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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:  - Quando sei nato non puoi più nasconderti, - ripeteva sovente a suo nipote il vecchio Mohammed, discendente da una famiglia berbera di stirpe antichissima ; - una volta che vieni al mondo, figliuolo, devi crescere in fretta, maturare e...alla fine scegliere dove andare, la strada da percorrere: non importa se sia quella giusta o meno, devi farlo comunque altrimenti la tua vita sarà vissuta a metà! - Eran passati tanti anni, adesso, e quel bimbetto era cresciuto: Noureddine era diventato un uomo. Aveva fatto delle scelte nella sua vita, sino ad allora: alcune giuste, altre invece sbagliate perché forse fatte in fretta e magari quando si era lasciato prendere dalla paura, dal sentimentalismo o dall'emozione. A quel punto della sua vita doveva fare ancora una scelta importante, quella che probabilmente avrebbe segnato - nel bene o nel male - il resto della sua esistenza e il suo cammino sopra questa terra: il suo paese era martoriato, da alcuni anni, da tensioni, disordini, scioperi generali, attentati...bombe, morti e lutti erano ormai all'ordine del giorno; come d'altronde, la repressione brutale sul popolo, gli arresti e l'uso sistematico della tortura tanto nelle campagne, quanto nelle città. Nourredine così entrò nella resistenza armata e lottò, insieme ad altri uomini e donne, dapprima in montagna eppoi nelle campagne vicine alla capitale. Vide ancora arresti, morti, incendi, violenze e saccheggi intorno a lui. Ma poi, un giorno, tutto finì...a metà estate i francesi andarono via: l'Algeria era libera; Noureddine aveva scelto e visse per il resto dei suoi giorni in pace con sé stesso.

    Taranto, 24 settembre 2020. 

  • giovedì alle ore 10:05
    LO SPECIALISTA DEL PUNTO G

    Come comincia: Alberto guardava fuori dalla finestra del balcone, era triste  per un suo problema di salute, una bronchite febbrile. Il medico di base gli aveva prescritto sette giorni di riposo assoluto il che voleva dire non uscire di casa e quindi non presentarsi in caserma, era un maresciallo delle Fiamme Gialle. Telefonate da parte dei colleghi e degli amici, anche il comandante del Gruppo Provinciale T.Colonnello Augusto Speziale, un suo paesano romano si era fatto vivo: “Mazzò che fai il malato immaginario alla Molière?” “Colonnello lei ormai mi conosce, in vita mia ho marcato visita solo poche volte quando non ne potevo fare a meno come stavolta, la mia medichessa mi ha proibito in senso assoluto di uscire di casa.” Alberto era costretto a fare il pensionato, era triste ed arrabbiato anche per la giornata uggiosa, fuori nebbia, anche pioggerellina fine di quelle che durano  una intera giornata, d’altronde che pretendere, era febbraio. Attraverso i vetri del soggiorno scorgeva una montagnola con alberi d’alto fusto ed anche con piante di fichi d’India era in Sicilia, a Messina in viale dei Tigli. Chissà per quale ricordo gli venne in mente quel pittore francese, di cui aveva dimenticato il nome che, costretto a casa come lui aveva dipinto tante volte sempre lo stesso paesaggio che ad Alberto era sembrato stucchevole ma che era stato ampiamente apprezzato dai collezionisti, questione di gusti! Alberto fissando la montagnola vi aveva intravisto formati dagli alberi una pecora che brucava l’erba ed un agnellino che le succhiava il latte, che fantasia! Il maresciallo guarì ed ebbe il nulla osta dalla dottoressa di riprendere servizio. Il giorno dopo accadde un fatto spiacevole: dietro ordine della Autorità Giudiziaria cinque appartenenti della Finanza furono arrestati dagli stessi colleghi, accusa: corruzione. Uno l’aveva fatta proprio sporca, il Tenente ex maresciallo Ignazio Riboldi aveva acquistato a suo nome una villa a Messina nel complesso Giardino dei Laghi ed un’altra a Porto Rosa vicino Furnari in un complesso turistico famoso. Alberto aveva avuto l’ingrato compito di fotografarli e di compilare la scheda segnaletica per ognuno. La storia ebbe un seguito, la signora Ernesta Minutoli moglie dell’appuntato Giuseppe Cancellieri si presentò ad Alberto e: “Vorrei parlarle, possibilmente…” “Ragazzi andate a prendervi un caffè, pago io.” “Maresciallo vorrei da lei un aiuto, mio marito come lei sa è a Gazzi (prigione di Messina) ed io sono in un mare di guai, ho due figli di cui uno handicappato, questo mese non ho ricevuto lo stipendio di mio marito, devo anche pagare il mutuo della casa, mi dia una mano, sono pronta a qualsiasi sacrificio…” Non ci voleva molto a capire, la signora si era offerta ad Alberto. Non era una longilinea ma aveva un bel viso. “Madame se mi permette un prestito, ho in contanti mille Euro.”  Ernesta si avvicinò ad Alberto e lo baciò in bocca, era un anticipo? Alberto e la moglie Letizia da tempo erano giunti ad un accordo, coppia aperta, massima sincerità, qualche ‘svicolata’ sessuale con la sola limitazione di uso del condom. Alberto la mattina seguente si recò a casa della signora Minutoli, era atteso e la dama si fece trovare in camicia da notte trasparente, portò Alberto in bagno e gli lavò il pisellone già in armi. “Ho conosciuto solo quello di mio marito ma il tuo…” “Cara vedo che hai ancora belle tette ed un bel popò, sarò delicato.” Alberto iniziò con una spagnola, baciò in bocca a lungo la signora poi scese sul clitoride insolitamente grosso, gli fece un po’ impressione, poco dopo che era entrato nel fiorellino, piuttosto stretto, si accorse che la dama si stava esibendo in un orgasmo violento e prolungato, aveva le lacrime agli occhi, difficile da interpretarle, poteva avere varie motivazioni. Alberto proseguì sino a metà vagina sino a trovare il punto G, a questo punto Ernesta parve impazzire…Le ci volle del tempo prima di riprendersi. “Sei un mago…” “Si del cazzo” “La prossima volta vorrei darti il popò, mio marito è cattolico,  non l’ha mai voluto fare.” Pensiero di Alberto: “Stò stronzo ha tutti i difetti, oltre che ladro è anche religioso!” Alberto confidò il tutto a Letizia, senza riferire del denaro elargito.  “Sei diventato un consolatrice di vedove bianche, non è che diventi padre.” “La baby si è fatta chiudere le tube dopo la nascita del figlio handicappato.” La storia durò sinché l’appuntato Cancellieri uscì di prigione  agli arresti domiciliari. Nel frattempo era giunta alle orecchie di Alberto la notizia che il maggiore X Y poteva anche lui essere accusato di corruzione, l’ufficiale però non aveva commesso l’errore di intestarsi beni immobili, napoletano li aveva acquistati nel capoluogo campano a nome di parenti, immobili di notevole valore complessivo. Con indagini approfondite, chiedendo ai presta nomi da dove provenisse il denaro con cui avevano fatto quegli acquisti e soprattutto controllando il grado di parentela contro il maggiore c’erano abbastanza elementi per sottoporlo ad indagini. La notizia di quella spiata ad  Alberto venne all’orecchio dell’interessato che, molto preoccupato lo convocò  non nel suo ufficio ma a casa sua, abitava in una bella villa a Ganzirri vicino al mare. La ‘castellana’ Eleonora Sanfelice era una signora nobile napoletana famosa per la sua bellezza e per il suo stile. Longilinea, altezza superiore alla media aveva il fascino delle donne abituate ad ottenere tutto senza chiedere nulla. All’arrivo di Alberto in Jaguar la dama fece un verso difficile da interpretare, molto probabilmente voleva significare che la cosa poco le caleva. Il maggiore: “Se volete, prima del pranzo potete fare un giro in barca, mia moglie ha il brevetto per condurla, io addirittura non so nuotare.” Madame era di poche parole, ai avviò verso la battigia non curandosi se Alberto la stesse seguendo. Altro che barca era un quindici metri con due motori da 75 CV che poteva sviluppare una notevole velocità. Sulla tolda vari materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole, a riposarsi o per altri scopi che, molto probabilmente erano quelli per cui Alberto era stato invitato. Giunti un po’ al largo Eleonora gettò in acqua l’ancora, si spogliò completamente e si tuffò in acqua, corpo favoloso, nuotava benissimo, sicuramente era stata allenata da un istruttore. Tornata indietro vicino alla poppa: “Vuole venire in acqua o preferisce il morbido rollio dell’imbarcazione.” “Preferirei restare a bordo.” La duchessa, questo il suo tiolo nobiliare si issò sul motoscafo con elasticità, Alberto anche se non l’aveva in simpatia dovette ammettere che era un ‘mammifero di lusso’ alla Pitrigrilli. Madame sapeva il motivo per cui Alberto era stato invitato da suo marito, ritenne opportuno accelerare ‘ la pratica’ prendendo in mano il suo pisello che stava ingrandendosi sempre più, non fece nessun commento sul suo calibro anche se sicuramente lo notò. Per sbrigarsi Eleonora sovrappose il suo corpo su quello di Alberto, prese il pisello di Alberto e lo introdusse dolcemente nel suo fiorellino circondato da peli bruni (i capelli biondi erano chiaramente tinti) e cominciò a muoversi. Alberto si sentì usato ed anche preso per i fondelli, che fare in quella occasione? Idea: trovare il punto G della dama e farle provare un orgasmo che forse in vita sua non aveva mai percepito. La sua previsione si avverò ed Eleonora  provò un orgasmo talmente forte da far vibrare tutto il suo corpo emettendo anche miagolii di soddisfazione che stupirono la stessa interessata. Passata la ‘buriana’ molto cambiò nell’atteggiamento di Eleonora, cominciò a baciare Alberto in bocca e mettendogli a disposizione le sue tette per farsele baciare poi il cunnilingus con orgasmi sequenziali che meravigliarono molto anche l’interessata, aveva trovato uno stallone. Alberto alla fine faceva l’indifferente ma aveva compreso che Eleonora si era ‘sciolta’ non era più la fredda castellana che aveva conosciuto all’inizio anzi sistemata la barca a riva mise un braccio sopra la spalla di Alberto ridendo: “Lo sa madame il detto francese ‘Madame qui rit c’est deja dans ton lit!’” “Ormai abbiamo superato il detto anche se abbiamo usato un materassino e non un letto.” Il maggiore era su un dondolo sotto l’ombra di un tiglio, al vedere i due abbracciati alzò appena un ciglio, le sue corna erano previste e programmate. Alberto chiese il permesso di andarsene, non aveva intenzione di pranzare col maggiore, la scusa: “Mia moglie non sta bene e mi aspetta a casa” Al rientro ad una consorte curiosissima relazionò i fatti ed insieme si fecero matte risate.  Anche  Letizia in passato si era presa una vacanza, era mancata di casa cinque giorni, era stata una vacanza proficua, il cotale con cui era stata doveva essere ricco perché madame tornò ‘onusta’ di gioielli. Letizia, più giovane di Alberto il mattino era al lavoro nell’ufficio postale di via Consolare Pompea. Un  giorno si ritirò a casa  nera in viso ma non per razza o perché baciata dal sole ma per motivi spiacevoli. “Ne parleremo alla fine del pranzo altrimenti non riesco a mandar giù nemmeno un boccone!” “Non ricordo se te l’ho accennato, abbiamo un nuovo direttore venuto da Roma, decisamente fanatico e che pretende un rispetto assoluto tipo militare, con quello di prima ci davamo del tu, Il cotale a nome Guglielmo Romeo è riuscito a far trasferire all’ufficio postale di Santa Agata Militello una mia collega che gli aveva risposto a tono, a Roma, al Ministero deve avere amici potenti, sinceramente ho paura che mi possa far assegnare ad un ufficio in località distante da qui, Messina è una provincia dal territorio molto esteso…” “Mon amour innanzi tutto dimmi se è sposato e poi se lo è lo invitiamo con la consorte a pranzo o a cena da Mimmo, faremo bella figura ed a pancino pieno tutto  appare diverso, le persone diventano più simpatiche, compris?” “La moglie ha un nome particolare Rinanna, vox populi mi ha riferito che è una donna bella ed allegra al contrario del consorte, vediamo se possiamo mettere in atto quanto programmato.” Due giorni dopo Letizia tornò a casa con delle novità: “Oggi è venuta a farci visita la moglie del direttore, si è presentata col nome di Rinanna Russo,  non ha nulla in comune col consorte: è allegra, simpatica, è piaciuta a tutti gli impiegati, ha chiesto di chiamarla  per nome e di darle del tu, è una romana caciarona al  contrario del consorte musone. Le ho accennato ad un eventuale pranzo insieme, è stata subito entusiasta, ama la compagnia e così interpellerà il marito e ci farà sapere, son sicura che lo convincerà ha argomenti convincenti, è una gran figona!” Il giorno dopo Letizia riferì al marito  la notizia dell’appuntamento nella trattoria di Mimmo a Ganzirri vicino al lago. “Ho provveduto a chiamare il titolare a nome tuo, ci aspetta sabato per l’ora di pranzo, ho spiegato a Rinanna dove abitiamo.” Il sabato a mezzogiorno una 500 Fiat nera entrò nel cortile di viale dei Tigli. Al citofono “Sono Rinanna, vi aspettiamo.” Presentazione dei due maschietti, appena una stretta di mano poi Letizia prese in mano la situazione: “Vorrei andare al ristorante con la nostra macchina alla  Alla vista della Jaguar X Type ti pare che Rinanna stesse zitta: “Cacchio una Jaguar!” “Capiamoci subito, è stato alla morte di una mia zia che ho ereditato una bella somma, non centra nulla la mia qualifica di maresciallo delle Fiamme Gialle, ho il difetto dell’onestà!” Letizia si mise alla guida e Rinanna sua sponte occupò il sedile del passeggero con la conseguenza che i due uomini si trovarono a doversi accomodare sui sedili posteriori. Letizia aveva indossato una minigonna a fiori ed una maglietta decisamente scollata, aggiungendo la mancanza di reggiseno…” Durante il tragitto Guglielmo guardava fuori dal finestrino, Rinanna.”Sai che sei brava alla guida, sai fare pure il tacco punta rifallo e fammelo vedere da vicino.” Rinanna si era abbassata ed aveva preso di mira le gambe di Letizia. “Alberto lo sai certamente che tua moglie ha gambe da ballerina, guarda guarda ha anche gli slip con i personaggi di Walt Diney.” Non era vero ma va a sapere quello che passava in testa alla signora che inaspettatamente prese a toccarle il pube. Letizia ritenne opportuno diminuire la velocità della macchina, mise marce inferiori, non sapeva che atteggiamento prendere, una situazione fuori dal normale. Rinanna capì che stava esagerando e smise. Mimmo aveva ricevuto da Alberto qualche ‘agevolazione’ in sede di verifica, sistemò i quattro in una stanza riservata, Alberto stava dinanzi a Guglielmo, Letizia a Rinanna. Si accorse di qualcosa di anomalo dallo sguardo di Letizia che mettendo gli occhi in basso gli fece capire che la dama le aveva posizionato un piede fra le sue gambe. Alla fine del sontuoso pranzo le due signore si ritirarono nel bagno. Letizia a casa riferì del loro approccio. Rinanna aveva convinto il marito ad un wife swapping particolare: le due signore a letto con un maschietto alla volta, condizione posta dal consorte. E così fu: Guglielmo a casa sua sembrava un altro: forse la situazione che stava per crearsi lo aveva eccitato: era sorridente, non si vergognava di rimanere in slip dinanzi ad Alberto ed a Letizia che con Rinanna si ritirò in camera matrimoniale insieme al padrone di casa, Alberto aspettava il suo turno ma la curiosità non è solo femmina. Aperto uno spiraglio della porta della stanza uno spettacolo inusitato: le due signore inginocchiate sul letto con Guglielmo che le penetrava a turno,  al massimo dell’eccitazione chiese ed ottenne da Letizia di penetrarla nel popò, Alberto si ripromise di fare altrettanto con Rinanna. Divennero un quartetto affiatato, niente più un maschietto alla volta, tutti insieme appassionatamente. Letizia  nel suo lavoro ottenne una promozione e relativo aumento di stipendio e vissero…Ma nella mente di Alberto era rimasta l’immagine di Eleonora, una donna favolosa ma solo per una volta sua, purtroppo era fuori dalla sua portata. Alberto seppe che si era separata dal marito e si era trasferita a Napoli, il sogno di Alberto era stato un meraviglioso sogno infranto, infranto per sempre.  

