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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • mercoledì alle ore 23:22
    il sonno di un bambino

    Come comincia: I
    La pioggia scende lieve e silenziosa come una manna da un cielo sempre più strano ed irriga la terra assetata da troppi giorni. Sono già le sei del mattino e nonostante il tempo uggioso, dalle persiane riescono a filtrare alcuni sprazzi del nuovo giorno che mi inducono ad aprire di malavoglia la luce e seduta sul letto, resto in ascolto: in corridoio regna il silenzio, nessun movimento viene dalla tua camera, solo il ticchettare sommesso della tua sveglia smorza un po’ l’afa che sopprime le mie sicurezze.
    Decido quindi di alzarmi e prendo la vestaglia, rivolgo però prima l’orecchio alla strada con un groppo in gola: un’auto rallenta sulla curva di casa nostra e penso: tra un po’ si aprirà il cancello e tu rientrerai a casa finalmente con passo furtivo e consapevole del tuo ingiustificato ritardo mentre io sarò qui ad aspettarti immobile e sorridente, a braccia conserte, come spesso ho fatto negli ultimi anni.
    No… L’auto prosegue e quindi l’attesa continua a crescere.  Vado a piedi nudi in bagno e mi appoggio un po’ alla finestra guardando fuori: con le dita mi strofino gli occhi pesanti, colpiti dalla forza della luce mentre un mix di pensieri ed emozioni si accavallano nei minuti monotoni che seguono.
    A colazione stavolta dovremo stabilire delle regole ma ora dove sei tesoro mio? D’impulso torno in camera e prendo il cellulare per controllare le chiamate: nulla, assolutamente niente da ieri sera, né un sms, né uno squillo a vuoto per avvertirmi che stai tornando, torna il silenzio ed in mezzo odo solo un gocciolare piano dalle grondaie…
    Ieri sera, prima di uscire, mi avevi abbracciato teneramente rassicurandomi: “Mamma, tranquilla, torno presto, non faccio come lo scorso sabato, vado solo a farmi un giro con Diego giù a Lignano…Ok?”. Ed io naturalmente ti avevo creduto perché avevi uno sguardo così ingenuo che ti illuminava tutto, entrambi avevate due visi da ragazzini, tu e Diego ed ogni fine settimana li passate sempre assieme come Cip e Ciop nei film della Disney... Tu, la morosa, non te la sei mai voluta trovare, anche perché Lei sarebbe solo un optional per te!  Eppure, con i tuoi occhi blu mare, mi pareva impossibile dirti qualcosa….
    “Va bene, non bere troppo, che poi se ti fanno la prova, devi chiamare papà per farti venire a prendere! E tu sai come è fatto lui quando si arrabbia…” E tu girandoti, mi sorridevi spazientito: “Mamma per favore……”.
    Da sotto le nuvole dense Il sole fa brevemente capolino, finalmente ha smesso di piovere così potrò uscire per stendere ad asciugare le tue camice dopo un intero giorno di pioggia.  Scendo quindi in cucina, alzo le persiane e vedo la pioggia brillare sull’erba. Che domenica sarà oggi!
    Eppure, dentro di me non riesco a non sentirmi un po’ inquieta dal momento che né tu né tuo padre siete ancora tornati a casa. Sì, è vero, non sono sempre stata una madre modello; quando eri piccolo, a pranzo a volte dovevi mangiare dai nonni o alla mensa della scuola perché io dovevo restare in studio fino a tardi; talvolta ricevo i clienti anche alle otto di sera perché è più facile che vengano sul tardi, dopo il lavoro.
    Sospiro mentre inizio a cucinare, non è facile gestire una famiglia ed una partita iva…. E forse sedendoci ad un tavolo potremmo parlare un po’di più e magari uscire tutti insieme il prossimo finesettimana.
    Finora non sono mai riuscita a capire ciò che ti passa per la testa, eppure io ci sono sempre e tu lo sai che puoi contare su di me ogni volta che hai bisogno di qualcosa così come sai che certi comportamenti mi fanno davvero male. Perché allora non vuoi capire che se ti dico di tornare a casa ad un certo orario, non devi fare invece di testa tua?
    Tendo di nuovo l’orecchio alla strada: no, sono sempre le solite auto che passano e che rallentano sul bagnato. Quest’attesa è veramente snervante tanto da dolermi il capo e non riesco a non sentirmi tentata dal telefonarti anche se poi potrei sembrarti la solita bacchettona come dice a volte Diego e sarebbe difficile anche solo chiederti dove sei…. Vado all’ingresso con il cuore diviso tra il mal di testa e la speranza che presto potrebbe tramutarsi in rabbia se non arrivi. Comunque, stavolta non mi sfuggi!
    Sul lavello tintinnano ogni tanto delle piccole gocce quasi a volere scandire l’impazienza che fa tremare le mie gambe. No, non sono propriamente una roccia, sono le nove e mezza e adesso sono sola con la mia paura. Prendo d’istinto il cellulare e compongo di fretta il tuo numero ma niente squilla invano e la chiamata infine viene inoltrata alla segreteria: irreperibile! Guardo il davanti a me il crocifisso: Gesù proteggi il mio ragazzo!
    II
    “Signora V. venga di là per favore! È da sola? Forse è meglio che aspettiamo che arrivi suo marito…… mi dispiace ...”
    Il medico del pronto soccorso mi porta in una stanzetta e mi tende educatamente la mano invitandomi a sedere su una seggiola davanti alla sua scrivania. “Guardi, abbiamo fatto davvero tutto il possibile ma quando è arrivato in ospedale, non c’era più niente da fare e il suo cuore si è fermato poco dopo, non ha mai ripreso conoscenza…”.
    Le sue parole mi attraversano la mente, le ho sentite ma non capisco cosa mi vogliano dire e non riesco a trattenerle nella mente; sono seduta con le gambe che mi sembrano due pezzi di legno e mentre seguo il movimento delle labbra di questa persona, penso che stia parlando con qualcun altro.
    Forse sono diventata sorda o pazza. Bussano alla porta, è Diego ed ha gli occhi sotto i piedi ma non cerca di nasconderli con le mani. Chiedo ai presenti: “Perché siete tutti qua vicino a me? Che succede? Che cosa volete? Dov’è mio figlio?”.
    Dentro mi sento ormai un leone in gabbia e avrei così tante parole da far uscire dalla bocca che mi sento sazia ancor prima di iniziare. Eppure, sento, anche, come se mi avessero annodato in gola in un groviglio le corde vocali.
    Il medico davanti me mi guarda in maniera strana e da dietro la scrivania poggia la mano vicino al telefono in attesa. Fuori nel frattempo splende sempre più il sole e si rafforza l’idea in me che sarà una bella giornata.
    “Ha bisogno di qualcosa signora? Vuole un tè prima di andare di là…?” Accenna con gli occhi fuori dalla porta, quasi per accompagnarmi ma dove non ho ancora capito. Diego intanto è rimasto vicino alla porta, mi sembra che voglia uscire da lì prima possibile ma non ne sono sicura perché non ha mai alzato gli occhi finora. Mi alzo allora io come se il mio corpo reagisse automaticamente e seguo fuori il medico che mi prende di nuovo la mano. È davvero una persona gentile! Mi porta in un’altra stanza, sono solo pochi passi fino in fondo al corridoio e noto che la porta è socchiusa.
    Entriamo entrambi piano e mi sento di nuovo la mamma che entra di soppiatto in camera del figlio per vedere se dorme già.
    “No, non ho bisogno di nulla.” Rispondo guardando ingenuamente il mio interlocutore in camice verde. E di che cosa dovrei avere bisogno? Boh…
    “Bene, allora, la lascio un po’ da sola qui c’è una sedia e fuori c’è un’infermiera se ha bisogno di qualunque cosa”.
    Spalanco gli occhi guardando davanti a me: mi trovo in una camera tutta bianca, pulita ma intrisa di uno strano odore, c’è un letto e sotto il lenzuolo, scorgo un viso addormentato. Mi lascio cadere sulla sedia che del resto è proprio accanto al letto.
    “Grazie dottore...” dico tra me dopo che è già uscito il medico mentre mi sale un gemito. È mio figlio? Non è possibile: quel viso, la fronte rugata, sembra solo addormentato; da seduta allungo la mano e scosto dai suoi capelli, degli aghi di pino che chissà come gli si sono impigliati, anzi alcuni si sono impasticciati formando dei grumi rossi appiccicaticci.
    Si è Mio Figlio. Presa dall’impeto, t’ho abbracciato e ti ho stretto così tanto a me, ti ho cullato come quando eri solo un bambino. Sento freddo ora in questa stanza anche se fuori è una bella domenica d’estate: davvero non c'è altro che un dannato freddo silenzio.

  • martedì alle ore 9:11
    CÓ STÁ PIOGGIA E CÓ STÓ VENTO...

