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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 28 febbraio alle ore 11:22
    "Le cose normali" romanzo - incipit

    Come comincia: Quando lo rividi aveva i gomiti e i pugni chiusi, stretto nel suo letto. Non potevo immaginare cosa significasse stare dall’altra parte ma essere allo stesso tempo vicino ad una persona così. Quando mi proposero il lavoro, pensai subito di rifiutare. Non ne sarei stato capace. Più che altro mi sentivo fuori luogo, impreparato. Ed io detesto sentirmi impreparato. Era una domenica di Giugno, una bellissima domenica. Ero in viaggio e avevo voluto fermarmi per una sosta. Dalla finestra della camera in cui ero si intravedeva una coppia di aceri rossi che brillavano. Uno era di colore misto, poiché aveva delle foglie arancioni e gialle. Non c’erano stati segni premonitori, grosse nuvole all’orizzonte, presagi che facessero pensare a rupi profonde, unghie attaccate alla roccia, solchi nell’anima talmente profondi da annientare ogni capacità di reazione e controllo. Ricevetti una telefonata, pensando tra l’altro ad uno scherzo. Mi chiesero di farlo perché “ci sapevo fare”, dicevano. Io non credo che in questi casi bisogna saperci fare, bisogna assolutamente essere del mestiere. Fui perentorio e rifiutai. Avevo paura? Di qualcosa che non conoscevo, per cui avevo semmai la certezza di essere non idoneo. Molto meno della paura vera e propria. La domenica passò abbastanza tranquillamente, tornato a casa dal lungo viaggio, in serata, decisi di fare una cosa per me stesso, dipingere quegli aceri. Avevo già tutto, dovevo solo iniziare. Non ho mai saputo dipingere ad olio, anche perché non avevo mai avuto un maestro. Da autodidatta avevo dipinto delle cose, e pur improvvisando sulle quantità per miscelare il colore, l’idea precisa del bosco di aceri che volevo ricreare era chiara e magnifica. Volevo semplicemente riaverli davanti per sempre. L’indomani iniziai a dipingere. Per prima cosa mi proposi di ricreare un enorme acero rosso sulla destra. Poi ne avrei messo uno a sinistra tendente al giallo arancio. Poi due dietro, rossi, più scuri, a stagliarsi contro un cielo azzurro e terso. Dei tronchi verticali, anch’essi scuri, con delle ramificazioni tortuose. Un prato ancora più scuro. Volevo creare un’atmosfera misteriosa, quasi fiabesca. Cupa sotto e luminosa al di là del bosco, sopra le cime, dietro gli alberi più lontani. Infatti sul prato volevo dipingerci una panchina, forse mio padre seduto a leggervi un giornale, morso sul sedere dal nostro cane che non c’era più. Desideravo dar sfogo ad un mondo surreale, fatto di alberi allegorici e personaggi. Forse un fatato mondo dei morti, forse un possibile mondo di strane creature, sovvertendo le fiabe di cui fanno parte. Cappuccetto Rosso che insegue il lupo. Sono passati i giorni, bisognava fare il sottobosco e il prato su cui tutto il mio mondo di alberi rossi e personaggi si reggeva. Una semplice e bassa boscaglia, nulla di particolare. Molto difficile era il colore, il verde che doveva contenere le ombre doveva avere la giusta intensità: tenendo conto che la luce che attraversa le foglie rosse poteva assumere tonalità sul viola, il mio prato verde, colpito da quella luce, avrebbe assunto toni quasi blu. Nel giro di poco tempo, tra verde smeraldo, blu oltremare e sfumature violacee, mi sono ritrovato nell’acqua. Stavo dipingendo un fiume o la rientranza di un lago, su cui gli alberi proiettavano la loro ombra. Bellissimo, ma non ero pronto all’acqua. Non la volevo. Non volevo che il mio bosco di aceri rossi fosse sulle sponde di un fiume, che sempre di più, data l’ombra degli alberi, sembrava l’Acheronte. Non volevo. Non sapevo farlo. Non era la dimensione casualmente cupa nella quale far vivere i miei personaggi: un’ombra è un’ombra, e non volevo darci alcun significato, e per di più era l’unico modo per mettere in risalto la luce. Ma dal quel momento in quella tela regnava l’inquietudine. Il rosso delle foglie ed il blu dell’acqua, meravigliosamente insieme, a dirmi che non avrei più potuto far sedere mio padre su una panchina, il mio lupo non avrebbe più potuto scappare impaurito nel bosco. Il risultato che io desideravo volevo fosse lievemente comico. E comunque non avrei più potuto raccontare quei colori di cui mi ero semplicemente innamorato, anche se non avessi inserito nessuno. Il mio era uno studio. Mi interessavano i rapporti di colore, come le foglie rosse sfumavano nell’azzurro del cielo e si riflettevano nella pace del sottobosco. Purtroppo non avevo alternative. Quel quadro mi era sfuggito di mano, raccontava già molto, avrei dovuto saper interpretare quel segno. Ne ero io l’autore. Così ho distrutto il quadro. Non era la pace che volevo creare. L’ho massacrato, gli ho dato dei calci proprio sulle assi retrostanti che tengono rigida la tela. Gli ho spezzato la schiena e mai, mai più la paura avrebbe dovuto venir fuori dalle mie mani. Ma il giorno dopo arrivò nuovamente quella telefonata. La proposta mi venne rinnovata ed io fui semplicemente irritato. Una parte di me avrebbe voluto accettare, per una naturale propensione a non tirarmi indietro. Dall’altra, non volevo minimamente che nella mia vita entrasse qualcosa di problematico. Almeno in quel momento. La madre me lo chiese con la dolcezza di mia madre; il fratello con la serietà di un amico. In ultimo mi ripassarono Vincenzo al telefono: mi chiese di fargli da guardia del corpo. «Per difenderti da cosa?» chiesi io, «da me stesso», mi rispose Vincenzo. Lui ed io avevamo la stessa età, avevamo fatto il liceo insieme. Amici d’un tempo, poi persi di vista. Mi sembrava uno scherzo. Non ho capito subito che cosa volesse dirmi, il giorno dopo fui invitato a casa loro per un caffè e per parlare di tutti gli aspetti. In ogni caso andai per educazione e per rifiutare. La voce al telefono di Vincenzo era apparsa tranquilla e a tratti squillante, non celava alcun problema, era sinceramente in sé. Non vedevo Vincenzo da circa un anno. Fisicamente la mia stazza poteva trasmettere sicurezza, forse era per questo che pensarono a me. O forse era il mio carattere, molto deciso e intransigente. Ma francamente non capivo perché, dipingevo anche io i quadri con un lupo che scappa inseguito dalla nonna, col sedere di mio padre morso da un cane in paradiso, anche io rifiutavo la paura… Sta di fatto che il giorno dopo mi sono presentato a casa di Vincenzo accolto dalla famiglia a braccia aperte, come se il mio fosse stato un sì. Cominciai a parlare quando mi accorsi che Vincenzo non era fra noi. Mi accompagnarono da lui, non voleva vedermi. Ma io ero lì per lui e chiesi più decisamente di portarmi in camera sua. Dopo qualche minuto mi fu permesso di entrare. La finestra era completamene abbassata. C’erano solo alcune assi della serranda, lievemente alzate, che facevano riflettere sul muro file di sfere di luce che Vincenzo contava e ricontava per tenersi vivo. Oggetti non oggetti cui bisognerebbe dare un nome, perché nella mente di una persona che le conta per sopravvivere questi oggetti di luce esistono e disegnano i punti di riferimento del suo rifugio. O della sua gabbia. Era buio pesto, ma lo intravidi nell’angolo, nel suo letto, chiuso come una lepre irrigidita. Ero un estraneo che entrava nella sua tana. E lui era pronto per essere scannato. La sua stessa reazione era ambivalente, padrone in camera sua e prigioniero della sua camera. Lo salutai, appositamente senza molta dolcezza per farlo scattare un po’ su. Ma mi resi conto di trovarmi di fronte alla forma in cui un essere umano non è in sé. Un’anima crollata pari ad una diga che aveva rotto gli argini, un albero enorme che aveva ormai invaso una carreggiata, cadendo. È come se le nuvole, perfino le nuvole, non avessero più la forza di mantenersi sospese e si sgonfiassero su sé stesse. Tutto questo era chiaro e sfacciato, non andava interpretato, non bisognava cambiar il tono della voce per sortire un qualche effetto, non bisognava fare nulla. In quel momento entrò la madre, piccolina, lievemente ricurva. Aveva dei sandaletti come quelli di una bambina talmente erano piccoli i piedi. Si sedette sul letto. Gli prese la mano, gliela accarezzò. «Così mi ha insegnato lo psichiatra, non bisogna fare nulla, solo prendergli la mano e fargli sentire che sono vicina, mi sussurrò.» Lui era un agnello. «Signora Grazia, cosa dovrei fare?» chiesi, Vincenzo mi prese la mano e con un briciolo di forza mi supplicò «Mi difenderai?» E io chiesi «Ma in che senso?». Mi fecero uscire. Rimasi fermo nella mia decisone, letteralmente non capivo cosa ci stessi a fare lì. Ma c’erano alcune questioni sopraggiunte. Innanzitutto l’insistenza della domanda ed il suo senso: cosa si intendeva per difenderlo da lui, in quali casi occorre che qualcun altro ci difenda da noi stessi, quale era il pericolo per questo ragazzo. Non mi era stato detto. Seconda cosa, perché una madre, così anziana, era la sola ad occuparsi di suo figlio in quelle condizioni (condizioni che ancora non capivo) ma, in ogni caso, perché doveva essere una madre così a caricarsi sulle spalle un tale problema, qualsiasi esso fosse, e soprattutto l’unica a sapere cosa bisognasse fare nei momenti di evidente crisi. In ultimo, perché lì non c’era nessuno? E non parlo certo di un‘assistenza sociale saltuaria, ma di persone in grado di prendersi cura di una forma così ignobile e grave di isolamento. È dunque pericoloso? Chi avrebbe dovuto difenderlo? Da cosa? Mi si chiudeva un po' un cerchio, c’era evidentemente una situazione di estrema difficoltà, quasi logistica, come se mancassero le strutture, come se il sistema non fosse in grado di rispondere ad una richiesta che evidentemente loro, come famiglia, avevano posto, ma senza trovare buon esito. Evidentemente, nella nostra zona non c’era un‘ organizzazione in grado di supportare degnamente problematiche del genere, capaci di far sentire un essere umano come tale e non un animale. Quale io avevo visto. E poi la solitudine, l’infinita solitudine. Un mondo fatto di niente, di colori scuri, luci di serrande riflesse, pillole sul comodino, una mostruosa bocca che mangia ogni cosa, che aveva ridotto un giovane uomo ad un essere che era umano a orari. Perché passate le pochissime ore di lucidità, poi, ogni giorno, arrivavano le ore dei dolori alle gambe, degli attacchi di panico, della fuga delle idee, delle urla, delle lampade spaccate, dei pugni sulle porte, delle urla ancora, del pigiama incollato addosso, il rifiuto della doccia, i denti sporchi. E i pugni sulla testa e sulla faccia, i pugni sulla testa ancora, i morsi alle proprie mani emettendo nitriti da cavallo. La mente che va in fiamme, la mente che crea le fiamme. Da tutto questo avrei dovuto difenderlo? Con educazione salutai tutti, Vincenzo compreso, con più affetto rispetto agli altri poiché lo conoscevo da più tempo, e francamente la voce mi si spezzò. Non potevo crederci. Io non potevo credere che una persona che avevo visto sempre in piedi, e che avevo sentito al telefono, serena, ora poteva essere ridotta ad uno stato primario dell’uomo, un embrione di sé stesso, quando il cotone del pigiama e la pelle diventano un’unica cosa e perfino l’aria è superflua. Da quello che avevo visto gli bastava quel filo di luce per essere tutto normale. Ciò che era normale per lui non lo era per me. Capì che i miei parametri dovevano cambiare, ero come stordito, non potevo giudicare quell’essere umano, o la sua famiglia, né potevo giudicare me stesso mentre cercavo di capire. Provavo solo una gran pena per quella mamma. Non era giusto. Aveva sul volto i segni di chi aveva sofferto troppo, soprattutto per aver assistito contemporaneamente alle pene del figlio ma anche, devo dirlo, a gesti repentini e violenti. Il suo volto era come spaventato. Era scosso, stuprato all’improvviso nel vedere, come in uno specchio, suo figlio addolorato che mutava in bestia, parlo dello sguardo violentato di una madre che fin troppe volte aveva assistito alla indicibile forza di Vincenzo, capace di farsi del male e mandare all’aria mezza casa. C’erano segni sulle porte, come di pugni secchi, dati non per distruggere ma per scaricare rabbia. Maniglie rotte. C’erano lampade tenute insieme da pezzi di scotch, c’erano libri buttati a terra. C’erano lesioni su molto oggetti, cominciai a farci caso. Come la crepa sul contenitore dell’acqua della macchinetta del caffè, che sudava una goccia, o piangeva una lacrima per ogni pugno o urlo rivolto verso quella madre. In quella casa c’era l’abitudine alla paura. E c’era una malattia. Una malattia abbandonata. Ovviamente chiesi se il ragazzo fosse seguito da medici. Il fratello mi rispose che si, era seguito da specialisti. Ma, riformulando la domanda, chiesi se il ragazzo fosse assistito o facesse parte di un qualche gruppo di aiuto, se frequentasse una struttura, abbastanza spesso. Il fratello mi rispose di no, poiché in quella zona non vi era nulla di simile che potesse dare a Vincenzo la sensazione di un appuntamento di gruppo, ripetuto, settimanale o bisettimanale, sebbene più volte lui ne avesse espresso il desiderio, per sentirsi più protetto e meno solo. Mi sentii inquieto. E molto arrabbiato. Eravamo ormai sull’uscio e mi pareva un lusso potermi sentire così fortunato. Ero fuori. Nella normalità di quella famiglia, come in molte altre, spesso si scatenava l’inferno, la soglia della dignità si abbassava spesso, immaginai mille situazioni e comportamenti possibili, tipici di chi non ce la fa, e il mondo fuori scorreva come se nulla fosse. Era come soffiare sulla polvere ed alzare in realtà una tempesta. Ed io ancora di più mi sentivo fortunato a non farne parte. Andai via, a casa. Aver detto di non essere idoneo mi rassicurava, mi faceva sentire di aver comunque svolto la buona azione di vedere e cercare di capire. Non fu una bella notte la mia, tanto che alle quattro del mattino ero già sveglio a far colazione. Cercai di dilatare il tempo. Feci colazione con molta calma, pane, formaggio fresco, marmellata. Un latte macchiato, un frutto. Soprattutto misi della musica. Andai alla ricerca di vecchie canzoni francesi, la mattina amavo ascoltare Boris Vian, soprattutto. Accesi una sigaretta, mi permisi di godere dell’alba anche se pioveva. Feci il pane. Pensai a quante cose avevo fatto, quanti mondi avevo attraversato, se ne avrei attraversati ancora di affascinanti e quali. Mi chiedevo, fumavo, godevo, guardavo i tir in lontananza sul cavalcavia, la pioggia. Speravo bagnasse le mie piante, in particolare una piantina di incenso ed un piccolo ulivo. Pensai. Pensai. Pensai che in quella casa stava scomparendo l’amore. Che l’amore a volte si può presentare come una forma di volontà verso sé stessi, una disciplina per reimparare cosa sia, quando si è perso. Pensai che bisognava che quel ragazzo si innamorasse di nuovo di sé, che l’abitudine a darsi addosso, autodistruggersi dovesse essere divelta come un pavimento, sradicata come un vecchio albero. Certo un’impresa difficile, ed ero certo che, col supporto psicologico ci si potesse lavorare molto. Ma era come se mancasse qualcosa in lui. Doveva fare lui stesso uno scatto in avanti, o meglio verso sé stesso. In quella casa mancava da tempo qualcosa di vivifico. Era un inferno di pillole, colori grigi, brevi pause di normalità, ed una infinita tristezza. Mancava qualcosa cui reagire: mancava un amico, mancava la musica, mancava la voglia di combattere un nemico. Mancava uno specchio, anche scomodo, che facesse vedere a quel ragazzo che ciò che lui vedeva era solo una deformazione, ma non era lui. Non doveva identificarsi con la percezione di sé. Era un inganno, ma nessuno ormai di coloro che lo circondavano riusciva a rendersi conto che, a fronte di un percorso terapeutico e familiare, in ogni singolo attimo Vincenzo ragionava in un’ottica autolesionista. In ogni momento la sua era autodistruzione, un pensiero velocissimo lo attraversava e lo precedeva, nessuno poteva competere con questa gara che si svolgeva tutta nella mente di quel ragazzo. Bisognava fregarlo. Bisognava arrivare prima del pensiero per impedirgli di farsi del male. Ci voleva una guardia tanto del corpo quanto della mente. E soprattutto bisognava ammazzare quel silenzio. Questa famiglia non poteva dire nulla a nessuno. Guardavo i tir scorrere veloci e bevevo il caffè. Perché lo aveva detto a me? Forse perché avrei fatto un lavoro da mercenario. Non mi veniva chiesto da nessuno di comprendere. A quanto avevo capito, avrei dovuto aiutare Vincenzo nelle sue mansioni quotidiane più semplici: non lavarsi, ma aiutarlo ad alzarsi per farlo, motivandolo o forse dandogli un senso di disciplina per trovare un motivo valido ad andare in bagno e sentire l’esigenza di sentirsi pulito. Mangiare a tavola: fargli sentire la sedia sotto il sedere, con la schiena dritta, a tavola con la madre ed il fratello. Non l’importanza di farlo, perché la morale non funzionava, ma farlo fare e basta, in modo che il piacere di essere seduto e degustare la cucina della madre Grazia arrivasse come conseguenza. Non funzionavano le tentazioni, funzionava l’azione e la distrazione. Uscire, uscire insieme, camminare, non difendersi dal sole, ma prenderselo tutto quanto. Leggere, cose diverse. Guardare la Tv, poca, magari film decenti. Usare pochissimo lo smartphone per evitare una sorta di improficuo incantamento. Stare attento che Vincenzo aderisse alla terapia farmacologica, se ne stesse facendo una. Fargli fare sport soprattutto, tanto sport. Azioni normali, completamente atrofizzate. Non permettergli di farsi del male, impedirgli di distruggersi il volto e di distruggere mezza casa, bloccarlo fisicamente, nei momenti di collera. Era notevole il fatto che la famiglia si fosse resa conto che Vincenzo aveva bisogno di un aiuto di questo tipo. Mi chiedevo come ci fosse arrivata. Sarei stato pagato per farlo. Oltre alla mia comprensione, non era richiesto il mio giudizio, ma non ne avevo alcuno, poiché io capivo benissimo come mai un ragazzo non riuscisse ad alzarsi per lavarsi, ad esempio. E capivo cosa ci fosse di così difficile in una passeggiata all’aria aperta. Argomenti che provai a sviscerare con loro, ma che furono bloccati sul nascere. Lasciai credere loro che io potessi avere dei pregiudizi, poiché volevo ancora conservare la mia presunta estraneità alla cosa. Questo loro atteggiamento non era dovuto ad una forma di superbia, ma all’urgenza, alla situazione così grave che, ho capito, non avevano nemmeno il tempo o l’animo di spiegare. Alla fine, uno per uno, smontai i pregiudizi che loro avevano nei miei confronti, pur volendomi affidare Vincenzo, dimostrando di comprendere benissimo tutto. L’impegno era consistente, viste le mansioni da ricoprire. Avrei avuto una piccola stanza dove appoggiarmi ogni tanto, e dove poter stare anche un po' per i fatti miei. Vincenzo non aveva bisogno di un controllore 24h, e soprattutto mi fidavo di lui, ero convinto che insieme ce l’avremmo fatta ad uscire da quel tunnel maledetto che lo faceva sentire così diverso. Stavo accettando. Questa era la verità. E avevo bisogno di un lavoro. Mi stavo tuffando in un mare blu e profondo, sentivo il profumo dell’ignoto, mi sembrava di capire allora il senso dell’acqua scura che avevo accidentalmente dipinto nel mio quadro, di annegare tra le pieghe dense dei colori a olio. Ero tra il viola, il verde ombroso del riflesso dei tronchi, tra i rossi delle foglie d’acero, nelle pennellate di blu dove pensavo di poter giocare ed invece tentavano di annegarmi. Avevo paura. Chiamai Vincenzo, che nel frattempo era rimasto nella sua stanza, lo feci venire sul portoncino di casa, davanti al fratello ed alla mamma Grazia. Gli dissi che c’ero. Che ero con lui. Che sarebbe stata dura, per lui. Che non l’avrei lasciato solo un attimo, che avrebbe dovuto preparare delle scarpe da corsa, dei pantaloncini, molte magliette, gli avrei fatto squagliare i pensieri. Gli dissi che avremmo usato la sua playlist di canzoni preferite, di cominciare a mettersi al pc e cominciare a prepararne una. Ovviamente il fatto di farlo era funzionale tanto quanto la musica stessa. Gli ho detto che la mattina ci saremmo svegliati alle 7. Il suo ciclo sonno veglia era completamente invertito, dormiva sino alle 6 del pomeriggio. La notte vagava. Gli ho detto che mai più un giorno, mai più nemmeno uno, gli avrei consentito di rimanere ridotto in quello stato. Vincenzo sembrava scosso, colsi della paura, ma anche un barlume di gioia, come ad avergli acceso una speranza, forse più di un’avventura che di una guarigione. «Ti ho già dato un soprannome mi disse. «Dimmi quale» gli chiesi, «No» mi rispose, «Devo saperlo soltanto io, altrimenti ti perdo e potresti non esserci più.»