  • martedì alle ore 15:40
    Alla berlina

    Come comincia: Finalmente la campanella suona. La mattina è stata dolorosa. Esco mogia dalla scuola elementare, e lì tutti mi aspettano: bambini genitori sorelle fratelli che sono venuti a prendere i bambini. Il sole è splendente, io di solito mi butto a rotta di collo giù per la scalinata facendo giravolte su giravolte, lanciando la cartella intorno, felice, così felice di essere fuori, all'aperto, in questa giornata di primavera dall'aria profumata, lì c'è la campagna, prati ruscelli, e rovi dove posso inoltrarmi in cerca di fiori, così nascosti, quasi inaccessibili, ma non per me. Ma oggi mi aspetta la berlina, e io lo so, benché solo in seconda elementare, lo so. E' un coro unico che mi accoglie appena mi affaccio sul grande piazzale di fronte alla scuola: ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa. Il ritorno a casa è faticoso, non so cosa aspettarmi ma intuisco di avere fatto una cosa gravissima. La firma è pasticciata, non mi era venuta bene e l'ho imbrattata, la gomma per cancellare ha bucato il foglio. Un vero disastro, Sì, ho fatto la firma di mia madre, e lei è unica, incredibile, con la sua fede incrollabile, che mentre l'accaduto diventa una questione di Stato, insiste che la firma l'ha fatta lei, anche se è pasticciata. La firma l'ha fatta lei, l'ha corretta lei perché la penna non scriveva bene,
    Quel giorno imparai molto ma quello che imparai non fu l'essere stata messa alla berlina a insegnarmelo, fu mia madre a insegnarmelo. 
     