    Come comincia:  Il conte Camillo Colocci, vedovo,  abitava nell’antico castello avito nel Comune di Matelica in quel di Macerata insieme al figlio Marcello cieco dalla nascita, alla figlia nubile Ena legnosa, accanita cacciatrice e dalla battuta satirica facile, al figlio Ettore un metro e novanta, maxime truncum familias, a cui assomigliavano alcuni ragazzi del circondario con gioia della madri e malcontento dei padri putativi ed infine la deliziosa Annabella di anni venti che, per motivi difficili da comprendere aveva  voluto vestire i panni di monaca chiedendo al genitore di risiedere in un convento confinante col loro castello sul Monte San Vicino, monastero che era stato costruito nell’ottocento e quindi non aveva le comodità cui era abituata la contessina. Con un po’ di moine ottenne dal padre, a cui non faceva difetto la moneta, di ristrutturalo restringendo le camerette disadorne delle suore da venti a dieci ma con tutti i confort moderni. Naturalmente era stata nominata badessa , insomma il monastero era diventato un simil albergo di prima categoria a cui avevano accesso solo le suore provenienti da famiglie nobili. Aveva scelto come nome da suora Susanna forse non sapendo che era certa suor Susanna Simonin, nel medioevo, era stata classificata pessima religiosa… Nel far risistemare le camerette suor Susanna se ne era riservata una che era in comunicazione con quella della foresteria dove venivano alloggiate le religiose di passaggio. L’arcivescovo di Macerata all’inaugurazione del complesso, aveva avuto parole di elogio per il conte Colocci per la sua magnanimità. Sin da piccolina Annabella aveva preferito giocare con giocattoli maschili non amando le bambole o meglio apprezzando quelle in carne ed ossa delle sue coetanee, con cui imbastiva giochi  erotici apprezzati dalle compagne, in mancanza di maschietti…Col tempo non perse l’abitudine e, guardandosi intorno, scelse come compagna di ‘giochi’ tale suor Angiola Viridiana che nel secolo passato non era ricordata per le sue doti di santità. La cotale alta, longilinea occhi grigi bocca carnosa, seno appariscente pur coperto dal vestito monacale e poi gambe chilometriche piedi lunghi e stretti, bellissimi. Tutte sapevano tutto di tutte ma era loro interesse non mettere il naso nelle altrui vicende. Suor Susanna quando vide per la prima volta Angiola spogliata, rimase senza fiato e ci fu un incrocio di gambe e braccia con baci appassionati, il tutto finì alle luci dell’alba e pertanto le due suore dovettero saltare il mattutino con grandi risolini delle altre monache. Il giorno di Natale suor Susanna invitò il fratellone Ettore alla cerimonia religiosa tenuta da fra Gaudenzio, un giovane prete di una parrocchia vicina, confessore delle monache e poi in giardino canti e balli non proprio religiosi. Suor Susanna ad un certo punto si accorse della mancanza del fratello e della suora Silvia; tutto intorno al giardino c’era un bosco da cui uscirono separatamente Ettore e suora Silvia un po’ accaldati in viso. Suor Susanna si preoccupò non per puritanesimo ma perché una eventuale gravidanza gli avrebbe fatto perdere quel Paradiso che si era costruito. Avvicinatasi al fratello con aria interrogativa…” Tutto a posto sorellina, non diventerai zia…” Quel figlio di cane la prendeva anche in giro, non l’avrebbe più invitato. Altro problema era il confessore; fra Gaudenzio all’inizio restò basito da quello che in confessione gli raccontavano le suore sui loro comportamenti sessuali ma poi filosoficamente pensò: “Se il buon Dio ha permesso alle suore di godere delle gioie terrene, chi era lui per giudicarle anzi pensò bene di approfittare della situazione e, osservando il viso delle sorelle, una volta riscontrò in suor Silvia un sorriso particolare di disponibilità. Chiese a suor Susanna, data l’ora tarda, di poter usufruire della stanza degli ospiti in compagnia di suor Silvia, ottenne il permesso con la raccomandazione di… stare molto attenti. Il giorno dopo suor Susanna vedendo il viso disteso e sorridente della collega Silvia pensò bene di imitarla e invitò fra Gaudenzio a passare la notte nella foresteria per poi raggiungerlo aprendo la porta di comunicazione delle due stanze. Il frate l’accolse con un baciamano atto non molto adatto in un convento ma il meglio doveva ancora accadere. Senza parlare, all’unisono il religioso e la religiosa si trovarono a ripulire il corpo sotto la doccia per poi asciugarsi  reciprocamente con teli profumati. La luce di due  abat jour rischiarava la scena per tanto che bastò a suor Susanna vedere il coso del frate aumentare notevolmente di volume e lunghezza e se ne preoccupò perché pensò che quel coso doveva penetrare…ed allora, ricordando il passo della Bibbia ripeté la famosa frase di Giosuè ‘fermati!’solo che il buon Giosuè si riferiva al sole mentre suor Susanna a quel ‘ciccio’ che stava diventando sempre più lungo e voluminoso suscitando le risa del frate il quale pensò bene di infilarne la punta nella deliziosa e vergine boccuccia della suora che, dopo un po’ di tempo apprezzò quella nuova sensazione anche perché fra Gaudenzio ritenne di evitare la sicura non buona accettazione del riempimento della bocca con una prevedibile sbrodatona dal parte del suo uccellone. Alla vista di tanto seme sgorgante dal ‘cosone’, suor Susanna allargò gli occhi stupita. Il frate volendo godersi anche la ‘gatta’ della suora, andò in bagno  per far pipì per evitare pericoli di ingravidamento. Il ‘ciccio’ non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e fra Gaudenzio pian piano cercò di infilarlo nella ‘gatta vogliosa non più vergine per i precedenti ‘giochetti’ della padrona ma pur sempre strettina. Ci volle del tempo a qualche gemito dell’interessata che alla fine del lungo entra ed esci, provò una sensazione paradisiaca per usare un termine religioso. Susanna divenne l’amante ufficiale del confessore il quale, per maggior gaudio di ambedue, si procurò delle confezioni di pillole anticoncezionali per aumentare il piacere di entrambi. Alla prima volta di una rapporto completo, suor Susanna ebbe la fortuna di provare una sensazione fortissima, forse fra Gaudenzio le aveva trovato il punto G portando la suora direttamente in Paradiso. La vita di paese è fatta così, non ci sono segreti custoditi, le notizie volano come coriandoli e vennero all’orecchio del Conte Colocci e lo misero in apprensione. Come si sarebbe comportato il vescovo qualora…trovò una soluzione: fargli riparare, a sue spese, parte della chiesa e del campanile che stavano andando in rovina. Inutile dire che la sua proposta fu accolta con entusiasmo dall’ecclesiastico anche perché il Conte Colocci: “Non mi faccia pervenire preventivi e titoli di spesa, la prego, sarebbe per me una noia, mi dica, a suo tempo solo la cifra da pagare!” La notizia fu accettata dal Vescovo con doppio entusiasmo anche perché ci poteva fare la cresta! Dopo tre mesi l’inaugurazione del manufatto; in  chiesa in prima fila il Conte con tutta la famiglia, ovviamente con esclusione di suor Susanna che avrebbe usufruito in seguito dei benefici di quell’elargizione. Nel frattempo i due amanti quasi giornalmente o meglio nottalmente usufruivano delle gioie del sesso; erano sempre allupati tanto che la più anziana ed esperta delle suore, presa da parte suor Susanna, le consigliò di darsi una calmata per evitare un eventuale altro dimagrimento piuttosto ben visibile! Un giorno il Conte ebbe l‘idea di riunire al castello tutti i componenti della famiglia, stava invecchiando di giorno in giorno e pensava che quella vecchia antipatica di Atropo si sarebbe presentata presto al suo cospetto munita di falce! Ettore con la sua B.M.W. nera, con vetri oscurati andò a prendere la sorella in convento, per strada diedero un passaggio a fra Gaudenzio, i due ‘fidanzati’ nel sedile posteriore presero a baciarsi ed Ettore “Boni ragazzi!”Al castello tutta la servitù aveva avuto concesso un giorno di libertà per evitare che incontrassero i due clandestini. Riuniti tutti nel gran salone Ena mise in mostra la sua volgarità: “Oggi in questo castello comando io, mi son fatta un culo così a cucinare, tutti mi seguiranno senza storie, t’è capì e lo dimostrò poco dopo quando suor Susanna chiese che uccello fosse quello più grande che era nel girarrosto, risposta di Ena: “È un uccello di Padulo cha va dritto al…” Fu interrotta da Ettore con un “Ena cazzo!” e tutti risero avendo ben capito il finale della battuta. Alla fine del pranzo la imprevedibile Ena prese la chiatarra e: “Ragazzi vi delizierò con una canzone popolare, rilassatevi: Cò stà pioggia e cò stò vento chi è che bussa a stò convento? È nà povera vecchierella che si vuole confessare: mannatela via, mannatela via è la disperazione dell’anima mia! E mò chi bussa a stò convento?” È una bella verginella che si vuole confessare.” “Fatela entrà, fatela entrà che la vojo confessà. E pè tutta conclusione tu te baci sto cordone.”  “Non so cieca, non so orba questa è ciccia non è corda!” Malgrado la volgarità Ena ebbe gli applausi di tutti anche per la sua esibizione nell’arte culinaria. Questa storia non ebbe la fine delle favole: morirono il Conte padre ed il cieco Marcello, Ettore si sposò con la marchesina Federici ed  andò ad abitare a Jesi, Ena rimasta sola segui la sorella in convento senza perdere l’abitudine di far strage di uccellini del vicino bosco. I due amanti pian piano, col passare dell’età, per motivi fisiologici si vedevano sempre di meno fino a cessare del tutto i loro rapporti. Col decesso per vecchiaia delle suore nel convento giunsero monache più giovani che seguitarono la consuetudine di quel luogo sacro di aver buoni rapporti fra di loro dato che il confessore fra Gaudenzio, ormai fuori uso, lasciò il posto ad un collega anziano ed anche non particolarmente appetibile.

  • 10 luglio alle ore 19:22
    I SOGNI...

    Come comincia: I sogni ci aiutano a venir fuori da una realtà, spesso spiacevole, ma non certo a cambiarla. ‘Ama il tuo sogno se pur ti tormenta’ chiosava il buon D’Annunzio; ricordo questo aforisma riportato su una porcellana sita nello studio di mio padre. Sicuramente il mio papà di sogni ne doveva aver tanti, era il tempo della seconda guerra mondiale ed io, anche se in giovane età, sentivo i grandi lamentarsi di un pazzo…lasciamo perdere, andiamo ai sogni di Alberto M. e della sua vita piuttosto avventurosa. Insegnante di matematica e fisica in un liceo classico di Messina aveva divorziato dalla prima moglie, (donna impossibile da sopportare), e vedovo della seconda di cui aveva un eccellente ricordo (poverina deceduta per un tumore) ma che lo aveva lasciato nell’agiatezza: una villa nel Giardino dei Laghi, bellissima e con annesso giardino tropicale, campi da tennis e piscina in comune con gli altri condomini, insomma un paradiso terrestre. Era divenuto inoltre proprietario di vari  stabili e terreni oltre che di una notevole somma di denaro in titoli, insomma ripeto aveva un buon ricordo della consorte (te credo!). L’unica cosa che mancava ad Alberto era la ‘materia prima’ che si procurava con delle professioniste ma che lo lasciavano insoddisfatto per motivi che potete capire. Doveva trovare una femminuccia tutta per sé;  il destino, superiore agli dei come Al. ben sapeva da buon pagano, gli diede una mano con la conoscenza di Corinna e delle due figlie gemelle, sue allieve a scuola: Grazia e Graziella. Lo so che vi vien da ridere perché i due nomi di solito vengono seguiti da un detto volgare. Corinna avrebbe fatto molto volentieri a meno a chiamar così le fanciulle ma quelli erano i nominativi delle nonne materna e paterna. Vi domanderete il perché del ‘passaggio di nomi? A parte la consuetudine di tramandarli alla discendenza le due vecchie erano ricche, non vi pare un buon motivo? Corinna, un giorno di ricevimento dei genitori alla scuola delle due figli riconobbe in Alberto quale insegnante delle stesse il suo vicino di casa e, tenuto conto dei voti non buoni in matematica e fisica delle due Grazie, pregò il professore di dar loro delle ripetizioni private. Alberto in fatto di donne preferiva il tipo mediterraneo ma Corinna lo colpì in maniera positiva pur essendo bionda con occhi grigio-azzurri. Fisico da atleta, sorriso accattivante e soprattutto altre cose fisicamente apprezzabili accettò di buon grado con un ma: “Signora le comunico che le mie lezioni saranno un po’ costose nel senso che…” “Non si preoccupi, sono piuttosto abbiente e…” “Mi scusi la non apprezzabile battuta di spirito, io intendevo altro…” Corinna scoppiò in una gran risata che fece girare tutte le persone in quel momento nella stanza. “Io ho sempre amato la gente con la faccia tosta, ma lei…” “Le rispondo io con una detto tradotto dal francese: ‘Donna che ride è già nel tuo letto’ relata refero.” “ Un professore di matematica che conosce anche il latino ed il francese, quante altre lingue conosce?” “Questa volta fu Alberto a scoppiare in una gran risata, i presenti si domandarono che avessero quei due a rider tanto, beati loro! A questo punto Corinna arrossì e, per nascondere il suo imbarazzo cominciò a tossire…”Madame le chiedo scusa talvolta esagero, me lo diceva sempre la mia defunta moglie.” Così Alberto fece capire a Corinna che non c’erano problemi da quel lato, furbacchione! Le due gemelle si presentarono un pomeriggio nella villa di Alberto scortate dalla genitrice, due gocce d’acqua ovviamente fra di loro ma anche con la madre. “Professore sia severo con loro, sono due pesti!” “Non penso proprio dato che le assomigliano in maniera notevole.” Una Grazia esordì subito con :”Certo se assomigliavamo a papà…non ci voglio pensare!” “Professore ne ha avuto subito una prova di quello che ho pocanzi detto, due svergognate, me ne vado.” Accompagnata all’ingresso da Alberto Corinna: “Io sono per i rapporti di empatia, Alberto vorrei darle del tu e…”  “Con piacere Corinna ma tuo marito?” Risposta emblematica “Galeazzo dorme ai piedi del letto!” Intenda chi vuole intendere poi con quel nome! “Ragazze siete intelligenti ed anche furbette, datevi da fare altrimenti perderete l’anno e vi giocate le vacanze!” “Ci mancherebbe altro, con i nostri boy friends abbiamo programmato una gita a Cuba!” Alla faccia della libertà sessuale, d’altronde quelle due avevano diciotto anni e meritavano un premio, sempre se avessero superato gli esami di Stato. Una parentesi: Alberto aveva come ‘Perpetua’ una vedova quarantenne dimorante a Gesso, una frazione di Messina. La cotale, Emma, ogni mattina con l’autobus delle linee extra urbane raggiungeva la villa di Alberto. Purtroppo il servizio funzionava a singhiozzo ed Emma talvolta, all’andata, era costretta ad usufruire del passaggio in macchina di qualche paesano ma, al ritorno? Alberto da buon samaritano le dava un passaggio in Jaguar cosa che inorgogliva Emma che restava un po’ in auto dinanzi casa sua per far invidia ai paesani, Alberto ne era conscio e l’assecondava, quella della sua collaboratrice domestica, sola senza figli né parenti, era una vita agra. Nel frattempo non era accaduto nulla fra Alberto e Corinna; quest’ultima era andata a far compagnia alla madre ammalata e si faceva viva solo con qualche telefonata che lasciava a bocca asciutta un Alberto speranzoso.  Una settimana prima degli esami di Stato Alberto scoraggiato dalla poca preparazione delle due gemelle: “Mia care, malgrado il miei sforzi non ritengo riuscirete a superare gli esami, senza il vostro impegno …non posso certo sostituirvi io, spiacente non so che fare per aiutarvi.” Una Grazia:“Volere  è potere.” Alberto: “ Si volare è potare!” “Professore un discorso serio: chi va al classico come noi è portato per le materie letterarie  ma non per quelle scientifiche, conclusione ci vuole un escamotage da parte sua, sapremo noi due come ricompensarla, pensiamo che abbia proprio bisogno di…” Un sorriso da parte delle due facce toste che mise in crisi Alberto che passò la notte insonne, ne aveva ben donde perché aveva pensato ad uno stratagemma particolare ma pericoloso ma aveva bisogno dell’aiuto del Preside Ardito P.(il padre era stato partigiano), suo buon amico. La mattina dopo: “Ar. vieni al bar ti offro un aperitivo.” “C’è puzza di bruciato che hai combinato?” “Dì invece che cosa dobbiamo combinare dietro una ricompensa molto piacevole.” Alberto chiuse gli occhi e tirò su col naso e così Ardito, vecchio puttaniere capì l’antifona. “Merce buona?” “Eccellente ma pericolosa!” Seduti ad un tavolo lontani da tutti Alberto spiegò all’amico Preside che l’unico modo per aiutare le due  licenziande era aprire la busta sigillata pervenuta dal Ministero, fotocopiare  i compiti e risigillarla. Ardito come da significato del suo nome era un tipo d’assalto così girando fra i negozi di ferramenta riuscirono a trovare lo stiletto molto affilato e si precipitarono nell’ ufficio di presidenza chiudendo la porta a chiave e misero in atto il piano programmato, che, malgrado fosse stato eseguito a regola d’arte, mise una certa qual inquietudine nei due ‘congiurati’. Le due Grazie furono convocate nella villa di Alberto, si misero di buzzo buono ad imparare a memoria gli esercizi e, soddisfatte, rientrarono in casa loro. Il giorno dell’esame in aula c’era un commissione composta da professori provenienti da altri istituti, alcuni anche di altre sedi.  Controllarono i sigilli della busta dell’elaborato, li trovarono intatti. Le ragazze uscirono quasi per ultime ma soddisfatte, la loro memoria si era dimostrata buona  con gran sospiro di sollievo dei nostri due amici., ora si trattava di ... passare all’incasso. Emma ebbe mezza giornata di vacanza  dopo aver preparato una pranzo sontuoso (Ma quanti amici avete invitato?). Grazia e Graziella in gran forma si recarono a casa di Alberto dove era già arrivato Ardito tutto profumato. “Mi sembri un magnaccia, vatti a lavare, stò profumo fa schifo.” Alberto anche se scherzando aveva detto la verità, le ragazze non lo avrebbero approvato, avevano troppo stile per accettare  un uomo con un profumo da quattro soldi. Le due G. erano vestite come se dovessero andare al mare, sotto un  bichini ridottissimo coperto da un pareo trasparente. Grandi effusioni giustificate da una promozione che si dovevano ancora meritare… Pranzo appena assaggiato dai quattro, ‘innaffiato’ da un elegante Marsala S.O.M. con cannoli siciliani di grandi dimensioni. Alberto prese in mano la situazione, istintivamente preferì agganciare Graziella indicando ad Ardito qual’era la stanza degli ospiti. “Per fortuna mi hai scelto, il tuo amico non mi piace, tu sei un uomo favoloso, mi sei piaciuto già dalla prima volta che ti ho incontrato!” “Parli come un libro che usavano gli innamorati timidi dell’ottocento per fare la corte alle ragazze, non è una presa in giro profumi di donna, ti trovo sensuale, vieni in bagno voglio vederti nuda, faremo una doccia insieme.” Graziella si dimostrò subito all’altezza della situazione, in campo sessuale era decisamente brava, provarono un po’ tutte le posizioni e dovettero aver impiegato molto tempo perché ad un certo punto sentirono bussare alla porta della stanza. “ “Siete ancora vivi?” La voce ironica di Grazia fece effetto su i due, erano passate tre ore. Ardito prese la via del ritorno infilandosi nella sua 500 Fiat, i tre si sedettero su un divano e Grazia: “Sorellina non so Alberto ma il mio amante è proprio un imbranato in campo sessuale!” “Cara Alberto è semplicemente favoloso ma non te lo presto! Lo voglio tutto per me.” “Se avete fini di mercanteggiare la mia persona…” Suonò il telefono: “Sono Corinna, non trovo a casa quelle due sciagurate di figlie, sono da te?” “Si stiamo festeggiando la promozione, a voce ti spiegherò tutto.”. “Nei prossimi giorni, dopo i funerali di mia madre, tornerò a casa.” “Corinna le mie condoglianze, a presto.” Le due ragazze si guardarono in viso, col ritorno della madre avrebbero dovuto accontentarsi dei loro boy friends. Dopo tre giorni una telefonata: “Sono ritornata, non mi sento di venire da te, vieni a casa mia.” Corinna era cambiata, i giorni passati vicino alla madre morente le avevano lascito i segni sul viso. La dama parve leggere nel pensiero di Alberto: “Mi vedi invecchiata, lo sono dentro e fuori ma, col tuo aiuto mi riprenderò, sempre che tu…” “Io sarò un buon  samaritano sempre qualora venga ben retribuito!” “Vedo che non hai perso il senso dello humor, intanto ti ringrazio per aver aiutato quelle due sciagurate; per non parlare al telefono mi hanno scritto una lettera raccontandomi come sono andate le cose, manco un padre…” “Si un padre zozzone” pensò Alberto domandandosi come sarebbe andate a finire la situazione, forse si sarebbe sbloccata con l’andata delle due Grazie a Cuba, la soluzione migliore per non aver guai. Il giorno successivo una novità: a casa di Alberto si presentò Galeazzo, padre delle due e titolare di una scuola guida che godeva fama di far promuovere anche i ciechi ah.”Signor Alberto anch’io voglio ringraziarla, se ha bisogno sono a disposizione.” “Alberto pensò ridendo dentro se stesso: “Mi basta tua moglie prossimo cocu!” Finiti i giorni della tristezza arrivarono quelli della felicità ed ancora una volta Emma fu invitata a preparare un pranzo questa volta per due, non disse nulla, si fece onore in culinaria ma dentro si sé…All’arrivo in casa di Alberto Corinna l’abbracciò a lungo, capì di essersi innamorata. Dopo gli aperitivi ed un pranzo che ottenne gli elogi di Corinna passarono sul divano. Siediti, vorrei rilassarmi con la testa sopra le tue gambe. Dopo un po’ Corinna: “Non pensavo che portassi la pistola a cosa ti serve?” “A scoparmi le belle signore!” “Brutto maiale, dopo una figlia anche la madre!” Coirinna non era una ingenua, capì che Alberto…ma poi lo abbracciò baciandolo a lungo. “Sei un angelo venuto dal cielo.” Più che altro dal monte Olimpo, sono pagano e devoto al dio Hermes, con lui sono piuttosto simile di carattere a parte che lui protegge i ladri ed io lo sono solo delle femminucce altrui!” “Va bene solo un piccolo assaggio, non sono in forma ma…accidenti dove l’hai preso quel cosone?” “Madre natura: tutti i maschietti di famiglia sono ben dotati da quello che mi ha detto mio padre, lasciamo perdere i miei familiari maschili, che ne dici di un assaggino…” Dopo un po’ Corinna si trovò la boccuccia piena di…che in parte ingoiò e poi si aiutò con un fazzoletto. “Sei una fontana!” “Lascia perdere i paragoni acquatici, appena ti sarai ripresa …cose di fuoco!” “Ho trovato un mandrillo della foresta africana, dovrò comprare un cesto di banane.”Vacanze per tutti: le due sorelle a Cuba, il papà in giro con la segretaria bonazza, Alberto e Corinna a Panarea nelle isole Eolie, c’era stato in passato ed era rimasto in buona amicizia con Lidia la proprietaria di un grande Albergo con piscina per coloro che non amavano andare in mare. Lidia: “Vedo che ti tratti bene, la signora ha stile e mi piace.” “Si ma ama solo i maschietti!” “Vedo che non hai perso il senso delle humor, posso risponderti: anche a me!” La prima notte di nozze fu favolosa, Corinna si era ripresa ed approfittò in pieno della esuberanza di Alberto anche se poi la cosina si era un po’ troppo arrossata, col quel ‘marruggio!’ A Panarea Alberto oltre che sessualmente si sfogò anche con la fotografia di cui era un appassionato. Fotografò ovviamente Corinna anche in pose discinte ed un po’ tutti i villeggianti che gli capitavano a tiro, specialmente femminucce’, talune in topless, da cui si faceva comunicare l’indirizzo e la città di residenza per inviar loro le foto ovvero, se possibile,  anche per consegnarle loro di persona ma non aveva fatto i conti con Corinna: “Caro io non dormo ai piedi del letto!” Il buon Albertone ancora non aveva compreso che aveva a che fare con una femminuccia scafata e, come la maggior parte delle appartenenti a quella razza calzava in pieno il detto: “Amenonlasifa!’ e così fu costretto a diventare monogamo, che tristezza! Qualche lettore non avrà compreso il significato della parola ‘marruggio’ riportata nel racconto: nel dialetto siciliano si tratta di un grosso e nodoso legno che regge la zappa!