  • 27 febbraio alle ore 16:14
    Il Trench di Alan Ladd

    Come comincia: Raramente, percorrendo una vita intera, si può cambiare disposizione, in maniera così radicale, verso un elemento della natura, quale è la pioggia, come è accaduto a me, negli anni. Sí, Genova è una città piovosa, ma la sua pioggia, anni fa, era lenta, impalpabile, insistente pioggerellina. Non ho portato mai, con me, l'ombrello, da ragazzo. Era un attributo per "figie". Si poteva passeggiare per ore, lungo i viali alberati della circonvallazione, la pioggia sembrava non volerti bagnare. Le
    violente piogge , incontrate a Napoli , divennero per i miei amici genovesi, piogge dal carattere equatoriale, che ben si addicevano al loro concetto di profondo sud, in cui io mi ero andato a cacciare. Avevo ereditato, in vita di mio padre, un suo vecchio trench. Qualche macchia vistosa, mamma l'aveva ridotta con la benzina, il cui odore tendeva a restare nel tempo. Il trench era un icona nel vestiario dell'epoca. Alan Ladd, nella lotta ai gangsters newyorchesi, ne aveva impresso l'immagine in molti films. Humphrey Bogart lo riprese, subito dopo,in Casablanca, e non lo abbandonó più. In realtà poteva sembrare a prima vista un camicione beige, ma due tocchi magici, lo trasformavano in oggetto da piacere. Il bavero alzato ad arte, e la cintura stretta in vita. Solo allora si entrava, in un attimo,nel personaggio holliwoodiano. Averne uno comunque, voleva significare di possedere più chances con le ragazze. Mi ricordo che andavo, in terza media, ad aspettare, all'uscita dalla scuola, Betty, un caschetto nero su di un volto da primavera del Botticelli.
    In un vespasiano ottocentesco, nei giardini della scuola, mi ero precedentemente allenato ad un gesto simbolico, che avrebbe accresciuto il mio fascino. Sigaretta penzolante all'angolo della bocca, gesto elegante della mano destra, nel dare fiamma all'accendino, a pietra focaia. Un solo colpo sicuro, quasi uno schioccare di dita. E oplá: la sigaretta era accesa. La prima boccata, al mentolo, per non vomitare. Una nuvola candida a coprire il mio rossore. Lo sguardo fisso su di lei, che usciva, parlando alle sue compagne. Cercavo i suoi occhi.
    "Ciao, Betty!" Mi usciva appena, quasi una implorazione.
    Lei mi regalava un tenue, indecifrabile sorriso.
    Un lampo e via.
    La ricordo ancora.
     

  • 26 febbraio alle ore 16:59
    Sciantal D'Arco

    Come comincia: Sto facendo il giro lungo appositamente per arrivare tardi, o quasi tardi.
    Ho messo i tacchi più scomodi, il tailleur più stretto in modo da limitare i movimenti.
    Cose come queste hanno consigliato di farle di mattina, di modo che poi se ne parli per tutto il giorno.
    Sono le 10 del mattino e la città è grigia, i palazzoni sembrano gonfiarsi al mio passaggio.
    Fortunatamente trovo un semaforo ogni volta che svolto un angolo, così posso aspettare che diventi rosso e prendermi un altro po’ di tempo.
    Non ci ho fatto l’abitudine, mi chiedo ancora come io possa apparire alla gente che mi vede passare, nascosta nel mio piumino verde bottiglia. Ma viviamo in un’epoca in cui tutti si interessano degli altri solo attraverso lo schermo di un telefono, quindi gli unici occhi che incontro sono i miei, riflessi sui finestrini delle auto parcheggiate.
    Non amo parlare di me, non amo spezzettarmi. Per fortuna queste cose durano un giorno solo, poi ognuno torna a casa propria.
    Pioviggina, l’asfalto si trasforma in un quadretto di piccole stelline che posso attraversare sulle apposite strisce.
    Chi è alla guida delle macchine ferme per farmi passare forse ha più tempo per guardarmi bene, magari mi riconosce e ci sta mettendo tutto se stesso per non abbassare il finestrino e gridarmi qualcosa.
    Sicuramente conoscono il mio nome.
    Mi sono tinta i capelli di nero per sembrare più sicura di me stessa.
    Dopotutto, quelle come me non lo sono mai. Hanno bisogno di crearsi appigli. Zattere di salvataggio.
    Questa camminata decisa su tacco 12 l’ho imparata da un tutorial.
    Piovono stelle, foglie cadute dagli alberi lungo i marciapiedi volano a creare un tappeto sotto i miei piedi.
    Una versione naturale e più sfolgorante di un red carpet.
    Non è un vero e proprio tribunale, quello dove sto andando. Ne abbiamo fatto richiesta, ma la risposta ancora deve arrivarci. Nel frattempo, lo definiamo “Centro vampe di recupero”.
    La sede, per ora, è la casa dei nonni di una di noi, scelta perché il garage è grandissimo.
    In fondo ci bastano due stanze.
    Ad avere l’idea è stata Lepre, dopo essere stata nascosta nella sua tana da settimane.
    Mi ha chiamato mentre ero appena tornata a casa, rientrando dalla porta di servizio.
    In quei giorni per me era sempre così. Un estremo della mia casa era calmo e silenzioso, per poi sfumare in un delirio di pugni alle finestre man mano che mi avvicinavo alla porta d’ingresso.
    Dai suoni che facevano da sottofondo alla voce di Lepre, direi che non se la stava cavando in maniera molto diversa.
    Fu facile poi diffondere il nostro progetto e trovare nuove adepte, diventare come rockstar.
    Questa è la quinta volta che ci incontriamo, ma ogni passo per me pesa ancora tanto.
    Il passato passa quando lo decide lui.
    Lepre ha degli occhi che sembrano schermati, nonostante le minacce non le arrivino più.
    Dalla mia bocca escono solo monosillabi, nonostante nessuno buchi più le gomme della mia macchina.
    Nonostante abbia fatto di tutto per rallentare il passo, d’un tratto le riserve di confortanti palazzoni finiscono, rarefatte da giardini sempre più grandi.
    Quello che fanno è sconvolgermi le unità di misura. Non ci sono più un palazzo, due palazzi, tre palazzi uguali da superare. Ci sono immensi squarci verdi che si confondono come onde, scevri da occhiate mal riposte, ed è lì che passo dal conto alla rovescia all’esserci già.
    Questa è una hall, all’orizzonte piano piano compare già il tetto rosso di una bellissima casetta gialla.
    I balconi sono tutti aperti, probabilmente il bollitore per il tè è già sul fornello.
    Se siamo fortunati, Lepre ha fatto anche i biscotti a forma di stella.
    E' questo che succede. La tensione di pochi istanti prima sfuma, catturata dagli acchiappasogni che tintinnano appesi all’ingresso.
    Ogni volta mi accorgo che è una meraviglia e ogni volta cerco strade che mi aiutino a non arrivarci in tempo.
    C’è una certa sensazione di comfort, nell’odio che possono provare per me.
    Sui tre gradini bianchi che portano all’entrata c’è pochissimo spazio per passare, è tutto occupato da vasi di fiori bellissimi, che ti guardano e sorridono. Ovviamente è stato studiato, l’arredamento è stato pianificato nei minimi dettagli.
    Devi far fatica ad arrivare, per una volta deve essere la bellezza a impedirti di proseguire.
    Quei fiori sembrano tanti fan che ti vogliono toccare.
    La porta è in legno e pezzi di vetro colorati, disposti a formare un pavone.

    Abbiamo riempito ogni stanza di ninnoli. Statuette, vasi, candele, piante, fotografie recuperate dai bidoni e ora diventate veramente importanti. L’abbiamo fatto per riempirci la testa di immagini prima di scendere al piano inferiore.
    Lepre ha trovato anche un orologio a pendolo a forma di Garfield, il ticchettìo è il più forte ticchettìo tra tutti i ticchettii.
    Lo senti dappertutto, come se ti fosse dietro le orecchie, anche mentre scendi le scale verso lo scantinato, per poi interrompersi improvvisamente quando ti trovi davanti alla porta della Sala Saliente.
    Abbiamo deciso di appenderci un cartello al neon luminoso con scritto “On Air” quando si sta svolgendo una sessione, ma il motivo e i partecipanti non li conosciamo finché non entriamo.
    Io, che sono l'ultima a entrare, ho il compito di accendere il neon.
    Da lì in poi nessuno entrerà più, nessuno uscirà più, finché non avremo cambiato il mondo almeno un pochino.

    ON AIR.
    Quello che si vede appena entrati è la luce che entra da una finestrella molto alta. Se c'è il sole, rimani abbagliato.
    Quando gli occhi si abituano, vedi le quattro mura spoglie, azzurrine d'umidità.
    La stanza è piccola, quadrata, sarà all'incirca sei metri per sei.
    Tre sedie sono sistemate in linea, addossate alla parete di sinistra, che guardano verso la parte opposta.
    Sono sempre tre.
    Una è per Lepre, che mette a disposizione la casa, una per me, che faccio da tramite e sbrigo il lato pratico della seduta, e una per l'ospite, che in genere non vuole parlare con noi fino alla fine.
    Tutte quelle che arrivano in genere le conosciamo già, precedute da uno strato di cronache tristi che strisciando per terra fanno un rumore madornale.
    Lei, quella di oggi, la riconosco dalle scarpe.
    Tutti la riconoscono dalle scarpe.
    Le scarpe dovrebbero bastare a capirla.
    Sono eleganti, di raso azzurro, fatto appositamente per sembrare impalpabile, etereo.
    Tacco a spillo altissimo, punta pronunciata e ferma, fermissima, determinata a indicare il colpevole.
    Anche la cavigliera è la stessa che abbiamo già visto, dorata, con un ciondolo a forma di farfalla, e già ammiro questa donna per non aver buttato via tutta quella spazzatura, per non averla bruciata, presa a martellate, tritata con una mezzaluna.
    Da quello che ho imparato fin qui, ci vuole una fermezza mentale invidiabile per non eliminare le prove.
    Le gambe accavallate sono fasciate in jeans chiari, con una fila di perle bianche che ne percorre tutta la lunghezza.
    Ha una giacca rosa appoggiata alle spalle, come il mantello di un supereroe, e un top blu con Topolino disegnato a forza di paillette.
    Qualsiasi cosa di lei grida vitalità, ma è come se si riferisse a un passato in cui è stata fermata e il presente non le fosse così interessante.
    Labbra pompate da mille strati di rossetto rosso, occhi scuri pieni di ciglia nere di mascara, spalancati, come volessero assorbire tutto e non assorbissero niente.
    Ha un'incredibile massa di ricci bruni, quasi una nuvola. Altro suo tratto identificativo, altro suo biglietto per la fama. Quando vidi quello per il quale in seguito sarebbe stata ricordata, speravo che quei capelli le attutissero le cadute.
    Sciantal D'Arco, davanti a me, avrà 40 anni.
    Nella mente di tutti ne ha ancora 29. Forse anche nella sua.
    Serate come queste sono macchine del tempo. Il tempo rimasto in pausa procede velocemente e tu uscirai da qui con la tua vera età sottobraccio.
    Appena entro, la vedo di profilo.
    Davanti a lei, in fondo alla stanza, si ergono le tre croci di legno lucidato che Lepre ha personalmente cesellato. Un capolavoro. Le due più piccole, le più esterne, sono alte due metri. Quella centrale, il posto d'onore, è una croce gigante, enorme.
    A Lepre sono serviti tre mesi per prepararla. Ha perlustrato una spiaggia dopo l'altra per trovare la legna giusta. L'asse verticale è alta tre metri e larga uno, quella orizzontale poco di meno.
    Gli attrezzi usati per lisciarla non sono gli stessi delle altre. Dovevano essere speciali, devoluti solo a questo scopo. Santificati. Martirizzati.
    Abbiamo fatto un rituale, appena comprati. In realtà abbiamo utilizzato il primo rituale proposto da  internet e l'abbiamo usato.
    Mentre bruciava la salvia per disinfestare le case dagli spiriti, Lepre diceva che avrebbe funzionato, l'importante era crederci.
    Non so che prodotti avesse poi utilizzato per trattare e lucidare il legno, fatto sta che aveva assunto un colore bluastro. Quasi spariva nel colore altrettanto scuro della stanza, se non fosse stato per il corpo appeso che ne delineava i contorni.
    La tua croce esiste se la fai esistere.
    Anche per legare polsi e caviglie avevamo trovato corde speciali. Erano metri e metri di organza rosa e gialla, metri e metri di pizzo macramè, scuciti dai nostri vestitini d'infanzia.
    Qualche volta le nostre ospiti portavano speciali ninnoli che reputavano importantissimi per la riuscita dell'operazione, allora Lepre spendeva tempo a cucirli pazientemente sulle nostre funi.
    Sciantal aveva portato un sacco di campanelli, un sacco di sonagli, tutte cose che facevano rumore. E adesso, qualunque cosa gridasse questo omuncolo era accompagnata da un delicato suono di carillon che lo scherniva.
    Sembrava così misero.
    La maestosità della croce contribuiva a renderlo piccolo.
    Tutta la sua spietata violenza ora non si poteva muovere.
    Se di Sciantal mi interessavano tutti i dettagli, al posto di questo tizio ci potrebbe essere stato uno scarabocchio e non mi sarebbe importato.
    Non mi importa mai. Non riesco a ricordare nemmeno una faccia di tutti quelli che abbiamo crocefisso.

    Trasformato in un sonaglio, diceva: Scusa, ma che ti aspettavi?
    Trasformato in un tamburello, diceva: Potevi fermarmi, invece di ridere.
    Trasformato in una renna di Natale, diceva: Dì a queste psicopatiche di mettermi giù!
    Non era nient'altro che un campanaccio e diceva a Sciantal che molte ragazze sognano di diventare popolari come lo era lei.

    Anche se Sciantal non si mosse di un millimetro, io guardai Lepre di scatto e il cenno che lei mi fece fu chiaramente il nostro via alle danze.
    Posizionato sotto la mia sedia c'era un sacco di iuta gigantesco e pesantissimo. Mi ero fatta dei bicipiti incredibili trascinandolo da una stanza all'altra, avanti e indietro.
    Il trascinare sovrastò lo scampanellìo costante che continuava a esserci, sovrastava il tizio che continuava a inveire e il sacco divenne ben presto il vero protagonista, al centro della stanza, a egual distanza da Sciantal e questo Campanellino crocefisso.
    Tutti sapevamo cosa c'era lì dentro e cosa sarebbe successo, bastava solo decidere chi l'avrebbe fatto.
    Di solito passano tra i dieci e i quindici minuti prima che si giunga a una scelta, ma dopo soli due minuti Sciantal si alza dalla sedia e finalmente si sente qualcosa di lei.
    Tacco, punta, tacco, punta.
    Questo rumore lo riconosciamo, ma nel video camminava sul parquet, ora cammina sulla vendetta.
    Prende il sacco, lo trascina ai piedi della croce e lo apre.

    Non gliel'abbiamo dato noi il nome Sciantal, non è nemmeno un soprannome di gioventù.
    Sciantal è il titolo del video che ha iniziato a circolare su internet anni fa.
    Se vogliamo, lei era un supereroe con tanto di divisa offerta dal carnefice. Il suo mantello contro il male erano le scarpe di raso, le uniche cose che Campanellino le chiese di tenersi addosso mentre lui faceva i suoi comodi con il telefonino in mano.
    Non passò tanto tempo prima che cominciassero a chiamarla Sciantal anche per strada.
    Al citofono.
    Al cellulare.
    Sui social.
    Per posta.
    Continuamente.
    Sciantal, le metti anche per me le tue scarpette?
    Erano state create almeno 100 pagine con il suo nome. Alcuni vendevano il suo numero di telefono, l'indirizzo di casa, mutande che lei nemmeno aveva mai visto.
    Sciantal voleva scomparire, e scelse di farlo apparendo ancora di più, iniziando a voler essere chiamata così.
    Le persone fantastiche spesso usano come pseudonimo il nome che è stato loro affibbiato da chi voleva contribuire alla loro rovina, dalle cose che le spaventano di più e che in un certo senso hanno fatto sì che venisse modellata una corazza.
    Batman è diventato un pipistrello perché la cosa che temeva di più erano i pipistrelli.
    Un pittore qui vicino dipinge con una benda sugli occhi perché una volta a scuola l'hanno bendato con la scusa di fargli una sorpresa, poi l'hanno buttato giù da un muretto. Da quel giorno ha il terrore del buio ed è la cosa che ricerca di più. Dipinge paesaggi bellissimi. È famoso in tutto il mondo.
    Lepre si chiama così perché un giorno le hanno teso un agguato mentre portava da mangiare agli immigrati, fatti sloggiare da un centro di accoglienza e ora dispersi per la città. Le hanno teso un agguato e le hanno sparato ai piedi, costringendola a correre velocissima, urlandole che da quel giorno avrebbe dovuto imparare ad essere una lepre e che non avrebbe camminato mai più tranquillamente.
    Quanto a me, mi chiamo Gruccia da quando ho abortito. Qualcuno iniziò a dire che lo feci in casa, da sola, con una gruccia. Che lo facevo almeno due volte l'anno. Da allora iniziarono a fiorire grucce divelte sul mio zerbino.
    Tutti noi, tutte queste metamorfosi, sono avvenute solo per far nascere Sciantal.
    Per farla essere qui adesso.
    Cosa succede se diventiamo quello che ci terrorizza?

    Non è mai una cosa riservata, riguarda sempre tutti. La crocefissione di tutti i nostri mali.
    Il campanellino di oggi suona rabbiosamente i suoi sonagli per tutti i colpevoli, passati e futuri.
    Non è mai una persona sola.
    Molti di noi hanno dovuto rinunciare alla propria vita per diventare un evento solo. Si aggirano per le strade pensando di poter parlare solo di quello. Hanno perso la memoria del resto del passato e reputano impossibile il resto del futuro.
    Qui, in questa stanza, si equilibrano le cose, si equalizzano due frequenze di tempo.
    Sciantal, rimasta impantanata nel fango di un video porno scambiato per amore.
    Campanellino, andato avanti con la sua vita troppo velocemente. Per fermarne la corsa, non c'era altro modo che legarlo ad una croce.