  • Come comincia: Ma di quel geniale tedesco sono da ricordare anche, e soprattutto, due monumentali opere come "From Caligari to Hitler: a Psychological History of the German Film" (Storia del cinema tedesco, 1977), la cui stesura li fu commissionata nel 1943, due anni dopo il suo trasferimento negli States per sfuggire al nazismo, dalla Guggenheim Foundation (a New York, tra l'altro, fu assistente speciale al Museum of Modern Art Film Library), e "Theory of Film: The Redemption of Physical Reality" (Film: ritorno alla realtà fisica, 1962): assolutamente originali quanto significativi contributi alla riflessione, alla critica ed alla storiografia cinematografica di ogni tempo.
     - Va dicendo il saggio - Va dicendo il saggio (ma sarà proprio vero oppure, come diceva quel tale che saggio non era eppur le mandava a dire a chiunque, senza peli sulla lingua, "son soltanto...quisquiglie e pinzellacchere?"), a destra quanto a manca ed in ogn'ora del santissimo giorno, che: "gente allegra il ciel sempre l'aiuta". Ma or io mi domando: perché mai, allora, quella triste non dovrebbe aiutarla (mai) nessuno? E quando dico nessuno, intendo nessuno: quindi, neanche il sole o la luna che, però, guarda caso dimorano pur essi in cielo? 
     - Serie - Proverbi con commento (a modo mio)
     "Vedi Napoli e poi muori" - Ma io, una volta...al buio m'apparve innanzi all'improvviso mia sorella Anna coi bigodini in testa: a momenti ci restavo secco. Pertanto, ne deduco quanto segue: ovvero, che non è affatto necessario vedere Napoli per morire!
     - Pascal e gli atti "impuri" - Il grande pensatore e letterato francese Blaise Pascal ebbe a dire una volta: "la solitudine ti porta a commettere atti impuri...come piangere, pensare, etc.".Io però aggiungerei: amare ed odiare, oppure sognare, credere e sperare, abiurare sé stessi e mentire a sé stessi, impersonare il diavolo e l'acqua santa; e per ultimo...anche scrivere poesie che è l'atto più impuro ed irrazionale di tutti!
     - Le azioni dell'uomo (o: le nuove tavole)
     Nascere: senza far rumore;
     Camminare a testa alta e gambe in spalla (dopo aver imparato a camminare, s'intende!);
     Vivere: non restando (mai) in silenzio;
     Chiedere tutto il possibile e anche l'impossibile: possibilmente!
     Domandare: ciocché non ha risposta (mai);
     Chiedere (bis); tutto, sempre: ed in fretta!
     Possedere quello che si vuole, ma non quanto si ha;
     Dare: niente (mai)...per scontato;
     Ricevere sempre ogni cosa: in cambio!
     Onorare: il padre e la madre (sempre e comunque);
     Star bene: al mondo e sopra la terra (soltanto sopra questa, però...altrimenti?!);
     Levarsi: un chiodo "fisso" da giovani; meglio farlo senza usare le pinze...e non aver mai un chiodo nella scarpa!
     Andare senza meta: ma a testa alta e con la corda (ben) tesa;
     Non andare (mai) a funghi da solo!
     Camminare (bis) al buio, ma senza farsi male (possibilmente)...(e) con gli occhi ben aperti: che gli alberi nascosti son sempre in agguato!
     Far l'amore: con la luce accesa; e...mi raccomando di non leggere mai, prima di farlo, la bibbia, il corano o il talmud!
     Guardare (sempre prima dei pasti, però!) ed anche toccare: ma...mai il cielo con un dito (il cielo è alquanto volubile: potrebbe offendersi!);
     Dormire né cadere...mai in piedi!
     Partire (senza mai morire): dopo aver fatto la spesa (possibilmente)...che grosso guaio sarebbe se al nostro ritorno trovassimo il frigo vuoto!
     Fare e disfare - quasi - sempre (eppoi ricordarsi di rimetter tutto in ordine!);
     Fare (a volte): di cuori aperti scempio!
     Creare (ovunque) scompiglio, morte - morti - e dolori  (prima);
     Non fare: a botte col passato (dopo);
     Prendere: a calci la vita; né (mai) nulla alla leggera;
     Non prendere (se possibile) mai calci nel culo dalla vita: siano essi leggeri che forti...eppoi, tutti sanno, che il culo è la parte più sensibile del corpo umano!
     Giocare: a tresette col "morto" (e fottersene della morte: almeno quando si sta giocando!);
     Giocare (bis): possibilmente con la vita degli altri, ma mai con la propria! (e mai mettere a repentaglio la propria vita: neanche per denaro o a causa di una donna; anche se...trattasi della donna d'altri!);
     Mai giocare né col diavolo né col cristo: son tipi poco raccomandabili...quei due!
     Salire (le scale): mai a piedi, se possibile...altrimenti il fiato diventa corto!
     Arrivare (possibilmente) in alto: il più in alto possibile che si può (mai fin oltre le nuvole, però: c'é troppa umidità da quelle parti!);
     Scendere: in basso al più presto, una volta arrivati in cima (questo vale per tutti: per chi soffre e per chi non soffre di vertigini!);
     Cadere giù; e rialzarsi - se possibile - (quasi) subito!
     Suonare: il violino ma non le serenate al chiar di luna e sotto le stelle;
     Dormire (bis): con gli occhi sempre (ben) aperti (questo vale, soprattutto, per coloro  che...nascondono i soldi sotto il materasso!); 
     Sognare (sempre) ad occhi chiusi...altrimenti che gusto c'é a sognare!
     Avere: sempre tutto - se possibile...da perdere; mai da guadagnare (altrimenti: chi li tiene a bada i finanzieri!);
     Non avere (mai) paura di niente né di nessuno!
     Lasciar stare i santi e i fanti;
     Non toccare (mai) il "can che dorme";
     Tornare: all'ovile natio;
     Chiudere i conti e la partita sul patio;
     Morire: in pace con sé stessi; 
     Giacere sotto terra (e amen!).
     - Serie: proverbi e modi di dire...a modo mio (con commento: questa volta!)
     - Non c'é due senza tre: ma neanche quattro senza cinque, sei senza sette, otto senza nove e così via. E' come dire: non c'é sole senza luna ed alto senza basso; oppure amore senza odio e pianto senza sorriso, o gioia senza dolore e bianco senza nero; infine: non c'é vita senza morte. Ovvero: gli opposti che sono l'uno il completamento dell'altro; o meglio: tutto ed il contrario di tutto...e sempre tutto (sta o ritorna) al proprio posto ("gli opposti si attraggono a vicenda e si completano": disse, infatti, qualcuno una volta!).
     - Il primo amore non si scorda mai: ma neanche il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così via. Soltanto l'ultimo, però, è quello che dura per sempre!
     - C'é sempre la prima volta (per ogni cosa): ma c'é anche la seconda, la terza, la quarta e così via. Importante, però, è...che non ci sia mai l'ultima; o meglio: ch'essa arrivi il più tardi possibile!
     - La coscienza: giro di valzer intorno a...-  La coscienza è tutto ciocché siamo oppure...non siamo; è tutto ciocché ci appartiene oppure...è sconosciuto; è tutto ciocché appare oppure...(a noi) è invisibile; è tutto ciocché è dentro di noi oppure...è al di fuori; la coscienza è tutto ciocché è oppure...non è!  La coscienza rappresenta l'ignoto per la nostra anima, ma è anche il suo invisibile "specchio" interiore; essa è tutto ed il contrario di tutto: è inconscio, è sogno ed è realtà; essa è subcònscio, e apparenza ed è immaginazione.
     - La vita: due divagazioni sul tema (con aforisma celebre alla fine) - La vita è: vincere da una parte e perdere dall'altra; la vita...alla fine vinci da una parte e perdi - invece - dall'altra: funziona proprio così! La vita non è una mera attività commerciale (Paolo Crepet). 

     

  • lunedì alle ore 12:59
    NEL MONDO DEI PIÙ

    Come comincia: Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

    NEL MONDO DEI PIÚ
    Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

  • Come comincia:  C'è chi ritiene che l'orizzonte sia quella linea immaginaria che si spande all'infinito dinanzi agli occhi di chi la osserva...gli orizzonti di gloria sono ben altra cosa: quelli a cui aspirano in molti ma che in vita spettano direttamente soltanto a coloro che hanno mostrato coraggio indicibile nel compiere gesti inusuali di valore; e lo hanno fatto sprezzanti del pericolo e del nemico. Mio nonno aveva combattuto nella Grande guerra con estrema dignità e coraggio. Durante una azione perlustrativa riuscì a catturare, da solo, armato soltanto di fucile, ben trenta soldati nemici. Si meritò così la medaglia di bronzo al valore militare. La mattina in cui doveva essere insignito dell'onorificenza sarebbe stata di lì a poco. Per una settimana intera egli dormì poco e nulla (appena due ore a notte): era troppo forte il pensiero che lo avvolgeva; pensava che sarebbe diventato immortale e pensava agli orizzonti di gloria che avrebbe navigato e varcato. Quel momento arrivò. Mio nonno allora con la divisa messa a nuovo per l'occasione ricevette la sua medaglia: fu il generale dell'armata in persona ad appuntargliela sul petto. Aveva gli occhi lucidi per la commozione. Sulla strada del ritorno, che di lì a non più di un'ora lo avrebbe riportato alla sua umile casa in mezzo al bosco, ebbe però un momento di...lucidità. Posò la bicicletta su cui stava pedalando per terra e si sedette sul selciato lungo il bordo della strada. Il sole era tramontato da un bel pezzo e le stelle ormai apparivano in cielo più luminose che mai, insieme alla luna piena. Mio nonno cominciò a pensare e a parlare ad alta voce: - cosa me ne faccio di questa medaglia? A cosa mi serve? Mi fa schifo portarla sul petto! Onore, la gloria, la patria non valgono la morte di centinaia di migliaia di uomini: di qualunque nazione essi siano e qualsiasi bandiera sventolino. Questa medaglia è macchiata col sangue di ognuno di loro! Dopo aver pronunciato queste parole prese in mano la sua medaglia e ci sputò sopra, poi la buttò per terra e la calpestò tre volte, lasciandola sul ciglio della strada. Dopo di che risalì sulla bici e tornò a casa. Quella notte dormì nove ore filate, come non li accadeva da immemore tempo. Il mattino seguente si svegliò e con solerzia preparò la sua borsa infilando dentro poche cose (appena l'indispensabile). Sarebbe dovuto tornare al fronte, quattro giorni dopo, ma non lo fece: la diserzione è punita con la fucilazione senza processo, in tempo di guerra. Si recò nel porto più vicino e si imbarcò sul primo piroscafo in partenza per un paese straniero. In quel paese si sposò con mia nonna e dalla loro unione nacque mio padre il quale, a sua volta, da adulto si sposò con mia madre: dalla loro unione, molti anni dopo, nacqui io. Non conobbi mai mio nonno ma mio padre, quando ero ragazzino, mi raccontò spesso la storia della sua medaglia. Da allora capii il significato delle parole "orizzonti di gloria" e non l'ho più dimenticato.

     Taranto, 16 settembre 2020. 

  • 18 settembre alle ore 7:39
    Nuvole

    Come comincia: le nuvole hanno un loro profumo particolare.. lo senti, quando ti passano sopra la testa.. lo senti entrare nelle narici e fin dentro al tuo cuore e alla tua mente.. profumo di pioggia, profumo di neve, profumo di fulmini e anche profumo di sole, specie quando lo inseguono per scacciarlo dal cielo. E' di quel profumo che mi nutro, non della pioggia, della neve, dei fulmini e del sole fuggente..

  • 16 settembre alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

  • 14 settembre alle ore 16:26
    Certe giornate di settembre

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nell'ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta della mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    Cosa vuoi per merenda?

