osservare quella scena ruotando il collo in maniera innaturale provando un certo fastidio, mentre Beatrice si mise da una parte in modo tale da aver sotto controllo tutti i presenti. Poi, quando Bocassa sollevò le mani al cielo in una sorta di gesto propiziatorio, Felice capì e si rallegrò nel vedere lo stupore di Beatrice trasformarsi in sgomento. Al centro della stanza Bocassa lievitava a circa due metri dal pavimento e nel volgere di pochi secondi l'ambiente calò in una penombra che li isolò dal resto del mondo e la donna prese a parlare, ma la sua voce sembrava provenire da un'altra stanza. Beatrice osservava a bocca aperta, mentre l'energumeno mollò la presa quel tanto da permettere a Felice di divincolarsi e prepararsi ad un'eventuale fuga "Ecco curiosa, sei contenta? Io sono uno scuro!" L'agente ascoltava mentre un tremore le scuoteva tutto il corpo, in realtà voleva le prove di ciò per cui era stata inviata sulle tracce di Felice mentre Bocassa proseguì  "Io sono quello che era, prima che la mia razza scoprisse la vostra. Voi siete pericolosi per noi, siete come una droga, da quando vi abbiamo incontrato non riusciamo più a rinunciarvi. Io e alcuni miei compagni abbiamo resistito e nel tempo abbiamo cercato di aiutare quelli della nostra razza che sono completamente dipendenti da voi, alcuni hanno accettato, mentre altri, purtroppo la maggior parte, hanno scelto la via della perdizione. La nostra superiorità tecnologica, fisica e mentale, ha permesso loro di soggiogare al proprio volere milioni di esseri umani e più passa il tempo e più raccolgono consensi; la cosa è semplice, vi offrono quello che desiderate, ma più voi vi legate a loro e più acquisiscono forza e consapevolezza. Tra poco, se non verranno fermati, vi avranno tutti in pugno e senza rendervene conto sarete loro schiavi, per sempre!" A quel punto Bocassa tornò con i piedi per terra mentre la stanza si illuminò nuovamente e tutto tornò come prima della lievitazione. La donna tornò con calma alla sua poltrona mentre i presenti, inchiodati ai loro posti, non proferirono parola, Felice aveva avuto la possibilità di darsela a gambe ma, come gli altri, era restato ad ascoltare le parole dello scuro. Bocassa si era nuovamente accomodata mentre Beatrice le si fece incontro con fare minaccioso e quando fu a un paio di metri da lei le puntò la pistola alla testa "Quindi se adesso ti sparo cosa succede?" L'agente speciale era determinato e per nulla intimorito dal suo avversario, ma come spesso capita si tende a travisare la realtà e anche lei non aveva capito il messaggio di Bocassa che invece rispose con calma "Se mi spari mi uccidi, forse. Perché voi esseri umani siete così banali e ignoranti? Appena qualcosa sfugge dal vostro controllo e dalla vostra comprensione preferite distruggerlo piuttosto che capire di cosa si tratta. Tu non mi capisci, io esco dai tuoi schemi mentali e al posto di confrontarti con me preferisci distruggermi. Non sarà la mia morte a cambiare le sorti della Terra e tu cadrai comunque vittima dei rinnegati della mia razza, lo vedo nel tuo cuore, sei marcia dentro" Beatrice ebbe l'impulso di premere il grilletto, come si permetteva quel mostro di sputare sentenze? Cosa ne sapeva lei di ciò che aveva dovuto passare per diventare uno degli agenti migliori? Come poteva capire le umiliazioni e privazioni a cui si era sottoposta pur di arrivare a quel punto? Il dito stava lentamente facendo pressione, un attimo e lo scuro sarebbe morto, ma a quel punto la parte razionale di Beatrice riprese il controllo e fece desistere la donna dal suo proposito omicida  "Hai ragione, la tua morte non servirebbe a nulla, voi due mi servite vivi, vi porterò dai miei superiori e loro sapranno cosa fare. Non siamo gli sprovveduti che credi, sappiamo di voi scuri e della vostra divisione intestina, come sappiamo che nonostante tutte le vostre capacità avete bisogno di alcune persone, che definite prescelti, per raggiungere i vostri scopi e sappiamo anche che in determinate situazioni perdete il controllo su di noi; saranno i nostri specialisti a risolvere il problema" Felice capì che non avrebbe più rivisto Aurora e quel pensiero gli provocò l'urto del vomito, doveva fare qualcosa e anche se non era un uomo d'azione decise d'improvvisare "Cara la mia dottoressa, Mara o Beatrice che sia, tutto sommato noi due siamo intimi o vuoi farmi credere che il tuo interesse per me era solo ed esclusivamente professionale? Facevi bene la parte della psicologa, ma quando ti guardavo le gambe sotto sotto eri contenta e non facevi nulla per distogliere il mio sguardo; sei davvero disposta a farmi del male se non ti volessi seguire di mia spontanea volontà?" La donna dapprima storse il muso, poi sorrise all'indirizzo dell'uomo e si avvicinò a lui "Caro il mio Felice, le mie gambe piacciono a tanti uomini e ti confesso che adoro quando me le guardano, ma siete tutti cosi prevedibili e monotoni. Sei un bell'uomo e ammetto che a volte quando eri steso sul lettino del mio studio abbia fatto qualche pensierino sul tuo conto, ma io sono una professionista e prima di tutto viene il lavoro. Non voglio usare la forza, voglio semplicemente che decida con la tua testa. Se mi seguirai senza far storie lascerò libera al suo destino la tua ragazza e se saprà cavarsela magari riuscirà a tornarsene a casa, in caso contrario dovrò sbarazzarmi di lei e usare la forza nei tuoi confronti, a te la scelta" E adesso cosa avrebbe fatto? Aurora era la sua priorità, non dovevano farle del male, Beatrice aveva promesso di lasciarla andare, ma lui era convinto che appena fosse stata libera sarebbe diventata la preda di qualche killer; tutto sommato viste le circostanze pensò che comunque era la soluzione migliore. Aveva deciso, si sarebbe consegnato a Beatrice e avrebbe preso tempo, ma gli restava una domanda da fare "E lei? Lei non vi seguirà tanto facilmente, è uno scuro non riuscirete a costringerla a venire con voi" L'agente speciale sorrise ancora "Ma bene, vedo che la nostra signora non ti ha spiegato molte cose; adesso voi due siete una cosa unica dove vai tu viene lei, si è mostrata, ha voluto fare questo passo, tu sei il suo prescelto e lei la tua guida, senza di te morirebbe, vero?" Concluse rivolgendosi a Bocassa che nel frattempo aveva abbassato lo sguardo a terra in segno di resa.
    Fu lasciata libera in una via poco trafficata con il suo bagaglio, tutti i documenti e i soldi, persino il cellulare; Aurora pensò di chiamare qualcuno, ma dopo aver riflettuto un attimo giunse alla semplice conclusione che nessuno avrebbe mai creduto alla sua storia. Era viva e libera e la cosa la fece sentir bene, nonostante il suo carattere combattivo aveva avuto paura, la situazione avrebbe potuto prendere un'altra piega e forse quell'energumeno avrebbe goduto nel farla soffrire fino ad ucciderla. Il suo pensiero si concentrò su Felice che, al contrario di lei, era prigioniero e forse anche in pericolo di vita; doveva fare qualcosa per il suo uomo. Nonostante la brutta situazione la sua prima mossa fu quella di cercare un posto dove passare la notte e mettere qualcosa sotto i denti e doveva fare alla svelta, al buio una donna come lei era una preda appetibile per dei malintenzionati. Dopo aver girovagato per circa un quarto d'ora la sua scelta cadde su una specie di locanda che offriva vitto e alloggio a poco prezzo, i proprietari  erano marito e moglie, sulla cinquantina d'anni e davano l'impressione di essere brava gente; oltretutto capivano e parlavano l'italiano in maniera discreta "Lei è italiana, un nostro cugino vive e lavora in Italia, da tanti anni. In questi giorni è qui con la famiglia, magari avrà modo di conoscerlo" Il proprietario aveva voglia di chiacchierare ma Aurora era stanca e aveva altro per la testa. Si sforzò di sorridere gentilmente e di mostrarsi interessata nonostante fosse tesa come una corda di violino, per fortuna le venne in soccorso la proprietaria che aveva capito la situazione "Va bene Taiwo, adesso lasciamo andare la nostra ospite a riposare, la stanza è al piano superiore in fondo a sinistra. La cena sarà pronta tra circa un'ora, ma può scendere anche più tardi, troverà sempre qualcosa da mangiare" Aurora stavolta sorrise sinceramente alla donna e senza aggiungere altro salì in camera, era stravolta. La stanza era piccola ed accogliente servita da un piccolo bagno con doccia e alla parete era affisso un cartello con una scritta difficile da tradurre, ma il disegno era piuttosto chiaro ed esplicito; non sprecate l'acqua! Si risciacquò velocemente, aveva fame e voleva scendere a cena, ma prima sistemò il suo bagaglio. Da una tasca del suo borsone scivolò fuori una foto di lei con Felice che sorridevano, l'avevano scattata nell'aeroporto di Gao durante la prima attesa, appena arrivati. Quell'immagine le diede nuova energia e la convinse a dover fare qualcosa per il suo uomo; non l'avrebbe mai abbandonato, adesso ne era convinta. Finì di sistemare la stanza e riordinò le idee, poi si avviò verso il piano inferiore canticchiando, dalla cucina arrivava uno splendido profumo, a stomaco pieno avrebbe pensato come agire.
