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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Ieri sera, come tutti i venerdì del corrente anno, feste strane e bagordi d'ogni tipo all'UFO, noto club psichedelico dell'East-side londinese, in Tottenham Court Road, al civico 86, in cui si esibiscono da qualche tempo vari gruppi della scena musicale underground tra cui Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Tomorrow ed altri meno noti. E fin qui nulla di nuovo. La notizia, grave e ridicola allo stesso tempo, è questa: arrestato il ministro degli Interni Arthur Coombs-Newton, trovato in possesso di ben trenta grammi di pura canapa indiana, di quella buona (a detta di molti presenti ed esperti dell'argomento!).
     - Si vedeva ad occhio ch'era buona, anzi, di quella super - ha dichiarato Jane Luxbury, diciannovenne presente alle feste ed alla musica della serata!
     L'altra notizia, forse ancor più stra...curiosa della prima (meglio sarebbe dire che si tratta di una notizia nella notizia, l'una, cioè, più clamorosa dell'altra!) è che il caro nostro ministro teneva ben nascosta la "roba" nell'elastico interno che reggeva le sue calze da...donna: sic!
     - Il ministro, - ha raccontato alla stampa il portavoce della polizia, John Newcombe, nella successiva conferenza stampa, - indossava biancheria intima femminile di chiara provenienza parigina. -
     Il tutto è stato appurato nel corso dell'ispezione, effettuata alla presenza dell'avvocato Brixton James, del foro di Chelsea, nella sala interrogatori del IV° commissariato.
     Notizia nella notizia, come scritto: curiosa, scandalosa e drammatica al contempo!
     Voglio concludere il mio pezzo in questo modo: ahi! ahi! caro ministro; certe cose non sono per membri rispettabili del governo, queste cose è meglio lasciarle fare a quelli  che sono abituati a farle, a gente come Arnold Layne. Queste cose, semmai, si fanno soltanto sulla parte "oscura" della luna!
    (Notizia - immaginaria - elaborata da una notizia - vera - apparsa il 28 gennaio 1967 sulla fanzine underground International Times).

                                                = Note musicali a margine =
     Il 15 ottobre del 1966 "International Times", il primo giornale underground europeo, venne lanciato con un grosso party musicale alla Roundhouse di Londra. I Pink Floyd suonarono davanti a duemila persone proiettando speciali diapositive su di loro e sul pubblico.
    Nel gennaio del 1967 Joe Boyd, direttore musicale dell'UFO, produsse il primo 45 giri dei Pink Floyd, "Arnold Layne", un pezzo di Syd Barrett: parla di un travestito e pervertito che ruba biancheria femminile nelle lavanderie a gettone. Le principali radio pirata dell'epoca, Radio London e Radio Caroline, si rifiutarono di passare il brano: ufficialmente per eccesso di prudenza, da parte di due emittenti ch'erano pur sempre fuorilegge, ma secondo alcuni a causa del rifiuto dei discografici a pagare adeguata "mazzetta"!
     Infine, da notare ancora, che sempre alla Roundhouse si tenne, nel dicembre dello stesso anno, un festival della poesia, in cui si esibì, tra gli altri, il poeta newyorchese Allen Ginsberg. 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • mercoledì alle ore 16:10
    GLI ETERODOSSI

    Come comincia: Saul di mattina presto sostava su una banchina esterna del porto di Ancona, il vento fortissimo aveva ingrossato  le onde sino a forza sette, una vera burrasca. La sera prima, anche con bollettino meteo marino non favorevole Matteo e Maddalena, suoi genitori, si erano imbarcati sul loro natante a vela per un giro di pesca, la mattina dopo ancora non erano tornati a riva. Un ufficiale della locale Capitaneria di Porto a cui Saul si era rivolto aveva alzato le braccia, nessun loro mezzo era autorizzato a prendere il mare alla ricerca del natante disperso, troppo pericoloso. Saul infreddolito  fece rientro a casa, tramite cellulare cercò ancora una volta di mettersi in contatto, senza esito, con i genitori.  Infagottato con una muta paterna impermeabile la mattina seguente fece ritorno al solito molo,  nessuna novità,  inutile la sua permanenza in banchina. Dopo due giorni la forza del vento e di conseguenza delle onde  erano diminuite, due vedette della Capitaneria di Porto partirono  alla ricerca dei dispersi, una verso nord e l’altra verso sud. La sera tardi Saul ricevette una telefonata, la barca dei suoi genitori o meglio quello che ne restava era stata localizzata nelle acque antistanti Pescara, nessuno a bordo. I due coniugi erano molto religiosi, dopo una settimana il parroco della loro parrocchia decise di celebrare una messa in loro suffragio, Saul vi partecipò malvolentieri, era ateo  e non sopportava i ‘bacarozzi’ come lui li appellava. Era stato cacciato da un collegio di preti per aver contestato con solide argomentazioni  le teorie cattoliche, il fatto che aveva suscitato scalpore fra i parrocchiani,  presa di posizione  che lo  aveva lasciato indifferente. Ora il giovane  diciassettenne, si trovò a dover affrontare difficoltà economiche non previste, suo padre era impiegato al Comune, sua madre casalinga, casa in affitto. In seguito alla ferale notizia di Matteo e Maddalena dispersi in mare si fece avanti la nonna paterna Maria residente a Roma disposta ad ospitare il nipote,  anche lei era molto religiosa. Anche per questo motivo  Saul avrebbe fatto volentieri a meno di dover accettare la sua ospitalità ma, giocoforza, dovette aderire alla richiesta. Si diede da fare per racimolare qualche Euro con la vendita dei mobili di casa, fu stoppato dal parroco che gli mostrò un testamento di suo padre in cui risultava che tutto quello che gli apparteneva andava alla parrocchia. Saul avrebbe potuto impugnare il testamento ma non volendo avere più a che fare con i ‘bacarozzi’ preferì togliere le tende ed andare a Roma in via Carlo Felice dove la nonna era proprietaria di una villetta a due piani, non avrebbe avuto problemi finanziari. Era settembre, il giovane per proseguire gli studi si iscrisse alla quarta classe dell’Istituto Tecnico Leonardo da Vinci, vicino al Colosseo. Avrebbe volentieri usato la Cinquecento del defunto nonno Sinesio ma l’auto era riservata solo alla nonna Maria, ci andava a fare la spesa con la cameriera Gina o per andare a ‘battersi il petto in chiesa.’“I giovani hanno buone gambe, al massimo possono usare i mezzi pubblici.” atteggiamento posto in essere dalla vecchia quando era venuta a conoscenza della poca religiosità del nipote. Saul aveva a disposizione pochi spicci per l’autobus e per andare al cinema la domenica, spesso si faceva a piedi il tragitto casa – scuola per risparmiare e comprare qualche sigaretta, il fumo era assolutamente off limits in casa dell’ava. Un sabato Saul scelse il cinema ‘Massimo’ quello con prezzi inferiori rispetto agli altri viciniori, ovviamente in platea. Non aveva nemmeno guardato i cartelloni esterni, all’ingresso in sala si accorse che era in programma un film western non di suo gradimento ma ormai…Nel posto vicino a lui una ragazza piuttosto giovane che ogni tanto parlottava con un uomo maturo, forse il padre, prudentemente Saul ritenne opportuno evitare qualsiasi approccio ma ad un certo punto sentì una mano della giovane posarsi su una sua gamba, la guardò in viso,  fu ricambiato con un sorriso, dubbio amletico aveva capito male oppure…Oppure. La baby si presentò: sono Adriana, io e mio padre stiamo per uscire dalla sala, se lei vuole un passaggio in auto…” “Volentieri, io abito in via Carlo Felice.” Fuori dal cinema: “Sono Alvaro, vedo che lei è solo, lo invitiamo a casa nostra, con la mia famiglia abito in un condominio in fondo a via Appia.” Adriana si installò sul sedile anteriore, lato passeggero, della Volvo V6 dimostrazione del proprietario di possibilità economiche superiori alla media, Saul prese posto nel sedile posteriore.  Dopo circa un quarto d’ora entrarono in un cortile, al pianterreno presero l’ascensore sino al quinto piano. All’ingresso in casa: “Matilde abbiamo un ospite.” L’interpellata si presentò in vestaglia: “Chiedo scusa per il mio deshabillet, come sta, venga nel salone mi rimetto in sesto e vi raggiungo.” Il salone era molto grande, sicuramente i padroni lo usavano per le feste con i loro amici, un televisore maxi in fondo alla sala.  Matilde doveva avere circa quarant’anni, li portava benissimo: corpo longilineo, sorriso affascinante, capelli ramati a chignon. Si presentò indossando una gonna sopra il ginocchio, molto sopra il ginocchio ed  attirò l’attenzione di Saul che fu colpito anche dalla camicetta decisamente scollata  molto probabilmente senza reggiseno. “A Roma anche a settembre fa molto caldo, oggi non fa eccezione.” La spiegazione di Matilde era diretta a Saul che cominciò a capire qualcosa in merito al ménage di quella famiglia allorché anche Adriana si presentò  vestita in maniera simile alla madre. Tonino, il gemello di Adriana, molto somigliante alla sorella rientrò in casa alle diciannove e, dopo le presentazioni: “Mamma perché non inviti il nostro ospite a cena, mi pare che avevi preparato delle pappardelle all’anatra ed altre buone cose.” “Dipende da lui se qualcuna l’aspetta…” “No, devo solo avvisare mia nonna con cui vivo.” “Nonna resto a cena con degli amici, farò tardi.”  “Dopo le ventidue il cancello è chiuso per tutti, regolati!”. La cena era veramente deliziosa, il vino Sangiovese aveva messo un po’ tutti in allegria, in sottofondo una musica nois per dirla all’inglese, ritmo indiavolato e coinvolgente, Matilde prese per una mano Saul e cominciò a ballare sempre più stringendosi al ragazzo il cui ‘ciccio’ si alzò in tutta la sua erezione. “Sento qualcosa di buono, vieni in bagno, sono curiosa…” Aperti i pantaloni: “Quanti anni hai, vedo un gran pisello, te lo lavo e poi…” In bocca per poco tempo, Saul aveva dimenticato da un pezzo un rapporto con femminucce ed inondò la cavità orale  di Matilde che ingoiò il tutto poi: “Posso fare a meno di prendere vitamine, le tue hanno un sapore dolcissimo, ci rivedremo stanotte.”Tornati in sala Saul: “Penso che dobbiate ospitarmi per la nottata, dopo le dieci non si entra a casa di mia nonna.” Alvaro: “Per favore Arianna prepara la stanza degli ospiti, vedo che a Saul è venuto un gran sonno.” Salutati gli astanti il giovane fu introdotto da Adriana in una stanza ammobiliata in stile moderno, vicino un bagnetto.”Buona notte caro, sarà per te una notte di battaglia, conosco mia madre.” Saul smise di porsi delle domande, sembravano delle persone per bene anche se molto ma molto eterodossi. La conferma delle parole di Adriana avvenne poco dopo quando Matilde si presentò in camicia da notte ben presto abbandonata, la signora con un corpo da statua greca  acquisì la posizione cavalcante sopra un arrapato Saul che sentì madame provare  orgasmi in continuazione, pronunziò una frase infelice: “Non è che ti senti male!” “Il mio record è undici, sono appena a cinque!”  Il giovane prese sonno sino alle undici della mattina successiva  quando: “Sta squillando il tuo telefonino.” “Era sua nonna: “Dove diavolo ti sei cacciato, io vado a messa, vedi se puoi seguirmi.” “Anch’io sono stato a messa con i miei amici che sono praticanti, mi farò accompagnare a casa da loro.” Bugiardone! Saul capì che era sulla strada giusta con  nonna Maria, le avrebbe presentato Alvaro e Matilde per stringere un’amicizia e soprattutto per evitare futuri problemi in famiglia. E così fu: Matilde comparve a casa di nonna Maria vestita di nero dalla testa ai piedi ricevendo un’accoglienza festosa: “Finalmente mio nipote ha incontrato delle persone per bene, un giorno vi inviterò tutti al ristorante.” Saul accompagnò i due coniugi alla Volvo e ricevette una confessione incredibile da parte del capo famiglia: “Noi siamo una famiglia molto chiusa, tu sei il primo che entra nel nostro cerchio, io ho rapporti con mia moglie e con mia figlia, Tonino con la sorella e con la madre, tu ci sei sembrato subito un anticonformista per questo ti abbiamo invitato, se non accetti il nostro ménage lo capiremo, siamo elle persone fuori dalla morale comune ma molto uniti, d’altronde i rapporti interfamiliari sono sempre esistiti vedi Cleopatra che come primo marito aveva scelto suo fratello Tolomeo, mi raccomando alla tua riservatezza, se la nostra storia divenisse di pubblico dominio saremmo costretti a cambiare città in compenso, dato che da quanto tu affermi  tua nonna è  spilorcia, provvederemo ai tuoi bisogni pecuniari, non ho problemi in quel campo.” Saul il 3 ottobre festeggiò il diciottesimo compleanno a casa dei nuovi amici e con la presenza di nonna Maria sempre più entusiasta del nipote cui avrebbe lasciato tutti i suoi beni ma il più tardi possibile! La mattina del sabato successivo una esibizione particolare  in casa: Alvaro sul suo lettone con la figlia Adriana, Tonino nella stanza degli ospiti con la madre Matilde, Saul a fare da guardone. Nel frattempo  erano molto migliorati sia il suo guardaroba che il suo portafoglio. Dopo pranzo Matilde ritenne opportuno prendere da parte Saul, sempre un pò frastornato per renderlo edotto del suo menage familiare in campo sessuale: “Il nostro è un legame‘che ‘ntender non lo può chi no lo prova’ di dantesca memoria. I miei rapporti con Tonino sono come quelli di una cagnolina che ha appena partorito il suo cucciolo, a letto ci abbracciamo poi io lo bacio in tutto il corpo, lui prende in bocca una mia tetta e quando sono al massimo dell’eccitazione entra nella mia ‘gatta‘ per avere un lungo orgasmo simultaneo, nessun rapporto anale, il mio ‘popò’ è riservato ad Alvaro, con te invece è come se fossi mio marito. Padre e figlia hanno un legame simile al mio, siamo una famiglia felice anche se, per scaramanzia non uso quasi mai questo aggettivo; ‘magno cum gaudio’ posso affermare che anche tu ti sei dimostrato fuori della morale corrente, ti consideriamo uno dei nostri, ti vogliamo bene. La mater familias disse al marito che volentieri sarebbe diventata nonna e a Saul: “Datti da fare con Adriana, se nascerà un maschietto lo chiameremo Leone, se  femminuccia Aurora,  i miei genitori ne sarebbero contenti.

  • mercoledì alle ore 15:56
    GNÖTHI SAUTÓN

    Come comincia: Il cervello umano era e resta un incognita anche per gli scienziati odierni più preparati ed aggiornati, lo è allo stato attuale come  anche e di più lo era nel lontano passato, la scritta ‘Gnothi sautón’ campeggiava nel pronao del tempio del dio Apollo a Delfi. Era un invito a scoprire il potenziale che è in noi, nel nostro animo, nella nostra mente, insomma conoscere i propri limiti. Il dio Apollo non aveva molta stima degli uomini, li considerava ‘miseri mortali che come foglie ora in pieno splendore poi languiscono e muoiono.’ Oggi un uomo di successo è colui che non ha limiti, un dio moderno a cui tutto è permesso, attenti però perché ognuno di noi deve accettare le proprie ombre proiettandovi una luce, una black list da riconoscere e da superare. Per nostra fortuna oggi nei paese occidentali per i ‘diversi’ v’è molta più tolleranza che in passato, sola eccezione i musulmani: per  loro, secondo i principi stilati secoli addietro da un certo Maometto la vita umana ha un valore molto relativo se non addirittura nullo. Come è venuto fuori stó pistolotto? Ad Alberto appena sveglio talvolta tornavano in mente frasi o concetti acquisiti durante la vita di studente, in questo caso ‘Gnöthi sautón’. La cosa era preoccupante? In merito Alberto aveva consultato neurologo amico che come consiglio: “Pensa alla fica!” Ed a quella erano diretti e pensieri del buon Albertone maresciallo delle ‘Fiamme Gialle’, per il suo servizio aveva avuto modo di conoscere persone di ogni ceto sociale, dagli spacciatori di sostanze stupefacenti ai signori cui aveva sequestrato oggetti di antichità. In una occasione di tal genere una signora aveva proposto uno swapping fra lei e gli oggetti. A malincuore Alberto aveva rifiutato, la dama era un gran pezzo di ‘gnocca’ ma poteva essere pericoloso e quindi da scartare, la dama per vendetta aveva messo in giro la chiacchiera che il bell’Alberto non amasse molto la ‘patata’. Alberto era stato fortunato: due zie, una paterna ed una materna era decedute lasciandolo unico erede di un bel patrimonio: primo acquisto una Jaguar X Type suo vecchio amore ed una abitazione a Messina sud Contesse vicino al mare. ‘Invidia magna dilabuntur’ dicevano i latini, principio ancora valido che aveva portato un superiore di grado di Alberto a chiedergli conto e ragione di tanto sfoggio di ricchezza. Il cotale era piccolo, brutto e cattivo questo il vero motivo della sua invidia ma tutto era finito nella sconfitta del piccolo, brutto e cattivo che aveva dovuto ingoiare il rospo. L’essere rimasto scapolo era stato in generale un vantaggio per Alberto, aveva molto amici e raramente rimaneva solo la sera, ultimamente però era andato incontro ad una grossa delusione, l’amica del cuore, Stefania, l’aveva lasciato per uno più giovane di lui che, quarantacinquenne, l’aveva considerato vecchio! Per evitare di dover sostituire colleghi assenti Alberto, rispolverando un  suo antico hobby aveva sostenuto a Roma una esame ed aveva conseguito la qualifica di ‘capo laboratorio fotografico’ ed in tale qualità inamovibile con gran scorno del piccolo, brutto e cattivo. Altra pensata del nostro ‘eroe’ iscriversi all’Università alla facoltà di lettere, a scuola era piuttosto bravo nelle materie letterarie, psicologicamente si sentiva più giovane nell’essere ritornato agli studi. Un fatto nuovo cambiò in parte la vita di Alberto: un giorno nel giardino dell’Università vide una ragazza seduta su una panchina con la testa fra le mani, incuriosito si avvicinò e notò che la cotale aveva il viso inondato di lacrime situazione che metteva Alberto in crisi, si avvicinò e sedette vicino a lei senza parlare. Dopo un po’: “Hai un fazzolettino, il mascara mi si è appiccicato al viso.” Alberto era in possesso di un fazzolettino. Dopo un po’ di tempo: “Grazie, sono Sveva, non ti ho mai visto prima, io sono iscritta ad architettura.” “Io, Alberto, a lettere, non sono tanto intelligente da poter affrontare una facoltà così difficile come la tua, a scuola in matematica ero una frana.” Sveva era riuscita a sorridere, guardò meglio Alberto, ormai le lacrime erano finite ma evidentemente non il motivo. “Ciao, se ci dovessimo rincontrare…” “E chi ti lascia più, io sono il buon samaritano ed anche boy scout, oggi non ho ancora effettuato la mia buona azione giornaliera.” “Accompagnami sino all’ingresso della mia facoltà.” “Non vorrei suscitare la gelosia di qualche innamorato respinto, sei veramente piacevole, non mi prendere per un lumacone, sono sincero, amo le bionde naturali…” E che ne sai che sono bionda naturale, le signore…”Un modo c’è per constatarlo!” “E se ti dico che sei uno zozzone!” “Lo accetto e lo merito, facciamo una cosa: ho la mia macchina al posteggio del Cavallotti, prometto di non saltarti addosso parola di boy scout…” “Senti boy scout non penso proprio che ce la faresti, io vado in palestra e sono pratica di kickboxing,  male te ne incoglierebbe!” “È un modo per scaricarmi, vuoi che mi tolga dai piedi.” “Dammi stó passaggio io abito a Torre Faro.” “Io invece dall’altra parte della città a Messina sud, facciamo una cosa, tiriamo in alto una moneta, se esce testa andiamo a casa mia, croce da te.” Volata la moneta: “Cara hai perso, il Cavallotti ci aspetta.” Dinanzi alla Jaguar: “Che mestiere fai, non mi convinci tanto.” “Sono un Caino, così ci chiamano a noi Finanzieri, questa è la mia tessera di maresciallo, persuasa?” “Anche i marescialli possono essere degli zozzoni!” “Sto zozzone ti lascia a piedi …” Proposta inaspettata: “Me la fai guidare, io sono brava non andrò a sbattere.” “D’accordo, sei una fonte inesauribile di sorprese.” Sveva lungo i tornanti del parcheggio dimostrò di essere un buon ‘manico’, Alberto mise in funzione il satellitare e così Sveva, seguendo le indicazioni della voce femminile giunse sino alla villetta di Alberto a Contesse. “Manca solo che esca fuori un maggiordomo!” “Non ti offendere ma ti trovo un po’ acida.” “Ti chiedo scusa ma non sono così di natura, un ultimo avvenimento negativo mi ha cambiato la vita, mio padre era un autotrasportatore, col camion stava andando a Dusseldorf quando probabilmente per un colpo di sonno è andato fuori strada, il camion si è capovolto e lui è morto sul colpo, mia madre è casalinga ed io…” Sveva si era allontanata, aveva ripreso a piangere, Alberto la seguì, era di spalle, la girò e la baciò in bocca.”Sei un approfittatore, non ero in grado di respingerti.” “L’avresti fatto?” Un bacio da parte della baby fu la risposta piacevole per un Albertone il cui ‘ciccio’ alzò la testa, la ragazza se ne accorse, guardò in faccia il ‘padrone’ e: “Che ne dici di cucinare qualcosa, la tristezza mi fa venir fame.” Anche in campo culinario Sveva dimostrò la sua bravura, con quello che trovò in frigo e nella dispensa vennero fuori un piatto di spaghetti alle vongole, sgombri in scatola, carciofini e funghi sott’olio e due banane. “Toh anche una macchinetta del caffè con le cialde!” “È un regalo della mia ex, mia ha lasciato, per la rabbia volevo gettarla via, quando sono irritatato e deluso …” “Chiamo mia madre. Mamma sono a pranzo da un’amica, ti farò sapere quando rientro.” “Adesso ho cambiato pure sesso!” “Mia madre è molto all’antica, ora che è diventata vedova è ancora più apprensiva…” “Andiamo sulla spiaggia, non importa se non hai il costume, bastano gli slip ed il reggiseno.” “Ormai non mi freghi più, puoi far lo spiritoso quanto vuoi, se non la smetti vengo veramente come hai detto tu.” “Sono stato inopportuno, stando vicino a te ti sto apprezzando, che ne dici di sposarci? La tua predecessora (si dice così?) mi ha lasciato perché secondo lei ero troppo vecchio, tu come mi trovi?” “Ho capito, sei in attesa di qualche complimento: ti trovo affascinante, signorile, buono d’animo e…furbacchione…Che bello il piacere di camminare a piedi nudi sulla sabbia, mi ricorda quando da piccola mio padre mi portava a fare il bagno e mi insegnò a nuotare, un ricordo doloroso, non voglio intristire pure te.” Seduti a terra Sveva abbracciò Alberto il cui ‘ciccio’…”Non ti si può avvicinare che…” ”Ti chiedo scusa da parte dello zozzone, vuol dire che lo schiaffeggerò così impara a fare il serio!” Sveva si alzò di scatto e si mise a correre lungo la battigia, Alberto dietro a lei col fiatone, era veramente una sportiva. La ragazza si sedette di nuovo sulla sabbia in attesa dell’arrivo di Alberto. Il non più tanto giovane smesso il fiatone: “Mi ricordi la leggenda di Dafne che fuggiva per non farsi prendere da Apollo che non la raggiunse, fu trasformata in una pianta di alloro da parte della madre Gea.” Cena in una vicina trattoria in passato frequentata talvolta da Alberto. Il titolare Marco: “Maresciallo il solito?” “No stasera voglio essere leggero…” A casa Sveva in bagno, poi si ripresentò ad Alberto in sottoveste: “Che ne dici di riposarci a letto, niente TV, oggi troppi cambiamenti.” “Mamma dormo da Roberta…d’accordo, mi farò viva domani.” La ragazza chiuse in parte gli scuri, una lieve penombra nella camera da letto invogliava alle coccole che ovviamente non bastarono a ‘ciccio’ che, more solito alzò la testa, fu ignorato. Nel frattempo Sveva si era denudata al che Alberto ebbe una reazione a dir poco sciocca: “Sei una bugiarda, non sei bionda naturale!” La ragazza aveva mostrato un pube tipo foresta tropicale dal colore decisamente scuro. “Domani userò l’acqua ossigenata…” Alberto capì la cavolata e non insistette, cominciò a baciare la ragazza in bocca, a lungo, un sapore piacevole di caramella, quasi lo stesso della patatina, Alberto fra tanti peli trovò il clitoride che quasi subito rispose alle sollecitazioni ma la ‘padrona’ si scostò, non era il tipo egli orgasmi multipli. Dopo un piccolo post ludio Alberto ripartì all’assalto e Sveva ebbe un altro orgasmo più prolungato, volle avere  altro riposo. ‘Ciccio’ nel frattempo non si dava per vinto, la giovane ebbe ‘un’attenzione’ per lui e fu subito ricambiata con un flusso che le riempì completamente il cavo orale, Sveva si rifugiò in bagno, Alberto sentì che faceva gargarismi e poi si lavò i denti col dentifricio. Al rientro in camera da letto: “Non  sono abituata a…è stata la prima volta e sinceramente non m’è piaciuta, se lo fanno tutte le donne mi devo abituare. Dì al tuo ‘zozzone’ che per questa volta si deve accontentare, non mi sento di concederti di più, sono vergine.” “In senso astrologico?” “Non fare lo spiritoso fuori luogo, in senso astrologico sono un Ariete.” “Peggio che mai” pensò Alberto quel segno aveva le caratteristiche di persona dalla forte personalità che ha molte iniziative e non vuole essere contraddetta! ”Buona notte cara, girati di spalle, ti abbraccerò da dietro.” “Non penso sia una buona idea, ci tengo che il mio buchino posteriore resti…” “Va bene mi giro io di spalle, cuntent?” “Adesso fai il milanese, per un romano puro sangue è un’offesa!” Morfeo dirimé la questione prendendo fra le braccia i due ormai innamorati ma litigiosi. La mattina un odore di caffè stimolò l’olfatto di un Alberto ancora semi addormentato. “Buon giorno vecchietto mio, che vuoi prima il caffè o un bacio?” “Che non mi prenda per il culo!” “Che ne dici di una ‘cravatta’ con i tuoi arti superiori ed inferiori?” “Ne ho pensata una più carina, ti addormento col cloroformio e me la spasso alla grande col tuo favoloso corpo, prima di tutti la…” “Quella è rimasta vergine, l’ho destinata a mio marito.” “Ho pensato ad un nostro matrimonio morganatico…” “Se pensi di prendermi in castagna ti sbagli, non so che farmene dei tuoi beni, mi occorre solo il tuo aiuto per conseguire la laurea in architettura, ti concederò volentieri la mia ‘patatina’ solo per amore, purtroppo mi sei entrato nel cuore e nell’anima, sono indipendente di natura, il giorno della mia laurea sarà la fine del nostro rapporto.”Cazzo questa era una vera Ariete, Alberto sentì una tristezza immensa pervadere il suo cuore, non voleva assolutamente rinunziare a Sveva e: “La mia era solo una battuta, per dimostrati il contrario farò un testamento olografo dei miei beni a tuo favore, cuntent?” “Furbacchione, un giorno successivo lo potresti cambiare!” “Furbacchiona tu, io lo lascio senza data così potrai apporla tu e sarà sempre valido cuntent?” “Ti chiedo scusa, non volevo fare la parte di una prostituta, niente testamento, mi manterrò col mio lavoro, nello studio sono brava e così penso sarà nella professione.” Questa volta fu Alberto con le lacrime agli occhi, capì che Sveva sarebbe stata la persona che gli sarebbe potuta stare accanto per tutta la vita, almeno lo sperava. “Ho sempre sostenuto che gli uomini sono dei bamboccioni, tu non fai eccezione, forse un gradino al di sopra degli altri, forse.” “Vedo che non ti arrendi mai che ne dici…” “Y compris, stasera inaugureremo la mia ‘gattina’ cuntent?” In trattoria Sveva mangiava con molta compostezza, a rilento al contrario di Alberto che in breve tempo aveva fatto ‘piazza pulita’. Marco: “Maresciallo vuole un ammazza caffè, una vodka, un cognac?” “Tutto a posto, aspetto che la signorina si sbrighi a masticare stò pollo!” A casa: “Caro mi faccio una doccia calda, ho un bagno schiuma che fa risollevare i morti!” “Qui morti non ce ne sono, anzi c’è un tale che si sta incazzando nel senso che…” “Cucciolone mio, mi sbrigo e ritorno subito,  per favore nel frattempo accendi tutte le luci della camera.” Ad Alberto venne in mente un detto appreso da un suo collega siciliano di bello spirito: ‘Addrumate torce e lumere ca se cannuce o’ sticchio e ma mujere’ era proprio adatto alla situazione. Nuda e bellissima apparve sulla porta del bagno Sveva, ‘ciccio’ andò in solluchero, ormai si sentiva padrone della ‘cosina’ della ragazza che lui voleva far diventare cosona…Alberto si gettò col viso fra le cosce profumate della giovane: “Per trovare il clitoride ci vuole un cerca persone, tutto stó pelo.” “Ti accontento, vado a rasarmi.” “No scherzavo, talvolta il gusto della battuta…devo dimenticarmi il mio spirito romanesco, il sapore della tua ‘gatta’  è unico, mi fa impazzire, anche ‘ciccio’ è d’accordo, ora cercherò di essere il più delicato possibile, prendilo in mano tu,  ti farà meno male.” Ci volle del tempo, Sveva aveva un imene molto stretto, alla fine gran fiotto sul collo dell’utero, la signorina era diventata signora! “Grazie cara, sarà un ricordo indelebile della mia vita, sei stata la prima vergine che ho conosciuto.” Sveva non aveva alcuna voglia di parlare, la cosina le faceva ancora male, liquidò Alberto con un bacio, mise fra le gambe un assorbente e si girò di spalle, ‘la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor’ e così fu. Alberto non ebbe il coraggio di chiedere altre prestazioni sessuali per un po’ di tempo. Per non chiedere al piccolo, brutto e cattivo della licenza ordinaria telefonò al dottore della caserma che gli prescrisse trenta giorni di convalescenza. Alberto e Sveva ripresero a frequentare l’Università, ormai la ragazza era l’autista della Jaguar, andarono anche a trovare la mamma di lei che abbracciò sia la figlia che Alberto, dalla sua espressione si poteva ricavare che non aveva molto apprezzato il futuro genero. Un giorno a tavola Sveva si dimostrava particolarmente allegra. “Fai partecipe anche me del tuo buon umore?” Stanotte ho sognato mio padre, sai come si chiamava, sicuramente no perché non te l’ho mai detto: Alessandro, ti piace? Mia madre si chiama Sofia.” “Vuoi citarmi i nomi di tutta la tua schiatta?” “Non usare termini astrusi inutile ripeterti il giudizio che ho degli uomini, dei bambinoni, tu non sei da meno. Quelli sono i nomi di nostro figlio o di nostra figlia, con la speranza che siano un po’ più furbi di te!” Alberto strabuzzò gli occhi, quella notizia proprio non se l’aspettava, diventare padre, non l’aveva mai messo in conto! In seguito Sveva dovette cambiare il giudizio su suo marito: un giorno trovò in casa la moneta che in passato Alberto aveva usato per decidere a casa di chi andare,  aveva due facce di ‘testa’ uguali!

