username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 3 ore fa e 8 minuti fa
    Mondo è stato e mondo sarà

    Come comincia: In via Vattelapesca n.0 non era solo questione di tirchieria a causa della quale si procedeva a suon di truffe (e la cosa era considerata normale). 
    Non era solo questione di avidità per la quale almeno due o tre nel condominio credevano di avere diritto sulla proprietà del padre di Liliana e poi sulla proprietà di Liliana. 
    A capo di meno di due anni, Liliana lì dentro si sentiva come il figlio del Re nella parabola del Re e dei vignaioli disonesti: dopo aver mandato i servi, i segretari a riscuotere il dovuto e dopo che questi erano stati cacciati dai vignaioli disonesti a suon di sassate, il Re mandò suo figlio (avranno rispetto per mio figlio, pensò il Re); i servi, vedendo il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra; e così fecero.
    E Liliana pensava: "Ma mio padre cosa credeva: non hanno avuto rispetto per lui, avrebbero avuto rispetto per me?"
    Non era solo questione di invidia se l'appartamento o i mobili erano belli (anche se i loro magari erano più belli o più preziosi o più comodi).
    Liliana rilevò un'altra verità quando lo zio Casoria si presentò all'ospedale dove il fratello maggiore, il padre di Liliana, doveva essere operato di urgenza una seconda volta nel giro di tre mesi. 
    Liliana rilevò che lo stato dello zio Casoria non era di ansia o preoccupazione. No. Lo zio Casoria era eccitato.
    "Questo è stato mandato qui dalla moglie per avere notizie fresche e magari essere il primo a riportare la ferale notizia."
    Ed a Liliana tornò in mente quando si era operata lei undici anni prima. Era stata in ospedale un mese in attesa dell'intervento e nessuno era venuto a trovarla, mentre il giorno dell'intervento, dopo l'intervento apre gli occhi nel suo letto nel reparto, ancora mezzo addormentata e con la ferita che le faceva male, e vede Dorina, la figlia maggiore di zio Casoria, e Leopoldo, figlio maggiore dello zio Giulio. Liliana accennò un sorriso, fece un cenno con la mano, poi riadagiò la testa sul cuscino e si riaddormentò. Non prima però di avere visto la smorfia sul volto di Leopoldo che avrebbe voluto essere un sorriso di solidarietà e di incoraggiamento. Sì, Liliana si riaddormentò, ma non prima di aver pensato: "Ma guarda questi! E' un mese che sono qui e questi si presentano il giorno dell'intervento?".
    Adesso Liliana credette di capire: erano stati mandati dalla madre di Dorina a vedere come era la situazione non per partecipazione e solidarietà, ma per mero e puro pettegolezzo. Mera e pura mania di impicciarsi, di dover sempre sapere i fatti degli altri.
    Comunque l'intervento del padre di Liliana riuscì e lo zio Casoria ed i suoi accoliti rimasero con un palmo di naso.
    Ma quella vittoria di Liliana fu solo una vittoria di Pirro.
    Sì. Perché quella vittoria Liliana la considerava un suo successo.
    Quando il padre era stato ricoverato d'urgenza a distanza di tre mesi da un precedente intervento, Liliana aveva fatto la spola per tre giorni tra due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa fosse meglio fare. Aveva sfondato porte, aveva costretto un impiegato a fare e consegnarle immediatamente la copia di una cartella clinica (e non tra una settimana), aveva interrogato caposale e primari. E si era calmata solo quando il padre si lasciò convincere a cambiare ospedale.
    Ma quello fu l'ultimo successo di Liliana.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", fu piantato il germe per insinuare il dubbio in se stessa, la paura e farla diventare una criminale. 
    Una criminale, come e peggio degli altri membri della famiglia.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", l'altro fratello, appena arrivato, di sabato, da quattro giorni che il padre era in ospedale, si volta verso di lei e fa: "Se papà muore è colpa tua". Una mazzata.
    Ed il giorno dopo, domenica pomeriggio, l'aggredisce verbalmente e fisicamente.
    E così fu piantato il germe perché Liliana un anno dopo abbandonasse il fratello che l'amava, il fratello che si fidava di lei nelle mani dell'altro fratello che si riteneva (e si ritiene) l'unico in gamba della famiglia ed il detentore della verità.
    Ma questa è un'altra storia.
    Passarono altri tre anni, quattro anni ed i vicini di Liliana si avventarono con ferocia su Liliana ed il marito di Liliana, a suon di lettere di insulti e calunnie, a suon di citazioni per richiedere pochi spiccioli sulla base solo delle loro menzogne ed omertà solidali.
    E Liliana capì che il problema non era solo che il padre aveva abituato i fratelli (e poi gli estranei che avevano comprato gli appartamenti che alcuni dei fratelli avevano venduto) al fatto che lui da solo pagasse tutte le spese. E questo era stato un grosso errore di affetto (o di quieto vivere) da parte del padre di Liliana: poi i bambini crescono viziati e quella che era una gentile concessione per loro diventa un diritto.
    Quindi, dicevamo, non era solo questione di truffe per mantenere in piedi la tradizione che uno solo pagava le spese condominiali per tutti.
    Non c'era solo l'invidia e la bramosia per le cose degli altri.
    C'era qualcosa di più.
    Da parte di zio Casoria, c'era l'invidia per la posizione ed il rispetto sociale di cui godeva il padre di Liliana.
    E da parte del neo-arrivato, c'era la voglia di rivalsa del villano rifatto contro il signore di un tempo. Quello che una volta era del signore del luogo, ora doveva essere suo.
    E Liliana comincia a dare segni di cedimento.
    Per poi crollare quando quei signori fanno quello che lei non aveva mai fatto.
    Liliana non aveva mai detto al padre che lo zio Casoria le aveva presentato un preventivo fasullo per sgraffignarle 600 euro.
    Che il cugino Leopoldo aveva millantato l'esistenza di una fattura inesistente.
    Che il neo-arrivato aveva preteso che a pochi mesi dai fantomatici lavori aveva di nuovo dei problemi.
    Che lo zio Casoria non pagava fisicamente le rate condominiali.
    Che lo zio Casoria vessava il marito di Liliana.
    Che il neo-arrivato, geloso delle cose belle in casa di Liliana, aveva minacciato, accomodatosi in casa di Liliana, di buttare a terra gli oggetti che c’erano sul tavolo.
    Che i vicini avevano firmato tutti insieme una lettera di calunnie ed insulti contro di lei ed il marito.
    Che lo zio Casoria aveva citato il marito di Liliana per chiedere 58 euro.
    Che ...
    E quei signori vedendo che né Liliana né il padre di Liliana (e come avrebbe potuto? non sapeva niente!) erano toccati da tutto quello stillicidio di persecuzioni, pensarono bene di far sapere loro personalmente tutto al padre ed all'altro fratello di Liliana. 
    Oltre che raccontare le loro menzogne ai loro conoscenti.
    E Liliana dovette vedere l'altro fratello prendere le parti dei suoi avversari.
    E Liliana dovette vedere conoscenti comuni che ammiccavano o facevano finta di non vederli.
    Liliana avrebbe dovuto continuare ad essere intelligente ed ignorarli. Quelle persone contavano qualcosa per lei? Che se ne importava Liliana se una nota farmacista di Salerno, conoscenza comune, strabuzzava gli occhi quando li vedeva? Erano mai state veramente amiche? No, ed allora?
    Già, ma altri tradimenti facevano male. E Liliana avrebbe dovuto capire da questo quanto quelle persone valevano e quindi quanta importanza dare loro.
    Una parente di zio Casoria non era andata a riferire quello che lo zio Casoria diceva di loro alla madre di Liliana commentando: "Ma io lo conosco al marito di tua figlia, siamo colleghi (e questo zio Casoria non lo sapeva): non è mica come dice lui!"?
    Ma Liliana cede e cedendo fa il loro gioco permettendo loro di ottenere un successo insperato.
     
     

  • 04 dicembre alle ore 11:23
    Un amore, una coppia, una famiglia normale

    Come comincia: Stanotte non son riuscito a chiudere occhio e allora che faccio a un'ora così insolita per me di scrivere? Non so perché (forse perché sono solo per la solita assenza bisettimanale di Jessica che da maggio scorso ha ripreso gli studi universitari e dopo aver conseguito la laurea triennale va avanti adesso per la specializzazione), più che scrivere poesie o riflessioni su quel ch'era stato il mio amore per mia moglie e viceversa, mi va invece di scrivere sul tipo di rapporto che da 30 anni vivevamo. Intanto faccio presente che nè io nè lei tantomeno mia figlia, eravamo soliti raccontare le nostre cose di famiglia (come tante altre coppie sposate e non), insomma, da questo punto di vista, eravamo molto riservati e quindi in questo momento voglio essere, diciamo, proprio "pubblico". È anche forse un modo per "scaricare" un po' di tristezza, dispiacere che ormai, anche come le descrivo nei miei scritti, non mi abbandonano e non riesco, con tutti gli sforzi che faccio, ad allontanarli se non in presenza di mia figlia, così da non incupirla (più di quanto lo sia già) condizionandole il prosieguo degli studi (in effetti agendo così lei s'è applicata con buon profitto laureandosi il luglio scorso). Il rapporto con mia moglie era ottimo e ci amavamo molto, anche se qualche volta ci sono state delle incomprensioni che poi abbiamo allontanato dimostrando a noi stessi, ai parenti ed a tutti quelli a noi vicini, che se c'è "vero" amore, tutto quello che può nascere, o per un motivo o per un altro, a far crollare un castello ben costruito anche con sacrifici, si farà di tutto per combatterlo e sconfiggerlo e quindi mantenere il rapporto...costi quel che costi. Dicevo che ci amavamo molto e lei mi amava sicuramente più di quanto la amassi io e questo lei l'ha sempre dimostrato ma soprattutto in occasione dell'incidente quasi mortale occorsomi e, sebbene in corso vi era un'incomprensione, lei mi stette vicino in modo così amorevole che di più non si sarebbe potuto, sobbarcandosi da sola tutto quello che un uomo avrebbe dovuto sobbarcarsi e cioè, per esempio, gli innumerevoli viaggi in auto per le visite sia per Catanzaro, dov'ero stato ricoverato che per Reggio Calabria (essendo io logicamente impossibilitato a guidare) o pernottare, sempre da sola, in albergo per 12 giorni ed un anno e mezzo e poi altri sette mesi a somministrarmi i medicinali terapeutici durante la convalescenza, senza mai disobbligarsi dai suoi doveri di casalinga e tant'altro. Quindi lei non solo dimostrò di nutrire un amore incommensurabile per me ma dimostrandosi anche una donna seria e affabile quanto forte e decisa lavorando in quei 13 anni di Sondrio come impiegata per il Comune, Provincia e Regione accudendo nello stesso tempo Jessica, allora appena nata, me e la casa, con annessi e connessi. Si sa che il valore di un qualcosa lo si capisce quando questo ti viene a mancare ma, quando questo succede soprattutto con la persona che si ama, si capisce ovviamente di più poiché non si tratta, non so, di un anello o qualsivoglia monile o un abbigliamento o magari un veicolo a cui ci tieni molto per vari motivi, ma ti viene a mancare la persona con la quale si è scelto per viverci insieme, nel bene e nel male e nella salute e nella malattia. Ti manca di questa persona tutto e, come ho detto a quanti me lo chiedono e me lo chiederanno, la sua mancanza, in verità la sento e la sentirò, finché vivrò, più di quanto abbia sentito quella dei miei genitori (deceduti con me allora giovane e che mi portò ad assorbire il loro decesso in modo molto più facile di adesso) e dei miei fratelli, anche perché più vivi con qualcuno più ne senti la mancanza e questo è quello che mi sta succedendo. Vivere con lei, per il suo amarmi, la sua voglia di vita, la sua serietà, semplicità, laboriosità, solidarietà, per le tante cose fatte per me e per la nostra famiglia mi fa capire adesso che la tristezza sarà soprattutto per me e mia figlia, la compagna inesorabile nel cammino della nostra ormai insignificante vita senza di lei. La cosa che più mi manca di lei e che mi faceva, e mi fa, capire ogni giorno che la persona con cui avevo scelto di vivere era quella giusta ed appropriata, era il BACIO e penso che ognuno di noi nel rapporto col proprio partner ha delle preferenze per quanto riguarda gli atteggiamenti che sono importanti per capirlo. Quel BACIO che da trent'anni ce lo davamo 2 volte al giorno, che ci rendeva sempre più sereni, che non uscivo di casa senza darglielo e che se distratti non ce lo davamo, allora sentivamo dirci:"Non dimentichi qualcosa?" Quel BACIO che non era solo un segno abituale, frequente, solito ma d'amore dato con una dolcezza inesprimibile, che magari lasciava qualcuno attonito se glielo davo in mezzo alla gente quando rientravo dal lavoro o dalla battuta di pesca o da commissioni da adempiere e ch'è anche convincente se mia figlia, vedendoci da sempre eseguire questo rito, già da adesso lo fa col suo ragazzo. Quel BACIO che ci rendeva consapevoli del nostro solido rapporto, anche se con alti e bassi, dettato dall'amore e che nei momenti critici si sentiva la sua mancanza che entrambi riconoscevamo per la sua importanza e che purtroppo adesso glielo dò sulle sue foto sparse per casa o al cimitero o qui sul cellulare perché, inevitabilmente, la vedo scrivendo spesso (allegando delle sue o nostre foto insieme) su questo amore, ch'è sì finito materialmente ma che non finirà mai perché chi ha amato, ama e amerà per sempre. Si...avevo avuto proprio fortuna conoscendo lei, la madre di mia figlia, la donna con cui sono stato trent’anni e che, dopo essersi sentita male, se n'è andata in soli 24 giorni. La sua dipartita, il 20 marzo scorso, né io né mia figlia, come ho detto, son certo mai potremo metabolizzare ma il ricordare i momenti bellissimi, che in trent'anni sono stati tantissimi, alleggerirà in qualche modo il dolore per questo infausto evento. Andiamo spesso al cimitero insieme e sicuramente ci andremo ancora insieme appena ci sarà la possibilità di farlo, perché mentre il tempo passa, si sa, le cose cambiano. Forse vi sembrerà strano o insolito ma ho tantissime fotografie per tutta la casa, anche se lei è e vi sarà sempre e soprattutto adesso nei ricordi e in quei viaggi che avremmo dovuto fare ma che io e Jessica faremo lo stesso nel suo ricordo. Ecco, vi ho raccontato la storia di un amore, di una coppia e, soprattutto di una famiglia normale che il destino, come succede da tempo immemorabile, decide della sua riuscita o del suo fallimento.

  • 03 dicembre alle ore 16:56
    INUSITATE ESPERIENZE SESSUALI

    Come comincia: Alberto, Gennaro e Giannino erano tre amici e compagni di classe all’Istituto di Ragioneria di Jesi in provincia di Ancona, al contrario di tanti colleghi erano degli anticonformisti tanto che i primi giorni di un agosto particolarmente afoso, circa la mezzanotte erano tutti e tre a casa dei cugini Gennaro e Giannino in via Mura Orientali invece di andare a divertirsi in qualche località esotiche, ne avevano la possibilità finanziaria in quanto il padre di Alberto era il direttore di una importante banca ed i due cugini figli di due imprenditori di una fabbrica di macchine agricole ed allora perché  non erano andati e divertirsi? Semplice: non amavano i luoghi affollati di turisti e sostavano sul terrazzo di casa con lo sguardo verso la strada dopo passavano poche auto. Gennaro il più  ‘scapocchione’ entro entrò in casa e ritornò con un fucile ad aria compressa con relativo munizionamento ed una fionda e si mise a sparare sulle auto di passaggio i cui conducenti non si rendevano conto di strani rumori provenenti dalla carrozzeria della loro macchina. Qualcuno allertò i Carabinieri che si presentarono sulla via Mura Orientali e cominciarono a suonare ai citofoni delle varie abitazioni. I tre compresero il pericolo per loro, rientrarono in casa ed indossarono un pigiama. Al Carabiniere che suonò al citofono: “Vengo ad aprire la porta.” Tutto scarmigliato si presentò alle forze dell’ordine e:”Cosa posso fare per voi?” “Ci hanno segnalato che qualcuno sta tirando dei sassi o qualcosa del genere sulle auto di passaggio, avete notato qualcosa di insolito?” “Io stavo dormendo, se dovessi notare qualcuno o qualcosa di insolito vi avviserò.”La storia finì in una risata ma i tre capirono che certe bravate andavano evitate. La mattina successiva arrivò in casa una telefonata da un amico di Ancona, Ferdinando che: “Ho una grossa sorpresa per voi, vi dico solo portate appresso un mucchio di soldi e vi spiegherò a voce a cosa servono.” I tre pensarono che si meritavano un po’ di svago extra in quanto nel mese di luglio Alberto aveva dovuto controllare la trebbiatura del grano  dei poderi di suo padre (dormendo di notte sui sacchi di grano), Gennaro e Giannino erano stati impiegati come semplici operai nella paterna fabbrica,  dovevano imparare il mestiere dal primo gradino. Ovviamente per racimolare un bel po’ di denaro si rivolsero ad Armando, padre di Alberto, il quale all’inizio fece un po’ di storie per via della legge antiriciclaggio ma poi, poiché i tre erano intestatari di un conto personale sostanzioso cedette e li accontentò. La mattina successiva incontrarono il loro amico Adolfo che: “Non vi meravigliate di quello che sto per dirvi, si tratta di una avventura molto particolare, in mare, al largo, fuori delle acque territoriali sosta una nave senza bandiera con a bordo delle belle ragazze musulmane disponibili sessualmente, chi c’è stato ha detto meraviglie delle stesse, con un motoscafo potrete raggiungere quella nave.” Finalmente un’avventura fuori del comune, i tre non si fecero pregare e, dopo mezz’ora di corsa in motoscafo raggiunsero la nave il cui capitano parlava italiano e indicò una scaletta bordo per salire a bordo. “Io sono Adamo se siete qui immagino che conoscerete la situazione a bordo. Ci sono sei ragazze disponibili, tutte per loro scelta indossano il burqa, parlano l’italiano, il compenso è per una settimana di  millecinquecento Euro al giorno compreso il vitto, venite che ve le presento: signorine questi sono Alberto, Gennaro e Giannino. Alberto notò una ragazza che, al contrario delle altre aveva gli occhi in basso, gli fece tenerezza e la scelse. “Mi chiamo Amina, ho venti anni, andiamo in camera mia.” Alberto posò la valigia su di un tavolino e restò a guardare Amina che seduta sul letto ancora non si era spogliata, guardò con aria interrogativa. La ragazza: “Scusa ma ancora mi vergogno e da poco che faccio questo….Ti prego vai in bagno, dopo io sarò pronta.” Alberto si recò nella toilette, lavò per bene i ‘gioielli’ di famiglia e si presentò dinanzi ad Amina ‘armato’ di tutto punto. La ragazza stava nel letto coperta dal lenzuolo e ci volle un po’ prima che si decidesse a restare in costume adamitico o meglio evitico. Uno spettacolo, Alberto non immaginava tanta beltade, rimase un attimo senza fiato sino a che la ragazza si mise a ridere. Era veramente favolosa dalla testa ai piedi, perfetti che avrebbe fatto felice un feticista. Non volle andare subito ‘al dunque’ e si mise a baciarle il fiorellino profumato e molto sensibile tanto che presto giunse all’orgasmo, Alberto seguitò sin quando Amina gli fece capire che ne aveva abbastanza. La stessa gli porse un preservativo ed anche lui giunse presto alla ‘soluzione’. Alberto si era incuriosito e chiese ad Amina come fosse finita in quella nave particolare. Amina si rattristò ma: “Ho avuto rapporti sessuali con un mio compagno di scuola, i miei genitori mi hanno detto che nessuno mi avrebbe più sposata e mi hanno cacciato di casa, conclusione sono qua molto malvolentieri, ho pensato anche di buttarmi a mare ma non ce l’ho fatta, ora sai tutto di me.” Bella storia alla Carolina Invernizio pensò Alberto sempre che fosse vera, suo nonno Alfredo gli aveva insegnato di non fidarsi di niente e di nessuno ma stavolta, forse obnubilato da tanta avvenenza pensava che Amina dicesse la verità si, ma il seguito? Una pazzia! Chiedere al capitano quanto volesse in denaro per lasciare libera la ragazza. Convocati Gennaro e Giannino: “Ragazzi sto per fare una cosa che nemmeno potete immaginare.”  Rispose Gennaro, Gianni sta in disparte bianco in viso, non stava bene: “Vuoi uccidere il capitano della nave e portarti a terra tutte le ragazze!” “Ci sei vicino, vorrei con me solo Amina è una ragazza splendida, è stata buttata fuori di casa dai genitori e si è trovata nel giro ma non ci vuole rimanere.” “E poi è arrivato il buon samaritano…” “Gennà a voi chiedo un favore che ricambierò quando torneremo a Jesi: datemi tutti i soldi che avete con voi, lasciamo solo il compenso per il motoscafista che ci porterà a terra, che ne dite?” “Dico di si anche a nome di Giannino forse perché siamo più pazzi di te.” Alberto si recò dal capitano e gli espose la sua proposta, il capitano non fece una piega: “Dovete darmi cinquantamila Euro.” “Ne abbiamo solo trentacinque, per lei non sarà difficile rimpiazzare la ragazza, è un favore personale che le chiedo.” “Io ho il cuore tenero e ti accontento, chiamerò il motoscafista per farlo venire di notte, auguri.” Le cose andarono lisce, Adolfo, avvisato del loro arrivo fece trovare la Mini di Gennaro nel porto vicino alla scalinata dove doveva attraccare il motoscafo. Un rapido saluto e poi rientro a Jesi in casa di Gennaro e Giannino. La mattina: “Papà sono a Jesi a casa di Gennaro, ho una novità importante da dirti, ho con me una ragazza araba, un tipo molto in gamba, l’apprezzerai anche tu quando la conoscerai.” “A me vien da ridere pensando alla faccia di tua madre Mecuccia  che non ama  i musulmani!” “Sta a te dirglielo con diplomazia, io acconsentirò a quanto tu mi hai sempre chiesto in passato di impiegarmi nella tua banca.” “E se tua madre ci butta fuori di casa tutti e due?” “La mamma è buona d’animo e poi ci ama entrambi, fammi sapere.” “Te lo puoi dimenticare, padre e figlio siete due dissennati, non vi seguirò in questo…in questo casino.” Alberto prese il toro per le corna nel senso che prese in prestito dei vestiti dall’armadio delle madri di Gennaro e di Giannino che sarebbero rientrate con i mariti fra quindici giorni, vestiti che fece indossare ad Amina, una modella! La mamma ne sarebbe stata affascinata. Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) era molto  combattuta fra l’amor per suo figlio e la minchiata che lui  stava per fare, prevalse l’amore ed andò incontro alla futura nuora a braccia aperte e con un sorriso. Tutto bene? Non proprio, Giannino era ammalato di un brutto male, portato a Bologna morì nel giro di una settimana, funerali con centinaia di persone cui partecipò anche Amina vestita di nero ma non col Burqa. Vi sarete chiesti voi più giovani chi è Carolina Invernizio? È stata una scrittrice di romanzi mielosi ma tanto di moda nel primo novecento.