  • 05 luglio alle ore 21:02
    Lascio una lettera per te

    Come comincia: Freccia Rossa 9440
    Caro Luca,
    sono sul treno che mi porta nella la tua città, non ti cercherò, penso a te e lascio all’inchiostro sul foglio la gioia di raggiungerti. Avrei voluto vederti e parlarti, non hai voluto. Mentre ti scrivo fingo di essere seduta sul tuo divano: io, me stessa e te. Vedi, ora non soffoco più, ricordi? Ti dicevo spesso soffoco ed avevo difficoltà fisiche a respirare. Ti parlo di me che non conosci e che nessuno ha visto oltre la mia immagine di donna importante, non so se vorrai leggere, poi penso al tuo viso quando mi incoraggiavi a parlare ed io non ne ero capace e mi rilasso; alla fine, se non vuoi, non mi leggi. Non riuscivo a parlare, dentro me le emozioni erano confuse: persone che dipendevano da me e non lo sapevo, ero io a dipendere da loro ché pur di ricevere un sorriso e un po’ di tenerezza mi facevo ora tappeto, ora coperta e quando il tessuto si è disfatto sotto il loro peso, non mi hanno buttata come un oggetto vecchio ma amato, no, mi hanno sfilacciata e buttata nel camino. Ho smesso di lottare mio amato, e sono crollata, l’ultimo lampo di vita mi ha portata su un treno e sono partita, sola, senza un saluto. Quando si ama troppo, si perde ogni diritto d’amore e non è lecito soffrire e aspettarsi un abbraccio. Per un tempo ho vissuto nel silenzio, in un sopore cullato dall’aria mesta del mare che mi ha coccolata curando le ferite. Ora dopo ora fra le nebbie dell’anima si è sviluppata la luce fino a intravedere la trama della mia vita intessuta di dolore. Sono tornata bambina, alla prima violenza per ripercorrere me stessa e il bisogno d’amore che sempre più donavo nell’infantile speranza di riceverne in parte come scambio, che mi ha invece portata a trascinare l’esistenza in un labirinto di angherie che credevo di dover meritare. Mi sono rivoltata non come un guanto, troppo gentile come metafora, rivoltata e lavata come la trippa, hai presente? L’hai mai vista preparare? Mi sono giudicata, accusata, rimproverata di essere così finta: fuori forte e dentro cubo di burro. Mi sono persa: allora cosa e chi sono? Mi sono ritrovata: ero io, quella che sono; tenuta in vita dall’amore che proteggeva come guscio d’uovo, la mia parte sana. Avevo perso di vista me stessa perché dovevo lottare per chi esigeva tutte le mie energie. Ho dovuto restare assopita per non farmi ingurgitare. La mia realtà di sposa è stata aberrante, sopravvivere alla falce della violenza fisica e psichica è stato sfibrante e mi sono ritrovata covone di iuta abbandonato in un campo arido.Tu mi hai incontrata lì, credendo fossi un fiore mi hai raccolto aspirandone il profumo, io ti ho fatto credere di essere un fiore vivo, colorato, profumato.Con te mi sentivo davvero fiore, ma ero un sacco di iuta. Vuoto. Il verde della poltroncina della freccia rossa mi ha ricordato una lezione di psicologia studiata da ragazza, cito: “due rane vengono messe a bollire in due pentole, una contiene acqua fredda, l’altra è già in bollore; la rana messa nell’acqua fredda rimane nella pentola e quando questa arriva all’ebollizione, la bestiolina è già morta senza essersene accorta; la rana messa nella pentola dell’acqua bollente, si scotta e salta. Mi sono perdonata, ero la rana nella pentola dell’acqua fredda. Non rimpiango di aver amato tanto, ma solo ora so che posso essere amata senza pagare. So che non ero io a suscitare attenzioni malate a cinque anni, ma una bambina che non è stata protetta e difesa dalle brutture della vita quando era impreparata a vivere e, bambina di quindici anni sono andata nella pentola dell’acqua fredda…mi sono sposata. Non so perché ti sto aprendo l’anima così, forse è perché non ti vedrò più o forse perché so di dovere a me stessa la sincerità. Questo aprirmi avrebbe voluto essere aprirsi, questo essere letta avrebbe voluto essere ascoltarsi come persone, come un uomo e una donna che si sono amati. Avrei voluto vederti per salutare il mio tratto di vita vissuta sul tuo cammino, confrontarmi con chi ho amato, vederti senza veli. Non me lo hai concesso. Hai voluto lasciarmi nella sospensione, anzi no, sei tu che ti sei messo lì, sospeso nel mio cielo e non ti posso guardare posizionato in nessun luogo. In me, ognuno e ogni cosa ha preso il suo posto, tutto si è raffigurato come in un dipinto, tu hai rubato una goccia di colore e voli autonomamente sulla tela. Il quadro della mia vita è nei miei occhi, negandoti hai lasciato che non ne veda una parte. Non posso né voglio fingere che tu non sia esistito, che il “chi è passato nella mia vita” non esista. Non voglio credere che ci sia un luogo dove gli “incontri” non significano nulla. Non c’è regno, terreno o celeste che viva il congiungersi senza motivo, senza emozione. La vita è un incontrarsi di linee che producono altre linee. Noi ci siamo incontrati.
    Il treno ha attraversato la Toscana e raggiunto l’Emilia senza che mi accorgessi del buio delle gallerie o del sole che balenava fra l’una e l’altra: ho te nella luce del cuore, ti sto vedendo, illuminato di sole e di sorriso e d’amore mentre voliamo in un abbraccio e mi prendi in giro perché il mio corpo accanto al tuo fa di noi l’aquila e il passerotto. Mi prendi il viso fra le tue larghe mani a coppa e gli occhi tuoi blu si fondono e sciolgono nei miei. Ci sciogliamo cielo nel cielo. Sensi e sentimenti si liquefanno e ci lasciamo scivolare l’uno nell’altro. Ricordi? Dicevamo di produrre una luce così potente che avremmo potuto illuminare una metropoli, far viaggiare centinaia di treni. Quanto dolore mi sono data questa volta.
    A remissione di tutti i miei peccati. E quanto ne ho dato a te! Ora i nostri peccati tutti, sono rimessi. Non so come salutarti, ti dico: ti abbraccio forte, fortissimo come ci dicevamo pieni d’amore? Potrebbe venirci nostalgia feroce per quell’amore che impreparati abbiamo strapazzato e ucciso, che io più di te ho ucciso. Oppure chiudo dicendoti: “so che non ti sentirò più, ma che me ne importa”?
    No, sarò sincera. Mi manchi, mi manca l’amore che avrei potuto ancora ricevere da te, mi manca l’amico e l’amante che non ho saputo amare, ho capito tardi ciò che è passato nella mia vita senza averlo saputo vivere. Ora, per un attimo, lasciami respirare un volo libero nel tuo abbraccio come ogni volta che mi hai tenuta stretta.
    È così che ti saluto. E sii felice, che la vita ti regali gioia e serenità.
    Sempre.
    Stazione di Milano, lascio una lettera per te.