  • mercoledì alle ore 12:37
    Strani incontri a...Zanzibar

    Come comincia: Dopo il tempo delle frappe e delle chiacchiere (o: stranezze di Candelora)

    Andando - che me n'andavo - a zonzo per le strade (stregate) dalla luna di Zanzibar, mentre nulla facevo se non che ruminar sui pensieri miei, d'improvviso ch'era - sì d'un botto - anzi, d'un tratto (a bella prima) in un bar sito lungo i bordi d'un ampio e solitario boulevar(d) il ramingo fantasma del poeta Zanzotto incontrai; il quale, esso, mi riconobbe (ci eravamo frequentati, quando lui era in vita, in alcuni salotti del Veneto bene, che lui, però, detestava e frequentava soltanto per "facciata"!), mi fermò e mi chiese:
     - Ehi, "straniero" (mi chiamava così: lo faceva benevolmente, con fare paterno!), come ti va la rima? Scrivi ancora poesie? 
    Al che io, di rimando in questa (ch' è proprio codesta e non...qualcun altra!) maniera,  così li risposi:
     -Non c'è male, grazie tante sua eccellenza, sua eminenza, sua...mmm; anzi, meglio di prima!
    Lui [il poeta: anzi il fantasma del poeta!], allora, mi fissò per qualche istante e poi, con burlonesca aria e divertita, esclamò:
     - Ma vaffan...quale eminenza (del cavo...), quale eccellenza (sì, del caz...); ma dai su, amico mio, lasciamo stare i convenevoli e gli appellativi: vieni con me che ti offro da bere! (Pur essendo un fantasma, adesso, il "maestro" non aveva perso la sua genuinità ed il suo essere...alla mano!).
     E così fu: entrambi prendemmo posto intorno ad un tavolino del bar su nominato (non so il nome, però, visto che non aveva insegne) e ci intrattenemmo a parlar del più e del meno. E, per la cronaca, strada facendo (ossia: per trascorrere meglio quelle ore) ingurgitammo i seguenti malsani liquidi: otto birre da tre quarti "bevi&zitto",  quattro aperitivi "a digiuno prima dei pasti", dieci cocktail "strizzacervello, rompipalle"... - Alla faccia del bicarbonato di sodio! - avrebbe probabilmente detto la buona anima di un principe.
     Il fatto strano, però, quello ancor più strano di questa pur stranissima vicenda, fu questo: entrambi [io ed il poeta, anzi, il suo fantasma] sopravvivemmo al nostro parlottio e, soprattutto, restammo del tutto sobri e vegeti dopo gli annessi (e connessi) che n'erano seguiti.
     Nel frattempo s'era fatta alba. Io e Lui ci salutammo ed ognuno di noi riprese ad andare per la sua strada, ovvero: io, a camminare a zonzo - e solitario - per le strade di Zanzibar, lui a fare il poeta, cioè, il fantasma ramingo del poeta!

    Taranto, 16 febbraio 2016.

  • Come comincia: Divagazioni floydiane...intorno a una canzone
    da: Comfortably Numb
                                                                       all'amico Syd (principe della scena psichede-                                                                     lica londinese degli anni sessanta).
                                                                       Ricorda quando eri giovane
                                                                       Splendevi come il sole
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante
                                                                       Ora c'è uno sguardo nei tuoi occhi
                                                                       Come i buchi neri in cielo
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante. 

    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: lo sai? Sono stato ad un passo dal baratro, proprio laddove qualcuno, anni addietro, predisse sarei stato leggendomi la mano; lo so: lo sai?
    Ma tu, caro fratello, e tu, dolce sorella; voi due che non lo siete e di certo siete più lucidi e veri di me: siete sicuri di saper e poter ancora scegliere? Siete sicuri di poter e saper fare ancora la cosa giusta? Siete sicuri di camminare sulla strada giusta, di percorrere la strada giusta? Allora [fratello e sorella], siete proprio sicuri di tutto questo?
    E lo siete anche di saper o poter distinguere una cosa dall'altra? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete? 
    Nella vita è tutta una questione di colori: di bianco e di nero, di rosso e di blu, di giallo e di verde; il resto son soltanto sfumature: di grigio!
    Allora, siete sicuri di saper ancora distinguere una cosa dall'altra? I sogni dalla realtà, la verità dalla menzogna? Il paradiso dall'inferno? Un tramonto vermiglio da un fiore irto di spine o da una rosa purpurea? Un'eclisse di luna da un black-out del vostro cuore? Una calda carezza amica da una gelida coltre di nebbia o da una bastarda notte di dicembre che rapisce i vostri pensieri? Una dolce brezza estiva da un'oscuro presagio? Allora, fratello e sorella, pensate di riuscire a distinguere, pensate davvero di riuscirci? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete?
    Io sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco, tuttavia, nel mio torpore, ancora a scegliere e a distinguere; a scegliere e a distinguere insieme: sicurissimo di saperlo fare!
    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco ancora ad ascoltare la "voce" del vento, a sentirla sibilare nelle mie orecchie e toccare il mio cuore; a sentirla battere sulla mia faccia come fosse un tam tam impazzito; riesco ancora a sentirla sulla mia faccia come una stilettata di notte colpire il tuo sonno e violare i sogni; riesco ancora ad addormentarmi e a risvegliarmi: sicuro di esser vivo...e se la mia testa, però, verrà travolta dal tempo, dall'impietoso scorrere di quel vecchio "spilorcio", io penserò di non esser mai nato!

                                                                                          Con precisione casuale
                                                                                    Hai cavalcato la brezza d'acciaio   
                                                                                 Avanti, gaudente, visionario
                                                                                     Avanti, pittore, pifferaio
                                                                                     Prigioniero, splendi. 

    da: "Quaderni psichedelici, 2017"

  • 04 giugno alle ore 7:36
    COSA NON SI FA...

    Come comincia: La famiglia di Edoardo era composta oltre che dal capo famiglia anche dalla consorte Adelaide e da Alfio unico erede maschio che, purtroppo troppo maschio non si era molto dimostrato. I tre abitanti in una cittadina in provincia di Catania finanziariamente erano al top in quanto a disponibilità finanziarie da parte sia del padre che della madre: case, terreni per lo più coltivati ad agrumeti, olivi e vigneti che producevano sia dell’uva da tavola che i famosi vini denominati Etna, Nerello e Frappato. Il problema era proprio Alfio sedicenne che frequentava il primo liceo classico, i compagni di classe scambiavano la parte finale del suo nome da o in a con ovvie conseguenze da parte del ragazzo che decise di non frequentare più la scuola ed anche di non uscire di casa. Soluzione drastica da parte del padre Edoardo: cambiare città non una piccola in cui tutti si conoscono ed allora quale migliore scelta se non la capitale. Quartiere Parioli, via Ruggero Fauro, abitazione: un attico di trecento metri quadri con visione di tutta Roma. Alfio era rinato soprattutto con l’aiuto della madre Adelaide, il padre Edoardo preferiva ignorare i problemi del figlio, lui sempre amante delle belle donne e della  vita agiata non riusciva ad accettare l’omosessualità dell’erede. Possessore di una Bentley Bentayga preferiva lasciarla in garage per non dare troppo all’occhio, con i tempi che corrono… Acquistò una Abarth 695 con cui si dilettava anche a correre nel circuito automobilistico Vallelunga. Stanco del dolce ‘rien faire’, decise di fare un viaggio a Parigi, da solo:  Prese contatti con una agenzia di viaggi denominata ‘Viaggi e Turismo’ e fu subito preso in simpatia dalla titolare signora Eleonora quando la interpellò in francese, in inglese e in spagnolo, lingue da lui imparate durante i viaggi per studio disposti a suo tempo da suo padre Alfredo che teneva molto alla cultura di suo figlio. Madame Elena scherzando propose ad Edoardo di diventare, al ritorno dalla Francia  il suo vice nella agenzia, risposta dell’interessato “Perché no”, sarebbe stato un modo di passare il tempo e conoscere molte persosne ed anche per disinteressarsi dei problemi di Alfio. Il giovane si  iscrisse alla prima classe del liceo classico ‘Lucrezio Caro’, fu la mamma Adelaide a cercare di far apparire suo figlio più mascolino consigliandolo di farsi crescere la barba, tagliandosi i capelli all’ultima moda e vestendosi elegante ma non troppo ricercato oltre che ad invitare a casa qualche femminuccia. Adelaide prese confidenza con Beatrice abitante nel suo stesso palazzo, una signora non particolarmente magra ma ridanciana come pure il marito Americo funzionario del Ministero degli Esteri, le due figlie Ginevra e Giorgia per loro fortuna avevano preso dal padre longilineo e dal portamento aitante e distinto. Beatrice si accorse subito  della vera natura di Alfio ed una volta ne accennò ad Adelaide che rimase sconcertata, sperava che almeno fuori dalla città di provenienza suo figlio riuscisse a non farsi riconoscere. Beatrice dal cuore di mamma, capì la tragedia di Adelaide, insieme cercarono una soluzione al problema del giovane e ne scaturì un compromesso molto particolare: cercare di far avere dei rapporti sessuali fra Alfio e Beatrice. In uno slancio di ringraziamento Adelaide abbracciò e poi baciò in bocca Beatrice, avevano scoperto il loro lato piacevole di omosessualità che si manifestò sino a far loro  raggiungere il letto con finale molto piacevole di orgasmi multipli, avevano sostituito i loro mariti che a rapporti sessuali i quali non erano il massimo. Il ragazzo messo al corrente del piano in cui era l’attore principale rimase perplesso, non sapeva come comportarsi, fu la stessa Beatrice a toglierlo dall’impaccio: “Non ti preoccupare, ci penso a tutto io, ti piacerà ne sono sicura.” Il sabato successivo Beatrice si presentò con i capelli raccolti a chignon, in vestaglia, prese per mano Alfio e dolcemente lo abbracciò invitandolo in bagno per una doccia. Il giovane non aveva mai visto una donna nuda, la signora, che cominciò a lavarlo con una spugna dal viso sino ai piedi poi dentro due accappatoi caldi. A letto Alfio imparò cosa era il cunnilingus poi fu preda di Bea che supino prese a baciarlo in tutto il corpo, dal viso scendendo pian piano sino al pisello che prese in bocca succiandolo a lungo. Pian piano l’uccellino divenne uccellone con meraviglia del proprietario che cominciò a sentire quello che in vita sua non aveva mai provato, un orgasmo prolungato che riempì la bocca di una Beatrice contenta di fare la nave scuola ma non era finita lì, Alfio restò ancora in posizione ‘eretta’ e penetrò nella ‘cosina’ bagnatissima della dama che provò un altro orgasmo, penso che in futuro avrebbe anche fatto a meno dei rapporti maritali, meglio quelli del giovane. Adelaide aveva seguito gli avvenimenti dalla porta socchiusa del bagno, gli vennero lacrime agli occhi, suo figlio era diventato uomo. Quell’approccio sessuale fu la manna per il ragazzo, si sentiva più sicuro di sé, anche il modo di esprimersi era cambiato come pure le movenze, se ne accorse pure il padre di ritorno da Parigi anche se non capì come poteva essere avvenuto quel cambiamento. Alfio avrebbe voluto provare la ‘gatta’ tutti i giorni, non era possibile perché la proprietaria, benché consenziente e felice se la sentiva troppo usata e arrossata, anche le cose piacevoli hanno un limite, si poteva dire che l’aria romana aveva fatto il miracolo, ma quale aria…

  • 04 giugno alle ore 7:34
    IL FERROVIERE

    Come comincia: Gregorio quella mattina di luglio non aveva alcuna voglia di andare in servizio, sui treni  controllava i biglietti dei viaggiatori, si doveva imbarcare a Messina per finire il suo servizio a Catania. Volente o nolente si ‘buttò’ giù dal letto e, dopo le solite abluzioni a mezzo della Cinquecento raggiunse la stazione dove posteggiò, attese l’arrivo del convoglio, salutò il capo stazione suo amico, si sedette su uno strapuntino di una carrozza e, alla partenza del treno iniziò il giro di controllo. Faccia da: ‘voja de lavorà sartame addosso, lavora tu pe mè che io non posso’, cappello sulle ventitré iniziò il giro: “Signori biglietto prego…” Quella mattina pareva che tutto il vecchiume si fosse imbarcato su quel convoglio, ovviamente Gregorio si riferiva a persone di  sesso femminile però all’ultimo scompartimento si appalesò una signora favolosa: gli occhi nocciola ed il viso della dama si dimostravano disponibili, accattivanti, seducenti, incantevoli, conturbanti e  fecero avvertire al controllore emozioni erotiche tanto piacevoli quanto mai provate prima di allora.  Doveva aver atteggiato il suo viso a stupore tanto che la signora si mise a ridere: “Se ha finito di fotografarmi le voglio dire che non ho il biglietto, mi sono imbarcata sul convoglio mentre partiva e non ho fatto a tempo ad acquistarlo, sono disponibile…” Alberto si era ripreso e col solito senso dello humour: “Finalmente una signora che si dichiara disponibile, anch’io per quel che  che posso…” I due si misero a ridere attirando l’attenzione degli altri viaggiatori incuriositi. “Gentile signora sono costretto a stilare il verbale altrimenti mi accusano di omissione di atti d’ufficio, non le farò pagare la sanzione pecuniaria che, se me lo permette sarà a mio carico, vorrei…” “Non si esprima su quello che vorrebbe, il suo viso parla da solo, sbaglio o  si sente un maschio alfa dominante, l’uomo che non deve chiedere…” “Peto, promitto e iuro vogliono sempre l’infinito futuro.” “Un ferroviere istruito anche se ha sbagliato il primo verbo, anch’io ho frequentato il classico, son d’accordo con lei, vuol dirmi qualche altra sua preferenza?” “Non mi prenda in giro per quello che sto per dirle: non amo le femminucce con i capezzoli e le grandi labbra scure, i piedi larghi, lei come…” Sicuramente sono di suo gradimento,  stiamo per arrivare, io scendo…” “Anch’io e…” “Le posso dare un passaggio.” “Io non saprei dove andare, dovrei tornare a Messina ma se lei…” “La posso accompagnare a casa mia così prima di ripartire potrà rinfrescarsi.” Una Mini verde Clubman era posteggiata nel piazzale della stazione di Catania con tanto di contravvenzione sul parabrezza. “Io sono Gregorio.” “Io  Greta, preferisco pagare la contravvenzione piuttosto che impazzire a trovare un posteggio. Andremo nella mia villa situata prima di Aci Castello, a parte l’aria condizionata, che non amo potrà stare al fresco sotto gli alberi del giardino.” Durante il viaggio la gonna corta e trasparente di Greta era risalita lasciando intravvedere un bel paio di cosce ed anche degli slip color rosso. “È consuetudine vestire di rosso  durante le feste di Natale, lei fa eccezione.” “Io e mio marito siamo un eccezione alla regola, mi sembra che anche lei…” “Vorrei darti del tu, mi sembra che abbiamo molto in comune, anche io e mia moglie Monia…” “Bene faremo un bel quartetto, prova a chiamarla col cellulare, se ti va potrai restare a pranzo da noi.” “Monia a Catania fa un caldo infernale, più che a Messina, ho conosciuto una signora che mi ha invitato a casa sua vicino ad Aci Castello, ha invitato anche te, se vuoi puoi raggiungerci in auto, quando sei fuori di Aci Castello chiamami, Greta ti darà spiegazioni per raggiungerci.” Dopo circa due ore: “Caro sono fuori di Aci Castello in direzione Catania.” “Monia sono io che ho invitato tuo marito, dopo un chilometro sulla sinistra c’è una villa, è la mia, fuori c’è scritto il mio nome Greta, non puoi sbagliare.” Monia non si sbagliò, con la sua Jaguar X Type si fermò dinanzi al cancello, suonò il campanello e subito le fu aperto il varco. “Caspita una Jaguar, mi sa che le ricche di famiglia siamo noi femminucce!” “È la verità cara Greta, in macchina mia moglie ha oltre al navigatore satellitare anche la televisione ed altri optional che solo lei sa far funzionare.” ”Vedo dal passo spedito che tua moglie ha lo stile della volitiva, un po’ mascolino ma piacevole, non mi piacciono le femminucce apatiche.” “Hai ragione, io evito di contraddirla ma ci vogliamo bene ed andiamo d’accordo.” Dopo  l’abbraccio di rito, Greta a Gregorio: “Caspita te la sei trovata proprio affascinante, un gran pezzo di…con l’augurio che tu non sia un  marito geloso, anzi…” Quell’anzi mise sul chi va là Gregorio, poteva voler dire tante cose ma si impose di non far tanti sofismi, era o non era un anticonformista! Damiano, marito della padrona di casa giunse  in bicicletta, era un impiegato dell’ufficio postale di Aci Trezza ma era un naturista convinto,  questa teoria d’estate non era molto favorevole al signore, era tutto sudato, un giovane alto un metro e ottantacinque dal viso piuttosto infantile.“Caro questi sono Gregorio e Monia gente simpatica che ho conosciuto da poco, vatti a fare una doccia e poi vai in cucina, Matilde ha lasciato il pranzo sul tavolo.”  “Tuo marito sa di avere una moglie ricca? Compragli almeno un motorino!” “Per lui potremo ritornare all’età della pietra, un po’ di allenamento non gli farà male, l’unico difetto è che un po’ troppo amico di Bacco.” “In questo campo posso accontentarlo, da una ditta vicino a Reggio Emilia mi faccio spedire un Lambrusco favoloso, la prossima volta ve ne porterò uno scatolone. Vorrei domandarvi come passate le serate, siete un po’ lontani dalla città, avete degli amici?” “Abbiamo degli amici un po’ particolari ed anticonformisti, spero che lo siate anche voi non vorrei…” “Cara Greta, io e mio marito siamo per la libertà assoluta, se qualcosa non la condividiamo ci asteniamo dal farla, voi seguitate ad agire come vostra abitudine.” “Domani sabato è prevista a casa nostra una festicciola, vi invito a rimanere in villa sin quando lo vorrete, siete i benvenuti.” Gregorio  telefonò al suo capo, ottenne venti giorni di licenza. Matilde come cuoca dimostrò di essere all’altezza come pure Gabriele il cameriere; Gregorio e Monia si consideravano in vacanza, il dolce far niente… Alle diciannove del sabato giunsero gli invitati Leonardo e Milena gli amici dei padroni di casa, lui di media statura sempre sorridente, lei altezza superiore alla media, sembrava una modella, signorile nello stile. Milena dopo aver preparato la cena depositata sul tavolo del salone augurò a tutti un buon week end e dopo un ‘buon divertimento’ sottolineato da un sorriso sparì dalla circolazione. Quel ‘buon divertimento’ e l‘anzi’ precedente furono ben interpretati da Gregorio cui pervenne una proposta da parte di Greta: “Come ti dicevo con i nostri amici facciamo dei giochini erotici: a tavola maschietti e femminucce nudi con un grembiale per coprire le pudende e poi, dopo pranzato ognuno segue i suoi desideri in campo erotico senza limitazioni di sorta.” E così fu solo che a Gregorio quella nudità femminile, anche se coperta, fece un effetto immediato, ‘ciccio’ sentendo odore di… alzò in tutta la sua altezza la testa lasciando imbambolato il padrone che fece una smorfia strana captata da Greta che: “Vedo che il signorino non ha delle pruderie, caro non aver problemi sia io che Milena siamo disponibili, Monia può arrangiarsi come vuole.” Le due signore si presero cura di ’ciccio’ nel senso che se lo contendevano in bocca e poi sia anteriormente che in posteriormente, Gregorio non aveva mai provato in vita sua tanto godimento. Leonardo e Damiano dimostrarono di essere dei ‘cuckold’ e cominciarono a masturbarsi, poi si avvicinarono a Monia che,  forse presa dall’atmosfera erotica imitò le due dame mettendo a disposizione dei due signori il buchino anteriore. Anche le cose piacevoli…Esaurita la ‘furia’  sessuale i sei presenti si abbandonarono sui divani esausti ma felici delle sensazioni provate, specialmente Gregorio e Monia, per loro era stata una novità particolarmente piacevole. Leonardo, gioielliere,  dimostrò la sua signorilità omaggiando Monia di una collana di perle con un profondo bacio finale, per lui era un arrivederci, la signora era stata molto di suo gradimento. I due messinesi erano in villeggiatura, insieme agli amici frequentavano la spiaggia vicino alla loro villa, il sabato sempre dedicato ai giochi erotici cui erano stati invitati anche altri conoscenti. Passati i venti giorni di licenza Gregorio: “Amici miei: la favola breve è finita come pure le mie vacanze, qualora veniste a Messina sarete nostri graditi ospiti anche se non abbiamo una villa a disposizione, casa nostra è ‘ parva sed apta nobis’, Greta capisce il latino. Nel viaggio di ritorno Monia chiese al marito di guidare lui la Jaguar, non c’era pericolo che sbagliasse strada, una gentile voce femminile dava indicazioni precise, c’era poco traffico,i due giunsero in breve tempo in via Cola Pesce.  A Gregorio venne in mente il vecchio adagio  ’casa mia casa mia, benché piccola tu sia tu mi sembri una badia’, apprezzò il silenzio delle mura amiche, un silenzio riposante dopo la vita tumultuosa degli ultimi giorni che aveva lasciato il segno nella loro mente. Il padrone di casa si gettò tutto vestito sul letto, occhi chiusi, braccia dietro la testa. “Almeno togliti le scarpe…” tuonò Monia, anche lei segui Gregorio sul talamo, nessuno dei due pensava al sesso, ne avevano fatto una scorpacciata ed in stile fuori delle loro abitudini. Il lunedì Gregorio tornò al lavoro, gli avevano cambiato servizio, era stato designato al servizio di controllo treni dentro la cabina delle segnalazioni, lavoro impegnativo che lo teneva lontano dai recenti ricordi. Per circa quindici giorni nessuna novità, casa lavoro, lavoro casa solo il sabato una pizza, i coniugi avevano perso il gusto del sesso quando. “Caro durante la tua assenza una novità, mi ha telefonato Leonardo, dovrebbe passare per lavoro a Messina e vorrebbe invitarci a pranzo al suo albergo, dovrebbe venire domani, non gli ho dato la conferma perché non conosco i tuoi turni di lavoro.” Gregorio ‘er guardiano del Pretorio’ di Carosello memoria malignò: come aveva fatto il catanese a conoscere il loro indirizzo ed il numero telefonico del cellulare di Monia? La consorte fu sincera come d’abitudine: “Prima di partire ho messo in tasca di Leonardo un mio biglietto da visita, mi aveva fatto capire che mi aveva apprezzato moltissimo e che avrebbe voluto rivedermi, ricordi la collana di perle? Come tutte le femminucce amo i gioielli e Leonardo in quel campo…” Il signore si presentò in via Cola Pesce con una Lexus che impressionò Gregorio che di auto se ne intendeva, costava un sacco di soldi. “Mes amis, per essere sincero mi siete rimasti nel cuore e non solo…Penso sinceramente che siate persone affidabili e serie per cui mi mostro per quello che sono: in inglese di dice cuckold, forse il nome proviene dal cuculo che come sapete è un uccello che depone le sue uova nei nidi degli altri uccelli, fatto sta che amo guardare mia moglie mentre fa sesso con un altro, questo per rompere la routine e per provare eccitazione in modo diverso ma noi rimaniamo uniti come coppia. A casa di Greta  ho provato sensazioni sessuali con Monia mai avvertite prima, madame mi sei entrata nel cuore e nell’anima forse il concetto è esagerato ma risponde alla verità, vorrei fare qualcosa di tangibile per voi, ad esempio che ne direste di avere un’abitazione di duecento metri quadri, c’è un gioielliere messinese che sta fallendo, è mio debitore, è proprietario di una casa in via XXVII luglio,  vuole trasferirsi al nord, che ne pensate di un trasloco con l’acquisto anche di nuovi mobili ovviamente tutto a mie spese? “Ho sempre considerato le donne più sagge dei maschietti, lascio a Monia la decisione.” L’interessata rispose con un lungo bacio sulla bocca di Leonardo che fu felice e frastornato, sicuramente si era innamorato della signora. Altra licenza per Gregorio che in una settimana si sistemò all’ultimo piano di un edificio in via XXVII luglio, si vedeva tutta Messina. L’inaugurazione avvenne in una giornata piovosa di novembre, Leonardo e Milena giunsero in auto, in po’ fradici entrarono in casa di Gregorio e Monia. “Non ci abbracciamo altrimenti vi bagnamo, ci andiamo a spogliare nella camera degli ospiti. I vestiti di ricambio erano rimasti in auto e pertanto Leonardo e Milena si presentarono nel salone in déshabillé, lei in slip e reggiseno, lui in slip. “Sono un po’ infreddolita, Gregorio avvicinati, andiamo sul divano e fammi da termosifone.” Il padrone di casa con ‘ciccio’ arrapatissimo non se lo fece ripetere due volte, preferì dedicarsi prima alla ‘gatta’, anche lei su di giri la cui padrona cominciò a miagolare lungamente, il cunnilingus di Gregorio stava facendo il suo effetto anche sul padrone di casa che si ritrovò in bocca un ‘nettare degli dei’ che servì anche a far scivolare facilmente ‘ciccio’ nella vagina di Milena sino al collo dell’utero,  uno spruzzo di sperma  portò Milena ad uno orgasmo pazzesco che fece risvegliare i sopiti spiriti sessuali di Leonardo che si infilò  nella’ gatta’ di Monia rimanendovi a lungo per finire nel favoloso ‘popò’ della padrona di casa. Dopo un lungo post ludio: Gregorio: “Amici miei ho una fame da lupo parlo di fame di cibo perché di ‘cocchia’ ne ho avuto abbastanza, non sapete che cos’è la cocchia? Con un po’ di fantasia ci arriverete! Monia attingeva a piene mani nella valigetta dei gioielli di Leonardo mostrando  a  tout le monde les bijoux conquistati col… sudore della fronte.

