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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:                                                 = Pillole di antimilitarismo =
    Marzo 1980 - Ricevo la chiamata in Marina: ho compiuto poco più di quattro mesi prima 17 anni. Alcuni dicono che sia l'età più bella, questa, quando non sei ancora maggiorenne e fremi per diventarlo pur non avendo oltrepassato la soglia dell'adolescenza: oltre quella soglia viene il bello, anzi, si pensa dovrebbe arrivare; oltre quella soglia cominciano i guai seri, invece. Chissà perché tutti (me compreso) abbiamo fremuto indicibilmente (come e più di una cagna in calore) a quella età, in attesa del D-Day: per alcuni, invece, si trasforma in un incubo, quell'attesa, quando diventa tutto reale...la  realtà, molto spesso, è di molto peggiore della immaginazione o della idea  che ci siamo fatti di essa (o di qualcosa che con essa ha a che vedere). Dopo la visita medica (sono sovrappeso di oltre quaranta chili, l'anno precedente mi hanno riscontrato diabete chimico, o "intermedio", come viene più spesso definito, dovuto al mio stato) il capitano Farace dice a mio padre:
     - Tuo figlio sarà ricoverato, dopo qualche giorno lo rimanderemo a casa. Riceverà il congedo illimitato tra due o tre mesi al massimo! - Il capitano medico è siciliano oltre ad essere una persona in gamba e alla mano. Ha seguito me, per un po', quando anni addietro avevo avuto problemi di depressione, qualche anno dopo seguirà anche mia zia materna. Dopo due giorni di ricovero all'ospedale militare in centro città, sono a casa. Il capitano è stato di parola con mio padre. A giugno ricevetti il foglio di congedo: ero passato di ruolo, in pratica, dalla Marina all'Esercito e dipendevo da quel momento in poi dal Dipartimento Militare di Lecce. Di li a qualche mese ebbi l'esonero definitivo.  Fu quella una delle più grandi soddisfazioni della mia vita, ottenuta involontariamente e con degli strascichi sulla mia salute non indifferenti (alcuni di questi, infatti, me li porto ancora dietro nonostante sia riuscito ad ottenere un peso forma più che normale!): in pratica fu come se qualcuno mi avesse levato le castagne dal fuoco, visto che in caso contrario avrei optato per la renitenza alla leva o per il servizio civile. Debbo dire grazie ora, a distanza di oltre quaranta anni, a mio padre ed al capitano medico Giuseppe Farace, della Marina Militare
    Il soldato Jack (dal blog "Leggo&Rifletto"/leggoerifletto.it)
    - Signore, il mio amico é tornato dal campo di battaglia. Chiedo il permesso di andare a prenderlo -
     - Permesso non concesso! - replicò l'ufficiale. - Non voglio che rischi la vita per un uomo che probabilmente è già morto! -
    Il soldato uscì lo stesso e rientrò dopo un'ora ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell'amico. L'ufficiale era fuori di sé dalla rabbia. - Te l'avevo detto che era morto. Ora vi ho persi tutti e due. Dimmi, valeva la pena di rischiare per portare indietro un cadavere?
     - Il soldato morente rispose: - Oh, sì, signore. Quando l'ho raggiunto, era ancora vivo e mi ha detto: - Jack, ero sicuro che saresti venuto!
     - Padre Anthony De Mello -
     
    L'antimilitarismo é una cosa seria, non va mai trascurato come ideale di vita perché, al contrario delle ideologie, non muore mai e te lo porti dentro tutta una esistenza. Vale la pena rischiare la propria vita per il compagno di battaglia (se proprio non sia stato possibile rinunciare prima a quella battaglia, magari affrontando un tribunale militare e un plotone di esecuzione), del tuo plotone o della tua compagnia: non si muore mai per la divisa che indossi, né per l'esercito; per l'ufficiale che ti ha dato un ordine impartitogli dal suo superiore (a sua volta), un generale che non ha mai tenuto in mano un fucile e non saprebbe neanche come caricarlo, o per il governo che ti ha mandato a morire. Forse, chissà, varrebbe la pena morire anche per il nemico che dalla parte opposta alla tua, dall'altra parte della trincea o del campo di battaglia, combatte e morirà per le stesse cose per cui tu puoi morire. 

       

  • mercoledì alle ore 18:00
    Malerba, tutto il mio folle amore.

    Come comincia: Questa storia dei biglietti sul parabrezza della macchina è durata qualche anno.
    Ogni mattina ne trovavo uno incastrato fra i tergicristalli.
    Ricordo bene il primo che ho letto.
    Faceva freddissimo, pestavo il gelo battendo i piedi per terra, cercando di infuocarmi.
    Quando c’è molto freddo la vista mi si appanna, più o meno tutto si riduce a cose sbavate le une sulle altre, ma quella macchietta bianca sul grigio del vetro la vedevo bene.
    Un foglio a righe piegato in quattro, per nulla rovinato dalle intemperie della notte e ancora tiepido di tocco.
    Mi sono guardata intorno per cercare, tra gli sguardi sfuggenti, un paio d’occhi meno schivi, ma quel via vai appariva ancora come del colore a olio trascinato in qua e in là con un dito.
    Non mi era mai successo qualcosa del genere, non sapevo cosa provare.
    L’ho preso come una vergogna e l’ho infilato in tasca.
    Ho iniziato a guidare seguendo il tragitto dei gatti quando si smarriscono, in cerchi sempre più grandi. Prima o poi avrei trovato il posto giusto per fermarmi e leggere. Un luogo abbastanza isolato, abbastanza vuoto per dare uno sfondo speciale a quel primo incontro.
    E così sono finita nel parcheggio di un supermercato.
    La gente andava e veniva, ma pensava alla sua pasta, ai suoi surgelati, non certo a me.
    La scritta sul biglietto era a matita, una riga tutta sbieca che ignorava quelle stampate.
    Diceva “Parlami ancora, per favore”.
    Forse riconoscevo la calligrafia, ma non mi importava.
    Ero abbastanza grande per non dare peso a buffonate del genere. A chi avrei dovuto parlare se non c'era scritto nemmeno un nome? Nemmeno un numero di telefono?
    Lo buttai sul sedile del passeggero e lasciai il parcheggio dopo un altro po' di respiri.
    Quello di cui non mi ero accorta è che, buttandolo lì, elessi il biglietto a mio compagno di viaggio.

    Qualche giorno dopo mi ero quasi dimenticata di quel messaggio indecifrabile, ma la scena che mi si presentò una volta giunta alla macchina fu la stessa.
    Un foglietto a righe, gli occhi appannati, io che sbuffo, lo nascondo e raggiungo il parcheggio del supermercato.
    Come se le cose fossero iniziate lì e lì dovessero continuare.
    Come se fosse una biblioteca. Un'aula studio.
    Il biglietto stavolta diceva “Ti ricordi quando non vedevi l'ora di dormire con me?”.
    Un ex, un cretino, uno stupido che si annoiava.
    D'altronde anche io, tra le mie relazioni, non annovero lumi di scienza. Una cosa così pittoresca e banalmente fuori tempo potevo aspettarmela.
    Non persi più di due minuti a pensare a quale tra gli schizzati con i quali avevo dormito poteva essere stato. Continuai la mia giornata come sempre, solamente un pochino infastidita.
    Andai al lavoro infastidita.
    Parlai del più e del meno infastidita.
    Cenai con un senso di freddo fastidioso, che se ne andò una volta raggiunta la confortante isola del divano.

    Passavano al massimo 4 giorni tra un biglietto e l'altro, e le frasi seguivano una loro costante crescita di intensità.
    “In nome di tutti i momenti che abbiamo vissuto, parlami ancora.”
    “Chi ti sfiora le labbra? Chi ti consola?”
    “Dimmi cosa sei o non sei.”
    “Quello che mi mantiene in vita adesso, è sapere che questo foglio lo toccherai anche tu. Per il resto, io possa esser dannato.”

    Quello che invece stupì me, era constatare con quale facilità io rimuovessi dai pensieri queste dichiarazioni.
    Ma fu quando, tempo dopo, mi trovai tra le mani l'ennesimo biglietto talmente impregnato di lacrime da aver cancellato la scritta, precisamente quando appallottolai anche quello, che cominciai a pensare che il problema fosse mio.
    Da qualche parte c'era sicuramente qualcuno che anche ora si stava impegnando, spremendosi le meningi, per scrivere qualcosa che mi colpisse, che mi facesse capitare innanzi a lui dicendo “Ricominciamo una storia”.
    E invece leggevo lo struggimento infinito come se leggessi la composizione chimica del detersivo.
    Più biglietti avevo, più sentivo di aver perso qualcosa.

    Per la prima volta, dopo settimane, dopo mesi, iniziai a pensare a quello che stava succedendo.
    A quello che mi stava succedendo.
    Le notti spesso le passavo a occhi sbarrati, guardando il soffitto e non vedendoci niente.
    Allo specchio c'era solamente il mio riflesso, nient'altro. Niente voli di fantasia. Ero semplicemente io, lì, a guardarmi allo specchio.
    Qualche anno fa non ero così. Tutto era una miccia che mi infuocava il cervello. Tutto aveva il potere di terrorizzarmi, di farmi felice, di cambiare completamente la mia giornata, le mie opinioni. Anche con gli occhi chiusi vedevo tutto in movimento.
    Non saprei ricostruire il percorso di eventi che mi ha portato, ora, a essere solo espressione figurativa di quello che faccio.
    Io che passeggio.
    Io che mangio.
    Io che lascio perdere.

    E così, come anni fa in una situazione come questa mi sarei buttata a capofitto, ora ci misi parecchio per decidermi a scoprire chi scrivesse le frasi.
    Quanto meno per dirgli di smetterla e di rifarsi una vita.
    Parole come queste sicuramente l'avrebbero fatto desistere.

    Dato che, quando trovavo i biglietti, erano evidentemente stati messi poco prima che io arrivassi, una mattina uscii di casa un'ora prima.
    C'era ancora buio e c'era freddo, freddissimo.
    Tenere chiuse le palpebre sembrava rendermi immune da quel difetto che mi avrebbe reso impossibile riconoscere chiunque, anche me stessa, appannandomi la vista.
    Il parabrezza dell'auto era ancora nudo, e io trovai nascondiglio dietro un albero a qualche metro di distanza.
    Con l'inizio del primo via vai, spalancai gli occhi per riconoscere qualcuno tra i cappotti che sembravano volare nella foschia, ma questo mio gesto incauto presto li trasformò nella solita macchia d'olio dai colori indistinti.
    La folla si univa ai cespugli, ai corredi esterni dei negozi, si mischiava perfettamente e sembrava distaccarsene come fluido colorato in una lampada lava.
    Mi strofinavo gli occhi, ma non cambiava nulla.
    Le mie mani erano diventate senza contorni.
    Mi sporsi di pochi passi, giusto per non rendere vano il mio appostamento, giusto per identificare meglio le macchie scure che sembravano soffermarsi vicino alla mia auto.
    Tutti mi sembravano tutti.
    Riconobbi il mio ex delle superiori, un tizio conosciuto in rete, mia madre e una sbavatura incredibilmente somigliante a un mio professore. Perlomeno quando era ancora in vita.
    E mentre mi guardavo le scarpe per cercare di dare una forma precisa a qualcosa che conoscevo, comparvero di fronte a me due macchie rosa.
    Senza contorni, senza essere segnati dai percorsi scuri dei lacci. Due piedi nudi sull'erba.
    Salendo a guardare, notai l'inizio di due fini tronchi rosa come gambe svestite, con questo freddo.
    Solo sopra le ginocchia compariva il bordo di una vestaglia leggerissima, chiara e sporca di macchie colorate e macchie di lerciume, come se ogni evento del tempo l'avesse usata come tela.
    Salendo a guardare, forse il calore della sua vicinanza iniziò a schiarirmi gli occhi.
    Si stringeva le braccia tra le mani con un abbraccio scomposto, frenetico. Artefatto, drammatico, vero, studiato e necessario.
    E finalmente il collo.
    E finalmente il viso.
    E finalmente i miei capelli giovani mangiati.
    E finalmente i miei occhi sporchi di mascara.
    La vista mi si rischiarò talmente tanto che riconobbi perfino la mia polvere.

    Quello che sentii fu una vampa. Avvolgente, dura, caldissima. Entrava dagli occhi e occupava tutti gli organi. La parte più interna di tutti i miei organi.
    E la miccia era davanti a me.
    Lei tremava come di desiderio esaudito.
    Si fece più vicino, mi toccò il petto con il suo petto, mi offrì il collo per sentire il suo odore.
    Il senso che ha più memoria è l'olfatto, puoi ricordarti qualunque cosa sentendo un profumo.
    E io, annusandola, venni invasa dal puzzo di erba, di fieno, di terra, di stantio. Ma sotto di quelli, c'era il profumo che mettevo io anni fa.
    Non feci in tempo a dirle qualcosa, a farmi dire qualcosa, che la vidi allontanarsi, donandomi la sua schiena nuda e magra.
    Come cagna abbandonata che desidera ritrovare il suo amato traditore e, una volta incontrato, tutto d'un tratto si ricorda del male subito e lo rifugge.
    Così lei.
    E io impietrita, fissata al terreno da una colpa pesante, non seppi far altro che sentire l'aria cambiare intorno a me.
    Avete presente quando pensate alle sere d'estate? Quelle di quando eravate adolescenti, il momento esatto in cui arrivavate nei pressi del lungomare, con uno svolazzare di vestiti a fiori, un vociare contento, l'aria che vi pizzicava la pelle come a trascinarvi, a invitarvi al gioco?
    Così erano le sensazioni che provavo adesso, dopo quel faccia a faccia.
    Così erano le sensazioni che mi dava l'aria, quando mezz'ora fa era solo aria.
    Questo, più la consapevolezza di averci rinunciato per anni. Di non aver mai voluto respirare abbastanza.

    Non si capisce quanto è vuota una stanza finché non ne senti l'eco, e il primo “Torna indietro” che cercai di dirle mi rimbombò dentro, dalla parete interna del petto alla parete interna del ginocchio, senza trovare alcun ostacolo. Un guscio vuoto.
    Cercando di andare verso di lei mi accorsi di quanto pesanti si erano fatti i miei passi, probabilmente uguali a ieri, uguali all'altro ieri, ma avevo zittito anche il loro bisogno, facendoli diventare muti servi.
    Appoggiando la mano al muro di un edificio lì vicino, non diverso da mille altri muri sui quali ho appoggiato le mani, notai la ruvidezza, le piccole imperfezioni pazienti che hanno tutti i mattoni.
    Provai una certa nostalgia per tutto quello che non avevo degnato di uno sguardo. Per tutto quello che non avevo ritenuto abbastanza nobile da essere descritto.
    Delle geometrie che crea la luce del sole sui muri bianchi all'alba, del tipo speciale di giallo che sceglie, me ne accorsi quando mi trovai a cercarla tra i vicoli.
    Fossi riuscita a vederla di nuovo, fossi riuscita ad averla davanti agli occhi, avrei avuto la conferma di quello che già stavo pensando.
    Le sue forme, le più grandi e le più piccole, dalle clavicole allo spessore dei nei, sarebbero andati a colmare perfettamente i miei spazi vuoti.
    Era me, ero io.
    Ero io, cristallizzata nell'età in cui mi rinnegai.

    Avesse fatto più male soffocarne le poesie, avesse fatto più male non guardare i suoi quadri fino a farne sbiadire il colore, rendere vani i suoi sforzi, non l'avrei fatto.
    Avesse fatto più rumore saperla abbandonata per strada, con lo scopo di cercare un foglio di carta su cui scrivermi per continuare a sopravvivere, giuro, non sarei stata così crudele.
    Invece la capacità che iniziai ad allenare con incomprensibile ossessione, fu quella di lasciare andare via le parole piuttosto che diventarne complice.
    Questione di comodità, di rabbia, ma ora, con la scia di polvere lasciata dai suoi capelli, dai suoi vestiti, era lei a soffocare me.

    Ho camminato forse per ore, percorrendo le strade più strette che mi venivano offerte, guardando in alto i balconi scuri di inquilini dirimpettai, immaginando che forse, durante un terremoto, sarebbero riusciti a toccarsi. Ho memorizzato l'angolo di curvatura della schiena di un levriero che ho incrociato, la modalità di trotto più adatta che calcolava per stare sempre al passo con il loro proprietario. Di come le pozzanghere portassero il cielo e le nuvole per terra, di come le persone sole a volte sembrino quelle più in compagnia.
    Di tutto questo non vedevo l'ora di raccontarle.
    D'un tratto mi trovai contenta di non averla trovata, cercandola.
    Volevo, anzi dovevo, andare a casa e scriverle.
    Non è cosa per noi il dialogo.
    Non sono brava con i discorsi e nemmeno lei; le voci fanno troppo rumore.

    Ho fatto le scale a due a due, ho spalancato il portone come se avessi rotto con un pugno il mio stesso guscio.
    Raggiunta la scrivania ero come arrivata in cima a una montagna.
    In pochi istanti, con le dita prese da un afflato di vita propria, ho annerito i fogli di righe colme di momenti persi, cesellati. Non è che ci stessi a pensare, non è che prendessi fiato, ero solo in balìa della corrente.
    E fu quando tutti i sensi dimenticarono il loro compito per dedicarsi alla scrittura, fu quando la vista non vide altro che prosa, che ho sentito chiaramente lei, lei, lei, lei dietro di me.
    Lei che mi aveva seguito mentre io la seguivo.
    Lei che ora si stava chinando a raccogliere i miei scritti, man mano che i fogli erano saturati, passandoseli sulla pelle, sulle braccia, sul collo, per pulirsi dallo strato di polvere che la inspessiva, sotto cui l'avevo condannata.
    Fu quando fu completamente levigata che riuscì a rientrare in me, ritornata della grandezza esatta per combaciare con ogni mio confine.
    Nessun organo rimbombava, nessun capillare rimase vuoto. Non ci fu nessun eco.
    Da nessuna parte passava più un millimetro di distrazione.

    Mille volte mi chiederò scusa.

    Mille volte ti ringrazierò di non avermi buttata come ho fatto io con me.

  • 14 settembre alle ore 7:48
    "Cosa vuoi per merenda?"

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nella ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta delle mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    "Cosa vuoi per merenda?" 

  • 08 settembre alle ore 16:04
    Il tampone ed io

    Come comincia: E così a fine marzo 2020, mentre siamo tutti chiusi in casa, senza capire che si tratta di arresti domiciliari senza processo, vediamo alla TV questo lungo cotton-fioc infilato nel naso degli automobilisti.
    Due pensieri mi vengono alla mente:
    1) il trauma per una gastroscopia e la prima laringoscopia;
    2) "Ma come? Ci dicono che questo wjrus può essere dappertutto, che non possiamo toccare niente, e questi m'infilano qualcosa nel naso? E chi mi dice che il wjrus non sta la sopra e mi infetto? Per quanto mi riguarda, al massimo, solo se mi fanno sputare sopra un vetrino!"
     

    A settembre appresi che il mio dubbio non era tanto peregrino.
    https://www.money.it/Tamponi-contaminati-tracce-di-coronavirus-allarme-in-Gran-Bretagna
    03/04/2020 Tamponi contaminati: tracce di coronavirus nei kit, la scoperta shock

    Alcuni kit di tamponi per il coronavirus destinati al Regno Unito erano contaminati dal virus: la sconvolgente rivelazione in un report

    Ad agosto 2020 apprendo un 'trucco' utilizzato per far sì che aumentino il numero di risultati positivi del test.

    Per la ricerca del virus si usa la tecnica della reazione a catena della polimerasi (Pcr), in grado di amplificare alcuni specifici frammenti di Dna in un campione biologico.
    Per il Kowit-nine teen, funziona così. Il genoma del coronavirus presente sui tamponi, ovvero l’Rna, viene trascritto a Dna e amplificato mediante tecnica Pcr, che aumenta enormemente il materiale genetico di partenza.
    Più elevato è il contenuto sul tampone di Rna, quindi di virus, e meno dovrà essere amplificato.
    In uno studio su 431 volontari sono stati trovati, quaranta casi di tamponi positivi. Ma la positività di questi tamponi emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli. Il test, per essere valido, non dovrebbe superare i 25-27 cicli di amplificazione
    I risultati positivi con un numero superiore di cicli sono casi di positività con una carica virale molto bassa, non contagiosa.

    In definitiva, siete asintomatici o paucisintomatici, andate a fare il tampone, magari risulta positivo con un numero eccessivo di cicli di amplificazione, che rende il test invalido, e venite classificati come contagi, ma siete solo persone positive al tampone, sane e non contagiose.
    "Commentare quei dati che vengono forniti ogni giorno è inutile, perché si tratta di positività che non hanno ricadute nella vita reale", diceva Remuzzi nel giugno 2020
    https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_19/coronavirus-remuzzi-nuovi-positivi-non-sono-contagiosi-stop-paura-bf24c59c-b199-11ea-842e-6a88f68d3e0a.shtml

    In definitiva, da settembre 2020 inseguiamo una chimera.

    A settembre 2020 mi capita davanti anche il foglio illustrativo di uno dei tanti tamponi in commercio:
    Nome registrato
    Xpert® Xpress S A R S - C o V - 2
    Uso previsto
    è un test di reazione a catena della polimerasi in tempo reale (RT-PCR) previsto per il rilevamento
    qualitativo degli acidi nucleici del S A R S - C o V - 2 in campioni di analisi da tampone nasofaringeo, tampone nasale o lavaggio/aspirato nasale prelevati da soggetti con sospetta infezione da C O V I D-1 9.
    I risultati servono per l’identificazione dell’RNA del S A R S - C o V - 2. I risultati positivi sono indicativi della presenza di RNA del S A R S-C o V-2; ciò nonostante, per determinare lo stato di paziente infetto è necessaria la correlazione clinica con l’anamnesi e con altri dati diagnostici del paziente stesso. I risultati positivi non escludono la presenza di infezioni batteriche o di infezioni
    concomitanti da altri virus. L’agente rilevato potrebbe non essere la causa concreta della malattia.
    I risultati negativi non escludono un’eventuale infezione da S A R S-C o V-2 e non devono essere usati come unica base per il trattamento o per altre decisioni riguardanti la gestione dei pazienti. I risultati negativi devono essere accompagnati da osservazioni cliniche, anamnesi del paziente e informazioni epidemiologiche.
    Il test Xpert Xpress S A R S-C o V-2 deve essere svolto da operatori opportunamente addestrati, in ambiente di laboratorio o presso il paziente.
    ------
    Comprendo che ci deve essere un'osservazione clinica del paziente, che si suppone abbia un quadro sintomatologico significativo. Ossia il tampone si fa ad una persona che è malata, non ad una persona che è sana. E, nonostante ciò, il risultato potrebbe essere fallace e non significativo.
    Fate vobis.

