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in archivio dal 16 gen 2009

Alberto Mazzoni

03 settembre 1935, Roma - Italia
Segni particolari: Fisico da anziano, spirito da ventenne.
Mi descrivo così: Sono nonnobomba che mangia, beve e, talvolta,tromba!

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  • 29 novembre 2017 alle ore 15:08
    UN USIGNOLO ZOZZONE.

    La  luna in ciel ridente rischiara il panorama, sul salice piangente un usignolo chiava, chiava l'innamorata che, piena di languore con voce appassionata gli giura eterno amore.

     
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  • 5 ore fa e 44 minuti fa
    IL VILLAGGIO DEI TRANS

    Come comincia: Alberto era diventato lo chauffeur dell’ambasciata francese a Roma grazie all’amicizia con Alessandro colà impiegato da anni. Alberto poteva anche fare a meno di lavorare per la consistente eredità ricevuta dalla moglie Annamaria ma non era il tipo di stare in panciolle. Con Anna si erano conosciuti alla quarta ginnasiale, erano diventati prima amici e poi innamorati ma non  di un amore giovanile ma qualcosa di più profondo. All’inizio solo rapporti manuali ed orali sin quando Alberto un giorno all’uscita da scuola: “Che ne dici di farmi assaggiare il fiorellino?” Anna stava per rispondergli per le rime ma ci ripensò: “O prima o poi…” Chiese consiglio a sua madre Fiorella alla quale confidava i suoi problemi. Mammina si mise a ridere, abbracciò la figlia: “Anch’io con tuo padre ho avuto lo stesso problema, se sei innamorata di Alberto…ma prima recati dal nostro ginecologo Mariano per farti consigliare una pillola adatta alla tua età.” Il pomeriggio seguente: “Dottore è un bel po’ che non ci vediamo…” “Mia cara ti ho subito riconosciuto, ti ho visto nascere ed ora immagino quello che mi chiederai. Alla tua età sarebbe un grosso problema rimanere incinta, vai in farmacia con questa ricetta , auguri a te ed al tuo fidanzato.” Dopo circa un mese:“Mamma oggi pomeriggio ho invitato Alberto a casa nostra, c’è un bel film all’Odeon che ne dici di andarci con papà?” Fiorella abbracciò la figlia, anche lei aveva avuto quell’esperienza che sperava fosse positiva per sua figlia. “Alberto alla vista di Anna in camicia da notte comprese subito e ‘ciccio’ si inalberò alla massima potenza. “Non ricordavo fosse tanto grosso, sii delicato!” “Alberto ci mise un bel po’ ad entrare nel fiorellino, fu delicato, da allora ebbero rapporti tipo coniugale e quello zozzone di Alberto chiese ed ottenne anche il popò! Una mattina Alessandro si presentò ad Alberto con un giornale francese, sapeva che il suo amico conosceva questa lingua, Alberto stesso fu in grado di tradurre l’annuncio: ‘Villaggio dei Trans’ vicino ad Annecy Alta Savoia. “Arbè dì la verità ti piacerebbe una novità come questa, in fondo i trans sono mezze donne…” “Si ma anche mezzi uomini ed io non ci tengo…” “Parlane con Anna, le donne sono più curiose dei maschietti.” Era proprio vero, Anna accolse la proposta con un “Perché no!” e quindi fattibile, fu eseguita la prenotazione tramite fax indicato nel giornale. Alberto con i soldi uxoris aveva acquistato una DS 7 Cross Back blu notte, uno sciccheria di auto. Alla partenza di mattina presto raccomandazione di prudenza da parte dei genitori di ambo le parti, Alberto non aveva fretta, aveva messo in funzione il navigatore satellitare, dopo circa sette ore fermò l’auto in un Motel in autostrada vicino Torino. “Che ne dici di una cena leggera ed un  riposino…” “Conosco i tuoi riposini, d’accordo!” Alberto arrivati in camera consumò il riposino ed ambedue si svegliarono presto riprendendo l’autostrada. Passarono le dogane sia quella italiana che quella francese senza problemi e dopo quattro ore trovarono vicino Annecy la scritta ‘Villaggio turistico a due chilometri’, non era specificato il genere ma era probabile che fosse quello cercato dai due. Infatti più avanti una scritta specifica ‘Villaggio Turistico dei Trans.’ Dietro una sbarra si presentò una ragazza bionda, ovviamente parlava francese: “Qui êtes vous’” “Siamo Alberto ed Annamaria da Roma.” La ragazza guardò un elenco e poi: “Entrate, il vostro è l’ultimo bungalow a destra, buon soggiorno.” Se la ragazza parlava italiano era chiaro che molti connazionali frequentavano quel posto. Durante il tragitto Alberto ed Anna notarono molti signori e signore di varie età completamente nudi, probabilmente gli ospiti e poi delle ragazze in minigonna e seno di fuori, forse le trans del villaggio che con quell’abbigliamento nascondevano in parte la loro mascolinità. Il vicino bungalow di Alberto e di Anna era occupato da due signori, un  uomo ed una donna che uscirono completamente nudi. Si presentarono: “Siamo Gabriele e Fiorella da Napoli, vi abbiamo sentito parlare, dall’accento penso che siate romani.” “A cena, potremmo stare allo stesso tavolo.” La sala addetta a mensa era molto ampia, gli ospiti con un asciugamano sotto i glutei, la inservienti more solito con tette al vento e minigonna dalla quale per alcuni o alcune che dir si voglia faceva capolino un pisello. Il vitto era discreto anche se Alberto si aspettava qualcosa di meglio, gli era stato chiesto il compenso anticipato del soggiorno per quindici giorni di quindicimila Euro, cinquecento Euro a testa. Finito di mangiare una passeggiata digestiva vicino alla piscina esterna ben illuminata, qualcuno si faceva il bagno evidentemente lo preferiva al vitto.  Solita iniziativa di Anna: “Che ne dite se ci ritiriamo nei nostri bungalow, magari, sempre se siete d’accordo un wife swapping…” I due napoletani compresero il gergo di Anna, si guardarono in viso e furono d’accordo. Alberto fece una  buona figura col suo ‘pisellone’ anche a riposo. Prima di arrivare all’interno della capanna lo sfoderò  alla grande che fece ridere gli altri tre. “Scusate ma il mio’ciccio’ è capriccioso nel senso che…” Fiorella: “Non ti preoccupare, io amo i capricciosi specialmente nel campo sessuale.” Passaggio nel bagno di Alberto con Fiorella che volle lavare lei il ‘ciccio’ del partner improvvisato: “Oh questo seguita a crescere, mi distruggerà la cosina!” Alberto col solito repertorio: cunnilingus che portò quasi subito Fiorella all’orgasmo, La signora: “Voglio insegnarti un giochetto, entra con l’uccellone  sino a metà vagina, strofinalo in alto e resta in quella posizione.” Alberto da buon allievo eseguì le direttive e dopo un po’ Fiorella si esibì in un orgasmo lungo ed intenso, non finiva mai. Ci volle del tempo prima che la dama si riprendesse poi baciò Alberto in bocca: “Quello era il mio punto G.” “Se vuoi lo rifacciamo.” “No, mi sento svuotata di energie, con te è stato favoloso al contrario…beh lasciamo perdere.” Alberto capì a chi si riferiva la signora, la poca prestanza sessuale del consorte.  Scena quasi simile nell’altro bungalow, quasi perché Gabriele si presentò con un ‘pisello’ ben più piccolo di quello di Alberto e fece d Anna una richiesta particolare: “Ti sarei grato ce mi facessi entrare nel tuo ‘popò’, come vedi sono poco dotato e nel fiorello galleggerei, sono un gioielliere, di nascosto a mia moglie ho con me un bracciale molto bello e costoso…” Anna non sapeva se ridere o accettare l’offerta, prevalse la seconda ipotesi peraltro non prevista ma sicuramente piacevole, i gioielli erano la sua passione. Non ebbe nessun problema all’ingresso di Gabriele nel suo popò, volle rendere più piacevole l’incontro toccandosi il clitoride con conseguente orgasmo. Dopo un po’ la voce di Anna: “Ragazzi unicui suum, tradotto per i non latini, ognuno nella propria cuccia.” Anna entrò nel suo bungalow mostrando visibilmente il regalo ricevuto: “Caro ti piace?” “Gran figlia di… sei sempre la solita furbacchiona ma anche l’amore mio, debbo confessarti che ho imparato qualcosa da Fiorella, domani lo metteremo in atto, per ora largo a Morfeo.” Alberto si alzò per primo, preferì la piscina coperta perché l’acqua era tiepida e ancora non era spuntato il sole. Fu raggiunto da Fiorella pimpante come non mai. “Che ne dici di infilarmelo in acqua, mai provato quella sensazione, vieni te lo faccio diventare duro.” Un fuori programma apprezzato da ‘ciccio’ che bel presto alzò la cresta e con l’aiuto della mano della signora fece un’entrata trionfale nel fiorello voglioso che ‘partorì’ un orgasmo alla grande, prima esperienza in acqua per ambedue. Al rientro nel bungalow Alberto trovò la consorte sotto la doccia, fu invitato a…rifiutò raccontando quello che gli era successo.  “E che cazzo, quella non pensa ad altro, fra poco sarai completamente spompato, cambiamo tavolo ed amicizia. A colazione furono serviti da una bionda che tale non era…”Mi chiamo Solange, quando vorrete sono a vostra disposizione.”  Anna: “Vorremmo cambiare il bungalow?” “Devo chiederlo alla direttrice, si chiama Chanel.” L’interessata si presentò dopo circa mezz’ora vestita in pantaloni e maglietta in compagnia di Solange. “Signori a vostra disposizione, sono una donna normale, parigina pura, mi pare abbiate chiesto di cambiare bungalow, se ne è liberato uno vicino all’ingresso, Solange vi  aiuterà a trasportare i bagagli, buona permanenza.” La nuova sistemazione aveva il difetto di essere un po’ rumorosa per il passaggio delle auto ma l’importante aver lasciato la compagnia dei due napoletani. A tavola erano in un compagnia di due ragazze forse dell’est europeo che parlavano solo la loro lingua; educatamente si presentarono con un ‘tervetuloa’, Alberto e Anna con un ‘piacere’ così le giovani straniere potevano capire che loro erano italiani. Le due avevano un corpo bellissimo ed anche di faccia non erano male, ridevano in continuazione, Alberto le guardava con insistenza, Anna: “Tra poco diventerai cieco, ci stai lasciando gli occhi a ‘tervetuloa’” “L’amore mio è diventato geloso e poi due insieme sarebbero troppo per me, piuttosto, se sei d’accordo vorrei provare ad invitare nel nostro bungalow Solange per provare qualcosa di differente, non è il motivo per cui siamo qui?” “Penso che la ragazza si aspetti una buona mancia, penso a cento Euro.” Finito di cenare solita passeggiatina digestiva e poi rientro nel bungalow meno rumoroso, di notte si svolgeva tutto all’interno del villaggio. Solange li raggiunse dopo mezzanotte profumatissima, il suo ‘uccello’ a riposo si dimostrava già di notevoli proporzioni. Alberto: “Mon amour vediamo di sistemare le cose, io non intendo fare la femminuccia: tu ti metterai piegata appoggiata alla spalliera del letto, Solange in mezzo, io dietro di lei, tutti d’accodo?” Chi tace acconsente, i tre presero posizione. Il trans sfoderò un ‘marruggio di notevoli proporzioni con i testicoli che sembravano due palle da biliardo tanto che Anna: “Cazzo è arrivata a toccarmi il collo dell’utero!” Solange: io ho un orgasmo contemporaneamente col ‘pisello’ e con il culetto.” Le previsioni si avverarono, Anna: “M’è arrivata una mitragliata di sperma veramente piacevole, mai provata e tu?” “Il buchino di Solange si apre e si chiude piacevolmente per me, a casa devi provare a farlo anche tu.” La ragazza era instancabile, i tre seguitarono sinché  Alberto: “Gentili signore io dichiaro forfait, Anna: “Per me ancora un po’, è troppo bello.” “Non ti abituare, io non sono Solange!” Dopo circa un quarto d’ora anche Anna alzò bandiera bianca, forse il fiorellino era stato troppo piacevolmente strapazzato. Solange con noncuranze, andò in bagno ed al ritorno prese i cento Euro trovati sul comodino, si rimise la minigonna e salutò i presenti con l’uccellone ancora in erezione… “Non fare la faccia da meravigliato, tu non sei come lei o lui che dir si voglia, la inviiamo a casa nostra?” “Furbacchiona allora t’è piaciuto da matti, di colpo ti sei scoperta godereccia ogni limite, niente da fare ci contenteremo della solita routine.” Era fine agosto, settembre prossimo poteva portare del clima più fresco, Alberto pensò di fruire dell’aria frizzante romana e così comunicò sia a Solange che a Chanel la loro prossima partenza. Quest’ultima inaspettatamente chiese di poter a febbraio raggiungere Alberto d Anna a Roma quando il villaggio chiudeva per un mese. Proposta accolta con entusiasmo da Alberto, un pò meno da Anna. Chanel era una donna bella, di classe, piena di verve insomma una vera signora affascinante che poteva far innamorare suo marito. L’argomento ritornò nella mente di Anna solo a fine gennaio quando Chanel si fece viva per telefono: “Carissima sono Chanel, domani chiuderà il villaggio, ho prenotato un posto di aereo per Roma, ho il vostro indirizzo di casa, potrei benissimo andare in albergo, se possibile vorrei stare da voi, mi sento più a mio agio.” “Sarai la benvenuta, ti aspetterò a casa nostra con una cena tipica romana spero di tuo gradimento.” Chanel giunse in taxi, doveva aver affascinato pure il tassista che la accompagnò con le valige sino all’ascensore e addirittura le baciò la mano! Grandi abbracci e baci con Anna e poi con Alberto al ritorno dal suo lavoro all’Ambasciata francese. Anna aveva fatto mettere in ordine dalla cameriera Gina la stanza degli ospiti: lenzuola di seta, piumone ricamato, pulizia dello specchio ovale detto ‘psiche’, insomma un accoglimento regale. A tavola Chanel sgranò gli occhi dinanzi a tutte le pietanze preparate da Anna. ”Quando andrò via mi dovrò mettere a dieta, ora chiamo un mio amico all’Ambasciata  francese: “S’il vous plâit j’amerais parler avec monsieur Michel Dubois.” “Mon cher, je suis à Rome hôte di miei amici romani, chiamami prima di venire a prendermi, questo è il loro indirizzo: via Appia Antica 633, a presto.”  Chanel aveva preferito seguitare la conversazione in italiano, forse gli amici non conoscevano il francese. L’indomani mattina Michel con la macchina dell’ambasciata guidata da Alberto giunse a casa di quest’ultimo con sorpresa da parte dell’attaché de France, presto fu tutto chiarito. Abbraccio affettuoso con Chanel e presentazione dei padroni di casa. Chanel: “Mia cara Anna stavolta niente piatti romani, andremo in un ristorante francese che ci indicherà Michel.” Con la DS di Alberto tutti al ritrovo ‘Le Carré’, locale molto raffinato e con i camerieri in divisa. Pranzo particolare ordinato da Michel anche a base di cacciagione e di vino Barolo d’annata. Rientro a casa poi Chanel e Michel si recarono in ambasciata con l’auto di quella amministrazione guidata da Alberto. Chanel si fece viva informando i due amici romani che sarebbe rientrata a Parigi con il fidanzato, sospirone da parte di Anna, tristezza da parte di Alberto, anche la speme ultima dea…

     
  • 24 settembre alle ore 10:05
    LO SPECIALISTA DEL PUNTO G

    Come comincia: Alberto guardava fuori dalla finestra del balcone, era triste  per un suo problema di salute, una bronchite febbrile. Il medico di base gli aveva prescritto sette giorni di riposo assoluto il che voleva dire non uscire di casa e quindi non presentarsi in caserma, era un maresciallo delle Fiamme Gialle. Telefonate da parte dei colleghi e degli amici, anche il comandante del Gruppo Provinciale T.Colonnello Augusto Speziale, un suo paesano romano si era fatto vivo: “Mazzò che fai il malato immaginario alla Molière?” “Colonnello lei ormai mi conosce, in vita mia ho marcato visita solo poche volte quando non ne potevo fare a meno come stavolta, la mia medichessa mi ha proibito in senso assoluto di uscire di casa.” Alberto era costretto a fare il pensionato, era triste ed arrabbiato anche per la giornata uggiosa, fuori nebbia, anche pioggerellina fine di quelle che durano  una intera giornata, d’altronde che pretendere, era febbraio. Attraverso i vetri del soggiorno scorgeva una montagnola con alberi d’alto fusto ed anche con piante di fichi d’India era in Sicilia, a Messina in viale dei Tigli. Chissà per quale ricordo gli venne in mente quel pittore francese, di cui aveva dimenticato il nome che, costretto a casa come lui aveva dipinto tante volte sempre lo stesso paesaggio che ad Alberto era sembrato stucchevole ma che era stato ampiamente apprezzato dai collezionisti, questione di gusti! Alberto fissando la montagnola vi aveva intravisto formati dagli alberi una pecora che brucava l’erba ed un agnellino che le succhiava il latte, che fantasia! Il maresciallo guarì ed ebbe il nulla osta dalla dottoressa di riprendere servizio. Il giorno dopo accadde un fatto spiacevole: dietro ordine della Autorità Giudiziaria cinque appartenenti della Finanza furono arrestati dagli stessi colleghi, accusa: corruzione. Uno l’aveva fatta proprio sporca, il Tenente ex maresciallo Ignazio Riboldi aveva acquistato a suo nome una villa a Messina nel complesso Giardino dei Laghi ed un’altra a Porto Rosa vicino Furnari in un complesso turistico famoso. Alberto aveva avuto l’ingrato compito di fotografarli e di compilare la scheda segnaletica per ognuno. La storia ebbe un seguito, la signora Ernesta Minutoli moglie dell’appuntato Giuseppe Cancellieri si presentò ad Alberto e: “Vorrei parlarle, possibilmente…” “Ragazzi andate a prendervi un caffè, pago io.” “Maresciallo vorrei da lei un aiuto, mio marito come lei sa è a Gazzi (prigione di Messina) ed io sono in un mare di guai, ho due figli di cui uno handicappato, questo mese non ho ricevuto lo stipendio di mio marito, devo anche pagare il mutuo della casa, mi dia una mano, sono pronta a qualsiasi sacrificio…” Non ci voleva molto a capire, la signora si era offerta ad Alberto. Non era una longilinea ma aveva un bel viso. “Madame se mi permette un prestito, ho in contanti mille Euro.”  Ernesta si avvicinò ad Alberto e lo baciò in bocca, era un anticipo? Alberto e la moglie Letizia da tempo erano giunti ad un accordo, coppia aperta, massima sincerità, qualche ‘svicolata’ sessuale con la sola limitazione di uso del condom. Alberto la mattina seguente si recò a casa della signora Minutoli, era atteso e la dama si fece trovare in camicia da notte trasparente, portò Alberto in bagno e gli lavò il pisellone già in armi. “Ho conosciuto solo quello di mio marito ma il tuo…” “Cara vedo che hai ancora belle tette ed un bel popò, sarò delicato.” Alberto iniziò con una spagnola, baciò in bocca a lungo la signora poi scese sul clitoride insolitamente grosso, gli fece un po’ impressione, poco dopo che era entrato nel fiorellino, piuttosto stretto, si accorse che la dama si stava esibendo in un orgasmo violento e prolungato, aveva le lacrime agli occhi, difficile da interpretarle, poteva avere varie motivazioni. Alberto proseguì sino a metà vagina sino a trovare il punto G, a questo punto Ernesta parve impazzire…Le ci volle del tempo prima di riprendersi. “Sei un mago…” “Si del cazzo” “La prossima volta vorrei darti il popò, mio marito è cattolico,  non l’ha mai voluto fare.” Pensiero di Alberto: “Stò stronzo ha tutti i difetti, oltre che ladro è anche religioso!” Alberto confidò il tutto a Letizia, senza riferire del denaro elargito.  “Sei diventato un consolatrice di vedove bianche, non è che diventi padre.” “La baby si è fatta chiudere le tube dopo la nascita del figlio handicappato.” La storia durò sinché l’appuntato Cancellieri uscì di prigione  agli arresti domiciliari. Nel frattempo era giunta alle orecchie di Alberto la notizia che il maggiore X Y poteva anche lui essere accusato di corruzione, l’ufficiale però non aveva commesso l’errore di intestarsi beni immobili, napoletano li aveva acquistati nel capoluogo campano a nome di parenti, immobili di notevole valore complessivo. Con indagini approfondite, chiedendo ai presta nomi da dove provenisse il denaro con cui avevano fatto quegli acquisti e soprattutto controllando il grado di parentela contro il maggiore c’erano abbastanza elementi per sottoporlo ad indagini. La notizia di quella spiata ad  Alberto venne all’orecchio dell’interessato che, molto preoccupato lo convocò  non nel suo ufficio ma a casa sua, abitava in una bella villa a Ganzirri vicino al mare. La ‘castellana’ Eleonora Sanfelice era una signora nobile napoletana famosa per la sua bellezza e per il suo stile. Longilinea, altezza superiore alla media aveva il fascino delle donne abituate ad ottenere tutto senza chiedere nulla. All’arrivo di Alberto in Jaguar la dama fece un verso difficile da interpretare, molto probabilmente voleva significare che la cosa poco le caleva. Il maggiore: “Se volete, prima del pranzo potete fare un giro in barca, mia moglie ha il brevetto per condurla, io addirittura non so nuotare.” Madame era di poche parole, ai avviò verso la battigia non curandosi se Alberto la stesse seguendo. Altro che barca era un quindici metri con due motori da 75 CV che poteva sviluppare una notevole velocità. Sulla tolda vari materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole, a riposarsi o per altri scopi che, molto probabilmente erano quelli per cui Alberto era stato invitato. Giunti un po’ al largo Eleonora gettò in acqua l’ancora, si spogliò completamente e si tuffò in acqua, corpo favoloso, nuotava benissimo, sicuramente era stata allenata da un istruttore. Tornata indietro vicino alla poppa: “Vuole venire in acqua o preferisce il morbido rollio dell’imbarcazione.” “Preferirei restare a bordo.” La duchessa, questo il suo tiolo nobiliare si issò sul motoscafo con elasticità, Alberto anche se non l’aveva in simpatia dovette ammettere che era un ‘mammifero di lusso’ alla Pitrigrilli. Madame sapeva il motivo per cui Alberto era stato invitato da suo marito, ritenne opportuno accelerare ‘ la pratica’ prendendo in mano il suo pisello che stava ingrandendosi sempre più, non fece nessun commento sul suo calibro anche se sicuramente lo notò. Per sbrigarsi Eleonora sovrappose il suo corpo su quello di Alberto, prese il pisello di Alberto e lo introdusse dolcemente nel suo fiorellino circondato da peli bruni (i capelli biondi erano chiaramente tinti) e cominciò a muoversi. Alberto si sentì usato ed anche preso per i fondelli, che fare in quella occasione? Idea: trovare il punto G della dama e farle provare un orgasmo che forse in vita sua non aveva mai percepito. La sua previsione si avverò ed Eleonora  provò un orgasmo talmente forte da far vibrare tutto il suo corpo emettendo anche miagolii di soddisfazione che stupirono la stessa interessata. Passata la ‘buriana’ molto cambiò nell’atteggiamento di Eleonora, cominciò a baciare Alberto in bocca e mettendogli a disposizione le sue tette per farsele baciare poi il cunnilingus con orgasmi sequenziali che meravigliarono molto anche l’interessata, aveva trovato uno stallone. Alberto alla fine faceva l’indifferente ma aveva compreso che Eleonora si era ‘sciolta’ non era più la fredda castellana che aveva conosciuto all’inizio anzi sistemata la barca a riva mise un braccio sopra la spalla di Alberto ridendo: “Lo sa madame il detto francese ‘Madame qui rit c’est deja dans ton lit!’” “Ormai abbiamo superato il detto anche se abbiamo usato un materassino e non un letto.” Il maggiore era su un dondolo sotto l’ombra di un tiglio, al vedere i due abbracciati alzò appena un ciglio, le sue corna erano previste e programmate. Alberto chiese il permesso di andarsene, non aveva intenzione di pranzare col maggiore, la scusa: “Mia moglie non sta bene e mi aspetta a casa” Al rientro ad una consorte curiosissima relazionò i fatti ed insieme si fecero matte risate.  Anche  Letizia in passato si era presa una vacanza, era mancata di casa cinque giorni, era stata una vacanza proficua, il cotale con cui era stata doveva essere ricco perché madame tornò ‘onusta’ di gioielli. Letizia, più giovane di Alberto il mattino era al lavoro nell’ufficio postale di via Consolare Pompea. Un  giorno si ritirò a casa  nera in viso ma non per razza o perché baciata dal sole ma per motivi spiacevoli. “Ne parleremo alla fine del pranzo altrimenti non riesco a mandar giù nemmeno un boccone!” “Non ricordo se te l’ho accennato, abbiamo un nuovo direttore venuto da Roma, decisamente fanatico e che pretende un rispetto assoluto tipo militare, con quello di prima ci davamo del tu, Il cotale a nome Guglielmo Romeo è riuscito a far trasferire all’ufficio postale di Santa Agata Militello una mia collega che gli aveva risposto a tono, a Roma, al Ministero deve avere amici potenti, sinceramente ho paura che mi possa far assegnare ad un ufficio in località distante da qui, Messina è una provincia dal territorio molto esteso…” “Mon amour innanzi tutto dimmi se è sposato e poi se lo è lo invitiamo con la consorte a pranzo o a cena da Mimmo, faremo bella figura ed a pancino pieno tutto  appare diverso, le persone diventano più simpatiche, compris?” “La moglie ha un nome particolare Rinanna, vox populi mi ha riferito che è una donna bella ed allegra al contrario del consorte, vediamo se possiamo mettere in atto quanto programmato.” Due giorni dopo Letizia tornò a casa con delle novità: “Oggi è venuta a farci visita la moglie del direttore, si è presentata col nome di Rinanna Russo,  non ha nulla in comune col consorte: è allegra, simpatica, è piaciuta a tutti gli impiegati, ha chiesto di chiamarla  per nome e di darle del tu, è una romana caciarona al  contrario del consorte musone. Le ho accennato ad un eventuale pranzo insieme, è stata subito entusiasta, ama la compagnia e così interpellerà il marito e ci farà sapere, son sicura che lo convincerà ha argomenti convincenti, è una gran figona!” Il giorno dopo Letizia riferì al marito  la notizia dell’appuntamento nella trattoria di Mimmo a Ganzirri vicino al lago. “Ho provveduto a chiamare il titolare a nome tuo, ci aspetta sabato per l’ora di pranzo, ho spiegato a Rinanna dove abitiamo.” Il sabato a mezzogiorno una 500 Fiat nera entrò nel cortile di viale dei Tigli. Al citofono “Sono Rinanna, vi aspettiamo.” Presentazione dei due maschietti, appena una stretta di mano poi Letizia prese in mano la situazione: “Vorrei andare al ristorante con la nostra macchina alla  Alla vista della Jaguar X Type ti pare che Rinanna stesse zitta: “Cacchio una Jaguar!” “Capiamoci subito, è stato alla morte di una mia zia che ho ereditato una bella somma, non centra nulla la mia qualifica di maresciallo delle Fiamme Gialle, ho il difetto dell’onestà!” Letizia si mise alla guida e Rinanna sua sponte occupò il sedile del passeggero con la conseguenza che i due uomini si trovarono a doversi accomodare sui sedili posteriori. Letizia aveva indossato una minigonna a fiori ed una maglietta decisamente scollata, aggiungendo la mancanza di reggiseno…” Durante il tragitto Guglielmo guardava fuori dal finestrino, Rinanna.”Sai che sei brava alla guida, sai fare pure il tacco punta rifallo e fammelo vedere da vicino.” Rinanna si era abbassata ed aveva preso di mira le gambe di Letizia. “Alberto lo sai certamente che tua moglie ha gambe da ballerina, guarda guarda ha anche gli slip con i personaggi di Walt Diney.” Non era vero ma va a sapere quello che passava in testa alla signora che inaspettatamente prese a toccarle il pube. Letizia ritenne opportuno diminuire la velocità della macchina, mise marce inferiori, non sapeva che atteggiamento prendere, una situazione fuori dal normale. Rinanna capì che stava esagerando e smise. Mimmo aveva ricevuto da Alberto qualche ‘agevolazione’ in sede di verifica, sistemò i quattro in una stanza riservata, Alberto stava dinanzi a Guglielmo, Letizia a Rinanna. Si accorse di qualcosa di anomalo dallo sguardo di Letizia che mettendo gli occhi in basso gli fece capire che la dama le aveva posizionato un piede fra le sue gambe. Alla fine del sontuoso pranzo le due signore si ritirarono nel bagno. Letizia a casa riferì del loro approccio. Rinanna aveva convinto il marito ad un wife swapping particolare: le due signore a letto con un maschietto alla volta, condizione posta dal consorte. E così fu: Guglielmo a casa sua sembrava un altro: forse la situazione che stava per crearsi lo aveva eccitato: era sorridente, non si vergognava di rimanere in slip dinanzi ad Alberto ed a Letizia che con Rinanna si ritirò in camera matrimoniale insieme al padrone di casa, Alberto aspettava il suo turno ma la curiosità non è solo femmina. Aperto uno spiraglio della porta della stanza uno spettacolo inusitato: le due signore inginocchiate sul letto con Guglielmo che le penetrava a turno,  al massimo dell’eccitazione chiese ed ottenne da Letizia di penetrarla nel popò, Alberto si ripromise di fare altrettanto con Rinanna. Divennero un quartetto affiatato, niente più un maschietto alla volta, tutti insieme appassionatamente. Letizia  nel suo lavoro ottenne una promozione e relativo aumento di stipendio e vissero…Ma nella mente di Alberto era rimasta l’immagine di Eleonora, una donna favolosa ma solo per una volta sua, purtroppo era fuori dalla sua portata. Alberto seppe che si era separata dal marito e si era trasferita a Napoli, il sogno di Alberto era stato un meraviglioso sogno infranto, infranto per sempre.  