  • 09 settembre alle ore 10:36
    Furoba

    Come comincia:  
    F  U R O B A
    Amici lettori ed amiche lettrici, non  vi fate impressionare dallo strano titolo di titolo di questo racconto, è un termine giapponese di cui in seguito capirete il significato, si tratta di contrastare i problemi quotidiani del corpo e della mente che assillano la maggior parte di noi, causa il lavoro e gli impegni quotidiani siamo sottoposti a stress che ci condizionano la vita. Leggendo un articolo che trattava l’argomento, Alberto Rocchegiani pensò di trarne spunto per sistemare alcune stanze arredate in modo particolare per combattere (e vincere) i problemi che ci assillano. Stanco del suo lavoro di titolare di una Scuola Guida, lasciò le redini dell’azienda al suo fac totum Riccardo Fantoni e ne parlò con la consorte Annamaria Settineri la quale, da brava e razionale qual era  gli espose i problemi pratici a cui sarebbero andati incontro, soprattutto finanziari ma Alberto, convinto della bontà della sua idea non si lasciò smontare e prese contatti con un suo compagno di scuola impiegato all’Ambasciata giapponese a Roma. Conoscendo l’indole ‘mignottara‘ di Alberto, Valerio De Luca pensò che l’amico volesse ‘metter su’ una casa di appuntamenti. “Non hai capito un c…o, è una cosa seria anche se fuori del comune e proprio per questo che avrà successo. Le giapponesi hanno per noi europei un fascino particolare soprattutto per la loro unicità e per il loro comportamento, in questo caso della professionalità e della gentilezza. Debbono solo aver frequentato una scuola di massaggiatrici ed essere giovani e possibilmente belle, ci riesci a far pubblicare in tal senso una inserzione in un giornale giapponese?” “”Tira fuori duemila Euro e affare fatto.” Alberto per il conquibus ricorse a papà Armando il quale conoscendo a fondo suo figlio, che fra lì’altro gli assomigliava moltissimo all’inizio fece finta di non capire ma, alle insistenze di Alberto: “D’accordo rompiballe, ho centomila Euro da parte, i risparmi della mia vita…” Nel frattempo Alberto aveva affittato una villetta situata sulla via Appia a Roma, per risparmiare sulle spese si trasferì con la consorte all’ultimo piano, chiamò l’architetto Manlio Mancini vecchio della professione rimasto vedovo con figli sistemati al nord Italia. Il tale all’’inizio rimase perplesso ma poi prevalse in lui l’idea della novità, una novità piacevole nella sua vita monotona niente affatto appagante. “Molto probabilmente sarai a corto di soldi, io del mio gruzzolo non so cosa farne, i miei figli si sono sposate due polentone spocchiose e snob, lo ho conosciute quando sono passate da Roma, non beccheranno un soldo dei miei risparmi, anzi, sai che ti dico, te li metto a disposizione, potrò anche rispolverare la mia antica professione, servirà a togliermi un po’ di ruggine del cervello! Alberto una mattina fu chiamato al telefono dall’amico Valerio: “Figlio di un cane la tua inserzione ha funzionato, cinque giapponesi si sono fatte vive, ora sono a Roma in una pensione, se vuoi le accompagno a casa tua.” “Ho cambiato abitazione, sono in una villetta in via Appia 396, ti aspetto oggi pomeriggio.”
    Tre delle nipponiche parlavano italiano, Alberto ne scartò una e scelse Aiko Tanaka e Emiko Nakamura. Fu fatto loro presente che occorreva del tempo prima che i locali, col progetto dell’architetto  fossero sistemati, le due ragazze si guardarono in viso e: “Se per voi bene noi abiteremo con voi.” Alberto rimase benevolmente sorpreso, lui non aveva pensato a quella soluzione abitativa. Fra l’altro le due giapponesi fecero comunella con Annamaria, insomma filava tutto liscio. Ci vollero quindici giorni prima che le tre stanze fossero completate. Manlio era contento ed orgoglioso di quello che aveva potuto realizzare, in ognuno dei locali un’ampia vasca da bagno. Programma: per primo uno dry brushing per esfoliare dolcemente la pelle, poi venti minuti di immersione in acqua calda poi tiepida in una nuvola di schiuma,  per i meno freddolosi passaggio in acqua fredda per stimolare  il tono e riattivare la circolazione. Una maschera sul collo e sul viso, poi un  panno in microfibra sopra la maschera per un effetto occlusivo. Per finire un massaggio su tutto il corpo piedi compresi con aloe, mela verde e yogurt. Finale: risciacquo sotto una doccia tiepida. Aiko ed Emiko indossavano reggiseno e slip color carne, sopra un tunica leggerissima trasparente. Pian piano si sparse la voce di quel locale particolare dove ognuno poteva rilassarsi il corpo e la mente, il costo non era accessibile a tutti questo sia per recuperare il denaro speso che per evitare troppi clienti alcuni dei quali uomini, alcuni, feticisti si innamorarono dei piedi delle due nipponiche e venivano spesso a trovarle. Erano due molto ricchi e spendaccioni con gran gioia di Alberto. Un fatto imprevisto: Annamaria si annoiava mentre Aiko ed Emiko erano al lavoro,  chiese Ad Alberto di affiancarle tanto più che c’era una stanza in più addobbata. Alberto era molto perplesso, a sua moglie potevano capitare dei maschietti, previsione azzeccata: vari giorni dopo  si presentò in villa un signore in Bentley tale Oberto Palatino che erta stato invitato a pranzo da Annamaria, un pranzo alla giapponese con cibi preparati  dalle due ragazze. Il nobile, quarantenne aveva un eloquio brillante e trascinatore tanto che Annamaria lo guardava con occhi sognanti fino alla confessione alla fine  del pranzo della richiesta di Oberto di far diventare una castellana Annamaria, si era innamorato di lei ricambiato. Stavolta la doccia fredda metaforica colpì in pieno Alberto, Annamaria riempì una valigia di vestiti e sparì col suo spasimante. Alberto si sedette sul divano con lo sguardo nel vuoto, ancora non riusciva a rendesi conto della situazione. Conclusione stavolta inaspettata ma piacevole, Aiko ed Emiko consolarono, ambedue, un Alberto che in fondo capì che ci aveva guadagnato, due al posto di una…Poi nei momenti di stasi del lavoro Alberto usufruiva della ‘Furoba’ ossia stanza da bagno in gergo giapponese con contorno di delizie sessuali.

  • 08 settembre alle ore 9:01
    Porte chiuse

    Come comincia: La porta era di un colore indefinito, invecchiata dal tempo e dall'uso, senza serratura, così appesa ai cardini da sembrare di dover cadere da un momento all'altro. Aprirla poteva sembrare semplice, appoggiata leggera com'era ai suoi stipiti, eppure qualcosa mi diceva che avrei faticato non poco.. una porta chiusa è sempre un incognita, una porta chiusa non sai mai dove possa portare una volta aperta... E le mie braccia sembravano incollate ai miei fianchi, in un abbraccio infinito dal quale era difficile scappare, immobilizzate nel non poter credere di osare, di oltrepassare quella soglia... Eppure il desiderio era forte, ma non abbastanza da fare muovere quelle estremità. Quello che desidera la nostra mente molto spesso è inibito dalle nostre convinzioni di non riuscire, di non potere, di non essere adeguati, condizionati come siamo dal nostro passato...

  • 07 settembre alle ore 19:07
    Sweetdog

    Come comincia: Sweetdog era un raccattato di periferia.
    Forse un ladro, forse un tossico, molte volte uomo di strada.
    Mani grosse, barba folta, occhi persi nel suo stesso cielo grigio, una borsa nera e padrone delle sue strade.

    Sweetdog era famoso nella sua città, una piccola cittadine di tot abitanti, con tot case, con tot cose. Ne era il padrone indiscusso. Ciò che accadeva passava da lui, dentro e fuori. La malavita e la buona vita avevano una cosa in comune, Sweetdog. 
    Era un cane bastonato, bullizzato da tutti ma molto amato dai altri tipi di cani, di un certo livello, si intende.

    Quando abbaia alla luna, ogni angolo di città, diviene un paradiso malinconico dove ritrovarsi; quando morde argutamente, ogni angolo buio prende forma e si scatena aria di morte nelle strade adiacenti.
    Questo era il nostro caro amico Sweetdog. Il più grande cattivo che si muove ed il più grande benefattore ed intimo amico del debole povero che arranca nostalgicamente.

    Si diceva che non si separasse mai dal suo sax nero. Molti ne parlavano come se fosse uno strumento di giudizio. Ogni pena veniva spazzata, ogni atto impunito veniva, poi, messo a giudizio.
    Lo si sentiva di notte suonare, per le strade strisciare ed altre cantare le sue pene. 
    Povero Sweetdog. La sua leggenda viene ancora tramandata ai più piccoli, ai sordi, ai ciechi ed ai viandanti. Chi, invece, subì il suo giudizio, non ha più corde vocali per narrare ne occhi per descrivere. Dicono che siano rimasti muti per decenni senza mai avere il coraggio di rammentarlo ne descriverlo.

    Si dice che, quando la morte ha fatto loro visita, l'unico suono che fu udito era il suono del sax nero che, lento, si faceva spazio nella loro mente fino ad ammazzarli. 
    Si dice, eh. Quanta verità possa esserci, non vi è dato sapere.
    L'unico testimone che si vocifera lo abbia visto, abbia sentito e parlato, fosse un cieco sordo muto. Forse più vicino alla morte di tutti gl'altri, forse il più vicino alla vita di chiunque altro. 

    Questa era la leggenda di Sweetdog.

  • 05 settembre alle ore 14:27
    Alberto il pennone

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

  • Come comincia:  Dal 25 gennaio la sua scomparsa (ironia della sorte, proprio il giorno del quinto anniversario del moto di protesta popolare e spontaneo che portò alla destituzione del Presidente Hasni Mubarak: dalla padella alla brace, direbbero giustamente in molti!). Così scrive Bonini: "...quindi, il ritrovamento "casuale" (quanto lo sia a nessuno è dato sapere, a mio avviso: potrebbe essere stato anche un ritrovamento...ad hoc!), il 3 febbraio, sul ciglio polveroso della strada Cairo-Alessandria. L'ombra di un omicidio di Stato e le stimmate della menzogna del regime militare - "Morto per un incidente stradale" - smascherate da una prima autopsia al Cairo, che aveva fatto dire ai medici legali egiziani che la morte di quel ragazzo era stata un tormento "lento e doloroso". Ma, a questo punto giunti, sento il coscienzioso dovere di aprire una parentesi: un po' fuori luogo (anzi, fuori tema) ma neanche così tanto, direi. Nei primi mesi di questo dannatissimo duemilaventi (per la precisione eravamo al 12 di febbraio) un'altro evento "strano" è accaduto sulla tratta Roma-Cairo: Patrick George Zaki, attivista e studente egiziano (anch'egli, come Regeni, dottorando ma all'università di Bologna), viene arrestato in circostanze poco chiare e trattenuto con accuse alquanto infondate (tra le altre cose li verrà contestato il reato di...       

  • 31 agosto alle ore 22:43
    Il Vampiro di Brewerfou

    Come comincia: L’orologio suonava le 9 di sera. Dal balcone del suo enorme castello, era possibile ammirare la piazza centrale del paese, la luna piena, il suono lento degli alberi che si muovevano in modo lieve lungo la strada che percorreva il porticato. Un vampiro dai modi gentili, così si definiva Vladimir, che a differenza della sua stirpe, aveva scelto di vivere in un castello nelle campagne londinesi: Brewerfou era un paesino di abitato da 3000 anime, molti dei quali studenti, che preferivano la periferia anziché il caos cittadino. Indossò il suo cappotto scuro che Nile gentilmente gli offrì e si avviò verso la porta. Il fresco della sera avvolgeva i suoi passi, nessuno aveva mai fatto caso alle sue malefatte, molti scambiavano i suoi morsi per quelli dei lupi che si aggiravano intorno alle campagne. Arrivò nella piazza dove era posta una fontana in pietra, al centro un cupido con in mano un arco e una freccia. Intorno c’erano negozi, bar e ristoranti, tutti in perfetto stile ottocentesco, inusuale per un paesino degli anni 90. Era come se in quel luogo il tempo si fosse fermato, la nebbia era quasi sempre presente, soprattutto d’inverno. Ad attirare la sua attenzione fu una ragazza seduta sul muretto della fontana: era di media statura, con i capelli rossi ondulati, la pelle diafana, incorniciata da alcune lentiggini e un corpo dalle forme generose. Che strana creatura pensò, le si avvicinò e disse: “Fa freddino stasera, sono in paese da pochi giorni e già non vedo l’ora di ripartire”la ragazza alzò la testa e con i suoi grandi occhi azzurri lo guardò e sorrise: “Io sono qui solo da stamattina, e già incontro il primo rompiscatole che ci vuole provare.” Vladimir rimase un pochino spiazzato dall’atteggiamento della giovane:”mi dispiace, non volevo importunarla” “scusi, forse sono stata un po’maleducata. Il mio nome è Isabelle, sono una studentessa di medicina, lei invece?” “Vladimir, studio lingue straniere, sono in vacanza da alcuni parenti”. I due iniziarono a chiacchierare, la ragazza aveva una bellezza ammaliante, lui si sforzò in tutti i modi di sfoggiare le sue armi migliori pur di arrivare a portarla al castello. Cenarono in un piccolo ristorante posto all’interno di una viuzza. Il posto era decisamente molto elegante, con luci soffuse, il proprietario aveva capito che Vladimir non era uno qualunque, per questo faceva sempre la parte dello gnorri, indubbiamente temeva per la sua incolumità, oltre che essere ingordo delle generose mance che il vampiro gli lasciava. Isabelle era solo una delle tante vittime che sarebbe sparita misteriosamente per poi essere ritrovata azzannata nelle campagne. Erano l’uno di fronte all’altra, due bicchieri di vino rosso e due grandi fette di tagliata di manzo, rigorosamente al sangue condita con olio e aceto balsamico. Gli occhi di lei lo fissarono a lungo: “Cosa ti aspetti da questa serata? Non ci conosciamo, credi realmente che mi lasci sedurre dal primo sconosciuto” mandò giù il suo boccone, poi le porse la forchetta per imboccarla: “È come se ti conoscessi da tempo. Non ti sto chiedendo di venire a letto con me, ma solo di visitare la mia dimora…scusami, casa”. Entrambi scoppiarono in una fragorosa risata, terminarono la cena e si diressero verso il castello. Arrivarono di fronte all’imponente struttura: “Caspita, ma questo è un castello, altro che casa!” disse la giovane. Nile li accolse con lo sguardo rassegnato di chi ormai aveva fatto l’abitudine ai capricci del proprio padrone. Complice il vino e la luna si ritrovarono nudi sul grande letto a baldacchino. I baci di lei erano avidi, bruciavano come la legna nel camino, diversamente dalle altre l’amplesso fu dolce e passionale allo stesso tempo. Per la prima volta fu lui ad addormentarsi tra le braccia della sua vittima, ma non aveva considerato un particolare: mentre era in procinto di svegliarsi, vide uscire dalla bocca di lei due enormi canini in procinto di azzannarlo.

