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Racconti di Vittorio Salvati

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  • 09 marzo 2012 alle ore 18:47
    IL RIBELLE LETTERARIO

    Come comincia: Finalmente era arrivato all’ultimo capitolo.
    Giulio Priandello era proprio soddisfatto del romanzo che stava per finire ed in particolare delle atmosfere e dello stile narrativo che era riuscito a profondere in tutti gli otto capitoli scritti fino a quel momento. A dire il vero, qualcuno dei suoi amici, cui aveva raccontato la vicenda e letto alcuni brani, gli avevano fatto notare che la trama somigliava maledettamente a quella dei Promessi sposi ma la cosa non lo aveva minimamente turbato. Anzi, aveva preso questo rilievo come un complimento perché considerava il romanzo del divino Alessandro come uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale e il fatto di essere riuscito a reinterpretare in chiave moderna i suoi massimi archetipi (lo sfondo di grandi avvenimenti storici, l’arroganza del potere nei confronti di persone umili, l’atmosfera di soffuso e sensuale misticismo, il riscatto morale di alcuni,  la punizione finale dei cattivi e l’happy end per i buoni)  lo esaltava anziché mortificarlo. Per la verità, le assonanze col grande libro si fermavano lì perché in realtà le differenze narrative erano enormi: i grandi avvenimenti storici erano quelli di oggi e quindi andavano dalla mafia al  terrorismo internazionale; il grande cattivo (ovvero un certo Viktor nel ruolo di Don Rodrigo) era il capo di una grande organizzazione mafiosa russa; al posto di Lucia c’era Paulette, una bella quanto intelligente scrittrice italiana che veniva rapita e avviata alla prostituzione internazionale dopo un turbinio di terribili vicende; il Renzo Tramaglino della situazione era  un aitante  giovane francese di nome Gunmax, che attraversava l’Europa intera e i paesi mediorientali in guerra alla ricerca dell’amata, sempre inseguito dai sicari di  Viktor che avevano l’incarico di ucciderlo. Nel ruolo di Don Abbondio c’era un sindaco di una cittadina della Lombardia che si era rifiutato di sposare i due giovani per atti osceni in un luogo pubblico chiamato “pleasure island” ma, in realtà, perché corrotto da Viktor. Al posto dei buoni (il Cardinale Borromeo, Fra Cristoforo e l’Innominato) c’erano un ambasciatore, un addetto consolare, e un agente segreto che salvavano, a più riprese e in diverse circostanze, sia l’una che l’altro. Insomma, tutte le situazioni che vedevano i due giovani separatamente affrontare rischi, pericoli e violenze erano alquanto diverse da quelle del grande romanzo ispiratore e somigliavano più a quelle di un film di 007 o del Padrino. 
    Questo era dunque il romanzo che Giulio Priandello si accingeva  a completare con il nono e ultimo capitolo, ben lontano da sospettare che di lì a poco si sarebbe ritrovato a vivere un’avventura talmente inattesa e surreale da sconvolgere la sua vita di scrittore e la stessa trama del romanzo.

    Erano le quattro di pomeriggio e Giulio accese il computer contenendo a stento la sua eccitazione. Per l’ultimo capitolo aveva tutto chiaro nella mente: la morte di Viktor, il ricongiungimento dei due giovani e soprattutto il dialogo finale,  che stava elaborando da giorni e che sperava potesse diventare un esempio di alta  letteratura per il modo sorprendente col quale pensava di scriverlo. Aprì il documento all’ultima pagina del capitolo otto, rilesse alcune righe, passò alla pagina successiva e cominciò a scrivere il capitolo nove, quello finale. 
    Scrisse a lungo e con trasporto fino alla descrizione della lotta tra Gunmax e Viktor che vedeva quest’ultimo soccombere e fare una morte orribile. La crudezza dell’episodio e la scena della fine di Viktor richiedevano uno stile descrittivo rapido e asciutto, quasi cinematografico, e Giulio pensò di esserci riuscito tanto che decise di premiarsi concedendosi una serata di svago e rimandando all’indomani il prosieguo della storia con l’happy end  e il famoso dialogo finale.
    Il giorno dopo, lo scrittore non seppe attendere la solita ora pomeridiana per riprendere il lavoro e accese il computer (di buonora per lui) alle nove di mattina. Appena sul monitor apparve il capitolo nove del romanzo Giulio pensò di aver sbagliato qualche comando perché, dopo poche righe iniziali, lo schermo “s’illuminò” di sole pagine bianche. Tutta la lotta tra Gunmax e Viktor e la fine drammatica di quest’ultimo erano sparite, volatilizzate o nascoste chissà in quale meandro elettronico e chissà per quale ragione.  Giulio tentò una serie di comandi di ricerca ma tutto fu vano; per un attimo pensò perfino di averle sognate quelle pagine che pure ricordava perfettamente di avere scritto.
    Stupito, chiamò un suo amico esperto di computer, gli spiegò la situazione e seguì alcune sue indicazioni tese a recuperare dall’hard disk il testo mancante ma tutto fu inutile: di quelle pagine il computer sembrava non avesse mai sentito parlare. “Evidentemente – gli disse l’amico - ieri sera, nel chiudere il documento hai dato, senza accorgertene, qualche comando di cancellazione. A questo punto non ti resta che riscriverle avendo l’accortezza, questa volta, di farne una copia sia stampata che su floppy disk.”
    Di fronte all’impossibile Giulio si rassegnò e, pazientemente, facendo leva sulla sua buona memoria, riscrisse le dieci pagine che alla fine provvide diligentemente a copiare su dischetto e a stampare su carta,  come d’altra parte faceva sempre alla fine di ogni giornata di lavoro, tranne che nell’improvvida occasione della sera precedente. Rasserenato, andò a mangiare, fece un riposino di mezz’ora e verso le quattro del pomeriggio riprese il lavoro. Accese il computer, aprì il suo romanzo e in un attimo si rese conto di essere ripiombato nello stesso incubo. Sullo schermo, le dieci pagine erano sparite di nuovo e altrettanto lo erano dal dischetto e da quelle stampate, dove ora si potevano vedere solo delle colature d’inchiostro del tutto illeggibili.
    Giulio Priandello, benché frequentatore della fantasia, era alla bisogna un uomo molto razionale,  per cui si fermò, respirò profondamente e si mise a  riflettere su ciò che gli stava succedendo con l’idea di non escludere nessuna ipotesi, anche la più strampalata. “I casi sono tre: - pensò - o si tratta di un errore tecnico da parte mia, oppure di un hacker che si diverte a farmi i dispetti o, infine, di un virus che attacca il mio testo, non si sa perché, solo a partire da quel punto.”
    Sembrandogli questa sintetica analisi un buon punto di partenza, cominciò a scartare la prima ipotesi perché era stato molto attento nel fare le operazioni di chiusura e poi perché essa non giustificava la sparizione del testo dalle pagine stampate. Allo stesso modo si sentì di escludere l’intervento (per ben due volte) di un hacker in quanto, in tutto questo periodo, non si era mai collegato in rete. Rimaneva la terza ipotesi, anche se di un virus specializzato in capitoli non aveva mai sentito parlare prima di allora.
    Decise comunque di fare una prova: riattaccò dal solito punto e cominciò a scrivere parole e frasi senza senso per una decina di righe; poi spense tutto, aspettò un poco, riaccese il computer ed ecco riapparire, intonse, tutte le frasi senza senso insieme agli otto capitoli precedenti.
    Seppure con qualche dubbio, Giulio sperò che per qualche motivo lo strano fenomeno potesse essersi risolto. Azzerò le sciocche frasi di prova e ricominciò per la terza volta a scrivere il riottoso capitolo.
    Fu proprio in quel momento che accadde un fatto incredibile: invece delle parole battute sulla tastiera da Giulio,  sullo schermo apparve questa frase:
    “Insomma la vuoi smettere di scrivere questo stupido capitolo?”