     
  • 21 settembre alle ore 12:59
    NEL MONDO DEI PIÙ

    Come comincia: Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

    NEL MONDO DEI PIÚ
    Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

     
  • 16 settembre alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

     
  • 09 settembre alle ore 10:36
    Furoba

    Come comincia:  
    F  U R O B A
    Amici lettori ed amiche lettrici, non  vi fate impressionare dallo strano titolo di titolo di questo racconto, è un termine giapponese di cui in seguito capirete il significato, si tratta di contrastare i problemi quotidiani del corpo e della mente che assillano la maggior parte di noi, causa il lavoro e gli impegni quotidiani siamo sottoposti a stress che ci condizionano la vita. Leggendo un articolo che trattava l’argomento, Alberto Rocchegiani pensò di trarne spunto per sistemare alcune stanze arredate in modo particolare per combattere (e vincere) i problemi che ci assillano. Stanco del suo lavoro di titolare di una Scuola Guida, lasciò le redini dell’azienda al suo fac totum Riccardo Fantoni e ne parlò con la consorte Annamaria Settineri la quale, da brava e razionale qual era  gli espose i problemi pratici a cui sarebbero andati incontro, soprattutto finanziari ma Alberto, convinto della bontà della sua idea non si lasciò smontare e prese contatti con un suo compagno di scuola impiegato all’Ambasciata giapponese a Roma. Conoscendo l’indole ‘mignottara‘ di Alberto, Valerio De Luca pensò che l’amico volesse ‘metter su’ una casa di appuntamenti. “Non hai capito un c…o, è una cosa seria anche se fuori del comune e proprio per questo che avrà successo. Le giapponesi hanno per noi europei un fascino particolare soprattutto per la loro unicità e per il loro comportamento, in questo caso della professionalità e della gentilezza. Debbono solo aver frequentato una scuola di massaggiatrici ed essere giovani e possibilmente belle, ci riesci a far pubblicare in tal senso una inserzione in un giornale giapponese?” “”Tira fuori duemila Euro e affare fatto.” Alberto per il conquibus ricorse a papà Armando il quale conoscendo a fondo suo figlio, che fra lì’altro gli assomigliava moltissimo all’inizio fece finta di non capire ma, alle insistenze di Alberto: “D’accordo rompiballe, ho centomila Euro da parte, i risparmi della mia vita…” Nel frattempo Alberto aveva affittato una villetta situata sulla via Appia a Roma, per risparmiare sulle spese si trasferì con la consorte all’ultimo piano, chiamò l’architetto Manlio Mancini vecchio della professione rimasto vedovo con figli sistemati al nord Italia. Il tale all’’inizio rimase perplesso ma poi prevalse in lui l’idea della novità, una novità piacevole nella sua vita monotona niente affatto appagante. “Molto probabilmente sarai a corto di soldi, io del mio gruzzolo non so cosa farne, i miei figli si sono sposate due polentone spocchiose e snob, lo ho conosciute quando sono passate da Roma, non beccheranno un soldo dei miei risparmi, anzi, sai che ti dico, te li metto a disposizione, potrò anche rispolverare la mia antica professione, servirà a togliermi un po’ di ruggine del cervello! Alberto una mattina fu chiamato al telefono dall’amico Valerio: “Figlio di un cane la tua inserzione ha funzionato, cinque giapponesi si sono fatte vive, ora sono a Roma in una pensione, se vuoi le accompagno a casa tua.” “Ho cambiato abitazione, sono in una villetta in via Appia 396, ti aspetto oggi pomeriggio.”
    Tre delle nipponiche parlavano italiano, Alberto ne scartò una e scelse Aiko Tanaka e Emiko Nakamura. Fu fatto loro presente che occorreva del tempo prima che i locali, col progetto dell’architetto  fossero sistemati, le due ragazze si guardarono in viso e: “Se per voi bene noi abiteremo con voi.” Alberto rimase benevolmente sorpreso, lui non aveva pensato a quella soluzione abitativa. Fra l’altro le due giapponesi fecero comunella con Annamaria, insomma filava tutto liscio. Ci vollero quindici giorni prima che le tre stanze fossero completate. Manlio era contento ed orgoglioso di quello che aveva potuto realizzare, in ognuno dei locali un’ampia vasca da bagno. Programma: per primo uno dry brushing per esfoliare dolcemente la pelle, poi venti minuti di immersione in acqua calda poi tiepida in una nuvola di schiuma,  per i meno freddolosi passaggio in acqua fredda per stimolare  il tono e riattivare la circolazione. Una maschera sul collo e sul viso, poi un  panno in microfibra sopra la maschera per un effetto occlusivo. Per finire un massaggio su tutto il corpo piedi compresi con aloe, mela verde e yogurt. Finale: risciacquo sotto una doccia tiepida. Aiko ed Emiko indossavano reggiseno e slip color carne, sopra un tunica leggerissima trasparente. Pian piano si sparse la voce di quel locale particolare dove ognuno poteva rilassarsi il corpo e la mente, il costo non era accessibile a tutti questo sia per recuperare il denaro speso che per evitare troppi clienti alcuni dei quali uomini, alcuni, feticisti si innamorarono dei piedi delle due nipponiche e venivano spesso a trovarle. Erano due molto ricchi e spendaccioni con gran gioia di Alberto. Un fatto imprevisto: Annamaria si annoiava mentre Aiko ed Emiko erano al lavoro,  chiese Ad Alberto di affiancarle tanto più che c’era una stanza in più addobbata. Alberto era molto perplesso, a sua moglie potevano capitare dei maschietti, previsione azzeccata: vari giorni dopo  si presentò in villa un signore in Bentley tale Oberto Palatino che erta stato invitato a pranzo da Annamaria, un pranzo alla giapponese con cibi preparati  dalle due ragazze. Il nobile, quarantenne aveva un eloquio brillante e trascinatore tanto che Annamaria lo guardava con occhi sognanti fino alla confessione alla fine  del pranzo della richiesta di Oberto di far diventare una castellana Annamaria, si era innamorato di lei ricambiato. Stavolta la doccia fredda metaforica colpì in pieno Alberto, Annamaria riempì una valigia di vestiti e sparì col suo spasimante. Alberto si sedette sul divano con lo sguardo nel vuoto, ancora non riusciva a rendesi conto della situazione. Conclusione stavolta inaspettata ma piacevole, Aiko ed Emiko consolarono, ambedue, un Alberto che in fondo capì che ci aveva guadagnato, due al posto di una…Poi nei momenti di stasi del lavoro Alberto usufruiva della ‘Furoba’ ossia stanza da bagno in gergo giapponese con contorno di delizie sessuali.

     
  • 05 settembre alle ore 14:27
    Alberto il pennone

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

     
  • 23 agosto alle ore 10:50
    Bella cognome Volpe

    Come comincia: Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze… 
    BELLA  COGNOME VOLPE
    Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze…

     
  • 17 luglio alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!

     
  • 13 luglio alle ore 10:40
    EMOZIONI INCONSUETE

    Come comincia: Alberto Minazzo con il grado di maresciallo  della Finanza  da Domodossola era stato trasferito a Roma alla Compagnia Presidiaria al comando del distaccamento ‘Zecca’. Subito era andato a trovare la zia Armida vedova di un suo omonimo zio. Commozione e feste a non finire, qualche lacrimuccia da parte della zia: “Nipote cattivo, non sei mai venuto a trovarmi.” “Adesso son qui per sempre, spero, sono in licenza di trasferimento,  fammi vedere se sai ancora cucinare senza farmi fare, ‘more solito’ la fine di Gargantua e Pantagruel, Alberto aveva usato il francese in quanto la zia era professoressa di lingue. Il vecchio portiere del caseggiato in via Conegliano, tale Nando soprannominato ‘er cedola’ (per i non  romani scroccone) aveva sparso la notizia in tutto il palazzo dove Alberto era  cresciuto al secondo piano con la zia Armida e la nonna Maria ora deceduta. La notizia venne all’orecchio anche  di Oscar Torregiani un coetaneo con cui Alberto aveva frequentato il liceo scientifico Cavour nell’omonima via poi le loro strade si erano divise. Oscar si era laureato in farmacia, conseguita la laurea, suo  padre ricchissimo gli aveva intestato una farmacia in centro. Allorché frequentavano il liceo scientifico mentre Alberto si dava da fare con le compagne femmine dell’istituto, Oscar in quel campo non era portato anzi rifuggiva in un certo senso le ragazze. Di solito i compagni di scuola in queste occasioni diventano fautori di stalking ma Oscar si faceva benvolere facendo in ogni occasione la parte dell’anfitrione sia al bar che in occasione di feste. Oscar venuto anche lui a conoscenza della notizia pensò bene di organizzare un sabato sera una festa sul terrazzo del suo attico, la notizia fu riportata ad Alberto da ‘er cedola’ che gli comunicò  anche del matrimonio di Oscar, notizia che lasciò perplesso il maresciallo che tuttavia ci  sorvolò, ne aveva viste tante di situazioni particolari in campo sessuale soprattutto a Domodossola, stazione internazionale molto  frequentata da personaggi di tutta Europa. Il  sabato la conoscenza di Aurora Bernardini col bel maresciallo che in quell’occasione si era azzimato alla grande e faceva la sua ‘porca’ figura. Ad Alberto, stranamente venne in mente una frase di un collega  quando era in forza alla brigata di Montecrestese che, in occasione della presentazione  della novella sposa,   disse in siciliano: “addumate torce e lumere cà se cannusce ò sticchio e mà mujere’ il cervello di Alberto talvolta gli faceva questi scherzi! Lui fu uno dei primi a giungere in casa di Oscar accolto con abbracci dal padrone di casa, gli altri erano per lo più vecchi compagni di scuola che si sfotticchiavano fra di loro: “Dì la verità ce la fai ancora altrimenti posso sostituirti.” “Ma vedi d’annattene, non sai più nemmeno tu dove t’è finito il pisello.” Ovviamente tutti attenevano l’arrivo della sposa che volutamente si fece aspettare ma quando  ‘emerse’ dal buio  del salone fu accolta da un applauso scrosciante. Commenti un po’ di tutti: “An vedi stò gran fijo dé zoccola che gran gnocca ha trovato!” e frasi analoghe.  Aurora aveva indossato un vestito nero di seta chiuso sino al collo con una collana di perle di gran pregio, un braccialetto d’oro bianco con brillanti al polso destro, al sinistro un orologio MEGIR con corona diamantata. La dama metteva in mostra un favoloso fisico longilineo, unico difetto agli occhi di Alberto il seno piuttosto abbondante ma…vai a guardare il pelo! C’era una gara fra i maschietti a chi si accaparrava la padrona di casa per un ballo, Alberto furbamente rimase in disparte, aveva un suo piano. Gli si avvicinò Oscar: “Non ti piace mia moglie?” “Ci potremo vedere alla fine della festa o in un’altra occasione, troppa concorrenza.” Alberto aveva giocato bene le sue carte, Oscar lo invitò a cena un sabato, erano soli in tre:”Come vedi questa sera non c’è concorrenza volevo dire confusione, la cena ci verrà fornita dal ristorante di via Aosta, la cuoca cucina divinamente. Aurora si era presentata con minigonna a fiori, camicetta ampiamente scollata che faceva intravedere due piccoli seni che sensualmente si movevano causa mancanza di reggiseno. Alberto prese confidenza e: “Scusa ma quel gran seno che mostravi l’ultima volta?” “Avevo un reggi imbottito come piace ad Oscar, lui ha molte manie e gusti personali…”  Nel frattempo Oscar si era allontano: “Ero iscritta all’Università in lingue quando i miei genitori sono finiti con l’auto sotto un camion fermo ai lati della strada, morti sul colpo.  Mio padre era impiegato al Comune, mia madre casalinga e così accettai la corte di Oscar che poteva risolvere i miei problemi finanziari. Ha voluto ad ogni costo sposarmi ma è stato onesto  mettendomi al corrente  dei suoi problemi in campo sessuale. Io mi ero lasciata da poco col mio fidanzato, un  collega di Università e fu giocoforza accettare, da allora la mia vita è totalmente cambiata ma…Nel frattempo erano giunti due camerieri con dei vassoi contenenti le cibarie, e due bottiglie di vino Sangiovese. Classica cucina romana che Alberto aveva quasi dimenticato quando era in servizio a Domodossola. La serata era piacevolmente fresca ed Oscar aprì la serranda, una luna piena portava al romanticismo. Aurora abbracciò Oscar che rispose con un bacio appassionato nello stesso tempo abbassandosi i pantaloni e gli slip, Aurora lo seguì restando completamente nuda, un corpo meraviglioso che portò il ‘ciccio’ di Alberto ad un innalzamento notevole per finire in bocca ad Aurora mentre suo marito cominciava a masturbarsi, un cuckold questo il segreto del padrone di casa. La situazione ebbe un’evoluzione con il trasferimento dei tre sul letto matrimoniale, Alberto supino con Aurora sopra di lui che, dopo l’immissio penis, prese a muovesi facendo ruotare il bacino, Oscar pian piano riuscì a penetrare nel popò della consorte…e così andarono avanti sin quando il marito si allontanò. Alberto girò il corpo d Aurora anche lui provò le gioie di un popò godereccio in quanto la padrona si toccava nel frattempo il clitoride, un doppio gusto poi Oscar si ripresentò e con faccia sorridente: “Ragazzi che ne dite di una tregua?” La situazione si presentava più o meno nella stessa maniera ogni sabato, Oscar era il più felice in quanto in una analoga passata esperienza il terzo uomo  lo aveva ‘sputtanato’ per fortuna con persone che non facevano parte del giro di amicizie di Oscar e di Aurora. Quest’ultima si stava innamorando di Alberto, quando rimanevano soli le spuntava qualche lacrimuccia, forse la situazione non era di suo gradimento ma secondo il vecchio principio ‘pecunia non olet’ doveva subire in silenzio. Una novità una sera a tavola: “Miei cari, in farmacia ho conosciuto una brasiliana Luanache fa parte di un circo che si è istallato alla periferia di Roma, mi ha chiesto dei condom che io le ho regalato poi l’ho invitata a casa mia, ha accettato anche perché lo ho messo in mano duecento Euro, la sto aspettando. Citofono, affacciatosi al balcone Oscar notò una ragazza con in mano una valigia ed un taxi che si stava allontanando. Le aprì il portone: “Piano attico”. Figurati se Nando non si immischiava: “Signorina le porto io la valigia, entri in ascensore.”  “Grazie Nando (Oscar pensò sei il solito figlio di puttana) e gli mollò un cinquantino. “Signori questa è Luana, il suo circo si fermerà a Roma per circa un mese ed il l’ho invitata a casa mia. “ La notizia fece felice Alberto non altrettanto Aurora, la nuova venuta aveva tette grosse come le amava suo marito. “Luana aveva un  nonno di origine italiana e perciò parla la nostra lingua un po’ a modo suo.” “Come la va signori, spero di non sturbarvi troppo con mia presenza. Io amo molto cibo italiano, il mio stomachino reclama…” “Reclamo accettato.” Poco dopo apparvero i soliti due camerieri decisamente incuriositi ma la loro curiosità sparì di colpo alla visione di un cinquantino ognuno.  Alberto era di buzzo buono, sfruguliò Oscar: “Finalmente il tuo desiderio è stato accontentato.” Si intromise Luana: “Oscar aveva desiderio?” “Si di toccare due tette grosse come le tue!” “Gran risata di Luana che tirò fuori dal reggiseno due palle bellissime a punta, non erano certo rifatte, tutte naturali. Battimani da parte dei due maschietti, indifferenza da parte di Aurora che se ne andò nel salone mettendo sul lettore da salotto un CD con le musiche del Carnevale di Rio de Janeiro che tanto piacevano ad Oscar il quale, approfittando dell’occasione prese a ballare con Luana. Alberto seguì Aurora ormai pazzamente innamorata di Alberto il quale ne approfittò per penetrare una ‘topa’ vogliosa e pienamente accondiscendente. I due non si accorsero che erano stati seguiti da Luana e da Oscar il quale piegò in due Luana e penetrandola nel ‘popò’. Alla fine una sorpresa, Luana aveva qualcosa di più, era un trans, Oscar si trovò in mano un ‘marruggio’ inaspettato e alzò alti gemiti come la vergine Cuccia di  pariniana memoria. Accorsero Alberto ed Aurora i quali allorché si resero conto della situazione si misero a ridere a crepapelle, non la finivano mai. Passata il periodo ridanciano Alberto ed Aurora si avvicinarono a Luana, per curiosità presero in mano il suo ‘cosone’ sempre più incuriositi e Aurora  cominciò a masturbarlo sino alla sua eiaculazione. “Stò zozzone mi ha sporcata tutta!” Così fini la prima entrata in scena di Luana, Oscar era sempre incerto se la situazione fosse di suo gradimento. Dietro la spinta della consorte prese anche lui a giocare col ‘coso’ e se lo posizionò nel suo ‘popò’, si era scoperto anche bisessuale! Il mese di vacanza di Luana finì lasciando un Oscar depresso, si era innamorato di …lei…di lui.L’accompgnò con la sua Jaguar al circo, lasciò che un inserviente prendesse la sua valigia  e sparì dalla sua vista senza nemmeno salutarla. Il menage a tre seguitò, Oscar si era abituato ad eccitasi vedendo Alberto e Aurora fare l’amore, poi talvolta subentrava lui ma non più come una volta. Alberto capì la situazione, si recò in un negozio di sexy toys ed acquistò un vibratore a batterie, aveva compreso i desiderata del marito della sua amante. Talvolta Aurora si recava al distaccamento ‘Zecca’ a trovare Alberto suscitando l’ammirazione dei finanzieri: “Marescià lei c’ià l’occhio bono!” Oscar andava ogni giorno di più deperendo, non aveva voluto farsi visitare, un cancro al colon l’aveva portato  a morte con gran dispiacere (diciamo gioia) di Alberto e di Aurora che poterono sposarsi e godersi la sua eredità.

     
  • 11 luglio alle ore 9:51
    L'ORSA

    Come comincia: Domenica pomeriggio, Messina, primi di dicembre fuori il tempo non prometteva nulla di buono, Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle si stava godendo in televisione un documentario girato in Alaska da un fotoreporter coraggioso, in primo piano un’orsa con due cuccioli  che stava traversando il fiume in piena ma, mentre la madre era riuscita a guadagnare la sponda opposta gli orsetti ancora faticavano a nuotare in mezzo alla corrente senza riuscire a raggiungere la genitrice. Due pescatori su una barca assistevano alla scena, malgrado fosse pericoloso presero il coraggio a due mani, raggiunsero i due orsetti e prima l’uno poi l’altro li issarono a bordo del loro natante depositandoli a riva ed allontanandosi velocemente non conoscendo quali sarebbero state le reazioni di mamma orsa la quale invece, inaspettatamente si alzò sulle zampe posteriori emettendo un bramito prolungato come  di ringraziamento. La scena fece commuovere Alberto, gli ricordò quando in tempo di guerra con papà Armando, il fratello Vasco ed il cugino Luciano (tutti deceduti) andava nei quartieri poveri a distribuire beni di prima necessità racimolati presso persone abbienti. Il padre erano l’unico giovane impiegato di un istituto di credito rimasto in Patria in quanto portatore di protesi ad una gamba in seguito ad incidente stradale, i suoi colleghi spediti in Russia, non avevano più fatto ritorno a casa, maledetto quel pazzo che…Alberto non aveva motivi per essere di buon umore, separato dalla poco gentile consorte decise di uscire da casa non che fuori ci fossero motivi di buon umore, a parte il tempo vide sui scalini di una chiesa un poveraccio che cercava di ripararsi dal freddo con una coperta logora, gli si avvicinò lasciandogli in mano cinquanta Euro e domandandosi perché i signori ‘bacarozzi’ non gli aprissero la porta per offrigli un riparo al chiuso. Passò dinanzi ad un cinema e, senza vedere il titolo si infilò in platea mostrando la tessera e quindi…’a gratis’. Cazzo, un film di guerra ma ormai era al caldo, decise di restare fino a quando sentì una mano tastargli le parti intime. Si era appena accesa la luce: “Ti dò cinque secondi, poi ti arresto!” Il cotale sparì dalla circolazione. Alberto non aveva nulla contro i diversi, ormai erano di moda le famiglie arcobaleno, i figli di due padri o di due madri purché tutti consenzienti. Alberto uscì dal cinema ma poiché ‘nullo vivente aspetto gli molcea la cura’ passando d’istinto dinanzi alla caserma si fece aprire il portone e: “Maresciallo che fa qui a quest’ora e di sabato!” “Ho dimenticato qualcosa nella scrivania.” Si accomodò nella sua sedia di Capo Sezione, la mattina circa settanta finanzieri di ogni grado passavano dinanzi a lui per firmare il foglio di presenza, era l’amico di tutti e talvolta metteva delle firme apocrife di qualche calabrese che, causa ritardi dei treni arrivava fuori orario. Non aveva alcuna voglia di ritornare a casa, passando dinanzi al Circolo Ufficiali di Presidio chiese al piantone di parlare col maggiore Strano, suo amico che lo fece entrare. “Ormai è tardi stiamo per chiudere, com’è solo soletto, niente femminucce?” “Son finiti i bei tempi, forse le donne mi considerano un vecchio rudere…” “Ho capito è di cattivo umore, vedo che lei è a piedi, guardi c’è una signora vedova che sta uscendo… signora Aimée c’è qui un maresciallo della Finanza che gradirebbe un passaggio, sta iniziando a piovere e lui è senza macchina.” La signora alta, bionda longilinea non aveva nulla dei caratteri delle donne del profondo sud, squadrò Alberto che passò l’esame: “Dove abita?” “In viale dei Tigli ma se per lei è fuori mano…” “Al contrario ho una villa sulla circonvallazione, mi viene di passaggio…e se la invitassi a casa mia, non ho proprio sonno…sono Aimée Dubois, ma non  faccia quella faccia, sembra le sia morto il gatto!” “Sono Alberto Minazzo, la mia gatta Luna, bellissima e tigrata è in perfetta salute solo che non ama gli estranei, soprattutto donne…” “Bene allora andiamo a conoscerla, lei mi stia vicino non vorrei che mi graffiasse!” Da dietro la porta d’ingresso si sentivano  i miao di Luna, aveva sentito il rientro del padrone il quale quando aprì la porta se la trovò fra le braccia. “Bellissima chissà quanti bei gattini avrà sfornato.” “Ho preferito di no e quindi…” “Che brutta abitudine…” “Luna girò il muso ed inquadrò la nuova venuta, doveva essere di suo gradimento perché non protestò anzi le si gettò fra le braccia. “Stranissimo non lo fa con nessuno soprattutto femminucce, vuol dire che la inviterò più spesso a casa mia, in fondo è lei la padrona, io sono divorziato.” “Ed io vedova di un ufficiale dell’Esercito italiano, una granata…” “Che vogliamo fare, ora che è qui…io non ho sonno anche se domattina il dovere mi chiama ma posso ‘marcar visita’ come si dice in gergo  militare che lei dovrebbe conoscere.” “Cavolo che bel panorama, tutta la Calabria illuminata ed anche il porto di Messina, una visione rilassante, chissà quante belle donne avranno ammirato il panorama.” “Purtroppo di recente zero assoluto, sono divorziato da poco ed ancora mi son rimaste le ferite…ci vorrebbe una buona crocerossina…” “Se è un richiesta ufficiale aderisco, magari riaccendiamo i riscaldamenti, Luna si è rifugiata nel suo bel giaciglio al calduccio.” Dopo circa mezz’ora: “Ora si che mi sento a mio agio, le dispiace se mi spoglio un po’, comincio a sentire gli effetti del riscaldamento.” Aimée rimase in reggiseno e mutandine, Alberto cercò una battuta di spirito per uscirne con stile, non trovò altro che: “Una volta le sarei saltato addosso!” “Meglio saltare sul letto, voi maschietti pensate solo al sesso…talvolta anche la sola compagnia…” Aimée raccontò della sua gioventù, come aveva conosciuto suo marito che l’aveva lasciata vedova non inconsolabile ma decisamente aisée ossia ricca. Anche Alberto descrisse la sua vita passata e poi si addormentarono. Alle sei e trenta suonò la sveglia, Alberto alle sette e mezza chiamò il centralino della caserma: “Sono Mazzoni per favore passami l’aiutante maggiore. “ “Signor maggiore m’è venuta quasi sicuramente l’influenza, chiamerò il dottor Cimarosa per farmi concedere cinque giorni di riposo.” “Si di riposo a letto, chissà con quale mignotta, oggi è domenica, sveglia e buon divertimento!” “Ho capito male ma quel tale mi ha classificato mignotta?” “Ha usato un’espressione sbagliata voleva forse dire simpatica signora!” “Colazione da igienista, fette biscottate integrali, Yogurt con Lactibacillus Bulgaricus, prugne essiccate. “Voglio provare anch’io a cambiare  l’alimentazione, a proposito hai idee dove andare a pranzo?” “Conosco vari ristoranti ma preferisco che lo scelga tu.” “Ho capito, ci hai portato qualcuna delle tue ‘mignotte’ come dice il maggiore e non vorrai che io sia scambiata per una di loro.” “Sei troppo machiavellica…va bene hai ragione andiamo dove vuoi tu.” “In via Ghibellina c’è Alfonso un ex pescatore che ci farà mangiare pesce freschissimo.” “Andiamo con la tua macchina, cavolo ieri sera non avevo fatto caso alla marca della tua auto, una Borgward Isabella sono anni che non la fabbricano più.” “Era di mio marito, la tengo per suo ricordo, siamo arrivati.” “Gentile signora Dubois è un bel po’ che non la vedevo, ho elle aragoste giunte poco fa oltre che il solito brodetto di pesce ed anche  delle linguine ai ricci di mare.” “Egregio signore lei sa che è proibito pescare i ricci, c’è una contravvenzione altissima!” “Caro Alfonso, il signore è un maresciallo della Finanza, per questa volta chiuderà un  occhio anzi tutti e due, vero caro?” Alberto aveva capito di aver toppato, chiese scusa ad Aimée: “Talvolta mi lascio trasportare…” Alla fine del pranzo: “Tutto eccellente, specialmente le aragoste che dicono sono afrodisiache, che ne dici proviamo se è vero?” “Cara…vedremo, non ci tengo a fare brutte figure anche se tu sei una donna meravigliosa ed appetibile.” “Grazie per l’appetibile, cerca di non  mordermi!” La casa di Aimée era una villa a due piani circondata da giardino, vasca con pesci rossi,  cespugli ben tenuti, si vedeva la mano di un giardiniere. All’interno mobili antichi la cui presenza meravigliò Alberto. “Ho acquistato questa villa come la vedi, non ha voglia di comprare mobili nuovi, avere tra i piedi operari che vanno e vengono, sono di natura misoneista, non ti meravigliare del vocabolo, ho studiato al classico e qualcosa ancora me la ricordo.” “Misoneista in generale anche in campo sessuale?” “Diciamo che è un po’ di tempo che non mi ‘esercito’ in quel campo, sono di gusti difficili e mi infastidiscono gli imbecilli, non ti preoccupare tu non lo sei anzi pemettimi…” “Il primo bacio prolungato, saporito ancora di pesce, così iniziò la relazione fra Alberto che aveva ripreso ‘le penne’ ed un’Aimèe anche lei di nuovo in forma. Al Circolo Ufficiali si era formata una nuova coppia che il maggiore Strano volle festeggiare con un brindisi.

     
  • 26 giugno alle ore 9:27
    LA PIÚ BELLA

    Come comincia: “Come la immagini la donna più bella con cui potresti far conoscenza, hai un’idea precisa?” Alberto era rimasto sorpreso dalla domanda del suo amico e collega Franco, ambedue marescialli delle Fiamme Gialle, si trovavano ai piedi di una nave da crociera nel porto di Messina con una scaletta poggiata sul molo dalla quale dovevano scendere i passeggeri che andavano a visitare le locali bellezze artistiche o per imbarcarsi su di un pullman per andare a visitare Taormina. “Non so come ti è venuta in testa stá domanda, per puro esercizio di fantasia te la descrivo: altezza circa un metro e settantacinque, capelli castani lunghi sino alla vita, occhi grandi e di color verde chiaro, piccolo naso all’insù, bocca invitante con labbra non eccessivamente grosse, collo alla Modigliani, seno non più della misura tre, vita stretta, pancino piatto, gambe chilometriche, piedi da far impazzire un feticista, ti basta?” “E come personalità?” “Hai ragione, la cosa più  importante: sorridente, sicura di sé, con notevole spirito dello humour.” “Insomma una statua vivente descritta da Prassitele.” “Ecco, bravo ora torniamo con piedi a terra e controlliamo i passeggeri, c’è sempre qualcuno che vuole fare il furbo vendendo provviste di bordo soprattutto stecche di sigarette.” Nessuna faccia sospetta, visi da padri di famiglia con moglie e pargoli al seguito, giovin pulselle non particolarmente avvenenti, vecchie signore che spendevano i soldi della liquidazione sperando di trovare qualche giovane squattrinato a cui riempire le tasche per poi farsi ripagare sessualmente. Per ultimo  un ‘boom’: una ragazza favolosa seguita sulla scaletta da un gruppo di ragazzotti allupati che le facevano da scorta. Alberto non si fece sfuggire l’occasione e mostrando la tessera di appartenente alla G. di F: “Signorina la prego di seguirci in caserma.” Il reparto era abbastanza vicino al porto, i ragazzi non furono fatti entrare, il portone fu loro chiuso in faccia e: “Signorina per favore i suoi documenti.” “Je suis Marianne Montfort, sono francese ma parlo anche italiano come mia madre che era di Roma.” “Bene una mia paesana, “andiamo al nostro bar non è eccezionale ma almeno eviteremo quella moltitudine di ragazzotti che la stavano importunando, io sono Alberto Sassoli e questo è il mio collega Franco Iannello, le consiglierei un Campari soda che io amo ma se lei preferisce un’altra bevanda…” “Va bien le Campari soda, anch’io l’amo.” A Paolo, l’appuntato barista gli occhi erano usciti dalle orbite, sbagliando aveva preso dal frigo tre Aperol.” “Paolo ti sei imbranato, vogliamo tre Campari soda.” “Qu’est il arrivé” “Le barman était confus par votre beauté.” “Maresciallo che le ha detto alla signorina?” “Che sei ricchione, il conto è spese tue bello di papà!” Finito l’aperitivo Albertone ne pensò una delle sue: rimorchiare la baby, farle interrompere la crociera e portarla…dove la ragazza preferiva. A questa proposta  Marianne all’inizio rimase perplessa poi: “Mi fido perché so che sei della Polizia o cosa del genere, andiamo a prendere i miei bagagli. Alberto andò nell’autorimessa dove sostava la sua Jaguar X type acquistata con i quattrini avuti in eredità dalla defunta zia Giovanna, fece salire a bordo la ragazza e suonò il clacson per farsi aprire la porta carraia dove il piantone Nando, suo paesano romano s’era fatto uscire anche lui gli occhi dalle orbite: “Nando aribbutta dentro l’occhi sennò resti cecato, apri sta porta!” Marianne salì sulla scaletta della nave, chiese ad un addetto di portarle le due sue valige, lasciò ad un ufficiale di bordo il suo biglietto della nave e sorridendo riprese posto sulla Jaguar. “Dove siamo diretti a Taormina?” Alberto se la pensò, a Taormina avrebbe trovato la solita confusione di turisti che lui non amava, pensò ad un’altra soluzione: “C’è il padre di un mio amico defunto che ha una villetta a Scaletta Zanclea vicino al mare, sicuramente gli farebbe piacere avere la nostra compagnia.” “Vada per questa Sca…insomma dove vuoi tu.” Marianne curiosa stava giocando con i tasti del cruscotto, ad un certo punto apparve un programma televisivo: “Accidenti a bordo hai anche la TV, sei tutta una sorpresa!” La situazione si faceva interessante, Alberto imboccò la litoranea sino a giungere a Scaletta Zanclea, seconda strada  a sinistra  dove erano ubicate varie ville, quella del dottor Antonelli era la più vicina al mare. Due cani doberman erano fermi dinanzi al cancello, non abbaiavano sono il loro sguardo era poco rassicurante. Alberto suonò al video citofono, non aveva avvertito il dottore della sua venuta, ebbe un’accoglienza festosa: “Chi l’avrebbe mai immaginato, scendo subito.” Il dottor Antonelli richiamò l’attenzione dei due doberman: “Questi due sono amici miei, andate a cuccia!” I due cani sparirono dalla circolazione, Alberto posteggiò dinanzi all’ingresso della villa, abbracci col dottore: “Complimenti per la signorina, hai sempre avuto buon gusto in fatto di donne!” “Marianne è italo-francese, era a bordo di una nave di crociera, dietro mia richiesta ha preferito visitare la terra italica!” “Sei il solito furbacchione, entra, sistematevi nella camera degli ospiti.” Tutto di gran lusso e di buon gusto, si vedeva la mano di una donna. Marianne sistemò nei cassetti di un armoir parte della sua biancheria e in un armadio i suoi vestiti, si sentiva come a casa sua tanto è vero che uscì dalla doccia col solo accappatoio che aveva trovato, color nero, asciugatasi lo fece cadere a terra rimanendo nuda, per lei una situazione normale, per Alberto decisamente meno. “Per fortuna non ho problemi al cuore…” “Sei fidanzato?” “No intendevo in altro senso.” Marianne o faceva la tonta o veramente pensava che presentarsi nuda fosse una cosa naturale non pensando che effetti poteva suscitare su un uomo…”Mai vista una donna nuda?” “Dì la verità mi prendi per il culo?” “Non capisco questa frase in italiano, traducila in francese.” “Est-ce que tu me pisse,  moquer.” “Mais non, je te ne pisse pas, sono stanca di uomini che mi girano intorno li trovo infantili, sciocchi, sprovveduti. Il problema è un altro, mia madre Adrienne è fuggita da casa con un ragazzo portando con sé un bel po’ di denaro…Ora bando alle tristezze, andiamo a trovare il padrone di casa.” “Ragazzi ho chiesto ala cuoca Rosaria di prepararci una cena speciale per festeggiare il vostro arrivo, il marito, tutto fare ha portato a tavola i più bei fiori colti dal mio giardino, un pò di allegria, vi vedo col muso lungo…” La cena era deliziosa, tutto a base di pesce locale, freschissimo, la cuoca fu chiamata per ricevere i complimenti dei tre, si era commossa. Durante la cena Gaetano volle fare un esperimento: “Prendete una porzione di pesce e buttatela a terra vicino ai due cani, guardate quello che succede. Argo e Dingo non accettarono il dono, guardavano il padrone, dopo che Gaetano li autorizzò presero a mangiare. “Ho addestrato i miei cani a non abbaiare e soprattutto a non accettare cibo da estranei, nelle ville vicine ci sono stati molti furti ed i proprietari oltre a subire un danno economico sono stati pure picchiati, Argo e Dingo sono sempre di guardia.” Una passeggiata digestiva per le vie del paese, ad ogni piè sospinto il signor Antonelli riceveva i saluti rispettosi dei paesani. “Commendatore i nostri ossequi!” “Vedo che lei è benvoluto.” “Quando posso aiuto i più poveri ed anche gli ammalati, la vita dei pescatori è veramente dura. Proseguite voi la passeggiata, vi lascio soli…beata Juventus, non la squadra!” Alberto e Marianne andarono sulla spiaggia illuminata dalla luna, un paesaggio romantico che portò la ragazza ad abbracciare il suo pigmalione. “Che succede ti sei convertita ai maschietti?” “Quando me la sentirò ti dirò quello che mi è successo, per ora accontentati di un abbraccio.” Nella stanza degli ospiti i due unirono i due letti, ambedue in pigiama, di seta lei di cotone lui, vicini ma non tanto da….”Beaux rêves…” Sogni d’oro un par di balle…ciccio sentendo odore di…non voleva andare a ciuccia ovviamente impedendo ad Alberto di addormentarsi fin quando capì che ‘non c’era trippa pè gatti’. Alberto era ancora ad occhi chiusi quando un bacio delicato sulle labbra lo fece ritornare su questo mondo. “Ben sveglio amore mio.” Alberto annuì, la speme è l’ultima dea, il Foscolo non era stato ottimista…Colazione abbondante,  Gaetano pensava che i due avessero bisogno di rifocillarsi dopo una notte…quando mai bianca che più bianca non si può nemmeno col candeggio, vecchia battuta di Carosello. Dopo colazione il commendatore in giro per i fatti suoi, i due sulla spiaggia, Alberto supino, Marianne prona vicino a lui. “ “Avevo giurato eterno odio ai maschi, ho cambiato idea quando ti ho visto per la prima volta anche se non volevo…” “Va bene sono un conquistatore di donne a getto continuo come scriveva Trilussa un poeta romano.” “Voglio raccontarti quello che mi è accaduto, sono insegnante elementare a Parisi, ero diciamo in buoni rapporti con un mio collega che non ho voglia nemmeno di nominare. Una mattina ho voluto fare una sorpresa al mio fidanzato che si era dato ammalato per non andare a scuola; sono entrata a casa sua  non facendo rumore, aperta la porta della camera da letto…uno spettacolo degno di Sodoma e Gomorra, il mio…si faceva inculare da un altro uomo…Ho richiuso la porta, sul corridoio ho vomitato pure l’anima, sono scesa in strada, mi sono seduta su una panchina, non riuscivo a camminare. Una signora in macchina  mi ha notato, è scesa dall’auto mi ha chiesto l’indirizzo di casa mia e mi ha accompagnato sino al portone dove il portiere mi ha accolto portandomi sino al mio appartamento. I miei erano fuori. Ritornando a casa furono informati dal portiere del mio stato, fu chiamato un medico che mi diede un calmante, dormii sino al mattino successivo ma ancora ho negli occhi…da quel momento…” “Mi sono scoperto consolatore di donne in crisi, metterò su un’agenzia…” Marianne sorrise, Alberto era riuscito nel suo intento. “Prendo la Jaguar ed andiamo a Taormina, ho bisogno di un bagno di folla…ed anche di qualcos’altro.” Quel qualcos’altro te lo devi guadagnare!” Eccellente granita al limone con brioches al bar sulla piazzetta, lunga passeggiata sino all’ora di pranzo. I due scovarono una ‘taverna’ modesta ma accogliente, il padrone: “Sono Alfio, catanese, vedo che siete affamati, aspettatevi qualcosa di molto sfizioso.” E così fu, a tavola Marianne si accorse dell’alzata di ‘ciccio’ e si fece una gran risata, buon segno! Ritornati a Scaletta Zanclea Alberto prese congedo da Gaetano per rientrare a casa sua a Messina, voleva che la prima notte…E così fu, Marianne si abbandonò completamente al suo novello amante il quale non si risparmiò tanto che la mattina dopo: “Cavolo ho la cosina tutta arrossata!” “Forse per la vergogna!” “Quale vergogna, me l’hai distrutta, bel maialone…” Marianne rimase per sempre a Messina, in un scuola privata ebbe l’incarico di insegnante di francese e dopo qualche mese sfornò un italo-francese con tanto di pisellone, tutto suo padre!