  • 31 agosto alle ore 16:44
    L'appuntamento

    Come comincia: L’ascensore aveva quel classico odore misto tra deodorante dozzinale o dopobarba da discount e quel odore pungente che non riuscivi mai a capire se era di cipolle andate a male o di sudore settimanale. Schiacciai il pulsante del sesto piano, capii che era quello giusto perché, talmente consunto, era sopra quello del quinto. Gli ingranaggi si mossero con un cigolio che mi entrarono dentro al cervello, e incominciai lentamente a salire. In un angolo, sul pavimento, vidi una macchia scura, probabile ricordo di un sacchetto della spazzatura, spero.. non osai pensare ad altro. La luce interna funzionava a intermittenza irregolare,  come se l’energia elettrica che la alimentava arrivasse da un pianeta di un’altra galassia, o dal profondo dell’infero dantesco. I cavi dell’ascensore schioccarono come un colpo di frusta imprimendo un forte scossone alla cabina facendomi temere di sprofondare in chissà quale fossa delle marianne.. non era la prima volta che salivo con quell’ascensore, ma era sempre come se l’esperienza di quel breve ma interminabile viaggio mi scuotesse l’anima, da dentro, come un violento temporale fa con un albero.. terzo, quarto, quinto piano.. la luce dell’ascensore continuava con la sua intermittenza a segnare il tempo e lo spazio.. al sesto l’ascensore si fermò con un sobbalzo improvviso e le porte si aprirono con un cigolio di cardini che mai avevano visto una goccia di lubrificante.. uscii da quella trappola infernale e mi avvicinai alla sua porta, con la coda dell’occhio vidi una persona scendere le scale frettolosamente, probabilmente un altro visitatore che mi aveva preceduto. La porta era in legno massiccio, scolorito e consunto ma ancora molto robusto, con il classico spioncino ad altezza oculare e una vecchia serratura consumata dalla ruggine e da chiavi troppo invadenti. Il dito mi andò automaticamente sul campanello, sotto il quale non c’era alcun nome ma il disegno di una farfalla, sbiadita, e lo schiaccia: il suono che ne venne fuori era una via di mezzo tra una pernacchia e una trombetta di carnevale, mi sfuggi un sorriso.. non mi ci ero mai abituato… sentìì attraverso la porta il classico tramestio, condito da una imprecazione improponibile, di chi sta facendo altro e non vorrebbe essere disturbato. La porta si aprì e Anna mi apparve in tutta la sua imponenza: un donnone alto e grosso che sembrava appena uscito da un incontro di wrestling.. vestiva un baby doll trasparente che nascondeva a malapena le sue forme debordanti, e null’altro.. una sigaretta semi accesa le pendeva dalle labbra, dipinte di un rosso talmente acceso da riflettersi sulle pareti attorno; la tentazione di strapparle dalla bocca quel mozzicone era forte.. ma mi trattenni. I suoi capelli erano raccolti a crocchio, freschi di tinta ma non di shampoo.. “ciao! Sei tu! Ti aspettavo più tardi! Dai entra” la sua voce, a dispetto dell’aspetto, era però di una bellezza disarmante, suadente, dolce e intrigante.. mi volse le spalle ed entro nell’appartamento, strascicando le ciabatte che portava ai piedi ed accendendosi la sigaretta mezza spenta. L’occhio mi cadde sul letto sfatto che si intravedeva da una porta aperta.. conferma della provenienza della persona che avevo intravisto scendere le scale. Nonostante tutto la casa di Anna profumava di pulito, di spezie e di odori di altri tempi.. percorremmo il corridoio che portava a una grande sala, arredata con mobili poveri ma dignitosi e ci accomodammo lei sul divano e io su una poltrona di finta pelle neanche troppo consunta.. “allora? Li hai portati?” mi disse, sempre con quella bella voce che a occhi chiusi faceva sognare.. “certo!” risposi io tirando fuori la scatola che mi ero portato appresso.. e aggiunsi “però questa volta inizio io con il bianco” e lei mi rispose leggermente contrariata “va bene, ma solo questa volta…”.
    Aprii la scatola e incominciammo a ordinare le pedine sulla scacchiera.  

  • 29 agosto alle ore 8:58
    Scomparso!

    Come comincia: Era talmente insopportabile che quando parlava la sua voce stridula mi entrava nel cervello con la violenza di un trapano.. la sua arroganza era talmente debordante che avrei voluto evitare ogni contatto e persino dargli semplicemente la mano mi provocava uno strano prurito che non vedevo l’ora di eliminare con un energico spruzzo d’acqua sotto al rubinetto.. eppure dovevo stare ad ascoltare e sopportare la sua presenza, perché al tuo capo non potevi voltare le spalle ne’ rispondere a tono, non era permesso; quello che poi non sopportavo era quel suo muovere incessantemente le mani come se fossero un’altalena, avanti e indietro, in alto e in basso e poi ancora avanti e indietro, Insomma non vedevo l’ora che finisse di parlare, ostentando arroganza, presunzione, superbia ma soprattutto il potere del forte con i deboli. E mentre ero lì con gli occhi bassi, impotente, cercavo di riempire la mia mente con immagini positive: un bel tramonto, un campo di grano danzante, una bella donna nuda che si abbandonava tra le mie braccia con fare lascivo..ma niente, impossibile sfuggire a quel diluvio di parole e supponenza..
    Dovevo assolutamente trovare una via di uscita…. A un certo punto però mi venne un’idea.. incominciai con gli occhi chiusi a immaginare di svuotare lentamente la stanza da ogni suo oggetto: via le sedie, via le scrivanie, via le finestre, le porte via persino i muri fino a far si che la mia attenzione si concentrasse sulla figura di quel concentrato di arroganza e antipatia, per poi incominciare a a scomporlo come fosse un puzzle alla rovescia..via le braccia, via le gambe e così sino a quando non rimase solo la testa.. un ultimo tocco di immaginazione e… d’improvviso la sua voce si spense.. attesi ancora un poco prima di aprire gli occhi e quando lo feci mi accorsi che era scomparso !permaneva però ancora nell’aria uno strano eco, come se le sue parole fossero rimaste ancora nei dintorni, ma duro poco, e rimase solo il silenzio… a quel punto mi guardai bene in giro e lo sguardo andò verso il basso e mi accorsi, con stupore, che di lui erano rimaste solo le scarpe che, almeno quelle, fortunatamente stavano zitte… però avevo la netta sensazione che mi osservassero…  

  • 27 agosto alle ore 19:25
    Ha parlato...

    Come comincia:  Venti di tempesta: la natura ha parlato; in modo netto, chiaro, preciso...non lo farà di nuovo!
     
    Taranto, 27 agosto 2020.