    Io e Lepre, a questo punto, abbiamo il cuore in gola.
    Sciantal è di fronte a Campanellino con il sacco aperto. Di solito non c'è nessuno scambio di parole, la vittima non vuole regalare altra voce al carnefice, soprattutto ora che sa che può solo vincere.
    Di solito, inizia subito il rogo.

    Sciantal si toglie i tacchi, li posa ai piedi della croce, come se d'ora in poi dovessero essere le scarpe strette del resto della vita di Campanellino.
    Si china e rivolta il sacco rapidamente.
    Dalla iuta scende vera benzina.
    Benzina che fa il rumore di copertine rigide di libri che cadono.
    Con un tonfo, dal sacco escono saggi, trattati, biografie, racconti, canzoni.
    Nevica Baudelaire.
    Soffia Tolstoj.
    Fuma De Andrè.
    Fiammeggia Bukowski.
    Armonica De Gregori.
    I libri non sono mai nuovi, li abbiamo recuperati usati perché avessero già una vita, perché fossero già sporchi.
    Le canzoni le abbiamo scritte tutte, tutte, tutte a mano su fogli trovati. E non una volta sola. Tutte le volte che ci venivano in mente, tutte le volte in cui ne avevamo bisogno.
    Ai piedi della croce, il cumulo di volumi e fogli cresce, cresce e inizia a sotterrare le caviglie di Campanellino.
    Lui smette di urlare rabbia. Immediatamente. Viene come cementificato.
    Libri, tomi, tovagliette dei ristoranti con passi di discorsi scritti a matita.
    Bloccano le ginocchia, murano le anche.
    Lui inizia a sospirare tremando.
    È questo il punto, è questo lo scopo.
    Il sospiro dei mille Campanellini è un primo obiettivo raggiunto.
    Nessuno di loro ha mai sospirato così nella vita.
    Nessuno di loro è mai stato abbastanza empatico per farlo.
    I versi che ora lo toccano, lo bruciano, lo ustionano, riducono a brandelli la pelle dura.
    Parlano ai suoi nervi di storie così vivide, descrizioni così delicate, che perfino la sua corazza di mattoni va in fumo.
    Sulla croce sacrificale, Campanellino è coperto fino alle spalle e ora piange di commozione.
    I fiori del male, l'uccellino azzurro nascosto in un mare di whisky e Geordie, impiccato con una corda d'oro, stanno arrivando al cuore.
    La cattiveria brutale è quasi sempre il risultato di parole non ascoltate, non lette, ignorate.
    Sciantal lo guarda singhiozzare come un bambino. Lo guarda diventare umano.
    Io e Lepre assistiamo alla scena senza muoverci da dove eravamo.
    I libri ora lo avvolgono come una fascia avvolge un neonato.
    Spunta solo la testa, ed è ormai deformata dal dispiacere.
    E poi finalmente sibila: Scusami. Ti prego, scusami.
    Sciantal tentenna, io vado da lei.
    Afferrandole un polso, le dico. Aspetta ancora un secondo. Un secondo.
    Come mossa finale, la divina commedia, per mano all'avvelenata, scortati da un assassino e da un pescatore, arrivano alle sinapsi, colonizzano la materia grigia, suonano per cervello e cervelletto.
    Si vede che lui muore dalla voglia di coprirsi la faccia dalla vergogna.

    Puoi slegarlo, Sciantal.

    Il tutto è durato non più di un'ora.
    Lei si arrampica su quella montagna di carta, tira gli estremi dei chilometri di organza e merletti e in un attimo i campanellini cadono, rotolano a terra in una coreografia trionfale.
    Io e Lepre la aiutiamo a scansare i libri ed infine, spossato, Campanellino crolla esausto.
    Si è fatto un silenzio assordante.
    La scena che si va a comporre è questa:
    Sciantal è seduta a terra. Tra le sue braccia, disteso e senza un briciolo di forza, il suo assassino che si sente uno schifo e non fa alcun rumore se non respirare a fatica e chiedere Scusa, scusa, scusa.
    Le parole per spiegarsi quello che ha fatto le ha trovate nelle storie degli altri, nell'arte che hanno creato.
    La luce della finestra li illumina come un occhio di bue. Il resto è un buio bluastro.
    Alcuni pezzi di organza sono caduti sulle spalle di lei, sulla sua nuvola di capelli, e ora creano un velo distratto.

    La pietà di Sciantal D'Arco.

    È inevitabile pensare a tutte noi, a tutte quelle che sono passate di qui con l'unico intento di riprendersi il tempo passato senza una dignità.
    Questa storia la scriveremo su un quaderno, che andrà ad aggiungersi ai chili di carburante chiusi dentro al sacco per roghi, abbracciata ad Anna stella di periferia, rassicurata da una milonga.
    Allo stesso modo in cui, in fogli ripiegati, c'è la storia mia e la storia di Lepre.

    E dal profondo del nostro cuore rovente capimmo che, con la veste di legno che ci avevano forzato addosso, potevamo chiaramente bruciare il fuoco.

  • 25 febbraio alle ore 17:44
    Vacui pensieri

    Come comincia: Era sempre lì a rovistare tra quei pensieri posti in un ordine precario, aspettando il giusto tempo per dargli una posizione di priorità. Tanti piccoli pezzi di un puzzle che non riusciva a incastrare, così diversi tra loro. Giulia non riusciva a immaginare un’etichetta di scadenza posta su ognuno, quindi continuava a rimandare a un domani che non appariva segnato su nessun calendario. In quel divario, che vorticava attorno a una libertà mai raggiunta, si alimentava la sua perpetua condanna. Si sentiva persa in quel labirinto di carezza e voce, sentiva l’aria spostarsi e un brivido attraversarla. Una voce guidava i suoi passi, le giungeva acuita, con un’intensità penetrante fino a causare uno smarrimento tale da non farle trovare la via d’uscita. Il cuore, con i suoi battiti criptati, inviava messaggi che la mente, puntualmente, cancellava. Si era creato in lei uno strano meccanismo di autodifesa, creava e annullava contemporaneamente ogni impulso. Ogni forma di contatto perdeva senso nel contesto in cui si sviluppava, fino a determinare una perdita di coscienza affrancata dalle forme chiuse di un linguaggio non definito.

  • Come comincia:                                                      Dedicato a mio padre; in sua memoria e di tutti i 
                                                         compagni della "Croce rossonera Anarchica" morti
                                                         o imprigionati ingiustamente 

     La mia prima volta a Roma fu...è stato come quando ti fai la prima sega o ti prendi la prima cotta; come la prima volta con una donna (o con più d'una per volta, quando accade, o con un uomo o con entrambi assecondando i propri gusti, le proprie tendenze ed i propri orientamenti sessuali), o come quando impari ad allacciarti le scarpe, ad aspirare la prima sigaretta (magari a farti pure la prima canna!), a raderti per la prima volta: una volta che lo hai fatto, insomma, non dimentichi più, ovvero si stampa nel tuo dna di essere vivente (nel mondo animale è stabilito che avvenga qualcosa di simile per "imprinting", appunto), ti resta fisso nella testa il ricordo tal quale ad un lampo che resta sempre acceso e...non si spegne neanche dopo che vi è stato il tuono. Era l'estate del 1980 (anzi, dovrei scrivere che essa correva: tutte le estati in certo qual modo corrono, lo fanno a doppia andatura rispetto alla vita stessa, spesso sorpassandola nella corsia d'emergenza), cadeva il mese di agosto: prima del ferragosto. Fu una strana estate, quella, ed anche per certi versi maledetta, seppure a suo modo indimenticabile, irripetibile: dapprima la tragedia di Ustica, avvenuta sopra il cielo della Sicilia (uno dei tanti, dolorosi misteri insoluti della contemporanea storia italiana); e dopo la strage alla stazione di Bologna: una delle tante stragi di matrice "nera" , sporca di verità politiche e giudiziarie a volte sottaciute (i silenzi, più o meno noti di Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio, nonché dell'intellighènzia della democrazia cristiana, ma anche quelli, non meno colpevoli, di gran parte delle altre forze politiche parlamentari dell'epoca), di collusioni con lo Stato, con i servizi segreti "deviati", con la malavita organizzata e, chissà, con chi...cos'altro; invero, una delle tante stragi avvenute in Italia che affondano radici ben lontano nel tempo, risalgono molto indietro...a quel nostrano "ground-zero" (intercalare di matrice anglosassone, principalmente americana, divenuto tristemente usuale dopo l'attentato alle Twin Towers di New York, o Torri Gemelle che si voglia dire, dell'undici settembre del 2001) che fu Piazza Fontana (l'attentato avvenuto nei locali della Banca nazionale dell'agricoltura, in pieno centro a Milano, il 12 dicembre del 1969, che cambiò il corso della storia italiana e inaugurò, appunto, la lunghissima stagione delle stragi nel Paese): un denominatore comune lega quella alle altre stragi, visto che anche allora si volle fare una squallida (credo anche non casuale) opera di depistaggio. In quel caso, inizialmente, erano stati due incolpevoli compagni anarchici a farne le spese e lo fecero, purtroppo, seppure in maniera alquanto diversa, direttamente pagando, o meno, con la propria vita: in primis Giuseppe Pinelli, ex partigiano nella Brigata "Bruzzi Malatesta", dapprima garzone e poi ferroviere militante della disciolta "Crocenera Anarchica", il quale infatti morì misteriosamente precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato trattenuto oltre le quarantotto ore previste dalla legge, sospettato di essere l'autore materiale della strage, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1969 ("Quella sera a Milano era caldo./Ma che caldo che caldo faceva./"Brigadiere apra un po' la finestra./E ad un tratto Pinelli cascò": è l'incipit comune alle varie versioni della canzone anarchica "La ballata del Pinelli" tra cui la prima, scritta a più mani lo stesso giorno dei funerali dell'uomo, da alcuni militanti del circolo anarchico "Gaetano Bresci" di Mantova, di nome Ugo Zavanella, Giancorrado Barozzi, Dado Mora, Flavio Lazzarini, e poi modificata dal cantautore pisano Pino Masi e dal cantautore anarchico Joe Fallisi, entrambi vicini al gruppo comunista di Lotta Continua, e quella più famosa del cantautore bolognese Claudio Lolli, contenuta nell'album "La terra, la luna, l'abbondanza", del 2002); in secundis Pietro Valpreda, il quale fu, invece, "vittima di una  drammatica macchinazione" (così scrive Paolo Finzi, suo amico, nell'editoriale che lo ricorda, apparso su Rivista Anarchica pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nella abitazione milanese di residenza il 6 luglio del 2002). Egli era un ex ballerino (l'amore per la danza aveva cominciato a coltivarlo subito dopo aver espletato gli obblighi di leva) e in tale veste partecipò anche a una edizione del noto varietà televisivo della rai "Canzonissima", col balletto di Carla Fracci. La sua morte, è vero, avvenne a causa di una lunga e atroce malattia (cancro), ma l'uomo (ed il suo fisico, oltre che la sua testa) furono indubbiamente minati dalla ingiusta detenzione ("con il morbo di Burger", - malattia delle piccolo e medie arterie degli arti inferiori e superiori, di origine autoimmune o infiammatoria, la quale degenera talvolta in lesioni e cancrena - aggravato dalla detenzione", scrive Finzi, "Valpreda non può più proseguire la sua carriera di ballerino") e dalle estenuanti vicende giudiziarie che lo videro protagonista (un iter lungo ben diciotto anni, che si concluse con l'assoluzione nel 1987 dopo tre processi, di cui due a Roma e uno a Catanzaro). "Per molto tempo l'incubo dell'ergastolo prolunga la sua ombra sulla sua vita quotidiana", scrive Finzi (non ha torto, aggiungo. Io stesso, seguo da un paio di anni vicende di detenuti rinchiusi nella "death-row", il braccio della morte, in attesa della loro esecuzione: l'attesa è qualcosa che uccide, corrode chi la subisce ancor più della condanna stessa!). Valpreda, a mio avviso, era forse morto (inconsapevolmente, chissà) già molto tempo prima di quanto non dica la data stessa del decesso materiale. Forse da quel 12 dicembre, tre giorni prima del suo arresto: "il 12 dicembre 1969 Valpreda è a casa della sua prozia Rachele Torri e vi rimane tutto il giorno, ed anche i successivi, febbricitante. Non ha piazzato lui la bomba nella Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana. Non ha fatto niente, perché è rimasto tutto il giorno chiuso in casa. Ma il 15 dicembre, mentre si reca in Tribunale per una piccola pendenza politica, viene arrestato. Il giorno dopo, Pinelli farà il "volo" di cui detto, ma non avendo - purtroppo - né le ali né tanto meno un paracadute di servizio a bloccarlo...ad attenuarne gli effetti! C'è chi dice che non erano degli "stinchi di santo", Valpreda e Pinelli: possibile, anzi, possibilissimo (non sta a me giudicare, in questo mio scritto che è dedicato innanzitutto a istantanee, o flash-back di memoria, e a varie impressioni - "temporali" - annesse), come ognuno di noi, del resto. Nessuno è perfetto, a questo mondo (chi scrive ha tantissimi "scheletri" rinchiusi nel cassetto di cui non andare di certo fieri!), e lasciamo anche da parte la parabola evangelica del "chi è innocente scagli la prima pietra", ma mi sento di dire - facendolo senza ombra di dubbio alcuno - che nessuno meriti di finire i giorni suoi cadendo dal cornicione d'una finestra (per cause non dipendenti dalla propria volontà: in questi anni, durante i quali mi sono avvicinato alle vicende di Pinelli e Valpreda nonché all'anarchismo in genere, ho anche sentito affermare, da molti, che Pinelli sia "stato suicidato", appunto!), oppure rinchiuso in galera per qualcosa che non ha commesso. La vicenda di Valpreda, a mio avviso, riveste analogie con quella - altrettanto triste e drammatica, nel suo concludersi - di Enzo Tortora. Anche il noto giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico fu, infatti, vittima del "potere" in Italia: quello politico, mediatico e giudiziario. Io e mio padre alloggiammo all'hotel "Genova", sito al civico numero trentatré di via Cavour, in pieno centro, nei pressi della stazione Termini. Da molto tempo quel viaggio era in programma nel nostro carnet, per farla (anzi, per dirla) più scic! Scherzi a parte (il noto programma televisivo non c'entra nulla, però), debbo dire che mio padre me lo aveva promesso da alcuni anni (almeno un paio, credo) e quell'estate mantenne la promessa, riuscì a farlo. Lo fece in ritardo, - ahilui! - è vero, o diciamo pure a scoppio ritardato (meglio non usare mai questo metodo, soprattutto altrove...a letto, durante un rapporto amoroso; ma anche in generale nella vita, possibilmente, bisognerebbe sempre avere il "timing" giusto, e lo scrivo pur credendo che sia quasi impossibile averlo!), a causa dei suoi impegni di lavoro che sovente non li concedevano molto spazio né tempo da dedicare a sé ed alla famiglia, ma alla fine lo fece; e lui era fatto così, manteneva - quasi - sempre le promesse: quando non riusciva o non poteva farlo, a causa di motivi vari, se ne rammaricava tanto, ma in genere lo faceva anche a costo di tagliarsi un dito o le palle...i baffi, quei baffi alla Tiberio Murgia che portò con sé (sul viso suo stampati) vita sua natural durante (credo che non li avrebbe mai tagliati per nessuno, neanche per me lo avrebbe fatto, o per mia sorella, se glielo avessimo chiesto, nonostante ci amasse più della sua stessa vita, o per qualsiasi cosa al mondo, neanche se fosse sceso - o ridisceso - il Cristo sulla terra: a prescindere, ovviamente, dal fatto che fosse ateo, come me!). Mio padre si chiamava Marco: era il suo nome di battesimo vero, sebbene molti (anzi, tutti o quasi) lo chiamassero Mario. Sinceramente non mi è dato sapere il motivo di ciò e neanche ricordo bene se egli me lo abbia mai detto: anzi, credo che pure lo abbia fatto, qualche volta, ma non ricordo bene (appunto) se lui conoscesse il motivo di tutto ciò. Tuttavia debbo scrivere, in tutta sincerità, che io stesso lo chiamavo Mario (mai l'ho chiamato "padre" o "papà" così come chiamavo per nome di battesimo mia madre) e quindi chi...se ne frega, del resto. Molti lo chiamavano col diminutivo di Mario (Mariolino), per via della sua esile figura, seguito da due aggettivi: il primo era l'"interista", per via delle sue preferenze calcistiche, la "fede" sua nerazzurra che ebbe sin da giovanissima età; il secondo era il "modenese", per via delle sue origini emiliane. Nacque, infatti, nella primavera del 1920 (primogenito di quattro fratelli, da Luigia Cappelli, detta "Gigia", massaia, e da Carlo Ronchetti, detto "Carlon", contadino mezzadro) in un piccolo paese, anzi, nella frazione (Villalunga) d'un piccolo paese (Casalgrande) della bassa reggiana sito al confine con la provincia di Modena. In verità è proprio il fiume Secchia che ad est delimita le due province, separandole tra loro geograficamente e territorialmente. Quel fiume (o meglio la riva del fiume dal versante reggiano, appunto) vide crescere mio padre ed assistette (incolpevolmente inerme, cieco e muto: ma i fiumi quando parlano lo fanno in maniera schietta, senza giri di parole, magari urlando...esondano pure dagli argini, a volte, per farsi sentire) a molteplici bravate sue e dei suoi compagni di infanzia, di merenda e di gioventù. Intorno a quel fiume che bagna la frazione di quel piccolo paese, mio padre crebbe svolgendo una vita semplice: magari anelando a qualcosa di diverso o sognando pure (come accade a tutti i ragazzi di ogni tempo e in tutti i luoghi della terra) qualcosa di grande. Quel paese, poi, nel corso del tempo (quando mio padre era già andato via) crebbe ma in fondo è rimasto sempre piccolo, proprio come accade ad ognuno di noi quando cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi: restiamo sempre piccoli dentro perché non vorremmo mai che il tempo passi e con esso la vita stessa. Quel piccolo paese, così, allo stesso modo degli uomini è cresciuto, ma in fondo penso sia rimasto sempre piccolo nonostante oggi, coi suoi diciannovemila abitanti (forse, all'epoca in cui ci visse mio padre, non erano neanche la metà!) risulti essere al quarto posto (dopo il capoluogo, Correggio e Scandiano) della provincia di Reggio Emilia per popolazione residente. Sempre - e soltanto - di piccolo paese trattasi, nonostante oggi esso formi, con Castellarano (in provincia di Reggio Emilia), Sassuolo e Fiorano (in provincia di Modena) il cosiddetto distretto (o grande conurbazione) della ceramica: a causa, questo (o per merito, forse!) dell'altissima concentrazione di stabilimenti industriali e fabbriche che producono mattonelle (o piastrelle e affini) composte di quel materiale. Io stesso, ironia della sorte, nell'inverno del duemilauno, lavorai per alcuni giorni (cadevano il ventisette e il ventotto dicembre di quell'anno) all'interno di uno stabilimento di mattonelle nell'hinterland industriale di Sassuolo, come addetto alla pulizia dei mulini che frantumano la materia prima da cui si ricavano poi le mattonelle stesse. Quando mio padre lo seppe fu contentissimo: sognava, in pratica, che io andassi a vivere e facessi famiglia dalle sue parti, compiendo a ritroso il percorso rispetto a quello compiuto da lui nella sua vita. A Sassuolo, ma anche a Formigine e a Fiorano, lui - mio padre - ci andava sovente, in bici, cogli amici: al cinema, alle balere; ma anche da solo, alcune volte, per far visita alle sue "morose". Nel capoluogo della ghirlandina (Modena), invece, le incursioni erano meno frequenti, in giovane età...sovente, però, furono di natura "calcistica", quando vi si recava per assistere ad incontri di calcio (appunto), sempre - e rigorosamente - in bici, della squadra gialloblù (una volta, mi disse, che insieme agli amici arrivarono persino a Genova, per seguire il Modena giocare nel capoluogo ligure). A Modena vi si trasferì (per motivi sentimentali) uno dei suoi tre fratelli, Loris (il più vecchio tra i quattro fratelli, dopo mio padre, e uno dei miei zii). Ci andavamo spesso (tutte le estati, o quasi), con mia sorella, a trovare zii e cugine. Un paio di volte ci venne anche mia madre la quale, come mia zia (una delle sue sorelle) era ben restia a viaggiare: fosse dipeso da lei stessa, infatti, non lo avrebbe fatto neanche se il cielo cacava... qualora fossero piovuti soldi dal cielo! A proposito di diminutivi, nomignoli ed affini, invero ben ricordo che mio padre m'abbia pur detto (parlato) dell'esistenza d'una terza via...un terzo soprannome. Qualcuno infatti lo chiamava anche "marinaio della montagna", quel soprannome glielo avevano affibbiato per via del fatto (sacrosanto) che avesse svolto servizio, in gioventù, nella regia marina (era allora così aggettivata in onore di quella combriccola di pezzi di mer...pardon, allegri galantuomini e gentildonne della italica casa regnante dell'epoca: i Savoia!), dapprima sulla nave da battaglia "Caio Duilio", gemellata con l'altra unità della stessa classe (denominata, appunto, Duilio) "Andrea Doria"; dopo sulla "Vittorio Veneto", nave anch'essa da battaglia ma della classe Littorio. Mio padre aveva il grado di marò semplice S. V. (la esse e la vi stanno per servizi vari o mansioni varie: nulla di che), addetto alla pulizia della cambusa (nel lessico marinaresco e navale indica il luogo, stipato sotto coperta, atto al deposito, alla conservazione ed alla preparazione delle vivande: in poche e povere parole, trattasi della dispensa della nave da dove, poi, le vivande vengono somministrate a graduati e no in sala mensa). Mio padre imparò il mestiere del servire ai tavoli: ci si trovò bene a svolgerlo, direi che fosse in sintonia col suo carattere, aperto e gioviale mentre io, talvolta, sono più schivo e taciturno (qualche volta sono anche un pò scostante, dicono forse succede quando ho fatto un brutto sogno, o magari se ho dormito dal verso sbagliato del cuscino!). Il mio vecchio non ebbe mai in simpatia gli alti gradi e neanche le divise li andavano a genio oltre il normale (quasi come il sottoscritto, che nutre una idiosincrasia atavica nei confronti di militari, divise ed affini essendo antimilitarista convinto!); tuttavia, dovette sorbirsi (suo malgrado ed alla stessa stregua di centinaia di migliaia di suoi coetanei) ben sette anni di servizio militare obbligatorio (mi vien da ridere a pensare come io, che non sono riuscito a tenere in mia vita un lavoro per più di tre o quattro mesi, avrei potuto resistere per così tanto tempo: forse, chissà, avrei dato di matto al massimo dopo sei mesi!), durante il secondo conflitto mondiale (tutta la durata dello stesso, in pratica!): fortunato fu, quindi, a "servire" la patria e a non ricevere onori né medaglie, in cambio...magari post-mortem! Le medaglie, puah: quanta inutile "ferraglia", così come io stesso le ho definite in una mia poesia dal sapore vagamente naif...antimilitarista. Scherzi a parte (ancora nulla a che vedere col noto programma televisivo), però, che poi non lo sono per nulla, evidentemente, (né per me né, tanto meno, lo furono per mio padre), ritengo che la sola cosa positiva, ovvero l'unico risvolto positivo della vicenda stia nel fatto che egli abbia imparato un buon mestiere che li permise di andare avanti una vita intera. Ma forse, chissà, c'è qualcos'altro che...non fu l'unico risvolto che ebbe conclusione alla "viva il parroco", quello di cui ho scritto. Quanto seguirà, infatti, potrebbe far ricredere più di qualcuno. A mio padre capitò di servire a tavola, nel corso della sua lunga militanza in divisa, in sala ufficiali, anche l'ammiraglio Bergamini, sulla Duilio. Sì, proprio quel Carlo Bergamini e no altri, cioè colui il quale dall'otto dicembre del 1941 aveva assunto il comando della V^Divisione Navale, proprio a bordo della nave citata con cui effettuò numerose missioni di scorta ai convogli che transitavano nel Mediterraneo centrale: mi si creda quando dico che non è un abbaglio, il mio, in maniera del tutto assoluta, visto che tra l'altro non vado al mare né mi crogiolo sotto i raggi del sole, in estate, per la tintarella, dal lontano duemiladieci. Ebbene, colpi di sole a parte, le cose andarono come vado a scrivere. Quando l'ufficilale venne a conoscenza che mio padre fosse delle sue parti (Bergamini era nato a San Felice sul Panaro, paesino di meno di diecimila anime, in provincia di Modena, situato sulla sponda nordorientale del fiume omonimo, trentacinque chilometri distante dal capoluogo e meno di cinquanta dal luogo in cui nacque mio padre), li propose di seguirlo. 