    Si conferma sempre più che i dati di questa pandemia sono basati su una chimera.

    A settembre 2020 leggo anche una linea guida dell'OMS del 27 maggio 2020: stop all'uso dei tamponi come criterio di dimissioni del paziente. Il test può risultare positivo a lungo anche dopo che il paziente non è più contagioso. I nuovi criteri indicano il numero di giorni in cui il paziente deve rimanere isolato senza sintomi.
    Ma l’OMS dava il permesso, agli Stati che lo preferivano, di continuare ad usarlo.
    In Italia ed altrove si preferisce continuare ad usarlo.

    Lessi anche che l'OMS sconsigliava l'uso dei tamponi sugli asintomatici: non era pratico ed economico ed inoltre si era verificato solo un caso di contagio da asintomatico. Questo documento però non lo ritrovo.

    Infine, nel marzo 2020 il colpo di grazia: non tutti i tamponi sono fatti di morbida ovatta.

    I DANNI DEI TAMPONI. LE ANALISI SUI TAMPONI DELLA DOTTORESSA ANTONIETTA GATTI
    Attenzione ai tamponi!
    "Ci sono dei tamponi che contengono fibre vetrose, rigide, in alcuni casi di silicio. Materiali non testati per la biocompatibilità. Il problema fondamentale è che queste fibre si spezzano rimanendo all'interno della lesione. Lesione che non viene cicatrizzata in caso di tamponi ripetuti. Perché scavare tanto tessuto quando, se c'è un virus, lo si può trovare ovunque? Anche nella saliva? "
    Dott. Antonietta Gatti, Fisico e bioingegnere, Fondatore di Free Health Academy

    "I tamponi possono essere tollerabili in casi esigui, ma ripetuti in questo modo, in lacuni casi si passano i 50 tamponi in qualche mese... questa è tortura". Avv. Nino Moriggia, ComiCost

    "Verranno utilizzati tutti gli strumenti dal civile, al penale, all'amministrativo, perché la verità venga a galla e si superi questa scienza fideistica del tampone che dall'inizio di questa storia tiene in piedi questo stato emergenziale".
    Avv. Linda Corrias, Costituzionalista e Comunitario
     
    https://www.facebook.com/R2020PaginaUfficiale/videos/289416149242758
     
    Post Scriptum. Nel racconto ho omesso tesi più ‘complottiste’, tipo che l’introduzione di un tampone così lungo fino al cervello fosse un esercizio per l’introduzione di un microchip. Intanto, a settembre abbiamo visto ad un TG della sera la maialina Gertrud con un microchip del cervello comandata da Elon Musk, nell’ambito del progetto Neurolink.
    Ad una donna di 40 negli Stati Uniti hanno fatto fuoriuscire liquido cerebro-spinale per andare così in profondità.

  • Come comincia: Mi avvicinai, così, a lei (nel frattempo m'ero tolto anch'io di dosso i vestiti - una camicia celeste a maniche lunghe, un jeans marca "wampum" con toppe e buchi dappertutto - ed ero completamente nudo) e dopo aver appoggiato entrambe le mani sul suo culo, glielo allargai cominciando all'unisono a leccare i due buchini posteriori. Gli inglesi (proprio quelli della famosissima frase "siamo inglesi, niente sesso!") li chiamano (dal basso verso l'alto) rispettivamente "pussy" e "ass-hole": me ne ricordai mentre svolgevo la mia opera; o meglio ancora, mentre la mia lingua era intenta a far godere la ragazza durante quegli interminabili ma afrodisiaci preliminari. Quelle due parole in inglese erano le sole che avessi mai imparato in mia vita sino ad allora: me li aveva insegnati al liceo il mio amico di banco Davide Pieri, un tipo smilzo con gli occhiali neri e spessi. In classe tutti lo chiamavan "sega d'oro" o "segantino" ed il motivo di tali nomignoli lo lascio immaginare a chi legge. Egli vantava un primato imbattibile in tutta la Maremma: un giorno riuscì a segarsi per venti volte. Il padre, poi, una volta lo scoprì mentre armeggiava col suo uccello in bagno (a dire il vero, vero, non vi è adolescente al mondo che non abbia vissuto questa esperienza!), lo cacciò di casa minacciandolo di non farlo più rientrare. La sera stessa, Davide, era seduto intorno al tavolo per cenare con i suoi, dopo cena tornò in bagno per riprendere ad allenar...il suo posto di combattimento. In quel momento, mi sentii come l'artificiere che abbia innescato la carica di esplosivo: a quel punto, però, urgeva che vestissi i panni del guastatore perché quella carica bisognava farla esplo...implodere ad ogni costo. Così presi a infilare il dito medio della mia mano sinistra, a turno, in entrambi i buchi del culo di Micky in modo da farla eccitare di più, se mai ve ne fosse stata necessità: era vogliosa tantissimo, infatti, visto che aveva cominciato ad ansimare a tutto spiano già da diversi istanti prima di allora. Aveva la patatina rasata (molti la chiamano così, altrove; oppure figa, bernarda, fregna...in Toscana molto si usa la parola passera o il suo diminutivo passerina) e ciò eccitava anche me, non poco. Mi accorsi intanto che il mio uccello fu cotto a punti...era venuto duro al punto giusto. A quel modo compresi che non vi era tempo da perdere, era giunta, cioé, l'ora della penetrazione (notoriamente non ho mai avuto erezioni interminabili): lo afferrai allora con la mia mano destra (sono mancino ma anche scaramantico all'eccesso: mi ero sempre segato con la destra, infatti, prima di allora, e preferii usare tale mano) e glielo infilai "dritto per dritto" nel buco di sopra (ass hole, come lo chiamano i sudditi britannici della regina Elisabetta e come mi aveva edotto il mio amico Davide), il quale - ahilui! - nel frattempo era diventato talmente rosso da sembrare la punta di un ice...del peperoncino più piccante al mondo. In quell'attimo mi tornò alla mente il signor Francini Emiliano, pisano di Pontedera, vecchio mio insegnante di lettere, storia e filosofia: egli avrebbe usato, senza minimamente esitare, l'espressione "per esteso", a suggello dell'azione e del fatto avvenuto per...come quando si appone la propria firma su un documento o alla fine di una missiva. Quell'insegnante era il più vecchio tra tutti quelli che io ebbi al liceo, ma lo era solo anagraficamente: lui sembrava molto più giovane, dentro, di molti tra noi alunni, che eravamo pure poco più che adolescenti, ed aveva una aperta mentalità. Ci insegnò molte cose, davvero (senz'altro moltissime ne imparò Alfredo da esso), e in gioventù (fatto strano ma di non poca rilevanza, a parer mio) aveva detenuto un record, al pari di Davide, singolare alquanto e, probabilmente, mai battuto o avvicinato da niuno: fu il più giovane ragazzo della regione ad essere entrato in un bordello e ad aver fatto l'amore con una troia, visto che aveva solamente dodici primavere e sette mesi quando lo fece. Una volta, in classe, ebbe a dirci: "era meglio quando c'erano i casini!". Lui non era un fascista, sia chiaro, e non rimpiangeva quel periodo storico perché allora vi era il fascismo e la dittatura, in Italia, bensì tutt'altro: suo padre e suo fratello, infatti, erano dei sovversivi e subirono il confino coatto per le loro idee, e lui si riferiva al fatto che a quel tempo ci si accoppiava con le donnacce in locali chiusi e quindi...molto più in sicurezza rispetto ad oggi che lo si fa per strada, spesso. Non appena fui dentro Micky, lei cominciò a dimenare il suo culo in avanti e all'indietro, proprio come aveva fatto prima: un movimento ritmico o andanseuse come avrebbero affermato nostri cugini d'oltralpe. Era una che ci sapeva fare col culo, Micky: fu lapalissiano oltremodo che non fosse alle prime armi. Io, invece, per mio conto, mai avevo fatto sesso anale, in mia vita: stavo, perciò, improvvisando, o meglio è proprio il caso di dire che andavo a "cappella", e mi accorsi anche di cavarmela non malaccio, in fondo. Infatti, quella leggera insicurezza la quale per un sol attimo era balenata nella mia testa, in maniera del tutto naturale e fisiologica prima di cominciare, svanì all'improvviso come per incanto. Le cose tutte della vita sono così, probabilmente: pensi che siano montagne insormontabili, osservandole dal basso ma quando sei in cima, lassù in alto e guardi giù, ti accorgi che è tutto molto più semplice...un gioco da ragazzi. Mentre penetravo nella ragazza, dolcemente gli stimolavo i capezzoli e gli stringevo i piccoli seni con le mani eppoi la baciavo sul collo e sulle spalle. Lei ansimò a più riprese di puro piacere e ciò provocava in me uno stato di altrettanto godimento e benessere. Le cose andarono avanti per alcuni minuti, sino a che non mi piegai tutto per intero sopra Micky e mentre ero ancora dentro di lei col mio uccello gli sferrai una stilettata con la mia lingua che partì dal suo culo e giunse sin sopra al collo. La ragazza, allora, si avvinghiò attorno al tronco dell'albero, con le sue esili e lunghissime braccia, ed emise un rantolo che pareva senza fine:
     - Aaahhhhhh!
    A questo punto presi Micky in braccio (era leggerissima come una piu...un fenicottero rosa) e dolcemente l'adagiai per terra, ai piedi dell'albero stesso. Mi sedetti di fianco a lei, dopo di che cominciammo a toccarci e a palparci ovunque; a leccarci eppoi a baciarci ed a scambiarci sguardi di voluttuosa complicità. Il suo corpo profumava di salsedine e la sua bocca aveva il sapore all'amarena. Nel frattempo Alfredo che all'incirca un quarto d'ora prima era andato nella spiaggetta con le altre due ragazze, aveva le sue gatte da pela...tette, culo ed il pisello volante di Ramona da tenere a freno. Mi raccontò alla fine, egli stesso, poco prima di salutarci, quello che fece: dopo il bagno una doppia penetrazione anale con lui dentro il culo di Francie e la trans mozzafiato dentro di lui, a sua volta. Quando i tre tornarono in pineta, ci demmo il cambio e ripetemmo, per filo e per segno, identico copione ma a parti invertite: Alfredo portò Micky in spiaggetta e si prese cura del suo culo mentre io restai con le altre due in pineta facendo la doppia penetrazione da attivo e da passivo contemporaneamente. Anche questo non lo avevo mai fatto prima di allora, né sapevo - del resto - che il mio amico lo aveva fatto in spiaggia mentre facevo l'amore con Micky, nella pinetina. Ci avevo preso gusto, oramai, e visto che ero in ballo pensai che fosse meglio così, in fondo! Coincidenze? Forse, chissà; oppure segno del destino. Fu ad ogni modo un vero godimento per me: mai più feci una cosa simile dopo di allora, né ho mai raggiunto l'apice del piacere a quel modo. Quel giorno, evidentemente, anche se durò pochissimo (non sono mai stato un super dotato o una macchina da sesso dalla durata in...all'infinito: la mia autonomia, del resto, era oramai agli sgoccioli dopo il primo round con Micky), tutto filò liscio e durante la estemporanea ma piacevole esperienza con tre diverse donne (o "cosa a quattro", come erroneamente l'aveva definita Alfredo non tenendo conto del fatto che fossimo in cinque!) trovai il feeling giusto, il timing perfetto o, chissà, soltanto il sensazionale appeal con me stesso e la mia esistenza: imparai dopo (ma no dal mio amico Davide, questa volta!) questi termini britannici ed anglosassoni. Quel giorno, evidentemente, alla villetta al mare, fu proprio "come non mai", come suol dirsi ovunque: uno di quelli che non lo cerchi da nessuna parte ma arriva uguale. Allora fui fortunato ed anche determinato, saggio come non mai a saper cogliere l'attimo e grazie al mio amico conobbi l'amore anale e mi sverginò il culo una donna, tutto in una volta sola: mai avrei immaginato una cosa simile! Quello che feci allora, fu fatto senza esitazione alcuna da parte mia, né minimamente ho mai pensato di esser andato contro natura. Credo, infatti, in definitiva, che nessuno vada mai contro natura a questo mondo e su questa terra sotto il cielo che la illumina di giorno: soprattutto se fa qualcosa che li piace o lo rende felice seppur per un sol attimo fugge...quello che era capitato a me. Ora, tuttavia, sovente ripenso a quel giorno e ai momenti di estremo piacere che vissi e in cui godetti: lo faccio più con nostalgica amarezza e malinconia, piuttosto che con gioia o commozione; soprattutto, però, lo faccio con moltissimo rimpianto. Dopo di allora, infatti, tornai - per così dire - nei ranghi, allineandomi a quella vita mediocre ed insignificante da piccolo borghese per cui mi sentivo votato o che forse il destino aveva voluto e scelto al mio posto: anonima ed incolore, a volte addirittura insignificante ed inutile. Una vita senza squilli di tromba o alzate di capo, sommessa e vile sino all'eccesso. Inoltre, quella fu, purtroppo, l'ultima volta che vidi Alfredo. Dopo di allora ci perdemmo di vista, di punto in bianco non ci scambiammo telefonata alcuna e così nessuno dei due ebbe più notizie dell'altro. Sovente e volentieri, accade questo per le amicizie adolescenziali, scolastiche, di gioventù e così, dopo essere stati "culo&camicia" o "barba&capelli" per tanto tempo ed aver vissuto tante cose assieme, ci si ritrova ad essere perfetti estranei: non vi sono motivi particolari, a mio avviso, per cui questo accada ma credo sia soltanto il fisiologico svolgersi e dipanarsi dell'esistenza di ognuno. Sino a quando, un giorno l'inverosimile accadde...ricevetti la ferale notizia da amici comuni, in paese: Alfredo Tonini (o "il Tonini", semplicemente, come da tutti era conosciuto) era morto, una sera d'estate (la stagione che in definitiva egli amava di più perché più affine al suo carattere), ad Edinburgo, in Scozia, dove nel corso di una rissa (scoppiata, a quanto pare, a causa di una donna!) gli avevano fracassato il cranio con una bottigliata. Molti giudicherebbero Alfredo uomo immorale, ricco di vizi: io non saprei mai dare un giudizio, né lo farei sapendolo ma solamente so ch'egli non aveva confini nella sua testa e sapeva - non di rado - guardare oltre l'orizzonte, cioè laddove ben pochi puntano lo sguardo. Non lo dimenticherò mai, Alfredo: per me sarà sempre il mago di...Azz.

    da: "Racconti erotici", 12 maggio 2021.

         

  • Come comincia:                                                      A Monicelli Mario, regista toscano (Viareggio, Lucca,                                                         1915- Roma, 2010), spirito libero del cinema e uomo
                                                         dotato di tre fondamentali doti, sempre più rare al                                                             mondo: sarcasmo, ironia e auto ironia.