    Giulio rimase per un attimo impietrito dallo stupore: chi diavolo aveva scritto quell’imperioso messaggio? Subito ripensò all’ipotesi dell’hacker ma presto la escluse di nuovo perché non era collegato in rete. Eppure il contenuto sembrava proprio provenire da un contatto diretto. Per accertarsene, digitò sulla tastiera una risposta:
    “Il romanzo è mio e ci scrivo quello che mi pare!”
    Passarono alcuni secondi, che gli parvero una eternità, prima che apparisse un nuovo messaggio:
    “Credi? Prova ancora a scrivere le stesse cose di ieri e di oggi e vedrai che fine faranno.”
    Giulio non sapeva cosa pensare. Da un lato la sua mente cercava di trovare una spiegazione logica a quello che stava accadendo, dall’altro si rendeva conto che quel dialogo così assurdo non poteva avere un’origine e una motivazione del tutto razionale.
    “Chi sei? Sei un virus?” chiese senza rendersi conto dell’idiozia della domanda.
    Di nuovo un’attesa, questa volta molto più breve.
    “Possibile che non hai ancora capito chi sono io?”
    “No!” rispose deciso lo scrittore.
    “Eppure mi hai creato tu: sono Viktor, il cattivissimo Viktor che tu vuoi far morire di una morte orribile solo a scriverla, figuriamoci a subirla.”
    “Ma di che parli? I personaggi di un libro vivono nella mente di chi li crea o di chi li legge e non vanno a spasso in un computer a polemizzare con il loro autore. E poi io mi chiamo Priandello e non Pirandello. Secondo me sei un virus, un programma finalizzato a demolire le opere letterarie.”
    “Oltre che come scrittore mi deludi anche come investigatore informatico. Non sono un virus: da quando in qua i virus dialogano con gli esseri umani? E poi, se fossi un programma-killer, starei qui a perdere tempo con te? Con uno, cioè, che scrive cose come quelle del capitolo nove che mi tocca cancellare ogni volta?”
    Giulio cominciò a innervosirsi: “Perché, cosa hai da dire sul capitolo nove?”
    “Guarda, non commento il valore letterario che mi sembra comunque modesto. Contesto il fatto di essere io descritto come una  persona così malvagia da meritare una morte tanto orribile come quella che mi hai riservato.”
    “Una morte meritata viste le sofferenze che hai arrecato a quei due poveri giovani….”
    “No, non io. Sei tu che ti sei servito di me per farli soffrire come a te piaceva. Ed ora vorresti farmi scontare colpe non mie in un modo così crudele?”
    Giulio rimase per un momento sconcertato non sapendo più dove quel dialogo potesse andare a parare. Decise comunque di scoprire cosa volesse realmente quel “coso” al di là dello schermo:
    “Va bene, secondo te cosa dovrei fare?”
    Questa volta non ci fu attesa:
    “Per quanto mi riguarda, basterebbe che tu non mi facessi morire, mi consentissi di fare qualcosa che mi riscattasse agli occhi di Paulette, che lei lasciasse perdere quel mediocre di Gunmax  e si mettesse con me. Quella ragazza, come ben sai, ha fatto perdere la testa a molti personaggi del libro, me compreso.”
    “Ma ti rendi conto di quello che proponi? Sarebbe come se qualcuno avesse chiesto a Manzoni di finire il suo romanzo con Lucia che molla Renzo e scappa con Don Rodrigo per vivere con lui felice e contenta. Ma dai!”
    “Bèh, non sarebbe stato un bel colpo di scena? E oggi i ragazzi non leggerebbero più volentieri  I promessi sposi?”
    “Senti, non scherziamo. La storia resta quella che era e non intendo discuterne con un.… dipendente.”
    “E allora io continuerò a cancellarti tutto e non riuscirai a finire il romanzo nemmeno se cambierai i nomi,  il computer o vattelappesca.”
    Giulio capì che non era il caso di scherzare oltre e cercò di recuperare la situazione:
    “Senti, cerchiamo di essere realistici. Io credo in questo romanzo e nei suoi personaggi soprattutto in quelli negativi come te perché sono quelli che  hanno il maggiore impatto sulla fantasia dei lettori. Sono sicuro, ad esempio, che se ne facessero un film, i migliori attori si contenderebbero il tuo ruolo molto più di quanto farebbero per quello di Gunmax. Quindi perché questa tua ostinazione?”
    “Non è un’ostinazione di principio. E’ che innanzi tutto non mi va di morire in quel modo e poi sono convinto che la soluzione che io suggerisco sarebbe molto più brillante e originale di quella che tu intendi proporre. In fondo lo dico per il tuo bene.”
    “Non credo che tu sia in grado di stabilire il grado di brillantezza e originalità di un testo né, tanto meno, di stabilire ciò che è per il mio bene.”
    “Senti – ribatté quasi immediatamente il ‘coso’ – ho l’impressione che questo dialogo con me stia mettendo a dura prova il tuo equilibrio nervoso. Facciamo così: prendiamoci una pausa di riflessione e risentiamoci domattina, diciamo intorno alle dieci, per riparlarne. Sono sicuro che a mente serena, sarai più ragionevole e più propenso a trovare una soluzione. Va bene per te?”
    “D’accordo.” rispose  lo scrittore e d’istinto, quasi in un gesto di liberazione,  spense il computer.
    La notte Giulio la passò ad elucubrare su quella faccenda incredibile,  non trascurando l’ipotesi che il tutto fosse una sorta di allucinazione della sua mente un po’ esaurita dal super lavoro degli ultimi mesi. Per un attimo, intorno alle tre di mattina,  ebbe perfino la tentazione di riaccendere il computer per verificare se …….”Ma no! - si disse - che diavolo mi passa per la mente? In questo modo rischio di impazzire. Aspettiamo domani e vedremo. Io questo romanzo lo devo finire assolutamente per rispettare  l’impegno con l’editore e per incassare qualche soldo. Per riuscirci dovrò pur concedere qualcosa a questo surreale personaggio ma un fatto è certo: lui deve morire! Su questo non transigo.”  E con questa certezza si addormentò verso le cinque di mattina per svegliarsi al trillo della sveglia alle nove e trenta esatte.
    Giulio accese il computer all’ora prefissata e, senza indugi o tentennamenti, aprì al solito contestato capitolo e scrisse semplicemente:
    “Ci sei?”
    La risposta non si fece attendere: “Certo che ci sono. Credi che  la puntualità sia una virtù solo dei buoni?”
    Giulio recepì l’ironia e con questo si convinse che chiunque fosse a rispondergli non era gestito da un programma qualsiasi ma da uno molto sofisticato in grado di percepire e imitare anche gli aspetti emotivi di un dialogo.
    “Allora – riprese Viktor – hai riflettuto? Hai una proposta da farmi?”
    Giulio prese un po’ di tempo prima di rispondere. Voleva ponderare bene le parole da scrivere: “Sì,  ho riflettuto sulla questione e ho deciso che sul fatto che devi morire non ci sono margini di trattativa.”
    “Quand’è così – rispose Viktor in un attimo – è inutile perdere altro tempo. Vuol dire che ciascuno farà ciò che deve fare.”
    “Ehi!...aspetta un momento. Non essere permaloso e lasciami finire: ho detto che non sono disponibile  a una trattativa sulla tua morte ma sono disposto a trattare sul come.”
    “Intendi dire che posso scegliere io il modo di morire?”
    “Esattamente.”
    La conferma di Giulio rimase senza risposta per qualche minuto prima che sullo schermo apparisse un nuovo messaggio di Viktor:
    “Okay, ci sto. Voglio morire per un colpo di pistola sparato da Gunmax dopo  però aver salvato da morte sicura Paulette e aver detto un’ultima frase d’amore per lei.”
