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Autore

Walter Degrassi

in archivio dal 07 lug 2010

03 ottobre 1974, Trieste

segni particolari:
Essere UMANO fra esseri umani

mi descrivo così:
Carne da musica su uno scoglio

01 luglio 2011 alle ore 19:50

Regalo di compleanno

Intro: "La prima volta che ho fatto l'amore / non è stato un gran che divertente.../ero teso, ero spaventato/ era un momento troppo importante, / da troppo tempo lo aspettavo / e ora che era arrivato/ non era come nelle canzoni, / mi avevano ingannato."
(Eugenio Finardi)

Il racconto

-"E adesso come lo mettiamo?".
Già, adesso come la mettiamo? Il momento più cruciale del giorno più atteso della mia vita fino ad ora... e nessuno dei presenti che sappia cosa fare.
Come un' erezione inopportuna e inattesa un sospetto sciabola a tradimento un fendente dai fianchi alle tempie:"... Tutto qui?".
E' per questo che ho preso un anonimo treno sotto la pioggia battente come un Humphrey Bogart senza nemmeno una canzone da ricordare?
E' per questo che ci siamo dati appuntamento in questa casa abbandonata?
Ripenso all'eccitazione repressa davanti al mondo per dissimulare l'attesa, al pranzo frettoloso e distratto, poi ai preparativi impazienti a casa, come se ci fosse qualcosa che potesse prepararmi a quello che stavo per fare... un rito, una preghiera,  qualsiasi cosa.
Alla pioggia, compagna ineluttabile di questa giornata speciale, la pioggia invadente eppure discreta che continuava a scendere dal cielo su tetti arancioni e alberi grigiastri, su santi e dannati (e a quale delle due categorie dovessi appartenere non ero affatto sicuro). 
Era il destino quella pioggia, era il tempo incessante che scorreva via via sulle lastre della mia stanza, sui finestrini dell'autobus e poi del treno.
Le vie, le case, la città, poi il mare e l'altipiano... tutto sempre uguale, tutto ancora più uguale e indistintamente grigio sotto il manto uniforme della pioggia, eppure tutto segretamente avvolto dalla sensazione della mia stessa attesa... era l'ultima volta che li avrei visti con questi occhi perché una cosa sapevo: "dopo" si cambia.
"Ma cosa cambia? Cosa ti cambia? E per me cosa cambierà? E cosa dovrebbe mai cambiare, poi? Che importa, ho 18 anni da una settimana, se avessi una patente potrei pure guidare, quindi sono un uomo ormai!".
E poi la discesa solitaria dal treno, come nel campo lungo di un qualsiasi noire, l'attesa e infine l'arrivo del pullman che mi avrebbe condotto lì dove tutti i sogni di un adolescente in qualche modo lo spingono.
E finalmente eccomi arrivato: una vecchia casa sfitta in lontananza e una ragazza remissiva e imbarazzata al mio fianco... in tasca soprattutto le chiavi della terra promessa.
Di cosa abbiamo parlato per ingannare l'attesa ho perso il ricordo tre secondi dopo, l'importante per entrambi sembrava essere il dissimulare quello che stava per succedere, fingere che tutto fosse come qualsiasi altra volta e, per me, sperare che non avesse cambiato programmi.
Ma alla fine in qualche modo, fra smanie inespresse e braccini corti da rigoristi improvvisati,
la nostra silenziosa guerra di trincea ci ha fatto guadagnare la prima linea: nessun cavallo di Frisia ad attederci, solo le molle cigolanti di un vecchio letto a coprire il tamburellare della pioggia sulle tapparelle abbassate.
E adesso eccomi qui, con la bizzarra sensazione di essere un qualche nuovo tipo di centauro,  curiosamente l'uomo finisce dove inizia la gomma.
Quando infine la quadriglia inizia sembra di dover conciare un gorilla con un vestito da ballerina, niente che riesca a trovare il proprio giusto posto in questo mondo beffardo... che in qualche modo sa: riesco quasi a sentirlo ridere mentre se ne resta a guardare qui dietro il letto...
Cosa sto scalando aggrappato a questa carne? Una femmina? Una montagna? Chissà, forse la vita.
Lo chiamano "cavalcare", ma anche un cavallo imbizzarrito ha una direzione,mentre questo impacciato vortice a due non sembra proprio volerne trovare! 
Spero ci sia in serbo qualcosa di più in cima a questa strana, scivolosa ascensione: allora cerco nei suoi occhi, nei suoi capelli, in una qualsiasi parte di lei, ma ritrovo soltanto il lampo spento della stessa sciabola che continua a pungolarmi.
Da quanto dura? A quanto ne so dovrebbe piacerle... dovrebbe piacermi.
Sto anche cercando di fingere ma non ingannerei neppure una suora...
Oddìo, la gomma potrebbe anche essere difettosa, rompersi! 
E poi che fastidio 'sto calzino imbevuto di vaselina puzzolente! 
Mi sembra di essere tutto là dentro, come fosse un imbuto che mi spreme ogni energia... ma io non sono tutto lì!