  • 03 giugno alle ore 10:37
    Terza generazione cresce

    Come comincia: L'insegnamento di irridere gli altri, parlare male degli altri così sei più in alto tu, essere contento che gli altri stanno male: significa che sei meglio tu.

    23 maggio 2013.
    Esequie di mio padre.
    Ferruccio Amoloro, 15 anni, mi guarda e ride sotto i baffi che non ha.
    Sa che sono una 'malata immaginaria' da due anni e ride.
    L'ipocondria che non mi abbandona da due anni ha avuto una recrudescenza da fine aprile: mi sono sottoposta ad un esame ed il 'salsicciotto' che mi hanno visto nell'addome due anni prima ed anche l'anno successivo è diventato un palloncino e di nuovo mi parlano di intervento chirurgico.
    Ma io sono una 'malata immaginaria' di cui ridere. 
    Non una persona da aiutare a valutare il da farsi ed a cui infondere forza.

    Il papà di Ferruccio l'estate precedente ha aiutato a trasportare mio padre, sulla carrozzina a rotelle, dal piano superiore al piano terra della casa al mare. Per ringraziarlo di questo atto di carità di cristiana, mio padre gli ha regalato la propria minicar che i sedicenni possono guidare senza patente.
    L'estate ancora precedente, il papà di Ferruccio aveva manifestato interesse per quella minicar e mio padre gliel'aveva offerta per mille euro.
    Il papà di Ferruccio aveva declinato l'interesse.
    Questa estate invece graziosamente l'accetta. Gratis.

    14 maggio 2017.
    Incrocio nel sottopasso Bibiana Landri, 16 anni. Anche lei se la ride sotto i baffi. 
    Sì, sono molto paranoica.
    Quando era una bimbetta di due o tre anni per Natale le regalai uno zainetto di Winnie the Pooh: avevo deciso fin dal primo momento di fare un regalino a tutti i bambini del palazzo, dato che eravamo una piccola comunità. Bibiana corre tutta contenta del regalo e strilla entusiasta: "Sono contenta che Lilly e Pino sono venuti a stare qua!". I genitori mi spiegano che avevo proprio indovinato il regalo: Winnie the Pooh era il suo personaggio preferito.

    Febbraio 2004. Il ragioniere Casoria invita insistemente me e mio marito ad una cena. Adduco scuse vere ed inventate, ma queste scuse non fanno desistere l'aspirante anfitrione, lasciandomi come ultima spiaggia quella di dire la verità: "Voi non siete gente che vogliamo frequentare". Purtroppo non approdo a quest'ultima spiaggia. Purtroppo riferisco ai miei genitori che hanno una mezza parentela con il ragionier Casoria di questa insistenza. Ed i miei genitori, sempre aperti e disponibili verso tutti, fanno: <<E perché non ci andateeeee?>> Che dovevo fare dire loro la verità? Sì, avrei fatto molto meglio. Non si può salvaguardare se stessi ed i propri cari se alle soglie dei quaranta ti ritrasformi in una bambina obbediente.
    Qualcosa che disse il mio anfitrione durante quella cena, mi dette l'occasione di dire: "Zio Furio, tu leggi Guareschi. Guareschi diceva: <<La gente è stupida: non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male>>. Guardavo il mio interlocutore, ma osservavo le reazioni del'altro commensale, il padre di Bibiana e potei constatare che la frase aveva colto nel segno.
    Ma naturalmente il padre di Bibiana non cambiò.
    E come poteva essere diversa la figlia con cotale padre e cotale nonna?

    DISCLAIMER. Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. I nomi, i cognomi, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con omonimi o altri che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati. E' pura invenzione. Sono solo le mie favole che prendono spunto dai fatti di cronaca e dai post che mi capitano davanti gli occhi.
    Favole per far ridere i polli.

  • Come comincia: <Ahahahahah...> risuonando dal piano superiore, la risata argentina della bimba interruppe il corso dei suoi pensieri.

    <Maire, dove ti sei cacciata?>

    <Sono qui, mammina>

    <Amore, che cosa stai facendo nella mia camera? Dov'è andata Brigida?>

    <A sistemare la mia stanza, ma io sono rimasta qui per giocare con il bambino.>

    <Con il bambino!? Quale bambino? Qui non c'è anima viva, oltre a noi, tesoro.>

    <È lì mamma, guarda: è in braccio alla sua mamma. Vedi com'è piccolo e carino?>

    <Maire, adesso basta con questo scherzo. Hai forse intenzione di spaventarmi? Guarda che ci riesci molto bene!>

    <Davvero non lo vedi, mammina?>

    <Maire, ti ho detto che adesso è il momento di smetterla con questo stupido gioco!> sbottò, intanto che una strana ansietà la stava pervadendo.

    <Mammina, è la verità... Credimi, non ti sto dicendo una bugia>, le asserì, la piccola, piangendo.

    <Non piangere, cara. So che talvolta i bambini si inventano degli amichetti immaginari.>

    <Ma lui non è immaginario! Mamma, la signora adesso sta cantando una ninna nanna, per far addormentare il bambino. La senti?> le chiese, prima di iniziare a intonare la soave melodia che aveva fatto parte integrante degli assurdi incubi di sua madre.

    <Dove hai udito questa musica?> le domandò, vivamente perplessa.

    <Dalla signora. La canta sempre a suo figlio, quando piange.>

    Il panico percepito stava crescendo a dismisura dentro di lei, analogamente a un'onda improvvisa sul punto di sommergerla. Con immane fatica, cercò di contrastare la perdita del controllo della propria mente, nel non lasciar trapelare l'impulsiva reazione di terrore, di modo che questa non fosse trasmessa a sua figlia, seppure, al di là dei suoi sforzi, la voce non intendesse uscire dalla sua gola fattasi asciutta.

    <Ti è capitato di rivolgere la parola alla signora?>

    <Certamente, discorriamo spesso.>

    <Davvero? A che proposito?>

    <Mi ha confidato che è costretta a rimanere in questo posto, perché non ha possibilità di andarsene via. Però, non capisco bene il motivo... La porta è lì e non le resta che aprirla!>

    <Nient'altro? Ti ha riferito il suo nome?>

    <Sì, si chiama Caitlin e il suo bambino, Sean. Mi ha detto che vive lì dentro da tanto tempo... Però, non ho capito bene...>

    <Allora, non sai dove.>

    <Solitamente indica quel muro, quando ne parla. Forse intende nell'altra camera.>

    <Sì, potrebbe essere così>, le affermò, mentre un tremito violento si impossessava del suo corpo. A quel punto, possedeva la certezza che Maire non mentisse.

    <Sai, mamma, la conosci anche tu.>

    <No, amore, ti stai sbagliando.>

    <Ma no, mamma; è la ragazza che sorride, in uno dei quadri della biblioteca.>

    <Ne sei sicura?>

    <Sì. È molto bella, non è vero?>

    <Sì, bellissima, tesoro. Ma, adesso, andiamo un attimo di sotto. Dammi la mano>, la esortò, prima di dirigersi al piano inferiore a passo svelto, quasi correndo, in biblioteca di fronte al quadro menzionato dalla propria figlia.

    <Osservala bene... Non hai alcun dubbio che la donna a cui ti riferisci sia la stessa raffigurata nel ritratto?>

    <No, mammina. È proprio lei, anche se non indossa quel bel vestito, ma una tunica bianca che sembra una camicia da notte.>

    <Probabilmente, la è. Bene, amore, adesso vai pure a giocare. La mattina volge al termine ed è quasi l'ora di pranzo>, le comunicò, prima di tornare di sopra e sedersi un momento, attonita per qualcosa di impensato. La stanza le ruotava attorno, mentre cercava di riacquistare la propria razionalità senza peraltro riuscirvi.

    “Signore benedetto, ti scongiuro, fa che non sia ciò che la mia mente rifiuta di immaginare, fa che le mie deduzioni siano errate. Te ne prego... È oltremodo spaventoso, concepire una così orrenda fine... Amelia... Ho assoluto bisogno di lei e con la massima urgenza!” considerò, affrettandosi a chiamare l'anziana tata con un'angoscia che le toglieva il fiato.

    <Ailina, dov'è tuo marito?> le domandò, concitata.

    <Fuori in giardino, Vostra Grazia. Sta prendendosi cura delle piante e dei fiori.>

    <Non è essenziale, visto che siamo in procinto di andarcene. Ho bisogno di lui; vai a chiamarlo, presto.>

    <Subito, Signora Duchessa>, le rispose, accingendosi a eseguire l'ordine.

    Non appena arrivò l'anziano servitore, gli si rivolse con un atteggiamento per lui inconsueto: <Fearghus, devi recarti dalla Signora Higgins per pregarla di venire immediatamente. Comunicale che si tratta delle voci, lei capirà. Fai il più rapidamente possibile!>

    <Ai vostri ordini, Vostra Grazia>, le rispose, prima di allontanarsi senza indugio.

    Cercando di uccidere la snervante attesa, nel frattempo prese a camminare avanti e indietro nelle adiacenze del maniero divenuto ai suoi occhi maggiormente tetro.

    Un'ora e mezzo le parve interminabile, quando gli zoccoli dei cavalli e le ruote sul selciato annunciarono l'arrivo della carrozza, dalla quale Amelia, già discendendo, realizzò quanto la giovane duchessa fosse agitata.

    <Finalmente siete qui...>

    <Che cos'altro è accaduto, per sconvolgervi tanto?>

    <Venite, andiamo al piano superiore. Intanto, vi metterò al corrente di un fatto inimmaginabile; non crederete alle vostre orecchie>, le comunicò.

    Allorquando terminò la narrazione, concernente l'assurdo episodio, si mostrava maggiormente stupita per l'immutata espressione della sensitiva, di quanto la fosse stata costei nel corso di codesta.

  • 29 maggio alle ore 10:00
    LE DUE CINESI

    Come comincia: Alberto, quarantenne,  in divisa di maresciallo della Guardia di Finanza aveva accompagnato all’aeroporto Fontanarossa di Catania una lontana parente statunitense che le aveva cambiato la vita. Grace Allison di più di ottanta anni di età aveva portato personalmente ad Alberto la notizia ed il carteggio di un lascito milionario da parte di suo marito Franco Diotallevi (cognome more solito appiccicato da preti a qualche suo avo trovatello). Frank, ormai così ribattezzato era emigrato negli States of America negli anni venti ed  aveva fatto fortuna, alcune volte anche illecitamente con l’aiuto di paesani mafiosi. Malvisto dai suoi parenti americani, aveva preferito far fruire delle sue ricchezze il figlio di un suo fratello Alfredo, appunto Alberto con l’obbligo di far celebrare ogni mese una messa in suo suffragio, anche in Italia oggidì i mafiosi godono fama di essere religiosi, valli a capire.  All’aeroporto di Catania Alberto, da una pensilina salutò festosamente Grace; difficile analizzare il suo stato d’animo, era  confuso, non si era ancora reso conto di quella che sarebbe stata la sua nuova condizione di vita. Stava per raggiungere la sua Panda quando fu interpellato in italiano, con accento cinese da una ragazza di bell’aspetto come si dice volgarmente: un gran pezzo di f…a. “Signore dovremo andare a Messina, prenderemo autobus, indica dove trovo?” La giovane era in compagnia di altra ragazza più giovane, anche lei belloccia. “Io sto andando a Messina, posso darvi un passaggio in macchina. “Wen siamo fortunate.” Caricate due valige in auto: “Io sono Huan, questa è mia amica Wen, andiamo a Messina all’Università per  imparare bene italiano all’Università, facoltà lettere, alloggeremo alla casa dello  studente. ”Alberto scapolo, recentemente abbandonato da un’amica intima, fruiva di un alloggio in caserma. Pensò bene di collocare le ragazze all’albergo Royal che  era vicino all’università ed al suo posto di lavoro. Sistemate le giovani  e posteggiata l’auto nella rimessa dell’Hotel, Alberto rientrò in caserma nella sua cameretta, provò a dormire ma con scarsi risultati. La mattina presto era già in piedi sbarbato ed in borghese, poteva chiedere la licenza ordinaria ma non era in buoni rapporti col suo superiore di grado, preferì recarsi in infermeria dove il Dirigente Il Servizio sanitario, vero amico, gli concesse trenta giorni di licenza di convalescenza. Poi, dietro richiesta via cellulare di un  notaio a lui sconosciuto, tale Riccardo, si recò nel suo studio. Il professionista era rimasto basito, non tutti i giorni capitava di incontrare un neo milionario. Il cervello di Alberto andava a cento all’ora, doveva sistemare molte caselle della sua vita. Prima di tutto, dietro imput del professionista  si fece accreditare sul suo conto corrente della Banca Credem centomila €uro con rilascio di carta di credito oro, di un bancomat e di un libretto di assegni. Raggiunse poi le due cinesi che, consumata la colazione al bar lo stavano attendendo nel salone. Prima tappa: negozio di rivendita di cellulari, le due sapevano usarlo ma non lo possedevano,  uno a testa poi visita alla Delegazione dell’Ambasciata Cinese a Messina per comunicare la loro presenza in città indi iscrizione all’Università. In considerazione che c’era troppo tempo da perdere Alberto si recò in un’agenzia immobiliare. La titolare, alla vista della carta di credito oro si mise subito a disposizione e trovò quello che Alberto desiderava: una villa vicino al mare a Torre Faro, villa completamente arredata, i proprietari si erano recentemente trasferiti al nord. Ultimo desiderio da esaudire: un’auto  da sempre desiderata da Alberto: un’Alfa Romeo Stelvio color rosso già pronta in concessionario, per un milionario cos’erano sessantamila €uro! Huan e Wen erano rientrate nella hall dell’albergo in attesa del loro benefattore, il loro vestiario non era di gusto di Alberto e così, dopo pranzato, all’apertura dei negozi le due furono condotte negli esercizi di piazza Cairoli e di viale S.Martino da dove uscirono elegantissime e felici tanto da mettersi sotto braccio di un Alberto in borghese che faceva la figura di  turista fortunato. Il pomeriggio  trasferimento dei tre in villa, le ragazze si diedero da fare per sistemare tutta casa in particolare il letto matrimoniale e la camera degli ospiti dove Alberto pensò bene di passare la notte, ancora non aveva preso confidenza con le due cinesi. Il giorno dopo, domenica, tutti in spiaggia. Huan e Wen avevano acquistato un costume decisamente succinto, I tre muniti di ombrellone e sdraie si erano sistemati lontani dalla battigia per farsi notare il meno possibile ma ugualmente i maschietti di passaggio, alla vista delle due ragazze palesavano un’espressione ebete e sicuramente d’invidia. Tutte le mattine dei giorni feriali Alberto accompagnava le due cinesi all’università e  le andava a riprendere il pomeriggio inoltrato alla fine delle lezioni poi ritorno in villa, non intendeva più pernottare in caserma. Il vecchio detto latino ‘Invidia maximae dilabuntur’ è sempre attuale: il solito ruf ruf riferì al Comandante di Legione che Alberto viaggiava in Alfa Romeo in compagnia di due ragazze orientali. il Colonnello lo fece rintracciare dal centralinista per  convocarlo nel suo ufficio. “Mi hanno riferito che lei se la passa bene con un’auto di grossa cilindrata ed in compagnia di due ragazze non italiane.” “Verissimo Comandante, ho ricevuto la classica eredità da un mio parente americano recentemente deceduto, maggiori informazioni in merito può fornirle il notaio Diotallevi, ancora non ho deciso se congedarmi o meno.” “Faccia come vuole, lasci il suo recapito al piantone.” Classico atteggiamento di chi, malgrado il suo grado è impotente a cambiare una realtà a lui sgradita. Tutto bene, si sino al un certo punto in quanto ‘ciccio’ pretendeva la sua parte di…felicità ma un avvenimento imprevisto cambiò la situazione: una mattina presto Alberto ebbe bisogno di andare in bagno, dalla porta semi aperta notò che Huan faceva la pipì in piedi come i maschietti ed infatti aveva ‘sfoderato’ un coso niente affatto femminile, un trans! Alberto aveva avuto in passato molte esperienze in campo  sessuale ma questa situazione era per lui nuova e soprattutto imprevista. Ritornò a letto, rimandando le spiegazioni a più tardi; si appisolò e fu svegliato da Wen. “Noi fare tardi all’Università!” “Questa mattina niente Università, dobbiamo parlare di Huan…” In salotto le spiegazioni: “Io sono un transessuale, al mio paese la mia situazione è accettata, è la mia natura, non posso cambiarla, se tu voi posso essere con te solo donna oppure vai con Wen, qualora tu dovessi cacciarci saremmo in un mare di guai, faremo qualsiasi cosa tu desideri.” Huan era stupenda, Alberto  non ricordava di aver mai incontrato una tal bellezza solo che aveva qualcosa in più  da lui non gradita. Quest’ultimo pensiero fece riemergere in lui il suo senso dello humour, ritrovò se stesso, non era stato mai un puritano anzi si era sempre dichiarato anticonformista. Di colpo: “Tutti in acqua, gara a chi è più veloce.” Huan sembrava una sirena, subito riuscì a staccare gli altri due, aveva imparato a nuotare sin da piccola, la città di Xiamen che è bagnata dal mare. Si fermò ad una boa, si avvicinò ad Alberto nel frattempo giunto con la lingua di fuori e lo baciò in bocca, un approccio piacevolissimo che fece dimenticare al non più giovin signore i problemi della cinesina. Alberto si mise a fare il morto, Huan lo spingeva dai piedi e così raggiunsero la battigia, tutto dimenticato? Ovviamente no ma per scacciare pensieri spiacevoli i tre, rivestitisi, si recarono nella trattoria di Alfio che aveva conosciuto Alberto in occasione di una verifica fiscale. “Maresciallo stavolta non è in servizio anzi…” “Amico mio ho bisogno di una mano, due per me sono eccessive…” “Ho capito la battuta, in ogni caso sono troppo vecchio, penso io al menù, per il vino Etna Bianco.” Finito di mangiare rientro in villa con un interrogativo nella mente di Alberto che fare? Il dubbio fu risolto da Wen che: “Huan è stanca, preferisce dormire sola nel tuo letto, tu sei invitato nel giaciglio matrimoniale, come vedi sto imparando bene l’italiano!” Alle luci soffuse di due abatjour Alberto ebbe il piacere di scoprire il corpo magnifico di Wen, era proprio di suo gusto: tette appena accennate (non amava le balie), vita stretta, pochi peli lisci sul pube, gambe da ballerina e piedi piccoli. Fu preda della cinese che lo abbracciò e poi prese a baciarlo in bocca facendogli provare sensazioni paradisiache (ammesso che San Pietro permetta tali approcci!) e poi scendendo prese in bocca ‘ciccio’ finalmente felice di regalare tutto il suo prodotto ben accettato dalla baby la quale inaspettatamente prese dal comodino un condom, precedentemente da lei preparato e lo infilò sull’uccellone di Alberto in erezione riuscendo a prodursi in orgasmi plurimi. Alberto notò che gli occhi di Wen erano pieni di lacrime: di gioia o di…, difficile capirlo. Sfinita, la ragazza fece segno di resa, ‘ciccio’ fu costretto a capitolare ed a ritirarsi nella sua ‘cuccia’, non poteva lamentarsi, era stata proprio un amplesso come non ricordava da tempo. Il lunedì mattina in auto Wen: “Se sei d’accordo vorremo prendere la patente di guida, a Xiamen l’avevamo non so se sia valida in Italia, passando in via Garibaldi ho notato una Scuola Guida, potremmo informarci.” Istintivamente ad Alberto non piacque quella proposta, pensò che avrebbe portato a dei cambiamenti non favorevoli per  il suo menage, fece buon viso a cattivo gioco. Entrati nei locali furono accolti dal figlio del titolare: “Sono Alessandro, a vostra disposizione.” Fu Huan a fare la richiesta di poter avere la patente italiana o meglio di convertire quella cinese in quella italica. Il giovane sempre guardando in viso le due cinesi, (si vedeva che ne era stato colpito), disse che si sarebbe informato e chiese di poter avere il numero del cellulare di Wen per far conoscere l’esito della ricerca. Ovviamente era stato un modo per poter agganciare la ragazza che provvide subito e con entusiasmo ad esaudire alla richiesta. Il viso scuro di Alberto consigliò Huan, più esperta della giovane amica ad abbracciare il ‘capo famiglia’ (tale si poteva ormai considerare) ed anche a fargli gli occhi dolci per ripagarlo di un eventuale ‘sgarbo’. Alberto decise per una breve vacanza a Reggio Calabria. Una domenica mattina i tre si imbarcarono su un traghetto della Caronte con gran entusiasmo di Huan e di Wen. Sbarcati con la Stelvio a Villa S.Giovanni presero l’autostrada e giunsero a Reggio Calabria dove posteggiarono in un garage. La via Garibaldi aveva i negozi più eleganti e forniti della città, le due ragazze se approfittarono lasciando però la merce acquistata nei vari esercizi per non portarsela appresso, l’avrebbero ritirata al ritorno. Dietro consiglio del titolare di un negozio, i tre entrarono nel ristorante ‘La Capanna’,  tutto a base di pesce ovviamente fresco. Alla fine del pasto Alberto: “Stavolta un ragionamento serio: come sapete ho ricevuto una grossa eredità, non ho parenti a cui lasciarla e quindi erede unico sarà un mio figlio maschio o femmina che sia, il mio pensiero è quello di aver un pargolo da Wen, sempre che lei sia d’accordo altrimenti dovrò trovarmi una ragazza italiana.” Il silenzio era caduto fra i tre, la proposta era inaspettata forse anche da parte di Alberto, gli era venuta spontanea. Mutismo, l’argomento era molto delicato ed impegnativo. Recuperata la merce nei vari negozi con un traghetto Tourist Alberto, Huan e Wen ritornarono a casa nella Città dello Stretto. Dopo un informale buonanotte tutti a nanna.  Le due cinesi avevano ottenuto la patente di guida italiana grazie ad Alessandro che subissava Wen di richieste per un appuntamento, richieste senza esito positivo. Sicuramente durante la notte Huan e Wen avevano discusso l’argomento figlio, avevano tutto da perdere in un eventuale allontanamento di Alberto e così decisero per una gravidanza di Wen. A cena la riposta positiva al capo famiglia che subito pensò ad un ginecologo per far avvenire la gravidanza durante l’ovulazione della ragazza. Tancredi era un anziano medico amico della famiglia di Alberto, nella sua vita aveva avuto tante esperienze nel suo campo che non fece una grinza alla richiesta di Alberto e di Wen, diede istruzioni alla coppia per accertare il momento dell’ovulazione; dopo un mese il verdetto positivo, nome scelto: Franco o Franca. Wen volutamente dopo tre mesi passò nei locali della scuola guida, Alessandro nel vedere il pancione della ragazza rimase muto, se ne era innamorato ma non gli rimase che ritirarsi in buon ordine. Nell’ospedale Papardo il 10 luglio nacque un bimbo maschio, in onore del benefattore fu battezzato col nome di Franco, era bellissimo. Qualcosa era rimasto nella mente di Wen, un giorno passò dinanzi alla Scuola Guida col  pupo nel passeggino ed incontrò Alessandro. Il giovane era dimagrito e sembrava invecchiato, Wen lo abbracciò festosamente e gli presentò il piccolo Franco che in quel momento era particolarmente allegro. I due, pupo appresso, si recarono in un vicino bar all’aperto, era luglio Wen era vestita con minigonna e camicetta leggera, sempre bellissima e Alessandro sentì le stesse sensazioni provate al primo loro incontro. Stessa cosa accadde a Wen, senza parlare e guardandosi negli occhi si abbracciarono e si baciarono coram populo. Al ritorno a casa Wen mise al corrente Alberto dell’accaduto, Alberto era un uomo intelligente e capì che aveva ragione Cicerone quando aveva affermato che: ‘Vitam regit fortuna, non sapientia’ ‘La vita è retta dal fato, non dalla saggezza.’ Chiese a Wen un ultimo incontro sessuale, voleva un suo buon ricordo e l’ottenne ma fu un triste addio. Il picolo Franco sarebbe restato a casa sua con Huan a fare da madre con l’autorizzazione a Wen di incontrarlo senza linitazioni. Il primo incontro ravvicinato fra Alberto e Huan avvenne per volere di ambedue. Huan mise in atto quello che aveva promesso, per Alberto lei fu solo donna anche se il buon Albertone, per curiosità prese in mano il cosone di Huan, preferì il suo popò molto ricettivo e godereccio! Alberto si stancò del dolce far niente, rindossò la divisa, fu promosso al grado di Maresciallo Maggiore Aiutante e Comandante di Sezione. Riprese anche la sua vecchia passione per la fotografia; in seguito ad  un esame sostenuto a Roma gli fu conferita la qualifica di ‘Capo Laboratorio Fotografico’. Mise su, a spese dell’Amministrazione un attrezzato laboratorio, fotografava gli arrestati, le varie cerimonie interne, si imbarcava su motovedette e su elicotteri per stanare coltivazioni di cannabis, poteva considerarsi felice. Il piccolo Franco cresceva bene e dimostrava di essere un furbacchione in tutti i campi: chiamava mamma Wen e zia Huan, aveva imparato a nuotare ed anche qualche parola di cinese, una gran soddisfazione per Alberto cui mancava però qualcosa…facile da immaginare. Wen veniva spesso a trovare suo figlio. Un giorno si accorse che Alberto la guardava con occhio lucido, chiese il permesso a Huan, prese per un braccio il non più giovane Alberto, lettone, niente condom: qualora fosse accaduto un ‘incidente’ il piccolo Franco non sarebbe più rimasto solo,  avrebbe avuto la compagnia di un fratellino o di una sorellina!