  • 05 luglio alle ore 8:44

    Come comincia:

  • 04 luglio alle ore 15:37
    OMBRETTA SDEGNOSA DEL MISSISSIPÌ...

    Come comincia: Era una domenica primaverile in cui, ovviamente, non  era prevista per i comuni mortali l’andata in ufficio ed in cui gli uccellini nei loro nidi, dentro fitti alberi, deliziavano col loro canto gli abitanti dell’isolato Poggio Aprico a Messina.  Situazione piacevolissima che faceva riconciliare il buon Alberto M. col mondo. Sotto le lenzuola  pensava di …avvicinarsi alla deliziosa consorte Ombretta quando la stessa, che faceva finta di dormire: “Te le puoi dimenticare!” “Adesso leggi pure nel pensiero peraltro sbagliando, sei diventata una maga.” “Sono una maga che sente troppo vicino a sé qualcosa che non le appartiene ma che vorrebbe… ma nun c’è trippa pè gatti! Un po’ di romanticismo non guasterebbe.” “Intanto non copiare le mie espressioni romanesche, sei ridicola e poi ‘ciccio’è indipendente da me, ogni tanto rialza la testa in cerca di selvaggina…” “Ed io sarei secondo quello zozzone ‘selvaggina’, mi sento offesa, io sono…” “…Una gran mignotta quando sei di buzzo buono!” Una cuscinata, peraltro prevista, venne scansata da Alberto che comprese che era partito col piede sbagliato. Per sua fortuna quel giorno era l’anniversario del loro matrimonio e un braccialetto d’oro molto fine avrebbe ben presto consolata la gatta arrabbiata. E così fu. “Il mio amore si è ricordato…” “Il tuo amore s’è ricordato dei casini tremendi che ha dovuto subire per ottenere il divorzio da sua moglie.  Ero sull’orlo del…” Un bacio profondo, un volar via di camicia da notte e di mutandine fu la logica, piacevole, conclusione di quell’ inizio di mattinata; fu un ‘risveglio’ molto lungo perché quando Ombretta era di buzzo buono ce la metteva tutta con gran piacere dello ‘zozzone’. La vicina di casa, Corinna,  dietro la porta d’ingresso: “Sto andando a messa, voi…” “Alberto ha già presenziato ad una funzione!” battutaccia che Corinna, molto religiosa ma non scema capì e non apprezzò: “Siete due miscredenti, brucerete nel fuoco eterno insieme ad Epicuro e a Farinata!” Alberto si era spesso domandato se Corinna fosse veramente religiosa o la sua fosse una finzione per coprire cosa? Bionda, alta, fisico da  modella, ricca di famiglia sposata con Athos, un greco che aveva conosciuto durante una vacanza a Rimini, niente figli. Suo marito era pilota di auto da corsa che, con la scusa del lavoro, girava il mondo. Una volta ritornò a casa dopo un mese di ospedale in Francia, un brutto incidente in gara che però non l’aveva convinto a lasciar le corse. Forse quello che aveva conquistato Corinna era il suo fisico atletico, il suo eterno sorriso e la piacevolezza del suo idioma, insomma un ‘conquistatore di donne a getto  continuo’ di petroliniana memoria. Tutto questo creava dei dubbi ad Alberto, i due coniugi non avevano niente in comune tenuto conto dell’attaccamento di Corinna alla religione cattolica ed ai suoi principi morali. La giornata fini con una cena intima nel ristorante di Ganzirri che i coniugi M. frequentavano con regolarità. Passata una settimana una novità: “Caro mi ha telefonato mia cognata da Bologna, la mamma sta male e vorrebbe rivedermi, è anziana e non vorrei…” “Ho capito viaggio nella città Felsinea” “Lo dici come se andassi a  divertirmi!” Accompagnata la consorte all’aeroporto di Catania, Alberto con la sua Jaguar X type lento pede anzi lenta auto ritornò a Messina. Si era preso un giorno di licenza dal suo ufficio della Camera di Commercio e doveva organizzarsi  per il suo ritorno temporaneo al celibato ma come? Ombretta gli aveva lasciato il frigorifero pieno ed altre scorte di cibarie sparpagliate in cucina ma non era quello il problema, la sera un cinema all’aperto ma poi…ci avrebbe pensato nei giorni successivi, aveva bisogno di una buona compagnia ma di chi? Da buon pagano Alberto ricordò che il destino è ad di sopra degli dei e quindi decise di lasciar fare al destino il quale si presentò la domenica pomeriggio successiva nella forma di Corinna. “Alberto, Athos è ad Imola per una corsa, dato che hai un televisore di ultima generazione se decidi di vedere il gran premio ti farò compagnia.” “Cara sarà per me un piacere, non amo la solitudine.” Sintonizzato sul canale 8, apparve il circuito prima inquadrato dall’alto e poi dall’interno della tribuna dove i concorrenti erano in attesa in attesa dell’inizio della corsa ma…ahimè la camera inquadrò una coppia in cui la donna passava il braccio sopra la spalla di un uomo: Ombretta e Athos!  Alberto col telecomando cambio subito inquadratura ma ormai… “Per favore, torna indietro, conosco questi nuovi televisori, hanno la possibilità di memoria e quindi ...” Ad Alberto non restò altro che accontentare la vicina di casa e la precedente scena apparve in tutta il suo romanticismo (si fa per dire). Malignamente Alberto la cosa non dispiacque anche se c’era di mezzo sua moglie, chissà se Corinna... In un attimo la signora sparì dalla circolazione rifugiandosi a casa sua. Ad Alberto la corsa non interessava anche per non rivedersi ‘cocu’ e così cambiò canale. Cena more solito in solitario e poi a letto senza riuscire a prender sonno, forse il peso delle corna… anche se abituato allo humor per Al. non era facile accettare la situazione. Stava per prender sono quando il telefono…Al buio la cornetta cadde per terra. “Pronto cara sei tu?” “Non sono la tua cara che penso abbia altro da fare in questo momento!” “Scusa Corinna ma non pensavo…” “E invece devi pensare, aprimi la porta ho la testa nel pallone, ed anche tu avrai i tuoi pensieri.” Corinna apparve in camicia da notte azzurra, i lunghi capelli fluenti sulle spalle ed un’aria bellicosa. “Deliziosa, non sono io il colpevole, niente muso duro, la notte è lunga, potrei leggerti una pagina dei Promessi Sposi!” “Da ieri pomeriggio il mio mondo è cambiato completamente, immaginavo che Athos si prendesse qualche…licenza ma non con Ombretta, è inaccettabile!” “Siediti sul divano, mettiamo al minimo un compact disk, non penso…” Invece Alberto pensò cose vastase (alla siciliana) quando vide uscire dalla vestaglia di Corinna una lunga gamba scoperta sino all’inguine. “Adesso voglio confessarmi con te, non so se sia il vocabolo adatto ma…io ti desidero da tanto tempo ma il comandamento ‘non desiderare la donna d’altri, nel mio caso l’uomo dal’altre, me lo impediva ma ora…”Un bacio prolungato svegliò ciccio che uscì speranzoso dalla patta del pigiama, Corinna lo prese in bocca sino all’ovvio risultato finale. La dama per nulla impressionata andò in bagno, dopo vari gargarismi riapparve nuda e si mise cavalcioni all’inalberato Alberto. Era forsennata, voleva ripagarsi da tanto tempo di desiderio inappagato, goderecciate multiple sino allo sfinimento. L’alba trovò i due abbracciati, pian piano aprirono gli occhi e, senza parlare Corinna prese la via del ritorno a casa ed Alberto riprese quella del sonno. Finale ovvio: i quattro facendo finta di nulla ripresero a frequentarsi incrociando i relativi partners, Corinna fu costretta a confessarsi in Chiesa ma trovò un prete intelligente che, conosciuti i fatti, l’assolse dai peccati. Volete sapere il seguito del titolo? Eccolo:‘Non far la ritrosa ma baciami qui.’ Mai si sappe unni dovia vasari Ombretta!
     

  • 28 giugno alle ore 8:54
    LA BOCCA SOLLEVÒ...

    Come comincia: Signori lettori, la frase riportata nel titolo non ha nulla in comune con l’Inferno di Dante né col conte Ugolino, è la descrizione di quel simpaticone di Alberto M. che una sera di freddo inverno, nella stanza da letto ben riscaldata,  adagiato sul  letto matrimoniale fra le cosce della deliziosa moglie Anna M., assaporava il dolce sapore della sua ‘cosina’ o meglio del ‘cosino’ dato che in italiano è, chissà perché, di genere maschile. More solito la consorte alle sue zozze profferte cercava di respingerle con le solite scuse muliebri: mal di testa, stanchezza per il lavoro di una giornata faticosa, la cucina da mettere in ordine dopo la cena ma Alberto, di cui Anna era pazzamente innamorata, riusciva a far breccia nella flebile resistenza della consorte. La signora  decisamente ‘caliente’ chiudeva la sue due stelline (gli occhi) e si abbandonava al sapiente cunnilingus del marito riuscendo a collezionare un numero notevole di ‘goderecciate’ sin quando alzava le braccia in segno di resa, (ne aveva collezionato undici!) conseguentemente niente penetrazione con gran dispiacere di ‘ciccio’ che era rimasto tutto teso a… guardare il soffitto. Alberto era titolare di una Scuola Guida in via Garibaldi, Anna era impiegata presso la Provincia di Messina e, nei momenti di pausa, si riuniva con le colleghe femminucce e spesso il discorso era,  indovinate un po’? Il sesso. Anna era di solito restia a parlarne ma, incalzata dalla solita amica faccia tosta riportava i particolari delle sue imprese o meglio di quelle del marito. In particolare aveva rappresentato l’immagine di Alberto che nel cunnilingus immetteva una variante consistente in fragole e ciliegie introdotte in vagina e poi golosamente ingoiate (Che fantasia!). Anna con le amiche Euridice, Frine e Nicla durante l’intervallo di un’ora si riuniva in una trattoria vicina all’ufficio per sgranocchiare qualcosa e raccontare le proprie vicende personali. In fondo erano coppie diciamo normali ad esclusione di Nicla vedova con figlio ventenne, Ettore, perennemente arrapato come un riccio arrapato che, quando la signore si riunivano in casa di sua madre,  attentava alle virtù delle tre signore con scarsi risultati. Anna:”Qui non c’è trippa pè gatti, cercati il ‘becchime’ tra le tue coetanee.” Nicla la madre oltremodo puritana, faceva le ‘occhiatacce al figliolo zozzone. Vedova da tre anni nel frattempo aveva sempre respinto le avances di qualche maschietto, non si truccava, vestiva in modo ‘sommesso’ finché la solita Anna durante una riunione a casa di Nicla prese in mano la situazione: “Non puoi andare avanti a fare la vedova a vita, anche Ettore è d’accordo con noi, non è geloso, preferirebbe che ti trovassi un compagno, stai invecchiando prima del tempo, ai nostri giorni una quarantenne è una ragazzina e quindi…ci penseremo noi.” Nicla, un sabato, fu accompagnata in un istituto di bellezza dalle tre amiche le quali, quando andarono a riprenderla restarono basite, completamente cambiata, una vamp che faceva girare i maschietti per strada. Anna telefonò ad Ettore il quale le raggiunse a casa sua. Il pargolo restò anche lui di sasso e tirò fuori una battutaccia: “Cazzo se non fossi mia madre!” e seguitò ”Sono andato a cercare  al computer il significato dei vostri nomi: per primo quello di mia madre. Nicla vuol dire vincitrice, ora risponde a verità, Euridice vuol significare molto giusta e per Frine…mi dispiace per lei ma oltre che molto colta vuol dire puttana, mignotta, troia.” Gran risate delle femminucce. Nei giorni seguenti  Nicla era confusa, in fondo non le era dispiaciuto quel cambiamento ma seguitava a tener lontano i maschietti malgrado gli incoraggiamenti delle amiche, nessun pretendente che le veniva presentato era di suo gradimento, forse i tre anni di vedovanza l’avevano cambiata psicologicamente e, in campo sessuale, non si sentiva pronta ad avere rapporti con rappresentanti dell’altro sesso. Solita riunione delle quattro amiche ormai molti simili a quelle della trasmissione americana “Sex and the city” e decisione: dare una festa da ballo in casa di Alberto che aveva un salone di grandi dimensioni ed invito a tutti i maschietti della Provincia e di un nuovo giunto in ufficio riminese di nascita ma trasferito a Messina, secondo le maldicenze, per aver avuto una relazione sentimentale con la consorte di un pezzo grosso di Bologna in vacanza a Rimini. Evidentemente i pezzi grossi non amano essere muniti di corna, ma solo farle come il sempre ricordato Andronico, re della Tessaglia, che usava far appendere simboliche e beffarde teste di cervo  sulla porta dei mariti che aveva bellamente cornificato. Il nuovo venuto certo Galeazzo non ebbe fortuna con Nicla e poi con quel nome! I tre del tavolo Guicciardo,  Bernardo e Aroldo, rispettivamente mariti di Arabella, di Euridice e di Frine  si dichiararono molto simili agli orsi in campo del ballo quindi ad Alberto, er mejo tacco avrebbero detto a Roma, toccò far gli onori di casa. All’inizio Nicla non riusciva a tener testa al bravo ballerino ma, cambiata la musica da veloce a lenta, si aggrappò al buon Alberto  che non sapeva più che pesci prendere dato che il suo ‘pesce’ si era notevolmente ingrandito ed allungato e si strofinava con la cosina di Nicla  che, cosa strana, si era illanguidita e seguiva la danza ad occhi chiusi aggrappandosi ad Alberto. La situazione non passò inosservata ad Arabella, ad Euridice ed a Frine che in coro: “Qui c’è aria di corna cara Anna!” La chiamata in causa: “Alberto qualche volta si prende qualche libertà in campo sentimentale, meglio con un’amica…” Dal tono di voce non sembrava molto convinta tanto più che la serata finì con Alberto e Nicla ancora abbracciati nel tango. Nei giorni seguenti nessun accenno al comportamento dei due ballerini, in ufficio si parlava del più e del meno, brutta cosa, il sesso era stato stranamente bandito, era diventato un argomento tabù. Una mattina Alberto si misurò la febbre, 38,5 e così decise di rimanere a letto. La cosa non piacque ad Anna tanto più non vedendo arrivare in ufficio la ormai vamp Nicla. Due più due non fanno quattro ma due (corna pensò Anna che stette un bel po’ prima di decidere di tornare a casa ma con quale risultato e quali conseguenze future? ‘Alea iacta est’ (ve lo traduco perché mi sembra che in quanto a latino…)”Il dado è tratto, Anna decise di rientrare a casa senza pensare ad eventuali conseguenze, agì d’istinto come talvolta le capitava di fare ma male non gliene incolse perché già immaginava quello che avrebbe sentito e visto. Si mise ad origliare dietro la porta della camera da letto da cui provenivano suoni gutturali di piacere, i due porcelloni ci davano sotto alla grande e quando aprì la porta ne ebbe la conferma. Nicla, nuda,  con un balzo scappò dal letto per rifugiarsi nella toilette, Alberto, con la solita faccia tosta: “Cara oggi non è giorno lavorativo?”In un attimo Anna dovette decidere il da farsi, capì che il suo comportamento avrebbe influito in maniera notevole sulla vita sua e su quella di suo marito. Hermes protettore di Alberto, pagano, la indirizzò verso un compromesso possibilmente spiritoso ed è quello che fece Anna: “Ragazzi mi dispiace avervi disturbato, Nicla esci dal bagno, non ti succederà nulla di spiacevole.” Alberto stava a gambe aperte e ‘ciccio’ rimase ‘lancia in resta’,  Nicla si presentò avvolta in un accappatoio, era sempre bella anche se un po’ arruffata. “Anna…” “Nessun commento mia cara, in fondo meglio te che un'altra, hai sofferto per anni e se ti prendi qualche licenza, vienimi vicino, abbracciami…” Nicla si trovò a baciare in bocca l’amica, non le era mai accaduto, Anna rispose al bacio e le due amiche rimasero in questa posizione un po’ di tempo sin quando: “Giovin signore che ne dite se anch’io partecipo…” Da quel momento il letto di Anna e di Alberto divenne il rifugio erotico dei tre. Anna e Nicla  cominciarono a frequentare meno le amiche che, malignamente immaginarono la verità forse invidiandoli  anzi senza forse invidiandoli di brutto dato che i loro mariti, in quel campo, erano di uno scarso…ma di uno scarso!

