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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • martedì alle ore 14:29
    Ambigue Speranze

    Come comincia: Ambigue Speranze Il suo respiro si fece affannoso, mentre dentro di lei un panico sempre più intenso faceva a gara di intensità con un'incredulità istupidita, sapeva che a breve l'avrebbe incontrato dopo quel brusco litigio che determinò la loro separazione. Ma l'idea di poter rivedere i suoi occhi scuri e riascoltare la sua profonda voce, le faceva traboccare il cuore d'amore sul suolo d'asfalto! Per non parlare della voce grondante dal cinismo della sua coscienza che le martellava continuamente la mente, urlandole che sarebbe stato un'incontro puramente spinto dalla pietà di lui unicamente per potersi lavare la coscienza, per averle tanto onta nella sua irruenta impulsività, ma mica per regalarle delle rose rosse e profumate come segno di pace, e anche se fosse stato così sarebbero state delle bellissime rose tempestate di spine pungenti, a farle sanguinare nuovamente le sue emozioni.Non le restava altro che attendere quel momento cinta di ansia che le fuorisciva da tutti pori della pelle, e abbracciare ciò che il destino serbava in seno ancora una volta per lei.

  • lunedì alle ore 20:37
    Tradigione

    Come comincia: Tradigione Riversa sul pavimento di marmo di marquina, lei in cuor suo era consapevole del dolore sordo che la stava lacerando l’interno del nocciolo del suo essere, così profondo e delicato quanto immenso da perdersi dentro volutamente, e con gli occhi gonfi bagnati dalle copiose lacrime che le rigavano le rosse gote inflitte dal dolore angoscioso, fulminó rapidamente con lo sguardo respirando a fatica col petto stretto nella nella morsa del duolo, quella foto che ritraeva chi fino ad un’ora prima rappresentava tutto il suo mondo. Maledicendo quell’immagine sgualcita dal calore delle sue mani infuocate dalla rabbia, e dal freddo sudore che il suo corpo emanava tremando come se il suolo fosse colto da una scossa tellurica lasciando vibrare tutto ciò che vi era sovrapposto. Strappò con violenza incontrollata quell’immagine come se volesse sfregiare il ricordo di quello che fu origine in lei di tanto amore, per poi riversarlo in chi sapeva concepire dentro di sé quelle emozioni senza eguali, per effondere il cuore di chi la sapeva ancora far sgorgare acqua d’amore che nasceva spontanea da un profondo intaglio in una cresta fatta di cuore, affinché il suo corso di sentimento che dissetava la sua anima s’immettesse nel mar profondo bruciante d’ardore, abbracciando e inebriando in ogni parte il suo amato. Ma ormai consumato e prosciugato dalla delusione di un tradigione compiuto senza rimorso, quell’oceano di passione si trasformava in un vuoto di animosità che pacatamente colmerà con nuovi impulsi inclini alla fiducia verso qualcuno, ed ora non vi era intorno a lei che una fievole speranza nell’oscurità dei suoi triboli, di riuscire ad accartocciare tutto il suo corruccio per rialzarsi lentamente raccogliendo la sua dignità per farne perno per il suo invigorire interiore.Affidó il suo cuore al tempo affinché cura vi possa trovare nelle sue sagge braccia, per ottener sollievo da quel lamento disperso sotto le ali della solitudine, per amore. ©LAURA LAPIETRA

  • venerdì alle ore 17:37
    La favola complottista

    Come comincia: Battipaglia, 29/03/2021

    Cari colleghi,
    un breve inutile riassunto.

    In settembre avevo chiesto ad un nostro collega: <<Tu che hai più ascendente, mi organizzi un incontro online dove provo a spiegare ai colleghi ciò che sta accadendo?>>
    Rispose: <<Ma che vuoi spiegare!>>
    Intesi: <<Ma che vuoi spiegare, che vogliono capire!>>
    Probabilmente intendeva invece: <<Ma che vuoi spiegare che sono tutte sciocchezze!>>

    In breve, come ha sottolineato un altro collega, non della nostra sede, le mie sono solo prove indiziarie e quindi la frase successiva è al condizionale o, meglio, preciso che è una mia opinione (c’è ancora libertà di opinione in Italia?).

    Anzi, no. E’ una favola. Frutto di fantasia. La favola complottista.

    La mia opinione è che questa pandemia è stata provocata, ma non dalle scarse condizioni igieniche e da uno sviluppo che ha messo in contatto modernità con tradizioni arcaiche.

    Sento da tempo il termine ‘complottismo’.
    A mio avviso non bisogna parlare di ‘complotto’. Non è un complotto, come ho precisato al mio avvocato sabato sera in libreria, mentre recuperavo la mia copia de “Il Giallo del Coronavirus”.

    È un progetto.

    Un progetto aziendale, nato, come tutti i progetti, e come i manuali insegnano, da una opportunità o una criticità.
    Un progetto aziendale che, come tutti i progetti, ha un obiettivo o una serie di obiettivi specifici che contribuiscono agli obiettivi di continuità dell’impresa.
    Un progetto ha una sua pianificazione in termini di tempi, costi, risorse. 
    Un complotto, una volta definito l’obiettivo finale, ha una gestione più improvvisata, anche se vengono definiti, per sommi capi, ruoli, tempi e metodi.

    Qual è la criticità.
    Siamo troppi. Consumiamo troppe risorse, produciamo troppa CO2, inquiniamo troppo.
    Gli ‘imperialisti buoni’, come li chiama un articolo che si riferiva ad un articolo di Nature, hanno deciso che siamo troppi. Il livello di produzione di CO2 che contribuisce fortemente al cambiamento climatico è arrivato a livelli insostenibili ed è opportuno ridurre drasticamente la produzione di CO2.
    L’articolo presentava una tesi differente dall’idea portata avanti dagli ‘imperialisti buoni’, secondo i quali chi è ‘di troppo’ sono sempre ‘gli altri’.
    Al contrario, l’articolo sottolineava che le risorse ci sono per tutti: sono i modelli di sviluppo ai quali gli ‘imperialisti buoni’ non vogliono rinunciare a consumarle nel modo sbagliato in modo da depauperarle.
    Il footprint.
    Cos’è il footprint?
    Dal nostro fu-ministero dell’Ambiente leggo:
    La carbon footprint è una misura che esprime in CO2 equivalente il totale delle emissioni di gas ad effetto serra associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un’organizzazione o un servizio. (https://www.minambiente.it/pagina/cose-la-carbon-footprint)
    Ho appena trovato dove ognuno di noi può calcolare il proprio ‘ecological footprint’: https://www.footprintcalculator.org/
    Ora entriamo nel campo delle illazioni, ho dedicato non più di tre ore alla stesura di questa missiva. I dettagli li devo studiare. Sarò semplicistica e approssimativa.
    Esempio: William, ricco imprenditore degli Stati Uniti, ha un footprint giornaliero pari a 1000.
    Un italiano medio ha un footprint pari a 20.
    Dobbiamo ridurre il footprint  globale. Chiediamo a William di rivedere i suoi modelli di consumo? Noooo. Eliminiamo 50 italiani, o europei o quello che siano.
    Abbiamo una criticità, abbiamo una possibile soluzione.
     
    Un’altra criticità nasce dalla necessità, per gli imperialisti buoni, di vedere l’indice delle loro azioni di borsa puntare sempre in alto. Non vogliamo mica arrivare al giovedì nero di Wall Street del 1929 quando, dopo anni di economia della finanza slegata dall’economia reale, la bolla esplose e fece scendere in picchiata gli indici di borsa con la conseguente caduta in picchiata di ex-plutocrati dagli ultimi piani dei grattacieli di New York, vero?
    Anche se, a mio avviso, gli imperialisti buoni adesso non correrebbero questo rischio. Hanno accumulato tanto di quella ricchezza che possono continuare con il loro tenore di vita per altre sette generazioni almeno. Senza fare niente.
    Ma anche la stasi del patrimonio per loro è inconcepibile. La loro ricchezza deve sempre aumentare. Per loro è una legge di natura. Inoltre tutti i mega-dirigenti, ed anche meno mega, alle loro dipendenze ne risentirebbero ed è una cosa inconcepibile ed intollerabile.
    No, l’economia della finanza, che ora sta completando la sua transizione (altra parola magivca ultimamente) alla economia delle piattaforme, deve continuare a prosperare. A scapito dell’economia reale, dell’economia del lavoro, economia che diventerà sempre meno reale, anzi diverrà inesistente. Non per niente da qualche anno vediamo iniziative di corsi di economia finanziaria nelle scuole.
    Meglio sacrificare il 99% della popolazione mondiale piuttosto che l’1% di mega-miliardiari.
    Va be’, qualcosa di meno del 99% salviamo un altro 4% di servitori fedeli e ben compensati dai mega-miliardari.
    Troppe criticità. Ci vuole una soluzione. Eliminiamo un po’ di persone che consumano risorse, CO2 o stipendi o pensioni. OK, dei pensionati possiamo fare a meno, oramai consumano solo risorse che potremmo mangiare noi, ma non abbiamo bisogno dei lavoratori per prosperare? Chi lavorerà per noi? Chi produrrà? Chi consumerà?
    Signori, e volete insegnare a noi? Tanti lavoratori sono diventati inutili. Di alcuni lavori proprio non ne abbiamo più bisogno, altri possono essere fatti dalle macchine, come è successo da secoli nel corso del progresso tecnologico.
    Automatico, che si muove da solo.
    Prima i lavori manuali e pesanti. Poi il lavoro mentale e ripetitivo.
    Informatica. Info(rmazione) (auto)matica, elaborazione automatica delle informazioni.
    Le buste paga può farle una macchina.
    Intelligenza Artificiale.
    Agricoltura2.0. Una macchina è in grado di valutare se il frutto, l’ortaggio è al giusto punto di maturazione per essere raccolto.
    Industria4.0. La Volkswagen in Germania, ma non solo, ha già pronti i robot (tra parentesi prodotti anche in Umbria) che sostituiranno i prossimi pensionati. Amazon pare che li utilizzi in Cina già da tre anni, ma non ho trovato le immagini.
    Tante belle macchine collegate grazie al 5G che consente di collegare un milione di dispositivi per chilometro quadrato. L’Internet delle Cose, l’IoT.
    E’ a questo che serve il 5G e l’IoT: all’industria4.0.
    Credevate davvero che facessero tutti questi investimenti in antenne collocate a poche decine di metri le une dalle altre a coprire il 99% del territorio e collegamenti vari per farci scaricare i video sul telefonino più velocemente? Ma noi di questa aumentata velocità probabilmente non ce ne accorgeremo nemmeno! Noi gonzi comprando i dispositivi 5G dobbiamo solo contribuire a recuperare parte dell’investimento.
    Prima del 5G in realtà c’è anche l’Nb-IoT (qualcuno potrebbe trovare questa sigla sugli Smart-Meter del gas) che però consente di collegare ‘solo’ 50000 dispositivi per chilometro quadrato.
    E perché non usare la fibra ottica? Costerebbe di più, ha detto un elemento di spicco sia dell’Agenzia Digitale Italiana sia Europea. Mi aspettavo che avesse parlato anche di problemi di mobilità, invece no. In effetti al momento parliamo di macchine che si muovono su guide prestabilite.
    Ma nel 2031 i robot cammineranno per le strade, ha sentito mia madre un paio di mesi fa nel programma ‘A mia immagine’, prima della Santa Messa delle 11:00 di domenica.
    I cobot (robot collaborativi), oltre che muoversi lungo delle guide come adesso, saranno colleghi e capi degli uomini [Andrew Smith, EU-OSHA, Matera, 25 ottobre 2019]. Non solo nelle fabbriche, ma anche negli uffici.
    Del primo robot-giornalista in Cina forse ne parlò il TG nel 2008, se non prima.
    Perché continuare a pagare profumatamente anchor-man che oramai fa solo da grancassa ai diktat dei potenti?
    Nel 2017 da un suo blog Beppe Grillo ci ha informato dell’Avatar in Nuova Zelanda che insegna ‘Energia’, dicendo che potevano essere utilizzati in territori come l’India dove gli insegnanti sono pochi. E comunque costano meno di insegnanti in carne e ossa. Potremo averli in Italia già dal 2027. Certo bisogna risolvere il problema dell’empatia, ma anche quello sarà risolto, concludeva l’articolo di Orizzonte Scuola che riprese il blog di Beppe Grillo.
    L’argomento di un evento disponibile in rete il 3 marzo era "La frontiera dell'Intelligenza Artificiale: assistenti virtuali, empatia, Artificial Human".
    Perché pagare insegnanti che abbiamo ridotto a ripetitori di filastrocche (e di filastrocche che vogliamo noi) ai quali abbiamo imposto metodi di valutazione a ‘griglia’, a punteggi che può applicare anche una macchina?
    Basta insegnanti che educano al pensiero autonomo. Non ci fanno comodo.
    Ed i medici di base che si stanno limitando ad alzare il telefono o a rispondere a dei messaggi WhatsApp non possono essere sostituiti dall’Intelligenza Artificiale? Sì, secondo Sonia Savioli, autrice de “Il Giallo del Coronavirus”, settembre 2020, nella parte di cui dà lettura Enrico Montesano: https://www.youtube.com/watch?v=qali5ZrwGgY&t=3s minuto 1:58
    L’ho riascoltato tutto adesso, andando oltre la parte dove parla dei medici. Nel caso lo ascoltaste fino alla fine, quello che avevo intenzione di descrivere nel seguito è già detto. Credo che il finale sia troppo ottimistico. A settembre, a novembre il risveglio non era ancora massiccio. Non lo è neanche ora. Non c’è il risveglio. E la maggioranza ha più paura di smettere di respirare, di perdere la vita fisica, piuttosto che smettere di avere una vita degna di questo nome.
    L’autrice Sonia Savioli, come altri articoli in passato, afferma in un’intervista di avere scaricato i documenti pdf del World Economic Forum.
    Cosa dicono questi documenti? Bisogna accelerare la quarta rivoluzione industriale. Il WEF ha decretato il licenziamento di 800000000 di lavoratori. La fine delle Piccole e Medio Imprese (anche in agricoltura) a vantaggio delle multinazionali.
    Industria4.0, Agricoltura2.0, Educazione2.0, Medicina2.0.

    Identità Digitale, con un click sparisci. Burocraticamente, s’intende. Ma se sparisci burocraticamente, se non risulta nemmeno che tu sia mai nato, se i tuoi dati sono spariti, puoi lavorare? Puoi ricevere uno stipendio? Una pensione?  Bloom County, una striscia di fumetti di 30 e più anni fa https://www.diversetechgeek.com/minorities-in-cartoons-oliver-wendell-jones/

    Denaro Digitale, con un click sparisce? Non necessariamente. Possiamo sulla base dei tuoi dati, magari di salute, semplicemente impedirti di avervi accesso. Di seguito il link ad un brevetto della Microsoft registrato il 26 marzo 2020.
    WO/2020/060606 - CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    In breve l’operazione che tu ordini è autorizzata o meno sulla base dei tuoi dati di attività corporea. Non mi sembra si tratti solo di riconoscimento grazie ai tuoi dati corporei, già abbastanza perniciosa secondo me. L’errore software esiste. L’errore software può essere introdotto. Un hacker clandestino o meno può causare il malfunzionamento del sistema.
    Giugno 2020.
    Una delle conclusioni degli Stati Generali in Italia (ma dopo uno degli ultimi Stati Generali non ci fu la Rivoluzione Francese?): usate la moneta digitale, ricchi premi e cotillons per chi la usa. Il mio consiglio è continuate ad usare la carta moneta il più possibile e non chiedete ai negozianti di attivarsi per i bonus premio spesa. 
    Gran Bretagna. La legislazione comincia a rendere più fruibile l’utilizzo delle criptovalute. 
     
    Luglio 2020.
    Yen digitale (moneta giapponese digitale)
    Obbligo di SPID in Italia (prodromo dell’ID2020 tanto propugnato dalla Microsoft? Perché il presidente dell’INPS si è raddoppiato lo stipendio a luglio?)Novembre 2020. Christine Lagarde parla di euro digitale
    Ieri ho letto: Digital Yuan, the new currency was issued with the support of the central bank
    Achieve your dreams with Digital Yuan. (E l’immagine mostra un indice di borsa che sale).
    Digital Yuan  (moneta cinese digitale):  la nuova moneta è stata emessa con il supporto della banca centrale. Consegui i tuoi sogni con lo Yuan digitale.
    Se qualcuno vuole approfittarne e investire …
     
    Abbiamo delle criticità (eccessiva produzione di CO2, consumo risorse da parte di esseri inutili, crisi economica finanziaria) ed una opportunità: l’Intelligenza Artificiale anche guidata dal 5G.
    Ma le persone non vogliono il 5G!
    https://www.byoblu.com/2020/04/30/lepic-fail-di-vodafone-italia-in-rete-sul-5g-sparisce-da-youtube-il-numero-di-non-mi-piace/
    https://www.repubblica.it/tecnologia/2020/02/24/news/all_interno_della_grande_resistenza_elettromagnetica_statunitense-249501826/
     
    È un’altra criticità. A maggior ragione, abbiamo delle criticità ed una opportunità: ci vuole un progetto.
    (“Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano ad installare antenne”, diceva qualche post nel marzo 2020. “Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano a tagliare alberi”, rincarava qualcun altro.)
    Prima di avviare un progetto bisogna studiare gli obiettivi specifici, la fattibilità e la convenienza.
    Obiettivo specifico 1: ridurre produzione CO2 e consumo risorse.
    Obiettivo specifico 2: successo finanziario continuo delle multinazionali.
    No, almeno il secondo è un obiettivo di continuità.
    Fattibilità: riduciamo le cause di produzione CO2 e risorse. Soluzioni: riduciamo il consumo di combustibile fossile? E come? Andiamo sul nucleare e auto elettriche? Non basta, alla base c’è sempre produzione di CO2 e inquinamento. Riduciamo il numero di chi produce CO2 e consuma risorse. E come? Con le malattie. Ma già ne abbiamo procurate tante con inquinamento, farmaci, … Possiamo incrementarle con una pandemia. Ma non è pericoloso anche per noi? No, perché conosciamo il virus, abbiamo le medicine per noi e poi il virus sarà virulento per poco tempo, essendo un virus artificiale poi ridurrà rapidamente la sua virulenza
    Hanno studiato e atteso per anni. La SARS, la suina, la MERS, … prove tecniche.
    Il progetto è fattibile e conveniente. Bene, ora occorre un piano di progetto: individuare le attività, stabilire la tempistica, fissare le milestone (momenti di verifica dello stato di realizzazione del progetto), …
    Dal piano di progetto (approssimato, per scrivere un piano temporale completo, dall’inizio, e con gli obiettivi numerici stabiliti da verificare alle milestone dovrei dedicarvi più tempo):
    Settembre 2020. Incrementare il numero di tamponi: con un alto numero di positivi (non importa se asintomatici, i gonzi si bevono tutto), possiamo dire che l’epidemia è ancora in corso. I gonzi si vaccineranno contro l’influenza stagionale, vaccino che rende più vulnerabile alla SARS, ed avremo di nuovo malati seri.
    Dicembre-gennaio 2020 (forse con un anticipo rispetto al piano di progetto originario): parte la campagna di vaccinazione anti-Covid. Creazione di varianti più pertinaci. L’obiettivo di riduzione della popolazione mondiale continua.
    https://www.affaritaliani.it/coronavirus/covid-garavelli-vaccino-non-risolutivo-il-lockdown-cosi-inutile-729858.html?refresh_ce
     
    Milestone giugno 2021. Tot numeri di vaccinati. Tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.), tot morti per reazioni avverse, …
    (Ah, tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.) mi sa che erano dei parametri da controllare anche nella milestone del giugno 2020 e di novembre/dicembre.)
    […]
    E’ inutile dirlo, quanto raccontato sopra non è tutto reale.
    È solo una favola. Frutto di fantasia ricamando sulla realtà. È solo una favola.
    La favola complottista.
     Sinceramente,
    Lilly
     
    P.S. Qual era l’obiettivo di raccontarvi tutto a settembre? Trovare alleati per la Resistenza.
    Per dire che c’è ancora l’emergenza avevano pensato di fare tanti tamponi farlocchi (numero di cicli RT-PCR oltre 35, anche 40, quando, per essere il test affidabile, non bisognerebbe andare oltre 27 cicli di replicazione [uno tra i primi a parlarne https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_19/coronavirus-remuzzi-nuovi-positivi-non-sono-contagiosi-stop-paura-bf24c59c-b199-11ea-842e-6a88f68d3e0a.shtml].
    Oltretutto il tampone non è uno strumento diagnostico a se stante, c’è scritto anche sul foglio illustrativo, ed il suo ideatore, morto nell’agosto 2019, non lo aveva ideato per questo.
     
    Oltretutto sapete quale fu il mio primo pensiero quando a fine marzo 2020 vidi questi lunghi cotton-fioc infilati nel naso degli automobilisti?
    <<Ma come, dicono che questo virus sta dappertutto, che non possiamo toccare niente e chi mi dice che questi cotton-fioc non siano infetti?>>
    Purtroppo a settembre venni a sapere che la mia idea non era tanto peregrina: https://www.money.it/Tamponi-contaminati-tracce-di-coronavirus-allarme-in-Gran-Bretagna
     
    A settembre lessi anche di un altro allarme relativo ai tamponi: che fosse un esercizio per impiantarci il nanochip nel cervello. Troppo complottista, lasciai perdere. Anche se questa voce mi raggiunse di nuovo ai primi di dicembre.
    Ultimamente un dato scientifico che mi riporta inquietantemente a questa ipotesi.
    I cotton-fioc sono stati analizzati, non tutti sono morbida ovatta.
     
    https://www.facebook.com/R2020PaginaUfficiale/posts/271169491280812
    Attenzione ai tamponi!
    "Ci sono dei tamponi che contengono fibre vetrose, rigide, in alcuni casi di silicio. Materiali non testati per la biocompatibilità. Il problema fondamentale è che queste fibre si spezzano rimanendo all'interno della lesione. Lesione che non viene cicatrizzata in caso di tamponi ripetuti. Perché scavare tanto tessuto quando, se c'è un virus, lo si può trovare ovunque? Anche nella saliva?"Dott. Antonietta Gatti, Fisico e bioingegnere, Fondatore di Free Health Academy
    "I tamponi possono essere tollerabili in casi esigui, ma ripetuti in questo modo, in lacuni casi si passano i 50 tamponi in qualche mese... questa è tortura". Avv. Nino Moriggia, ComiCost
    "Verranno utilizzati tutti gli strumenti dal civile, al penale, all'amministrativo, perché la verità venga a galla e si superi questa scienza fideistica del tampone che dall'inizio di questa storia tiene in piedi questo stato emergenziale". Avv. Linda Corrias, Costituzionalista e Comunitario
    Per chi non vuole vedere il video, le immagini ingrandite di questi tamponi a fibre rigide sono disponibili anche qui https://www.facebook.com/rosario.marciano.profilo2/posts/473821830332688
     
    Qual erano alcuni degli atti di Resistenza che volevo proporvi?
     