    Giulio s’innervosì molto nel leggere questa proposta. Si morse le labbra e, cercando di stare calmo, rispose:
    “Questo significa chiedere tutta la mano a chi ti ha offerto un dito. No, così non può andare, non posso trasformarti in un eroe salvatore quando questi c’è già ed è Gunmax. Quello che posso concederti è di morire per un colpo di pistola e una frase che ti riscatti un po’, ma non troppo, in punto di morte. In ogni caso niente frasi d’amore per Paulette. Prendere o lasciare!” _ replicò con decisione Giulio scrivendo in grassetto le ultime parole per sottolineare la loro perentorietà.
    Passarono ancora una volta diversi minuti prima che una risposta arrivasse e Giulio li visse con la sensazione che Viktor (o chi diavolo fosse) prendesse tempo al solo scopo di assaporare qualche forma di soddisfazione nel saperlo in ansiosa attesa. Poi, finalmente, sullo schermo apparve la sua risposta:
    “Va bene, però sappi che questo accordo non lo devi alla tua capacità di negoziatore ma alla mia generosità. Tienilo a mente quando riscriverai la mia morte senza fogne e senza topi e con una bella frase di parziale riscatto perché  io resterò in agguato fino a quando non avrai finito il tuo romanzo per controllare che tu non mi faccia brutti scherzi. Addio, e in bocca al lupo!” E con queste parole, lo schermo si sbiancò cancellando tutto il surreale dialogo intercorso tra il personaggio e il suo autore.
    Dopo un profondo sospiro di sollievo, Giulio  si lasciò andare sullo schienale della sedia alzando le braccia al cielo e lanciando una specie di urlo liberatorio  neanche avesse vinto il premio letterario più prestigioso del mondo.
    Decise di mettersi subito al lavoro e lo fece con una tale lena e un tale furore creativo che si fermò solo per mezz’ora, il tempo per un panino e una birra, per riprendere subito a scrivere senza mai smettere fino a tarda sera. In più di otto ore di lavoro aveva finito il capitolo nove, e dunque il romanzo,  apportando tutte le correzioni concordate con Viktor. Non aveva avuto alcuna difficoltà nell’ambientare la colluttazione finale con Gunmax in una stazione di servizio e a risolverla con un  colpo di pistola e la morte di Viktor cui, prima di spirare, fece mormorare questa frase:  “Non devo chiedere perdono a nessuno. Se Paulette ha scelto altri da amare avrà avuto le sue buone ragioni come ne ha avute Dio se mi ha fatto così malvagio!” “In fondo – aveva pensato Giulio - si tratta di un buon compromesso: da un lato gli faccio riconoscere la sua malvagità e dall’altro l’esistenza di un Dio misericordioso. Roba che piacerebbe molto ad Alessandro Manzoni!”
    Al contrario, un po’ di difficoltà Giulio l’aveva trovata nello scrivere quello che, secondo le sue intenzioni, doveva rappresentare il momento più originale del romanzo e cioè il dialogo finale tra Gunmax e Paulette L’idea era quella di farli parlare d’amore ricorrendo a un collage di frasi tratte da film di successo come Via col vento, La vita è meravigliosa, Casablanca, Rocky e Pretty woman. Insomma,  un gioco letterario, fatto più di invenzione che di stile, che gli era sembrato molto più geniale quando lo aveva pensato rispetto a come gli era venuto scrivendolo. “Forse – pensò tra sé – anche quest’amore finirà male se dovessi scrivere la seconda parte”.
    Ad ogni buon conto, il lavoro era finito e Giulio decise che avrebbe lasciato il romanzo nel cassetto per qualche giorno prima di  rileggerlo un’ultima volta e inviarlo per posta elettronica al suo editore nella speranza di una risposta rapida e positiva. 
    Fu così che fece, e tutto si svolse nel modo previsto. Rilesse il libro apportando solo un paio di piccole correzioni e quindi lo inviò per posta elettronica all’editore Stampini. La sera stessa ricevette da questi una telefonata di conferma: “Caro Priandello, ho ricevuto il suo romanzo e lo sto facendo stampare per leggerlo durante il fine settimana. Se ci riesco, penso di darle una risposta entro lunedì. A presto e in bocca al lupo!”
    I cinque giorni gli sembrarono cinque mesi ma, come Dio volle, arrivò l’atteso lunedì e alle sette di sera anche la telefonata di Stampini.
    “Caro Priandello, vado subito al sodo: ho deciso di pubblicare il suo romanzo.”
    Giulio frenò a stento un urlo di gioia:
    “Grazie commendatore, le sono molto grato. Non le nascondo che aspettavo questa notizia con un po’ di batticuore.”
    “La capisco, caro Priandello; in fondo lei non è ancora così famoso da vendere il suo prodotto solo per il nome. Sarò però sincero con lei: fino al capitolo otto le assicuro che avevo deciso di non pubblicarlo. Poca originalità e in certi tratti perfino noioso, come una specie di Promessi sposi in chiave moderna ma senza l’arte sublime del Maestro. Poi, per inerzia, ho cominciato il nono capitolo e improvvisamente sono stato catturato dal suo cambio di marcia: un’idea semplicemente geniale!”
    “La ringrazio commendatore, l’idea di quel dialogo tra Gunmax e Paulette mi frullava per la testa da molto tempo e sono felice che le sia piaciuto al punto da averle fatto cambiare idea.”
    “No, Priandello, non ci siamo capiti, – corresse Il commendatore – quella è roba del capitolo dieci. Io sto parlando del capitolo nove…”
    “Il capitolo dieci? Quale capitolo dieci? I capitoli sono nove!”
    “Ma che dice? Io parlo del capitolo in cui l’autore, cioè lei, discute e negozia col personaggio di Viktor del modo in cui deve morire. Una soluzione che ha sorpreso me e sorprenderà in modo positivo i lettori probabilmente delusi dagli altri capitoli. Ha capito ora?”
    Giulio non rispose. Era annichilito, sconvolto, incapace di ammettere ciò che invece gli era ormai  chiaro, anzi chiarissimo: quel … quel ‘coso’ …. quel traditore di Viktor aveva fatto finta di cancellare il loro dialogo che aveva invece reinserito nel testo partito per posta elettronica spostando il finale ad un inesistente capitolo dieci!
    “Pronto….. Priandello? La prego, mi risponda: cosa le è successo? Ha perso la parola? Si è offeso per la mia critica? Guardi che io il romanzo glielo pubblico perché quel capitolo è una bomba! Per me basta e avanza per giustificare l’investimento! ... Priandello ... pronto … Priandello ...”
    Giulio sentiva la voce del commendator Stampini diventare pian piano una sorta di incubo sonoro che lo portò a riattaccare la cornetta senza rispondere ai petulanti appelli del suo editore. La sua mente vagava ormai nel mare della delusione e del dolore e l’unica esigenza che sentiva in quel momento era quella di trovare un pensiero consolatorio. Provò a pensare all’anticipo che avrebbe ricevuto, al probabile successo del libro e al fatto che a quel benedetto dialogo aveva in qualche modo partecipato anche lui, sia pure involontariamente. Purtroppo nessuno di questi pensieri riuscì a consolarlo, perché nel frattempo si rendeva sempre più conto di una dolorosa e mortificante realtà: che il suo romanzo veniva pubblicato solo per merito dell’unico capitolo che lui non aveva mai scritto. “Forse – pensò – aveva ragione Viktor: sarebbe stato meglio se Paulette si fosse innamorata di lui!”