  • Come comincia:  Qualche giorno fa rovistando tra un nugolo di mie carte e album di foto e cartoline (l'intento era quello di mettere un po' in ordine gli scaffali di alcuni armadietti), mi sono passate tra le mani alcune pagine di un vecchio numero della Gazzetta di Parma: la data è quella del 18 febbraio del duemilaotto (era un lunedì). A pagina sedici, nella sezione Cronaca dedicata alla rubrica "Quartieri" (il quotidiano parmense dedica settimanalmente una intera pagina a vicende riguardanti paesi limitrofi della provincia o addirittura quartieri cittadini), leggo due articoli interessanti entrambi scritti da Isabella Spagnoli, che parlano di storie e personaggi locali ma balzati alla notorietà nazionale ed internazionale (come appurato in seguito). In questo scorcio del mio diario ho ritenuto fosse giusto riproporre integralmente il testo dei due articoli (entrambi abbastanza brevi: il primo di tre colonne, l'altro solo di due). Occhiello - La storia - Ex insegnante della "Pezzali": alla sua esperienza si interessò anche l'Unesco - Titolo - Rizzo, il maestro dei francobolli che portò la filatelia in classe - Sommario - Pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere - "Non è esagerato dire che Gastone Rizzo è passato alla storia per essere stato il "maestro dei francobolli". Storia di un Paese, il nostro, che grazie alla passione di questo distinto signore di ottantacinque anni, si è fatto conoscere dalle scuole di numerosi Paesi del mondo. - Sono stato pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere. I francobolli mi hanno permesso di insegnare, ad alunni delle elementari, la storia, la religione, la geografia e altre materie, in maniera del tutto innovativa, - spiega Rizzo, veronese di origine a Parma da oltre mezzo secolo. - Quando ero piccino - continua - vidi sulla scrivania di un amichetto una piccola raccolta di francobolli. Me ne innamorai immediatamente e decisi di iniziare a collezionare, facendo del mio hobby un mestiere. - Non si è limitato a raccogliere, Gastone, ma ha deciso di tramandare il suo amore per la filatelia agli studenti dei quali ancora conserva i quaderni. - Nel 1940 ho incominciato ad insegnare in alcune scuole della bassa campagna veronese e, fin da allora mi sono servito dei francobolli come sussidio didattico. Interruppi l'insegnamento perché chiamato alle armi, ma nel '48 ripresi sempre con l'aiuto della filatelia. - Il maestro spiega che chiedeva ai suoi studenti di portare francobolli in classe e, dalla piccola raccolta personale, che i bimbi attaccano al quadernetto, si "partiva" per spiegare le varie materie. I più bravi ricevevano, come premio, un nuovo francobollo regalato dal maestro. - La mia attività didattico-filatelica cominciò ad uscire dal confine in cui operavo. Direttori di scuole mi invitavano a tenere conferenze e autorità mi chiedevano di partecipare a mostre, dove esponevo il mio materiale filatelico unito a quello degli studenti: la più importante a cui ho partecipato si è svolta nel maestoso Palazzo Grassi a Venezia -. Rizzo sfoglia con orgoglio i quaderni degli alunni riempiti da calligrafie infantili e da colorati francobolli e un album colmo di articoli di giornale di tutto il mondo (fra questi anche la Gazzetta di Parma degli anni cinquanta). - Ricordo, con emozione, quando l'Unesco mi chiese una dettagliata esposizione scritta del mio lavoro scolastico e il giorno in cui una casa cinematografica di Torino realizzò sul mio insegnamento un documentario intitolato "Una scuola così" -. Rizzo ricorda anche quando arrivò, nel 1959, nella nostra città dove lavorò come consulente dell'Althea e come insegnante a Sorbolo e poi all'elementare Pezzani, dove si fermò per diciotto anni, sempre usando il metodo dei francobolli. Ora Rizzo, che vive in via Ferrarina, in quartiere Cittadella, coltiva un grande sogno che è quello di pubblicare un libro che raccolga i più interessanti momenti della sua esperienza di filatelico e di educatore. - Ho scritto centinaia di pagine che sono a disposizione di un eventuale editore. Qualcuno vuole pubblicare la storia di un maestro di francobolli in una scuola...così?". A margine dell'articolo sono da aggiungere alcune cose importanti, anzi, fondamentali: la prima, purtroppo, è abbastanza triste e riguarda il fatto che Rizzo sia passato, a miglior vita, come suol dirsi, undici anni dopo la pubblicazione della sua breve chiacchierata con la giornalista. L'ho appreso poche ore dopo aver scritto queste note del mio diario, facendo un breve quanto esaustivo giro sul web: la morte del vecchio maestro, avvenuta alla veneranda età di novantasette (sic!) anni, è datata infatti 4 maggio 2019 (poco più d'un anno fa, quindi); insieme alla ferale notizia (letta sempre sulla Gazzetta di Parma: questa volta, però, nell'edizione on line) vi è anche scritto: "Lo stesso giorno, alla distanza di poche ore dalla sua morte, l'adorata nipote Barbara ha dato alla luce Leonardo, il pronipotino che sognava e che avrebbe teneramente coccolato". Mi viene in mente ora quanto mi raccontavano spesso sia mia madre che mia zia (sua sorella). Quando mia madre tornò a casa dalla clinica in cui mi aveva dato alla luce (la casa di cura "Bernardini" di Taranto), mia nonna Eleonora (la quale, avendo subito una paresi parziale trascorse allettata e senza poter parlare gli ultimi anni di vita) vedendomi in braccio a lei volle a sua volta tenermi in braccio per alcuni attimi. Dopo aver assistito alla scena, il medico che la visitava esclamò: - L'alba e il tramonto! - Ma torniamo al Rizzo. Mi domando ora quanti direttori didattici o presidi di plessi scolastici sarebbero disposti ad accettare un maestro siffatto nella propria "compagine" educativa? Penso ben pochi, evidentemente! L'idea che mi sono fatto di quest'uomo non può essere precisa al millimetro (o al bacio), visto che ho consultato pochi documenti cartacei e non ho avuto mai la possibilità di conoscerlo di persona, tuttavia penso dovesse trattarsi d'una persona estremamente affabile ed alla mano e che fosse uomo (un vecchietto) alaquanto arzillo e simpatico: a questa impressione sono giunto guardando alcune sue foto. Ne concludo, pertanto, che se fossi preside di una scuola (di qualsiasi ordine e grado) darei a lui "carta bianca" sul metodo educativo da seguire, prescindendo da circolari e da annessi - e connessi - ministeriali. Forse sono di parte, é vero, esprimendo tale giudizio, visto che in mia vita, a più riprese, ho collezionato francobolli sin da bambino (i primi li rubacchiavo dagli album della mia povera sorella Anna la quale, alla fine - esasperata dai miei continui "furti" - me li regalò in toto!)...la mia collezione completa - ahimé - l'ho venduta qualche anno fa (correva il 2014) al mio amico Paolo Balestrieri il quale, ironia del caso, risiede a pochi chilometri dai luoghi in cui insegnò il Rizzo: egli vive e lavora, infatti, insieme alla sua consorte, nel centro di Felino (capitale del salame omonimo di cui ho già parlato nel mio diario), poco distante dal capoluogo parmigiano. Anche io, debbo dire d'aver imparato molto dai francobolli, prescindendo dal fatto (assolutamente non trascurabile) che sono in genere sempre piacevoli da vedere in quanto molto colorati ed assortiti nelle forme e dimensioni: date importanti, ricorrenze, località, avvenimenti storici, nomi di personaggi, curiosità d'ogni genere e in ogni campo dell'attività dell'uomo e del suo scibile. La seconda cosa da rimarcare, riguardo Gastone Rizzo, è senz'altro positiva: nel 2012, il suo libro "Una scuola così" ha visto la pubblicazione ad opera della casa editrice Prodigi di Gallarate, provincia di Varese. La seconda storia riguarda un'altro personaggio, anch'egli parmigiano d'adozione: Giovanni Vitale. Sempre sulla Gazzetta di Parma è riportato quanto segue. Occhiello - Personaggi: Giovanni Vitale, l'artigiano di Borgo sul Naviglio; Titolo - Restaurare i mobili da enormi soddisfazioni. - Ha 29 anni, ma ha scelto di fare un mestiere antico (ormai sempre più raro), a contatto con oggetti dei secoli passati. Un lavoro, come sottolinea, - dove la busta paga non é assicurata, così come il profitto che varia, enormemente di periodo in periodo. Questo mestiere non dà sicurezza ma non stanca mai ripagando chi lo svolge con enormi soddisfazioni, - spiega Giovanni Vitale, restauratore di mobili antichi, che opera in un piccolissimo locale di Borgo del Naviglio, in quartiere Parma centro. Una viuzza affasscinante e ombrosa dove scorrevano, secoli fa, le acque di un canale (il Naviglio, appunto) che trasportava, con le sue acque, scambi e storia. Un borgo colmo di memoria. - Compiuti gli undici anni incominciai ad apprendere il mestiere, grazie all'impiego in una ditta che si occupava di restauro - spiega Giovanni -. Non amavo studiare così decisi di investire tutte le energie in questo mestiere che mi ha appassionato da subito. Con poco capitale e con il solo lavoro delle mie mani mi sono fatto conoscere -. Il suo negozietto è colmo di mobili e di attrezzi del mestiere: carta vetrata, martelli, seghetti, sgorbie, scalpelli, segatura. - Non scorderò mai la soddisfazione che mi diede restaurare il mio primo mobile: una vetrinetta in abete rustico. Alla fine del lavoro non potevo credere di averla rimessa a nuovo tutto da solo. L'oggetto più bello di cui mi son preso cura è, invece, un Napoleone III°. Uno spettaco=  lo -. Giovanni, che vive a Parma da una decina di anni, dice di amare la nostra città che - ha rispetto per la memoria storica e gli oggetti del passato - aggiunge -. Sono tanti i parmigiani che mi portano mobili trovati in soffitta. Oggetti che, magari, valgono tanto e alla prima occhiata sembrano cianfrusaglie da nulla. Il mio mestiere richiede tanta calma, buona volontà e attenzione. Ho imparato guardando gli altri lavorare e credo fermamente che questo lavoro non si possa imparare sui libri - conclude Giovanni, l'artigiano di Borgo del Naviglio". Cosa posso dire, in conclusione, da par mio? Soltanto una cosa: gli artigiani sono sempre meno (adesso ancor meno di prima, purtroppo, visto che l'articolo appena riportato risale a più di dodici anni orsono)...per fortuna, però, che ve ne sia ancora qualcuno in giro!
     - Mille proverbi italiani - Nel 1999 uscì la seconda edizione del librino "Mille proverbi italiani" (consta di appena sessantasei pagine, stampate in edizione tascabile), scritto da Massimo Baldini ed edito dalla Newton&Compton di Roma nella serie Tascabili Economici; il prezzo era davvero basso: millecinquecento lire...qualche anno prima dell'avvento della moneta unica in Europa. Nelle pagine introduttive l'autore scrive, tra le altre cose: "Per millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con il solo strumento della voce. Le informazioni passavano di bocca in bocca e procedevano a velocità pedonale sui sentieri della storia. L'uomo che vive in una cultura orale, in una cultura cioé che non conosce la scrittura, non possiede documenti, ma ha solo la memoria. Egli sa solo ciò che ricorda e per ricordare ha bisogno di formule come ausili mnemonici. In altre parole, in tali culture occorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in pensieri essenziali o quintessenziali, in breve: in proverbi. Nelle culutre orali, scrive W. J. Ong (cfr. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, trad. it. di A. Calanchi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 62-63), "il pensiero deve nascere all'interno di moduli bilanciati a grande contenuto ritmico; deve strutturarsi in ripetizioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espressioni formulaiche, in proverbi costantemente uditi da tutti e che sono rammentati con facilità". Nelle culture orali (come anticamente è stata anche la nostra, quindi) i proverbi del tipo: "Chi non muore si rivede", "Sbagliare è umano perdonare divino", "Donna e fuoco toccali poco", "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", "Presto e bene non stanno insieme", non sono occasionali, essi formano "la sostanza stessa del pensiero. Senza di loro sarebbe impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché essi lo costituiscono". I proverbi hanno rappresentato per vari millenni l'enciclopedia tribale degli uomini. Essi sono stati il precipitato dell'esperienza, cioé dei tentativi ed errori di molte generazioni. Ai proverbi è stato affidato il sapere psicologico, sociologico, politologico, filosofico, medico, meteorologico, gastronomico, economico ed etico che gli uomini venivano faticosamente elaborando. E che la stesura di un proverbio fosse il frutto della riflessione di una intera comunità e che ad esso si giungesse dopo molti anni è  ben evidenziato da una celebre massima veneziana, secondo cui "i proverbi li facevano i vecchi e stavano cent'anni e li facevano sulla comoda". I proverbi, dunque, sono pensieri fossili che sono sopravvissuti all'invenzione della scrittura, alla scoperta della stampa e alla nascita della galassia elettrica ed elettronica...oggi non si coniano più proverbi e si usano sempre meno. Secondo l'autore le cause sarebbero essenzialmente tre: in primo luogo, la loro stella si è appannata in quanto la scienza risponde in modo più soddisfacente di loro ad alcuni interrogativi che si pongono gli uomini. Si pensi per fare un esempio all'ambito della meteorologia. In secondo luogo, i proverbi sono stati abbandonati come fonte di sapere, poiché molti si rifanno o rimandano, direttamente o indirettamente, ad un mondo contadino che è, per l'uomo contemporaneo, fondamentalmente estraneo. In terzo luogo, infine, essi sono divenuti un sapere marginalizzato, poiché, tranne pochissimi, non vengono più nell'arco della giornata frequentemente ripetuti e, quindi, non sono stati più memorizzati sistematicamente dalle generazioni più giovani. Tuttavia, siamo convinti che anche nella nostra cultura questa forma di sapere possa avere ancora una funzione e un ruolo di qualche utilità...essi possono oggi informarci di ciò che si nasconde nell'animo e nella mente degli uomini , possono cioè fornirci ragguagli illuminanti sulle passioni che li agitano, sui vizi che li posseggono e sulle virtù che si sforzano di far proprie. Certo, psicologi e sociologi, psicanalisti e pedagogisti hanno anch'essi indagato queste stesse problematiche, ma i proverbi hanno il vantaggio di possedere al massimo grado il dono della concisione e la virtù della chiarezza. I proverbi, infatti, non hanno bisogno di un linguaggio specialistico per comunicare la verità o la verità-e-mezzo che, nei casi più felici, contengono, in quanto adoperano le parole di tutti i giorni. Per capirli, quindi, non c'é bisogno di un diploma né tantomeno di una laurea. Essi parlano alla mente e al cuore di tutti coniugando felicemente il sapere più profondo con il massimo di divulgazione possibile. Anche a mio modo modesto di vedere i proverbi rappresenteranno sempre - e comunque - una insostituibile forma di sapere, pur se inesorabilmente ed implacabilmente vittime sacrificali del tempo (anzi, dei "tempi"); essi resteranno simbolo di saggezza popolare che mai perderà di valore: neanche quando quei tempi di cui sopra diverranno ancor più sfrenatamente digitalizzati e la cultura sarà molto più massificata ed "usa&getta" di ora. Il motivo di tutto sta, invero, nel fatto che essi rappresentino una sorta di ammaestramento morale, di precetto a "presa rapida" a causa, innanzi tutto, del loro elevatissimo grado di semplicità e...onnicomprensione a - e per - tutti gli strati della sfera sociale. La novità della pubblicazione del Baldini (nella sua carriera di docente e cattedratico fu ordinario di Storia della filosofia alla Università di Perugia e insegnò Semiotica alla Luiss di Roma; in quella di autore scrisse varie opere tra cui: "Gli scienziati ipocriti sinceri", "Contro il filosofese", "Le parole del silenzio", "Storia della comunicazione"; per i tipi della Newton curò anche gli Aforismi di Kierkegaard, Gandhi, Proust, Freud, Leonardo, Doyle) risiede nel fatto (come sottolineano anche le note editoriali pubblicate in ultima pagina di copertina del suo librino) di aver raccolto i principali proverbi italiani tutti insieme e nell'averli poi ordinati per temi ed in ordine alfabetico: dalla A di "amare" alla V di "vizio". A onor di cronaca, è da dire che un precedente lontano si era già avuto nella letteratura italiana e ad esso proprio lo stesso autore (anche citandolo nelle note introduttive) si è rifatto ed ispirato: i "Proverbi toscani" di Gino Capponi; raccolti e illustrati da Giuseppe Giusti, essi furono ampliati e poi pubblicati postumi dall'autore a Firenze nel 1853. E' una raccolta che constava in origine di circa 3000 proverbi e a cui l'editore ne aggiunse quasi altrettanti, tolti per la massima parte dal repertorio inedito di Francesco Serdonati. La materia è ordinata per argomento: Abitudini, usanze - Adulazione, lodi, lusinghe - Affetti, passioni, voglie, etc. Quì, di seguito, una serie di proverbi come riportati nell'opera del Baldini, secondo tre lemmi "cardine" dell'esistenza: Amore, Morte, Tempo. Amore - Contro amore non é consiglio. Chi soffre per amor, non sente pene. Il primo amore non si scorda mai. I primi amori sono i migliori. Crudeltà consuma amore. Ogni amore ha la sua spesa. Scalda più amore che mille fuochi. Non c'è amore senza amaro. Nella guerra d'amore vince chi fugge. L'amore é cieco. Se ne vanno gli amori e restano i dolori. Amor nuovo va e viene, amore vecchio si mantiene. Amore e signoria non soffron compagnia. Grande amore, grande dolore. L'amore a nessuno fa onore e a tutti fa dolore. L'amore di carnevale muore in quaresima. L'amore del soldato non dura: dove egli va trova la sua signora. - Tempo -  Il tempo vince tutto. Il tempo è galantuomo. Il tempo consuma ogni cosa. Il tempo divora le pietre. Il tempo bene speso è un gran guadagno. Il tempo viene per chi lo sa aspettare. Con il tempo e con la paglia si maturano le nespole. Chi ha tempo non aspetti tempo. Non c'è cosa che si vendichi più del tempo. Tempo perduto mai non si riacquista. - Morte - A tutto c'è rimedio fuorché alla morte. Il viaggio alla morte è più aspro che la morte. La morte è una cosa che non si può fare due volte. La morte non guarda in faccia nessuno. La morte guarisce tutti i mali. Morte, vita mia. La morte viene quando meno la si aspetta. Ogni cosa è meglio che la morte. La morte paga i debiti, e l'anima li purga. La morte non ha lunario. Contro  la morte non vale né muro né porte.
     - Carlo Bonini, Stefano Cucchi e...i vuoti a perdere - Di solito le note tecnico-artistiche di un autore o di un'autrice (il curriculum-vitae, per intenderci!) vengono riportate dall'editore in seconda, terza o quarta pagina di copertina dell'opera scritta dallo stesso o dalla stessa. In questo caso voglio farlo in apertura del paragrafo che mi accingo a scrivere. Carlo Bonini è nato nel 1967 a Roma ed è inviato speciale del quotidiano "La Repubblica", dove è arrivato dopo aver lavorato per "il manifesto" e "il Corriere della Sera". Ha pubblicato le due biografie La Toga Rossa (1998), storia del giudice Francesco Misiani, e Il Fiore del Male (1999), sulla vita di Renato Vallanzasca, il reportage narrativo Guantanamo (2004), Il mercato della paura, scritto a due mani con Giuseppe D'Avanzo (2006), Acab. All Cops Are Bastards (2009), con Giancarlo De Cataldo Suburra (2014) e La notte di Roma (2015), l'Isola assassina (2018). 