  • Come comincia: La principessa Salim spesso osservava, dal balcone della sua reggia, la montagna incantata rossa che si stagliava enorme di fronte a lei; essa, però, quando lo faceva si rattristava tantissimo: pensando al giorno in cui sarebbe dovuta andare via, in una lontana terra straniera; pensava, cioè, che non avrebbe più rivisto quella "meraviglia della natura": visione paradisiaca ed inquietante assieme!
    Ed un giorno, infatti, quel giorno arrivò: quando che la principessa sposò il suo principe ed andò via con lui lontano.
    Quello stesso giorno , però, anche la montagna incantata andò via, a suo modo: un'ora prima dello scoccar di mezzanotte, infatti, corse dapprima un vento fortissimo tutt'intorno a lei e poi franò per intero in poco più di un attimo!

  • 03 dicembre alle ore 11:49
    L'odore del ferro

    Come comincia: È un lontano ricordo. Abitavo con mio marito. Io sbrigavo le faccende, lui mi lasciava qualche spiccio per la spesa e, spesso, grossi lividi sul viso. Quel giorno ci trovavamo in salotto: fu peggio delle altre volte e, dopo che lui fu rientrato in sé, uscì di casa. Io rimasi a fissare uno scarafaggio sul pavimento. Il suo corpicino, come un’armatura, brillava sotto la luce: effondeva un odore di ferro che irradiava calore. Piansi. ‘‘Perdona, per tutte le volte che ti ho ucciso; ora capisco che in ogni insetto è custodito il profumo di un angelo!’’. Fu allora che fuggii.

     

  • 02 dicembre alle ore 9:39
    VOLEMOSE BENE

    Come comincia: Alberto M. passati gli ottanta anni si era ritirato nella casa di Roma in via Conegliano dove era nato più di ottanta anni prima. L’abitazione gli era stata lasciata in eredità dalla defunta zia Armida assieme a negozi, terreni e ad un solido conto in banca. Alberto si era ben inserito con la gente di quella via sia per il suo carattere espansivo che per gli aiuti in denaro alle famiglie in difficoltà finanziarie,  per tutti era semplicemente Alberto. Non soddisfatto della casa per la sua parvità, dopo molte insistenze e soprattutto molti soldi convinse il proprietario della abitazione del suo stesso piano a vendergliela realizzando così un alloggio molto più ampio, alloggio che fece completamente ristrutturare insieme al suo e munire di mobilia molto più moderna. L’adorata moglie Anna era deceduta sette anni prima per un male inguaribile lasciandogli un vuoto incolmabile ed un dolore infinito. Da buon pagano aveva chiesto aiuto ad suo protettore Hermes che si rivolse a Giove ma il destino, che è sopra gli dei aveva deciso la morte di Anna. All’inaugurazione dell’abitazione, orchestrata dal portiere Claudio S. un ex agricoltore inurbato, parteciparono un po’ tutti gli abitanti di via Conegliano, ci furono anche canti e balli, una festa ben riuscita, il padrone di casa fu ‘circuito’ da Angelica, figlia del  portiere che aveva i suoi buoni motivi per farlo. La ragazza, studentessa universitaria, era addetta alla pulizia della sua abitazione ma il suo intento era quello di portarsi a letto il buon Alberto che riuscì a far bella figura con l’aiuto della pillola blu, gli ottanta anni si facevano sentire! In compenso Angelica si ritrovava ogni volta nella borsetta duecento Euro che versava al padre, la paga di portiere  era inadeguata  alle esigenze di famiglia. Alberto cercava di superare la solitudine in qualche modo, una volta con uno scherzo goliardico. Venuto a sapere che un certo Leonardo N. era gelosissimo della  fidanzata Sofia F., con l’aiuto di alcuni ragazzi mise in atto una sceneggiata in cui la damigella si faceva trovare a letto, in casa di Alberto, con Matteo V. un giovane abitante nella stessa via. Un pomeriggio a Leonardo giunse nel telefonino una mail in cui si affermava che Sofia era in casa di Alberto a letto con un ragazzo. Leonardo senza por tempo in mezzo suonò alla porta d’ingresso e, una volta dentro casa si diresse direttamente nella camera da letto in cui effettivamente trovò Sofia e Leonardo sotto le coperte. “Puttana, sei una puttana, da oggi fra di noi è finita.” Stava per andarsene quando furono tolte le coperte sul letto e apparvero i due incriminati vestiti di tutto punto e da dietro una tenda cinque ragazzi  che: “Sei su scherzi a parte, ora chiedi scusa a Sofia!” L’episodio venne a conoscenza degli abitanti della via Conegliano e qualcuno, più spiritoso:”Leo come va oggi il mal di testa?” Alberto si fece perdonare regalando ai due fidanzati cinquecento Euro che i giovani usarono per una gita sulla neve. Un sabato pomeriggio al posto di Angelica si presentò per le pulizie di casa la mamma Arianna affermando che la figlia era dovuta andare al funerale della madre del suo fidanzato. Sbrigate le pulizie, Arianna stava per andarsene quando Alberto: “Che ne dici Arianna di farmi un po’ compagnia, oggi percepisco particolarmente la solitudine.” (Chiamala solitudine, era la pillola blu che faceva effetto!) Arianna non era una stupida, capì subito la situazione e, recatasi in bagno, ne uscì completamente nuda per la gioia degli occhi di Alberto che notarono come la dama aveva, malgrado i quaranta anni suonati tette ancora ‘in piedi’ed anche un bel popò, era un po’ più ‘pienotta’ della figlia ma per la bisogna era più che sufficiente. Molto probabilmente Arianna era a stecchetto sessuale da molto tempo, si impegnò a fondo cominciando a baciare Alberto in bocca per scendere giù giù sino ai piedi. Alberto ricambiò con un cunnilingus che portò subito la dama ad un orgasmo doppio e poi l’‘immissio penis’ che fece provare ad Alberto sensazioni piacevolmente forti, fra l’altro aveva scoperto, con meraviglia, una vagina piuttosto stretta, poi mandò in visibilio la padrona penetrando nel popò  insomma una scopata coi fiocchi, la madre aveva superato la figlia in quanto a sesso. Angelica rimase esclusa dai rapporti con lui, ma non se la prese più di tanto, preferiva il giovane fidanzato di cui era innamorata. Arianna ogni sabato andava a rassettare la casa ed il ‘coso’ di Alberto, ne erano a conoscenza sia Angelica che il padre Claudio cui la situazione non creava nessun problema, molto probabilmente in campo sessuale era un po’ claudicante come il significato del suo nome. Il compenso per le prestazioni del sabato di Arianna era passato da duecento e trecento Euro oltre alla tredicesima in occasione del Natale e la quattordicesima a Pasqua, era come se fosse un’impiegata statale! Claudio ebbe un colpo di genio: dare una grande festa per il compleanno di Alberto cui avrebbero partecipato tutti gli abitanti della via. Riuscì a farsi autorizzare dal Comune, tramite un suo amico assessore del Comune a far chiudere la strada per quel giorno, il 3 settembre, dalle sedici alle due di notte. La cosa fece piacere un po’ a tutti gli abitanti che non si chiesero come Claudio avesse fatto ad ottenerla (era stato un supporter politico dell’assessore). Il pomeriggio prestabilito si presentarono due vigili urbani in divisa che posero delle transenne all’ingresso di via Conegliano, Claudio spiegò loro il motivo di quella decisione dell’assessore alla viabilità e li invitò a venire anche loro a festeggiare. La mattina del 3 settembre accadde una cosa spiacevole: Alberto prese in mano un vecchio romanzo giallo di Mike Spillane e da esso cadde a terra una foto del suo matrimonio con Anna. Quella visione sconcertò Alberto che si sentì mancare, non riuscì ad arrivare sino al letto, si gettò su una poltrona dove lo rinvenne Arianna venuta per la solita pulizia. “Amore mio che t’è successo, andiamo sul letto, hai la faccia cadaverica.” Ad Alberto ci volle del tempo per riprendersi, nel frattempo nella via Conegliano erano iniziati i preparativi, maschietti e femminucce si stavano dando da fare a trasportare tavolini e tovaglie al centro della strada, Rosa la titolare di una rosticceria sita nella stessa strada, aiutata dalla figlia Giorgia aveva preparato un ben di Dio sia per quantità che per qualità, alcune ragazze avevano indossato dei costumi dell’antica Roma recuperati dalle cassapanche delle nonne, alcuni uomini si stavano dando da fare  con un impianto hi-fi, altri scattavano delle foto, insomma un’organizzazione funzionante. Una parentesi: Alberto consumava pranzo e  cena nella rosticceria di Rosa che mangiava insieme a lui in una saletta riservata. La signora era famosa per le sue battute salaci nei confronti dei clienti come quella volta che un tale, dopo aver consumato metà delle  cibarie ordinate stava per uscire dal locale quando: “Ahò allora che devo da fà, vor dì che non te sò piaciuti i supplì ar telefono, te li devi da mangià tutti sinnò m’offenno!” Il malcapitato dinanzi a quella furia obbedì e poi velocemente uscì dal locale da cui sicuramente in futuro sarebbe passato alla larga. L’arrivo in strada di Alberto sorretto da Arianna fu motivo di applausi da parte di tutti i presenti anche di coloro che erano affacciati alle finestre, un tripudio che lo rianimò facendogli riprendere in viso un po’ di colore. La ‘mangiata’ durò sino alle ventuno quando furono portati via i tavoli e messo in funzione l’impianto hi-fi dapprima con canzoni romantiche di Liza Minnelli e di Frank Sinatra  via via sostituiti con pezzi più ritmati ed infine con musica da discoteca a volume altissimo, per fortuna era sabato e l’indomani nessuno andava a lavorare. Alberto con un po’ di cattiveria ignorò Arianna come ballerina, dapprima invitò Angelica alla quale domandò: “Il tuo fidanzato conosce quelli che sono stati i nostri rapporti?” Ci mancherebbe altro, è gelosissimo,  lui ti considera per la tua età sessualmente inoffensivo.” Alberto cambiò le danzatrici  tutte molto giovani ridendo dentro di sé vedendo la lontano il viso corrucciato di Arianna,  quando fu stanco (l’età limita i desideri dei vecchietti) ritornò al tavolo dove era seduta la dama  che: “Quando non ce la fai più ritorni sempre da ‘mammina!” Un passo indietro: Claudio ancora una volta aveva dimostrato la sua furbizia contadina invitando alla festa anche don Agostino sacerdote delle vicina chiesa; il suo ragionamento: meglio sempre tenersi come amico un rappresentante di Dio…Il predetto prete si avvicinò al tavolino dove era seduto Alberto e: “Noi non ci conosciamo in quanto non mi risulta che lei frequenti la chiesa ma per me sarà sempre un piacere rivederla.” “Anche per me don Agostino, io divido le persone in per bene e non per bene al di fuori dell’abito che indossano. Iscritto sin da piccolo in un collegio cattolico sono stato letteralmente ‘buttato fuori’ perché contestavo le religioni tutte che ritenevo create dagli uomini, dico tutte le religioni di cui anche un romano illuminato come il poeta Ovidio Publio Nasone  affermava: ‘Lasciateci credere che esistono gli dei.’ Sono per la libertà assoluta di ognuno di noi in qualsiasi campo partendo dal presupposto che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri.” “In questo sono d’accordo con lei, anche se sacerdote per alcune idee non sono d’accorto con alcuni miei superiori ma lasciano stare i discorsi seri. Ho saputo che lei è molto benvoluto dagli abitanti di questa via anche per la sua generosità, i miei complimenti più sentiti, qualora volesse aiutare anche qualche mio parrocchiano…” Alberto tirò fuori il libretto degli assegni e: “Ci scriva lei la cifra, senza esagerare! Qualora esistesse vorrei guadagnarmi un posto almeno in purgatorio anche se una vecchia battuta afferma che si sta meglio all’inferno dove ci sono tanti peccatori anziché in paradiso dove si vive una vita  beata ma poco piacevole materialmente!” Ad Alberto l’età (e relativi acciacchi) cominciava a pesare. Aveva preso in antipatia alcuni medici che si riempivano la bocca con diagnosi roboanti: ad esempio invece di scrivere sulle ricette ‘mal di schiena’ usavano altri termini tipo:’Spondilodiscite’seguita da una lettera e da un numero che Alberto giocava al lotto con scarsi risultati! Purtroppo la salute del nostro eroe andava peggiorando, la mattina non aveva la voglia né la forza per alzarsi dal letto, veniva aiutato da Arianna che ormai si considerava sua infermiera o forse anche moglie. Per ricompensare lei e la sua famiglia fece venire in casa un notaio  e nel testamento fece scrivere che tutti i suoi beni venissero divisi equamente fra Claudio, Arianna ed Angelica, niente per i parrocchiani di don Mariano. Il Vaticano è ricchissimo,  evasore fiscale di imposte e tasse italiane,  molti suoi componenti sono gay ed altri accusati d pedofilia, una bella foto del clero! L’ordine di restare celibi era stato imposto nel 1085  dal Papa Gregorio VII che non aveva pensato a quanti guai avrebbe  procurato. Molto probabilmente non amava i ‘fiorellini’ come alcuni suoi colleghi nell’andar dei secoli, la questione lasciava indifferente l’ateo Alberto il quale cominciava ad avere problemi relativi alla vecchiaia che avanzava. La mattina non aveva né voglia né molte forze per alzarsi, preferiva il silenzio alla lettura ed alla visione dei programmi televisivi inoltre non aveva molta fame malgrado i succulenti cibi preparati da Rosa. Arianna gli stava vicino più del solito, talvolta la notte dormiva con lui, ormai il sesso era un lontano ricordo, una tristezza…Fu interpellata il medico di base dottoressa Concetta F. la quale fece una diagnosi spiacevole. “Il signor Alberto si sta consumando pian piano come una candela, possiamo al massimo ritardare un pò…” Alberto aveva ascoltato da dietro la porta le infauste previsioni di Concetta, spalancò la porta e con uno scatto d’orgoglio: “Io non sono una candela ma un cero grande come una colonna!” Anche se un po’ con la mente annebbiata Alberto capì che la fine non era molto lontana, non provò nemmeno a chiedere aiuto a Hermes, ormai la Parca Atropo stava per tagliare con le sue lucide cesoie il filo della sua vita. Nel testamento fece aggiungere che, a discrezione degli eredi, il tre settembre, suo compleanno, poteva essere organizzata la solita festa in suo onore, festa pagata dai tre beneficiari citati nel testamento. Atropo aveva forse fretta ed una notte usò le sue forbici ed Alberto morì nel sonno con un sorriso sulle labbra, nemmeno la morte era riuscito a fargli perdere il senso dello humour. Per sua volontà non ci furono cerimonie in chiesa, la sua bara, esperiti gli adempimenti burocratici di rito fu trasportata nella cappella al cimitero del Verano da lui a suo tempo acquistata, aveva raggiunto la zia Armida. Gli abitanti della via Conegliano ritennero opportuno tassarsi per far erigere un mezzo busto di Alberto che, non potendo trovare accoglimento nella strada, fu messo all’ingresso del numero otto; col suo sorriso sembrava che salutasse tutti coloro che entravano in ascensore

  • 01 dicembre alle ore 19:54
    I cognati di mio fratello

    Come comincia: Sogno e son desto.

    Incubo di una notte di mezza estate.

    Il racconto che a gennaio non ho pubblicato.

    E' da cinque anni che so che questa specie di matrimonio mi ha accorciato la vita.

    Quello che non avevo capito è che, forse, l'avesse accorciata anche a mio fratello.

    Eppure nel novembre 2017 mi era saltato in mente: "Mi sa che mio fratello aveva ragione."
    Su cosa mio fratello aveva ragione?
    Il 3 giugno 2005 mio fratello, a quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato, disse: "Tu non mi sei mai piaciuto".
    Non me la presi. Credevo di conoscere le condizioni di mio fratello in quel momento.

    Mio fratello aveva attaccato 'mio marito' anche una sera di un sabato del settembre 2004. E lì ci avevo sofferto.
    La mattina successiva mi svegliai singhiozzando tra le braccia di mio marito: "Non ho più fratelli!". "Mi sa che tu non li hai mai avuti", rispose lui.
    Perché "fratellI" e non "fratellO"?
    Perché l'altro fratello aveva attaccato me almeno tre volte tra metà maggio ed inizio luglio di quello stesso anno. Con aggressioni verbali e fisiche.