     
  • 22 giugno alle ore 9:34
    M'È RIMASTA SOLO QUELLA

    Come comincia: Classica giornata autunnale,  il due novembre  sembrava voler festeggiare la ricorrenza dei morti: pioggerella insistente, umidità nell’aria, nebbia inusitata a Messina chiamata popolarmente,  va a sapere  perché ’la lupa’, nulla portava al buon umore. Alberto dietro i vetri di casa guardava, al calduccio i rari  passanti che, infreddoliti transitavano sotto il suo appartamento in  viale dei Tigli a Messina. Era domenica, il signore si era accorto di essere rimasto senza una medicina, al computer vide che una farmacia di turno si trovava sulla circonvallazione vicino casa sua, non  aveva alcuna voglia di vestirsi ed uscire, al telefono: “Farmacia Tavilla in cosa posso esserle utile?” La voce squillante di una donna. “Mi occorre il ‘Glucophage 500, l’avete in farmacia?” “Siamo fornitissimi gliela metto da parte?” “In tutta sincerità cò stò tempo non me va d’uscire, ci’avete un commesso…” “Anche in questo campo siamo organizzati, mi dia li indirizzo di casa ed il codice fiscale, Ahmed la raggiungerà quanto prima.” Allora: Alberto Minazzo, viale dei Tigli 23, mnzlrt65p03h501q.” “È sicuro del codice fiscale, dalla q finale capisco che è di Roma come pure dall’accento, mi pare strano il 65 come data di nascita, è sicuro?” “Al Comune di Roma hanno registrato cinquantaquattro anni fa il mio nome e cognome al 3 settembre 1965, se lei mi potesse cambiare l’anno le sarei grato…” “Dalla voce mi sembrava molto più giovanile.” “Mia simpatica signora ci metterei la firma e le offrirei un pranzo, purtroppo di giovanile m’è rimasta solo quella, la voce, resta ferma l’offerta di una libagione a base di pesce al ristorante  ‘Poseidone’’ di Ganzirri.”  “Accettato, non è che lei è sposato?” “Beatamente divorziato…” “Anch’io  divorziata con una figlia e nessuna voglia di stare appresso ad un uomo…” “Una curiosità non è per caso che preferisce i fiorellini…” “Signor Alberto non mi faccia essere volgare, amo i piselli e non  quelli di campo e sono titolare di questa farmacia che porta il nome del mio ex marito,  a domani.”  “Perfetto, una signora con alto il senso dello humour, è un caso raro, appuntamento alle tredici al ristorante, le va bene?” “A me si ma non  penso che trovi posto all’ultimo momento.” “Per Alberto Minazzo ci sono sempre due posti liberi.” “Si ma questa volta siamo in tre.” “Il padrone Demetrio non mi può dir di no, c’è una saletta riservata per i clienti di riguardo, io immodestamente lo sono.” “ Bene signore di riguardo, a domani, io sono Matilde Calabrese, Calabrese solo di nome!” ”  Alberto aveva chiamato subito il ristorante, al telefono  un nuovo cameriere.” “Spiacente signore tutto prenotato.” “Á coso và da Demetrio e digli che il maresciallo Minazzo domani ha due ospiti!” Nel frattempo una suonata al citofono: “Je suis Ahmed de Tunis, j’ai votre médicine.” Evidentemente la farmacista aveva ingaggiato uno del terzo mondo, Ahmed si beccò cinque Euro di mancia e, dopo un: “merci monsieur” si dileguò sotto la pioggia, era venuto in motorino tutto incappucciato. Al ristorante Alberto aveva trovato il posteggio della sua  Giulia Alfa Romeo dinanzi al locale ed aspettava in macchina, con una certa curiosità che si facesse viva stá Matilde e relativa figlia. Precisa come una orologio svizzero la cotale si presentò dinanzi al ristorante con una Mini Cooper,  al volante una ragazza, evidentemente la figlia. La signora Matilde era bionda, scuramente ossigenata, circa quarantenne, altezza media e fisico robusto al contrario della figlia bruna, longilinea più alta della mamma, capelli scuri lunghi sin quasi alla schiena, una bellezza notevole che fece sbriluccicare gli occhi di Alberto. Matilde si accorse subito di quello sguardo di ammirazione e: “Mia figlia Aurora Tavilla ha una fidanzato geloso e campione di karate…” “Io da giovane ho fatto parte della squadra di atletica delle Fiamme Gialle , ero piuttosto bravo nella lotta libera…” Si presentò Carmelo  Giovinazzo, il titolare del ristorante che, dopo un breve saluto con inchino: “Faccio come al solito io?” “Si Carmelo, come al solito.” “La riservatezza di Carmelo mi fa pensare ad una complicità fra di voi, chissà quante fanciulle più o meno giovani hanno frequentato questa saletta!” “Olim, nunc…” “Siamo al latino! Vuol dire che ora ha chiuso i battenti?” Mamma e figlia risero di gusto. Mi avete messo in mezzo, non per farvi un complimento ma un tale che lascia due ‘belle sprit’ come voi è sicuramente uno sciocco! “Il mio ex marito ha preferito una pulsella molto giovane, insomma una toy girl!” “Mi pare che ora sia di moda che anche le signore sono su quella via accaparrandosi dei toy boy.”  “Non è il mio caso, non so che farmene di un giovanotto tutto sesso e niente cervello!” “Bene, una cofana con  brodetto che vedo arrivare in mano ad un cameriere ci metterà tutti d’accordo, non dico buon appetito perché mi dicono l’espressione sia volgare…” Il pane abbrustolito chiesto da Alberto fu di gradimento delle due femminucce che lo intinsero nel favoloso brodetto di scampi, di alici, di seppioline e di  tranci di pesce spada. Alberto aveva lasciato in deposito a Carmelo del Verdicchio dei Castelli di Jesi, vino che aveva vinto un premio al ‘Vinitaly di Verona’.” Lei ha dei gusti raffinati e così che le femminucce cadono ai suoi piedi!” “Recentemente molto meno, un mio amico ortopedico vuole operarmi alle ginocchia che talvolta risentono del cambiamento del tempo e così sono io….” “Sicuramente troverà una anima pia consolatrice, le donne amano anche lo stile dei maschietti!” “Non c’è più religione, una volta erano gli uomini che facevano la corte alle donne, ora lei…” “Lei è un furbacchione ma io ormai ho chiuso in quel campo…” Intervenne Aurora: “Mamma non sei sincera, se trovassi un signore come il qui presente Alberto…” “Non fare l’impertinente un po’ di rispetto per una vecchia signora!” Il finale col un digestivo ananas e poi: “Alberto che ne dice di finire il pomeriggio a casa mia, abitiamo sulla circonvallazione.” “ Bien sur madame.” Si trattava di una villa a due piani con giardino, prato all’inglese e vasca con pesci tropicali arredata in modo moderno, in tutti i mobili si vedeva il tocco della figlia che: “Vado a raggiungere Calogero, fate i bravi!” “Che devo fare con questa figlia, ho già i miei problemi, ci manca solo lei! Per sua fortuna si è fidanzata con il figlio di un ricco proprietario di supermercati, per me è un babbasone come si dice in gergo ma, stavolta me lo permetta ‘pecunia non olet’! Calogero le ha regalato la Mini. Dopo che mio marito ha preso il volo con Orietta  la ragazza che mi aiutava in farmacia la mia vita è cambiata, in sede di separazione legale sono riuscita ad ottenere la proprietà sia della farmacia che di questa villa.” “La cocchia gli è costata un mucchio di quattrini…immagino che non sappia cosa sia la cocchia, è la cosa migliore della donna.” “Vuol dire l’intelligenza?” “ Quando mai, la fica!” Matilde era diventata rossa in viso, Alberto non si aspettava questa reazione, per farsi scusare l’abbracciò. “Non credevo che… mi sembrava un donna più aperta nel senso…” Alberto stava infilando una collezione di gaffes una dietro l’altra, i due rimasero abbracciati, la signora piangeva silenziosamente. Ci volle del tempo: “Forse ti sarò sembrata infantile ma …è tanto tempo che non …sento da vicino un uomo, mio marito andava con quella zozzola e se ne fregava di me…Io talvolta sentivo il desiderio…come adesso…” Alberto stavolta comprese al volo la situazione, fece allungare Matilde sul divano, prese a baciarla in bocca, poi sulle tette ed infine sul fiorellino che riuscì quasi subito a portare ad un orgasmo poi entrò trionfalmente nella ‘cocchia’ con ‘ciccio’ alla massima potenza di ‘fuoco’ che face quasi impazzire Matilde che si abbandonò senza forze sul divano. Ci volle del tempo prima che: “Era una vita che non provavo queste sensazioni, me ne vergogno un po’, di solito al primo incontro…” “Hai recuperato del tempo perduto, posso dirti per esperienza personale che la vecchiaia avanza ogni giorno, senza  che ce ne accorgiamo cominciamo a vedere capelli e peli bianchi dove prima c’erano cespugli scuri…” “Mi vado a ricomporre, tra poco dovrebbe ritornare Aurora e non vorrei…” “Tua figlia non è una sciocca, ti si legge in faccia…” Matilde ritornò nel salone truccata e cambiata di abito, Aurora entrò in compagnia del fidanzato ‘babbasone’ e guardando in faccia la madre scoppiò in una sonora risata, Calogero non capì, l’aggettivo  appioppatogli dalla suocera gli stava proprio a pennello! Matilde cercando di fare l’indifferente: “Vi preparo un caffè” e si rifugiò in cucina. “Mia madre psicologicamente è diventata fragile non deluderla, avresti a che fare con me!” Ma la situazione non  era così semplice in quanto in passato era capitato qualcosa di inusitato e imprevedibile fra Ahmed e Matilde. Un giorno il tunisino in farmacia, prima della chiusura si era ritirato in bagno, dopo un po’ di tempo Matilde preoccupata aprì la porta della toilette …Ahmed aveva un coltello puntato sulla gola: “ Alla vista della signora: “Je suis amoreux de Orietta, je ne peux pas vivre sans elle, je veux me tuer!” Matilde strappò di mano il coltello ad Ahmed, lo abbracciò per consolarlo ma nel frattempo il ragazzo aveva ‘sfoderato’ un pisellone nero e grosso che mise in mano alla signora schizzandole in viso lo sperma che in parte entrò in bocca a Matilde. La cosa poi si ripeté quasi ogni giorno alla chiusura della farmacia, quando i due rimanevano soli. Madame non aveva alcuna voglia di avere un rapporto nella sua cosina, proprio non  le andava ed allora finiva per masturbare il ben contento giovane Ahmed, questo complicava la situazione con Alberto…le circostanze intricate sono le più eccitanti. Aurora si accorse degli armeggi di sua madre e di Ahmed, subito rimase perplessa poi capì che non erano fatti suoi e lo pensò anche perché le si era presentato un problema: i genitori di Calogero, soprattutto il padre volevano diventare nonni per avere un erede a cui affidare il patrimonio di famiglia. Aurora non aveva nessuna voglia di mettere al mondo un pupo che assomigliasse al fidanzato, non aveva alcuna stima delle qualità intellettuali del giovane ed allora pensò: chi meglio di Alberto! Si doveva però organizzare in senso sessuale. Consultò il ginecologo di famiglia dottor Agostino Pileri che la mise sulla buona strada: prima di tutto individuare le giornate in cui lei era feconda per avere rapporti non protetti con Alberto ma usando con Calogero un anticoncezionale meccanico come il cappuccio cervicale, eccellente consiglio messo in atto da Aurora che era riuscita a convincere un riluttante Alberto a diventare padre alla sua età. Il progetto andò a buon fine, ad Aurora non vennero le mestruazioni segno evidente della futura gravidanza ma, mentre la ragazza seguitava ad avere rapporti sessuali col futuro padre di suo figlio, il babbasone andava in bianco con la scusa che il sesso praticato dalla futura madre potevano  nuocere al bambino. Otto mesi di aspettativa e poi la venuta al mondo di un bimbo bellissimo, più di quattro chilogrammi di peso giornalmente visitato dai nonni e dagli amici intimi. Aurora aveva ritenuto opportuno confidare il segreto  sua madre che all’inizio rimase basita ma poi compreso che la sua situazione sessuale doveva mutare, pensò ad avere rapporti con tunisino, in fondo era un bel ragazzo, bravo nel suo mestiere di magazziniere in farmacia e soprattutto intelligente. Per prima cosa iscrisse Ahmed ad una scuola serale,  con l’andar del tempo il giovane riuscì a superare gli esami prima delle elementari che della scuola media. Ci volle più tempo per la licenza liceale ma era quello il traguardo da superare per iscriversi all’Università alla facoltà di farmacia, il disegno di Matilde era chiaro, farsi affiancare d Ahmed nel suo lavoro. La quasi giornaliera attività sessuale del giovane aveva portato a qualche problema alla vagina di Matilde. Il dottor Pileri: “Cara sei tutta infiammata, se proprio non puoi fare a meno del sesso trova altre vie per almeno quindici giorni, usa questi ovuli.” La serenità era approdata su tutti i componenti delle due famiglie, madre e figlia erano in fondo felici su tutti i punti di vista non solo quelli sessuali i quali seguitarono ad andare alla grande anche per un Alberto che sembrava rinato malgrado l’età!

     
  • 17 giugno alle ore 8:10
    GLI ARCHITETTI

    Come comincia: I coniugi Leonardo Martini e Beatrice Bellini erano considerati da coloro che li conoscevano come delle persone fortunate. Quarantenni con ampie disponibilità finanziarie, di bell’aspetto, simpatici e sempre allegri avevano casa e studio di architetto in via Labicana a Roma, vicino a Colle Oppio. Erano stati fortunati anche con la prole, due gemelli dizigoti, un maschio ed una femmina a cui erano stati apposti dei nomi di origine greca,(i genitori erano amanti della storia antica): Adone il maschio e Dafne la femminuccia. I due sin da piccoli avevano dimostrato un coefficiente di intelligenza superiore alla media, a quattro anni sapevano già leggere e scrivere, all’asilo avevano meravigliato le insegnanti che poi si erano assuefatte alle loro domande. I genitori  avevano spiegato ai figli la loro differenza rispetto agli altri bambini ma che non si dovevano considerare superiori a loro, solo diversi. Stessa storia alla Scuola Media i cui professori erano stati avvisati della peculiarità di Adone e di Dafne che già dalla prima classe conoscevano i programmi sino alla terza media. Analoga situazione  al liceo classico, i compagni di scuola li prendevano un po’ in giro per i loro nomi ma poi si rivolgevano  a loro per copiare i compiti svolti in casa. Altra peculiarità: Adone e Dafne come da nome greco erano di bell’aspetto e figuravano di più in quanto erano vestiti alla moda e già a sedici anni furono muniti di scooter Piaggio color rosso per Adone, bianco per Dafne, talvolta davano dei passaggi a compagni di scuola. In terza liceale Dafne era al primo banco con una maschietto di nome Marcantonio che contraddiceva al suo nome (era alto un  metro e sessanta), il cotale pensando a lei si dava spesso al mestiere di ’falegname’. Adone divideva l’ultimo banco con Gisella che una volta l’aveva convinto a recarsi nella toilette delle ragazze per un assaggio orale del suo  ‘cosone’, ci aveva provato altre volte ma Adone non voleva legami fissi, la ragazza era diventata ossessionante, si era innamorata del giovane. I due fratelli avevano ricevuto un’educazione molto ‘libera’ , i genitori non si facevano scrupolo di farsi vedere dai figli nudi in casa, anche i due gemelli avevano preso la stessa abitudine per loro diventata normale. Chi aveva il cervello più portato agli scherzi? Dafne che una sera  dopo la ‘buona notte’  aprì uno spiraglio della camera dei genitori  ed a loro apparve uno spettacolo porno: Beatrice   stava cavalcando beatamente Leonardo emettendo alti gemiti di soddisfazione sessuali che portarono i due gemelli a ridere e quindi a farsi scoprire. Leonardo ‘Brutti figli di puttana…” “A chi hai detto puttana, in caso figli di cornuto!” ‘In ira veritas’, quanto mai vero il detto latino, Beatrice in un momento di rabbia era stata sincera. Mammina lasciò il letto matrimoniale e di rifugiò nella camera dei figli, unirono due letti e lei si mise in mezzo senza poter riposare. Dafne: “Mamma è vero che…” “Verissimo, un estate quando tuo padre era in Germania per lavoro ho fatto ‘amicizia’ con un  suo collega scapolo che abita in via Cavour, un gran mandrillo, ancora me lo ricordo si chiamava…a voi non interessa! Presi dalla curiosità i due fratelli durante il tempo libero si improvvisarono Sherlock  Holmes. Partendo dal piazzale della Stazione Termini e scendendo per la via Cavour Dafne dal lato sinistro e Adone dal lato destro ‘rastrellarono’ tutte le targhe dei portoni, more solito la più fortunata fu Dafne che attirò l’attenzione del fratello con ampi gesti, aveva trovato uno studio di un architetto: tale Leone Vinciguerra, abitava al secondo piano del numero 69. Munita della consueta faccia di bronzo Dafne bussò alla vetrina della porta, venne ad aprire una ragazza mora circa della sua età che educatamente lì invitò ad entrare:”Sono Dafne figlia di Leonardo Martini un collega dell’architetto, ci ha dato il vostro indirizzo per portarvi i suoi saluti, questo è mio fratello Adone.” “Sono Edoardo  il figlio e la signorina che vi ha aperto la porta è Eliana Sanna una nostra impiegata, accomodatevi, chiamerò mio padre. Leone Vinciguerra faceva onore al suo nome, chioma leonina, collo taurino, fisico massiccio dava l’idea del maschio vincente, quello che probabilmente aveva fatto innamorare Beatrice.  “È un bel po’ che non  incontro il vecchio Leonardo, vecchio per modo di dire ha la mia stessa età, cosa combina?” Dafne: “Ha pensato bene di cambiare aria, è in Africa sul lago Vittoria, è entrato in associazione con una ditta francese per costruire un bacino elettrico.” “Buon per lui, lì troverà qualche bella negretta ma non parliamo di lui, voi due allora siete soli,  restate a pranzo, Gina la cuoca è una romana che conosce benissimo tutti i piatti tipici, la dovrò licenziare, mi sta facendo ingrassare, sto scherzando.” In bagno a lavarsi le mani Dafne: “Come tutti i maschietti sei un superficiale, non hai visto un cappello di mamma attaccato alla spalliera dell’ingresso, babbione!” Eliana aveva colpito Adone, piuttosto alta per una sarda, corpo longilineo, vestiva di nero sin quasi ai piedi, lunghi e neri capelli raccolti a crocchia, nessuna traccia di trucco; quello che più colpiva era la sua aria triste su un viso armonioso, aveva destato nel giovane molta curiosità. Dopo pranzo tutti a fumare sul terrazzino tranne Adone ed Eliana che non erano amanti del tabacco, si sedettero dinanzi alla tv. “Se me lo permetti ti do del tu, siamo quasi coetanei e vorrei chiederti, se sei d’accordo di spegnere la televisione, è deprimente ascoltare le stesse notizie drammatiche di guerre e soprattutto di donne uccise dai loro conviventi. La ragazza approvò con un cenno del capo e poi andò sul terrazzino per dire a Leone che stava andando a casa. Ad Adone non parve vero prendere la palla al balzo: “Ho qui fuori una Cinquecento Abarth appena regalatami da mio padre, è molto veloce, se vuoi te la faccio guidare.” Nessuna risposta ed allora Adone: “Signorina sono stato abbastanza invadente, le chiedo scusa, non si ripeterà più.” Lei  l’accompagnò sino in strada.  Cose inaspettate le più gradite, Adone rimase quasi paralizzato dalla sorpresa per un sorriso di Eliana per lei inusitato. “Non sono quella musona che sembro, andiamo con la tua Abarth, io amo molto guidare, se tu me lo permetti…” La ragazza sembrava un corridore professionista, usava anche il tacco punta per cambiare marcia, sorpassi a non finire…” “Ho paura che mi toglieranno tanti punti dalla patente!” “Va bene, diminuisco la velocità, siamo arrivati.” Erano in via Marsala, una via del centro in cui gli affitti erano alti. “Non ti meravigliare del posto dove abito, la padrona è una sarda paesana di mia madre, mi fa un prezzo speciale, di recente le è morta la figlia in un incidente stradale… Per questa volta è meglio che non ti faccia entrare in casa, avviserò Sara Melis  la padrona, è una puritana non vorrei…ciao.” Edoardo Vinciguerra non aveva nulla delle caratteristiche fisiche del padre, magro, vestiva molto casual anche se si poteva permettere abiti di lusso, niente motori, bicicletta con ausilio di un motorino per le salite romane, ovviamente aveva problemi quando voleva invitare qualche ragazza ma lui se ne infischiava, non era molto portato per le amicizie femminili al contrario del genitore, era molto studioso, faceva parte di un gruppo di teatranti dilettanti, questa la sua vita. Il suo comportamento aveva messo in curiosità Dafne che amava le conquiste difficili, con Edoardo era quasi impossibile e così la ragazza si incaponì di più. “Per telefono: “Ho appena acquistato una Mini Cooper rossa, tocca i duecento chilometri all’ora, una meraviglia, se vuoi te la posso far usare, hai la patente?” “No, guido solo una bicicletta!” “Che razza di uomo sei, sembri un frate francescano che chiede l’elemosina con la bisaccia, ti insegnerò io a guidare…ma di la verità ti piacciono le donne?” “Si ma con moderazione, ne posso anche fare a meno!” “Sei peggio di un anacoreta, sai almeno che vuol dire stò vocabolo?” “Si viene dal greco ‘anacoreo’ che vuol dire ritirarsi dal mondo per condurre una vita religiosa solo che io sono ateo.” “Tu sei una contraddizione continua ed io che ti sto appresso!” “Apposta mi domando…” Dafne aveva chiuso la comunicazione telefonica, ce l’aveva con se stessa, che cacchio stava combinando con tutti i giovani che la circuivano, era andata fuori di testa? Per Adone la situazione era diversa, autorizzato ad entrare in casa di Eliana si trovò ad affrontare una situazione inaspettata, appena entrato nell’ingresso fu aggredito da un gatto che fortunatamente Eliana prese in braccio e cominciò a parlargli come se fosse stata una persona: “Cara Mimma, questo è Adone il nuovo mio amico, tu lo devi rispettare e volergli bene come gliene voglio io, guardami negli occhi…” Stranamente la gatta capì la situazione ed andò a strofinarsi contro i pantaloni di Adone per poi rifugiarsi sul collo della padrona a mó di sciarpa, altra cosa strana: aveva un occhio azzurro e l’altro rosso. Quello che aveva fatto più piacere ad Adone l’affermazione di Eliana che gli voleva bene, forse poteva paragonarsi al detto ‘voce dal sen fuggita’ concetto del Metastasio. Sedettero sul divano con la gatta in mezzo il che non  impedì loro di darsi il primo bacio, profondo appassionato, dolcissimo. Furono invitati a cena da Sara che apprezzò i modi del giovane, quello che avrebbe voluto per sua figlia se fosse stata in vita! Dopo cena Adone fece cenno di andarsene ma la padrona di casa in uno slancio di cortesia: “Rimanga pure a far compagnia a Eliana, domani niente lavoro è sabato.” I due sul letto a baciarsi, la gatta pensò bene di ritirarsi sulla sua cuccia pelosa e calda, Eliana fu presa da una crisi di pianto immotivata per Adone che chiese spiegazioni: “Ho bisogno di sfogarmi, da troppo tempo mi porto appresso un fatto per me spiacevolissimo: mia madre infermiera, separata ha preso in casa un nuovo compagno, un poco di buono che già dall’inizio aveva preso circuirmi. Una notte che mia madre era di servizio, ubriacatosi venne nella mia stanza, mi riempì di botte e mi stuprò, da quel momento la mia vita è completamente cambiata. Con mia madre decidemmo di non denunziarlo, la questione sarebbe finita sui giornali e saremmo state costrette a cambiare città e così, licenziato quel delinquente mia madre ricorse a suo cugino Sindaco del paese per trovarmi un posto di lavoro nel continente, sono diplomata  geometra, a Roma sono stata  assunta da signor Vinciguerra ma la ferita m’è rimasta nel cuore e da allora ho odiato tutti gli uomini, per fortuna ho incontrato te, spero che non mi deluderai, per ora non mi sento di avere rapporti fisici.” I due quasi tutta la notte rimasero svegli abbracciati, un nuovo amore era nato, gatta consenziente! Anche per Beatrice la situazione andava alla grande,  Leone mangiava e dormiva a casa dell’amante, i figli erano d’accordo insomma tutti felici e contenti? Mica tanto: Dafne si era incasinata con Edoardo, le situazioni difficili erano per lei quelle più congeniali, sembrava ci prendesse gusto; cercò di insegnare al giovane di guidare la Mini ma spesso il cotale grattava le marce e l’auto si lamentava con stridii prolungati. “Cacchio, abbassa la frizione quando cambi marcia, non ha le marce automatiche.” “Che sono le marce automatiche?” “Lallero,  sei un brocco maledizione a me.” Dafne non chiamò più Edoardo, ne aveva piene le tasche anche se ancora in fondo al cuore…, capiva che era lei che aveva creato una situazione perlomeno strana, ne era forse innamorata? Bah. Dopo quindici  giorni una telefonata: “Sono un giovane con i capelli pieni di cenere in senso di pentimento, ci vorrebbe…” “Ci vorrebbe un buono shampoo, vai dal barbiere!” “Solo tu lo puoi togliere, sono cambiato, in  questi giorni ho capito che mi sei diventata insostituibile, sei una donna fuori del comune, ho un carattere difficile, tu  riesci a capirmi ed a sopportarmi, con te vivrei serenamente,  ho deciso: cambierò in toto, non gratterò più le marce!” “Puoi grattare tutte le marce che vuoi, mi sono scimunita, ho capito che anche tu mi sei diventato indispensabile!” ‘Mitte mihi bonum Deus’ fu il commento scaramantico di Dafne. E Leonardo ‘l’africano’? Andava alla grande, ottimo stipendio, clima sopportabile, massime comodità, femminucce anche giovanissime sempre disponibili, un Eden, Roma un lontano ricordo!
     
     

     
  • 10 giugno alle ore 21:22
    LE SORPRESE NON FINISCONO MAI.