  • 23 agosto alle ore 10:50
    Bella cognome Volpe

    Come comincia: Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze… 
    BELLA  COGNOME VOLPE
    Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze…

  • Come comincia: P. S.  Direi che una postilla (anzi, un post-scriptum) a questo punto sia d'uopo. Molte volte in mia vita ho mangiato salame di Felino (non tantissime seppur siano state abbastanza, invero, visti i suoi costi: di certo elevati ma mai così alti da riuscire soltanto a sfiorare quelli del culatello, altro prodotto tipico della norcineria parmense) e fortunatamente sono ancora in vita. Consiglierei inoltre di degustare il salame accompagnandolo con del pane di segale aromatizzato al miele: una vera e propria delizia ma solo per coloro, però, che possiedono palati fini!
     - Partire è un po' morire - L'origine di questa frase (notissima in verità) o modo di dire non la conoscevo affatto. Qualche giorno fa ho appurato che essa è di matrice transalpina: infatti fu il poeta francese Edmond Haraucourt che in primis la usò nel 1902 nella sua poesia "Addio Rondel o canzone dell'addio": quì, di seguito, la prima quartina della suddetta:
                         Andarsene è morire un po'
                         è morire per ciò che amiamo:
                         lasciamo un po' di noi stessi
                         sempre e ovunque...
    I versi, invero, non abbisognerebbero di ulteriore commento. Partire, sì, equivale a morire: perché ogni qualvolta lo facciamo, lasciamo un po' di noi stessi (oltre che dei nostri affetti) laddove eravamo. Ma anche i viaggi, tutti ed indistintamente, prima o dopo finiscono (come tutte le cose, del resto); e da tutti i viaggi, anche da quelli più lunghi, prima o poi si torna indietro, eccezion fatta nei casi seguenti: qualora ci si è fatti con un mix di droghe "biologiche"; se di nome e cognome (meglio sarebbe scrivere name&surname, visto che siamo dinanzi ad un cittadino britannico!) facciamo Syd Barrett e non ci siamo fatti con un mix di droghe biologiche bensì (e più semplicemente) con dell'lsd sintetico; se non sia un viaggio in fuga da noi stessi (quelli sono infiniti...durano oltre la vita stessa!); se non sia un viaggio fatto di - e con - niente ma in cui ci si fa di - e con - tutto.
     - Benedico il "male di vivere" (o: pensierino della sera e del dolce dormire) - Questa frase non è scritta da nessuna parte...non la troverete mai scritta su wikipedia, o nei libri di scuola d'ogni ordine e grado: in quelli italiani come in quelli francesi; sopra quelli della Slavonia  occidentale o su quelli del Burundi. Il motivo è puro e semplice (proprio come colui che l'ha scritta), anzi, è il solo esistente: l'ho scritta personalmente...meglio ancora "io medesimo" (accadde un quadriennio orsono: giorno più, giorno meno). Quel male, infatti, l'ho spesso incontrato nel corso della mia esistenza: affrontandolo sempre vi-a-vis (come direbbero nostri cugini d'oltralpe: ma sarà poi proprio vero, mi chiedo spesso,  che essi siano nostri cugini?Booh...!). Con lui, usando un termine sportivo, ho un bilancio in "rosso": ci ho fatto a botte, infatti, quasi sempre però perdendo, a volte pareggiando ma mai vincendo; eppoi l'ho anche maledetto tante volte, quel grandissimo figlio di puttana e l'ho anche odiato, ma ora invece lo benedico sovente: è lui, proprio lui in persona - e nessun altro - che mi ha temprato e reso più forte alle sofferenze, al dolore e ai cataclismi dell'esistenza;  ed invero è proprio grazie a lui che riesco oggi a restare a galla e a sopravvivere. Ricordate ora il film di Giorgio Faenza dal titolo emblematico "Un giorno questo dolore ti sarà utile"? Ebbene, a me è successo proprio così, come il protagonista di quel film: il vissuto precedente è un bagaglio utile, mai zavorra senza senso e...quel film è tratto dal romanzo omonimo del 2007 di Peter Cameron, scrittore statunitense  che fu candidato a diversi premi per la sua opera d'esordio: esso racconta in prima persona le vicende del protagonista; o meglio, è il protagonista che racconta sé stesso: ed egli è un "disadattato" della vita. Debbo confessare anche io una cosa importante in prima persona: i perfetti, a mio avviso, non sono di questo mondo e chi si ritiene tale non mi è mai "garbato di molto" (per usare un intercalare del grossetano!)...tranne .- ovviamente - cerchio, quadrato ed il numero tre: ammiro moltissimo le persone che si mettono a nudo (tanto con sé stesse, quanto rispetto agli altri) e lo fanno prescindendo dalla stagione al fine di mostrare il loro vero volto.   