    Va bene. Torniamo al 3 giugno 2005. Dopo quella frase: "Tu non mi sei mai piaciuto" , conosciamo una dottoressa che vedo che sa agire con la parola sulle corde (o connessioni?) giuste del cervello di mio fratello. 
    E sa correggere anche i miei comportamenti sbagliati. 
    "Questa può aiutare anche me", pensai.
    E ci mettiamo d'accordo affinché lei continuasse a seguire mio fratello che deve essere affidato a noi, a me ed a mio marito, che si vede siamo persone 'a posto', dice la dottoressa.
    E così ci mettiamo in auto. Io, guardando con timore al compito che mi aspetta, ma finalmente con fiducia e speranza. E' la prima volta che vedo la luce in fondo al tunnel che da almeno tre settimane mi sembrava senza uscita.
    Arriviamo a Battipaglia e vedo mio marito che, invece di prendere la strada di casa, prosegue.
    "Dove stai andando?". "Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi".
    Era il ponte del 2 giugno e l'altro fratello era sceso dalla capitale con la sua famiglia e stava a casa dai miei.
    "No", replico io, "si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci." E 'mio marito' sapeva a cosa mi riferissi.
    "I genitori devono sapere", insiste lui.
    E qui commetto una grande vigliaccata ed una grande stupidaggine: vedendo la sua determinazione, non replico.

    .......

    Il primo gennaio piangevo. Cercavo di trattenermi: "Ricordati che quello che fai il primo dell'anno, lo fai tutto l'anno", ma non riuscivo a smettere.
    La mia piccola la sera prima si era accorta che non ero del tutto in me: aveva notato che, allestendo l'aperitivo per l'attesa della mezzanotte, avevo dimenticato di cacciare dal frigo i succhi di frutta che avevo preso per lei e la sorella.

    E così il primo dell'anno piangevo. Nessuno faceva niente, quel tizio aveva il suo sorriso ebete stampato sul volto.

    Solo mio fratello si avvicina e mi avvolge con il suo abbraccio.

    ...
    "Quando si mette in mezzo quello le cose non vanno mai bene!", dice quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato.
    "Quello" sarebbe l'altro fratello.
    È una vita che gli sento ripetere questa frase.
    "E allora perché gli hai permesso di mettersi in mezzo riferendogli i nostri accordi con la dottoressa? "
    "Ed io mica avevo la patria potestà".
    Il vuoto.
    13 anni prima avevo sentito la compagna dell'altro fratello dire: "A me dispiace per .... E per me. .. non è nessuno"
    Gelo. "Come non è nessuno? Credevo fosse tuo fratello.", pensai. Sì, intuii che intendesse quella frase in senso positivo, ma mi impressionò lo stesso.

    Ora è peggio. Erano sei anni o più che recriminavo con me stessa di non aver impedito a quel tizio di andare a riferire ai miei i nostri accordi con la dottoressa e che galleggiavo in un incubo credendo che potessi svegliarmi e ritrovarmi a quella sera del 27 maggio 2005, quando credetti di capire che l'altro fratello voleva che nostro fratello venisse a stare a casa mia non solo per non rischiare di essere disturbato, ma anche perché così magari nostro fratello mi dava un pugno in testa e lui si liberava di entrambi i fratelli in un colpo solo ed ora scopro che quel tizio lo aveva fatto magari perché non voleva occuparsi in maniera continuativa di mio fratello? E magari non voleva che me ne occupassi io.

    Il vuoto.

  • 01 dicembre alle ore 19:49
    Mio fratello

    Come comincia: Mio fratello.

    La prima ad annunciare che mio fratello stava per arrivare fu la signora Katia, parrucchiera, futura madre di D. F. che sarebbe diventato in età adulta grande amico di mio fratello.
    La signora Katia nel suo esercizio chiese a mia madre: "Signora, ma per caso siete incinta?". 
    Mia madre, 39enne, già madre di due bambini, rispose: "Spero di no".

    Ed invece era proprio così. 

    Quando annunciarono a me ed a mio fratello maggiore, pressoché coetaneo, che avremmo avuto o un fratellino o una sorellina, mio fratello cominciò a tifare per un fratellino, io per una sorellina.

    Eravamo nella nostra stanza dal pavimento in marmo semisegato nero (ma come, avete fatto la stanza dei bambini col pavimento nero? chiesi a mia madre non troppo tempo fa; all'inizio era il soggiorno, mi spiegò mia madre), quando arrivò mio padre a dare la notizia ai fratelli ed alle cognate che erano nel soggiorno per sorvegliarci: "E' un maschio!", annunciò. Mio fratello esultò, "Noooo", mi lamentai io, ma naturalmente ero contenta lo stesso. Anzi probabilmente gli ho voluto più bene.

    Le immagini che ho conservato sono:
    1) mio fratello allattato con il biberon da mia zia Assunta, sorella di mia madre, in cucina. E gli occhi di mio fratello andavano dalla zia alla mamma che pure era presente ed a me dava l'impressione che si stesse chiedendo: "Ma chi è mia mamma?"
    2) io mandata ad intingere il succhiotto nel miele per mio fratello che sta dormendo nella culla accanto al letto di mamma e papà. Arrivata l'ora della poppata, mio fratello non si svegliava e mia mamma cominciò a preoccuparsi, poi capì la situazione: avevo intinto troppo miele e mio fratello non aveva fame e saltò quella poppata.
    3) io che assisto mia madre che cambia mio fratello sul letto matrimoniale. Non c'erano i pannolini usa e getta, c'erano i triangoli di stoffa che andavano lavati.

    Un po' di tempo dopo, mio fratello nel girello e noi fratelli e cuginetti tutti intorno. Però pretendiamo di farlo uscire dal soggiorno al balcone. Il portafinestre ha un listello di marmo per terra, il girello si ribalta e mio fratello finisce faccia a terra. Ho sempre imputato a quell'incidente il suo naso.

    Poi, quando ci eravamo già trasferiti nella casa nuova, l'episodio che abbiamo ricordato tante volte. Noi due fratelli grandi che conduciamo il passeggino rosso, una mano per uno, altrimenti avremmo litigato per chi doveva condurlo, per andare a trovare i cugini rimasti nella vecchia casa. Una di quelle volte ci fermò un signore che ci chiese stupito e dubbioso: "Ma voi due siete marito e moglie e questo è vostro figlio?" (Avevamo 10, 9 ed 1 anno). Lo guardiamo tra il metà stupiti e metà 'ma questo è scemo' e replichiamo: No, siamo tutti fratelli. "Ah" e se ne va.
    Ho ricordato questo episodio con l'amico Cesare C. che voleva consolarmi all'inizio di questo gennaio ed ho detto: "Quei due fratelli che si contendevano la guida del passeggino hanno poi fatto un disastro contendendosi il diritto a decidere cosa fosse meglio per il loro fratello".

    E poi quando tagliamo per la prima volta i suoi capelli ed i ricciolini non compariranno più: i capelli cresceranno lisci.
    Quante volte ho ricordato: "Come era carino con quei riccioli!" E mio fratello mi riprendeva: "Rassegnatevi: sono cresciuto.".

    E quella volta a tre anni che, a mio parere, dà prova della sua intelligenza. Disse: "All'incomincio della strada". Ed io pensai: "Ma guarda questo bambino! Sa che c'è il verbo 'iniziare' ed il verbo 'incominciare'. Ha sentito che c'è la parola 'inizio', ha dedotto che c'è anche l'equivalente 'incomincio'."

    E sempre a tre anni dette prova della sua generosità ed affetto. Era in visita dal Brasile la signora Maria, la suocera di mio zio Peppino, fratello di mia madre. La mattina portava mio fratello a passeggio ed una mattina si fermarono ad un bar e la signora Maria gli prese un dolce. La signora Maria racconta: <<Eravamo seduti al tavolino e vedo questo bambino che guarda il dolce e non lo mangia. "Non ti piace?" gli chiedo. "No, mi piace". "Ed allora perché non lo mangi?" "Ho pensato che lo porto a casa per Gianfranco e Linda". Rimasi così impressionata che un bambino di tre anni si sacrificasse in quel modo! Gli dissi: "Non ti preoccupare, mangialo! Per Gianfranco e Linda ne compriamo un altro e glielo portiamo.">>

    E poi? 
    Un anno dopo, io che me lo carico sulle spalle e gli faccio fare le corse nel corridoio. Di quel periodo ho delle foto con lui vestito da Gatto degli Stivali, il mio vestito di Carnevale di quando avevo quattro anni, seduti sul letto o che giochiamo a quella specie di biliardino.

    E un anno dopo in estate con quella canottiera di cui una spallina cadeva sempre e lo chiamavamo "Tarzanito". E per il fatto che come frutta mangiava solo ..... 
    E la mia amica che prima vede mio fratello in estate con i capelli lunghi e poi con i capelli corti e chiede: "Ma Linda ha due fratelli piccoli? Una sorellina ed un fratellino?".

    E due anni dopo in estate quando mi taglio i capelli non si allontana dal suo angolo e mi guarda corrucciato deluso e diffidente. "E' Linda", gli dicono. "No", risponde lui.

    Ed un mese dopo in settembre nostra madre lo rimprovera aspramente per un'iniziativa che avevo preso io. Quel povero bambino innocente si difende meravigliato e senza asprezza: "E' stata Linda". Io intervengo con un secondo di ritardo: "Sì mamma, sono stata io." E poi mamma mi spiega il motivo di quell'asprezza.

    E poi c'è il terremoto.
    Mentre io ero al corso e mi chiedevo: "Ma che cavolo sta succedendo?", il mio fratellino era nella vasca da bagno. Mia madre lo avvolge nell'asciugamano e lo abbraccia addossandosi alla parete ed il mio fratellino chiede: "Mamma, che cos'è? Il terremoto?".

    E poi quando le scuole sono chiuse la mattina lo porto fuori. Su una panchina di piazza Madonnina gli insegno la morra cinese e lo porto a vedere i treni alla stazione, come fanno i nonni con i nipotini.

    E Luciano D.B. gli chiede ammiccando: "Com'è Linda? E' buona?". "No, è cattiva", risponde lui, "perché non vuole giocare con me".

    E quella volta che dovevo prenderlo dalla scuola provvisoria (la principale era chiusa a causa del terremoto) vicino al liceo e per un'altra stupidata che gli avevo detto non c'incontriamo. Corro indietro per la strada che porta al liceo e lo vedo uscire con gli occhi lucidi accompagnato dal bidello, Rocco.
    Me lo abbraccio, lo bacio e lo riporto a casa.

    I suoi anni delle medie non li ricordo. Non li ho vissuti. Io ero ai primi anni dell'università e per un po' stetti anche fuori casa.
    No, però ricordo che quando mio fratello compì 12 anni dissi a mia madre: "Ora ci vuole un altro bambino". Non ricordo le parole esatte della risposta di mia madre, ma certamente mi mandò elegantemente dove dovevo andare. Allora avevo vent'anni e probabilmente, se proprio ci tenevo, avrei anche potuto pensarci da sola.

    Quell'estate c'era mio zio Peppino che tornava per la prima volta dopo quasi vent'anni dal Brasile. E fece il giudice di gara tra me, che a quanto pare proprio non mi decidevo a crescere, ed il mio fratellino per una corsa sulla spiaggia. Allo scatto mio fratello guadagnò netto vantaggio, ma sulla distanza lo battei. Infame! Non far vincere un bambino!

    Però mi ricordo che quando giunse il momento di scegliere la scuola superiore, facendo sue quelle che erano state le mie paure (e non era così), gli dissi: "Tu scegli la scuola che preferisci, anche se sta a Salerno o altrove. Se devi prendere l'autobus o altro mezzo non ti preoccupare: i primi giorni ti accompagno io." Ma non ce ne fu bisogno: se la cavava benissimo da solo.

    E poi? E poi papà ha un ricovero improvviso in ospedale e dal suo letto ci dice: "State vicini ad Alberto: non l'ha presa bene". Ma mi sa che nessuno si prese la briga di parlargli e di rassicurarlo.

    E mio padre decide di andare in pensione anticipata e da quel momento può seguire sempre più Alberto seguendolo nelle sue gare di pallacanestro.

    E anni dopo mio fratello maggiore mi dice che era stato geloso di quell'attenzione che lui non aveva avuto, mentre Alberto mi dice che quella presenza costante lo aveva fatto sentire un po' soffocato.

    Intanto passa un anno o due e arriva P. che mi dice: "Guarda che Alberto non ha bisogno di una seconda mamma." Secondo lui lo seguivo troppo aiutandolo nei compiti. Mah, forse per la matematica, ma come avrei potuto aiutarlo per le materie tecniche di cui non sapevo nulla?

    E quattro anni dopo è Alberto che mi 'pizzica' alla stazione per farmi tornare a casa.

    Ed un paio di anni dopo è Alberto che mi raggiunge a Milano dove io da dieci giorni ero bloccata a casa a seguito di una frattura al piede che mi ero procurata in piazza S.Babila (ma i medici del Policlinico avevano detto per ben due volte che era una distorsione e che dovevo pazientare).

    E sei anni dopo deve andare in trasferta a Brescia per conto dell'azienda. Siamo a Paestum alla casa al mare. Dice che si alzerà ad ora antelucana per prendere il treno ed arrivare all'aeroporto. "Ma quando mai!", gli faccio io, "Ti accompagno io con l'auto e poi vado al lavoro." Ma devo insistere per farlo accettare. Ed in auto, pensando che il suo disagio sia dovuto ai problemi che vivevo anch'io, all'ambiente difficile del lavoro, ma nella sua azienda erano più pesanti, con i colleghi che tentano di farti le scarpe (ma ci sono anche i colleghi che ti stimano, ti aiutano e ti vogliono bene e lui li aveva, avrei dovuto dirglielo) ed i capi che ti vessano, ti tiranneggiano e non riconoscono mai il tuo lavoro (ma ci sono anche i capi degni di questo nome che ti supportano invece di esserti d'ostacolo) ed anche agli amici che ti tradiscono (ma lui ha avuto tanti amici che lo hanno supportato fino all'ultimo), gli dico: " Il mondo del lavoro è così. E gli amici crescendo si allontanano, ognuno deve pensare alla propria famiglia. Queste sono le persone che ti rimangono vicine: la tua famiglia".

    Già, ma magari i fratelli pensano a farsi la loro vita, come è giusto che sia, ma magari pensano alla famiglia di origine come un ostacolo (e magari questo è meno giusto). E magari i fratelli si fanno una loro famiglia ed i coniugi del fratello pensano ai cognati come 'altro' dalla loro famiglia e manipolano, magari in buona fede, il coniuge che, condizionato, non sempre riesce ad agire per il meglio per il proprio fratello. 

  • 30 novembre alle ore 9:37
    TALVOLTA UNA MIGNOTTA...

    Come comincia: Cari lettori, molto probabilmente troverete fuori del comune il titolo di questo racconto, in seguito capirete il perché. Alberto M. era ed è un insegnante di lettere in una scuola media alla periferia di Roma. Non poteva affermare che l’insegnamento gli apportasse molte soddisfazioni come da studente universitario pensava di poter avere. La scolaresca era composta da ragazzi provenienti da famiglie disagiate per usare un termine eufemistico, i padri nella maggiore parte dei sopravvivevano con lavori precari, alcuni erano ospiti delle patrie galere, altri spacciavano, i più furbacchioni erano riusciti a farsi dichiarare invalidi e godevano di piccola pensione ed infine i ladri: non era più facile questo mestiere o professione come affermavano gli interessati, quei fetentoni dei padroni di casa avevano messo porte blindate all’ingresso e talvolta anche alle finestre e poi c’erano i ricettatori che ‘prendevano per il collo’ i venditori di oggetti rubati, una vita difficile. E le madri? Immaginate un po’: le meno appetibili ‘andavano a serva’, quelle discrete si arrangiavano con i vecchietti, la meglio messe erano quelle bellocce,  che ben vestite e truccate accalappiavano i clienti in strada o, le più fortunate in case di signore tenutarie ex…signorine come venivano chiamate ai bei tempi prima che la famosa senatrice facesse chiudere..le case chiuse. Le giovani ed i giovani studenti, benché assolutamente impreparati, d’accordo tutti i professori, venivano annualmente promossi sia per evitare ‘grane’ con i padri sia perché non avrebbero frequentato le superiori. A questo punto ad Alberto venne proposto un lavoro differente che lo avrebbe gratificato: scrivere per un giornale. Armando M. vecchio compagno di scuola aveva ereditato dal padre, deceduto di recente, una villetta a due elevazioni alla periferia di Roma con al piano terra una tipografia. Il genitore, vedovo da anni e molto parsimonioso, aveva messo da parte un bel gruzzoletto con il quale Armando poté affrontare le spese iniziali. “Caro Alberto voglio mettere in atto un mio sogno, pubblicare una rivista mensile anticonformista che possa affascinare i lettori anche con qualche foto: ” Tu eri molto bravo in questo campo, dammi una risposta entro domani con il settore in cui vuoi operare.“ Dopo cena, spaparazzato sul divano e confortato da musiche brasiliane, il buon Albertone prese ad esaminare le varie possibilità senza riuscire a giungere ad una conclusione, Armando pretendeva qualcosa di diverso dal solito, di riviste in giro ce n’era un fottìo. Si addormentò ma a metà notte si svegliò perché,  senza coperta, si era preso di freddo; si infilò dentro il letto ma il sonno tardava a venire ed ancora non riusciva a riscaldarsi ma proprio quel disagio lo portò, per motivi ignoti, a pensare alle prostitute che di notte sulla strada accendevano dei fuochi per soffrire meno il gelo notturno. Trovato! Avrebbe scritto dei racconti sulla vita delle ‘signorine’ e soprattutto per i motivi che le avevano portato a quella loro scelta. Armando fu entusiasta, ecco quello che desiderava, scioccare i lettori con argomenti fuori del comune, in quel campo sui giornali venivano riportate solo scarne notizie di ragazze condotte in caserma e con maîtresses incarcerate. La notte successiva Alberto a bordo della sua Cinquecento  Fiat di quarantennale vetustà, ma ben tenuta, si mise a peregrinare sulla circonvallazione di Roma dove le baby ‘lavoravano’; una in particolare attrasse la sua attenzione: alta, castana, lineamenti del viso regolari, poco trucco,e vestita con abiti un po’ più eleganti e meno appariscenti delle sue colleghe. “Gentile signorina vorrei parlare con lei…” “A’ cocco, cò me se viene pè scopà la conversazione falla cò tu sorella!” “Mi sono espresso male, vorrei conoscere  più a fondo e invitarla a casa mia.” “Se vengo a casa tua la tariffa raddoppia, damme n’ documento, vojo sapè chi sei, una volta uno stronzo m’ha riempita di botte!” “Sono Alberto M. un insegnante di materie letterarie, questa è la mia carta di identità.” “M’hai convinto a montà su sta carriola, num me sembri così morto de fame da…” “Questa che tu chiami carriola è un pezzo da museo, la richiedono anche dal Giappone…” “Va bè monto sur pezzo de museo.” Arrivati nel suo appartamento in via Taranto a Roma: ”A proposito come ti chiami?” “Chiamame Letizia, te piace?” “Mi piaci tu, se la smettessi col dialetto romano te ne sarei grato, mi sa tanto che ti piace fare la volgarona ma in fondo non lo sei.” “Ti accontento, in fondo sei simpatico non come i soliti clienti: vado, l’ammazzo e  ‘men vò così parlando onesto!” “Vedi che ho ragione, hai citato l’Inferno di Dante, sicuramente hai frequentato le superiori, dimmi la verità.” Letizia accusò il colpo, con la testa fra le braccia sul tavolo piangeva, situazione che mandava in tilt il sensibile Albertone il quale, dopo un ragionevole lasso di tempo la prese fra le braccia. “Sei un disastro, il mascara si è squagliato su tutta la tua faccia, sembri pulcinella, vai in bagno,  ti ci accompagno io.” La baby si insaponò più volte ed il viso apparve veramente bello senza quel trucco pesante che aveva prima, sembrava una modella, Al la guardava instupidito, non sapeva più che pensare, una tale bellezza a far marchette per strada! “Vieni sul divano, rilassiamoci con un po’ di musica romantica e, se me lo permetti vorrei baciarti…” Letizia non oppose resistenza anzi partecipò attivamente tanto da far svegliare ‘ciccio’. “Vedo una protuberanza che prima non c’era, in fondo mi fa piacere, voglio dirti tutto di me, mi chiamo Beatrice Annibaldi ma non mi piace quando mi chiamano Bea, sembro una pecora ma tu chi sei veramente a parte la tua professione, non ho mai incontrato nessuno che si prendesse interessasse di me, mi sei piaciuto appena ti ho incontrato, ci manca solo che mi innamori di un cliente!” “E se io cliente non volessi essere nel senso che…” “Non parlarmi di amore, mi sono messa nei guai per questo sentimento ma non voglio parlarne.” “Una proposta: bagno insieme e poi, saziati gli appetiti di mangerecci saziamo quelli erotici.” Un sorriso di approvazione da parte di Beatrice. “Cavolo una vasca Jacuzzi ma allora sei ricco!” “Lo erano i miei genitori morti in un incidente aereo mentre andavano in Australia a trovare nostri parenti, è stato un colpo durissimo, mi ero appena laureato e, tranne che per l’insegnamento, non sono uscito di casa per molto tempo, non riuscivo a trovare un equilibrio, mi ha, come dire, svegliato il mio amico Armando proponendomi di collaborare con una sua rivista, per ora sono abbondantemente confuso, oltre che stupenda in viso hai un corpo meraviglioso che, se permetti, vorrei…Per Alberto fu il più bello rapporto sessuale della sua vita, Bea ci sapeva fare, dopo un lasso di tempo Al andò in bagno, testa sotto l’acqua fredda, ne aveva bisogno. Si svegliarono a mattina inoltrata abbracciati, Alberto telefonò a scuola, aveva un forte mal di testa e di stomaco, prognosi cinque giorni di riposo. Alberto avrebbe voluto ancora…ma capì che era meglio godersi una giornata di quel sole romano che gli parve quanto mai romantico. Colle Oppio, giardini da lui frequentati da piccolo con i genitori, una vena di tristezza ma la presenza di Beatrice..”Ti chiamerò Bea anche se non ti piace.””Da te accetto tutto ma, ti prego, non mi deludere per me sarebbe la fine!” In via del Corso a fare spese, la carta di credito di Alberto si arroventò ma il padrone ne fu felice, gli abiti e le scarpe che Bea aveva acquistato la rendevano ancora più deliziosa, il padrone del negozio fece i complimenti ad entrambi. “Siete una bella coppia!” L’ovvio problema prese corpo nella mente di Alberto: se qualche cliente l’avesse riconosciuta per strada o in un locale…lo espose a Beatrice che rimase ammutolita. “Mio nonno Alfredo ex commissario di P.S. affermava che tre erano le esse importanti nella vita: salute, soldi e serenità, troverò una soluzione.” E la soluzione fu quella di farsi trasferire in una scuola in località lontano da Roma, quale posto migliore della Sicilia? Alberto scelse il liceo classico ‘La Farina’ di Messina dove fu trasferito con l’aiuto di un funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione che era stato amico dei suoi genitori. Il finale: Alberto non riportò la sua storia sulla rivista dell’amico Armando, la ‘carriola’ divenne di esclusivo uso di Bea, Alberto acquistò una Jaguar X Type suo vecchio sogno con la quale visitarono i più bei posti della Trinacria, felici? Alberto faceva gli scongiuri e si promise di non volare mai su un aereo!