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  • 16 novembre 2009
    Vi presento Harvey

    Come comincia: Prima di farlo ci ho riflettuto a lungo e con molti ripensamenti. Intendo dire che non è stato facile decidere di rivelare ad altri l’esistenza di Harvey nella mia vita o, più precisamente, nei miei dormiveglia. La prima volta che l’ho visto è stato un mese fa, all’una di notte, improvvisamente, nella mia stanza da letto. Premetto che, per addormentarmi, ci metto sempre un sacco di tempo. Innanzitutto non vado mai a letto prima di mezzanotte poi, spenta la luce, passo una buona mezzora a dimenarmi tra pensamenti vari che vanno dalle sciocchezze più evanescenti ai grandi interrogativi sull’esistenza umana e dintorni. Lentamente, dopo un po’ di questo inutile peregrinare della mente, scivolo sempre in uno stato di rassicurante dormiveglia, finalmente libero da ogni obbligo di razionalità, con il subconscio che comincia a prevalere e a trascinarmi in spazi e dimensioni senza senso ma così piacevoli e strambi da far sembrare la realtà una noiosa incombenza. In compenso, una volta addormentato, dormirei per dodici ore consecutive; ne sa qualcosa la mia sveglia costretta a squillare, ogni mattina, così a lungo, da richiedere un ricambio della batteria almeno una volta al mese.
    Dunque, veniamo al fatto. In una notte dello scorso mese (mi pare fosse un giovedì), ero da poco sprofondato nel tepore del mio rituale dormiveglia quando un tossicchiare indiscreto mi richiamò improvvisamente allo stato cosciente e razionale. Aprii gli occhi e intravidi, con l’aiuto delle tenui luci provenienti dalla finestra, la sagoma di qualcuno seduto sulla poltrona posta ai piedi del mio letto.
    “Chi è là?” esclamai con voce roca, malamente controllata, sobbalzando dal letto.
    “Ssshh… sono un amico.” mi rispose una voce calda e tranquillizzante.
    “Un amico? Che amico? Come hai fatto ad entrare?”
    “Ehi…ehi, piano con le domande. …Ti ripeto, sono un amico. Se fossi un malintenzionato venuto per farti del male l’avrei già fatto, no?”
    La conclusione non faceva una grinza ma non spiegava affatto come il titolare della voce avesse potuto entrare in casa mia superando allarme e chiavistelli. Mi girai quindi di scatto, accesi la lampada sul tavolino e lo vidi. Seduto sulla sedia, vestito con una lunga tunica grigia chiusa fino al collo, capelli folti e bianchi come la neve, un uomo di settanta, forse ottant’anni, mi guardava con aria sorniona e un sorriso incredibilmente fanciullesco che illuminava un viso pieno di rughe profonde ed espressive.
    “ Insomma, chi sei - riuscii a chiedere ricambiando istintivamente il suo confidenziale “tu” – e come sei riuscito a entrare a casa mia?”
    “Precisiamo: in non sono ‘entrato’. Semplicemente sono apparso. Ecco tutto.”
    “Sei un fantasma?” chiesi con tono turbato.
    “Ma come ti permetti? I fantasmi sono anime in pena. E io ti sembro in pena?”
    “No, no… tutt’altro. Sei, per caso, un Angelo?... Un Angelo custode?” chiesi speranzoso.
    “Per carità. Un lavoro che non farei mai.”
    “Un lavoro?… Che lavoro?” chiesi perplesso.
    “Quello del custode. Ma ti rendi conto? 24 ore su 24 appiccicato a un tizio qualunque cercando di proteggerlo senza che lui possa vederti e sentirti! Per carità, roba da sfinimento! Passi se ti capitassero tipi divertenti e brillanti come Groucho Marx o Bernard Show. Magari libertini e sporcaccioni come Casanova e Henry Miller, ma se ti capita uno pedante, noioso e magari pure …longevo! No, non è roba per me!”
    “Ma scusa, allora chi diavolo sei? Che ci fai qui da me?”
    “Non l’hai ancora capito? Sono un tutor di formazione. Per la precisione, un tutor di seconda classe.”
    “Un tut…? Ma che cavolo significa?”
    “Significa che il tuo Angelo custode – quello vero - ha segnalato a chi di dovere, lassù, che sei un tipo che ha alcune qualità degne di nota ma allo stesso tempo assolutamente incapace di svilupparle …di esprimerle…”
    “E se sono così incapace perché mandarmi un tutor di seconda classe? Non era meglio uno di prima?” obiettai di getto, pentendomi subito dopo per paura di averlo indispettito.
    Con sollievo lo vidi sorridere: “Guarda che la seconda classe non è un titolo di demerito. È solo una questione di anzianità.”
    “Di anzianità? Avete pure un sindacato?”
    “No, ma un regolamento sì. Noi tutori siamo esseri umani passati a miglior vita che, per capacità, esperienza e saggezza dimostrata durante la vita terrena siamo stati chiamati ad aiutare gli angeli in particolari casi come il tuo.”
    “Dunque tu sei alle prime armi?”
    “Ma nemmeno per sogno. Devi sapere che quando si viene chiamati a questo compito si comincia in terza classe. Dopo venticinque anni e cinquantamila ore di tutoraggio si passa in seconda e dopo cinquant’anni e centomila ore, in prima. Se tutto va bene con te, sarò elevato a tutor di prima classe proprio alla fine di quest’anno.”
    “Caspita, mi sento onorato. Ma a me, tutto questo sembra solo un sogno bislacco!” esclamai scuotendo il capo e dandomi un pizzicotto sulle guance.
    “Guarda che non stai affatto dormendo. Ti assicuro che è tutto vero e devo anche dirti che se continui nel tuo scetticismo renderai il mio compito molto più difficile.”
    “No… no, aspetta…fammi capire meglio” dissi trafelato per paura che sparisse.
    “Va bene, cos’è che vuoi sapere?”
    “Beh, intanto, il tuo nome visto che il mio lo conosci di certo.”
    “Mi chiamo Harvey.”
    “Harvey? Che buffo nome! Era il tuo da vivo?”
    “No, è il nome di un coniglio.”
    “Di un coniglio? Te l’hanno imposto …. Lassù?”
    “No, l’ho scelto io.”
    “E perché dici che è il nome di un coniglio?”
    Lo sentii sbuffare prima di rispondermi.
    “Perché era il nome del grosso coniglio che appariva a James Stewart in un film che si intitolava appunto Harvey. Era il 1951 ed è stato l’ultimo film che ho visto poco prima di morire.”
    “Dunque, lassù ognuno può scegliersi il nome che vuole?”
    “Sì, purché non sia contrario alle tre Regole Divine.”
    “E quali sono?”
    Harvey assunse un’espressione niente affatto benevola.
    “Insomma, adesso basta con le domande. Se lo meriterai, te le svelerò un giorno.”
    “Un giorno? Significa che d’ora in poi starai sempre con me?”
    “Scherzi? Non ci penso neppure. Questo è il compito del tuo Angelo custode. No, io verrò a trovarti di tanto in tanto, diciamo una… due volte al mese. Sai, un tutor deve occuparsi contemporaneamente di un numero considerevole di allievi. Ora, ad esempio, ne ho sedici te compreso.”
    “Tutti con gli stessi problemi?”
    “Oh no, tutti diversi l’uno dall’altro.”
    “Per esempio?”
    “Mi spiace ma non posso parlare degli altri. Posso però dirti di te e dei motivi che hanno portato il tuo Angelo custode a richiedere l’intervento di un tutor.”
    “Ecco, appunto, il mio Angelo! L’hai incontrato?”
    “Certo che l’ho incontrato. Si fa sempre in questi casi.”
    “Ah, sì? Allora dimmi: secondo lui… o lei… a proposito, di che sesso sono gli angeli custodi?” mi scappò di chiedergli all’improvviso.
    Harvey mi guardò con aria di rimprovero:
    “Ecco, basterebbe questa domanda per spiegare il perché Andry ha richiesto che intervenissi.”
    “Andry? E chi è Andry?”
    “Il tuo Angelo custode.”
    ‘Mi ha fregato’, pensai, rinunciando a chiedere se, in questo caso, Andry fosse un nome maschile o femminile.