     Il mio amico Alfredo (come me) toscanaccio dalla battuta sempre a tiro (e dall'uccello sempre in resta, per usare termine di ma...eufemisticamente marinaresco), aveva successo con le donne sin da età adolescenziale a causa (o per via) della sua loquace brillantezza, appunto, nonché della sua verve caratteriale. Era sempre stato estremamente simpatico alle rappresentanti del gentil sesso (un vero "tombeur des femmes", lo avrebbero senza dubbio alcuno etichettato i francesi), oltre che arr...arrapato perenne (proprio come i ghiacci dell'Alaska o del Polo Nord, quelli in Siberia o di alcune zone della Patagonia, nell'emisfero sud, i quali non si sciolgono neanche in estate). E' tuttavia da dire come le due cose (la peculiarità del carattere di Alfredo e quella fisiologica) non siano sistematicamente da intendersi sincrone o all'unisono l'una con l'altra: ovvero, non è al cento per cento sicuro che siano conseguenziali tra loro. Per capire di cosa stia parlando, mi permetto di esibire il seguente paragone che ritengo calzi a pennello: avete presente cosa succede colle slot-machines quando qualcuno (disgraziatamente) riesce a vincere qualcosa? (Pure mi domando se questo accada soltanto nei famosi mega hotel-palace di Las Vegas, negli States, con annesso casinò al seguito, o nelle pellicole cinematografiche hollywoodiane, appunto? Booh! è la risposta che riesco a dar...lasciam perdere, allora: credo sia molto meglio!). Ebbene, in quel malaugurato (o disgraziato) caso sulle finestrelle della slot poste in alto, compaiono i simboli tutti uguali (tre o quattro, a seconda delle dimensioni stesse della slot) a testimoniare l'avvenuta vincita. Al fortunato vincitore, dopo di che altro non resta così che chinarsi a prelevare le monetine fuoriuscite da una fessura della slot posta in basso: genericamente quelle sono abbastanza ma mai così tante da non poterle trasportare colle proprie mani. Alcune volte, però, accade (casi remotissimi, questi, algoritmicamente e di cui neanche il Guinness dei Primati potrebbe tener conto, a mio avviso) che non basti la vanga a raccoglierle ma... servirebbe invece un vero e proprio vagone ferroviario per prelevarle e trasportarle altrove (magari, chissà, in una banca svizzera, degli Emirati Arabi o di Israele, il quale non a caso vien definito stato "cassaforte", anche se per ben altri motivi). I simboli che appaiono sulle finestrelle di cui sopra sono in genere frutti, fiori, animali, oggetti vari oppure il simbolo del denaro (una esse con due strisce verticali che la attraversano per intero), vale a dire sua maestà re Guglielmo...il dollaro, cioè la moneta per eccellenza nonché quella che più di ogni altra in tutto il globo terracqueo (ed anche su Marte e dintorni, a onor del vero, visto che nel caso in cui ci fossero andati dei terrestri e ivi incontrato degli alieni...dei marziani in giacca e cravatta, avrebbero senza dubbio alcuno pagato a suon di bei dollaroni verdissimi!): essi, appunto, attestano l'avvenuta vincita. Ebbene, Alfredo, al posto del simbolo del denaro (o del dollaro, o di qualsivoglia d'altro) portava invece negli occhi sempre fissi (e luccicanti pure come stelle) ben altri simboli: quello di due grosse e tonde tette e di un culo di donna, sodo ed altrettanto tondo. Meglio sarebbe dire, però, che oltre che negli occhi quei simboli, lui li portava scritti sempre in testa: è per questo, probabilmente, ch'era tanto simpatico e tanto arrapato. Magari, chissà, qualcuno pur potrebbe asserire che si trattasse di un bell'esemplare di filibustiere...figlio di puttana; ma era fatto così, il povero Alfredo, volenti o meno, e vedeva tette e culi, beato lui, dappertutto: diciamo, allora, che vedeva del buono ovunque ed in ogni persona, soprattutto in quelle con la passera stampata davanti. Accadde una volta, in estate, mentre mi trovavo nella mia villetta al mare (a dire il vero essa era per metà mia, per l'altra di mio fratello Antonio), che lui venne a trovarmi per propormi una cosa di cui rammento. In estate, infatti, solevo trascorrere le vacanze al mare insieme a mio fratello ed alla sua famiglia (alcuni preferirebbero usassi le parole "in combutta" ma è meglio non sottilizzare!). Antonio ha tre figli (un maschio e due femmine), oggi cresciutelli e sistemati anch'essi, all'epoca del "fattaccio" poco più che pischelletti (o putei) imberbi. La villetta, si intende, non era nulla di speciale: una semplice costruzione di 220 metri quadri a due piani, compreso un piccolo giardino con qualche albero piantato di pino domestico. Essa era posta sulla litoranea, appena qualche chilometro fuori dal centro abitato, Castiglione della Pescaia, il quale, a sua volta, si trova ben vicino alla Marina di Grosseto ed al Parco Regionale della Maremma, a nord; a Punta Ala a sud, in posizione nord-ovest rispetto al capoluogo, Grosseto, lungo la famigerata statale 322; lo era per due motivi: in primis perché spesso, durante la bella stagione, vi si creavano, in diversi punti e non solo in orari serali o notturni, ingorghi paurosi di macchine e camion con coppiette alla ricerca della assoluta felici...intimità; in secundis, perché vi razzolavano battone e checche di ogni ordine e gra...eterogenee e in cerca, anch'esse, della felicità ma a pagamento. In paese, per circa tre lustri, si narrò (nessuno, però, ha mai saputo se si trattasse di verità o di leggenda metropolitana) la storia tramandata dai netturbini Aurelio Gini e Diocleziano Bonci, i quali affermavano che una mattina di settembre, nella pineta del Tombolo, poco fuori l'abitato, sulla statale, avessero raccolto la bellezza di tremiladuecentoquattro preservativi: l'eccezionalità della storia sta nel quantitativo di preservativi (presumibilmente) raccolti ma anche nel fatto che fossero stati trovati tutti privi di un pur piccolo forellino (cosa davvero, davvero incredibile!). La buon costume del capoluogo non era mai in grado di gestire in meglio la situazione e chiedeva sovente aiuto alle sezioni di Pisa e di Firenze. Noi tutti chiamavamo la nostra villetta (ironicamente e in onore di un vecchio regista di Hollywood) "Stalag 17", e in paese (con altrettanta ironia ed in onore, probabilmente, di un'altro grande regista, però russo) ci definivano quelli della "Potemkin"; prossimi ad essa erano una pinetina ed un canneto, superato il quale ci si immette dritti dritti su una spiaggetta ("Sun Beach", chiamano il posto ancor oggi, in paese) e si parano innanzi, agli occhi di chi guarda ed in tutto il loro magico splendore, in rapida successione, il mar Tirreno, carico del suo blu intenso, l'arcigno Arcipelago Toscano e più lontano ancora la misteriosa isola d'Elba. Oggidì la villetta non appartiene più a noi: io e mio fratello, infatti, la vendemmo qualche anno dopo il racconto di cui scrivo a causa di una delle tante tempeste che accaddero alla nostra famiglia e imperversarono sulle nostre esistenze (ma quelle sono tipiche della vita di ognuno, di ogni famiglia che si rispetti e non sono prerogativa e dominio assoluto soltanto di noi Vannucci). Mio fratello ha lasciato il paese dopo la morte della moglie (mia cognata), la quale avvenne in un fatale incidente in barca, per trasferirsi in Corsica dove in seguito aprì un circolo di tavole a vela che li da di che vivere attualmente. L'espatrio di mio fratello avvenne a malincuore, oltre che con la morte nel cuore. Io, invece, oggi vivo dove vivevo allora, nel posto cioé in cui sono nato sessantadue anni addietro. Quell'anno, quella estate di tanti anni fa - per fortuna, è da dire, alla luce di come proseguirono le cose - mio fratello decise di recarsi in trasferta per una intiera settimana, insieme alla moglie ed ai figli: la classica crociera ai Caraibi, per sedare la voglia di esotico repressa in ognuno; dicasi pure, nella fattispecie di Antonio, "far fronte" allo sghiribizzo della consorte il quale da diverse stagioni pendeva, oramai, sugli incolpevoli suoi coglioni...sulla testa sua, o sul capo, tal quale ad un pesantissimo pendaglio da forca. Mi ritrovai, a quel modo, ad esser solo e soletto proprio nel frangente topico della stagione estiva oltre che il più vacanziero e ad avere, ordunque, tutta quanta per me a disposizione la villetta e la pinetina adiacente ad essa: quest'ultima, infatti, pur non appartenendo a noi, è raramente frequentata da turisti di passaggio, al pari della spiaggetta vicina, dagli abitanti del paese o da coppiette automunite in cerca della felici...di intimità. Mi sono sovente e volentieri chiesto, nel corso del tempo, se (e se si, come?) Alfredo fosse a conoscenza della mia libera "uscita", ossia del fatto che la nostra villetta (mia e di Antonio) sarebbe stata a mia completa disposizione per una intera settimana, proprio in agosto: non sono mai riuscito a darmi risposta alcuna, sebbene le coincidenze avessero davvero dell'incredibile. Erano appena scoccate le due di un torrido pomeriggio (le quattordici pomeridiane, invero, per i puristi, o p. m. - che non sta per post-mortem, come qualcuno potrebbe intendere senza volere - e son soliti indicare i sudditi della regina d'Inghilterra e gli anglosassoni in genere) ed io, che da pochi minuti avevo consumato frugale pasto a base di yogurt allo zenzero, frutta e formaggio, ed ero tutto bello e spaparanzato sopra il divano nel soggiorno al piano superiore, pronto ad intrapendere la mia dolce siesta o pennica estiva, venni letteralmente scosso e quasi sbalzato per terra da tre squilli del citofono esterno: non sapevo chi fosse, ovviamente, l'autore colpevole dell'accaduto, ma degli squilli cotanto forti, i quali avevano all'improvviso squarciato il silenzio dell'ameno luogo e, soprattutto, profondamente turbato i miei incolpevoli timpani, non li avevo uditi mai. Mi sollevai, così, faticosamente dal divano, bestemmiando più volte tra peste e corna (lo feci usando alcuni intercalari tipici della parlata maremmana, di cui è meglio non parla...dire nulla!) e mi recai sul balcone che si affaccia in stradina. Scorsi, allora, e con profonda sorpresa e disappunto estremo, la inconfondibile sagoma di Alfredo, mio miglior amico: egli era in basso, ad attendere con nonchalance ed il ghigno beffardo, strafottente, canzonatorio e goliardico che portava perennemente stampato sul volto. Il mio disappunto, però, non traeva origine dal fatto che fosse stato proprio lui a suonare (altre volte, infatti, Alfredo era venuto a trovarmi in estate alla villa), bensì dall'ora insolita e, soprattutto, dal modo in cui aveva suonato al citofono: mai, infatti, lo aveva fatto con tanta cura...intensità, prima di quel pomeriggio, tutte le volte che veniva a trovarci, a casa in paese o al mare; una maniera insolitamente "squillante", debbo dire, come a voler preannunciare, chissà, qualcosa di eccezionalmente importante.
     - Cavolo! - Li dissi, urlando non poco. - Ti rendi conto dell'ora in cui siamo? Hai deciso mica di rompere il citofono, suonando a quel modo? E i miei timpani, pensi siano rivestiti di gomma o di acciaio isolante? Non capisco davvero cosa mai ci possa essere di così importante da dirmi alle due del pomeriggio!
     - Una cosa a quattro! Ho per le mani una cosa a quattro! - rispose Alfredo, senza farsi pregare ne dire null'altro. (Lui era così: immediato e senza peli sulla lingua; in quanto alla zona pubica, non ci giurerei, perché...mai saputo se la portasse al naturale o rasata né ebbi l'esigenza, del resto, durante la nostra lunga conoscenza, di constatarlo de visu!).
     - Ma di cosa parli? - chiesi io, ancora. - Vuoi mica fare una partita a poker? Ti sovviene, magari solo un pò, che siamo quasi a ferragosto e no sotto le feste di Natale? Sai che lo odio, il poker! Mi sa che devi averla presa proprio brutta l'insolazione! (casualmente, quell'estate, era stata la più calda che si ricordasse negli ultimi trenta e passa anni, in agosto, in Maremma: le temperature, allora, sfiorarono spesso i quarantadue gradi e neanche la brezza marina, proveniente dalla Sardegna e dalla Corsica, riusciva ad alleviare la calura). - In verità, Alfredo lo sapeva che odiassi il poker; è da aggiungere anche quanto io odiassi non solo quello ma tutti (quando scrivo così intendo proprio così, no diversamente!) i giuochi di carte e di società, come la roulette, il monopoli, la tombola, il tombolone ed affini...forse, chissà, le uniche simpatiche mi sarebbero state proprio le slot, se avessi avuto modo - in vita mia - di averne sottomano qualcuna, in qualche modo, e perderci un pò di soldini.
     - No! - seccamente mi rispose e con la verve che lo contraddistingueva ribatté: - te sei  grullo per intero! - mentre proferiva questa frase (più che una frase, tuttavia, essa suonava più che altro come impietosa e fredda sentenza!), Alfredo si batté l'indice della sua mano destra sulla tempia tre volte, dopo di che ancora disse:
     - Parlo di una cosa a quattro tra me, te e tre donne. Allora, dimmi, ci stai? Si o no? 
     - Ahhhh! Va bene! - esclamai. - Mi sembrava d'aver inteso male (era davvero così, del resto: non dissi tanto per dire ma perché effettivamente mai e poi mai avrei potuto immaginare tale cosa, pur conoscendo le doti del mio amico in fatto di donne). Chiamani domani e ti fò sapere. Ma ora, dai, lasciami riposare. Ci sentiamo domani per telefono. - Alfredo, dopo aver ascoltato le mie parole disse:
     - D'accordo! Come vuoi tu! Ci sentiamo domani, Sandrokan! (lui e tutti i miei amici in paese mi chiamavano a quel modo: un mix e una via di mezzo tra il mio nome di battesimo, Sandro, e quello di Sandokan, la famosa tigre della Malesia e personaggio della saga dei racconti d'avventura di Emilio Salgari, autore mio prediletto). - Mi raccomando, però, decidi e fallo per il meglio! - Alfredo, ahilui!, mi conosceva molto bene (del resto eravamo amici sin dalle elementari, frequentate insieme alla scuola del XII°circolo intitolata col nome di "Otello Carraresi", sindaco di Castiglione dal 1953 al 1961 e nel biennio 1977-78, sita nei pressi dell'albergo "Luxor" e del cinema-teatro "Alhambra", dove si andavano a vedere gli spogliarelli delle donnine francesi e le performances da cafè chantant ed ante litteram dei travestiti); sapeva infatti quali fossero le mie principali peculiarità caratteriali: la eterna indecisione e l'insicurezza, mentre lui era agli antipodi da me essendo un tipo essenzialmente deciso e risoluto. Ci salutammo, così, e ci congedammo dopo le ultime parole di Alfredo: lui andò via, in macchina, io rientrai in soggiorno. Mentre rientravo blaterai, tra me e me, alcune frasi: - Boia d'un mondo! Alfredo ne sa una più del dia...di Alain Delon e Giacomo Casanova messi assieme! - Una volta sdraiatomi sul divano, prima di appisolarmi mi sovvenne la sua agendina "rosso special" che una volta mi mostrò egli stesso e che gelosamente custodiva come fosse una vera e propria preziosità: così la chiamava in onore di una Lamborghini rossa (le auto veloci erano una passione di Alfredo, secondaria rispetto all'altra, quella per le belle donne, ma notevole anch'essa), regalata da un lontano parente a suo figlio e che lui era riuscito a guidare, non si come né per volere di chi. Quella agendina era piena di nomi e numeri di donne tanto che...da sembrare quella del Presidente degli Stati Uniti o del Premier russo. Invece, io, ahimé! A quel tempo (ma oggi debbo onestamente dire come non sia cambiato granché da allora!) avevo un numero soltanto di donna: quello di Giovanna, anziana addetta alle pulizie nell'agenzia funebre "Quì tutti uguali", vicino casa, in paese. Il giorno dopo puntualmente Alfredo mi telefonò, come insieme avevamo concordato. - Cosa hai deciso? - Mi chiese seccamente, senza neanche concedermi il tempo di proferire una acca, al momento in cui sollevai la cornetta e la poggiai sul mio orecchio sinistro.
     - Ci sto! - risposi io, altrettanto deciso.
     -  Bene! - replicò Alfredo. - E la prima volta, da quando ti conosco, che prendi una decisione tanto presto; debbo dedurre che tu non sia tutto quanto grullo come pensavo...probabilmente vi é anche della saggia insanità in te! Ci vediamo tra quattro giorni, alla mezza, in pinetina. - Aveva ragione da vendere, il mio amico; anzi, c'é "l'aveva proprio da matti", come recita un intercalare delle nostre parti. Sono sempre stato un indeciso cronico, ma la mia indecisione, a volte, rasentava la parossistica assurdità: capitava, infatti, che non riuscissi a decidere se il giorno dopo avrei dovuto mangiare in bianco oppure più piccante, figurarsi se dovevo farlo in tema di...su una cosa a quattro, con tre donne insieme. Ero meravigliato (lo ero molto, direi), io stesso (dentro di me), della immediatezza mostrata in quell'occasione: ero stato deciso come non mai, prima di allora. Dopo aver proferito le sue ultime parole, Alfredo chiuse il telefono, senza altro aggiungere né darmi, anche questa volta, possibilità di replicare o salutarlo. Dopo neanche un minuto, però, sentii nuovamente squillare il telefono per tre volte di seguito. Andai di corsa a rispondere e, non appena ebbi sollevata la cornetta, la voce di Alfredo aggredì il mio povero orecchio come un vero e proprio tuono:
     - Ehi, grullo! Non darti pena che i preservativi li porto io! - Dopo queste parole, richiuse. Io, allora, ad alta voce dissi a me stesso, mentre mi specchiavo, contemporaneamente, nello specchio a muro posto sopra la mensola su cui poggiava il telefono:
     - Che gran figlio di puttana! - Scherzi a parte, comunque, è da aggiungere quanto segue: non avevo mai usato, sino ad allora, né mai lo farò dopo quella volta, il preservativo...facendo l'amore preferivo farlo nature, perché una volta infilato quello strano involucro lattiginoso il mio pisello diventava più moscio d'un cuscino imbottito di piume! L'incontro campale (o la cosa "a quattro", come la chiamò Alfredo) era previsto per il successivo sabato. Il mio amico, come al solito, giunse puntuale: spaccava le lancette dell'orologio al secondo oltre che i marroni, a volte (no quelli di Marradi, che pure sono belli grossi...mi riferisco proprio ai testicoli posti sotto il pene di ogni uomo). Arrivò in groppa (non era una moto ma per lui lo era, visto come la guidava: mi sembrò di vedere, quando arrivò alla villetta, Peter Fonda sulla sua Harley-Davidson choppata, in "Easy Rider"!) alla sua "Dyane 6" della Citroen, color verde pisello, decappottabile e col tetto apribile: c'è l'aveva da più di dieci anni, oramai, da quando, cioé, il padre gliela regalò per festeggiare la maturità liceale. Egli la custodiva come fosse una reliquia, al pari della sua rosso-special. Ne aveva viste di cose, quella vettura, sopportato su e giù a iosa e leggendari andirivieni. Soprattutto, però, possedeva sospensioni a prova di bom...sesso! Mi venne a mente, in quell'attimo breve ma allo stesso tempo interminabile (come fosse un lampo, un flash-back luminoso), di quella volta in cui, io e Alfredo, ci mettemmo in viaggio ed arrivammo sino a Copenhagen, in Danimarca, a bordo della sua Dyane: Alfredo aveva conosciuto una ragazza del luogo, Krystel, attraverso un club di pen-pals (amici di penna, tanto per intenderci) e volle conoscerla ed incontrarla di persona. Qualche ora soltanto ma ci costò tan...una scarrozzata della durata di oltre venti ore per percorrere più di 1500 chilometri, dop'aver passato il confine svizzero ed attraversato la Germania tutta intera. Un'altra volta, invece, insieme ad una sua particolare amica (un travestito che si chiamava Milù, a cui era affezionato, con cui ebbe una storia d'amore intensa ma travagliata ed il quale tragicamente morì di overdose alcuni anni dopo) fece una cosa, Alfredo, che sembrava quasi impossibile per chiunque altro: girò l'Europa, in lungo e largo, pre tre mesi di fila. Alfredo non disdegnò mai, infatti, imprese pazze né, tanto meno, capatine e divagazioni nel mondo dei diversi e degli "strani", nella trasgressione e nel travestitismo. Non appena ebbe posteggiato l'auto nei pressi della villetta, saltò fuori dal posto di guida che sembrava un grillo, poi aprì lo sportello opposto e (così) saltaron fuori tre ragazze bellissime, un dopo l'altra. Non appena le vidi esclamai:
     - Dove hai trovato queste meraviglie? - Non dissi mai nulla ad Alfredo, ma nel momento in cui le tre ragazze eran saltate fuori dalla macchina, la sua Dyane verde mi era parsa essere il cappello a cilindro di un mago, dal quale invece che conigli venivan fuori belle donne.
     - Dalle parti della Val Brembana! - fece lui, - o a Katmandu, chissà! - dopo di che scoppiò in una grossa risata; un attimo soltanto, ma si riebbe subito e disse:
     - Lo sai, vero? Sono un mago in fatto di donne! - Le ragazze non erano certo dei luoghi nominati da Alfredo, anzi, erano invece fiole, struffelle delle nostre parti, con tanto di certificazione d'oc apposta sul culo di ognuna ad attestarne la prove...l'autenticità, tuttavia egli aveva usato la frase giusta al momento giusto: con lui, che ci si creda o meno, in fatto di donne si era...andavi sempre sul sicuro, per davvero. Io ero sempre stato, invece, una frana completa, irrimediabilmente sfigato cronico e...lasciamo perdere. Le tre ragazze le aveva conosciute ad un party per scambisti nei pressi di Firenze, settimane addietro: Micky, Francie e Ramona. Dissi ad Alfredo:
     - Beh, allora ti chiamerò il mago di...Azz, d'ora in avanti! - (nessuno dei due, però, poteva mai immaginare che quella sarebbe stata la prima e l'unica volta che l'avrei fatto!). Lui, allora, mi guardò senza dir nulla ma sorrise. Micky e Francie erano due lesbiche: la prima bionda, l'altra invece mora cogli occhi verde smeraldo; Ramona era una trans coi capelli ramati naturali. Micky e Francie erano amanti da alcuni anni (me lo rivelò Alfredo poco prima di cominciare...d'aprire le danze, ma la cosa non mi provocò alcun sussulto), mentre Ramona aveva scelto il "terzo" sesso sin da ragazzino, quando si accorse di non voler essere quello che era e decise di voler dare culo e pisello contemporaneamente, a destra come a manca. Aveva un bel corpicino (da controfiocchi, direi), invidiabile da moltissime etero: tette, culo e...pisello ben messi; ma anche le altre due non erano da meno, ovviamente. Alfredo, insieme a Ramona e a Francie, si avviò verso la spiaggetta. Io, invece, mi avvicinai a Micky e li diedi un bacio sulla guancia sinistra. Lei mi sorrise (fu uno di quei sorrisi belli, tanto da sembrare a ottantadue denti piuttosto che a trentadue!) e capii così che li piacevo. Dopo averla baciata la presi per mano e ci spostammo verso un albero al centro della pinetina. Indossava un vestito blu, se lo tolse in fretta e lo buttò per terra: aveva incarnato chiarissimo, su cui risaltava il disegno d'una piccola farfalla arcobaleno tatuata sulla scapola sinistra. I suoi seni erano turgidi e piccolissimi, immediatamente lo notai: essi sembravano due bigné alla crema, simili a quelli che mangiavamo di domenica o nei festivi, durante il pranzo in famiglia. Nostro padre Saverio, infatti, gestiva in paese un piccolo laboratorio artigianale di pasticceria e noi eravamo cresciuti a suon di peste e cor...croissants al cioccolato, cassatine e bigné, appunto. Non aveva reggiseno, Micky, portava invece un tanga bianco sottilissimo, quasi invisibile: glielo sfilai di scatto, in maniera alquanto istintiva, ma anche arrapante e voluttuosa; inoltre usando la stessa identica foga con cui si era lei tolta di dosso il vestito, poco prima. Dopo averlo fatto (non mi ero neanche accorto che il tanga, a causa del mio impulsivo gesto, s'era strappato) lo buttai per aria e quello, ricadendo si adagiò per terra ai piedi di un'altro albero (sembrava una foglia mor...strappata). La ragazza, nel frattempo, aveva poggiato entrambe le mani sul tronco dell'albero posto innanzi a sé e cominciò a dimenare il (suo) culo in maniera frenetica e sensuale, dapprima in avanti eppoi all'indietro, roteandolo contemporaneamente in modo che sembrava una trottola. Micky aveva proprio voglia di me, di essere penetrata per bene dal mio membro.       
       

  • 23 agosto alle ore 16:16
    Sono stanca...

    Come comincia: Sono stanca di essere trattata male e di non essere compresa.
    Sono stanca che la colpa ricada su di me.
    Sono stanca delle frasi “sei fredda” “ti giri male” quando le persone a me più care mi portano a comportarmi così.
    Sono stanca che nessuno mi capisca, che tutti mi trattino di merda e che pretendano poi le scuse.
    Mi dovrei scusare per il mio carattere? Per il fatto che mi riducono a sentirmi uno schifo? Per cosa mi dovrei scusare? Perché io davvero non lo so.
    Mi sento un pesce fuor d’acqua in mezzo a quelli che dovrebbero essere i miei amici; mi sento messa da parte; mi sento incompresa.
    Come si fa ad uscire da questo stato di perenne malessere?
    Come si fa a trovare persone che ci tengano davvero a te?
    Come si fa a sentirsi bene e ad essere felici?

  • Come comincia: Quel vecchiaccio, dalla penna da favola, di Guido Ceronetti, scrive stamane, su “l’insostenibile pesantezza del mese d’agosto”. A ben pensarci, non ha tutti i torti, neanche per chi, come me, da anni, crede di superarlo, standosene a casa. Lui cita: “malumori coniugali, maltempo, inebetimento da spiaggia, cibo affollato, meduse urticanti.” Da parte mia, potrei citare l’assenza di George, il cingalese, che devo supplire, usando aspirapolvere, lavatrice, stesa e raccolta di panni, spesa e trasporto, cucina dei pasti. Questo palazzaccio ottocentesco, che ne ha viste di tutti i colori, ora tace improvvisamente. Un deliquio di vibrazioni, calpestii, voci, sbattute di porte e portone. Solo “O’ figlio di Carlucciello”, il pescivendolo, sul marciapiede di fronte, insiste a vendere pesci e cozze, e porgere o’ cuppetielo verace, attraverso finestrini di auto frettolose , in ritorno dalla spiaggia. Arturo, il fuochista, non lo si sente da qualche notte, con le sue batterie cinesi. Il tabernacolo del S. Salvatore ha spento le luci abbaglianti e lascia quelle di posizione. Alle sue panchine, un gruppetto di congolesi, dialoga a voce alta, dando le spalle al Cristo. Diciamocelo, l’abitudine è una culla, che ci siamo costruiti con cura. Una ripetizione di gesti e pensieri, tutti uguali, che ci danno sicurezza, come quella che provavano i vermi dell’etologo, Konrad Lorenz, ripercorrendo all’infinito la medesima traccia, la più sicura, la più schiva da incertezze e agguati.
    - “Morfina. Tutti assumiamo quotidianamente la nostra dose di morfina che addormenta il pensiero. Le abitudini, i vizi, le parole ripetute, i gesti triti, gli amici monotoni, i nemici senza un vero e proprio odio, tutto addormenta.” – dice Saramago. La tanto desiderata novità, la ribellione al consueto, la vacanza, ci eccita, ma finisce per logorarci. Il nuovo, implica un lavoro mentale di giudizio, nel soppesare l’utilità vera di ciò che ci viene incontro. L’insostenibile peso della “vita nova”? Tra qualche giorno, uscendo di mattina, “Stanno tornando!” penseremo, ritrovando il traffico caotico consueto, le code, quel più di monnezza. Un folle rassicurarci, che la vita, che abbiamo scelto, continua.

  • 20 agosto alle ore 22:47
    Sentiva l'acqua scorrerle addosso

    Come comincia: “Sentiva l'acqua scorrerle addosso…
    goccia, dopo goccia, dopo… goccia…
    innumerevoli rivoli le accarezzavano il CORPO dandole intense sensazioni di PIACERE.
    Una sensazione simile ma MAI uguale a quella procurata dalle sue MANI che impertinenti erano arrivavate a toccarle… L'ANIMA.”

  • 20 agosto alle ore 22:23
    Ultimi sprazzi di vita

    Come comincia: 3 giugno 2021

    Ho bisogno di ricordare gli ultimi sprazzi di vita che ricordo, perché da dicembre mi sembra tutto un incubo, una stasi in attesa della fine.
    Giugno 2020. Un membro dello staff del programma "Il Collegio", Rai2, telefona per la mia piccola. Grazie alla vigilanza della maggiore, ero riuscita a compilare la domanda di partecipazione nella brevissima finestra temporale disponibile. La considerano una personalità interessante e vorrebbero farle un colloquio. Online. Di norma sarebbe nel luogo dove si gira il programma, ma date le restrizioni dovute alla pandemia questa volta i colloqui saranno online.
    Problema 1) Mia figlia non è in casa e la signora vorrebbe parlare con lei. Le dò il suo numero di telefono. Non ricevendo più notizie, invio una mail allo staff. Risposta: mia figlia non risponde al telefono. Comprendo: mia figlia ha il blocco per le chiamate con numero privato. Riesco a recuperare il numero di telefono dell'amica con cui è mia figlia e lo fornisco.
    La telefonata ha successo. Mi richiama il membro dello staff e mi dice che mia figlia le è sembrata poco convinta. Spendo fiumi di parole per spiegare che mia figlia è così: non dice mai sì subito, anche se la cosa le interessa, è come se debba essere rassicurata che l'altro si interessi veramente a lei ed al suo benessere.
    Ottengo il colloquio.
    Problema 2): dove? I genitori devono essere presenti.
    Il padre non vuole venire a casa mia, io non voglio andare a casa sua. Organizzo in maniera mirabile la giornata e l'incontro in terreno neutro. Il colloquio si svolge con il mio portatile.
    Mia figlia sembra essere soddisfatta della personalità del giovane con cui ha il colloquio, in privato. In privato, perché dopo che abbiamo fatto vedere che noi genitori siamo lì e approviamo il colloquio, dobbiamo uscire dalla stanza.
    La cosa non ha avuto seguito, ma è stata una bella giornata e una bella esperienza.
    In serata mia figlia maggiore mi fa: <<Ho detto a mia sorella: "Ma ti rendi conto che senza mamma tutto questo non ci sarebbe stato?!". Ha replicato: "E chi glielo ha chiesto?">>
    Le soddisfazioni della vita.