  • 23 febbraio alle ore 9:34
    LA LEGGENDA DEL MARTIN PESCATORE

    Come comincia: Quando l’Eterno  il settimo giorno se ne tornò in cielo a godersi il meritato riposo non furono ore di calma, quelle, come la Bibbia vorrebbe farci credere. La sua mente analizzò le cose create, aveva fatto qualcosa di veramente grandioso degno di lui gli era però rimasto un dubbio, quel dubbio era l’uomo, forse gli avrebbe  dato delle noie mettendo in subbuglio la terra. L’aveva creato troppo intelligente inferiore solo ai Cherubini, in Cielo intelligenza voleva dire ‘gli altri’, ‘laggiù’, ‘io’, l’uomo sarebbe stato egoista, avrebbe scatenato odii e guerre, stava a lui stabilire le pene, nei casi più gravi l’Inferno, il Purgatorio per chi fosse vissuto senza commetter peccati gravi e che sui fosse realmente pentito dei mal fatti commessi. Poi il Padreterno pensò alle bestie, agli uccelli soprattutto dalle voci celesti ma aveva dimenticato di crearne uno dal color del firmamento tutto azzurro. Pensò di rimediare, si sporse dal trono, strappò due manciate di cielo a le lanciò laggiù attraverso l’etere. “Andate e diventate uccelli, vivrete agli argini dei fiumi, costruirete i vostri nidi  a terra vicino ai fiumi, pesci ed insetti saranno il vostro cibo, vi chiamerete Martin Pescatori, di Marte non avrete il carattere bellicoso, la vostra vita sarà semplice. Ed ecco i due brandelli di cielo scender giù veloci l’uno accanto all’altro verso la terra, a notte erano diventati proprio uccelli, aprirono le ali per rallentare la velocità della discesa, il loro color celeste si incupì sotto la sferza dell’aria buia, divennero turchinicee comprese le teste che però rimasero picchettate di chiaro. Passò una meteora, bianchissima, la terra era vicina, un cozzo  e poi immoti fra le fresche zolle. Erano caduti sulle maggesi, le penne del petto e della parte interna delle ali assunsero il colore della terra. Rimasero storditi, bocconi poi ripresero i sensi e guardarono il cielo con un senso di nostalgia. Il maschio: “frit frit” disse le sue impressioni ed al chiaror delle stelle, fece alla compagna una dichiarazione d’amore, l’avrebbe amata per sempre, c’era un gran fuoco in lui, era bella la vita anche così al buio nel silenzio. Lei rispose agitando le aluzze, anche lei sentiva un gran caldo nel cuore, ora però voleva riposare, riposasse anche lui. S’accoccolarono  l’uno vicino all’altra, il lungo becco era pesante, l’inguainaron sotto l’ala, un sonno profondo. Il sole era già alto quando il maschio si svegliò, un gran caldo, sguainò il becco, una gran luce l’aveva quasi accecato, rinfoderò il becco sotto l’ala, la compagna seguitava a dormire, poi pian piano attraverso le penne un chiarore cui cercò di  abituarsi, si guardò intorno, un panorama meraviglioso, che gran pittore era stato il buon . Martino guardò Martina, una bellezza, era sua moglie, un dono di Dio, lei stessa aveva dimostrato di amarlo. Fece alcuni passi, sentì il bisogno di stirar le ali, le batté con forza,  si sollevava da terra. Ci riprovò, ora  volava, rise, comprese che le zampe servivano a camminare sulla terra, le ali a volare come gli Angeli del cielo. Vide altri uccelli, bestie a quattro zampe, insetti, anche un uomo, fuggì lontano. Volò incerto, scorse lontano una striscia d’argento che si snodava tortuosa, vi si diresse, acqua., una novità per lui. Vi stette sopra sospeso scotendo le ali, fu vinto dal desiderio di immergevi il becco, un refrigerio. Vide guazzarvi dentro qualcosa, d’istinto  rase il pelo dell’acqua, infilò al momento giusto il becco semiaperto, lo rinchiuse, aveva preso un pesce, lo stritolò e lo ingoiò. Si domandò perché avesse fatto questo, si ricordò delle parole dell’Eterno quando fu inviato sulla terra, che ingegno il buon Dio, aveva pensato a tutto. Lì vicino c’era uno specchio d’acqua, una gora,  si avvicinò sull’orlo, l’acqua non scorreva, vi guardò dentro, gli parve di vedervi Martina ma non sentiva la sua voce, gli sorse il dubbio che fosse lui stesso, mosse la testa e poi le ali, si convinse, era lui stesso. “Allora son bello, rifletté, era vero somigliava alla compagna, ambedue erano stati fatti con un lembo di cielo. Orgoglioso si lisciò le penne con il becco e con una zampa, voleva che Martina fosse abbagliata dalla sua bellezza. Si diresse volando verso il punto dove erano atterrati, la trovò sveglia ma abbacinata dal sole, si stava ruzzolando per terra. “Fai così come ho fatto io, ti passerà” e poi la carezzò. Martina quando aprì completamente gli occhi fu tutto un ‘oh, oh’, aveva visto il suo sposo che stava vicino a lei, sentì il  suo cuore allargarsi, ringraziò in cuor suo il Padreterno con un sospiro, sentì  il cuore batterle forte, sentì il bisogno di abbassare la testa vergognosa. , Martino la tolse dall’impaccio, le raccontò della sua avventura con l’acqua e con il pesce, poi le insegnò a volare, la condusse al ruscello, l’acqua serviva a dissetarsi ed a nettar le penne. La condusse poi alla gora. “Qui ti puoi specchiare, guarda quanto sei bella!” Poi le fece notare che altri uccelli avevano fatto il nido sugli alberi ma loro erano esseri acquatici e quindi avrebbero fatto il nido nella sabbia, scegliesse lei il punto. Coi becchi robusti scostarono alcuni rovi, l’argine era molle per recenti piogge. Con le zampette, a turno scavarono una  fossa grande abbastanza  da contenere loro due, avevano il cibo lì vicino, nel ruscello. Il pesce era ottimo ed abbondante come pure ottimi erano certi insetti che scovarono nel terreno. La buca fu ricoperta con dei ramoscelli, era rimasto solo un pertugio per entrare ed uscire dal nido. Pensarono all’amore, si dissero tante cose belle, si carezzarono a lungo e poi ebbero il primo contatto, a lei spuntarono alcune lacrime, era diventata la moglie di Martino. Il tramonto li stupì, quando le ombre della notte si insinuarono fra le foglie di un albero sovrastante  si strinsero fra di loro, avevano scoperto il tramonto. Passarono la notte molto vicini, sentivano il calore reciproco. La mattina Martino riprese a scavare col becco e con le zampette, Martina portava fuori la sabbia scavata, chissà cosa aveva in mente il marito e chi gliela aveva suggerito, forse l’istinto. Il buco si allungò per circa un metro poi: “Cara questa in fondo sarà la camera della nidificazione.” Allora avrebbero auto dei figli? Dopo pochi giorni Martina si lamentava, aveva dei dolori al pancino, sent’ la necessità di accoccolasi, entro nel nido, vi rimase a lungo immobile. Martino le portò del cibo, stava vicino a lei a guardarla, anche lui soffriva con la compagna. Verso sera Martino si allontanò per bere, sentì un verso gioioso, Martina gli si avvicinò con un richiamo acuto, adesso stava bene, che andasse con lei in fondo al nido, c’era qualcosa di ovale di color bianco, Martina da quel momento non si allontanò più dal nido sempre imboccata di cibo dal marito. Dopo pochi giorni una sorpresa: nascita di tre piccoli pulcini dalle bocche sempre aperte in attesa di cibo, i loro figli!  I due genitori provvidero a portar fuori le scorse delle uova, Martina si strappò delle piume dal petto, il nido dei piccoli risultò più morbido. Dopo i primi attimi di sorpresa i due genitori si adattarono ad effettuare in continuazione viaggi nel vicino fiume per accontentare l’ingordigia dei pulcini, solo di notte tacevano, altro problema era quello di catturare pesci piccolini o triturare quelli più grossi,  insomma una faticaccia. I tre crescevano prepotenti, ora potevano rimanere soli, il caldo nel nido aumentava, Qui, Quò e Qua ( questi i loro nomi impostigli da Martino) crescevano, stavano mettendo le prime penne. Qui il più intraprendente  tentò di uscire dal nido, arrivò all’entrata e poi tornò indietro, a modo suo parlottò con i due fratelli. Dopo poco tempo i cinque mi misero a camminare lungo la riva del fiume, Martino in testa per controllare che i figli non cadessero in acqua, sempre Qui uscì furtivamente dal nido cominciò a muovere le ali, era notte, si spaventò e rientrò di corsa nella camera di nidificazione, svegliò i fratelli e raccontò l’avventura. Tutti e tre ci riprovarono quando videro della luce penetrare nel nido, un disco d’oro all’orizzonte, gli volarono contro per curiosità, il disco saliva nel cielo sempre più luminoso. D’istinto presero a volare e si allontanarono sempre più dal nido, assaporarono la libertà. I genitori avevano dormito fuori il nido e cercarono Qui, Quo e Qua, pensarono che qualche brutta bestia li avesse divorati  ma poi si rassicurarono, non c’erano tracce di piume lì intorno, i figli erano fuggiti, avevano assaporato la libertà. Volarono a lungo tutt’intorno, li chiamarono a lungo nessuna traccia, stanchi morti con la morte nel cuore ritornarono al nido. Dall’alto stava scendendo una cappa pesante, grigia, la notte era scura senza stelle. Ciac una goccia d’acqua schiaffeggiò una foglia, poi altre ed altre ancora, pioveva. Un fruscio, fra le frasche, una voce melodiosa, un usignolo che vedendoli rattristati cominciò a consolarli. Si facessero coraggio  non c’era motivo di considerarli morti, i figli non sono di proprietà dei genitori, sono figli del mondo, prendono la loro strada abbandonando i genitori e diventano a loro volta padri e madri, un ciclo come tutto sulla terra. Il cielo si era squarciato sopra di loro portando una aria di ottimismo. Per ultimo un consiglio da parte dell’usignolo: “Avete un nido e da mangiare, mettete al mondo altri figli.”

  • 22 febbraio alle ore 23:30
    La quarta dimensione

    Come comincia: Giravano pollini col vento intorno all’edificio, con le porte interne in cerchio sul corridoio, un’orbita e un centro occupato dalla sala convegni. Fu in quello spazio poco illuminato e vuoto che s’incontrarono la prima volta, dopo che lui l’aveva attesa giorno dopo giorno. In un alterno sentore d’irrealtà si affievolivano certezze, così le identità. Mentre la speranza era agli sgoccioli, Ermanna arrivò, fulcro di svelamenti, dalla voce congedata in distanze incolmabili. La quarta dimensione.
    Prima di entrare guardò le rondini circoscrivere l’aria in un gioco di linee chiuse, senza poter andare né tornare. Non le apparivano disorientate in quel cielo tondo, erano prese piuttosto da un’euforia di forme e spostavano i tigli in un piano secondario. Qualche garrito acuiva il suo stato d’animo, vivido come più non lo era da anni. Una sorpresa imminente doveva essere l’epilogo dell’ultimo raggio.

    Per un attimo le venne in mente il fiume color bordeaux che l’aveva tenuta in ostaggio, mentre scorreva placido intorno alla sua pelle inerme, al suo sguardo imbambolato e vitreo. L’acqua aveva la sua stessa temperatura e si percepiva stranamente densa. Forse non si trattava di acqua, ma di un solvente per il corpo, di quelli che infine liberano l’anima dal gravame e la fanno evaporare nelle parti alte dell’atmosfera, lontano a perdersi in uno sciame di moscerini brillanti, per rasentare il sole.

    Sei mesi prima aveva contattato uno psicologo, le sembrò subito la persona giusta, quella che l’avrebbe liberata dal panico opprimente che puntuale l’attanagliava nei vasti spazi intorno. Fuggiva disorientata da ogni storia che la portava a uscire. Per compensare una perdita la trasformava in mito, ne carezzava strascichi, conservava di essa le tracce. La casa era un museo d’amori soffocati. Viveva, mangiava, lavorava, sognava, il più possibile dentro.
    I colloqui con il suo nuovo amico avvenivano via mail. Provava un senso di affezione via via più profondo e insieme una dipendenza come di un bambino verso l’oggetto transizionale che rappresenta un seno.  Dopo i primi lunghi scambi centrati sul suo grave disagio, cominciò una favola di curiosità e confidenze, attrazione e attese. Non si erano mai visti, neppure in foto, ma correva tra loro un fluido trascinante oltre la realtà materiale, e senza distaccarsene. Era naturale come la goccia che cade dal bicchiere, incomprensibile come la scintilla che dà fuoco a quella goccia.
     
    Avevano deciso di incontrarsi, Ermanna e Livio, dopo il levitare di ore di silenzi, dall’insostenibile vuoto che rimbombava nelle loro dimore di vento, inventate per dirsi vola fino a me, senti com’è facile alzarsi.
    Lui si immaginava un angelo gentile materializzato finalmente in uno sguardo, un corpo, un profumo, un capitolo da scrivere dal vivo. Lei era piena della esuberante fantasia di lui e degli enigmatici aha, quelli che prolungano gli intervalli, le risposte.
    Erano vicini, bastava mezz’ora di autostrada per raggiungersi. Scelsero che sì, nell’inverno avrebbero annullato il gelo intorno, sorriso nella pioggia. Avrebbero pranzato nel piccolo borgo, con vista sulla valle degli echi, gridato insieme Siamo vivi! e riascoltato il grido cento volte.
    Era tardi ormai e di lei nella piazza nemmeno un accenno, fosse stato anche a distanza. Chiuso nella delusione, Livio, dopo aver immaginato infinite circostanze contrarie, concluse che alla dolce compagna di lettere era mancato il coraggio di una leggera follia. Ancora una volta rifuggiva una storia, e ancor prima che iniziasse. Le scrisse per giorni, non ebbe risposte.
     
    Ermanna quel mattino indossò un vestito leggero e sobrio - non amava gli eccessi e tantomeno voleva apparire frivola - ma si concesse un vezzo: le scarpe rosse di vernice, mai calzate prima, che davano un tocco di vivacità femminile. Eccitata e ansiosa di partire, scivolò per la scala che portava al parcheggio. Scivolò in un vortice di stelle nere. Non vide più nulla, dopo il rosso scintillio che l’avvolse, dai piedi in su.
    Seguirono giorni e notti di un colore omogeneo. Un letto di silenzio, fuori dal mondo. Mesi di cui non ebbe cognizione. Era sola e al sicuro, nell’oscurità. Finché un lento fruscio arrivò a muovere il sogno rappreso. Aria viva. Una voce femminile le fu vicina, “Ce l’ha fatta, bravissima!”
    Dov’era stata, in quell’istmo di memoria? Lampi divennero chiari, poi un volto senza voce e un aha senza volto. Era stato da lei, a guardarla dormire, ne era certa. Si era impresso nella mente come un fittone.
     