    “Okay, ho capito, ma qual è stato il vero motivo che ha portato il mio Angelo a chiedere per me un intervento tutoriale.”
    “La tua indolenza.”
    “Indolente io? Ma se di giorno lavoro, e di notte sono una fucina di riflessioni e fantasie.”
    “Ecco, appunto! È proprio delle tue riflessioni e fantasie che dobbiamo parlare. Andry dice che esse partono sempre con buoni propositi ma poi ineluttabilmente si disperdono e diventano evanescenti. Insomma, che mancano di spessore e finalità e siano un inutile divagare della mente privo di ogni valore…”
    “Valore? Che genere di valore o finalità possono avere le mie fantasie?”
    “Ma non capisci? Andry dice che tu hai un certo talento, ma che il modo con cui gestisci le tue fantasie è indegno di te e delle tue potenzialità. In altre parole che devi impegnarti di più per poter finalmente dare il tuo infinitesimale contributo al MUME…”
    “Ehi, non cominciamo con le sigle. Cos’è ‘sto MUME?” chiesi incuriosito.
    “È il Museo Universale della Memoria Eterna. Lassù si vuole che tutti partecipino per quel che possono alla costruzione di questo Museo. Per un Angelo custode è difficile accettare che un proprio protetto, con grandi potenzialità come te, non riesca ad aggiungere nulla, nemmeno un piccolo codicillo. Capito?”
    “No, ma secondo te cosa dovrei fare?”
    “Semplice: dovresti dare maggior valore alle tue lepide fantasie, approfondendole e arricchendole al massimo delle tue possibilità…”
    “Va bene, ma come?” incalzai nervosamente.
    “Mettiamola così: io so che a te piace la leggerezza, l’ironia, il gioco verbale, il paradosso, vero?”
    “Sì, giusto, e dunque?” chiesi soddisfatto della descrizione.
    “Dunque, togli le tue divertite divagazioni dal materasso della pigrizia e falle fruttare nella banca dell’impegno, cerca di inquadrarle in un minimo di ordine estetico e prova a elaborarle e a scriverle. Scrivi, ad esempio un romanzo, dei racconti, un diario. Aggiungi le tue parole a quelle degli uomini illustri senza timori o riverenza…”
    A questo punto Harvey fece una piccola pausa, forse per riprendere fiato, ed io ne approfittai per obiettare: “Sì, io amo mescolare il sacro col profano, il riso e il pianto, lo sberleffo e l’elegia… mi piace l’ossimoro letterario ed emotivo in ogni occasione ma, in questo modo, faccio dei continui guazzabugli di nessun interesse…”
    “Al contrario, mescola pure Peter Pan con Julien Sorel, Woody Allen con Dostoevskij, idee personali con le idee di Platone, le tue confessioni con quelle di Sant’Agostino ma, poi, cerca di finalizzare il tutto a qualcosa che abbia un senso anche per gli altri. È l’interesse delle persone migliori che devi sollecitare; è quello il trampolino di lancio che porta i pensieri verso gli scaffali del MUME!”
    “Senti Harvey – dissi a quel punto - non so quanto io meriti la vostra attenzione ma ti assicuro che ho molti dubbi sulle mie capacità di aggiungere qualcosa a ciò che voi chiamate MUME. Anzi il mio timore è che se il Museo accettasse un mio pensiero rischierebbe di screditarsi.”
    “Lo vedi? – mi replicò il mio tutor sorridendo - lo vedi come ti rifugi subito in angolo? Questo è sbagliato, è da perdenti. Devi sempre ricordarti che ci sono quattro qualità di cui ha bisogno un pensiero per dirsi degno di essere comunicato e conservato nella memoria universale: immaginazione, cultura, significato e sincerità. Di queste tu ne hai solo una: la prima. Se riuscirai a completarla almeno con altre due qualità vedrai che quelli che chiami i tuoi guazzabugli mentali saranno mille volte più ricchi e pieni di significati e cattureranno certamente l’attenzione degli Angeli...”
    “Addirittura! Gli Angeli!” esclamai, tanto per scaricare la tensione.
    “Certo! – ribatté Harvey – tu che hai fantasia sai bene che gli Angeli credono in noi molto più di quanto noi crediamo in loro!”
    Lo guardai perplesso. Non riuscivo ad afferrare il significato profondo di quest’ultima frase. Due erano le cose: o era una verità tanto profonda da essere fuori dalla mia portata o era una cretinata assoluta detta dal mio tutor per mettere alla prova la mia intelligenza. Stavo per chiederglielo, quando Harvey mi anticipò.
    “E con questo, caro allievo, ti saluto. Come avrai capito questo era solo un incontro introduttivo. Ci rivedremo presto e la prossima volta cominceremo a lavorare sul serio. Buonanotte!”
    “Buonan…” Non riuscii nemmeno a ricambiare il saluto che Harvey era sparito nel nulla, così come forse era arrivato. Ma una cosa è certa: quella notte, ci misi molto più tempo ad addormentarmi.
    Ecco, questa è stata la prima volta che ho parlato con Harvey. Ieri notte è stata la seconda. Ma di quello che ci siamo detti in quest’ultima occasione scriverò un’altra volta…

  • 11 febbraio 2009
    Un'avventura informatica

    Come comincia: Oscar aveva lavorato fino a tardi al PC per scrivere alcune pagine del suo ultimo romanzo e si era messo a letto con l’idea di rileggere quel poco che era riuscito a buttar giù con più fatica del solito. Non aveva nemmeno finito la prima pagina che un sonno inaspettato lo catturò senza nemmeno dargli il tempo di assaporare il piacere del dormiveglia in cui tanto gli piaceva rigirarsi prima di cedere le armi a quell’usurpatore di vita che è Morfeo.
    Improvvisamente, dopo un tempo che non sapeva dire, si risvegliò con una sensazione di leggerezza assolutamente sconosciuta; una sensazione di galleggiare nell’aria come quella, concreta, che provano gli astronauti quando sono nello spazio. L’unica differenza era che Oscar si trovava nel suo studio e rimbalzava dolcemente dalla scrivania al soffitto, da una libreria all’altra, dalle pareti al lampadario, dandosi lo slancio con piccoli tocchi delle mani e dei piedi, a suo piacimento.
    “Sono morto! – si disse – è dunque così che si muore?” e mentre pensava senza paura a questa ipotesi, uno slancio più forte lo scagliò verso il monitor del suo PC stranamente acceso. Pensò che sarebbe rimbalzato ancora come le altre volte ed invece si sentì affondare nello schermo come risucchiato da una forza sconosciuta e in un attimo si ritrovò sballottato dentro un mulinello di colori, di fili, di metalli, di luci indescrivibili, tanto da pensare di essersi trasformato in un chip umanoide al servizio di un operatore informatico. Poi, all’improvviso, accadde un fatto incredibile: sentì quella forza sconosciuta afferrarlo di nuovo e questa volta scaraventarlo fuori dal monitor non più nel suo studio ma in una stanza diversa che vedeva per la prima volta ma stranamente a lui familiare.
    La prima cosa che lo colpì fu che non galleggiava più e che era completamente nudo tanto che, istintivamente, si coprì il sesso con le mani. “Ma che faccio? – si chiese - è normale essere nudi quando si muore!” In realtà si guardava attorno incuriosito. Vedeva sulle pareti dei bei quadri e, in mezzo, un tavolino pieno di chincaglierie; di fianco, una piccola scrivania con il computer dal quale era uscito e, infine, un salotto di pelle marrone con due poltrone e un grande divano....ehi, un momento, cosa c’era lì? Improvvisamente si sentì fermare il sangue perchè sul divano giaceva dormiente e completamente nuda una donna di una bellezza indescrivibile: il corpo magro e morbido allo stesso tempo, le cosce tornite, i seni piccoli e sodi con i capezzoli eretti come quelle di una ninfa dei boschi, i capelli biondi e lunghi e infine la bocca...oh, la bocca! Oscar non aveva mai visto una donna così bella e sensuale come quella che guardava in quel momento! Sentì il desiderio irrefrenabile di baciare quelle labbra prima di ogni altra cosa al mondo e dunque si avvicinò lentamente, felice di essere scalzo per non far rumore. Si chinò su di lei col cuore tremante e la baciò dolcemente proprio mentre lei apriva gli occhi....occhi verdi meravigliosi, stupiti più che spaventati! Pensò che stesse per gridare e così d’impulso le mise una mano sulla bocca e con un dito sulle labbra sussurrò:
    “Sssssss...la prego non gridi. Non abbia paura... le spiegherò...” .