    Come comincia: Si chiamava Solange Moreau una divina creatura venuta ad abitare a Roma all’ultimo piano di un palazzo di via Pinerolo all’angolo di via Tuscolana, lo stesso dove aveva l’appartamento Alberto Ferrari. Aveva attirato l’attenzione di tutti i maschi del palazzo e dei dintorni, una bellezza fuori del comune: oltre all’altezza superiore alla media ed al corpo longilineo da modella aveva un viso particolare: occhi grandi e verdi, naso piccolo bocca…invitante, sembrava una creatura uscita dalle mani dello scultore greco Fidia. In particolare il viso si poteva definire bellissimo ma era un diminutivo, unico lato negativo era che la signorina o signora, sempre sola, non sorrideva mai, a malapena rispondeva ai saluti di buon giorno che le rivolgevano i vicini. Alberto, più curioso di una bertuccia  aveva  seguito con la sua Cinquecento l’autobus che la conduceva all’Ambasciata francese nella capitale a piazza Farnese. Da maresciallo delle Fiamme Gialle girava per Roma in autobus senza pagare il biglietto, altre volte usava l’auto dell’amministrazione per seguire la baby, oltre che comandante di Sezione era Capo Laboratorio fotografico e così aveva modo di fotografare con speciali attrezzature le persone senza che le interessate se ne accorgessero, anche di notte usando macchine speciali. Aveva ripreso Solange  all’uscita da casa e dall’ambasciata ed al ritorno nell’abitazione, mai nessun incontro, molto strano che un tal pezzo di gnocca  non frequentasse nessuno, né maschi ne femmine nel caso avesse avuto gusti particolari. Alberto diede la stura ai tanti trucchi da lui conosciuti: una mattina all’uscita dall’ascensore della baby si fece trovare dolorante a terra toccandosi una gamba e lamentandosi per il dolore. Solange non si perse d’animo e: “Monsieur JiJi il y a un homme  blessés, venez bientôt.”nel frattempo era sparita. Gigi era il portiere che si precipitò: “Maresciallo s’è fatto molto male?” “Ma quando mai , sto benissimo, cercavo di far fermare la ragazza…manco un ferito la ferma!” Non è che in quel periodo ad Alberto mancasse la ‘materia prima’ ma quella Solange l’aveva stregato, era inavvicinabile, Al doveva dare la stura a tutte le astuzie, anche le più strane infatti, scoperto quale fosse la parete divisoria della camera da letto di Solange, pensando che la ragazza per la non frequenza alcuna fosse dovuta alla sua fede religiosa  una sera sintonizzò la stazione di ‘Radio Maria’ piena di lamentose gaiaculatorie ed alzò il volume facendo ascoltare le stesse alla vicina la quale dopo circa un quarto d’ora bussò alla parete, Alberto capì che aveva sbagliato, Solange non solo non le aveva apprezzate ma si era rotta le….Stavolta il detto ‘audaces fortuna iuvat’ non aveva funzionato, Alberto rimuginava il cervello per trovare un’altra soluzione quale: una setta satanica, un gusto particolare della ragazza in fatto di sesso, ma ormai aveva finito la scorta delle soluzioni. Hermes storico protettore di Alberto, smesso per un pó di correre dietro alle gonnelle sia divine che mortali volle dare un aiuto al suo protetto e un pomeriggio fece incontrare i due sul pianerottolo. Alberto si aspettava il solito saluto frettoloso ma: “Mi pare che lei sia un maresciallo, me l’ha detto il portiere Jiji, io amo molto le divise, che dice di conversare con me nella mia abitazione?” Alberto non credeva alle proprie orecchie, che si fosse sbagliato ma vedendo Solange con la porta del suo appartamento aperta ci si infilò. “Caro il bell’Alberto, mi permetto di darti del tu, come vedi parlo bene la tua lingua, mi sono fatte matte risate sui tuoi trucchi per avvicinarmi, hai molta fantasia e poi vedo che sei appassionato di foto, un uomo perfetto!” ”Sento una punta di ironia nella tua affermazione o mi sbaglio?” “Ti sbagli, non farci caso al nero con cui è arredato questo appartamento, ci abitava una vedova inconsolabile che ha raggiunto il marito, i nipoti me l’hanno affittata.” “Io già in poco tempo mi sono depressa, stasera se sei d’accordo andiamo a mangiare dalla sora Lella che ha un trattoria  sotto casa a meno che non preferisci un ristorante di lusso.” “Mi piacciono le cose semplici ed il mangiare casereccio, la sora Lella va bene. “ Quando Alberto con sottobraccio Solange uscì dall’ascensore i presenti, per primo Gigi rimasero a bocca aperta: “Hai capito il maresciallo, stò gran fijo de nà…”il commento del portiere. La sora Lella si presentò di persona ai due, era ancora presto per la cena e si mise a sedere al loro tavolo: “Marescià solo lei poteva annà bene per stà bellezza, auguri e….figli maschi.” “Ah Lella, lasciamo perdere i figli, sono una rottura di palle, io spero di godermi la qui presente francesina ma non me la fare ingrassare, cibi leggeri.” La serata passò con grandi risate sino alla chiusura del locale e poi ritorno al quinto piano…a casa di Solange, il giorno dopo era domenica. “Figliola hai nulla da confessarmi?” celiò Alberto che rimpianse di aver detto quella frase, Solange era diventata seria. “Scusami cara, talvolta sono… ho sbagliato a pronunziare quella frase che ti ha ferito, siediti vicino a me, mi piace molto il tuo parfum naturel, si dice così in francese?” “Di te mi è piaciuto tutto sin dalla prima volta che ti ho visto ma c’è un problema che mi porto appresso. Ero impiegata all’Ambasciata francese di Danimarca, un danese tale Hans  molto ricco e della  famiglia molto conosciuta dei Larsen voleva a tutti costi sposarmi, aveva messo di mezzo anche l’ambasciatore e persone influenti, io non intendevo farlo ed a mezzo dei miei famigliari mi son fatta trasferire a Roma. Sin da piccola non ho frequentato le scuole pubbliche sino al conseguimento del diploma di liceo classico. I miei, abbienti mi hanno fatto studiare con insegnanti privati e poi ho vinto il concorso per attaché d’ambasciata a Roma.” “Quale era ed è la situazione?” “Te lo svelerò, non vorrei  crearti  problemi, solo sempre sola e la solitudine mi pesa molto, spero che tu non sia conformista, guarda… Abbassati gli slip Solange al posto del fiorellino mostrò un pene con tanto di testicoli, non grandi ma sempre organi maschili. Alberto cercò di fare l’indifferente poi: “Al giorno d’oggi non è più un problema tranne che per i paesi mussulmani che sono rimasti al medio evo, tu per me sarai sempre una persona adorabile.” Solange aveva trovato finalmente un uomo di suo gusto e soprattutto anticonformista, abbracciò Alberto e si sciolse in un fiume si lacrime liberatorie.  “Se hai finito  di  pleurer vorrei farti qualche domanda, se non ti dà fastidio aprirti con me, in campo sessuale come sei combinata?” “Mai conosciuto un uomo o una donna.” “Cara vorrei che mi baciassi il mio coso che confidenzialmente chiamo ‘ciccio’ ma devi sapere che è uno zozzone ed ha il vizio di…sputare, non vorrei che ti facesse schifo.” “Anche se non ho praticato il sesso sono bene informata, da te accetto tutto.” Ed infatti Solange ingoiò tante vitamine e: ”Sei un fiume, stasera salterò la cena, devo dirti che aveva un buon sapore, ho una sola paura…attaccarmi  a te, per me sarebbe una tragedia se tu mi abbandonassi…” “Non farai la fine di Didone, io non sono Ulisse che ha una moglie che lo aspetta, nei prossimi giorni  cercherò di assaggiare il tuo favoloso popò con molta delicatezza …” Alberto andò in farmacia dall’amico Nino e chiese la pomata lubrificante, non l’avesse mai fatto: “Hai incontrato una vergine ma ce ne sono ancora in giro?” “La tua è tutta invidia, tu ti devi contentare di mangiare in famiglia o delle solite baldracche!” la risposta di Alberto era stata acida, rientrò in casa con in mano un tubetto dal nome significativo SWITE LOVE, sembrava un tedoforo, Solange capì e baciò Alberto, il tutto rimandato a sabato sera giorno dell’onomastico dell’eletta (significato del suo nome). La ragazza sul letto si mise di fianco, il suo buchino fu abbondantemente lubrificato,  ci volle del tempo sino alla ‘vittoria finale’ seguita da un masturbazione con le dita di Alberto sul  membro di lei in erezione. Solange ebbe  un orgasmo fortissimo, profondo, inarrestabile sin quando si rilassò  sul letto priva di forze. Dormì sino a sera, uscita dal ‘letargo’ sembrava un’altra: più donna, più distesa, consapevole della propria sessualità prorompente, innamoratissima di Alberto che baciò a lungo ma poi gli stimoli della fame ebbero il sopravvento. La mattina successiva: “Caro che ne dici di andare a conoscere i miei genitori in Francia, ho parlato loro di te, sarebbero felici di averti come loro ospite.” Un viaggio è sempre gradito, Alberto era arretrato in quanto a ferie e gli furono concessi trenta giorni di libertà. Aeroporto di Roma Fiumicino,  aeroporto di Parigi Orly, poco più di due ore. Taxi velocissimo, l’autista sembrava un corridore di Formula Uno, in  poco tempo giunsero in Avenue Montaigne,  zona bene della città, la mancia fu adeguata. Suonato il campanello apparvero Michel padre e Monique madre sui quali si avventò si avventò Solange con un forte abbraccio, Alberto diede la mano a Michele ma, impressionato dalla bellezza materna l’abbracciò calorosamente ed a lungo, Monique, era ‘spiccicata’ alla figlia con qualche piccola ruga, bellissima. “L’immaginavo che facevi il porco con mia madre, stalle alla larga.” I due genitori non capirono il suo atteggiamento ma in quel momento di felicità non ci fecero caso. A tavola al brindisi con champagne Don Perignon Alberto volle incrociare le braccia col la suocera e ci scappò anche un abbraccio non apprezzato dalla figlia la quale con faccia scura: “Penso che presto assaggerai le mi unghie lunghe e appuntite.” Alla richiesta di spiegazioni dei due coniugi Solange: “Mon fiancè est un cochon!” Michel e Monique la presero a ridere, sua figlia era stata sempre una impulsiva. La notte successiva Alberto fece un altro scherzo alla fidanzata, verso le due si rifugiò nel bagno, Solange allungando la mano e non trovandolo nel letto partì lancia in resta nella camera degli ospiti che trovò vuota, i suoi genitori stavano dormendo tranquillamente nella camera matrimoniale, Alberto in bagno. “Cara non sto bene di stomaco, deve essere stato quel ‘fois gras’!” “Tu mi prendi per il culo!” “Magari domani sera, stanotte proprio non me la sento!” Il round era stato a favore di Alberto. Un fatto nuovo: Gabrielle la vecchia duchessa di Polignac,  madre di Monique tramite la governante Anne aveva fatto sapere che avrebbe voluto rivedere la nipote prediletta  prima di chiudere gli occhi per sempre. Non aveva mai accettato il matrimonio di sua figlia con una semplice impiegato dello Stato ma aveva un amore sviscerato per  la nipote Solange. Quando la ragazza giunse al castello in compagnia di Alberto con la DS 21 del padre, la vecchia duchessa ebbe una crisi ma si riebbe ben presto, era di una fibra ed una volontà fortissime. Abbracciò la ragazza, non le chiese nulla della sua vita, le bastava la sua presenza poi pregò la governante di andare a prendere un braccialetto d’oro con brillanti nel porta gioie, lo donò alla nipote, oltre all’affettuosità quel braccialetto aveva un valore notevole, alla morte della vecchia Solange sarebbe diventata una ricca ereditiera ma questo non la consolava,  qualcosa  le rodeva dentro, un disagio che non sapeva definire. Dopo quindici giorni i funerali della duchessa in gran pompa; passaggio da un notaio per recuperare il testamento, ci vollero molti giorni prima del rientro di Solange a Parigi. Durante quel lasso di tempo molti avvenimenti in casa Moreau. Michel di venticinque anni più anziano della moglie, ormai abbassata la bandiera sessuale, accettava che Monique ‘frequentasse’ un certo Alain  Rossi di chiara origine italiana per motivi sessuali, il cotale era un torello senza personalità, quello che voleva Monique era solo divertirsi sessualmente col pieno consenso del marito. In quel periodo però la signora era attratta da un altro maschietto, Alberto subito dopo il funerale della duchessa era rientrato da solo a Parigi, non gli  parve vero passare tutte le notti con la padrona di casa, fuochi d’artificio che però portarono il maresciallo ad un dimagrimento evidente, due giorni prima del ritorno della fidanzata pensò bene di rimettersi almeno in parte in forma, era molto  deperito. Anche Solange non era in forma, malgrado la notevole eredità era scontenta di se stessa, chiese ad Alberto di ritornare subito a Roma, viaggio di ritorno Parigi Orly – Roma Fiumicino. Coro di benvenuto  da parte di Gigi e degli altri inquilini ma restava il problema di Solange ogni giorno più rabbuiata. Alberto durante una verifica fiscale aveva conosciuto uno psicoterapeuta, Andrea Fiumicello  con quale aveva stretto amicizia. “Andrea sono Alberto, ho un caso da sottoporre alla tua attenzione, quando posso venire nel tuo studio?” “Facciamo sabato mattina, non ho appuntamenti.” “Mio caro, quello che sto per rivelarti riguarda me ed una persona con cui convivo…” Alberto non omise nulla sui suoi rapporti con Solange, Andrea rimase un po’ in silenzio e poi: “Non penso di sbagliarmi, è una questione complessa e delicata a cui tu forse non hai pensato, Solange non è solo donna ma ha anche una ha una parte di sesso maschile, è quella che lei vuole esercitare, non so se preferisca una donna, un transessuale o un uomo con cui fare sesso, quello lo devi scoprire tu, fammi sapere, anche per me è un caso nuovo.” Dopo il pranzo Alberto invitò Solange a sedere sul divano e la mise al corrente di quanto appreso dallo psicoterapeuta. La ragazza rimase pensierosa e perplessa, non si aspettava neppure lei quella diagnosi poi, pensandoci bene ed analizzando i suoi desideri capì la verità di quella teoria, il problema era come metterla in pratica. Alberto non se la sentiva di fare da partner e si dichiarò subito indisponibile all’esperimento ed allora…far amicizia con un trans ma dove incontralo?  Alberto si informò da un amico della Polizia Municipale e seppe che al IX Municipio c’era una zona dove molto raramente la Polizia si recava per far retate di prostitute e di trans, sarebbe stato spiacevole  incappare in una retata e dover dichiarare l’appartenenza alla Guardia di Finanza. Una sera in compagnia di una Solange eccitata, con la sua Jaguar X Type (nuovo acquisto) si recò sul posto e dopo un po’ di girare trovò una signorina che sembrava un trans, anche dalla, voce: “Caro io costo moltissimo…” “E a me piace spendere molto, come anticipo ti vanno bene duecento Euro.” La ragazza non se lo fece ripetere due volte, intascato il denaro si accomodò nel sedile posteriore. “Premesso che siamo persone serie e che da noi non devi aspettarti problemi di nessun genere ti propongo di venire a casa nostra, io sono Alberto questa è la mia fidanzata Solange.” ”Sono Sonia Cherubini, il mio vero nome, mi ispirate fiducia, spero che sia vero quello che avete affermato, c’è sempre la paura di incontrare dei pazzoidi o peggio dei sadici.” “Che bella casa, ci starei tutta la vita.” “Andiamo ai patti: Solange è un trans come te, vuole avere  dei rapporti sessuali ma prima vogliamo avere la certezza che tu non abbia malattie, dove abiti?” “Al Tufello ma se potessi cambiare casa…” “Affare fatto, se vuoi puoi farti a una doccia e poi  andare nella camera degli ospiti dove passerai la notte.” Sonia uscì dalla doccia nuda, un bellissimo corpo in quanto a tette e popò  come pure un uccellone ‘ben dur’, Solange apprezzò, le due si baciarono in bocca.  Alberto  aveva conosciuto un medico generico anche direttore di un Laboratorio di Analisi Cliniche il cui titolare Umberto Alibrandi aveva avuto molti problemi in quanto a contabilità, problemi in parte risolti da Alberto. “Dottore Sono Alberto Ferrari, le invio un trans che vorrei lei controllasse dal punto di vista medico nel senso di eventuali malattie…” “Maresciallo a disposizione, fra tre giorni avrà l’esito.” Nel frattempo Sonia e Solange uscivano insieme prima dal parrucchiere e poi a fare spese, erano come due parenti che si erano ritrovate, nessuno del palazzo aveva commentato quella amicizia. Alberto, da cavaliere, cedette il letto matrimoniale alle due signore per la prima notte di nozze, in seguito si formò un terzetto ben affiatato, viva l’anticonformismo! In ogni storia c’è sempre una sorpresa: a  Parigi Monique dopo trenta giorni dall’ultima mestruazione andò dl ginecologo per un controllo: era incinta! Grande gioia da parte del marito e dei suoi colleghi: “Vedi il  vecchio Michel si dà ancora da fare!” La notizia non fu comunicata subito né ad Alberto nè a Solange, avrebbe cambiato in pejus i loro rapporti. Nacque   Robert, questo il nome del bambino per ricordare in parte suo padre di cui era la copia perfetta, rimase un segreto tra Michel e Monique.

     
  • 07 giugno alle ore 9:38
    UN AMORE IMPOSSIBILE

    Come comincia: “Signori miei l’ultima sicuramente non la conoscete:  un suora ritornando al convento con la sua auto buca una ruota. Solamente un po’ arrabbiata (le suore non si incazzano mai) scese dalla macchina per fare l’autostop. Dopo un po’ si ferma un camionista  che la invita a salire. “Grazie io sono suor Gervasa e lei invece chi è?”chiede la suora. “Mi chiamo come quella cosa che le piace tanto tenere fra le mani.” La suora arrossendo risponde: “Lei si chiama ca…?” “Ma cosa dice,  il mio nome è Rosario!” Non v’è piaciuta allora vi mollo l’ultima, è brevissima: che differenza c’è tra gli occhi ed il sedere? Nessun, tutti i due sono lo specchio dell’anima!” Alberto Bisori veniva considerato in famiglia un simpaticone ma anche un  rompiscatole irriguardoso soprattutto verso i religiosi. Col papà Armando e la madre Domenica Raffaelli abitavano a Roma in una grande casa in via Aosta, l’unico inconveniente  erano  due tram si incrociavano li vicino producendo un rumore infernale, specialmente di notte. Ospiti di casa erano quattro sorelle di Armando, zitelle per fortuna impiegate come insegnanti in una scuola di monache, almeno di giorno di levavano dalle balle e portavano  a casa qualche soldino. Il portiere del palazzo era il classico romano dè Roma, Romoletto sposato con una brutta che dico brutta,  laida ma piena di quattrini. Ogni tanto  per dovere coniugale se la scopava,  era nata una bambina che sembrava la figlia di Fantozzi. Altra novità del palazzo: Alberto diciannovenne, frequentava, da ripetente, la terza classe del liceo classico presso l’istituto San Domenico condotto da preti. Ultimamente dalla Francia erano giunti due  nuovi sacerdoti cui era stato dato il compito di insegnare lingue, oltre alla loro parlavano pure spagnolo e inglese, i loro nomi: Don Bernardo e Don Agapito, erano cugini. C‘era qualcosa di sospetto nel loro trasferimento a Roma, una specie di ostracismo per qualche fatto negativo  loro attribuito. Alberto se ne fregò delle chiacchiere e prese ad avere confidenza con i due sacerdoti che erano dotati come Alberto di uno spirito umoristico. Il giovane li invitò a casa sua, tutte le donne della famiglia furono felici, finalmente il signorino frequentava una buona compagnia ma le situazione era un po’ diversa da quella pensata dalle zitelle: dopo pranzato i due preti si appartarono nel salone con Alberto e raccontarono la loro storia ovvero la loro disavventura. In costa azzurra,  in un Monastro  fungevano da confessori delle monache di  una vicina comunità molto particolare ‘Le suore del ‘Divino amore’. Le cotali non erano le solite che passavano il tempo a recitare giaculatorie ma si davano da fare producendo cioccolato, caramelle, mandorle, ottimi vini, formaggi, noci, paté, salumi tutti prodotti che si potevano ben denominare un ‘Ben di Dio’ anche perché provenienti d mani sante! Don Bernardo e Don Agapito malgrado la  giovane età erano stati nominati loro confessori ma che peccati potevano compiere delle monache impiegate nel lavoro dalla mattina alla sera? Allora ci pensarono i due giovani preti che convinsero le più giovani sorelle a provare le delizie terrene e non solo quelle della gola ma…non si erano accorti che la vecchia Badessa era dell’altra sponda e gelosa delle sue ‘gallinelle’ e così, informato il Vescovo i due furono trasferiti illiche et immediate nella capitale romana con tanto di lettera di presentazione al superiore del Convento della capitale dove erano stati esiliati. I due per la loro conoscenza delle lingue pensarono di spogliarsi degli abiti talari e di cercare un posto di insegnante o di  interprete in qualche istituzione romana. In un periodo di profonda crisi occupazionale di posti liberi non ce n’erano proprio ed allora furono costretti a tenersi la tonaca e ad insegnare nell’istituto religioso. Alberto rimase sorpreso nell’apprendere quella storia, i due si erano confidati con lui, ritenne di dover far qualcosa per aiutarli soprattutto nel campo delle femminucce. A quel tempo erano ancora aperte le ‘Case di Tolleranza’ o ‘Casini’ che dir si voglia, la Merlin non era ancora riuscita a scassare i zebedei ai maschietti italiani ed allora Alberto: “Penso ad una soluzione per voi, sono amico del portiere Romoletto, venendo qui potreste portarvi dei vestiti borghesi, cambiarvi a casa sua ed insieme potremmo andare in via Cimarra, in via degli Avignonesi o a Piazza di Spagna, a secondo le vostre possibilità finanziarie dove trovare gentili ‘signorine’ disponibili, che ne dite?” I due dapprima rimasero senza parole poi abbracciarono Alberto: “Sei un angelo venuto dal cielo, non sapevamo proprio come risolvere quel problema, per il denaro non c’è problema ci sovvenzionano i nostri parenti.” Romoletto dietro una sostanziosa mancia fu d’accordo e la domenica successiva i due si presentarono. Don Bernardo da giovane si chiamava George,  Don Agapito Jean. Scelsero il più casino più costoso in via degli Avignonesi vicino a piazza Barberini e vi giunsero in taxi alle sedici orario di apertura della ‘casa’. Le signorine erano veramente belle, di varie nazionalità ed i due presero a parlare nella lingua delle interessate piacevolmente sorprese di potersi intrattenersi non in italiano lingua che conoscevano poco. Dopo più di un’ora i due quasi simultaneamente scesero in compagnia di due signorine una francese e l’altra spagnola, Alberto era nella sala d’aspetto da tempo, lui per motivi finanziari si era potuto permettere una sola ‘marchetta’. Ritornando a casa Alberto chiese ai due il motivo per cui avevano abbracciato l’abito talare dato che non avevano problemi finanziari. Quella scelta era stata loro imposta da uno zio prete , ricchissimo che aveva preteso di vedere i nipoti vestiti da ‘bagarozzi’ come si dice in dialetto romanesco. Quell’anno Alberto ottenne  la licenza liceale con voti alti, di colpo era diventato un’arca di scienza? Quando mai, aveva sostenuto gli esami presso il collegio dove insegnavano don Bernardo e don Agapito! I due preti, abituati ad una vita libera e piena di soddisfazioni in molti campi, mal sopportavano quella che erano costretti a condurre, fu Alberto che aprì loro ‘il cervello’ e la strada. “Avete uno zio prete ricco in Francia, chiamate un architetto qui a Roma e fategli progettare un costoso ampliamento della chiesa della vostra scuola, è l’unico modo per spillargli i soldi e poi con quel denaro ho una certa idea… Alberto aveva messo in curiosità i due sacerdoti che tanto insisterono sinché: “Premesso che per realizzare il progetto che ho in  mente ci vuole un bel po’ di denaro, si tratta di costruire  un grande ed elegante complesso turistico con ogni genere di servizi: un Resort. il nome viene  dalla vostra lingua che vuol dire uscire fuori e si riferisce alla necessità di trovare un rifugio di lusso ricco di piaceri e di confort. Conosco un architetto amico di papà, è un simpatico puttaniere, Andrea Guerrini, gli racconterò tutta la vostra storia. Monsignor Jean de Fleuroi abboccò all’amo e cominciò a scucire del denaro man mano che gli venivano presentati i falsi piani di ampliamento della Chiesa poi un colpo di fortuna: il prelato passò a miglior vita e lasciò ai due eredi un patrimonio che nemmeno gli interessati sapevano di tal portata! Per ricompensa i due chiesero ai parenti di far celebrare  in loro nome una messa di suffragio, se la meritava! Bruciato il progetto di ampliamento della Chiesa  l’architetto si buttò anima e corpo nell’elaborare il Resort, mai gli era capitato un tal progetto e ne era entusiasta. Ogni tanto orgogliosamente mostrava lo stato dell’avanzamento dei lavori aiutandosi anche con qualche rivista del settore.  Nel cartello che obbligatoriamente era stato istallato all’ingresso del terreno figurava solo il nome del progettista, la gente si domandava chi potesse essere  il magnate che poteva permettersi di addossarsi tante spese,  dopo sei mesi il risultato fu grandioso: all’esterno un giardino all’inglese interrotto da alberi di alto fusto, e fontana col classico ‘enfant qui pisse’, una piscina esterna di dodici metri, altra simile interna riscaldata per i mesi invernali. Al pian terreno la cucina, una spaziosa sala da pranzo, un salotto, una sala con televisore gigante adibita anche al ballo con tanto di lettore CD, di seguito un grande ambiente dedicato ai giochi: trente et quarante, baccarat, blackjack, chemin de fer e, principalmente per le signore ramino e scala 40. In fondo una stanza isolata con al centro un tavolino molto particolare: il croupier con una chiavetta riusciva a farlo ribaltare in altre due metà e così scomparivano all’interno del tavolo tutte le carte da poker e soprattutto i quattrini che erano sul tavolo sostituiti da   un innocuo gioco di ‘ciapa no!’ Tutto questo a beneficio di eventuali appartenenti alle forze dell’ordine che avessero messo il naso in quell’ambiente. Tutti gli invitati erano muniti di tessera individuale di socio che costava un ‘occhio della testa’.  Le varie licenze della Prefettura e della Questura erano in ordine Alberto, George e Jean, questi due ormai ex preti si sentivano al sicuro, tutto in regola. La fama del locale si era sparsa sia in Sicilia che nella vicina Calabria e la clientela aumentava  soprattutto il sabato e la domenica. Qualcuno che era uscito dal locale ‘pulito’, nel senso che aveva perso tutto il capitale presentò denunzia ai Carabinieri sicuro che questi avrebbero conseguito un grosso risultato di servizio. I Martelloni si precipitarono in massa nel locale ma, dopo un’attenta perquisizione ed il controllo delle licenze se ne andarono con le ‘pive nel sacco’ seguiti dallo sfottò di Alberto: “Signori quando volete ritornare per giocare sarete i benvenuti!” Altra furbizia dei tre: posteggiare le auto dei clienti dietro l’isolato in modo che da fuori non si vedessero le targhe delle macchine dei giocatori. Andrea Guerrini, l’architetto fece ai tre una proposta particolare: io vengo a giocare, se vinco mi tengo la vincita, se perdo mi ridate il mio denaro, furbacchione il cotale. Fu accontentato, il prezzo per il suo lavoro era stato molto alto. Altro particolare, al bar due bariste venute apposta dalla Francia: Isabelle e Colette, ambedue longilinee, brune, sempre sorridenti, ben fornite fisicamente, dopo le tre di mattina erano disponibili nelle loro camerette per clienti maschi e, talvolta anche femmine, erano ambedue registrate come bariste residenti a Roma e quindi non potevano essere accusate di prostituzione. George e Jean si accontentavano dell’amicizia’ delle due francesi mentre Alberto sentiva bisogno di aver una ragazza tutta per sé non facile da trovare in quell’ambiente ed allora il nostro prode di rivolse al suo protettore Hermes che promise di provvedere in tal senso. Cliente abituale era Vanessa Carotti una signora alta, robusta, allegra, chiassosa, estroversa, attirava l’attenzione un po’ di tutti, dietro  lei come un’ombra una ragazza silenziosa, vestita con sobria eleganza, non sorrideva alle battute di quella che poi si seppe era sua madre, si limitava a seguirla silenziosamente negli spostamenti fra i vari tavoli da gioco. Alberto dinanzi allo specchio si sistemò i capelli, si mise una cravatta non sgargiante e con un sorriso stampat sul viso si avvicinò alla ragazza: “Signorina scusi l’intrusione, sono uno dei padroni del locale,  vedo che si annoia e non partecipa a nessun  gioco, che ne dice di recarci nella vicina sala per ascoltare un po’ di musica di suo gusto, ne abbiamo di tutti i tipi da Frank Sinatra sino agli scatenati Death con Magnetic Metal?” Sono Alice Giorgianni, preferirei andare in giardino e assaporare l piacere del silenzio e il canto degli uccellini se ci sono.” “È fortunata, il progettista ha lasciato sotto il tetto uno spazio dove fanno il nido gli uccelli della zona, è un piacere ascoltarli.” Furono accontentati, di lì a poco un concerto di passerotti fece diventare l’atmosfera più romantica. Alberto guardava negli occhi Alice, voleva dirle che aveva due stelle al loro posto  ma sarebbe stata un frase troppo sdolcinata ed allora il discorso virò verso la statua che stava dietro le loro spalle: “Non penso sia di buon gusto, chi l’ha progettata?” “È stato il nostro architetto, l’ha copiata da una statuina che sta nel Belgio, l’idea è tratta da un episodio veramente accaduto: una notte un bambino uscì di casa per fare la pipì e così spense una miccia che stava per dar fuoco a della dinamite che avrebbe distrutto Bruxelles, a casa sua è considerato un eroe:” “Ci sarebbero tante cose che vorrei dirti ma potrebbero sembrati banali e quindi mi limito ad ammirarti …non è che gradiresti una poesia in francese?” “Questa si che è bella, mai nessuno mi ha fatto la corte facendomi una simile proposta.” “A me tempo addietro ha funzionato…” “Una dama è caduta ai tuoi piedi con una poesia di Lamartine?” Alberto rimase basito e poi si mise a ridere. “Penso tu sia una maga, hai letto nel mio pensiero, è vero, ho recitato ‘Le lac’, il lago Lemano dove due amanti, ambedue sposati si incontravano ogni anno per raccontarsi le proprie vicissitudini…” “Va bene bell’Alberto comincia tu parlandomi di te.” “Niente di particolare, brevi flirt con qualche compagna di scuola ma null’altro, sono arrivato a ventuno anni senza legami anche se mia madre mi chiede in continuazione quando diventerà nonna!” “Mi piace essere sincera, tu hai l’aria del giuggiolone che vuole godersi la vita senza impegni, tornare a casa, trovare pronto da mangiare, biancheria lavata e stirata e letto fatto, che ne dici di stá fotografia.” Alberto svicolò, mai nessuna come Vanessa era riuscita a fargli una ‘foto’ così vicina alla realtà. “Io sono un bravo fotografo, ho una Topcon Re 2 giapponese con due obiettivi, in casa ho messo su una camera oscura e stampo da me le foto in bianco e nero, cerco modelle disponibili, foto molto richieste da riviste di moda.” “Ricominci a fare il furbacchione, a te interessano altre foto, quelle da pubblicare su riviste per soli uomini…” “Hai suscitato in me un interesse particolare, non si incontrano spesso ragazze come te ‘callide, belle ed intelligenti ma anche, se permetti antipatiche!” “Avrai notato la differenza fisica fra me e mia madre, io assomiglio a mio padre Gustavo detto Guy, notaio conosciuto, longilineo, serio, mai una battuta fuori luogo al contrario di mi madre caciarona. Si sono conosciuti quando mio padre era all’Università e mia madre era con lui ad una festa da ballo in casa di amici. Fuori del normale era che mio padre bevesse alcolici, quella volta lo fece e…nacqui io, questa è la mia storia.” Mi vien da dire una parola volgare…” “La puoi dire: una minchiata, non mi offendo, anche se mia madre è molto differente da me le sono attaccata, talvolta è come una adolescente ed ha bisogno di essere controllata te ne accorgi nella sala da gioco.” “Tu mi hai inquadrato, dopo la licenza liceale non ho più studiato, sono il classico vitellone come da analogo film, è la mia natura.” “Se ti va vieni domenica a mangiare a casa mia in via Antonelli 5 ai Parioli.” “Alberto non se lo fece dire due volte, acquistò un completo grigio ultima moda, barba e capelli dal barbiere e poi alle dodici suonò il campanello di casa Carotti. Alice lo aveva visto dalla finestra, gli aprì il portone, abitava al piano attico.” Un mazzo di rose gialle pallido per la signora, per la verità erano più indirizzate ad Alice, come significato avevano quello di ‘incertezza in amore’. Guy si presentò in  giacca da camera, un breve saluto senza commenti sul nuovo arrivato. Pranzo servito da un cameriere, alla fine passaggio sul terrazzo dove il padrone di casa esibì una pipa marca Baldo Baldi costosissima. Guy era appassionato di Formula Uno come Alberto e quella fu lungo argomento di conversazione, le due signore su un divano  vicino a loro. Alice accompagnò Alberto sotto il portone e rimase sin quando sparì con la sua Jaguar X Type, i due nel frattempo avevano preso appuntamento per la domenica successiva sotto casa di Alberto per recarsi in una villetta sulla via Appia di proprietà della famiglia. Alle dieci precise una Mini Cooper verde  posteggiò sotto casa di Alberto, la signorina amava la velocità e lo dimostrò durante il viaggio con tanto di tacco- punta.  La villetta a due piani era deliziosamente arredata,  si vedeva la mano  di uno stilista di grido. Pranzo freddo portato da Alice, Alberto: “Come faremo quando saremo sposati?” Battuta infelice, Alice non solo non aveva riso ma si era rabbuiata…Il pomeriggio Alice abbracciò a baciò Alberto in bocca, lo condusse con sé in camera e, andata nel bagno ne uscì completamente denudata, uno spettacolo molto gradito da ‘ciccio’ che innalzò al massimo la cresta. Alice lì per lì rimase perplessa, nei precedenti incontri sessuali evidentemente aveva conosciuto ‘piselli’ ben più piccoli, si limitò a dire: “Sii molto delicato.” Fu un pomeriggio indimenticabile, Alice dimostrò di amare molto il sesso ed ebbe  orgasmi multipli sino a quando alzò bandiera bianca.”Durante il viaggio di ritorno: “Caro il mio Alberto, come amante sei favoloso, non ho mai conosciuto nessuno bravo come te in questo campo ma…” “Quel ma mi preoccupa!” “Debbo dirti che potrei con te avere una relazione fissa solo qualora ti laureassi, mio padre non ti accetterebbe come sei ed io…”  ”Fine di una storia appena cominciata o meglio nemmeno cominciata, le foto che ti ho scattato le darò a tua madre, penso che tu non verrai più al nostro Resort…” Il ricordo di quella donna unica rimase nel cervello e nel cuore di Alberto che cercò invano di trovarne una simile, rimase sempre scapolo irato a’ patrii numi…
     
     