    Primo atto di Resistenza: a settembre non fare tamponi.
    Secondo atto di Resistenza: non vaccinarsi né a ottobre per la tipica influenza stagionale, tranne gli habitué al massimo, suggerì Tarro(?), né dopo.
     
    È solo una favola. La favola complottista.
     

  • giovedì alle ore 20:40
    La forza del basket

    Come comincia: Tutti gli sport lasciano il segno, quando li hai praticati per tanti anni…e poi il segno diventa indelebile se chi quello sport te l’ha insegnato in mabniera speciale, appassionata, in un modo che può solo farti innamorare, nel mio caso della palla a spicchi…e si sa che il primo amore non si scorda mai, anzi il primo ciuff non si scorda mai…
     
    “Pronti a pranzare, come ogni domenica ad un orario insolito, i miei mi hanno semprer sostenuto nello sport, ma il patto era: “prima la scola e dopo il canestro”, difficile da mandar giù, ma non ebbi scelta, solo avanti negli anni ti accorgi che sono state regole fondamentali per crescere.
    Il sole con i suoi raggi entrava nel soggiorno di casa, dovevo finire i compiti, papà leggeva e mamma stava finendo di preparare il minestrone di pasta e fagioli…
    -ghe vol energia per far canestro
     
    -Mama se ciama energia? Te sa che dopo me xe pesante…
    -te son mingherlin…te cori tanto ma se i te beca i te ribalta con un sufion, magna…dopo xe bisteca…
    E già sapevo che sarebbe stata la solita fettina formato famiglia…
    Quel bel sole del mattino intanto, nel primo pomeriggio lasciò il posto ad una fitta nebbia: andai in poggiolo e percepii l’atmosfera di una favola…
    Stavolta si giocava al palasport di Chiarbola, prima della partita di serie A, era un giorno speciale, perché tra gli spettatori ci sarebbero state due persone per me specialissime…Finalmente avrei potuto riabbracciarle…
    Io ancora non sapevo nulla, era una sorpresa
     
    Ma quando vidi la tavola apparecchiata per 5 mi venne un dubbio…avevamo ospiti?
    -Papà go de concentrarme…se no me sento dir che giro co l’aquilon
    -almeno che te se concentrassi cussì anche sui libri
    -mama scusa gavemo ospiti ogi? Xe anche el servizio quel bel, quel dele grandi ocasioni
    -disemo che te ga una partida importante…e xe 2 tuoi tifosi che xe vignudi a Trieste solo per ti
    A sentire questa frase immaginai a qualche selezionatore, era facile montarsi la testa a 15 anni, ma in realtà sarebbe stata una sorpresa molto più importante…
     
    Borsone pronto, faccio per andare…
    -stropolo, te ga messo l’accapatoio?
    -ah no, xe vero, starò bagnà
    -e le mudande de ricambio?
    -orca gnanche…farò senza
    -‘scolta se te vol vado mi a zogar…te ricordo che l’altra partida te se ga dimenticà el bagno schiuma
    - no, mama go sbaglià botiglia…
     
    -iera el savon per i piati, tandul…Te la finirà de gaver la testa fra le nuvole?
    Mamma aveva ragione, ma non riuscivo proprio a pensare ad una cosa sola: se giocavo a basket pensavo ai racconti da scrivere, se scrivevo pensavo alla chitarra, se suonavo…
    -stropolo mai che te pensassi ala scola, cussì ‘nderà finir che te farà tante robe e gnanche una ben…
    Chissà se ora i miei da lassù hanno cambiato idea almeno in parte…In fondo almeno per la testa fra len uvole son stato coerente…
     
    Cappellino e mi avvio, casa mia era a 10 minuti a piedi dal palasport…
    Arrivo in spogliatoio e subito coach Tullio inizia il discorso, quello che ti dava il giusto “tremaz” nele gambe, quello che il culo o te lo faceva muovere in campo o ti serviva per tenere calda la panca
    -savè che ogi gaverè publico, savè anche che me tocherà zigar per farme sentir, perciò tignì le orece ben verte, mi voio vinzer punto, e no stemo inventar scuse…dai cambieve e ‘ndemo far due file
    -coach ogi per mi xe una partida speciale
    -sentimo l’artista cossa se inventa ogi…’scolta femo cussì, zerca de butar la bala in canestro, sarà za speciale…
    -sarà assai de più…promesso coach
    Le mie promesse lui le conosceva, sapeva anche che ero leggermente creativo e mi diceva sempre
    -se tuta quela fantasia che te ga per scriver te la gaveria in campo, poderia anche pensar che i mii insegnamenti con ti no xe finidi nel cesso
     
    Palla a due…sono in quintetto…e non era per nulla scontato.
    La butto anche dentro…Le emozioni si susseguirono per tutti i 40 minuti, i miei sguardi ogni tanto incrociavano quelli dei miei genitori, ma soprattutto dei due ospiti speciali che riconobbi solo a fine primo tempo mentre tornavo negli spogliatoi: un brivido mi attraversò e gli occhi divennero lucidi…
    -movite Gan, mi disse un cvompagno, Tullio xe incazà…
     
    -gavè intenzion de farme fumar più del solito?
    Disse Tullio seduto sul lettino dell’infermeria…Intanto io rimasi appoggiato sullo stipite della porta
    -ricordeve che nela vita qualche volta ghe vol tirar fora le bale senza calar le braghe…questo xe el momento
    Buttò la sigaretta, che mi arrivò addosso e tornò in campo…
    -Tullio, brusa…
    Tornò da me, mi fisso…
     
    -poderia brusar de più se perdemo…
    Ci guardammo tutti in silenzio, riempimmo le boracce e rientrammo in campo anche noi…
    C’era un tifo assordante, oramai i tifosi per la partita di Trieste che sarebbe iniziata di lì a poco, erano tutti che intonavano cori…
    A dire il vero anche questo clima contribuì a farci giocare meglio, ma io avevo una spinta in più, no, non la pasta e fagioli, ma i due ospiti speciali…Vincemmo…
    La forza del basket è anche aiutarti a creare, per rivivere quello che in realtà era solamente un sogno, ma sappiamo bene che a volte i sogni sono ciò che avremmo voluto e secondo me sarebbe andata proprio come ve l’ho raccontato…
    Anche se vincemmo, Tullio era soddisfatto ed io giocai bene, l’importante fu riabbracciare a fine partita i due ospiti speciali: nonno Bepi e mio fratello Paolo, tifosi che non ho mai potuto avere sugli spalti, ma quell’unica volta si, e me la tengo stretta.”

  • 15 aprile alle ore 17:31
    La lupa Tersicore e il drago rosso

    Come comincia: C’era una volta, un giovane e bellissimo drago di nome Walsen.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia Acquazzone/s’impigliano fra filari di tulipani/i pensieri ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portarli sempre più su, fino al cielo.
    Ma una notte, colpito da alcuni cacciatori di passaggio che scorgendolo di lontano, alto fra le nuvole, non avevano esitato a puntargli contro un fucile. Caduto in volo, giaceva lo sventurato in un sonno senza sogni, lasciato per sempre a obliare nel torpore dei dispersi, senza un solo pensiero capace di risollevarlo.
    “Poverino!” “Lo hanno ferito alle ali!” si rincorreva il vociferare intorno “Ha perso troppo sangue!”  “Non c’è più nulla da fare!” “Il suo cuore si sta fermando!”  “Se non ha più un cuore morirà!” “Senza un cuore non potrà più risvegliarsi!” “Ma nessuno lo salverà mai!” “Chi lo farebbe?” “No, è lapalissiano!”
    Lasciato a giacere, per sempre.
    Ma una notte Tersicore, lupa bellissima dagli occhi viola, amante della poesia, girovagando per la Foresta di Vallefoglia intenta a comporre nuovi haiku, scorgendo la bestia distesa su di un giaciglio di foglie secche, alle radici di una Grande Quercia, annusando il suo odore, riconoscendolo buono, gli fu accanto trafelata.
    “E’ ancora vivo!” esordì la lupa, udendo il suo flebile respiro lottare presente per la Vita, contemplandolo con tenerezza, avanzando, retrocedendo in un tumulto di emozioni incontenibili, graffiando la nuda pietra con gli artigli “La Vita è il dono più prezioso perché fare questo? Perché puntarci contro un fucile, nascondere trappole? Perché volerci uccidere se non abbiamo fatto alcunché? Se nemmeno ci conoscono? Perché non provare un briciolo di rispetto?” guaì “Ma io sono qui adesso” mugghiò decisa a destarlo, deglutendo a fatica non senza paura “Io ho un cuore e posso dividerlo con lui!”
    “Ma cosa?” “E’ matta!” “Lei è una lupa, lui un drago!” “Non vede? fa voltastomaco!” “Non potrà guarirlo!” “E’ così brutto, nessuno avrà per lei parole di lode! Nessuno la stimerà mai!”
    “Ha perso molto sangue” proruppe la lontra Ofelia, serrando i pugni “Non sarà semplice!”.
    “Tu hai un cuore, Tersicore!” attraversò il cielo Rigel udendo il suo desiderio “Ed è la cosa più Importante che possiedi! Ricordalo! Non puoi dividerlo in maniera tanto semplice!”
    “Io ho un cuore e voglio dividerlo con lui!” continuò decisa.
    “Ma è assurdo! Quelle che dici sono solo castronerie! Perché mai dividerlo con lui?”  “Lui giace nel sonno dei dispersi!”
    “Non è così facile!” soffiò lo scoiattolo Avisio, seguito al trotto dal camoscio Burian, balzando in  un sol salto “Come può?”.
    “Si, se è ciò che vuoi!” annuì la lontra Ofelia “Ma pensaci bene Tersicore, non è facile dividere un cuore per due, affinché ciò succeda, è necessario che il tuo Amore verso quel drago sia vero e sincero, altrimenti nel momento stesso in cui staresti operando il tuo volere, potresti morire al suo posto!”
    La lupa a quelle parole levò il muso “Lo so!”.
    “E’ Rischioso!” “Imprudente!” “Che senso ha Provarci, è senza Speranza!”
    “Pensi veramente di potercela fare?” bisbigliò il merlo Ovidio frullando le sua belle ali d’ebano sbirciando di sottecchi il corvo Nietzsche, preoccupato.
    “Ha un respiro così faticoso!” “Tra poco morrà!” “Quella ferita fa orrore!” “Come potrebbe accompagnarsi a lui?” “E’ esecrabile!” “Un drago sputafuoco che non riesce nemmeno a respirare!” “Fa ripugnanza solo a toccarlo riverso in quello stato!” “Se la ferita fosse infetta e potesse trasmettere a  lei lo stesso virus? Ce ne sono di letali!”
    “Perché dare la Vita per lui? Il drago sputafuoco non riesce a respirare! Tra poco morrà! homo homini lupus” tossì il cervo Hobbes “La natura è  per sua fondamenta egoistica, a determinare le azioni sono l'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Lui è stato colpito dal più forte e morrà!”
    E Tersicore osservando quel drago che si era visto puntare contro un fucile, ammutolendo sotto i suoi spari, impaurito ed inerme, percependo il suo respiro spezzato, stringendo il pensiero di lui, lo scaldò con tutto il suo amore “Ha bisogno d’aria! Sta morendo!”
    “Walsen il drago di fuoco sta annaspando!” scosse la testa tristemente il suricato Cagliostro “Ha bisogno d’aria!”
    “Si, ha bisogno d’aria! La glicemia sta salendo!” mormorò la lepre Feuerbach.
    “Inspirare-espirare! Che il tuo sangue si cheti! Non puoi non farcela!” strinse la luna al petto un ramo d’ulivo, sorgendo sullo sperone di roccia con le sue gonne d’oro e melograno, salutando il pipistrello Schopenhauer a sparire nella notte “L’Amore Vince Tutto. L’Amore guardò il tempo e rise! Ciò che è destinato a te troverà sempre il modo di raggiungerti. L’Amore non conosce restrizioni!”
    E Tersicore chinando il capo, carezzando col muso la pelle coriacea di lui spenta e fredda, posando delicatamente le fauci sulla ferita del drago, prese a leccare con lentezza lungo tutta la sua riga, percependo il gelo e il dolore della bestia fondersi col suo cuore, battito dopo battito. E rendendogli il fiato attraverso il suo, gonfiò forte i polmoni per dargli tutto il suo ossigeno, trattenendo le lacrime.
    “Svegliati, Wa-lse-n!” pregò lei, immaginandolo forte a salire la roccia, rimpinzarsi di more lungo il Fiume Fresco, giocare a nascondersi fra il grano ed i tulipani, fiero a volare, aprendo le sue ali a prendere quota, libero e leggero, drago dalla massa potente e poderosa, fiero e coraggioso a sputar fuoco, leggiadro, fino a quella notte, fino a quello sparo.
    “Forza!” luccicò Vega contemplando la lupa curva su di lui “Inspirare-espirare! Sforzati Walsen! Prendi respiro!”  
    E Tersicore col cuore in tumulto, levando soave il suo canto carezzò con la poesia il respiro del drago, ridisegnando di Vita il suo seme “Sogno/dondola tra i tulipani/una piuma”  lui ferito da mano umana.
    “La poesia è un atto d’Amore, Walsen!” esultò la lupa “L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore gratuito! L’Amore a prescindere, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “Ma sono così diversi!” “Lei è una lupa, lui un drago?” “Cosa potrà mai darle?” “Pure se si destasse con quell’ala pesta  cosa sarebbe?”  “Sta agendo per pietas!” “Prodromo di niente!”
    “Non è così!” singhiozzò la lupa “In salute ed in malattia” chiuse i begli occhi viola, tenendolo nel cuore.
    “Toccare con il cuore: questo è credere, amare” soffiò il gabbiano Ippocrate “Le parole non sono state inventate perché le creature s’ingannino tra loro, ma perché ciascuno passi all’altro la bontà dei suoi pensieri. Fu detto”
    “Svegliati, Wa-l-se-n, destati drago rosso!” guaì.
    “Pronuncia  il suo nome in altra maniera. Lo ama!”
    “Solo se il suo sentimento sarà vero e sincero, il drago potrà destarsi!” ripetè la lontra scuotendosi “Sincero, dal latino “sine cera”, senza cera. È una parola che viene dall’antico passato, e venne inventata dagli umani per indicare qualcosa di vero, pulito, privo di alcuna bugia, alcun artificio. La cera (materiale duttile e plasmabile) infatti, veniva usata per rimediare alle statue marmoree riuscite male, celando i difetti e i segni di taglio sul marmo. Sincero è un termine che va considerato come opposto al contraffatto, a qualcosa che risulti polito e perfetto ma in maniera fasulla, grazie a posticci, a trucchi del mestiere e alterazioni”.
    “Walsen!” chiamò ancora la lupa col cuore gonfio. E scorgendo d’improvviso le palpebre del drago tremare debolmente, poi con insistenza sempre maggiore, Tersicore strabuzzando gli occhi incredula, contemplò Walsen ingrossare il petto, ridestandosi lentamente, racchiudendo dentro una parte di lei, sano e salvo: destatosi grazie al suo sentimento tanto vero e sincero da riuscire ad aprire un varco oltre l’oscurità dietro cui era stato imprigionato, tanto potente dal non conoscere incertezza.
    “L’Amore Vince Tutto!”
    E il drago scrollando adagio dapprima le zampe posteriori, poi quelle anteriori, spalancando con dolore le ali, allungò il collo intorpidito risvegliandosi dal suo sonno “Una poesia!” balbettò “Che bella!” farfugliò a fatica le sue prime parole “Chi sei tu, lupa che ne componi di così meravigliose?!” dimenando la coda tigliosa, fissandola col suo sguardo d’ambra.
    “Il mio nome è Tersicore!” si presentò lei, radiosa.
    “Grazie Cora” si schiarì la gola il drago, sbuffando fumo misto ad una tremula fiamma dalle narici “Tu mi hai salvato la Vita!” facendo un bel sospiro profondo, ritrovando la salute nei suoi polmoni “I cacciatori senza nemmeno conoscerci, ci puntano contro i loro fucili e vogliono la nostra morte! Io non pensavo sarei mai più riuscito a svegliarmi!” mugghiò lui, ancora impaurito nel ricordare.
    E sollevandosi malfermo, scoprendo storpia la sua ala, si scrutò attorno felice, rispecchiandosi in lei che l’aveva scaldato, riportandolo alla Vita.
    “Homo homini lupus” brillò Orion “Ognuno vuol divorare l’altro, ma si suum officium sciat , se si conosce il proprio dovere, che dovrebbe essere questo: amarsi, qualcosa può cambiare!” tossì continuando “Bellum omnium contra omnes, “la guerra di tutti contro tutti” divenga questa una guerra d’amore e di tenerezza, intimità, magia, senza quel desiderio di sopraffazione sull’altro,  guidata dall’infondata corsa primordiale all’essere più forte.  E’ difficile che un essere possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale, se si legano è dovuto spesso al timore reciproco. Ma ciò potrebbe non esser più vero!”.
    “I legami voluti dal destino sono indissolubili!”.
    “Sei vivo ora! Sei libero, bellissimo!” la lupa aiutò il drago a sorreggersi instabile, udendo il cuore di lui riprendere il ritmo, parte l’uno dell’altra.
    “Grazie per avermi salvato Tersicore, di non aver mai tentennato, cucciola!” bofonchiò Walsen, ruttando fuoco a tratti col respiro ancora affannoso, ma ebbro di gioia.
    “E’ stata molto coraggiosa!” “ Più forte di tutto!”
    “La Vita non è solo essere vivi: ma essere amati! Si vis amari, ama. Se vuoi essere amato, ama!” sussurrò la tartaruga Achille dal piè lento.
    “Non so come ringraziarti Tersicore, piccola bruja! Tu mi hai ridato la Vita!” sentì lui fra le ciglia brillare una lacrima.
    “Tu non devi ringraziarmi!” rise lei “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: se tu sei Felice, io sono Felice! Ci sono parole che vanno consegnate in presenza, Ubi tu Gaius è una di quelle” soffiò la lupa strabordante di gioia, tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne “Wal-se-n, non farmi andar via! Sei ancora debole!” assentì reggendolo “Lascia che io resti al tuo fianco per stanotte!”
    “Ma è assurdo!” “Come fa a stargli vicino?” “Sta agendo per pietas!” “Nessuno la invidierà mai!” “Un drago simile al suo fianco!” “Una discrasia tremenda!” “La sua Vita sarà breve e lei resterà sola!”
    “Ma io rimarrò storpio per sempre?!” gemè il drago “Sarà ben difficile che possa tornare a volare con un’ala ridotta così, e mi muoverò solo con questo passo goffo e storpio! Per te non fa differenza? Non provi ripugnanza? Mi vedi bene?”
    “Certo! Cosa cambia?” continuò lei “Non sono qui di sicuro, perché non riesco a vivere senza di te. Ci riesco a vivere senza di te e solo che non voglio”
    “Ma ho perduto la mia forza!” grugnì lui.
    “Ma dai!” sorrise lei invitandolo a seguirla “E’ meglio trovare un buon posto per riposare adesso, bisogna mettere a riposo questi pensieri strambi!” scodinzolando raggiante.
    “Amor est vitae essentia. Chest’è, amor ipso iure, l’amore è così: è applicabile subito, in immediato, per legge stessa, per istantanea conseguenza, senza bisogno di applicativi, in maniera naturale” trillò la tartaruga Achille felice “Acta no verba!” nel suo incedere lentamente, molto lentamente.
    E da allora Tersicore e Walsen non si separarono mai  più, né in cielo né in terra, per sempre felici e contenti.
     
    Autor: Monica Fiorentino
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 09 aprile alle ore 11:33
    Essere soli, morire soli.