    Novembre 2020. Finalmente ho fissato l'appuntamento con la nutrizionista per mia figlia maggiore che me lo chiedeva da tempo. Dato che c'ero, fisso l'appuntamento anche per me.
    Mentre parla di noi alla nutrizionista, mia figlia fa: <<Mia mamma è molto intelligente.>>
    Cuore di mamma.

  • Come comincia:  Con
    voce suadente
    aveva a lei rivelato
    le proprie…
    … lussuriose intenzioni
    ed ella estasiata
    s’era scoperta…
    … eccitata più che turbata,
    nell’udire di peccati
    e perversioni
    che adesso,
    impazientemente…
    … DESIDERAVA.”

  • 02 agosto alle ore 23:56
    Delitto in casa Montalbano

    Come comincia: Il tutto accadde nell’anno in cui la tradizionale rimpatriata dei Commissari, Tenenti, Marescialli, resi famosi da innumerevoli film, serie televisive, romanzi, si tenne a Vigata.
    Proprio alcune settimane prima, tale paese aveva vissuto il suo momento di gloria eterna, entrando nel Guinness World Records, con la seguente motivazione: “In tempo di pace, Vigata ha raggiunto il numero più alto al mondo di vittime per morte violenta in rapporto al numero di abitanti”.
    Il Comune contava 128 residenti e nell’ultimo quinquennio aveva totalizzato 256 ammazzatine.
    Naturalmente le vittime ritrovate sul territorio comunale non erano tutte di Vigata, anzi, la maggior parte proveniva da Montelusa e dintorni.
    Il sindaco era disperato e non capiva il perché di quell’attrazione fatale verso il paese da lui amministrato.
     -Ma tutti a Vigata devono finire gli sparati? - ripeteva in continuazione.
    Quel commissario Montalbano gli faceva girare un tanticchio gli zebedei: sembrava moltiplicare gli ammazzati, come Gesù con i pani e i pesci.
    Per non parlare di quando incontrava gli altri sindaci: appena pronunciava il nome di Vigata, loro si toccavano senza alcun pudore.
    La rimpatriata si tenne a casa di Montalbano, quella con vista sulla solitary beach.
    Il primo ad arrivare fu Ezechiele Sheridan, investigatore della Polizia di San Francisco, squadra omicidi.
    Si presentò con una cassa di bottiglie contenenti un liquido giallo paglierino.
    Mii, che è questa roba? L’esame dell’urina delle 24 ore? Pensò Montalbano.
    -Hallo big boss Montalbano, ho portato un po’ di bottiglie di Biancosarti: l’aperitivo vigoroso. - disse Sheridan mostrando la cassa. - Volevo portare anche qualcosa da sgranocchiare, ma poi mi sono detto: la Sicilia manda olive e pistacchi in tutta l’America, e io che faccio? Li riporto indietro?
    …Mi sembra tranquilla Vigata in questo periodo.
    -Ma lascia perdere,- rispose Montalbano, - anche stamattina due ammazzatine.
    Subito dopo arrivò Er Monnezza, profumato che sembrava un pesciarolo dopo dodici ore di lavoro con due orate sotto le ascelle.
    Lui adesso era Nico Girardi, agente della Squadra antiscippo di Roma e ora lo chiamavano Er Pirata; ma la nomea di Er Monnezza gli era rimasta addosso: si vedeva e, soprattutto… si sentiva.
    Salutò i presenti con un movimento dell’occhio che ancora era discretamente aperto e poi posò sul tavolo due teglie di focaccia romana.
    -E’ bona, è del Bonci. – Poi guardando le bottiglie di Biancosarti aggiunse: -Ammazza quanto siete antichi! Ancora con quell’aperitivo che pare piscio! Comunque non stiamo a fare i raffinati, basta che se beve.
    A ruota di Er Monnezza o Er Pirata, fate voi, arrivò, alquanto confuso e trasandato, il Tenente Colombo, in forza al dipartimento di Polizia di Los Angeles squadra omicidi.
    Salutò i presenti e poi, portando alla testa le due dita che stringevano un mozzicone puzzolente e insalivato, disse: -Un’ultima cosa, torno in macchina a prendere i sigari che ho comprato per voi a Montelusa.
    -Come minimo nel tragitto da Montelusa a qui ne avrà già fumati la metà. – chiosò Sheridan rivolto a Montalbano.
    Mentre Colombo tornava alla macchina, fece il suo ingresso Rocco Schiavone, Vice Questore aggiunto di Polizia in servizio ad Aosta.
    Faceva caldo, ma lui portava ancora il Loden e le Clarks modello Desert Boots.
    Al che Montalbano pensò: Sheridan e Colombo si presentano con l’impermeabile, questo con il Loden, Er Monnezza con una tuta da meccanico e una capigliatura che pare un riccio di mare gigante; inoltre sono qui da pochi minuti e in casa c’è già un mix di odori pestilenziali, con sentori di sardine sotto sale.
    Quando tutti furono seduti (chi sul sofà, chi da sol, chi là), si senti una strana canzone uscire dal telefonino di Montalbano: “Bang bang, io sparo a te/ Bang Bang tu spari a me/ Bang Bang vincerà/ Bang Bang chi al cuore colpirà...”
    -Pronto Montalbano sono!  Presentare si può?
    - Maresciallo Vitrano sono! Della Caserma dei Carabinieri di Borgo San Vito. Qui fuori sto, aprire mi può?
    -E chi è sto Vitrano e soprattutto come cazzo parlate? chiese Colombo.
    -E’ il maresciallo di un romanzo di un certo Claudio Bro. – rispose Montalbano.
    - E chi se ne frega! replicò Colombo.
    - Te lo dico in neretto così capisci: Claudio Bro è un amicone dell’autore di questo racconto.
    - Ah beh, allora cambia tutto, non stiamo qui a fare le pulci alle zecche! – disse Colombo chiudendo la discussione; poi di scatto si alzò e andò ad aprire la porta al Maresciallo.
    - Buongiorno Vitrano, prego venga avanti, faccia come se fosse a casa mia. - disse Colombo; poi, portando alla testa le due dita che stringevano un mozzicone di sigaro puzzolente e insalivato, in seconda battuta aggiunse:
     - Un’ultima cosa, sono lieto di essere il primo a fare la sua conoscenza.
    Che ruffiano sto Colombo!  Pensò Montalbano.
    Trascorsero le prime ore del mattino come vecchi amici che si ritrovano tra i fumi di un’osteria di paese.
    Le dodici bottiglie di Biancosarti, le olive, i pistacchi e la focaccia del Bonci, gli arancini, rigorosamente di Montalbano, si esaurirono a tempo di record.
    Quando arrivò la pasta incasciata, preparata con tanto amore dalla domestica di casa, erano talmente sazi che nemmeno la sfiorarono.
    Però ai cannoli e al passito “Morsi di luce” nessuno rinunciò; tranne, in un primo momento, il Tenente Colombo, che quando gli porsero il cannolo disse: -No grazie, fumo solo i miei sigari.
    Nel pomeriggio Montalbano, per riempire il tempo (lo stomaco non ne aveva bisogno) fece venire a casa sua il Mago Silvan, che in quei giorni era in tournée a Montelusa. Non fu difficile convincerlo a fare uno spettacolo extra, gli bastò dire: -Montalbano sono!
    Il mago avvolse il tavolo con un telo nero e sopra vi posò una cassa rettangolare in cui fece entrare la sua valletta, da una parte usciva la testa, dall’altra i piedi; poi, presa una grossa sega, tagliò a metà la cassa.
    Al termine di quella operazione di grezza falegnameria, la aprì e in mezzo c’era il vuoto.
    Mii, che brutta fine!   Pensò il padrone di casa. Un’altra morta ammazzata!
    Già vedeva i titoli dei giornali in edizione straordinaria: “Delitto a casa del Commissario Montalbano”.
    Ma guarda a cosa mi tocca assistere! Ma sto minchia di scrittore non poteva lasciarmi nel libro di Claudio Bro? Pensò il Maresciallo Vitrano.
    -Sim salabim! - disse Silvan nell’atto di aprire in due la cassa.
    Er Monnezza scattò in piedi e rivolgendosi al mago disse: - Adesso per te sono uccelli per diabetici.
    Così detto fece partire una palmata che colpì in pieno volto Silvan.
    Il povero mago fece tre giri su sé stesso e poi stramazzò al suolo.
    -Che botta che gli hai dato! E chi sei? Bud Spencer? – disse il Tenente Sheridan. -Ora però ci tocca chiamare Giucas Casella per svegliarlo.
    -Bravo! Bravo! – disse Schiavone a Er Monnezza. - E adesso chi è che la rimette insieme sta donna?
    All’improvviso, da sotto il tavolo, uscì la valletta che subito rassicurò i presenti, preoccupati più del danno di immagine che del delitto, a quello, del resto, c’erano già abituati: operavano nella squadra omicidi, mica nella sezione gattini scomparsi.
    -Ragazzi, tranquilli! E’ solo un trucco, sono ancora intera.
    Montalbano tirò un sospiro di sollievo, - Va beh, tutto è bene ciò che finisce bene, ma qualcuno apra la porta che qui c’è un’aria che fa schifo.
    -Un’ultima domanda, – disse il Tenente Colombo (facendo il solito gesto che non sto di nuovo a descrivere perché ormai l’avrete imparato a memoria), – un’ultima domanda: facciamo il caffè o scaldiamo la pasta incasciata?

  • 22 luglio alle ore 22:35
    Il bosco e la notte

    Come comincia: Le sere d’estate era sua abitudine uscire in giardino e sdraiarsi sull'erba umida.
    Era un giardino di dimensioni ridotte, ma al di là di esso c'era il bosco, dal quale lo separava una sottile rete metallica, che lasciava passare inevitabilmente rumori e profumi.
    Stava delle ore sdraiato a guardare il cielo, cercando di creare disegni fantastici unendo le stelle tra di loro con un sottile filo invisibile.
    Stava così, immobile, respirando piano, a volte sino a quando il buio si dissipava nel sospiro dell'alba, ascoltando il suono del bosco, che respirava e soffiava sopra la sua anima, sino a spegnere quel fuoco impaziente che gli bruciava dentro, che lo costringeva ogni giorno a rincorrere la vita come se dovesse essere indispensabile sorpassarla per arrivare prima di lei.
    E poi all'alba… rientrava in casa, e si preparava a un altro giorno, a un'altra inutile corsa verso il superfluo, verso un'esistenza da abbandonare dentro a un armadio...

  • 19 luglio alle ore 16:17
    L'amore universale

    Come comincia: Nella vita si impara continuamente, lo sappiamo tutti, però devo dire sinceramente che non mi sarei immaginata di dover imparare da vecchia le cose più difficili. Si pensa che da vecchi "il peggio sia passato". Non è così. Da vecchi,forse per la consapevolezza profonda di noi stessi e del fato, possiamo trovarci di fronte a imprevisti sconosciuti e dover imparare ad affrontarli, oggi si dice gestirli, ma non mi piace tanto come termine, è così freddo...dicevo affrontarli e risolverli, e se non sono risolvibili bisogna imparare a conviverci. Parola da niente "conviverci"! Trovare un equilibrio nuovo destreggiandosi su un filo come funamboli. Quale filo? Quello che ci fa inseguire un altro essere umano in viaggi interminabili e inimmaginabili. Quel filo che a volte crediamo di condividere, salvo poi accorgerci che dall'altra parte non c'è nessuno. E allora cercare, cercare e ancora cercare nei meandri di vite parallele e a noi sconosciute, nella mente che si compiace di un disordine a cui non siamo abituati, rincorrendo ali che volano troppo in alto, in troppe direzioni, sfuggenti ed enigmatiche. A volte non basta una vita per trovare la chiave, quella chiave che apre un mondo che ci interessa, che ci riguarda, che svela ogni ingranaggio, però una vita basta per abbandonarci e affidarci all'istinto, quell'istinto che ci dice che se non si trova la chiave, quella adatta, quella che "spiega",c'è una chiave che apre porte senza bisogno di spiegazioni: l'amore universale.

  • 11 luglio alle ore 6:25
    L'inganno del diavolo

    Come comincia: L'inganno del diavolo ovvero Le Streghe di Eastwick

    Il Signore ci manda sempre degli avvertimenti. Questo è l'ultimo della serie.
    Nel senso è ultimo che ho riconosciuto come avvertimento.

    Le streghe di Eastwick.
    Prima metà del novembre 1987.
    Con uil gruppo del sabato sera ci ritroviamo a Salerno.
    Mi offrono due alternative al cinema:
    1) I miei primi quarant'anni;
    2) Le Streghe di Eastwick.

    Non c'è storia. Pur non entusiasta, spingo tutti verso Le streghe di Eastwick.
    Daryl Van Horne, quell'uomo anche brutto, volgarotto, maleducato, dapprima disprezzato ( “… e per di più puzza!”, gli dice una delle tre donne quando, come lui ha chiesto, gli spiega perché non gli piace) e che poi invece si impone nella vita delle tre protagoniste.

    Fino a quando le tre donne capiscono chi è quell'uomo così affascinante che ti legge dentro e che sembra saperti valorizzare.
    Lo capiscono e decidono di prendere contromisure solo dopo che c'è una vittima.
    Una vittima che era l'unica a non fidarsi ed a mettere esplicitamente in guardia contro quell'uomo. Una donna che diceva al marito: "Non te ne importa niente? Quelle donne daranno alla luce i suoi figli che saranno liberi di andare per il mondo!"
    Lo capiscono dopo la morte, cruenta, di questa donna, l'unica persona che non si era fatta abbindolare.
     
    Se ne liberano, però prova a tornare e da uno schermo chiama i suoi bambini, ancora nel girello, che stanno per lasciarsi affascinare. Arrivano le tre streghe e spengono lo schermo.
    Loro ci sono riuscite a sottrarre i figli dalla sua influenza.
    Loro.
     
    Quando uscimmo dal cinema il più anziano del gruppo andò in cerca di una cabina telefonica. Al ritorno ci confermò che era stato eletto presidente del consorzio ecc. e gli amici lo reclamavano per andare a festeggiare.
    "Vuoi venire anche tu?", mi chiese.
    Era un'investitura. Un'investitura che non intendevo accettare e risposi: <<No, grazie. E' la tua serata, sarei di troppo.>>
    Era il terzo mio concittadino nel giro di nemmeno un mese che manifestava interesse nei miei confronti e mi ritrovai a pensare: "Ma si sono accorti tutti adesso che esisto?! Il prossimo che si presenta non so dove lo faccio arrivare!"
    Ed il prossimo che si presentò (una, due settimane dopo?) era uno che veniva da fuori. Come Daryl.
    Brutto, come Daryl.
    Inelegante e inopportuno, come Daryl.
     
    E puzzava. Come Daryl.

    Ora puzzo io.
    Ha ottenuto il suo scopo.

    26 maggio 2020

  • 11 luglio alle ore 6:11
    Si vede che sei troppo sensibile

    Come comincia: Gennaio 2018.
    "Si vede che sei troppo sensibile", dice mia cugina (lato materno) per telefono.
    "Si vede che sei troppo sensibile", dice l'amico dell'adolescenza che ha telefonato da Roma.

    Estratto da "Mi dicevano che ero troppo sensibile" di Federica Bosco, visto in libreria nell'ottobre 2018.
    Capitolo: Il problema (grosso) con le relazioni sentimentali. Manipolazione e Gaslighting
    《Le prede preferite dei narcisisti perversi sono gli iperfficienti mentali》 Christel Petitcollin, Il potere nascosto degli ipersensibili
    ......
    Con il nostro temperamento sempre eccessivamente fiducioso nel prossimo, e quella tipica ingenuità che ci fa credere di riuscire a salvare il mondo e tutti i suoi abitanti .... siamo le prede perfette dei narcisisti.
    Perché la nostra tendenza è esattamente opposta alla loro.
    ...
    Anime nere, pericolose, crudeli lupi travestiti da dolci nonnine, insensibili aguzzini, malvagi torturatori, affascinanti bugiardi patologici che ti lavano il cervello. ..
    Noi ipersensibili ... non vediamo l'ora di elargire da accontentarci anche delle briciole, intimamente dubbiosi di noi stessi e abituati a sentirci dire che abbiamo sbagliato.
    Disposti a tutto pur di evitare i conflitti, fino ad addossarci colpe che non abbiamo.
    E loro arrivano, splendidi e ombrosi, ma così incrollabilmente sicuri di se stessi, con la verità in tasca e tutte le risposte giuste e ci dedicano quelle parole e quei gesti che nessuno ci ha mai dedicato prima.
    Ci dicono che valiamo, che non dobbiamo più sottovalutarci ...ci convincono che abbiamo trovato ... quel qualcuno di cui finalmente fidarci ...
    In cambio di molto poco: la nostra anima.
    A quel punto poco importa che lui ci piaccia o meno, .... che diritto abbiamo noi di scegliere?
    ...
    e metteremo a tacere ogni istinto di sopravvivenza, ogni allarme che suona (perché suonano!) ...
    Ci dobbiamo immolare alla causa e lo faremo fino all'ultima stilla di energia disponibile, fino all'esaurimento nervoso, fino a che saremo ridotte come delle amebe incapaci di intendere e di volere, prede sottomesse, che accettano i più biechi compromessi perché ci hanno convinto che è giusto così. Perché quelle sbagliate, ancora una volta, siamo noi, ingrate e cattive.
    Ci rovesciano addosso tutte le loro mancanze, tutti i loro difetti di cui cominciamo davvero a farci carico ...
    ...
    Un esercizio sadico che li carica di nuova energia, senza mai un rimorso, perché non hanno un cuore, non hanno sentimenti, sono solo dei grandi attori.
    E' solo il potere a interessarli, l'averci in pugno ...
    E se non arriva la cavalleria siamo fottute.
    ...
    Il narcisista ci dice che ci ama e noi ci crediamo, ma la verità è un'altra: il narcisista ci disprezza ...
    《I manipolatori sono dei ladri di vita e dei profanatori che devono sporcare, annientare, massacrare tutto ciò che è amore e gioia di vivere. Esiste una temibile complementarità tra i narcisisti perversi e gli iperefficienti mentali. In pratica è l'incontro di un angelo e di un demone, ne consegue una lotta impari tra il Bene e il Male, tra la vita e la morte, tra un calcolatore e un ingenuo.》 Christel Petitcollin, Il potere nascosto degli ipersensibili.
     