    Aveva dovuto cedere al ricatto mentre qualcosa, dentro di lui, gli diceva che lei era salva e stava bene; l'avrebbe riabbracciata, a tutti i costi. Nel frattempo il pulmino dove lui e Bocassa erano stati caricati procedeva verso una meta a loro ignota, Felice provò a parlare con la donna; basta misteri, basta menzogne, era giunto il momento di sapere tutto. Bocassa si era chiusa in un silenzio imperturbabile e Felice si ricordò di avere a che fare con un essere diverso e quindi poteva aspettarsi delle reazioni non convenzionali da quella donna, sempre che si trattasse di una donna. Inutile insistere, avrebbe affrontato la questione in un altro momento, adesso voleva capire come poter fuggire da quella situazione, ma la stanchezza e la tensione accumulata lo fecero crollare esausto sul sedile. Non sapeva da quanto si fosse addormentato ma si rese perfettamente conto di essere di nuovo in contatto con loro, erano entrati nei suoi sogni "Bentornato Felice, sono contenta di rivederti, stai facendo dei progressi enormi, adesso riesci anche ad invocare i tuoi sogni" "Cosa vuoi dire? Chiese alla figura alta e longilinea che ormai gli era famigliare "Sei tu che mi hai invocata, con il tuo desiderio di saperne di più su questa faccenda, nel sonno la tua mente adesso riesce a liberarsi da vincoli e pregiudizi aprendo al tuo cospetto delle nuove realtà. Io sono qui per te, cosa ti assilla Felice?" Non rispose subito, stava cercando di controllare quell'impulso che lo stimolava a pensare diversamente, finalmente riusciva a vedere alcuni lati di quella faccenda sotto un altro punto di vista; si, era stato lui ad evocare in sogno quell'essere e adesso era consapevole del fatto che volendo poteva anche averne il controllo. Si mise subito alla prova "Non mi avete detto tutto sugli scuri, qualcuno sta facendo il doppio gioco" Si era buttato alla cieca, adesso doveva aspettare la reazione di lei che infatti non tardò ad arrivare "Nessuno di noi fa il doppio gioco, piuttosto, quali menzogne ti ha raccontato la vecchia che sta al tuo fianco? Cosa si è inventata pur di avere il tuo appoggio? Stai attento agli scuri, sono falsi ed ingannevoli, pronti a qualsiasi cosa pur di raggiungere il loro obiettivo. Segui la nostra guida o farai la fine del tuo amico Franco" Felice cercò di restar calmo e dopo aver raccolto le idee ribatté deciso "E tu cosa ne sai di Franco? L'hanno rapito gli scuri e a detta di Bocassa lui è qui, a Sokoto. Aiutatemi a liberarlo e ve ne sarò grato" "Lei mente, Franco è perduto, per sempre. Adesso devi decidere cosa fare, stai con noi o con lei? Fai la tua scelta" Uno scossone lo fece svegliare di soprassalto, il pulmino era giunto a destinazione e l'autista aveva esagerato un po' con il pedale del freno; ormai era notte fonda e Beatrice li invitò a seguirli "Questa notte alloggeremo qui, lontano da occhi indiscreti, poi domani prenderemo un volo che ci porterà a destinazione" "Dove?" Chiese Felice istintivamente "Domani lo saprai. Adesso andate nella vostra stanza e cercate di non creare problemi" Felice cercò lo sguardo di Bocassa che invece si ostinava ad evitarlo. Furono sistemati in una stanzetta arredata con due brande e nient'altro. Strano, pensò Felice, li lasciavano insieme. Appena entrati uno degli uomini destinati a fare la guardia disse loro che a breve avrebbero provveduto a portare la cena e Felice accennò un sorriso di ringraziamento; anche se era prigioniero aveva fame. Fecero appena in tempo ad accomodarsi sulle brande che, come promesso, giunse la cena e Felce mangiò con voracità, mentre Bocassa non toccò nulla restando in silenzio ad osservare lui che si strafogava. Quando l'uomo ebbe finito si alzò dalla branda e si stirò i muscoli del corpo "Ho mangiato troppo" Disse sorridendo " E troppo velocemente" Rispose lei " Ma allora non hai perso la voce, pensavo fossi caduta in letargo" La donna accennò un sorriso "Sono contenta di vedere che nonostante la situazione tu non abbia perso la voglia di scherzare, la cosa è positiva" Adesso si stavano fissando cercando di capire i rispettivi stati d'animo, lei fece un cenno e Felice si guardò in giro, in un angolo, mimetizzato in malo modo, un microfono era lì, pronto a raccogliere le loro parole "Mi manca Aurora, speriamo non le abbiano fatto nulla di male, non me lo perdonerei. E' colpa mia se si ritrova in questa situazione, l'avevo avvertita che ci saremmo trovati in mezzo a qualche guaio ma per averla vicina non ho insistito più di tanto per allontanarla. La amo tanto e spero di riuscire a tornare a casa e poter vivere tranquillo con lei" Felice parlava in modo quasi infantile, Bocassa capì le sue intenzioni e decise di stare al gioco "Beato te che hai questa prospettiva. Io non ho mai avuto un compagno, anche la nostra razza ha dei legami, ti può sembrar strano ma viviamo come voi, abbiamo i vostri bisogni e spesso le vostre emozioni. Io ho deciso di vivere al servizio della mia gente cercando di sostenere il legame tra gli scuri e gli umani. Purtroppo molti di noi si sono fatti prendere dalla sete di potere e hanno deciso di servirsi delle proprie capacità per sfruttarvi a loro piacimento. Tu sei un prescelto perché hai delle doti particolari che riescono a metterti in contatto con le varie razze presenti sulla Terra, altri come te hanno questo dono ma pochi riescono a conviverci. Penso che la bella Beatrice faccia parte di qualche organizzazione che vuole arruolare tutti quelli come te per poi cercare di tenere sotto controllo gli scuri e di fatto l'umanità intera" Felice aveva ascoltato attentamente cercando d capire tra le righe, Bocassa era stata brava, chi era all'ascolto avrebbe sentito cose che già sapeva mentre lui adesso cominciava a vederci chiaro; dovevano sfuggire ai loro carcerieri il prima possibile "Ogni volta racconti qualche nuovo particolare che mi mette in confusione, non devo più ascoltarti, buonanotte!" Le parole di Felice erano dirette a chi li sorvegliava, con lo sguardo infatti fece intendere a Bocassa di aver capito, dovevano solo scappare e riordinare le idee, lei socchiuse gli occhi in cenno di assenso e si distese sulla branda "Buonanotte Felice, sogni d'oro"
    Beatrice schizzò in piedi come una belva furiosa "Maledetti, mi stanno prendendo in giro, hanno capito di essere sotto controllo e si sono raccontati un mucchio di stronzate. Voi due resterete qui tutta la notte e se succede qualcosa di strano venite subito a chiamarmi, sono stata chiara?" I due uomini risposero all'unisono "Si signora, buonanotte signora" Lei stava già uscendo dalla stanza diretta nella sua camera, non sarebbe riuscita a dormire ma aveva bisogno di stendersi sul letto. Stava lavando i denti quando il suo apparecchio emise un suono inconfondibile, risciacquò velocemente la bocca e rispose immediatamente "Si?" "Stavi facendo la doccia?" Lei divagava raramente durante i colloqui di lavoro e Beatrice ne fu sorpresa "Stavo lavando i denti" "Ottimo. Come procede con il nostro uomo?" Il tono confidenziale era già sparito e allora Beatrice le raccontò nei dettagli gli ultimi avvenimenti fino a concludere "Questo è quello che ho raccolto fino adesso, ma confido nei nostri specialisti per ottenere tutte le informazioni necessarie per portare avanti il progetto" "Ok Beatrice, bel lavoro, ma attieniti alle direttive, quando avrai riportato i due soggetti alla base il tuo compito sarà finito e ti sarà concessa una licenza premio per poter ricaricare le batterie ed essere pronta per il prossimo incarico" Beatrice sospirò delusa ma provo a dire "Ecco, per quanto riguarda la licenza, mi piacerebbe poterla passare con.." "Buona notte Beatrice!" La comunicazione si interruppe e lei si ritrovò sola in una misera stanza di una piccola costruzione in mezzo al nulla. Si mise a sedere sulla branda e scoppiò a piangere coprendosi il viso con le mani, ma dopo pochi secondi si alzò di scatto e si pose davanti al piccolo specchio del bagno "No!" Urlò a se stessa "Non è questo che ti meriti, cazzo!"