    Come comincia: Linda Landi
    5 aprile 2020 ·
    Contenuto condiviso con: Solo io
    Sai Pino, meglio che stia zitta, altrimenti mi farò odiare, come tanto mi hanno odiata mio fratello maggiore, i miei cugini, i miei zii fin da quando sono nata. Da quando ho emesso il mio primo vagito. E non credo avessi fatto qualcosa di male, tranne che esistere. Ci sono abituata.
    Qualche settimana fa ho confidato ad un mio collega: <<Guarda, ho riflettuto che gli Italiani stanno vivendo adesso, come io già vivevo. Si trovano adesso in condizioni in cui io già mi trovavo.>>
    Benvenuti nel Club, ho scritto.
    Soli. Essere soli. Non incontrare la propria famiglia nelle feste comandate.
    Meglio soli che male accompagnati.
    La Domenica delle Palme dello scorso anno scovai (lo avevo scovato la settimana precedente) un bistrot vicino al mare che offriva a prezzo fisso accessibile un menù anche vegetariano per quella domenica ed anche per Pasqua.
    Prenotai per entrambe le festività.
    A Pasqua mandai alle mie bambine la foto delle uova di cioccolato che avevo preso per loro e la sera finalmente riuscii ad offrire ovetti di pasqua all'addetto alla reception, studente in Economia e Commercio, ed agli altri pochi addetti presenti che erano diventati la mia famiglia nel prestigioso albergo quattro stelle che mi ospitava a prezzo da pensioncina.
    A Pasquetta raggiunsi le mie bambine e visto che il tempo non era bello, invece di portarle a fare un picnic diressi l'auto verso un locale di S.Marzano sul Sarno dove a volte capita che vada con i miei colleghi nella pausa pranzo. Era chiuso. Per la strada avevo adocchiato un altro locale e mi diressi là. Stemmo benissimo, fu anche meglio. Offriva anch'esso un ottimo menù a prezzo fisso. Non ce la facemmo a mangiare tutto quello che era previsto dal menù. Poi il tempo migliorò e le portai verso il mare che conosco. Fecero i capricci, come al solito. Volevano fermarsi a Pontecagnano. "Con questo mare, su quel tratto di spiaggia stretto e quella barriera di cemento alle spalle non vi porto." E le ho portate dopo la Spineta di Battipaglia (non potevo reggere le loro proteste fino al Nettuno di Paestum). Risultato: "Uh, mamma avevi ragione. Ci siamo proprio divertite!"
    Non si contano più le volte che mi hanno detto: "Avevi ragione" e poi puntualmente si dimenticano.
    Digressione. Alle falde del Kilimingiaro hanno appena parlato del numero 1522 e dell'inferno che può diventare la casa nella situazione attuale. Fortuna che ne sono uscita un anno fa.
    Fino a quando riuscirò a scappare? E non da mio marito. Almeno non solo. Lui è diventato il male minore (?)
    In un certo senso questa quarantena mi protegge. Devo fare o no dei passi (via Internet) per salvaguardarmi quando finirà o potrei causare l'effetto contrario? Non so.
    Soli. Morire da soli. In un certo senso, dopo tutto il da fare che mi ero data, mio padre è morto da solo. Dove non voleva. Mio fratello è morto da solo. Ho pensato che sia giusto che anche a me accada la stessa cosa. O devo continuare a reagire?
    Sai, per anni mi sono arrabbiata con mia madre per mia zia Gina, la sorella, minore di dieci anni, di mia nonna. Io già non ero stata bene ed ero in una delle fasi in cui cercavo di riprendermi. Ero all'ingresso del teatro Augusteo di Salerno dove stava per iniziare una delle manifestazioni del Festival dei Cori che la Feniarco organizza in Campania ad inizio novembre. Squilla il telefonino. E' mia madre. Le dico dove sono. Non lo avessi mai fatto. Mia madre dice che voleva solo sapere dove fossi e salutarmi. Il giorno dopo alle 11 in ufficio squilla di nuovo il mio telefonino. E' di nuovo mia madre. Mi informa che la sera prima mi aveva chiamato per informarmi che zia Gina era stata portata in ospedale a Salerno. Era deceduta. Mi arrabbiai: <<Ma perché non me lo hai detto? Ero lì! Andavo a tenerle la mano!>>. Mia madre mi rassicura che era già deceduta quando mi aveva chiamato, ma non credo. Forse avrei fatto appena in tempo. Mia madre mi dice che anche lei si era arrabbiata con il responsabile della casa di riposo per non averla informata per tempo ed altro.
    Era novembre 2011.
    Nel novembre 2002 una domenica mattina mi svegliai smaniando che dovevo andare a trovare zia Gina. Era un po' che tra lavoro e nuovo stato matrimoniale (sì erano già 11 mesi, ma era ancora nuovo) non ero riuscita ad andare a trovarla.
    Quando arrivo alla casa di riposo mi pilotano verso una stanza al pianterreno. La stanza di mia zia era al primo piano. Mia zia è lì in letto tipo da ospedale vecchio tipo, quello con le barre metalliche verticali, che rantola. Un'addetta è seduta vicino a lei senza fare niente. Sono allibita. Chiedo: <<Ma perché non ci avete chiamato?>> Un rivolo di saliva esca dalla bocca di mia zia e scivola sulla sua guancia. L’addetta non fa niente. Apro la borsa, prendo un pacchetto di fazzolettini, tiro fuori un fazzoletto e glielo asciugo. Solo in quel momento l’addetta sembra risvegliarsi e comincia a darsi da fare, arriva altra gente. In breve, fu chiamata l’ambulanza e mia zia fu accompagnata in ospedale. A Battipaglia. Si riprese. Quando poi tornò alla casa di riposo e l’andavo a trovare mia zia rideva nel ricordare e raccontare quell’episodio: <<Mentre mi mettevano sull’ambulanza, il direttore piangeva e chiamava: “Ginaaaaa!”. Pensava che non tornavo più.>>
    Per rispondere al mio nuovo amico che ha scritto: <<Se vi foste presi cura dei vostri cari, invece dei vostri cani, non sarebbero morti nelle case di riposo.>> Per tanti casi forse hai ragione. Ma non sempre è evitabile. Mia zia è andata in casa di riposo quando non si è trovato più nessuna badante che fosse disposta a prendersi cura di lei a casa. E’ sempre stata una persona difficile e con l’età peggiorava. E’ stata alla nostra casa al mare, a pranzo da noi ogni domenica e festività fino a quando poteva alzarsi dal letto.
    Prima andavo a prenderla io e piano piano, sottobraccio, lei col bastone percorrevamo i centociquanta metri che separavano casa sua da casa nostra.
    Poi, quando anche quel pezzo di strada divenne troppo faticoso, andava mio fratello piccolo a prenderla con l'auto.
    In terzo e quarta liceo mi ha cucito il costume di Carnevale.
    Non dimentico il bene ricevuto.
    Almeno non lo dimenticavo.

  • 06 aprile alle ore 17:27
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV

    Rapita

    Cecina 2003

    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.

    E mi lascio rapire.

    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.

    Guerra cieca

    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.

    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.

    E andai verso la mia vita al mare.

    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.

    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.

    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.

    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.

    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.

    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.

    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.

    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.

    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da...

    ...continua

  • 05 aprile alle ore 17:57
    Un appuntamento

    Come comincia: Me ne stavo lì a guardare più verso la splendida chiesa della Gran Madre che in direzione di quella specie di segretaria che mi sedeva accanto, non bella non brutta, e sì per la verità mi sentivo un po' in colpa, perché forse lei si sarebbe aspettata qualche attenzione in più da parte mia, ma il senso di colpa scivolava via in fretta, come le gocce frizzanti di bitter analcolico che mi scendevano giù per la gola.
    "E tu, invece, che fai nella vita?" le chiesi voltandomi verso di lei, giusto per dire qualcosa, giusto per far passare in fretta quell'ora o due che sarei ormai stato costretto a trascorrere in sua compagnia.
    "Lavoro nell'ambito delle relazioni umane all'interno di un'azienda che si occupa di produrre dispositivmvmvm... mvmvmvmvmvm..." le ultime parole si erano già tramutate in una sorta d'incomprensibile mormorio nelle mie orecchie, perché senza volerlo mi ero voltato di nuovo ad ammirare la chiesa, lo spettacolo della collina che sembrava sorgere dalle acque del Po, mentre branchi di sedicenni in minigonna andavano su e giù per la piazza ridendo e starnazzando tra loro, scambiandosi gli smartphones per mostrarsi a vicenda le ultime conquiste virtuali, i messaggi sgrammaticati appena ricevuti dallo sbarbato di turno.
    "Ah, bello! Interessante!" risposi tornando a guardarla, mentre lei sorrideva tutta soddisfatta del suo lavoro invidiabile, guardandomi come per dire "hai visto che donna capace sono? Hai visto che mi sono ritagliata un bel posto nel mondo?"
    Io avrei avuto solo voglia di ordinare un Martini Hemingway, ma non volevo fare la figura del cafone alcolista, o almeno non volevo farla subito, anche perché erano appena le tre del pomeriggio, un pomeriggio di agosto caldo e afoso di quelli che ti fanno venir voglia soltanto di stare stravaccato in mutande sul letto a pensare al nulla.
    Mi ero lasciato convincere da Jennifer, la mia amica italoamericana, ad accettare l'appuntamento con quella donna che mi era sembrata fin da subito banale e noiosa, "magari ha delle virtù nascoste", aveva detto Jennifer.
    Non che mi dispiacesse fino in fondo, sembrava una donna a modo, e quel paio di gambe depilate che terminavano la loro corsa dentro due scarpe sportive in tela e gomma non erano niente male, malgrado molti uomini abbiano da ridire sull'effettiva femminilità delle scarpe da ginnastica.
    Forse avrei pure potuto amarla, una donna così. Una che ogni giorno va in ufficio allo stesso orario, poi torna a casa e s'infila in bagno per fare la doccia e depilarsi, lasciando il rasoio sul bordo del lavandino accanto ai barattoli di crema scoperchiati e andando poi in giro per due ore con un asciugamano in testa, mentre ti dice di preparare la tavola e scongelare il pane per la cena.
    Perché la vita è tutta qui, sapete? Quello per cui la gente tutti i giorni si sbatte e si consuma, quello per cui si studia per anni, l'ambìto traguardo, la meta, il Sacro Graal, tutto sta nel poter dire al prossimo che finalmente si è riusciti a realizzare il sogno di mettere su un'allegra famigliola grazie al posto di lavoro nell'ambito delle relazioni umane all'interno di un'azienda che produce dispositivi del cazzo, che serviranno ad un'altra azienda per produrre altri dispositivi del cazzo, i quali serviranno per risparmiare tempo e denaro nel processo di produzione dei primi. Un cane che si morde la coda. L'umanità è un cane che si morde la coda.
    La guardai di nuovo, il sorriso stampato era lo stesso di un attimo prima.
    "Sai che ho sempre desiderato una donna come te?" le dissi ipocritamente, guardando le rughe che cominciavano a farsi strada, un solco dopo l'altro, sotto l'attaccatura dei capelli.
    Lei fece una smorfia strana, forse di stupore, forse soltanto di circostanza, che la rese un po' più brutta.
    Finimmo i drinks analcolici, ci alzammo, lei si fece vicina, continuammo a passeggiare parlando del suo entusiasmante lavoro e delle interessanti prospettive per il futuro che esso offriva.
    Poi finalmente il tempo a sua disposizione finì e mi salutò per tornare ai suoi impegni.
    La guardai salire in macchina e sfrecciare via.

    Sul tavolino del bar c'erano ancora i due bicchieri vuoti, con gli spicchi di limone che galleggiavano nell'acqua dolciastra formatasi in seguito allo scioglimento del ghiaccio tra le ultime gocce di bitter.
    Mi sedetti, feci un cenno al cameriere. "Un Martini Hemingway" dissi tirando fuori il pacchetto di sigarette che fino a quel momento avevo tenuto ben nascosto in tasca.

  • 02 aprile alle ore 8:33
    La via dei cipressi

    Come comincia: La strada che porta al fiume, vicino la casa matta dove sta un binario morto. Un giorno ci passaron due ragazzi, dopo la squola. Mentre camminavano, mano nella mano, lei fece a lui:
     - Baciami!. - Lui si fermò, li disse:
     - Si! Ti bacio! - Dopo i due ragazzi ripresero a camminare, allo stesso modo di prima. Arrivarono dove sono due cipressi: in paese li chiamavano i lunghi grattacieli che guardano; eran così, davvero...parevano aver gli occhi, altissimi, quasi a toccare il cielo; sembrava che ti spiassero quando incrociavi la loro vista. I due ragazzi si fermarono proprio davanti ai cipressi. Lei disse al ragazzo:
     - Mai visto due cipressi tanto alti!
     - Neanche io! - rispose lui. - I due così si voltarono e ripresero a camminare. D'improvviso una folata di vento e i cipressi cominciarono ad agitarsi, sempre più forte: sembrava dovessero cadere da un momento all'altro, stramazzare al suolo come due corpi inermi. I due ragazzi si fermarono e tornarono indietro, richiamati dallo scroscio degli alberi. Poi tutto cessò. Forse i cipressi avevano sentito e forse - chissà - oltre ad aver gli occhi per osservare avevano anche le orecchie per ascoltare, dentro di loro, ed erano stati a sentire le parole dei ragazzi. Quella è la via dei cipressi. Due cipressi solamente vi si incontrano; in paese tutti li chiamano i lunghi grattacieli che guardano, ora diranno anche che ascoltano. E' da tanto che sono la, su quella strada; da più di cent'anni. La via dei cipressi è una via solitaria ma in paese la conoscono tutti: forse è per questo che nessuno ci passa più.

    Taranto, 1 aprile 2021.
     

  • 28 marzo alle ore 0:19
    Volevi mordere

    Come comincia:  
    La vita di Giacomo (Jack per la moglie originaria di Salem, il paese delle streghe bambine, nel Massachusetts) era un film.
    Anzi, volendo essere precisi, ricalcava la trama di un vecchio film Horror dal titolo “Shining”, però con alcune incursioni dentro altre pellicole cinematografiche.
    A parte il labirinto di siepi in giardino, gli altri ingredienti del film c’erano tutti.
    Anche lui abitava in un ex albergo, seppur di dimensioni più ridotte, diciamo una pensione con locanda.
    Aveva ereditato quella vecchia struttura perché gli altri parenti vi avevano rinunciato.
    A differenza di lui, loro conoscevano la storia di quella ex pensione.
    Era nata all’inizio del “Novecento”, negli anni in cui cominciava la guerra santa dei pezzenti (direbbe Guccini). Era riuscita a superare la prima guerra mondiale, il biennio rosso, il ventennio nero e la seconda guerra mondiale; poi, un drammatico fatto di cronaca nera, accaduto proprio all’interno della pensione, ne decretò la chiusura.
    Comunque lui, senza tanti problemi, vi si trasferì subito con la famiglia.
    Inizialmente, in preda a un irrazionale entusiasmo, pensò di trasformarla, almeno in parte, in un bed and breakfast.
    Idea che, resosi conto del costo dei lavori necessari per ridare dignità e accoglienza  a quel posto, aveva repentinamente abbandonato; decisione questa condivisa anche da Wendy, che quando aveva visto il preventivo dell’architetto aveva detto: “Se tutto va bene siamo rovinati”.
    L’ex pensione era posta sulle alture di Borgo San Vito, molto ma molto lontano dagli occhi indiscreti, e purtroppo anche da quelli discreti.
    Un lungo e contorto sentiero, che ormai aveva perso le caratteristiche di strada, dalla periferia del paese saliva verso le colline e arrivava alla ex pensione; in inverno la neve aggiungeva isolamento all’isolamento.
    Lo stabile (si fa per dire e non ripetere la denominazione di ex pensione, già usata sopra) aveva un grande salone con annessa cucina.
    -Qui togliamo tutto, bancone, tavoli, separè, diamo una bella rinfrescata e facciamo un open space – disse Jack alla moglie Wendy che, in quel frangente, non sapeva se ridere, piangere o mandarlo a cagare.
    Poi c’erano 7 camere da letto, numerate da 1 a 7.
    La numero 1 venne destinata a laboratorio di erboristeria, grande passione di Wendy sin dai tempi di Salem.
    La numero 4 per gli eventuali ospiti o pellegrini, visto che la casa era sulla Via Francigena.
    La 5 per loro e la 6 per il figlio una volta raggiunta l’età in cui non avrebbe più rotto gli zebedei per dormire con mamma e papà.
    Le 2, 3, 7, molto piccole, divennero, dopo aver abbattuto alcune pareti in legno, la stanza 237, lo stesso numero della stanza degli orrori del film Shining; li si stabilirono le figlie.  
    Anche lui, come il protagonista di quella pellicola era stato in gioventù un aspirante scrittore, ma la sua produzione letteraria si era limitata a una serie di racconti e il romanzo, “Sogno di una notte di mezza estate” di ogni scrittore, non era mai arrivato; alla fine aveva smesso di scrivere anche i racconti.
    Nella sua famiglia, oltre alla moglie Wendy, c’erano tre figli.
    Due ragazze gemelle identiche al punto tale che pur essendo già in età pre-adolescenziale ancora non riusciva a distinguerle.
    Inoltre vestivano allo stesso modo, mai un qualche capo di abbigliamento diverso, tutte due pettinate con le treccine perfettamente uguali, lo stesso timbro di voce, almeno così sembrava, visto che non parlavano mai insieme, quando dovevano chiedere qualcosa, a turno parlava una e l’atra acconsentiva.
    Non erano semplicemente gemelle erano l’una il riflesso dell’altra nello specchio
    C’era da perdere la testa, erano due ma sembravano una persona sola.
    Poi c’era il piccolo Daniele (Danny in famiglia) che era uno ma sembravano due.
    Si comprese bene la cosa quando Jack recuperò in cantina uno strano triciclo blu modello chopper: sella con schienale alto e manubrio largo.
    Lo consegnò a Danny, e lui con gli occhi lucidi dalla gioia disse: -Grazie papi Jack- e subito cominciò ad usarlo, ed era come se lo avesse sempre guidato
    Pedalava tutto il giorno, passava dalla zona giorno alla zona notte, entrava nelle camere, anche nella 237, quella delle gemelle, ma loro, esasperate, una volta lo graffiarono tutto.
    Da quel giorno limitò il suo circuito all’open space.
    La cosa strana era che nel suo forsennato pedalare si dava gli ordini e lì eseguiva.
    -Gira a destra, ok; svolta a sinistra, ok; rallenta, ok; accelera accelera ok ok…
    Sembrava ci fossero due persone su quel maledetto triciclo.
    C’era da perdere la testa.
    -Non sarà mica bipolare? – disse un giorno Jack alla moglie.
    Era solo una battuta, ma Wendy non la percepì come tale.
    -Viviamo ai margini della società civile in una casa enorme e decrepita, per giunta in culo ai lupi e tu ti stupisci della vitalità di Danny; ma meno male che è così, di muffa e di muffe in questa casa già ne abbiamo.
    Lui non aveva osato replicare, meglio tacere, quella era capace di piantarli lì e tornare a Salem.
    Anche con la moglie c’era da perdere la testa.
    In buona parte sua moglie aveva ragione, e anche lui aveva le sue colpe e un carattere discontinuo, alternava momenti di contenuta allegria a momenti di non tanto velata depressione.
    Il loro rapporto all’inizio, grazie anche a certe tisane che sua moglie preparava, fu un “Labirinto di passioni”; poi nel tempo si deteriorò al punto che in diverse occasioni arrivò a chiedersi “Che ho fatto io per meritare questo”
    Solo il lavoro riusciva a distrarlo e ad aiutarlo a superare certe tensioni famigliari e a non porsi troppe domande su talune stranezze della moglie e soprattutto dei figli.
    Lui gestiva un negozio ben affilato, ops ben avviato: La coltelleria dei “Sette Samurai”.
    Aveva una clientela vasta ed eterogenea: ristoratori, cuochi, casalinghe e anche alcune persone che non si sapeva bene cosa se ne facessero di certi accessori così affilati.
    La qualità dei suoi prodotti era ottima e riconosciuta dappertutto, finanche nelle patrie galere; poche le lamentele, anche perché il suo negozio un po’ intimoriva, probabilmente per quella collezione di katane che stava alle sue spalle dietro il registratore di cassa
    Una sera, poco prima della chiusura, entrò nel suo negozio il proprietario della Braceria “Carne tremula”; portava con sé una borsa piena di coltelli.
    La posò sul bancone e poi, dopo aver lanciato una sguardo veloce alla collezione di sciabole giapponesi, disse:
    - Ciao Jack ti ho portato i coltelli del mio ristorante, per me andrebbero bene così, ma i miei clienti dicono che non tagliano, prova ad affilarmeli.
    Jack prese la borsa dei coltelli e si spostò sul tavolo di lavoro.
    In realtà erano perfetti e non avevano bisogno di alcuna affilatura. Probabilmente il problema non erano i coltelli, ma la carne e di colpo capì perché quella braceria stava perdendo clienti a vantaggio del sushi ristobar.
    Comunque visto che anche la vita di quel cliente, o perlomeno il nome della sua attività, era un film, per solidarietà, con un paio di ore di straordinari lo accontentò.
    L’importante è che mi paghi, – pensò - di tutto il resto francamente me ne infischio.
    Tornò a casa molto tardi, la moglie lo accolse con freddezza.
    -Noi abbiamo già cenato, ti ho lasciato il piatto di pasta sul tavolo, ho finito il sugo, ci ho messo sopra un po’ di ketchup.
    - Almeno è rimasto un po’ di parmigiano?
    -No, finito anche quello, se non ci penso io alla spesa qui si fa la fame
    Consumò quella triste cena, ma per rallegrarla   un po’ aprì e svuotò la bottiglia di Sangue di Giuda che gli aveva regalato il titolare del Carne tremula.
    Era tornato a casa stanco e ora, oltre a essere stanco, era pure un po’ annebbiato, per cui gli fu quasi naturale sbragarsi sulla poltrona.
    Le gemelle si erano già ritirate nella loro stanza 237, luogo off limits per tutti.
    -Meglio così –pensò.
    Danny invece era più euforico del solito.
    Girava e rigirava come un folle nell’open space dando ordini ed eseguendoli.
    Vai “Via col vento, ok; svolta a sinistra, ok; gira a destra, ok; accelera accelera, ok ok…Jack era esasperato da quel casino, “Sull’orlo di una crisi di nervi”.
    -Una di queste sere ti sbrano a morsi, pensò.
    Danny si fermò di colpo e lo fissò intensamente; Jack in quel frangente ebbe la terribile impressione che suo figlio avesse intuito ciò che lui aveva solo pensato e abbassò lo sguardo.
    Subito dopo Danny scese dal triciclo e avvicinandosi al padre chiese:
    -Papi Jack, dai fammi il cane, dai dai fammi il cane.
    - Stasera sono molto stanco, un’altra volta, magari domani.
    - Ma domani è un altro giorno, dai papi Jack fammi il cane, adesso
    - Accontentalo sto bambino! Non giochi mai con lui – disse la moglie.
    - E va bene: bau.  
    - No papi Jack, non un chiwawa, fai il dobermann.
    - Bu bu.
    - Più cattivo papi Jack, ringhia.
    -Bu bu grrr.
    -Più cattivo papi Jack, ringhia, fai vedere i denti.
    -Bu, grrrrr, bu, grrrrrr – urlò lui spalancando la bocca e mostrando i denti.
    A quel punto Danny fece partire una pedata che squarciò il volto di Jack.
    -Bastardo d’un cane volevi mordere!
     
     
     

     

  • 27 marzo alle ore 17:37
    Ipotesi di miracolo

    Come comincia: Una mattina come tante. La voglia di scrollarsi quegli anni, che ti zavorrano. Comandi alla schiena di star dritta, il passo, lo vuoi spedito. Il tuo vecchio ambulatorio ti aspetta, fiducioso. Il sole indora i Vergini, un anfiteatro di storia. Il mercato vende colori e profumi. Le prime massaie, attente, toccano ogni cosa. La corrente degli extracomunitari passa veloce, per non perdere bus o metro, diretta a Foria. Lassù, all’ultimo piano del palazzo del Principe di Traetta, la veranda del boss. Di mattina osserva il suo reame. Oggi non c’è. I miei occhi volano tra uomini e cose. Il traffico di auto e motorini è solido. Avverto improvvisamente una sensazione di disagio. Qualcosa sta succedendo. Cos’è? Il posteriore di quell’auto, in retromarcia si avvicina troppo a quel bambinello con cartellina, che si avvia per un vicolo laterale, S.Maria del Pozzo, ignorando il sopraggiungere dell’auto. Ora è un film al rallentatore, sequenze interminabili, in frazioni di secondi: l’auto continua la sua retromarcia, tocca alle spalle il bimbo inconsapevole. Il bambino cade in avanti, per la spinta, e scompare sotto le ruote posteriori. Un urlo di donna squarcia la scena. Giuro di aver sentito il rumore delle ossa schiacciate. Vedo il lago di sangue. Il mio cuore esplode in tachicardia. Possibile che sto fuggendo, io medico! Non voglio vederlo. Avverto il modo orrendo di essere padre. Altri urli si susseguono. La gente mi scansa con difficoltà, nel loro curioso accorrere. Il giorno dopo, mi soffermo presso un negoziante, vicino al punto dell’investimento. –“Del bimbo che ne è stato?”- Il cuore riprende a scalpitare. Lui, calmo, quasi incurante dell’accaduto:-“ Ah! Il bimbo, dite? Non si è fatto nulla. Capirete, il telaio dell’auto era molto alto e c’è passata sopra, senza neanche un graffio”-.
     