    Ermanna arrivò dove lui lavorava e l’aspettava, nonostante l’assenza che diventava pietra.
    “Sono appena uscita dall’utero. Caro amore, portami a vivere”.
     

  • 21 febbraio alle ore 8:25
    Itapua

    Come comincia: “Itapuà…Itapuà”... sento ancora il suo canto che mi invia l’ I- pod. Una registrazione di molti anni fa, in qualche locale di Rio. Brusio di parole, tra tavoli di un locale. Vinicius, con la sua voce anziana, roca di fumo ma musicale, parla con Toquino della spiaggia brasiliana, il suo ultimo rifugio, Itapuà. Sono battute allegre. Il pubblico ride, poi Vinicius inizia a cantare. Un poeta che ha saputo musicare i suoi versi, intrecciandoli al suono del canto e della chitarra. Anche la sua figura sembra aver preso la forma delle note. Una coerente metamorfosi.
    Sono arrivato da pochi minuti su questa spiaggia. Sono le 13 di un giorno invernale per i brasiliani, nonostante i 24°. Il mare ha onde colore del cielo. Nuvole dense si aprono su azzurri intensi. Sullo fondo, scorgo le case di Salvador. La spiaggia è deserta. Mi sono seduto a questo barretto, precario, come tutto, qui. Sedie di plastica, rose dal salino, che affondano nella sabbia. Una baracca di paglia e canne. Ho ordinato un caffè ad un ossequioso pescatore che è corso, non so dove, a cercarlo, lasciandomi dubbioso. Sulla sinistra, il Faro, restaurato di fresco, con un rosso che colpisce, tanto da farmi pensare che possa sostituire la sua luce, almeno di giorno. Ho cercato di avvicinarmi , ma una coppia, in intimità, me lo ha precluso. Gabbiani rasentano la spuma e s’immergono nelle onde a riva, in cerca di pesce. . Le note di una chitarra riprendono un motivo di Vinicius, lente, dolci, melanconiche. Non ne scorgo la provenienza, ma mi bastano. Il pescatore è tornato con un termos e mi versa un bicchiere bollente di bevanda. Mi dice qualcosa in brasiliano, ma non lo capisco. Gli sorrido comunque e lo ringrazio. Il caffè scende giù a tratti. Sento di aver afferrato un attimo di vita. Le note sono sempre più vicine. L’ombra di una figura si frappone, di fronte a me, ad un raggio di sole. La chitarra ha una pausa. L’ombra dice qualcosa in brasiliano che capisco. “ Voi rassomigliate a Vinicius, negli ultimi giorni di vita.”

  • Come comincia: Moceo: una recensione di Cinzia Baldazzi 16 Agosto 2015 Quando rifletto sull’attualità degli ultimi anni, degli ultimi mesi, se non fossi cresciuta e maturata all’interno di una “Bibbia operativa”, di un diktat di intervento riparatore immediato, a volte avrei la tentazione di sfidare il presente corrotto, pauroso, non consolatorio, impugnando l’unità perfetta (quella sì, gratificante e protettiva) della cultura trascorsa, ad esempio, del mondo rinascimentale, con alti valori di perfezione stilistica e purezza, per nulla limitativa e priva di rischi, anzi dispiegata nell’intera vita dell’uomo, come mai più si sarebbe verificato nei tempi successivi. No, Cesare, non siamo quel tipo di persone. E se la realtà contemporanea si mostra particolarmente negativa e stravolta, invece di tentare di sanarla o contestarla (senza, peraltro, fare niente di effettivo), mirando a ricomporne purezza e immediatezza ottenute in epoche letterarie precedenti (certo, ora “socialmente” inadeguate se considerate in sé), gettiamo noi stessi nella mischia, nei “salti temporali / seducenti e senza scrupoli / a separare le stagioni della vita”, circondati da “atti intimidatori / ad aumentare fervori senza limiti / e creare strade buie e tortuose”. Non vogliamo essere schiacciati dall’angoscia. Scrive Ezra Pound: «Buon compagno dell’equità / si unisce al processo / esserne privo, ecco l’inedia. / Quando le equità sono insieme raccolte / come uccelli che si posino / balza sul vivido. / Se le azioni non si chiudono e non si depositano nel cuore / ecco l’inedia». Nei percorsi oscuri e di difficile accesso, o da cui è impossibile uscire, gli “alibi incontestabili” per te non contano, non pesano: non appassirai nel dolore e non accetterai di sopravvivere condizionato a te stesso, travolto da inedia e incapacità di reagire paralizzanti. Poco prima, Pound aveva avvisato: «E ora che le formiche», ovvero tutti noi intorno, «sembrano vacillare / ora che all’alba il sole ne ha imprigionato l’ombra», quando ormai si è scoperto il gioco, «questo soffio», cioè il verso forte, chiaro, uno di seguito all’altro, «avvolge interamente le montagne / splende e divide / nutre con la sua rettitudine / non offende / sovrastando la terra colma i nove campi / fino al cielo». E tu sembri rispondere: “Ho già spazzato via tutte le sottili venature di crudeltà”. Tuttavia, mentre vorresti colmare i vuoti temporali dell’anima senza rispondere all’incessante canto delle sirene, seducente ma autoritario e manipolatore, anche io lotto per liberarmi da “miscele di spietatezze e masochismi” e da “affascinanti magnetismi d’equilibri”. È duro, è difficile, poiché la poesia aiuta ma deve anche essere aiutata con il pensiero, il coraggio: hai ragione, non basta l’intuizione dell’alternativa, dell’eversione, di quelle “follie” che spazzerebbero via (anziché essere spazzate da) “spietatezze e masochismi”. Non sarebbe sufficiente l’intuizione, poiché in quel caso, come dice Theodor Adorno nella sua “Teoria estetica”, «l’arte sarebbe semplicemente tutt’uno con la teoria, mentre invece manifestamente essa stessa diventa intrinsecamente impotente lì dove, per esempio, come falsa forma della scienza, ignora la sua differenza qualitativa dal concetto discorsivo». I versi di Cesare Moceo conoscono, al contrario, la propria specificità: non parlano, infatti, non espongono, non rappresentano ciò che è chiaramente incomprensibile, bensì lo spandono in “fervori” da impugnare e, con lui, dissolvere o potenziare tramite la parola poetica. Ma, continua Adorno, «il fatto che nessuna opera sia simbolo», ovvero univoco, monotematico, intraducibile, «rende conto del fatto che in nessuna opera l’assoluto si manifesti immediatamente; altrimenti l’arte non sarebbe né apparenza né gioco ma realtà». Come il Pound nostalgico di un candore ancestrale ritenuto superiore a ogni contraddizione, noi però, Cesare, non sfidiamo la negatività rendendola “pura”, ma contestiamo, con una follia meditata, gli “alibi incontestabili”. Raramente riesco ad accostare la poetica dei “Canti pisani” di Pound ad altre, perché – e la mia generazione lo sa bene, meglio di ogni altra – l’intera sua rivoluzione poetica del ventesimo secolo della quale è stato, con Eliot e la sua “Terra desolata”, tra i massimi e consapevoli promotori, è stata oscurata dal suo pensare che l’idea del regime fascista a lui contemporaneo, ignorandone lo stampo autoritario e liberticida, potesse riportare alla luce, chissà in quale modo, fantomatici sentimenti di purezza, semplicità e bellezza che la società capitalistica aveva dissolto: «Le radici scendono fino all’orlo del fiume» scrive Pound, «e la città nascosta si innalza / candido avorio sotto la corteccia». La nostra città, la tua città, “della” poesia e “nella” poesia, non è mai stata nascosta. E l’abbiamo scoperta prima che fosse costruita. Cinzia Baldazzi La poesia di Cesare Moceo Sempre più spesso risiedo nelle follie Salti temporali seducenti e senza scrupoli a separare le stagioni della vita Miscele di spietatezze e masochismi affascinanti magnetismi d’equilibri spazzati via da sottili venature di crudeltà astuzie rafforzate a proposito con atti intimidatori ad aumentare fervori senza limiti e creare strade buie e tortuose alibi incontestabili a appassire il dolore e sopravvivere a me stesso

  • 18 febbraio alle ore 1:12
    L'incontro

    Come comincia: Al porto quel giorno Chiara volle esserci anche lei ad accogliermi.
    Insieme a Nino un caro amico di famiglia, quella famiglia che avevo perduto in un bruttissimo incidente, dal quale solo io rimasi illeso ma questa è un altra storia.
    Durante questo viaggio non feci altro che ripensare, che finalmente avrei potuto vedere un volto amico, una cara persona che mi riportava a quelle che erano le mie radici, a quella parte integrante di me.
    Vi era un sole caldo che confortava! Nino mi vide, mi chiamò ad alta voce agitando le braccia, ma ad attirare la mia attenzione fu anche quella giovane donna al suo fianco, che con fare garbato se ne stava li indossando una gioia celata, con quella felicità di condividere quel bel momento come se attendesse da tempo di vedere quel qualcuno, che lei fino al giorno prima aveva potuto solo immaginare. Mi attendeva come se fossi stato un caro amico.
    Mi avvicinai stringendo Nino in un caloroso abbraccio, quanti gli anni passati, ma lui mi disse che mi avrebbe riconosciuto tra tanti.
    Restò in tanto il come, sul fatto stesso di come avesse fatto a riconoscermi, visto che non ero più il bambino che vide l'ultima volta.
    Mi presentò Chiara sua nipote! Persona timida, bella come quelle parole che non riesci a dire e a trovare in tali circostanze.
    Forse la mia felicità nasceva in quell'istante! Non avrei potuto fare più a meno di quel viso, dei suoi occhi, del attimo in cui avrebbe sorriso ed incantato così la mia anima.
    Passarono i giorni, dei giorni belli, ed avevo costruito in così poco tempo, un pizzico di tanta desiderata felicità.
    Non mi sentii affatto un ospite in quella tenuta, ma giunse il giorno della partenza.
    Preparando i bagagli, speravo ancora in un gesto, che io non ero in grado di fare, ma in quei giorni mai un accenno da parte sua, mai un segno che potesse far capire un qualcosa in modo chiaro, in modo che io potessi spiegarle.
    Per Chiara forse, anzi di certo, ero un amico. Solo un amico caro!
    Arrivammo al porto, stavo per andare via con dentro di me, un forte sentimento taciuto, di certo il più forte che avessi mai provato prima.
    Salutandoli sulla banchina del molo, mi celavo dietro un sorriso, amaro come non mai.
    Ci rivedremo Andrea... stai tranquillo, così mi diceva Nino facendomi pensare ad un probabile ritorno ad una sua disponibilità sempre presente. Mi raccomando riguardati!
    Sapevo, andato via che fossi, quello sarebbe stato un addio.
    La nave parti non potei più scendervi, ma trovai il coraggio di gridare una parola rivolta a lei, non ti dimenticherò
    Il pianto in tanto inizio a sgorgare imperterrito da gli occhi di Chiara.
    Non potei dimenticare quello sguardo disperatamente affranto. Son passati anni da allora, ed i suoi occhi di un azzurro così intenso sono ancora qui impressi nella mia mente, lucidi più che mai. Laghi profondi bisognosi di quiete.
    Apparentemente esile nel suo aspetto, così elegante nel suo portamento, capelli neri, raccolti e sempre in ordine, la sua pelle come il suo nome, delicata, quasi evanescente bella come il petalo del ramo di pesco, come le cose più irraggiungibili e quindi le più desiderate.
    Una donna estremamente sensibile dall'intelletto poderoso, capace di suscitare emozioni ineguagliabili, vivacemente forti, così da farti perdere completamente la testa e follemente innamorare.
    Restò il fatto che ci siamo ritrovati e da qui non ci siamo mai più perduti.

  • 13 febbraio alle ore 9:03
    Giornata mondiale della radio

    Come comincia: E’ un gesto rapido, forse anche elegante nella sua sinuosità quasi impercettibile, ma il misfatto è compiuto. La mia compagna Ida mi ha spento la Radio! Fosse casa o in auto o in ambulatorio. Si, lo confesso, ho vissuto di radio e lo faccio ancora. Scrivo queste righe mentre il terzo programma mi ricorda la ricorrenza. Il primo ricordo? Cinque anni, non vedo l’oggetto a Villa Adela, ma sento il tamburo iniziale di Radio Londra e l’angoscia dei miei parenti.  I tedeschi accampati nel nostro salotto e i miei genitori sotto una coperta per non far fuggire i suoni ascoltano notizie sulla guerra da una stazione radio clandestina. Sempre alla medesima età, io gioco tra la ghiaia del giardino con una piccola palla di celluloide (?!) che non salta. La guerra è finita. Mimo il gioco del calcio sulla radiocronaca di Nicolò Carosio che papà sta ascoltando nello studio. A scuola brani a memoria su Mazzini, Fratelli bandiera e Guglielmo Marconi! Mamma mi raccontava della sua gioventù bene a Livorno. Aveva conosciuto Elettra, la figlia di Marconi che era in vacanza sul panfilo del padre con il suo nome. Nel dopoguerra le sere in cucina, i gomiti sul tavolo di marmo, mentre Nunzio Filogamo presentava i dilettanti. Silvio Gigli! Volti tesi all’ascolto, commenti minimi per non sopraffare l’ascolto. L’adolescenza e la separazione dalla famiglia: la mia prima radio a “galena” con cuffia. Un paradiso delle mie notti. Un ago su di un luccicante cristallo sapeva cercare stazioni nel mondo. Quel giorno che un impiegato di mio padre a tavola di un ristorante genovese tirò fuori una delle meraviglie della mia gioventù: la radiolina giapponese, un microscopico gioiello. Poi adulto, la Satellite 2000 che ancora ascolto. Portatile, tenerla sulle spalle in villaggio Valtur, d’estate dava acchiappanza sicura! In questa casa, dove abito del 1890 che la vide nascere nel 1901 ne tengo accese a volte quattro contemporaneamente su programmi diversi.. Per Ida, quando arriva, è una fatica spegnermele.
     

  • 06 febbraio alle ore 10:42
    Intorno ad un (mio) aforisma

    Come comincia: Una regola non scritta, ma usuale, stabilisce (o forse, chissà, sarebbe meglio usassi il termine "sentenzia"!) che un autore, poeta o romanziere che sia, o comunque un artista in genere, non debba mai spiegare agli altri quello che scrive o compone: debbono essere gli altri (coloro che lo leggono, che osservano le sue opere, lo ascoltano, etc.) a rendere una interpretazione del suo operato, a giudicarlo, pena...ne andrebbe della sua umiltà, in contrario caso! Ma io questa volta voglio derogare alla regola non scritta, ovvero voglio permettermi di essere scarsamente umile. Una volta un amico mi disse: "Luciano, nella vita devi essere umile, bisogna esserlo!". Non so se avesse ragione o meno, ma alla luce di quello che è accaduto dopo, non mi interessa oramai più di tanto. Forse, chissà, non era un amico: l'amico vero non ti ammaestra, non sciorina di fronte a te i suoi insegnamenti, ti prende e ti accetta per quello che sei, coi tuoi sbagli e le tue virtù, con le tue manie e le tue ossessioni, i tuoi difetti e i tuoi alti e bassi. Non è facile questo, lo so, ma se deve essere tale [amico] dev'esser così, a mio modesto avviso! Eppoi, mi sento di affermare che "il medico mai mi ha prescritto dosi di umiltà" nelle sue ricette: per lo meno non mi ha mai detto di essere umile vita mia natural durante, sempre e comunque. Ma torniamo al nocciolo della questione. L'aforisma che voglio commentare lo passai sul blog qualche tempo fa (sinceramente non sono andato a rivedere la data, ma non è importante questo!), era il seguente: "Odio la primavera perché finisce, ma non la baratterei mai con l'inverno". Sin da bambino, infatti, ho nutrito una sorta di idiosincrasia (termine forse poco digeribile per alcuni: non preoccupatevi, trattasi - né più né meno - di avversione per qualcosa!) per tutto ciocché si consuma, a causa del tempo o magari, semplicemente, per causa della "ruggine" stessa (a volte, infatti, anzi spesso, è proprio la maledetta ruggine che fa trascolorare ogni cosa, nè toglie ad essa l'ancestrale colore!), degli agenti atmosferici, dell'uso stesso che se ne fa (da un semplice oggetto, un soprammobile, un utensile casalingo o da lavoro, a una giacca, una maglietta o un'altro capo d'abbigliamento); per ogni cosa che si perda o vada via, per qualsiasi cosa che finisca. A volte, mano a mano che il tempo scorreva inesorabile davanti a me ed io - inevitabilmente - sono cresciuto (anagraficamente s'intende, ma anche fisicamente e forse, chissà, intellettivamente nonostante per molti sia un tipo strano - alcuni mi hanno giudicato essere "immaturo", anche, per via di questo mio lato caratteriale, diciamo un po'...andanseuse!!!) arrivando anche ad odiare le stagioni (la primavera, in particolare) e la vita stessa: proprio per il loro senso sfuggente (e sfuggevole) di bellezza che portano in sé, misteriosamente racchiudono, il loro trascolorarsi agli occhi di chi le guarda, la loro insita peculiarità di finitudine (e finitezza) che appartiene, del resto, ad ogni cosa (e ad ogni evento) passi su questa terra. Pur essendo, a volte, cupo e malinonico nei miei pensieri (e nel mio essere: ma il mio essere non lo cambierei con nulla al mondo!) tal quale alla fredda stagione (l'inverno), tuttavia essa [la primavera] non è possibile scambiarla o barattarla (appunto) con altro: mai lo farei, infatti, men che meno con l'inverno!

    Taranto, 5 febbraio 2021. 