    Il sapore del cibo rispecchiava le aspettative che si era fatta sentendo il profumo proveniente dalla cucina, Aurora stava mangiando nella sala da pranzo dove c'erano una mezza dozzina di commensali. I proprietari l'avevano accolta a cena con familiarità, erano persone alla mano e quando ebbe finito la titolare si accomodò al suo tavolo con un vassoio e servì due tazze di una bevanda scura e fumante "Posso farti compagnia?" Chiese la donna cordialmente "Certo" Rispose Aurora "Cos'è?" Chiese in merito alla bevanda fumante "E' un infuso di erbe e radici di cui non ricordo la ricetta, non è buonissimo ma ti assicuro che è un digestivo portentoso" Le due donne si misero a ridere, in effetti Aurora aveva mangiato come un orco "Avevo fame ed era tutto così buono che non ho potuto far a meno di ingozzarmi fino a scoppiare" Ancora risa sincere. La donna allungò una mano fino ad afferrare le dita di Aurora e chiese quasi sotto voce "Cosa ti preoccupa ragazza? Di noi ti puoi fidare, siamo gente abituata alle guerre e alle faide, sappiamo aiutare chi è in difficolta e tu Aurora sei chiaramente terrorizzata da qualcosa" Aurora adesso faticava a respirare, un nodo alla gola la stava soffocando e la sua reazione fu quella di piangere, un pianto sommesso, non riusciva a muovere un muscolo mentre le lacrime scendevano copiose sul suo bel viso. La donna le strinse entrambe le mani "Coraggio ragazza, sono qui con te" Aurora non capiva perché quella donna che fino a qualche ora prima era una perfetta sconosciuta, le ispirasse tanta fiducia. Memore della scottatura subita con Beatrice era restia ad aprirsi a lei, ma il contatto sulle sue mani, la voce sincera e la voglia di togliersi un peso dallo stomaco, la spinsero a confidarsi sinceramente. Raccontò la sua storia con Felice, omettendo i particolari relativi agli scuri e spiegò quanto fosse preoccupata per la sua sorte. Poi estrasse dalla tasca della giacca la foto che la ritraeva con lui all'aeroporto di Gao "Ecco A'isha, questo è il mio Felice" Concluse con un sorriso speranzoso stampato sulle labbra "Mmm, un bell'uomo, siete una bella coppia. Io non so se quello che mi hai raccontato sia tutto vero, ma vedo davanti a me una ragazza innamorata ed è giusto che noi ti aiutiamo a ritrovarlo" "Ma come?" "Ci inventeremo qualcosa, tra l'altro stasera dovrebbe arrivare nostro cugino a trovarci e lui conosce un sacco di gente, anche se da anni vive in Italia ha mantenuto tutti i contatti che aveva qui a Sokoto" Proprio mentre A'isha pronunciava quelle parole, dalla zona all'entrata riecheggiarono urla festanti e applausi. Aurora si girò in quella direzione e vide un uomo attorniato da Taiwo, dagli avventori e dai dipendenti del locale "Quello è il cugino di cui ti parlavo, adesso te lo presento" Taiwo stava sommergendo di parole il cugino che ricordava bene quanto fosse logorroico l'altro e mentre ascoltava fu accompagnato dall'ospite italiana di cui gli avevano perlato "Ecco, lei è Aurora, l'italiana di cui ti parlavo, non è una splendida creatura?" Aurora si era alzata e l'uomo si presentò baciandole la mano "Piacere, io sono Sunday, il cugino di Taiwo e A'isha" Aurora fu colpita dai modi di fare di quell'uomo "Piacere mio, io sono Aurora" L'uomo lasciò la mano "Mi hanno detto che hai una triste storia da raccontare" A'isha fulminò il marito con lo sguardo, cosa aveva detto al cugino? "Si, in effetti ho un problema, ma non credo sia giusto approfittare della vostra disponibilità" Sunday fece cenno ad Aurora di accomodarsi di nuovo sulla sedia e con la coda dell'occhio vide la fotografia che lei aveva lasciato sul tavolo e lei notando lo sguardo dell'uomo affermò mestamente "Lui è il mio uomo, l'hanno portato via" Sunday era ancora sconcertato "Io lo conosco, io quell'uomo lo conosco. E' Felice!" Aurora lo fissò sorpresa ma lui insisté "Non ti preoccupare, ti aiuteremo noi a toglierlo dai guai"

     
  • 17 dicembre 2014 alle ore 15:55
    I dubbi dello scribacchino

    Come comincia: Una scossa elettrica, un boato nel cervello, l'universo intero che spezza la monotona catena delle cose, in un andirivieni di pensieri. La mente incapace di sostenere tutte quelle informazioni, immagini sovrapposte di figure incomprensibili, eppure la voglia di capire e conoscere il perché di tutto ciò che è. La logica delle cose, il ragionamento razionale e la ricerca della verità o presunta tale, tutto ciò che ruota attorno alla tua mente, al tuo essere, ma in realtà è l'essenza di ciò che esiste. Credere nel proprio Dio, nella morte e nella vita, sicuri di esistere in eterno anche quando la testa dubita e chiedersi il perché, perché la mente si affligge con simili pensieri quando la realtà ci dà delle risposte. L'illusione di un qualcosa che non c'è e che qualcuno vorrebbe, o che mai verrà rivelato, chi lo saprà mai? L'inutile rincorsa alla perfezione, nella ricerca impossibile di ciò che non è e mai sarà. Un sorriso sincero o le lacrime di chi soffre, l'amico vero o colui che ci affossa. Non esiste un  perché, non si divide il mondo in bianco o nero, la natura ci ha donato infinite sfumature e tu, che chiedi originalità e scalpore, non devi confrontarti con la realtà quotidiana? Hai forse il dono della chiaroveggenza? Puoi, dall'alto delle tue considerazioni, dividere il mondo tra buoni e cattivi? Oppure esprimi dei giudizi senza capire ciò di cui stai parlando? A volte un bagno di umiltà farebbe bene anche ai più grandi e dotti fra noi, ma non sempre a chi sale sul pulpito piace mischiarsi con la plebe. Sei quindi così pieno di te, non dubiti mai, neanche per un istante, delle tue considerazioni? Beato te, deciso e sicuro, insensibile della sorte altrui, capace di criticare ferocemente chi, con umile diletto, si confronta con il mondo delle lettere e delle parole, cercando di dare vita ai propri pensieri, senza pretesa alcuna. Ma in fondo hai ragione tu, chi c'è lo fa fare? Chi ci obbliga ad imbrattare taccuini in brutta, cercando poi di riportare dei pensieri coerenti  su delle tavole bianche con il rischio di fare la figura, non me ne vogliano, degli imbianchini? Loro almeno cercano di rimettere a nuovo delle pareti grezze, o sporche e scolorite e se sono abili di pennello riescono a dare decoro anche a ciò che sembra impresentabile. Ma chi scrive o scarabocchia, sa di dover superar la feroce critica dei lettori: loro non si limitano ad osservare la parete cercando di individuare dei difetti nel lavoro, no. Vivisezionano il tuo pensiero, smontando le tue ragioni e i tuoi perché, chiedendo spiegazioni quando non c'è ne sono e se non stai attento, distruggono le tue convinzioni rimandandoti nell'oblio e nella confusione. E allora, piccolo scribacchino, tornerai mesto al tuo perché, alle tue faccende quotidiane e abbandonerai quel mondo irreale in cui ti piace trovare rifugio e sicurezza, il mondo della fantasia. La paura del confronto è più forte della libertà di pensiero, il terrore di essere giudicato ti opprime e rinchiude la tua mente non lasciandole uno sfogo naturale. Forse è giusto così, è normale essere normali nella normalità, o forse no?

     
  • 05 dicembre 2014 alle ore 15:50
    Felice, Sokoto!