  • 27 marzo alle ore 15:10
    Nombres (nomi)

    Come comincia: Questo racconto (articolo) o meglio ancora sarebbe definirlo una "rassegna" (sebbene il termine sia poco simpatico a me, visto l'assonanza con la parola parata che sa di dolce...qualcosa di militare!) è frutto di letture alquanto disordinate (per mancanza di tempo, sovente, ma anche - a volte - di voglia e di stimolo a farlo, cioè a leggere o a ricercare), di ricerche effettuate un po' ovunque (a casaccio, tra materiale in mio possesso così come nel web ed anche tra i social, o sparando...cercando, cioé, nel mucchio come spesso mi è accaduto o mi capita di fare per alcune altre cose nella mia vita e in determinati frangenti della stessa). Ne è uscito fuori (meglio sarebbe scrivere, però, "ne sta uscendo fuori", visto che il tutto sta avvenendo quasi in "tempo reale", si cormpone come un puzzle, pezzo dopo pezzo) un qualcosa che spero possa essere utile (per qualcosa ed anche a qualcuno). L'ho voluta titolare [la rassegna] usando un vocabolo che ritengo sia adatto ed esaustivo al contempo, ossia "nombres" il quale nella traduzione dallo spagnolo (idioma più convincente, spesso, in casi come questo, rispetto a quello anglosassone: forse più caldo... efficace e rafforzativo alla bisogna, direi!) sta per nomi: nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, da portare all'attenzione, alla memoria, alla riflessione di quanta più gente possibile; perchè è di loro che la storia di ognuno di noi è fatta; nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, di persone anonime come di quelle più note: nombres di storie accadute realmente; a volte conclusesi bene (o andate a buon fine), altre invece drammaticamente male, ovvero col fatal evento, la morte: perchè la vita è vita, certo, ma anche è morte; un alternarsi di gioie e dolori, un alternanza di nascite e lutti. 
    - Fiona Nalukenge (7 anni) - Primo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Fiona è orfana, vive con la nonna e tre dei suoi fratelli. Sono fuggiti dal villaggio di origine a causa di un'anomalia genetica, l'albinismo, che ha colpito questi bambini. Nei villaggi più remoti del Paese questa condizione è vista come portatrice di sfortuna e i bambini hanno sofferto l'isolamento sociale. Nonostante una vita davvero difficile Fiona è una bambina intelligente, disciplinata e determinata, con un grande desiderio di studiare. Per aiutare questa famiglia, così provata e priva di mezzi economici, abbiamo accolto Fiona nel collegio della scuola (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     -Elias Migombe (13 anni) - Primo anno di scuola secondaria/aprile 2018 - E' stato abbandonato dai genitori ancora piccolo e da allora ha vissuto con la nonna paterna, che lo ha cresciuto lavorando duramente per riuscire a mantenerlo e pagargli la scuola primaria. Con l'avanzare dell'età e dei problemi di salute la nonna non è stata in grado di lavorare né di provvedere al nipote. Elias è andato a vivere con uno zio, che però deve già mandare a scuola i suoi figli e non può pagare al nipote le rette scolastiche, più gravose nella scuola secondaria. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Timothy Rukenya (11 anni) - Terzo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Timothy è orfano di entrambi i genitori e vive con un fratello maggiore nella casa in cui è nato ed ha sempre abitato. A pranzo mangia alla mensa della scuola, mentre la sera cena a casa di una zia che vive nel suo stesso quartiere. La mamma è mancata da poco; lavorava come lavandaia per provvedere ai suoi figli, ma per mandarli a scuola ha sempre avuto bisogno di aiuto. Ora che la mamma non c'é più, questi bambini hanno bisogno di un maggior supporto. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Nathaniel Woods (43 anni) - Condannato a morte per triplice omicidio: la sua condanna è stata eseguita all'interno dell'Holman Correctional Facility di Atmore, nello stato dell'Alabama, nel sud degli Stati Uniti, il 5 marzo del 2020, tramite iniezione letale di pentobarbital. L'uomo si era dichiarato innocente: l'accusa che lo ha condannato era di aver ucciso i tre agenti di polizia che avevano fatto irruzione (il 17 giugno del 2004 a Birmingham, in Alabama) nella casa in cui egli si trovava per motivi di droga. In quella casa si trovava anche Kerry Spencer che in seguito ha più volte dichiarato - egli stesso - di essere stato l'unico autore materiale del crimine, discolpando Woods. Al processo, dove - tra l'altro - su dodici giurati solo due erano di colore come Woods, la sentenza di colpevolezza non fu unanime (dieci giurati contro due si dichiararono favorevoli ad essa) ma l'Alabama è uno degli Stati (tra quelli in cui è prevista la pena capitale) il cui ordinamento penale non prevede che necessiti l'unanimità per dichiarare la colpevolezza di qualcuno e la sua condanna a morte. Kerry Spencer è stato anch'esso condannato a morte (anzi, alla luce di come andarono i fatti, nel 2004, sarebbe dovuto essere l'unico a subire la condanna) e risiede attualmente nella death row (braccio della morte), all'interno della stessa casa di detenzione in cui è stato "eseguito" Woods, in attesa della esecuzione della sua condanna.
     - Mariama - Mariama era incinta di sette mesi quando è scappata durante un attacco degli estremisti al suo villaggio: dopo l'uccisione di alcuni operatori umanitari nel mese di agosto 2020, si sono inasprite le incursioni da parte di gruppi armati che terrorizzano vecchi, donne e bambini. Giunta a Tillabery, dipartimento posto a sud-est del Niger, Mariama ha partorito dopo pochi giorni in solitudine perché il Centro di Salute più vicino era chiuso a causa della pandemia in atto. Tutto il Paese è in preda a una grave crisi: le misure anti covid attuate hanno aggravato le condizioni economiche e socio-sanitarie in cui versava, già da tempo. A farne le spese la popolazione ed i più deboli, a causa della scarsità di acqua potabile e cibo. A causa del rialzo dei prezzi dei beni di primaria necessità, inoltre, migliaia di famiglie hanno perduto il loro (già) misero reddito e molta gente è costretta a vivere per strada, senza fissa dimora. Tra giugno ed ottobre il Paese ha subito anche inondazioni che hanno distrutto abitazioni, rovinato i raccolti e diffuso la malaria, la quale sovente colpisce i più piccoli malnutriti. Nel dipartimento di Tillabery, ben venticinque Centri di Salute hanno dovuto chiudere i battenti e a risentirne sono proprio i bambini nei primi anni di vita, causa le complicanze della malattia che per loro sovente divengono letali. Quando il medico della nostra clinica mobile è arrivato nel campo profughi, la bambina di Mariama era in fin di vita, causa una infezione intestinale provocata dalla malnutrizione. Grazie alla somministrazione di cibo proteico (nota personale: trattasi, in genere, delle cosiddette buste terapeutiche "plumpynut" contenenti latte in polvere, zucchero, vitamine, burro di arachidi, e che io chiamo spesso "bombe ad orologeria" visto il loro potere altamente energetico, quasi a...presa rapida!) e alle cure mediche, la figlia di Mariama (Colette) ha preso peso (ben tre chili in dieci giorni) superando la crisi. Mariama ha ricevuto le indicazioni atte a prendersi cura della sua bambina e sa ora a chi rivolgersi. Nel dipartimento di Tillabery ci sono oltre tremila bambini come la figlia di Mariama che versano in condizioni di malnutrizione. (da: "Bollettino di FONDAZIONE COOPI-COOPERAZIONE INTERANZIONALE ONLUS") - novembre 2020.
     - Hassan e sua madre - Hassan ha soltanto undici giorni di vita e sebbene sia appena nato, ha già dovuto sopportare il peso della crisi umanitaria in corso nello Yemen. Lui...  
     

  • 25 marzo alle ore 17:20
    SENSUALITÀ

    Come comincia: Isabelle Laurent aveva accompagnato suo figlio Patrizio all’aeroporto parigino di Orly con la Maserati Levante di suo marito Ubaldo Orsini attaché italiano alla ambasciata di Parigi. Il giovane aveva superato brillantemente gli esami di maturità al liceo Honorè del Balzac, appassionato di storia dell’arte aveva chiesto ed ottenuto dal padre di poter andare in vacanza a Roma, la mamma si era dimostrata contraria: “È ancora giovane per andar da solo!” “Ha diciannove anni, tu lo vorresti accompagnare anche in viaggio di nozze, ne farai un frocetto” “Cosa dici mai…” “Si, ora ti metti ad imitare Topo Gigio, non vuoi capire che Patrizio  deve fare le esperienze personali anche facendo degli errori, io alla sua età ero militare alla Ceccignola di Roma, vita dura, me ne sono scappato vincendo un concorso di addetto all’ambasciata francese qui a Parigi, gli ho prenotato una stanza all’Hotel ’Ambassador’ nella capitale, come vedi anche io penso a nostro figlio.” Isabelle non riuscì a trovare un posto dove posteggiare la Maserati, scoraggiata: “Da ora te la devi sbrigare da solo, qui c’è la documentazione da consegnare allo sportello della Air France per il check in, la partenza è prevista per le undici  con un Boeing 747 dell’Air France, mi raccomando sta molto attento, non ti fidare di nessuno, un bacio.” Da quel momento Patrizio per la prima volta in vita sua si sentì solo, si fece coraggio, si mise in fila ed al suo turno una impiegata: “Spiacente monsieur tutti i posti dell’aereo sono occupati, abbiamo messo in atto  l’over booking, se non sa quel che vuol dire glielo spiego io, la compagnia ha venduto un numero superiore di biglietti dei posti disponibili sull’aereo, se qualcuno rinunzia o non si presenta un prenotato può sostituirlo, resti vicino allo mio sportello le darò notizie.” Nel frattempo da un altoparlante una voce femminile annunziò in tre lingue la partenza del Boeing, l’addetta al ceck in: “Si sbrighi, sì è reso libero un posto sul suo aereo.” Scaletta  e poi entrata in aereo. Patrizio su una lunga fila di tre poltrone notò un posto libero, sicuramente il suo, gli altri due erano occupati: al centro da una vistosa signora bruna con vicino un signore di mezza età che guardava fuori dall’oblò. Patrizio sistemato il bagaglio a mano sul vano porta oggetti educatamente salutò la coppia, la dama rispose con un sorriso, il signore con un grugnito, non doveva essere molto socievole. Raggiunta la quota di volo gli altoparlanti di bordo diffusero una rilassante musica francese, la signora: “Permetta che mi presenti, sono Ninfa Fogliani, questo signore accanto a me è mio marito Martino Galeazzi, di solito è l’immagine dell’allegria, oggi ha ricevuto cattive notizie circa il calo della borsa…Vorrei chiederle un favore, io e Martino soffriamo di claustrofobia, dovrei andare in bagno, le chiedo la cortesia di accompagnarmi alla toilette, è un luogo piccolo potrei anche svenire.” Patrizio a quella richiesta rimase basito , guardò il viso del signore che mostrò di non aver ascoltato le parole della moglie, una  situazione non prevista, suo padre Ubaldo gli aveva inculcato l’idea di afferrare la volo le situazioni piacevoli, si alzò ed entrò in bagno con Ninfa la quale dopo aver chiusa la porta a chiave prese a baciarlo in bocca. Logica  conseguenza del ‘ciccio’ inalberato che la signore provvide ad introdurre in ‘sua ore’ ingurgitando tante vitamine. Sorridendo, soddisfatta madame girò la chiave della toilette ed insieme a Patrizio ritornò al suo posto. Domanda di Martino: “Tutto a posto?’ conferma con un bacio in bocca al marito. Patrizio fissò il suo sguardo sulla novella amante, cercava di rendersi conto della situazione, in fatto di sesso era digiuno, solo qualche bacio a Isabelle una compagna di classe e poi tanti rasponi, zaganelle, pugnette insomma piaceri solitari che però lo lasciavano insoddisfatto. L’espressione del viso di Patrizio era tutta un punto interrogativo, Ninfa ritenne opportuno dargli delle spiegazioni, al suo orecchio: “Caro la situazione ti sarà sembrata un po’ fuori dell’ordinario, la spiegazione che mio marito è un cuckold ossia ama vedere me far l’amore con altri uomini, solo così riesce ad eccitarsi. All’inizio del nostro matrimonio era mia intenzione lasciarlo poi mi resi conto che il suo atteggiamento era dovuto alla sua natura che come saprai è immutabile, sinceramente a favore di mio marito c’è anche la sua molto florida situazione finanziaria, siamo proprietari di una villetta a schiera completamente nostra vicino alla Laurentina, stiamo per arrivare.” Intervenne Martino che doveva aver capito quanto confidato dalla consorte al giovane parigino. “Una proposta, che ne dici di venire ad abitare a casa nostra, vedo che mia moglie…”  Patrizio d’istinto decise di andare sino a fondo di quella avventura singolare: “Sarà mio piacere vivere un po’ insieme, appena a terra disdirò la prenotazione di una stanza all’albergo Ambassador.” Recuperati i bagagli dal nastro trasportatore i tre cercarono invano un facchino…improvvisamente si avvicinò un giovane: “Signori, sono Gianni Ricci  un tassista abusivo, ho qui fuori una Fiat Tipo con cui potrei accompagnarvi in qualsiasi località voi siate diretti, ho bisogno urgente di denaro, fareste un opera buona. Fu Ninfa a prendere la decisione di accontentare quel giovane, fu sempre lei ad occupare il sedile vicino al guidatore, i due uomini dietro. Seguendo le indicazioni del navigatore satellitare i quattro giunsero dinanzi al cancello della  ‘Villa Ninfa’, ad aspettarli dietro il cancello d’ingresso Lisetta e Gina le  inservienti di casa Galeazzi, le due insieme all’autista portarono i bagagli all’interno dell’abitazione. “Grazie caro, quanto ti devo?” “Faccia lei signore, come le ho accennato è stato il bisogno di denaro a spingermi a fare il tassista abusivo, sono uno studente, mia madre è ammalata e vedova di recente, non voglio pianger miseria…” “Martino : “Venga dentro casa con noi,  dalla espressione della sua faccia si deduce che ha una gran fame, segua Lisetta che le indicherà dove lavarsi poi ci raggiungerà in sala mensa.” Gina aveva dimostrato la sua grande esperienza in fatto di cucina romana, Gianni cercò di mangiare compostamente,  fece il bis di tutte le portate. “Caro Gianni questi sono cinquecento €uro, se lo desidera resti con noi anche a riposarsi, io e mio marito ci siamo commossi per la sua situazione, eventualmente avvisi sua madre del suo mancato rientro a casa, intanto godiamoci il caffè sempre se lei riesce a prender sonno anche dopo averlo sorbito.” Caffè per i tre. Le due cameriere tornarono  loro  abitazione  situata vicino alla villetta. Gianni mostrò chiari segno di sonnolenza, chiese scusa e si ritirò nella camera a lui assegnata, fu seguito da Patrizio che dopo una doccia calda e distensiva anche lui a entrò in un’altra stanza. Mattina avanzata, Patrizio ancora assonnato si lavò alla peno peggio, aveva fame, in sala mensa trovò il tavolo apparecchiato alla grande: da caffè e latte a spremute varie oltre che una varietà notevole di pasticcini, doveva star attento a non abbuffarsi, ci teneva alla linea. Uscito in giardino notò  Martino e Ninfa che sedevano su una panchina, lui leggeva un quotidiano lei sferruzzava. “Ben alzato al nostro dormiglione, come vede mi sono messa in libertà, a Roma quando fa caldo fa caldo.” La padrona di casa aveva indossato una camicetta trasparente che lasciava intravedere  due bei seni, una minigonna molto larga che…la dama aveva dimenticato di indossare gli slip! “Non ci faccia anzi non farci caso, a me piacciono molto le passere pelose, è mia goduria cercare il clitoride fra una foresta nera come quella di mia moglie, come avrà capito non sono geloso.” Quello era stato un chiaro  imprimatur per Patrizio ad usufruire delle grazie muliebri. Martino seguitò: “ Posseggo una Porsche Cayenne, mia moglie una Abarth  595 cabriolet, lei ama sentire il vento fra i capelli e non solo fra quelli!” discorso seguito da una risata. Gianni era tornato a casa sua con la Fiat Tipo, telefonicamente aveva comunicato che sarebbe rimasto nella casa materna per sistemare affari di famiglia (debiti). Le due cameriere, sbrigate le faccende domestiche prima del solito orario avevano lasciato l’abitazione dove prestavano servizio, forse avevano subodorato qualcosa del menage sessuale dei datori di lavoro. Infatti: “Che ne dite di un riposino post prandiale?” Richiesta accettata senza commenti da parte di Ninfa e di Patrizio, i tre entrarono nella camera matrimoniale,  prima  passaggio nella toilette per lavare i ‘gioielli’ e poi: Ninfa e Patrizio  distesi sul letto, il giovane già ‘in armi’, il padrone di casa seduto su una poltrona in attesa che lo spettacolo dei due amanti lo facesse eccitare. “Caro mi lubrifico il popò, mio marito lo ama più della passera, vedo con piacere che hai una ciolla più piccola di quella di Martino.” Ninfa arrivò al ‘settimo cielo’ varie volte come pure Patrizio che d’improvviso sentì una mano che lo allontanava dal corpo della sua amante, Martino entrò in azione nel popò, ci rimase a lungo. Nessun dialogo fra i tre  durante la cena, si era avverato quanto previsto sin dal primo incontro. Il pomeriggio successivo suono del citofono, era Gianni: “Vi trovo in forma, ho sistemato mia madre per il vitto nella osteria sotto casa, il padrone della mi ha chiesto cinquemila €uro per lasciarmi la Tipo.” Senza far commenti Martino mise mano al portafoglio e contò dieci biglietti da cinquecento che consegnò al neo padrone della macchina poi: “Stasera vorrei cenare in  una trattoria qui vicino, si mangia veramente bene, il titolare Checco è il classico romanaccio, mi fa tanto  ridere con  le sue battute.” Sopra l’ingresso della trattoria un cartellone con la scritta ‘Da Checco’ ma al posto del titolare si presentò un signore ben vestito che esordì con accento francese: “Messieurs sono André Houlot nuovo proprietario di questa trattoria, il signor Checco ha accettato la mia proposta di acquisto del locale, ha preferito andare in pensione ma nulla è cambiato, questo è il menu.” I tre  in attesa di ‘eventi’ non si abbuffarono, solo un po’ del buon vino Merlot che li rese più audaci soprattutto Ninfa che poggiò un suo piede sulla pattuella di Gianni. “Cara io faccio una cosa per volta, se mi arrapo mi si alza ciccio ma mi si chiude la gola e non inghiotto più!” Risata generale poi Gianni: “Voglio farvi ridere, frequentavo il terzo liceo, in classe c’era anche un certa Carlotta grassottella e pudica, mi stava sulle palle col suo modo di parlare, un giorno: “Lo sai con quale parola fa rima il tuo nome, indovina un  po’, ti dice niente ‘mignotta’! ”E a te dice niente ‘Gianciotto!” Finì pari e patta ma a me rimase per sempre quel soprannome, a scuola ero per tutti Gianciotto!” Ninfa: “Lo sarai anche per noi, che ne dici di ritirarci?” La proposta fu messa in atto, tutti e tre nella camera matrimoniale, Ninfa fra due fuochi  Gianciotto nel ‘fiorello’ Patrizio nel ‘popò’ sino a quando il padrone di casa mise da parte i due e fece valere i suoi diritti nel posteriore della consorte.  Morale della storia: non risponde a verità il detto che il numero perfetto sia il tre, è il quattro!
     