  • 06 febbraio alle ore 8:26
    Nuova biografia

    Come comincia: BIOGRAFIA Cesare Moceo é nato a Palermo da una famiglia dove la ricchezza era una solo una realtá chiamata dignitá,dove,sono sue parole, l’educazione era affidata “alla cinghia dei pantaloni”.In una adolescenza vissuta di stenti riesce a proseguire gli studi concludendo il liceo scientifico col diploma di maturità e iscrivendosi in seguito alla facoltá di Medicina e Chirurgia,che abbandona dopo il biennio a causa di una sopravvenuta crisi interiore che si risolve con l’aiuto del fratello Pietro lavorando insieme nella ristorazione e divenendo ben presto ambedue importanti e di riconosciuto talento in quel settore.È di quel periodo la nascita della sua passione per la scrittura e per la poesia.Nel 1978 conosce la donna della sua vita,Concetta Cerniglia cefaludese doc,una signorina dolce e sincera che a diciassette anni sacrifica la gioventú per unire la sua sorte a colui con il quale ad oggi sta giá da quarantuno anni, donandogli due splendide figlie Manuela e Vanessa. Adesso,Cesare Moceo vive ed opera a Cefalù, ha compiuto 67 anni ed é marito padre e nonno felice.La sua carriera poetica é ricca di soddisfazioni;é presente in molte antologie (circa 70) che raggruppano affermati e emergenti poeti italiani.Diversi i premi che ha ricevuto nel corso degli anni. Ricordiamo: con la poesia «Il mio essere nonno», è stato premiato a Trevi al primo concorso «Poeta anch’io». A Roma, è stato premiato con la poesia «In corsia» scritta in occasione dell’intervento chirurgico al cuore che ha subito qualche tempo fa.La sua lirica “La leggerezza dell’essere” è stata premiata con la Menzione di Merito e la Lode alla creatività al 2° concorso nazionale Vox Animae. La sua poesia «E mi accorgo di essere un nuovo povero» ha ricevuto la menzione di merito al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Città di Genazzano”. La sua poesia «Siamo anime sfuggenti» fa parte in un’antologia dedicata a Papa Francesco e donata al Santo Padre che ha apprezzato con una lettera di ringraziamento al curatore.Una sua poesia sul Natale é stata studiata dagli scolari di una scuola primaria di Palermo. Un’antologia contenente una sua poesia è presente nella biblioteca dell’esimio giornalista e importante conduttore televisivo Maurizio Costanzo.Con una sua lirica scritta per la poetessa Alda Merini,inserita in un’antologia a Lei dedicata,é presente con la stessa presso la sua casa-museo ai Navigli in Milano.Nel settembre 2018 gli é stata assegnata dall’associazione culturale “I Rumori dell’Anima” di Roma la targa alla carriera per meriti poetici.Ultimamente ha ricevuto un encomio dall’associazione Caffe Letterario di Cefalù per una sua poesia sulla Shoah. Insignito per quattro anni consecutivi del riconoscimento di cefaludese dell'anno per meriti culturali,dal febbraio 2021 è stato iscritto nella Enciclopedia dei Poeti Contemporanei Italiani Cefaluart .Ha pubblicato per lungo tempo le sue poesie sul giornale della sua Cefalù

  • 04 febbraio alle ore 19:39
    Genova per noi

    Come comincia: Provaci a tornare, ogni tanto, nella tua Genova, se vivi lontano da lei. I colori delle sue abitazioni, ti verranno incontro per primi. Tenui pastelli, in una vasta gamma, a cui non saprai dar nome, ma solo riconoscere dal tonfo al cuore, che ti raggiungerà alla prima visione. Quelle mura arabescate, quelle finestre trompe-l’oeil, disegnate solo per non perdere il ritmo di una visione attesa. Tetti d’ardesia, grigie piramidi nel cielo turchino, che si accendono al sole. Ti sorprenderà di ritrovare la presenza immediata delle colline, a chiudere in un abbraccio la città. Quell’abbraccio sicuro e verde, che ti sarà mancato, se avrai avuto la disgrazia di vivere in un mondo piatto. Il verde della natura scende all’azzurro del mare. Due colori che ti porti dentro per tutta la vita, se sei genovese e di cui hai perenne sete. Alberi, fiori, parchi esuberanti faranno da collante alla scena. Improvvisi, quasi inattesi, arriveranno i ricordi. Ti verranno incontro come fantasmi. Una strada, un nome, un’insegna, un profumo, un sapore. Un vagare disordinato nella memoria, alla ricerca di voci, volti, momenti, che hai perso nel tempo. Vi hai lasciato la tua vita sino ai vent’anni, il meglio che ti è stato concesso. E resti in bilico in una riflessione che ti disarma. – “Se fossi rimasto. Se avessi disubbidito alla mia famiglia?” – Avrei perso un’altra vita, un altro mondo. E sai rassegnarti.
     

  • Come comincia:  - Personaggi: un cane ed un gatto; poi...una voce narrante (cioè: che narra, inizialmente intorno ai personaggi stessi, sul luogo della scena e sulla descrizione; a volte, pure, interviene intromettendosi nel dialogo; mentre lo fa, alla fine del dialogo stesso, soltanto per concludere vestendosi a guisa di pretuncolo...col tirar delle somme e suggerir la morale); infine, un Dubbioso o Malinconico (lo è molto meno del dubbio...), sempre fuori campo, quasi sempre si intromette nel dialogo dopo la Voce narrante (a differenza del dubbio, però, e della Voce narrante, non si pone domande: semplicemente, egli rompe le palle!) ed anche il Bardo, cioè, colui che dice (mette) la parola FINE.   
     - Luogo della scena (la prima scena: le altre, dopo la prima, sono in altro luogo) e descrizione, ad opera della voce narrante.
     - Voce narrante: Da un bel po' il sole è tramontato (di tanto in tanto lo fa: magari per         non incrociarsi colla luna...in tal caso sarebbe eclissi solare, di luna, di sole allunato o     di luna che ha preso un abbaglio?!); in un vicoletto nascosto (non si sa se esso sia         cieco, però) e poco frequentato (nonché abbastanza putrido) d'una strada della città       grande (qualsiasi grande città della terra potrebbe andar bene!), ovvero frequentato       da ratti e da cattivi odori; ricco di cattive soprese, pertanto. Colà, (casualmente)               vanno ad incontrarsi (per fortuna non si scontrano, come spesso accade a soggetti         della loro specie, quadrupedi: i quali, pur non avendo corna...quando lo fanno                 succedono "botte da orbi"!) un cane (Randagio...molto) ed un gatto (Sveglio, ma non     troppo): lo fanno senza luci ed ombre (cinesi) ad intromettersi tra loro.
     - Cane: Ciao! Cosa ci fai, quì, a quest'ora, in un posto di mer...come questo? Non mi                    sembra proprio sia adatto a uno come te...sei tutto pulito e profumato! Io sono                Randagio, di nome eppure di fatto. Tu come ti chiami?
     - Gatto: Beh, forse hai ragione tu! Son capitato quì, per caso, per il mio bisognino...un                  fatto di natura! Piacere di conoscerti: io sono Sveglio, di nome ma no di fatto                     perché dormo metà della giornata e nell'altra metà ozio e mangio ciocché                       passa il convento...pardon, mi da il padrone!
     - Cane: Ah, d'accordo! Fortunato te, allora! Io mangio quando capita (Voce narrante: Il               cane è davvero pelle ed ossa: più pelle che ossa, a dire il vero!), quel che                       trovo in discarica o tra i cassoni del pattume, come questa sera: a volte                           qualche osso, pure, da spolpare (Voce narrante: Chissà, il povero cane, riesce               a trovare anche qualche ossa umana, tra un osso e l'altro...parrebbe cosa                       difficile assai, però, visto che quelle son già tutte belle e "spolpate", ancor                       prima che qualcuno le trovi!) o un po' di minestra, che mi lasciano in scodella                   persone del quartiere: è dura, sai, sbarcare il lunario senza ossi da                                   spolpare...niente di nulla da mangiare! Ma un tempo, credimi, non era                             così...bistecca (Voce narrante: senza osso?!) due volte a settimana eppoi                       spaghetti con polpette, ogni giorno, ossobuco e trippa alla domenica. Una vera               pacchia, per la mia bocca ed il mio ventre: lei non era mai sazia e l'altro non                   restava mai vuoto! Il padron mio l'era proprio un gran bel Signore: ne ha                         spolpato di gente...ossa, lui!
     - Voce narrante: Chissà, se il gatto afferri il senso delle parole del cane? Onori, glorie e               fortune non sempre spettano in vita a tutti - e per sempre. Queste,                                   dicono, che ognuno se le debba meritare: ma il cane, ahilui!, cosa                                   mai avrebbe fatto di male (e, soprattutto, a chi?) per non meritarsele?
      - Dubbioso o Malinconico: Ma si sa, gentilissimo pubblico, come gli stràli dell'avversa                 sorte non conoscano la bussola e si scaglino sovente in ogni direzione: a volte,               però, colpendo in maniera alquanto stramba, irriguardosa e                                               malevolmente...cinica.                   
    - Gatto: E poi, su, dimmi Fido...pardon, Randagio, cosa ti è mai capitato?
       - Cane: Beh, son caduto in disgrazia, il mio padrone è morto e...in quattro e quattro                   otto mi son ritrovato per strada, ramingo e a far la fame. Così io, un Randagio                 di nome, ahimé!, come ben tu vedi, lo sono diventato anche di fatto: è dura,                     sai, senza ossi da spolpare. Lo è davvero, credimi! M'é misero, l'é proprio una                 vita grama, la mia...un tempo ero come te, lustro tutto ed anche pulito; giravo                   al guinzaglio del padrone, ma almeno ero sempre con la pancia satolla e non                 dormivo sotto il cielo come faccio ora!
       - Voce narrante: Cazzo, però!
       - Dubbioso o Malinconico: Che sarà mai? Roba di poco conto, in fondo!
       - Gatto: Ma dai, su, non far così! La ruota gira nella vita, sai? Hai trovato me, se vuoi                  posso aiutarti e farti un po' di compagnia, adesso: almeno non sarai più solo!
       - Voce narrante: Sarà vero? Che strana combinazione! A volte, forse...capita!
       I due si fermano un attimo dal parlare...qualcuno, dal balcone d'una casa che da sulla  aperta strada, di fronte al vicolo in cui si sono incontrati, ha lanciato verso di loro qualcosa...è proprio un osso (così parrebbe essere, a prima vista). Il cane, allora, va verso l'osso, lo imbocca e poi torna nel vicolo dove lo attende il gatto. Riprende il dialogo.
    - Cane: Toh! Hai visto? Ogni tanto qualcosa di buono piove anche dall'alto! Ma cosa                    mi dicevi?
     - Voce narrante: Non è poi granché, quello che è piovuto...non è pioggia né grandine,                neanche la manna; contento lui! Ma si, è sempre meglio che nulla, in fondo!                    Meglio della pioggia e della grandine, non occorre neanche l'ombrello per                        ripararsi quando piovon giù dal cielo i miraco...gli ossi! 
      Il Gatto riprende da dove aveva interrotto.
     - Gatto: Ti aiuterò, eppoi, se ti va, qualche volta faremo una passeggiata insieme...Ti                  va di venirmi a trovare?
     - Cane: Si! Certo che mi va! E' sempre meglio del contrario...che non lo faccia tu, io                  non sono mai nello stesso posto ed a lungo, tanto a lungo da poter essere                      trovato da qualcuno. Sono un randagio, non dimenticartelo! Dimmi, Sveglio: il                  tuo padrone vorrà tutto questo o farà problemi?
     - Gatto: Ma no! Certo che no! Lui sarà contento e non farà nessun problema, vedrai! Il               mio padrone è un buon cristiano (Voce narrante: Sarà vero? Ma è un buon                     cristiano solamente? Oppure è anche democratico?) ed anche democratico                     (Voce narrante: Beh, beh! Allora si che siamo a posto! Il suo padrone è un                       democratico cristiano!). Gatti  e cani, cani o gatti per lui son tutti uguali.                           randagi, lustri o figli di putta...di cagna, senza famiglia oppure senza                                 nome che siano non fa differenza alcuna. Tratta tutti in egual modo: i cani                       son per lui come gatti e quegli altri come fossero cani. Mica roba da                                 piange...ridere, cosa credi?
     - Dubbioso o Malinconico: Mi sa che il gatto è proprio impazzito, no, no, è rinsavito                     eppoi...non mi pare neanche tanto coglione! Sembrerebbe aver proprio                           ragione, e dicasi sembrerebbe senza dubbio. Il suo padrone potrebbe essere                 davvero diverso da tutti gli altri padroni, che sono come gatti e cani, a volte;                     come quei gatti e quei cani cattivi che si azzannano tra loro per spolpare l'osso               di qualcun altro. Questo padrone è un cristiano democratico dal cuore tenero;                 anzi, è un democratico cristiano borghese dal cuore tenero, evidentemente, e                 no un democratico cristiano borghese e basta! Parrebbe non essere neanche                 più di tanto...imborghesito: a differenza del gatto! Sarà forse la pancia piena,                   che fa questo effetto, a volte, sui cristiani...sui gatti!
     - Cane: Va bene, allora! Mi hai convinto, ci sto! Ci vedremo qualche volta, a casa del                   tuo padrone.Ti verrò a trovare. Vivi da solo, con lui?
     - Gatto: No! Non sono solo! Con me c'è un'altro gatto: è femmina, si chiama                                 Dormiente. (Voce narrante: Cazzo! Mi sa che si cucca qualcos'altro, stavolta, il               cane, oltre alle ossa del padro...gli ossi! Dubbioso o malinconico: Siamo messi               male, diciamo che non siamo messi bene tra Randagi, gatti svegli o mezzi                       svegli e metà...dritti, e dormienti!). Viene dalla strada, prima viveva da randagio               come te. Il mio padrone la trovò, sporca ed affamata, lontano da casa, una                     sera, quando rientrava dal lavoro (Voce narrante: Cazzo! E' un padrone che                   lavora! Dubbioso o Malinconico: Non ho parole! Meglio che resti muto, allora!).               Le ha dato quel nome perché mangia dalla mattina alla sera e dorme (pure)                     quasi...nulla! (Voce narrante: siamo al paradosso, mi sa! I padroni sono                           cristiani e democratici, mentre i gatti si rimpinza...imborghesiscono! Dubbioso o               Malinconico: Sono senza parole eppure non dovrei...dovrei averne di cose da                 dire! Dov'è l'inganno? Tra padroni e gatti mezzi...svegli non ci si capisce più                     nulla!). Te la farò conoscere, se vuoi! E' carina, magari, chissà?
     - Cane: Certo! Certo! Non sarai mica geloso? Non voglio rompere le pal...uova nel                     paniere a nessuno, io. Sarò pure Randagio ma il tatto e l'olfatto non li ho                         ancora perduti!
      - Gatto: Non preoccuparti per me, non sono affatto geloso. Lei è carina, dolce e                         simpatica ma a me piacciono i gatti coi baffi e col pisello. Puoi star tranquillo,                   Dormiente ama moltissimo i cani ed andrete d'accordo, vedrai!
      - Voce narrante: Madonna di una puttana santa! Qua le cose si complica...la matassa               forse si sta dipanando?! 
      - Dubbioso o Malinconico: Sarà perché sono Dubbioso...mi nutro di dubbi ed a volte                   non capisco neanche me stesso. Questa volta ho dei forti dolo...dubbi, non                     solo su me stesso. Mi domando quando farà giorno, su questa vicenda...sarà                ora di andare a dormire!
     Scambiate queste parole il cane ed il gatto lasciano il vicolo e si spostano in strada, su un marciapiede vicino. Dopo riprendono a parlare.
      - Cane: Sai, caro gatto, a me non fa specie di quello che ti piace; può piacerti ciocché                ti pare, carote, zucchine, banane ed anche piselli senza baccello...verrò                          proprio a trovarvi; anzi, mi sa che lo farò molto spesso, l'idea di incontrare la                    tua amica gattina assai mi alletta...eppoi, farlo a pancia sazia è tutto un                            luccicar di stelle!
      - Voce narrante: Si! Si! Come no! Evidentemente il cane si riferisce alle stelle che                        luccicano nello stomaco, quando si è innamo...satolli: proprio come le farfalle,                  lustre eppure tutte luccicanti nello stomaco!
      - Dubbioso o Malinconico: Insieme alle stelle, chissà, profumeranno anche le stalle                    piene di mer...se son farfalle fioriranno, come disse il saggio una volta?!
      - Gatto: Ho piacere a sentirti dire quel che hai detto. Conta, in fondo, solo fare quanto                ci piace e no quel che vogliono gli altri si faccia! Ti aspetto quanto prima, caro                  cane. Ora devo proprio andare, ti saluto.
       - Cane: Ciao! Stammi bene pure tu!
       I due, dopo essersi amichevolmente accomiatati, prendono direzioni opposte. Il cane, con calma quasi pia...ossessiva si avvia verso l'opposto marciapiede, il gatto invece va via a passo più solerte: ha degli orari da rispettare, lui...cena e riposo, in fin dei conti, non possono attendere più di tanto! Il cane, poi, giunge in prossimità d'una grossa scatola vuota e si ferma davanti ad essa. Infine la raccoglie colla bocca e la porta via con sé. Si ferma, dopo essere arrivato a destino...destinazione e ci si infila dentro per dormire.
     - Voce narrante: Quando si è a pancia piena ci si innamora davvero d'ogni cosa, a                         digiuno invece è la fame che parla al posto tuo e...a quello dello stomaco,                       delle orecchie, del naso, della gola e degli occhi pure. La fame è nera, ma                       non è mai sorda, né muta, né cieca: ci sente, favella e ci vede pure                                 benissimo! La felicità...fame non guarda in faccia proprio a nessuno: è                             cristiana, democratica e borghese, lei, proprio come i padroni tutti!
      - Dubbioso o Malinconico: Ma quando si è visto o si è sentito dire da qualcuno (che                       cogli stessi suoi occhi lo abbia visto) che le farfalle fioriscono? Casomai,                         muoiono dopo essere sfiori...aver brevemente vissuto, quel poco tempo                           che gli è concesso di vivere in natura; il tempo necessario a non far cose                         inutili e a non sprecar di tempo, che nella clessidra la sabbia è ben poca                         assai e molto presto si consu...passa dall'altra parte. Allora, lei lo usa per                         mettere al mondo altre farfalle, magari sotto le stelle. Nascita, vita, morte,                       senza miracoli e senza domande da farsi né risposte da poter dare. Mi                            domando, però, ora, se la farfalla procrei a pancia piena?!
      - Bardo: La Voce narrante ed il Dubbioso, quei due assieme son peggio dei cani e dei                  gatti divisi tra loro. Meglio che taccian per sempre, meglio è posar sulla                            tomba la pietra...anzi, la pietra tombale e proferir la parola FINE!

                                   = Autocommento = (al Dialogo)
     L'autore, quà, si è (miserevolmente ma anche ragionevolmente) ispirato al teatro dell'assurdo (su tutti il sommo nonché pure magno Tommaso, in arte Beckett), ma anche a certi giovani "arrabbiati" britannici del dopoguerra; infine, ad alcuni autori tedeschi (quelli del "Gruppo 47") e al pazzoide più pazzo di tutti, ossia quel Rainer Werner Fassbinder che sapeva usare il coltello come pochi. Era un romantico nichilista, infatti, lui, anzi, era un nichilista romantico: tagliava, si, ma lo faceva con garbo. Magari, chissà, a qualche compagnia di questo mondo - e di questa epoca - verrà lo sghiribizzo di rappresentare quanto scritto ed al gentile pubblico la pericolosa idea di stare attentamente ad ascoltare. Ad maiora.

     Taranto, 27 ottobre 2020.
     