    Come comincia: La sua pelle emanava un profumo delicato, Felice stava contemplando Aurora completamente nuda in posizione fetale. La desiderava ancora, ma avevano un appuntamento e non voleva rischiare di arrivare in ritardo e perdere il contatto, quindi baciò delicatamente la schiena della sua donna e lei, dopo essersi  stropicciata gli occhi, fece un gran sorriso "Dobbiamo prepararci, non voglio fare tardi all'appuntamento" La invitò lui. Lei lo fissò ammaliandolo ma lui oppose resistenza a quella tentazione "Amore, starei qui tutto il giorno con te, ma abbiamo un impegno e dobbiamo rispettarlo" Aurora si avvicinò, lo baciò in bocca e poi schizzò rapida verso il bagno "Hai ragione, niente sesso, siamo in missione" Lui non poté fare a meno di sorridere, lei riusciva sempre a stemperare la tensione. In effetti erano in anticipo e dopo aver fatto un'abbondante colazione decisero di recarsi a piedi al luogo dell'incontro. Nonostante fosse presto faceva già molto caldo e l'idea di dover tornare a piedi, più tardi, aveva smorzato il loro entusiasmo.
    "Dovevamo per forza camminare?" Chiese lei cercando di non polemizzare.
    "No, ma così riesco a pensare meglio e poi due passi a piedi fanno bene alla salute" Lei non disse nulla, lui non avrebbe ammesso l'errore, inutile insistere.
    "Un giorno ero al supermercato" Felice parlava mentre con le mani giocherellava con un legnetto raccolto per strada "In fila alla cassa c'era un'anziana signora che non la smetteva di parlare degli affari suoi e continuava a perdere tempo" Aurora lo guardò invitandolo a continuare "Dopo alcuni istanti ho sbottato e l'ho mandata a quel paese, senza mezze misure. Le altre persone in fila hanno dato ad intendere che erano d'accordo con me; insomma, hai fatto la spesa, c'è la fila e a nessuno frega niente delle tue storie, datti una mossa" Aurora capì che non era sereno e con lo sguardo lo sollecitò a sputare il rospo "Doveva fare i biscotti ai nipoti, una nonna premurosa che nella fretta e nel casino faticava a sistemare le sue cose e io, da perfetto cafone, l'ho anche insultata. Perché non abbiamo più rispetto per gli altri? Perché siamo schiavi del tempo?" Erano domande senza delle risposte chiare che stimolavano riflessioni ma creavano anche sconforto, Aurora lo invitò a fermarsi un attimo e lo fissò teneramente "Forse perché siamo egoisti" La sua era una considerazione, non una domanda; Felice si limitò a socchiudere gli occhi, doveva riordinare le idee. Ripresero a camminare e dopo alcuni minuti giunsero sul luogo dell'appuntamento dove la ragazza, che il giorno prima li aveva accolti con freddezza, questa volta fu piena di premure nei loro confronti.
    "Io sono Nabilah. Prego, accomodatevi, il maestro vi sta aspettando" Entrarono in quel luogo dalle atmosfere misteriose quasi in punta di piedi, la ragazza li accompagnò in una grande stanza dove una splendida donna era seduta su una poltrona di vimini. Alle pareti erano appese raffigurazioni coloratissime poco definite, ma osservandole meglio si intuiva la rappresentazione dell'evoluzione umana vista sia in modo scientifico che religioso. La bella donna si alzò in piedi e si fece loro incontro "Benvenuti, io sono Bocassa Frend" E con un ampio gesto delle braccia li invitò ad accomodarsi su un divanetto di vimini posto di fronte alla sua poltrona. Quando si furono seduti Bocassa li imitò e chiese alla ragazza di preparare del tè per gli ospiti, la giovane fece un cenno con il capo e si congedò in silenzio. Felice e Aurora sembravano spaesati, quindi fu la donna a rompere il ghiaccio.
    "Avete avuto problemi qui a Sokoto?" Chiese la donna "Nessun problema" Rispose Felice restando sul vago "Mi fa piacere, questo è un posto meraviglioso, ma a volte può trasformarsi nell'inferno" Il ghiaccio non si era ancora rotto e quel silenzio sembrava far vibrare le pareti della stanza, mentre Bocassa era lì, con un'espressione che trasmetteva serenità. Aurora calcolò che potesse avere non più di 40 anni, era alta, dai lineamenti non troppo marcati, un corpo tornito e ben proporzionato. I lunghi capelli scuri erano raccolti in una treccia curata nei minimi dettagli ed era vestita in modo sobrio ma elegante. Mentre faceva queste considerazioni arrivò Nabilah con il tè e, dopo averlo servito sul tavolino posto tra la poltrona e il divanetto, con lo sguardo chiese il permesso di ritirarsi a Bocassa che acconsentì. Gustarono la bevanda calda con calma, liberando la mente e quando furono pronti Felice chiese "Tu chi sei? Perché siamo qui? Cosa sai degli scuri? Chi.." Aurora lo afferrò per un braccio per mettere un freno a quel fiume di parole e lui si fermò lasciando a mezzaria le domande che aveva in mente di porre. Bocassa finì l'ultimo sorso di tè, appoggiò la tazza sul vassoio e prese a parlare con calma "Io sono Bocassa, erede del clan dei Frend e custode da ormai 50 anni dei segreti di Sokoto" Aurora strabuzzò gli occhi, aveva capito bene? 50 anni? "Scusa Bocassa chiese immediatamente "Quanti anni hai?" La donna sorrise "Il mio corpo ha quasi 70 anni, 68 per la precisione, ma il mio fulcro è molto più giovane" Felice e Aurora si guardarono stupiti e lei sentenziò "Li porti maledettamente bene, sei una donna stupenda" I tre sorrisero, adesso il ghiaccio era rotto. Bocassa precisò "E' la pace interiore che rende bello il corpo, lo predicano tutte le culture di questa terra. Ma voi siete qui per altro e io non voglio farvi perdere tempo, Felice, tu sei uno dei prescelti, uno dei pochi che ha superato le prove e io sono a tua completa disposizione, il mio compito è quello di istruirti alla conoscenza di ciò che è stato. Questo ti servirà a comprendere ciò che è, ma non sarà compito mio fartelo vedere. La tua compagna potrà stare qui con te, ma non avrà accesso alle prove, dovrà invece essere paziente e dimostrare la sua forza; nel suo cuore vedo amore e questa sarà la sua prova, aspettare con fiducia. Adesso tornate al vostro alloggio e prendete tutte le vostre cose, a partire da oggi sarete miei ospiti e dopo pranzo cominceremo il percorso della conoscenza" Nel frattempo era comparsa d'incanto Nabilah che li invitò a seguirla senza lasciar loro il tempo di replicare.
    "Tu sai quello che stiamo facendo, vero?" Chiese Aurora. I due stavano percorrendo la strada verso il loro albergo e Felice aveva la testa piena di interrogativi e contraddizioni, ma nessuna risposta e quella domanda, posta in quel momento di confusione, lo fece reagire in malo modo "Cosa vuoi che ne sappia io, pensi che mi diverta? Credi che questo sia un gioco a cui abbia voglia di partecipare? Mi hanno strappato dalla mia vita, se mai ne ho avuta una, mi hanno programmato per assolvere dei compiti e tu mi chiedi se so cosa stiamo facendo? Ti avevo avvertita, se vuoi stare con me queste sono le regole" Aveva alzato la voce scaricando tutta la sua rabbia e la sua frustrazione su di lei che invece le era stata accanto pazientemente. Lui capì di avere esagerato, ma non ebbe la forza di fare un passo indietro, chiedere immediatamente scusa e spiegare il suo sfogo chiudendosi invece nel silenzio. Lei, presa dallo sconforto, reclinò il capo ma restò vicino a lui, senza dir nulla. Giunsero così all'albergo con il chiaro presentimento di aver rotto l'incantesimo, lui incapace di chiarire il suo errore, lei arroccata nel suo orgoglio ferito. Prepararono i bagagli in silenzio, quasi infastiditi l'uno della presenza dell'altra, lui sempre più nervoso e lei con le lacrime agli occhi. Non c'era bisogno di parole, la situazione era chiara, era finita. Quando lui fu pronto si limitò a dire freddamente "Io vado" Dando per scontato che lei non l'avrebbe seguito e fu proprio questo atteggiamento a ferire ulteriormente Aurora; lui non le aveva lasciato speranze. Non disse nulla e si limitò a guardarlo uscire dalla stanza, per l'ultima volta.
    Nonostante i bagagli ingombranti aveva preferito percorrere nuovamente il tratto di strada verso l'abitazione di Bocassa a piedi, per scaricare tutta l'adrenalina in corpo, non riusciva infatti a ragionare razionalmente, la sua mente era come sconvolta. Arrivò a destinazione e Nabilah fu lieta di accoglierlo, un ragazzo prese in carico i suoi bagagli e la giovane lo condusse da Bocassa.
    "Lei non è venuta" Disse Felice mestamente ora che aveva capito la situazione.
    "Tu sei un prescelto, seguirai il percorso senza distrazioni mentre lei seguirà il suo destino. Ma adesso accomodati, il pranzo è pronto e abbiamo parecchie cose da dirci" Felice obbedì senza obiettare.