  • 25 marzo alle ore 7:58
    Lavorare di lingua, conviene

    Come comincia: Non ero mai stato al "Paradise", alcuni miei amici invece erano stati in quel locale tantissime volte; spesso mi avevano anche invitato a seguirli:
     - Dai, Norman! - dicevano. - Non farti pregare! Vieni con noi e non te ne pentirai, li si abborda facile! - In effetti il locale, uno dei tanti che animano la vita notturna nella periferia nord della città, ha la nomea di essere un vero e proprio alveare ricco di miele...di api regina che altro non attendono se no di essere infilzate da qualche calabrone di passaggio. Sono sempre stato un tipo tranquillo nella mia vita ed avevo fino ad allora sempre fatto orecchie da mercante agli inviti degli amici. Non sono affatto una persona timida, tuttavia mi piace stare semplicemente sulle mie e preferisco dare agli altri la sensazione di essere schivo, tanto da poter apparire, forse, anche altezzoso e scostante talvolta, piuttosto che mettermi in mostra. Una sera d'estate, però, decisi di "darci un taglio", come suol dirsi, e prendermi una piccola libera uscita...una botta di vita inusitata, insomma. Da due anni oramai vivo da solo in una dépendance carina e confortevole, sulla Hamilton Parkway, vicino Borough Park a Brooklyn: da quando, cioé, mia moglie Joan ed io ci siamo separati e lei andò a vivere, insieme a nostra figlia Reby, con un uomo più giovane, poco fuori New York. Era un sabato e tornato a casa da lavoro (da diciassette anni faccio il capo cantiere per una grossa ditta edile che costruisce palazzi in città e in altri centri urbani vicini dello stato), mi diedi una ripulita, poi cenai e vidi un po' di tivù. Dopo alcune ore (si erano fatte nel frattempo le ventidue), scesi in strada e al bar sotto casa mi feci un paio di whiskey dry; dopo di che - con tutta calma - mi avviai verso il Paradise. Il locale si trova dalla parte opposta della città, rispetto alla mia abitazione, e visto che la "vita" non comincia mai prima della mezzanotte, decisi di raggiungerlo a piedi: avevo tempo (nessuno mi correva dietro, infatti!), pure avevo l'occasione di smaltire meglio la cena e i whiskey appena prima ingurgitati. Al ritorno, casomai, avrei preso un taxi o la metro. Arrivai al locale verso la mezzanotte e trenta. Accesi una sigaretta, prima di entrare. Era la prima volta, in vita mia, che capitava: di entrare, cioè, in un locale di strippers; ed ero abbastanza teso. Una volta entrato, presi posto su un tavolino distante dalla pedana su cui si stavano esibendo due ragazze: una di colore (il suo nome era Leanne, seppi dopo), l'altra era lei, Linzi, una mora statuaria e bellissima. Il tavolino su cui sedevo era defilato rispetto agli altri, quasi nacosto in un angolo dalle luci più soffuse (lo avevo scelto per questo, in fondo). La ragazza, però, mi adocchiò quasi subito. Dopo aver fatto sull'asse d'acciaio sopra la pedana alcune piroette da far venire i brividi...un cerchio alla testa, si girò verso di me e (mi) fece l'occhiolino con l'occhio sinistro. Stetti al gioco, li risposi facendolo con quello destro. Alla fine del suo numero scese dalla pedana su cui si era esibita, andò nel camerino sul retro del locale e dopo qualche minuto ricomparve e si avvicinò a me. Sembrava una pantera; indossava uno slip nero attillatissimo ed un reggiseno rosso dal quale i suoi seni, grossi ma turgidi, trasbordavano parecchio: da vicino era ancora più sexy, affascinante e arrapante...di quelle che ti viene duro in un baleno. Mi disse:
     - Ciao! Sei nuovo quì, vero? Mi chiamo Linzi.
     - Si! - risposi io. - E' la prima volta. Tanto piacere, sono Norman! - Sembravo un po' impacciato, lei se ne accorse ma invece di mettersi a ridere e a burlarsi di me, mi mise a mio agio con le sue parole:
     - Dai Norman, c'è sempre la prima volta per ogni cosa. Sei un matusa ma avrai certamente le tue doti nascoste! (Probabilmente la ragazza si riferiva a ciò che l'uomo aveva sotto i pantaloni, anzi era sicurissimo proprio come lo è altrettanto che la luna sia tonda invece che quadra, che alludesse a quello!).
     - Cazzo! - pensai dentro di me. - Oltre ad essere uno schianto, questa ragazza è anche in gamba. - Presi allora coraggio e domandai:
     - Cosa prendi? Ordina pure qualsiasi cosa e...resti inteso che paghi tutto io - Lei fece:
     - Norman, sei davvero gentilissimo! Prendo un bloody Mary doppio ma faccio...pago io, quà si usa così coi principianti!
     - D'accordo! - esclamai. Poi dissi:
     - Raccontami qualcosa di te, mi fa piacere stare ad ascoltarti - Così Linzi cominciò a raccontare (lo fece per parecchio...sembrava un fiume in piena!):
     - Lavoro al "Paradise" da tre anni, mi alterno con altre sei ragazze che hanno la mia stessa età. Lavoriamo sei sere alla settimana. E' snervante tutto ciò ma ho fatto l'abitudine, ormai. Alla fine del turno sono distrutta, ma spesso faccio i miei "extra", come le altre...li faccio senza farmi pagare con quelli che mi piacciono. Sai qual'é la frase che la metà dei clienti passati per il locale ripete? (Linzi aveva cambiato tono, repentinamente, ed anche espressione: era sempre bella, tuttavia appariva moltissimo arrabbiata. Non la interruppi e lei continuò a parlare). "E' la prima volta che vengo quì. Sono capitato da queste parti per caso, non avevo idea che facessero spogliarelli e altre cose immorali del genere nel locale, altrimenti sarei...". Detesto quegli uomini, la loro ipocrisia. Noi strippers siamo contente che vengano quì, ci mancherebbe altro! Lo siamo che entrino nel locale piuttosto che vadino in un'altro, in fondo: alla fine sono tutte mance in più sul piatto. Mi chiedo sovente e volentieri perché mai debbano spudoratamente mentire a quel modo? - continua Linzi. - vengono a rifarsi gli occhi, sbavando dietro al nostro culo e alle nostre tette e poi magari li ritrovi nel cesso a smanettarsi il cazzo! Molti lo fanno per sfuggire alle loro mogli grasse e brutte; per evadere dal loro menage matrimoniale, che a volte è diventato asfissiante. Ma hanno paura, in fondo, della moglie ed anche - chissà - che qualcuno li faccia fessi, per cui non ammettono apertamente che li piace frequentare posti nei bassifondi come il "Paradise"; e neanche ti dicono mai il loro vero nome - A questo punto la interruppi e domandai:
     - Linzi, spero che non penserai questo di me? -
     - Ma no, dai! Tu sei diverso, lo sento a naso! - esclamò lei sorridendo.
     - Davvero? - Feci allora io.
     - Certo! - ribatté lei. - Ho il naso lungo io, lo è ancor più di quello d'un elefante! Fiuto tutto...le persone eppoi mi hai detto subito il tuo nome, senza esitare un sol momento!
     - Grazie! - replicai io. - Devo confessarti che sono separato da tempo ed è davvero la mia prima volta. Miei amici invece ci sono stati spesso, quì, e mi hanno molto raccontato sul locale: sono venuto per verificare di persona se sia vero ciocché m'hanno raccontato.
     - Hai fatto bene! - disse lei. - Anzi, più che bene! (aveva capito a cosa alludessi). - Dopo ti faccio provare una cosina molto piacevole se ti va - Non dissi nulla questa volta e Linzi, adesso molto più distesa, riprese a raccontare disinvoltamente di sé.
     - Sono una lussuriosa e me ne vanto. Amo il sesso, l'ho amato sin da ragazzina in ogni sua sfaccettatura e mi piace farlo in ogni modo. A quindici anni avevo già tutti gli attributi al posto giusto e in breve cominciai ad usarli nel modo giusto ed il più piacevole possibile. Non ricordo, però, neanche minimamente quanti amanti abbia avuto né con quanti uomini abbia fatto l'amore sino ad oggi (Linzi non ha neanche trent'anni...forse ne ha ventotto, non di più ma ne dimostra molti di meno). Cosa c'é di strano in questo? Tantissima gente invece pensa che lo sia parecchio e anche quanto sia immorale o peccaminosa 
    la mia condotta di vita. Non vi trovo nulla di ciò in essa; non vi è niente di sbagliato nel piacere: tanto nel darlo, quanto nel riceverlo. Penso che sbagliato sia invece come la società si comporti eppure la gente che ne fa parte. Se una ragazza, ad esempio, mangia a tavola sino a scoppiare oppure possiede un appetito fuori dal comune e tale da rasentare, a volte, l'ingordigia è una buongustaia per tutti, tutt'alpiù è tacciata di essere eccessivamente stravagante, mentre è ben diversa la musica qualora faccia indigestione di sesso, di uomini e di cazzi: diventa subito nel giudizio comune una puttana! Io sono contenta di essere quello che sono, così come sono perché, in fondo, sono sempre stata sincera ed onesta con me stessa e con gli altri. Cercherò di essere per tutta la mia vita così. Ho anche avuto molte proposte di matrimonio ma ho sempre rifiutato perché so che tradirei mio marito alla prima occasione e penso non sia giusta cosa; lo farei tutte le volte che dovesse capitarmi e con chiunque dovesse piacermi. L'ho fatto anche con due uomini insieme e lo farei anche con una donna o con più di una, se ne avessi occasione. Viva la libertà sessuale, quindi, e l'amore libero in forma di piacere e godimento. Sia chiaro, tuttavia, che non giudico male le altre donne, quelle cioé che seguono una strada diversa dalla mia, praticano scelte diverse attuando una opposta condotta di vita a quella che conduco io. Sono una libertina ma no una irresponsabile incapace di leggere tra le righe della realtà e del mondo circostante. Sono riuscita ad aprirmi in questo modo con te, Norman, e a confidarmi come non mi capitava da svariato tempo. Spero che non mi giudicherai male né penserai che sia soltanto una troia! - esclamò così, Linzi, al termine del suo lungo con...raccontarsi.
     - No! Non lo sei! - dissi io. - Fai liberamente e senza inibizioni quello che ti piace fare e che, probabilmente, molte donne (o uomini) vorrebbero fare ma preferiscono non farlo, per un motivo o per un'altro, oppure non ne hanno il coraggio. Ma anche se tu fossi la peggiore puttana di questa terra non ti giudicherei mai male: chi sono io, in fondo, per farlo? Non sono né un cristo senza croce né un moralista da strapazzo. - A quel punto Linzi si allontanò per alcuni minuti, andando nel suo camerino a cambiarsi di nuovo, poi tornò da me, mi prese per mano ed esclamò:
     - Andiamo! - senza proferir parola alcuna mi lasciai condurre da lei. Camminammo cinque minuti appena e due isolati più avanti rispetto al Paradise entrammo in un portone illuminato a giorno e ci dirigemmo all'ascensore. Era un condominio di lusso, insolita cosa per il quartiere in cui si trova, tenuto molto bene (lo si vedeva dalle rifiniture delle pareti, dall'arredamento, dalla moquette nell'ascensore). Arrivammo all'ottavo piano ed entrammo nell'appartamento di Linzi. Lei portava una camicetta rosa, sbottonata sino all'orlo dei seni, e una cortissima gonna con lo spacco nel mezzo. Non indossava né reggiseno né mutandine (le aveva tolte nel camerino, al Paradise: voleva già essere pronta per l'uso, probabilmente!). Lentamente si tolse di dosso gli abiti, ma mantenne le scarpe coi tacchi alti ai piedi. Poi mi domandò:
     - Hai mai lavorato con la lingua? E' un mondo a parte, credimi. Si può godere fino a morire di piace...senza limiti.
     - No! - secco gli risposi. - Con mia moglie ho praticato solo cose tradizionali, quasi per abitudine. Il sesso non ci prendeva più né ci soddisfaceva tanto, oramai, soprattutto negli ultimi tempi del nostro matrimonio. Io sopra di lei col mio uccello dentro la sua fica e al massimo poi...una sborrata sul suo ombelico.
     - Non preoccuparti, Norman! - mi disse lei rassicurandomi ancora una volta e mettendomi a mio agio. - Nessuno nasce prof a questo mondo. Le cose si imparano provandole, poco per volta. Seguimi e magari ti piacerà darmi piacere e sentirne dentro di te, nel mentre lo dai a me. Linzi si adagiò sul divano nel salotto, allargò poi le sue gambe ed esclamò a gran voce:
     - Dai, comincia, vecchio! Leccami il clitoride, leccamelo per bene, su! Fallo e mi farai morire di piacere! - Così mi piegai su di lei e cominciai a leccare sopra la sua fica con la mia lingua (nel mentre lo facevo gliela allargavo dolcemente poggiando l'indice ed il pollice della mano destra sui bordi), da destra a sinistra e poi dal basso verso l'alto, dapprima lentamente e poi con maggior frequenza; la mia lingua sembrava un cuore pulsante, che batte e freme all'unisono mentre Linzi - da par suo - cominciò a gemere facendolo talmente forte che io temetti, per un attimo, che le pareti della stanza ascoltassero e dicessero "Maleducati, vergogna!". Andammo avanti per una decina di minuti abbondanti. Dopo di che, Linzi mi disse:
     - Prova con le dita, adesso! - Allora infilai l'indice della mano sinistra nel buco della sua fica ma lei fece:
     - Fallo con due dita e spingi un po' più forte, non aver paura! - Li diedi retta e presi a farlo anche col medio. Dopo qualche minuto ansimò di nuovo eppoi squirtò abbondantemente: sembrava una fontana ed io il viaggiatore assetato che va ad abbeverarsi in un'oasi, dopo aver camminato a lungo sotto il cocente sole in pieno deserto. Mi bagnai dei suoi umori e non mi diede affatto fastidio, tutt'altro. Linzi mi guardò negli occhi e mi disse:
     - Hai fatto un cannilingus perfetto ed un lavoro di ricamo...di dita al bacio! Vedi che non è difficile, in fondo! Basta provarci, eppoi le cose vengono da sé! - Linzi aveva ragione, pensai dentro di me. A quel punto lei si sollevò di scatto e senza neanche darmi il tempo di muovermi né di dire qualcosa, mi prese per le braccia scaraventandomi vicino alla parete. Dopo cominciò a leccare la cappella del mio uccello (il quale, nel frattempo, era diventato duro come il marmo bianco che cinge l'urna della tomba della mia povera mamma al cimitero), poggiando dolcemente la sua mano destra sotto i miei testicoli, nel mentre lo faceva. Una linguata dopo l'altra, dall'alto verso il basso e viceversa sino alla...nona (come le sinfonie di Beethoven perfettamente eseguite da Herbert Von Karajan!), quando fui io ad ansimare di piacere e a sborrare sul suo viso. Poco prima gli avevo donato godimento con la mia lingua e le dita, lei era stata adesso a ricambiare il favore: un dare e avere reciproco senza nessuna inibizione o freno né particolari preconcetti. Le stesse cose, pensai, che Linzi mi aveva detto quando eravamo al Paradise. La ragazza fece:
     - Vedi che bello...lavorare di lingua, conviene!
     - Sì! - esclamai io. - Adesso ne sono convinto! - Linzi si alzò in piedi e mi baciò sulla bocca, così lo sperma che aveva sulla lingua e sulla sua bocca si ricongiunse a me, almeno in parte. Dopo avermi baciato si mise un'asciugamano sulle spalle, poi si diresse verso il bagno. Mentre camminava, però, si voltò verso di me e disse, alzando la voce quasi gridando:
     - Torno subito, aspettami! - Io invece mi rivestii in fretta e andai via. Non sono più stato, dopo quella sera, al Paradise né ho incontrato Linzi da nessuna altra parte. So, per certo, che lei continuerà a lavorare con la sua lingua, a fare pompini; magari dopo che qualche altro (uomo o donna che sia, poco importa!) li abbia dato, a sua volta, piacere con la propria lingua, con l'uccello o con qualsiasi altra cosa, in un semplice e reciproco avvicendarsi di dare ed avere, appunto. Le stesse cose ascoltate proprio da Linzi, durante il suo racconto. Dopo essere uscito dal portone dell'appartamento della ragazza, fermai un taxi e mi feci riportare a casa. Era l'alba da poco ma il sole già faceva capolino sopra il cielo della "grande mela". Era anche domenica mattina e non sarei andato a lavoro. Lungo il tragitto, tra me pensai: "lavorare di lingua, conviene e d'ora in poi lo farò più spesso al posto di dire stronzate!".

    da: "Racconti erotici".

    Taranto, 24 marzo 2021. 

  • 24 marzo alle ore 17:50
    Il viaggio

    Come comincia: Avevo chiuso gli occhi, giusto un attimo, per attraversare quella linea di confine che mi aveva sempre ancorato a un modo di essere. Sognare aveva sempre esortato in me il viaggio, bagagli a parte. Era vivere una vita parallela, a misura, perfetta. La perfezione però non è di questo mondo ed io mi ero persa in quel viaggio.
    Non è facile chiudere fuori ogni cosa. Il tempo sbiadisce contorni, non ora. Non voglio svegliarmi da questo sogno.
    -L'amore è vita. Chi ama non deve spiegare nulla, perché è qualcosa che invade ogni remoto angolo di questa caotica vita. È luce che illumina spazi infiniti, carezza di emozione che scivola su ogni centimetro di pelle, che penetra nel piacere di accogliere dei sensi.
    Mi piaceva, disse Sofia, aggrapparmi all'idea che i suoi pensieri fossero rivolti a me; un modo come restare a galla in un mare di tormenti. E non importa se oggi non è uguale a ieri, se i tasselli di questo puzzle non trovano il giusto incastro, se tutto è fermo a quel momento in cui il desiderio era di entrambi. Tu continui a chiamare ed io ti sento forte, ancora mi perdo nella tua eco.

  • 23 marzo alle ore 21:21
    Il Cavalier Covid-19

    Come comincia: Il Cavalier Covid-19 Leggero e invisibile nemico silente avanzi nelle nostre vite senza bussare alle porte dei nostri cuori, i sentieri sono afflitti dal pianto e lo stridore dei denti ora è malinconica melodia che aleggia nelle nostre menti dove ogni nostra fiducia si scioglie nel fango delle tenebre nel momento in cui si spegne pian piano la vita segnando i tristi destini irrimediabilmente in chi ha perso la battaglia, e non restan altro di loro che un numero che li identificano nelle memorie di quel registro ospedaliero segnato con l'inchiostro della necrosi. Dimmi chi sei veramente? Per lungo e in largo le tue scure orme hai impresso nelle nostre anime, lacrime amare a sorpresa ci hai lasciato e lene speranze accendi negli angoli delle nostre case a riscaldarci di gelida psicosi fasciata da inquietudine. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?! Ferrigno e ben corazzato percorri la tua redola senza considerar la fragilità della nostra vita. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?Ma sappi o guerriero di questo tempo così periglioso di cui vuoi intingerlo di dolore che spacca le viscere della pace, noi uomini donne e bambini siamo una umanità dalla quale di tutto puoi privarci tranne la speranza che mai nessuno può estinguere sul volto della terra, ossia quell'amore immenso per la vita che mai nessuno potrà placare, neppure dopo la morte. Ma non si può neppure restare indifferenti allo sguardo del male quando ci sceglie sue predilette vittime, non puoi non tentare di osteggiarlo poiché è in noi la fiamma della folgorante speranza mentre ci indica la strada della sua espugnazione. Lui scenderà e scaverà fino in fondo al nostro più remoto essere per provarci e stancarci fino all'estremo, ma risaliremo se sapremo esser previdenti e circospetti in ogni sua mossa perché di pura speranza è formato il nostro plasma mentre scorre positivo nelle vene. Lui invece così forte e superbo si fa sentire nell'anima quando i suoi abbracci avvolgono la vita dalla sua crudele morsa per farci suoi martiri nel suo preciso obbiettivo di defraudarci dagli affetti più cari, dai sorrisi sinceri di chi amiamo debellando nell'intimo quanto è più prezioso per la nostra vitalità, protraendoci nel tunnel del supplizio ove non molte anime sapranno combattere le sue insidie. Sarà dunque una gran lotta e su una gran moltitudine di gente la sua ombra estenderà diventando loro imponente patrono, ma mai nel loro e nostro cuore noi che ancora siamo al sicuro! Perché proprietà sublime di quella luce fatta di vita ossia l'immortalità della speranza dentro l'anima che resterà in eterno in noi. Dunque dimmi chi sei o guerriero salito dall'inferno col mantello fatto di particelle untuose e avvelenate che al tuo scuoterlo ci allontani dalla libertà sconvolgendo ogni nostra libera scelta e stile di vita! Dillo chi sei perché noi ci siamo identificati! Ma sappi anche che sulla tua meditata rivincita su noi, sappi che saremo più preparati che mai a giocarci la partita perché incredibilmente audaci saremo nella vittoria, e finalmente tu sarai Covid-19 nella scaletta dei sconfitti e archiviati negli scaffali delle memorie del tempo di questo mondo per sempre.

  • Come comincia: "La realtà è la proiezione di tutti i sogni del mondo.
    La bassa marea della vita ti avvicina al fondale della mente.
    Quando il tramonto spegne il nostro cielo e gli occhi chiudono il sipario della realtà, la luce dell'immaginazione accende il firmamento dei sogni.
    Ogni singola Stella che brilla nell’Universo, un tempo, brillava nella mente di grandi uomini:
    noi continueremo ad alzare lo sguardo nella notte, sognando la nostra Stella,
    perché sognare ti insegna a risvegliarti"
    Fabio Meneghella

  • 18 marzo alle ore 15:15
    L'EREDITÀ DELL'AMANTE MATERNA.

    Come comincia: Chiamarsi Vaccaro è una una normalità ma nel caso che tale cognome risulti anagraficamente quello di un contadino la situazione cambia. Era il caso di Calogero ( di origine siciliana che esercitava il suo mestiere in frazione Pavone di Albano Laziale vicino Roma. Sposato con Santa Diotaiuti conduceva la classica vita di coltivatore della terra con la sveglia il mattino presto, mungitura delle due vacche che  venivano poi agganciate ad un aratro per ‘tracciare un solco’  senza  spada come da mussoliniana memoria, solco  dove impiantare i semi  di  frumento o di altri cereali. Il buon Calogero si dedicava anche alla cura della vigna mentre la consorte Santa era addetta al pollaio e alle faccende domestiche. Il cognome era stato apposto ad un  suo antenato da qualche sacerdote integralista che in tal modo aveva per sempre ‘bollato’ la sua condizione di figlio di N.N. I coniugi Vaccaro dopo vari anni di matrimonio avevano messo al mondo Carlo Alberto un  bel pupone biondo e dalla pelle chiara in contrasto con quella dei  genitori bruni. Il nome gli era stato imposto dal marchese Sinesio Langellotti suo padrino di battessimo e proprietario del terreno. Crescendo a Carlo Alberto erano state evitate le fatiche della coltivazione dei campi su suggerimento del marchese che da, buon padrino sovvenzionava ogni mese la famiglia Vaccaro. Il giovane frequentò le elementari nel plesso vicino casa, iscritto alla scuola media cominciarono i suoi guai. I suoi compagni, la maggior parte figli di persone abbienti lo sfottevano per il cognome: “Quante vacche hai?” “Ci porti un po’ di latte?” “Mio padre ha detto che il vostro vino fa schifo!” Carlo Alberto spesso tornava a casa piangendo, i genitori cercavano di consolarlo: “Fai finta di non sentire.”, soprattutto la madre gli era più vicino,  Un giorno Carlo Alberto tornò a casa con un  occhio nero, aveva cercato di difendersi dalle ingiurie prendendo  a pugni i dileggiatori ma ne aveva pagato le conseguenze. Né Calogero né Santa andarono dal preside per informarlo che il loro figlio era oggetto di stalking da parte dei compagni. Dopo un bel po’ tempo il marchese si ritirò nel suo castello adiacente al terreno agricolo dopo un ‘world tour’, era abbronzato e molto dimagrito. Calogero: “Signor marchese lei ha bisogno di riposo e soprattutto di mangiare qualcosa di buono, chissà quante schifezze avrà ingurgitato, mia moglie insieme a sua sorella Gina sarà a disposizione sia per mettere in ordine il suo castello che a preparare intingoli romani.” Santa aveva preso sul serio quell’incarico tanto di rimanere talvolta nel castello del marchese anche la notte, giustificazione al marito: “Caro ero tanto stanca che i sono  addormentata sul letto degli ospiti.”  Calogero non si poneva tante domande, con l’aiuto del marchese aveva acquistato un altro paio di vacche e soprattutto aveva ingaggiato un giovane contadino che lo aiutava nei lavori georgici (dei campi). Un giorno, era domenica, il marchese incontrò Carlo Alberto: “Non so più nulla di te, dimmi qualcosa per esempio che classe frequenti…” Sto per compiere diciotto anni, quest’anno sono di licenza liceale poi si vedrà.”Se non hai la patente datti da fare, vai alla scuola guida ‘Lo specchietto‘, il padrone Giovanni Gerundini è mio amico, digli di mandare a me il conto delle lezioni  poi contatta un meccanico di Albano per sistemare la Lancia Aprilia che è nel mio garage, era di mio padre. Carlo Alberto seguì le direttive del padrino, conseguì la patente di guida,  fece sistemare la Lancia Aprilia con la quale portava in giro il marchese e sua madre, sembravano loro i suoi genitori. Il marchese durante i suoi viaggi aveva pensato solo a divertirsi tralasciando la salute, negli ultimi tempi non stava bene, ricoverato nella casa di cura San Camillo risultò affetto da glaucoma con perdita in parte della vista ma il problema più preoccupante era il cuore affetto da fibrillazione atriale. Fu consultato un cardiologo che decise di operarlo al cuore il giorno successivo, il marchese morì durante la notte. Al funerale parteciparono oltre Calogero, Santa e Carlo Alberto in prima fila dietro il feretro anche molti paesani riconoscenti per le donazioni ricevute dal nobile. All’apertura del testamento depositato presso il notaio D’Arrigo Carlo Alberto risultò l’unico erede, un patrimonio veramente ingente. Da quel momento molto cambiò nel menage della famiglia Vaccaro: Santa a Carlo Alberto si installarono nella villa del marchese, Calogero invece preferì restare nella casa contadina “Cosa farei tutto il giorno, non mi sento di andare in pensione, mi sentirei inutile, seguirò a lavorare nei campi, mi farò aiutare da quel giovane che ho ingaggiato per i lavori più pesanti.” Un giorno Carlo Alberto aveva posteggiato a Roma la Lancia Aprilia presso un negozio dove sua madre era entrata per acquistare dei vestiti, lui era rimasto seduto alla guida perché aveva posteggiato l’auto in divieto di sosta. Gli si era avvicinato un signore anziano che: “Che bella macchina, sono un appassionato di auto d’epoca, che ne dice di vendermela?” Carlo Alberto era perplesso, quell’auto era un ricordo del suo benefattore poi  pensò all’acquisto di una macchina più moderna, una Jaguar che aveva notato su una rivista specializzata. L’affare fu concluso, notevole la somma incassata. Senza porre tempo in mezzo la mattina dopo Carlo Alberto e sua madre si recarono in taxi presso una concessionaria Jaguar. All’ingresso furono contattati da un impiegato della concessionaria che, venuto a conoscenza del desiderio del giovane: “Vado a chiamare il titolare.” Si presentò un signore vestito elegantemente con un abito fumo di Londra, fece un  mezzo inchino: “Sono John Braun a vostra disposizione.” “Signor Braun vorrei acquistare la Jaguar F-Pace 550 CV ADW.” “Ne ho una in concessionaria da molto tempo, il prezzo è elevato, i clienti della Jaguar preferiscono modelli meno cari,  il prezzo è superiore ai centomila Euro, non so se ….” Carlo Alberto comprese che il signor Braun molto probabilmente era uno snob e lo considerava non all’altezza di pagare quella cifra. “Per la mia solvibilità può chiamare al numero telefonico che le fornirò il dottor Mazzarini, è il direttore della Banca Credito Romano.” “Mi scusi, non era mia intenzione…accetto la sua carta di credito platino.” Mamma e figlio uscirono dalla concessionaria con la macchina appena acquistata, passando per Albano Laziale notarono gli sguardi meravigliati dei concittadini, Carlo Alberto si sentiva (ed in verità lo era) figlio del marchese. Con l’aiuto della madre ‘rivoluzionò’ l’interno del castello in cui spesso dava delle feste a cui partecipavano i notabili dei dintorni, soprattutto femminucce che tentavano in tutti i modi di farsi impalmare, fatica inutile, Carlo Alberto seguiva l’esempio  del marchese suo padre: niente legami fissi!