  • Come comincia:  - Mai Afana era una ragazza palestinese di ventivove anni ed esercitava la professione di medico psichiatra: é andata via da questo mondo il sedici giugno scorso, uccisa a sangue freddo dai soldati israeliani delle forze di occupazione, mentre si trovava all'interno della sua auto, nei pressi di un checkpoint ad Hizma, piccolo villaggio situato a circa sette chilometri da Gerusalemme, all'interno della cosiddetta "area C" della Cisgiordania. Quando sento parlare di checkpoint mi tornano spesso alla mente, come fosse un riflesso condizionato o autoindotto (o forse, chissà, sono soltanto reminescenze della memoria che solo quelli di una certa età possono avere: il Vietnam non dice un bel nulla a quarantenni, trentenni o ventenni!), quelli del conflitto statunitense in Vietnam che resero (tristemente) famosi luoghi sconosciuti ai più, oltre che remoti, come Da Nang o Lang Son: allora i marines stars&stripes (i famosi buoni dei film di guerra, così come le giubbe blu lo sono nei film di cowboys e indiani!) e la fanteria americana li chiamavano generalmente checkpoint "Charlie", identificandoli col nemico, i soldati nordvietnamiti o Charlie, appunto ma...molto spesso accadeva, però, che sotto le micidiali spire delle bombe al napalm, restassero imbrigliati anche numerosi civili, tra cui donne e bambini (ben pochi ricordano i bombardamenti del natale del 1972, quando i micidiali B-52 statunitensi misero a ferro e fuoco le città di Hanoi e Haiphong...io rivedo le immagini diffuse dai notiziari televisivi e i cieli che invece d'essere pieni di stelle sembravano dei vulcani in eruzione). Oggidì in Palestina sono disseminati tantissimi checkpoint: sono molti di più, probabilmente, di quelli che erano in Vietnam nonostante le dimensioni dei territori occupati dagli israeliani siano nettamente inferiori a quelle dello Stato del sud-est asiatico (quasi 158 mila chilometri quadrati contro 28 mila). Quello più noto si trova a Kalandia (conosciuta anche come Qalandia o Kalandiya), piccolo villaggio della Cisgiordania, a metà strada tra Ramallah e Gerusalemme. Nei pressi del villaggio si trova anche un campo profughi: circa diecimila persone lo popolano, vivendo in condizioni di fatiscenza estrema e povertà come accade in tutti gli altri disseminati lungo i territori occupati. Esso fu costruito nel lontano 1949 dall'Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente). E' da dire che ogni campo ed ogni checkpoint raccontano spesso storie dolorose (come quella di Mai, appunto), ognuno di essi é intriso soprattuto di pianto piuttosto che di sorrisi. Questo, però, in particolare, é uno dei punti focali dei territori occupati lungo la cosiddetta linea verde (o green line), ossia quella linea di demarcazione immaginaria (lo era, nonostante fosse ben visibile nelle cartine geografiche e venisse citata sui i libri di testo che insegnano storia e geografia a scuola o nelle università) che venne stabilita nel 1949 tra Israele e i suoi confinanti (Egitto, Giordania, Siria e Libano ruotando da sudovest a nordest) all'indomani della prima guerra arabo-israeliana, quella dell'anno precedente, segnandone i confini sino alla guerra dei sei giorni, avvenuta nel 1967: dopo di allora, infatti, i territori annessi da Israele sotto la sua "custodia" (o messi al sicuro nella sua cassaforte, secondo come affermano alcuni: Israele viene definito Stato silos o cassaforte, appunto, per via del suo apparato militare e di sicurezza che lo circonda e lo rende quasi inespugnabile dall'esterno) furono quelli di Gerusalemme est; della Cisgiordania (o West Bank secondo la ripartizione e nomenclatura classica di matrice anglosassone); della Striscia di Gaza, che si affaccia direttamente sul Mediterraneo e comprende Gaza City - per gli anglosassoni - o Ghazza in arabo, o Azza in ebraico: altre definizioni della lingua araba la snocciolerebbero come Ghazzah e Gazzah, mentre in antichità veniva chiamata anche Ghazzat o Ghazzat Hashem, in onore del trisavolo del profeta Maometto - la quale passò poi nelle mani della AP (Autorità Palestinese) nel 2005 e definitivamente in quelle di Hamas (dopo le elezioni amministrative vinte nel 2006 sul rivale Fatah e al termine della "battaglia di Gaza" dell'anno seguente); delle alture del Golan (o Gaulantide), promontorio montuoso situato all'estremo confine occidentale proprio di fronte al territorio siriaco; della Penisola del Sinai, che delimita i confini tra territorio egiziano - nel versante africano - e israeliano - nel versante dell'Asia - e venne definitivamente restituita all'Egitto dopo gli Accordi di Camp David del 1979 stipulati tra il presidente Usa Carter, il premier israeliano Begin e quello egiziano Sadat. Molti li chiamano territori della Palestina o della Cisgiordania occupata; oppure, in modo più semplice e sbrigativo, territori occupati da Israele. Dal 2002, sotto la regia dell'allora primo ministro Ariel Sharon, Israele ha cominciato a erigere un muro vero e proprio la cui costruzione formalmente non si é mai arrestata: un enorme cantiere a cielo aperto, dunque, che copre all'incirca settecentotrenta chilometri di territorio in Cisgiordania, al di qua del confine con Israele (a tutt'oggi sono stati costruiti 570 chilometri di muro rispetto a quelli pianificati). All'interno di esso vi sono la maggior parte delle colonie israeliane e delle fonti idriche. Solo il 20% della barriera si trova in effetti lungo il confine tra i due Stati. Oltre ai checkpoint conta torrette, trincee e porte elettriche. Quella linea immaginaria così è diventata realtà, oggi (ma forse, chissà, esisteva già da molto tempo nella mente e nel cuore di migliaia di uomini!), materializzandosi: quella linea sono i muri, le recinzioni o i reticolati, i checkpoint (appunto), che demarcano confini, ampliano distanze a dismisura e rendono ancor più distanti le persone...ad anni luce tra loro. Nel 1979 (proprio lo stesso anno degli Accordi di Camp David) i Pink Floyd pubblicarono il loro undicesimo lp dal titolo profondamente emblematico e drammaticamente premonitore: "The Wall"! Roger Waters nel 2006, dopo un concerto da solista tenuto a Nevè Shalom, scrisse la frase "Tear Down The Wall" (Abbattete il muro) sul muro: la frase è la stessa che si trova nel brano The Trial, (anzi, è l'ultima frase di quel brano) contenuto nel doppio lp "The Wall" che l'artista aveva inciso con i Floyd ventisette anni prima (la prima strofa di quel brano suonava a questo modo: Buongiorno, vostro onore il Verme/Il pubblico ministero mostrerà chiaramente/Come il prigioniero che ora è di fronte a lei/Sia stato catturato in flagrante mentre manifestava dei sentimenti/Manifestava sentimenti di natura quasi umana).E' da notare che la scelta di quella località non fu casuale: Nevè Shalom è un villaggio sito a ovest di Gerusalemme (l'espressione sta per "oasi della pace"), venne fondato nel 1972 e vi risiedono tanto Arabi palestinesi, quanto Ebrei israeliani. A proposito del muro è interessante quanto scrisse Pietro Crippa, professore di Storia e Filosofia, nell'ottobre del 2014, in un articolo apparso nella rubrica Fortress World, dal titolo "Il muro tra Israele e Cisgiordania": "Lo scopo dichiarato dalle autorità israeliane è quello di ostacolare l'ingresso di terroristi palestinesi nel territorio statale. A sostegno di questa tesi si cita il netto decremento dei casi di attentati terroristici dal 2003 in poi. La Palestina, dal canto suo, giustifica tale dato specificando come negli ultimi anni vi sia stata una maggiore collaborazione tra gli attivisti anti-israeliani e il governo di Al-Fatah. La Cisgiordania e la sinistra isareliana, al contrario, vedono nella barriera un mezzo de facto per annettere buona parte della regione allo Stato di Israele. Nel 1949 viene tracciata una linea verde (o green line, appunto) tra Israele e la Cisgiordania: il muro verrà costruito all'interno di essa, dalla parte araba, a volte spingendosi fino a 28 chilometri nell'entroterra. L'obiettivo sta nel tutelare le numerose colonie israeliane presenti in territorio cisgiordano e sottrrarre terre a quest'ultimo. Come dirà il colonnello israeliano Arieli, parlando dell'omologo Tirza, responsabile della costruzione della barriera: "Tirza conosce la verità riguardo al muro; sa che esso prefigura la futura frontiera occidentale di Israele. Quindi ha capito che il tracciato doveva accaparrare il massimo di terre con il minimo dei palestinesi". "Nel 1991, prosegue Crippa nel suo articolo, i coloni in Cisgiordania erano solo 112 mila. Oggi sono più di 300 mila". Secondo il movimento pacifista israeliano Peace Now, nel febbraio del 2018 vi erano 132 insediamenti e113 avamposti (ma il numero aumenta di anno in anno esponenzialmente: sembra un malefico incantesimo...algoritmo!) in cui vivono oltre 400 mila coloni israeliani. A questi si aggiungono 97 insediamenti costruiti senza autorizzazione ufficiale (la stessa comunità internazionale li ha dichiarati più volte illeggittimi). - Con la costruzione del muro non possiamo più accedere ai nostri terreni, - dice Umm Judah, docente palestinese in pensione. - Tutto quello che avevamo ci è stato rubato. Piangiamo ma nessuno vede le nostre lacrime. - "Se si considera anche la popolazione di Gerusalemme est, annessa da Israele, sono oltre 500 mila gli israeliani che vivono nei territori occupati al riparo del muro", afferma Crippa; "inoltre vi sono più di cento outpost militari, embrioni di future colonie. Al tutto vanno aggiunti gli insediamenti spontanei". Nell'estate del 2018 il giornale brasiliano Folha de S. Paulo condusse una serie di reportage scritti e video sulle barriere costruite per chiudere i confini, fermare i migranti o nascondere la povertà (il titolo era "Un mondo di muri"): giunse a concludere che nel 2001 vi erano nel mondo 17 muri, diventati ben 70 dopo diciassette anni. "La barriera, inoltre, ha diversi effetti collaterali sulla vita quotidiana della popolazione palestinese", conclude Crippa, "frapponendosi tra case e scuole, erigendosi nel mezzo dei quartieri, esigendo la distruzione di interi mercati o villaggi con un preavviso di poche decine di minuti. Già nel 2003 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito illegale la barriera. Questa decisione non era vincolante e non ha sortito effetti nella questione".  Mohammed Khatib afferma: - Io sono del villaggio di Bjl in, il mio villaggio è in Cisgiordania e il muro e le costruzioni israeliane nel mio villaggio mi dividono dalla mia terra. In quest'area gli insediamenti si stanno espandendo e distruggono gli ulivi e la terra. Solo gli israeliani hanno diritto ad accedere all'area e a noi, che siamo palestinesi, è impedito accedere alle nostre terre. - (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, stipulata nel dicembre 1948, e conosciuta anche con la sigla di DUDU, recita all'articolo 17: "Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà"). A Kalandia vi è viavài di gente tutto il giorno: il checkpoint è molto trafficato perché viene usato dai Palestinesi per transitare da (e per) Gerusalemme est per motivi di lavoro, sanitari, scolastici ed educativi, religiosi. Esso regola il flusso alla spianata delle moschee nella città gerosolimitana, anzi è la vera e propria porta d'ingresso verso quel luogo; è il biglietto d'accesso al tempio di al-Aqsa nonché ai quartieri di Silwan (posto sulle colline della città come fosse la cresta di un gallo: a me ricorda la città vecchia di Locorotondo, detta in dialetto murgiano "cummèrse", un avamposto della Puglia centro-meridionale situato su un'altura che domina l'intera Valle d'Itria, zona ricca di vigneti e uliveti che abbraccia le provincie di Bari, Taranto e Brindisi e resa famosa dalla presenza dei trulli e delle cittadine "bianche") e di Sheikh Jarrah, nodo centrale della "ebraicizzazione" e colonizzazione forzata (per molti altri trattasi di mero colonialismo imperialista o imperialismo colonialista, che sono la stessissima cosa, comunque!) messa in atto da decenni dallo Stato di Israele; nonché della pulizia "etnico-territoriale" attuata ai danni dei Palestinesi (palestinians secondo l'idioma english) al fine di renderlo sempre più puro...puramente israeliano e colonizzato ("alla faccia della soluzione fina...della shoah!" avrebbe detto, forse, - fosse ancora vivo - un omino teutonico col baffo breve). Israele, come è risaputo, richiede dei permessi a chi transita da un luogo all'altro, per ogni tipo di spostamento: "i Palestinesi, in buona sostanza," ha detto qualcuno in tivu', sarcasticamente, alcuni mesi orsono, "sono l'unico popolo al mondo a cui sia permessa la libera circolazione ovunque tranne nel caso in cui essi debbano attraversare i confini delle...del giardino di casa!".Ma le cose, purtroppo, non sono così semplici. Secondo la organizzazione B'tselem, la quale ha sede a Gerusalemme e da tempo lungo oramai monitora e documenta le violazioni dei diritti umani in Palestina, la maggior parte delle persone che usano il checkpoint a Kalandia sono residenti di Gerusalemme est separati dalla città dalla barriera della Cisgiordania, appunto. Spesso il luogo é stato teatro di manifestazioni antiisraeliane, proprio in virtù della sua notevole importanza logistico (nevralgica) strategica e simbolico-politica. Il sedici dello scorso mese di aprile, avvenne l'inimmaginabile (lo è, purtroppo, solo per noi occidentali: da quelle parti si tratta invece di normale e consueta amministrazione!). Infatti, proprio durante il primo venerdì del Ramadan musulmano-islamico (o coranico, se meglio garba a qualcuno), molti fedeli si spostarono dai vari villaggi della Cisgiordania per giungere a Gerusalemme, passare la barriera e poter pregare poi al proprio dio in tutta pace e serenità nella moschea di al-Aqsa: a tanti di loro, tuttavia, fu impedito il passaggio da Kalandia verso Gerusalemme. Di lì si susseguirono una serie di eventi tragici, i quali, in breve, finirono per essere senza controllo e portarono alla successiva crisi: gli assalti dei coloni verso i fedeli musulmani, dapprima alle varie porte della città e poi nei pressi della stessa moschea di al-Aqsa; le barriere metalliche innalzate dai soldati israeliani vicino le porte di accesso all'interno di Gerusalemme. Vi furono così disordini e arresti e poi vi...si sollevò il grido di aiuto invocato dai Palestinesi ai loro fratelli musulmani, raccolto da Hamas; infine, si ebbe la reazione israeliana a suon di tromba e petardi...bombe lanciate dai micidiali F-16 ed F-35 di fabbricazione statunitense, nel corso dei loro raid sopra l'inerme Gaza e la sua gente (la città, la quale conta poco meno di seicento mila abitanti, ha una densità che supera i tredici abitanti per chilometro quadro e conta uno dei tassi di urbanizzazione tra i più alti al mondo), etc. La giovane Mai Afana risiedeva ad Abu Dis: villaggio anche esso situato ad est di Gerusalemme ed il quale - secondo l'ultimo censimento del Palestinian Central Bureau of Statistics - conterebbe poco più di dodicimila abitanti mentre secondo The Guardian, noto quotidiano popolare inglese dell'area di Manchester, sarebbero addirittura trentamila. Fa parte del cosiddetto Governatorato di Gerusalemme della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed è noto tristemente (ogni piccolo villaggio, così come del resto i checkpoint e i campi profughi, lo è in Palestina e Cisgiordania per un motivo od un altro) soprattutto per la presenza di un muro alto ben otto metri (simile, del resto, a quello che circonda Gaza City) che ai suoi abitanti impedisce la vista sulla città santa e - come ha scritto Luigi Gavazzi su Timgate - "separa alcuni di loro dai campi che coltivavano". E' tornato agli onori della cronaca nel gennaio scorso, quando l'allora presidente Usa Donald Trump decise di volerlo riportare sulla mappa: il suo piano di pace, infatti, prevedeva che Abu Dis diventasse la capitale (assai improbabile)  della Palestina. Nell'agosto del 2013 Kalandia (il campo profughi così come la zona vicina al checkpoint) fu teatro di violenti scontri che portarono all'uccisione di tre uomini ed al ferimento di quindici. Harriett Sherwood scrisse su The Guardian: "Gli uomini sono stati uccisi durante un raid mattutino per arrestare un sospetto nel campo di Qalandiya. Le forze di sicurezza israeliane hanno affermato che le guardie di frontiera hanno reagito dopo essere state attaccate da un massimo di 1500 persone che lanciavano pietre dopo essere entrate nel campo prima dell'alba. I giovani hanno dato fuoco alle gomme delle auto e lanciato poi pietre e molotov al vicino checkpoint...l'esercito israeliano ha detto che le guardie agivano per legittima difesa: - durante una incursione notturna delle forze di sicurezza...sono stati accolti con una condotta violenta e disordinata da centinaia di Palestinesi che li hanno attaccati, - si legge in una nota. - Quando hanno sentito un pericolo immediato per le proprie vite hanno aperto il fuoco contro gli aggressori. - (Nota personale: la Palestina e i territori occupati sono una storia a sé stante rispetto ad altrove, al resto del mondo; tuttavia, quello che accadde otto anni fa, raccontato dalla Sherwood nel suo articolo, fa parte a mio parere di un copione scritto milione di volte, d'una pellicola vista e rivista ovunque: polizia, esercito, guardia nazionale, forze di sicurezza o chi per loro, quasi sempre si sentono in pericolo di vita, in strada, durante una manifestazione o dei disordini ma anche si sentono in...altrettanto spesso si sentono in dovere di aprire il fuoco e di farlo, ahimé, ad altezza d'uomo!). Ma i testimoni hanno affermato che almeno due delle tre vittime erano astanti. Robin al-Abed, 32 anni, è stato colpito al petto mentre cercava di andare da casa sua al posto di lavoro, e Jihad Asslan, 20 anni, è stato dichiarato cerebralmente morto dopo essere stato colpito da un colpo di arma da fuoco sul tetto della sua casa dove era andato a guardare gli scontri, ha detto un vicino di casa degli uomini, Abu Omar Hammad. Il terzo morto era Younis Jahjouh, 22 anni, anche lui colpito al petto. Hammad, che vende dolci nel campo, ha detto di essere stato svegliato dai suoi figli alle sei del mattino per trovare - soldati che soffocavano il quartiere. - Ha detto di aver visto sparare ad al-Rabed mentre cercava di raggiungere il suo lavoro con l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNRWA. - Non lanciava sassi. I soldati hanno aperto la portiera posteriore della loro jeep e gli hanno sparato al petto. Il proiettile gli è uscito dalla schiena e vomitava sangue. Ho chiamato un'ambulanza ma gli è stato impedito di entrare nel campo. Ho visto molte incursioni in questo campo, ma questa era diversa. Sono venuti per uccidere! -". La dinamica ricorda, per certi tratti, l'uccisione di Said Yousef Mohammed Odeh avvenuta il 5 maggio scorso a Odala, piccolo villaggio del Governatorato di Nablus, nel West Bank del nord. Quella notizia mi lasciò esterrefatto per un bel pò, dopo averla letta. I soldati, infatti, in quel caso affrontarono un gruppo di giovani all'ingresso del villaggio; il ragazzo, il quale aveva soltanto sedici anni, fu colpito alle spalle da due colpi di arma da fuoco, esplosi dai soldati nascosti in un uliveto, all'ingresso del villaggio: una vera e propria imboscata di stampo an...mafioso, nulla da eccepire. Ma quello che mi sconvolse fu questo: gli stessi soldati dopo l'accaduto non hanno permesso ai soccorritori di prestare aiuto immediato al ragazzo (le ambulanze palestinesi furono bloccate per quindici minuti), che morì durante il tragitto in ospedale. Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di responsabilità minorile presso Defense for Children International Palestine dichiara: - Le forze israeliane uccidono bambini e ragazzi anche quando non rappresentano minaccia alcuna. - La Sherwood continua il suo articolo citando un'altra importante testimonianza dell'evento del 2015: "Fadi Mater, 27 anni, è stato colpito ad un braccio mentre cercava di nascondersi vicino alla moschea del campo. Ha detto: - All'inizio ho pensato che fosse una disputa familiare (molto spesso si sente il rumore delle pistole nel campo), ma poi c'erano sparatorie ovunque. Mentre mi nascondevo, ho visto un ragazzo uscire di casa per andare a lavoro e, boom, gli hanno sparato. Normalmente, a quell'ora i bambini vanno a scuola e la gente va a lavorare, na tutti cercavano di nascondersi. - All'ospedale di Ramallah Mater è andato per farsi curare ed ha espresso seri dubbi sul processo di pace: - Gli israeliani ci stanno ingannando. Se avessero voluto la pace, non avrebbero fatto irruzione nel campo! - Hatim Khatib, il cui fratello Youssef è stato l'obiettivo del raid, ha detto che le truppe in borghese sono arrivate a casa loro alle 4,30. - Dopo mezz'ora abbiamo iniziato a sentire sparare dai soldati all'interno della nostra casa, e poi la gente ha iniziato a lanciare loro pietre, - ha detto all'Associated Press. Youssef è stato arrestato dopo essere tornato dalla preghiera del mattino. Ha detto che in precedenza era stato incarcerato per aver lanciato pietre ed è stato rilasciato tre anni fa". 

  • 01 luglio alle ore 8:04
    Una scarica di cinghiate

    Come comincia: ... Una delle tante...una scarica di cinghiate... Una volta,ero piccolo... potevo avere una decina d'anni,a mio padre mancarono dei soldi da un cassetto; tra tutti il sospettato del "furto" ero io (sigh!...che non ho mai rubato in vita mia).Alle mie rimostranze di non saperne nulla,per "raddrizzarmi" si tolse la cinghia dei pantaloni e me ne diede tante da lasciarmi pieno di lividi e con la bava alla bocca,in mezzo al mio pianto d'innocenza. Nessuno poteva intervenire chiusi com'eravamo in bagno .Non contento mi prese e mi legò alla ringhiera del terrazzo...e io,tramortito dalle botte... piangevo sempre professandomi innocente.D'un tratto sentimmo mia madre gridare da dentro casa...basta ora che la salsiccia si fredda...e mio padre,dandosi una manata in fronte...mi!!! ho comprato la salsiccia...e ho preso io i soldi...Vuoi vedere me...che da mezzo morto...sono resuscitato... apostrofandolo con una serie d'insulti che non la finivo più. E Lui invece di pentirsi per ciò che mi aveva fatto...me ne diede ancora di più per gli insulti,ma io a quel punto non sentivo più le cinghiate, forte della mia dimostrata dignità e innocenza,anzi ho continuato imperterrito a insultarlo fino che si arrese.Per un po' di giorni non ho dormito a casa mia, non volevo più tornarci...ma da mia nonna Maria...una manto di carità cristiana...

  • 27 giugno alle ore 17:30
    28 Giugno 1985

    Come comincia: Ho aperto gli occhi all'improvviso. Sono sveglia. Immobile al buio ho un attimo di incertezza. Sono sudata e il silenzio è innaturale. Che silenzio! Chissà che ore sono. Istintivamente volgo lo sguardo alle fessure della serranda. E' ancora notte, penso, o forse mattino prestissimo. Il sonno è stato pesantissimo. Mi bruciano gli occhi, li sento gonfi e pesanti, quasi incapaci di rimanere aperti. Tutto il mio corpo è pesante, incollato alle lenzuola fradice di sudore. Chiudo gli occhi e rinuncio a muovermi. Non riesco a pensare a niente. La mia mente è vuota. Ma che silenzio! Mi sembra impossibile riuscire a sollevare un braccio, una gamba, e mi chiedo perché mi sento così infinitamente stanca. Riconosco i mio letto e mi tranquillizzo. Lentamente lascio scivolare una mano verso l'altra metà del letto fino ad imbattermi in qualcosa. Non sono sola. Respiro di sollievo, ma il mio petto sobbalza dolorante e mentre tento di muovermi mi accorgo che tutto il mio corpo è dolorante. Una insopportabile
    sensazione di vuoto mi pervade e una malinconia infinita mi circonda. Sospiro e penso che forse è meglio svegliare Mario.
    MARIO! All'improvviso la mia coscienza emerge dal nulla. Una punta acuminata mi scava fino nel profondo del cuore. L'angoscia mi attanaglia la gola e si scioglie in lacrime lente e silenziose. Una serie di diapositive si snoda davanti ai miei occhi La telefonata in ufficio di quella portinaia di stabile "in strada c'è un uomo che si sente male, mi ha dato il suo numero di telefono. Ed io: vengo subito" grido, e intanto sento la sirena dell'ambulanza attraverso il ricevitore. Ma dove lo stanno portando. Forse all'ospedale qui vicino, risponde la voce. Ho capito: il Martini Nuovo. Chiamo il taxi e abbraccio mia figlia che sta guardando la fotografia sulla scrivania di suo padre: lei è vestita in maschera in quella foto e tutti e due ridono. Il viaggio in taxi è silenzioso. Io da una parte e lei dall'altra. Tutte e due inseguiamo i nostri ricordi, tutte e due abbiamo lo stesso presentimento, ma non ce lo diciamo. E poi l'attesa estenuante di fronte alla rianimazione, l'accorrere di un amico di lui, e gli sguardi, gli sguardi che si incrociano fra noi, la gola secca, l'incapacità di emettere suoni, e poi il medico che ci raggiunge con le braccia allargate "abbiamo fatto l'impossibile..." Poco dopo ci conducono in una cameretta e lui è lì, con gli occhi chiusi e un lenzuolo bianco lo ricopre fino quasi alle spalle nude Il viso è rilassato ma tradisce ancora il travaglio della morte. Rimango impietrita a fissarlo incapace di qualsiasi movimento. Mi scuoto soltanto quando Raffaella si lancia su di lui: papà!!, abbracciandolo, e un sottile velo di schiuma bianca gli compare sulle labbra. "NO, non fare così" la stacco da lui. Lei ha 13 anni e tutte e due sappiamo che non dimenticheremo mai questo momento. Poco dopo, nel corridoio della rianimazione qualcuno mi porge un sacco di plastica chiuso. Lo apro meccanicamente e il cuore mi sale in gola. I suoi indumenti, la camicia tagliata per fare più presto, gli occhiali, il portafogli. Tutto è fradicio di sudore. Qualcuno mi toglie tutto dalle mani e lo porta via. Tutto il resto succede automaticamente. Come un automa telefono a qualcuno, avviso i più cari. E' importantissimo fare qualcosa. Il tempo è fermo: le persone, le automobili, gli alberi, tutto è immobile per le strade. Qualcuno parla con me, non so chi è. Qualcuno mi porta a casa in macchina. Vorrei solo stare sola, invece la gente arriva a casa, odio tutti, ma cosa vengono a fare! Fino a quando finalmente se ne vanno e resto sola con Raffaella e la mia amica più cara, Francesca. E' sera. Mi aggiro per tutta la casa, apro tutte le porte. Penso a lui nella cella frigo dell'ospedale. Apro tutte le finestre e lascio entrare la notte e ad un tratto i singhiozzi irrompono prepotenti, intrattenibili, violenti. Da una stanza all'altra cammino e mi dispero. Niente può trattenere le mie grida, la mia rabbia, il dolore. Sento Francesca che dice a mia figlia: non andare, lascia che si sfoghi.
    Non so quanto tempo dura tutto questo, il tempo non esiste più. Poi, esausta, sfinita, disfatta, mi abbandono sul letto. Lì il sonno, pietoso, mi raccoglie.
    Ora, nel buio del primo mattino, annegata nel mio sudore e nelle mie lacrime, la realtà mi è chiara. Ho freddo e attendo impaziente la luce dell'alba, la prima alba di una vita senza di lui. Mi alzo lentamente dal letto inseguita dal vuoto che mi circonda ed accendo la luce. Francesca e Raffaella dormono una vicina all'altra, il loro viso è segnato dalla stanchezza. Guardo mia figlia "e adesso?" mi chiedo. Un nodo mi prende la gola. La sensazione di solitudine è immensa e il pensiero è la, a lui, così solo nella cella frigo dell'ospedale. Una profonda pena mista a tenerezza mi sconvolge. Vado a cercare nella memoria le ultime parole dette tra noi, ma trovo ad aspettarmi tutte quelle non dette, chissà perché: per mancanza di tempo, timidezza, stupidità, orgoglio, che ora non posso più dire e mi resteranno congelate nel cuore per tutta la vita. Avrei potuto dire..avrei potuto fare.. avrei potuto essere... ma adesso è tardi. Mi sento più vecchia, devo fare qualcosa, vado a fare il caffè. Qualcuno ha chiuso tutte le finestre ed io corro a spalancarle, mi manca l'aria. Mi affaccio e spero che passi qualcuno. E' la mattina del 28 giugno e sento uccelli che cinguettano, per il resto la città ancora dorme. All'improvviso si apre il portone dello stabile, è Oscar, l'inquilino del primo piano, che va al lavoro. Lo chiamo, non mi sente. Lo chiamo più forte, si volta e mi guarda, stupito di vedermi lì, a quell'ora, appesa alla finestra.
    Oscar, la mia voce è quasi un grido, un'implorazione, Oscar, Oscar, è morto Mario, ieri è morto Mario.
    Ascolto le mie parole che rompono il silenzio dell'alba, e mi sembrano prive di senso.
    Ma cosa sto dicendo!
    Oscar torna indietro verso di me, si ferma sotto la finestra e mi fissa incredulo. e adesso la mia voce è bassa e tremante.
    OSCAR, IERI È MORTO MARIO.