    A bordo di un taxi stava percorrendo la strada in direzione sud, verso l'aeroporto. Con gli occhi gonfi di lacrime guardava fuori dal vetro senza distinguere nulla di ciò che vedeva, la sua mente era altrove. Dopo che lui era uscito dalla stanza senza voltarsi indietro, era scoppiata in un pianto irrefrenabile e aveva dovuto raccogliere tutte le sue energie per riuscire a prepararsi e convincersi di dover lasciare quel posto maledetto. Avrebbe preso il primo aereo in partenza per l'Europa, qualunque destinazione pur di partire, poi avrebbe riorganizzato la sua vita lontano da quell'uomo che l'aveva umiliata, ne era convinta, ma il suo cuore non la pensava allo stesso modo. Giunse a destinazione stravolta nello spirito e nel corpo.
    Stava chiedendo informazioni ad un addetto dell'aeroporto che le stava facendo perdere un sacco di tempo, i suoi documenti erano perfettamente in regola, ma quell'impiegato era lento quanto zelante. Capì che ci sarebbe stato da aspettare parecchio e dopo un rapido scambio di occhiatacce diede ad intendere all'uomo che avrebbe aspettato comodamente su una delle sedie poste contro un muro. Con la testa tra le mani e a occhi chiusi stava ripensando agli ultimi avvenimenti della sua vita e Felice era la parte preponderante di quei pensieri. Riprese a piangere in silenzio, voleva a tutti i costi dimenticarlo, allontanarlo per sempre dalla sua vita, se solo fosse riuscita ad odiarlo e invece no, lo amava ancora e già ne sentiva la mancanza. Straziata da quei pensieri non si avvide di una presenza vicino a lei e quando fu toccata delicatamente su una spalla, trasalì.
    "Qualcosa non va?" Chiese in perfetto italiano una splendida donna che aveva un aspetto familiare "Cose da donna" Rispose Aurora meravigliata di quella confidenza concessa ad una sconosciuta "Un uomo?" "Sì" Confermò Aurora "Tieni, asciugati le lacrime. Che ne dici se ci beviamo qualcosa e facciamo due chiacchiere tra donne?" Propose delicatamente mentre porgeva ad Aurora dei fazzoletti di carta. Lei fu colpita dal fascino e dal carisma di quella donna accettando senza remore l'invito e dopo aver ripreso possesso dei suoi documenti si avviò con lei verso un bar.
    Dopo aver pranzato, Bocassa cominciò il suo programma e si rivolse a Felice con autorità "Sei convinto di ciò che stai per affrontare? Sei sicuro di capire la complessità del tuo ruolo in questa faccenda? Credi che tutto quello che sta accadendo sia un sogno, frutto di allucinazioni o sei certo faccia parte di una realtà fuori dalla tua portata? Vuoi seguire i miei insegnamenti e la via della conoscenza senza ombra di dubbio? Se vuoi tutto questo spoglia la tua mente da dubbi e pregiudizi. Felice, vuoi tutto questo? Sei pronto?" Lui era affascinato da quella donna, il suo carisma e la capacità di trasmettere sicurezza la rendevano irresistibile. Speso aveva riflettuto sulla sua situazione: sogni, realtà distorte, alieni e strani personaggi e adesso anche una matrona pronta ad aprirgli le vie della conoscenza; era pronto?
    "No!" Gli uscì forte dalla bocca mentre un senso di appagamento lo pervase distendendogli i nervi. L'aveva detto, no, non era pronto, non voleva e non poteva affrontare quell'avventura, non senza di lei. Adesso ne era certo, amava Aurora e per lei avrebbe rinunciato a tutte quelle storie di prescelti, alieni e stramberie varie. Doveva ritrovarla, chiederle scusa, sperare di ottenere il suo perdono e costruire una vita con lei, una vita normale.
    Bocassa non aveva proferito parola. Lo stava osservando e dalle sue espressioni capì le contraddizioni che aveva superato fino ad arrivare a quella risposta; aveva fatto la sua scelta.
    "Bene Felice, hai fatto la tua scelta. Hai scelto l'amore per un'altra persona e questo è uno dei sentimenti più forti che si possano provare. L'amore per lei ti darà la forza per superare tutte le tue paure e le tue indecisioni, verrà il giorno in cui tornerai da me per conoscere ciò che era e io sarò qui ad aspettare quel momento. L'amore ti aiuterà in questo difficile percorso, non puoi evitare il tuo destino, sei uno dei prescelti" Non c'erano rabbia o risentimento nelle sue parole, era calma e rilassata, convinta di ciò che aveva detto. Felice pensò di risponderle a tono, voleva dirle che non l'avrebbe più rivisto perché lui adesso sarebbe tornato a casa e avrebbe cancellato dai suoi ricordi tutti quegli avvenimenti. Fissò la donna con fermezza poi si alzò dalla sedia e si diresse verso l'uscita, mentre Nabilah era sulla soglia ad attendere istruzioni dalla sua signora "Nabilah, consegna i bagagli al nostro ospite e accompagnalo all'uscita" Felice si fermò accanto alla ragazza e si girò verso la donna "Addio Bocassa, trovatevi qualcun'altro per le vostre storie misteriose, io me ne vado" "Arrivederci a presto Felice, ti aspetterò pazientemente" Lui si girò di scatto e si diresse verso l'uscita, mentre alle sue spalle risuonò la voce di Bocassa che lo avvertiva "Franco, lui è qui, a Sokoto" Felice sentì quelle parole, ma la sua mente era proiettata verso Aurora e accantonò quella frase in un angolo del suo cervello.
    La bevanda gasata le aveva provocato uno starnuto che la fece sobbalzare dalla sedia "Va tutto bene Aurora?" Chiese premurosamente la donna "Si, è il gas. Mi ha solleticato il naso, tutto ok" Si ricompose immediatamente e riprese il discorso con la donna "Quindi mi stai dicendo che Felice ha dei seri problemi comportamentali e tu sei qui a sorvegliarlo per conto di una misteriosa organizzazione di cui non puoi rivelarmi l'identità; un po' balzana come storia" La donna sapeva che avrebbe incontrato delle difficoltà, aveva studiato il profilo della ragazza: era una giovane intelligente sopra la media, aperta al confronto, preparata e con un buon senso dell'umorismo. Forte di spirito e con una spiccata propensione all'altruismo sapeva essere dura all'occorrenza ma anche dolcissima quando lo riteneva opportuno. La natura le aveva donato un corpo mozzafiato, anche se lei cercava di non ostentarlo preferendo spesso un abbigliamento comodo e sportivo. Sarebbe stata dura.
    "Ok, ricominciamo con le presentazioni; io sono Beatrice e sono una psicologa, e tu?" "Io sono Aurora e sono una turista" Beatrice si sforzò di sorridere "D'accordo, allora ascoltami. Seguo Felice da quando è tornato dal suo viaggio in sud America dove ha perso il suo amico Franco. Non so cosa ti abbia raccontato di preciso, ma posso immaginarlo, storie di sequestri alieni e mondi paralleli, è così?" "Più o meno" Rispose sbuffando Aurora che adesso si era ripresa dallo sconforto e dopo l'iniziale condizionamento subito dalla donna ora ragionava razionalmente. E' tosta la ragazza, pensò la psicologa, doveva inventarsi qualcosa. "Vedi Aurora" Adesso stava cercando di sfondare le sue difese "La perdita di un amico in un contesto fuori dal proprio può provocare delle reazioni a volte incomprensibili. Dopo aver ascoltato Felice ho creato un profilo della sua mente e mi sono convinta che lui, dopo quel viaggio, abbia perso alcune delle sue facoltà mentali" Aurora la fissò dritta negli occhi, uno sguardo che avrebbe ucciso se fosse stato possibile. Il suo cuore batteva ancora per lui e sentirsi dire da quella donna che probabilmente era impazzito la fece diventare più dura nei suoi confronti "Non ho mai avuto la sensazione che lui fosse pazzo, ha sempre parlato e ragionato in modo logico e razionale" Era una mezza verità, ma l'importante era far capire a Beatrice la sua posizione, doveva portarla a dire ciò che voleva lei e la dottoressa, presa dalla foga, ci cascò in pieno "Impossibile! Non puoi considerare sano di mente un uomo che ti ha parlato di alieni, portali, forze del bene e forze oscure" Si era data la zappa sui piedi e nel rendersene conto guardò Aurora che adesso aveva l'aria soddisfatta del gatto che ha mangiato il topo.