  • 18 marzo alle ore 15:15
    L'EREDITÀ DELL'AMANTE MATERNA.

    Come comincia: Chiamarsi Vaccaro è una una normalità ma nel caso che tale cognome risulti anagraficamente quello di un contadino la situazione cambia. Era il caso di Calogero ( di origine siciliana che esercitava il suo mestiere in frazione Pavone di Albano Laziale vicino Roma. Sposato con Santa Diotaiuti conduceva la classica vita di coltivatore della terra con la sveglia il mattino presto, mungitura delle due vacche che  venivano poi agganciate ad un aratro per ‘tracciare un solco’  senza  spada come da mussoliniana memoria, solco  dove impiantare i semi  di  frumento o di altri cereali. Il buon Calogero si dedicava anche alla cura della vigna mentre la consorte Santa era addetta al pollaio e alle faccende domestiche. Il cognome era stato apposto ad un  suo antenato da qualche sacerdote integralista che in tal modo aveva per sempre ‘bollato’ la sua condizione di figlio di N.N. I coniugi Vaccaro dopo vari anni di matrimonio avevano messo al mondo Carlo Alberto un  bel pupone biondo e dalla pelle chiara in contrasto con quella dei  genitori bruni. Il nome gli era stato imposto dal marchese Sinesio Langellotti suo padrino di battessimo e proprietario del terreno. Crescendo a Carlo Alberto erano state evitate le fatiche della coltivazione dei campi su suggerimento del marchese che da, buon padrino sovvenzionava ogni mese la famiglia Vaccaro. Il giovane frequentò le elementari nel plesso vicino casa, iscritto alla scuola media cominciarono i suoi guai. I suoi compagni, la maggior parte figli di persone abbienti lo sfottevano per il cognome: “Quante vacche hai?” “Ci porti un po’ di latte?” “Mio padre ha detto che il vostro vino fa schifo!” Carlo Alberto spesso tornava a casa piangendo, i genitori cercavano di consolarlo: “Fai finta di non sentire.”, soprattutto la madre gli era più vicino,  Un giorno Carlo Alberto tornò a casa con un  occhio nero, aveva cercato di difendersi dalle ingiurie prendendo  a pugni i dileggiatori ma ne aveva pagato le conseguenze. Né Calogero né Santa andarono dal preside per informarlo che il loro figlio era oggetto di stalking da parte dei compagni. Dopo un bel po’ tempo il marchese si ritirò nel suo castello adiacente al terreno agricolo dopo un ‘world tour’, era abbronzato e molto dimagrito. Calogero: “Signor marchese lei ha bisogno di riposo e soprattutto di mangiare qualcosa di buono, chissà quante schifezze avrà ingurgitato, mia moglie insieme a sua sorella Gina sarà a disposizione sia per mettere in ordine il suo castello che a preparare intingoli romani.” Santa aveva preso sul serio quell’incarico tanto di rimanere talvolta nel castello del marchese anche la notte, giustificazione al marito: “Caro ero tanto stanca che i sono  addormentata sul letto degli ospiti.”  Calogero non si poneva tante domande, con l’aiuto del marchese aveva acquistato un altro paio di vacche e soprattutto aveva ingaggiato un giovane contadino che lo aiutava nei lavori georgici (dei campi). Un giorno, era domenica, il marchese incontrò Carlo Alberto: “Non so più nulla di te, dimmi qualcosa per esempio che classe frequenti…” Sto per compiere diciotto anni, quest’anno sono di licenza liceale poi si vedrà.”Se non hai la patente datti da fare, vai alla scuola guida ‘Lo specchietto‘, il padrone Giovanni Gerundini è mio amico, digli di mandare a me il conto delle lezioni  poi contatta un meccanico di Albano per sistemare la Lancia Aprilia che è nel mio garage, era di mio padre. Carlo Alberto seguì le direttive del padrino, conseguì la patente di guida,  fece sistemare la Lancia Aprilia con la quale portava in giro il marchese e sua madre, sembravano loro i suoi genitori. Il marchese durante i suoi viaggi aveva pensato solo a divertirsi tralasciando la salute, negli ultimi tempi non stava bene, ricoverato nella casa di cura San Camillo risultò affetto da glaucoma con perdita in parte della vista ma il problema più preoccupante era il cuore affetto da fibrillazione atriale. Fu consultato un cardiologo che decise di operarlo al cuore il giorno successivo, il marchese morì durante la notte. Al funerale parteciparono oltre Calogero, Santa e Carlo Alberto in prima fila dietro il feretro anche molti paesani riconoscenti per le donazioni ricevute dal nobile. All’apertura del testamento depositato presso il notaio D’Arrigo Carlo Alberto risultò l’unico erede, un patrimonio veramente ingente. Da quel momento molto cambiò nel menage della famiglia Vaccaro: Santa a Carlo Alberto si installarono nella villa del marchese, Calogero invece preferì restare nella casa contadina “Cosa farei tutto il giorno, non mi sento di andare in pensione, mi sentirei inutile, seguirò a lavorare nei campi, mi farò aiutare da quel giovane che ho ingaggiato per i lavori più pesanti.” Un giorno Carlo Alberto aveva posteggiato a Roma la Lancia Aprilia presso un negozio dove sua madre era entrata per acquistare dei vestiti, lui era rimasto seduto alla guida perché aveva posteggiato l’auto in divieto di sosta. Gli si era avvicinato un signore anziano che: “Che bella macchina, sono un appassionato di auto d’epoca, che ne dice di vendermela?” Carlo Alberto era perplesso, quell’auto era un ricordo del suo benefattore poi  pensò all’acquisto di una macchina più moderna, una Jaguar che aveva notato su una rivista specializzata. L’affare fu concluso, notevole la somma incassata. Senza porre tempo in mezzo la mattina dopo Carlo Alberto e sua madre si recarono in taxi presso una concessionaria Jaguar. All’ingresso furono contattati da un impiegato della concessionaria che, venuto a conoscenza del desiderio del giovane: “Vado a chiamare il titolare.” Si presentò un signore vestito elegantemente con un abito fumo di Londra, fece un  mezzo inchino: “Sono John Braun a vostra disposizione.” “Signor Braun vorrei acquistare la Jaguar F-Pace 550 CV ADW.” “Ne ho una in concessionaria da molto tempo, il prezzo è elevato, i clienti della Jaguar preferiscono modelli meno cari,  il prezzo è superiore ai centomila Euro, non so se ….” Carlo Alberto comprese che il signor Braun molto probabilmente era uno snob e lo considerava non all’altezza di pagare quella cifra. “Per la mia solvibilità può chiamare al numero telefonico che le fornirò il dottor Mazzarini, è il direttore della Banca Credito Romano.” “Mi scusi, non era mia intenzione…accetto la sua carta di credito platino.” Mamma e figlio uscirono dalla concessionaria con la macchina appena acquistata, passando per Albano Laziale notarono gli sguardi meravigliati dei concittadini, Carlo Alberto si sentiva (ed in verità lo era) figlio del marchese. Con l’aiuto della madre ‘rivoluzionò’ l’interno del castello in cui spesso dava delle feste a cui partecipavano i notabili dei dintorni, soprattutto femminucce che tentavano in tutti i modi di farsi impalmare, fatica inutile, Carlo Alberto seguiva l’esempio  del marchese suo padre: niente legami fissi!

  • 15 marzo alle ore 17:02
    LA GITA SCOLASTICA.

    Come comincia: A giugno di ogni anno nelle scuole di grado superiore vengono organizzate le gite scolastiche col tempo ribattezzate  eufemisticamente di istruzione, didattiche o culturali ma di culturale non  avevano proprio nulla, era un modo acché ragazze e ragazzi,  professori compresi si concedessero una vacanza dopo le ‘fatiche’ di un anno scolastico. ‘Predica’  del preside prima della partenza: “Mi raccomando niente casini, mi rivolgo soprattutto alle ragazze, tenete a bada gli ‘zozzoni’ di turno, buon viaggio.” La meta preferita dagli istituti scolastici di tutta Italia nella maggior parte dei casi è la città di Roma con tutti ‘i fori  e gli  scavi’,  nel nostro caso gli studenti erano romani e quindi gioco forza dovettero scegliere un’altra località. Un sabato mattino alla fine delle lezioni fu indetto un  referendum dove recarsi in gita: le femmine votarono per Venezia, per loro città romantica, i maschietti Aosta, vinsero questi ultimi la ragazze masticarono amaro “volete andare fra i crucchi e le baitane, peggio per voi con noi avete chiuso.” Appuntamento dinanzi all’edificio dell’Istituto del liceo classico ‘Lucrezio Caro’, Giorgio Busalacchi l’insegnante di lettere responsabile della gita era stato preciso, partenza ore nove. Con lui la moglie Patrizia Angeli ed i figli Leonardo e Ginevra. Il buon Giorgio vecchio marpione (non tanto vecchio era quarantenne) trovò l’autista seduto al posto di guida, si aspettava il solito omone corpulento che guidava per molti chilometri senza stancarsi invece gli si presentò un giovane magro un po’ particolare, lunghi capelli castani con una fiezza bionda, lineamenti non proprio mascolini, giacca color giallo, pantaloni rossi, maglietta nera, scarpe basculanti (quelle degli atleti). Il cotale si presentò: “Sono Amelio Perasso, avrò il piacere di condurvi ad Aosta, città che adoro!” Amelio si era svelato, era dell’altra sponda ma ai tempi attuali anche gli omo sono se non rispettati sono almeno tollerati. “Caro Amelio con tutti stí colori addosso o sei della Roma o del Milan.” “Spiacente caro sono della Lazio.” (Per i non appassionati del calcio fra i tifosi della Roma e della Lazio c’è un profondo astio.) “Allora ce li hai proprio tutti i difetti!” Giorgio era quello della battuta facile, vide l’autista arrossire, per scusarsi: “Ti offro un caffè al bar.” Pace fatta, erano scoccate le nove: “Ci siamo tutti?” Patrizia: “Indovina chi manca? La solita ritardataria la contessina Lisa Buonarroti…  sta arrivando una Lancia Flaminia, ci scommetti che dentro c’è lei?” Previsione azzeccata, Lisa aspettò che l’autista, toltosi il berretto le aprisse la portiera posteriore, lo stesso autista gli sistemò la valigia nel bagagliaio  del torpedone. Sedutasi su  un posto vuoto la ragazza salutò tutti con un cenno di mano,  si sistemò una cuffietta alle orecchie  per ascoltare la musica preferita. All’inizio del viaggio solo strade statali sino ad Arezzo poi l’Autostrada del Sole. Superat o lo svincolo di Modena Giorgio: “Autista fermati a quell’autogrill, debbo cambiare l’acqua alle olive.” Battuta di dubbio gusto di cui solo i maschietti compresero il significato.  Tutti studenti e professori scesero dal pullman, dopo circa una mezzora tutti di nuovo a bordo,  mancava solo l’autista. “Dove cacchio s’è infilato quel frocione (pensiero di Giorgio), all’interno dell’autogrill nessuna traccia di Amelio, Giorgio malignò e ci azzeccò: l’autiere doveva essere nella toilette degli uomini, una sola porta era chiusa dall’interno, Giorgio bussò violentemente: “Vieni fuori maledizione stiamo aspettando solo  te!” Ci volle qualche minuto prima che il signor Perasso venisse fuori, rosso in viso a vestito alla meno peggio. Giorgio comprese la situazione, sicuramente aveva trovato una gradita compagnia maschile. “Dammi il numero del telefonino del tuo datore di lavoro, non credo che tu sia in grado di guidare, come si chiama?” ”Romolo Troiani.”  Amelio comunicò a Giorgio anche il numero del suo telefonino. “Signor Trioiani sono un insegnante che partecipa ad una gita scolastica, lei ci ha affittato un autobus, purtroppo il suo autista non si sente bene e non è più in grado di guidare.” “Che è successo a quel maledetto frocio?” “Niente di grave, posso  prendere io il suo posto, sono in possesso della patente D), gliene mando una copia col Whats App, naturalmente se lei ha un’altra soluzione…” “Dove lo prendo un altro autista, i miei sono tutti in servizio.” “Allora resta confermato che guiderò io il pullman, tramite wath app le invio copia della mia patente D), penso che lei non avrà problemi e dare a me il compenso dell’autista oltre le spese  d’accordo? “ Va bene, mi raccomando l’autobus è nuovo!” Amelio: “Che ci faccio qui, non conosco nessuno e come riesco a tornare a Roma…” L’autista aveva cominciato a piangere, spettacolo pietoso, Giorgio era in crisi che fare? Spinto dalla ‘pietas latina’ degli ascendenti romani prese una decisione: “Vieni con noi ma mi raccomando comportati bene soprattutto con i maschi.” Amelio, si sistemò nel sedile vicino alla contessina. Un’altra situazione colpì Giorgio: sua moglie era al penultimo posto vicino ad Efisio Cadeddu insegnante di Educazione Fisica, se la ridevano bellamente, il cotale forse non era una fonte di intelligenza (aveva la fronte bassa) ma quanto a fisico …. Giorgio pensò che stavolta era la volta  sua a dover soffrire di mal di testa, d’altronde non poteva lamentarsi, gli capitava di avere qualche incontro ravvicinato con Anne Moreau insegnante di lingue, pari e patta! Ormai si era formata un’altra coppia Lisa e Amelio che la contessina guardava con ammirazione mah! Alle porte di Milano un autogrill molto bene attrezzato, c’era pure una sala di coiffeur ed uno negozio di vestiti e di scarpe per uomini e per donne. Lisa a Giorgio: “Il mio amico (Lisa era già arrivata all’amicizia) ha bisogno di una  sistemazione migliore, fra circa mezz’ora potremo ripartire.” La mezz’ora divenne un’ora, molto malumore fra i componenti della gita ma all’apparizione di Amelio un  coro di oh oh, il giovane era vestito elegantemente con i capelli a spazzola, sparita la ‘fiezza’ aveva un aspetto più mascolino. Giorgio: “Si riparte e stavolta niente più fermate.” Ad Aosta l’hotel ‘Belvedere’ mostrava di meritare il suo nome, all’orizzonte monti ancora innevati e sotto un bosco i castagni.  Riunione di tutti in  sala mensa, i meno ‘freddolini’ fuori sul terrazzo dell’albergo. Cena con piatti tipici valdostani ‘innaffiati’ da un  Barolo d’annata che portò all’allegria i commensali. Un grande salone, in fondo  troneggiava un giradischi con dei CD indiavolati. Alla spicciolata tutti i componenti della gita pian piano si ritirarono nelle varie stanze senza tener conto delle raccomandazioni del preside, maschi e femmine misti. Seguì un silenzio generale, Giorgio in camera insieme alla moglie, dopo un  attimo di imbarazzo  i due presero a ridere, si abbracciarono affettuosamente,  ci fu un wife swapping con Efisio e con Anne con ovvie conseguenze sessuali.  Al primo raggio di sole in viso Giorgio decise di alzarsi, dopo una doccia e la colazione al bar passeggiata nel bosco, un refrigerio per i polmoni. Proseguendo nel girovagare il professore si imbatté in un capriolo femmina il cui piccolo cercava invano di attaccarsi ad una tetta materna, cattivo esempio di affettuosità animale. Dopo qualche metro Giorgio si imbatté in un grosso cespuglio che sbarrava la strada stradicciola, da dietro provenivano delle risate da parte di giovani, scostate delle frasche apparve la scena di Leonardo e di Ginevra che erano in affettuosità con i figli di Rosalinda proprietaria dell’albergo solo che….cazzo i due maschi si baciavano fra di loro come pure le femmine!  Giorgio si avviò sulla strada del ritorno. Sconvolto e bianco in viso, incontrò Patrizia, la condusse nel salone e le rivelò quanto aveva visto. Dopo un attimo di esitazione: “Caro, i tempi sono cambiati, gli omo sono accettati dalla società, la loro natura non si può cambiare, io sosterrò sempre i nostri figli come spero farai anche tu.” Pura teoria, a Giorgio era rimasto un dolore in cuore, proprio a lui vecchio ‘tomber de femme’ doveva capitare questa disgrazia. A pranzo la famiglia Busalacchi seduta allo stesso tavolo: Ginevra: “Sei il miglior papà del mondo, non ne desidererei averne un altro ma…” Un abbraccio affettuoso, i due fratelli erano stati accettati anche dal ‘pater familias’. Si sa che le cose belle finiscono presto, dopo una settimana,  sistemate le valige nel porta bagagli del  bus viaggio di ritorno per  Roma, alla partenza per i quattro omo solo baci sulle guance con la promessa di tenersi in contatto. Alla guida del pullman si avvicendò anche Amelio con accanto la fidanzata, arrivo verso le venti sul piazzale dinanzi alla scuola. L’autista di famiglia con la Lancia Flaminia era in attesta della contessina; solita levata di berretto, appena una alzata di ciglio nel vedere che un maschietto, a lui sconosciuto entrare in auto con la ‘padrona’, rientro  alla villa ai Parioli. Lisa ed il nuovo venuto vennero festeggiati dalla contessa madre avvisata dalla figlia via telefonino  della novità. Per Giorgio e famiglia su una vecchia Fiat Tipo che aveva bisogno di ‘andare in pensione’,  in via Magna Grecia la loro abitazione. I quattro ragazzi avevano telefonicamente deciso del loro futuro,  Andrea ed Ortensia si iscrissero  ad un corso di infermieri  presso l’Ospedale  Parini di Aosta, Leonardo e Ginevra, conseguita la licenza liceale, superato il concorso a circuito chiuso, si iscrissero alla facoltà di medicina e si  specializzarono rispettivamente in andrologia ed in ostetricia, ognuno di loro aveva un buon motivo per quella scelta! Il tempo passò in fretta, Leonardo e Ginevra accettarono la proposta di Andrea e di Ortensia di trasferirsi ad Aosta per esercitare la loro professione nel nosocomio di quella città. Due novità piacevoli, in seguito ad inseminazione di Ginevra e di Ortensia nacquero Greta ed Edoardo due puponi bellissimi, occasione di un viaggio ad Aosta per Amelio e per Lisa per rivedere gli amici e per far da padrini ai neonati. Amelio non se la sentiva più di vivere alle spalle della fidanzata, dietro consiglio di quest’ultima decise di ‘metter su’ una sua casa di moda al pian terreno della villa appositamente ristrutturato dal nome significativo ‘LES DIFFÉRENTES’. Inaugurazione in pompa magna con invitati tutti gli amici di cui alcuni omo. Considerata la poca conoscenza della professione da parte di Amelio, la contessa madre ricorse ai servigi di un couturier impiegato in una sartoria di cui era cliente, Amelio doveva imparare da lui la professione. Una mattina si presentò in villa Giorgio Impolloni: “Contessa lei mi ha fatto un  piacere immenso, il titolare della ditta in cui lavoravo  mi trattava malissimo dinanzi a tutti,  frocione o Giorgina erano gli epiteti  usuali, spero gli arrivino tutti gli accidenti che gli ho mandato!” La contessa Buonarroti stava invecchiando, espresse il desiderio a figlia e genero di diventare nonna. Inseminazione artificiale, a Lisa dopo due mesi cominciò ad aumentare il pancino, felicità da parte di tutti. Dopo i fatidici nove mesi le voilà: Lisa ‘sfornò’ Patrizio che aveva una caratteristica particolare: l’apparato sessuale molto sviluppato. “Tutto suo nonno il commento della contessa Buonarroti che ricordava ancora le prestazioni della buonanima. Giorgio ripensò a tutta la vicenda, quanti avvenimenti dovuti ad una gita scolastica!

  • 13 marzo alle ore 0:51
    Quanto mi resta?

    Come comincia:                                                             Perché nessun diamante
                                                                smette mai di brillare
                                                                negli occhi di coloro
                                                                che lo hanno ammirato.