    Incredulo le vide muovere la testa in segno di assenso e con cautela le tolse le mani dalla bocca che, con sua grande meraviglia, era atteggiata ad un sorriso.
    “Mi scusi, la prego, ma vede io...”
    Oscar non fece nemmeno in tempo a terminare la frase che lei ricambiò il suo gesto:
    “Sssssssss ....- sussurrò lei – non parlare, sciocco, ti aspettavo”
    “Mi aspettavi?” chiese lui, stupito di quel tono così intimo.
    “Certo che ti aspettavo, non sono io la donna dei tuoi sogni?”
    Per un attimo Oscar rimase senza parole:
    “Bèh, sì è vero... in effetti ho sempre sognato una donna come te... ma vedi io ... io credevo che i sogni fossero destinati a rimanere tali e comunque non ad avverarsi in questo modo...”
    “Evidentemente anche le vie della tecnologia sono infinite...” ribatté lei ridendo e accarezzandogli il viso.
    Poi all’improvviso lo attirò a sé: “Dai – disse sussurrandogli in un orecchio - non parlare ... non fare più domande e prendimi con forza e lasciami senza respiro. Anch’io voglio capire se sei veramente tu l’uomo dei miei sogni!...”
    Oscar, in piena estasi amorosa, la prese tra le braccia, la strinse a sé ed entrò in lei, con un piacere mai provato prima, circondato dalle braccia e inebriato dai sospiri di lei che alle sue orecchie giungevano come il canto ammaliatore delle sirene di Ulisse.
    Non aveva idea di quanto realmente fosse durato quell’amplesso, che a lui sembrò senza fine, ma certamente senza fine fu il piacere che provò e che anche lei sembrò avesse provato dallo sguardo languido che gli regalò quando trovarono la forza di staccarsi. Fu in quel momento che accadde qualcosa di imprevedibile: un rumore forte, improvviso che li fece sussultare entrambi:
    “Mio dio ...vai, ti prego vai via...” disse lei con un grido soffocato e l’espressione preoccupata.
    “Ma cosa c’è... cosa succede...” chiese Oscar sorpreso..
    ”Ti prego... mio marito... si è svegliato!”
    “Tuo marito... ma come tuo marito? Esistono anche i sogni sposati adesso?”
    “Il nostro sì!” rispose lei spingendolo via
    “E dove vado, così nudo come un verme ... non c’è nemmeno un armadio!” farfugliò Oscar vigliaccamente.
    “Come dove vai? Ma lì... dentro il computer .... da dove sei venuto, no?”. E mentre lei diceva queste parole Oscar si sentì di nuovo galleggiare in aria, questa volta in maniera turbolenta e sentì che stava per essere di nuovo risucchiato dal monitor da dove era entrato. Ebbe appena la forza e il tempo di chiedere:
    “Ma tu chi sei? Come ti chiami?”
    “… pc...” percepì a malapena.
    “Come?...” chiese di nuovo.
    “PC... mi chiamo PC....” rispose la voce di lei questa volta ben scandita mentre Oscar veniva di nuovo risucchiato in quel mulinello di colori, di fili, di metalli e di luci che ben conosceva.
    Si ritrovò, così, nel suo studio ancora frastornato e stupito da quella incredibile avventura, seduto proprio davanti al suo computer. Emozionato, spinse il tasto d’accensione; lo schermo del monitor si illuminò, digitò il suo codice e subito apparve una scritta: “Benvenuto Oscar.... sono la tua PC cosa posso fare per te?”.
    Oscar rimase di sasso perché non era questo il solito modo col quale il suo computer normalmente si apriva, e poi cos’era quel femminile?
    ”Da quando in qua hai cambiato sesso?” digitò d’impeto senza riflettere che stava parlando con una macchina.
    “Da quando ti sei innamorato di un sogno... e io ti ho aiutato a realizzarlo!”
    E fu a questo punto che, sobbalzando sul letto,
    Oscar si svegliò madido di sudore.
    “Che razza di sogno bislacco!” mormorò tra sé e sé.
    Guardò l’ora: le sette e trenta, l’ora di alzarsi. Prima di andare in bagno gli venne in mente di passare per lo studio. Lentamente si avvicinò al suo computer ..... lo accese titubante e, con il cuore in tumulto, vide apparire sul monitor un inquietante messaggio:
    “Buongiorno, amore, è stato fantastico!”

     

  • 02 maggio 2008
    La panchina di Ionesco

    Come comincia: La leggenda nacque in un pomeriggio d’estate del 1966, quando qualcuno, vedendo un uomo seduto su una panchina del parco comunale intento a correggere un manoscritto, aveva detto ad alta voce a un amico: “Guarda, quello è Eugène Ionesco!”.
    La frase fu udita da un guardiano che la riferì al suo capo che la disse alla sua amante che la raccontò a un assessore che la riportò al sindaco il quale, con delibera urgente, fece mettere una bella targa sulla incolpevole panchina per rendere noto un evento che, si scoprì più tardi, non era mai avvenuto. Successive indagini, infatti, chiarirono che si era trattato di un equivoco nato da una banale somiglianza e che il grande commediografo non solo non si era mai seduto su quella panchina ma non si era mai sognato di visitare la città e tanto meno quel parco. Tuttavia, per evitare brutte figure, la giunta comunale decise di non dare alcuna notizia dell’esito delle indagini e di lasciare ai cittadini la convinzione che quella fosse proprio la panchina dove Ionesco si era seduto per correggere o completare chissà quale delle sue surreali commedie.
    E’ dunque a causa di questa leggenda che, ancora oggi, chi ha la ventura di sedersi su quella panchina lo fa sempre con molta delicatezza convinto di posare il culo nello stesso posto dove lo posò l’artista per lavorare tranquillamente ad una sua commedia. Per lo stesso motivo, tutti quelli che vi si siedono per scelta, lo fanno sempre portandosi dietro un libro, una rivista o un giornale di cultura per sentirsi all’altezza. Maestri di questo spontaneo cerimoniale sono alcuni appassionati habitué che trascorrono sulla panchina ore e ore forse alla ricerca di qualche indiretta ispirazione. Tra questi, il signor Simone Fabius, ragioniere in pensione, che dalle quattro alle cinque di ogni giorno (tranne quando c’è cattivo tempo e, chissà perché, i lunedì) viene a sedersi sulla panchina portando sempre con sé un libro e il quotidiano del giorno.
    Lo ha fatto anche oggi.
    Sono le quattro del pomeriggio di un bel giorno di primavera. Il signor Fabius si è appena accomodato sul lato sinistro della panchina (quello dove – si dice - era seduto Ionesco) e sta iniziando a leggere per la seconda volta il dramma di Samuel Beckett “Aspettando Godot”. Un signore di mezza età e di media altezza, capelli grigi e abito blu abbinati a un paio di occhiali dello stesso colore, appare sul vialetto che immette nel piccolo spiazzo e si dirige deciso verso la famigerata panchina su cui, appena giunto, si lascia cadere posando tra lui e il signor Fabius un volume malamente rilegato che aveva sottobraccio.
    “Salve, signor Fabius, come sta?” dice l’uomo all’improvviso girandosi verso l’impreparato vicino.