    Aurora se ne era già andata, confermò l'inserviente dell'albergo a Felice, riferendo poi di averle chiamato un taxi che l'avrebbe condotta all'aeroporto. Felice confidava sulle lentezze burocratiche di quel paese e si affidò alla sorte, forse lei non era ancora partita, l'avrebbe riabbracciata e implorata di perdonarlo. Mentre faceva quei pensieri stava esortando il taxista a fare più alla svelta e quando fu sicuro che lui ebbe capito, si accasciò sul sedile stravolto. Amava Aurora e l'avrebbe riconquistata, ma ora la sua mente spostò il tiro e le parole di Bocassa riaffiorarono prepotentemente <Franco è qui, a Sokoto> Poteva essere una menzogna, un sotterfugio per trattenerlo in città, forse Franco era davvero morto e tutte le sue visioni, le sue esperienze, erano davvero solo un sogno. Aurora invece era reale, con lei poteva costruirsi una vita vera; basta sogni, basta visioni e basta a tutte le varie stronzate. Nel frattempo era giunto a destinazione, pagò la corsa, prese i bagagli e con qualche difficoltà si avviò di corsa all'interno del piccolo aeroporto.
    "A quanto pare sai un sacco di cose, Beatrice. E' questo il tuo nome o è falso come la storia che ti sei inventa?" Adesso la psicologa era in svantaggio, doveva recuperare posizioni o avrebbe perso il contatto, giocò allora la carta della verità omettendo alcuni particolari "Non è falso, mi chiamo davvero Beatrice e sono una psicologa. Ti basti sapere che lavoro per un'agenzia di servizi segreti tra le più potenti al mondo. Questa, in collaborazione con altre organizzazioni, sta monitorando delle persone con delle facoltà particolari, sembra che in alcuni di essi addirittura sia custodito il segreto dell'origine della razza umana così come la conosciamo oggi e questi soggetti sarebbero in grado di entrare in contatto con entità extraterrestri. Dobbiamo sorvegliarli per evitare che corrano rischi o che compiano gesti inconsulti, mi capisci?" Aurora l'aveva ascoltata bene, ma proprio mentre stava per risponderle a tono il suo viso si illuminò come un faro; dietro Beatrice, sudato e trafelato, era apparso Felice che immediatamente riconobbe la psicologa, che, grazie al suo addestramento reagì prontamente approfittando della sorpresa dei due sfuggendo al loro controllo per poi sparire all'improvviso dalla loro vista. Felice fece per chiedere cosa stesse accadendo ma Aurora si gettò tra le sue braccia e i due si baciarono con passione. Dopo alcuni istanti in apnea, Felice si smarcò delicatamente da quella presa "Ho fatto le corse, così mi uccidi!" Disse sorridendo "Sarebbe ciò che meriti!" Rispose duramente lei ma il suo viso trasmetteva tutt'altra emozione "Credevo di averti persa" Disse lui "E invece ti ho ritrovata. Scusa Aurora. Scusa per questa situazione, scusa per il mio carattere, scusa per" "Shhtt! Taci un momento. Sarà ancora libera la nostra stanza d'albergo?" "Penso di si, possiamo provare a vedere, è quasi sera ma non mi sembrava ci fosse il tutto esaurito"
    Fecero l'amore tutta la notte, con sentimento e passione. Qualcosa li legava profondamente e i loro dissapori in quella situazione fuori dal comune, avevano l'effetto di cementare ancor di più la loro relazione. All'alba, stremati ma sereni, si addormentarono abbracciati e dormirono senza essere disturbati da strani sogni. A tarda mattina uno degli inservienti bussò alla loro porta; era salito per fare le pulizie ma sapeva che gli ospiti erano ancora nella stanza. Aurora si presentò alla porta visibilmente assonnata e in qualche maniera riuscì a far capire al ragazzo di aver pazienza per alcuni minuti e avrebbero tolto il disturbo, il ragazzo sorrise dando ad intendere che a lui non interessava aspettare, non aveva fretta.
    "E' il ragazzo delle faccende, gli ho chiesto di pazientare qualche minuto, il tempo di prepararci" Felice la stava ascoltando con l'espressione di chi ha raggiunto la pace dei sensi. Quella notte, oltre al sesso, avevano capito che il loro amore aveva qualcosa di radicato e profondo, qualcosa che ancora sfuggiva alla loro comprensione ma che ardeva come un fuoco perenne "Sì, prepariamoci e togliamo il disturbo"
    Trovarono un piccolo locale dove poter pranzare tranquilli, il posto non era dei più raffinati, ma a loro bastava mettere qualcosa nello stomaco ed essere di nuovo insieme. Adesso avevano capito, avrebbero agito all'unisono nelle situazioni a venire.
    "Quella donna, è la mia psicologa. Sospettavo che mi nascondesse qualcosa e la sua presenza qui, in questo particolare momento, me ne ha dato conferma. Cosa voleva da te?" Aurora raccontò ciò che si erano dette e dopo aver espresso il suo parere aspettò di sentire cosa ne pensava lui "Si, hai ragione, deve essere un agente speciale ben addestrato e il fatto che me la abbiano appiccicata addosso significa che la faccenda è tremendamente seria. Ascolta Aurora" Adesso Felice guardava la sua donna dritta negli occhi "Adesso che ho te vicino sono sicuro di poter superare qualsiasi prova, anche la più dura. Quando ero a casa e mi chiedevo perché io non riuscissi ad avere un rapporto duraturo con nessuna donna, le ho pensate tutte, anche le più assurde. Ora ho capito perché, non ti avevo ancora trovata" Lei prese tra le sue mani quelle del compagno e trasmise il suo amore incondizionato "Quando sono andato da Bocassa" Proseguì lui "Ero completamente fuori di me, convinto di averti persa per sempre e intenzionato a seguire tutte le indicazioni di quella donna, ma una volta al suo cospetto, in quell'ambiente, ho capito che prima di ogni cosa ci sei tu" Lei ritrasse le mani e si strofinò delicatamente gli occhi, stava pensando e infatti dopo alcuni istanti disse "Sono contenta che tu sia tornato, ti amo anche io, ma per favore non trattarmi più così, mi hai ferito e sono stata davvero male" Lui le rispose con lo sguardo, aveva capito  e lei domandò "Se non vuoi più vedere quella donna e qui non abbiamo più nessun impegno, che si fa? Basta alieni e servizi segreti? Si va in sud America? Si torna a casa?" Felice si alzò e la prese per le mani attirandola a sé esclamando "Sokoto!" Lei lo guardò con aria divertita "Cosa?" "Si resta a Sokoto, lui è qui me l'ha detto Bocassa" Aurora aveva capito ma chiese "Lui, lui?" "Si amore, lui, Franco. Dobbiamo andare da Bocassa e raccogliere informazioni per trovarlo" "E Beatrice? Lei non ci mollerà" "Hai ragione, troveremo il modo di sganciarci da lei, ma adesso corriamo da Bocassa, subito"
    Nabilah li accolse come se non fosse accaduto nulla e con calma li accompagnò dalla sua signora.
    "Benvenuti! Vi stavamo aspettando" Disse la donna con fare teatrale. Il sangue si gelò nelle vene di Felice ed Aurora, mentre Beatrice si stava ricomponendo dopo la sua accoglienza trionfale. Bocassa era seduta sulla sua poltrona e faticava a sostenere i loro sguardi, sorvegliata da due energumeni armati che le erano ai fianchi. Beatrice non lasciò loro il tempo di riprendersi e li invitò ad accomodarsi sul divanetto "Su, venite, qui siete di casa ormai, la nostra ospite sarà contenta di intrattenervi. Abbiamo un sacco di cose da dirci e tutto il tempo che vogliamo" Concluse la psicologa mentre un ghigno sinistro le aveva distorto il volto.

     
  • 16 novembre 2014 alle ore 21:48
    Il buio, i cattivi odori e la gioia di vivere

    Come comincia: Ancora quell'odore sgradevole e quell'affanno, si sentiva opprimere sempre più sovente negli ultimi tempi e la cosa la preoccupava, il matrimonio di sua figlia era imminente e lei voleva organizzare una festa speciale; amava la sua bambina adottata in tenera età.
    "Tesoro, ti sembro strana ultimamente?" Suo marito era calmo e razionale, la conosceva; quella domanda non presagiva nulla di buono.
    "Sei splendida come sempre, anzi, con l'avvicinarsi del matrimonio sei più raggiante del solito" Lei non la bevve ma rispose sorridendo.
    "Non sai raccontare le bugie, anche quel giorno sul pullman mi chiedesti che ora fosse per attaccare bottone quando avevi al polso un mega orologio, mi colpirono però i tuoi modi gentili e mi innamorai di te a prima vista" Lei era così, non le scappava nulla e amava ricordare spesso i momenti belli della sua vita.
    "In realtà amore anche io avevo puntato quella bella morettina che tutte le volte mi sorrideva fino a farmi sciogliere il cuore e dopo tanti ripensamenti quella mattina riuscii a rompere il ghiaccio"
    "Meno male, altrimenti saremmo ancora qui a scambiarci sguardi e sorrisi" Lei si avvicinò all'uomo che amava, l'uomo che l'aveva conquistata da giovane e che dopo il matrimonio continuò a corteggiarla e ad amarla come il primo giorno. Colui che quel giorno in clinica non battè ciglio e la aiutò a riprendersi curandola ed accudendola con amore e dedizione. Sapeva di essere fortunata, uomini così sono rari in questo mondo.