     
  • 30 maggio alle ore 10:30
    L'AFFASCINANTE ELEONORA

    Come comincia: Alberto, da quando una signora era venuta ad abitare nel suo palazzo ne era rimasto affascinato in modo assolutamente fuori del normale. Ventiseienne, appena laureato in psicologia con studio a pian terreno della sua abitazione cercava di analizzare se stesso, cosa non prevista dai testi della sua materia ma non aveva alcuna voglia di confidare i suoi problemi intimi ad un collega. Per lui  sin da giovanissimo il sesso non era stato mai un problema: di bell’aspetto, palestrato, sempre allegro e sorridente (anche perché era ricco di famiglia) spesso veniva ‘avvicinato’ soprattutto da signore non più giovanissime  scontente delle prestazioni sessuali dei legittimi consorti. Le sue coetanee erano in ‘seconda linea’ in quanto la loro precipua aspirazione era quella di formarsi una famiglia con tanti baby, situazione da lui aborrita, niente legami fissi. Eleonora Messineo, questo il suo nome, quarantenne, divorziata senza prole insegnava lingue al liceo classico Maurolico in Corso Cavour a Messina piuttosto vicino alla loro abitazione in via della Zecca. Per sua abitudine Alberto, allorché sorgeva per lui un problema lo riportava su un foglio di carta cercandone le cause e progettando le soluzioni. Stavolta questo sistema aveva portato l’interessato a conclusioni fuori del normale, si stava incazzando con se stesso. Talvolta incontrava  Eleonora all’ingresso o sulle scale,  un semplice saluto senza attaccar bottone, non era da lui  ma una volta fu la dama: “Mi pare che lei si chiami Alberto Massaccesi, abita al piano sopra il mio, mi sono accorta che ogni volta che mi incontra mi saluta a malapena, ho io qualcosa che non va o lei non ama …i fiorellini’” “Punto sull’orgoglio di maschio: “Gentile signora, immodestamente e per dirla  alla francese, lei mi capirà perché insegna lingue, sono stato e penso di essere ancora un tombeur de femmes!” “Caro il mio tombeur allora sono io che ho qualcosa che non va, non vorrei che mi venissero dei complessi che non mai avuto in questo campo…” “Se ha del tempo vorrei avere un colloquio con lei, di fronte c’è un bar, la bella giornata ci permette di stare fuori.  Dalla targa apposta fuori del mio studio avrà compreso che sono uno psicologo. Recentemente mi è accaduto di qualcosa di anomalo, nel cervello umano c’è un’area che si attiva in risposta a stimoli estetici: una musica gradevole, un paesaggio che incanta, un effluvio particolarmente piacevole, lei lo emana in maniera notevole, è penetrato nel mio cervello e la sua immagine nel mio cuore. Per natura sono estremamente razionale, la situazione non mi piace,  propendo per  una cotta da adolescente qual io non sono più, mi piace essere padrone di me stesso e dei miei sentimenti.” “Le propongo qualcosa di inusuale: andiamo in riva al mare, camminiamo sulla battigia a piedi scalzi tenendoci per mano, penso questa situazione possa potenziare l’empatia fra di noi e regalarci piacere.” I due con la Fiat 124 Abarth spider di Alberto goderono dell’aria che gli scompigliava i loro capelli sino all’arrivo sulla spiaggia di via Marina a Torre Faro, il mare era una tavola, distensivo. Alberto ed Eleonora si trovarono abbracciati e poi si baciarono a lungo, il profumo della donna era sempre più penetrante, profumo di una donna appassionata, piena di amore. Finalmente Alberto si rilassò, si sedettero sulla sabbia, dei pescatori passarono alle loro spalle, erano anziani e portavano a fatica le reti ed il pescato. “Cara questo è quello che mi preoccupa, la vecchiaia, è prematuro pensarci alla mia età ma ricordando mio nonno con l’Alzheimer…” Scaccia i cattivi pensieri, ritorniamo  casa, sono brava in culinaria.” “Si l’avevo notato hai un bel popò!” “E tu sei uno zozzone…a me piacciono gli zozzoni!” Dopo un pranzo che ebbe le lodi di Alberto, i due si sedettero sul divano ed Eleonora all’improvviso abbracciò forte il suo compagno e: “Di solito sono molto riservata, ma con te…d’altronde sei uno psicologo, ti voglio raccontare la mia storia pregressa, niente di piacevole.  I miei sono originari di Grotte di Castro un paesino in provincia di Viterbo, mio padre esercitava la professione di fattore ossia controllava l’operato dei contadini di un signore ricchissimo. Tutto bene sin quando il mio genitore si ammalò, non poteva più lavorare, il suo posto venne preso da un suo collega. Naturalmente niente stipendio per mia madre, io frequentavo il terzo liceo classico a Viterbo, feci appena in tempo a diplomarmi che fui costretta per mandare avanti la famiglia (mia madre era casalinga) ad impiegarmi in uno studio notarile, lo stipendio non era sufficiente per il menage familiare e così  presi una decisione che mi cambiò la vita. Il figlio del proprietario terriero di cui in passato mio padre era impiegato come fattore, (non voglio nemmeno nominare quel cotale), mi faceva una corte serrata, non mi piaceva ma dietro insistenze di mia madre lo sposai. La nostra situazione finanziaria era notevolmente migliorata, abitavamo a Roma, mi sono iscritta all’Università in lingue. Sessualmente mio marito era poco dotato, avevamo rapporti saltuari senza nessuna soddisfazione da parte mia ma ero costretta a sopportare la situazione. Riuscii a laurearmi, ben poche persone alla cerimonia solo il futuro marito ed i colleghi di corso ma ebbi la fortuna di essere assunta al Maurolico. Tutto cambiò quando dovetti recarmi a Grotte di Castro, mio padre era deceduto e mia madre ricoverata in ospedale. Il giorno successivo fu dimessa, le trovai una badante e rientrai a casa nostra a Roma senza avvisare mio marito, male me ne incolse: aprendo la porta della camera da letto uno spettacolo  orripilante: mio marito legato ad una sedia con catene e tre uomini con la testa coperta con un casco di cuoio che lo frustavano a sangue, mio marito un masochista in mano a tre sadici! Mi rifugiai nella camera degli ospiti, dire che ero frastornata era un eufemismo, mi buttai sul letto senza poter dormire, la mattina mio marito era sparito da casa.  Il pomeriggio mi contattò telefonicamente un avvocato delegato dal consorte, venne a casa mia e mi offrì una somma irrisoria per il divorzio consenziente senza addebito. Gli risi in faccia, capii che avevo tutte le carte in mano mia, uno scandalo non era quello  che lui voleva, chiesi metà delle proprietà della famiglia, ci accordammo per un terzo, da quel momento sono venuta ad abitare nel tuo palazzo ed avere la sfortuna di incontrarti.” “A parte il fatto che mi hai abbordato tu…” “Ovviamente scherzavo, all’inizio di un legame, soprattutto con la mia esperienza ci sono  delle perplessità se sia una decisione giusta quella di mettersi insieme con un uomo, non sono ancora decisa…” “Pensaci poco perché in giro ci sono tante tue  concorrenti!” Sul letto grandi baci ed effusioni varie,. “Ti ho detto che hai un bel culo, scusa la volgarità!” ”Si ma da quelle parti non c’è mai entrato nessuno e, sinceramente non sono molto entusiasta di…” “Ti chiederò solo una volta un’informazione personale: sessualmente che facevi con tuo marito?” “Era molto sbrigativo con la gatta, ad entrare nel popò ci ha provato una volta, mi ha fatto un male tremendo, non ha combinato nulla e non ci ha più riprovato.” “Allora sarò il primo!” “Te le puoi dimenticare!” Alberto preferì non insistere, pensò che col tempo la baby avrebbe ceduto, intanto si diede ad un cunnilingus delicato, ci volle del tempo ma quando fece effetto portò la signora ad un orgasmo fortissimo e molto prolungato, forse in vita sua non l’aveva mai provato. Alberto insistette e questa vota l’effetto fu maggiore, Eleonora sussultava con tutto il corpo, Alberto pensò che si sentisse male e smise. Ele si addormentò, il sonno non del giusto ma della spossata, la conquista era fatta! Il giorno successivo era domenica, nessun impegno da parte dei due e così Alberto lasciò riposare la sua ‘fidanzata’ sino a mezzanotte quando si svegliò. Durante il sonno Ele parlava, si agitava talvolta tremava, quando aprì gli occhi, una volta compresa  la situazione,  abbracciò  Alberto: “Sei un mascalzone, mi hai distrutta, in vita mia…” Era piacevole quell’abbraccio, l’abbraccio di una donna favolosa e sicuramente innamorata,  Alberto capì di aver finalmente trovato la compagna della sua vita. Alle dieci un vassoio con una colazione completa, Eleonora aprì gli occhi, se li strofinò: “Mi farai ingrassare!” ma non diede seguito alla sua affermazione e fece piazza pulita di tutto. “Che ne dice di alzare il tuo delizioso popò e di andare a fare la doccia!” “Quello non lo nominare, non te lo do!” Alberto in farmacia aveva acquistato un tubetto di Proctolyn adatto allo scopo, ci sperava tanto…” La vita dei due era cambiata totalmente; dopo il lavoro grandi passeggiate, talvolta in pizzeria o al ristorante, qualche film, insomma due novelli sposi che ancora non avevano programmato il viaggio di nozze. A luglio, finite le scuole, chiuso lo studio i due si recarono con la fida 124 spyder nella costiera amalfitana: Amalfi, Positano, Ravello, posti da sogno, abbracciati per le vie dei borghi i due spesso si baciavano in pubblico, la gente  abituata a ben altro non ci faceva caso. Una notte Ele toccò il viso di Alberto, ovviamente svegliandolo e: “Cosa faresti senza di me?” “Riuscirei a dormire!” Era una battuta, Eleonora lo capì e per ricompensa gratificò il fidanzato di  un blowjob, era diventata molto brava in quel campo! Il 3 settembre, compleanno di Alberto: “Sono indecisa che regalo farti, tu che vorresti?” “Una cosa che non mi hai mai concesso.” La richiesta mise in crisi Ele che solo dietro assicurazione di Alberto di usare il Proctolyn si convinse. Era un mercoledì, giorno di Mercurio protettore di Alberto, il dio pagano dall’Olimpo si mise a fare il guardone. Alberto prima baciò il buchino per ringraziamento e poi, lubrificatolo sino in fondo pian piano riuscì nell’intento toccando con le dita anche il fiorellino procurandoall’interessata un doppio gusto assolutamente inaspettato. La giovin signora da quel momento non fece più resistenza anzi… Ciliegina sopra la torta? I due decisero di sposarsi  non a Roma ma a Grotte di Castro dove viveva la madre di lei la quale, benché sulla sedia a rotelle, fu contentissima che la cerimonia di svolgesse al suo paese anche se al Comune e non in chiesa. Purtroppo dopo la cerimonia un evento luttuoso, la madre di Eleonora, forse per le troppe emozioni fu colpita da un infarto, morì col sorriso sulle labbra, aveva coronato il sogno della sua vita  vedere sistemata sua figlia!

     
  • 23 maggio alle ore 9:36
    L'AMANTE SPAGNOLA

    Come comincia: Calmette e Guérin erano due scienziati francesi che nell’ottocento avevano scoperto dei bacilli che poi portarono il loro nome. Cosa c’entrava Alberto, trentenne, maresciallo della Guardia di Finanza con questi due signori? Purtroppo c’entrava, dall’analisi delle sue urine era risultato un K, lettera eufemistica sostitutiva quella parola che fa paura: tumore, nel suo caso alla vescica. Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Papardo di Messina Alberto aveva taciuto alla convivente Françoise la gravità della situazione, inutile allarmarla. Il maresciallo aveva conosciuto la francese alta, bionda molto fisicamente appariscente  mentre d’estate comandava il distaccamento di Panarea nelle isole Eolie, dal rapporto puramente sessuale il loro era diventato un rapporto affettivo tanto da andare ad abitare insieme a Messina in via Consolare Pompea. Françoise amava molto il mare, era nata a Marsiglia e già da piccola era una sirena sia fisicamente che come nuotatrice, di professione era insegnante di lingue: oltre al francese ed all’italiano conosceva anche il tedesco, Alberto era riuscito ad inserirla in una scuola privata. La baby in arte culinaria non era una particolarmente dotata, Alberto le aveva insegnato l’ABC della cucina italiana oltre a mettersi lui stesso ai fornelli. Nello stesso piano abitava una certa Barbara titolare di una palestra, alta, bruna, muscolosa e dallo sguardo penetrante. Alberto in passato aveva provato più volte ad ‘avvicinarla’ ma senza successo, dal suo corteggiamento aveva ricavato solo qualche sorriso che non aveva alcun significato pratico se non: ‘non te la do!’. Françoise era andato a trovare varie volte Alberto in ospedale guidando la sua auto A.R. Giulietta (era brava anche nella guida) ricevendo ogni volta assicurazione sulla sua salute. Finalmente il giorno della operazione chirurgica, andata a buon fine. Il dottore tale Salvatore Rotondo l’aveva rassicurato circa il suo futuro, doveva solo sottoporsi a delle fastidiose infiltrazioni alla vescica attraverso il pene, il germe che l’aveva colpito si chiamava Calmette Guérin  dal nome dei due scienziati francesi che l’avevano scoperto. Un pomeriggio Alberto fu autorizzato alla dimissione dal nosocomio, volle fare una sorpresa alla francese e si fece accompagnare a casa del chirurgo col quale aveva preso confidenza. Nell’aprire la porta di casa sentì una musica francese, la vie in rose, niente di particolare se non che la musica faceva da sottofondo alle prestazioni sessuali di Françoise e di Barbara sul letto matrimoniale, Alberto aveva scoperto il motivo del diniego alle sue proposte sessuali da parte di Barbara, non amava i ‘piselli’ ma i ‘fiorellini’.  Trambusto da parte delle due, Alberto mise in mostra ancora una volta il suo spirito romanesco: “Che ne dite di un trio, è il numero perfetto!” Barbara dimostrò di non essere d’accordo, si vestì alla meno peggio e rientrò di corsa a casa sua. A cena Françoise dichiarò di essere anche lei omosessuale, fine della storia con Alberto, il giorno dopo prese il treno e rientrò in Francia. Il bel maresciallo in licenza di convalescenza ogni settimana doveva sottoporsi al fastidioso lavaggio ella vescica, infermiere era un certo Calogero simpaticissimo che cercava di sminuire il fastidio di quelle operazioni con battute salaci.  Un giorno al posto di Calogero di presentò una ragazza decisamente piacevole, alta bruna, tipo  mediterraneo niente affatto sorridente, evidentemente aveva i suoi problemi. “Sto aspettando Calogero, è lui che dovrebbe…” “Sono Erica Galliego, sostituisco Calogero è stato trasferito al Pronto Soccorso, si metta sulla lettiga a pancia in su.” Alberto era rimasto interdetto, farsi prendere in mano ‘ciccio’ da una donna non per motivi erotici lo metteva in imbarazzo. “Signore dopo di lei ci sono altri pazienti…” Alberto chiuse gli occhi ma capì che ‘ciccio’,  sentendo odore di ‘topa’ si era eretto in tutta la sua altezza. “Signore faccia il bravo, in queste condizioni non posso operare, il suo pene deve essere a riposo.” Alberto celiò: “Ciccio’ a cuccia!” Naturalmente ‘ciccio’ non accettò il comando e restò altezzoso a godersi la scena. “Signore vada in bagno, se lo lavi con l’acqua fredda e poi ritorni.” Erica non si perse d’animo, andò al frigorifero, prese dei cubetti di ghiaccio, li mise in una scodella e: ”Provi con questo!” A questo punto ‘ciccio’ capì che non c’era ‘trippa pè gatti’ e si ritirò in buon ordine. Dopo l’operazione Alberto si rivestì e: “Chiedo scusa, ovviamente non l’ho fatto apposta, la prossima volta…” La volta successiva accadde la stessa storia, ‘ciccio’ non aveva imparato la lezione e finì nel ghiaccio, stavolta la lezione gli era bastata infatti alla successiva infiltrazione si presentò in ‘abiti dimessi’. “Vedo che il signorino ha imparato la lezione!” “Lui si ma il padrone no, che ne dice di pranzare insieme?” “E ti pareva che lei non ci provava, el caballero se quedará en blanco, penso non debba tradurre la frase.” “Lei non ha fatto i conti con la mia antica stirpe, i Romani conquistarono il mondo, io sono un loro discendente. La prenderò per la gola nel senso di invitarla al miglior locale di Ganzirri dove preparano piatti favolosi di pesce annaffiati col Verdicchio dei Castelli di Jesi da me fornito!” “Lei è fortunato, io mio stomaco sta gorgogliando e poi amo molto il pesce, nel menù dell’Ospedale si vede poco, mi faccia finire il mio lavoro e poi la seguirò al ristorante, ripeto al ristorante!” Tutte le storie hanno un inizio, Alberto sperò che avesse anche un seguito, la baby ne valeva la pena. Dopo circa un’ora si presentò Erica vestita in minigonna nera e in camicetta rosa era uno schianto, coi tacchi era più alta di Alberto.” “Lei bara, io sono senza tacchi!” “Non è per caso che lei…” “Ci mancherebbe altro e poi lei stessa ha potuto constatare…andiamo dentro, Rosario è stato avvisato. Erica si presentò con un sorriso e con: “Buenos días segñor Rosario.” “Alberto ti dai alle estere, l’ultima…” “Che ne dici di farti i famosi cazzarelli tuoi, ho tanto magnificato la tua cucina, datti da fare!” Rosario si era ritirato in buon ordine, capì che la sua battuta era fuori luogo. Si face perdonare con un brodetto in cui galleggiavano pesci di ogni specie, seguiti da altri pesci al cartoccio e, pistolotto finale da due aragoste già tagliate a metà. “Vedi cara il perché di quelle targhe Michelin all’ingresso del locale…un applauso al padrone.” Pranzo offerto da Rosario, Alberto sapeva come compensarlo in sede di verifica fiscale.“Col pancino pieno le cose sembrano diverse vero cara?” “Chi ti ha dato il permesso di darmi del tu?” “Noi romani siamo espansivi e non ci piacciono le distanze, c’è un detto romanesco che dice: “Tre palmi sotto il mento ce stá un bel monumento, nel caso mio due palmi!” Erica sorvolò su quella frase anche perché non l’aveva capita. “Adesso mi inviterai a casa tua come da prassi!” “Voglio essere originale, col tuo permesso andremo a digerire all’ombra di un cipresso (non quello confortato dal pianto)  nella pineta di Ostia. Anche questa citazione non era stata percepita da Erica che alla vista di Alberto che tirava fuori dal bagagliaio una coperta per metterla a terra…”Sei organizzatissimo, aveva ragione Rosario…” “È solo per evitare le formiche, da queste parti mordono come leoni!” “Che fantasia!” Erica dovette ricredersi quando delle formiche guerriere diedero ragione ad Alberto addentando un braccio di Erica. “Cacchio avevi ragione, forse è meglio andare a casa tua, dove abiti?” In via Fata Morgana.” Con la Giulietta di Alberto i due giunsero a destinazione, al quinto piano l’alloggio del signore, inaspettatamente Alberto prese in braccio Erica e così varcarono la soglia di casa. “Ti ringrazio del gesto ma ancora non hai capito che ‘non c’esce niente con me!” “Spero che tu non sia come la mia precedente compagna che ho  trovato nel mio letto con un’altra donna!” “Assolutamente no, se me la sento ti racconterò la mia storia, per ora godiamoci un po’ di musica, mi raccomando un lento…” “Posso approfittarne per abbracciarti con la scusa di ballare?” “Sono volgare se ti dico che hai la faccia come il culo?” “Con quella bocca puoi dire quello che vuoi, è una vecchia reclame di un dentifricio.” Musiche non più di attualità come quelle di Fred Bongusto, Frank Sinatra e simili si diffusero nell’aria creando una atmosfera romantica, mentre stavano ballando Alberto si accorse che Erica stava piangendo. Le lacrime femminili erano un punto debole di Alberto, strinse ancora più a sé la spagnola che gli chiese di sedersi sul divano. Ci volle del tempo prima che Erica ‘chiudesse le saracinesche’ degli occhi e cominciasse a sfogarti. “Io sono a Messina perché a Barcellona ho conosciuto un uomo affascinante, elegante, ricco. Mi ha detto di essere divorziato e dopo qualche giorno mi ha proposto di venire a Messina. Già da allora ero infermiera in una casa di cura privata, dietro molte insistenze del cotale lo seguii ed andai ad abitare sola in un’abitazione in via Cannizzaro, il signore che chiamerò Mario Rossi si scusò di non potermi  portare a casa sua perché la madre era molto possessiva e non voleva che suo figlio di sposasse di nuovo, niente figli. Io volli a tutti i costi essere finanziariamente indipendente e Mario mi procurò un posto di infermiera al ‘Papardo’ . Una collega dopo un po’ di tempo di disse la verità su  quel…, era sposato con due figli, la moglie era ricca e certamente lui non l’avrebbe lasciata, io dovevo fargli da amante a vita. Quando venne a casa in via Cannizzaro gli feci una scenata tremenda, molti si affacciarono alle finestre, Mario sparì di corsa dalla circolazione, era conosciuto nella Messina bene, unico suo  ricordo una cinquecento che nel frattempo mi aveva regalato, fine della storia.” “A questo punto penso che tu sia stata fortunata, la venuta in Italia ti ha portato alla conoscenza di un signore ‘povero ma bello’ come da titolo di un film, che ne dici?” “Per ora sono confusa,   mangio in mensa all’Ospedale, per la notte ho preso in affitto una stanza con servizi dove di solito soggiornano i parenti dei ricoverati.” “Se vuoi risparmiare l’affitto c’è una soluzione!” “Non ti offendere per ora non me la sento, la mia storia mi ha tanto colpito da portarmi ad odiare la classe maschile.” “Se per te va bene posso diventare gay…” “Non scherzare, non ti ci vedo proprio ma se e ripeto se diventassimo intimi ‘ciccio’ si alzerebbe di nuovo e non riuscirei a farti le infiltrazioni…

     
  • 18 maggio alle ore 9:44
    QUEM ILLA AMABAT...

    Come comincia: Iniziare un racconto con una citazione latina potrebbe sembrare  che l’autore voglia fare sfoggio di cultura e per  di più di una lingua morta ma che oggi è di nuovo in auge, viene apprezzata soprattutto all’estero. La citazione riguarda una poesia di Catullo in cui l’autore parla della figlia triste per la morte del suo passero che ella amava più dei suoi occhi. Omettendo una facile battuta un pó volgare la situazione poteva adattarsi ad Aurora quarantenne il cui marito era passato a miglior vita (da domandarsi chi ha creato questa espressione decisamente fuori posto quando si parla della morte). Il buon Lionello era un ricco proprietario di fabbricati e di terreni abitante a Messina al villaggio Aldisio  zona non certo chic della città ed allora come giustificare quella scelta data la notevole disponibilità di denaro del signore sopra citato? Era un ‘arpagone’ per dirla alla francese, tirchio, spilorcio, taccagno e pensare che il suo nome significa piccolo leone, ma quando mai, era piuttosto un pecorone! Dopo i funerali la bellissima sorpresa per la vedova Aurora che non immaginava mai che avrebbe ereditato un mucchio di proprietà, suo marito ufficialmente era un semplice impiegato al Comune. Anche nel vestire non era certo elegante, i suoi abiti erano datati e lavati molte volte, anche la moglie era stata costretta a seguire la stessa sorte ma ora…Prima cosa cambiare casa: una villa vicino al mare come sempre sognato,  aveva adocchiato un isolato vicino alla spiaggia di Torre Faro dall’altra parte della città, intorno un giardino ben tenuto con piante di alto fusto con una grande uccelliera ed un pollaio, le uova non sarebbero mancate ad Aurora. Il padrone, deceduto era un amante avicolo. Un solo intoppo se così si può dire, nel testamento Lionello, cattolico praticante (aveva pure questo difetto) aveva posto  una clausola per cui la consorte doveva insegnare gratis la sua lingua originaria, il tedesco in una scuola di monache ed aveva indicato pure quale: ‘Le Ancelle Riparatrici del SS. Cuore di Gesù’. Il solito iconoclasta avrebbe avuto da ridire sul fatto che il Cuore di Gesù aveva avuto bisogno di riparazioni ma per tale categoria è pronto un posto all’Inferno! Aurora al suo arrivo all’istituto ebbe il benvenuto dalla badessa certa Virginia Maria, incartapecorita e dall’aspetto decisamente acido che però salutò con entusiasmo la nuova venuta che le faceva risparmiare un bel po’ di  soldoni non avendo bisogno di ingaggiare una professoressa di lingue. Aurora tedesca, nata vicino al confine francese conosceva pure quella lingua oltre che il latino. I primi giorni di novembre non si trovò bene in quell’ambiente, le alunne erano distratte, poco interessate alle lezioni, l’insegnante capì che molto probabilmente era colpa dei professori che non riuscivano a far partecipi le allieve all’andamento scolastico, anche l’atmosfera era grigia…Una mattina pensò bene a qualcosa di diverso, dall’uccelliera prelevò un pappagallo bellissimo e querulo e lo portò in classe ma non aveva fatto i conti con un difetto del pennuto che, appena in aula sul suo trespolo esordì con ‘buongiorno puttane!” Stupore generale e poi una risata collettiva, nessuna si aspettava quell’esordio, ad Aurora non rimase altro che mettere il cappuccio a quel maleducato ma evidentemente non era colpa del volatile se ripeteva frasi apprese dal padrone. Il giorno dopo Anacleto, questo il nome del volatile scritto su una targhetta della sua gabbia rimase in villa, sostituito a un passerotto che era stato allevato a mano dal padrone e quindi aveva molta confidenza con l’uomo. Lasciato in libertà nell’aula  ‘ciccio’ volando da un banco al’altro aveva attirato l’attenzione delle ragazze e quel giorno non si fece più lezione. La presenza di ‘ciccio’ era diventata una partecipazione giornaliera, alcune volte era confinato in gabbia cosa non gradita al pennuto che una mattina trovata aperta la finestrella della sua ‘prigione’ pensò bene di provare finalmente la libertà e volò fuori dalla finestra senza più ritornare. Aurora stava facendo una lezione di latino e pensò bene di prendere lo spunto da quell’episodio per citare la poesia di Catullo che riportava un simile avvenimento: “Lugete  o Veneres cupidisesque et quantum est hominunm venustiorum passer mortus est meae puelle  quem plus illa oculis suis amabat…leggete e traducete il resto della poesia  da voi, nel nostro caso il passero non è morto anche se avrà vita difficile a procurarsi da mangiare, talvolta la libertà… Il concetto di libertà risuonò nei pensieri di Aurora, lei luminosa, splendente  come da significato del suo nome era tristemente sola soprattutto la notte…ma i maschietti che le giravano intorno non erano di suo gusto: infantili, presuntuosi, pieni di boria per il loro fisico ‘tartarugato’ finché un giorno fu chiamata in direzione, c’era il padre dell’alunna Mariella Sidoti che le voleva parlare. Aurora capì il motivo, sia figlia a scuola era disattenta e non studiava a casa. “ Sono Giovanni Sidoti, mi sono accorto che mia figlia Mariella di scuola ‘ne mangia poco’, forse c’è un motivo: sua madre…ha preso il volo con un toy boy, la ragazza è rimasta scioccata e non riesco ad aiutarla, vorrei qualche consiglio da parte sua, potrebbe darle delle ripetizioni o parlarci, gliene sarei grato.” Il signore  dimostrava un  profondo sconforto. Seguitò il discorso: “Sono impiegato al Comune, conoscevo suo marito, lo chiamavano ‘Pappagone’, era conosciuto per la sua spilorceria, quand’era al bar aspettava che qualcuno gli pagasse il caffè, girava con una vecchia moto inglese la B.S.A  sulla quale un bello spirito di collega aveva coniato un motto: ‘Bisogna Saperci Andare, Anche Senza Benzina, Batte i Sessanta All’ora’. Vedo che dopo la sua morte lei è rinata, in passato l’avevo intravista mal vestita e dall’espressione del viso affranta, anche senza essere religioso ricordo un motto della Bibbia riferendosi ai morti che recita: ‘Il loro odio, la loro gelosia il loro amore sono già periti,’ lei finalmente è una donna libera!” Aurora guardò meglio il signor Sidoti, un signore serio di circa quarant’anni dallo sguardo triste, gli fece pena e: “Faccia venire mia figlia a casa mia a Torre Faro, ormai ha sedici anni e può venire con l’autobus di linea, questo è l’indirizzo.” “La ringrazio, se non le dispiace l’aspetterò fuori alla fine delle lezioni.” Quando Aurora uscì vide che Giovanni Sidoti stava ammirando la sua Mini Cooper verde, un capriccio della dama acquistata dopo il lieto pardon il luttuoso evento. “Io sono amante dei motori, una Mini per di più Cooper è una bomba, la mia vecchia Cinquecento posteggiata lì vicino si starà vergognando!” Aurora sorrise. Finalmente aveva conosciuto una persona di suo gradimento. “Facciamo così: io con la mia Mini andrò avanti fino a Torre Faro, lei con sua figlia mi seguite, troveremo il pranzo pronto, a casa mia c’è una cameriera di nome Gina che provvede alle faccende domestiche. Causa il traffico ci volle mezz’ora per giungere alla villa che fece sberluccicare gli occhi a Giovanni che tenne per sé le sue impressioni. Anche Mariella sorrideva contenta, finalmente fuori dalla modesta casa in via Cola Pesce dove viveva col padre, casa che le era diventata malaccetta dopo la…partenza della madre. Finito il pranzo Aurora mostrò il giardino ai due ospiti che, passando dinanzi al trespolo del pappagallo si beccò dei: ‘cornuti’ con la erra arrotata, solo un sorriso da parte dei tre. “Mariella che ne dici di andare nel mio studio a fare i compiti, mi raccomando impegnati, quando avrai finito potrete andarvene.”  Mariella felice della nuova situazione corse dentro casa, i due sedettero su una panchina dinanzi ad una fontana con al centro il dio Nettuno col tridente in mano. Fu Giovanni a rompere il silenzio: “Penso che ambedue abbiamo gli stessi problemi la solitudine, inoltre io ho Mariella che mi dà preoccupazioni, vorrebbe un motorino che hanno le sue compagne di scuola, sinceramente non posso permettermi quella spesa, di natura sono uno spirito allegro ma le vicende della vita…” D’un tratto si trovarono abbracciati, ad Aurora spuntarono delle lacrime, che le stava succedendo, era da tempo che non avvicinava un uomo, perlomeno uno che le piacesse e Giovanni…Padre e figlia restarono in compagnia di Aurora sino al dopo cena poi rientro a casa senza parlare, dentro di loro era subentrato del benessere psicologico per loro inusitato. Era sabato, niente lezioni da parte di Aurora, il suo giorno libero che la signora impiegò per fare una spesa ma non per lei, un motorino ‘SCARABEO 6’ presso una concessionaria di motocicli, si fece rilasciare una ricevuta che mise dentro una busta  insieme alla foto del ciclomotore con destinataria Mariella Sidoti. Alla fine delle lezioni chiese alla ragazza di accompagnarla alla sua auto, le consegnò la busta in attesa delle reazioni che furono imprevedibili: Mariella letto il biglietto cominciò a baciare la professoressa dentro l’auto suscitando la curiosità delle altre alunne. Finito lo sbaciucchiamento, la ragazza chiese di essere accompagnata al Comune, attese l’uscita di suo padre, le raccontò l’accaduto, Giovanni non sapeva come comportarsi se ringraziare semplicemente o essere più espansivo, optò per una stretta di mano con finto baciamano. “Porto con me  Mariella in auto, tu Giovanni  seguici con la Cinquecento.” Il tu fra i due fece sperare alla signorina che fra di loro fossero iniziate le manovre di avvicinamento. Finito il pranzo Aurora volle brindare con lo spumante, un goccio anche per Mariella dal bicchiere di suo padre. Aurora prese ad accompagnare la sua alunna anche alla scuola guida, dopo venti giorni il sospirato patentino che fece ‘prendere il volo’ alla ragazza che orgogliosamente girava per la città con la faccia sorridente. Prima di cena in casa Sidoti arrivò una telefonata di Mariella: “Papà sono a casa di Angela Bonsignore mia compagna di classe, che ne dici, ti passo sua madre Virginia.” “Signor Sidoti può stare tranquillo, sua figlia resterà a dormire a casa mia.” Una ispirazione improvvisa: “Cara Aurora stanotte  mia figlia resterà a dormire a casa di  una sua compagna, una tristezza infinita mi ha pervaso, che ne dici di consolarmi!” “Dilla tutta, vieni…” La Cinquecento si era trasformata in una Ferrari, tutta a tavoletta fino all’arrivo alla villa di Aurora che aprì la porta, era dietro i vetri ad aspettarlo. “Sei volato, avrai distrutto il motore di quella povera macchina, mi sa che ne devi comprare una nuova.” “Per ora pensiamo a noi, m’è venuto un sonno improvviso…” “Io non lo chiamerei sonno ma piuttosto voglia di fare lo ‘zozzone’ con me. Sei fortunato perché la mia cosina è consenziente.” Un doccia in comune, i due si guardavano reciprocamente il corpo, era la prima volta che si vedevano nudi, Aurora restò perplessa nel vedere un coso piuttosto lungo e grosso di Giovanni , non assomigliava a quello che ricordava di suo marito. Giovanni capì la situazione e: “Sarò delicato, prima un cunnilingus e poi…” Il signore fu di parola, Aurora dopo tanto tempo di astinenza se la godette alla grande;  a notte inoltrata i due preso a dormire, il sonno non del giusto ma degli stanchi sessuali.  La mattina dopo la professoressa ‘marcò’ visita come pure l’impiegato comunale, erano le dieci ed ancora stavano a letto guardandosi negli occhi soddisfatti. “Io le ho contate, te ne sei fatta sei, ti ricordi…” “Mó mi metto a fare la ragioniera sessuale, penso che meriti una gratificazione per la tua prestazione, che ne dici di mandare in pensione la Cinquecento ed acquistare un’auto nuova.” “La mia passione è acquistare un’Alfa Romeo, possibilmente rossa.” “Vada per l’Alfa Rossa ma te la dovrai meritare a letto!” “Ho capito sono diventato un macró alla francese, uno stallone, spero di essere all’altezza!” “Stavo scherzando, mi sono innamorata di te ed anche di quella scimmietta di tua figlia che da furbacchiona ha pensato bene di andare a dormire da una compagna di scuola per lasciarci soli, ricordati che il mondo è delle donne che a furbizia superano di gran lunga i maschietti!” “Penso che avrò una vita agra.” “Toh, ha citato un romanzo di Luciano Bianciardi, sei diventato di colpo un intellettuale acculturato?” “Quando mai, a me interessa solo la topa!”