    Colto di sorpresa il signor Fabius si scuote dalla lettura e scruta l’uomo con aria interrogativa:
    “Mi scusi, ci conosciamo?”
    “Diciamo che io la conosco e che lei mi aspettava. Mi chiamo Marcuse, Leo Marcuse e il mio nome dovrebbe dirle qualcosa.”
    “A meno che lei non sia un parente del famoso filosofo, il suo nome non mi dice assolutamente niente. Piuttosto mi dica lei come fa a sapere il mio e perché dice che la stavo aspettando.”
    “Perché qualcuno mi ha parlato di lei e mi ha assicurato che oggi, a quest’ora, su questa panchina, lei mi aspettava per incontrarmi.”
    “No guardi, qui si sbaglia. Io non aspettavo nessuno e tanto meno qualcuno mi ha detto che dovevo incontrarla.”
    “Eppure le garantisco che non c’è alcun errore perché tutte le risposte che mi ha dato finora sono esattamente quelle previste.”
    “Prevedibili, vorrà dire.” corregge il signor Fabius.
    “No, no, previste… previste dal copione” precisa con un sorriso di complicità il signor Marcuse.
    “Copione? Di che copione sta parlando?” ribatte sorpreso il signor Fabius.
    “Del copione che stiamo recitando. Insomma questo, questo qui!” esclama il signor Marcuse prendendo in mano il volume posato sulla panchina e sventolandolo quasi davanti al viso del ragioniere.
    Il signor Fabius è visibilmente combattuto tra due tentazioni: quella di allontanarsi al più presto da ‘quel matto’ e quella di saperne di più su una faccenda che non sa se considerare uno scherzo degli uomini o della sua fantasia.
    Alla fine prevale la curiosità.
    “Mi scusi, potrebbe spiegarsi meglio? Lei dice che lei ed io stiamo recitando un copione di qualcuno e che io ne sarei informato. E’ così?”
    “Sì, – conferma il signor Marcuse – e lo dimostra il fatto che le parole che lei ha appena pronunciato coincidono perfettamente con la battuta che, secondo copione, doveva dire adesso. Così come, peraltro, coincidono quelle mie di questa risposta.”
    “Vuole dire che ciò che ho detto, anzi… ciò che io e lei stiamo dicendo è scritto tutto lì… su quel volume che ha in mano?” chiede il signor Fabius con voce che comincia a tradire una certa emozione.
    “Esattamente. Ne vuole la prova?”
    “Certo che la voglio; anzi, la pretendo!”
    Senza altri commenti il signor Marcuse prende il volume, lo sfoglia con lenta perizia fino a fermarsi su una pagina e, indicando con un dito un paio di righe, dice con tono ironico:
    “Ecco, legga qua!”
    Con aria scettica, il signor Fabius abbassa lo sguardo sul libro fino a leggere nitidamente queste parole scritte a macchina: “Fabius: “Vuole dire che ciò che ho detto, anzi… ciò che sto dicendo è scritto tutto lì… su quel volume che ha in mano?”. “Marcuse: Sì, e lo dimostra il fatto che…” non fa in tempo a leggere oltre che il signor Marcuse richiude con un gesto veloce il volume:
    “Basta così. E’ convinto ora?”
    “Ma… ma sono esattamente le parole che ho detto e quelle che lei … ma come è possibile? E’ un trucco?” esclama esterrefatto il signor Fabius.
    Il signor Marcuse fa una smorfia di impazienza: “Avanti, signor Fabius, sa benissimo che qui non c’è alcun trucco e che lei e io siamo soltanto degli attori che si scambiano battute secondo un copione imparato a memoria.”
    “Ma non è vero! Se così fosse, lo saprei, no? Almeno dentro di me saprei che sto recitando e avrei in testa anche le battute che dovrò dire dopo questa, e quella dopo, e le altre successive mentre, glielo assicuro, non ho la più pallida idea di quello che dirò d’ora in poi. Mi creda: io sono un ragioniere in pensione, non sono e non sono mai stato un attore nemmeno nelle recite scolastiche. Quindi come è possibile che sia come dice lei?” esclama con voce alterata il signor Fabius.
    “Che vuole che le dica? Io posso solo dire quello che c’è scritto sul copione e cioè che lei potrebbe essere vittima della sindrome di Stanislavskij ed essersi calato e immedesimato a tal punto nel personaggio del ragioniere in pensione da convincersi di esserlo davvero.”
    Il signor Fabius guarda esterrefatto il signor Marcuse: “Senta, mi crede se le dico che non ho capito una parola di ciò che ha detto?”
    “Certo che ci credo. Come potrei non crederci se è tutto scritto qui.”
    “Ah sì? – lo interrompe il signor Fabius come folgorato da un’improvvisa illuminazione - vediamo allora se c’è scritto anche questa mia invenzione verbale: supercazzoladunraccontatordiballe!”
    “Perfetto: è proprio quello che doveva dire a questo punto. Guardi lei stesso.” risponde con un sorriso il signor Marcuse mostrandogli una riga del copione su cui c’è scritto proprio l’inventata (si fa per dire) parola: “...supercazzoladunraccontatordiballe!”
    Il signor Fabius fa una smorfia di sconforto, si alza di scatto dalla panchina e, allargando le braccia, esclama ad alta voce:
    “Va bene, mi arrendo. Forse sto sognando, forse le suggestioni di questa panchina mi hanno trascinato in qualche delirante allucinazione, forse lei stesso, signor Marcuse, è un’allucinazione. Insomma non capisco ma mi adeguo e faccio finta che tutto sia reale per cui le chiedo: per che cosa, o meglio, per chi e perché stiamo recitando? Chi sta ascoltando quello che diciamo e che senso ha questo copione se tutto si riduce ad una serie di domande, di dubbi e di stupori da parte mia?”
    Proprio in quel momento, una voce proveniente da un megafono dietro una siepe urla:
    “Stop!…Buona la prima! Pausa di mezz’ora.”
    Mentre il signor Fabius, sorpreso, gira la testa qua e là cercando di capire da quale direzione provenga la voce, il signor Marcuse tira un sospiro di sollievo e, alzandosi anche lui dalla panchina, si rivolge con un sorriso al signor Fabius: “Bèh, caro sedicente ragioniere, queste spiegazioni gliele darà direttamente il regista che sta arrivando. Io grazie al cielo, ho finito la mia parte e vorrei sgranchirmi un po’ le gambe.”
    “Ehi, aspetti un momento, regista di che?” chiede turbato il signor Fabius.
    “Glielo dirà lui stesso….eccolo lì.” Risponde il signor Marcuse indicando un uomo sui trent’anni vestito con una camicetta a fiori gialli e rossi, un paio di pantaloni chiari e una specie di nastro con visiera sulla fronte che sta uscendo da dietro una siepe sorridendo e, manco a dirlo, con in mano un volume appena un po’ più grande di quello del signor Marcuse.
    “Salve, signor Fabius, devo farle i complimenti: una recitazione ottima e convincente ….” esordisce il giovane indicato come regista.
    “Una recitaz … ehi, non scherziamo – reagisce il signor Fabius - ci si mette pure lei adesso? Volete mettervi in testa una volta per tutte che non sono un attore, che non vi conosco e che non recito nessun copione malgrado che voi cerchiate di convincermi del contrario? E poi, per amor del cielo, mi vuol dire chi è lei e cosa state girando a mia insaputa là dietro visto che ha detto ‘stop, buona la prima’?”
    “Bravo, molto bene… continui così, sta andando fortissimo.” si complimenta il regista.
    “Come sarebbe a dire ‘sta andando fortissimo’; vuol dire che questa assurda situazione continua?” chiede preoccupato il signor Fabius.
    “Certo che continua, anzi non si è mai interrotta.” precisa sornione il regista.