  • Come comincia: L’ultimo battito della prima Stella accende il firmamento, forgiando l’oscurità dell’Universo.
    L’ultimo battito della prima Stella in eterno risuona nei nostri cuori, ritmando l’anima.
    Su un oceano avvolto dalla notte, la vita comincia il suo lungo viaggio.
    Un viaggio senza futuro, percorrendo tenebre costellate da piccole speranze lontane miliardi di anni luce.
    Un viaggio ad occhi aperti in un Universo ad occhi chiusi, a velocità tale da fermare il tempo, sfiorando con timore l’invisibile oscurità.
    Ma come la notte, l’oscurità è la strada che porta ad una nuova alba!
    Una forza ignota rallenta il suo cammino e il tempo improvvisamente riparte.
    Sono qui, ti vedo, sei il mio passato, la nostra anima batte nel tuo cuore, sento l’onda dei tuoi sogni inondarmi la mente.
    Tra le mani il nostro tempo, che fonderemo per creare l’eternità.
    Il perimetro della musica si sgretola, libere note ci avvolgono, la fusione temporale ha inizio.
    Una nuova Genesi si manifesta, le mie dita si avvicinano e, trepidando, accarezzano il tuo respiro.
    Sono a pochi secondi dal mio passato, a pochi secondi  dalla nostra unione, a pochi secondi dalla nascita del futuro.
    Madre tempo della vita, nel  grembo Paradiso la sua nuova melodia è sbocciata.
    L’ultimo battito della prima Stella pulsa nel suo cuore.
    L’ultimo battito della prima Stella ha creato una nuova melodia, che risuonerà in eterno nel firmamento!
    Il figlio del tempo riprende il suo viaggio, un viaggio ad occhi chiusi in un Universo ad occhi aperti, a velocità tale da fermare il tempo, sfiorando con timore l’invisibile oscurità.
    Ma come la notte, l’oscurità è la strada che porta ad una nuova alba!

    Fabio Meneghella

  • 28 novembre alle ore 18:42
    Indietro nel tempo

    Come comincia: Non mi va oggi di parlare di pesca, di mare e di tutto quello che mi suscitano .
    Mi piace invece parlare di tutt'altro e cioè che al mare, mentre pesco, in attesa che la canna dia qualche piccolo segnale d’abboccata, spesso e volentieri vado indietro con la mente con i ricordi della mia giovinezza qui nel mio paese, Melito di Porto Salvo.
    Ricordi che come a tutti rimangono indelebili e che fa sempre piacere parlarne o, come in questo caso, scriverne.
    Ricordo per esempio quelle calde mattine d’estate quando mi alzavo, mi affacciavo e vedevo un lembo di mare dal mio balcone e gustavo il rumore immaginando il ritmo delle onde ed il vento che soffiava su di esse facendomi capire che mare ci fosse stato quel giorno e s’era “mosso” meglio ancora, per noi ragazzi.
    Con il mare “mosso" con gli amici si giocava a farsi trasportare dalle onde; ne s’attendeva l'arrivo e ci si lanciava a siluro nella direzione della spiaggia.
    La gara era "a chi arrivava più lontano" e per farlo esistevano due tipi di nuotatori: quelli che si lanciavano ad ogni onda rischiando anche di fare soli 5 metri beccandosi gli sfottò degli altri e quelli, come me, che studiavano il mare ed attendevano l'onda perfetta che li portasse a riva.
    Con il mare “calmo" invece si stava tutto il tempo in acqua sino a che le mani non ti diventavano come quelle di un anziano, sembrando quasi di aver perso il senso del tatto. Adesso è tutto un po’ cambiato. I ragazzi oggi giocano a carte sotto l'ombrellone o a pallavolo o a calcio sulla sabbia.
    Ricordo con un po' di nostalgia il percorso (400 metri del Corso Garibaldi) che mi portava lì, che mi separavano dal mare ed era un percorso pieno di ricordi.
    Ricordo gli odori di quando percorrevo quella strada, il profumo di caffè che usciva dai bar, l'invariata tiritera del dialetto delle solite persone che ogni giorno incrociavo, il caldo del sole battente sull'asfalto che ad ogni passo aumentava la voglia di tuffarmi in acqua. Adesso il paesello è diventato una cittadina che, con tutte le frazioni, conta circa 16.000 abitanti.
    Spesso, quando fa piuttosto caldo, mi piace pensare di camminare su quella spiaggia quasi tutta di sabbia fine ed avvicinarmi pian piano a quello splendido mare per rinfrescarmi.
    Questi pensieri...questi ricordi mi sovrastano sempre, facendomi godere quell'ultimo tratto di passeggiata che mi portava lì, dove ancora adesso mi sento pieno di vita e che tanto mi piace che la sera quando rientro dalla battuta di pesca, da una spiaggia ormai deserta ed il sole basso sull'acqua, è un tutt'uno con i ricordi, con i suoni ed i profumi del mare ed il ritmo delle sue onde, belle ed increspate.

  • 17 novembre alle ore 19:27
    Ciao ciao vecchi mestieri

    Come comincia: Guardando un video e lieto della tenerezza e della simpatia della coppia protagonista che fa manualmente il pane casereccio, mi vengono in mente tanti mestieri ma tra questi ricordo quelli che ritengo i più importanti perché di gran lunga più in uso e che adesso sono quasi scomparsi come per esempio i calzolai, dei quali a Melito di Porto Salvo si sono perse le tracce.
    Tra questi vi erano Domenico (Mico) Scordo, Scapolla e mio padre che, a detta dei melitesi, miei compaesani, come loro ce n'erano pochi bravi nel rattoppare scarpe e, nel caso di mio padre, anche a farle nuove.
    A dire il vero anche panettieri ce n'erano poco e tra questi Ciccio (Baffa) Toscano del Paese Vecchio (che dicevano facesse il miglior pane con i famosi biscotti di pane duro), Saverio Tripodi alla frazione Lacco e Benito Romeo al rione marina; con loro ricordo che in casa avevamo sempre buon pane fresco e fragrante.
    Di falegnami non ce n'erano neanche tanti ma questi pochi erano veramente bravi come i maestri (come venivano definiti) Salvatore (Turi 'u nobili), Pietro Patera e Giacomo (Black) Romeo che fra i tre era il meno richiesto.
    Devo far presente, per diritto di cronaca, che, sebbene tutt'e tre fossero accaniti fumatori, non vi fu alcun caso d'incendio nelle loro falegnamerie.
    Come dicevo questi mestieri erano pochi mentre ora sono meno di poco e se adesso le scarpe che possono esser riparate le butti e le compri nuove come le porte o le finestre o i portoni, un motivo ci sarà.
    Tra i tant'altri mestieri solo il panettiere ancora resiste e che, vuoi per l'importanza del prodotto o per il fatto che gli odierni supermercati sono provvisti di panettieri ed anche bravi, fan sì di aver tutti i giorni sulla tavola del pane di ottima fattura e di tutte le speci e forme possibili ma che io, personalmente, non cambierei con quello dei maestri panettieri della mia fanciullezza che ancora ne ricordo il profumo che aleggiava in cucina quando mia madre, dopo averlo ricevuto perché, (come il Toscano) lo portavano anche a domicilio, lo adagiava sulla tavola dopo averlo affettato delicatamente.

  • 12 novembre alle ore 17:10
    BUONGUSTAI DEL SESSO.

    Come comincia: Buongustai del sesso dovremmo essere un pò tutti noi di qualsiasi genere si tratti, tranne ovviamente gli asessuati, dunque i buongustai son quelli che riescono a trarre delle sensazioni piacevoli, spesso molto gradevoli tanto da condizionare la propria vita e così era avvenuto a due coppie. Alessio F. dottore dell’Ospedale Militare Celio di Roma, il suo collega Leonardo N. con relative consorti Patrizia V. ed Arianna L. Alla apparenza erano delle persone cosiddette normali con ognuna le proprie peculiarità. Patrizia era figlia avuta in tarda età da due nobili decaduti i Boccadifalco, che con lo sparviero non avevano nulla in comune. Abitavano in un antico castello, in parte non abitabile perché in rovina, si erano ‘rifugiati’ in tre stanze in cui erano ‘spariti’, perché esitati per motivi economici, tutti i quadri antichi e gli oggetti di valore. Il barone,  appassionato del tappeto verde ma non favorito dalla sorte al gioco, era stato preda di quegli individui che sostano dinanzi alle case ai casinò per ‘foraggiare’, a caro prezzo, i giocatori sfortunati. La consorte era deceduta di crepacuore ed Abelardo H., questo il suo nome, viveva in poche stanze, alcune con recipienti per ‘accogliere’ l’acqua proveniente dal soffitto, una desolazione alla quale, alla morte del padre,  si era sottratta  Patrizia sposandolo, pur senza esserne innamorata il dottor Alessio; i quattro abitavano in una palazzina in via Labicana a Roma. Data la comunanza di lavoro, si frequentavano nel tempo libero mentre le consorti, casalinghe e senza figli talvolta si riunivano per lavorare ai ferri, loro passione comune. In occasione della missione dei mariti inviati in una località in cui era avvenuto un terremoto, Arianna chiese a Patrizia di dormire a casa sua, non era abituata a star sola di notte. Al calduccio del letto le due signore si abbracciarono, per loro una novità che si tramutò in qualcosa di diverso dal normale in quanto Arianna, non molto consona al significato del suo nome (casta), baciò in bocca Patrizia ed andò oltre toccandole le tette ed infine baciandole il ‘fiorellino’. Patrizia, presa dal vortice della passione, ricambiò nello stesso modo. Finita la furia sessuale, le due signore si guardarono in viso ridendo, dalla letteratura risulta che già le antiche donne  greche amavano la promiscuità sessuale e quindi…Quella notte aveva lasciato il segno nelle due signore che, allorché erano sole, si baciavano in bocca con passione. Un pomeriggio che Alessio era di servizio all’Ospedale Militare, Patrizia pensò di fargli una sorpresa andandolo a trovare. L’ufficiale di picchetto fu estremamente gentile con la signora che accettò quella corte anche perché il Tenente era un fustaccio come si dice in gergo ed anche piuttosto spiritoso tanto da farla ridere più volte. Il buon Bruno R. si sbilanciò affermando che a Roma non conosceva nessuna ragazza e che si trovava a girar per la città in solitudine con la sua Volvo 60. Finalmente Patrizia si ricordò il motivo della venuta in quell’Ospedale Militare ed incontrò il marito piuttosto sorpreso della sua visita. L’incontro col bel Tenente fece venir in mente alla signora di sfruttare quella ‘simpatia’ dimostrata dall’ufficiale nei suoi confronti, il giovane era sicuramente benestante considerato il valore della sua auto. Da quel momento Patrizia cominciò a lavorare ‘ai fianchi’ il marito lamentandosi che altre signore si permettevano da far i loro acquisto di vestiti, scarpe e gioielli in vie di Roma in cui c’erano negozi con merci di lusso. Alessio, sempre innamoratissimo della moglie, non capì dove voleva andare a ‘parare’ la consorte, le fece solo presente che sol suo stipendio…Patrizia fece la faccia tosta e raccontò al marito le avances del Tenente R. che le aveva promesso di accompagnarla a far delle spese con la sua Volvo, ovviamente col parere favorevole di Alessio il quale, pur nella sua ingenuità capì il secondo fine di Bruno. In crisi con se stesso Alessio diede il consenso alla moglie il quale lo abbracciò e lo baciò: “Sei il miglior marito del mondo!” “E forse in futuro anche cornuto.” pensò Alessio. Patrizia era tornata a casa con pacchi e pacchetti pieni di vestiti, scarpe ed anche un anello con brillante. Non volendo andare in albergo, Patrizia pensò bene di invitare Bruno nel suo appartamento mentre in casa c’era il marito per evitare ovvii pettegolezzi dei coinquilini. la sua richiesta passò al vaglio di Alessio che, inaspettatamente anche con se stesso, acconsentì. Bruno si presentò un pomeriggio con un gran mazzo di rose rosse accolto da una Patrizia su di giri e da un Alessio rassegnato. “Prima andiamo nel salone, a Bruno ho detto di sapere suonare l piano e lui vuol appurare quanto sono brava. Dopo circa mezz’ora il piano cessò di suonare perché Patrizia e Bruno erano passati in camera da letto. Il Tenente in bagno, nel veder Patrizia nuda rimase estasiato, Patrizia era una longilinea provvista di belle tette e di un sedere delizioso ma il meglio venne allorché la dama si esibì in un repertorio sia orale che di movimento del bacino che portò alle stelle la goduria di Bruno, valeva tutti i soldi che lui aveva speso per i regali. La notte Patrizia, dopo aver cambiato le lenzuola e benché stanca sessualmente, ritenne opportuno far godere delle sue grazie anche il marito che  non pensò a chi era stato con sua moglie prima di lui, ricordò il detto che ‘una moglie allenata…rende di più!’ Arianna si accorse dei nuovi vestiti, delle scarpe e dell’anello di Patrizia la quale fu sincera con grande sorpresa dell’amica. “E così tu…” “E così io… tu che avresti fatto al posto mio? Sii sincera.” Arianna fu sincera: “Gli avrei mollato anche il popò…” “Cosa che ancora io non ho fatto, i negozi di Roma son pieni di belle cose, che ne dici se propongo a Bruno un incontro con te?” “Tuo marito è stato comprensivo, io non so se Leonardo potrebbe essere della stessa opinione.” Leonardo inaspettatamente fece una contro proposta: “Prima che tu te la spassi con quel Bruno vorrei spassarmela io un pomeriggio con Patrizia.” Arianna: “Res cum ita sint, tradotto: stando così le cose penso che potremmo dire:’tutti insieme appassionatamente!’” E così avvenne uno ‘wife swapping’ con grande soddisfazione di tutti.  Patrizia ed Arianna facevano la ‘spesa’ ambedue con Bruno il quale dimostrò ancora una volta che il denaro non era per lui un problema. Una domenica che i quattro pranzavano insieme Patrizia: “Alla fine del pasto una notizia sconvolgente!” “E che sarà mai, è morto il Papa?” “ Devo riferirvi una confessione di Bruno: ha dichiarato di essere bisessuale!” Silenzio generale poi Leonardo: “A noi che ce ne importa?” “E qui ti sbagli, prima ha ‘usufruito’ delle signore ed ora tocca a voi maschietti.” “Col cavolo, io nemmeno per diecimila €uro!” “Infatti non sono diecimila ma trentamila,” “A testa?” “Ognuno di voi percepirà questa somma in contanti alla fine della serata.” Alessio e Leonardo  insieme intonarono un canto goliardico: “Bruno, bum, Bruno bum chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto: valzer, un debole con il buco del cul,  bam bam bam bam, bam bam bam!” “Mi viene in mente una frase di Dante che affermava: ‘quanto sa di sale il pane altrui!’” “Lasciamo da parte la letteratura, anche se ipoteticamente noi fossimo d’accordo ho  seri dubbi che il mio ‘ciccio’ alzerebbe la ‘testa’, non mi piacciono i culattoni!” “Non sputar sul piatto in cui potresti mangiare, ci saremo noi femminucce di supporto a voi ed anche per soddisfare la parte maschile di Bruno.” “Altro che Sodoma e Gomorra: una pioggia di fuoco si abbatterà su questa palazzina coinvolgendo anche persone innocenti, vi prenderete questa responsabilità?” “Alessio, dopo che hai fatto sfoggio di cultura religiosa lasciamo da parte le battute di spirito e decidiamo come comportarci; I soldi piacciono a tutti, noi…” “Chi non ci sta alzi la mano.” Nessuno ebbe il coraggio di rifiutare quel fiume di denaro e la notizia fu comunicata per telefono al fornitore di…il quale “Oh che bello, che ne dite di domenica pomeriggio?” Un secco ”Ok, alla prossima domenica.” Il pranzo dei quattro fu più frugale del solito, dovevano essere in forma e non bolsi. Bruno si presentò col solito mazzo di rose rosse e con una maschera in viso, comprensibile era carnevale ma quando se la tolse…sorpresa sorpresa, Bruno aveva il viso  truccato da donna, e che donna, bellissima, un’atmosfera surreale! “Penso che i signori siano a posto con i lavacri, io appostissimo che ne dite se cominciamo subito, il mio popò scalpita!” Ci fu uno scambio: Patrizia si appropriò oralmente del ‘ciccio’ di Leonardo imitata da Arianna con Alessio. Bruno, in ginocchio, aveva già ben lubrificato il suo ‘popò’ ed i due maschietti, a turno, non ebbero difficoltà a penetrarvi, le signore provvedevano a prendere in bocca il ‘ciccio’ di Bruno ‘ben dur’ e che emetteva delle bordate di sperma. Bruno sembrava instancabile; ad un certo punto le signore, viste le facce dei mariti: “Bruno che ne dici di smetterere, potresti sentirti male!” “Io lo farei per giorni interi ma il mio popò talvolta non collabora e si rivolta, fine della goduria.” I cinque, spaparanzati chi sul lettone e chi sul divano pian piano ripresero le ‘penne’, andarono in bagno e si rivestirono, ‘la musica è finita, gli amici se ne vanno’. Bruno si rimise la maschera in viso prima del: by by, a presto!” Alessio e Leonardo con noncuranza misero mano a due buste della spesa contenenti…una bella spesa pensando a qual fine avrebbero  destinato tutti quei soldi. Avvennero altri due incontri fra i cinque poi Bruno fu trasferito, per sua volontà, ad Agrigento forse per andare a provare altre sensazioni con nuovi amici siciliani e siciliane di fama piuttosto focosi!