     
  • 13 maggio alle ore 9:45
    DAIANA BRASILIANA DEL NORD

    Come comincia: Daiana Ferreira da brasiliana poteva essere classificata con i  canoni con cui l’immaginario comune  distingue le ragazze di quel paese: alta di statura, tette prorompenti, vita stretta, gambe chilometriche e soprattutto un popò che muoveva in maniera  molto sensuale da far esaltare la fantasia dei maschietti, in particolare di quelli  italiani. Ma la ragazza aveva una particolarità: era bionda con gli occhi verdi segno tangibile che qualche nordico si era ‘intrufolato’  nella sua stirpe conoscendo da vicino qualche femminuccia della sua famiglia. La ragazza aveva vinto una borsa di studio all’Università di Bologna e stava percorrendo, in aereo i novemila chilometri di distanza dal suo paese. Durante il viaggio per sgranchirsi le gambe aveva preso a camminare lungo il corridoio e poi, supportata dal battimano dei maschietti presenti si esibì in un ballo in cui il popò aveva la sua parte preponderante. Il personale dell’aereo le chiese di smettere, secondo loro ci andava di mezzo la stabilità dell’aereo, forse una scusa delle assistenti di volo femmine un po’ invidiose,  fisicamente non erano alla sua altezza.  Daiana, ventenne era in compagnia della madre Denise quarantenne bruna. Guardandole bene era difficile distinguere la madre  dalla figlia anche se differente era il colore della loro pelle., un bel duo! A Madrid l’unico scalo aereo, prima di giungere a Bologna. In quell’occasione le due brasileire furono circondate da maschietti che facevano a gara a chi offrirle la colazione al bar dell’aeroporto. Denise era nata in un quartiere povero di Rio de Janeiro, da piccola era stata affidata ad una sarta per imparare il mestiere. Era subito diventata brava e tanto intelligente da imitare nei vestiti delle signore i capi più rinomati rinvenuti nelle riviste di moda europee. Andando avanti negli anni aveva aperto una sartoria sua che presto era diventata rinomata presso le signore ‘bene’ della città. Nel frattempo le era capitato un ‘incidente’ che aveva portato alla nascita di Daiana. La  ragazza nel tempo si era dimostrata brava negli studi ed aveva conseguito la maturità a pieni voti. In un giornale locale aveva notato un concorso in cui un benefattore italiano di Bologna metteva in palio una borsa di studio per una ragazza brasiliana, Daiana aveva superato la prova e questo il motivo della sua andata nella città felsinea. Aveva ricevuto il nome e l’indirizzo di una pensione in cui alloggiare, la mamma aveva ritenuto opportuno accompagnarla, cuore di mamma sempre in ansia per i figli, e così aveva venduto la sua attività ricavando un bella somma di denaro. A Bologna le due donne si erano  istallate alla pensione ‘Mazzoni’ la cui titolare, romana, era particolarmente  affabile. Armida, questo il suo nome sistemò Daiana e Denise in una camera matrimoniale con bagno. La mattina dopo la neo matricola si presentò alla segreteria dell’Università e così iniziò il suo corso di studi in medicina. Vedendo alcuni poveri dei bassifondi della sua città ammalati senza cure mediche aveva promesso a se stessa di aiutarli nel curarli gratis. Denise passava il tempo girando per Bologna e facendo qualche acquisto di scarpe e di vestiti, nei momenti liberi faceva compagnia ad Armida vedova, simpatica ed allegra. Avviati con successo gli studi Daiana pensò ad uno svago il sabato e, dietro consiglio della padrona della pensione scelse il Disco Club in cui si suonava musica rock dal vivo. Appena giunta in sala in compagnia della madre, la ragazza fu presa d’assalto dai ragazzi, per loro una brasiliana era una novità sperando soprattutto che fosse disponibile, pia illusione. C’erano anche alcuni giovani vestiti  all’ultima moda, azzimati e pieni di borie con fuori una Ferrari o una Bentley,  si consideravano quelli che non devono chiedere mai ma,  con un sorriso di Daiana li mandava in bianco e per ripicca andava ad invitare lei il più scalcinato della sala. Dopo due anni di permanenza nella città dotta, un pomeriggio in sala da ballo  si presentò a Daiana un giovane che con un inchino, educatamente le chiese il permesso di ballare con lei, non era il solito sciocco. La giovane acconsentì e rimase sorpresa quando il cotale, presentatosi col nome d Andrea le parlò in portoghese: “o que faz una mueher brasileira un Bolonha?” “Balla e parla italiano.” “Sono Andrea Ferrari, meglio così, il mio portoghese zoppica un po’.” “ Sono studentessa all’Università in Medicina, ho vinto una borsa di studio messa in palio in Brasile da un benefattore di Bologna, appena laureata ritornerò al mio paese, son qui con mia madre.” Cosa strana Daiana si era aperta col Andrea, gli aveva ispirato fiducia. “Una confessione, come ballerino sono un ‘pista piedi’ alle signore quindi  evito di chiederle di ballare, se non le dispiace mi piacerebbe parlare con lei, vorrei sapere qualcosa della sua terra.” A quel punto Daiana pensò: “Tu vorresti ben altro….Il Brasile è un grande paese ricco ma pieno di contraddizioni, ancora ci sono la favelas, in modo indegno di vivere per le persone civili, quando tornerò al mio paese mi darò da fare per aiutare i più poveri, torniamo al mio tavolo dove c’è mia madre.” Andrea rimase basito: “Questa è tua madre? L’avrei scambiata per tua sorella, penso di trasferirmi nella tua terra!” Denise accettò il complimento, diede la mano ad Andrea e lo invitò a sedersi.  Poco dopo furono raggiunti da un signore anziano che: “Andrea vedo che hai fatto amicizia, mi presenti le signore?” “Mio padre Bertoldo (Bartòld in bolognese), Daiana Ferreira, figlia e Denise Costa madre.” Anche Bertoldo ebbe la stessa impressione del figlio ma evitò di commentare le uguaglianze delle due donne.” Daiana e Andrea si recarono al bar: “Mi pare di aver visto nella  biblioteca dell’Università un libro dal titolo: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, chi ha dato questo nome strano a tuo padre?” “Evidentemente mio nonno per un motivo ben preciso, per far contento suo padre piuttosto ricco e che voleva che il suo nome si tramandasse, se avrò un figlio mi guarderò bene dall’appiopparglielo!” Alle due Andrea venne fuori con una proposta: “Che ne dite di passare la notte nella nostra villa vicino Bagnarola, non vi stupite del nome, è un bel posto domani vi riaccompagnerò dove vorrete.” Le due donne si consultarono con lo sguardo e: “Va bene, telefoniamo alla padrona di casa che non ci venga a prendere.” Daiana nel vedere la Stelvio Alfa Romeo rossa: “È la macchina che ho sempre  sognato, vorrei guidarla…ho la patente italiana.” ”Intervenne Denise: “Vorrei arrivare ala vecchiaia…” I due signori accondiscesero alla richiesta e l’improvvisata autista si mise al volante con vicino Andrea che mise in azione il satellitare che ben presto accompagnò i quattro sino a destinazione. Villa Sofia era a tre piani: sotto il garage e ripostigli, al primo piano cucina, salone e sala da gioco (Bertoldo era amante del poker), al terzo piano camera matrimoniale e stanze per gli ospiti con servizi, sopra una colombaia dove in vari ‘cassetti’ sostavano dei piccioni viaggiatori, un hobby di Bertoldo. Al’attivo dell’auto un abbaiare forsennato di un volpino che  aveva annusato degli estranei. Andrea  prese Pucci per la collottola ma quando le due donne scesero dall’auto l’animale prese a far le fusa ed a muovere la coda. “È strano stò cane, alcune volte è ‘camurriuso’ come dice Alfio il mio amico siciliano ora tutto miele.” Andrea aperto il portone  prese in braccio Daiana per farla entrare. Bertoldo: “C’è stato un matrimonio o mi sbaglio?” Tutti risero ma era evidente il gesto del giovane aveva per lui un significato ben preciso (anche per Daiana). Nel salotto gli accordi: la mattina Bertoldo sarebbe andato in  azienda con la Stelvio, Andrea avrebbe ceduto la sua Fiat 594 Abarth a Diana per recarsi all’Università e lui sarebbe andato con la vecchia 500 di suo padre nello studio dell’avvocato dove era apprendista. Denise come passava il tempo dato che alla conduzione della casa provvedevano due cameriere ed un uomo tuttofare? Aveva scovato in garage una bici e con questa girava per le vie della cittadina e di quelle vicine. Il prode Bertoldo occupato nel mandare avanti la sua ditta di import di caffè, piante e frutti tropicali oltre che di pappagalli, altro suo hobby oltre quello dei piccioni. Un giorno non si sentiva particolarmente bene, non aveva digerito e pensò bene di rientrare a casa e chiamare il suo medico. All’arrivo in villa incontrò Denise che stava uscendo con la bici per il suo giro mattutino, vedendo il biancore del suo viso Denise scese dalla bici e si precipitò a sorreggere Bertoldo accompagnandolo sino al salone. “Per favore chiama il dottor Gatti, il numero telefonico e nella rubrica sul tavolo. Dopo circa mezz’ora si presentò un giovane biondo, sorridente che: “Devo stilare un certificato di morte, chi è deceduto?” Bertoldo alzò una mano, si sentiva svenire. “Il dottore visitò sommariamente Bertoldo e: “Sono disturbi neuro-vegetativi, una pillola e rimettiamo in piedi questo signore, gli ho detto di sposarsi, sarebbe la cura migliore per lui.” “Grazie, sei sempre caro, prenditi una bottiglia qualsiasi nella vetrinetta, ti chiamerò come testimone alle mie nozze!” Bertoldo forse per effetto psicologico della visita del dottore si stava riprendendo rapidamente, tanto rapidamente che prendendo spunto dalle parole del medico: “I consigli dei dottori debbono essere seguiti, che ne dici se ci sposiamo?” Denise rimase sorpresa, non era cosa di tutti i giorni che le mancassero le parole…Cercò di cavarsela con una battuta: “Debbo chiedere il permesso a mia figlia!” Bertoldo si allontanò e ritornò con un astuccio, lo aprì, anche stavolta Denise rimase basita, un anello con un brillante veramente grosso, probabilmente della defunta moglie. Approfittando della confusione mentale di Denise Bertoldo si fece più audace: “Che ne dici di un assaggino della luna di miele?” Il disturbo neuro-vegetativo era scomparso come pronosticato dal dottor Gatti. Il pomeriggio al rientro in villa di al rientro di Andrea e di Daiana Denise, piuttosto timidamente mostrò il regalo del padrone di casa, i due giovani lì per lì con commentarono poi capirono che la cosa migliore erano le congratulazioni e così fecero. Sicuramente Bertoldo aveva più volte assaggiato la topa di Denise perchè dopo un mese, a tavola: “Non so se vi farà piacere ma avrete una fratellino o una sorellina, quali dei due preferite?” Ad Andrea venne in mente una vecchia barzelletta che ad analoga domanda, il nuovo nato già grande di età rispose: “Mio papà voleva un maschio, mia mamma una femmina, sono nato io….li ho accontentati entrambi.” Andrea si rifugiò sul classico: “Citando il Rigoletto di Verdi vi dico:’questo o quello per me pari sono, m’è venuta in mente un’idea, il pargolo potrà far imparare a Daiana come cambiare pannolini e delizie del genere.” “Se è una proposta di matrimonio te lo puoi scordare, ho promesso a me stessa di rientrare in Brasile per aiutare i poveri, se te la senti di seguirmi…” Andrea orami si era innamorato  di Daiana, quella affermazione fu un duro colpo per lui, lasciare Bologna era praticamente impossibile e quindi… Il giovane sembrava un cane bastonato, spesso quando era in casa passava il tempo con le cuffie all’orecchio per ascoltare musica, Daiana per conto suo studiava o leggeva un libro allora fine della storia? Il buon Mercurio protettore di Andrea fece commuovere Daiana che un pomeriggio che erano soli in casa lo invitò con gli occhi ad andare in camera da letto. Li per lì  Andrea non si rese conto dell’invito ma quando Daiana fu più esplicita: “Braciolettone vuoi o no venire a letto con me?” Immediatamente la prese in braccio e la depositò sul letto matrimoniale del padrone di casa. Nel rapporto intimo Daiana dimostrò di non essere più vergine, cosa che poco importò ad Andrea che malignamente, invece della classica marcia indietro restò a lungo nella topa della novella sposa. Anche Daiana ebbe come regalo di fidanzamento un  gioiello di un maestro orafo di Valenza, un collier bellissimo e costosissimo. Quando dopo un mese a Daiana non vennero le mestruazioni la ragazza si recò da un ginecologo ed ebbe la conferma, sarebbe diventata mamma. Rientrata a casa si chiuse nella sua stanza, ad Andrea che aveva bussato ala porta: “Sparisci maiale, hai infranto tutti i miei sogni!” Ovviamente la notizia venne a conoscenza di Denise e di Bertoldo che invece si fecero delle  matte risate, madre e figlia incinte, un bel quadretto! Daiana restava chiusa in casa, non frequentava più l’Università, era in profonda crisi, non sapeva che decisione pendere quando l’esperienza e  la saggezza materna… “Ti sei prefissata e aiutare i poveri del nostro paese, non  c’è bisogno che rientri in Brasile, ogni mese puoi fare una donazione ad un istituto  per anziani o ad una casa per bambini abbandonati e così avrai realizzato  la tua promessa. Daiana si convinse, riprese la vita di prima, si riappacificò con Andrea e a distanza di due mesi vennero alla luce Anna e Sofia, bellissime. Quella nascita fece affermare a Bertoldo: “Figlio mio noi maschietti siamo in minoranza, il mondo è delle donne come da un vecchio film di Lauren Bacall.

     
  • 06 maggio alle ore 13:18
    LA SOLITUDINE

    Come comincia: Alberto, sessantenne congedato col grado di maresciallo dalla Guardia di Finanza di colpo si accorse che qualcosa era cambiato nel suo cervello: da amante della compagnia, delle feste e soprattutto delle belle donne una mattina di colpo si scoprì scontento della vita sin lì vissuta e decise di colpo di cambiarla radicalmente. Uscì nel cortile della sua villa di Torre Faro in quel di Messina,  abitazione situata vicino al mare e si accorse che il mare, una volta per lui fonte di piacere gli era diventato estraneo, triste, quasi nemico. Salì sulla sua Panda  e si avviò verso la città. Da via Garibaldi imboccò la via Palermo che conduceva ai monti Peloritani. Giunto sin quasi alla vetta, a mille metri di altitudine scorse sulla destra un piccolo sentiero che conduceva all’interno, lo imboccò stando attento a non strusciare l’auto alla sinistra sulla montagna ed ad destra per non finire nel burrone, il sentiero era più che altro una trazzera. Ad un tratto scorse un cartello: ‘Vendo terreno di  cinquemila metri quadrati, telefonare al numero….’ Quella scritta, in quel posto era perlomeno inusuale, Alberto notò che vicino scorreva una specie di fiumiciattolo proveniente dalla montagna sovrastante, il posto gli piacque. Girò l’auto in una spiazzo e rientrò a casa soddisfatto…ma di che, dentro di sé aveva preso una decisione importante. A casa, acceso il telefonino che non aveva ancora messo in funzione, cosa strana perché era la prima operazione che faceva la mattina chiamò il numero trovato su quella scritta in montagna: “Sono Alberto Minazzo, mi interessa il terreno che ho visto sui Peloritani.” “Sono Salvatore Celi, non ho la macchina,  deve venire a casa mia a Galati San Anna.” Cacchio, quello abitava dall’altra parte della città, Alberto usò il navigatore satellitare e dopo mezz’ora si trovò dinanzi ad un’abitazione a tre piani. Suonò al citofono con la scritta Celi e gli rispose una voce di donna: “Sono Antonella, chi vuole.” “Alberto Minazzo, ho un appuntamento col signor Celi.”  “Terzo piano.” La ragazza non era niente male anzi era proprio una bellezza tipica  siciliana, capelli neri lunghi sin quasi alla vita,  occhi verdi, altezza media, sorridente, in un altro momento Alberto si sarebbe buttato. ”Forse vuole mio nonno, si accomodi in salotto glielo chiamo, nonno…” “Salvatore Celi dimostrava tutti gli ottant’anni di età che aveva, non sembrava in buona salute,  fu  cortese con l’ospite. “Mi scuso ma non mi sento molto bene, anzi per niente bene, maledetta la vecchiaia…se lei è interessato al mio terreno possiamo metterci d’accordo, tempo addietro volevo costruirvi una casetta ma ora…Mi fa piacere aver trovato qualcuno che lo apprezza, mi ci ero affezionato.”  “Anch’io vorrei andare a stabilirmi lassù, è un posto meraviglioso, aria pulita, paesaggio distensivo, gli uccellini di contorno, un fiumiciattolo…quanto ho sempre sognato.” “Dato che lo apprezza sarò più contento venderlo a lei, un mio amico notaio ha tutte le carte da me firmate, si chiama Santo Diotallevi, ha lo studio in via Ghibellina, gli telefonerò per avvisarlo, il prezzo per lei è ventimila Euro, buona fortuna.” Alberto si ritrovò dinanzi Antonella che: “Spero che quando avrà costruito una casetta mi inviterà a visitarla.” Alberto  rispose solo un sorriso, una volta non si sarebbe fatta sfuggire l’occasione ora…che gli stava succedendo?  Contattò Franco Tomasello geometra conosciuto durante una verifica fiscale ed a cui aveva fatto un grosso piacere, gli spiegò la situazione e gli chiese di elaborare un progetto per realizzare una casetta sui monti Peloritani, per l’energia elettrica pannelli fotovoltaici sopra l’abitazione, per l’acqua una vasca sotto il pavimento, acqua proveniente dal fiumicello, probabilmente non potabile, per bere avrebbe comprato la minerale. Dopo quindici giorni: “Caro Maresciallo, venga nel mio studio in via Garibaldi, le sottoporrò il mio progetto.” Alberto lo apprezzò subito: gli spazi era ben divisi e funzionali, al piano terra cucina, con annesso salottino, televisione e, a parte i servizi, sul soppalco raggiungibile con scala a chiocciola la camera da letto e gli armadi. “Questo è l’indirizzo di due operai, Gino ed Alfio di cui mi faccio garante, sono bravi professionalmente, sono pure muniti di auto, provvederanno anche all’ acquisto dei materiali occorrenti, verrò, col suo permesso all’inaugurazione.” Dopo un mese la casetta aveva preso forma, la mano d’opera con i materiali era costata altri trentamila Euro compreso un recinto in ferro e le sbarre alle finestre, Alberto ringraziò Gino ad Alfio e diede loro ulteriori mille Euro ciascuno, erano stati proprio bravi.  Per precauzione si era munito di licenza da caccia ed aveva acquistato un fucile e delle cartucce non per uccidere quei poveri uccellini ma per difesa personale, era un posto troppo isolato. Nel frattempo aveva venduta la villa di Torre Faro recuperando un bel po’ di denaro che, oltre alla liquidazione era diventato una somma notevole tale da consentirgli un futuro assicurato insieme alla pensione. La prima notte Alberto la passò in bianco, quel silenzio assoluto era per lui inusuale abituato com’era al rumore del mare, solo la mattina riuscì a prendere sonno. Un po’ di ginnastica per non perdere l’allenamento e poi colazione, in cucina c’erano tutti gli elettrodomestici trasportati dalla vecchia abitazione, una novità: dei cinghiali allo stato selvaggio giravano intorno al recinto. Alberto munito di scarponi girò per la sua proprietà, si sentiva felice, pensò agli anacoreti…ma lui non aveva nulla in comune con quei fanatici. Prima di lasciare l’abitazione a Torre Faro aveva incontrato il parroco con cui aveva rapporti di amico-antagonista. Il cotale dal nome religioso simile al suo, don Roberto spesso lo punzecchiava per la sua qualità di ateo, pronosticando un futuro di andata all’Inferno, Alberto gli opponeva la solita storiella che gli appartenenti all’Inferno che erano si peccatori ma che si divertivano da matti rispetto agli appartenenti al Paradiso che il sesso non lo praticavano. “Finalmente lassù nella nuova casa sarai più vicino alla Madonna, chissà che non ti possa convertire.” “Non sei ben informato, in passato tutti cercarono la tomba della Madonna, non trovandola misero in giro la favoletta che la Madonna era ‘salita’ in cielo, ci sarebbe molto da ridire anche perché avrebbe avuto  qualche problema a respirare dove non c’è ossigeno oltre al fatto che lassù fa molto freddo…” “Andrai all’Inferno con tutte le scarpe e non avrai modo di divertirti, all’Inferno c’è solo penitenza…” Passa un giorno, passa l’altro venne l’inverno, qualche spruzzata di neve ed un avvenimento inatteso: un passerotto, infreddolito si era posato all’esterno di  una finestra, Alberto la aprì ed il volatile entrò dentro casa, ne aveva apprezzato subito il calore ma non abituato alla compagnia dell’uomo si era rifugiato sul soppalco. Unico modo di avvicinarlo era offrirgli del cibo, sicuramente era affamato, Alberto sbriciolò del pane, lo mise sul tavolo con vicino una tazzina d’acqua. Ciccio, così lo nominò Alberto dopo un attimo di incertezza scese dal soppalco e si mise a beccare il pane ed a bere dalla tazzina. Alberto non si avvicinò, Ciccio guardava il padrone di casa con un  misto di diffidenza e  di gratitudine, Alberto sicuramente gli aveva salvato la vita, era un maschio, lo dimostrava il nero delle piume sotto la gola. Il padrone di casa prese una scodella, ci mise dentro del cotone idrofilo e la posizionò sopra il frigo, dopo un attimo di incertezza Ciccio ci si posizionò felice e contento, gli animali sono intelligenti forse quanto gli uomini. La mattina dopo Ciccio era vicino alla finestra, forse voleva andar fuori, Alberto gli aprì la finestra, il passerotto volò via, forse amante della sua libertà, il padrone di casa ci rimase male ma capì che era meglio non costringere il pennuto a restare dentro casa contro la sua volontà. Alberto si era recato in un supermercato per far il pieno di vettovaglie, c’era molta gente, in fila dinanzi a lui capitò una biondona poco vestita, la classica che si domanda ‘chi è la più bella del reame?’ e che ‘tutto concede’. Il suo carrello era pieno sino all’orlo, Alberto non poteva cambiare fila e quindi restò speranzoso che la cassiera, in verità molto veloce sbrigasse gli acquirenti prima di lui. Che ti fa la biondona? Lascia il carrello e sparisce, forse aveva dimenticato qualcosa  da acquistare. Rottosi i zebedei, dopo un  po’ di tempo Alberto spostò il carrello dinanzi a lui e si posizionò col suo dinanzi alla cassiera. Nel frattempo ritorno della signora che in tedesco cominciò ad inveire contro Alberto il quale, pur non conoscendo quella lingua capì che non erano complimenti. Arrabbiatosi, in perfetto romanesco: “ A’ kartofen vedi d’annà a fanciullo!” Nel frattempo era intervenuto il direttore che parlava tedesco e riuscì a calmare la Valchiria. Tornando in ‘villa’ Alberto notò che Ciccio era rientrato dalla finestra aperta, era l’ora del pasto pure per lui.  In un negozio per animali ed aveva acquistato del mangime adatto ad un passero, Ciccio lo apprezzò moltissimo e lo ‘fece fuori’ quasi tutto poi, posizionatosi sopra una spalla di Alberto prese a beccargli dolcemente un lobo dell’orecchio, forse era un modo per ringraziarlo. La primavera portò delle novità: una mattina Ciccio uscì more solito dalla finestra ma non fece più ritorno, Alberto capì che per lui era stato un richiamo della primavera per cercarsi una compagna. A quell’altezza l’estate non era fastidiosa per il caldo anzi di notte Alberto usava mettere sul letto una copertina leggera. Il signore passava il tempo passeggiando per il bosco, talvolta trovava dei frutti molto a lui graditi, la solitudine non gli pesava anche se avrebbe voluto avere con sé Ciccio ormai suo compagno fisso. Il suo desiderio fu accolto un pomeriggio di settembre quanto Ciccio si presentò in casa in compagnia di un suo simile, sicuramente una femminuccia, lo si rilevava dal grigio chiaro delle penne sotto il petto. Dapprima Ciccia si rifugiò sul soppalco poi, visto il comportamento del compagno si avvicinò anche lei al becchime, erano ambedue affamati. A rompere il tran tran giornaliero era stato l’improvviso arrivo di Antonella la nipote dell’ex proprietario del terreno che bussò alla porta piuttosto energicamente. Alberto un po’ meravigliato la riconobbe, la fece entrare stringendole la mano. Spettava alla ragazza dare spiegazioni: infatti poco dopo: “Mi ero rotta dei miei compagni di Università, su di loro ho un giudizio pessimo: superficiali, vanesi che pensano solo al sesso, non fanno altro che vantarsi delle loro imprese sessuali, pietosi…” “Allora sei venuta a cercare un vecchietto che nulla chiede in quel campo…” “No, molto probabilmente sento il bisogno di staccare la spina e, col suo permesso vivere qualche giorno in isolamento stile eremita…guarda guarda due passerotti…un novello San Francesco.” “Ti presento Ciccio e la consorte Ciccia, spero che si abitueranno alla tua presenza, hai portato una ventata di gioventù, benvenuta! Per il vitto nessun problema, per l’alloggio, se resti, ti devi accontentare di dormire sul letto matrimoniale vicino a stò vecchietto.” “Ma quale vecchietto! Sei più giovanile di tanti giovani, posso darti del tu?” “Vada per il tu ed ora che pensi di dimostrare le tue virtù nell’arte  culinaria?” “Non sono una chef ma ci metterò tanta buona volontà.” “Io nel’armadietto tengo dei medicinali contro il mal di stomaco” celiò Alberto, ormai si era creato u n clima di piacevole intesa. Al momento di coricasi grandi risate, Antonella aveva indossato il pigiama in bagno, lo stesso aveva fatto Alberto che: “Non sono un puritano e lo stesso penso di e, che ne dici di mettere da parte la pudicizia, d’altronde sai bene che sono fuori allenamento e quindi…” Inaspettatamente Antonella: io ho il brevetto di allenatrice che ne dici….” Antonella mise in atto la sua abilità con la ciolla di Alberto e, dopo vario tempo riuscì nel suo intento, il pisello aveva rialzato la testa con ovvie conseguenze piacevoli per il padrone. La ragazza rimase vari giorni sin quando suonò il suo telefonino: doveva rientrare in città per sostenere degli esami all’Università. Un arrivederci silenzioso, solo un abbraccio e poi la baby ripartì col suo motorino. Primavera, Ciccio e Ciccia avevano preso il volo, Alberto capì  il richiamo della natura, sperava solo di rivederli in autunno. Antonella si faceva viva a tratti, per lei quel posto era diventato un rifugio, riferiva a suo nonno della casa messa su da Alberto, quella casa che aveva imparato ad apprezzare come pure il suo padrone. Gli anni passano in fretta soprattutto quando non si è più giovani, Alberto pian paino dovette riconoscere ch le sue forze diminuivano di giorno in giorno, tutto intorno a lui era cambiato, Ciccio e Ciccia non si erano fatti più vivi, Antonella gli aveva comunicato che si sarebbe maritata, a questo punto provò il peso della solitudine. Non aveva paura della morte che ormai sentiva imminente che infatti lo raggiunse una sera di un giorno di novembre particolarmente uggioso conforme con l’avvenimento luttuoso. Antonella sentì di dover andare a trovare il vecchio Alberto e con la station wagon del marito Fabio si recarono all’eremo. Aperta la porta la ragazza si trovò di fronte la scena che non aveva immaginato: Alberto si trovava immobile sul divano al pian terreno, gli occhi aperti, sicuramente deceduto da qualche giorno. Sul tavolo documenti circa la proprietà dell’immobile, la carta di identità di Alberto ed un testamento olografo con cui lasciava tutti i suoi beni ad Antonella. Dopo un attimo di smarrimento la ragazza chiese a suo marito di caricare il cadavere sulla sua auto per consegnarla ad un’impresa di pompe funebri in viale della Libertà a Messina. Il titolare dell’esercizio chiese i documenti del morto ed assicurò che avrebbe provveduto lui alle numerose pratiche burocratiche, a mezzo di ‘amici’ avrebbe evitato l’autopsia del cadavere. Antonella scelse la più bella e costosa bara. “Mi sembra eccessivo spendere tutti quei soldi, nessuno la vedrà più una volta inumata.” Antonella non rispose a Fabio ma non gradì la sua osservazione, lasciò al titolare dell’impresa un assegno di cinquemila Euro. Fra le carte di Alberto c’era anche un fac simile di cosa scrivere sul marmo della tomba: ‘Una nuvola impalpabile mi ha dolcemente abbracciato. Saluti a tutti e….a presto!’ Spiritoso sino all’ultimo. Alberto fu inumato nella cappella della famiglia Celi sopra quella del nonno anche lui deceduto. Dopo quindici giorni Antonella al marito. “Andiamo a vedere se il marmista ha posto la lastra sulla tomba di Alberto.” “La tua è diventata una fissazione, sempre di mezzo stò Alberto, ormai è morto…” Antonella guardò in viso il marito, in un attimo prese una decisione: “ C’è un altro morto, sei tu perché te ne andrai via subito da casa mia, ha capito subito!” “Ma cara…” “Ti do il tempo di raccogliere le tue cose e poi chiamerò i Carabinieri denunziandoti per stalking…” Fabio sparì dalla vita di Antonella che, finiti gli studi e con seguita la laurea in lettere prese ad insegnare, non  ne volle più sapere di maschietti, le bastava il ricordo del suo vero amore per quel delizioso vecchietto di nome Alberto.