  • 29 maggio alle ore 9:57
    AIKO LA GIAPPONESE

    Come comincia: Alberto finanziere ventiduenne era riuscito tramite suo fratello Tenente del Corpo a farsi assegnare alla Compagnia di Domodossola, ne aveva abbastanza di appostamenti in alta montagna d’inverno con un freddo infernale e d’estate con il sole che rendeva i visi bruciati dai raggi solari. Il servizio più gradito era quello di scorta sui treni internazionali in cui si potevano incontrare persone di ogni genere anche di alto livello come sui Trans Europe Express. Quella era una mattina di luglio,  con la compiacenza del maresciallo comandante della Brigata Stanziale Alberto era riuscito a farsi assegnare in servizio sul treno con vagoni letto Francoforte – Milano. Era salito su un vagone in Svizzera a Briga; passando attraverso la galleria del Sempione si arrivava a Domodossola prima stazione italiana. Dato l’alto prezzo del biglietto i passeggeri erano perlopiù persone  non dedite al contrabbando, partendo da questo presupposto Alberto per prima cosa fece amicizia col capo treno, di solito un italiano e poi a ‘prendere visione’ delle giovani bellezze femminili in verità ben poche, l’età media delle signore era superiore ai cinquanta, anche se ben ‘conservate’ per la frequenza in istituti di bellezza ma non erano le preferite del giovane finanziere che però ebbe un colpo di fortuna: bussato alla porta di uno scompartimento singolo si era presentata una dama alta di statura e dagli occhi a mandorla, una bellezza esotica che colpì Alberto anche per il fatto che era sola in una cabina da due posti. Dopo la solita domanda in italiano ed in francese: “Ha nulla da dichiarare”, alla risposta negativa della signora Alberto richiuse la porta ed andò dal responsabile del vagone letto che sin dalla partenza del treno conservava i documenti personali dei viaggiatori. Ebbe la fortuna di incontrare un paesano: “Finanziere posso esserle utile?” l’accento era tipicamente romano. “Di che quartiere di Roma  sei, io mi chiamo Alberto e sò di S. Giovanni e tu?” “Io Nando  de la Garbatella, che te serve?” “Ho visto un gran pezzo di f..a in una cabina a due posti, era sola e con una cuccetta vuota, c’è una spiegazione?” “Si chiama Aiko, ha venticinque anni, di padre giapponese  e di madre italiana, deve essere molto ricca perché ha pagato tutti e due i posti della cabina pur di non aver compagnia. Se vuoi provaci ma mè sa che vai in bianco, auguri.”Alberto ribussò al vano della cabina in questione ed all’apertura della porta: “Signorina sono di servizio sino a Milano, dato che non ho trovato posto a sedere le chiedo di poter usufruire del posto libero.” “Je parle en francais et en peu italien.” “Al contrario io parlo italiano ed un po’ francese.” Disse ridendo il buon Albertone contento di aver rotto il ghiaccio, “Se vuole nel tragitto sino a Milano potrò darle ripetizioni nella mia lingua.” “Daprès ce que j’ai entendu vous voudriez me donner un autre type dei répétition!” “Le assicuro…” “Les yeux sont le miroir de l’âme et espriment ce qui j’ai dit!” “Dovrò rimproverare i miei occhi anche se devo ammettere che sono sinceri, lei ha il senso dello humor difficile da trovare fra le persone di sesso femminile.” “Elle est sexiste! “ “Potrei dire che lei è femminista, meglio trovare un altro argomento di conversazione, ad esempio tutti i suoi bagagli sono di coccodrillo, non pensa a quei poveri animali che sono morti?” “Mieux trouver un autre sujet de conversation, que faites-vous a Milan?” “Di solito vado alla stadio, sono tifoso della Roma oppure…” Aiko si mise a ridere: “Ou est-ce que ça en dit long, il ny a pas de belles filles de son côte?“ “Non della sua bellezza, sinceramente sono rimasto affascinato, non vorrei fare il lumacone, se le do fastidio vado via.””Ce qui signifie lumacone?” “Corteggiatore noioso.” “Elle n’est pas un lumacone, en effet je peux dire qu’elle est une personne agréable et phsiquement pas mal de tout.” “M’è venuta la voglia di abbracciarla, in fatto di donne sono piuttosto selettivo ma lei…” “Ce qui signifie selettivo?” “Difficile di gusti ma lei è favolosa…” “J’ai compris que c’etait fabuleux, je vous dis que j’aime les uniformes, elle va très bien, je l’autorise a m’embrasser.”  Alberto non se lo fece ripetere un altra volta, abbracciò Aiko e la baciò in bocca a lungo, quando si staccarono erano vicino alla stazione di Milano. Nando riconsegnò il passaporto ad Aiko poi: “Ahò sò scesi tutti che aspettate?” In panchina si era presentato nel frattempo un giovane non italiano che dinanzi ad Aiko  con deferenza si tolse il cappello e cominciò a caricare i bagagli su di un mezzo a due ruote. Aiko ad Alberto: “Ceci est Abasi un serviteur de ma mère, à l’exterieur il y a Ambrogio le conducter avec la voiture.” “Devo fare una telefonata a Domodossola.” Alberto raggiunse una cabina telefonica e: “Maresciallo sono a Milano per servizio, penso di restarci, col suo permesso vorrei quindici giorni di licenza ordinaria, lei mi aveva chiesto…” “Si un paio di pattini per mio figlio.” “Come li vuole italiani o americani?” “Tutti e due, non mi combinare casini.” Abasi il servitore aveva caricato i bagagli in auto, una Maserati Ghibli, e si era seduto vicino al conducente, Alberto e Aiko nel sedile posteriore molto vicini. Dopo un percorso di circa  ventun minuti il cancello in ferro fu aperto con un telecomando da Ambrogio che posteggiò l’auto nel cortile di una villa a tre piani. Aiko corse dentro, Alberto rimase all’esterno in attesa di eventi, non sapeva come comportarsi. Presto la italo giapponese uscì con sottobraccio una signora circa quarantenne alta come lei e molto assomigliante, sicuramente sua  madre. “Adesso ti dai alle forze dell’ordine, presentami il signore. “Questo è Alberto un finanziere di Domodossola.” L’interessato rimase a bocca aperta, Aiko parlava perfettamente italiano. “Come sta, sono un po’ sorpreso, Aiko…” “Ti ha fatto il solito scherzetto che non parla italiano, mia figlia conosce pure l’inglese, il tedesco, lo spagnolo ed anche il giapponese, di quest’ultima lingua mi sono fatta insegnare due parolacce da mio marito Tatsuno per mandare a quel paese stà figlia…” “Mamma non mi scandalizzare Alberto, è mio ospite e gli ospiti come dicevano i romani, suoi paesani, sono sacri.” “Pure romano te lo dovevi trovare, sempre meglio di quei quattro snob che di solito porti a casa e che parlano il birignao. A proposito che grado ha il tuo amico?” “Signora sono capitano ma durante il viaggio ho perduto le tre stelle.” “Pure spiritoso il signore, andate dentro a farvi una doccia, puzzate di treno, all’ex capitano dà dei vestiti di tuo padre, gli staranno corti,  domani, se resta ancora da noi, fagli comprare qualcosa che gli stia bene.” Ginevra aveva avuto ragione, i vestiti di suo marito su Alberto lo facevano assomigliare ad un clown, lei non esitò a farsi matte risate. “Stasera abbiamo il circo gratis!” Alberto capì quasi subito il perché Ginevra e Tatsuno abitavano in case differenti, questione tributarie per evitare di pagare troppe imposte! Cena all’aperto, menu classico milanese: “Dì la verità avresti preferito spaghetti alla carbonara,  coda alla vaccinara, abbacchio con cipolla, carciofi fritti…” Aiko ripreso il linguaggio italiano: “Mamma non ha particolare simpatia per i romani perché…” “Kusokurae!” fu l’eclamazione della padrona di casa non tradotta da Aiko che però: “Mammina mi ha bellamente mandata a …” Alberto a fine pasto rimaneva seduto, si vergognava ed aveva paura dello sfottò della ‘vecchia’ che vecchia non era anzi…gli venne da ridere. “Che ci ha stò romano da ridere?” “Pensavo invece ad una cosa seria, nel caso Aiko dovesse scaricarmi, cosa probabile, avrei come riserva una meravigliosa signora a nome Ginevra che vuol significare persona forte d’animo, coraggiosa e misteriosa, che non si lascia sopraffare dalle difficoltà e che la pronta intelligenza le è di aiuto nelle difficoltà della vita.” Stavolta la padrona casa rimase senza parole sino a quando: “Sinceramente pensavo che i finanzieri fossero degli ignoranti, giovanotto mi hai meravigliato, non mi andresti male come genero, ma con la testa matta di mia figlia hai poche chances, ora pensiamo alla notte: in villa abbiamo molte stanze da letto ma siccome sicuramente finireste ad occuparne una sola evito la manfrina di prepararne due, meglio una sola matrimoniale, fra l’altro diventare nonna sarebbe per me un piacere, sempre che il nipote non assomigliasse a mia figlia! Alberto poteva dire di aver avuto successo anche con Black un cane di razza dobermann notoriamente non avvezzo a fare facilmente amicizia con gli estranei. Ma fu proprio lui a causare una tragedia: la mattina seguente  il cancello d’ingresso della villa era aperto perché Ambrogio doveva uscire a far delle compere, Black aveva adocchiato un gatto che, alla vista del cane prese a correre verso l’uscita della villa seguita da un Black infuriato per la sua intrusione. Aiko per paura che Black uccidesse il gatto li inseguì ma in quel momento giunse sulla strada esterna un’auto a forte velocità che prese in pieno la ragazza. L’ambulanza del 118 arrivò in pochi minuti, sopra vi salì anche Ginevra ma non Alberto  che si era seduto su una banchina senza  riuscire a muoversi, era senza forze. Alberto venne a sapere da Ambrogio che il padre di Aiko era anche lui in ospedale. Tutti in villa si erano fermati, un silenzio assoluto foriero di cattive notizie che purtroppo giunsero la sera. Ginevra ritornò in auto col marito, dalla sua espressione si capì che Aiko era deceduta. Alberto si rivestì in divisa, pregò Ambrogio di accompagnarlo alla stazione ferroviaria. Giunto a Domodossola, in caserma incontrò il maresciallo che: “Allora sti pattini?” “Li comprerò qui, a Milano non ne ho trovati.” Questa è la triste istoria…  Ginevra non aveva voluto indossare abiti neri, per lei un’inutile manifestazione di lutto, quello vero era nella sua anima. Aveva fatto lasciare la camera dove avevano ‘dormito’ Alberto ed Aiko senza riordinarla, le lenzuola avevano ancora l’olezzo dei due corpi, uno ricordo straziante. La signora non era il tipo di lasciarsi andare, donna d’azione decise: “Ambrogio voglio andare in macchina a Domodossola, partenza domattina presto senza divisa, interessati dei i bagagli. Stavolta la signora prese posto vicino all’autista, il dolore l’aveva cambiata dal di dentro, Ambrogio in uno slancio di affetto le baciò la mano, aveva le lacrime agli occhi, la morte di Aiko l’aveva turbato profondamente. Arrivo all’albergo Corona scelto su l’elenco telefonico sistemazione in due camere e poi pranzo allo stesso tavolo. Mai Ginevra aveva dato tanta confidenza al suo autista, il suo era stato un ragionamento intelligente: se si fosse presentata con la Maserati e con un autista in divisa avrebbe dato troppo all’occhio e poi aveva stima di Ambrogio sempre servizievole. Dopo aver pranzato  i due si recarono in stazione dove c’era il Corpo di Guardia della Finanza, ad un finanziere Ginevra chiese notizie di Alberto, risposta “Monta di servizio alle diciotto, se vuole posso avvisarlo per telefono, la nostra caserma è situata qui vicino.” “Alberto c’è in Dogana un signore ed una signora che chiedono di te, vieni subito.” Alberto pensò ai suoi genitori, strano che non l’avessero informato del loro arrivo. Alla vista di Ambrogio e di Ginevra il cuore comimcò a battere all’impazzata, Aiko era rimasta nel suo cuore e la ferita della sua morte era ancora aperta. Un abbraccio e poi: “Andiamo nella saletta interna di questo bar, il padrone è mio amico.” Dopo un lungo silenzio: “Alberto m’è venuta voglia di rivederti, in casa mi sentivo sola, meglio venire io a trovarti poiuttosto che tu a Milano. Vorrei rimanere qualche giorno, se sei libero dal servizio potresti farmi visitare i dintorni della città, specie quelli di montagna.” “Sono di turno alle diciotto sino alle ventiquattro di stasera, spero di ottennere una licenza, essendo caldo non avrete bisogno di vestiario pesante, verrò io in albergo. “Maresciallo sono venuti a trovarmi due miei parenti, le chiedo quindici giorni di licenza.” “Ed io ti chiedo un abbigliamento sportivo per mio figlio che deve fare delle gare con i pattini.” “Mandi suo figlio a mio nome al negozio ‘Tutto Sport’ ottetterà tutto quello che gli serve.” Alberto il giorno successivo in borghese si presentò all’hotel ‘Corona’, i due erano al bar a fruire della prima colazione. Il rivedersi aveva cambiato in parte l’umore dei tre, Ginevrta prese sotto braccio Alberto e si ‘esibì’in qualche risata per la situzione creatasi, non rideva da molto tempo. Nella Maserati Ambrogio al volante, sedile posteriore occupato dalla ‘strana coppia’. “Ricordi quando mi dicesti che, qualora Aiko ti avesse scaricato io sarei stata la sua sostituta, triste profezia si è avverata!” Che voleva significare Ginevra con quella frase che era disposta a sostituire sua figlia in tutti i campi?” Erano giunti a Bognanco, sosta all’hotel ristorante  ‘Regina’, il padrone dal nome inusuale di Elvio: “Sono a vostra disposizione, qualora voleste fare un giro nei sentieri di montagna posso farvi avere degli scarponi adatti, vi farò preparare due stanze, una matrimoniale ed una singola, i numeri sono la cinque e la sei. Nessuno dei  tre lo contraddisse per quanto riguardava la sistemazione notturna, molto probabilmente Elvio aveva accoppiato Ambrogio con Ginevra lasciando la singola stanza ad Alberto il quale fu l’unico a scoppiare in una gran risata per poi uscire dal locale sempre ridendo. “Ambrogio spero che tu di notte non russi!” Madame lei mi mette inm crisi, non potrei mai dividere il letto con lei…” “In altre parole dovrei dormire nel lettone con Alberto.” Ambrogio ritenne opportuno uscire dal locale nel momento in cui Alberto vi faceva ritorno. “Facciamoci dare stì scarponi, andiamo a respirare l’aria pura del bosco, ho bisogno di ossigenarmi.” “C’è unmotivo di questo bisogno di ossigenazione?” “Prima di ogni fatica sportiva è d’uopo!” “Passeggiare nel bosco la consideri una fatica sportiva?” “Passeggiare no, baiser si!” Alberto aveva usato improvvidamente lo stesso linguaggio di Aiko, se ne accorse troppo tardi quando Ginevra si allontanò per sedersi in una panchina fuori dell’Hotel, anche Ambrogiuo era sparito dalla circolazzione. Andare in un posto di villeggiatura per vedere la televisione non è il massimo ma era quello accaduto ad Alberto che mostrava un’espressione da rincitrullito. Gioco forza i tre si trovarono nello stesso tavolo a cena. Elvio:”Ho fatto preparare del capriolo arrosto, è una specialità locale, potrò anche servirvi formaggi di ogni tipo e pure salumi oltre a dell’insalata particolarmente amara per chi la ama, vino un Prunent con base Nebbiolo.” ”Una cena silenziosa non riesco a digerirla, Ambrogio sai suonare il pianoforte, lì in fondo al locale ce n’è uno, domanda alla signora che musica preferisce.” Ambrogio sapeva strimpellare il piano e  finalmente riuscì a far sorridere i due. Alla fine dell’esibizione: “Signora sono veramente stanco, mi ritiro nella mia camera, buonanotte.” “A questo punto sembra rurro palesemente taumatoligico come direbbe La Palice, stesso lettone con finale scontato!” “Hai già dimostrato che i finanzieri non sono ignoiranti, adesso prova a dimostrare che sono validi in altri campi!” Alberto e Ginevra, a turno, avevano fruito dei servizi del bagno con ovvio finale. “È molto tempo che non ho rapporti sessuali, mio marito mi ignora, vorrei che tu fossi delicato.” “Prima devo domandare a ‘ciccio’ se sei di suo gradimento, non ama le persone anziane!” Alberto fu convinto a cambiare atteggiamento da una unghiata doppia sul suo sedere.” Va bene, ho finito di fare lo stupido, chiudi gli occhi ed apri le tue deliziose cosce.” Un cunnilingus  per evitare di far troppo male alla ‘gatta’ di Ginevra che impiegò molto tempo prima di raggiungere un orgasmo ma una volta partita… Alle dieci Ambrogio svegliò i due telefonicamente: “Signora mi dia degli ordini, sono nella hall.” “Resta lì.” “Mio caro, a mente serena debbo dirti qualcosa di importante: ho ancora le mestruazioni e quindi non so cosa succederà, in caso positivo non saprai mai nulla, siamo troppo lontani sia per età che mentalità. Anche se il concetto ti sembrerà strano è stato un omaggio a mia figlia Aiko, questa è una delega per il ‘Banco Ambrosiano’, vi ho depositato una bella somma sempre in ricordo di mia figlia, ti auguro tanta fortuna!” Un bacio finale come nei film rosa ma il loro non aveva proprio nulla di rosa! Finale col botto: “Alberto mio figlio vuole frequentare un corso di equitazione, avrebbe bisogno di…” “Maresciallo è risaputo che una caduta da cavallo può essere pericolosa, consigli a suo figlio la corsa, è più salutare per lui e per me!”