Come si fa a fingere che non ci sia? Come ci riesce chi ci riesce?
Non resisto oltre, colgo una sua preghiera inespressa, profitto del fastidio che provo per giustificarmi e mettere fine alla nostra discesa nel pozzo.
Nessuno ha il coraggio di fare la domanda da un milione di dollari, intanto ci si rassicura con mesti sorrisi... continuiamo a ripeterci: "Bello però, eh!" con la stessa convinzione di un Neanderthal invitato a commentare la visione di "Odissea nello spazio".
C'è una promessa attonita, muta, nello sguardo furtivo che ci scambiamo rivestendoci, mentre  ricompostici riguadagnamo le rispettive posizioni fra le trincee delle nostre private agognate rassicuranti intimità, come pesci che il pescatore restituisce benevolmente al loro mare.
Non ce la faccio a rimanere da solo in quella casa, in quel letto, non dopo quello che c'è stato fra noi...
Chiudo la porta accanto a lei come se murassi la stanza di un delitto, l'ascensore ci riavvicina più di quanto si senta il bisogno... per favore, a qualunque piano, va bene anche all'inferno, ma arriva in fretta!
Quando arriva l'abbraccio nessuno può dire se sia solo un arrivederci, e non importa né a me né a lei di scoprirlo adesso.
Ed eccomi solo mentre lei scompare nel diluvio.
Così si tratta di questo, qualsiasi cosa sia, e adesso devo farci i conti.
La pioggia continua a cadere, sta bene così e forse me la merito; ripenso a una vecchia canzone di cavalieri lasciati sotto la pioggia come attori senza un copione... in fondo mi calza meglio del mio vecchio impermeabile verde.
Con una punta di orgoglio colpevole mi rammento di essere probabilmente il primo dei miei amici ad aver fatto il grande salto, una misera medaglietta da appuntarmi al bavero.
Ma questo senso di orgoglio, per imbecille che sia, è il miglior compagno che mi è toccato in questo tardo pomeriggio, mentre siedo nella sala d'aspetto della stazioncina nell'attesa che almeno un treno si ricordi di me e venga a strapparmi da questo niente di posto per riportarmi fra le braccia di tutto ciò da cui solo qualche ora fa sono stato così ansioso di scappare.
Chiudo gli occhi e aspetto...
Si aprono le porte del treno... casa!
Ad accogliermi dieci centimetri d'acqua, sottopassaggi allagati, fogne esondate... sembra che il mondo abbia cospirato per far passare in secondo piano la mia personale alluvione.
In qualche modo trovo una fradicia strada verso casa, confondo i commenti sugli esteri e sugli interni in attesa che una cena qualunque e il mio buon vecchio letto mi dicano che cotal giornata è agli sgoccioli.
Un pò di TV anestetica potrebbe servire da dessert, ma oggi niente vuole arrivare per caso...
Stasera trasmettono il compleanno di Bob Dylan al Madison Square Garden, e inconsapevole spero che la musica scalzi il chiodo fisso con cui convivo da ore, la strana sensazione di aver raschiato un forziere e aver trovato solo la polvere.
Mi rilasso e mi distraggo, tutto bene... ma la sorpresa finale non è per Bob.
Quando Clapton inizia a ricamare l'anima circondando la voce di Dylan che rantola l'attesa alle porte del paradiso come fosse veramente lì lì per toccarle capisco che fra tutti i milioni di persone in ascolto parlano di me, delle porte del paradiso che ho perduto solo oggi e per sempre, perché vergini e bambini si è una volta sola.
Non c'è ritorno e non c' è più scelta, c'è solo...  il vuoto, il vuoto che ho provato durante, il vuoto che ho provato dopo, il vuoto che non si è più riempito e che adesso improvvisamente riconosco e chiamo per nome... il vuoto che mi lascia il sapere qualcosa di cui non riesco ancora a capire cosa fare.
C'è di più e non lo sappiamo? E' tutto qui? Cosa ho fatto? Cosa le ho fatto? Cosa abbiamo fatto?
Ascolto e scendono in silenzio le lacrime, l'unica pioggia che da questa gornata non mi sarei aspettato, e non sono in grado neppure di asciugarle.
Sono passate a malapena un paio di settimane da quando mi ha preso la mano in silenzio nel bel mezzo del fiorire di un tramonto e mi ha detto:-"Ho deciso, il mio regalo per i tuoi diciott'anni sarà qualcosa che nessun altro potrà darti"...

Non chiederò mai più a nessuno di farmi un regalo di compleanno.

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