     

  • 26 giugno alle ore 18:53
    100 anni

    Come comincia: Sorvoli una città con una giungla di grattacieli.
    Aprendo la mappa che hai disegnato in un sogno, la appunta.
    Se te ne vai, posso passare i prossimi 100 anni solo a guardarti.
    Quegli occhi sono già come un angelo che svolazza verso un dominio maturo.
    Lasci cadere il tuo bagaglio pesante sul pavimento e scappi.
    Le tue dita circondano la mia schiena con un potere che cerca l'amore.
    Sì, ti amo così! Anche se me ne pento da 100 anni.
    Ho intenzione di guardare quel sogno brillante nel tuo cuore da molto lontano.
    Mai dire addio
    Perché questa non è una separazione eterna.
    Mai dire addio
    Non aprire le ali e portarmi via il battito del cuore!
    Sì, ti amo così! Ora non sei legato da nessuno, se solo potessi afferrare quella libertà, sei un angelo svolazzante.
    Solo le cicatrici della felicità rimangono mentre il tempo passa e il tempo che guardi indietro diventa la stagione più luminosa.
    Se te ne vai, posso passare i prossimi 100 anni solo a guardarti.
    Quegli occhi sono già come un angelo che svolazza verso un dominio maturo.
    Mai dire addio
    Questi ricordi saranno la storia del nostro amore.
    Mai dire addio
    Il mio battito cardiaco sarà l'unica cosa rimasta invariata.
    Mai dire addio
    Perché questa non è una separazione eterna.
    Mai dire addio
    Non aprire le ali e portarmi via il battito del cuore!

  • 20 giugno alle ore 16:28
    Storie di strada (prima parte)

    Come comincia:  - Gianluca e le vincite non riscosse...i "gratta&vinci - Ho conosciuto Gianluca un sabato di maggio. Ero sceso in strada verso le venti e trentacinque (minuto più,minuto meno), per affrontare la solita passeggiata serale. L'ho incontrato mentre frugava in un cassonetto del pattume ed io, che appena prima avevo portato la mia spazzatura nei due cassonetti vicino all'altro (quelli della differenziata e del vetro), cominciai ad udire strani rumori provenienti dal cassonetto verde (é quello dell'umido o della indifferenziata, per intenderci). Inizialmente, dentro di me, l'idea m'ero fatto che potesse trattarsi di un grosso ratto (quelli che comunemente in città vengono chiamati "zoccole"), d'un gatto o - magari, chissà - di un cane. Poi, però, mi son detto: "Troppo grande per essere uno di quelli!". Infatti, non mi sbagliavo. A dire il vero, tuttavia, Gianluca non frugava soltanto, all'interno del cassonetto, ma vi era immerso anima e corpo (o meglio, corpo tutto senza dubbio alcuno e magari anche con un po' di anima annessa, con buona pace e rassegnazione, evidentemente, di filosofi e poeti!), con la testa poco visibile all'esterno: probabilmente fu questo il motivo che mi aveva tratto in inganno, all'inizio. E' da dire che quest'incontro fu del tutto casuale; debbo altresì scrivere che la casualità fa parte integrante del tutto e della strada: nella strada é la vita e colà vi si incontra la vasta ed eterogenea gamma delle sue sfumature; sulla strada, per ultimo (ma cosa più importante di ogni altra, probabilmente!), incontri persone che portano dentro di sé storie e le "raccontano": basta stare ad ascoltarle, in definitiva. In questi mesi di forzato lockdown (tanto nel primo, quello dello scorso autunno, protrattosi sino alle soglie dell'inverno, quanto nel successivo) sovente e volentieri m'é capitato di passeggiare in solitudine (o in solitaria, alla maniera di un vecchio guru indiano o di un derviscio di chatwyniana memoria: leggasi il romanzo di Bruce Chatwyn "Le vie dei canti", a tal proposito): le chiamo passeggiate "pre-coprifuoco" e durante il tragitto (o meglio i tragitti, visto che mai seguo percorso fisso) ho molte volte parlato coi miei silenzi (ma anche con qualche gatto randagio, a volte: randagio, certo, ma anche - ed essenzialmente - altezzoso e schivo, in fondo...loro sono pur sempre, e comunque, dei felini anche se spesso capiti a tutti, me compreso, di dimenticare la cosa!), gli ho di molto (tanto) ascoltati ma mi é anche capitato di mettere ordine nei miei pensieri o, per assurdo, di rimescolarli di nuovo; rimembranza, retaggio questo del primo mio amore per le carte da giuoco, la scala quaranta ed il mercante in fiera piuttosto che del poker. Alcune volte sono riuscito anche a sforare le ventidue canoniche del coprifuoco (senza, per questo, mai andare in tilt...canonica, né dannarmi anima e cuore!). Due volte mi hanno pure fermato, in questi mesi, i caramba, a due posti di blocco (sono i carabinieri, per chi non lo sapesse; quelli moderni vestiti di tutto punto, cioé di nero col bordino rosso sulle spalle e sulle maniche, e colla striscia rossa ricamata lungo i bordi laterali dei calzoni: quanta nostalgia dei carabinieri di una volta, quelli col pennacchio sul cappello di deandreiana memoria...come Fabrizio De André cantò in un suo vecchio brano), col mitra tenuto spianato da giovani reclute, perché non indossavo mascherina: mai messa, a dire il vero, in questo anno e mezzo interminabile di pandemia (non lo scrivo per vantarmene, né per darmi un certo tono di risonanza o perché sia un cosiddetto "negazionista" covid, ma solo perché é proprio così e vi sono almeno una dozzina di motivi per cui abbia agito in questo modo). Nei luoghi chiusi, cioè colà dove mi permettono di entrare senza indossarla (non sono tanti visto che ho sempre nutrito una idiosincrasica avversione per i luoghi senza apertu...finestre!), sul viso porto - alternandoli - miei due foulards: uno, che vecchio é di oltre 20 anni, é quello colorato di rosso e di nero (nulla a che vedere, però, coi colori sociali dei caramba!), recante l'effige del "Che" (alias Ernesto Guevara da Rosario, Argentina); l'altro invece (vado alternandolo col primo soltanto da pochi mesi ma negli ultimissimi lo indosso quasi sempre in vece di quello, a onor del vero) é quello "all-flowers", appartenuto a mia madre e che lei stessa indossava, a volte fuori di casa, a mo' di fazzoletto sui capelli oppure portava avvolto attorno al collo.

    - Divagazioni cosmi...genovesi - Mi vengono alla mente innumerévoli cose, a proposito di carabinieri, reclute e forze dell'ordine ma soprattutto su Genova 2001, il G8 dello scandalo di quella estate di venti anni addietro, fermamente voluto (come i precedenti, del resto) solo dai grandi o cosiddetti potenti della terra (molti, me compreso, mai sono riusciti a capire a cosa servissero e a cosa servano quegli inutili "carrozzoni" - "il Vertice degli Otto di Denver é in gran parte dimenticato...", é scritto sul Denver Post del 6 giugno 2014, a proposito del forum tenutosi nella capitale del Colorado diciassette anni prima - che nel frattempo sono diventati G20, ossia una vera e propria famiglia allargata: forse, chissà, servivano e servono solamente a mettere in campo ingentissimi schieramenti di forze di polizia in tenuta antisommossa per proteggere gli stessi potenti, rinchiusi a discorrere in un grosso palazzo ermeticamente chiuso come fosse una gigantesca cassaforte, e magari impediti finanche a poter andare al cesso per farsi una se...per espletare un fisiologico bisogno! Molto meglio io, allora, che non sono un potente e pur essendo giunto sulla soglia dell'impotenza riesco, ogni tanto, a masturbarmi e magari a concludere una sveltina con una troia!)...il carnaio lungo le strade (quasi una logica conseguenza, fu quella, della dissennata campagna mediatica messa in piedi da stampa e televisioni molto prima dell'inizio dell'evento), la mattanza e l'aggressione verso persone inermi di stampo dittatoriale centro e sud-americano, da parte della polizia, avvenuta nelle scuole Diaz-Pertini e Pascoli e poi nella caserma di Bolzaneto, sulle alture del capoluogo ligure ("la notte dei pestaggi" e "la notte cilena", l'ha definita Marco Preve sulle colonne del quotidiano Repubblica), l'assassinio di Carlo Giuliani (lo definisco a questo modo nonostante gli atti processuali e le relative sentenze indichino diversamente), militante no-globalist, da molti ritenuto (a torto) soltanto un ex-tossico e un delinquente (ricordo, però, che le molteplici organizzazioni non governative avevano costituito, prima dell'evento, un gruppo di coordinamento nominato Genova Social Forum o "GSF" che avrebbe dovuto organizzare a Genova un vertice anti-globalizzazione, antagonista al G8 ufficiale), ad opera di una recluta che non sapeva tenere in mano una pistola eppure miracolosamente mirò dritto in mezzo agli occhi di una persona ben distante da lui (cosa non facile, quella, neanche per un tiratore esperto), purtroppo uccidendola: "morire per colpa di un estintore", ho scritto da qualche parte tempo fa, in riferimento al fatto che quella recluta sparò per "legittima difesa" (così recitano le sentenze penali), per difendersi da un estintore, appunto, che gli era stato scagliato contro...Mario Placanica, il giovane carabiniere che sparò su un ragazzo poco più adulto di lui (Giuliani aveva 23 anni all'epoca della morte) venne assolto ma quella assoluzione suonò allora, e ancora suona pur non essendo una tromba né un violino "Stradivari", come qualcosa di strano a detta di molti (me compreso). I dubbi su tale episodio restano ancora tanti, evidentemente (secondo la perizia di parte della Procura, conclusa all'epoca del fatto, il Placanica avrebbe sparato in aria e il proiettile esploso dalla sua arma di ordinanza, casualmente si sarebbe conficcato in mezzo agli occhi del Giuliani, uccidendolo, dopo essere rimbalzato, a sua volta, su una pietra che era stata lanciata contro il defender, o gippone che dir si voglia, su cui si trovava il carabiniere!).
    D'ora in avanti, chissà, potrebbe capitare che qualche volta indossi, per strada, pure il kefiah, copricapo arabo e mediorientale in genere, in solidarietà col popolo palestinese, se mai mi riuscirà di procurarmene uno e a buon mercato: impresa  sicuramente non facile, però. Mi avvicino al cassonetto e chiedo:
     - Si pesca qualcosa? - Gianluca si solleva e risponde (ha tra le mani un bel mucchio di "gratta&vinci" usati):
     - Qualche giorno fa ho trovato un biglietto da 50 euro! - dopo salta fuori dal cassonetto.
     - Lo hai incassato? - li domando ancora.
     - Certo! - fa lui. - La gente é distratta, a volte. Raschia il biglietto e si dimentica di controllare l'eventuale vincita, oppure lo getta via addirittura senza raschiarlo. Quando ho avuto i soldi mi hanno fermato gli sbirri e mi hanno chiesto dove li avessi presi? Non credevano per niente alla mia storia quando gliel'ho raccontata; era inverosimile, evidentemente, per loro, che uno come me potesse avere in tasca una cifra del genere!
     - Sai, - li dico allora io, - gli sbirri sono tutti così, dopo tutto: paese che vai, sbirri che trovi a prescindere dal colore della divisa che indossano; restano comunque degli sbirri e amano solamente la divisa...la amano più di ogni altra cosa.
     - Proprio vero! - risponde lui. A questo punto si presenta e comincia a raccontarmi di sé:
     - Mi chiamo Gianluca Donzella, - fa, - da un anno e mezzo vivo per strada e sbarco il lunario come meglio posso. Quest'inverno ho dormito in un'auto abbandonata, vicino ad una chiesa. Faceva un freddo cane, credimi! A volte mi ospitano per qualche giorno degli amici, qua e là. Ci sono anche i dormitori ma li ti tengono al massimo un paio di giorni, non di più, eppoi ti mandano via. La vita non é semplice per strada, ogni giorno bisogna ricominciare daccapo come se fosse il primo, dopo farlo ancora, ancora, ancora e...di continuo.
     - Immagino! - faccio io. - Da diversi anni seguo, quando posso, alcune associazioni che si occupano di senza tetto (homeless, squatters, clochard, barboni vengono chiamati, secondo la latitudine in cui ti trovi: cambiano i vocaboli ma il significato é simile ovunque!) e c'é ne sono tanti come te. A me é successo, tanti anni fa, di trascorrere notti in strada, nelle stazioni o dove capitava, ma l'ho fatto per libera mia scelta e no perché costretto dalle esigenze di vita o dalle circostanze: in genere mi capitava di farlo quando viaggiavo da solo e mi spostavo in treno da un posto all'altro, per risparmiare sull'albergo o la pensione. E' dura in ogni caso! Nessuno, in fondo, si sceglie una vita di merda come la tua (sto usando una frase che ho scritto in un mio racconto, a proposito di un barbone romano che conclude male la sua vita: lo penso dentro di me, forse glielo dirò dopo): le cose accadono e spesso non ci si può far nulla. La gente, purtroppo, non si rende conto che chi vive per strada perde dignità e rispetto di sé, il più delle volte. Emarginati e senza dimora sono solo persone da evitare, per tutti, e a nessuno passa per la mente che - magari - potrebbe capitare a chiunque, da un momento all'altro della propria esistenza, di essere dall'altra parte della barricata e...da quella parte, cioé, dove non conti un cazzo perché sei soltanto "ultimo", letame, spazzatura e basta! So di persone che perdono in breve lavoro, soldi, casa e si ritrovano senza nulla per strada, da sole, disorientate ed impaurite. E' successo, succede, succederà ancora, purtroppo sempre ad ogni angolo di mondo. Gianluca ascolta con attenzione ed annuisce. Poi li chiedo:
     - Ma il tuo cognome é abbastanza noto in città. Hai una famiglia, dei parenti? Non ti aiuta nessuno di loro?
     - Si! - fa lui. - Ho una famiglia (mia madre, mia sorella) e dei parenti ma se ne fregano di me, tutti. Mi sono staccato da tutti loro. Non ho tanto da vivere, mi hanno diagnosticato un cancro ai polmoni, tempo fa! - Gianluca ci va giù pesante, è entrato subito nel vivo del racconto, a quanto pare. Dopo aver ascoltato le sue parole, per un attimo lo guardo sgomento quasi del tutto incredulo, attonito; lui si è fermato dal parlare e...dopo capirò, avrò conferma da lui stesso, purtroppo, che si tratta della assoluta e sacrosanta verità. Gianluca riprende il suo discorrere ed io, di concerto, riprendo ad ascoltarlo:
     - Ieri ho racimolato qualche euro, giusto per farmi una pizza ed una birra, a volte sono più fortunato e mi capita di fare un pasto decente. - Ho solamente qualche euro con me, in moneta, li prendo dalla tasca e glieli do. Poi chiedo:
     - Non sono sufficienti per una pizza, vero? Alcuni la fanno a tre euro, altri cinquanta centesimi in più!
     - No! - risponde Gianluca. - Purtroppo no! - Allora lo guardo in faccia, un attimo rifletto in silenzio e poi esclamo:
     - Senti, questa sera te la offro io la cena! Vieni con me. - Lui non si fa pregare e mi segue. I cassonetti sono a metà del marciapiede opposto a quello su cui si trova il portone del mio palazzo. Attraversiamo insieme la strada e ci avviamo verso il portone. Un attimo solo e siamo arrivati. Entriamo e li dico:
     - Aspettami qui, torno tra cinque minuti! - Salgo con l'ascensore (abito all'ottavo piano e non sempre me la sento di affrontare il percorso, ossia la interminabile sequenza di alti gradini, a piedi!), prendo i soldi e scap...ritorno da Gianluca, il quale nel frattempo si é seduto su un gradino della scalinata nel portone e mi aspetta.
     - Eccoti dieci euro! Spero che bastino per una cena decente!
     - Si! - fa lui. - Conosco un locale, in centro, dove mi danno un primo abbondante, un secondo e del pane.
     - Dai, allora ti accompagno, - li dico, - facciamo la strada insieme e poi tornerò indietro da solo.