  • 28 maggio alle ore 20:08
    Le mie cuginette

    Come comincia: Post di Linda Landi
    25 ottobre 2018

    Ed oggi, uscendo dal lavoro, mi è venuto in mente: "Fai del bene che appresso ti viene". 
    O era "Fai bene che appresso ti viene"? Più probabile e più vera la seconda, ma ho mantenuto la prima versione e mi è venuta in mente mia cugina L....za.

    In particolare quando mia cugina aveva cinque anni e prorompeva in un pianto lamentoso.
    La mia interpretazione, allora, era che si lamentava in quel modo perché era la più piccola della nidiata e veniva/si sentiva sempre messa da parte.
    Ed io, quattordicenne, poiché mi dispiaceva per la sua sofferenza, la prendevo da dietro da sotto le ascelle e cominciavo a farla roteare fino a quando cominciava a girarmi la testa. 
    Lei rideva felice e quando smettevo diceva: "Ancora!".

    Quali altri ricordi ho di mia cugina L....za?

    Arriviamo a quando arrivò la telefonata della sorella più piccola di mio padre, sconvolta perché era arrivata una citazione dal Tribunale perché il fratello (il penultimo) l'aveva denunziata. Mio padre tentò di calmarla, poi telefonò al lestofante (almeno morale, quella che è poi la giustizia formale è un'altra cosa). Mia madre gli strappò la cornetta di mano e vi urlò dentro: "Fai schifo!".
    E cosa c'entra mia cugina L....za?
    Pochi giorni dopo, mio fratello Alberto, rientrando a casa riferì che aveva incontrato L....za che gli aveva detto: "Hai sentito che belle parole si sono scambiate i nostri genitori?"

    Poi arriviamo a quando L....za deve scegliere la facoltà all'Università. 
    Chi sa come, ci troviamo a casa dei suoi genitori quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io e L....za ci chiede consiglio.
    Le dico che dipende dalle sue intenzioni:"Tu cosa vuoi fare?", le chiedo.
    "Voglio fare i soldi", è la risposta.
    Mi trattenni dal replicarle: "Allora vai ad aprire una saracinesca", intendendo: apri un negozio.

    Comunque, mia cugina, pur laureandosi, essendo in gamba, bella e determinata nella sua intenzione, ci è riuscita: ha fatto i soldi.
    Anche se è andata all'estero per riuscirci.

    Il ricordo successivo è quando tornò da Londra dove era andata con il progetto Erasmus. Disse che la avevano apprezzata per la sua preparazione teorica, superiore a quella degli studenti locali, mentre lei aveva apprezzato i laboratori disponibili e ben attrezzati.

    Poi c'è la sua festa di laurea.

    Saltiamo le informazioni indirette e gli incontri legati a 'motivi di famiglia'.

    Arriviamo a quando sono, purtroppo, già vicina di suo padre e quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io le andiamo a fare una cortese e doverosa visita a casa di suo padre, portando la scatola di cioccolatini di prammatica poiché non era stata bene.
    Vedo che tollera a stento la visita ed appena la porta si chiude alle nostre spalle inizia a sforbiciare ed a criticare con i genitori.
    Penso di sapere qual è il motivo della loro puzza sotto al naso: non ho sposato qualcuno 'socialmente' all'altezza.
    Avevano avuto lo stesso atteggiamento anche con il marito di mia zia e lo avrebbero avuto con il marito di un'altra cugina, semplice artigiano non laureato.

    E, ho ricordato dopo, appena appena uno è un poco felice o ha qualcosa che loro ritengono apprezzabile, si rodono il fegato. Devono vedere la gente soffrire e messi proprio male per essere completamente felici.

    Veniamo a quando si trova in zona in occasione del matrimonio di un'altra comune cugina. 
    Quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io stiamo chiudendo la porta del nostro appartamento.
    L....za ed il suo fidanzato stanno scendendo le scale. 
    Si ferma e fa le presentazioni, poi precisa, con tono di sufficienza (per non dire di schifo): "Loro abitano qui al pian terreno".
    Io mi trattenni dal replicare: "Invece loro abitano all'ultimo piano nell'appartamento che gli ha regalato mio padre!".

    E quella fu l'ultima volta che ci siamo parlate.

    Due anni dopo mi fa trovare un biglietto sotto la porta comunicandomi che c'è posta per noi. Vado a vedere nella cassetta. Trovo l'invito al suo matrimonio. 
    Altra acqua era passata sotto i ponti. 
    Lo respingo.

    P.S. Mentre passeggiavo con mia figlia ho avuto un altro flashback.
    Quando ero a Roma, la sorella di L....za mi chiese se potevo ospitarla per due o tre giorni.
    Mi mette un poco in difficoltà perché ho una stanza in affitto in un appartamento abitato anche dalla proprietaria, una studentessa calabrese ventitreenne. Comunque la terza stanza in quel momento non è affittata e la proprietaria mi dice che posso ospitare mia cugina. 
    E così fu.
    Sempre pronti a risparmiare (e lucrare) alle spalle del parente povero. Poi avuta la grazia, gabbato lu santo. 

    Linda Landi
    14 agosto 2018 · 
    Dopo aver visto tutte le puntate de "La mafia uccide solo d'estate" (la prima serie ogni puntata un piccolo gioiello), sono passata a "L'ispettore Coliandro", poi "Questo nostro amore" (solo la prima serie, nelle altre ci sono situazioni che si allungano in maniera abnorme solo per mantenere in piedi la serie), sono passata, come sapete, (non c'è molto altro da scegliere) a "Don Matteo".
    Una "maga" dice a don Matteo: "Io e lei facciamo lo stesso mestiere: aiutiamo le persone."

    Ed ho pensato a te, fratello, io e te avevamo questa tendenza: aiutare il prossimo. Tu più di me. L'avevamo assorbita dai nostri genitori. Non so se e quando tu sia rimasto deluso e ti sia scocciato. Temo sempre che la prima ad averti deluso sia stata io.

    C'è un episodio che mi fece scoprire come la mia disponibilità fosse irrisa dalla parte 'furba' della nostra famiglia e mi fece riflettere sul fatto che la mia disponibilità fosse forse eccessiva. 
    Ma, come dice Salemme, nella parte conclusiva del film "Cose da Pazzi", chi nasce tondo non può morire quadro.
    La scorsa estate un neurologo mi ha chiesto: "Ma che? Lei è una suora?".

    L'episodio è questo:
    Stavo sotto l'ombrellone sulla spiaggia a Paestum e stavo pensando tra me e me: "Quasi quasi vado a farmi un altro bagno" ero quindi in procinto d'alzarmi ed in questo movimento vedo sotto un altro ombrellone nostra cugina L.u.a che sta parlando maliziosamente , e capisco di me, alla sua amica (incolpevole) Paola D'A.. Le osservo chiedendomi quale malignità le stesse raccontando. Poi L.u.a fa una domanda, sempre maliziosa, all'amica. Dall'espressione capisco che la domanda è: "Vuoi vedere?". 
    Si volta verso di me e fa:"Mi porti l'asciugamano?".

    Molta gente furba non capisce che noi stiamo zitti per educazione.

  • 26 maggio alle ore 22:09
    Di sogni si vive

    Come comincia: Vi è nel cuore di ognuno di noi un mondo piccino, fatto di giorni di sole e vento tra  i capelli, corse lungo i prati e ghirlande di fiori, un mondo di sogni d’infanzia e palloncini colorati, bibite fresche e corse in bicicletta. Un sogno di notti magiche e stelle lucenti, neve bianca dietro i vetri e stupore di sguardi oltre la staccionata.
    Come in un variopinto gioco del mondo, sulle dita si contano i giorni in attesa di una notte Unica, dove il sogno diventa magia, il desiderio diventa gioia, il mistero diventa fiaba.
    Una notte da assaporare con il naso all’insù, come cercando un velo bianco oltre la luna, gli occhi a scrutare il bosco appena dietro il paese, tintinnii di campanelle e fruscii d’argento a cullare il sonno dei più piccini.
    Laggiù, oltre la curva scura del prato, oltre il portone chiuso sulla via, ci attende una fata buona, che con  i suoi sussurri leggeri e birichini racconta storie ai bambini e a tutti coloro che sanno ancora sognare. Se ci fermiamo un attimo, seduti sulle panchine o passeggiando lungo i sentieri, si possono ascoltare le mille voci del bosco, ritrovare le pagine di racconti di un tempo, i suoni di un mondo quasi perduto e dimenticato, ma ancora vivo appena dietro le foglie.
    In questo vorticare del tempo noi non siamo soli, la magia di un’Unica Notte ci accoglie mentre seguiamo la nostra vita frettolosa e stanca: è una goccia di Luce, un istante di felicità che ci fa compagnia, allieta i giorni lunghi e freddi, riscalda le sere quando gli uomini risalgono al monte dopo una giornata di lavoro, accarezza gli sguardi dei bambini che vanno a scuola, accompagna giovani e studenti: è credere ancora nel lungo abbraccio dell’Infanzia, che con la sua innocenza ci dice che la Vita è un sogno, e di sogni si vive.
     
     

  • 24 maggio alle ore 16:34
    SEI PERSEO?

    Come comincia: Avere un nome fuori del comune può essere interessante ma chiamarsi Perseo per un ragazzo voleva dire che molto probabilmente i genitori avevano dovuto accontentare qualche avo benestante ma poi esporre il pargolo al ‘vituperio delle genti’ di dantesca memoria. Perseo studente di primo liceo classico, sempre polemico e soprattutto ‘moquer’, durante una lezione di storia domandò ad Oddo,  professore di materie letterarie cosa facessero così lontano da casa loro,  a Canne, i Cartaginesi con al comando Annibale  invece di godersi le soleggiate spiagge del nord Africa  popolate di belle donne o di robusti maschioni a seconda dei gusti personali; avevano traversato le Alpi con  poveri elefanti infreddoliti per poi venire in Italia a buscarne dai Romani. Perseo ritenne anche di omaggiare i compagni di classe ed il professore con un episodio riguardante quella battaglia in cui risultava il suo nome: “Alla fine dello  scontro, morti e feriti dappertutto, un soldato romano, uno dei pochi rimasto illeso cercava un suo compagno girando nel campo di battaglia: “Sei Perseo? Sei Perseo? Sei Perseo?” Nessuna risposta, gli interpellati erano tutti morti, solo uno dava segni di vita alla domanda: “Sei Perseo?” Una risposta inaspettata “Trentaseo!” Risate dei compagni di scuola ma non del professore: “Pensi di essere spiritoso? Ti farò passare la voglia, vieni  vicino alla cattedra, vediamo se sei preparato?” Alberto era il ‘frutto’ di un ginecologo, Rolando e di una ex modella, Cristiana che aveva aperto una boutique a Jesi in quel di Ancona. Di intelligenza e di memoria superiore alla media il giovane si limitava a seguire le lezioni dei professori per evitare di studiare a casa; nell’interrogazione fece un’ottima figura con lo scorno di Oddo che fu costretto ad ‘omaggiarlo’ di un otto. A proposito dell’insegnate, già col quel nome fuori del comune era abbastanza ridicolo se poi ci si aggiungeva la sua figura scheletrica, il naso lungo come pure i piedi era una macchietta. A detta del bidello Procolo, sempre informatissimo sui fatti di tutti i componenti la scuola, i genitori l’avevano fatto operare alle orecchie che il poveraccio aveva a sventola, insomma uno scherzo della natura che però l’aveva ricompensato con una intelligenza fuori del comune,  aveva  vinto tutti i concorsi in cui si era presentato. Ritornando al bidello, il significato del nome Procolo è: ‘nato quando il padre era lontano da casa’ il che poteva far malignare sul comportamento sessuale della genitrice…Oddo il cui significato di origine tedesca vuol dire ‘proprietario’, era veramente possidente di vari terreni a Cupramontana vicino a Jesi,  pure di quella località era la consorte Dalida che fisicamente non aveva nulla in comune col marito: alta, longilinea, bella di viso, genitrice di Serilda che per sua fortuna non assomigliava al padre. Dalida era il nome della gentile e disponibile consorte; come l’omonimo personaggio della Bibbia era piena di fascino, amante del denaro, anche un po’ diabolica, per lei valeva il detto marchigiano: ‘ Se te sposi ‘na donna vella te tocca a fa la sentinella.’ Hermes protettore di Perseo, dopo una notte passata in compagnia di Croco era di buon umore. Notato il suo protetto in giornata negativa pensò e mise in atto una delle sue: far conoscere a Perseo Serilda che era iscritta alla quinta ginnasiale nell’istituto dove insegnava suo padre il quale, spinto da chissà quale spirito maligno aveva ‘omaggiato’ la sua discendente di un nome perlomeno inusitato il cui significato è ‘fanciulla  battagliera.’ In fondo non aveva commesso un errore, la ragazza di altezza media aveva un corpo robusto, sembrava una palestrata anche se la baby non aveva mai frequentato una sala da ginnastica. Un incontro molto particolare, Perseo durante gli intervalli talvolta frequentava i locali di pertinenza del bidello per fumare in santa pax qualche sigaretta sottratta al  genitore, parimenti di Serilda che aveva lo stesso vizietto. Fecero amicizia, la giovane raccontò che sino alla terza media era stata in un collegio di suore di cui non aveva un buon ricordo. Oddo non vedeva di buon occhio quell’amicizia ma dovette arrendesi dinanzi alla risolutezza della figlia: “Non facciamo nulla di male, Perseo è un ragazzo intelligente e fisicamente non è male.” Proprio quella era la paterna paura, Serilda aveva solo sedici anni ed a qualche sua coetanea, a scuola, era accaduto qualcosa di …non adatto alla sua età! Perseo venne a conoscenza delle vicissitudini della ragazza: una volta per una forte infreddatura si era sentita male ed era stata ricoverata all’infermeria della scuola, verdetto del medico: ‘broncopolmonite basale sinistra’, cura: iniezioni di antibiotico ogni otto ore. Infermiera della scuola una ragazza svedese, Lucia classica bionda con occhi azzurri  eseguiva il suo compito con molta diligenza, dopol’iniezione massaggiava a lungo il sedere di Serilda talvolta andando fuori del…seminato ossia sul fiorellino, sulle tette ed infine baciandola in bocca, una lesbica a cui la studentessa non aveva avuto il coraggio di opporsi ma quell’esperienza non era stata di suo gradimento, lei era sicuramente etero anche se non aveva avuto esperienze con un …coso maschile. Un giorno Perseo capì che il ‘frutto’ era maturo  ed anche per l’assenza in classe del professore di materie letterarie condusse Serilda a casa sua, in via S.Martino dove la ragazza, un po’ spaventata prese visione per la prima volta di un ‘marruggio’, per dirla alla contadina, che la mise ‘in pensiero’ paragonando il calibro alla sua ‘piccolina’. Alberto fu intelligente glielo mise solo in mano con l’ovvio finale di uno zampillo latteo. Anche mammina Dalida aveva problemi in quel campo. Stanca dei volenterosi e robusti figli di contadini voleva provare qualcosa di ‘meno grezzo’ e chiese al marito di potersi fare visitare da un ginecologo, chi meglio di Rolando padre di Perseo? “Gentile signora lei ha la vagina molto infiammata, usi questi ovuli che le prescrivo e dica a suo marito di ‘andarci piano!” Ma quale marito, Oddo era quello di una al mese quando andava bene, anche quella era poco soddisfacente per la signora ma le qualità ‘argentee’ del consorte la inducevano ad accontentarsi in quel campo. Dopo quindici giorni Dalida si ripresentò dal professor Rolando che: “Finalmente signora tutto a posto!” “Che ne dice di provarmelo, non vorrei che…” Dalida  voleva la prova subito, Rolando chiuse la porta d’ingresso dello studio a chiave e provò, a lungo che la sua diagnosi era stata esatta. “Dopo circa mezz’ora: “Professore che ne dici di altra visita fra una settimana?” Rolando piuttosto esausto: “Facciamo quindici giorni, ho molto lavoro!” Cristiana aveva avuto molto successo con una sfilata di modelli maschili ad Ancona, successo per lei più piacevole perché aveva conosciuto un modello di nazionalità francese, molto raffinato che con quella sua erre moscia l’aveva conquistata. “Caro questa sera resto ad Ancona, devo prendere accordi con dei clienti stranieri che domani debbono ripartire.” “Va bene cara, divertiti!” Rolando era a conoscenza delle scappatelle della consorte, lui la ripagava di ugual moneta ed erano ambedue ben contenti di essere una coppia aperta. Niente di nuovo sotto il sole, nei secoli la storia si era ripetuta e così: ‘Passa un giorno, passa l’altro Alberto imitò il prode Anselmo ma al posto di mettersi l’elmo incappucciò il suo uccellone con un condom al fine di evitare non graditi imprevisti, Serilda al massimo dell’eccitazione non ebbe molti problemi e da quel momento…vai alla grande! Chi aveva problemi era invece suo padre Rolando ossessionato sempre più dalle richieste sessuali di Dalida, allo stremo delle forze e della pazienza pensò ad un escamotage: assunse una infermiera anziana che era presente ad ogni visita a Dalida la quale, capita l’antifona ritornò ai rapporti con giovani e gagliardi campagnoli. Dall’alto dell’Olimpo Hermes contemplava lo spettacolo dei cinque con compiacenza da guardone,  anche lui aveva partecipato in parte alla loro felicità.

  • 24 maggio alle ore 16:30
    IL POLIANESIMO

    Come comincia: Sin dai tempi che furono i nostri antenati cercarono qualcuno al disopra di loro a cui credere, delle leggi a cui ubbidire, delle disposizioni da seguire per evitare dissidi e disaccordi e condividere le esperienze di vita, l’amore e le sofferenze. In seguito a ciò nei secoli sono nate circa centotrentasette religioni, quelle più seguite,  di cui sette cristiane. Ovviamente ciascun adepto afferma che la sua è quella giusta, facendo sorgere guerre infinite come nel Medio Evo quelle tra cristiani, ebrei e musulmani tuttora in atto. Il Polianesimo, invece, è condividere le esperienze di vita, l’amore e le sofferenze, educare i bambini alla felicità e non alla perfezione. Secondo questa teoria l’amore vero non è mai a due, c’è sempre un terzo e questa è la vita reale. Quando c’è l’more non c’è presunzione o egoismo, non c’è pigrizia né ignavia. Quando c’è l’amore non servono le parole, gli atti d’amore sono un inno alla vita. Il Polianesimo invita a rompere gli schemi a rinnovare l’amore con coraggio altrimenti si arriverà alla sconfitta. Occorre  aprire le confessioni con noi stessi e con chi crede in noi. Occorre guardarsi da vicino e vedere la nostra immagine negli occhi degli altri ed osservarli  senza possederli. Occorre amarsi tutti insieme anche solo analizzando la bellezza del silenzio ed amandosi donandosi a tutti. Ma ci sono dei distinguo: le masse saranno sempre al disotto della media, le barriere del sesso dovranno cadere e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo le decisioni circa le cose più importanti a molti incapaci. Sarà la punizione del principio di democrazia attratto dall’eguaglianza che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di diventare uomo ed il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’eguaglianza andrà in pezzi perché non riconosce la disuguaglianza di valori, di merito, di esperienza, la fatica individuale, culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. Questo ci ha insegnato Henri – Frédéric Amiel già nel 1871. Teoria saggia e suggestiva ma che era stata interpretata ‘pro domo sua’ da Alberto che a Messina aveva creato un circolo a nome ‘I Polianisti’. Secondo il fondatore del club gli associati dovevano avere le caratteristiche dei gaudenti, insomma essere edonisti, sibariti, viveurs e libertini. Altra caratteristica importante, ma non ultima, avere una buona disponibilità finanziaria. Ma chi era quel furbacchione di Alberto? Un ex maresciallo quarantacinquenne della Guardia di Finanza che, stanco dei ‘signorsì’ e delle regole della vita militare, con furbizia aveva dato la stura alla sua vera natura di gaudente ma non quella fondata nel 1260 in onore della B.V. Maria! Il locale scelto uno di quattrocento metri quadrati in viale Europa il cui proprietario e suo amico, Franco, aveva voluto condividere l’esperienza di Alberto per una sfida alla città molto dedita a riti cristiani, a processioni ed a festeggiamenti in onore di vari santi.  Con i soldi della liquidazione Alberto aveva sistemato in modo  moderno il locale dividendolo in varie salette, in fondo un bar ben fornito a cui erano addette due ragazze giovani abbigliate in modo sexy, all’ingresso lo stesso Alberto coadiuvato da Audrey, sua convivente vestita in modo inappuntabile ed elegante. Franco aveva provveduto a segnalare ad Alberto un buttafuori nella persona di un etiope Kamali, di un metro e novanta di altezza, centoventi chili di peso e di pelle non molto scura, sicuramente un incrocio tra una italiana ed un indigeno. L’apertura del locale era stato reclamizzato sia da un giornale che da una radio locale.  Alle diciotto del giorno prescelto già molte persone erano entrate nel locale spinti dalla curiosità, alcune conoscevano di persona Alberto ed avevano portato delle piante in omaggio. Audrey era la vera attrattiva del locale: francese di nazionalità, alta, longilinea, corpo da modella, espressione del viso accattivante. Di passaggio  a Messina era stata affascinata sia dalla divisa che dal ‘savoir faire’ di Alberto e gli era rimasta accanto. Uno stereo con altoparlanti in tutto il locale diffondeva musica di altri tempi a basso volume: Sinatra, Armstrong, Hallyday, Buongusto, Ellington, gli indiavolati ritmi moderni erano stati volutamente banditi, in giro c’erano pochi giovani che l’avrebbero apprezzata. Molti dei presenti si conoscevano, si formarono alcune coppie soprattutto di attempati signori con ragazze più giovani, le consorti per ripicca avevano preso la stessa via, gli ampi divani accoglievano molte persone che gustavano dolci e bevande, perlopiù champagne che alcuni camerieri distribuivano agli invitati. Da precisare che furbescamente Alberto aveva posto vicino ad Elvira, signora addetta al guardaroba un cartello in cui si invitavano i signori e le signore ad iscriversi al club ‘Il Polianista’ anche se la maggior parte dei presenti non aveva la minima idea di che si trattasse, prezzo dell’iscrizione: ‘Facoltativo.’ Questa ultima era stata una furbata dell’ex maresciallo che in tal modo faceva i conti alla rovescia nel senso che stabiliva in anticipo il guadagno del locale per poi detrarre tutte le spese. (caina docet!) Visto l’ambiente signorile alcuni dei presenti chiesero ed  ottennero la tessera di socio. Unica prescrizione essere maggiorenni; orario di apertura tutti i giorni dalle ventidue alle tre di notte escluso il lunedì. Qualcosa di particolare accadde: Kamali dopo un mese che era in servizio si presentò con un elegante vestito cucito su misura per la sua mole con scarpe di Varese e cravatta di un maestro napoletano, provenienza del denaro per l’acquisto? Sicuramente qualche signora un po’ attempata che aveva gradito le prestazioni del giovane africano. Il destino, non controllato, more solito da un Hermes distratto da avventure sessuali, mise in atto un principio del Polianesimo: ‘L’amore vero non è mai in due, c’è sempre un terzo ed è la vita reale.’ La differenza era che nel Polianesimo si parlava di amore spirituale, quello che avvenne ad Alberto invece riguardava il sesso. Durante una sua assenza da Messina per  la visita a Pesaro alla mamma  ammalata, era accaduto che al club si era presentato Andrè un signore francese in Citroen DS 21 che aveva intrapreso una conversazione in madre lingua con Audrey cui era venuta un po’ di nostalgia del suo paese. Col cellulare Audrey si sentiva ogni sera alle ventuno col convivente. La mancanza di collegamento telefonico all’inizio non fece pensare male ad Alberto ma dopo tre giorni… “Franco vedi di contattare Audrey, non riesco a collegarmi con lei, non vorrei che stesse male.” Ma quale male, la francesina, oltre alla nostalgia forse sentiva la mancanza di qualcosa di francese, passava la giornata in compagnia di Andrè. ”Alberto vuoi la verità oppure…” “Franco non la fare lunga, ormai mi conosci.” Alberto fu messo al corrente dei fatti accaduti, in fondo si immaginava qualcosa del genere ma averlo per sicuro…Con la A.R. Stelvio in nove ore, traghettamento compreso giunse a casa in viale dei Tigli dove non trovò Audrey ma un suo biglietto. ‘Sai qual è il numero perfetto?’ Pure spiritosa la francese. Le boutades erano il pane quotidiano di Alberto, stavolta le apprezzò un po’ meno ma fece buon viso…Squillo del telefonino: “Caro sono in compagnia di un mio paesano di Nizza, come te è appassionato di Formula Uno, quando puoi vieni al club, se nei giorni passati non mi hai raggiunto col cellulare era perché eravamo in luoghi dove non c’era campo.” Pensiero di Alberto: ‘scusatio non petita…’ Andrè era il titolare della Delegazione Francese dell’Ambasciata a Messina, aveva l’aria del classico gallico francese: media statura, baffetti alla Menjou, capelli impomatati con riga laterale, uno stemma sulla cravatta, vestito a righe verticali. “C’est un plaisir mon ami, spero imparare molto presto e bene italiano.” “Qualcun’altra cosa l’hai imparato grand fils de pute”, pensiero di Alberto che riuscì anche sorridere. “Hai un locale elegante con una stella che brilla al centro, la nostra cara Audrey mia vecchia compagna di scuola che il destino ha voluto farmi incontrare.” Aveva ragione il nizzardo, la ragazza brillava in tutta la sua bellezza, capelli castani sino alla vita, corpo favoloso, viso incantevole, tette e gambe invidiabili, avrebbe fasto arrapare anche un anacoreta! “Tout le monde à manger, anfitrione moi!” Almeno non era uno scroccone. Audrey scelse ‘La risacca Dei Due Mari’ a Torre Faro località che raggiunsero con la Citroen di Andrè, seduti davanti i due maschietti, dietro, al centro la giovin signora che aveva appoggiato le braccia sulle spalle dei due, un chiaro invito? Alberto: “Non parlare francese altrimenti ci prendono per turisti e ci spelano, io conosco il padrone: “Caro Cola i miei amici  hanno sentito parlar bene del tuo ristorante, siamo qui affamati.” Cola si  fece onore: gamberi impanati, alici marinate, linguine cozze e vongole, trancio di pesce spada. Andrè alzò le mani in segno di resa, solo un’ananas ed un caffè. Vedendo che chi pagava era il francese, Cola non perdonò e lo ‘spelò’ ma evidentemente l’anfitrione non aveva problemi finanziari, pagò senza una piega e lasciò pure una lauta mancia, la ‘cosina’ di Audrey cominciava a costargli un po’ troppo! Ad Alberto chissà per quale strano collegamento venne in mente e declamò una frase del poeta romanesco Trilussa di cui  era grande ammiratore: ‘Se insisti e resisti raggiungi e conquisti.’ “A chi è diretta la citazione?” “A voi due, andiamo a casa mia e approfondiremo il concetto.” “Mes félicitations, hai una dimora meublè avec gôut, le lit double est vraiment grand!” Alberto: “Doit contenir trois personnes!” Adrey prese in mano la situazione: “Alberto mi ha raccontato di una trasmissione televisiva in cui due uomini si contendevano ‘le grazie’ di una fanciulla la quale dichiarò di amarli entrambi e di non volerne fare a meno di uno. I due maschietti facendo riferimento alla loro mascolinità offesa dichiararono che mai avrebbero accettato il trio, la ragazza li guardò in viso e: “Siete due esseri piccoli e meschini, auf wiedersehen trottel!” “La ragazza era, oltre che tedesca anche anticonformista ma aveva incontrato due trottel, tradotto imbecilli, siete voi trottel?” Audrey aveva dimostrato una furbizia diabolica, aveva fatto capire  che era suo desiderio avere rapporti con ambedue sempre che non si fossero dimostrati dei conformisti. Situazione chiarita, Audrey non avrebbe avuto problemi di pudicizia anzi avrebbe gradito ‘la vicinanza’ di ambedue contemporaneamente ma Andrè: “Io mi vergogno di farmi vedere nudo da Alberto…” “Allora io ed Alberto andremo sul lettone e cominceremo a far l’amore senza di te che farai il guardone a meno che tu non accetti un compromesso: io al centro del lettone: uno dei due si interessa della mia parte superiore sino all’ombelico, l’altro della parte inferiore.” Andrè capì che per lui era l’ultima chance e poi avrebbe dovuto ‘togliere le tende’, scelse la parte superiore ed iniziò dalla bocca di Audrey per poi soffermarsi a lungo sulle tette. Alberto  rivelò per la prima volta la sua propensione al feticismo, i piedi di Audrey erano veramente bellissimi lunghi e stretti, le unghie laccate con uno smalto rosso. Finito il periodo feticista Alberto si rivolse alla ‘gatta’ pelosissima che stava avendo degli orgasmi multipli alla grande prima che Alberto prendesse in bocca il clitoride: “Audrey che sta succedendo?” “Sono molto sensibile ai baci sulle tette, Andrè è un mago.” Ci mancava pure il mago delle tette, Alberto pian piano prese possesso della ‘gatta’ che  cominciò a dar ‘segni di vita’, lui era diventato anche il mago del clitoride. Il francese ogni tanto rientrava a Nizza per far visita ai suoi ma fece sempre ritorno a Messina, si era innamorato profondamente di Audrey come pure Alberto che talvolta si interessava, come da accordi, alla parte superiore della ragazza e vissero…come gli altri esseri umani non innamorati. Finita la fase dei cuoricini, degli arcobaleni e dei coniglietti ci si ritrova ‘rari nantes in gurgite vasto’ invecchiati, infelici e scontenti con tutte le problematiche che hanno gli esseri umani,  il ‘claim’ ‘felici e contenti è una bugia che ci raccontano sin da piccoli!’