  • 27 giugno alle ore 19:30
    5 ottobre 2014

    Come comincia: Dicono:“Tu sei forte, riesci ad andare avanti!” E io rispondo:“ Guarda non lo so, non credevo di amare lui così tanto, invece vaffanculo, il mio cuore è a pezzi per colpa sua.” E mi danno della stupida. Sì, perché è assurdo amare, sopratutto se la persona sembra quasi che se ne sbatta. Ma quando ormai ci sei troppo dentro non puoi più fare nulla per salvarti e ti tocca annegare nella lava ardente, scioglierti e svanire nel nulla. E lui è lì che ti guarda mentre stai male. Lui lo sa benissimo quello che senti, ma tuttavia ama farti male, ama vederti bruciare. Gli amici poi al massimo possono farti un grande applauso , accompagnato da un: “ Te l’avevo detto!” Certo che lo so, cazzo e avevate tutti ragione. Ok, adesso basta stressarmi. La vita è mia e me la gestisco come mi pare e se il mio cuore adesso è rotto, è mio, non è un problema vostro. Che cazzo volete? Fatevi i cazzi vostri. Mi sento morire, sembra come se stessi aspettando che giunga la mia ora. E’ tutta colpa mia, lo so. Forse loro adesso mi vedranno come una sfigata,ma non mi interessa. L’amore che provo è talmente forte e intenso, che anche se fa male, vale la pena giocarmi il tutto per tutto. Lui è talmente bello che mi innamorerei altri milioni di volte. Non serve, se tu che mi stai leggendo, mi dicessi che è sbagliato giocarmi il cuore per chi non ne vale la pena. E’ un problema mio se adesso al posto del cuore mi trovo una voragine.Capita a tutti prima o poi, o no? Sarei stata davvero scontenta se non fosse arrivato nessuno a rubarmi il cuore. Di certo non amo farmi male , nè voglio che restino i segni di questa esperienza. Voglio solo dire fra qualche anno:“Cazzo quanto l’ho amato!” Nessuno può dirmi nulla perchè le conseguenze le sto pagando soltanto io. Lo amo incondizionatamente. E’ un’altra inculata? Non importa la parcheggerò insieme a quella avuta in precedenza. Che problema c’è? C’è chi ha perso una gamba in un incidente, eppure non si è mai fermato. A me lui ha strappato il cuore, eppure esso continua a pulsare e a non arrendersi. Nessuno avrà la soddisfazione di vedermi arresa, nè in uno stato deplorevole. Al massimo o morirò oppure sprizzerò felicità da tutti i pori, le mezze misure nella mia vita non esistono. Le mezze misure mi sembrano cazzate per evitare di scegliere. Io non indugio, mi gioco sempre il tutto per tutto, soprattutto il cuore, anche se poi mi ritrovo a pagare le conseguenze disastrose per aver amato. Mi sento un automa, la mattina mi sveglio, mi vesto, sbrigo qualche faccenda, mangio, arriva di nuovo la sera e vado a letto, ogni giorno vivo questo. In ogni pensiero del giorno c’è lui, sempre in ogni intervallo della giornata, initerrottamente. Si, c’è sempre lui a ricordarmi che sono viva, che mi fa sentire qualcuno e non un automa passivo. Adesso che è sparito, la sua assenza si fa presente. La sua assenza, sembra che mi stalkeri. Forse io sono troppo fusa! E quando mi guardava, nei suoi occhi ci vedevo l’infinito, il mare, anche se mi trovavo nel bel mezzo della mia città. Nei suoi occhi ci vedevo tutto quello che volevo io, tutto quello che volevo compensare alla mia vita. Se prima mi sentivo vuota adesso lo sono di più. Prima avevo un cuore, adesso è vuoto, non ce l’ho più. Adesso c’è solo la sua assenza a ricordarmi quanto mi manca e quanto sia importante per me. Non importa, perchè io questa esperienza la sento bruciare sulla mia pelle e sento che mi cambierà. Vale la pena viverla, devo vivere la vita come capita, non devo riflettere troppo. Non devo avere paura di scegliere. Dagli sbagli si impara. Devo prendere quel treno anche se non so dove mi porterà. La destinazione? E chi se ne frega? Devo sbagliare continuamente, non me ne frega un cazzo. Solo così imparerò a scegliere. Di tanto in tanto arriva qualcuno a tamponare questa ferita scavata nel petto, una serata fra amici, due risate, ma quando torno a casa e mi ritrovo sola tutto torna alla mente e quella piccola felicità provata scompare nell’immediatezza, il dolore si fa sentire a bruciare velocemente quella ferita, come se ci avessero buttato sopra della benzina. Le lacrime imperturbabili, scorrono spesso e solcano le guance del mio viso, sento il suo sguardo addosso, anche se adesso non è con me. Lo immagino accanto a me, come l’ultima volta. E poi, nulla, sparisce e io resto al buio e nelle mie mani restano solo i ricordi che mi fanno dire:“Tu esistevi davvero, non eri un sogno”! Ora mi piacerebbe dire”Non me ne fotte niente di te, io vivo lo stesso alla grande”! Come faccio a vivere con questo cuore ammaccato e ferito? Ogni volta che penso a lui la ferita continua a sanguinare e si fa sempre più profonda. Gli altri sanno solo dirmi:“Su con la vita!” E io dico a me stessa.“Ma ho ancora una vita? Oppure mi è stata rubata anche quella?” No perchè carissimo ragazzo, qui sembra che tu mi abbia rubato tutto quello che c’era di bello in me, persino la voglia di vivere, oltre che il cuore! Un pò ti stimo, perchè riesci ad ottenere ciò che vuoi, almeno così sembra. Desideravi conquistarmi e farmi star male? Bene, congratulazioni ci sei riuscito! Ma adesso che non ho più un cuore e non ho più amore da dare a nessuno, non vuoi più divertirti con me, sono un bersaglio già conquistato ormai. Mi hai manipolata abbastanza e quindi è giunta l’ora di cambiare marionetta per te. Forza stronzo, a cosa aspetti? Corteggia qualche altra, fai i tuoi discorsetti del cazzo, falla sentire importante e bella e poi zac, divertiti nel farla star male, e godi mentre la vedi cadere per terra dal dolore. Uno stronzo come te riesce a sentirsi vivo solo facendo del male a chi per te darebbe qualsiasi cosa! Ci vuole tanto sadismo per farti sentire vivo? Cazzo, a me bastava guardarti negli occhi o che mi guardassi, per sentirmi viva. Devo solo farmene una ragione, per superare tutto questo dispiacere che mi hai dato. Le tue parole erano solo piene di falsità. Anche se adesso provo ancora tutto quel sentimento, quando ti guardo negli occhi, non riesco a dirti che sei uno stronzo e che mi fai schifo. Se ti guardo negli occhi, mi sento bruciare lentamente, le gambe mi tremano e perdono la loro forza, come se stessi seduta su una sedia elettrica. Se mi ferissi fisicamente potrei guarire, un giorno, ma ferendomi dentro non potrò mai guarire, il dolore resterà permanente, e tu lo sai benissimo, perchè ci sei passato. Sicuramente l’hai fatto a posta, perchè sai che io non sono forte abbastanza e che sono sensibile. Ma perchè te la sei presa proprio con me? Cosa ti ho fatto? Mi pongo tutte queste domande a cui non do risposta, ed è inutile domandarti. Io Ti Amo.

  • 22 giugno alle ore 7:33
    Breve volo

    Come comincia: Quanto si dilata il mio tempo nel dolce far niente. Come una bolla di sapone spinta dal soffio curioso giocoso di un bimbo mi espando nell'aria. Mi faccio bislunga, oblunga, larga, piatta, tonda, ora sembro un drago e ora un cirro o una faccia dispettosa. Mi infilo furtiva in passaggi stretti e misteriosi e mi allungo in vallate d'erba e d'aria frizzante. Sono ricca di tempo, quanto tempo nel dolce far niente! Quanto tempo mentre danzo, mi giro, saltello, quanto tempo mi illude, mi culla, mi aspetta!   POOFF
     

  • 21 giugno alle ore 20:37
    Estate

    Come comincia: Se l’estate potesse essere definita senza parole, se la sua stessa essenza potesse essere raccolta en masse – da un frutteto provenzale in agosto, da un mare di Corfù a giugno ... da un assaggio di un po’ di fragole e panna a St. James Park, o da una pesca perfetta mangiata su una veranda protetta in Ferrara –, e se quella essenza potesse essere cristallizzata in un unico momento onnicomprensivo, allora l’estate non potrebbe che essere questo, certamente.
    Di sicuro, questa è la definizione stessa dell’estate, o perlomeno è quella che meglio si confà a me.
    Sto guardando – mento dal più profondo! – in un mare color zafferano, con il ronzio delle api da miele che riempiono l’aria, una moltitudine di piccoli violinisti che si accordano per suonare la loro sinfonia quotidiana di mezzogiorno. Sotto un oceano di cielo senza nuvole, mi trovo al centro di dieci acri di girasoli, un semplice punto di lino bianco su una tela d’oro. Fedeli alla loro natura, poiché sono sempre i più gentili dei fiori, mi rendono la benvenuta, annuendo e salutando mentre passo dopo passo sono sempre più a fondo in mezzo a loro; i girasoli, fino ad ora, sono tutto ciò che vedo. Mi sento quasi una di loro, una loro rappresentante vivente che respira d’estate.
    Scegliere quali girasoli portare a casa per poi metterli nei miei vasi è un compito più difficile di quanto immaginassi, perché ognuno è unico nella sua bellezza e grazia, e ognuno sembra desiderare un’avventura, un viaggio lontano verso luoghi sconosciuti. Sentendomi più ricca di Mida, il mitico re della Grecia, riempio d’oro il mio secchio verde e mi meraviglio della mia generosità. Alla fine, faccio ritorno attraverso i campi di girasoli.
    E adesso... ci sono vasi e vasi di facce color giallo-burro ovunque io scelga di guardare.
    Le mie stanze sono piene di estate.

  • 21 giugno alle ore 16:11
    Per cena pesce morto

    Come comincia: -Qui ci danno da mangiare pesce morto, e alle sei di sera, l’ora in cui sarebbe umanamente giusto passeggiare sul lungomare con un gelato misto a salsedine e una gonna svolazzante come la libertà dei gabbiani.
    L’idea è di una certa scontatezza, ma non lo è se si accosta all’odore delle flebo che s’insinua nelle narici, sale, imbratta il cervello, la parte più mobile di tutto il corpo. Il misero, che ha subito un lungo setacciamento e infine è stato consegnato al bisturi. E non è detto che sia l’ultima azione invadente a cui debba sottomettersi senza poter obiettare un “Per ora no, grazie, ho altre necessità, altre fantasticherie, ho altro da fare”.