     
  • 01 maggio alle ore 7:34
    ALBERTO IL BENEFATTORE

    Come comincia: Alberto cinquantenne, dopo trenta anni di lavoro era in pensione con un bel po’ di denaro depositato in banca sia in azioni che obbligazioni. Non vorrei che a questo punto il solito lettore pierino saltasse su col dire ”Col lavoro onesto non si fanno soldi!” A parte caro signore (si fa per dire) che non sono fattarelli suoi se lei ha studiato latino ricorderà il detto ‘pecunia non olet’  e poiché ho qualche dubbio sulla sua cultura glielo traduco ‘il denaro non puzza’. Alberto un pó per il fiuto di guadagno che aveva innato, un  po’ per fortuna impiegò una bella somma su i ‘Bitcoin’ operazione che lo avevano reso milionario.  Da quel momento cambiò il suo tenore di vita comprando un’abitazione di lusso di trecento metri quadrati in viale San Martino a Messina ed acquistando, pur tenendo la vecchia Cinquecento per comodità di parcheggio, una Alfa Romeo Giulia omnia accessoriata apprezzando in particolare la gentile voce femminile che, una volta inserito il navigatore satellitare gli indicava come giungere a destinazione senza dover consultare carte topografiche. Poi gli era sorto il problema di come impiegare il tempo a parte qualche sporadica avventura con femminucce affascinate dalle sue tempie grigie e dal suo stile di uomo maturo ma ancora in forma. Gli venne in mente quando da suo padre, ateo, era stato iscritto a scuola in un istituto religioso. Il papà  giustificò al figlio questa sua scelta affermando che ognuno doveva avere una sua personalità scegliendo le proprie idee facendosi influenzare solo dalla lettura di testi di differenti opinioni in qualsiasi campo. Alberto si era dimostrato lettore accanito ed aveva dato filo da torcere ai poco illuminati preti che, nei compiti in classe, chiedevano agli allievi di manifestare le proprie idee sulla religione. Male gliene incolse ai ‘bacarozzi ‘ come volgarmente vengono chiamati dal popolino, Alberto una volta scrisse che nel mondo c’erano centotrentasette religioni e solo sette di ispirazione cristiana e quindi…, giustificò poi Giuda per il suo tradimento in quanto questo evento era stato previsto dal  Signore onnipotente e quindi non meritevole di punizione come pure il peccato di Adamo ed Eva con la stessa motivazione che per Giuda. Altro argomento scottante: perché gli ecclesiasti facevano i furbi appendendo alle pareti  degli esercizi commerciali  crocifissi  o icone di santi e di madonne al fine di evitare il pagamento di imposte allo stato italiano? Ai preti non restò altro che chiamare il padre di Alberto affinché ritirasse da scuola il suo figlio dichiaratamente ateo (e rompiballe). Durante le feste natalizie Alberto venne a sapere di banchetti organizzati dalla Curia in cui ai poveri venivano offerti pasti gratis, domanda ovvia: gli altri giorni dell’anno di cosa si cibavano i poveracci satolli solo a Natale ed a Capodanno? In seguito i signori sacerdoti per non essere sorpassati in beneficenza da istituti laici, obtorto collo approntarono  mense giornaliere. Idea di Alberto: aprire un locale per ‘dar da mangiare agli affamati’ come prescritto in una delle ‘sette opere di misericordia’ di cristiana prescrizione. Detto fatto: interpellato Giovanni suo amico e valente avvocato venne a sapere che l’edificio di un istituto di suore in  piazza Castronovo era in vendita motivazione: poche vocazioni. Considerato che nessun acquirente si era fatto avanti, le pretese delle suore si erano notevolmente ridimensionate così Alberto poté acquistarlo ad un prezzo conveniente.  Un architetto di fede atea progettò, gratis, l’interno dell’edificio per ospitare circa cinquanta persone, nome dell’istituto:  ‘Casa di accoglienza Giordano Bruno bruciato vivo per eresia’ come da targa posta sopra la porta d’ingresso.  All’inaugurazione ovviamente non fu invitato nessun appartenente all’Arcivescovado per la benedizione di rito come era avvenuto in altre analoghe occasioni. All’ingresso era stato posto il regolamento che prescriveva che nessuno potesse entrare con indosso distintivi di qualsiasi genere. Questa regola aveva messo in crisi varie categorie di persone: monache, preti, appartenenti a vari club, insomma chiunque portasse emblemi che identificasse un genere di individui. Di notte il solito fanatico religioso aveva scritto sul muri del convitto una epigrafe minacciosa nei confronti del proprietario. Alberto dopo aver fotografato la scritta, fece denunzia del fatto ai Carabinieri e fece porre delle telecamere di video sorveglianza al fine di poter rintracciare altri eventuali writers. Altra precauzione: installare delle ‘cimici’ in ogni locale per controllare eventuali infiltrati che potessero danneggiare in qualche modo il buon nome della casa di accoglienza. Alberto si riservò un locale per uso ufficio in cui c’erano oltre la scrivania: un lettino,  un computer e un monitor dove venivano riportate le immagini di tutte le stanze. Per il personale scelse solamente delle femminucce giovani impiegate in cucina, in sala mensa e per la sistemazione delle camere da letto. Unica eccezione Rosalia  (Lia), una signora anziana vestita di nero che aveva rappresentato la sua recente vedovanza con tre figli a carico, aveva il viso quadrato come pure il fisico più alto della media e piuttosto robusto. La stessa era l’unica autorizzata ad accedere nell’ufficio del padrone di casa, dava affidamento per serietà. Alberto non voleva essere ‘schiavizzato’ dalla casa di accoglienza ed allora convocò Lia, l’unica a cui dava del lei: “Signora per motivi personali non posso passare molto tempo qui dentro, lei sarà il mio alter ego, avrà, in mia assenza la responsabilità dell’andamento della ‘baracca’, il suo stipendio sarà raddoppiato.” “Grazie” Lia era di poche parole. Una mattina Alberto nel suo ufficio stava leggendo il giornale quando dando uno sguardo al monitor si accorse che in cucina Aida, rimasta sola, stava vuotando una bottiglietta di liquido dentro la pentola dove  sarebbe  stata cotta la pasta. Corse verso la cucina, durante il tragitto incontrò Lia: “Venga con me.” Aida fu subito immobilizzata da Alberto e trasportata a forza in ufficio. “Cosa hai messo in pentola?” Scena muta da parte della ragazza. Alberto chiamò il 112 spiegando brevemente la situazione, dopo circa un  quarto d’ora apparvero due Carabinieri che presero in consegna Aida, a lei riproposero la domanda sul contenuto della bottiglietta immesso in pentola, altra scena muta. I Carabinieri allora interessarono i Nas che si presentarono con il loro armamentario, prelevarono vari campioni di acqua dalla pentola e poi la sigillarono. Fu chiamato un avvocato d’ufficio al quale spiegarono la situazione, i Carabinieri volevano essere in regola con la procedura per evitare ‘furbizie’ da parte dell’interessata. Scoperta dai documenti dove si trovava l’abitazione di Aida, una pattuglia si recò in via Placida dove una donna con indosso lo hijab aprì la porta. “Parla italiano?” “Un poco.” “Abita qui Aida?” “Mia sorella.” “Questo è un mandato di perquisizione, entriamo in casa.” L’arredamento dell’abitazione era a dir poco povero ma in uno sgabuzzino i militari scoprirono un computer, uno di loro pratico del settore dopo molti tentativi riuscì a mettersi in contatto con un sito islamico in cui erano magnificati la lotta armata e come poter colpire i ‘miscredenti’. Dietro autorizzazione del sostituto di turno, i Carabinieri fra la curiosità dei vicini di casa portarono con loro la sorella di Aida che non fece resistenza. Ad Alberto fu richiesta una sua relazione sui fatti, la pentola incriminata fu la sola traccia dell’avvenimento, per il resto silenzio assoluto, dopo vario tempo sulla stampa nazionale apparve la notizia che, partendo da Messina i Carabinieri erano riusciti a smantellare varie cellule islamiche  sparse in tutta Italia, cellule che volevano colpire anche le chiese cattoliche. Passata la buriana, la serenità ritornò all’interno della casa di accoglienza, anzi il mancato pericolo rese più compatta l’amicizia fra i suoi componenti. Alberto una mattina di una domenica  stava poltrendo al caldo del letto (era inverno) quando suonò il citofono, quando gracchiò per la terza volta Alberto pensò che fosse cosa importante e: “ Chi rompe?” “Sono la signora Matilde, lei non mi conosce, son venuta a recapitarle la sua pubblicazione ‘L’Ateo’ a me pervenuta erroneamente.” Alberto  riuscì ad aprire completamente gli occhi, indossò una vestaglia sopra il pigiama. Uscita dall’ascensore gli apparve una bionda, una bionda che più bionda non si può (espressione copiata da un comico televisivo). “Chiedo scusa se sono poco presentabile.” “Mi è giunta, insieme alla mia una copia della pubblicazione ‘L’Ateo’ a lei indirizzata, eccola qua.” “La ringrazio, la prego di accomodarsi nel salone, mi rendo presentabile e poi, se lei è d’accordo potremmo andare a pranzare in un locale qui vicino.” “Accordato, posso visitare la reggia?” “Grazie per il complimento, faccia pure.” Alberto con  calma si rasò la barba, fece una doccia e poi indossò il ‘vestito della festa.’ “Adesso sono presentabile, posso offrile un aperitivo.” “Preferisco mangiare, un certo languorino…” All’ingresso i due furono accolti dal proprietario, Alberto era un cliente di riguardo. Dopo un finto baciamano alla signora: “Complimenti Alberto, ‘semper ad meliora’”, poi vedendo la faccia di disapprovazione di Alberto. “Se me lo permettete provvedo io per il menù.” Salvatore aveva compreso la gaffe. Matilde ci rise sopra: “Pare che questo sia il posto dove lei conduce le sue conquiste!” “Sempre di meno, ormai l’età…” “Non si sottovaluti, ha il fascino delle tempie grigie.” “E lei della gioventù.” “Non ha il coraggio di chiedermi gli anni? Non ho remore a dirglieli: ventisei e non mi dica che potrebbe essere mio padre!” La frase fu seguita da una risata da parte della signora che seguitò: “Non mi chiami signora, sono signorina e lo ribadisco con forza come dicevano in un film di Frank Capra due zitelle incartapecorite.” “Mi fa piacere esserci scoperti pieni di humour, penso potremo darci del tu e, se me lo permetti pago io il pranzo, sono un po’ superstiziosa e ritengo che porti fortuna quando al primo incontro è la femminuccia a saldare il conto.” La mancia di cinquanta Euro fece sbarrare gli occhi al vecchio cameriere Osvaldo che ringraziò con un inchino. “Facciamo un giro in auto, è posteggiata in garage.” “Complimenti una Giulia allora non sei tanto vecchio se ti sei comprato una macchina sportiva! Me la fai provare?” Alberto sorrise e pensò: “ E tu che mi fai provare?” “Non fare pensieri lascivi, non almeno al primo incontro!” Alberto capì che aveva trovato ‘duro’, scese dalla parte del guidatore dove si istallò Matilde che subito dimostrò di essere un buon ‘manico’ con  partenza con  sgommata. In autostrada verso Catania: “Se vai a questa velocità non solo perdi i punti della patente ma se superi i quaranta più del previsto te la ritirano .” “Ed allora tu mi farai da autista venendomi a prendere a casa, magari anche in orari inconsueti, sarò ad aspettarti.” “Mi fermo in questa piazzola, voglio rilassarmi spostando la spalliera del sedile indietro.” Detto, fatto Matilde afferrò Alberto per il collo e lo baciò a lungo. “Non sono un gallinaccio…” Matilde ripartì: “Direzione casa mia hai qualcosa in contrario?” “No visiterò la tua reggia e…” “Non ti aspettare niente , oggi hai avuto un assaggio, ti può bastare!” Tilde, il diminutivo di Matilde, era molto impegnata col lavoro, era capo sala in un Istituto ortopedico in via Ducezio, comunicò ad Alberto l’impossibilità di incontrarlo per motivi che gli avrebbe comunicato a voce. Alberto sopportò un  periodo di astinenza sessuale, che fosse la vecchiaia…Non se ne preoccupò più di tanto, per passare il tempo rispolverò un vecchio hobby, la fotografia. Acquistò una Canon con tutti gli accessori  di ultima generazione, ormai la pellicola era un lontano ricordo, c’era una scheda in cui si potevano immagazzinare anche cinquecento scatti. Non contento, pensò di metter su un laboratorio di sviluppo e di stampa in uno sgabuzzino di casa sua, gli costò un occhio della testa ma poi pensò a quanto fosse più gratificante stampare da solo le foto, magari qualcuna osé, forse pensava a Tilde immaginandola in costume adamitico o meglio evitico. La dama si faceva viva solo per telefono, solita giustificazione lavoro che la impegnava tutta la giornata, sembrava più una scusa che la verità ma…Una mattina di domenica alle undici insistente suono del telefono: “Sto riposando al calduccio del letto, non vengo fuori nemmeno se sei miss mondo!” “Ti deve bastare miss Matilde  che ti viene a trovare a casa e così potrai poltrire ancora a letto!” Alberto comprese che era l’ora del ‘la tromba la mattina è una rottura di coglion’ di  militare memoria e con un balzo lasciò il giaciglio e corse ad accendere i riscaldamenti. Dalla finestra vide una Abarth 124 spider entrare in cortile, che fosse lei? Era lei,  svelato l’arcano dell‘amore per la velocità di Tilde! “Mia cara dal viso mi sembri  piuttosto stanca…” “Non ho avuto tempo di fare colazione, per favore preparami un cappuccino con qualche dolcetto.” Nel frattempo Tilde si era introdotta nel bagno per una doccia e ne era uscita con indosso un accappatoio di Alberto. “Posso dire sotto il vestito niente!” “Ho capito, ecco quello che volevi vedere!” “Apparve un corpo longilineo, piccole tette, vita stretta, e, giratasi un bel popò poi un pube con ‘pelame’ nero. “Si, non sono bionda naturale, finito di mangiare  approfitterò del tuo letto penso ancora caldo, del tuo corpo e del tuo profumo.” Matilde chiuse gli occhi, si era addormentata. Alberto pensò che non era il caso di andare al ristorante, si mise al lavoro in cucina, era abbastanza bravo e mise su un pranzo con i fiocchi. Dopo due ore decise che la signora si era riposata abbastanza e con la bocca fece il suono della sveglia militare: “Tu tu tu tu tu tu tu tu tu, la sveglia la mattina è una rottura di coglion…” “Sei un sadico, nel più bello…” “Non mi va di andare al ristorante, mi accontenterò di un panino.” “Invece l’Albertone ha preparato un pranzo con i fiocchi!” “Mai mangiato un pranzo con i fiocchi, spero non sia avvelenato!” Tilde fece seguire la battuta con un bacio che fece svegliare un ‘ciccio’ ormai a riposo da tempo. “Ora no, voglio che sia una cosa dolce non mi interessa la sveltina, comunicala al tuo ‘socio’. Il ‘socio’ non la prese bene ma si ritirò in buon ordine, c’era odore di ‘cosina’ da gustare più tardi. Alla fine del pranzo riposo sul divano col televisore acceso. Solite notizie negative: omicidi soprattutto di donne, guerre in tutto il mondo ed altre schifezze varie che indussero Alberto di spegnere la TV. “Caro penso sia il caso di raccontarti le mie vicissitudini: sin da piccola sono vissuta in una casa per orfani, mia madre, mai conosciuta, mi aveva abbandonato alla mia nascita. Crescevo senza affetto come puoi immaginare, a sedici anni  un addetto all’istituto mi violentò, tanto dolore soprattutto fisico che mi portò a giurare a me stessa eterno odio per gli uomini. Questo mi portò a ‘frequentare’ da vicino una mia compagna più grande di me che amava  le femminucce più  dei maschietti.  Alla maggiore età l’ho persa di vista, con l’aiuto finanziario di una benefattrice nobildonna io ed altre mie colleghe siamo riuscite a studiare fino alla laurea. Ho vinto il concorso di capo sala e da allora la mia vita è cambiata soprattutto ultimamente quando è stata ricoverata una signora anziana con osteoporosi e con un femore rotto. Mi ha chiesto di starle sempre vicino e quindi, oltre al mio lavoro ho svolto le mansioni di infermiera di notte. Una mattina la signora ha fatto chiamare il direttore della clinica a cui ha chiesto l’intervento di un notaio, voleva far stilare un testamento valido a tutti gli effetti, niente ai nipoti. Alla sua morte ho appreso che mi aveva lasciato i suoi beni piuttosto sostanziosi poi sei apparso  tu, fine della storia.” Alberto e Tilde si guardarono a lungo senza profferir verbo, in seguito si abbracciarono ma nulla di sessuale, erano ambedue commossi. Morfeo li colse sino al mattino successivo. “Ho una fame indiavolata, presto amore mio, prepara una colazione coi fiocchi, sono in vacanza per un mese ma non ti illudere… Stavolta i due uscirono e presero la 124 di Tilde la quale stranamente aveva smesso  di fare gli slalom fra le macchine che la precedevano, andava così piano che gli automobilisti dietro di noi, inviperiti,  cominciarono a suonare i clacson. “Che ne dici di fermarti in uno spiazzo?” “Niente da fare, per ora mi sto rilassando tutto rimandato sul tuo giaciglio.” La situazione di evolse come desiderava Tilde: inizio con baci da parte di Alberto su tutto il corpo dell’amata, il fiorellino si dimostrò subito recettivo con orgasmi multipli che lubrificarono la vagina di Matilde tanto da farle percepire con poco dolore l’entrata trionfale di un ‘ciccio’ alla massima potenza. La mattina seguente Alberto trovò sul comodino un bigliettino che recitava: ‘ Un cinquantenne sarà un buon padre?’ Una festa alla grande organizzata da Lia aspettava i due che alla loro entrata alla casa di accoglienza furono gratificati da un forte e lungo applauso da parte dei presenti i quali in coro: ’Discorso, discorso, discorso!’ “Mie cari che dirvi, questa è Matilde  mia moglie con cui spero di avere un erede,  siete tutti nel mio cuore ed ora buon appetito!” L’istituzione voluta da Alberto, per sua volontà, seguitò a funzionare anche dopo la sua morte in seguito alla quale fu apposta, dalla vedova e dal figlio Adalberto una  targa  all’ingresso per ricordare chi era stato il suo promotore.

     
  • 30 aprile alle ore 9:57
    GLI ICONOCLASTI DEL SESSO

    Come comincia: Alberto non era più giovanissimo (per usare un eufemismo) e poi in quanto a malattie…Un suo amico medico romanogli aveva detto: “Arbé, famo prima a le malattie che nun c’ihai che quelle che c’ihai!”  informazione poco confortante oltre che presa per i fondelli, belle notizie per un vecchio tombeur des femmes settantenne purtroppo quasi a risposo! Sul suo sito aveva scritto. ‘Sono nonnobomba che mangia, beve e talvolta tromba!’ Con quel ‘talvolta’ aveva cercato si salvare la fama di ‘fucker’. Ricordava quante gaffes aveva volutamente commesso col suo spirito, la più rilevante quando, alla facoltà di architettura sulla lavagna aveva scritto: ‘Il  culo è architettura’ solo che l’insegnante femmina era brutta, antipatica, presuntuosa a soprattutto piatta! Richiamo orale da parte del Rettore dell’Università che lo aveva in simpatia che se si era fatto delle matte risate, ufficialmente non poteva tollerare quell’aforisma fuori posto. Ma non era la prima volta che il buon Alberto si faceva richiamare dagli insegnanti: allorché frequentava il terzo liceo classico in un istituto religioso di Roma si era esibito con: ‘Il culo? È la vagina dei cattolici!’ Inutile dire la buriana che aveva innescato, cacciato in malo molo dalla scuola, per evitare guai  agli esami di Stato aveva cambiato città beccandosi i rimproveri di mamma Adele ma con qualche sorriso di papà Armando fervente ateo. Alberto anche da anziano aveva mantenuto il suo studio di architetto in via Condotti a Roma, aveva pochi clienti perché non aveva molta voglia di impegnarsi in progetti importanti, il suo studio era frequentato da ragazzi e ragazze iscritti alla facoltà di architettura che andavano a prendere lezioni dal vecchio maestro apprezzato anche per il suo spirito romanesco. Aveva un po’ lo stile di Vittorio Gasmann che si era esibito con questo aforisma: ‘Il sesso, le cosce, due belle chiappe ecco la vera religione, la sola idea politica, la vera patria dell’uomo.’ Alberto enunciava con enfasi sacri principi dell’architettura prendendo in giro anche se stesso, per far scena nello studio vestiva come quei pittori impressionisti dell’ottocento francesi tipo Degas o Manet. Talvolta non rientrava a casa in via Merulana, dietro lo studio aveva fatto approntare un letto ed un bagnetto che in passato erano serviti per…ora quasi solo per riposare, Alberto non era nato per fare il vecchio! Per sua fortuna le testa ancora ‘gli reggeva’  ed i suoi insegnamenti erano apprezzati dagli allievi, lui invece avrebbe apprezzato le grazie di qualche allieva particolarmente procace! I genitori di Alberto  provenivano  da Jesi una cittadina in quel di Ancona. Era nato in quel centro marchigiano dove il padre era direttore di una banca, aveva studiato al liceo classico sino alla quinta ginnasiale poi si era trasferito a Roma con la famiglia. Un giorno, per festeggiare il 71° compleanno gli venne in mente di intraprendere  con la sua  Stelvio Alfa Romeo un viaggio superando le montagne dell’Umbria per approdare nella città del Verdicchio. Nell’albergo ristorante in viale della Vittoria dove aveva preso alloggio quotidianamente apprezzava saporiti piatti a base di pesce ‘innaffiati’ dall’eccellente vino locale, a Jesi non aveva più parenti dei suoi genitori. Una mattina entrando nel bar Bardi, il più grande e lussuoso del paese vide seduta ad un tavolo una ragazza che assomigliava moltissimo ad una sua compagna del liceo classico, certa Rosanna con cui aveva amoreggiato ai tempi della scuola. Con la faccia tosta di cui era  provvisto si avvicinò al tavolo e:”Mi presento, sono Alberto a suo tempo compagno di liceo di Rosanna, lei le assomiglia in maniera notevole, dovrebbe essere sua figlia.” “Si accomodi, Rosanna è mia nonna, io sono la nipote Matilde, mia madre si chiama Mirella.” Alberto rimase basito, aveva saltato una generazione, dimostrazione della sua sopraggiunta vecchiaia, rimase muto in  piedi sinché Matilde: “Si accomodi, mi faccia compagnia, aspetti faccio una telefonata e si allontanò: “Nonna sono da Bardi, per te una sorpresissima, vieni subito!” “Vedo cha lei ha già consumato, cameriere per me  un Campari Soda.”  Dopo un quarto d’ora: “Mirella vedo che sei in buona compagnia, mi presenti il signore?” “Alberto riconobbe Rosanna, anche se ovviamente invecchiata ancora portava i segni dell’antica beltade, era elegantissima in un vestito spezzato rosa e nero. Un po’ di imbarazzo da parte dei due poi Matilde: “Vi lascio soli avrete tanto da raccontarvi!” Alberto e Rosanna si guardarono a lungo negli occhi, era passato un lungo lasso di tempo, con la mente stavano passando in  rassegna i momenti passati insieme. A scuola erano compagni di banco, fuori, entrando nel portone di casa di Alberto si scambiavano qualche bacio appassionato ma tutto finiva lì, oggi…Alberto parlò per primo: “Mi sono sposato ed ho divorziato dieci anni addietro, assoluta incompatibilità di carattere, me la sono spassata con femminucce varie senza impegni sentimentali, ho svolto la mia professione di architetto, i miei progetti andavano quasi tutti bene, solo qualche ponte cadeva…” “Non hai perso il tuo spirito salace, ti ho pensato tante volte, la mia vita non è stata fortunata, mio marito Gennaro in associazione col cugino Gianni erano titolari di una fabbrica di macchine agricole e di strada. Purtroppo Gianni morì per un tumore e mio marito per un ictus, era grasso ed amava troppo il bere. Mi sono trovata sperduta con una fabbrica sulle spalle, non mi sono persa d’animo, ho radunato i capi reparto della fabbrica ed abbiamo deciso che avremmo diviso i guadagni a secondo delle entrate, tutti furono d’accordo altrimenti ci sarebbe stato un fallimento con conseguente licenziamento collettivo. Il bilancio sino ad ora è stato positivo. Nel frattempo era nata Mirella che già da piccolissima girava per la fabbrica coccolata da tutti specialmente dalle operaie. I figli saranno pure ‘pezzi ‘e core’ ma danno grandi preoccupazioni. Mirella a diciotto anni rimase incinta, l’interessato, tale Settimio non poté legalizzare la loro unione, era sposato, fra l’altro i componenti della sua famiglia e quella della consorte erano molto religiosi ed alcuni apparentati alla curia locale, conclusione la piccola Matilde ha il mio cognome. Ci sarebbero tante altre cose da raccontarti ma per ora…”Rosanna prese una mano di Alberto, dinanzi a quei ricordi si era commossa, una lacrima sul viso subito rimossa, Rosanna era stata ed era tuttora una dura. “Cara che ne dici se andiamo a pranzare al mio albergo in viale della Vittoria, prima passerò dal mio amico Giorgio produttore di Verdicchio.” Con Giorgio altra grande commozione, erano pari età ed anche lui aveva avuto problemi dalla vita, Giorgio non volle accettare l’invito a pranzo, capì che non era il caso. “Cara fa onore a stó piatto cappelletti ed anche al  brodetto, è favoloso, se non ricordo male sono afrodisiaci!” “Non sei cambiato, sei il solito…mi stavo domandando che tipo di vita avremmo condotto se ci fossimo sposati.” “Gros baise!” “Stai parlando con una signora!” “Con me saresti diventata una signora mignotta!” “Ho capito,  con la vecchiaia sei peggiorato ma mi piaci lo stesso, durante la mia vita ho avuto vicino solo uomini pedissequi, pedanti e niente affatto divertenti, tu riesci a farmi sorridere.” Allora ti recito il detto francese: ‘Femme qui rit est dejà dans ton lit!” “Io rido senza andare a letto…scusa sono una bugiarda, vorrei abbracciarti, il nostro incontro ha cambiato qualcosa in me, andiamo in camera tua, non voglio farmi vedere in casa da mia figlia e da mia nipote.” In bagno ognuno mostrò all’altro i segni della vecchiaia, ne risero abbracciandosi a lungo sul letto sin quando Alberto si appropriò della gatta di Rosanna e del suo clitoride portandola ad una orgasmo prolungato che lei aveva completamente dimenticato, stavolta la signora non riuscì a fermare le lacrime, erano di gioia. Passato il pomeriggio si fecero portare la cena in camera, una sostanziosa mancia fece dimenticare la loro presenza al  cameriere che si allontanò con tanto di inchino. “Cara Mirella sono ancora in compagnia di Alberto, voi due mangiate pure non so quando ritornerò.” “Mammina sei fuori allenamento, non svenire altrimenti dovremo portarti in ospedale!” Rosanna inaspettatamente rispose con una frase in inglese: ‘daughter of the bictch’ cosa che non era nel suo stile, fra l’altro aveva classificato se stessa in maniera volgare! La mattina Alberto fu svegliato da un fastidioso raggio di sole sul viso, guardò l’orologio erano le dieci. Sul comodino un biglietto da visita di Rosanna con tanto di numero del cellulare. Rimessosi in piedi, presentabile, mise sul satellitare dell’auto l’indirizzo della villa di Rosanna al Cavallotti, giunto dinanzi al cancello si appalesò un pastore tedesco particolarmente incazzato che latrava alla grande. Si era avvicinata Matilde che preso per la collottola il cane: “Tralla non fare casino il signore è un amico!” Pareva che la cagna avesse compreso le parole della ragazza. Aperto il cancello e sceso Alberto dalla macchina, Tralla prese ad annusarlo ed a scodinzolare. “ “Sta puttana, prima fa tanto di casino e poi…” “Nipotina non consideri il fascino profumato dello zio Alberto!” “Daremo il tuo nome ad un profumo per cani!” “Penso che dovrò spazzolarti il popò, con me non si scherza!” “Nemmeno con me so benissimo fare una cravatta!” Alberto ricordò,  la cravatta era una mossa di judo particolarmente pericolosa, in America aveva provocato la morte di uno judoca  ma non volle darsi per vinto. “Io indosso solo cravatte di classe, quelle disegnate da maestri napoletani, tu?” “Quelle insegnatemi da Nerina la mia maestra di fitness, quella che sta venendo verso di noi.“ Alberto la osservò: circa quarantenne, altezza nella media, robusta, capelli corti, faccia quadrata,  cipiglio duro, l’architetto capì subito di che ‘razza’ si trattasse, meglio averla amica. “Gentile signora, Matilde mi stava magnificando le sue doti ginniche, forse anch’io avrei bisogno di qualche lezione, dove si trova la sua palestra?” “Dopo un attimo di perplessità Nerina: “Non sono sposata, la mia palestra si trova all’Appannaggio’ tra via San Martino ed il Corso, quando vuole a disposizione.” Nel frattempo era giunta Rosanna: “Matilde sta attenta a Tralla, non vorrei…” “Ma quando mai, sta mignotta non fa altro che strofinarsi col tuo amico!” Tutti in giardino a godersi il fresco che pian piano stava scendendo dalle vicine montagne. Alberto era su di morale e si esibì in una battuta: “Sono in netta minoranza quattro a uno, chi passa dalla mia parte?” Rosanna: “Penso che resterai in minoranza, in tutto il mondo le donne sopraffanno in numero i maschietti in tutti i campi anche perché i signori uomini, sin dall’antichità si distruggevano la vita con le guerre invece di impegnarsi in pugne più piacevoli con le legittime o illegittime consorti!” ”Sei una scoperta, una femminista, solo che la situazione non è come tu la descrivi, ora i maschietti cucinano, lavano i piatti, cambiano i pannolini ai figli, talvolta anche lavano e stirano…” “Tutte fantasie, io non ne ho mai conosciuti di quella razza che tu descrivi e poi, sinceramente preferisco l’uomo che non deve mai chiedere!” Res cum ita sint, usando un termine siciliano ‘mi arrunchio’ ed alzo bandiera bianca,  sento un gorgoglio nel mio pancino che ne dite di…” Sistemato il pancino  di nuovo tutti in giardino col profumo del tabacco proveniente dalla pipa di Alberto. Nerina: “conosco questo tabacco è un Latakia siriano, lo fumava una mia amica.” Nessun commento, peraltro inutile, come si dice in gergo ‘tutti sapevano di tutto.’ Alberto capì che ‘il gatto sarebbe rimasto senza trippa’, salutò la compagnia e fece ritorno in albergo. Qui una sorpresa, incontrò un deliziosa ragazza vestita da cameriera: “Signore la vedo solo soletto, ha bisogno di un pó di compagnia?” Alberto maledisse la sua vecchiaia e: “La ringrazio ma sono stanco.” Pensiero della baby: Sei vecchio e non ce la fai più!’ Alberto si era accorto che Nerina, di sottocchio l’aveva osservato a lungo, si mise a ridere, era diventato il bersaglio di un omo donna, forse era stata solo un una sua impressione. La mattina dopo alle dieci bussò alla porta della palestra, dopo un po’ comparve la titolare, scapigliata e ancora sonnolente. “Cara apri gli occhi belli…” “Gli occhi belli avrebbero preferiti restare chiusi per un’altra oretta…dato che sei qui entra, vado a farmi un caffè, lo preparo pure per te.” La donna era sparita in fondo alla palestra dove c’era un mini appartamento. Alberto aspettò a lungo, la signorina si presentò  più rassettata e con i due caffè in verità deliziosi. “Sediamoci  sul divano, ieri mi hai incuriosito, di uomini non ne capisco gran che ma tu hai qualcosa che attira…chiudi gli occhi e, se ti va  accetta le mie avances. ‘Lo sventurato rispose’, Nerina prese possesso del suo corpo iniziando dal viso sino a i piedi, lunghi baci, piccoli morsi eccitanti, graffi forse questa era la sua tecnica con le femminucce? Fatto sta che ad Alberto ‘ciccio’ cominciò ad innalzarsi come non succedeva da tempo, destinazione finale una gatta dalle pareti robuste forse per  troppo allenamento! Poi avvenne l’imprevisto, l’imprevisto che si associa alla logica azione reazione che può cambiare il finale di ogni storia. Dinanzi ad Alberto ed a Nerina era comparsa Matilde che impallidì…senza pronunziare verbo sparì dalla circolazione, quelle erano corna anche se effettuate con un maschietto. Alberto restò ancora un po’ in ‘cocchia’ come si dice in dialetto marchigiano poi pian piano ‘ciccio’ si ritirò come pure il titolare. “Ciao cara, questo è il mio biglietto da visita, qualora dovessi venire a Roma…”un bacio come finale. Alberto preferì pagare il conto in  albergo, salire sulla Stelvio e prendere la via della capitale. Si fece guidare dal navigatore satellitare, la solita voce femminile gli suggeriva il percorso. Ad un certo punto dal telefonino uno squillo e dopo una scritta anonima: “Buon viaggio!’ L’autrice era evidentemente Rosanna che, ancora una volta aveva dimostrato la sua signorilità. L’arrivo di Alberto in via Margutta fu motivo di una festa fra tanti maschietti e femminucce affezionatissimi all’architetto il quale  commosso  abbracciò le ragazze, del sesso femminile ‘particolare’ aveva un ricordo …particolare.