  • 24 maggio alle ore 9:07
    Percorsi

    Come comincia: Con la vecchiaia ho preso l'abitudine di sedermi sul divano dopo pranzo, col mio sgabellino per i piedi, la testa appoggiata allo schienale e gli occhi chiusi. A volte mi addormento, altre lascio che i pensieri scorrano liberi. Ieri, appena chiusi gli occhi, l'ho vista, sempre presente sull'orizzonte, la striscia d'asfalto, una bella strada larga, comoda, luccicante, e mai raggiunta. Già, mai raggiunta. Ma ho mai veramente desiderato raggiungerla? Ostaggio di viole, more di gelso e biancospino, io ancora percorro viottoli sterrati di sassi e d'erba. Viottoli dove bisogna camminare lentamente perché accidentati, ma anche perché ad ogni passo potrebbe esserci un'insidia, oppure una curiosità. Sentieri dove si incontrano poche persone, ma capiamo che queste poche persone, se sono lì, in qualche modo ci assomigliano. Forse no, non ho mai desiderato raggiungere la larga strada asfaltata, troppo comoda, troppo veloce, per poter favorire certi incontri.
    Mentre dipanavo questi pensieri ho sentito una presenza. Ho aperto gli occhi e c'era Paolo davanti a me.
    -Dormivi?
    -No, stavo percorrendo il sentiero dove ti ho incontrato.
    -Cosa?
    Eh sì, buonanotte! Dimenticavo che è sordo. Ahahahahahah!

  • 12 maggio alle ore 14:16
    Ciao Mamma

    Come comincia: Pensare alla mamma oggi è inevitabile, e io mentre facevo il caffè pensavo alla mia. Aveva una bellissima calligrafia, cantava bene, suonava il piano a orecchio, era l'empatia personificata, e allevava sei figli. Si esprimeva molto bene, ma a scuola non era andata più di tanto, era ironica acuta e pungente, e appena apriva bocca la sua toscanità esplodeva catturando l'attenzione. Anche se l'ho persa prima di diventare adulta, sono convinta di avere assorbito molto di più dalla sua ignoranza illuminata, che dalla geniale intelligenza di mio padre. Ciao mamma 

  • 07 maggio alle ore 17:54
    CHI LA FA...

    Come comincia: Fausto si considerava un uomo fortunato e lo era. Appena laureato in medicina e poi specializzato in ortopedia e traumatologia era stato preso sotto l’ala protettrice di Alessandro celebre chirurgo di quel settore che era il primario ed il padrone  della clinica privata San Francesco in viale Principe Umberto a Messina. Il motivo di tanta benevolenza? L’essere molto bravo nel lavoro in cui si impegnava anche partecipando a congressi nazionali e  internazionali,  di parlare correttamente il francese, l’inglese e lo spagnolo, quest’ultima lingua di famosi chirurghi ortopedici. Ambra, la figlia  di Alessandro, era impiegata  ufficialmente nel settore di amministrazione della clinica, in verità in ufficio ci si recava ben poche volte impegnata in ‘approcci ravvicinati’ col personale maschile della Casa di Cura. Quella ‘qualità’ era stata da lei ereditata dalla madre dal nome di origine greca di Artemide, per i romani Diana, dea dedita alla caccia, nel caso in esame alla caccia di maschietti. Artemide non era una gran bellezza, piccola di statura ma dal corpo armonioso aveva un passo deciso da militare e quando desiderava una cosa  l’otteneva, uno dei suoi maggiori desideri erano quelli relativi alle prestazioni di sesso di cui aveva fama di essere particolarmente dotata. Aveva ‘messo gli occhi’ su Fausto, dal fisico vigoroso che non la considerava perché impegnato nel lavoro e nello studio. Figlio di una coppia modesta, padre falegname, madre casalinga conosceva bene il significato della parola sacrificio che soprattutto i suoi avevano compiuto per farlo studiare sino alla laurea. Fausto era stato messo in cattiva luce col marito Alessandro da parte di Artemide per quel rifiuto ma il titolare della clinica, conoscendo bene la consorte non se n’era dato per inteso. Un mattina, cosa insolita, in ufficio era presente Ambra particolarmente allegra ed in piena forma, in quel momento stava mettendo in mostra  le qualità del suo nome che significava ‘avere capacità comunicative di chi sa imporre le proprie idee.’ Chi gli capita in ufficio? Fausto  che aveva bisogno di conferire con lei per organizzare un’operazione chirurgica di particolare difficoltà. “Tó che si vede, il secchione amico di papà e forse di mamma, che posso fare per te?” ”Dato che hai preso tu l’argomento vorrei diventare amico tuo ma vedo in giro troppa concorrenza!” “Dove sta il tuo spirito di iniziativa, come uomo sei pregevole, ti piace l’aggettivo pregevole, quando vuoi sono addisposizione come da dialetto messinese.” “Devo chiedere l’autorizzazione a tuo padre, abbiamo…” “Basta fare il cagnolino obbediente, ti porterò in un locale favoloso a Catania dove mi dicono si mangia benissimo, mi sembra che tu abbia bisogno un po’ di nutrimento, ci parlo io con mio padre.” E così fu, Fausto giunse a Galati Marina nel cortile della villa  della ragazza con la sua Cinquecento un po’ datata. Ambra: “Dove vai con stá carriola, entra nella mia Stelvio, guida tu almeno fai la figura del ricco  sportivo che dall’aspetto non mi sembri.” Fausto dimostrò il contrario partendo con una sgommata  e, presa l’autostrada seminò tutte le auto dinanzi a lui.” “Va bene, hai dimostrato che sei un nuovo Schumcher, entra nel casello di Taormina, ci rechiamo in un  ristorante che non conosco, me l’hanno magnificato, si chiama ‘Porta Catania.’ Il locale dava l’impressione di essere il proprietario persona dai gusti raffinati, si trattava invece di una signora che si presentò al tavolo dei due,  era una donna elegante, robusta, capelli corti, palestrata sguardo intenso insomma decisamente mascolina. “Sono Ellen, è un piacere accogliere una sí bella coppia, specialmente lei madame con quegli occhi verdi ed il fisico longilineo, se me lo permettete provvederò il al menù e vi farò compagnia al tavolo.” Fausto ed Ambra si guardarono in viso ridendo, una vera dichiarazione di ammirazione. La proprietaria aveva colto nel segno, Ambra era bellissima in un tubino nero, di altezza superiore alla media spiccava per beltà sulle altre signore del locale. Nel frattempo si era avvicinato al tavolo un giovane che: “Cara Ambra è un bel po’ che non riesco a rintracciarti né in casa né in ufficio…” “Ecco bravo non rintracciarmi mai più anzi fai una cosa: fai a farti fottere!” Il cotale guardando la stazza di Fausto, con la coda fra le gambe andò a ‘farsi fottere’. “Uno sciocco non ricordo nemmeno come si chiama in ogni caso non si infastidisce una signora che è in buona compagnia.” “Grazie per l’aggettivo buona allora ho qualche speranza?” “Sei spiritoso, ti rispondo che dipende da te, se troverai del tempo per coccolarmi senza andare in clinica…” “Ho molte ferie arretrate, tuo padre non mi dirà di no, spero di avere un mese libero, abito in via Santa Maria dell’Arco, mi vien da ridere dato che sono ateo ma da queste parti si pensa molto alle chiese, alle cerimonie religiose, alle feste che mobilitano l’intera città e villaggi, a processioni con grande partecipazione popolare senza pensare a migliorare la vita dei cittadini. Un mio amico, direttore di  banca mi ha confidato che ci sono a Messina perlomeno dieci persone molto ricche che preferiscono tenere i soldi in titoli piuttosto che rischiare creando posti di lavoro..scusa ma talvolta mi lascio prendere dalla foga, pensiamo a noi.” Un cameriere in divisa portò in tavola tante qualità di pesce, dalle aragoste, ai calamari, alle spigole alle sardine. I due fecero onore alla cena sino al classico ananas seguito da un caffè di qualità arabica veramente eccellente.  Nel frattempo era accaduto qualcosa di non previsto: Ellen, seduta al tavolo aveva messo un suo piede fra le gambe di Ambra che si mise a ridere fragorosamente attirando l’attenzione dei clienti del ristorante. “Cara Ellen non ti offendere ma io amo i piselli soprattutto quelli grandi ed in forma, i fiorellini non sono di mio gusto!” Ellen era sparita in fretta, per lei non c’era trippa pé gatti come si dice a Roma. Ambra stavolta prese lei il volante della Stelvio senza spingere troppo forte sull’acceleratore, allungava la mano destra verso la pattuella di Fausto. Il sottostante ‘ciccio’ alzò la testa facendo ridere Ambra: “Volevo vedere come reagivi…” “Insomma prima di acquistare assaggiare la merce!” “Non la mettere così, mi sei piaciuto appena ti ho visto ma tu eri ‘in tutt’altre faccende affaccendato…’” “’a questa roba morto e sotterrato’ conosco la poesia del Giusti. “Pace.” “Pace.”D’iniziativa di Ambra un bacio ricompose la controversia fra i due. “Andiamo nella mia villa, ci sono tre piani e nessuno ci disturberà, ti darò un pigiama di mio padre.” “Allora hai deciso di…” “Non penso che ti faccia schifo!” “Non credi che siamo un po’ troppo litigiosi, anch’io ti avevo notato ma avevo anche notato una moltitudine di giovani che…” “Esagerato, una moltitudine, manco fossi Messalina!” In camera la scoperta dei due corpi, ambedue bellissimi e soprattutto eccitati, dopo il bidet di rito:’allons enfants de la patrie le jour de la gloire est arrivé!’ Così iniziò la liaison fra i due che giravano per casa senza destare la curiosità dei genitori di lei né della servitù che doveva essere abituata a…Grandi passeggiate nel giardino con annessa uccelliera, amicizia di Fausto col pastore tedesco Full custode dell’abitazione, cene a Taormina in altro locale per evitare le avances di Ellen ma al ventesimo giorno Alessandro:”Giovanotto ti sei rilassato abbastanza, ti aspetta un congresso a Barcellona in Spagna, ci sono novità riguardanti ultime tecniche ortopediche, partirai fra due giorni, fammi sapere.” Era un ordine ed a Fausto non restò che ubbidire. Fu accompagnato all’aeroporto di Catania da un’Ambra rattristata, si era abituata alla compagnia ed alle prestazioni del giovane. Fausto trovò un alloggio già prenotato vicino alla sala delle conferenze, conobbe un luminare del settore tale Rodriguez con cui, dopo le lezioni, scambiava pareri clinici. Al primo week end Fausto fu agganciato da una collega di corso, spagnola, che: “Sono Belinda ti chiedo un favore, vorrei esercitarmi nella tua lingua, non ho tempo di andare a lezione.” Fausto sorrise, capì che la ragazza aveva sfornato una fandonia, parlava perfettamente l’italiano, forse voleva approfondire l’italiano in altri campi. Il suo nome corrispondeva alla sua persona: dolcemente luminosa, la sua conoscenza ne valeva la pena. Belinda fece da cicerone a Fausto che, non molto amante di monumenti, (ce n’erano tanti in Italia), preferì entrare in un  ristorante tipico dove furono accolti da un gruppo di chitarristi che stavano suonando musiche messicane e che s’inchinarono al loro ingresso. Si presentò il padrone del locale: “Bienvenido a mi modesto restaurante, el menú es fijo, solo puedes elergir vino o cerveza.” Belinda scelse la birra, evidentemente voleva avere il partner in piena forma. Andarono nell’alloggio di Fausto e passarono due giorni d’incanto, il lunedì di nuovo lezioni che terminarono il mercoledì; Belinda accompagnò Fausto a ‘El Prat’, l’aeroporto di Barcellona e lo congedò con un lungo bacio di ringraziamento, non avrebbe dimenticato il bell’italiano. Era un luglio afoso, Ambra non sopportava l’aria condizionata dell’ufficio: “Papà vado nell’isola di Panarea in compagnia di alcune amiche, ci rivedremo…non so quando, a te buon lavoro.” Ambra ricordò che Fausto le aveva raccontato quando da giovane studente era andato in gita con la scuola a Panarea ed aveva stretto amicizia con Marina la figlia di un possidente di quell’isola che aveva fatto fortuna acquistando, a poco prezzo le case lasciate libere da abitanti emigrati in Australia. L’isola era diventata famosa allorché il regista Antonioni vi aveva girato il film ‘L’Avventura’ con Monica Vitti e Gabriele Ferzetti. Fausto era rimasto in buoni rapporti con Marina, spesso si sentivano per telefono, era stato  il loro primo flirt e come tutti i primi amori…Durante la permanenza nell’isola Ambra non era stata con le mani in mano nel senso che partecipava a tutte le feste date sulle loro ‘barche’ dai proprietari di yacth ormeggiati in rada ‘conoscendo’ molto da vicino vari maschietti che apprezzavano le esibizioni della ragazza che si era presentata a Marina come ‘molto amica’ di Fausto. Il giovane era rimasto nel cuore della isolana che comprese  che c’era stato del tenero fra i due. Per gelosia, via telefono, fece partecipe  Fausto delle numerose avventure della sua conoscente comunicandogli anche che sarebbe giunta a Messina dove era proprietaria di una abitazione in via Ducezio. Quella telefonata aveva riportato Fausto ad anni addietro quando era ancora studente, una rimembranza gradevole, in passato avrebbe voluto incontrare di nuovo Marina ma causa il lavoro non c’era riuscito, ora… Appuntamento in via Ducezio alle diciassette di un sabato pomeriggio, grande sorpresa: Marina non era più la legnosa teen ager che Fausto aveva conosciuto da giovanissimo, era diventata una donna estremamente attraente oltre che elegantissima. Un abbraccio affettuoso senza parole, ambedue erano rimasti affascinati, seduti su un divano: “Mio caro mi sembra di essere ritornata ragazzina, ti ho sempre ricordato, avevo fatto anche un pensierino di su te ma la morte dei miei genitori per ictus e quella di mio fratello per un tumore oltre che il lavoro per mandare avanti il mio albergo mi hanno distolto, ora ti ho di nuovo catturato e se sei d’accordo…”Un lungo bacio, Fausto era d’accordo. Il giovane pensò bene di informare del suo  legame  Alessandro il suo primario, non voleva avere guai quando Ambra sarebbe venuta a conoscenza del suo nuovo idillio. Alessandro fu d’accordo col suo dipendente, di cornuto a casa sua ce n’era già uno…

  • 07 maggio alle ore 17:45
    LA PROFESSIONE DELLA SIGNORA...

    Come comincia: Tradotta dall’inglese la parola gloom, tristezza,  sembra meno triste ma tale resta! La gloom era la poco piacevole compagna giornaliera di Alberto ultrasettantenne, vedovo che abitava a Messina al quinto piano di una palazzina in viale dei Tigli, panorama anteriore lo stretto di Messina, posteriore un caseggiato piuttosto animato in quanto a femminucce. Alberto oltre che della pensione di ex maresciallo delle Fiamme Gialle disponeva di un notevole gruzzolo di denaro in contanti ed titoli presso una banca locale, soldi ereditati dai nonni. Amante dei motori, sin da finanziere quando guidava per servizio una Alfa Romeo 1900 per inseguire i contrabbandieri di sigarette (erano gli anni cinquanta); nell’acquisto di una nuova auto aveva deciso per una Jaguar X type non apprezzando l’Alfa Romeo 156; in seguito capì che aveva avuto ragione, quel tipo di macchina col tempo era sparita dalla circolazione. Il suo parcheggio era il Cavallotti vicino alla caserma dove incontrava gli ex colleghi che gli facevano i complimenti per la sua aria giovanile malgrado l’età. Alberto  non era d’accordo per un fatto accadutogli. Volendo rinverdire il suo ‘ciccio’ ,aveva acquistato una confezione di pillole blu da usare per l’incontro con una ‘signorina’, di professione mignotta ma male gliene era incolto, aveva cominciato a sudare ed a vomitare…argomento chiuso! Per trascorrere il tempo oltre alla TV ed alla lettura di libri e giornali Alberto usava un vecchio binocolo di notevole potenza ereditato da suo padre; poteva osservare la costa calabrese specie di notte era uno spettacolo che, per la sua illuminazione, poteva assomigliare in piccolo a Rio de Janeiro ma lo spettacolo più interessante era dato nel isolato del retro,  quello  dato dalle abitanti, tutte femmine, che sembravano dare delle feste danzanti o tali sembravano.  Alberto venne a sapere dal portiere del suo stabile, Saro, storpiatura di Rosario, che in quell’appartamento si esercitava il mestiere più antico del mondo. Malgrado le proteste degli abitanti viciniori le autorità nulla poterono in quanto l’abitazione era di proprietà di una signora, probabilmente la maîtresse e le ragazze risultavano residenti a quell’indirizzo come cameriere. D’estate, a finestre spalancate era possibile vedere le ‘signorine girare in casa in topless ed anche nude, Alberto si era scoperto guardone! “Saro col binocolo ho notato nell’appartamento di fronte al mio, oltre alle ragazze c’è una signora sempre vestita che mi sembra controlli il mestiere delle signorine, la conosci?” “Certo che la conosco e conosco anche tutta la sua storia: si chiama Naomi, dovrebbe avere circa quaranta anni, è vedova, suo marito si è suicidato quando, da giocatore incallito, ha perso tutti gli averi al tavolo verde. La signora era abituata ad una vita di lusso, per recuperare il suo stato e per non fare la prostituta ha preferito metter su una casa di appuntamento a cui però si accede solo se conosciuti dalla dama ed a prezzi altissimi, non penso le interessi.” “Pura curiosità Saro, mai pagato in vita mia le femminucce.” Hermes, protettore di Alberto si accorse della situazione e decise…Una mattina uscendo dal cortile per immettersi sulla circonvallazione Alberto toccò con la parte anteriore sinistra della Jaguar quella di una signora che anch’essa si stava dirigendo, piuttosto velocemente, verso la circonvallazione. Scesi dall’auto i due si guardarono e poi: “Signore le chiedo scusa, ritengo sia colpa mia dell’incidente, provvederò con la mia assicurazione.” “Se me lo permette sarò io a pagarle i danni, da vecchio gentiluomo…” “Questa è si una novità piacevole, oggi di gentiluomini in giro ce ne sono ben pochi, io vado al centro e lei?” “Anch’io, devo acquistare un cappello nuovo, posteggio al Cavallotti e poi pedibus calcantibus.” “Questa è la mattinata delle sorprese anche un cultore della lingua latina, anch’io ho frequentato il classico, posteggiamo al Cavallotti e poi, se lo gradisce andremo insieme al centro.” Come rifiutare un invito di una dama di classe, di bell’aspetto e che dimostrava una forte personalità, proprio il tipo di donna di gradimento del non più giovin signore. Entrati nel negozio di Barbisio, il commesso conoscendo Alberto chiamò Augusto, il titolare che si presentò sorridendo e prendendo la mano alla signora per un finto baciamano, evidentemente voleva far colpo sulla dama poi: “Maresciallo in cosa posso esserle utile?” “Mi sono congedato, ora sono Cavaliere della Repubblica con tanto di medaglie, vorrei acquistare un nuovo cappello di gradazione grigia,  come vede il vecchio ha fatto il suo tempo.” “Ne abbiamo di ultima collezione, se non erro lei ha la misura cinquantasei.” Mentre Albero allo specchio si provava i cappelli Augusto ‘mitragliò’ di domande Naomi che sorrise ben comprendendo dove il cotale voleva andare a parare, sapeva che Alberto era vedovo e quindi… Ma  male gliene incolse: ”Signor Augusto questa è la mia fidanzata, la inviterò alle nostre nozze dato che vedo che è di suo gradimento.” Il negoziante prese il denaro, staccò lo scontrino e sparì nel retro. “Credo che sarò costretto a fare il cane da guardia, lei attira i maschietti come il miele le api, un ape regina…” “Lei è una persona piacevole e divertente mi pare abitiamo vicino, oggi le mie ragazze sono di libertà e quindi io mangio al ristorante, se lei vuol farmi compagnia…” “Non ho molto appetito ma se lei insiste…” Gran risata di Naomi “Lei è un bel tipo, proprio uno di quelli che ammiro, odio i musoni, lei…” “Ho capito, vuol farmi arrossire ammesso che alla mia età…” Nel frattempo i due erano giunti ad un ristorante in via dei Mille. Naomi aprì la porta d’ingresso e si diresse verso una saletta interna: “Io qui sono di casa, il proprietario mi ha autorizzato ad usufruire di questo posto riservato, è nato in Francia da genitori di origini messinesi, è ritornato nella città di origine dei genitori alla loro morte, è un amico. Alain un uomo di mezza età, non alto, elegante si presentò subito: “Madame quel plaisir, non vedo le ragazze.” “Sono andate in gita sull’Etna ho con me Alberto un amico.” “ Gli amici di madame sono miei amici, provvedo subito à votre déjeuner.” “Penso sia frequentatore delle ragazze.” “No, ha gusti particolari.” Il pranzo era eccellente dalla pasta alle vongole all’aragosta il tutto ‘innaffiato’ con un Etna secco che rese più intima l’atmosfera fra i due. Naomi alla fine delle libagioni prese una mano di Alberto: “È la prima volta dopo  la morte del mio consorte…mi sembra di conoscerti da sempre, non socializzo facilmente con gli uomini e sto meravigliando me stessa. Sicuramente il custode Saro, da buon portiere ti avrà messo al corrente della mia situazione, dopo la morte di mio marito i creditori  hanno prelevato tutti i suoi beni, per mia fortuna avevo fatto mettere a mio nome la casa con i mobili e la macchina Lexus, quello che accade a casa mia lo sai, ed ora vorrei visitare la tua, in quella mia non invito nessuno se non i clienti delle ragazze.” Girando nei locali dell’abitazione di Alberto Naomi: “C’è molto buon gusto, nell’arredamento si vede la mano di un donna, hai anche la fortuna di un paesaggio meraviglioso, vorrei vederlo di notte…” Naomi si era sbilanciata con meraviglia di se stessa, era molto tempo che non ‘frequentava’ maschietti, forse troppo, andò in bagno e ritornò con indosso un accappatoio di Alberto che: ”Sento il profumo di donna come da celebre film, mi piacerebbe…” Il corpo della quarantenne Naomi era ancora in eccellenti condizioni, Alberto si ritrovò ‘ciccio’ armato che usciva dalla sua vestaglia, non sapeva che fare o meglio…Una risata da parte di Naomi che.”Vedo che ancora…prima di un incontro ravvicinato vorrei abbracciarti ballando, da giovane era la mia professione non quella della signora Warren.” Il ballo durò poco, fu interrotto da un passaggio sul lettone …Naomi: “Per favore sii delicato, è molto tempo che la mia ‘topina’ non ha ospiti.” In quell’incontro c’era molto più che del sesso: un sentimento complesso di attrazione, di piacere, di gioia, di emozioni che avevano portato Naomi alle lacrimucce. “Devo esser diventato patetico se riesco a far piangere una signora!” “Sciocco è felicità ritrovata dopo tanto tempo, ormai sai che non ti mollerò mai più!” Alberto aveva iniziato una nuova vita ma nell’animo era rimasto un vecchio ‘tombeur des fammes’, aveva chiesto di conoscere, solo conoscere, le ragazze della sua amante ottenendo un netto rifiuto iniziale poi insiti, insisti: “Va bene vieni domattina alle undici quando le ragazze sono presentabili, non ti faccio nessuna raccomandazione.” “Le raccomandazioni sono proibite dalla Costituzione!” “Fai lo spiritoso, guarda queste unghie!” “Sono bellissime di un rosso chiaro e…” “e molto appuntite!” Alberto la mattina dopo ebbe il piacere di conoscere Isabella, Monica, Manuela ed Ornella, quello che più lo colpì era il, colore dei loro capelli ognuna di tonalità diversa: da castano, a biondo da rosso ad azzurro, un caleidoscopio. Alberto aveva ripreso lo spirito di una volta, voleva vedere la reazione di Naomi ad una sua provocazione: “Ragazze sinceramente non saprei chi di voi scegliere, dipende dal vostro odore.” “Tutte e quattro gli si gettarono addosso quando si intromise la padrona di casa che preso Alberto per il collo gli fece  sentire le unghie sul pomo di Adamo, fine della sceneggiata. Alberto non partecipò al pranzo, dopo erano in arrivo dei clienti e quindi fu costretto ad abbandonare il campo. Nel rientrare a casa incocciò Saro:”Cavaliere com’è andata, spero bene!” “Caro Saro sono diventato monogamo, di proprietà dico proprietà della padrona di casa, niente svirgolate con le ragazze anche se ne varrebbe la pena…” ”Non si lamenti, ha a disposizione un gran pezzo di gnocca, pensi a me che debbo accontentarmi di una racchia perdipiù lamentosa, ringrazi Iddio!” “Saro sono pagano, ringrazierò Hermes che sicuramente in questa storia ci ha messo lo zampino!”