    Le nostre strade si erano incrociate nella sala d’attesa di un centro dove iniettano roba radioattiva per il tuo bene, e a scopo di diagnosi si diventa radioattivi, da tenere a distanza. Eccoci, due viaggiatori che siedono vicini, senza aver scelto il compagno di viaggio.
    La donna, da quel poco che raccontò di sé, poteva essere mia madre, anche se il fisico aggraziato e lo sguardo sognante non rivelavano i cinquant’anni e più. Aveva presto osservato: -Anche tu hai capelli lunghi e belli-, così avevo sentito un lampo trapassarmi, seguito da un tremore interno, una eventualità che ingenuamente, o di proposito, non avevo messo in conto nell’immaginare un possibile excursus dal giorno in cui avevo scoperto una strana, turgida puntina, un seme ignoto piantatosi nella carne di un seno innocuo, un giorno probabile dispensatore di amore incondizionato.
    Della mia chioma, ora, proprio ora che mi colpisci a morte, farei una corda e te la stringerei al collo, perfida irriguardosa “madre di passaggio”. Questa la risposta, mediata da attimi di costernazione, esternata soltanto da un indecifrabile sguardo di striscio.
     
    Finimmo lo stesso giorno nella stessa sala operatoria e nella stanza, poi, solo noi due. A dividerci le angosce, sondare gli sguardi, con la paura tipica delle vittime di un comune evento di sfortuna. A sdrammatizzare insieme, perché altrimenti si finisce con il male che prende il sopravvento.
    -E poi guarda questo brodo, con bucce di rapa e cipolle agonizzanti sul fondo della vaschetta. Da rivoltare le budella ahahah. Buttiamo tutto nel cestino, o ci aggraviamo all’istante!
    L’ironia è la medicina buona, quella che stordisce meglio di qualunque pillola e sedativo. Dietro, l’ombra del fantasma fa un bel respiro e si dirada lungo il corridoio. Presto ritorna, il tempo di fare un bisogno in infermeria, ma nel frattempo ha allentato le corde e la pelle si è distesa, non pulsa più neanche lo sbocco di fuoco sotto la fasciatura.
    La notte gli incubi dell’una cospirano con quelli dell’altra, non è possibile un sano riposo nel buio che imbastisce di continuo garze con sangue raggrumito, punti a ricucire vene mozze, lembi disperati che scivolano dai guanti in lattice.
     
    -È martedì, finalmente ci dimettono. Qui dentro il tempo è malato e dissangua non poco. Esci anche tu, vero?
    -No, mi tocca restare, mi hanno detto. Mi hanno scavata più che a te e l’avventura continua.
    In quel momento il sorriso mi si afflosciò sulla bocca. Pensai al desiderio di strangolarla, provato pochi giorni prima. Mi sciolsi i capelli e li unii ai suoi fulvi e arruffati, mentre l’abbracciavo. Un bel rosso e nero di rivolta. Una carezza a modo mio. Qualche parola di incoraggiamento, poi mi voltai per andare, o meglio per scappare. Vedevo nebbie, una goccia mi liberò cadendo sul display del cellulare, sul numero appena aggiunto in memoria.

  • 12 giugno alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

  • 12 giugno alle ore 15:42
    VOULEZ VOUS BALAIER AVEC MOI?

    Come comincia: Ormai Alberto, funzionario delle poste, aveva provate tutte le cure nei migliori centri oncologici italiani, il verdetto dei medici nei confronti della consorte Viola erano stati unanimi: un mese di vita, un carcinoma ai polmoni, maledette le sigarette! Viola era stata sempre molto attaccata alla religione cattolica e così, dietro consiglio di Monsignor Angelo Davina della vicina cattedrale di S.Giovanni a Roma, suo confessore che veniva spesso a casa loro, (marito e moglie abitavano in via S.Croce in Gerusalemme) decisero, come ultimo tentativo di recarsi in Polonia al santuario di Czestochowa. Sbarcati all’aeroporto di Katowice si fecero condurre da un tassista ad un albergo di sua conoscenza: ’hotel Monopol’. Alberto informò il direttore delle condizioni di sua moglie, il direttore molto comprensivo gli fece portare i pasti in camera. Una mattina Roberto, uscito dalla doccia, cercò di svegliare Viola, inutilmente… era morta. Umanamente da un lato fu sollevato, non sopportava più i lamenti della consorte dovuti ai forti dolori ma da quel momento cominciò a combattere con la burocrazia polacca che non era migliore di quella italiana. Vari certificati delle autorità sanitarie, permesso di esportazione della salma, sigillo alla bara ecc. Poi si recò all’ambasciata italiana, si fece indicare un’impresa di pompe funebri, fu costretto a portare la salma in una chiesa (i polacchi sono molto religiosi) e, consigliato dal signor Novak titolare delle onoranze funebri, decise di ritornare in Italia con un carro funebre Mercedes molto bello e costoso (in aereo gli sarebbe costato di più). Prima di partire una sorpresa: lord (signore in polacco) Novak gli chiese un favore: in compenso di un sostanzioso sconto sulla parcella di spesa gli chiese di portare con sé a Roma la figlia Mikka che studiava lingue a Katovice e voleva perfezionarsi in italiano che in parte conosceva. Alberto si fece i conti, in quel momento non se la passava bene in quanto a moneta per le spese sostenute per curare Viola e così accettò. Mikka si presentò con una valigia e, dopo un inchino: ”buonciorno signore, grazie.” La ragazza sembrava il tipo da non creare grane, di statura leggermente superiore alla media, viso pulito di dodicenne non aveva nulla delle scatenate sue coetanee romane, meglio così. Prima tappa in un motel vicino Milano, camera a due letti  ed in serata arrivo a Roma, la  baby sistemata in una stanza singola dello appartamento. Naturalmente la novità fece il giro del palazzo notizia ‘sparsa’ da Iolanda la portiera. Mikka fu iscritta alla prima media di una scuola delle suore che la apprezzarono perché era ubbidiente e parlava varie lingue. Mikka ritornava il pomeriggio nell’appartamento, era brava anche nelle faccende di casa con gran sollievo di Alberto che in questo campo non se la passava bene. Per motivi sconosciuti nella mente di Alberto saltò una frase: “Niente è come sembra anche se talvolta il sembra è bellissimo (Orwell). Non mi domandate chi è l’autore, ho letto la frase nei cioccolatini Perugina.” Conclusione: una mattina Alberto non andò in ufficio, si mise a leggere il giornale in un bar e alle dieci rientrò a casa senza far rumore, cosa voleva scoprire non lo sapeva lui stesso ma dietro la porta del soggiorno sentì in funzione il suo proiettore. Perplesso aprì uno spiraglio della porta e ..si stropicciò gli occhi: “Cosa videro la mie pupille, una scena da far scintille!” non ricordava l’autore della frase ma era quello che provò nel vedere sul divano Nikka nuda ed altrettanto nudo monsignor Angelo Davino che in quel momento non faceva onore al suo nome. Alberto da buon vergine (astrologicamente parlando) non era il tipo di farsi prendere dalla rabbia con conseguenze poco piacevoli e così si recò in portineria dove Iolanda, quando lo vide, sbiancò in viso. “Iolà, non voglio far casini per poi diventare la barzelletta del palazzo ma raccontami tutto quello che sai senza tralasciare nulla in merito…” Iolanda riprese un po’ del colorito naturale, prese Alberto per mano e lo portò a casa sua. “Dottore non so da dove e come cominciare, vede…” “A Iolà. Lascia per il dottore e…” “La storia è iniziata anni fa quando sua moglie era viva, Viola era religiosa ma a modo suo, da tempo era l’amante di monsignore che la riempiva di regali, a lei diceva che erano di alcuni ricchi parenti americani ma erano soldi del diavolo perché tolti ai poveri. A dir la verità monsignore ‘ungeva’ pure me, lo sa che la paga è poca ed ho due figli all’università. Ha conosciuto Nikka a scuola nel far lezione di religione, belle lezioni! e poi un giorno si è presentato da me chiedendomi di aiutarlo a…far compagnia alla ragazza, è finita come ha visto.” “Non ti preoccupare, la vita è complicata ci mancherebbe …grazie, tutto deve rimanere come prima.” Alberto ritornò a casa alle diciotto, Nikka stava studiando e l’abbracciò more solito. “Papino’ (lo chiamava così) ti vedo strano, ti è accaduto qualcosa?” “Sono solo stanco per gli ultimi avvenimenti e per il lavoro, dopo cena vado a letto.” Ma oltre a quanto detto a Nikka ad Alberto bruciava il fatto di essere stato fatto ‘becco’ da sua moglie Viola, chi l’avrebbe mai detto con quella faccia angelica, forse le corna di un prete hanno un valore spirituale, in fondo, col suo senso dello humor riusciva in parte e riderci sopra. Predispose un piano, doveva trarre vantaggio dalla situazione. Prese da parte Iolanda e Nikka e concordò con loro di ‘prendere sul fatto’ il monsignore mandrillo e tranne benefici economici e così una mattina Angelo Davino, senza subodorare nulla, si presentò per il solito incontro con Nikka ma male glene incolse: nel più bello Alberto aprì la parta della camera di Nikka e con la Canon prese a scattare foto a raffica, foto decisamente compromettenti. Il prete, preso alla sprovvista, cercò di coprirsi col lenzuolo, troppo tardi. Alberto decise di usare il dialetto romano che ritenne in quel frangente più efficace: “Zi prè, ormai hai capito, sei nei guai, nun te la porto pè le lunghe, mollerai ogni mese €. 5.000 a NIkka pè la sù famija bisognosa ed altra somma a Iolanda per fà studiare i figli, farai un’opera di bene per andare in Paradiso sempre che S.Pietro sia d’accordo della qual cosa dubito. Mettiamola sul ridere: ti racconto una barzelletta: tre sorelle in macchina hanno un incidente stradale, muoiono contemporaneamente e si presentano a S.Pietro il quale chiede notizie sul loro comportamento sulla terra. la prima Mirella:  “Padre…l’ho data ai militari…” “In paradiso per amor di patria!” La seconda Giuditta: “Padre sono vergine.” S.Pietro perplesso: “E che hai preso il Paradiso per un pisciatoio? All’inferno!” La terza Melania:”Padre l’ho data ai sacerdoti.” S.Pietro senza esitazioni: “in Paradiso per amor di Dio.” T’è piaciuta? Ti faccio vedere nel video della macchina fotografica un solo fotogramma, ti piace? ora sai quello che ti aspetta.” Alberto e Kikka lasciarono la stanza mentre il prete si vestiva in gran fretta passando a testa bassa dinanzi alla portiera che, in seguito,fu messa al corrente della situazione. “Kikka non pensi di dovermi delle spiegazioni?” “Papino, in Polonia ufficialmente c’è molto puritanesimo ma poi la ragazze fanno vita libera la maggior parte per soldi, c’è ancora in giro della miseria e le femminucce aiutano la famiglia. La mia è composta oltre che dai miei genitori anche da una mia sorella gemella Irena, quella che ha girato il video, e da quattro fratelli maschi. Puoi immaginare che i soldi non bastano mai e così… L’unico lato positivo è che se una ragazza si innamora lascia tutto e si dedica anima e corpo al suo uomo ed io…” “Hai solo tredici anni anche se ne dimostri di più, ho capito quello che mi vuoi esternare. Tramite amici influenti e con il consenso di tuo padre cercherò di sistemare la tua situazione in Italia, tu seguiterai a studiare e a diciotto anni compiuti…” Nikka subissò di baci Alberto: “Sarai l’unico grande amore della mia vita” e gliene diede una prova tangibile…Anche la portiera Iolanda ebbe la sua fetta di felicità. Immaginate un po’: monsignor Angelo Davino prese a frequentare Iolanda molto da vicino…Anche se la dama aveva qualche pelo bianco sulla cosina era ancora stuzzicante e poi, in tempo di magra ogni porto è appetibile! A questo punto sento la condanna definitiva dei benpensanti cattolici: non sono d’accordo con loro. Se Salomone ha avuto settecento mogli e trecento concubine (e forse mille suocere) come condannare il sempre arrapato Angelo Davino, io sto dalla sua parte! Mi vien che ridere nello scrivere l’ovvio: e vissero… C’è da far un appunto al titolo di questo racconto: balaier in francese vuol dire scopare con la scopa, il verbo esatto è: baiser verbo che il nostro monsignore usa con la sue amiche e che risponde più a verità.

  • 11 giugno alle ore 8:11
    Lei

    Come comincia: Con lei è come se ballassi,
    il mio corpo l’asseconda,
    è lei che guida nella coppia.
    Alcune volte lei è fortissima, violenta,
    ma tu la devi attendere, stare fermo, quasi immobile
    devi trattenere le sua forze con le braccia e le gambe per poi lasciarla andare.
    Altre volte lei è debolissima
    allora sei tu che devi andarle incontro, la devi sollevare, devi aiutarla a non fermarsi.
    Tu devi sapere già dove la incontrerai;
    alcune volte è imprevedibile,
    ma lì non ci puoi fare molto,
    fortunatamente sono pochissime.
    Quando sei con lei non sei mai da solo;
    come in una ragnatela dove ogni filo è collegato all’altro ci sono altre persone con te.
    Ognuno con il suo compito
    ma ognuno che dipende da te e soprattutto lei.
    Lei è tua amica.
    Lei è la palla da pallavolo,
    lei è semplicemente la pallavolo.
    ps quando si prende la rete il 99% delle volte
    non è un bel segnale a differenza del calcio.

