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in archivio dal 16 ott 2011

Valeria Rago

29 settembre 1979, Castellammare di Stabia (NA) - Italia
Mi descrivo così: Sono una lettrice accanita, scrittrice dilettante e adoro recensire libri di ogni genere. Ho una laurea in lettere classiche ed un mare di passioni, ma in qualunque momento di libertà mi troverete con il naso immerso tra le pagine di un libro...

elementi per pagina
  • «Questo è la morte, oltre alla mancanza di chi non c’è più: è la vita, con tutti i suoi ricordi».
    Passiamo l’esistenza a litigare con i nostri genitori, durante l’adolescenza arriviamo quasi ad odiarli e siamo, comunque, convinti del fatto che non ci abbiano mai capiti davvero. Eppure è da loro che ci rifugiamo quando tutto va male, è il loro affetto quello di cui sentiamo la mancanza quando siamo lontani; la loro presenza ci ricorda, in ogni momento, chi siamo e qual è il nostro posto nel mondo.
    Daria Bignardi esamina, in un libro autobiografico, il suo rapporto con una madre ipercritica, ansiosa e perennemente avvolta nel pessimismo. Con lei la giornalista ha sempre avuto un rapporto complicato, a tratti burrascoso: mal sopportando le sue continue “tragedie” e la sua ansia quasi parossistica, la giovane Daria lascia presto la casa dei genitori ed inizia a lavorare. Nonostante tutto questo, però, il suo incubo peggiore è quello di non riuscire a fare la giornaliera telefonata alla madre all’ora abituale; sa che questo potrebbe provocare una vera e propria crisi e non se la sente di interrompere quest’abitudine stressante ma, in fin dei conti, rassicurante: ovunque la porterà il suo lavoro di giornalista, in qualsiasi situazione lei troverà un telefono o farà il diavolo a quattro affinché il suo cellulare possa funzionare! La descrizione della vita della Bignardi è scorrevole ed emozionante, da ogni minimo particolare emerge il legame profondo che l’autrice ha con quei ricordi che nessuno potrà mai strapparle. Il giorno del funerale della madre è ricordato in maniera particolareggiata: Daria si reca, in solitudine, nei posti dove sua mamma era stata prima di morire, ne ripercorre i passi, si rivolge alle persone che, per ultime, avevano parlato con lei, tutto questo per trattenerla ancora un po’ e non lasciarla andare via troppo presto.
    Questo libro mi ha colpito perché è vero, perché ci mette, con semplicità, dinanzi alle contraddizioni del nostro essere figli; ci costringe a confrontarci con le bugie che ci raccontiamo di continuo su chi ci ha messo al mondo e, alla luce di queste nuove consapevolezze, ci invoglia, una volta divenuti a nostra volta genitori, a guardare noi stessi attraverso gli occhi dei nostri figli.

    «… Ti manca un pezzo e non ci puoi credere che potrai vivere senza il loro sguardo addosso. Senza la possibilità di far felice qualcuno solo perché hai telefonato, hai sorriso, ti sei ricordato, hai fatto un gesto piccolo che non ti è costato niente, solo perché sei contenta. Solo perché esisti».

    [... continua]

  • New York, weekend del Labor Day, Steve e Nancy si preparano per partire e andare a prendere i figli al campeggio estivo nel Maine, insieme ad almeno altre quaranta milioni di automobili. Si tratta di una coppia normale, i due si amano ancora, probabilmente, ma la vita quotidiana, il ruolo di genitori o la routine del lavoro li ha allontanati progressivamente ed ora, le rare conversazioni tra di loro sono vuote o rancorose. Steve ha un unico pensiero: vuole bere un bicchierino, ma sa che la moglie non gli permetterà di farlo e questo lo innervosisce molto, non capisce il motivo del divieto, bere lo fa sentire meglio. Quando Steve decide di non rispettare il desiderio di Nancy, avviene la rottura: il marito entra in un bar portando con sé le chiavi dell’auto; la moglie, nel frattempo, lascia il veicolo e si dirige, da sola e al buio, verso la fermata dell’autobus. Da questo momento il libro cambia totalmente, Steve cerca Nancy senza trovarla e la preoccupazione è ottenebrata dall’alcool che ha ingurgitato e i cui effetti lo portano a convincersi del fatto che quella sarà la “sua” notte. Il nostro protagonista, però, non ha fatto i conti con Sid Halligan… Simenon, come sempre, ci tiene con il fiato sospeso, si diverte a non farci scoprire tutta la verità fino alle ultime pagine, poi, tutti in una volta, ci svela i fatti tragici di quella notte, uno dopo l’altro. Il dramma dai coniugi avrà, paradossalmente, un effetto positivo sul loro rapporto: Steve e Nancy trovano, finalmente, il coraggio di mettere le carte in tavola, esaminano le loro vite e le decisioni che prendono sul loro futuro sono senza dubbio sorprendenti.
    La meticolosità nella descrizioni di luoghi e personaggi, l’assoluto realismo nella  rievocazione dei pensieri che si accumulano nella mente di Steve, l’analisi accurata delle sue reazioni…
    Tutto questo è Simenon e, per chi ama quest’autore, o per chi vuole scoprirlo, “Luci nella notte” è un noir assolutamente da non perdere.  

    [... continua]

    • La notte
    • 17 ottobre 2011 alle ore 16:01

    «… Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
    Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità la voglia di vivere.
    Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto…».
    Queste parole sono, forse, una delle denunce più potenti e più immediate dell’orrore dell’Olocausto. Elie Wiesel ha conosciuto i campi di Auschwitz e di Buchenwald, dove è stato prigioniero insieme al padre. Le descrizioni che ci lascia sono lucide, precise, a tratti perfino fredde nel loro estremo realismo. Quella che era la normalità nei campi di concentramento, emerge, in queste pagine, in maniera così nitida da farci quasi male. L’autore è un giovane ebreo che vive la sua fede con estrema convinzione, è un eletto che vive studiando il Talmud e la cui speranza più ardente è quella di essere iniziato alla Cabala. Cosa resta di tutto questo dopo Auschwitz? Che ne è della sua anima dopo aver visto il proprio padre morire invocando il nome del figlio, senza che quest’ultimo potesse aiutarlo? Una delle silenziose conseguenze dell’Olocausto è proprio l’inaridimento spirituale, Elie Wiesel ci pone di fronte al dramma di chi deve fare i conti con quello in cui credeva: come si può ancora confidare in Dio dopo aver visto le volute di fumo fuoriuscire dai camini degli inceneritori dei campi di concentramento? Domanda senza risposta. Dopo l’esperienza nei campi Elie Wiesel torna a casa ma in realtà ha smarrito se stesso, ritrovarsi sarà un processo difficile e doloroso.
    “La notte” è una delle opere più belle e più toccanti su un argomento di cui si è scritto e discusso tanto, ma non sarà mai sufficiente: nulla potrà restituire la vita a chi l’ha persa e la voglia di vivere a chi è sopravvissuto.
    «… volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto.
    Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava.
    Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più».

    [... continua]