  • 07 maggio alle ore 16:49
    A lui dispiace

    Come comincia: "A lui dispiace".
    E' sua madre a pronunciare questa frase. Già da un bel po'.
    "Lui soffre per questa situazione", continua.
    Ma la mammina se le inventa le cose o ci crede veramente?
    Oh, sì! Oh, come soffre! 
    La prima estate che lo vidi un po' più tranquillo fu nell'agosto 2011.
    Non trattava con sgarbo il proprio figlio, era paziente, gli spiegava le cose.
    Osservai la cosa con la moglie che spiegò: "Il bambino lo ha conquistato con la sua dolcezza".
    Sarà. 
    Io pensai che probabilmente gli psicofarmaci avevano cominciato a fare effetto e/o, vedendomi atterrata, si era messo un po' più il cuore in pace.
    A lui dispiace.
    Gli chiedo di darmi qualche lezione di guida.
    La prima sarà anche l'ultima. Si mette ad urlare come un ossesso perché non so guidare. Se avessi saputo guidare non avrei avuto bisogno di lezioni.
    A lui dispiace.
    Un fine-settimana che è in zona si lamenta con me che non gli facciamo sapere quello che succede da noi.
    La settimana dopo succede qualcosa e, ligia alle indicazioni ricevute, lo telefono e lo informo.
    <<Io con i vostri problemi non voglio essere scocciato>>, è la replica che ricevo.
    A lui dispiace.
    Gli chiedo di dare un passaggio dalla capitale a casa a me ed ad alcuni miei colleghi. Non avrei dovuto, gli seccava giustamente l'aspetto economico.
    Per tutto il tragitto ebbe un atteggiamento taciturno, ostile e guidò come un pazzo.
    I miei colleghi naturalmente notarono la cosa.
    "Chistu nun sta bbene", si leggeva sulle loro fronti e nei loro occhi.
    A lui dispiace.
    E' estate. Siamo tutti alla casa al mare dei nostri genitori. Inclusa la sua famiglia e la famiglia della sua compagna. Per cena decidiamo di andare a prendere delle pizze. Nostro fratello minore prende la consegna e va con l'auto. Al suo rientro, la tragedia. La pizza per la sua bella non è quella richiesta dalla sua bella. Diventa un orco. Si mette ad urlare ed ad infierire contro il fratello minore, nemmeno avesse commesso chissà quale mortale scempiaggine. Hai voglia la compagna ad intervenire: "Va bene così, non fa niente". Continua ad aggredire il fratello minore che oltretutto non sta nemmeno bene. Quando finalmente la pianta, il suo bambino ed il cuginetto, entrambi di due anni, lo imitano digrignando i denti come lupi.
    A lui dispiace.
    Mi aggredisce senza motivo perché è convinto di una cosa sbagliata, ma anche se avesse avuto ragione non avrebbe avuto alcun diritto di aggredirmi.
    Nemmeno quando è dimostrato che avessi ragione io, si preoccuperà in seguito di chiedermi scusa.
    A lui dispiace.
    Mi occupo da sola di mio padre. Lui arriva e mi aggredisce.
    A lui dispiace.
    E non chiede scusa, nemmeno dopo che il dottore lo convoca e gli ingiunge: "E lasciate in pace questa povera signorina".
    A lui dispiace.
    Si presenta non invitato e dice con sicumera al medico che di tutto può occuparsi lui.
    Trovo una dottoressa di cui mi fido.
    Si mette in mezzo, dà per telefono della stronza alla dottoressa e ribadisce che di tutto si occuperà lui però con l'altro medico. I medici acconsentono. La sera dopo si presenta tutto spaventato a casa mia per chiedermi di occuparmene io ma con i medici che dice lui. Probabilmente sono esausta: non ce la faccio a riprendere in mano la situazione. Me ne posso occupare io, ma con la dottoressa. A lui non sta bene e mi accusa di essermene lavata le mani. Ed è così. Mi ero stancata di essere aggredita perché mi assumo le mie responsabilità.
    A lui dispiace.
    Il suo cuginetto prederito si lamenta con lui di me e di mio marito.
    Lui telefona alla mamma e chiede informazioni su di noi.
    Pochi giorni dopo dice a mio marito che gli accenna qualcosa: "Io i fatti vostri non li voglio sapere".
    A lui dispiace.
    Gli dico che se continua a frequentare quella gente come niente fosse senza rimproverarli per le loro azioni, senza pretendere rispetto per la sorella e per il padre, quelli avrebbero fatto sempre peggio.
    Si offende.
    "Mi ha offeso!" è una delle frasi preferita dello zietto con il quale condivide parte del nome. Destino di un nome.
    A lui dispiace.
    Un avviso esposto offende il cuginetto.
    Lui, che i fatti nostri non li vuole sapere e non ha mai rimproverato cugino e zio, irrompe in casa mia e, senza nemmeno accomodarsi, mi fa il terzo grado.
    A lui dispiace.
    Quella linguaccia del mio medico curante, che avrei potuto denunciare per violazione del segreto professionale (ma che naturalmente non poteva sapere dello stato di tensione e di diffidenza in famiglia), gli dice che secondo lui devo operarmi e che io nicchio.
    Viene a farmi visita, fintamente sollecito. Non s'informa sul motivo per cui dovrei operarmi. Non mi chiede niente. Invece è molto interessato alla stanza da cucina che mio marito ed io, senza figli, abbiamo interamente ristrutturato.
    A lui dispiace.
    Viene a trovarmi in ospedale dopo l'intervento e si siede con la placida soddisfazione indifferente di un generale crudele che vede atterrato senza fatica il proprio nemico.
    A lui dispiace.
    Il salsicciotto che hanno rilevato nel mio addome un paio di anni prima è diventato un palloncino. Ci sono due specialisti che mi hanno offerto di ricoverarmi per eseguire delle analisi sotto controllo. Devo decidere dove andare. Lo comunico a chi si dispiace che, interessato solo che io vada a firmare dal notaio affinché lui possa rilevare l'eredità paterna, mi minaccia: "Ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere!".
    A lui dispiace.
    Va a casa della madre che lo supplica di telefonarmi per chiedermi come sto. Lo fa di malavoglia, solo per la petulanza della madre.
    A lui dispiace.
    (...)
    A lui dispiace che non sono morta magari senza figli.
    Lo zietto di cui in parte porta il nome aveva sempre avuto questo desiderio:  essere figlio unico per ciucciarsi tutta l'eredità.  Destino di un nome.
    A lui dispiace.
    (...)

  • 06 maggio alle ore 18:37
    SOGNO D'AMORE

    Come comincia:  Sogno D’Amore
     
    Distesi, nella più profonda tranquillità, guardavamo innanzi a noi la maestosità della massa marina, in cui si rispecchiava l’ultimo quarto di un globo rovente che arrossava lunghe strisce di nubi grigie, parallelamente riflesse nelle calde acque. Dal mare si levava un tepore soave: energia raccolta durante le calde ore del giorno. Sentivamo emanare lo stesso calore dai nostri corpi, che si cercavano sull’ormai tiepida sabbia, per assaporare il piacere della freschezza dei nostri vent’anni. Quell’ultimo bagliore solare scomparve improvvisamente e una timida luna apparve, portando con sé un’insperata frescura che ci rese complici di quel momento di voluttà. Il mondo era tutto nostro. Non vedevamo nessuno se non i nostri occhi brillare e sentivamo le mani che si carezzavano e carezzavano…. Eravamo avvolti da una totale, piacevole incoscienza, mentre la notte rabbuiava ogni cosa e la luna appoggiava i suoi tenui raggi sulle fluide acque che tranquille e lucenti ondeggiavano innanzi a noi.
    Nel più completo silenzio, sentivamo i nostri respiri e le pulsazioni dei nostri cuori confondersi. Completamente avvolti da una travolgente sensualità, ci facemmo trasportare dalla passione più intensa. La felicità ci possedeva e c’inebriava. Questa nostra esaltazione si diffondeva nell’aria, coinvolgendo ogni cosa intorno a noi.
    Di colpo, come una gazzella agile e scattante, quel tesoro immenso si staccò da me e cominciò a piroettare e a correre inneggiando all’amore. La seguii con lo sguardo per un breve tratto, finché il buio della notte mi concesse di ammirare le sue fattezze e la sinuosità del suo splendido corpo. Poi, sempre più estasiato, la raggiunsi, la sollevai innalzandola al cielo e insieme cominciammo a cantare, a ridere e danzare. Le nostre voci inondavano l’aria e ci sembrava che la nostra felicità fosse colta da tutti in tutto il modo. Eravamo i padroni d’ogni cosa; niente che potesse contaminare quell’estemporaneo, paradisiaco momento.
     
     
     
     
    Eravamo capaci d’ogni bene, perché sentivamo il mondo nel nostro stesso benessere. Mano nella mano ci conducemmo lungo la riva e improvvisamente Lei mi fermò, mi buttò le braccia al collo e dopo un’ennesima dolce effusione, incominciò ad allontanarsi, guadagnando il mare.
    Tentai di raggiungerla, ma qualcosa mi teneva bloccato all’arenile. Capii immediatamente che la stavo perdendo e le gridai con tutte le mie forze di fermarsi, ma sembrava non ascoltarmi. In quello steso istante rammentai di non conoscere il suo nome e mentre, disperatamente, mi accingevo a domandarglielo, sentii venire dal mare la sua voce che mi diceva: - Mi chiamo “AMOREEEE”-. Mi accasciai con il capo tra le mani e fui colto dalla più profonda angoscia. Di lì a poco, quasi come svegliato da un incubo, e con gli occhi semiaperti notai che lo scenario circostante era completamente cambiato. Là dove avrei dovuto scorgere il mare, c’era un gelido tubo d’alluminio preceduto da un candido lenzuolo che copriva un corpo inerme. A metà del lenzuolo scorsi una mano senile. Un’improvvisa, impercettibile contrazione, causata dalla mia stessa inaspettata scoperta, mi fece intuire che era la mia mano. Nello stesso istante fui attratto da un lieve vocio proveniente da sinistra. A fatica feci roteare le pupille nei miei occhi semichiusi per intravvedere due sagome biancastre che, a stretto gomito, parlottavano fra loro. Tra le cose che si dicevano, percepii distintamente l’una che sussurrava all’altra: - Povero vecchio! Dopo tanta sofferenza e solitudine non gli resta che attendere la morte -.  Quelle parole mi fecero capire che ero alla fine dei miei giorni e il morire mi terrorizzava. Dentro di me acuiva la ribellione e cercavo di frapporre frali difese al naturale processo della morte. Fui attirato, di colpo, da un lieve fruscio. Guardai verso destra e scorsi sorridente, in tutto il suo splendore, il mio “AMORE” che, allungandomi le braccia, mi diceva: “Vieni, questa volta non ti lascio da solo “.
    Due gazzelle agili e felici uscirono da quella stanza, mano nella mano, librate a mezz’aria.
     
     
     

  • 02 maggio alle ore 23:38
    È L'AMOR...

    Come comincia: È l’amor che mi rovina è uno  dei tanti filmetti  di poche pretese che ci deliziavano (parlo di noi meno giovani) nel 1951. Questo poteva essere in tempi attuali la situazione un po’ ingarbugliata di una coppia di professori del liceo romano Augusto. Leonardo e Aurora si erano conosciuti all’università e dopo la laurea lei in matematica lui in materie letterarie erano riusciti (con qualche spintarella dall’alto) a vincere un concorso per andare ad insegnare nello stesso istituto classico ‘Augusto’ di Roma. Non religiosi, avevano preferito la convivenza al matrimonio.  Il loro stile di vita: pizza, cinema, locali da ballo, vacanze al mare d’estate, d’inverno a Roccaraso, un tran tran piacevole ma niente di straordinario.
    Ovviamente c’era qualcuno che doveva rompere i …., era il dio Hermes o Mercurio che dir si voglia protettore di Leonardo che ‘scompigliò’ le carte o meglio la vita dei due, l’arrivo a scuola come insegnante di lingue di un inglese o meglio di uno scozzese (l’interessato ci teneva molto a sottolineare la differenza). Quarantenne, discendente da una nobile famiglia aveva girato il mondo imparando altre lingue e, appassionato di antichità si era trasferito a Roma e, dietro sua richiesta appoggiata dal suo  ambasciatore fu destinato dal Ministero dell’Istruzione al liceo ‘Augusto’. Dire che la sua venuta aveva portato lo scompiglio nell’Istituto era un eufemismo non solo per la sua figura alta, slanciata e signorile ma anche perché si presentò  la prima volta a scuola con la sua Rolls Royce. In subbuglio erano le professoresse ed anche qualche alunna più ‘anziana’. Il Preside Alessandro se la riveda sotto i folti baffi. Romano dé Roma  sogghignava di quelle ‘gallinelle’ starnazzanti che sbavavano dinanzi al bello scozzese.  William non era inglese e quindi a lui non si poteva attribuire il detto ‘niente sesso siamo inglesi’  ritenne opportuno invitare i colleghi e colleghe ad una cena un sabato nella villa da lui affittata nella via Appia. Aurora volle condurre con loro anche Eloisa una cinquantenne vedova, ancora in forma per la frequenza dei saloni di bellezza che in quel momento era in crisi perché il suo toyboy era sparito e con lui soldi e gioielli. I professori giunti alla villa con le loro utilitarie (col loro stipendio…) notarono che il barone era in possesso anche di una Mini Countryman verde e di un cane Labrador (Argos di nome) molto espansivo. Dopo una cena fatta pervenire da un famoso ristorante della zona, dietro input del maggiordomo Ralston l’aria fu ‘inondata’ da musica all’inizio di un jazz indiavolato poco gradito da tutti seguita poi da pezzi  lenti molto apprezzati dalle signore che facevano a gara a chi si accaparrava William. L’unica a non seguire le colleghe era stata Aurora con piacere di Leonardo,  era immune dal fascino del collega? Niente affatto, era stata una sua furbizia. Leonardo comprese che era una tattica della sua longilinea e bella convivente infatti Willam fu lui a chiedere alla signora di ballare. Durante la danza i due si guardavano in viso senza parlare. Ruppe il silenzio William: “Sei il tipo di donna che amo di più, niente grassone con tette da nutrice e gambe storte, vita stretta, piedi lunghi e stretti e, scusa la franchezza un bel popò…” “Grazie per la fotografia,  potrei dire altrettanto di te (Aurora ritenne opportuno passare al tu come il compagno di ballo) ma poi…” “Potremmo conoscerci più a fondo sempre che tuo marito non sia geloso.” “Il mio compagno è anticonformista.” “Bene allora vienimi a trovare in villa.” Abbiamo una sola auto, prenderò un tassì” “Prendi la mia Mini, sarà un piacere che sia ‘inondata’ dal tuo profumo inebriante, hai qualcosa che mi fa…mi fa…” “Mi fa…mi fa sei forse timido?” “No…non so che dirti…” Leonardo ed Aurora furono gli ultimi a lasciare la villa, ovviamente Leonardo restò perplesso per il prestito della Mini ad Aurora ma non fece commenti. Il giorno dopo un a telefonata: “Sono William, avevo dimenticato di dirti che ho lasciato un telefonino nel cruscotto della mia auto, puoi usarlo, chiamami presto.” “Ora siamo a posto, col telefonino abbiamo chiuso il cerchio.” Commento di Leonardo. Nel frattempo che ti combina Aurora? Si reca a scuola non insieme a Leonardo con la loro Cinquecento ma con la Mini suscitando li immancabili pettegolezzi dei colleghi che a lei attribuivano l’epiteto di mignotta ed a lui di ‘cocu’; ambedue se ne fregavano bellamente come pure il Preside sempre contento di poter ‘bagnare il pane’ in vicende boccaccesche. Un sabato mattina Aurora: “Caro mi ha telefonato William, mi ha invitato a cena, che ne dici’” “Che ne dici tu, sei tu l’invitata” “Facciamo una cosa, per la prima volta è meglio che vieni anche tu ed anche Eloisa, è sempre giù…” “Mi piace il tuo specificare ‘per la prima volta’ , ho capito come va a finire!” Nessun commento da parte di Aurora, il silenzio è meglio di…” Alle diciotto il trio giunse in villa, ad aprire il portone un elegante Ralston che dopo un inchino li fece entrare. Poco dopo apparve in cima alla scala William il quale non parve infastidito dalla presenza di Leonardo, forse pensava che la giovin signora sarebbe giunta da sola ma non fece commenti, l’aplomb britannico! “Aurora col permesso di Leo vorrei farti visitare il parco.” E senza ulteriori indugi  prese sottobraccio una Aurora elettrizzata e forse qualcosa di più. Niente visita nel parco ma bacio lungo e appassionato con ovvie conseguenze per il ‘ciccio’ dello scozzese che fu presto in bocca di Aurora che apprezzò il sapore del….migliore di quello del suo compagno. Durante l’assenza dei due Leonardo ed Eolisa presero a conversare col maggiordomo  Ralston il quale raccontò dei viaggi in tutto il mondo del suo signore sottolineando la sua generosità verso tutti, soprattutto verso gli amici, un chiaro riferimento a quello che avrebbe ottenuto Aurora. A tavola Leonardo si accorse che Aurora era rimasta senza rossetto sulle labbra…capì che ormai il ‘dado era tratto!’ Nei giorni successivi nessun contatto fra lo scozzese ed  Aurora che preferì lasciare la Mini al proprietario che, in compenso, la omaggiò di un a Panda pluriaccessoriata. Aurora ottenne dalla scuola una aspettativa di trenta giorni senza stipendio, William la seguì su quella ’strada’ ormai capirono che si erano  innamorati. La signora si recava regolarmente nella  villa portandosi appresso Eloisa che aveva stretto ‘amicizia’ col maggiordomo, data la passata esperienza pensò che era meglio un suo coetaneo, peraltro un po’ snob, che un giovane. Leonardo dapprima rimase intontolito (termine romanesco usato da G.G.Belli) dalla situazione ormai sfuggitagli di mano ma stavolta Hermes si ricordò di lui e a scuola alla fine di una lezione: ”Professore sono un po’ carente in latino e greco, che ne dice di darmi delle lezioni private?” “Cara Alice non so se conosci la proibizione di dare lezioni private ai propri alunni, se non lo sai te lo dico io  adesso: non posso darti lezioni private.” “Professore i miei sono poveri mi dia una mano, la prego…” Tutto si poteva dire di Leonardo ma non che non fosse caritatevole e quindi accettò di ‘lezionare’ la piccola Alice. “A proposito quanto anni hai?” “Diciassette, fra quindici giorni diciotto.” Alice non faceva nulla per dimostrare la sua età: capelli castani divisi in due trecce, viso da ragazza ingenua non truccato, scarpe senza tacco, calze sino a metà polpaccio, dimostrava cinque anni di meno. La ragazza si era impegnata a studiare tanto da meravigliare sia il suo insegnante che il padre Aurelio che un pomeriggio telefonò a Leonardo: “Professore sono Aurelio il direttore della Banca di S.Paolo padre di Eloisa, volevo ringraziarla per le lezioni date a mia figlia,  il suo compleanno  sarà domani ma lo festeggeremo domenica con tutta la famiglia. Alice  vorrebbe guidare la mia Volvo ma è troppo grande per una principiante, le donerò una Volkswagen Up, di nuovo grazie.” Brutta puttanella ‘ i mei sono poveri’, le avrebbe dato una lezione nel senso che… insomma non di latino e greco! Una visione: Alice si presentò a Leonardo completamente trasformata tanto che il professore  faticò a riconoscerla, evidentemente era stata in un istituto di bellezza: capelli lunghi divisi a metà da una riga, occhi truccati da vamp, rossetto rosso fuoco, vestito con scollatura abissale, mini gonna a righe, scarpe con tacchi alti. “Brutta puttanella, mi ha telefonato tuo padre, mi hai preso in giro, dovrei sculacciarti!” Alice si voltò di spalle e si abbassò lo slip, ne venne fuori un deretano favoloso. “Che cavolo aspetti mon amour  te la stò sbattendo in faccia, oggi sono maggiorenne!” ‘Ciccio’ sentì un buon odore di femminuccia, odore che ormai non avvertiva da molto tempo e…dopo un bel po’: “Cara preferisci un maschietto o una femminuccia?” “Meglio una femminuccia, la chiameremo Stella con la speranza che assomigli a me!