     
  • 29 aprile alle ore 9:09
    I TRE DIAVOLETTI

    Come comincia: Era un palazzo nuovo quello di cinque piani  inaugurato di recente in via Amercio Vespucci ad Ostia,  un palazzo di lusso  in cui giungeva la sempre piacevole brezza del  mare.  I proprietari degli appartamenti, tutti facoltosi erano un coacervo di razze e di nazionalità. Lewis, pilota della British Airwais aveva scelto quella località per allontanarsi dalle nebbie londinesi, la sua era una storia particolare: vedovo con tre figli aveva conosciuto in Giappone Ayana e l’aveva assunta come baby sitter o seconda madre come nel suo caso, la ragazza parlava varie lingue fra cui l’italiano e l’inglese. Aveva accettato con entusiasmo di trasferirsi in Italia, era molto amante della storia romana. I tre bimbi: Jason, Joe e Jerry rispettivamente di otto, sei e quattro anni  non erano degli angioletti, ci voleva tutta la forza e l’autorità di Ayana per tenerli a bada. Stranamente  a scuola  erano attenti, educati, disciplinati ma fuori si scatenavano, purtroppo avevano imparato molte parolacce, per fortuna in inglese e così si salvavano le orecchie di molti italiani. Al quinto piano del palazzo era  venuta ad abitare anche Ambra, trentacinquenne che poteva definirsi signorilmente bella. Insegnante di materie letterarie  aveva vinto il concorso in una scuola media al Lido di Roma ed aveva preferito non viaggiare da via Margutta  dove possedeva un bellissimo attico. C’era un motivo di quell’allontanamento dalla capitale: per anni Ambra aveva avuto una relazione con Fulvio squattrinato pittore. Dopo vari tradimenti, Fulvio aveva stretto  definitivamente ‘amicizia con Lucilla molto più giovane di lui con l’ovvia conseguenza che Ambra la prese  male  pronunziando, per la prima volta in vita sua una frase volgare “pittore del c…o, vai a farti f…re .” All’inizio tutti i proprietari di un nuovo stabile si sentivano un  po’ spaesati. Ambra conobbe  Ayana ed i tre fratelli inglesi sul pianerottolo, i giovani avevano salutato la nuova conoscente in maniera del tutto british dandole la mano con un  inchino e pronunziando la classica frase: ‘Nice to meet you’ seguita dal proprio nome, buona la prima impressione. Ayana: “Noi stiamo andando in spiaggia, abbiamo la fortuna di avere il mare vicino,  lei?” “Anch’io, ci faremo compagnia.” Nello stesso capanno Ayana, Arianna, Jason, Joe e Jerry indossarono a turno i costumi,i ragazzi tutti insieme imbastendo la solita buriana redarguiti da fuori da Ayana. Per far passare le fatidiche tre ore dopo l’abbondante colazione all’inglese, Jason, Joe e Jerry  mescolando la sabbia con acqua impiantarono la classica pista da spiaggia  molto ben fatta tanto da attirare l’attenzione degli altri bagnanti, erano stati proprio bravi. Cominciò la sfida fra i tre fratelli con le palline di vetro che correvano veloci spinti da un colpo del dito medio. I ragazzi presto si stancarono e lasciarono via libera agli altri bagnanti. “Ayana è l’ora.” Jason in un attimo superò i primi metri di acqua bassa per poi sparire più a largo. Ambra lo guardava affascinata, lei era una ‘gatta’ non amava particolarmente nuotare anzi non sapeva proprio nuotare;  dopo due minuti si mise in apprensione: “Ayana il ragazzo non è riemerso dall’acqua, che gli è successo…”  “Non ti preoccupare, sono dei pesciolini.” Ed infatti Jason ricomparve in superficie soffiando un grande sbuffo di aria come una piccola balena. Anche i due fratelli lo seguirono in mare sotto lo sguardo perplesso e preoccupato di Ambra.  Ad un certo punto Jason: “Can we call miss aunt?” Ayana si mise a ridere e comunicò la richiesta, traducendola in italiano:  “Sarà piacere nostro insegnarti a nuotare vero zia Ambra?” “E qui ti sbagli, sono come le gatte, aborrisco l’acqua.” Risposta di Jason: “Never say, never again!” La zia preferì non replicare, aveva compreso il senso della affermazione del giovane. Nei giorni seguenti i tre presero più confidenza con la zia tanto da indurla, pian piano ad avvicinarsi alla battigia fino ad entrare in acqua sino alla cintola. Ayana era in apprensione vedendo i quattro allontanarsi sempre più dalla spiaggia ma, miracolo miracolo Ambra aveva preso tanta confidenza col liquido marino da riuscire a nuotare in parte sorretta da Jason.  A tavola la situazione era cambiata,  Lucilla la cuoca preparava ottimi piatti romani, Ambra cercava di evitare gli eccessi, non voleva perdere la linea. Una novità: il piccolo Jerry una volta si installò sulle gambe della zia e chiese di essere imboccato. Ayana stava per intervenire ma Ambra: lascialo fare, forse gli manca la mamma. Forse non  era il concetto giusto perché il piccolo,  ridendo mise una mano dentro la scollatura di Ambra toccandole una tetta. Intervenne Ayana che prese Jerry per un orecchio e: “Little pig apologize to Ambra!” “Non fa niente.” Il piccolo rimediò un bacio in fronte della parte della zia. Qualcosa di inaspettato accadde un pomeriggio quando Ayana fruì della doccia di Ambra per mancanza di acqua del suo serbatoio. Ambra aveva urgente bisogno di usare il suo bagno, entrò e si trovò dinanzi Ayana nuda ma con qualcosa di non previsto…un pene lungo e duro, un trans. Nessuna delle due commentò la situazione erano imbarazzate, meglio il silenzio che non fa domande che può dare una risposta a tutto. La situazione cambiò col ritorno  di papà Lewis. Stile irreprensibile, atteggiamento ironicamente distaccato, ricercato nel vestire fece buona impressione ad Ambra che però dimostrò indifferenza, non aveva alcun a intenzione di allacciare una relazione sentimentale, aveva un pessimo ricordo dei maschietti. Anche Lewis non era grande amico dell’acqua e così si trovarono in mare in cinque con i tre a prendere in giro il papà e la zia. Ayana sotto l’ombrellone era di pessimo umore, non sapeva come avrebbe agito Ambra, la considerava troppo conformista. Il suo atteggiamento non cambiò a tavola, ormai mangiavano sempre insieme tutti e sei, anche ai ragazzi che stavano crescendo di giorno in giorno era permesso assaggiare il vino dei Castelli Romani annacquato in acqua minerale. Ambra, per migliorare l’atmosfera una sera andò nella camera di Ayana e: “Ti vedo preoccupata, non aver alcun timore, ti dico che gli ermafroditi sono sempre esistiti, i greci avevano addirittura una dea, Cibele non si cambia la natura delle persone anzi, sai che ti dico, sono incuriosita come possa essere il contatto con un transgender, se permetti te lo prendo in mano…” Che la mente umana sia imperscrutabile è cosa nota, Ambra contro tutti i suoi principi aveva cominciato a ‘massaggiare’ il ‘ciccio’ di Ayana che era diventato quanto mai ‘tosto’ e, cosa ancora più strana pian piano prese ad immetterlo nella sua cosina a digiuno da tempo, poco dopo se la trovò inondata ma non smise, aveva riprovato le gioie di un orgasmo prolungato. Ci volle del tempo per riprendersi e ritornare nella propria stanza,  La zia non si sentiva affatto  a disagio, anzi si sentiva euforica, era stato sbagliato il suo precedente rapporto col  pittore Fulvio. Quando incrociava Ayana sentiva una voglia sessuale crescere dentro di sé, ormai quasi tutte le sere aveva preso l’abitudine di passare nella stanza della giapponese che ricambiava le sue ‘affettuosità’ sessuali usando anche il popò di Ambra, altra novità per quest’ultima. Il movimento non passò inosservato  al pilot in  command che scoprì le due signore in piena ‘pugna’.Rispettando il suo aplomb:  “J can join you?” , senza porre tempo in mezzo si infilò nel primo buchino che si trovò dinanzi, era quello di Ayana che si stava ‘facendo’ Ambra, venne fuori un trenino...che correva nei binari quasi tutte le notti, c’era pure il ciú ciù di un’Ambra sempre più presa dal fascino  sessuale della situazione che però… dopo trenta giorni: “Lewis questo mese non mi son venute le mestruazioni!” Cosa fanno in questi frangenti i maschietti, gridano felici: “Sarò padre!” Quando mai: “Mi hanno richiamato in servizio, “good luck.” e sparì dalla circolazione. Ambra si recò a Roma da un ginecologo che le confermò la prossima maternità. Prendendo spunto dalla lingua che insegnava a scuola nella mente di Ambra: ‘summa confusion in animo segnavat’ Solo Ayana le stava vicino, chi era il padre del futuro erede, tralasciando il  classico ‘mater sempre certa…Ambra sperò vivamente che non nascesse un bambino con gli occhi a mandorla, come spiegarlo ai ragazzi? Ambra era tutto un interrogativo peggiorato quando il pancione divenne ben visibile ed i tre ‘sun of a bicht’ cominciarono a prendere in giro la zia:”The aunt is pregnant!” rimediando schiaffoni da parte di Ayana quando riusciva a raggiungerli!  Ylenia nacque in una clinica Romana, pareva assomigliasse molto alla madre, appena nati i lineamenti dei bambini sono difficili da decifrare, in ogni caso non aveva gli occhi a mandorla. Per i tre fratelli era un bambolotto da accarezzare e curare, sembravano dei piccoli papà, Ylenia apprezzava molto le coccole dei tre che ne frattempo erano diventati dei giovanotti, ora erano loro gli zii.  Lewis avuta la notizia per telefono si limitò al solito ‘good luck’ non chiedendo nemmeno se ci fossero delle somiglianze, le sue passioni erano il volo e le assistenti al volo!

     
  • 22 aprile alle ore 16:48
    INTRECCI SESSUALI.

    Come comincia: Adriana e Luisa, due piacevoli signore quarantenni avevano molte cose in comune: abitavano in una villa a schiera vicino Cinecittà a Roma, erano ambedue vedove, Adriana ‘nera’, il marito era morto in un incidente stradale, Luisa ‘bianca’, il poco gentil consorte era sparito dalla circolazione con la solita ventenne che profumava di giovinezza. Ambedue avevano un figlio dodicenne: Adriana Alessandro, Luisa Lorenzo. Altra situazione comune, decisamente fortunata l’esser ricche di famiglia. Era giugno, le scuole chiudevano i battenti, i due eredi erano rientrati in famiglia dal collegio con grandi baci ed abbracci da parte delle genitrici, un po’ più da parte di Adriana, per Luisa il problema era un altro: aveva conosciuto un ballerino cubano in tournée a Roma, era ben presto passata a…vie di fatto, se ne era innamorata, aveva deciso di andare con lui a Cuba: problema Lorenzo. Un pomeriggio Luisa: “Cara posso venire a prendere un te a casa tua?” “Son qua!” Quando mai Luisa aveva chiesto il permesso, c’era sotto qualche cosa di importante ed infatti: “Cara, Esteban ha finito la tournée e deve rientrare a Cuba, io senza di lui…vorrei seguirlo ma il dilemma è Lorenzo.” “ Problema risolvibile, i due ragazzi sono molto amici, stanno bene insieme, vai pure e…divertiti!” Lorenzo era un giovane di spirito: “Alessandro ora avremo una mamma in comune, solo che non è mia mamma…”Quella affermazione mise in allerta Adriana che poi si diede della sciocca, Lorenzo era ancora un bambino. I giovani stavano tutto il giorno assieme, avevano preso in prestito un cane pastore tedesco di un vicino e si divertivano un mondo, in giardino facevano finta di lottare, grandi colazioni, gite in bicicletta. Adriana li guardava con affetto e con una certa ‘invidia’ per lei tutto era precluso soprattutto la compagnia maschile. Una notte tutti a letto, Adriana sentì provenire dei rumori dalla camera di suo figlio, incuriosita aprì uno spiraglio della porta e rimase sconcertata: i due ragazzi nudi si toccavano vicendevolmente il pisello e talvolta se lo mettevano in bocca, una confusione totale nella sua mente,   ritornò in camera sua frastornata senza poter riprendere sonno. La mattina solita grossa colazione dei giovani che poi erano usciti per giocare in giardino con Ras, il cagnone, fra di loro sembrava non esserci problemi. Adriana prese il toro per le corna e chiese spiegazioni ai due ragazzi sul loro comportamento sessuale. Fu Lorenzo a rispondere: “Cara zia, i tempi sono molto cambiati da quando eri giovane tu, il sesso è piacevolezza e non crea problemi, ce l’ha insegnato don Adamo a cui siamo molto legati, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì ci dava ripetizioni, la notte del sabato e della domenica ci dedicavamo a trastulli erotici con lui e fra di noi. Se il Signore ci ha creato con quei desideri possiamo soddisfarli, non facevano male a nessuno. Don Adamo per primo ci ha insegnato tanti giochetti senza esagerare perché lui ha un pisello molto grosso, glielo prendevamo in mano ed in bocca, come pure fra di noi due che però ce lo infilavano anche nel culetto perché ce l’abbiamo ancora piccolo, ora sai tutto.” Adriana, sempre più basita si ritirò in camera sua e si gettò prona sul letto. “Vai a parlare con tua madre, è rimasta sconvolta, stalle vicino, pian piano capirà.” Alessandro si recò in camera della mamma, si mise vicino a lei sul letto senza parlare, passò del tempo, ‘il tempo è grande consolatore, trova sempre un perfetto finale’ (frase di Charlie Chaplin) e così fu. Dopo un’ora Adriana abbracciò Alessandro e: “Sarai sempre il mio amore più grande, l’unica mia preoccupazione è che…” “Noi tre siamo persone intelligenti e leali, saremo sempre uniti ed amici, don Adamo ci ha informato che siamo dei bisessuali, per ora abbiamo avuto solo contatti omosessuali, in seguito…vedremo, ora andiamo a mangiare. Don Adamo, il cui vero nome era Leonardo apparteneva ad una famiglia di Santa Maria di Leuca in Puglia, ogni anno andava a trovare i suoi genitori ormai anziani ed anche quest’anno aveva lo stesso progetto. Venuto a conoscenza del colloquio di Alessandro con la madre, ritenne opportuno presentarsi in casa loro: “Signora ogni anno mi reco in Puglia dai miei, se lei è d’accordo vorrei che tutti e tre mi faceste compagnia: il mare è bellissimo, gi abitanti socievoli, il mangiare eccellente, la mia Mercedes confortevole, la distanza è di circa 650 km quasi tutta autostrada che percorreremmo con calma partendo la mattina presto.” “Adriana guardò a lungo negli occhi don Adamo, con quel’espressione gli fece capire che conosceva i loro intrallazzi sessuali, subito dopo lo abbracciò e si rifece alla celebra frase napoletana: “I figli sò pezzi ‘e core!” Partenza la mattina successiva, in una piazzola  don Adamo ritornò ad essere Leonardo, si era portato in valigia abiti borghesi, un prete in abito talare avrebbe dato troppo all’occhio,  fece presente alla signora il motivo per cui si era fatto prete, ne mise al corrente Adriana, i due ragazzi sapevano già tutto. Un suo zio Agapito era l’Abate di un Monastero, attaccatissimo alla religione aveva ‘consigliato’ suo nipote di indossare gli abiti talari, quel consiglio voleva dire: ‘se non ti fai prete non ti lascio una lira del mio patrimonio  e così il nipote prese la via del seminario. Secondo i non credenti, i religiosi in genere campano sino a cento anni per un motivi ovvi: non hanno preoccupazioni di nessun genere (figli, disoccupazione), mangiano alla grande (salvo qualche giorno di un salutare digiuno), per le varie cerimonie  incassano col ‘fiore che non marcisce’un bel po’ di soldi o meglio di Euro anche se il Papa è contrario a questa abitudine. Vivono talvolta in posti isolati dove non c’è smog ed hanno tante altre comodità comprese quelle di amicizie con femminucce ed anche con maschietti tanto che recentemente molti di loro sono finiti in galera per pedofilia. Arrivato a Santa Maria di Leuca don Adamo aveva appreso ufficialmente con dolore, ma dentro di sé con molta gioia il trasferimento in cielo del poco amato zio e così era libero di gettare alle ortiche l’abito talare. Michele ed Erica i genitori di Leonardo gli avevano fatto tante feste,  purtroppo erano malfermi di salute soprattutto la loro vista si era molto indebolita, non per questo avevano dimenticato le buone abitudini pugliesi per quanto riguardava l’ospitalità soprattutto il mangiare tanto che Leonardo dovette  mettere in guardia gli ospiti di non abbuffarsi di tante golosità indigene. Pomeriggio tutti sotto l’ombra gradevole degli alberi del giardino con nonno Michele che aveva cominciato a raccontare ai due ragazzi ed alla signora le storie popolari del paese, i tali facevano finta di interessarsi ma  a loro non ne fregava proprio un c…di quegli avvenimenti. La sera, dopo un ufficiale ‘buona notte’, il trio si ricompose in camera di Leonardo, evidentemente non volevano perdere l’allenamento, Adriana immaginò quello che stava accadendo ma restò ben chiusa nella sua  camera da letto. La mattina successiva Leonardo in auto la accompagnò a Gallipoli insieme a Lorenzo, la signora voleva acquistare degli abiti estivi  in un negozio di moda, lui aveva in mente di fare un  acquisto particolare, una microspia ambientale. Lorenzo dai commessi del negozio fu scambiato per il figlio di Adriana che, nello stanzino per provare una sottoveste si vide arrivare dentro il giovane che con gli occhi di fuori, arrapato come un riccio e prese a baciare la ‘zia’ che, impaurita delle possibili conseguenze: “Ne riparleremo a casa, è una promessa!” Solo così il giovane si calmò ma la promessa rimaneva… Lorenzo, pimpante quanto mai raccontò il fatto ai due complici e la sera, dopocena, si recò in camera di Adriana per dar seguito alla promessa. Durante la cena Leonardo aveva provveduto ad installare la cimice in camera di Adriana con riscontro in camera sua, erano diventati due guardoni. All’arrivo di Lorenzo Adriana capì che doveva concedere qualcosa al giovane ma cosa? “Andiamo a lavarci in bagno e poi qualche bacio sul letto.” I due uscirono dal bagno con Lorenzo armato di un bastoncino non molto grosso ma ‘allah ben dur’ “Cara zia, finalmente potrò baciarti tutta come ho sempre desiderato, voglio assaporare il tuo profumo.” E cominciò dal viso pian piano sino alla pancia dove si trovò dinanzi una gran foresta e cercò di penetrare con la lingua la cosina ma l’inesperienza…”Caro sali più su con la lingua, ancora più su, lì c’è il clitoride, è come il pene degli uomini, è molto sensibile, bacialo a lungo con la punta della lingua. I chiarimenti ebbero il loro effetto tanto che Adriana si esibì in un lungo orgasmo seguito quasi subito da un altro, il ‘nipote’ aveva imparato la lezione. Nel frattempo Leonardo ed Alessandro avevano seguito la scena al video e: ”Vedo che tua madre è in forma, domani sera…” E così fu, ormai Adriana capì che vento tirava, un vento leggero e profumato di sesso anche perché Leonardo aveva sfoderato il pisellone che fece strabuzzare gli occhi alla dama: “Vacci piano, prima un cunnilingus per lubrificarmi.”Alessandro e Lorenzo a far da spettatori, la signora, decisamente allupata decise di aprire la ‘porta posteriore’ al benvenuto intruso. “Vedo che tua madre era a stecchetto da molto tempo, io mi sono eccitato, per favore girati di spalle, madre e figlio accontentati. La sera successiva gran gala: tutti e quattro in una sola stanza con i letti avvicinati: iniziarono Lorenzo ed Adriana, durarono a lungo, il ragazzo non voleva staccarsi dal fiorellone della zia, poi entrò in scena o meglio in fica Leonardo che diede il meglio di sé anche nel popò, aveva capito che per Adriana quella era una porta preferita, fu la volta Alessandro che infilò Leonardo che nel frattempo veniva masturbato da Lorenzo, di nuovo Adriana con Leonardo in uno spettacolare spagnola che fece pervenire gli schizzi di sperma sin sul viso della signora. La vacanza breve era finita, il vero immortale era l’amor che riportò a Roma il quartetto sempre più unito. Leonardo, laureato in lettere, vinse un concorso ad una scuola media della capitale, i due ragazzi si iscrissero al ginnasio e, ultima novità rientro a Roma di una Luisa amareggiata per il comportamento del suo bel ballerino, le aveva ‘succhiato’ tutti i risparmi che e se la spassava con la sue paesane, stronzo! In fondo quella novità ebbe un fondo di piacevolezza, anche Luisa entrò nel giro des amants riassaporando i sesso italiano di Alessandro e di Leonardo, capì che era migliore di quel coso lungo e nero del cubano che ora, ripensandoci bene le faceva un po’ schifo!

     
  • 19 aprile alle ore 10:05
    LE ALLUPATE

    Come comincia: Dopo un divorzio alcuni vengono presi dalla sconforto, dalla tristezza, dalla delusione, dalla depressione insomma da sentimenti negativi per lo spirito, Alberto, al contrario si sentiva finalmente libero da un legame con una donna con cui non aveva più nulla in comune, anzi si domandava cosa l’avesse spinto ad impalmarla. ‘Libertà va cercando ch’è si cara’ già ai tempi degli antichi romani la libertà era un bene prezioso tant’è vero che Catone preferì suicidarsi piuttosto che perderla. Alberto aveva preferito il divorzio e già dal primo giorno era rinato: il mondo gli sembrava più accogliente, la gente più simpatica, la mattina veniva svegliato dal canto degli uccellini e si sentiva pieno di energie: doccia, rasatura di barba, colazione abbondante, abbigliamento per il mare e telefonata all’amico Franco: “Giovane (si fa per dire era quarantenne come lui) datti una smossa, fra dieci minuti sono sotto casa tua, destinazione Lido di Mortelle, vai!” Ovviamente Franco non era pronto, al citofono: “Maria che fa quel pelandrone di tuo marito, oggi è domenica e siamo liberi dal servizio.” “Sta facendo colazione, appena pronto te lo mando giù, anche a me fa piacere che te lo porti via….” Ci volle ancora un quarto d’ora poi finalmente Franco si appalesò con un boccone in bocca. “Cazzo nemmeno la domenica…” “Giovanotto non dimenticare che io sono maresciallo e tu brigadiere, è un ordine: “SVEGLIA!” La cinquecento di Alberto partì a razzo, “Mettiti la cintura, se incontriamo qualche pattuglia di ‘martelloni’ , loro se ne fregano che siamo della Finanza anzi se ci possono fare uno sgarbo…”Al lido furono accolti da una  signora dal nome impegnativo, Costanza che all’entrata faceva pagare il ticket d’ingresso e di soggiorno ai clienti, per loro due niente ticket anzi cabina gratis in prima fila. Franco si accomodò su una sdraia, aveva ancora sonno, Alberto lo lasciò in pace ed andò in cerca di ‘pollame femminile’ ma a quell’ora c’era poca ‘roba’ in giro anzi ne vide tre ‘horribiles visu’ che, chiamarle donne sarebbe stato offensivo per il genere femminile. Stavolta Hermes, di solito protettore di Alberto mise in atto una cattiveria, non aveva accettato quel giudizio su quelle  tre povere brutte, loro non ne avevano colpa e  così il dio degli imbroglioni fece uno sgarbo al suo protetto: fra la sabbia c’era una bottiglia rotta su cui Alberto mise un piede con la conseguenza di una grossa lacerazione dolorosa e sanguinante. “Franco vieni qui, maledizione mi sono ferito ad un piede!” Oltre a Franco si precipitarono anche le tre sgraziate che si dimostrarono premurose ed affettuose. “Signore forse possiamo aiutarla, abitiamo dall’altra parte della strada, a casa abbiano di che medicarla.” Con l’aiuto dell’amico, zoppicando Alberto raggiunse la villetta delle tre,  si sedette su un divano. “Io sono Catena, ho frequentato un corso da infermiera, qui ci vogliono dei punti, la ferita è troppo estesa o la portiamo in ospedale o si fida di me e le metto dell’anestetico così proverà meno dolore.” Alberto dimostrò di essere un duro, sopportò stoicamente la sofferenza ed alla fine del’operazione ringraziò Catena. Poverina era  tanto magra che in siciliano si poteva soprannominarsi ‘sdisiccata’. Intervenne la seconda delle sorelle: “Sono Crocifissa, non penso che sia il caso che lei cammini, la ferita potrebbe riaprirsi, lei ed il suo amico potreste essere nostri ospiti a tavola, Lorena, la nostra cameriera ha preparato un buon pranzo, basta solo riscaldarlo.” Crocifissa, poverina aveva un gran naso che le arrivava quasi sino in bocca, in siciliano l’avrebbero rinominata ‘nasca’. La terza, al contrario di Catena era obesa, pareva che la natura si fosse accanita contro tutte e tre, Crocifissa era proprio una ‘chiattona’. Il cibo è la panacea di tutti i mali, chi lo aveva affermato molto probabilmente era un crapulone in quanto non risulta proprio a verità, ma nel caso di Alberto aveva fatto un certo effetto benefico soprattutto perché ‘innaffiato’ dal vino rosso di Faro. Catena: “Non penso che possa ritornare a casa sua, abbiamo la camera dei nostri genitori Geremia e Priscilla deceduti, la teniamo sempre in ordine per rispetto loro, signor Alberto lei ha la stessa corporatura di nostro padre potrebbe passarci la notte ed eventualmente usufruire de suo vestiario. “Mi va bene, grazie della vostra ospitalità,  Franco prendi la mia Cinquecento e torna a casa non vorrei che Maria…” Dopo cena  Catena: “Noi guardiamo poco la televisione, sempre cattive notizie di morti, feriti e stragi in tutto il mondo per non parlare degli spettacoli di varietà, tante ragazze scollacciate….Dal suo accento ho compreso che lei è di origine romana, che ne dice di recitarci qualche poesia del Belli o di Trilussa?” Alberto capì che doveva in qualche modo ricompensare le tre ‘grazie’ e: “Ce n’è una molto spiritosa di Trilussa, si intitola l’uccello in chiesa: “Era d’agosto e un povero uccelletto, ferito dalla fionda d’un maschietto andò per riposare l’ala offesa a finire all’interno di una chiesa…” Intervenne Catena: “Vorremmo evitare di parlare di cose sacre, ne conosce qualche altra?” “La luna piena minchionò la lucciola: sarà l’effetto dè l’economia ma quel lume che porti è deboluccio…si ma la luce è la mia!” “Altra e poi finisco: C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa, lo succhia e se ne va…tutto sommato la felicità è una piccola cosa! Ed ora vi propongo una cosa seria: io da finanziere allorché ero in forza ad un distaccamento a duemila metri ho imparato a cucinare, se me lo permettete vorrei stendere un menu per aiutare Addolorata a dimagrire ed a Catena a mettere su un po’ di muscoli, se siete d’accordo…” La proposta fu accolta anche se con qualche perplessità da parte delle signorine. “Allora: colazione la mattina con yogurt magro, due fette biscottate integrali e due prugne denocciolate, pranzo pasta integrale condita con: sugo di pomodoro o legumi di tutti i generi, un frutto di stagione, caffè senza zucchero, la sera insalatona mista e poi formaggio non stagionato, oppure  uova, carne magra ed il solito caffè decaffeinato amaro, la domenica due quadretti di cioccolato amaro al 90%. Per Addolorata le porzioni ridotte al 60%, per Catena aumentate del 20% che ne dite?” Un silenzio aveva accolto la proposta ma nessuna aveva avuto il coraggio di contestare e così il menù divenne operativo. Alberto da vecchio ‘sun a bitch’ capì che Addolorata non avrebbe resistito a quelle restrizioni culinarie; una notte si appostò un cucina e alla luce del corridoio vide apparire la chiattuna che furtivamente si stava avvicinando al frigo. “Eh, eh, eh, eh cara con me non si bara!” “Alberto ti prego, sto morendo di fame, almeno qualche mela ed un panino, chiedimi qualsiasi cosa ma accontentami….” Il vecchio Al figurati se non prendeva la palla al balzo: “Che ne dici di ‘fare amicizia’ col mio coso, basta solo che lo pendi in mano poi…”Il cibo per l signorina era diventato quasi una droga, malvolentieri prese in mano il ‘ciccio’ di Alberto che stava aumentando di volume con meraviglia dell’interessata che: “Come fanno le signore a farselo infilare dentro il loro buchino piccolino?” “Non ti porre tanti problemi, prendilo in mano e massaggialo e se ti va prendilo in bocca…”Lì per lì non era possibile, la bocca di Addolorata era piena di cibo ma finito di mangiare la chiattuna obbedì e si trovò ‘in ore’ altro alimento ma liquido che ingoiò senza quasi accorgersene. “Ha un sapore particolare, non  è spiacevole come pensavo, mi dai un’altra mela?” La mattina Alberto telefonò al Dirigente il Servizio Sanitario della caserma: “Dottore sulla spiaggia con un vetro mi sono tagliato un piede, mi dà trenta giorni di convalescenza?” “Esagerato, per un ferita, massimo una settimana.” “E se ci fosse una frattura da lei constatata?” “Ci vediamo fra trenta giorni sempre che la frattura guarisca gran...” Alberto seguitò a presidiare la cucina ma sorpresa… sorpresa una notte comparve Catena che giustificò la sua presenza con: “Hai fatto bene a mettere a stecchetto Addolorata che mi ha riferito quello che è successo la notte passata.” “Ti ha raccontato tutto?” “Si e mi sono meravigliata, di solito lei è molto riservata e mi ha incuriosita…” “Che ne dici di imitarla, alla fine della nostra vita scopriremo che cosa abbiamo seminato durante la nostra esistenza.” “Noi facciamo molto del bene ai poveri ed agli anziani, sovvenzioniamo una casa per emigranti con i loro figli, siamo ricche e ce lo possiamo permettere ma ci hanno insegnato che…” “Anche se la natura non è stata con voi benigna non dovete richiudervi in voi stesse, il sesso non serve solo per avere una discendenza ma dà anche salute fisica e mentale…” Catena aveva già imparato la lezione e accettò di buon grado non solo esibirsi in un  pompino ma per la prima volta in vita sua provò un orgasmo dietro bacio appassionato alla sua ‘tata’ da parte di Alberto. Crocifissa aveva un nome troppo impegnativo come pure il naso ma aveva appreso la lezione dalle due sorelle ormai scatenate, Alberto era al centro dell’attenzione, solo in una cosa era intransigente, il vitto ma per il resto  si era incamminato in una strada impervia per la verginità delle tre sorelle ma se la cavò alla grande. Più che altro il problema era di Addolorata, di Catena e di Crocifissa il cui ‘fiorellio’ a lungo a riposo, dava segni di dolore ben ricompensate da goderecciate alla grande, per loro un mondo nuovo! Alberto pensò che il problema di Crocifissa fosse facilmente risolvibile con una operazione di chirurgia estetica, contattò telefonicamente un collega amico di Milano che gli comunicò il nome di uno specialista che veniva a Messina ogni sei mesi il prof. Pappalardo. Interpellato da Alberto il professionista comunicò che sarebbe giunto in città fra quindici giorni ed avrebbe operato Crocifissa presso la casa di cura privata ‘S.Eugenio’, la signorina fu la prima ad essere iscritta nella lista degli operandi anche se con un certo timore da parte sua: “Cara, sarai completamente sedata, non sentirai alcun dolore mi meraviglio che tu non ci abbia pensato prima.” Alle sette di mattina Alberto si presentò in clinica ed entrò nella stanza dell’operanda che: “Non ho dormito tutta la notte, fammi compagnia.” Alberto ebbe l’autorizzazione ad accompagnarla sin dentro la sala operatoria ‘bardato’ come un infermiere ma non resistette quando il chirurgo mise mano ad attrezzi da ‘fabbro ferraio’, rivide Crocifissa dopo un’ora e mezza quando, ancora intontita uscì dalla sala operatoria, a tratti le fece compagnia nei giorni seguenti, Crocifissa ancora con una vistosa benda si lamentava per il dolore. Dopo quindici giorni finalmente la benda fu tolta e apparve un naso da attrice, l’interessata non finiva di guardarsi allo specchio, Alberto la prese sotto braccio e con un taxi la accompagnò a casa.  Dopo due giorni anche lui ebbe una sorpresa: una Jaguar X type era posteggiata dinanzi la villa,  le chiavi in mano a Crocifissa che baciò a lungo un Alberto frastornato, mai avrebbe pensato ad un sì generoso regalo. E Lorena la cameriera? La ragazza, mentre le tre sorelle e il suo fidanzato Gedeone erano a messa raccontò in breve la sua esistenza. Per motivi economici era andata a servizio dalle tre sorelle che pagavano bene le sue prestazioni, le signorine avevano accettato in casa il suo fidanzato anche lui religiosissimo ma che stava ben lontano dalla sua ‘gatta’, si limitava a qualche furtivo bacio in bocca ma…”Io amo molto il sesso, sono e rimarrò vergine, come preteso  dalle mie padrone, niente peccati in casa loro, uso però molto il mio ‘popò’ e me la godo alla grande se lei….” Alberto constatò personalmente le affermazioni di Lorena, mai gli era capitato in vita sua una donna che provava tanti orgasmi col sesso anale, ma lui nei giorni successivi le offrì anche tenerezza e coinvolgimento emotivo, Lorena ne  rimase affascinata non solo sessualmente, finalmente un vero uomo. “Maresciallo si è rimarginata la frattura al piede o desidera altri giorni per guarire?” “Dottore stavolta fra frattura m’è venuta al pisello, ho trovato quattro allupate che me l’hanno distrutto!

     
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