    "Credo tu sia un po' tesa, ma è normale, la nostra bimba ci lascia per farsi la propria famiglia; non preoccuparti tesoro, io ti sarò sempre vicino"
    Aveva percepito a malapena le ultime parole, adesso il puzzo saliva dalle sue narici forte ed insistente, eppure la stanza, pur se in disordine, era pulita. Lei si era fatta la doccia e suo marito si lavava regolarmente. Forse quel terribile lezzo arrivava da fuori, si affacciò alla finestra ma stranamente c'era pochissima luce e non riuscì a vedere nulla. Si girò allora verso il marito che la stava osservando con la sua solita calma.
    "Qualcosa non va?" Domandò lui con delicatezza.
    "Tu mi ami come allora?" Adesso fu lui a sorridere, era calmo e paziente ma aveva anche un buon senso dell'umorismo.
    "In effetti no! Non ti amo più come quei giorni, ti amo di più, molto più di allora" Lei lo sapeva, ma godeva un sacco è non perdeva occasione per farselo dire. Adesso l'odore si era affievolito, o forse il suo olfatto si era assuefatto a quella puzza. Con il pensiero tornò a quel giorno in ospedale.
    "Signora, mi addolora confermarle che tutti i controlli e gli esami hanno dato lo stesso esito: lei è completamente sterile, non potrà mai avere figli suoi" La dottoressa aveva parlato in modo informale ma dal tono della sua voce trapelava quel senso di impotenza che a volte si prende gioco di noi. Lei aveva accettato quella notizia facendosene una ragione, in fondo era felicemente sposata con un uomo fantastico; la vita le avrebbe dato altre possibilità.
    "A cosa stai pensando?" Lui capiva i suoi momenti no, vedeva quando si estraniava dal mondo e sapeva sempre dove era in quei momenti.
    "Stavo pensando" Rispose lei distrattamente.
    "All'imminente matrimonio?" Chiese lui sapendo già che lei avrebbe mentito. Già, perché di solito mentiva, non voleva far pesare a lui la sua colpa, lei che non era stata in grado di dare un figlio all'uomo che amava. Ma stavolta, proprio in virtù di quell'amore, non mentì.
    "Stavo pensando a quel giorno all'ospedale, come sempre" Le lacrime le inumidirono il viso fino a congiungersi sul collo lungo e snello. Lui le si avvicinò e la abbracciò teneramente, senza dire una parola, era il suo modo per farle capire quanto la amava.
    "Io non ti ho reso padre, non ho portato a termine ciò per cui sono al mondo, ma tu mi hai tenuto con te, mi hai sempre voluto bene" Lui la fissò con i suoi occhi scuri e profondi che tanto le piacevano "Io ti amo e la vita ci ha donato una figlia da crescere amorevolmente e tu in questo ti sei rivelata una madre eccezionale. Lei ci vuole bene, adesso è il suo momento e ha bisogno di tutto il nostro affetto, dobbiamo aiutarla, siamo i suoi genitori" I due si baciarono teneramente e poi si separarono, lei doveva procedere con i preparativi.
    Eppure sentiva ancora puzza, un odore nauseabondo e allora chiese al marito che stava uscendo dalla stanza "Caro, non senti questa puzza terribile?" Lui si fermò sulla porta e fece il gesto di annusare l'aria, poi disse divertito "Puzza? Io sento profumo, il tuo profumo, il profumo dell'amore e della vita" E mentre usciva sorridendo, lei fu colpita da un bagliore accecante e poi cadde nel buio. Sapeva di essere sveglia, non era svenuta, eppure non riusciva ad aprire gli occhi. Adesso sentiva un peso su tutto il corpo e l'odore nauseabondo si era leggermente attenuato, come se quel peso che gravava su di lei l'avesse ricacciato nelle profondità del buio. Doveva riprendersi e darsi una mossa, aveva poco tempo e non voleva che qualcosa andasse storto, sua figlia avrebbe vissuto un matrimonio memorabile.
    Innanzi tutto doveva sistemare quella stanza, <il decanter> come l'aveva ribattezzata il marito. Era il locale d'emergenza dove lei lasciava a decantare tutto quello che non aveva tempo o voglia di sistemare immediatamente. Con il tempo l'aveva organizzata in maniera tale da avere una sua logica, ma adesso si rendeva conto che era maledettamente disordinata, che ci fosse qualcosa nascosto che produceva quella puzza? Adesso avrebbe cominciato a sistemare e pulire, sua figlia sarebbe tornata per sera e voleva farle trovare la stanza in ordine. Completamente indaffarata nelle sue faccende non si rese conto del passare del tempo e trasalì quando alla porta si affacciò la figlia.
    "Mamma?! Sono tornata" Cinguettò la ragazza.
    "Ciao tesoro, non entrare, non ho ancora finito" Rispose lei perentoriamente.
    "Se vuoi ti posso dare una mano" Propose la figlia.
    "No! E' compito mio. Tu devi rilassarti e stare tranquilla" La ragazza conosceva sua madre, meglio assecondarla "D'accordo mamma, grazie" E senza aggiungere altro si congedò dalla donna richiudendo la porta alle sue spalle.
    "Ottimo" Pensò la donna "Ho quasi finito, lei non deve strapazzarsi" Mentre era assorta in quei pensieri nella sua testa si fece largo una mostruosità; aveva appena parlato con sua figlia ma non era riuscita a vederla in faccia, non aveva riconosciuto il suo volto e il puzzo nella stanza aveva ripreso a perforarle le narici. Si stropicciò gli occhi per alleviare un leggero mal di testa che l'aveva colta all'improvviso e quando li aprì fu di nuovo abbagliata da una luce intensa e fugace per poi ricadere nell'oblio.Stavolta però, oltre alla solita puzza e al senso di soffocamento, cominciò a sentire caldo, un caldo intenso e crescente. Doveva bere e aveva bisogno d'aria, si sentiva soffocare e fu presa dal panico. Pur sofferente riuscì a trovare la porta della stanza e cercò di aprirla, ma sembrava un tutt'uno con la parete e non si apriva. La parte razionale del suo cervello la obbligò a ragionare riuscendo nel contempo a calmare il suo corpo ancora scosso dall'adrenalina causata dalla paura claustrofobica che l'aveva sorpresa. Adesso sentiva il proprio respiro, ma era ancora immersa nel buio, forse si era bruciata la lampadina e sua figlia nel richiudere la porta aveva distrattamente chiuso a chiave; si, doveva essere andata così. Ora il suo udito, reso più sensibile dall'oscurità, percepiva le voci della figlia e del marito che dovevano trovarsi in cucina a preparare la cena, che bravi. Avevano lasciato che lei si dedicasse alle sue faccende senza disturbarla, non capiva le loro parole ma il suono di quelle voci la rilassava dandole un senso di appagamento, ma doveva comunque uscire di lì. Il buio e la puzza cominciavano a darle davvero fastidio, sudava come una fontana e ogni secondo in quella situazione le pesava come un macigno sullo stomaco e senza rendersene conto cominciò a piangere, un pianto silenzioso, ma più piangeva e più si sentiva venir meno e adesso sentiva anche i morsi della fame. Era in una situazione ridicola, chiusa in una stanza di casa sua, al buio e con l'orrenda impressione di soffocare. Ok, si disse, basta piangere, sarebbe bastato chiamare il marito e la figlia e tutto si sarebbe risolto in pochi attimi. Fece dunque per chiamare ma si rese conto che non le saliva la voce, apriva la bocca nel disperato tentativo di chiamare, di urlare la sua sofferenza, ma non riusciva ad emettere alcun suono; nel frattempo si rendeva conto che le voci dalla cucina si facevano sempre più tenue e leggere, come se stessero allontanandosi da lei. La cosa la terrorizzò, si sentiva mancare: buio, puzza, caldo. Stava per morire, dovevano venire ad aprire quella porta, a tutti i costi.Il suo corpo confluì tutte le energie residue in quell'urlo, un unico urlo disperato che squarciò il silenzio e la fece cadere stremata ma ancora vigile. Dopo alcuni attimi, che a lei parvero secoli, sentì delle voci avvicinarsi alla stanza e poi venne investita da una luce accecante e l'aria si fece più respirabile, era salva; adesso poteva riposare.