  • Come comincia: Anticamente le lontane terre di Lothian erano abitate da cuori impavidi che non temevano le forze del male, le tenebre e la morte.
    Erano i guerrieri di quelle terre, laddove non sorgeva mai il sole. Essi lottavano contro i draghi Kimono delle caverne ed i maghi Kayleigh, malvagi incantatori di farfalle a pois nere e...cacciatori dei cuori delle giovani fanciulle vergini; oppure contro le streghe Lavender, che vendevano agli abitanti pozioni magiche avvelenate per rubarne poi i loro cuori.
    Quei guerrieri lottavano contro chiunque e ogni forza - visibile o invisibile, oscura ed arcana - tutti i giorni dell'anno d'ogni anno, per difendere la libertà di quelle terre e di chi le abitava.
    Ma un giorno ogni guerriero andò via da quelle terre, tutti si spostarono per andare ancora più a nord, ai confini più desolati dell'estremo nord, più vicino al mare di nessuno.
    Le terre di Lothian così, quelle terre così accanitamente difese per anni, decenni e secoli d'improvviso rimasero incustodite. Infatti, furono invase dal male e dominate, per altrettanti anni, secoli e decenni dai cattivi maghi e dalle altrettanto cattive nonchè subdole streghe...
    Oggi quelle terre lontane non ci sono più: furono sommerse durante un natale di tantissimi decenni fa, il loro ultimo natale, da un cataclisma di pietre e di fuoco piovuto dal cielo; ma gli antenati di quei remoti cuori impavidi, appartenuti ad antichi guerrieri, i quali abitano (in) altre terre, altrettanto remote e lontane delle terre di Lothian, ricordano quelle valorose gesta: raccontandole ai loro figli ed ai figli dei loro figli...per non dimenticare mai!

    Taranto, 2 settembre 2016.

  • 07 novembre alle ore 12:04
    Al tramonto (100 parole e stop)

    Come comincia: Il tramonto emana un sentore di pace. Questo silenzio ha la stessa essenza del sole che stilla l’ultimo calore. Ed il dolore alle mani sembra scomparso. Che respiro di sollievo! Osservo le mie dita: sono adunche, come i rametti nodosi di alberi spogli. Un tempo possedevano un bianco candore: esalavano quel profumo di  giglio miele smosso dall’amore. Fu per un uomo. Non mio marito. Ancora ricordo la calda fragranza della sua bocca: una magnolia, lievemente liquorosa, che gocciava, ad ogni bacio, sulle mie labbra. Poi la malattia. Infine l’odore fresco e dissonante di quella rosa che posai sulla sua bara.
     

  • 07 novembre alle ore 11:40
    Biografia

    Come comincia: Cesare Moceo é nato a Palermo da una famiglia dove la ricchezza era una solo una realtá chiamata dignitá,dove,sono sue parole, l'educazione era affidata "alla cinghia dei pantaloni".In una adolescenza vissuta di stenti riesce a proseguire gli studi concludendo il liceo scientifico col diploma di maturità e iscrivendosi in seguito alla facoltá di Medicina e Chirurgia,che abbandona dopo il biennio a causa di una sopravvenuta crisi interiore che si risolve con l'aiuto del fratello Pietro lavorando insieme nella ristorazione e divenendo ben presto ambedue importanti e di riconosciuto talento in quel settore.È di quel periodo la nascita della sua passione per la scrittura e per la poesia.Nel 1978 conosce la donna della sua vita,Concetta Cerniglia cefaludese doc,una signorina dolce e sincera che a diciassette anni sacrifica la gioventú per unire la sua sorte a colui con il quale ad oggi sta giá da quarant'anni, donandogli due splendide figlie Manuela e Vanessa. Adesso,Cesare Moceo vive ed opera a Cefalù, ha appena compiuto 65 anni ed é marito padre e nonno felice.La sua carriera poetica é ricca di soddisfazioni;é presente in molte antologie (circa 60) che raggruppano affermati e emergenti poeti italiani.Diversi i premi che ha ricevuto nel corso degli anni. Ricordiamo: con la poesia «Il mio essere nonno», è stato premiato a Trevi al primo concorso «Poeta anch’io». A Roma, è stato premiato con la poesia «In corsia» scritta in occasione dell’intervento chirurgico al cuore che ha subito qualche tempo fa. La sua poesia «E mi accorgo di essere un nuovo povero» ha ricevuto la menzione di merito al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Città di Genazzano”. La sua poesia «Siamo anime sfuggenti» fa parte in un’antologia dedicata a Papa Francesco.Una sua poesia sul Natale é stata studiata dagli scolari di una scuola primaria di Palermo.Un'antologia contenente una sua poesia è presente nella biblioteca dell'esimio giornalista e importante conduttore televisivo Maurizio Costanzo.Con una sua lirica scritta per la poetessa Alda Merini,inserita in un'antologia a Lei dedicata,é presente con la stessa presso la sua casa-museo ai Navigli in Milano.In questi giorni gli é stata assegnata da un'associazione culturale "I Rumori dell'Anima" di Roma la targa alla carriera per meriti poetici.Pubblica le sue poesie sul giornale della sua Cefalù

  • 06 novembre alle ore 10:09
    IL SESSO NON HA COLORE

    Come comincia: Era l’inizio di giugno, a Rimini il tempo non faceva i ‘capricci’ tanto temuti dagli albergatori anzi le giornate erano assolate e la temperatura gradevole. Paola Rossi, tramite agenzia,  aveva contatto una famiglia di profughi Tunisini per impiegarli nel suo stabilimento balneare ‘Intimità’. Inaspettatamente una mattina si trovò tutta la famiglia istallata sulla panchina dinanzi allo stabilimento. Il capo famiglia fece le presentazioni: “Sono Aban Madani, mia moglie Leyla Hamid, i miei figli gemelli Bashir e Hadi, mia figlia Amira, ci hanno dato il suo indirizzo dello stabilimento ma non quello di casa sua per questa ragione siamo qui. Paola passò in rassegna con gli occhi i Tunisini, tutti dalla pelle piuttosto chiara, soffermò la sua attenzione particolarmente sui due gemelli: due giovani un metro e ottanta circa dal fisico atletico e dal sorriso accattivante, anche la ragazza non era male, insomma una famiglia di belli. L’agenzia di collocamento aveva fornito per loro buone referenze, nessun procedimento né pendenze penali, insomma affidabili. I Tunisini avevano soggiornato in una località siciliana per cinque anni ma non era stato specificato il motivo del loro trasferimento, parlavano un italiano comprensibile. Paola: “Penso non abbiate un alloggio, a Rimini d’estate è un impresa trovarlo, sopra casa mia c’è un piccolo appartamento di tre stanze, potreste sistemarvi lì, non è lontano. Leyla abbracciò Paola per ringraziarla: “Siamo stati fortunati signora, sapremo ricompensarla col nostro lavoro.” Era domenica, a casa di Paola tutti i suoi congiunti: Andrea Fabbri pater familias e poi Silvia e Fabio ambedue studenti universitari a Bologna. “Appena vi sarete sistemati Bashir ed Hadi dovrebbero venire con me per sistemare lo stabilimento, E così fu, a bordo della Dacia di Paola arrivarono nel posteggio dello stabilimento e poi in cabina. Paola si era presentata con una costume intero di color nero provocando l’ilarità dei due giovani. “Cosa avete da ridere , mai vista una donna in costume?” “Madame ci scusi l’impertinenza (in Tunisia si parlava il francese) ma una giovane e bella donna dovrebbe indossare qualcosa di più sexy per far godere la vista dei maschi del lido.” Paola non rispose, sarebbe stato difficile dire qualcosa di spiritoso per ribattere quella osservazione piuttosto impertinente, guardò meglio i due giovani: due statue greche o meglio tunisine, si meravigliò lei stessa per il suo interesse per due ragazzi che potevano essere suoi figli. “Voi  sarete addetti al salvataggio, sul lido c’è una piattaforma sopraelevata per scorgere meglio eventuali bagnanti in difficoltà, ci sono due attrezzi di plastica per la bisogna e due binocoli, inoltre  avete il compito di mettere gli ombrelloni e le sdraie dove vi indicherò. Bashir ed Hadi avevano ben capito quale fosse il loro lavoro e dimostrarono sveltezza e precisione che fece piacere a Paola. “Io vado a casa, ogni nuovo cliente deve essere riportato nel registro delle presenze ed a lui dovrete rilasciare una tessera d’ingresso, ben capito?” “Madame, noi a scuola eravamo piuttosto bravi, lo saremo anche qui.” Paola era rimasta colpita dalla osservazione dei due ragazzi, forse avevano ragione, a quarant’anni molto ben portati un costume intero era eccessivo;  si recò nel negozio di una sua amica, anche se era domenica, d’estate tutti gli esercizi erano aperti. “Cara Paola è un  piacere vederti, cosa chiedi alla tua amica Isolde? (Era una tedesca che aveva sposato un riminese). Ho un costume intero, vorrei un due pezzi non molto scollato.” “Due pezzi da monache non ne ho, col tuo fisico ti puoi permettere tutto, eccone uno bellissimo, tipo brasiliano, farai girare la testa a tutti i maschietti, auguri.” E così fu, al rientro nello stabilimento i due Tunisini le fecero i complimenti: “Madame est fabuleuse, ha visto che la nostra osservazione era giusta.?” Paola non si voleva dar per vinta, “A casa ho tanti costumi…” Anche Andrea, Silvia e Fabio rimasero stupiti, la rispettiva moglie e madre si era modernizzata, un po’ troppo pensò il marito. Andrea era proprietario di una grande pasticceria ubicata nel Comune di Verucchio, non era riuscito ad ottenere una licenza per Rimini, troppa concorrenza e poche raccomandazioni e così aveva ripiegato per un Comune limitrofo  sempre affollato da turisti per le sue antichità. Giorni  prima alcuni vicini lo avevano informato che la sua dipendente,  Alma Crocetti,  in sua assenza, si dava ai bagordi con degli amici con i prodotti esistenti in pasticceria, la licenziò per giusta causa senza liquidazione ed era in cerca di una sostituta. Chi meglio della tunisina Amira, sembrava una ragazza assennata e poi fisicamente piacevole il che non guastava. Andrea spesso non rientrava a Rimini con la motivazione che il locale chiudeva alla due di notte e la mattina apriva molto presto; si era ricavata una stanza con due letti ed un bagno nel retro della pasticceria. Anche Amira fu costretta a seguire gli orari del datore di lavoro, Aban, il padre, non era contento di quella situazione ma capì di non poter intervenire. Ogni giorno Andrea ed Amira si ‘avvicinavano’ sempre di più specialmente quando rimanevano soli. Cosa strana per un’araba, fu Amira che fece il primo passo in campo sessuale, una notte si distese sul lettino di Andrea: “Scusami se ti disturbo, mi sento sola, ti dispiace se sto un po’ vicino a te?” Andrea non aspettava altro da vario tempo ma  aveva avuto paura della reazione della ragazza, sarebbe venuto fuori uno scandalo ed anche a casa sua non l’avrebbero presa bene. Amira dimostrò di non essere alla sua prima esperienza sessuale con gran gioia del suo amante che con la moglie, in questo campo, aveva tanti problemi per la ‘rigidità sessuale’ della consorte, insomma una puritana. All’inizio Paola non era contenta della lontananza costante del marito ma un episodio le fece cambiar idea. Una mattina Bashir, vedendo arrivare in spiaggia Paola particolarmente pimpante, pensò bene di prendere al volo l’occasione. “Madame Paola, visto il mare calmo che ne dice di una nuotata insieme, a controllare la situazione ci sarà Hadi.” “Purtroppo io non so nuotare.” “Non ci credo una signora che abita in una città di mare, va bene le insegnerò io, prendiamo la barca di salvataggio per ogni eventualità.” Con meraviglia di se stessa, Paola accettò senza parlare, remando remando Bashir portò la barca abbastanza al largo, le ‘fils de pute’ capì che la situazione volgeva a suo favore, fece scendere in acqua Paola e: “Le insegno a fare il morto, chiuda gli occhi, metta la testa in acqua, io la sorreggerò con la mano sulla schiena, si rilassi.” Paola si rilassò a tal punto quasi da non accorgersi che gli veniva sfilato lo slip, o meglio se ne accorse ma non ebbe il coraggio o meglio la forza di protestare. Fu difficile da capire come Bashir fosse riuscito a penetrare nel ‘fiorellino’ di Paola, per lei era  un’esperienza unica, mai provata; ebbe due orgasmi consecutivi sempre ad occhi chiusi, cosa che non aveva provato mai con suo marito, anche per sua colpa. Sembrava addormentata. Bashir: “Madame dobbiamo tornare a riva, Hadi potrebbe pensare che lei sia annegata e poi la gente che ci ha visto andare al largo…” Paola pian piano si rese conto della situazione, un cumulo di sensazioni da quella più bella a quella della colpa ma la prima ebbe il sopravvento. Baciò in bocca il suo amante senza parlare. A terra la dama si era ripresa ed ad Hadi:”Tuo fratello mi sta insegnando a nuotare.” (chiamalo nuotare!) Il giorno successivo Hadi: “Signora penso che lei abbia ancora qualche lezione per esser sicura nel nuoto, prendiamo la barca ed andiamo al largo.” Il giovane era stato  previdente, aveva portato con sé un materassino che, poggiato sul fondo della barca rendeva piacevole il distendersi dei due corpi. Questa volta fu Paola a spogliarsi di sua iniziativa, Hadi sembrava aver un pene più grande del fratello e Paola provò orgasmi multipli fino a rimanere senza forze. Hadi riportò la barca a terra, Bashir la ormeggiò senza far commenti e guardò in faccia i due, sembravano proprio spompati. Le ‘lezioni di nuoto’ erano quasi giornaliere, i due tunisini recuperavano le forze con cibi ‘ricostituenti’ forniti da Paola  sempre più in  forma fisica cosa notata da Silvia e Fabio che, recatisi una mattina in spiaggia notarono le manovre della madre con il bagnino di turno e si resero conto della situazione, non erano puritani. “Hai capito mammina, tanto per bene, ha scoperto il sesso a quarant’anni.” Aban, il padre, bravo meccanico, aveva trovato un impiego presso una officina automobilistica che includeva anche un concessionario di marche di auto estere, c’era molto da lavorare ed Aban tornava a casa la sera ‘distrutto’ fisicamente, cena a poi a letto. La moglie Leyla era la donna di casa, dalla cucina alle pulizie tutto sulle sue spalle e, vedendo gli altri divertirsi si cominciò a domandare se anche lei non aveva diritto ad un po’ di ‘rilassamento.’ L’occasione capitò un pomeriggio quando andò in camera di Fabio per spolverare e vide il giovane nudo sul letto, un membro morbido ma…promettente. Lo prese in mano sin quando il proprietario si svegliò  ed esordì con: “Grazie cara, che ne dici di farti vedere nuda, chiudi la porta a chiave.” Leyla era ancora appetibile, un bel fisico anche se un po’ robusto, tette dure e fiorello? Deliziose, piacevoli, paradisiache forse gli aggettivi erano eccessivi ma le sensazioni provate da Fabio erano  assolutamente maggiori di quelle saggiate con le sue coetanee. Unica rimasta a bocca asciutta? Silvia che sconsolatamente ricordò il poema satirico ‘Ifigonia in culide’ in cui la protagonista, al par suo, si lamentava. “Quanta fava quanta fava ma perché nessun mi chiava?”

  • 05 novembre alle ore 12:41
    Col corpo

    Come comincia: Sento il respiro. Sento il pianto.
    Una musica che riconosco, un riso fragoroso come onda che s'infrange.
    Batto il tamburo delle parole cavalcando a testa bassa nei rovi dell'anima.
    Sento il respiro. Sento il corpo. Ora libero, ora armonico e poi dissonante.
    Batto la cassa dello spirito senza punteggiatura rivivo e muoio all'attimo presente.
    Una musica che riconosco, una voce che commuove.
    Sento nel corpo, il mio corpo. Il coraggio del possesso. L'atto ancor più ardito di farmi radice e lasciar andare.
    Sento il respiro, il canto. Sono viva tutt'intorno.
    Dall'inferno agli alti mondi, sento tutto e sono vento.

  • 31 ottobre alle ore 16:20
    Morti bianche... spesso dimenticate

    Come comincia: Per uno come me che nella sua famiglia ha avuto tutti i fratelli, compreso me stesso, che hanno lavorato in gioventù, per tantissimi anni, senza essere registrati dai datori di lavoro, parlare di questo problema e cioè di salute e sicurezza sul lavoro e di “morti bianche”, è una cosa che mi vien facile.
    Ricordo quando i miei fratelli, che lavoravano nel settore edilizio coma manovali e muratori, spesso e volentieri perdevano la giornata di lavoro, perché erano passati gli ispettori del lavoro o meglio gli dicevano: -"Andate a casa che devono passare gli ispettori del lavoro”- e raccontavano che, quando arrivavano questi, all’improvviso saltavano dai piani in costruzione saltando sui “tubi Innocenti” come le scimmie con le liane nella giungla.
    A quei tempi, moltissime volte i miei fratelli tornavano a casa perché si facevano male e dovevano curarsi a spese proprie che, e non di poco, gravavano sul bilancio della famiglia. Quante volte, anche, raccontavano dei pericoli che passavano lavorando ad altezze spesso proibitive, senza alcuna sicurezza, dovute più che altro all’incuria, alla subcultura dell’arricchimento e al guadagno facile che spinge a tagliare le spese da parte dei datori di lavoro destinate alla prevenzione ed alla sicurezza.
    Adesso non ricordo bene, perché sono stato fuori Melito per tanto tempo, ma mi pare che anche qui da noi qualche “morte bianca” c’è stata, negli anni passati ed è passata inosservata, come tutte le cose qui da noi, che non vengono denunciate o, per lo meno, fatte notare con esposti che facciano aprire qualche inchiesta nella giusta direzione. Comunque, al contrario di noi, in Italia, questo problema negli altri Paesi è stato ridimensionato già da tanto tempo con misure cautelative serie, anche perché, e mi riferisco alla Germania, dove vi ho vissuto e lavorato per 5 anni, lì si lavora, in alcuni settori, anche “su di giri” spesso e volentieri, bevendo per il freddo, soprattutto.
    Se si dovesse trattare, questo di queste sfortunate persone, di un incidente sul lavoro, questa sarebbe ancora una tragedia che renderebbe drammaticamente evidente quanto sia urgente restituire al lavoro la sua dignità.
    Ed il lavoro è degno, e su questo non ci dovrebbe essere alcun dubbio, quando è sicuro nel suo svolgimento, contrattualmente tutelato, legislativamente protetto e adeguatamente retribuito.
    Sono sicuro che, e lo ripeto, se si dovesse trattare d’incidente e si dovesse prendere posizione, com’è giusto, riguardo ad un “morte bianca” ed interessare direttamente il nostro Presidente Mattarella questi, e ricordiamolo, che nella lotta contro le “morti bianche” ha fatto anch'egli come il suo predecessore Napolitano, uno dei tratti emblematici del suo altissimo impegno istituzionale, troverà il modo migliore, primo, per onorare sicuramente la memoria di questi lavoratori e, secondo, per impedire, come succede spesso, il dimenticarsi e la rapida archiviazione del caso.