  • 10 giugno alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

  • 10 giugno alle ore 8:42
    Senza Titolo

    Come comincia: Stamattina presto, mentre ascoltavo il canto del mio amico uccellino, pensavo che quando lo ascolto mi procura gioia ed emozione, e non mi viene in mente di chiedermi a che punto lui sia della sua vita, se sia vecchio o giovane, se venga da lontano oppure no, come viva le sue giornate. Lo ascolto e basta. Così mi sono detta: perchè non fare lo stesso verso me stessa? Perchè non ascoltare il mio canto diffuso nel Tempo, senza doverlo collocare in un'epoca, in una data, in una situazione, in sostanza in una gabbia così effimera, come effimero diventa tutto ciò che viene manipolato dall'essere umano quando si mette in testa di misurare l'immisurabile e di definire l'indefinibile? Già, è così rassicurante incasellare tutto, creare un ordine prestabilito! Ma la melodia della vita si spande nel Tempo, quello vero, quello che non risponde alla domanda "quando?", quello in cui il mio canto e il canto dell'uccellino mio amico condividono lo stesso linguaggio e sperimentano la stessa goccia di eternità.

  • 09 giugno alle ore 11:23
    Quando Rolff mi venne a cercare

    Come comincia: Quando Rolff mi venne a cercare per...salutarmi... Seduto sulla panchina di questa rotonda mi tornano alla mente tanti attimi di un passato non troppo remoto ; flash di ricordi dei quali alcuni che non oso definire ne' tristi e neppure allegri.Uno di questi e' stato quando Rolff arrivo' una mattina col suo saluto a mano tra l'alzata e tesa e la sua parlata in italiano svedesiggiante.Si perche' Lui era un artista svedese a cui Cefalu' era piaciuta talmente tanto che vi aveva messo radici e quasi ogni giorno veniva a mangiare da noi.Alla mia risposta al suo saluto mi disse...Sai Cesare...sono venuto a salutarti...e io perche' parti?..si torno in Svezia...mi hanno diagnosticato un misero tumore che mi ha gia' reso misero...ho appena il tempo di salutare i veri amici...t'ho pensato e son qua...vado a morire nella mia terra..."dai Rolff hai sempre voglia di scherzare tu..." no veramente...e'stato bello conoscerti...Mi ha abbracciato e se ne e' andato non prima di girarsi e con la mano tra l'alzata e tesa...mi ha salutato...Pochi gioni dopo...la triste notizia...Ecco...ho ricordato questo episodio con una punta di tristezza e invidia...per un uomo capace di combattere a viso aperto con la morte.Ciao...Rolff

  • 09 giugno alle ore 3:55
    Cibo e...

    Come comincia: Oggi Raffaella mi ha portato il pane con le noci. Ho pensato a quanto il cibo sia legato ai ricordi, e quanto su questo fatto noi non abbiamo nessun potere. Io non potrò mai mangiare un pezzo di pane con le noci senza pensare alle serate a Bergamo con mio fratello Mario quando mettevamo il pane con le noci nel forno a riscaldare, per poi mangiarlo assieme. E come dimenticare, ogni volta che mangio il prosciutto crudo, mia madre quando, raramente, mi mandava a comperarne un etto: mi raccomando Lora, digli vicino all'osso. E quando glielo portavo se lo godeva proprio. Io ero una bambina e tutto ciò che provavo era fastidio perché mi mandava alla bottega. Chissà se anche lei mangiando il prosciutto crudo "vicino all'osso" ricordava qualcosa e qualcuno del suo passato. E poi, stasera, ho mangiato il pinzimonio e come mi insegnò Mario, il papà di Raffaella, a suo tempo, quando andavamo in giro per le Langhe e l'Astigiano in cerca di osterie, prima ho mangiato due uova sode col sale, così a morsi, per fare "la base" per il vino. Allora, parlo di cinquant'anni fa, le osterie erano proprio osterie, non come adesso che osteria è un modo molto ricercato di chiamare le trattorie un po' particolari. Erano proprio osterie con un bel bancone di legno di fronte all'entrata, e sopra il bancone c'era sempre un contenitore pieno di uova sode, e dall'altra parte, un vassoio di acciughe al verde. Noi ci sedevamo lì, a un tavolino e subito qualcuno ci portava una bottiglia di vino, possibilmente barbera vivace, e facevamo la base. E poi lì si mangiava, si beveva e spesso si cantava, se c'era qualche commensale che dava il via. Nella vita possiamo essere felici, ma come si è felici a diciotto anni, innamorati, illusi, come si è felici prima che gli idoli crollino con grande fracasso dai piedistalli lasciandoci devastati, prima che la verità ci prenda a schiaffi e la delusione ci invada, mai più si potrà essere così felici nella vita. Cibo e ricordi, cibo e nostalgia, cibo e tenerezza, cibo e tavola apparecchiata per otto, minestrone tiepido la sera nei piatti fondi, e tante gambe sotto le sedie che una bambina magra e discola cercava di "attraversare" silenziosamente sotto il tavolo, per scappare fuori a giocare. Chissà se "i grandi" se ne accorgevano e facevano finta di niente, o no. Adesso è troppo tardi per avere la risposta. <3

  • 08 giugno alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

  • 06 giugno alle ore 8:41
    Un sogno di Montale

    Come comincia: - Ho letto che ha sognato di una Maratona.
    - L'ho scritto, è vero. E' stato un sogno sublime.
    - Ha sognato di vincerla o di prenderne parte?
    - Ho sognato di vincerla. Di vivere quarantadue chilometri in testa al gruppo.
    - Qual è stata la sensazione più bella della gara?
    - Staccare a due-trecento metri dal traguardo.
    - Non ha avuto cedimenti, dico, nel sogno?
    - Mai, dall'inizio alla fine. Sembrava che questo corpo avesse le ali. Si librava da terra in uno sforzo che sentivo sostenibile, passo dopo passo. Il vento nei capelli. Il mondo che mi correva accanto sfuocato, in una fusione intensa di colori. Sentivo poi che gli altri mi trattavano con la deferenza che si accorda a un premio Nobel, ma senza alcuna meraviglia. Era come se riconoscessero il mio supremo valore atletico. Alcuni volevano farmi da lepri, e intorno mi si aprivano varchi.
    - E lei?
    - Io avrei potuto troneggiare, ma li guardavo stupito.
    - Cosa pensava in quei momenti?
    - Dicevo a me stesso: Eugenio, non stai buttando giù un bel verso! Stai precedendo tutti con un passo da 3 minuti al chilometro, a 20 Km/h. Ti rendi conto? Con i tuoi novanta chili? Ma lo stupore non aguzzava il mio consueto buon senso. Ero completamente intorpidito. Sotto effetto endorfinico.
    - Rifarebbe tutto?
    - Sì, per altre mille vite.

  • 06 giugno alle ore 8:31
    Flammeum violato

    Come comincia: Hai calpestato il mio sogno. Adesso è spiaccicato sull’asfalto, come un cane intrepido e impaurito. S’è sciolto l’intreccio di maggiorana per cingere il capo sopra il velo. Volevo darti la notte. Cercare rifugio nell’ombra, insieme a te. Per te era la danza e il mio sonno di sole. Per te l’aratro spinto a fondo, fin dentro le radici. La tua carne un innesto. E tu hai spento ogni slancio. Ora, anche se non guardo, lo squarcio m’annienta. Ma non voglio sottrarmi: ricevere pianto per lavare il sangue che cola su lenzuola di lavanda. Non è mia questa notte. E’ il buio in cui tu brancoli, lontano dal respiro. Le ossa nella nebbia. Questo morso che senti è il rantolo del mondo. 
     

  • 05 giugno alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

  • 04 giugno alle ore 1:46
    Lettera di una mamma in prestito

    Come comincia: Ti ho protetto come ho saputo fare, era l'unico modo di amarti che conoscevo, se altro non ho potuto dare è perché non lo avevo. Perdonami bambino per quanto non ho, amami bambino per quanto ti amo. Dei suoni del Tutto ho cibato il mio nulla nel mentre dal mio ventre nutrivo il tuo, del  mio battito pulsavo il tuo, dal mio respiro ti portavo, onda, nel cielo. Ti ho amato come amore sa fare, bambino che hai abitato il mio ventre. Ti amo della potenza del tempo che concede l'incontro di anime in prestito, bambino mio sconosciuto, amore unico e vero di mia esistenza. Forse un giorno, un sorriso degli occhi schiaffeggera' il momento che sfiorando lo spazio di due anime, si riconosceranno, e illuminando il presente, avvolgeranno di luce quegli attimi di ventre traslocatore di vita. Mi riconoscerai, ti riconoscero'. Ci scambieremo l'eterna promessa di ritrovarci nella stessa vita, laddove già ci conosciamo.

  • 03 giugno alle ore 18:43
    FIAT 1400 BERTONE

    Come comincia: La Fiat 1400 Bertone con i cinque occupanti a bordo andava  veloce per quanto lo permettevano la strada stretta, le curve, i camion che la incrociavano ed un po’ di bruma residuo della notte. Da Piaggio Valmara, confine italo-svizzero,  era diretta ad Intra sempre sul Lago Maggiore. Gli occupanti, giovani finanzieri, non avevano scelto quella località per motivi turistici ma perché d’inverno, era febbraio, scarseggiava la…fauna turistica. Alberto Minazzo, romano, era alla guida, vicino a lui Giovanni Roncaccioli (Giovannone) stazza cento chili, romagnolo bravissimo cuoco, dietro Nando Gallozzi pure romano, Roppi Armando di Genova e Marrix Alfio catanese puro sangue (Marrix si pronunziava con le erre arrotate). L’unico veramente sobrio era l’Albertone simpatico, sempre allegro che durante il pranzo aveva ritenuto opportuno non avvicinarsi troppo a Bacco. C’è da domandarsi come degli squattrinati finanzieri (correva l’anno 195..) potessero permettersi una auto di pregio dal prezzo decisamente fuori dalla loro portata: risposta non era di loro proprietà ma di Ambrogio (Ambroeus) Bianchi proprietario dell’unico bar situato al confine e che, aveva acconsentito a prestar loro l’auto molto malvolentieri ma…c’era un ma. Posteggiata l’auto in divieto di sosta applicando sul parabrezza: “Auto targata NO ……in servizio della Guardia di Finanza” i cinque entrarono in un portone che, dopo un lungo corridoio portava ad un salone,  riscaldato da una stufa a legna, popolato da signorine poco vestite e molto allegre, si avete capito era un ‘casino’ allora non ancora chiuso da quella simpaticona della senatrice Merlin. Alberto si mise a parlare con la maîtress che era alla cassa e così delle ‘signorine’, subito prenotate dai colleghi, ne rimase solo una poco appetibile. Il suo sguardo triste fece impressione ad Alberto, la cotale , non più giovane gli si avvicinò e: “Proprio non ti piaccio?” Quella frase commosse il giovane (Alberto era una ragazzo sensibile) e così decise di andare in camera con lei. “Scusa ma qui fa freddo…” “La padrona è una spilorcia, fa riscaldare solo la sala d’attesa, scusami un attimo, mi metto una maglia di lana a maniche lunghe. Lo spettacolo non fu dei migliori, la cotale aveva le tette che le arrivano sino…ma ormai Alberto era in ballo e si decise per una sveltina. Solito lavaggio del pene, stavolta con acqua calda, la tale si diede da fare con la bocca sino al finale previsto e poi, dopo essersi lavata la bocca si mise a piangere. Quella era la classica situazione in cui Alberto era senza difese, si allungò sul letto seguito dalla donna. “Mi chiamo Maria, sono siciliana di Raddusa, un paesino in provincia di Enna, i miei sono contadini ed io sono rimasta incinta dal figlio del padrone che non solo non ha voluto saperne nulla di quel bambino (poi è nata una bimba) ma ha minacciato i miei di cacciarli dal podere e così ho fatto questa fine. Son venuta al nord per evitare di incontrare qualche paesano, ho il cuore spezzato non potendo vedere se non molto raramente la mia bimba allevata dai miei. Io studiavo con sacrifici dei miei genitori ma ovviamente ho dovuto smettere…scusa se ti ho tediato con i miei problemi, ti chiedo solo un favore: stiamo un po’ insieme abbracciati, sei un bel ragazzo, per un po’ mi sembrerà di aver un marito, l’ho sempre desiderato, se vuoi staremo insieme una mezz’ora.” “Lo saprai che la paga di noi finanzieri…” “Tutto a mie spese, vorrei baciarti in bocca, se me lo permetti, vado a fare degli sciacqui col colluttorio…” Dopo circa mezz’ora suonò un campanello, era un segnale stabilito con la maîtress. Maria rifilò ad Alberto 2.500 lire che l’Albertone diede alla padrona. “È che cazzo, sei stato in camera un sacco di tempo!” “Era un po’ che non scopavo…” Quattro finanzieri erano allegri e raccontavano quello che era accaduto loro, solo Alberto stava in silenzio, la storia di quella povera siciliana l’aveva coinvolto emotivamente. Tutti in branda sino alle tre quando ci fu in caserma una svegli generale: c’era in giro il Tenente Marcello Dani comandante della Tenenza di Cannobio con tutto il nucleo mobile, sicuramente era successo un grosso casino. Venne subito fuori che i cinque avevano usufruito della Fiat 1400 Bertone di Ambrogio ed il Tenente ne voleva conto e ragione. L’unico a rispondere era Alberto il quale chiese il motivo dell’interrogatorio. “Te lo dico subito caro Minazzo, nella macchina che avete guidato abbiamo trovato mille, dico mille orologi di contrabbando, siete nei guai.” Visto che nessuno apriva bocca Alberto ritenne opportuno intervenire: “Mi scusi signor Tenente, noi siamo andati ad Intra in Italia non siamo sconfinati in Svizzera.” “E bravi così credete di potervi salvare?” Sempre Alberto “Vede signor Tenente nessun Pubblico Ministero potrebbe senza prove concrete rinviarci a giudizio da quello che mi risulta.” “E così sei pure avvocato!” “Non  ancora, sono iscritto al terzo anno di legge.” Il Tenente per un po’ rimase senza parole poi: “Non ti dare tante arie perché hai un fratello mio collega! “ “Non mi permetterei mai di vantare la parentela per scusarmi è come se lei ci ricordasse che è il figlio del Generale Dani.” “La normale faccia biancastra  del Tenente in un attimo divenne di un colore purpureo, non riusciva più a profferire parola e così intervenne il Brigadiere Boninsegna Comandante della Brigata di Piaggio Valmara che prese da parte di Tenente e lo portò in sala mensa. Dopo circa mezz’ora riapparvero il Brigadiere ed il Tenente: “Il vostro Brigadiere merita una medaglia, mi ha convinto solo a farvi trasferire, domattina chiamerò il Comandante della Legione di Torino e vi farò assegnare a Domodossola, lì avrete il piacere di pattugliare giorno e notte i binari ed ora tutti in branda marsh.” La mattina successiva venne fuori tutta la storia: uno spione, infiltratosi fra i contrabbandieri, aveva segnalato al Tenente i traccheggi di Ambrogio e quindi era stato facile prenderlo con le mani nella marmellata. L’Ambroeus finì in carcere, la merce sequestrata ed i ‘magnifici’ cinque trasferiti a Domodossola. L’unica solo loro consolazione era stata quella che, per evitare di trasportare bauli e valige da un pulmann all’altro, si erano fatti accompagnare da due tassisti di Cannobio ai quali in passato aveva elargito tanti piaceri. Ad Alberto era rimasto un peso nel cuore anche perché in passato, per un periodo, era stato molto ‘amico’ di Anna sorella di Ambrogio. Alberto era un ‘vergine’ nel senso dello zodiaco ossia un pignolo che doveva andare a fondo a tutte le situazioni e così pensa e ripensa si fece assegnare alla scorta dei treni del tratto Domodossola-Briga (Svizzera). Poiché parlava abbastanza bene il francese ed elargendo regali graditi ai dipendenti delle ferrovie Svizzere con merce in Italia era pecuniariamente accessibile mentre costava parecchio per gli svizzerotti, riuscì dopo vari tentativi riuscì a venire a conoscenza del nome dello spione che aveva inguaiato Ambrogio. Il cotale era un corpulento dipendente delle Ferrovie Svizzera di nome  Luca Bernasconi che talvolta veniva in Italia per fare il pieno di vino in una osteria vicino alla stazione. Male gliene incolse: Alberto riunì i magnifici cinque, spiegò loro la situazione ed una sera in cui la ‘carogna’ Luca uscendo dall’osteria era completamente brillo e barcollando cercava di raggiungere la stazione di Domodossola per far rientro a casa, ebbe un percorso diverso: preso a legnate di brutto si fece quaranta giorni in ospedale a Domodossola senza poter toccare un goccio di vino e guadagnandoci anche in salute dato che anche perse molti chili di peso!
     