  • 01 febbraio alle ore 11:45
    Non sparate sulla puttana santa

    Come comincia: La chiamavano tutti la "puttana santa" per via d'un crocifisso d'oro che portava sempre appeso al collo. Il suo vero nome era Jolie, nessuno lo sapeva tranne la sua migliore amica, Christiane. Entrambe bazzicavano il quartiere di Saint-Pauli; entrambe erano scure di capelli: lei, Jolie, mulatta cogli occhi azzurri (suo padre non l'aveva mai conosciuto: dicono fosse sbarcato in città da una petroliera giunta dal Venezuela, trenta e passa anni addietro), l'altra era bruna naturale cogli occhi grigi da gattina impaurita. Ricevevano i clienti per strada, non avevano protettori, e si accoppiavano con loro dovunque capitasse: nelle auto di quelli, in un cantiere edile dismesso, sopra una nave abbandonata al porto, o semplicemente dietro una grande aiuola in un parco. Jolie e Christiane erano inseparabili, come due gatti siamesi; piangevano e ridevano all'unisono persino, sovente erano anche picchiate insieme: era difficile che avvenisse il contrario visto che si tenevano sempre per mano, quando camminavano nel quartiere, tranne...facevano orario continuato, notte e giorno senza sosta: si separavano giusto il tempo che serviva loro ad accoppiarsi coi clienti. Avevano messo da parte un bel gruzzolo, ormai; il loro sogno era quello di imbarcarsi su una nave da crociera per Santo Domingo: il sole, il mare, cielo terso e cristallino dei Caraibi per tutto l'anno. Loro, in fondo, conoscevano soltanto la nebbia dei freddi inverni di Amburgo, la pioggia e quel tanfo di fulìggine delle ciminiere delle fabbriche della periferia nella grande città, il rumoroso frastuono delle gigantesche gru dei cantieri navali al porto; avevano sempre dormito nei quartieri dormitorio della zona est, non facendo altro che battere le strade e fare marchette, sin da ragazzine senza aver mai visto, durante quella squallida vita trascorsa sino ad allora, un pedalò nè una spiaggia dorata o un tramonto in riva al mare. Avevano intenzione di cambiare, lo desideravano con tutte loro stesse: la forza per continuare li veniva di dentro, soprattutto quando incrociavano gli sguardi delle altre ragazze "normali", quando loro stesse si incrociavano con le studentesse liceali o quelle dell'università che parlano nei pub o nei bistrot del centro, oppure mentre si fissavano a spiare le coppiette di giovani fidanzati che limonano seduti sulle panchine dei giardini e degli immensi parchi. Il giorno della partenza era oramai vicino, fissato per l'autunno seguente: all'altro capo dell'oceano sarebbe cominciata invece la stagione del boom vacanziero e del flusso ininterrotto delle enormi navi da crociera provenienti da ogni parte del globo. Una volta sbarcate sull'isola, si sarebbero sistemate nella loro casa di fronte alla spiaggia di Boca Chica (l'avevano acquistata per procura tramite agenzia) e poi avrebbero aperto un piccolo bar insieme ad un amico del posto. Una notte, però, accadde l'imprevisto doloroso, l'imponderabilità del destino o meglio ancora, nel caso delle due ragazze, gli incerti del mestiere: Jolie venne uccisa con due coltellate al cuore. Christiane fu avvertita da alcuni amici, si precipitò sul posto (un vicolo buio) in cui era riverso il corpo esàngue dell'amica: quando si trovò vicina ad essa non pianse neanche un po' ma prese con le sue mani la testa dell'altra, li baciò i capelli e poi la strinse a sé, per alcuni attimi. All'arrivo della polizia, raccontò quel poco che sapeva e che aveva visto prima. Agli agenti poi, ai cronisti e ad alcuni curiosi raggruppatisi sul posto disse ad alta voce (il tono sembrava una sorta di proclama!):
     - Quella ragazza distesa per terra si chiamava Jolie, era una puttana come me; la chiamavano tutti la "puttana santa". Non sparate sulla puttana santa, per favore! Christiane partì in autunno, come aveva programmato di fare insieme all'amica, prima della sua morte. A Santo Domingo aprì il suo bar, coronando il sogno d'una vita intera. Ogni tanto, quando la sera suona la chitarra seduta sulla spiaggia intorno ad un falò, con gli amici, li capita un fatto strano: rivolge lo sguardo alla luna e dentro di essa scorge il volto sorridente di Jolie. Lei, allora, smette di suonare e manda un bacio all'amica morta. Una volta, alcuni ragazzi li chiesero:
     - A chi mandi il bacio, Christiane? - Lei, allora, rispose:
     - A una mia amica, il suo nome era Jolie ma la chiamavano tutti la puttana santa. Non sparate sulla puttana santa, per favore!

    Taranto, 31 gennaio 2021. 

  • Come comincia:  Ambientalismo spicciolo
     Comune di Vicenza - Vietato dar da mangiare agli alberi: non hanno denti per masticare
      -Io porto a cacare il cane sempre nello stesso posto. - Anche io!
     Vaffanculo: città gemellata con "li mortacci tua"
     Frase in tivu' (da rai fiction): - Ma quale diritto! Veramente crede che il test del DNA possa creare dei diritti? Posso capire verso la legge, ma non sono certo i diritti legali che fanno un padre o un figlio! PS. D'accordissimo!!!!
     Ho sognato tanti numeri ad occhi aperti, stanotte: i numeri nascondono delle storie, proprio come le parole (le racchiudono); anzi, ogni numero porta con sé una storia, ed è come una scatola cinese: quando l'hai aperta ne trovi subito un'altra da aprire e poi ancora un'altra...
     Sono sempre stato molto tranquillo ma ho visto molte "cose"; ho lasciato presto la scuola perché non significava niente per me, volevo soltanto che mi accadesse qualcosa! (Jimi Hendrix)
    Una ragazza giovanissima ferma un signore di mezza età per strada e li chiede:
    - Vuoi fare l'amore con me? L'uomo risponde: - Quando? - La ragazza, ancora, fa: Anche subito, se ti va. Basta che c'é l'hai a portata di mano!
    Chiuso per ferie. Per preservativi e viagra rivolgersi al biciclettaio via dei Macci. Grazie.
    Chiuso per riposo mentale, cioè sto esaurit...c.vrimm aropp u ferragost!!! (cioé u'21) ciao, Nicola.
    Non rubare! Lo Stato non tollera la concorrenza.
    Quì chiavi in 5 minuti
    Pizzeria da Gino, consegne a domicilio. Anche se non avete un domicilio ci pensiamo noi, basta che ci fate sapere dove abitate.
    Col distanziamento sociale, la scorsa estate, ho prenotato un ombrellone a Gallipoli e me ne hanno dato uno a Rimini. PS. Chilometro più chilometro meno: all'incirca 800 chilometri!
    Dal Corriere della Romagna: "cane trova l'eroina e suona il clacson".
    Roma ai Romani, Anzio agli Anziani
    Ciao, bellissima Amelie! Come stai? A me andrebbe di incontrarti per fare l'amore con te. Che dici, possiamo scambiarci e-mail? Adesso ti mando un bacino. Fammi sapere, ok? PS. La mia mail, comunque, è questa:...porca puttana, non me la ricordo più! 
    Gli idraulici sono in agitazione: non hanno ben compreso alcune indicazioni del "decreto sturacessi"!
    Frasi romantiche
     Questo immenzo amore per te, sei sempre nel mio quore!
     Flavia se non ceri t'i avessero dovutta in vendare
     Ti proteggerò come proteggo il drink passando tra la gente in diskoteka!!!
     Come disse Napoleone a Waterloo: "gli Inglesi? Soltanto una questione di...feeling!". PS. L'esercito francese, il 18 giugno del 1815, sulla piana di Waterloo, località del Brabante Vallone belga, subì oltre 25000 perdite: una delle più grandi disfatte nella storia militare della Francia.
     Due amici si incontrano per strada. L'uno domanda all'altro:
     - Dimmi, come stai? Ti vedo strano, non è che sei un po' stressato, esaurito?  Quello risponde: - Io esaurito? Ma quando mai! E' solo il cervello che non mi funziona tanto bene in questo periodo!
     Annunci vari
     Fittasi monolocale fronte strada, (vascio), angolo cottura, parché nuovo, tivù al plasmon, wai fai, no criaturi, no cani&gatti cannibali, no nonni rattusi
     Svendo tutto e vado a Cuba
     Vendesi autentiche borse Luì Vitton perfettamente imitate (sono nostrane no Made in China o coreane)
    Cercasi moglie referenziata "milleusi", senza servizio sveglia incorporato; la preferenza verrà data a candidate con esperienza. No perditempo.
    Si prenotano torte pascquali: da mo fino a Natale. Lasciate numero, sarete richiamati (possibilmente prima di Pasqua...ma non è sicuro al 100%)
    Chi combra e spente un soma di euro 10,00 riceverà una bantiera in omaggio
    Cercasi rosticciere esperto, no zuzzus!
     Locali varie
    Trattoria "Pisciapiano gioia mia"
    Buone vacanze! Il Tè Mat resterà chiuso dal 23 al 38 luglio. Ci rivediamo martedì 39
    Aperti...per incendio!! Pizzeria Gino Sorbello, 80 posti nel vico!!!
    Il negozio riaprià il prima possibile, appena l'emergenza sarà finita. Coraggio, Dio ci ama! Pensa se je stavamo sul cazzo!!
    Abbi rispetto per il barista perchè neanche un water riesce a servire più di un culo alla volta
    Dal fruttivendolo=tutte le donne soprese a palpare la frutta subiranno lo stesso trattamento!!!
    Davanti a una serranda chiusa=non sostare senza di té
    Io non sono dipendente dell'alcool ma titolare
    La direzione valuta pagamenti in natura
    Ricchioni dal 1962
    Non abbiamo il wi-fi: parlate tra di voi!!
    Vengo subito: allora godi poco!
    La Figa (ristorante) - cucina mediterranea
    Super offerta del giorno= 1 pizza euro 1,50; 2 pizze euro 3; e addirittura 3 pizze euro 4,50
    Pesche appena pescate, pensa te se vendeva pure i cachi
    Chiuso per ferie dal 24 luglio. Ritorniamo quando abbiamoo finito i soldi, cioé il 27 luglio
    Bar=per evitare inutili discussioni, si avvisa la gentile clientela che nei cornetti vuoti non c'é niente...!!!
    Orari salvataggio in mare, mattino=10-13; pomeriggio=15-18
    Avviso ai signori ladri: io sparo!
    Domenica finita, località gemellata con Cazzo, domani è lunedì
    Varie ed affini
    Per favore non urinare sul portone del palazzo, quì ci vivono persone perbene! Fallo sulla banca quì di fronte!!
    Divieto di fermata per contrattare prestazioni sessuali (su tutto il territorio comunale)
    Muori educato: prima di andartene non sbattere la porta!
    Attenzione: pavimento corridoio sino ad arrivare ai wc pericolo di cunette e d'orsi
    Amore&dintorni
    Porta Elisa...l'ho portata, e adesso?
    Tra due (ex) fidanzati
     Lei: - Tu hai solo paura di amarmi!
     Lui: - No...non ti amo!!!
     Paese=Gnocca (vicino Porto Tolle)
     Nature&varie
    E' assolutamente vietato camminare sulla superficie del lago: potrebbe volersene a mare!
    Trentino - Valduga primo giorno da sindaco. Ecco gli impegni: rapina in negozio col coltello
     Sulla felicità...
     Ci vuole poco per essere felici: basta un niente!
     dal blog: Era meglio quando c'erano gli Squallor
     (voce del canale di destra)
    Signori e Signori buona sera, vi parliamo da una paese torrido come...l'Africa
    E' freddo come il Polo nord, siamo collegati con circa quaranta paesi, quelli che avete ascoltato sono alcuni schiaffi che il tecnico ha mollato al proprio dipendente. Siamo collegati dicevo con circa due paesi, l'Uganda per l'Uganda e il Giappone per il Giappone. Molte sono state le adesioni, per la Germania Est l'est, per la Germania Ovest l'ovest e il Polo sud Nord.
    Se sei d'accordo mi passerei la linea.
    Sì, sono d'accordo e sono sempre quì.
    Ed eccoli quì finalmente da lontano stanno arrivando...
    sì, non vorrei sbagliare,
    sono loro, i Maomettani. Ormai sono passati...i carciofi.
    I carciofi, come sapete è la materia prima di questo luogo che esporta carciofi
    quest'anno c'è stata una specie di carestia
    perché alcuni uccelli passando raso raso hanno incappato nelle punte dei carciofi
    e, i quali non sono cresciuti all'altezza giusta.
    Ed ora alcuni comunicati commerciali:
    "La tazza di caffé non va bevuta, va pisciata."
    "Scarpe ortopediche Velox."
    "Comprate il Vaticano. Il prete a casa vostra. Costruitevi il prete."
     "Mettetevi un dito in culo, e la vita vi sorriderà."
     Va declamando il saggio (ovvero: domandona da cento milioni di lire...pardon euro):
     "E' meglio un uovo oggi oppure una gallina domani?". PS. Come al solito, la risposta al quesito è abbastanza opinabile. Personalmente preferirei la gallina...trattasi sempre di soggetto di sesso femminile; tuttavia, non disdegnerei neanche l'uovo (purchè non sia sodo e sia rigorosamente biologico!).

    Taranto, 30 gennaio 2021. 
     

  • 27 gennaio alle ore 7:57
    Lettera ad un ex compagno di scuola

    Come comincia: Caro Renato, quella tua voce stentorea, offuscata da un affanno, che, come medico, so riconoscere, mi ha raggiunto, sere fa, dal vivavoce della mia auto, nel buio, senza luna, della discesa dalla valle del Noce, che scende a Scalea. Guidavo in quell’assenza di pensieri, che ti capita, quando decidi di concederti una breve vacanza. Il ritmo dello sterzo, per le continue curve, si accompagnava al suono del motore, richiamato dallo scalare delle marce, per ridurre la velocità, all’entrata delle curve. Le conifere, a tratti, erano come fantasmi, al lato della strada. Quel trillo…-“Sono Renato, ti ricordi di me?..”- Quel tonfo dell’anima, più sonoro e preoccupante di quello del cuore, che sappiamo. Non era la tua voce di ragazzo, che ho lasciato negli anni, eppure ho saputo riconoscerti, forse anche per quel tanto di accento ligure, che trapelava in quel tuo angoscioso ansimare.
    Scusa la grafia del computer, ma ti evito la decifrazione della mia calligrafia..
    Il tempo ci spaventa e noi spesso lo fermiamo nei ricordi. Così tu sei ancora per me, Renato, il bello incontestabile, che sviava su di se gli occhi di tutte le nostre compagne, al liceo. Quel volto abbronzato, attraversato da un sorriso gioioso. La tua figura, curata dallo sport, che a quei tempi era un lusso di famiglia. Avevi un modo così invitante di saper chiedere i compiti, da me già fatti. Una volta, affascinato dalle prime cuffie militari per radio, che mio padre aveva conservato dalla guerra, mi chiedesti di imprestartele. Non ritornarono mai più .Mi sembrò un gesto naturale di elegante distrazione. Non parliamo di quando ti esibivi al tennis, nei vari tornei. T’invidiavo, guardando il volto acceso delle nostre compagne. Quei commenti verso il tuo fisico. T’invidiavo i calzettoni candidi di marca, che a me, scendevano sempre, inesorabilmente. Le tue racchette poi, erano sculture inarrivabili. Le corde di budella, suonavano come violini, se ci passavi il palmo della mano, con eleganza, quando, a fine partita, tornavi tra noi. Sorseggiavi il Chinotto ghiacciato, alternando frasi e commenti a tutti noi, che mi sembravano d’irraggiungibile originalità. A volte ne ho copiato a mente, qualcuna di quelle frasi.
    Parlarti di me vorrebbe dire fare un riassunto della mia vita; passiamo oltre, gioie e dolori come tutti. Lavoro ancora. Il mio studio in Piazza della Sanità, uno dei rioni a rischio di Napoli ,mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza altrimenti impossibile. Scusami se, interrompendosi la comunicazione telefonica, non ho avuto il coraggio, all’arrivo, di ritelefonarti. Il tuo ansimare mi stava cancellando il tuo giovane sorriso e la nostra gioventù. Perdona il mio egoismo.

  • 22 gennaio alle ore 16:31
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’, in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto  potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sei stata solo mia, forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 22 gennaio alle ore 12:58
    Dolce&Gabbana

    Come comincia: Amo Portofino. Ogni volta che ritorno in Liguria, prendo il treno da Genova e scendo a Santa Margherita. Poi, percorro a piedi la stretta litoranea, che porta a Portofino. In macchina o in bus sarebbe un reato. Sono passi paradisiaci, di colori, di profumi, di ricordi. Ma l'euforia delle endorfine, che il nostro cervello scatena alla visione del bello, cancella ogni fatica. Povera madre, convalescente da una colonstomia per un cancraccio da due, tre mesi, la percorse con me, costretta, a braccetto, vivendo vita vera. Non me ne pento. Si cammina al suono del frangersi delle onde dabbasso. L’occhio si stende in un azzurro confuso di mare e cielo. Vele invidiate, sono macchie candide. Il verde mediterraneo di contorti pini è quasi un tetto che ti profuma e ti dà macchie d’ombra. Giunto a Portofino, subito a comprare la fugassa in un negozietto fermo nel tempo: scelgo quella sbrodolante d’olio d’oliva che scende tra le dita. Incontro l’odore di mare, di porticciolo. Turisti in sindrome stendhaliana vagano guardando a caso, altri si attardano nelle boutiques di nome. Subito dopo amo alzarmi, a volo d'uccello, sino al castello Brown, uno stretto sentiero tra cancelli e inferriate di ville superbe, che hanno i nomi sottaciuti dei nostri ricchi, imprenditori, politici e attori. La vista è unica. Tra fiori, l'azzurro del mare, violento, quasi una macchia indelebile. Ricordo che mi colpirono, in bilico, su di un dirupo, aldilà dei cancelli di una lussuosa villa, due sdraio da giardino, dalle tele eccentriche, affiancate, strette come da un sentimento.  Erano sospese su di un panorama unico. Un precipizio da estasi.
    "Chi sarà mai questa coppia d'innamorati, così fortunata e doverosamente felice, da potersi unire in questa bellezza?" Dissi a mezza voce.
    "Dolce e Gabbana!" Mi rispose un ragazzetto di passaggio, ammiccando un mezzo sorriso.

  • 22 gennaio alle ore 10:38
    Il tornado e il ventaglio

    Come comincia: Sedersi sulla panchina di Piazza Sanità è un lusso da medico in pensione. La vita da seduti è ben diversa. Ti accorgi del sole, del suo calore, di chi ti circonda. Dalla cantina cingalese arriva l'odore intenso del cumino a evidenziare i nuovi abitanti della Sanità. Salvatore Oliva prepara la pasta per le prime pizze del mezzogiorno. Lo vedo attraverso la vetrata. Il traffico è intenso, vario. Marianella si è venuta a sedere accanto a me. Ha posato la borsa della spesa.
    - Marì, è da tempo che non ti vedevo.-
    – Sono stata da mia sorella, a Miami. -
    – In questi giorni? Ti sei presa l'uragano-
    – Eccome, dottò! .-
    Il sole di mezzogiorno si fa sentire. Marianella ha preso dalla borsa un ventaglio e ha iniziato un lento ritmo della mano.
    – Quanto è durato, Marì?-
    – Tre giorni, tre giorni d'inferno. Io sono claustrofobica e ho pensato di morire. Tutto chiuso. Finestre oscurate da tavole inchiodate all'esterno. Mancava la luce. Buio nero, buio. Quindi niente frigorifero, aria condizionata, telefono, tv, radio e possibilità di ricaricare il telefonino. Una vera tomba -
    – Che vedevi? Che sentivi?
    – Attraverso piccole fessure, vedevo dei rami sbattuti dal vento. Nient'altro. Un boato incessante. Una pressione esterna sulle strutture di cemento. Una vibrazione continua, che si trasmetteva a tutto, anche ai nostri corpi.
    – Ma la sensazione più forte, qual'è stata?-
    – Il caldo. La mancanza di condizionatori e non poter aprire le finestre. Sarebbe esploso tutto. Chiusi in una bolla di calore, che aumentava via via. Il non poter avere informazioni dall'esterno è un'esperienza tremenda. Quando sarebbe finito? -
    – Che cosa ti ha aiutato? Quale pensiero?-
    – Vedete questo ventaglio? E' stato lui a salvarmi dal soffocare. Mi ha aiutato, per tutti e tre giorni. Mi ha salvato la vita.

  • 20 gennaio alle ore 16:18
    Piazza Garubaldi - La Stazione - Napoli

    Come comincia: Fa parte delle mie passeggiate serali. " Vado in Africa", mi dico, chiudendo la porta, e, subito, sono sul piazzale della ex Pretura, dove stupendi ex schiavi neri, con pettorine colorate delle due squadre in lizza, giocano una partita al pallone. Al termine, saranno sostituiti da giocatori di baseball, con le loro mazze. Rari bianchi, sogguardano distratti, dalle loro motorette. Bionde extracomunitarie, di tutte le età, dai vestiti impossibili, bevono birra e addentano un panino, parlando tra loro, sedute dove trovano. Le aiuole, oltre all’immondizia di giorni, hanno i bagliori multicolori di vetri rotti. C’è odore di urina nell’aria. I rom sono più avanti; ti lasciano un niente di marciapiede: braccialetti, chincaglieria infima, femminile, che trova ancora sguardi e mani a rovistare. Eccola, Piazza Garibaldi: se non fosse per la statua di Garibaldi, atemporale, incongrua, scorgeresti un grande catino di ingombri rumorosi. Il telaio di pali dell’architetto Domenique Perraul sembra un’eruzione di freddi acciai, da una voragine del terreno. Promette una nuova stazione europea, a crederci. Le luci di S. Martino, lassù, placano le ansie. Ora si cammina: il marciapiede di sinistra, guardando la stazione, è l’estero in casa. Hotel grondanti di neri. Valige e parabole satellitari ingombrano balconi. L’abbigliamento è vario: dal senegalese a quello di Harlem. Il Mc Donald's è loro. Se c’entri, ti senti in imbarazzo. Bancarelle improvvisate vendono le stesse cose, con monotonia esasperante. Un occhio ai vigili, che spesso girano al largo. Eleganti magnacci, dal passo felpato, alla Obama, si portano dietro puttane, dal corpo felino. Hanno collari d’oro, come ricchi mastini. I cinesi, piccoli e minuti, non si fermano. Hanno da lavorare, loro. Basta un attraversamento ed è Turchia: gli stessi profumi, gli stessi aromi, che sbucano da bettole luminose. Le note musicali sono orientali. Baffi e barbe scure, camicie, a volte candide, ti riportano sul ponte di Galata, a Istanbul. Rari, operosi, ma non progrediti, con i tempi, napoletani, tentano di coinvolgerti al gioco dei tre campanellini, avvolti da una piccola corte di attori improvvisati. Possibile – ti chiedi - che gl’imbecilli si riproducano sempre? La Feltrinelli laggiù, mi attende, linda di specchi serali, rigorosamente incoerente con la cultura che la circonda. Quasi un tentativo di missione, la sua.