  • 27 ottobre alle ore 9:05
    IL MAGO DISSE ALLA STREGA...

    Come comincia: Il mago disse alla strega....
     Non vi sto a riferire quello che il mago disse alla strega per evitare volgarità, vi posso solo dire che il mago andò in bianco. Questo ‘cappello’ per introdurre un racconto un po’ particolare: personaggio Aurelio Mangano con studio in un paese in provincia di Catania con pochi abitanti, suo padre Gioacchino era stato il suo maestro nell’arte divinatoria e gli aveva consegnato un libriccino, il cui contenuto era conosciuto solo da loro due, col quale Aurelio riusciva a predire il futuro delle persone che si presentavano a lui. Col passa parola si era fatta una fama di persona seria e affidabile, moltissimi dei suoi clienti, provenienti anche da località lontane, avevano visto avverare le sue previsioni un po’ in tutti i campi, da quello medico e poi un po’ in tutti gli altri:  lavoro, studi,  affetti ecc. Come poteva essere classificato? Veggente, divinatore o che altro, Aurelio si presentava solo col suo nome e cognome senza alcuna qualifica,  riceveva i clienti solo per appuntamento, la sua sala d’aspetto era sempre piena di persone in attesa di conoscere il loro futuro. Scapolo, palestrato, molto sensibile al fascino femminile  nel suo studio evitava nel modo più assoluto di far la corte a qualche cliente femmina anche se di suo gradimento. Più di una volta gli era capitato che qualche signorina gli aveva fatto capire la sua disponibilità ma siccome c’era molta concorrenza in questo campo, preferiva far una cernita a seconda della beltade del soggetto e  dava loro appuntamento a Fiumefreddo dove aveva la sua abitazione  molto confortevole ed arredata con buon gusto. Alcune volte gli erano capitati casi ‘difficili’ come quando si era presentata una ragazza in compagnia di una signora anziana  a cui aveva ‘visto’ un tumore al fegato e la morte entro trenta giorni. Fece segno alla ragazza di seguirlo in altra stanza per rivelarle quanto da lui pronosticato. La ragazza si mise a piangere e ci volle del tempo prima che si ricomponesse. Al rientro nello studio la vecchia: “Sei la solita puttana, ti sei fatto anche il qui presente, paga e andiamo via.” La figlia fece cenno ad Aurelio di non farci caso, la vecchia doveva essere proprio una peste ma… ancora per poco! Altro caso particolare: un uomo di mezza età non particolarmente attraente volle sapere se sua moglie avesse un amante. Dal libriccino Aurelio dedusse che la signora non aveva un  amante ma ben tre suoi vicini di casa. Entrò in crisi, poteva accadere una tragedia se avesse detto la verità al marito. Col pretesto di conoscere i dati personali del richiedente, si fece consegnare la sua carta di identità da cui rilevò oltre al nome e cognome anche il luogo e la via di residenza, al ‘cocu’ disse una bugia: “Sua moglie non la tradisce, sia sereno.” Appena uscito il cotale, all’ufficio informazioni chiese il numero dell’utenza telefonica intestata a….Ottenuta l’informazione: “Signora noi non ci conosciamo, le dico solo di stare molto attenta, suo marito dubita della sua fedeltà e potrebbe fare una sciocchezza” “Chi parla? Non  credo ad una parola di quello che mi ha detto!” “Farebbe meglio a crederci!”  Ormai Aurelio si era incamminato oltre che nella strada del preveggente anche in quella di salvatore di situazioni pericolose ma talvolta non poteva riuscirci come nel caso di una signora: “Son venuta da lei per un motivo delicato, il mio consorte ha un amico… molto amico, spesso escono insieme ed io resto sola a casa, non abbiamo figli, anche in campo sessuale è un disastro, vorrei sapere se il mio poco adorato marito è omosessuale.” Era omosessuale. “Gentile signora mi ha messo in crisi, dirle la verità potrebbe essere spiacevole ma…” “Ho capito tutto, anche se omosessuale resterò con lui per il volgare denaro, è molto ricco e evidentemente il nostro matrimonio è stato per lui un paravento, questo è il mio biglietto da visita qualora…”Aurelio ricambiò fornendo il suo biglietto da visita. La signora Elda M. oltre ad essere bella aveva classe, Aurelio ne prese nota ed ebbe una gradita sorpresa quando un pomeriggio di un venerdì: ”Sono Elda M. fra mezz’ora circa sarò sotto casa sua, porti un costume da bagno, andremo… glielo dirò in macchina.”  Elda fermò la sua Giulia A.R. rossa sotto casa del futuro probabile amante e suonò due volte il clacson. Aurelio scese le scale e fu letteralmente abbagliato da Elda, era in costume da bagno che, dire non molto castigato era il minimo, sopra un copricostume trasparente, la dama era riuscito a far rimanere la bocca aperta Aurelio in segno di  meraviglia. “Chiuda la bocca, ci possono entrare delle mosche!” Pure preso per il c…o “Col suo permesso preferirei andare con la mia Jaguar X Type.” “Permesso accordato lei, anzi tu, hai avuto stile nell’acquisto di un’auto di classe.” “Per ora ho conquistato una donna di classe che mi vuol condurre dove?” “A Marina di Cottone mio marito, in una caletta, ha un bungalow ben attrezzato, ci passeremo il tempo che vogliamo, Guglielmo è col suo amico.” Era venuto a galla il nome dell’omo. Il bungalow era una bomboniera con tante comodità ma ci sarebbero potuti rimanere solo sino a domenica sera, il lunedì Aurelio aveva degli impegni di lavoro. La signora aveva un arretrato in fatto di sesso e lo dimostrò non appena chiusa la porta del bungalow, un bacio alla grande di quelli che fanno resuscitare i morti. “Vieni in bagno per un bidet ai tuoi gioielli…altro che gioielli hai…hai…A letto i due ripassarono tutto il Kamasutra, la dama era una buongustaia e gustò anche il sapore dello sperma di Aurelio: “Sembrava panna, mai assaggiato qualcosa di simile!” Per recuperare le forze un breve spuntino e poi il classico bagno a mezzanotte particolarmente romantico per la presenza della Luna piena poi sdraiati sull’arenile con Elda che aveva girato il viso dall’altra parte, delle lacrime scendevano sulle sue gote, lacrime di gioia e forse anche di rimpianto per qualcosa che sicuramente le sarebbe stato precluso per il futuro, Aurelio era stato chiaro: niente rapporti fissi. La domenica sera il rientro, Elda con solo una stretta di mano salutò il bell’amante che le aveva fatto provare non solo delle gioie del sesso, solo una stretta di mano perchè c’erano degli inquilini affacciati alle finestre. Il solito rompiballe spiritoso: “La prossima volta facciamo a metà?” “Zozzone a metà di che, è sola un’amica!” “Si un’amica del c…o!” “Vai a…” Va bene ci vado ma ricordati che se hai bisogno di un aiuto…” In studio la mattina seguente due sorelle un po’ avanti con gli anni e niente affatto appetibili: “Vorremmo sapere se riusciremo a sposarci, sinora…” Il sinora risultò che sarebbe stato definitivo ma come indorare la pillola? “Risulta che per voi è meglio rimanere sole tra di voi, vi farete compagnia.” Era il massimo della diplomazia. Altro cliente ‘difficile: una mattina si presentò un tale piuttosto tarchiato, baffi,  barba non rasata, coppola, gilet con catena d’oro,  aveva lo stile del mafioso. Era accompagnato da altro individuo più alto di statura, ma praticamente simile, munito di fucile calibro dodici e di cartucciera, il classico guarda spalle.“Mi dissero che vvossia insirta u futuru.” “Ci provo, cosa vuol sapere?” “Venni a sapiri chi mi vogghiunu  ammazzari, vogghiu  sapiri si ci arrinìscirannu.” Vagli a dire che ci sarebbero riusciti, solita risposta diplomatica.”Lei verrà ferito e sarà ricoverato in ospedale, di più non posso dirle.” “Dutturi quantu vi haju?” “È un  mio omaggio, tanti auguri.”  “Vvossia si fici n’amicu, riurdatillo Linu!” Avere una amicizia in un certo campo Aurelio non l’aveva messo in conto, non si sa mai, poteva servire. ‘Altro giro, altro numero’ Per chissà per quale motivo recondito ad Aurelio venne in mente questo vecchio detto all’apparire di altro cliente la cui mascolinità era in  forte dubbio: magro, occhi truccati, sciarpa al collo, maglietta ‘non baciatemi in bocca’ modi femminei: “Sono Gabriele, Gabri per gli amici vengo da lei per un fatto doloroso, mio marito o quello che pensavo fosse mio marito Marco mi ha lasciato per una donna,per una donna! Sono angosciata, vorrei sapere se ritornerà a me, le pagherò qualsiasi cifra!” “Lei vuol sapere la verità oppure…” “Come la canzone la verità mi fa male lo so, veda lei.” “Marco si sposerà con Antonella, lo sapeva il suo nome?” “Si lo sapevo, brutto vigliacco, tenga cento  €uro, ormai per me i soldi…” Ci mancava pure l’omo flerens! Per fortuna non c’erano altri clienti. Lunedì mattina, Aurelio non si sentiva particolarmente in forma fisica, raffreddato qualche linea di febbre, i primi freddi lo avevano colpito ma la sala d’aspetto era piena di clienti e così, imbacuccato: “Entri il primo.” Un uomo sui quaranta ben vestito, una persona normale che descrisse la sua situazione amorosa un po’ particolare: “Per prima cosa desidero che quanto le riferirò non esca da questa stanza, voglio la sua parola.” “Vada pure avanti, c‘è il segreto professionale.” “Sono un impiegato statale, da tempo sono l’amante della moglie del mio capo sezione, non è una avventura passeggera, anche lei è innamorata di me ma, se la storia divenisse di pubblico dominio passerei guai seri, penso di aver trovato una soluzione anche se difficile da mettere in atto: far diventare mia moglie l’amante del mio capo, non vorrei esagerare ma per me è una questione di vita o di morte, minimo potrei essere trasferito fuori sede oppure…non ci voglio pensare ci riuscirò?” Il signore cominciò a tremare. “Non si sente bene, vuole un bicchiere d’acqua?” “No solo una sua risposta.” Consultando il suo ‘breviario’ constatò che il cotale sarebbe riuscito nell’intento ma ritenne di non dover dare subito la risposta e consigliare il suo dirimpettaio: “Avrà difficoltà sia a convincere sua moglie sia il suo capo sezione, per prima cosa faccia un  po’ la corte alla sua signora, fiori, cena al ristorante, qualche gioiello se ne ha la possibilità finanziaria e le dica che il suo capo gli ha confidato di un suo interessamento amoroso per lei, agisca nello stesso modo col suo capo, gli riferisca che sua moglie, piangendo, gli ha confidato di essere innamorato di lui, ci vorrà del tempo ma la situazione si evolverà come lei spera.” “Qui ci sono duecento €uro, non ho problemi finanziari, qualora riuscissi nel mio disegno la verrò di nuovo a trovare, magari in compagnia della mia adorata…” Esaurito il numero di clienti, squillò il telefono, solo  un pianto. “Se è uno scherzo è di cattivo gusto.” “Sono Elda, ho bisogno di parlarti, posso venire allo studio?” Aurelio fu tentato di dirle di no, sentiva puzza di guai ma Elda aveva ripreso a piangere. “Ti aspetto.” Dopo una mezz’ora Aurelio vide dalla finestra l’arrivo di una Giulia rossa. Elda portava gli occhiali scuri ed era vestita trasandata. “Stiamo un po’ seduti sul divano, vorrei…” “Ed il vorrei che ti togliessi gli occhiali, qui dentro non  c’è il sole.” Frase che Aurelio riconobbe non molto intelligente ma rimase basito nel vedere che la signora aveva un occhio nero. Ripresasi, la signora raccontò che dopo aver fatto visita alla madre, ritornando a casa prima del previsto gli era accaduto di entrare in camera da letto e scoprire che il marito era ‘in compagnia’ del suo amico omo, il marito aveva preso male questa sua intrusione e l’aveva picchiata. Aveva pensato di denunziarlo alla Polizia ma, ragionando a mente fredda capì che aveva tutto da perdere e quindi rinunziò. Chissà per quale ‘marchingegno’ psicologico il ‘ciccio’ di Aurelio alzò la testa, Elda se ne accorse e provvide a farlo entrare dentro la cosina che si risvegliò e tutto finì ‘in gloria’. “Mangiamo qualcosa e poi decidi cosa fare.” “Purtroppo non ho altra scelta, tornerò a casa.” La storia finì come Aurelio non avrebbe voluto, si era innamorato di Elda da lei ricambiato e la loro divenne un legame fisso. Per quanto riguarda il titolo c’è da domandarsi perché un mago dall’aspetto piacevole e dai modi signorili dovesse chiedere un favore sessuale ad una strega dall’aspetto orrido e poco appetibile, solo una risposta possibile, il mago era un masochista!

  • 26 ottobre alle ore 17:25
    Fischiettare

    Come comincia: - “Hai sentito, ieri sera, su Radio Montecarlo, quel motivo di Bellafonte?”
    - “No, ah... forse... fammelo sentire un attimo. Come faceva…?”-
    E Barbera (tra compagni di liceo era d’obbligo il cognome), iniziava ad emettere suoni dalle sue labbra. Note che presto diventavano motivo da afferrare. Era una sua dote, in quella ricchezza di suoni che generavano musica. Un gioco di labbra, di lingua, di gote. Il suo volto dai biondi capelli si trasformava. Gli occhi accesi di azzurro, lampeggiavano. Non era da tutti. Io, ad esempio non ci sono mai riuscito; e ne ho passato di tempo davanti allo specchio in una ricerca affannosa. Ma solo soffi mi uscivano, suoni incoerenti. Il fischio non ci serve più, tranne che allo stadio, in qualche contestazione o galanteria da poco. Era la musica primordiale dell’uomo, spazzata via dai mille congegni elettronici dell’era moderna. I riproduttori erano da inventarsi ancora e il fischio regnava. Già in casa si poteva intuire l’umore di mio padre di prima mattina, intento a sbarbarsi con la gilette.  E nelle scale di casa, alle prime uscite, già si sentiva qualche accenno di motivo tra gli inquilini. Ogni padre aveva un suo fischio personale. Lo usava per chiamare dalla finestra il figlio, che stava giocando in strada. Era un ordine senza parole. Poi c’era il fischio del “sto arrivando”. Entrava come un'eco dalla finestra, al rientro dal lavoro.
    – "C’è papà!" – e ti buttavi giù per le scale ad andargli tra le braccia.                                 
    Il fischio era tabù per le femmine. Non le si addiceva. Hélene aveva diciassette anni ed era la mia prima cotta.
    – "Sai fischiare, Lucio?"
    Dovetti confessare la verità a malincuore.
    – "Guarda, attento, te lo insegno..."
    Mise due dita, sprofondate in bocca, sotto la lingua e ne uscì un fischio assordante, impetuoso, virile, da portuale genovese.
    Una delusione incancellabile.

  • 26 ottobre alle ore 17:01
    Che dici? Apro?

    Come comincia: La stuoia vegetale non trattiene aghi di luce colorati. Le palpebre fremono una ultima difesa, invano. L'immobilità del sonno profondo si dissolve man mano. Ritorna la coscienza del mio corpo. Il fragore delle onde, alla barriera corallina, si trasmette, da terra, con minime vibrazioni, al mio orecchio, poggiato sul cuscino. Un uccello manda due note, ritmate, incessanti.
    -”Che dici? Apro?- mi chiedo. Entro in una realtà sognata, o la centellino come una pozione salutare. L'odore acre del Baygon di ieri sera, perde al profumo del mango, tagliato a fette, sulla mensola, ed ora pasto per formiche e mosche. Fuori un tonfo, netto, sordo. Un cocco è precipitato dall'alto, staccato dal vento. L'abbaiare rabbioso del cane del custode. Il sibilo di una sega elettrica, a tratti. Il riso gorgogliante di una giovane dallo chalet accanto. Sa di felicità. Giunge dal forno il profumo del dolce al cocco. Si prepara le petit dejuner.                                                                                     
    -”Che dici, apro?”-
     
    da Un isola che c'è.   