    “Un momento - interviene inaspettatamente il signor Marcuse – non vorrei contraddirla signor regista, ma per quanto riguarda me, io avrei finito. Anzi, col suo permesso, vorrei passare dal cassiere e tornarmene a casa.”
    “Fermo là – lo interrompe il regista – lei non va da nessuna parte perché deve continuare il suo lavoro.”
    “Guardi che lei sbaglia. Io ho finito la mia parte nel momento stesso in cui lei è apparso da dietro la siepe.”
    “Ma neanche per sogno. Lei deve restare qui e continuare a recitare come sta facendo.”
    Il signor Marcuse sembra spazientirsi: “Con tutto il rispetto, signor regista, io non sto recitando. Le ripeto: ho finito la mia parte con l’ultima battuta rivolta al signor Fabius, come previsto dal copione.”
    “Forse dal suo, ma non dal mio al quale, peraltro, lei si sta egregiamente attenendo. Guardi qua...” ribatte il regista aprendo il volume che ha con sé e indicando con decisione alcune righe di una pagina.
    Il signor Marcuse, e con lui il signor Fabius, si chinano sul libro dove leggono, quasi all’unisono: “Con tutto il rispetto, signor regista, io non sto recitando. Le ripeto: ho finito la mia parte con l’ultima battuta rivolta al signor Fabius, come previsto dal copione.”
    Il signor Marcuse non riesce a trattenere un moto di stupore mentre il signor Fabius, con un ghigno di soddisfazione, gli sussurra all’orecchio: “Benvenuto nel club dei frastornati!”
    “Ma non è possibile! - riesce finalmente a dire il signor Marcuse – io so bene di aver finito. Sul copione si legge chiaramente che esco di scena subito dopo la sua apparizione.”
    “E invece – ribatte il regista - sul mio copione c’è scritto che lei è ancora qui e continua a recitare dicendo esattamente le cose che sta dicendo proprio come io dico queste per risponderle.”
    Il signor Marcuse guarda smarrito il signor Fabius: “Eppure…..glielo giuro, mi creda…è terribile pensare che ciò che sto dicendo è tutto scritto lì, sul copione del regista, parola per parola, senza che io ne sappia niente…”
    “E lo dice a me? – risponde con un tono che sa di rivincita il signor Fabius - Adesso capisce cosa provavo io quando lei mi mostrava quel benedetto copione e cosa continuo a provare ora?”
    “Basta così! - interviene il regista con tono deciso – lo sapete benissimo che state recitando le parti di due che credono di non sapere nulla della situazione in cui si trovano. E’ questo che richiede lo show.”
    “Lo show? Quale show?” chiede il signor Fabius.
    “Il ‘surreality show’ che stiamo girando per la televisione.” risponde il regista.
    “Surreality? Non credo che esista questa parola in inglese.” obbietta il signor Fabius malgrado che questa sia l’ultima delle sue preoccupazioni.
    “E’ vero, – risponde il regista - ma rende l’idea. E poi, cosa c’è di meglio di una parola non reale per definire uno show surreale?”
    “Ecco, appunto, surreale! – esclama il signor Fabius – proprio come la situazione nella quale mi trovo e che è quella di uno che non sa e non capisce, non di uno che finge di non sapere e di non capire. E questo per me è vero al 100% e per il signor Marcuse al 50%. Insomma, signor regista, è ora di smetterla e di spiegarci finalmente il mistero di questa storia.”
    Il regista sorride: “Ma è semplice, signori miei, ve l’ho già detto: si tratta di uno show, un nuovo show che registra le reazioni delle persone di fronte a situazioni del tutto surreali come quella in cui vi trovate. Solo che invece di puntare sulla spontaneità, abbiamo preferito prendere degli attori (in questo caso voi due) e puntare sulla recitazione nella recitazione. Le vostre interpretazioni hanno dimostrato, peraltro, che questa scelta è stata assolutamente azzeccata e foriera di un grosso successo dello show.”
    Il signor Fabius sta per rispondere quando una voce, forte e cavernosa proveniente da una collinetta che si erge altre le siepi, urla da un megafono: “Stop! Tutto da rifare. Pausa di 10 minuti!”
    “Chi ha parlato?” chiede il regista
    “E lo chiede a me?” risponde il signor Marcuse
    “E non certo a me.” aggiunge il signor Fabius
    “Ma qualcuno ha detto: Stop, tutto da…”
    “Abbiamo sentito,….tutti l’abbiamo sentito, signor regista, – lo interrompe il signor Fabius – e naturalmente questa interruzione era prevista dal copione, no?”
    “Ma nemmeno per sogno. Il copione fa finire la scena proprio alla fine della mia esauriente spiegazione. Quindi questo intervento è molto strano e del tutto inatteso.”
    “Vuol dire che c’è un altro copione oltre al mio e al suo?” chiede con voce affannosa il signor Marcuse.
    “Se c’è – aggiunge con sarcasmo il signor Fabius – è di certo molto più voluminoso del vostro.”
    “Non scherziamo, – ribatte il regista – qui c’è un mistero da chiarire.”
    “Dio mio, _ esclama il signor Marcuse – e se tutti noi fossimo dentro ad un altro show? Se, senza saperlo, il surreality facesse parte di un format molto più complesso e misterioso denominato, ad esempio, irreality show di cui nessuno di noi sa niente?”
    “Ah, no! – replica deciso il signor Fabius - adesso ne ho abbastanza. Qui l’aggettivo surreale comincia a diventare assolutamente inadeguato, perciò rinuncio. Rinuncio al vostro surreality show e all’ipotetico irreality show; rinuncio a capire chi di voi dice il vero e chi il falso; rinuncio a conoscere il titolare della voce oltre la siepe; rinuncio alla diaria, qualora fosse prevista per la mia inconsapevole parte; rinuncio infine a questa panchina e a questo parco dove spero di non mettere più piede per tutta la mia vita. Salutatemi, se ne avrete la possibilità, il probabile grande regista dalla voce cavernosa. D’ora in poi me ne andrò al bar della piazza, seduto in mezzo a gente normale dove, in caso di necessità, potrò almeno ordinarmi un caffé. Addio!”
    Ciò detto, il signor Fabius si avvia a passo lesto, senza voltarsi e a tratti quasi correndo, verso l’uscita del parco. Proprio nel momento di varcare la soglia del grande cancello sente una voce chiamarlo:
    “Signor Fabius, … signor Fabius, si fermi… ci aspetti!”
    Il signor Fabius si ferma, si gira e vede il signor Marcuse correre dietro di lui insieme ad una decina di persone ansanti (probabilmente le maestranze addette alle riprese dello show) guidati dal giovane regista e da un signore alto, barbuto e corpulento.
    Proprio costui, appena raggiunto il signor Fabius, gli si rivolge con un sorriso: “Senta, abbiamo deciso di venire tutti via e di accompagnarla al bar della piazza a prendere un caffè. Spero che non le dispiaccia.”
    “Per carità, venite pure: le piazze sono di tutti e anche i bar, se sono aperti. - risponde con tono conciliante il signor Fabius – Immagino, comunque, che la vostra decisione sia dovuta soprattutto all’inquietante voce proveniente da dietro la collina…”
    “Oh, no! signor Fabius, – replica con aria sornione l’omone – la voce era la mia e la ragione per cui veniamo con lei è perché, come sa, lo prevede il copione. Quello mio naturalmente”
    Il signor Fabius impallidisce, pensa dapprima di urlare, poi di tacere, poi di fuggire. Comincia a correre, si blocca, poi di nuovo riparte di corsa come a cancellare un incubo o comunque a sfuggirlo con delle finte ma non così velocemente da non sentire la voce dell’uomo barbuto urlargli dietro: “Vada ...vada, signor Fabius tanto, ovunque andrà e qualunque cosa farà, sarà perché è scritto qui, tutto quiii…..sul copioneeee!”.