  • Come comincia:  Il peggior piazzato nel Derby, tra loro, fu Hansel che a Churchill Downs in maggio era stato 10°. Ad onor del vero, tuttavia, è da dire che altri due cavalli (Man O' War, nel 1920, e Pillory, due stagioni dopo) riuscirono a siglare la doppietta ma entrambi non avevano preso il via nel Derby. Man O'War nel 1920 (senza dubbio la sua stagione "monstre", in tutto e per tutto!) restò imbattuto su undici corse disputate (tra di esse una epica match-race con Sir Barton, autore della triple l'anno prima, distanziato di sette lunghezze a Windsor, Ontario, Canada, nella Kenilworth Park Gold Cup), mentre in otto di esse siglò il nuovo record mondiale, nazionale o della pista. Il 4 settembre di quell'anno, sul traguardo delle Lawrence Realization Stakes (una delle più antiche e prestigiose corse americane, la cui prima edizione risale al 1889), a Belmont Park in New York, montato da Clarence Kummer (fantino inserito, in seguito, a sua volta, nella Hall of Fame), portò a termine una delle più epiche imprese mai realizzate nella storia quasi trecentenaria delle corse, trionfando con un margine di ben cento lunghezze sul secondo (il noto giornalista sportivo Joe Palmer, come riportato su americanclassicpedigrees.com, riteneva che il margine fosse vicino alle duecento lunghezze!): il più ampio di sempre ottenuto da un cavallo in una vittoria ufficiale per qualsiasi gara americana. Ancora oggi, questo splendido e potente baio che nel pieno della maturità raggiunse le 16,2 spanne (Charles Hatton, del Daily Racing Form, riteneva tuttavia che ne misurasse 17 nel punto più alto dei fianchi), ed aveva ossa, gambe, piedi e muscolatura impareggiabile, quasi...perfetto, è considerato il più forte cavallo americano di sempre: la prima volta avvenne nel dicembre del 1999, quando un gruppo di esperti e giornalisti convocato da The Blood-Horse, Sports Illustrated e Associated Press lo dichiarò tale (alle sue spalle si piazzarono, in quella sorta di referendum, nell'ordine, Secretariat eppoi, ex-aequo, Native Dancer e Citation). Gli esperti britannici John Randall e Tony Morris, invece, nel loro libro "A Century of Champions", lo pongono al settimo posto tra i più forti cavalli nordamericani di questo secolo. Possedeva un pedigree coi fiocchi, principalmente di stampo britannico: suo nonno materno (Rock Sand), aveva portato a termine la triplice inglese nel 1902; un bisnonno paterno (Bend Or) e due bisnonni materni (Sainfoin e Merry Hampton), avevano trionfato nel Derby di Epsom rispettivamente nel 1880, 1890 e 1887; infine, un suo discendente, West Australian, era stato il primo assoluto vincitore della triplice inglese nel 1853. Non di meno, tuttavia, anche la sua attività stalloniera e, conseguentemente, la sua progenie, furono di prim'ordine: figliò 219 vincitori di corse su 381 monte (57,4%) e l'erede suo più noto fu senza dubbio quel War Admiral che nel' 37 diverrà il quarto "triplettista" della storia. Fu messo a riposo quando era ventiseienne, in seguito ad un infarto. Morì nel novembre del 1947 ed i suoi resti vennero seppelliti nel Kentucky Horse Park di Lexington, in cui egli dimora coi suoi figli War Admiral e War Relic, ed al cui ingresso è posta una statua bronzea, eretta in suo onore, che lo raffigura. Native Dancer fu un'altro famoso nonché sfortunato "doubler". Questo splendido cavallo grigio vide la luce nel marzo del 1950 alla Scott Farm di Lexington, Kentucky, da Polynesian (stallone del 1942, il quale a tre anni aveva vinto le Preakness montato da Wayne D. Wright, fantino dell'Idaho morto nel 2003) e Geisha (figlia di Discovery, che fu Horse of the Year nel 1935 ed è classificato 37°, dagli esperti messi assieme da The Blood-Horse, tra i 100 migliori cavalli americani del XX°secolo). Era animale davvero imponente visto che nella sua maturità arrivò a misurare 16,3 spanne: la spanna è antica unità di misura la quale, in pratica, corrisponde alla distanza intercorrente tra il pollice ed il mignolo nel palmo della mano, tenuto aperto, di un'adulto (all'incirca essa misura una ventina di centimetri). Con Northern Dancer aveva un rapporto di stretta affinità e comunione... invero familiare parentela: nonno materno, infatti (per parte di Natalma), del baio canadese, era - tra l'altro - bisnonno di Nijinsky. Non ebbe di certo un buon carattere e neanche tanto facile da gestire ("nasty animal", lo definirono gli americani!), ma era una vera e propria macchina da guerra, meravigliosa forza naturale...delle corse: ossia, fatto a misura di cavallo per loro! In carriera ne disputò ventidue, vincendole tutte tranne una, la più importante probabilmente: il Derby del 1953. Al proposito, Brian Zipse, che fu editore di Horse Racing Nation dal 2010 al 2017 oltre ad essere grande appassionato e conoscitore di cavalli e corse negli Stati Uniti, scrisse così alcuni anni orsono: "sfortunatamente per lui la sconfitta è arrivata nel Kentucky Derby, poiché The Grey Ghost (così soprannominato Native, per via del colore del suo manto e del fatto che fosse stata la prima star televisiva tra i cavalli: quell'anno, infatti, la NBC trasmise in diretta, su tutto il territorio nazionale, dapprima le Wood Memorial Stakes, importantissimo gruppo uno che si corre in aprile all'Aqueduct Race Track di Ozone Park, nel Queens a New York, che lo videro trionfare, eppoi il Derby in cui giunse secondo), guadagnava ad ogni passo ma poi è arrivato all'improvviso, da dietro, un cavallo veloce, Dark Star. Un salto lontano da un imbattuto campione della Triple Crown, ma ahimé, non doveva essere così per uno dei cavalli preferiti d'America". Dark Star, infatti, avendo doti di grande finisseur (dotato, cioé, di veloci finali), superò Native proprio in dirittura d'arrivo, sopravanzandolo (grazie anche alla monta decisa di Henry Moreno) d'una corta testa sul traguardo. Dark fu un cavallo sfortunato: la sua carriera, che sembrava promettere tanto, si interruppe di colpo a causa di un grave infortunio tendineo occorsogli proprio sul traguardo delle Preakness del' 53, che videro Native trionfare dopo la battuta d'arresto a Churchill Downs. Tuttavia, il suo allevatore, Warner L. Jones, della Hermitage Farm di Goshen, New York (il cavallo era stato acquistato per errore nel 1951, alle aste estive degli yearlings a Keeneland, Lexington, Kentucky, all'esiguo prezzo di seimilacinquecento dollari!), ebbe miglior sorte: diventerà, nel corso del tempo, il primo in assoluto degli Stati Uniti a vincere in carriera Derby, Kentucky Oaks (Nancy Junior, nel 1967) e Breeders' Cup (Is It True, nello Juvenile dell'88). Il cavallo, tuttavia aveva un pedigree di prim'ordine (figlio di quel Royal Gem II°, campione australiano e vincitore in patria, tra il 1945 e il 1948, di ben nove gruppi uno tra cui la Caulfield Cup del'46) ed ebbe anche un'ottima carriera in razza: nelle sue 309 monte figliò 209 vincitori (67,6%) e 26 vincitori di stakes graduate (8,4%). Zipse inserisce Native Dancer al nono posto nella sua personale classifica all-times dei 25 cavalli nordamericani più forti in assoluto, preceduto - nell'ordine - da: Man O' War, Secretariat, Citation, Dr. Fager, Spectacular Bid, Kelso, Count Fleet e Seattle Slew. Nel Derby perduto, Native fu montato da Eric Guerin: la carriera di questo fantino della Louisiana (era nato nel 1924, vicino Baton Rouge) fu legata a filo doppio (o doppiamente arrotolata intorno ad essa!) a quella del cavallo del Kentucky. Egli è stato - con ogni probabilità ed a causa di quello, probabilmente - uno dei jockeys più sottovalutati nella storia del galoppo statunitense (se non il maggiore in assoluto). Non a caso, infatti, viene ricordato innanzi ad ogni cosa per la sconfitta subita cavalcandolo nel Derby del 1953, piuttosto che per aver vinto quella corsa al suo primo tentativo: era accaduto sei anni prima quando montò Jet Pilot e lo aveva con maestria portato al successo - lui, ventitreenne e fresco ancora della gavetta fatta come stalliere presso la scuderia di un suo cugino all'ippodromo di New Orleans - di una corta testa su Phalanx, guidato da quel Eddie Arcaro, già famosissimo e idolo delle corse. Quella edizione del Derby (la settantatreesima) fu una delle più entusiasmanti della decade, anche a causa - e per merito - di quel duello tra cavalieri e cavalli, seguita da oltre centoventicinquemila spettatori (una delle più alte affluenze della storia, a Churchill Downs). Così scrisse, domenica 4 maggio, Frank B. Ward, redattore capo ed inviato al seguito della corsa, a proposito di quel giorno, sulle colonne del quotidiano dell'Ohio Youngstown Vindicator: "  La colpa di quanto accaduto, nel corso della sua carriera, fu di quella macchia - unica in assoluto -, quasi un'onta per il pubblico e per gli appassionati delle corse: soprattutto, però, a causa delle aspettative che la tivù aveva creato attorno ad esse. Quell'anno, infatti, naccquero le dirette televisive in America e i fans non perdonarono alla coppia Native Dancer-Guerin la sconfitta di Churchill Downs. Il 1953, Derby a parte, fu una "cavalcata trionfale" per entrambi: dopo aver perso la corsa clou della stagione, si impose tanto nelle Preakness, quanto nelle Belmont...

  • 13 gennaio alle ore 21:27
    Al caldo è meglio! (insomnia)

    Come comincia:  Faceva freddo quella notte; Sam, però, quasi mai se n'accorgeva o forse - chissà - le sue ossa non ci facevano più caso. Aveva girato tutti i bar della città, oramai non sapeva dove andare...come tutte le notti d'ogni santo giorno dell'anno: in compagnia della bottiglia e di un bicchiere (a volte), insieme ad altri disperati come lui che non hanno domani, sono senza una meta e non sanno neanche di essere ancora al mondo. Era stato anche al "Papillon", una pensione di terz'ordine sulla settima - al quartiere francese - dove affittano stanze ad ore: ci andava spesso; un intermezzo tra un bar e...l'altro; un'ancora di salvezza all'interno del suo girovagare in cerca di nulla. Lì aveva avuto una sveltina con una puttana di colore: l'aveva pagata dopo, quella volta lo fece (di solito non avviene a quel modo: lui saldava tutto prima, compreso il compenso al portiere di notte!), lasciandogli anche venti dollari extra; eppoi li dette un bacino sulla bocca prima d'andar via (anche quello era un suo modo di fare: di un ubriacone si, di un puttaniere, di un fallito ma, in fondo...ancora, a suo modo, egli aveva un pizzico di dignità e di dolcezza dentro di sé che ti permette di restare a galla seppur intorpidito). Tutto sporco di rossetto si ritrovò di nuovo sulla strada e...ne approfittò, così, per scolarsi mezza bottiglia di Chivas: lo fece nature, tenendola per metà dentro un sacchetto di carta marrone. Era quasi alba e mentre camminava, ad un certo momento, si fermò. Un attimo soltanto: decise di tornare a casa, per restare sveglio. Pensò dentro di sé...in fondo, nonostante tutto, al caldo è meglio!

    Taranto, 13 gennaio 2021.

     

  • 08 gennaio alle ore 10:02
    SESSO FANCIULLESCO

    Come comincia: Non risponde a verità che il sesso sia di pertinenza solo dei maggiori di età, quanto di seguito riportato ne comproverà la teoria. Tiziana, viterbese di nascita e di residenza non poteva annoverarsi fra la persone fortunate, suo marito Omero era deceduto per un ictus in età giovanile, da casalinga si vide persa. Per sua fortuna le venne  in aiuto  sua sorella Serena che risiedeva a Roma ed insegnava materie letterarie all’Istituto Centro Modica in via Appia, era vicino alla sua abitazione di piazza Ragusa. Leonardo, dodicenne figlio di Tiziana era stato iscritto alla prima media di quella scuola, andava insieme alla zia alle lezioni  ma non nella stessa classe.  Come rendimento scolastico era un disastro, non era attento in aula, disturbava gli altri alunni, a casa non studiava insomma un pessimo elemento. Uno psicologo amico di Serena aveva interpretato  l’atteggiamento del giovane al fatto che era stato ‘estirpato’ dal suo ambiente, a Roma non aveva amici né poteva contare su insegnamenti dello zio Teodoro marito di Serena che non faceva onore del suo nome. Di mestiere puttaniere, ricco di famiglia cercava sempre di ‘farsi’ tutte le pulselle che gli capitavano a tiro. Serena l’aveva conosciuto all’Università, lo aveva  sposato perché a suo tempo  non aveva un posto di lavoro. Abituatasi al comportamento del marito aveva deciso di ignorare le sue avventure d'altronde ormai non aveva quasi più rapporti sessuali con lui, era stata costretta a passar sopra al fatto che Teodoro fin da subito aveva corteggiato ed infine aveva superato le resistenze di Tiziana, si era ‘fatto’ pure la cognata con l’assenso della sorella, meglio una di famiglia che…Un amico di Teodoro aveva avanzato l’ipotesi che il suo non avere figli poteva dipendere da lui e non dalla moglie. Punto sul vivo il signore era andato in un laboratorio di analisi ed aveva sottoposto ad esame il suo sperma. Nel frattempo era dovuto correre a casa di un suo contadino che era rimasto ferito sotto un trattore ribaltatosi. L’analisi dello sperma era negativo, Teodoro era sterile. Un lampo di genio, Serena andò a trovare in ufficio il titolare del laboratorio, gli chiese di falsificare il certificato facendo risultare suo marito perfettamente in grado di generare trattenendo il certificato originale. Dopo molti tentennamenti il dottor Pigliapoco si fece convincere anche e soprattutto dopo aver incassato due biglietti da cinquecento Euro, non aveva pigliato poco! Chi disse che le donne sono diaboliche ci aveva proprio azzeccato, qual’era il disegno di Serena? Sputtanare qualche signora o signorina che avesse voluto incastrare suo marito con una paternità a lui attribuibile. Ora il problema da risolvere era il comportamento scolastico di Leonardo, il Preside della Scuola, esasperato dal comportamento del giovane voleva sospenderlo dalle lezioni, la madre non era in grado di sistemare la situazione, Serena pensò bene di prendere in mano la situazione, lo prese da parte e: “Leo capisci che così non puoi andare avanti, alla tua età è presto per cercare un lavoro e poi hai solo la licenza elementare, ti faccio una promessa, se metterai la testa a posto dopo quindici giorni o meglio una settimana ti farò un regalo che ti sia gradito, una bici, un motorino, insomma puoi scegliere tu.” Quella promessa della zia fece cambiare completamente il comportamento del ragazzo, dal giorno successivo a scuola era diventato  attento alle lezioni, non disturbava i compagni di classe, faceva domande al professore di turno circa la lezione spiegata, era diventato uno studente modello con gioia e meraviglia degli insegnanti. Non usciva di casa, il pomeriggio lo passava ‘sui libri’, non era più sgarbato con la madre, era sempre sorridente la qualcosa meravigliò e fece insospettire la zia, c’era sotto il suo comportamento che lei non riusciva a comprendere sin quando una sabato pomeriggio mentre il giovane studiava nella sua stanza si fece viva Serena: “Or che bravo sei stato puoi chiedere il regalo che vuoi fatto. Ho copiato una frase del ‘Carosello’ una trasmissione pubblicitaria della R.A.I. che in passato, per fare la reclame di una lavatrice recitava: ‘Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato? Risposta: il bucato in casa c’è chi lo fa meglio di te ed a lei dico grazie…’ e la voce in sottofondo specificava  anche il nome della marca della lavatrice, sentiamo ora quale regalo vuoi fatto.” “Cara zietta un regalo molto particolare….che non ti costerà nulla in soldi.” A Serena venne un sospetto che presto si tramutò in realtà. “Zia vorrei baciare una tua tetta.” Serena cercò di ‘buttarla’ sul ridire: “Non sei più un bambino che viene allattato dalla madre.” “Zia fai finta di non capire, non sono più un neonato, cerca di accontentarmi, lo desidero tanto.” Serena uscì dalla stanza di Leo sconcertata, non si aspettava quella richiesta, ne fece partecipe la sorella che nell’ascoltare quanto richiesto dal figlio ebbe una reazione istintiva: ”Vado di là e lo prendo a schiaffoni!” “Cerca di ragionare, se Leo è cambiato è per merito mio che gli ho promesso un regalo, non vorrai che riprenda il comportamento di prima, vuol dire che…” “Caro ho pensato molto a quanto mi hai chiesto, capisci che è qualcosa fuori del normale, ti accontenterò, Teodoro è fuori Roma, ci possiamo incontrare stasera dopo cena.”A tavola Leonardo non fece onore a quanto cucinato dalla madre, la zia cercò di essere brillante scherzando con sua sorella chiedendole se Teodoro ci avesse provato ancora con lei. “Deve avere qualcuna nuova di zecca, è da quindici giorni che non si fa vivo.” Leonardo ebbe la conferma che fra sua madre e lo zio…non gli importò gran che. “Cara sorella, andrò in camera di tuo figlio per ripassare una lezione, buona notte.” “Buona notte a voi due…” Serena era in vestaglia senza reggiseno ma con gli slip, andò in bagno per lavare i gioielli, Leo la seguì ‘armato’ sino ai denti il che fece dire a Serena: “Cavolo nemmeno mio marito…” Il ragazzo avrebbe voluto fare della zia un’amante ma ebbe un chi va là. “Mi hai chiesto di baciare una tetta, qui ne hai due a disposizione, col tempo…” Leonardo, intelligente di suo, divenne uno dei migliori alunni dell’istituto, alla festa di fine anno scolastico risultò il terzo in ordine di bravura. L’andamento della casa di Serena era diventato una routine, Teodoro ad un certo punto fu costretto ad abbandonare le sue abitudini sessuali, il suo ‘ciccio’ non rispondeva più ai suoi desiderata. Leonardo era riuscito a conquistare le grazie della zia, con i soldi dello zio si comprò prima una moto Ducati Monster e poi una Peugeot 308 con cui scarrozzava per Roma mamma e zia sino a quando: “Gentili signore, questa è Lucilla mia compagna di Università, è brava  in tutto… vorrei solo che le insegnaste l’arte culinaria, per dove è piuttosto scarsa, per il resto…