     - Carmela e il barbone rumeno - A questo punto giunti del mio narrare (scrivere), faccio un passo indietro (anzi, un bel balzo direi!) prima di riprendere la storia di Gianluca, o meglio ciocché egli mi ha raccontato di sé stesso. La puntualizzazione che il sottoscritto non sia comunque un gambero é d'uopo pur non essendo urgentissi...obbligatoria. Cronologicamente, tuttavia, debbo fare un passo (balzo)...tornare indietro per davvero. Un mattino di febbraio (lo scorso febbraio, no quello dell'anno scorso o di due anni fa), abbastanza mite tanto da sembrare più prossimo alla inoltrata primavera piuttosto che in coda all'inverno, in centro (cosa alquanto rara, per me, é esserci da quelle parti alla luce del sole: ero stato in comune per prendere appuntamento in merito a un contenzioso tributario di qualche anno fa) incontro una donna sulla sessantina (forse qualche anno in più, ma non tanti di più), seduta per terra, vicino ad un bar. Mi avvicino a lei e chiedo:
     - Come ti chiami?
     - Carmela Pizzutelli! - risponde. E' un tipo allegro, Carmela, ed é anche simpaticissima.
     - Io mi chiamo Luciano, - faccio di rimando e ancora chiedo:
     - E' da molto che vivi in strada? (sembra una domanda standard, pre registrata, ma quando si é di fronte a un senza dimora come Carmela, si tratta davvero di una domanda obbligatoria o obbligatoriamente impietosa!).
     - Fino a due anni fa, - repilca Carmela, - conducevo una vita da gran signora. Ero sposata e mio marito non mi privava di nulla (sono gli inconvenienti del menage matrimoniale, penso tra me e me: prima o poi, a meno che marito e moglie non tirino le cuoia in simultanea, all'unisono, in un incidente d'auto sull'autostrada o durante l'incendio accidentale della propria abitazione, qualcuno dei due deve pur morire prima dell'altro, visto che a nessuno é concesso di essere un immortale highlander a questo mondo!), poi lui é morto (appunto, come volevasi dimostrare e come avevo previsto che lei rispondesse, qualche attimo luce innanzi!) e mi sono ritrovata per strada, sola e senza sapere dove andare (questi, purtroppo, sono fattori simbolo o simbolicamente emblematici caratterizzanti la condizione di Carmela e di quelli tutti come lei: anche se non ci si dovrebbe mai abituare a questo tipo di vita, nessuno dovrebbe essere costretto a farlo, i primi tempi sono durissimi e lo sono molto più dei successivi). Ora dormo dove capita, in vicinanza della stazione o altrove, senza posto fisso. Sai dirmi di una casa dove posso andare a dormire e vivere?
     - No! - faccio io. - Purtoppo, no! Tra qualche anno potrei essere (io) un tuo collega, e trovarmi nelle tue identiche condizioni! (mi viene in mente un intercalare tipico delle nostre parti, il quale recita: "nell'ospedale cerca la salute!", ma non glielo dico). - Li do allora un paio di euro (tutto quello che ho in tasca: solita mia azione da boy-scout ma é pur sempre meglio che nulla, in fondo!) e poi mi rivolge una domanda stranissima ed inaspettata:
     - Vuoi sposarmi?
     Li rispondo, tuttavia, senza esitazione: - Non posso, Carmela!
     - Perché? - domanda lei.
     - Sei troppo rotonda per i miei gusti! - li dico con un filo di realistico sarcasmo. - A me piacciono le donne magrissime! - In effetti é un pochino roton...abbondante ma anche simpatica e li do una pacca sulla sua spalla sinistra con la mia mano opposta. Dopo di che estraggo il portafoglio (più che di un portafoglio, invero trattasi di un portadocumenti e portatessera formato "1000 tasche") dalla tasca interna della mia giacca, vi prendo un biglietto dove sono scritti i miei contatti (recapito, numeri telefonici, e-mail) e sul retro vi scrivo a penna nome, cognome ed il numero di telefono d'un mio conoscente. Infine, porgo a Carmela il bigliettino e li dico:
     - Ho scritto qui sopra il nome, il cognome ed il numero di una persona che conosco: chiamala, mi raccomando, e forse ti potrà aiutare!
     - Va bene, Luciano! - risponde lei. - Dopo di che, la saluto e riprendo la via di casa. In comune mi hanno messo in lista. All'incirca un mese dopo, quando correva il dieci di marzo (anzi, é meglio di molto usare il verbo "cadere": i mesi, infatti, proprio come accade alle persone, sovente cadono dalle nuvole; la differenza, però, tra gli uni e le altre sta nel fatto che per i primi la caduta é sinonimo di...del trascorrere del tempo inesorabile ed immutabile mentre per le altre essa può avere esiti drammatici, talora, per la incolumità del proprio cu...sulla salute visto che, in fondo, nessuno é dotato di airbag o paracadute a prova di caduta, appunto!), in comune sono ritornato. Erano in corso (poi hanno cominciato a correre come forsennate, anche loro!) le dieci del mattino, sembrava un deserto al tempo di carnevale (o meglio, post-frappe e pre-zeppole: la zeppola é dolce tipico delle mie parti e al sud in genere, nel periodo che precede la Pasqua, in particolare si consuma durante la settimana di san Giuseppe che cade il diciannove marzo). Busso alla vetrata dell'ufficio visto che all'interno non vi é anima viva ed é tutto ermeticamente chiuso. Una guardia giurata viene ad aprirmi, domando:
     - Ho appuntamento per oggi, come mai non c'é nessuno?
     - E' chiuso! - fa quella. - Sono tutti in quarantena, ieri hanno trovato una persona positiva al covid. Lasciami il numero, ti richiameranno loro. - Lascio i miei recapiti telefonici e vado via. Riprendo lentamente la strada di casa: abito in periferia e debbo camminare all'incirca per due chilometri a piedi. Durante il tragitto effettuo un paio di brevi soste per riposarmi (il mio é un vecchio motore, a volte procede a tre cilindri!); alla seconda esclamo dentro di me:
     - Cazzo! E' stato tutto inutile, mi sa che debbo rifare tutto daccapo! (Infatti, penso che non sia sicuro proprio per nulla che quelli del comune mi richiameranno: é più facile che si verifichi una nevicata in città, piuttosto...dovrò riprenotare, probabilmente, e mi toccherà fare la fila almeno un'altro paio di volte!). Sono (abbastanza) arrabbiato, ma neanche più di tanto: diciamo che lo sono a "pois" e no di colore nero. In fondo, penso, al comune stanno più inguaiati di me! Qualche settimana dopo essere stato in comune, dall'altra parte della città (all'incirca 300 metri, in linea d'aria, da casa mia) incontro Nicolae, barbone rumeno. Ha l'aria attempata, da professorone di Harvard; é tipo robusto, tranquillo, e porta una foltissima barba bianca (bianco-grigia). A dire il vero, egli é una mia vecchia conoscenza visto che lo avevo già incontrato in autunno (fine settembre, inizio ottobre o giù di li). Allora gentilmente volle offrirmi una vecchia giacca, usata ma in buono stato (forse qualcun altro, a volta sua, l'aveva offerta a lui o magari egli stesso l'aveva trovata in giro, per strada: non ricordo bene, in questo caso, e con dovizia di particolari), mi rifiutai di prenderla. Dissi:
     - Ti ringrazio ma non ne ho bisogno. Tienila pure perché potrebbe essere più utile a te! - In quella occasione, Nicolae mi parlò (udite, udite!) di alcune vicende legate alla politica interna ed estera del suo paese, di Ceausescu il quale lo governo a lungo sino alla sua morte, avvenuta oltre tre decadi orsono. Questa volta lo trovo invece affaccendato a rovistare in un cassonetto del pattume (lo stesso della volta precedente, in verità!): é un cliché arcinoto tra determinati abitanti della strada anche se loro, purtroppo, a differenza dei "normali" (o very normal people, come recitava lo slogan di una nota stazione radio italiana, che trasmette anche in radiovisione, alcuni anni orsono), nulla hanno di prestabilito durante la giornata. Tutto, infatti, é lasciato al cu...alla casualità ed agli strali della favorevole sorte nelle vite di chi trascorre più tempo in strada piuttosto che altrove. Non vi é nessun piatto pronto a tavola, fumante, per chi non ha fissa dimora (né la mamma, la nonna o la consorte che sia, a gridare "fai presto che si fredda!", al figlio, al nipote o al marito); nessun vestito da scegliere nel proprio guardaroba, per indossarlo la domenica o il giorno di festa, magari tutto lindo, lustro e senza piega alcuna; neanche lo scaldino da accendere, o impianto a gas, per scaldare l'acqua del bidet o della doccia.
     Mi avvicino, così, al cassonetto dove "lavora" Nicolae (presta servizio ma non a cottimo, probabilmente!) e lo chiamo per salutarlo:
     - Ciao! - faccio. - Ti ricordi di me?
     - Si! - replica lui. Prendo alcune monete dal borsellino bianco nella tasca dei calzoni (in verità trattasi di un sacchettino in cui mia zia materna e mia madre conservavano il rosario, anni addietro, ed il quale io, dopo averlo messo da parte - o gettato, forse, visto che non sono un fervente uomo di preghiera - uso a mo' di portamonéte, appunto, da qualche tempo!) e gliele porgo. Poi chiedo:
     - Bastano?
     - Certo! - risponde Nicolae. - Mi comprerò una birra dal bar di fronte. Qui la pago un euro e venti, da quello più avanti trenta centesimi in più: lo fa per accaparrarsi clienti e toglierli alla concorrenza, tutto serve nel commercio!
     Magari questa, chissà, (lo penso dentro di me senza nulla dire a Nicolae) pure sarebbe "concorrenza sleale" da qualche lontanissima parte da qui (sulla luna, o su Marte?!), oppure...forse no, ricordo male io (?!): é solamente la durissima legge dell'ex...del mercato, in fondo!
     Mi siedo un attimo sul marciapiede, a questo punto (a volte debbo farlo perché la cicatrice dell'operazione subita un anno e mezzo fa, sul fianco destro, durante i cambi stagionali del tempo mi da fastidio di brut...fa le bizze!). Seduto ripenso a ciocché Nicolae, il quale é sempre intento a lavorare, alcuni istanti prima mi ha riferito; poi, curiosamente, a proposito di mercato e delle leggi infingarde che lo governano, mi ritornano in mente un paio di slogan pubblicitari di qualche anno orsono: non so neanche io, con sincerità, perché mi tornino alla mente certi ricordi, mi passino davanti agli occhi determinati flash-back.In fondo debbo ritenermi ultrafortunato visto che, pur essendo sulla soglia della andropausa, ho una memoria a prova di bomba, almeno per ora: a una persona della mia famiglia, invece, oltre una decade fa, toccò sorte peggiore visto che morì di Alzheimer! Il primo dei due slogan riportava:

    "Penso a una ragazza con un cellulare in mano seduta sulla prua di una barca a vela che sta entrando in un piccolo porto riparato e una lacrima finisce in mare, ma lei é felice. (Sta pensando al Gruppo Stet; e, in particolare, a Telecom Italia Mobile, il più grande gestore di comunicazioni mobili del mondo)". L'altro, invece:

    "Prima di dormire guardava il cielo e sognava. Però, non fu una stella cadente a concedergli il prestito. Giacché si vive una volta sola, non pensate sia un delitto lasciar morire tante volte i propri sogni? Se la risposta é sì, veniteci a trovare. Faremo di tutto per dirvi di sì. BANCA DI ROMA. GRUPPO CASSA DI RISPARMIO DI ROMA. LA TUA AMICA BANCA". Mi sa che un vecchio principe della risata avrebbe detto: "alla faccia del bicarbonato di sodio!" (un siciliano, invece, sarebbe stato di certo più spiccio e meno signore: minchia!). Mi sono riposato abbastanza così mi rialzo e riprendo a dialogare con Nicolae.   

  • 18 giugno alle ore 18:36
    Il mio pianto fra le nuvole

    Come comincia: Oggi è il mio giorno di follia e incredulo come sempre sono qui a volare fra le bianche nuvole riscaldate da un sole generoso ed amico e io come sempre e in ogni luogo scrivo in compagnia della mia malinconia e senza mai un po' di allegria, leggo e rileggo le mie poesie e i miei giorni ormai lontani e un nodo alla gola mi ha ricordato che non sono stati del tutto vani, fantastici ricordi di un mondo ormai  perduto ed io ero li da qualche parte dove qualcuno mi aveva voluto, il ricordo di tanti pianti non mi lascia e non mi da pace, guardo dal finestrino di questo aereo che vola e guardo per distrarre i miei pensieri lontani, sono triste, molto triste, quando d'un tratto fra le nuvole vedo un volto molto amico di un tempo ormai lontano e svanito, non ci crederete ma e' il mio amico Aquilone che mi sorride e mi fa ciao con la mano, io gioisco e gli dico di non andare e di non lasciarmi ancora solo e di accompagnarmi in volo, poi  piano piano lui vola via e col capo chino si volta un'ultima volta, mi sorride e mi fa l'occhiolino...

  • 18 giugno alle ore 18:31
    Il mio aquilone

    Come comincia: L'Orfanotrofio di Caltagirone era stato per me un'autentica prigione, e non solo per me ma anche per centinaia di altre anime in pena...fiumi di ferite hanno infierito su noi tutti e nessuno, mai nessuno ne sono certo e' mai riuscito a fuggire dall'eterna ombra di quei brutali e sofferti ricordi che attimo dopo attimo hanno depredato l'innocenza di ognuno di noi...nessuno riusciva a farsi spazio per poter giocare a palla almeno con la testa...cosi' il mio unico e vero gioco era l'illusione che almeno in quei momenti di finta liberta' quasi mi imponeva di alzare lo sguardo al cielo...mi sedevo per terra in compagnia del mio eterno singhiozzare e volgevo lo sguardo in alto proprio alla fine delle alte mura dove intravedevo un fazzoletto di cielo colmo di quella liberta' tanto desiderata...vedevo qualche uccello che molto velocemente attraversava lo spazio di quel tetto del cortile eternamente aperto e sognavo di poter volare come lui per fuggire e andar via lontano per trovare una mamma vera che mi avesse amato e mi avesse preso sempre per mano...soltanto il volo di quei passerotti dava conforto alla mia Anima illudendola che anche lei un giorno sarebbe fuggita via lontano...il mio sguardo era rimasto imprigionato in quello schifoso mondo fatto di tonache nere e di ferite amare, poi come per incanto mi ritrovai in un inferno meno sofferente fatto di tutto ma lo stesso di niente. I preti del collegio di Trecastagni sembravano diversi e meno aggressivi, ma quella mia speranza duro' quanto il battito d'ali di una farfalla...eppure riuscii a sopravvivere e quasi ad apprezzare quel mio nuovo mondo che non mi lasciava dove altro andare...il mio nuovo cortile era tutto aperto e vi era anche una pertica dove poter salire e un gigantesco albero che riusciva a far sognare...a ridosso di un muro un altro piccolo alberello dove ero solito rifugiarmi. Accadde che un giorno vidi un ragazzo intento a tagliare dei fogli di carta velina colorata e qualche canna sottile, mi avvicinai e volli capire cosa stesse facendo...seguii passo passo tutto il suo da fare e rimasi sbigottito quando alla fine mi accorsi che aveva messo insieme tante cose o forse niente ma che avevano una forma e un qualcosa che dava da pensare...era la prima volta che assistevo a qualcosa del genere...quel giorno soffiava un leggerissimo soffio di vento e il freddo intenso gelava le mani e il naso sempre rosso...vidi quel ragazzino che si mise a correre e a girare attorno al cortile e lo fece trascinando quel "coso" che aveva costruito e che aveva preso la forma di un grande uccello, ma io pensai che soltanto gli uccelli potevano volare e d'un tratto i miei occhi si illuminarono di gioia e la mia bocca rimase del tutto aperta...non so' se era lintenso freddo o la gioia di quel momento, ma io piansi per la prima volta con la gioia nel mio cuore...quell'Aquilone era in cielo e volava come gli uccelli ma ancor di piu' perche' superava anche quelli...quell'amico Aquilone era appeso ad un lunghissimo filo e tenuto stretto dalle mani di quel bambino che ne guidava i movimenti sempre attenti e gioiosi e sorridenti...da quel giorno mi scrollai di dosso ogni brutto pensiero e la mia anima prese fiato per la primissima volta, cosi' quando riuscivo ad evitare di cadere in deleterie e assurde punizioni che mi vedevano assente dalla mia ora di liberta' in quel cortile ed intento a scrivere per diecimila volte: "quando mi trovo nell'orario di studio non mi devo distrarre", correvo a prendere tutto quel che mi serviva per poter costruire il mio amico Aquilone. I tentativi si susseguivano uno dietro l'altro e io mi disperavo perche' non riuscivo a farne volare nemmeno uno. Un giorno rimasto impresso nella mia mente e nella mia Anima riuscii a costruire un bellissimo Aquilone tutto fatto con vero amore...quel giorno nelle mie mani avevo tutto il mio passato...le sofferenze e gli eterni pianti e senza mai poter fuggire e persino privato dei miei rimpianti...iniziai a correre attorno a quel cortile con il filo stretto nelle mani e io correvo a piu' non posso con il petto che mi batteva sempre piu' forte...non avevo il coraggio di liberare quel filo piano piano, avevo paura di perdere quella mia liberta' tanto agognata e sofferta...poi d'un tratto mi feci coraggio e il filo comincio' a sgusciare dalle dita...in quell'attimo i miei occhi videro la liberta', quella stessa che avevo tanto sognato...piansi tante lacrime fatte di gioia e di ricordi sommersi e il mio tormentato passato sembrava lontano, tanto lontano...ora ero fermo con quel filo in mano e guardavo il mio amico che dall'alto mi stringeva la mano...finalmente ero felice e lo fui per tutti gli altri anni a venire perche' accanto a me avevo sempre un grande Amico...il mio Aquilone, fatto di colori e di speranze e fatto d'amore...di tanto amore...
    GIANNI LIMOLI
    POETA SCRITTORE

  • 10 giugno alle ore 13:50
    Stories from Palestine

    Come comincia:  - Mena Eyad Fathi Sharir aveva solo due anni. E' morta il diciotto maggio scorso in seguito alle ferite riportate nel bombardamento (mirato) della sua casa, avvenuto una settimana prima nel quartiere di al-Manara (al-Nafaq street) a Gaza City, nella Palestina occupata. Nel bombardamento è scomparsa tutta la famiglia della bambina: Eyad Fathi Sharir, il padre, che aveva trentacinque anni; Layali Taha Abbas Sharir, la madre, di quarantuno anni; Lina Eyad Fathi Sharir, sorella maggiore della piccola, sedicenne. Il corpo di Lina è stato recuperato dopo l'attacco aereo ed é stato fatto a pezzi. Le fonti della notizia (IsraeliPalestine.org e Mnar Adley, editore indipendente presso Mint Press News) citano ulteriori notizie che mi sembra doveroso riportare all'interno di questa storia. La prima: "l'area ha subito gravi danni perché é densamente popolata, venticinque palestinesi nell'area circostante sono rimasti feriti a causa dell'esplosione"; la seconda: "l'esercito ha affermato che Abu Sharir è uno dei capi militari delle brigate Al-Qassam, ala armata di Hamas"; l'ultima invece: "il Ministero della salute palestinese afferma che l'esercito ha sparato missili contro edifici adiacenti all'ospedale indonesiano, causando danni agli edifici e all'ospedale". Mi sono fatto le seguenti domande, alcune settimane fa, dopo aver letto la storia di Mena e della sua famiglia. La prima è stata questa: "Se i sospetti degli  israeliani erano fondati che senso aveva bombardare aree così vaste?  Non essendo però né un soldato israeliano, né tanto meno un membro della polizia israeliana residente sul posto, ed a diretta conoscenza dei fatti, in molti potrebbero obiettare sulla mia domanda ed affermare che non abbia ragione d'essere posta. Al contrario, penso che sia lecito porsi domande del genere: bisognerebbe sempre domandarsi il perché sull'accadimento delle cose anche quando ci si trova a migliaia di chilometri di distanza rispetto ad un evento, al loro accadere e svolgersi (sempre tragico quando muoiono persone innocenti a causa di azioni militari e di guerra). Gli israeliani avrebbero potuto procedere con dei rastrellamenti a tappeto come sovente e volentieri fanno, del resto, invece di bombardare ma anche la rappresaglia, ahimé, fa parte della guerra. La definizione di rappresaglia (dal vecchio vocabolario "Il Piccolo Palazzi", a cura di Fernando Palazzi ed edito dalla casa editrice Ceschina-Principato di Milano : "danno che si fa ad altri per vendetta di danno patito". I nazisti, durante la seconda guerra mondiale, uccidevano dieci esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso (non necessariamente, però, da uno di quei dieci esseri umani mandati a morire davanti al plotone d'esecuzione)..."una volta hanno sbagliato a far di conto", ha scritto qualcuno (se ne accorsero dopo, quando il plotone aveva già sparato!). Nessun problema: nella successiva rappresaglia hanno conteggiato undici esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso. La precisione, si sa, è d'obbligo a questo mondo, soprattutto quando si ha a che fa... se trattasi di esseri umani. Sovente anche io sono preciso, addirittura precisissimo (mai puntuale, però: neanche ad un appuntamento galante, neanche ad un colloquio di lavoro o quando devo ricevere soldi; neanche alla cerimonia funebre di mia madre e mia sorella lo sono stato!); in passato lo ero ancor (di) più ma ultimamente l'andropausa comincia a batter cassa con maggior insistenza ed allora, in linea di massima, posso affermare di essere "precisino" oggidì. Per fortuna, però, non sono nazista né israeliano, altrimenti chissà...cosa sarebbe successo.Gli israeliani, bontà loro, hanno ucciso ventitrè palestinesi per ogni israeliano morto (il conteggio non l'ho fatto io che sono anche ragioniere e in molti dicono che abbia comprato uno dei miei due diplomi; non è stato neanche qualche ragioniere del comune di Gerusalemme o un impiegato ultrazelante del catasto a Haifa, credo!): questa volta, pare, abbiano sbagliato anche loro a far di conto, per eccesso no per difetto, pur non essendo nazisti. La seconda domanda è questa: che senso ha recuperare il corpo di una ragazzina morta e farlo a pezzi ? Fosse stata anche la figlia, la sorella o qualsivoglia familiare o parente di un jihadista non avrebbe ragion d'essere, per mio conto, la cosa. Il gesto, tuttavia, credo abbia valore simbolico e dichiaratamente cannibalistico...politico. Vorrebbe cioé sancire, da parte degli israeliani, la supremazia sugli altri; un azione tesa ad annichilire i Palestinesi, ad estirparne l'anima impossessandosi in modo brutale del corpo di un loro cadavere. La "soluzione finale" di Hitler nei confronti degli ebrei nulla aveva a che spartire con un fatto religioso, ma aveva carattere politico ed economico nei confronti delle lobbies giudaiche di  editori, industriali, finanzieri e banchieri che imperversavano in tutta Europa. Allo stesso modo, secondo molti, gli israeliani mirerebbero ad uno Stato israeliano senza Palestinesi (non fu un caso se nel 2018 lo stesso Primo ministro Benjamin Netanyahu avesse promulgato, con l'avvallo della knesset, il parlamento di Israele, una legge che rafforzasse lo Stato israeliano: una sorta di "Israele agli israeliani" e basta!) ed il loro altri non è che vecchio, tradizionale e buon colonialismo mascherato da guerra di religione (quello inglese lo era, ad esempio, velato da una sorta di "umano" paternalismo) ed accompagnato da una pulizia etnico-territoriale non tanto mascherata, direi (è noto come da più parti, o venga sempre più spesso usata la doppia terminologia di segregazione razziale e apartheid nei confronti del popolo palestinese). Ma dopo essermi posto la domanda, cercando in modo quasi "edonistico-narcisista" di darmi una parvenza di valida risposta, ho riflettuto su una cosa: ovvero, ho letto altre due notizie che mi hanno, in certo qual modo, ricollegato all'atto dello smembramento del corpo, da parte dei soldati, della sedicenne Lina, sorella della piccola Mena. La prima notizia, recente quasi contemporanea a quella della morte delle due bambine e dei loro genitori, reca scritto: " ......
    (mentre scrivo, si hanno notizie di occupazioni, di arresti in molte zone della Palestina, da Gerusalemme alle zone vicine, in zone più lontane e nei villaggi dei borders...
     - Abed Tamy vive a Gaza con la sua famiglia di otto persone, compresi i suoi genitori anziani ora. Entrambi hanno avuto un ictus e sono disabili. Qualche giorno fa mi ha chiesto aiuto, scrivendomi un messaggio via twitter:
     - Non abbiamo nulla, né soldi né cibo. I miei genitori hanno bisogno di cure e di farmaci. Non lavoro e la nostra vita è molto difficile e brutta, qui a Gaza. Per favore, fratello, puoi aiutarci? - Lo saluto, in risposta al suo messaggio. Poi mi da le coordinate del suo conto paypal. Non rispondo ma li mando una piccola somma (soltanto cinque euro, 18,87 ils al cambio corrente) e poi lo avviso in chat. Lui, subito, mi risponde:
     - Grazie mille, spero per te il meglio! - Io replico così:
     - Non sono molti. Ricordati di me, per favore! Di ai tuoi amici che sono un vostro fratello. Ciao, Abed. - In un tweet del sedici maggio, Abed aveva scritto:
     "Tutte le strade che portano all'ospedale al-Shifa, a Gaza, sono state bombardate e distrutte". - Tutto coincide, infatti. Leggo e riporto la seguente agenzia, datata diciassette maggio, ripresa da Al-Jazeera e dalla redazione dell'ANSA: "In uno degli attacchi compiuti da Israele nella Striscia è morto il medico Ayman Abu al-Ouf, e con lui la moglie e cinque figli. Lo ha reso noto il Ministero della Sanità palestinese secondo cui i loro corpi sono stati portati all'ospedale Shifa dove il professore era una figura di primo piano, noto anche nella comunità medica internazionale. L'attacco - dove sono rimasti feriti decine di palestinesi - é avvenuto nella notte di sabato scorso nella via Al Wahda a Gaza City, a duecento metri dall'ospedale. In memoria di al-Ouf la struttura ha intitolato una delle sue sale". La disoccupazione nei territori occupati (tanto nel West Bank, quanto lungo i borders e nella Striscia di Gaza) rasenta il tasso del 50%: i palestinesi lavorano quasi tutti in Israele, per lo più occupati nel settore dell'edilizia, e sono mal retribuiti, ipersfruttati e privati d'ogni elementare diritto sindacale. Non possono produrre cibo e generi alimentari per loro conto, né medicinali o altri generi di prima necessità: essi li acquistano tutti, quando sia possibile, fuori dai loro territori dagli israeliani. Il reddito pro-capite annuo, in Palestina, è di millequattrocento dollari (uno dei più bassi al mondo) mentre quello di un israeliano medio arriva anche a trentacinquemila dollari. La disponibilità alimentare giornaliera per un israeliano rasenta le tremilacento-tremiladuecento calorie mentre quella di un palestinese arriva a malapena alle ottocento-mille.
     -  I "bombardamenti"/bombing: dal racconto di Sama (ragazza palestinese) - Quei sette minuti...che abbiamo vissuto sono stati i più duri della nostra vita...la situazione era molto difficile! Ero in camera con mia sorella, ho ricevuto un messaggio da mia cugina  che mi informava che i bombardamenti erano vicini a noi. Mi ha detto: "Come va, tutto bene?" - Mentre le stavo rispondendo che tutto andava bene, i bombardamenti sono diventati molto più violenti. Sono andata verso il soggiorno dove tutta la mia famiglia era riunita perché é un luogo un po' più sicuro. Mio padre é andato sulla terrazza che dà sulla strada per controllare la situazione. Ma i bombardamenti erano vicini, proprio davanti casa. Mio padre è arrivato per avvisarci e chiederci di evacuare, non aveva ancora finito la frase che è caduto a terra per la potenza dell'esplosione. Abbiamo pensato che fosse morto da martire, non poteva più alzarsi e ci ha chiesto di evacuare in fretta. Il padre: "Uscite! Uscite!". Sama: "Andiamo fratelli, veloci!" "Forza, Misk!". - Non avevo altra soluzione che prendere la mia sorellina e scappare. Siamo usciti di casa con mio fratello che mi seguiva e la porta si è richiusa e il resto della famiglia é rimasto bloccato dentro. Quando la porta si é chiusa ho immaginato che la mia famiglia sarebbe morta dentro l'appartamento perché i bombardamenti erano molto violenti. Siamo scese per le scale e c'erano macerie dappertutto e un'auto che bruciava. In quel momento ho pensato che saremmo stati colpiti. Mi sono allontanata di qualche metro dall'edicifio assieme a mia sorella, un missile è caduto sull'ingresso. "Non aver paura, mia cara!", "Non aver paura, sono qui con te!". "Non aver paura, andiamo verso i cassonetti dell'immondizia per proteggerci!". La situazione era molto difficile. Nel momento in cui sono arrivata al portone, il luogo più sicuro del nostro appartamento, lassù, riceveva le bombe. Anche la situazione in strada era pericolosa, c'erano macerie dappertutto, vetri rotti e una macchina in fiamme...tutto era distrutto e i bombardamenti non smettevano! In quel momento non immaginavo di poter sopravvivere. Ho preso la mia sorellina per mano e mi sono messa a correre più veloce che potevo, per cercare di raggiungere un luogo sicuro. C'erano molti bombardamenti. Come ci siamo allontanate dai pericoli, gli attacchi sono diventati ancora più violenti. Abbiamo corso ancora per allontanarci ancor di più dal pericolo, l'obiettivo era di giungere sino ai cassonetti dell'immondizia per metterci al sicuro ma non era facile arrivarci. "Vai verso il cassonetto dell'mmondizia, mia cara." "Vicino al cassonetto." "Ambulanza, venite ad aiutarci, salvateci, mia sorella é ferita!". Paramedico: "Salite, presto! Salite!". Ci siamo ritrovati sotto il mio palazzo con la mia famiglia. Gli abitanti del palazzo sono stati evacuati in novanta secondi sotto dei forti bombardamenti. Centododici appartamenti sono stati evacuati in soli novanta secondi. La situazione era molto difficile, molte famiglie non hanno potuto prendere neanche il minimo indispensabile delle loro cose. Non é ora che i bambini disegnino le loro speranze e i loro sogni per il futuro? Che abbiano almeno il diritto di vivere la loro infanzia? Siamo un popolo che ama la vita, non siamo dei numeri. Abbiamo dei sogni e delle speranze. Desideriamo vivere una vita normale. La nostra sofferenza finirà soltanto con la fine di questa occupazione israeliana (Fonti/Sources: Gaza Stories&InvictaPalestine.org). Il palazzo in cui Sama Ismael viveva insieme con la sua famiglia, sino a qualche settimana fa, é situato nel centro di Gaza City: i bombardamenti israeliani sono stati "mirati" anche questa volta, e precisi...hanno colpito, cioé, in maniera altamente precisa e profondamente mirata. Il palazzo dei media, come veniva chiamato, enorme costruzione di dodici piani nel centro di Gaza, il quale ospitava anche i locali della Associated Press e di Al-Jazeera english oltre ad altri uffici di media ed appartamenti residenziali, é crollato poche ore dopo che un altro raid aereo israeliano su un campo profughi densamente popolato (come riporta il notiziario online di France24 del 15 maggio 2021) aveva ucciso almeno dieci palestinesi di una famiglia allargata, per lo più bambini. Fares Akram e Joseph Krauss, entrambi dell'agenzia di notizie americana AP (Associated Press) sulle colonne del Time, settimanale newyorchése, scrivono quanto segue: "Israele ha effettuato una ondata di attacchi aerei su quelli che ha detto essere obiettivi militari a Gaza, abbattendo un edificio di sei piani nel centro della città, e i militari palestinesi hanno lanciato dozzine di razzi su Israele all'inizio di martedì, l'ultimo nella quarta guerra tra le due parti, giunta alla sua seconda settimana. Le esplosioni degli attacchi aerei echeggiarono nell'oscurità prima dell'alba a Gaza City, inviando lampi arancioni nel cielo notturno. I bombardamenti hanno rovesciato l'edificio Kahil, che contiene bibilioteche e centri educativi appartenenti all'università islamica (erano questi gli obiettivi militari di cui parla l'esercito israeliano?!). Nuvole di polvere incombevano sul sito, che era stato ridotto a cumuli di macerie di cemento e cavi elettrici aggrovigliati.
    La torre di Kahil/Kahil Tower rimase l'unica in piedi nella zona circostante: nelle foto che la ritraggono vicino alle macerie (una delle quali la osservai proprio nel profilo instagram di Sama, pur non non avendo conoscenza se l'abbia scattata o meno di persona) sembra davvero un albero spoglio in mezzo al deserto.