    L'uomo non credeva ai suoi occhi, quella creatura era nuda, con ancora attaccato il cordone ombelicale. Sua moglie lo aiutò a recuperare il corpicino spostando i vari sacchi della spazzatura, la puzza fece venir loro i conati del vomito, ma non si fermarono e riuscirono ad estrarre la bambina dal cassonetto metallico. Corsero subito all'ospedale più vicino, dove la piccola fu immediatamente affidata alle cure degli addetti e nel frattempo i carabinieri erano arrivati in ospedale per raccogliere le deposizioni dei due soccorritori. I militari furono gentili e comprensivi con la coppia che era ancora in evidente stato di choc e dopo aver espletato le proprie incombenze si congedarono dai presenti.
    L'uomo e la donna si tenevano per mano, lei piangeva e lui cercava di consolarla con delicatezza, la amava molto. Una dottoressa uscì da una porta del corridoio e si avvicinò a loro.
    "Siete stati voi a recuperare quella creatura?" Chiese scura in volto.
    "Sì. Abbiamo sentito un urlo fortissimo provenire dal cassonetto e l'abbiamo trovata lì" Rispose l'uomo "Tutto ok?" Chiese speranzoso.
    "Tutto ok" Adesso la dottoressa si era lasciata andare ad un sorriso "Siete arrivati al momento giusto, la bambina è nata da poche ore e le ha passate in un cassonetto della spazzatura. Il vostro intervento l'ha salvata da morte sicura, ancora pochi minuti e non sappiamo se sarebbe sopravvissuta. Comunque adesso sta bene e se volete potete vederla, venite, vi accompagno" I due seguirono la dottoressa che li fece accomodare in una stanza da dove si poteva vedere la bambina all'interno di una incubatrice e una volta restati soli si abbracciarono emozionati "La figlia che non sono riuscita a darti" Disse lei singhiozzando "Stai tranquilla tesoro, oggi l'abbiamo salvata ed è un po' come se l'avessimo messa al mondo noi. Chissà che brutti momenti avrà passato, l'ha sfiorata la morte" In quel momento la piccola girò leggermente la testa verso di loro e le labbra si incresparono in quello che poteva essere un sorriso "No amore" Rispose la donna "Non ha visto la morte, ha visto la vita e ha lottato per sopravvivere, guarda come è serena adesso" Nel cervello della piccola neonata rimbombarono chiaramente due parole: mamma, papà.
    I due coniugi fecero richiesta ed ottennero l'affidamento della piccola mentre avevano già inoltrato la pratica d'adozione. Il giorno che la portarono a casa si sistemarono sul divano in sala con la piccola e scoppiarono in un pianto di gioia irrefrenabile. Dopo essersi calmati e sistemati cominciarono ad adorare quella piccola creatura e l'uomo disse "Cara, non le abbiamo ancora dato un nome definitivo, come la chiamiamo?"
    "Gioia! La chiameremo Gioia, gioia di vivere!" Concluse la donna.

     
  • 06 ottobre 2014 alle ore 17:33
    Felice e l'esistenza di Dio

    Come comincia: "Sei sicuro di aver fatto la cosa giusta?" Aurora non aveva condiviso appieno la scelta di Felice di lasciare la piccola in quel centro di accoglienza per orfani e dispersi. D'altronde non potendo fare altrimenti lui si era visto costretto ad imporsi con la compagna, alzando la tensione tra loro. "No, sono sicuro di aver fatto la cosa sbagliata, ma l'unica possibile, non possiamo salvare tutto il mondo" Lei cercò di capire, ma il suo animo sensibile spesso le rendeva impossibile comprendere le migliaia di ingiustizie di questo mondo, Aurora era un'idealista pronta a sacrificarsi per il bene degli altri, eppure questa prima esperienza, vissuta ai limiti della realtà, le aveva aperto gli occhi sulla grande complessità della vita. Adesso, sbollita la rabbia, capiva che lui aveva agito per il meglio, quella bambina non aveva familiari e dopo la dura esperienza con gli scuri doveva provare a reintegrarsi tra la sua gente e forse quell'istituto dall'aspetto scalcinato avrebbe aiutato la piccola a ricominciare una nuova vita.
    "Scusa!" Disse Felice senza guardarla in faccia, lei si avvicinò a lui che stava sistemando lo zaino e lo abbracciò dal dietro appoggiando la testa alla sua schiena. Quel contatto accese la passione e lui si girò verso la donna che lo baciò con fervore ma poi si staccò dal compagno con decisione "Anche io ti amo, ma adesso dobbiamo darci una mossa, hai deciso di non imbarcarti sul nostro volo per il Brasile perché devi concludere qualcosa qui in Africa; sono con te" Lui non rispose, si limitò a guardarla facendole capire quanto fosse contento della sua presenza. In pochi attimi finirono di preparare i propri bagagli e dopo aver fatto colazione e pagato il conto, si avviarono verso un caseggiato poco lontano, un addetto dell'albergo li aveva indirizzati lì per trovare un mezzo di trasporto. Per fortuna Aurora se la cavava con le lingue e riuscì a farsi capire dall'uomo che gestiva quella specie di autonoleggio. "In Nigeria, si. A Sokoto. Ho capito che è pericoloso, ma dobbiamo arrivarci in un modo o nell'altro. Va bene, staremo attenti, ti paghiamo tutto in anticipo, così se qualcosa andrà male tu non ci rimetterai nulla. Ok, ok siamo pazzi, ma tu procuraci il mezzo con tutte le indicazioni per arrivare velocemente a destinazione e non te ne pentirai. Va bene, lo dirò anche a lui, grazie" Felice la fissò con aria interrogativa "Ha detto che andiamo incontro ai guai. Uscire da Gao senza un lasciapassare equivale a farsi arrestare o peggio ammazzare e poi l'idea che noi si voglia raggiungere Sokoto lo fa rabbrividire; i viandanti del deserto riportano brutte cose su quel posto e ci sconsiglia di avvicinarci a quella città, ma tu non lo ascolterai, vero?" Chiese infine Aurora conoscendo già la risposta. Lui cercò di stemperare la tensione e provò a parlare con calma, quasi sorridendo "Ho imparato ad ascoltare i miei sogni, le loro parole, i gesti e le allusioni. Mi stanno preparando da anni e adesso penso sia giunto il momento di seguire le loro indicazioni. Stanotte uno di loro mi ha fatto capire di dover raggiungere Sokoto dove dovrò incontrare un personaggio religioso della Nigeria molto in vista, non mi ha spiegato il perché ma ormai siamo in ballo e ci conviene ballare" Lei lo abbracciò e lo baciò sonoramente sulla guancia, emanava energia e felicità da tutti i pori "Grazie amore, grazie" Felice la guardò confuso mentre faceva una smorfia e lei precisò "Hai detto siamo, non sono, siamo" Allora lui capì e scoppiò in una risata liberatoria, erano una bella coppia. Nel frattempo li raggiunse il noleggiatore con una specie di fuoristrada che non rendeva giustizia all'appellativo di autovettura; era un catorcio "E noi dovremmo fare migliaia di chilometri con questo rottame?" Sbottò Felice contrariato. L'africano guardò Aurora che con un cenno d'intesa gli fece intendere che era tutto sotto controllo, ma Felice mangiò la foglia "Quali segreti mi nascondete?" "Sali che poi ti spiego" Tagliò corto lei e prima di accomodarsi sulla vettura saldò il conto con il noleggiatore che dopo aver contato i soldi sorrise mostrando la sua bocca sdentata "Ok?" Fece cenno Aurora "Ok" Rispose lui con il pollice in alto.
    Lei fece spostare Felice sul lato passeggeri e si mise alla guida senza dir parola "Adesso mi spieghi quello che..." "Ssssttt. Ti amo. Aspetta due minuti per favore" Lui aspettò pazientemente e dopo circa mezzo chilometro lei accostò la macchina vicino ad un malconcio caseggiato da dove uscirono d'incanto due uomini carichi di zaini e borsoni "E questi chi sarebbero?" Felice si rese conto di essere caduto nella tela del ragno e scese dall'auto visibilmente frustrato. Lei non rispose, si avvicinò invece ai due e diede istruzioni; in pochi attimi caricarono i loro bagagli e si accomodarono sui sedili anteriori. Aurora fece cenno a Felice di prendere posto dietro e poi si accomodò di fianco a lui che adesso la stava fissando in cagnesco. "Va bene, mi sono un po' allargata, hai ragione. Ascoltami, per le vie di comunicazione tradizionali se tutto filava liscio avremmo impiegato tre o quattro giorni per raggiungere Sokoto, senza lasciapassare avremmo corso parecchi rischi. Invece grazie a loro useremo una vecchia pista che taglia attraverso il Niger, sfioreremo la cittadina di Sanam e giungeremo rapidamente a Sokoto. Abbiamo pensato a tutto, siamo carichi di provviste e carburante, saremo veloci ed invisibili" Felice non obiettò, qualcosa in lui stava cambiando. Un tempo si sarebbe adirato per una faccenda simile, oggi comprendeva che ogni cosa aveva un suo perché; se Aurora aveva deciso per quella