  • 02 maggio alle ore 23:35
    TRIANTA EMERON

    Come comincia: Il mese di luglio faceva sentire tutto il suo potenziale in fatto di caldo. Un famoso detto marchigiano recitava: ‘Se voi patì le pene dell’inferno vai a Jesi d’estate e a Cingoli d’inverno’. Era luglio ed Alberto si trovava a Jesi, per evitare ‘le pene dell’estate’ di notte aveva accesso al minimo il condizionatore e si era ‘rifugiato’ sotto il lenzuolo per evitare problemi respiratori. Non aveva alcuna voglia di spostarsi da quella posizione ma sentendo la campana di una chiesa che comunicava che erano le nove si decise,  un balzo, via dal letto e poi sotto la doccia. Il buon Albertone non era di buon umore, trentenne, scapolo, proprietario terriero di recente era stato abbandonato dall’ultima conquista, Ada piccola nel nome ed anche nella statura ma grande a letto. La sua posizione preferita? Lo ‘smorcia candela’. Il detto è copiato da un aggeggio che si usa in chiesa per spegnere le candele, tradotto la ragazza si posizionava sopra l’amante e si moveva in verticale, in orizzontale in circolare finché raggiungeva insieme ad Alberto orgasmi multipli: una professionista della ‘goderecciata’. La tecnologia era stata usata dalla baby per comunicare ad Alberto il suo ‘ritiro dalla scena’, insomma lo aveva abbandonato scrivendo sul telefonino un laconico ‘Ciao’. Alberto rimpiangeva le sue prestazioni ma, guardandosi in giro capì che era facile rimpiazzarla. In pantaloncini corti, infradito e canottiera uscì di casa per andare da Giorgio l’amico giornalaio. “Alberto non mi dire che fa caldo!” “Caro Giorgio, da finanziere sopra Domodossola ho provato d’inverno i dieci gradi sotto zero, giurai a me stesso che non  mi sarei mai lamentato del caldo, dammi la Gazzetta dell’Adriatico e buona sauna!” La sua villa in viale dei Colli era un  Paradiso, circondata di prati verdi  e di alberi di alto fusto con al centro una vasca con pesci tropicali ed una fontana con ‘l’enfant qui pisse’. Era  stata ereditata da Alberto dai genitori di recente deceduti,  tra poco sarebbe giunta Mariola, la donna di servizio, Dario ormai sessantenne, era al suo posto di giardiniere. Sbracato sul divano del salotto Alberto prese a sfogliare svogliatamente il giornale: solite notizie spiacevoli di morti, guerre, uffa  le apprendeva già in televisione. Gli annunci economici erano più attraenti soprattutto quelli di donnine disponibili. Stavolta però c’era qualcosa di differente: ‘Villaggio per naturisti ‘Cap Mervelleux’ in Francia, se interessati richiedere dépliant.’ Alberto ricavò dal computer il dépliant che prescriveva: ‘Soggiorno tutto compreso da €.2.000 al giorno per trenta giorni, €.60.000 anticipati rimborsabili in caso di soggiorno interrotto o di decisione del capo villaggio.’ Alberto voleva provare qualcosa di differente rispetto alle affollate spiagge di Falconara o di Palombina,  aderì alla richiesta inviando €.60.000 all’Iban indicato. La fedele Jaguar X type lo condusse in due tappe al villaggio francese. Al suo arrivo fu accolto calorosamente dal capo villaggio monsieur Laurent che in italiano (ma parlava anche francese, tedesco, inglese e spagnolo) disse ad Alberto che, al loro arrivo ad ognuno sarebbe stato consegnato un depliant con le regole del villaggio e successivamente,  sistemati tutti  nelle relative stanze secondo i propri desiderata, alle venti ci sarebbe stata una riunione nel salone con gli ospiti senza vestiti, gli unici che dovevano indossarli erano gli impiegati del villaggio. Ad Alberto,essendo single,  era stata assegnata una camera con due letti ed una toilette, alcuni potevano usufruire di un letto matrimoniale se già in coppia, in futuro qualora si fossero formate nuove coppie si potevano mutare le sistemazioni, per ogni spiegazione occorreva rivolgersi sempre al capo villaggio che volle precisare che era un solo un consigliere e non un ‘despota’. I vecchi clienti non ebbero problemi nel mostrarsi senza veli non altrettanto i nuovi, soprattutto le signore che all’inizio camminavano con la mano sul pube suscitando l’ilarità dei naturisti puri. Laurent: “Signori il pranzo è alla carte, ognuno può scegliere il cibo preferito come pure il vino che, non me ne vogliate, ma vi consiglio di consumare con moderazione.” Un applauso e poi i camerieri cominciarono a girare fra i tavoli per raccogliere le ordinazioni. In tutto gli ospiti erano trentuno, quel numero fece pensare ad Alberto che qualcuno fosse ‘scompagnato’, che fosse proprio lui? Fu l’ultimo ad arrivare ad un  tavolo  dove era stato aggregato  con tre coppie francesi che si presentarono: Daniel con Andrèa, Louis con Sylvie, Lucas con Angèle. “Je suis  Alberto,  je connnais quelques mots de français ma je préfère ma langue,  l’italien.” Rispose Daniel: “Sono anni che veniamo in questo villaggio, siamo diventati un pó  tutti poliglotti, va bene l’italiano.” Il cibo era raffinato: caviale con champagne freddo al punto giusto, ostriche ed altri frutti di mare come patelle, telline e aragoste, evidentemente lo chef pensava di dovere dare un ‘aiutino’ ai maschietti di difficoltà sessuali. A proposito di sesso era rigorosamente vietato farlo in pubblico. Alberto notò subito la beltade di Andréa: grandi occhi verdi, bocca carnosa, seni non molto grandi come di suo gusto,  capelli castani con mèches ramate a chignon poi sparsi sulle spalle. Il suo interessamento fu notato dagli altri commensali che presero a ridere, Alberto si scusò pensando di essere stato troppo invadente ma fu lo stesso Andréa che alzandosi in piedi: “Mon ami che ne dici di questo coso?” Andréa era un travestito, transessuale o shemale che dir si voglia. Sconcerto di Alberto che:  “Sono di mentalità ampia, anche i trans sono persone piacevoli.” “Si ma tu ci verresti con me?” “ In quel posto sono ancora vergine e ci voglio restare!” ” Risate da parte dei commensali che, finita la cena presero a ballare dopo che le luci erano diventate soffuse. Alberto preferì lasciare i compagni di cena, guardando le coppie notò due ragazze dai capelli cortissimi che ballavano fra di loro. Ambedue brune avevano la pelle bianchissima, strano che non avessero preso il sole, si era in estate. Quando si sedettero Alberto, incuriosito, si avvicinò e: “Si je suis de plaisir  j’amairais danser avec l’une de vous.” “Spiacente signore noi siamo italiane, al massimo conosciamo il latino.” “L’ho studiato al classico ma è meglio la nostra lingua, io sono Alberto.” “Noi…Rossana e Sabina.” Alberto rimase un attimo interdetto, perché quella pausa nel dire il proprio nome ma poi si mandò a quel paese da solo. Poi: “Sinceramente devo confessare che il ballo per me è solo una scusa, da un insegnante di ballo sono stato paragonato ad un orso quindi voglio evitarvi qualche pestata di piedi e se mi permettete mi seggo al vostro tavolo.” Un assenso col capo da parte delle due. “Su un giornale alle note di psicologia ho letto dei consigli por rompere il ghiaccio ma penso che la cosa migliore sia quella di essere sinceri: ho trenta anni, nessun legame fisso, le mie incombenze consistono solo nel controllare il lavoro effettuato dai contadini sui miei terreni…a proposito scusate un attimo.” Al telefonino chiamò il suo fattore: “Franco sono in Francia pensa tu a tutto.” “Come al solito, com’è la fauna locale?” “È internazionale, buon lavoro.” “Il suo amico le ha domandato che ragazze ci sono in giro, vero?” Chi aveva parlato era Rossana. “Congratulazioni per la sua perspicacia, è il mio alter ego negli affari ma pensiamo a noi, che ne direste, sempre che ve la sentiate, qualcosa di voi?” La prossima volta, preferiamo conoscere le sue avventure che pensiamo…” “Non esageriamo non sono un tombeur des femmes; conseguita la licenza classica mi sono arruolato nella Guardia di Finanza che, per premio, mi ha trasferito in alta montagna sopra Domodossola. Passati e tre anni di ferma, che mi era servita per evitare la leva militare, mi sono congedato e, dopo la morte dei miei genitori son diventato ricco e fannullone, ho trenta anni di età” Sabina: “Un apprezzamento per la sua sincerità, la nostra storia è complicata, come detto da Rossana ne parleremo un’altra volta, anche se il ballo non è il suo forte proviamoci, mi servirà per abbracciarlo cosa che sinceramente gradirei.” “Vorrei darti del tu per dirti sinceramente che la tua pelle ha un profumo particolarmente piacevole, un po’ fuori dell’ordinario, in parole povere un profumo di donna come dal celebre omonimo film.” “Non ho visto il film ma ti ringrazio per il complimento.” Nel frattempo ‘ciccio’ profumo o non profumo aveva alzato la testa, Sabina se ne era accorta e prese a ridere. “Se ti dico che sei il primo uomo che…”  “Credo alla tua sincerità anche se la cosa mi sembra fuori del comune, ‘ col tuo permesso ‘ciccio’ lo sollazzeremo un’altra volta.” “Un ballo anche con Rossana che senza parlare gli fece gli occhi dolci, le due demoiselles erano da coltivare.” Alle due di notte: “Ragazze ho percorso millecinquecento chilometri con la mia Jaguar, col vostro permesso mi ritiro.” “Ho capito, ci hai fatto conoscere che hai una macchina di lusso, congratulazioni, noi non abbiano la patente ma…” “Ben lieto di farvi i prossimi giorni l’istruttore di guida, bonne nuite.” Alberto amava risolvere i misteri ma questo era di difficile soluzione: due ragazze capelli quasi rasati a zero, pelle bianchissima che non ha mai visto il sole, dove erano vissute sino ad ora e soprattutto perché avevano scelto il campo dei nudisti, non sembravano tanto ‘evolute’ in fatto di sesso. Finito di porsi domande senza risposte Alberto sprofondò in un sonno profondo sino alle undici di mattina, aveva saltato la prima colazione e lo stomaco aveva dei borborigmi. Un panino col prosciutto crudo italiano e poi alla ricerca delle due che non erano in  giro in quanto le stesse avevano voluto immergersi in acqua non profonda in quanto digiune di nuoto. Fecero una gran festa ad Alberto che le seguì e si ‘beccò’ addosso una gran quantità di acqua, si rifece alla grande abbracciandole prima singolarmente e poi in coppia, intorno a loro ognuno si ‘faceva i fatti suoi’ ma chi si non faceva i fatti suoi era ‘ciccio’ che stavolta non  voleva sentire scuse ed uscì dal costume prontamente rimesso a cuccia. “Non abbiamo mai visto un membro maschile e quindi capisci la nostra perplessità, dopo pranzato potremo ‘confessarci’ ma non in senso religioso, abbiamo capito che sei un tipo affidabile ed…anche piacente.” Alberto mangiò poco spinto da ‘ciccio’ invece affamatissimo, situazione ben compresa dalle due signorine che si facevano matte risate. ‘Ciccio’ pensò di punirle per la loro presa in giro ma come? Rossana: “Alberto nella mattinata i vicini della tua camera se ne sono andati e noi abbiamo ottenuto di occuparla, c’è un letto matrimoniale.” “Mie care amo le due piazze in questo caso tre… vado a farmi una doccia ed al ritorno…” Al ritorno Rossana e Sabina erano sdraiate di schiena sulle sponde del letto, al centro lo spazio per Alberto che, occupatolo non sapeva come comportarsi. Per non saper né leggere né scrivere come si diceva una volta, prese a massaggiare loro la schiena sino ai piedi sin quando alle ragazze aumentò la pressione erotica, giratesi, presero a baciare Alberto piacevolmente schiavizzato ma quando giunsero allo ‘zozzone’. Alberto le avvisò della sua abitudine brutta o buona a seconda dei punti di vista  di ‘spargere’ il suo seme. La prima ad essere ‘attenzionata’ fu Rossana che dopo chiuse la bocca non sapendo che fare, Alberto le porse un asciugamano, dopo stessa situazione per Sabina.  Dopo il post ludio Alberto: “Ritengo che sia il momento opportuno di svelare la vostra storia che credo un po’ particolare.” “Rossana: le nostre famiglie abitano a Cupramontana in quel di Ancona. I nostri genitori, soprattutto le mamme sono molto religiosi ed hanno cercato sin da piccole di inculcarci le loro idee. I bambini sono come la carta assorbente e noi ci siamo convinte di essere sulla strada giusta, tanto convinte da farci condizionare da un predicatore di passaggio che la vita monacale era il massimo per una donna. Abbiamo preso i voti con gran festa di tutti i parenti ed amici ed abbiamo iniziato a far parte delle suore di un monastero di clausura. Ben presto però ci siamo accorte che, con la scusa delle preghiere venivamo schiavizzate.  Ad ognuna di noi veniva assegnata una stanza spoglia per dormire sino alle quattro del mattino quando dovevamo andare in chiesa a cantare il mattutino poi lavori manuali più impegnativi per noi in quanto eravamo novizie, la superiora aveva il vizietto di amare oltre che Dio anche le femminucce, il confessore, anziano ma maligno voleva sapere tutto sulla nostra vita intima, per non parlare del cibo piuttosto scarso soprattutto nei giorni di digiuno. A mezzo del vecchio giardiniere, unico maschio che poteva entrare in convento, facemmo pervenire alle nostre madri due lettere affermando che la vita monacale non era in sintonia con la nostra natura e che avevamo scoperto di non  aver alcuna vocazione. Grande disperazione delle nostre genitrici che, anche dietro suggerimento del loro confessore decisero il nostro ritorno in famiglia. Da immaginare  il disagio che regnava in casa ed allora abbiamo deciso di allontanarci per un po’ di tempo, abbiamo un buon gruzzolo ereditato dalle nostre nonne e così, dopo aver letto gli annunzi economici abbiamo deciso di adottare uno stile di vita lontanissimo dai principi che ci avevano inculcati ed eccoci qua. Un particolare: in convento di notte avevamo paura del buio e ci rifugiavano a turno nella stanzetta l’una dell’altra e, a letto  capitava di baciarci e talvolta anche…” “Io non solo vi assolvo dai vostri peccatacci ma vi invito a farne di maggiori e più…consistenti!” Alberto, da buon astrologicamente vergine  pensò bene di prendere precauzioni e prima di…”Signor Laurent vorrei chiederle un favore.” “Sono a sua disposizione.” “Mi occorrono trenta condom.” Il capo villaggio non fece una grinza, alzò solo un sopracciglio dell’occhio sinistro e il giorno seguente si presentò ad Alberto con un pacchetto con l’intestazione di una farmacia. “Ecco a lei, lo consideri un mio regalo personale e…auguri!” Rossana e Sabina ne avevano sentito parlare ma non li avevano mai visti, se li rigiravano nelle mani.” “Sei sicuro che funzionano, non siamo ancora pronte a …” “Permettetemi di essere volgare, voi pensate solo ad allargare le cosce, al resto…” Rossana  volle essere la prima. Alberto aveva messo un CD particolarmente romantico, mise in atto tutta l’esperienza erotica cominciando dal cunnilingus e dolcemente all’immissio penis; la prossima signora strinse i pugni, un dolore sopportabile ed in fondo anche del piacere che la lasciò senza forze, Sabina volle essere presente anche per conoscere quello che la aspettava. Il giorno dopo fu la sua volta, in seguito alle due ragazze sembrava di vivere in un altro mondo, si sentivano vere donne, più consapevoli, più…I rimanenti giorni passarono molto veloci, alla loro partenza in Jaguar furono salutati dal capo villaggio sorridente che aveva compreso la situazione. La prima notte furono tutti a casa di Alberto con curiosità da parte dei vicini. II giorno seguente Rossana e Sabina telefonarono alle genitrici dicendo di essere a Jesi ospiti di un amico. Le due signore si consultarono con gli occhi e: “Care ragazze che ne direste di rientrare al natio borgo selvaggio, vi aspettano  due mamme ansiose di rivedervi, ci mancate da morire.” Il giorno seguente la Jaguar condotta da Alberto entrò nel cortile della abitazione delle mamme in trepidazione. Grandi baci e abbracci e poi Rossana: “Mamma questo è Alberto, l’abbiamo conosciuto in Francia e ci ha dato un passaggio sino a casa sua, che ne dici di pranzare insieme  poi Alberto tornerà a Jesi dove abita.” Le due signore andarono in un’altra stanza e confabularono a lungo poi inaspettatamente: “Care Rossana e Sabina siamo anziane ma non ancora rimbecillite, che ne dite se dopo mangiato andiamo tutti e cinque ospite del vostro, sottolineiamo vostro Alberto, sempre che ci si possa entrare tutti in auto.” Le due signore avevano dimostrato sia una notevole perspicacia e, per amore materno nei confronti delle figlie anche una mentalità molto aperta che meravigliò sia Rossana che Sabina che abbracciarono le loro madri, un bel quadretto familiare anticonformista. Dopo circa un anno di poliginia da parte di Alberto, in una clinica di Ancona nacquero due bellissime bambine alle quali furono imposti i nomi delle due nonne: Sara ed Anna, nomi che avevano qualcosa di biblico, la religione era stata in parte salvata! Il significato della statua sita sulla fontana del giardino di Alberto, ’l’enfant qui pisse’ è una favola belga che racconta di un bambino che salvò Bruxelles facendola pipì sulla miccia di una bomba che stava per scoppiare, talvolta anche una pisciata…
     

  • 02 maggio alle ore 7:50
    Le Rondini

    Come comincia: Ma poi il vento dispettoso decise di corrompere le rondini e regalò a loro le mie carte, le carte con cui stavo giocando a un gioco vincente. Ogni rondine ne strinse una nel becco e se la portò a spasso durante i suoi voli pazzi e veloci nel cielo terso, così terso e limpido che io potevo vederle bene. Rimasi così, col naso per aria sul mio balconcino a guardare, col fiato sospeso, in attesa, e sofferente. Ma le rondini non sono dispettose come il vento, e quando mi videro volarono verso di me e, una alla volta, depositarono sul tavolo della cucina le carte che il vento mi aveva rubato, riprendendo poi subito la via del cielo. Ma non c'erano più tutte, le mie carte, alcune erano andate perdute chissà dove, e comunque ormai quelle rimaste erano scompigliate, e il gioco era distrutto. Restai lì a fissarle pensando che avevo due strade: lasciar perdere tutto e rinunciare al gioco, oppure cominciare un gioco nuovo, con meno carte e senza certezze. Scelsi di ricominciare. Servivano nuove risorse, più fantasia, più determinazione, serviva inventarsi un nuovo modo di giocare, e soprattutto serviva difendersi dal vento dispettoso.

  • 30 aprile alle ore 15:52
    Venanzio Pecora

    Come comincia: Chi è Venanzio Pecora?
    Venanzio Pecora è (o è stato, non saprei) il coniuge de "La vicina di famiglia".
    Se volete sapere chi è "La vicina di famiglia" è un altro personaggio da me inventato descritto in parte nel racconto 'A mamma dispiace'.
    Quando ho conosciuto il sig.Venanzio Pecora?
    Alla prima riunione di condominio.
    Il sig.Venanzio Pecora, senza che lui lo sapesse, mi aveva veramente confortato in quella riunione. Ed in parte anche la moglie.
    Con quello che avevano detto e fatto mi avevano confermato che essi costituissero un valido baluardo contro le manovre del ragioniere Casoria, il condomino che viveva ininterrottamente in quella palazzina da quasi quarant'anni e che sembrava avere una tendenza al 'maneggio'.
    Il ragioniere Casoria a quella riunione aveva detto che occorreva pitturare le scale. Era intervenuto il sig.Pecora: <<Conosco uno che farebbe il lavoro per un milione e mezzo di lire ...>>. <<Noooo>>, era intervenuto furioso il ragioniere, <<per pittare le scale ci vogliono sedici milioni e ci vuole l'ingegnere!>>.
    Conclusione: non se ne fece niente.
    Quando incontrai in seguito la consorte del sig.Pecora, le chiesi:<<Ma chi conoscete voi che farebbe il lavoro per un milione e mezzo?>> <<E chi conosciamo? Il marocchino che ci ha pittato casa>>, rispose lei.
    M'informai presso un mio amico che fungeva da amministratore nel palazzo dove abitava e valutò che una regolare ditta che avrebbe emesso regolare fattura avrebbe svolto il lavoro per tre milioni di lire. Valutazione che quattro anni dopo si sarebbe rivelata esatta. Messo il ragioniere Casoria in condizioni di non 'maneggiare' troppo, quattro anni dopo le scale vennero pitturate (con il raddoppio dei prezzi che c'era stato quattro anni prima con l'euro) da una ditta che emise regolare fattura per tremila euro.
    Toniamo alla prima riunione di condominio.
    Il ragioniere Casoria, a mio beneficio, nuova arrivata, precisò che fino a quel momento la rata condominiale mensile era stata di £80000, con il passaggio all'euro il ragioniere proponeva di passare la rata ad euro 50.
    Intervenne con un prudente colpo di tosse il condomino che fungeva da amministratore: <<Ho calcolato che con £80000 a fine anno rimane circa un milione non utilizzato. Secondo me, è sufficiente 40 euro.>>.
    Il ragioniere Casoria deglutì e, anche se non convinto, chiese all'assemblea: <<Allora va bene 40 euro?>>. La risposta tacita, concorde e solidale fu: <<Sì>>.
    Il ragioniere Casoria si sentì in dovere di spiegare che la rata era uguale per tutti per comodità ma che a fine anno si faceva il conguaglio: <<Tu devi avere tanto, tu devi avere tant'altro>>, cominciò a dire ai vicini.
    La consorte del sig.Pecora a mezza voce e guardando a terra e di lato disse: <<Qua mi si dice sempre che devo avere però io non vedo mai niente>>.
    Nei mesi successivi ebbi conferma che, anche se l'amministratore era un altro vicino, chi maneggiava il denari e si occupava di tutto era il ragioniere Casoria.
    Tre mesi dopo, nuova assemblea.
    Notai l'assenza del sig.Venanzio Pecora e chiesi informazioni. 
    Il sig.Venanzio Pecora aveva lasciato la palazzina, lasciandovi la moglie ed i figli.
    Ancora un paio di mesi dopo sento trambusto per le scale ed il condomino dirimpettaio della consorte del sig.Pecora mandarla a fare etc.
    Capii che il condomino era furioso per aver trovato il suo posto auto occupato dall'auto del figlio della signora.
    Alla successiva assemblea era presente il sig.Venanzio Pecora, che con abbastanza garbo (almeno questa è l'impressione che ne ebbi io) disse: <<Chiedo di comprendere e di essere compreso. Io sono andato via di qua, ma comunque qui è rimasta a vivere quella che è ancora la mia famiglia ...>>.
    Compresi che la consorte si era lamentata con il coniuge dell'attacco verbale che avevo ricevuto ed il coniuge era venuto a ricordare di rispettare comunque la sua consorte ed i suoi figli.
    ...
    Pochi mesi dopo, la consorte del sig.Pecora bussò alla mia porta e sostenne di avere di nuovo problemi d'infiltrazione dal terrazzo.
    "Ah!", pensai dentro di me e replicai:<<Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?>>.
    La consorte del sig.Pecora cambiò due volte colore in viso, riuscì a boccheggiare:<<Eh, ah>>, girò le spalle e se ne andò.
    Ed io rimasi con la consapevolezza che, andato via il sig.Venanzio Pecora, la consorte era diventata socia d'affari del ragioniere Casoria.
    Di che si trattava? Un anno prima, sempre durante la prima riunione di condominio, il ragioniere Casoria aveva millantato un preventivo per l'impermeabilizzazione del terrazzo, un preventivo scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui stesso. Nessuno aveva replicato niente e mi ero adeguata. Ed avevo 'sborsato' (sborsare è un termine che piace al ragioniere Casoria) 600 euro in tre comode rate da 200 per quei lavori, senza che nessuno avesse mai visto passare un operaio, mai parlato con il titolare della ditta, mai sentito un rumore proveniente dal terrazzo, mai visto una pezza d'appoggio.
    Ed ora, a due mesi dal pagamento dell'ultima rata, la neo-socia del ragioniere Casoria tornava all'attacco.
    Avrei dovuto andare a parlare con il sig.Venanzio Pecora? Questa idea non mi passò nemmeno per l'anticamera del cervello.
    Passano tre anni, tra alti e bassi, e la consorte del sig.Venanzio Pecora si presenta di nuovo alla mia porta stavolta chiedendo di entrare perché vuole conferire con mio marito. 
    Vado a chiedere a mio marito se è disponibile. Dice di sì, che si sistema e ci raggiunge e faccio accomodare la consorte del sig.Venanzio Pecora in soggiorno. Preferisce sedersi al tavolo invece che sul divano e, mentre io sono alla ricerca di un argomento di conversazione, sbotta:<<No, perché se le cose continuano così, io qualsiasi cosa ci sta su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>.
    In quell'occasione sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora. 
    A quanto pareva, la consorte esigeva rispetto ma non lo dava.
    E quell'offesa irrisolta dette agio alla consorte del sig.Venanzio Pecora di divenire sempre più prepotente, petulante e maleducata.
    E non è la sola.
    Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò.
    Ed io, che devo sentire nelle orecchie anche le lamentele di mio marito sulla prepotenza e maleducazione dei vicini, quando i signori sono per l'ultima volta ospiti in casa mia per l'assemblea condominiale mostro loro che non sono ospiti graditi. 
    Chissà perché se fai come loro poi a loro non piace.
    I signori, anime candide, si stupiscono e si offendono.
    E la consorte del sig.Venanzio Pecora continua ad essere doppia. E prepotente.
    E si passa alle mani. Non da parte mia.
    E la falsità conduce ad altre aggressioni. Da parte del resto della famiglia. Non la mia.
    Sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora.
    E dirgli: <<Chiedo di comprendere e di essere compresa ....>>