  • 05 giugno alle ore 10:52
    NIHIL SUB SOLE NOVUM

    Come comincia: “Signora se suo figlio seguita a masturbarsi ogni giorno finirà per diventare tubercoloso, me l’ha confessato lui stesso che qualche volta lo fa due volte al giorno!” “Non è mio figlio!” “Non ha importanza, il fatto resta.” Piero era nato dal matrimonio fra Concetto e Tiziana la quale era morta di tumore alle ovaie, Matilde la seconda moglie molto desiderata dai maschietti aveva scelto di sposare Concetto per motivi venali, proveniva da famiglia disastrata finanziariamente, era stanca di continue rinunzie e di vedere le sue amiche surclassarla nel campo del’eleganza. Il giudizio del dottor Tinelli era stata riportato da Matilde al marito Concetto che era caduto seduto su una poltrona del salotto di casa completamente scioccato, considerava suo figlio Piero la luce dei suoi occhi, l’unico ricordo della defunta moglie alla quale il giovane assomigliava senza essere un  effeminato anzi…”Cara che mi consigli, a scuola non va bene al contrario degli  anni passati, quest’anno deve sostenete gli esami di licenza liceale, sicuramente sarà bocciato, ero a conoscenza del suo problema sessuale per avermelo rivelato lui stesso, ho provato a presentargli delle prostitute, niente da fare gli fanno schifo…” “Caro devo confessarti una cosa come dire molto particolare, Piero ha tentato con me una mattina di domenica mentre tu eri a caccia, si è presentato dinanzi a me nudo con tanto di…coso duro, ce l’ha proprio grosso rispetto al tuo, non voglio far paragoni ma…” Quella rivelazione di Matilde aveva sconvolto Concetto che si rifugiò in bagno e ci rimase sino all’ora del pranzo. A tavola atmosfera cupa, nessuno aveva voglia di parlare, i tre finirono il pasto in silenzio. La cameriera Gina aveva sparecchiato e lavato i piatti in silenzio, la ‘fantesca’ non si rendeva conto del perché i tre fossero tanto tristi al contrario del solito. La notte successiva Matilde provò a stuzzicare sessualmente il marito senza risultati. Il lunedì Concetto insegnante di materie letterarie al liceo Cavour non si recò a scuola, si fece prescrivere sei giorni di riposo dal medico di famiglia e si rifugiò in biblioteca. Ragionò sulla situazione creatasi: suo figlio da poco era maggiorenne, essendo studente e quindi non avendo un reddito personale doveva restare nella  casa paterna, l’unica soluzione…”Cara forse sono impazzito ma penso che tu debba sacrificarti sempre che te la senta…” Inaspettatamente: “Per me va bene i problemi sono tuoi e di tuo figlio, penso di guadagnarci….” L’affermazione di Matilde era un severo giudizio sulle prestazioni sessuali di Concetto, ci mancava solo questo. “Stasera a cena brindiamo con lo champagne ed una torta gelato, tu cerca di sorridere quando io e Piero andremo in camera sua, d’accordo?” Concetto riuscì a sorridere a denti stretti, si alzò per primo dalla tavola, si recò nella camera matrimoniale per la prima volta da solo immaginando…Immaginò giusto, Piero in camera sua sfoderò un ‘siluro’ spettacolare, Matilde si improvvisò nave scuola per il giovane, prima si fece baciare la bocca, poi le tette ed infine il clitoride con un orgasmo lunghissimo e profondo, il passaggio nella fica fu l’apoteosi finale con tanto di altro fortissimo orgasmo tanto da preoccupare Piero. “Non è che ti senti male!” “Avrei voluto sentirmi così con tuo padre, quale male ora però una promessa da parte tua, il mio ‘fiorellino’ sarà a disposizione tua due volte alla settimana ma devi impegnarti a studiare e soprattutto a superare gli esami di maturità.” Matilde era rifiorita, passava molto tempo per le vie principali di Roma a rinnovare il vestiario. Era ringiovanita ma in fondo si sentiva colpevole, Concetto sembrava di colpo invecchiato. La sera a tavola: Stasera il mio fiorellino sarà a disposizione del legittimo padrone, Concetto non fare quella faccia, ho trovato  una soluzione, ho acquistato in farmacia il ‘Levitra’, diventerai un gran mandrillo per tutta la notte!” Piero non apprezzò la nuova situazione ma comprese che ormai doveva dividere con papi la ‘cose buone’ di Matilde. La soluzione con l’uso di quel farmaco superò ogni aspettativa, addirittura Concetto iniziò a portare a casa delle studentesse maggiorenni scarse nello studio ma deliziosamente brave a letto. Veronique era  l’ultima arrivata al liceo Cavour quale insegnante di lingue, la dama di nazionalità francese era giunonica ma molto femminile. Concetto pensò di conquistare la demoiselle ma non volle scontentare moglie e figlio, tutti e quattro a cena al ristorante ‘Golosità’. Non fu una buona idea, Veronica rimase affascinata dal giovane Piero, un colpo di fulmine, all’uscita dal locale prese sotto braccio il giovane e: “Cari  ho deciso di rientrare in Francia, mi manca molto la mia villa, una sorpresa per voi, se è d’accordo l’interessato porterò con me Piero, una breve vacanza, potrà tornare a Roma quando vuole.” Piero fu sorpreso ma felicissimo non così Concetto e Matilde che fecero buon viso a cattivo gioco quando il rampollo acconsentì entusiasta di recarsi nella terra dei cugini francesi. Marito e moglie non vollero accompagnare i due a Fiumicino, avevano un peso nel cuore, fu chiamato un taxi il cui conducente caricò nel bagagliaio le valigie dei due. Ultima battuta di Piero: “Fate i bravi, vi telefonerò tutti i giorni.” Dopo due ore l’aereo dell’Air France atterrò all’aeroporto di Orly. Una Citroen Ds 21 il taxi che li prese a bordo. L’autista sentendo l’indirizzo dove doveva condurre i due clienti si rivolse con ossequio alla signora con la speranza in una mancia sostanziosa. “Madame si vous voulez je peux aller plus vite.” “D’accord.” La Citroen divenne una Ferrari! “La  villa dove dimoro porta il mio nome, un ultimo regalo di mio marito.” “È morto?” “Forse per lui sarebbe stato meglio, sono divorziata, il mio avvocato (buon amico…) è riuscito in tribunale a strappargli metà del suo patrimonio piuttosto ingente e così mi godo la vita. Ho molti cani animali che amo molto, sono tutti di razza Beagle non ti spaventare quando siamo in villa, sono buonissimi ed affettuosi, farete subito amicizia.” Un biglietto da cento €uro fece diventare ancora più servizievole l’autista del taxi che scaricò i bagagli dei due circondato dai cani festanti. “Questi sono Fernand, Louise ed il loro figlio Marcel i miei collaboratori, abitano nella dependance  sono sempre disponibili per qualsiasi bisogno, spero ti piaccia la cucina francese.” “Penso che amerò di più una francese in carne ed ossa che non vedo l’ora di…ammirare da vicino.”  “Ho in testa qualcosa di sensazionale per festeggiare il nostro arrivo, spero che tu non sia puritano né geloso come il mio ex marito, con me la gelosia non paga!” Louise informata dell’arrivo della padrona via telefono si era fatta onore in cucina  ma Piero aveva altro per la testa. “Cara m’è venuto un sonno ma un sonno…”  “Capito il messaggio, tutto rimandato a dopo la festa di dopodomani, resterai con la bocca aperta e con gli occhi di fuori!” Il sonno tardava a venire, Piero aveva altri pensieri per la testa o mglio uno solo…” Il giorno seguente una noia…i cani seguivano Piero nel suo girovagare nel grande giardino molto ben tenuto, c’erano anche alberi di alto fusto statue di uomini e donne nudi, una grande vasca con pesci tropicali. Piero aveva notato  un  gran movimento al primo piano, Louise e Veronique verosimilmente stavano preparando la sceneggiatura per la festa del giorno dopo, un pasto ed una cena frugali, la padrona di casa era molto impegnata, stessa solfa per il pranzo. Alle quindici cominciarono ad arrivare le auto, tutte di lusso,  gli invitati uomini e donne eleganti e rumorosi si aspettavano qualcosa di particolare da parte di Veronique. Il grande salone pian piano si era riempito di invitati, qualcuno prese a sgranocchiare pasticcini e ad assaggiare lo champagne Dom Perignon. Al suono della canzone ‘nove settimane e mezzo’ irradiata dagli altoparlanti apparve Veronique…uno schianto. La dama indossava un baby doll azzurro con le tette ben visibili e la parte inferiore che metteva in bella mostra una ‘foresta nera’  che arrivava sino all’ombelico, nulla a che fare col colore dei capelli biondo miele. Applausi a non finire, la padrona di casa ancora una volta aveva stupito gli amici. Veronique assaggiò appena lo champagne e prese la scala per rientrare nella sua stanza, dopo poco alcuni amici maschi la seguirono. Piero era indeciso cosa fare anche lui si recò al primo piano, entrò nella stanza della padrona di casa che era già molto impegnata con i maschi i quali si erano divisi le varie parti del corpo di Veronique: chi il viso, chi le tette, i più fortunati il fiorellino, alcuni i piedi peraltro bellissimi e ben curati. Lo spettacolo peraltro inaspettato lasciò basito Piero che rientrò nel salone, aveva compreso la frase di Veronique: “Con me la gelosia deve essere messa da parte.”  Della servitù nemmeno l’ombra, i tre dovevano essere abituati alle sceneggiate della loro padrona e si erano ritirati nella loro abitazione. A mezzanotte la festa finì, gli invitati ripresero le loro auto e lasciarono la villa soddisfatti soprattutto quei maschietti che avevano usufruito delle grazie della padrona di casa. La notte niente sonno, Piero era ancora frastornato della sceneggiata erotica di Veronique, aveva compreso il concetto espresso dalla padrona di casa che la gelosia non doveva far parte delle qualità dei suoi ‘amici’ ma non riusciva a condividerlo. Veronique si recò in cucina per la colazione, sopraggiunse Piero con il viso aggrottato e stanco. “Dovrei essere io ad essere…” “Vorrei che mi accompagnassi all’aeroporto, voglio ritornare a Roma.” Un fulmine a ciel sereno, Vernique sbiancò in viso, si stava innamorando del giovane italiano, non le era mai successo di amare qualcuno, sinora solo sesso e quella  decisione di Piero…Lacrime sgorgarono dagli occhi verdi della padrona di casa, che correndo si rifugiò nella sua camera da letto. Intervenne Louise: “Noi siamo molto affezionati alla signora, non vogliamo che soffra, ci spieghi cosa è successo.” Piero riferì che aveva semplicemente chiesto di essere accompagnato all’aeroporto per ritornare in Italia. “Come tutti gli uomini lei non si è reso conto dei sentimenti di madame Veronique, ripensi alla sua decisione, non se ne pentirà.” La domestica era riuscita a far sentir colpevole Piero che decise di ripensare al ritorno a Roma, si recò nella camera di Veronique, si stese sul letto vicino a lei ancora in lacrime e…”Cara ho deciso che…” Non riuscì a finire la frase che si trovò la bocca francobollata da quella di lei, quando riuscì a parlare la castellana: “Mi fai felice, chiedimi tutto quello che vuoi.” Veronique aveva ripreso a piangere, stavolta lacrime di gioia seguite  da un amplesso favoloso. Il bussare discreto alla porta della camera da letto di Veronique fece tornare alla realtà i due amanti. “Signora sono le sedici…” “Cara prepara la cena, io e Piero siamo un po’ stanchi e affamati.” La vita di Piero al castello era diventata quella del principe consorte: mangiare, bere, grandi passeggiate nel parco. L’’italiano aveva fatto amicizia con un cane, il più vecchio del branco, l’animale  lo seguiva dappertutto, lo chiamò Ras. Una scoperta: il giardino era molto più ampio di quanto Piero immaginasse, ad un certo punto si trovò in un labirinto di cespugli fu difficile uscirne fuori, fu Ras che lo condusse sulla ‘retta via’, si meritò tante carezze. Allora tutto bene? Non tanto, padre e madre non rispondevano più al telefono, da informazioni assunte dal Consolato italiano apprese che erano ambedue deceduti. Il sesso come tutte le cose belle cominciava a scemare fra i due, Piero prese  a ragionare sul suo futuro, Veronique aveva vent’anni più di lui che sarebbe successo alla sua morte, poteva saltar fuori qualche parente francese a rivendicare l’eredità, ne parlò con Veronique la quale: “Caro non ci avevo pensato,unica soluzione il matrimonio. La futura sposa incaricò un’agenzia per approntare tutto il carteggio utile per la cerimonia, testimoni furono  Louise e Fernando, nessun invitato dei vecchi amici…sarebbe stato imbarazzante. La morte del vecchio Ras fu un dolore  per Piero, non  volle sostituirlo con un altro cane, da quel momento si sentì più solo, tumulò il corpo dell’animale in una aiuola del parco. Veronique era stata da sempre contraria a frequentare medici e ad assumere medicine, male gliene incolse, un cancro ai polmoni. Sistemata nella tomba di famiglia il corpo della moglie, Piero decise di non rimanere in Francia, stava invecchiando, la nostalgia lo convinse a ritornare a Roma. Telefonò a Gigetto il portinaio di via Nomentana annunciandogli il suo arrivo nella capitale e chiedendogli di sistemargli  l’alloggio dei suoi genitori rimasto vuoto, anche se finanziariamente poteva permetterselo non volle cambiare casa. Dinanzi ad un notaio aveva stilato una delega a Louise ed a Fernando quali custodi dei beni della defunta. Grandi abbracci con loro e col loro figlio e poi una mattina presto  Piero con la Bugatti Veyron della defunta consorte o meglio del suo ex marito prese la via che conduceva a Roma, Ci vollero dieci ore con una sosta in un autogrill per arrivare in via Nomentana. Gigetto avvisato al telefono si fece trovare dinanzi al portone. “Sei dimagrito, quanti anni hai…” “Gigi , sono arrivato a cinquanta, sono stanco voglio solo mangiare ed andare a dormire.”  Nel frattempo si era presentata una ragazza bruna, alta, sorridente, uno schianto. “Questa è Berta mia nipote, è venuta a Roma per studiare all’Università.” Piero :”Il nome Deve essere il patronimico di Adalberto.” “No Adalberto è il padre, mio fratello, non il patromimico…” “Non ci faccia caso, quando vuole potremo parlare.” “Appuntamento per domani.” Morfeo prese fra le sue spire Piero sino alla mattina seguente quando Piero ben ritemprato si alzò andò in cucina per fare colazione, era già  pronta, ci aveva pensato Gigetto, la divorò. Saziato andò in bagno, doccia ristoratrice e poi rasatura. Senetì sbattere la porta d’ingresso. “Gigi sono in bagno, finisco e poi vengo da te.” Non era Gigi quello che si affacciò alla porta della toilette. “Era di suo gradimento la colazione?” Scena muta del padrone di casa dinanzi Berta in minigonna. I loro sguardi si incrociarono “Non si vergogni, per la sua età è ancora in piena forma da quello che vedo, a me non piacciono i giovani che dopo una sveltina mi lasciano insoddisfatta, con i più anziani…” Una vera e propria dichiarazione di disponibilità. “Piero fece lo gnorri. “Non dovevi essere all’Università?” “Oggi è domenica.” Piero aveva capito che era in ballo, pian piano si vestì e: “Ho capito che sei una anticonformista, mi va bene, se sei brava in arte culinaria potresti prepararmi anche da mangiare sempre che tu lo desideri.” “Affare fatto, tutto gratis et amor dei.” I due rimasero nell’appartamento sino a dopo cena quando sfilarono davanti ad un Gigetto basito. “Zio faccio visitare a Piero Roma di notte, tu vai a riposarti.” “Piero è nato a Roma e la conosce benissimo!” “Si ma non conosce me!” Tradotto: fatti i fatti tuoi.  Era soprattutto la Bugatti che aveva attirato  l’attenzione di Berta, un  chiaro indice di ricchezza. Dopo un breve giro per Roma i due rientrarono in casa di Piero, Gigetto era andato a dormire. “Mi ospiti per la notte?” Domanda superflua, Piero doveva fare i conti con un  lungo digiuno sessuale. Berta molto disinvoltamente si spogliò nuda in camera da letto, si posizionò sul bidet, tornò in camera con un asciugamanino fra le gambe “Lavati anche tu e poi raggiungimi.” Più che un invito un ordine cui Piero aderì magno gusto per tutta la notte. Gigetto era della vecchia guardia, dovette accettare la liaison della nipote , capì che era tutta una questione di soldi, anche per lui il denaro era importante. Piero accompagnava Berta all’Università ed andava anche a riprenderla al ritorno, era diventato geloso della giovane amante circondata da giovani prestanti, si era innamorato della ragazza. Per legare ancor più a sé la ragazza volle sposarla, stesso sistema della defunta consorte, nihil sub sole novum.