  • 15 agosto alle ore 14:29
    Diario di bordo - Ricordando...

    Come comincia:  Ieri è stato un giorno importante, per me; una data di importanza primaria, davvero: di quelle da non perdere ed assolutamente da scrivere in rosso sul mio "personalissimo cartellino"...calendario (che sbadato sono, mi sa d'essermi confuso e di aver preso fischi per fiaschi o lucciole per lanterne: a quel modo era solito esprimersi Rino Tommasi, grande giornalista sportivo di qualche decade orsono, concludendo la telecronaca di ogni match di pugilato che egli stesso aveva poco prima seguito e commentato in tivù). Molti, invero, penseranno che si tratti del famosissimo tre di giugno, quello in cui si celebrano ben altre ricorrenze ma invece non è così, per me; io resto coi piedi per terra e celebro, tanto nella mia testa, quanto nel mio cuore, cose meno cariche di gloria (di quelle che se ne occupino pure altri, a me non importa un fico secco!) e di certo più tangibili; molto più "umane"...ben più piccole delle altre, quasi terra terra direi; cose da comune mortale quale sono: il decimo anniversario (correva il tre di giugno del duemiladieci, appunto) della scomparsa della mia adorata madre. E' stupido scriverlo (anzi, forse lo è soltanto pensarlo) ma non posso esimermi assolutamente dal farlo, a costo di dover apparire anche io vittima del conformismo e della retorica preconfezionata, e come farebbe del resto chiunque fosse nei miei panni o indossasse di nuovo, seppur un solo giorno all'anno, le vesti di figlio orfano: "sembra ieri...", eppure il tempo, tiranno come non mai (invero come sempre!) è trascorso; due lustri per intero sono passati come un temporale estivo da quel fatale giorno (il "pomeriggio d'un giorno da cani", come a volte oso definirlo parafrasando il titolo d'una celebre pellicola del 1975, diretta da Sidney Lumet e con la coppia Al Pacino-John Cazale nelle vesti di protagonista); da allora, ogni anno ho commemorato - piucché celebrato - la memoria di mia madre: l'ho fatto come meglio ho potuto (sul web o dove mi sia stato possibile farlo), ora con un pensiero e talvolta con dei versi altrui; altre volte invece rievocando semplicemente piccoli episodi della nostra vita trascorsa insieme. Anche quest'anno, fortunatamente, è stato così; nonostante la pandemia in atto, la quarantena al seguito e tutto il resto. Questa volta l'ho fatto pubblicando nella home del gruppo facebook "Brigate poeti rivoluzionari" un post con tanto di foto allegata (quella che la ritrae nel giorno del suo matrimonio con mio padre, avvenuto nell'agosto del 1960): una breve rievocazione - nulla di speciale né di arzigogolato: semplice com'era lei - con alcuni miei pensieri annessi ed alla fine i versi che io stesso scrissi e li dedicai nel 2016. Quì, di seguito, il resoconto di quanto scritto e pubblicato nel post: "Mia madre, Portulano Ada, nacque a Taranto il 23 marzo del 1925, morì a Taranto il 3 giugno del 2010 nel reparto di chirurgia donne dell'Ospedale "SS. Annunziata", in conseguenza di un edema cardiocircolatorio. Dopo un breve periodo lavorativo svolto con mansioni di impiegata nell'allora "Genio marino" di Taranto (oggi conosciuto come Genio Militare per la Marina o, più...mostruosamente con la sigla MARIGENIMIL; tuttavia non so se sia la stessa cosa!), condusse la vita in famiglia esercitando il ruolo di moglie e di madre. Aveva un carattere dolce, remissivo, taciturno. Visse senza far rumore, quasi in punta di piedi. Due cose sono legate a lei, anzi, mi vengono in mente di getto mentre scrivo queste parole per ricordarla, nel decimo anniversario della sua scomparsa: la prima è che l'ho fatta piangere tantissime volte (non è infrequente il fenomeno, soprattutto tra i figli maschi: ciòcché risalta, però, è il numero delle volte che è avvenuto, appunto!); la seconda è che gli ho dato tanto, di me, negli ultimi anni trascorsi insieme (fantastici e al tempo stesso un po' tumultuosi)..."sono andato in pari", diciamo pure così, anzi, come sono solito dire io, molto spesso! Penso, infatti, che alla fine nella vita si vada sempre in pari; finisce sempre così, in fondo (per lo meno nella maggioranza dei casi credo avvenga proprio questo: tranne per i più fortunati o per i più disgraziati, chissà!) tra gioie e dolori, vittorie e sconfitte, calci dati e pugni presi, ricordi belli e brutti, rimorsi, rimpianti e brevi lampi di felicità (serenità). Ma la vita, però, non è una mera attività commerciale come qualcuno ha inteso o intende quando viene al mondo: essa è tutta un'altra cosa! La poesia che segue la scrissi agli inizi del 2016 per ricordarla. Grazie a te, madre, ovunque tu sia adesso, per avermi lasciato sempre "libero" ".
                   
             = Ode a mia madre (Tu sei) =
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove:
    sei nelle vele delle navi che fanno rotta negli oceani
    sei nel vento che attraversa le montagne e divora il cielo
    sei nella sabbia che popola i deserti
    e nell'acqua tersa e gelida dei fiumi in inverno
    sei nell'ali di farfalla che grandi
    si dispiegano come fossero quelle di un'aquila
    sei negli occhi d'una tigre ferita.
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove su questa terra
    tu sei in ogni cosa ch'io faccia o che mi appartiene
    sei nel mio cuore e nel mio spirito
    nel mio amore e nelle mie vene.

    Dalle fessure della persiàna abbassata, nella mia stanza, filtrano prime luci dell'alba. Ho finito di scrivere questa parte del mio diario, mi avvio ad affrontare un nuovo giorno (il secondo - o il terzo...non tengo il conto! - della fase?????): appena con qualche ora di sonno sulle spalle ma consapevole di non essere malato di Alzheimer!

    Taranto, 5 giugno 2020.

  • 03 agosto alle ore 22:50
    Caro Montale

    Come comincia: Accade qualcosa di meraviglioso quando si scopre che la lingua esiste. Il mondo diventa all’improvviso un foglio bianco che finalmente si lascia sfiorare. Ricordo con cura la mia prima filastrocca in italiano e il disegno che feci quel giorno: mia madre camminava con il suo vestito verde su una terra marrone come il suo sguardo e stringeva la mano a papà che aveva il mare disegnato negli occhi.

                               “Mia mamma è bella
                               come una stella
                               Mio papà di più
                               Come il cielo blu.”

    Improvvisamente smisi di fantasticare d’essere una principessa che cantava leggiadra mentre un principe si innamorava di lei; avevo cominciato a sognare di poter dire tutte le cose con voce calda e spontanea. Mentre la maestra Rosetta parlava di Don Chisciotte della Mancia, io la osservavo e sognavo di poter parlare, niente più di come faceva lei, che usava tutte le parole e le coniugazioni come fossero una coreografia e ballava, oh sì, lei saltellava di qui e di là con la punta della lingua come se fosse su un palco, ma era immobile dietro alla sua scrivania e l’unico movimento che si vedeva, meraviglioso, era quello della bocca. Alla fine delle lezioni volevo saltare in piedi, alzarmi ed applaudire « BRAVA! BRAVA!», ma non avevo neanche il coraggio di muovere un ciglio, non fosse mai qualcuno s’accorgesse di me. Mi sarebbe bastato poter parlare almeno come il più fesso della mia classe, poter dire almeno una cosa, un lamento, un commento, mi sarebbe bastato avere appena il coraggio di ridere ad una battuta, ma niente usciva dalla mia bocca, nulla che non fosse un << non parlo italiano>>. I mie compagni mi chiedevano perché non parlavo ed io sussurravo di non sapere l’italiano, qualcuno mi chiedeva come stavo ed io rispondevo di non sapere l’italiano, mio padre mi chiedeva perché non avevo amici ed io gli spiegavo che non conoscevo l’italiano.
    L’italiano era il sole che abbaglia ed io ero dietro alla muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, Ecco! Ecco cos’è l’italiano! Ho sussultato sulla sedia sbarrando gli occhi e sono scoppiata a piangere, la professoressa Vecchioni ha interrotto improvvisamente la lezione su Montale chiedendomi se stavo bene «Sì porca vacca, sto bene. Sto sanguinando tutta per via dei cocci di bottiglia, ma sto da Dio » ho pensato. Ero entusiasta, perché finalmente avevo capito dov’ero e dove dovevo cercare le mie parole, avevo finalmente trovato qualcosa che poteva finalmente, sì finalmente (FINALMENTE, FINALMENTE, FINALMENTE!), farmi sentire a casa: la metafora.
    Caro Montale, con i tuoi gialli limoni avevi salvato tutte le parole della mia vita, avevi detto loro d’esistere seppur in un universo che non poteva essere questo, ma chi se ne importa? Non c’è nulla di più doloroso per un uomo del dubbio se è vivo o morto. Concorderai con me che è meglio essere una metafora piuttosto che non essere, d’altronde come potrei definire me stessa con un linguaggio terrestre?

  • 23 luglio alle ore 23:16
    Della potenza

    Come comincia: Se avessi dei poteri, ma di quelli veri, quelli puri, spogliati da croste cerebrali ed emozionali, istitituerei un manifesto e lo affiggerei nella tenue sfera che da cuore a mente e a cuore e sterno staziona. Scriverei a caratteri cubitali e indelebili: - VIVI - E se fossi potente, ma potente per davvero, veglierei con attenzione acche' tal manifesto fosse perpetuamente rispettato e onorato. VIVI. Non transigerei, se pur amorevolmente. La vita sfugge stridendo fra binari di concetti e preconcetti, di regole, doveri e presunti doveri, mentre urla la sua Essenza deturpata dai graffi del pensiero costruito. La Vita la mettiamo a sedere accanto a noi chiedendole di sostare finché non abbiamo risolto le "nostre cose". Ma non abbiamo "cose" da risolvere, non c'è una seggiola che fa da seduta alla Vita: con noi, mentre, dietro e dopo, c'è solo l'esistenza che viviamo: siamo imprescindibili, indivisibili. Noi e la nostra vita siamo stessa Cosa. Se fossi potente, ma potente per davvero, toglierei tutte le seggiole sulla cui seduta poggiamo la Vita... e la farei Vivere.

  • 17 luglio alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!