  • 22 ottobre alle ore 17:00
    INSIEME IN ALLEGRIA

    Come comincia: Matteo De Luca e Alice Marconi si erano sposati nel castello  di Monterone vicino Perugia, dove abitavano, ampiamente ‘foraggiati’ da papà Riccardo e da mamma Maria Milazzo: invitati duecento persone, anche stranieri iscritti alla locale Università dove i due sposi erano impiegati. La maggior parte dei convitati  erano  giovani e crearono una gran caciara con grandi abbracci, anche un po’ troppo spinti, musica rock ad altissimo volume, pranzo preparato dal più stilè ristorante di Perugia: strangozzi al tartufo, ciaramicola, gallina ubriaca, agnello al forno, colombaccio selvatico, molte verdure, pane brustengolo, vino Montefalco rosso, torta al testo, liquore Nocerino, ce n’era per tutti i gusti ma dei giovani preferirono: alcuni ballare al ritmo indiavolato  dal suono del rock, altri si ‘infrattarono’ nelle stanze del castello. I due sposi furono molto festeggiati dagli invitati, grandi baci ed abbracci,  fine della serata alle due di notte. Il giorno seguente Matteo ed Alice partirono per il viaggio di nozze in Tunisia, paese arabo meno retrogrado degli altri in quanto a libertà personale delle donne, la sposa, in spiaggia, col suo mini bichini  era ovviamente meno ‘vestita’ delle ragazze locali che la invidiavano ma non potevano imitarla. Al ritorno una sorpresa: papà Riccardo aveva predisposto una porta tra i due appartamenti di sua proprietà nello stesso piano : “Quando leticherete potrete trovare rifugio nell’altro appartamento!” aveva sentenziato argutamente il papà non prevedendo che…Matteo ed Alice durante la permanenza in Tunisia si erano accorti che ambedue guardavano con insistenza gli appartenenti al sesso opposto, si domandarono il perché e, poiché avevano giurato di essere sempre sinceri l’un l’altro,  decisero di mettere in atto quello che in gergo si denomina ‘coppia aperta’ aiutati dal fatto di aver a disposizione due appartamenti. Matteo traslocò col suo  materiale di vestiario nei locali adiacenti,  sopra la porta divisoria furono poste due lampadine: una rossa ed una verde per capire quando era possibile andare a trovare il vicino coniuge senza procurargli problemi di intimità. Fra i due furono stabiliti patti chiari: nessuna gelosia, nessun impegno affettivo con altre persone di sesso opposto, cautela nello scegliere il partner temporaneo. Matteo era una giovane venticinquenne alto, bruno, fisico atletico, uno e ottanta di altezza, spesso allegro e sorridente al contrario di Alice  capelli lunghi, castani, alta quasi come il marito, occhi nerissimi, quasi sempre con sguardo corrusco e deciso per natura che, allorché arrabbiata, non faceva presagire nulla di buono da parte di chi l’aveva provocata; solo a letto, con un maschietto giusto per lei,  diventava uno ‘zuccherino’ lascivo.“Cara, stasera sono in compagnia di Aurora un allieva di legge, è una francese bionda, non ha nulla in comune con te, tu sei…” “Inutile che mi indori la pillola, ormai ognuno di noi, in quanto a sesso, ha la propria vita, auguri e non spremerti troppo!” La bionda si presentò poco dopo dicendo che da tempo aveva notato Matteo,  si mise subito in azione dimostrando che, in fatto di sesso,  le francesi non avevano nulla da invidiare alle italiane. Unico suo problema era stato quello che, durante l’orgasmo, urlacchiava e dall’altra parte Alice sentiva tutto rimanendo perplessa, a lei non era mai successo. Poi fu la sua volta: scelse Baldo un allievo di ingegneria bassino, moro: ”Cara ti chiedo scusa ama ho un problema!” “Non mi dire che sei impotente, ci mancherebbe altro!” “Non sono impotente anzi, guarda qua…e sfoderò un pene fuori della norma per grandezza e per lunghezza. Alice per la prima volta in vita sua rimase senza parole, stava pensando come comportarsi: accettare il rapporto sessuale con possibili conseguenze negative per la sua ‘gatta’ oppure…scelse ‘oppure’: “Mi raccomando vai leggero, mai provato…”  Leggerezza sino ad un certo punto, malgrado la vasellina con cui Baldo si era spalmato il pene e che ‘l’immisio penis’ avvenisse un centimetro per volta, Aurora emise qualche gridolino non di piacere come l’amica di suo marito, solo quando Baldo con il suo ‘marruggio’ arrivò sulla cervice del suo utero e dette il via ad una ‘mitragliata’ di sperma, Alice godette alla grande e così fu ricambiata del sacrificio. Baldo restò dentro per altre ‘mitragliate’ cosa ben accettata dalla signora sin quando: ”Basta mi hai distrutto!” Matteo ed Alice talvolta si riunivano a mangiare insieme raccontandosi senza vergogna le relative avventure con qualche benevolo sfottò quando erano accadute situazioni particolari come quando Alice incontrò un tale a nome Tommaso di Pistoia iscritto a medicina il quale: “Cara ho un problema…” “Non mi dire che hai un coso troppo grosso!” “No, io per avere un’erezione devo usare un vibratore nel mio popò poi tutto va bene.” Pensiero di Alice: “Ora mi capita pure un bisessuale, tutti a me gli incasinati!” Le cose andarono come previsto da Tommaso, tutto regolare sin quando ad Alice venne un’idea: “Fa provare anche a me il vibratore, non l’ho mai usato.”Alice ebbe due orgasmi consecutivi e poi rimase a gambe aperte sul letto piuttosto perplessa, che un coso di plastica fosse meglio di uno naturale, bah! A cena, dopo il racconto del fatto al marito, Alice fu bellamente presa per i fondelli fin quando: ”Vediamo se il mio è meglio di quello di plastica!” Era migliore! Alice rimorchiava più del marito: aveva conosciuto uno svedese spilungone, più di un metro e novanta, classico nordico biondo con occhi azzurri; la locale squadra di pallavolo lo aveva preso in squadra, era uno schiacciatore formidabile, molte vittorie erano dovute a lui e quindi era molto conosciuto e coccolato dai tifosi. Alice lo aveva conosciuto alla facoltà di agricoltura in cui era iscritto il tale, era curiosa di ‘assaggiarlo’ tanto era diverso dagli altri giovani dell’università, gli fece la corte, Dennis Bergman, questo il suo nome, non la recepiva ed Alice, come da suo carattere, si incaponì sin quando Dennis si fece convincere di andare a casa sua. Male gliene incolse quando vide uscire dal bagno Dennis che a fronte di due testicoli molto grossi presentava un pene piccolino, quasi da bambino, Alice represse una risata e si domandò se con quel coso avrebbe provato solo del solletico poi una decisione improvvisa: usare il popò che normalmente  ‘praticava’ raramente per evitare sensazioni spiacevoli ma con Dennis fu il contrario, il non sentire dolore le fece provare della goduria inaspettata, prolungata e piacevole, anche se non capì il motivo non avrebbe riferito il fatto al marito, forse ci avrebbe riprovato con Dennis. Matteo a medicina incontrò la negra Feiven Tewolde eritrea dal viso simpatico e dalle forme prorompenti, la scelse per variare le sue conquiste. Alla vista della dama nuda Matteo rimase perplesso e niente affatto arrapato, Feiven oltre ad una epa troppo pronunziata aveva tette grosse, pendenti  ed il nero dominava la punta del seno e le labbra della cosina, anzi della cosona. Ormai era troppo tardi e non poteva tirarsi indietro, avrebbe fatto una figuraccia che era probabile la ragazza avrebbe riferito alle compagne e lui avrebbe perso la faccia. Dopo un bel po’ di aiuto orale da parte della dama,  riuscì in qualche modo di far ‘riesumare’ciccio, ebbe anche il coraggio di mettersi in bocca la ‘cosona’ di Feiven e penetrare la vagina ma poi alzò bandiera bianca, cattiva esperienza che gli sarebbe servita in futuro per scegliere un partner. Meglio andò ad Alice con un mulatto etiope che probabilmente aveva del sangue italiano da parte di padre dopo la campagna della ‘terza’ sponda di Mussolini nel 1940. Senai Abraham  dimostrò subito la sua signorilità:  finto baciamano ad Alice, le diede la precedenza in bagno, non assistette al bidet della signora e si presentò in camera con un asciugamano sulle pudende. Alice rimase ben impressionata, baciò a lungo  il temporaneo compagno di letto e prese in bocca il pene che eiaculò un liquido piacevole al gusto e poi nella gatta dimostrò dimestichezza nell’arte amatoria riuscendo a trovarle il punto G ed a portarla nell’empireo del piacere, un vero signore sessuale, da rincontrare. Alice un pomeriggio di sabato si stava annoiando a casa, a Riccardo era venuto il pallino delle bocce e dedicava questo ‘amusement’ proprio il sabato pomeriggio con lo sfottò della consorte che considerava le bocce un passatempo per soli anziani. “ Ti vedo in discesa mon amour , attento che qualche boccia fuori tiro non ti arrivi sul tuo ‘ambaradam’.  Alice, benché fuori ci fosse un vento gelido, decise di uscire imbacuccandosi alla meglio, non aveva veri capi invernali e, passeggiando per il corso di fermò dinanzi ad una pellicceria ben fornita. D’impulso entrò dentro e fu accolta da un delizioso calore. All’avvicinarsi di un giovane elegantemente vestito di bell’aspetto e sorridente: “Sono entrata solo per riscaldarmi, scusi la sincerità.” “Sono Adalberto Mosca il proprietario del negozio, è un piacere avere nel mio esercizio sì deliziosa signora, anche se non è venuta per acquistare una pelliccia gliene farò provare qualcuna, in caso di sfilata potrei chiederle, dato il suo fisico longilineo, di fare da modella.  Alice ne provò alcune ma, indossatane una di color marrò-miele rimase affascinata: “Questa è favolosa, non le chiedo nemmeno quanto costa, immagino una cifra elevata.” “Lei ha buon gusto, questo è un visone demi buff a righe verticali  e poi all’orecchio di Alice: “La vedrei bene solo con questa pelliccia indosso!” “Anch’io ma…” “Non ci sono ma, le chiedo di fornirmi un  indirizzo dove recarmi con la pelliccia e fargliela provare ‘nude look’. Alice non ci pensò due volte e fornì ad un Adalberto, cui la pressione sanguigna era aumentata di molto, l’indirizzo di casa sua e l’orario: domenica mattina alle dieci. Il giovane si presentò un quarto d’ora prima, Alice accese la luce rossa della porta di comunicazione col marito e:”Se permette vado in bagno per indossare questa favola.” Apri la porta del bagno avvolta nel ‘demi buff’ e di colpo, restando nuda:  “Voila  sono a sua disposizione.” Finirono sul letto ed Alice mise in atto tutto il suo repertorio sessuale che mandò ‘in gloria’ Adalberto. “Sei stata favolosa, c’è un solo problema, ho un socio nel negozio e prima di poterti regalare la pelliccia devo parlare con lui e sperare che sia d’accordo.” Ed intanto si riportò indietro la pelliccia; Alice pensò di aver preso una fregatura e, all’uscita del giovane, per rabbia prese una spazzola e la getto contro il muro dandosi dell’ingenua. Ma il destino era diverso da quello da lei presagito, Adalberto si fece vivo per telefono e: ”Carissima, ho avuto il consenso del mio socio, un giovane per bene che però desidera conoscerti, se sei d’accordo…” Dopo un attimo di esitazione la futura proprietaria della pelliccia acconsentì e l’appuntamento fu per le nove della domenica, decise un’ora prima pensando che i signori da accontentare erano in due…Adalberto aveva avuto ragione, Giacinto questo il nome del socio, di brutto aveva solo il nome. Alice fece la solita pantomina dell’entrata con pelliccia addosso senza veli , invitò i due con testosterone alle stelle ad andare in bagno per un bidet e poi…Giac. ce l’aveva proprio lungo, impressionante, in erezione sembrava la lancia di un cavalier antico, sul letto Alice riuscì a mettere in bocca solo la punta ma il più doveva ancora venire quando si trovò la ‘gatta’ infilata sino in fondo con solo la metà del ‘coso’, Adalberto si fece anche lui sotto o meglio si infilò nel ‘popò’ della dama  facendo provare alle stessa il doppio gusto. I due erano instancabili fin quando: “Ragazzi ne potremo parlare un’altra volta, per oggi…”Ci vollero altre tre ‘sedute’ per conquistare finalmente la proprietà della ‘demi buff’ che Adalberto disse valere quindicimila  €uro, voleva dire che anche la sua ‘chatte’ valeva tanto! Riccardo non fece commenti solo pensò che la ‘gatta’ della consorte era più pregiata del suo ‘pisello’. Alice sentiva il bisogno di provare nuove sensazioni sessuali, era nel suo carattere prendere l’iniziativa, lo comunicò  al marito: “Mon amour che ne diresti di un’esperienza di noi due con una coppia così vedrò quello che combini con un’altra ed anche tu…” Ricevuto l’assenso si mise alla ricerca. La scelta ricadde su una coppia di siciliani di Taormina che non avevano nulla di quello si dice degli abitanti di quell’isola, avevano la fama di essere anticonformisti. Calogero (Lillo)  Caruso e Letizia Marino furono contenti dell’invito anche se  conoscevano Matteo ed Alice solo di vista. “Benvenuti a casa nostra, abbiamo ordinato in vostro onore una cena a base di pesce, cosa difficile da avere da queste parti,  aggiungeremo del Verdicchio dei Castelli di Jesi e del Pro Secco, vini che ci inviano degli amici.” Un po’ di musica ‘lenta’ per ballare e conoscerci, ci sappiamo anticonformisti e questo renderà più piacevole la serata. Letizia bionda di chiara provenienza normanna non aveva nulla dei caratteri siciliani, al contrario Lillo che era un classico dalla pelle scura ed occhi nerissimi. Due camerieri portarono la cena ed i quattro fecero onore alla libagione non trascurando i vini che resero i quattro ancora più allegri. Letizia andò in camera da letto e ritornò come mamma l’aveva fatta con gran piacere di Matteo che seguì il suo esempio, Calogero ed Alice si guardarono negli occhi e scoppiarono in una bella risata: “Stì zozzoni ci hanno preceduto, che ne dici mia cara di imitarli?” E così fu che tutti e quattro ballavano al suono di un lento con i maschietti che avevano sfoderato la loro ‘sciabola’ che le ragazze presero volentieri in bocca con la conseguenza di assaggiare un ‘digestivo’ da ambedue apprezzato poi il passaggio sul lettone che dovette sopportare il peso ed il movimento dei quattro. In una pausa Alice baciò in bocca Letizia che contraccambiò volentieri, le signore si erano scoperte bisessuali con gran piacere dei compagni  maschietti che le ‘infilarono’ mentre loro seguitavano a baciarsi, una situazione non prevista ma molto piacevole. I quattro si erano affezionati, Matteo ed Alice smisero di cambiare partner. I due siculi, dopo aver conseguito la laurea nelle rispettive discipline ritornarono nella loro terra. “Vi aspettiamo a Taormina, mio padre è proprietario dell’hotel ‘Le Rose Rosse’, è un posto bellissimo con panorama sul mare, un bacione ed a presto!” Ormai un sentimento profondo univa le due coppie, non era solo un ‘exchange of partners’, c’era qualcosa di molto più profondo che li legava, qualcosa di indefinibile, al di la del sesso, che li portava a voler stare insieme il più possibile provando sensazioni meravigliose, un qualcosa molto vicino all’ amore, anche se molto particolare.

  • Come comincia: Il locale “Il Vascello” della famiglia Dattola che all’inizio degli anni ’70 fece tendenza a Melito e provincia di Reggio era un locale unito praticamente al cinema di proprietà anch’esso della famiglia ed era adibito a tutte le funzioni che sono di un locale soprattutto estivo ed essendo praticamente situato all’inizio del corso e quindi al centro del paese o quasi, faceva sì che fosse facilmente raggiungibile.
    Faccio presente che allora furono mattatori del locale personaggi di primo piano o che lo diventarono da lì a poco.
    Ricordo soprattutto Mike Bongiorno e la sua valletta Sabina Ciuffini, Lucio Dalla, il jazzista Romano Mussolini, la procace e sex Tamara Baroni, Gli Alunni del Sole e Il Giardino dei Semplici e tanti altri.
    Tutti portarono a quei tempi molta gente a Melito ed il locale fece anche da apripista per altri locali di quel genere a Melito e nel basso Jonio.
    Poi, purtroppo, alla morte del “Conte Dattola” il locale e lo stesso cinema, per motivi, penso io di gestibilità e per l’avvento delle televisioni private, che ancor’oggi tolgono pubblico al cinema, dovettero chiudere ed in seguito scomparire del tutto per la vendita del suolo.
    Vorrei ricordare con un aneddoto il “Conte Dattola”, che riguarda soprattutto la sua spontaneità e franchezza.
    Lucio Dalla, che doveva esibirsi la sera alle 21, aveva fatto il bagno nella nostra spiaggia e verso le 13 era passato dal locale per bere qualcosa prima che, disse a noi ragazzi presenti, che eravamo tutti lì incuriositi dalla star, mangiasse e facesse una pennichella. Malauguratamente per lui, non conoscendo naturalmente il “Conte” per il suo rigido rispetto del galateo soprattutto, appoggiò entrambi i piedi, anche un pò insabbiati per la verità, sul tavolo, davanti a tutti i presenti richiedendo un bibita fresca gridando al cameriere.
    Apriti cielo !!! Il ”Conte”, sentitolo, arrivò di corsa e vedendo addirittura il cantante con i piedi sul tavolo, sbraitò imponente (data la stazza, 1,90):
    -"Scimmione (ricordo che il cantante era conosciuto per essere molto peloso) che non sei altro, prima di tutto togli i piedi dal tavolo e poi, non gridare che non sei a casa tua!”.
    Lucio Dalla, stupefatto, fece notare che lui era il cantante che si doveva esibire quella sera.
    Ed il “Conte”:
    -”Puoi essere chiunque ma qua dentro devi stare con due piedi in una scarpa!”.
    A quel punto, vista la magra figura, il cantante se ne andò proprio contrariato. Naturalmente non l’aveva conosciuto perché era il figlio Santo che provvedeva a tutto, però penso che, conoscendo noi il "Conte", avrebbe trattato il Dalla nello stesso modo. Questo era il “Conte”, che ancora ricordo con molta simpatia e…non solo io.