     - E' un giovedì qualsiasi, un giorno come tanti altri nella vita di Hans, modesto fattorino nella grande città. L'uomo sta camminando per strada, una via poco affollata in periferia: lo fa immerso nei suoi pensieri. D'improvviso sente qualcosa dentro di sé, nel suo corpo, che non va. Poi avverte una fitta in pieno petto, come una stilettata: dura soltanto un attimo. Poi ancora un'altra, più forte della prima. L'uomo questa volta emette un rantolo e si accascia a terra, privo di conoscenza. Un'ora dopo si risveglia, è disteso sul letto in una stanza del pronto soccorso, in ospedale. E' tutto intubato, ma riesce a parlare. Si avvicina a lui un medico e Hans chiede:
     - Dottore, cosa mi è successo? Mi dica, non ricordo nulla! Non sento più nulla! Il medico risponde, senza esitazione né giri di parole:
     - Hai avuto un attacco di cuore e la situazione è grave! Sei messo molto male, non... - l'uomo allora afferra per un braccio il medico con la sua mano destra e lo interrompe, domandandogli:
     - Quanto mi resta?
     - Non molto, purtroppo! - replica impietosamente l'altro. - Venti minuti, mezz'ora al massimo! Vuoi l'estrema unzione?
     - No! - risponde secco l'uomo. - Voglio che lei faccia una cosa per me, dottore!
     - Dimmi cosa? - chiede il medico. - Vedrò di accontentarti!
     - Mi piacerebbe riascoltare un brano, - fa l'uomo, - un'altra volta ancora, l'ultima, prima di andarmene da questo mondo.
     - Quale? - domanda il medico.
     - "Shine On You Crazy Diamond" ! - replica Hans. - Lo conosce anche lei?
     - Certo! - fa il medico. - Sono anch'io un floydian! E' un brano lungo, ce la farai?
     - Sicuro che ce la farò! Crede che voglia andarmene senza averlo fatto, cazzo? - esclama l'uomo.
     - Va bene! - risponde il medico sorridendo. Dopo aver detto ciò, estrae lo smartphone da una tasca del suo camice e chiama qualcuno. Un minuto dopo appena una ragazza coi lunghissimi capelli biondi si avvicina di corsa al medico e al letto ove giace Hans: è l'infermiera Greta, che ascolta i Pink Floyd sempre, quando è in servizio al pronto soccorso. La ragazza toglie dalle orecchie il suo auricolare Bluetooth e lo porge al medico. Questi lo prende e lo mette intorno alle orecchie di Hans. Poi va via, insieme alla ragazza. Tredici minuti più tardi (il tempo esatto della durata del brano) ritorna dall'uomo. Si avvicina al suo letto: Hans ha gli occhi spalancati e un sorriso stampato sulla bocca. Il medico ascolta il cuore dell'uomo, dopo li prende il polso per sentire il battito. Hans è morto. Il dottore li toglie l'auricolare dalle orecchie e lo mette in tasca. Poi li chiude gli occhi ed esclama:
     - Sei stato di parola! Hai fatto in tempo a riascoltare il tuo brano! Brilla ora, diamante pazzo! - Dopo chiama due inservienti e dice loro:
     - Pensateci voi, per favore!
     - Certo, dottore! - rispondono i due. Dopo si avviano verso il letto su cui giace Hans. Il medico, a sua volta, si avvia all'uscita del pronto soccorso. Quando esce incontra Greta, la prende per mano e assieme si avviano alla macchina. Entrambi hanno terminato il turno in ospedale: l'infermiera è la ragazza del medico. Quando sono in macchina si guardano per un attimo negli occhi, senza dirsi nulla; poi l'uomo dice alla ragazza:
     - Per fortuna esiste ancora qualcuno che sa come andar via da questo mondo! - La ragazza sorride e l'uomo allora avvia la macchina: li aspetta la cena e una buona bottiglia di vino; gli occhi della ragazza brillano e...proprio come brilla il diamante del brano dei Pink Floyd.

    Taranto, 12 marzo 2021.
     

  • 27 febbraio alle ore 16:14
    Il Trench di Alan Ladd

    Come comincia: Raramente, percorrendo una vita intera, si può cambiare disposizione, in maniera così radicale, verso un elemento della natura, quale è la pioggia, come è accaduto a me, negli anni. Sí, Genova è una città piovosa, ma la sua pioggia, anni fa, era lenta, impalpabile, insistente pioggerellina. Non ho portato mai, con me, l'ombrello, da ragazzo. Era un attributo per "figie". Si poteva passeggiare per ore, lungo i viali alberati della circonvallazione, la pioggia sembrava non volerti bagnare. Le
    violente piogge , incontrate a Napoli , divennero per i miei amici genovesi, piogge dal carattere equatoriale, che ben si addicevano al loro concetto di profondo sud, in cui io mi ero andato a cacciare. Avevo ereditato, in vita di mio padre, un suo vecchio trench. Qualche macchia vistosa, mamma l'aveva ridotta con la benzina, il cui odore tendeva a restare nel tempo. Il trench era un icona nel vestiario dell'epoca. Alan Ladd, nella lotta ai gangsters newyorchesi, ne aveva impresso l'immagine in molti films. Humphrey Bogart lo riprese, subito dopo,in Casablanca, e non lo abbandonó più. In realtà poteva sembrare a prima vista un camicione beige, ma due tocchi magici, lo trasformavano in oggetto da piacere. Il bavero alzato ad arte, e la cintura stretta in vita. Solo allora si entrava, in un attimo,nel personaggio holliwoodiano. Averne uno comunque, voleva significare di possedere più chances con le ragazze. Mi ricordo che andavo, in terza media, ad aspettare, all'uscita dalla scuola, Betty, un caschetto nero su di un volto da primavera del Botticelli.
    In un vespasiano ottocentesco, nei giardini della scuola, mi ero precedentemente allenato ad un gesto simbolico, che avrebbe accresciuto il mio fascino. Sigaretta penzolante all'angolo della bocca, gesto elegante della mano destra, nel dare fiamma all'accendino, a pietra focaia. Un solo colpo sicuro, quasi uno schioccare di dita. E oplá: la sigaretta era accesa. La prima boccata, al mentolo, per non vomitare. Una nuvola candida a coprire il mio rossore. Lo sguardo fisso su di lei, che usciva, parlando alle sue compagne. Cercavo i suoi occhi.
    "Ciao, Betty!" Mi usciva appena, quasi una implorazione.
    Lei mi regalava un tenue, indecifrabile sorriso.
    Un lampo e via.
    La ricordo ancora.
     

  • 26 febbraio alle ore 16:59
    Sciantal D'Arco

    Come comincia: Sto facendo il giro lungo appositamente per arrivare tardi, o quasi tardi.
    Ho messo i tacchi più scomodi, il tailleur più stretto in modo da limitare i movimenti.
    Cose come queste hanno consigliato di farle di mattina, di modo che poi se ne parli per tutto il giorno.
    Sono le 10 del mattino e la città è grigia, i palazzoni sembrano gonfiarsi al mio passaggio.
    Fortunatamente trovo un semaforo ogni volta che svolto un angolo, così posso aspettare che diventi rosso e prendermi un altro po’ di tempo.
    Non ci ho fatto l’abitudine, mi chiedo ancora come io possa apparire alla gente che mi vede passare, nascosta nel mio piumino verde bottiglia. Ma viviamo in un’epoca in cui tutti si interessano degli altri solo attraverso lo schermo di un telefono, quindi gli unici occhi che incontro sono i miei, riflessi sui finestrini delle auto parcheggiate.
    Non amo parlare di me, non amo spezzettarmi. Per fortuna queste cose durano un giorno solo, poi ognuno torna a casa propria.
    Pioviggina, l’asfalto si trasforma in un quadretto di piccole stelline che posso attraversare sulle apposite strisce.
    Chi è alla guida delle macchine ferme per farmi passare forse ha più tempo per guardarmi bene, magari mi riconosce e ci sta mettendo tutto se stesso per non abbassare il finestrino e gridarmi qualcosa.
    Sicuramente conoscono il mio nome.
    Mi sono tinta i capelli di nero per sembrare più sicura di me stessa.
    Dopotutto, quelle come me non lo sono mai. Hanno bisogno di crearsi appigli. Zattere di salvataggio.
    Questa camminata decisa su tacco 12 l’ho imparata da un tutorial.
    Piovono stelle, foglie cadute dagli alberi lungo i marciapiedi volano a creare un tappeto sotto i miei piedi.
    Una versione naturale e più sfolgorante di un red carpet.
    Non è un vero e proprio tribunale, quello dove sto andando. Ne abbiamo fatto richiesta, ma la risposta ancora deve arrivarci. Nel frattempo, lo definiamo “Centro vampe di recupero”.
    La sede, per ora, è la casa dei nonni di una di noi, scelta perché il garage è grandissimo.
    In fondo ci bastano due stanze.
    Ad avere l’idea è stata Lepre, dopo essere stata nascosta nella sua tana da settimane.
    Mi ha chiamato mentre ero appena tornata a casa, rientrando dalla porta di servizio.
    In quei giorni per me era sempre così. Un estremo della mia casa era calmo e silenzioso, per poi sfumare in un delirio di pugni alle finestre man mano che mi avvicinavo alla porta d’ingresso.
    Dai suoni che facevano da sottofondo alla voce di Lepre, direi che non se la stava cavando in maniera molto diversa.
    Fu facile poi diffondere il nostro progetto e trovare nuove adepte, diventare come rockstar.
    Questa è la quinta volta che ci incontriamo, ma ogni passo per me pesa ancora tanto.
    Il passato passa quando lo decide lui.
    Lepre ha degli occhi che sembrano schermati, nonostante le minacce non le arrivino più.
    Dalla mia bocca escono solo monosillabi, nonostante nessuno buchi più le gomme della mia macchina.
    Nonostante abbia fatto di tutto per rallentare il passo, d’un tratto le riserve di confortanti palazzoni finiscono, rarefatte da giardini sempre più grandi.
    Quello che fanno è sconvolgermi le unità di misura. Non ci sono più un palazzo, due palazzi, tre palazzi uguali da superare. Ci sono immensi squarci verdi che si confondono come onde, scevri da occhiate mal riposte, ed è lì che passo dal conto alla rovescia all’esserci già.
    Questa è una hall, all’orizzonte piano piano compare già il tetto rosso di una bellissima casetta gialla.
    I balconi sono tutti aperti, probabilmente il bollitore per il tè è già sul fornello.
    Se siamo fortunati, Lepre ha fatto anche i biscotti a forma di stella.
    E' questo che succede. La tensione di pochi istanti prima sfuma, catturata dagli acchiappasogni che tintinnano appesi all’ingresso.
    Ogni volta mi accorgo che è una meraviglia e ogni volta cerco strade che mi aiutino a non arrivarci in tempo.
    C’è una certa sensazione di comfort, nell’odio che possono provare per me.
    Sui tre gradini bianchi che portano all’entrata c’è pochissimo spazio per passare, è tutto occupato da vasi di fiori bellissimi, che ti guardano e sorridono. Ovviamente è stato studiato, l’arredamento è stato pianificato nei minimi dettagli.
    Devi far fatica ad arrivare, per una volta deve essere la bellezza a impedirti di proseguire.
    Quei fiori sembrano tanti fan che ti vogliono toccare.
    La porta è in legno e pezzi di vetro colorati, disposti a formare un pavone.

    Abbiamo riempito ogni stanza di ninnoli. Statuette, vasi, candele, piante, fotografie recuperate dai bidoni e ora diventate veramente importanti. L’abbiamo fatto per riempirci la testa di immagini prima di scendere al piano inferiore.
    Lepre ha trovato anche un orologio a pendolo a forma di Garfield, il ticchettìo è il più forte ticchettìo tra tutti i ticchettii.
    Lo senti dappertutto, come se ti fosse dietro le orecchie, anche mentre scendi le scale verso lo scantinato, per poi interrompersi improvvisamente quando ti trovi davanti alla porta della Sala Saliente.
    Abbiamo deciso di appenderci un cartello al neon luminoso con scritto “On Air” quando si sta svolgendo una sessione, ma il motivo e i partecipanti non li conosciamo finché non entriamo.
    Io, che sono l'ultima a entrare, ho il compito di accendere il neon.
    Da lì in poi nessuno entrerà più, nessuno uscirà più, finché non avremo cambiato il mondo almeno un pochino.

    ON AIR.
    Quello che si vede appena entrati è la luce che entra da una finestrella molto alta. Se c'è il sole, rimani abbagliato.
    Quando gli occhi si abituano, vedi le quattro mura spoglie, azzurrine d'umidità.
    La stanza è piccola, quadrata, sarà all'incirca sei metri per sei.
    Tre sedie sono sistemate in linea, addossate alla parete di sinistra, che guardano verso la parte opposta.
    Sono sempre tre.
    Una è per Lepre, che mette a disposizione la casa, una per me, che faccio da tramite e sbrigo il lato pratico della seduta, e una per l'ospite, che in genere non vuole parlare con noi fino alla fine.
    Tutte quelle che arrivano in genere le conosciamo già, precedute da uno strato di cronache tristi che strisciando per terra fanno un rumore madornale.
    Lei, quella di oggi, la riconosco dalle scarpe.
    Tutti la riconoscono dalle scarpe.
    Le scarpe dovrebbero bastare a capirla.
    Sono eleganti, di raso azzurro, fatto appositamente per sembrare impalpabile, etereo.
    Tacco a spillo altissimo, punta pronunciata e ferma, fermissima, determinata a indicare il colpevole.
    Anche la cavigliera è la stessa che abbiamo già visto, dorata, con un ciondolo a forma di farfalla, e già ammiro questa donna per non aver buttato via tutta quella spazzatura, per non averla bruciata, presa a martellate, tritata con una mezzaluna.
    Da quello che ho imparato fin qui, ci vuole una fermezza mentale invidiabile per non eliminare le prove.
    Le gambe accavallate sono fasciate in jeans chiari, con una fila di perle bianche che ne percorre tutta la lunghezza.
    Ha una giacca rosa appoggiata alle spalle, come il mantello di un supereroe, e un top blu con Topolino disegnato a forza di paillette.
    Qualsiasi cosa di lei grida vitalità, ma è come se si riferisse a un passato in cui è stata fermata e il presente non le fosse così interessante.
    Labbra pompate da mille strati di rossetto rosso, occhi scuri pieni di ciglia nere di mascara, spalancati, come volessero assorbire tutto e non assorbissero niente.
    Ha un'incredibile massa di ricci bruni, quasi una nuvola. Altro suo tratto identificativo, altro suo biglietto per la fama. Quando vidi quello per il quale in seguito sarebbe stata ricordata, speravo che quei capelli le attutissero le cadute.
    Sciantal D'Arco, davanti a me, avrà 40 anni.
    Nella mente di tutti ne ha ancora 29. Forse anche nella sua.
    Serate come queste sono macchine del tempo. Il tempo rimasto in pausa procede velocemente e tu uscirai da qui con la tua vera età sottobraccio.
    Appena entro, la vedo di profilo.
    Davanti a lei, in fondo alla stanza, si ergono le tre croci di legno lucidato che Lepre ha personalmente cesellato. Un capolavoro. Le due più piccole, le più esterne, sono alte due metri. Quella centrale, il posto d'onore, è una croce gigante, enorme.
    A Lepre sono serviti tre mesi per prepararla. Ha perlustrato una spiaggia dopo l'altra per trovare la legna giusta. L'asse verticale è alta tre metri e larga uno, quella orizzontale poco di meno.
    Gli attrezzi usati per lisciarla non sono gli stessi delle altre. Dovevano essere speciali, devoluti solo a questo scopo. Santificati. Martirizzati.
    Abbiamo fatto un rituale, appena comprati. In realtà abbiamo utilizzato il primo rituale proposto da  internet e l'abbiamo usato.
    Mentre bruciava la salvia per disinfestare le case dagli spiriti, Lepre diceva che avrebbe funzionato, l'importante era crederci.
    Non so che prodotti avesse poi utilizzato per trattare e lucidare il legno, fatto sta che aveva assunto un colore bluastro. Quasi spariva nel colore altrettanto scuro della stanza, se non fosse stato per il corpo appeso che ne delineava i contorni.
    La tua croce esiste se la fai esistere.
    Anche per legare polsi e caviglie avevamo trovato corde speciali. Erano metri e metri di organza rosa e gialla, metri e metri di pizzo macramè, scuciti dai nostri vestitini d'infanzia.
    Qualche volta le nostre ospiti portavano speciali ninnoli che reputavano importantissimi per la riuscita dell'operazione, allora Lepre spendeva tempo a cucirli pazientemente sulle nostre funi.
    Sciantal aveva portato un sacco di campanelli, un sacco di sonagli, tutte cose che facevano rumore. E adesso, qualunque cosa gridasse questo omuncolo era accompagnata da un delicato suono di carillon che lo scherniva.
    Sembrava così misero.
    La maestosità della croce contribuiva a renderlo piccolo.
    Tutta la sua spietata violenza ora non si poteva muovere.
    Se di Sciantal mi interessavano tutti i dettagli, al posto di questo tizio ci potrebbe essere stato uno scarabocchio e non mi sarebbe importato.
    Non mi importa mai. Non riesco a ricordare nemmeno una faccia di tutti quelli che abbiamo crocefisso.

    Trasformato in un sonaglio, diceva: Scusa, ma che ti aspettavi?
    Trasformato in un tamburello, diceva: Potevi fermarmi, invece di ridere.
    Trasformato in una renna di Natale, diceva: Dì a queste psicopatiche di mettermi giù!
    Non era nient'altro che un campanaccio e diceva a Sciantal che molte ragazze sognano di diventare popolari come lo era lei.

    Anche se Sciantal non si mosse di un millimetro, io guardai Lepre di scatto e il cenno che lei mi fece fu chiaramente il nostro via alle danze.
    Posizionato sotto la mia sedia c'era un sacco di iuta gigantesco e pesantissimo. Mi ero fatta dei bicipiti incredibili trascinandolo da una stanza all'altra, avanti e indietro.
    Il trascinare sovrastò lo scampanellìo costante che continuava a esserci, sovrastava il tizio che continuava a inveire e il sacco divenne ben presto il vero protagonista, al centro della stanza, a egual distanza da Sciantal e questo Campanellino crocefisso.
    Tutti sapevamo cosa c'era lì dentro e cosa sarebbe successo, bastava solo decidere chi l'avrebbe fatto.
    Di solito passano tra i dieci e i quindici minuti prima che si giunga a una scelta, ma dopo soli due minuti Sciantal si alza dalla sedia e finalmente si sente qualcosa di lei.
    Tacco, punta, tacco, punta.
    Questo rumore lo riconosciamo, ma nel video camminava sul parquet, ora cammina sulla vendetta.
    Prende il sacco, lo trascina ai piedi della croce e lo apre.

    Non gliel'abbiamo dato noi il nome Sciantal, non è nemmeno un soprannome di gioventù.
    Sciantal è il titolo del video che ha iniziato a circolare su internet anni fa.
    Se vogliamo, lei era un supereroe con tanto di divisa offerta dal carnefice. Il suo mantello contro il male erano le scarpe di raso, le uniche cose che Campanellino le chiese di tenersi addosso mentre lui faceva i suoi comodi con il telefonino in mano.
    Non passò tanto tempo prima che cominciassero a chiamarla Sciantal anche per strada.
    Al citofono.
    Al cellulare.
    Sui social.
    Per posta.
    Continuamente.
    Sciantal, le metti anche per me le tue scarpette?
    Erano state create almeno 100 pagine con il suo nome. Alcuni vendevano il suo numero di telefono, l'indirizzo di casa, mutande che lei nemmeno aveva mai visto.
    Sciantal voleva scomparire, e scelse di farlo apparendo ancora di più, iniziando a voler essere chiamata così.
    Le persone fantastiche spesso usano come pseudonimo il nome che è stato loro affibbiato da chi voleva contribuire alla loro rovina, dalle cose che le spaventano di più e che in un certo senso hanno fatto sì che venisse modellata una corazza.
    Batman è diventato un pipistrello perché la cosa che temeva di più erano i pipistrelli.
    Un pittore qui vicino dipinge con una benda sugli occhi perché una volta a scuola l'hanno bendato con la scusa di fargli una sorpresa, poi l'hanno buttato giù da un muretto. Da quel giorno ha il terrore del buio ed è la cosa che ricerca di più. Dipinge paesaggi bellissimi. È famoso in tutto il mondo.
    Lepre si chiama così perché un giorno le hanno teso un agguato mentre portava da mangiare agli immigrati, fatti sloggiare da un centro di accoglienza e ora dispersi per la città. Le hanno teso un agguato e le hanno sparato ai piedi, costringendola a correre velocissima, urlandole che da quel giorno avrebbe dovuto imparare ad essere una lepre e che non avrebbe camminato mai più tranquillamente.
    Quanto a me, mi chiamo Gruccia da quando ho abortito. Qualcuno iniziò a dire che lo feci in casa, da sola, con una gruccia. Che lo facevo almeno due volte l'anno. Da allora iniziarono a fiorire grucce divelte sul mio zerbino.
    Tutti noi, tutte queste metamorfosi, sono avvenute solo per far nascere Sciantal.
    Per farla essere qui adesso.
    Cosa succede se diventiamo quello che ci terrorizza?

    Non è mai una cosa riservata, riguarda sempre tutti. La crocefissione di tutti i nostri mali.
    Il campanellino di oggi suona rabbiosamente i suoi sonagli per tutti i colpevoli, passati e futuri.
    Non è mai una persona sola.
    Molti di noi hanno dovuto rinunciare alla propria vita per diventare un evento solo. Si aggirano per le strade pensando di poter parlare solo di quello. Hanno perso la memoria del resto del passato e reputano impossibile il resto del futuro.
    Qui, in questa stanza, si equilibrano le cose, si equalizzano due frequenze di tempo.
    Sciantal, rimasta impantanata nel fango di un video porno scambiato per amore.
    Campanellino, andato avanti con la sua vita troppo velocemente. Per fermarne la corsa, non c'era altro modo che legarlo ad una croce.

    Io e Lepre, a questo punto, abbiamo il cuore in gola.
    Sciantal è di fronte a Campanellino con il sacco aperto. Di solito non c'è nessuno scambio di parole, la vittima non vuole regalare altra voce al carnefice, soprattutto ora che sa che può solo vincere.
    Di solito, inizia subito il rogo.

    Sciantal si toglie i tacchi, li posa ai piedi della croce, come se d'ora in poi dovessero essere le scarpe strette del resto della vita di Campanellino.
    Si china e rivolta il sacco rapidamente.
    Dalla iuta scende vera benzina.
    Benzina che fa il rumore di copertine rigide di libri che cadono.
    Con un tonfo, dal sacco escono saggi, trattati, biografie, racconti, canzoni.
    Nevica Baudelaire.
    Soffia Tolstoj.
    Fuma De Andrè.
    Fiammeggia Bukowski.
    Armonica De Gregori.
    I libri non sono mai nuovi, li abbiamo recuperati usati perché avessero già una vita, perché fossero già sporchi.
    Le canzoni le abbiamo scritte tutte, tutte, tutte a mano su fogli trovati. E non una volta sola. Tutte le volte che ci venivano in mente, tutte le volte in cui ne avevamo bisogno.
    Ai piedi della croce, il cumulo di volumi e fogli cresce, cresce e inizia a sotterrare le caviglie di Campanellino.
    Lui smette di urlare rabbia. Immediatamente. Viene come cementificato.
    Libri, tomi, tovagliette dei ristoranti con passi di discorsi scritti a matita.
    Bloccano le ginocchia, murano le anche.
    Lui inizia a sospirare tremando.
    È questo il punto, è questo lo scopo.
    Il sospiro dei mille Campanellini è un primo obiettivo raggiunto.
    Nessuno di loro ha mai sospirato così nella vita.
    Nessuno di loro è mai stato abbastanza empatico per farlo.
    I versi che ora lo toccano, lo bruciano, lo ustionano, riducono a brandelli la pelle dura.
    Parlano ai suoi nervi di storie così vivide, descrizioni così delicate, che perfino la sua corazza di mattoni va in fumo.
    Sulla croce sacrificale, Campanellino è coperto fino alle spalle e ora piange di commozione.
    I fiori del male, l'uccellino azzurro nascosto in un mare di whisky e Geordie, impiccato con una corda d'oro, stanno arrivando al cuore.
    La cattiveria brutale è quasi sempre il risultato di parole non ascoltate, non lette, ignorate.
    Sciantal lo guarda singhiozzare come un bambino. Lo guarda diventare umano.
    Io e Lepre assistiamo alla scena senza muoverci da dove eravamo.
    I libri ora lo avvolgono come una fascia avvolge un neonato.
    Spunta solo la testa, ed è ormai deformata dal dispiacere.
    E poi finalmente sibila: Scusami. Ti prego, scusami.
    Sciantal tentenna, io vado da lei.
    Afferrandole un polso, le dico. Aspetta ancora un secondo. Un secondo.
    Come mossa finale, la divina commedia, per mano all'avvelenata, scortati da un assassino e da un pescatore, arrivano alle sinapsi, colonizzano la materia grigia, suonano per cervello e cervelletto.
    Si vede che lui muore dalla voglia di coprirsi la faccia dalla vergogna.