  • 03 giugno alle ore 18:32
    CHE S'HA DA FÀ PÉ'CAMPÀ!

    Come comincia: Non era facile sorprendere Alberto M. un fustaccio da un metro e ottanta “désiré par les femmes” sempre allegro, sorridente e disponibile ma la notizia era veramente ferale: la notifica di chiusura della filiale di materiale fotografico e di hy fy della ditta Ferlazzo, la maggiore di Messina. Quale direttore aveva uno stipendio decisamente consistente che gli permetteva di  condurre una vita agiata unitamente alla gentile consorte Anna M.. la quale aveva preferito fare la casalinga e la mamma alla  figlia Melania,  ormai diciassettenne anche lei alta, bruna come i genitori e molto attraente. La notizia era stata comunicata ai membri  della famiglia alle tredici e, ovviamente, aveva gettato in disperazione anche ambedue le femminucce. Era noto che trovare un posto se non  di prestigio ma almeno dignitoso era impresa quasi impossibile. Alcuni amici di Al., funzionari di ditte in altri campi avevano fatto la sua stessa fine e le mogli, in passato eleganti e che frequentavano l’alta società si erano viste costrette a far le badanti a persone anziane. Al. il pomeriggio era tornato in ufficio per dar le consegne all’incaricato della ditta con sede principale a Catania e poi si era messo a gironzolare per la città, non se la sentiva di rientrare a casa ma quella passeggiata lo depresse ancor più: alla stazione si accorse di mendicanti sia italiani che stranieri, mai la lui notati in passato, che allungavano una ciotola per chiedere la carità, capì che quale capo famiglia doveva prendere in mano la situazione. Sotto casa sua una villetta in affitto in via Maregrosso  c’era una falegnameria ed il titolare, come ogni volta, lo salutò con la solita deferenza: “Baciamo le mani dottore!” Di rientro a casa cercò di dimostrarsi ottimista con Anna e Melania:
    “Troveremo una soluzione.” Anna. anch’io cercherò di darmi da fare come commessa, ci so fare con la gente, non dovrebbe essere difficile.” Invece lo era, ogni negozio visitato era in crisi ed i titolari erano costretti a licenziare i dipendenti altro che assumere! Nei giorni successivi si spinse nel campo dei professionisti: era laureata in lettere e si arrangiava in ufficio e col computer. Il primo che contattò era un notaio, famoso in città piuttosto avanti negli anni che la fece accomodare ed esprimere i suoi problemi poi si alzò e da dietro le prese il collo in mano e tentò di baciarla. Anna gli mollò un ceffone e sparì dalla circolazione ma capì che la storia si poteva ripetere in simili occasioni, non era una puritana ma non se la sentiva di fare la prostituta. Non mise al corrente dell’episodio il resto della famiglia, non sarebbe servito a niente, disse solo che aveva incontrato dei dinieghi alla sua richiesta di posto di lavoro. Anche Alberto era andato in bianco, la famiglia andava avanti con i risparmi ma sino a quando? Un giorno a pranzo una sorpresa: Melania frequentava l’ultimo anno del liceo classico, aveva come compagni di scuola anche ragazzi di famiglia agiata e frequentava la casa di un collega tale Augusto P., dire  casa era un diminutivo, i genitori del ragazzo erano proprietari di vari immobili in città, a Torre Faro abitavano d’estate in un villa a pochi passi dal mare dove spesso Melania veniva invitata dal collega Augusto con l’assenso dei suoi genitori, specialmente del padre Arturo P. che aveva uno ‘sguardo’ particolare per Melania. Le peregrinazioni di Alberto e di Anna alla ricerca di un posto di lavoro erano giornaliere ma senza risultati, la disperazione di stava impossessando dei genitori di Melania che un giorno si presentò in casa con una busta: “Questa è da parte di Arturo e della moglie Doris M. Perplesso Alberto aprì la busta e sorpresa sorpresa comparvero €. 5.000 in contanti. Melania: “I genitori di Augusto. mi hanno detto che è un prestito in attesa che troviate un posto di lavoro inoltre mi hanno accennato al fatto che la loro villetta, che si trova lungo la Panoramica è composta di tre piani di cui due vuoti, qualora voleste potremmo occuparli, sempre che siate d’accordo.” La manna o il cacio sui maccheroni quella proposta, Alberto non pagava l’affitto da due mesi ed il padrone di casa, vecchio spilorcio, ne aveva chiesto lo sgombro. Il trasloco fu effettuato dalla ditta Minutoli il cui proprietario era amico di Arturo. Dopo i primi momenti di disagio per il trasloco Alberto, Anna e Melania poterono apprezzare sia l’abitazione che il bellissimo panorama della Calabria. C’era pure una piscina, un campo da tennis ed un vasto giardino. Il pranzo di inaugurazione fu stabilito dovesse essere effettuato al ristorante ‘La Sirena’ sul lago di Ganzirri: Melania vicino ad Augusto, le due mogli si scambiarono i posti vicino ai rispettivi mariti. Il padrone del locale alla fine del pasto offrì dello spumante ai sei che ne apprezzarono anche una seconda bottiglia con la conseguenza che, al rientro in villa, i signori erano  tutti un po’ brilli e si misero a ballare con dolci musiche di sottofondo e con scambio di consorti. Alberto si accorse che Anna si trovava a suo agio fra le braccia di Arturo. e così anche lui ne approfittò con Doris. Verso le sedici Arturo:”Tutti in branda!” Si ritrovarono verso le ventuno dinanzi alla TV ma non pensarono alla cena, ancora non avevano digerito il pranzo. Alberto e Anna ovviamente il giorno successivo ripresero a girovagare in cerca dell’agognato posto di lavoro, Melania ed Augusto all’università, ARrturo, il più fortunato in piscina e Doris con la cameriera a preparare il pranzo ma non si lamentava, di solito era sola in casa e quella compagnia rumorosa le risollevava lo spirito. More solito si ritrovavano tutti insieme per la cena, ormai era abitudine che le signore si scambiassero il posto vicino ai mariti i quali non solo non protestarono ma mostravano di gradire…Viste inutili le ricerche di un’occupazione di Alberto e di Anna, Arturo propose ad Alberto di aprire, a sue spese,  un negozio di  materiale fotografico e di di hy fy in un locale di viale S. Martino, locale di sua proprietà andato sfitto. Alberto  riprese contatti con la ditta Ferlazzo, sua precedente fornitrice che, con un deposito di €. 50.000 (ovviamente sborsati di Arturo), provvide ad inviare macchine fotografiche di ultima generazioni e tutte le novità in fatto di hy fy. Anna talvolta aiutava il marito in negozio, altre volte restava a casa ad aiutare Doris. Una volta Alberto non si sentì bene di stomaco e rientrò in villa lasciando Anna al suo posto ma… mal gliene incolse. Stava per entrare nella sua camera da letto al secondo piano quando sentì risate e schiamazzi al piano inferiore. Aperto uno spiraglio della camera da letto del padrone di casa ebbe un colpo allo stomaco. Melania, completamente nuda, saliva e scendeva dal letto e poi ci girava intorno inseguita non da Augusto ma dal padre anche lui nudo e con la… spada sfoderata! Delusione, rabbia tristezza e poi mancanza delle forze consigliarono Alberto di recarsi in camera sua buttandosi sul letto con tutte le scarpe. Forse un calo di pressione o le emozioni provate portarono Alberto in braccia a Morfeo. Mercurio, suo dio protettore era in tutt’altre faccende affaccendato (a corteggiare Erse) e così non era riuscito a proteggere lo sfortunato Alberto il quale  rientrò nella realtà dagli scossoni della moglie: “Sei a letto con tutte le scarpe!” Alberto si mise a piangere, era più forte di lui, forse era indice nella vicina vecchiaia ma forse era stato lo choc subito. Anna da donna intelligente capì la situazione, lei già sapeva della relazione fra Melania ed Arturo ma prudentemente, anche se con dolore nel cuore, aveva fatto finta di niente. Sarebbero successi troppi casini e la loro vita agiata…Alberto ed Anna accusarono un malore e non scesero a pranzo. Alberto si rese conto che tutti sapevano tutto tranne il giovane Augusto ancora troppo ingenuo per capire certi intrecci amorosi, spiegarglielo a parole? Meglio di no, non era possibile conoscere la sua reazione ed allora le due signore (ricordiamoci noi maschietti che le donne  sono sempre più furbe di noi!) gli tesero una trappola: una sera a cena riuscirono a farlo bere un bel pò di Caffè Sport Borghetti liquore a base di caffè e, un po’ brillo, lo portarono in camera sua dove Anna rimase a fargli compagnia mentre sua madre si ritirò in buon ordine. Augusto si ritrovò presto nudo massaggiato e spompinato dalla brava Anna che ce la mise tutta anche nel farsi penetrare nel deretano per evitare indesiderate gravidanze. Augusto decisamente distrutto sessualmente, prese la via del sonno profondo ma, al risveglio, ebbe la sorpresa di trovarsi sul cuscino uno slip da donna viola che non ricordava mai visto indossato da Melania. Pian piano riuscì a ricostruire i fatti della notte passata e cominciò a ragionare: sicuramente aveva avuto un rapporto sessuale con Anna che non poteva certo confessare alla fidanzata per evitare casini e poi quell’ingresso nel bel sedere di Anna lo ricordava bene e gli era piaciuto particolarmente, ‘turbamentum magnum dilabuntur’ insomma un casino generale! Le signore avevano ottenuto quanto si erano prefisse ed ora si poteva stilare una formazione come nel calcio: Arturo con Melania,  Augusto, scompagnato, con Anna ed infine Alberto con Doris. Non che mancassero le ‘invasioni di campo: Alberto talvolta ‘incontrava’ la legittima consorte, Arturo ’vedeva’ Doris ed infine Augusto la deliziosa Melania che non aveva mai dimenticato ed allora si poté ben dire : ‘concordia magna dilabuntur’ anche se il collante era stata la ‘pecunia non olet!’ Fatevi tradurre quello che non avete capito o meglio studiate il latino!