  • 21 ottobre alle ore 18:56
    L’Alchymien

    Come comincia: L’Alchymien era un grosso mosaico mobile, una macchina rotante i cui ingranaggi erano tasselli dalla forma prismica, che, per mezzo di giochi di luce e spostamenti molecolari variava vorticosamente il corso del suo movimento in asincroni sbalzi, flussi di materia sospesa e fluttuante. Gilbert aveva ideato questo stranissimo congegno, dedicando ad esso studi e test approfonditi, lavorando interi giorni, intere notti alla sua creazione; il fine ultimo del congegno doveva essere quello del teletrasporto; ma, ancora il macchinario andava perfezionato a dovere e Gilbert era persino pronto ad usare se stesso come cavia per l’esperimento, e presto l’avrebbe fatto di sicuro. Gilbert, un tipo solitario; il suo unico vero “amico”: il fido maggiordomo androide, Rod (modello 3-omicron). Rod era anche il suo insostituibile mentore, la sua balia, il suo factotum. Difatti Rod aveva assistito sin da piccolo Gilbert, il quale si rivolgeva a lui come un vero umano, pur sapendo che Rod non poteva mai eguagliare una creatura umana in sentimenti e stati d’animo; si trattava pur sempre di un automa, una macchina tecnologicamente avanzata progettata dal defunto padre di Gilbert. La casa in cui viveva (e lavorava) Gilbert era più simile ad un laboratorio/officina e non ad una vera abitazione; le pareti erano tappezzate con formule complesse e labirintici schemi di progettazione. La dimora di Gilbert sorgeva isolata, su una collinetta alle falde di Monte Titanium, ma il panorama da lì era maestoso e si poteva dominare con lo sguardo l’intero complesso residenziale di Nova City, colonia e costola della fiorente Vega. Al calar delle tenebre si udivano gemiti sinistri e ululati da far accapponare la pelle. Si trattava dell’ennesima faida tra le gang dei bassifondi: i nosferatu e gli uomini lupo, creature mutanti orrende, che, a causa di esperimenti genetici militari erano diventati mostri senza pace e vivevano nascosti nei meandri più squallidi di Nova City, celati nell’oscurità e in continuo conflitto tra la loro natura bestiale e il loro lato umano. I nosferatu erano del tutto simili ai vampiri, con canini spropositatamente sviluppati, artigli affilati, corpi scheletrici e deformi. Gli uomini lupo erano dei freak denutriti, colpiti da ipertricosi, il cui corpo era orridamente cosparso di ispidi peli simili ad aculei. La lotta senza sosta tra le due gang nasceva dal loro bisogno primordiale: il cibo. I capoclan delle due fazioni un tempo erano alleati, ma da quando fu proclamato ufficialmente il coprifuoco notturno dal sindaco di Vega City a causa dei continui raid cannibalistici delle due gang, il cibo venne a scarseggiare per le orrende creature e nacquero così scontri per la sopravvivenza, e i due clan da allora non si danno più pace, attaccandosi e depredando a vicenda i bottini e i trofei dei loro rivali. Dunque, Vega City e la sua costola abitata erano costantemente in all’erta nel cuore della notte; mentre di giorno la vita degli abitanti era salvaguardata, protetta dai Borg, androidi armati e corazzati, il cui sistema di rilevamento di minacce ostili era infallibile durante il giorno, ma di notte nemmeno loro potevano dominare la furia distruttiva e i continui assalti dei mostri mutanti dotati di agilità e poteri telepatici, i quali sfruttavano l’oscurità per attaccare senza tregua in cerca di cibo, razziando e devastando la qualunque. <<Mister Gilbert>> esclamò con alcuna inflessione vocale Rod  <<è già l’una di notte; è ora che lei vada a riposare>>. <<Preferisco rimanere ancora un pò..>> rispose Gilbert <<..piuttosto preparami del thè caldo, Rod!>> <<Come  desidera, signore>> e Rod si allontanò. Gilbert controllò nuovamente le serrature del portone di casa, poi tornò al suo meticoloso operato. Una scintilla di genio si sprigionò in Gilbert, immediatamente ebbe come una rivelazione. <<Credo d'aver capito... finalmente, era così semplice, ed io invece….>> e provò a posizionare due prismi alla volta in senso opposto nel congegno, fino a quando non ottenne la combinazione perfetta, e l’Alchymien improvvisamente cominciò ad emettere strani ronzii simili all’oscillare di onde magnetiche. Rod intanto tornò con la caraffa di thè caldo; rimase abbagliato da una luce caldissima ma piacevole. L’Alchymien proiettava fasci di luce in ogni angolo della stanza e un portale cominciò a materializzarsi dal suo nucleo. Gilbert, in preda alla frenesia e alla contentezza, cominciò a saltellare di gioia stringendo a sé l’inamovibile Rod. In men che non si dica vennero entrambi risucchiati nel gorgo del portale luminoso; ma qualcosa andò storto, e i due dopo una rapidissima scomposizione molecolare si ritrovarono esattamente al di fuori dell’abitazione di Gilbert. Sinistri ringhi e risa sguaiate si sovrapposero. Un nugolo di uomini lupo circondò i due. D’improvviso una decina di nosferatu apparve dal buio,  lanciandosi sugli ignari uomini lupo. Scoppiò così una zuffa furiosa e bestiale per accaparrarsi le due prede. Gilbert e Rod si fissarono per alcuni istanti, e lestamente si allontanarono dalla ressa in atto. Magicamente a pochi metri da lì un nuovo portale di luce apparve dal nulla, i due si lanciarono a capofitto e senza tentennamenti in quel globo luminoso. Dopo circa tre secondi il portale si chiuse, e Gilbert si ritrovò in una celletta buia e squallida, ma non c’era nessuna traccia del fido Rod. <<Rod! Rod, dove sei?!?>> esclamò Gilbert  <<Dove mi trovo? Ma che posto è mai questo..?>> Gilbert, in preda al panico, si scaraventò contro le fredde grate della celletta spingendo con tutte le sue energie, ma nulla. Le sbarre erano solide, impossibili da forzare. Gli occhi di Gilbert cominciarono a lacrimare per lo sconforto e la paura. Dopo un tempo indefinito Gilbert cominciò a udire dei passi; la porta della celletta venne aperta con forza dall'esterno. Una mano gelida, enorme afferrò dall’oscurità della cella Gilbert, e dopo averlo strattonato con violenza lo tramortì, caricandolo su una spalla. In un altro luogo lontano nel tempo apparve una luce abbagliante  e Rod si ritrovò catapultato dall’alto per una decina di metri rovinando con un tonfo al suolo.  Si rialzò di colpo, osservandosi subito intorno con diffidenza e sospetto. <<Prego, identificarsi!>> trillò alle sue spalle una voce robotica e tonante. <<Mi fornisca le sue generalità!>> Rod, ancora intontito per via della caduta, notò che l’alba stava sorgendo, e tentando di rispondere al Borg, si accorse però di non poter emettere alcun suono a causa di una avaria al suo sistema vocale provocata dalla forte caduta. <<Signore, lei è un intruso!>> squillò la voce del Borg.  <<La dichiaro in arresto, mi segua o sarò costretto a spararle!>> e gli puntò all’altezza del volto una fiocina a raggi stordenti, costringendo Rod ad avanzare. Rod venne condotto alle porte di Vega City. Con stupore comprese che la situazione cominciava a peggiorare e non c’era la benché minima traccia di Gilbert. Le enormi porte di Vega si spalancarono. Tra brusii e chiasso, Rod si ritrovò nel bel mezzo di una megalopoli assordante e caotica. L’androide venne poi portato con forza al Reparto Sospetti della giurisdizione locale, dove fu sottoposto a indicibili torture e interrogatori. Ma il povero Rod non poté ribellarsi in alcun modo, né quantomeno proferire parola a causa dell’avaria al sistema vocale. Venne poi rinchiuso in una sala di quarantena e isolamento, dove notò tutt’attorno scheletri in decomposizione avanzata, lordura e carcasse arrugginite di antiquati modelli androidi. Intanto, lontano da lì, Gilbert si destò. Con profondo sconcerto capì di trovarsi in un’altra epoca, in un maniero medioevale dove cavalieri, paggi, giullari di corte e monaci lo fissavano con meraviglia, ridendo sommessamente, confabulando tra loro sullo strano arrivato. Donzelle danzanti si contendevano ridacchiando la giubbetta antitermica di Gilbert, piroettando allegre intorno allo strano ospite. Gilbert sentì stringersi i polsi e riconobbe la gelida mano del suo carceriere: un mastodontico energumeno dal volto coperto da un cappuccio nero in parte lacerato, che lasciava intravedere profonde cicatrici e segni di bruciatura sul volto. Il bestione condusse Gilbert in una stanza adiacente l’atrio del maniero, e lì venne spogliato da capo a piedi da alcuni nani, che lo rivestirono poi con una tunica accessoriata da svariate fibbie e cinghie. Posero sul suo capo un pesante copricapo bronzeo che a stento il povero Gilbert riusciva a sostenere. Gli venne posta con brutalità una grossa benda di grezza lana attorno alla bocca, che impediva quasi di respirare. L’energumeno, lo strattonò  con forza conducendolo in un’arena dove una folla schiamazzante lo derideva e scherniva con parole a lui incomprensibili. Gilbert si ritrovò solo tra una folla in putiferio, e tutto d’un tratto vennero chiuse le inferriate dell’arena con un tonfo metallico. Trascorsi pochi secondi, i due cancelli si spalancarono all’unisono; due feroci pantere imbizzarrite si diressero correndo verso Gilbert, il quale serrò gli occhi  preparandosi al peggio. Due dardi avvelenati sibilarono d’improvviso nell’aria. Le due pantere si accasciarono a terra in preda a convulsioni e ruggiti di dolore. Gilbert, non ancora resosi conto di nulla, spalancò di colpo gli occhi e vide ciò che era accaduto. Tutti i presenti volsero lo sguardo verso l’artefice di quel gesto inconsulto, scorgendo un uomo tarchiato e robusto, abbigliato esoticamente, con la benda su un occhio. <<Gra…grazie…chiunque tu sia, mi hai salvato da morte certa!>> disse Gilbert con un groppo in gola. L’uomo a sua volta non lo degnò nemmeno di uno sguardo, e Gilbert senza proferire parola si diresse celermente in direzione di una trave posta al di sopra degli spalti, e da lì si lanciò all’esterno dell’arena con balzo felino. La folla sugli spalti cominciò a irritarsi. Tre guardie irruppero nell’arena cingendo Gilbert in modo bruto, trascinandolo così fuori da lì. Gilbert, ancora esterrefatto per l’accaduto, venne ricondotto nella buia cella. Lasciato lì per interi giorni senza acqua né cibo. Il poveretto, ormai allo stremo delle forze, urlò a voce sguaiata in cerca d’aiuto e comprensione, ma per tutta risposta udì soltanto il confuso vocio e le suppliche incomprensibili di altri carcerati. Trascorsero parecchie ore. Gilbert, rimuginando e patendo, pensava ancora al suo ignoto salvatore. L’uomo misterioso intanto era già a diverse miglia di distanza dalla cittadina. Si fermò per bere della limpida acqua da una sorgente e ritemprarsi. Dopo essersi dissetato, cominciò a prepararsi per la notte, rifugiandosi in una grotta naturale dove accese un bivacco nel quale arrostì della selvaggina che portava con sé. L’uomo aveva il corpo cosparso di strani tatuaggi, i suoi tratti esotici mettevano in evidenza una natura avventuriera e una indole nomade. Il mattino seguente l’uomo si medicò con strane erbe l’occhio nascosto sotto la benda per poi ripercorrere i passi del suo tragitto senza meta. Gilbert dal canto suo stentava ancora a credere di essere vivo e vegeto, anche se la mancanza di cibo e acqua unita alla desolazione lo assalivano. Improvvisamente un bagliore fece capolino nel buio della cella. Un nuovo portale luminoso apparve ancora. Gilbert si precipitò a testa bassa verso il portale, e dopo pochi istanti venne scaraventato fuori ritrovandosi così tra una fitta e rigogliosa vegetazione. Si trovava ancora nel Medioevo, ma all’esterno del maniero. Subito cominciò a correre a perdifiato sino a quando non giunse nei pressi di un ruscello, dove con suo stupore incontrò l’uomo misterioso che lo aveva salvato. <<Straniero, chiunque tu sia, mi sei debitore!>> disse l’uomo. << Il mio nome è Rudolph, sono un viaggiatore del tempo, e come te mi ritrovo qui a causa del portale.>> <<Qui.. quindi tu parli la mia lingua…grazie ancora d’avermi salvato, te ne sono infinitamente grato!>> replicò entusiasta Gilbert. << Mi chiamo Gilbert, sono un inventore e provengo dal futuro…ma tu, da che epoca provieni? Chi è un viaggiatore del tempo?>> <<Bene, io appartengo alla dinastia dei Travellers, sono un nomade da sempre e non appartengo al vostro pianeta. La mia missione sulla terra è recuperare da varie epoche i sigilli del tempo: manufatti occulti che permettono ai signori del Maelstrom di viaggiare tra le dimensioni temporali per variare il corso delle cose, riducendo così la Terra a una valle desolata e deserta dove gli unici padroni saranno loro. Questi signori devono essere assolutamente fermati! Sono stato inviato dal Consiglio per metter fine alle loro abominevoli mire.>> spiegò Rudolph. <<Credo d’aver compreso; ti sono debitore, sono con te, e ti aiuterò nell'impresa se possibile…>> disse Gilbert con gli occhi pieni di gratitudine. <<Come preferisci Gilbert! Sarò ben lieto di ricevere un aiuto…intanto mangia qualcosa e dissetati o non andrai da nessuna parte...>> rise sommessamente Rudolph. Dopo essersi rifocillato, Gilbert rivolgendosi a Rudolph disse di esser pronto. Un nuovo portale, generato dallo stesso Rudolph tramite  comando vocale apparve; entrambi si lanciarono verso la fonte di luce. Riapparvero in un battibaleno nel laboratorio di Gilbert. Rudolph sbottò: <<Manca adesso l’ultimo manufatto, e prima che possa essere preso dai signori del Maelstrom devo averlo!>> e mostrò a Gilbert una serie di piccoli oggetti dalla forma prismica, ognuno preso in varie epoche. Gli oggetti somigliavano molto ai prismi del macchinario di Gilbert: avevano numeri stampigliati in lettere romane su ognuno di essi; erano i numeri relativi alla data storica di ogni epoca nella quale erano stati nascosti. Gilbert comprese di trovarsi in una situazione di estrema urgenza per tutti gli abitanti del suo pianeta e le loro sorti. Rudolph inserì tutti i prismi nell’Alchymien. Un boato assordante seguito da vampate di luce si propagò nel laboratorio per brevissimi istanti. <<Adesso manca l’ultimo manufatto.. si trova proprio nella tua epoca, Gilbert!>> disse Rudolph. <<Tu mi sarai d’aiuto come promesso…>> <<Aspetta..!>> replicò Gilbert. <<Prima dovresti aiutarmi a ritrovare il mio amico Rod, il mio maggiordomo androide.. non so che fine abbia fatto!>> <<Non c’è tempo adesso per altro! Dobbiamo assolutamente recuperare l’ultimo manufatto prima che finisca tra le grinfie dei signori del Maelstrom!>> ribattè Rudolph. <<Non appena avremo compiuto la nostra missione, stai pur certo che ti aiuterò a ritrovare il tuo amico androide.>> Gilbert scosse la testa in segno di approvazione, e i due uscirono quindi dall’abitazione. Intanto Rod era stato sottoposto dai Borg ad attente analisi, e gli stessi, per ordine di alcuni ufficiali avevano dissezionato l’androide col fine ultimo di esaminare ogni possibile sospetto, credendolo una minaccia per gli abitanti di Vega City. A diverse miglia da lì un altro portale. Tre figure umanoidi emersero dal nulla. Si trattava dei famigerati signori del Maelstrom, alieni dalle fattezze umane, bramosi di scovare l’ultimo manufatto per i loro vili interessi. Questi alieni erano alti all’incirca due metri, con il volto umano e il corpo ricoperto di squame; avevano la pelle olivastra. Erano a torso nudo, indossavano soltanto degli ampi pantaloni biancastri e stranissimi stivali. Ai polsi portavano bracciali aurei, e brandivano delle lame dall’aspetto insolito. <<Gilbert!>> disse Rudolph. <<Il mio indicatore rileva delle strane presenze nei dintorni.. credo proprio si tratti dei signori del Maelstrom! Presto dileguiamoci!>> I due trovarono un rifugio tra le fronde di un maestoso albero secolare, dove si arrampicarono freneticamente sino in cima. Trascorsi pochi minuti entrarono in scena i signori del Maelstrom, che farfugliando tra loro con versi gutturali si diressero verso le porte di Vega City alla ricerca del manufatto prezioso. <<Dobbiamo agire..fare qualcosa, Rudolph!>> esclamò con fermezza Gilbert. <<Aspetta amico....!>> rispose subito Rudolph <<..non possiamo affrontarli così a viso aperto, di sicuro ci ucciderebbero senza pensarci due volte!>> Gilbert, nonostante i premurosi avvertimenti di Rudolph, scese rapidamente dall’albero e cercò di attirare l’attenzione degli alieni che si girarono di scatto verso di lui. Gilbert cominciò a correre a gambe levate verso casa sua; uno degli alieni lo inseguì immediatamente. Gli altri due alieni scorsero Rudolph, e con grida taglienti, terrificanti si avventarono contro lo stesso, che subito scagliò grossi dardi avvelenati contro i due umanoidi, i quali caddero al suolo contorcendosi con urla sovrumane. Sistemate le due creature, Rudolph corse in aiuto di Gilbert, e giunto sul posto afferrò alle spalle l’alieno. Lo tempestò di colpi  con il machete, sino a stenderlo e finirlo con un secco, netto colpo alla gola. <<Rudolph! Rudolph...!>> esclamò Gilbert <<...perdonami…non avrei dovuto disobbedirti…>> <<Non importa mio giovane amico. Ormai ho sistemato una volta per tutte gli alieni. Adesso incamminiamoci prima che faccia buio!>> replicò Rudolph. Giunsero quindi alle porte di Vega City quando stavano già per calare le tenebre, ma prima che potessero entrare nella metropoli due Borg dall’aria minacciosa intimarono loro di fermarsi. Rudolph sfoderò il machete. Colpì con tutta la sua forza uno dei robot, ma l’acciaio impenetrabile del Borg assorbì del tutto il colpo. Il machete venne respinto a pochi metri da Gilbert. Il gigantesco portone a sensori digitali della metropoli stava per chiudersi. Prima che potesse serrarsi del tutto, due ombre leste e minacciose si infiltrarono all’interno. Come un fulmine a ciel sereno uno dei cupi figuri si scagliò con veemenza su uno dei Borg disabilitando i suoi circuiti. Approfittando del buio, l’altro oscuro figuro assalì il secondo Borg alle spalle, dilaniando in pochi attimi il suo casco di metallo e i suoi rilevatori ottici. Gilbert indietreggiò intimorito. Uno sprazzo di luce lunare rivelò la natura dei due esseri oscuri: si trattava di un nosferatu e un uomo lupo, che ringhiando e sbavando cominciarono ad osservarsi inferociti per il possesso delle due povere prede. Così Rudolph, approfittando del momentaneo scontro tra i due mostri, afferrò precipitosamente una delle sue granate scagliandola verso le orripilanti creature, le quali però balzarono distanti dalla deflagrazione prima di poter essere inceneriti, e si nascosero nell’ombra. Gilbert con coraggio e grande audacia prese da terra il machete del compagno, e stringendolo forte tra le mani tagliò l’aria in segno di sfida. <<No, Gilbert! No!>> gridò Rudolph, che fulmineo afferrò per la collottola l’intrepido amico e lo portò lontano dall’imminente pericolo. <<Non possiamo affrontare adesso quelle belve…fuggiamo!>> Si diressero all’interno di una palazzina diroccata. Le mostruosità si lanciarono all’inseguimento dei due, sospendendo per il momento la loro lotta e rivalità. Gilbert e Rudolph salirono di corsa per gli scalini della palazzina, finché giunsero in un attico all’aperto da dove si lanciarono nel vuoto, atterrando in modo brusco ma salvifico su un tendone sottostante. Le due orripilanti creature arrivarono anch’esse all’ultimo piano della palazzina in rovina ma non trovarono le loro prede; ripresero così il loro feroce scontro azzannandosi vicendevolmente. Durante la colluttazione precipitarono inavvertitamente dall’alto, atterrando privi di vita su una cancellata appuntita. Rudolph vide il sangue che sgorgava a fiotti dai corpi esanimi delle due mostruosità, e coprì con una mano gli occhi del giovane Gilbert. <<Non guardare amico mio! E’ meglio che tu non assista a questa scena truculenta!>> e con fare paterno e protettivo portò per mano Gilbert lontano da quel posto macabro. Dopo una lunga marcia arrivarono pressappoco alla zona centrale di Vega City, i cui abitanti erano rintanati in casa come dettava il coprifuoco notturno. Gilbert si accorse fortuitamente di un luccichio proveniente da un angolo; quel bagliore era emanato da un talismano che Rod portava al collo, e Gilbert non faticò a riconoscerlo. Esultante per il ritrovamento, Gilbert fissò il talismano e alzando lo sguardo si accorse di trovarsi innanzi al palazzo della giurisdizione locale, e chiamando in aiuto Rudolph provò a scassinare le porte dell’ingresso con la punta acuminata del talismano stesso. Riuscirono nell’impresa. Si infiltrarono nel palazzo muovendosi con cautela ed estrema lentezza per non fare il minimo rumore. Si ritrovarono in una sala immensa, dove una guardia appisolata di tanto in tanto osservava i monitor dello stabile. Fortuna volle che i due riuscirono a sgattaiolare inosservati, e dopo aver aperto varie porte ed esaminato con circospezione i vari locali trovarono finalmente Rod, il quale era in uno stato pietoso e i cui pezzi organici erano stati smontati in parte dal corpo, lasciando così scoperti fusibili, chip e parti meccaniche sotto la cute. <<Rod! Rod!>> singhiozzò Gilbert <<Cosa ti hanno fatto amico mio?!>> Ma Rod non rispose. Era ormai inservibile, i suoi circuiti erano in tilt. Gilbert pianse amaramente, e disse: <<Non temere amico mio, verrò presto e ti riporterò con me appena posso…>> Ma, prima che Gilbert potesse terminare la frase, Rudolph lo scosse e gli ricordò la promessa fattagli, e la scelta di aiutarlo nel ritrovamento dell’ultimo manufatto. Dopo diverse ore cominciò a sorgere in cielo il sole, e la città riprese la sua quotidiana attività. Ogni cittadino tornò alle proprie mansioni. Intanto Rudolph e Gilbert girovagavano in lungo e in largo per la metropoli, fino a quando il rilevatore di Rudolph captò un forte segnale provenire dal sottosuolo. Rudolph senza esitare scoperchiò un tombino e invitò l’amico a seguirlo nelle putride fogne. Il segnale si faceva mano a mano più forte, sino a quando Rudolph trovò il prezioso oggetto. <<Adesso non mi resta che portare a termine la missione per cui sono stato mandato qui!>> disse Rudolph. <<E’ tempo che ogni possibile minaccia per il vostro pianeta termini!>> E così i due si avviarono al laboratorio di Gilbert, dove Rudolph collocò nell’Alchymien il tassello mancante. Una forte luce invase la stanza come una supernova. Ma, non appena il bagliore cessò, Rudolph era svanito con esso, e Gilbert stupito sgranò gli occhi in cerca dell’uomo. Poi comprese, e notò con aria soddisfatta che l’Alchymien adesso brillava, baluginava di una nuova luce, fioca e meravigliosa. Gilbert da quel giorno in poi decise che non avrebbe mai più utilizzato il suo macchinario. Pensò di nasconderlo in un bunker sotterraneo, dove nessuno potesse più farne uso. L’indomani Gilbert si recò a Vega City in pieno giorno. Andò a riprendere Rod come promesso. Riportandolo poi al laboratorio lo rimise nuovamente in sesto. L’androide tornò perfettamente in funzione. Fu così che tutto ritornò alla sua giusta collocazione. Negli anni a venire Gilbert trovò una compagna. Ebbero quindi degli eredi. Tramandò ai figli, e poi ai nipoti la sua avvincente storia. Da allora, di generazione in generazione, un membro scelto della famiglia vigila sull’Alchymien, custodendo gelosamente la sua segretezza fino alla fine dei tempi.