    Puoi slegarlo, Sciantal.

    Il tutto è durato non più di un'ora.
    Lei si arrampica su quella montagna di carta, tira gli estremi dei chilometri di organza e merletti e in un attimo i campanellini cadono, rotolano a terra in una coreografia trionfale.
    Io e Lepre la aiutiamo a scansare i libri ed infine, spossato, Campanellino crolla esausto.
    Si è fatto un silenzio assordante.
    La scena che si va a comporre è questa:
    Sciantal è seduta a terra. Tra le sue braccia, disteso e senza un briciolo di forza, il suo assassino che si sente uno schifo e non fa alcun rumore se non respirare a fatica e chiedere Scusa, scusa, scusa.
    Le parole per spiegarsi quello che ha fatto le ha trovate nelle storie degli altri, nell'arte che hanno creato.
    La luce della finestra li illumina come un occhio di bue. Il resto è un buio bluastro.
    Alcuni pezzi di organza sono caduti sulle spalle di lei, sulla sua nuvola di capelli, e ora creano un velo distratto.

    La pietà di Sciantal D'Arco.

    È inevitabile pensare a tutte noi, a tutte quelle che sono passate di qui con l'unico intento di riprendersi il tempo passato senza una dignità.
    Questa storia la scriveremo su un quaderno, che andrà ad aggiungersi ai chili di carburante chiusi dentro al sacco per roghi, abbracciata ad Anna stella di periferia, rassicurata da una milonga.
    Allo stesso modo in cui, in fogli ripiegati, c'è la storia mia e la storia di Lepre.

    E dal profondo del nostro cuore rovente capimmo che, con la veste di legno che ci avevano forzato addosso, potevamo chiaramente bruciare il fuoco.

  • 25 febbraio alle ore 17:44
    Vacui pensieri

    Come comincia: Era sempre lì a rovistare tra quei pensieri posti in un ordine precario, aspettando il giusto tempo per dargli una posizione di priorità. Tanti piccoli pezzi di un puzzle che non riusciva a incastrare, così diversi tra loro. Giulia non riusciva a immaginare un’etichetta di scadenza posta su ognuno, quindi continuava a rimandare a un domani che non appariva segnato su nessun calendario. In quel divario, che vorticava attorno a una libertà mai raggiunta, si alimentava la sua perpetua condanna. Si sentiva persa in quel labirinto di carezza e voce, sentiva l’aria spostarsi e un brivido attraversarla. Una voce guidava i suoi passi, le giungeva acuita, con un’intensità penetrante fino a causare uno smarrimento tale da non farle trovare la via d’uscita. Il cuore, con i suoi battiti criptati, inviava messaggi che la mente, puntualmente, cancellava. Si era creato in lei uno strano meccanismo di autodifesa, creava e annullava contemporaneamente ogni impulso. Ogni forma di contatto perdeva senso nel contesto in cui si sviluppava, fino a determinare una perdita di coscienza affrancata dalle forme chiuse di un linguaggio non definito.

  • Come comincia: Dedicato a mio padre; in sua memoria, in memoria di tutti i "ragazzi del 1919 e del 1920", morti in mare per la maledetta Patria e di quella di tutti i compagni della "Croce rossonera Anarchica", morti o imprigionati ingiustamente. 

     La mia prima volta a Roma fu...è stato come quando ti fai la prima sega o ti prendi la prima cotta; come la prima volta con una donna (o con più d'una per volta, quando accade, o con un uomo o con entrambi assecondando i propri gusti, le proprie tendenze ed i propri orientamenti sessuali), o come quando impari ad allacciarti le scarpe, ad aspirare la prima sigaretta (magari a farti pure la prima canna!), a raderti per la prima volta: una volta che lo hai fatto, insomma, non dimentichi più, ovvero si stampa nel tuo dna di essere vivente (nel mondo animale è stabilito che avvenga qualcosa di simile per "imprinting", appunto), ti resta fisso nella testa il ricordo tal quale ad un lampo che resta sempre acceso e...non si spegne neanche dopo che vi è stato il tuono. Era l'estate del 1980 (anzi, dovrei scrivere che essa correva: tutte le estati in certo qual modo corrono, lo fanno a doppia andatura rispetto alla vita stessa, spesso sorpassandola nella corsia d'emergenza), cadeva il mese di agosto: prima del ferragosto. Fu una strana estate, quella, ed anche per certi versi maledetta, seppure a suo modo indimenticabile, irripetibile: dapprima la tragedia di Ustica, avvenuta sopra il cielo della Sicilia (uno dei tanti, dolorosi misteri insoluti della contemporanea storia italiana); e dopo la strage alla stazione di Bologna: una delle tante stragi di matrice "nera" , sporca di verità politiche e giudiziarie a volte sottaciute (i silenzi, più o meno noti di Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio, nonché dell'intellighènzia della democrazia cristiana, ma anche quelli, non meno colpevoli, di gran parte delle altre forze politiche parlamentari dell'epoca), di collusioni con lo Stato, con i servizi segreti "deviati", con la malavita organizzata e, chissà, con chi...cos'altro; invero, una delle tante stragi avvenute in Italia che affondano radici ben lontano nel tempo, risalgono molto indietro...a quel nostrano "ground-zero" (intercalare di matrice anglosassone, principalmente americana, divenuto tristemente usuale dopo l'attentato alle Twin Towers di New York, o Torri Gemelle che si voglia dire, dell'undici settembre del 2001) che fu Piazza Fontana (l'attentato avvenuto nei locali della Banca nazionale dell'agricoltura, in pieno centro a Milano, il 12 dicembre del 1969, che cambiò il corso della storia italiana e inaugurò, appunto, la lunghissima stagione delle stragi nel Paese): un denominatore comune lega quella alle altre stragi, visto che anche allora si volle fare una squallida (credo anche non casuale) opera di depistaggio. In quel caso, inizialmente, erano stati due incolpevoli compagni anarchici a farne le spese e lo fecero, purtroppo, seppure in maniera alquanto diversa, direttamente pagando, o meno, con la propria vita: in primis Giuseppe Pinelli, ex partigiano nella Brigata "Bruzzi Malatesta", dapprima garzone e poi ferroviere militante della disciolta "Crocenera Anarchica", il quale infatti morì misteriosamente precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato trattenuto oltre le quarantotto ore previste dalla legge, sospettato di essere l'autore materiale della strage, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1969 ("Quella sera a Milano era caldo./Ma che caldo che caldo faceva./"Brigadiere apra un po' la finestra./E ad un tratto Pinelli cascò": è l'incipit comune alle varie versioni della canzone anarchica "La ballata del Pinelli" tra cui la prima, scritta a più mani lo stesso giorno dei funerali dell'uomo, da alcuni militanti del circolo anarchico "Gaetano Bresci" di Mantova, di nome Ugo Zavanella, Giancorrado Barozzi, Dado Mora, Flavio Lazzarini, e poi modificata dal cantautore pisano Pino Masi e dal cantautore anarchico Joe Fallisi, entrambi vicini al gruppo comunista di Lotta Continua, e quella più famosa del cantautore bolognese Claudio Lolli, contenuta nell'album "La terra, la luna, l'abbondanza", del 2002); in secundis Pietro Valpreda, il quale fu, invece, "vittima di una  drammatica macchinazione" (così scrive Paolo Finzi, suo amico, nell'editoriale che lo ricorda, apparso su Rivista Anarchica pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nella abitazione milanese di residenza il 6 luglio del 2002). Egli era un ex ballerino (l'amore per la danza aveva cominciato a coltivarlo subito dopo aver espletato gli obblighi di leva) e in tale veste partecipò anche a una edizione del noto varietà televisivo della rai "Canzonissima", col balletto di Carla Fracci. La sua morte, è vero, avvenne a causa di una lunga e atroce malattia (cancro), ma l'uomo (ed il suo fisico, oltre che la sua testa) furono indubbiamente minati dalla ingiusta detenzione ("con il morbo di Burger", - malattia delle piccolo e medie arterie degli arti inferiori e superiori, di origine autoimmune o infiammatoria, la quale degenera talvolta in lesioni e cancrena - aggravato dalla detenzione", scrive Finzi, "Valpreda non può più proseguire la sua carriera di ballerino") e dalle estenuanti vicende giudiziarie che lo videro protagonista (un iter lungo ben diciotto anni, che si concluse con l'assoluzione nel 1987 dopo tre processi, di cui due a Roma e uno a Catanzaro). "Per molto tempo l'incubo dell'ergastolo prolunga la sua ombra sulla sua vita quotidiana", scrive Finzi (non ha torto, aggiungo. Io stesso, seguo da un paio di anni vicende di detenuti rinchiusi nella "death-row", il braccio della morte, in attesa della loro esecuzione: l'attesa è qualcosa che uccide, corrode chi la subisce ancor più della condanna stessa!). Valpreda, a mio avviso, era forse morto (inconsapevolmente, chissà) già molto tempo prima di quanto non dica la data stessa del decesso materiale. Forse da quel 12 dicembre, tre giorni prima del suo arresto: "il 12 dicembre 1969 Valpreda è a casa della sua prozia Rachele Torri e vi rimane tutto il giorno, ed anche i successivi, febbricitante. Non ha piazzato lui la bomba nella Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana. Non ha fatto niente, perché è rimasto tutto il giorno chiuso in casa. Ma il 15 dicembre, mentre si reca in Tribunale per una piccola pendenza politica, viene arrestato. Il giorno dopo, Pinelli farà il "volo" di cui detto, ma non avendo - purtroppo - né le ali né tanto meno un paracadute di servizio a bloccarlo...ad attenuarne gli effetti! C'è chi dice che non erano degli "stinchi di santo", Valpreda e Pinelli: possibile, anzi, possibilissimo (non sta a me giudicare, in questo mio scritto che è dedicato innanzitutto a istantanee, o flash-back di memoria, e a varie impressioni - "temporali" - annesse), come ognuno di noi, del resto. Nessuno è perfetto, a questo mondo (chi scrive ha tantissimi "scheletri" rinchiusi nel cassetto di cui non andare di certo fieri!), e lasciamo anche da parte la parabola evangelica del "chi è innocente scagli la prima pietra", ma mi sento di dire - facendolo senza ombra di dubbio alcuno - che nessuno meriti di finire i giorni suoi cadendo dal cornicione d'una finestra (per cause non dipendenti dalla propria volontà: in questi anni, durante i quali mi sono avvicinato alle vicende di Pinelli e Valpreda nonché all'anarchismo in genere, ho anche sentito affermare, da molti, che Pinelli sia "stato suicidato", appunto!), oppure rinchiuso in galera per qualcosa che non ha commesso. La vicenda di Valpreda, a mio avviso, riveste analogie con quella - altrettanto triste e drammatica, nel suo concludersi - di Enzo Tortora. Anche il noto giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico fu, infatti, vittima del "potere" in Italia: quello politico, mediatico e giudiziario. Io e mio padre alloggiammo all'hotel "Genova", sito al civico numero trentatré di via Cavour, in pieno centro, nei pressi della stazione Termini. Da molto tempo quel viaggio era in programma nel nostro carnet, per farla (anzi, per dirla) più scic! Scherzi a parte (il noto programma televisivo non c'entra nulla, però), debbo dire che mio padre me lo aveva promesso da alcuni anni (almeno un paio, credo) e quell'estate mantenne la promessa, riuscì a farlo. Lo fece in ritardo, - ahilui! - è vero, o diciamo pure a scoppio ritardato (meglio non usare mai questo metodo, soprattutto altrove...a letto, durante un rapporto amoroso; ma anche in generale nella vita, possibilmente, bisognerebbe sempre avere il "timing" giusto, e lo scrivo pur credendo che sia quasi impossibile averlo!), a causa dei suoi impegni di lavoro che sovente non li concedevano molto spazio né tempo da dedicare a sé ed alla famiglia, ma alla fine lo fece; e lui era fatto così, manteneva - quasi - sempre le promesse: quando non riusciva o non poteva farlo, a causa di motivi vari, se ne rammaricava tanto, ma in genere lo faceva anche a costo di tagliarsi un dito o le palle...i baffi, quei baffi alla Tiberio Murgia che portò con sé (sul viso suo stampati) vita sua natural durante (credo che non li avrebbe mai tagliati per nessuno, neanche per me lo avrebbe fatto, o per mia sorella, se glielo avessimo chiesto, nonostante ci amasse più della sua stessa vita, o per qualsiasi cosa al mondo, neanche se fosse sceso - o ridisceso - il Cristo sulla terra: a prescindere, ovviamente, dal fatto che fosse ateo, come me!). Mio padre si chiamava Marco: era il suo nome di battesimo vero, sebbene molti (anzi, tutti o quasi) lo chiamassero Mario. Sinceramente non mi è dato sapere il motivo di ciò e neanche ricordo bene se egli me lo abbia mai detto: anzi, credo che pure lo abbia fatto, qualche volta, ma non ricordo bene (appunto) se lui conoscesse il motivo di tutto ciò. Tuttavia debbo scrivere, in tutta sincerità, che io stesso lo chiamavo Mario (mai l'ho chiamato "padre" o "papà" così come chiamavo per nome di battesimo mia madre) e quindi chi...se ne frega, del resto. Molti lo chiamavano col diminutivo di Mario (Mariolino), per via della sua esile figura, seguito da due aggettivi: il primo era l'"interista", per via delle sue preferenze calcistiche, la "fede" sua nerazzurra che ebbe sin da giovanissima età; il secondo era il "modenese", per via delle sue origini emiliane. Nacque, infatti, nella primavera del 1920 (primogenito di quattro fratelli, da Luigia Cappelli, detta "Gigia", massaia, e da Carlo Ronchetti, detto "Carlon", contadino mezzadro) in un piccolo paese, anzi, nella frazione (Villalunga) d'un piccolo paese (Casalgrande) della bassa reggiana sito al confine con la provincia di Modena. In verità è proprio il fiume Secchia che ad est delimita le due province, separandole tra loro geograficamente e territorialmente. Quel fiume (o meglio la riva del fiume dal versante reggiano, appunto) vide crescere mio padre ed assistette (incolpevolmente inerme, cieco e muto: ma i fiumi quando parlano lo fanno in maniera schietta, senza giri di parole, magari urlando...esondano pure dagli argini, a volte, per farsi sentire) a molteplici bravate sue e dei suoi compagni di infanzia, di merenda e di gioventù. Intorno a quel fiume che bagna la frazione di quel piccolo paese, mio padre crebbe svolgendo una vita semplice: magari anelando a qualcosa di diverso o sognando pure (come accade a tutti i ragazzi di ogni tempo e in tutti i luoghi della terra) qualcosa di grande. Quel paese, poi, nel corso del tempo (quando mio padre era già andato via) crebbe ma in fondo è rimasto sempre piccolo, proprio come accade ad ognuno di noi quando cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi: restiamo sempre piccoli dentro perché non vorremmo mai che il tempo passi e con esso la vita stessa. Quel piccolo paese, così, allo stesso modo degli uomini è cresciuto, ma in fondo penso sia rimasto sempre piccolo nonostante oggi, coi suoi diciannovemila abitanti (forse, all'epoca in cui ci visse mio padre, non erano neanche la metà!) risulti essere al quarto posto (dopo il capoluogo, Correggio e Scandiano) della provincia di Reggio Emilia per popolazione residente. Sempre - e soltanto - di piccolo paese trattasi, nonostante oggi esso formi, con Castellarano (in provincia di Reggio Emilia), Sassuolo e Fiorano (in provincia di Modena) il cosiddetto distretto (o grande conurbazione) della ceramica: a causa, questo (o per merito, forse!) dell'altissima concentrazione di stabilimenti industriali e fabbriche che producono mattonelle (o piastrelle e affini) composte di quel materiale. Io stesso, ironia della sorte, nell'inverno del duemilauno, lavorai per alcuni giorni (cadevano il ventisette e il ventotto dicembre di quell'anno) all'interno di uno stabilimento di mattonelle nell'hinterland industriale di Sassuolo, come addetto alla pulizia dei mulini che frantumano la materia prima da cui si ricavano poi le mattonelle stesse. Quando mio padre lo seppe fu contentissimo: sognava, in pratica, che io andassi a vivere e facessi famiglia dalle sue parti, compiendo a ritroso il percorso rispetto a quello compiuto da lui nella sua vita. A Sassuolo, ma anche a Formigine e a Fiorano, lui - mio padre - ci andava sovente, in bici, cogli amici: al cinema, alle balere; ma anche da solo, alcune volte, per far visita alle sue "morose". Nel capoluogo della ghirlandina (Modena), invece, le incursioni erano meno frequenti, in giovane età...sovente, però, furono di natura "calcistica", quando vi si recava per assistere ad incontri di calcio (appunto), sempre - e rigorosamente - in bici, della squadra gialloblù (una volta, mi disse, che insieme agli amici arrivarono persino a Genova, per seguire il Modena giocare nel capoluogo ligure). A Modena vi si trasferì (per motivi sentimentali) uno dei suoi tre fratelli, Loris (il più vecchio tra i quattro fratelli, dopo mio padre, e uno dei miei zii). Ci andavamo spesso (tutte le estati, o quasi), con mia sorella, a trovare zii e cugine. Un paio di volte ci venne anche mia madre la quale, come mia zia (una delle sue sorelle) era ben restia a viaggiare: fosse dipeso da lei stessa, infatti, non lo avrebbe fatto neanche se il cielo cacava... qualora fossero piovuti soldi dal cielo! A proposito di diminutivi, nomignoli ed affini, invero ben ricordo che mio padre m'abbia pur detto (parlato) dell'esistenza d'una terza via...un terzo soprannome. Qualcuno infatti lo chiamava anche "marinaio della montagna", quel soprannome glielo avevano affibbiato per via del fatto (sacrosanto) che avesse svolto servizio, in gioventù, nella regia marina (era allora così aggettivata in onore di quella combriccola di pezzi di mer...pardon, allegri galantuomini e gentildonne della italica casa regnante dell'epoca: i Savoia!), dapprima sulla nave da battaglia "Caio Duilio", gemellata con l'altra unità della stessa classe (denominata, appunto, Duilio) "Andrea Doria"; dopo sulla "Vittorio Veneto", nave anch'essa da battaglia ma della classe Littorio. Mio padre aveva il grado di marò semplice S. V. (la esse e la vi stanno per servizi vari o mansioni varie: nulla di che), addetto alla pulizia della cambusa (nel lessico marinaresco e navale indica il luogo, stipato sotto coperta, atto al deposito, alla conservazione ed alla preparazione delle vivande: in poche e povere parole, trattasi della dispensa della nave da dove, poi, le vivande vengono somministrate a graduati e no in sala mensa). Mio padre imparò il mestiere del servire ai tavoli: ci si trovò bene a svolgerlo, direi che fosse in sintonia col suo carattere, aperto e gioviale mentre io, talvolta, sono più schivo e taciturno (qualche volta sono anche un pò scostante, dicono forse succede quando ho fatto un brutto sogno, o magari se ho dormito dal verso sbagliato del cuscino!). Il mio vecchio non ebbe mai in simpatia gli alti gradi e neanche le divise li andavano a genio oltre il normale (quasi come il sottoscritto, che nutre una idiosincrasia atavica nei confronti di militari, divise ed affini essendo antimilitarista convinto!); tuttavia, dovette sorbirsi (suo malgrado ed alla stessa stregua di centinaia di migliaia di suoi coetanei) ben sette anni di servizio militare obbligatorio (mi vien da ridere a pensare come io, che non sono riuscito a tenere in mia vita un lavoro per più di tre o quattro mesi, avrei potuto resistere per così tanto tempo: forse, chissà, avrei dato di matto al massimo dopo sei mesi!), durante il secondo conflitto mondiale (tutta la durata dello stesso, in pratica!): fortunato fu, quindi, a "servire" la patria e a non ricevere onori né medaglie, in cambio...magari post-mortem! Le medaglie, puah: quanta inutile "ferraglia", così come io stesso le ho definite in una mia poesia dal sapore vagamente naif...antimilitarista. Scherzi a parte (ancora nulla a che vedere col noto programma televisivo), però, che poi non lo sono per nulla, evidentemente, (né per me né, tanto meno, lo furono per mio padre), ritengo che la sola cosa positiva, ovvero l'unico risvolto positivo della vicenda stia nel fatto che egli abbia imparato un buon mestiere che li permise di andare avanti una vita intera. Ma forse, chissà, c'è qualcos'altro che...non fu l'unico risvolto che ebbe conclusione alla "viva il parroco", quello di cui ho scritto. Quanto seguirà, infatti, potrebbe far ricredere più di qualcuno. A mio padre capitò di servire a tavola, nel corso della sua lunga militanza in divisa, in sala ufficiali, anche l'ammiraglio Bergamini, sulla Duilio. Sì, proprio quel Carlo Bergamini e no altri, cioè colui il quale dall'otto dicembre del 1941 aveva assunto il comando della V^Divisione Navale, proprio a bordo della nave citata con cui effettuò numerose missioni di scorta ai convogli che transitavano nel Mediterraneo centrale: mi si creda quando dico che non è un abbaglio, il mio, in maniera del tutto assoluta, visto che tra l'altro non vado al mare né mi crogiolo sotto i raggi del sole, in estate, per la tintarella, dal lontano duemiladieci. Ebbene, colpi di sole a parte, le cose andarono come vado a scrivere. Quando l'ufficilale venne a conoscenza che mio padre fosse delle sue parti (Bergamini era nato a San Felice sul Panaro, paesino di meno di diecimila anime, in provincia di Modena, situato sulla sponda nordorientale del fiume omonimo, trentacinque chilometri distante dal capoluogo e meno di cinquanta dal luogo in cui nacque mio padre), li propose di seguirlo.