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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:  Il peggior piazzato nel Derby, tra loro, fu Hansel che a Churchill Downs in maggio era stato 10°. Ad onor del vero, tuttavia, è da dire che altri due cavalli (Man O' War, nel 1920, e Pillory, due stagioni dopo) riuscirono a siglare la doppietta ma entrambi non avevano preso il via nel Derby. Man O'War nel 1920 (senza dubbio la sua stagione "monstre", in tutto e per tutto!) restò imbattuto su undici corse disputate (tra di esse una epica match-race con Sir Barton, autore della triple l'anno prima, distanziato di sette lunghezze a Windsor, Ontario, Canada, nella Kenilworth Park Gold Cup), mentre in otto di esse siglò il nuovo record mondiale, nazionale o della pista. Il 4 settembre di quell'anno, sul traguardo delle Lawrence Realization Stakes (una delle più antiche e prestigiose corse americane, la cui prima edizione risale al 1889), a Belmont Park in New York, montato da Clarence Kummer (fantino inserito, in seguito, a sua volta, nella Hall of Fame), portò a termine una delle più epiche imprese mai realizzate nella storia quasi trecentenaria delle corse, trionfando con un margine di ben cento lunghezze sul secondo (il noto giornalista sportivo Joe Palmer, come riportato su americanclassicpedigrees.com, riteneva che il margine fosse vicino alle duecento lunghezze!): il più ampio di sempre ottenuto da un cavallo in una vittoria ufficiale per qualsiasi gara americana. Ancora oggi, questo splendido e potente baio che nel pieno della maturità raggiunse le 16,2 spanne (Charles Hatton, del Daily Racing Form, riteneva tuttavia che ne misurasse 17 nel punto più alto dei fianchi), ed aveva ossa, gambe, piedi e muscolatura impareggiabile, quasi...perfetto, è considerato il più forte cavallo americano di sempre: la prima volta avvenne nel dicembre del 1999, quando un gruppo di esperti convocato da The Blood-Horse, Sports Illustrated e Associated Press lo dichiarò tale (alle sue spalle si piazzarono, in quella sorta di referendum, nell'ordine, Secretariat eppoi, ex-aequo, Native Dancer e Citation). Gli esperti britannici John Randall e Tony Morris, invece, nel loro libro "A Century of Champions", lo pongono al settimo posto tra i più forti cavalli nordamericani di questo secolo. Possedeva un pedigree coi fiocchi, principalmente di stampo britannico: suo nonno materno (Rock Sand), aveva portato a termine la triplice inglese nel 1902; un bisnonno paterno (Bend Or) e due bisnonni materni (Sainfoin e Merry Hampton), avevano trionfato nel Derby di Epsom rispettivamente nel 1880, 1890 e 1887; infine, un suo discendente, West Australian, era stato il primo assoluto vincitore della triplice inglese nel 1853. Non di meno, tuttavia, anche la sua attività stalloniera e, conseguentemente, la sua progenie, furono di prim'ordine: figliò 219 vincitori di corse su 381 monte (57,4%) e l'erede suo più noto fu senza dubbio quel War Admiral che nel' 37 diverrà il quarto "triplettista" della storia. Fu messo a riposo quando era ventiseienne, in seguito ad un infarto. Morì nel novembre del 1947 ed i suoi resti vennero seppelliti nel Kentucky Horse Park di Lexington, in cui egli dimora coi suoi figli War Admiral e War Relic, ed al cui ingresso è posta una statua bronzea, eretta in suo onore, che lo raffigura. Native Dancer fu un'altro famoso nonché sfortunato "doubler". Questo splendido cavallo grigio vide la luce nel marzo del 1950 alla Scott Farm di Lexington, Kentucky, da Polynesian (stallone del 1942, il quale a tre anni aveva vinto le Preakness montato da Wayne D. Wright, fantino dell'Idaho morto nel 2003) e Geisha (figlia di Discovery, che fu Horse of the Year nel 1935 ed è classificato 37°, dagli esperti messi assieme da The Blood-Horse, tra i 100 migliori cavalli americani del XX°secolo). Era animale davvero imponente visto che nella sua maturità arrivò a misurare 16,3 spanne: la spanna è antica unità di misura la quale, in pratica, corrisponde alla distanza intercorrente tra il pollice ed il mignolo nel palmo della mano, tenuto aperto, di un'adulto (all'incirca essa misura una ventina di centimetri). Con Northern Dancer aveva un rapporto di stretta affinità e comunione... invero familiare parentela: nonno materno, infatti (per parte di Natalma), del baio canadese, era - tra l'altro - bisnonno di Nijinsky. Non ebbe di certo un buon carattere e neanche tanto facile da gestire ("nasty animal", lo definirono gli americani!), ma era una vera e propria macchina da guerra, meravigliosa forza naturale...delle corse: ossia, fatto a misura di cavallo per loro! In carriera ne disputò ventidue, vincendole tutte tranne una, la più importante probabilmente: il Derby del 1953. Al proposito, Brian Zipse, che fu editore di Horse Racing Nation dal 2010 al 2017 oltre ad essere grande appassionato e conoscitore di cavalli e corse negli Stati Uniti, scrisse così alcuni anni orsono: "sfortunatamente per lui la sconfitta è arrivata nel Kentucky Derby, poiché The Grey Ghost (così soprannominato Native, per via del colore del suo manto e del fatto che fosse stata la prima star televisiva tra i cavalli: quell'anno, infatti, la NBC trasmise in diretta, su tutto il territorio nazionale, dapprima le Wood Memorial Stakes, importantissimo gruppo uno che si corre in aprile all'Aqueduct Race Track di Ozone Park, nel Queens a New York, che lo videro trionfare, eppoi il Derby in cui giunse secondo), guadagnava ad ogni passo ma poi è arrivato all'improvviso, da dietro, un cavallo veloce, Dark Star. Un salto lontano da un imbattuto campione della Triple Crown, ma ahimé, non doveva essere così per uno dei cavalli preferiti d'America". Dark Star, infatti, avendo doti di grande finisseur (dotato, cioé, di veloci finali), superò Native proprio in dirittura d'arrivo, sopravanzandolo (grazie anche alla monta decisa di Henry Moreno) d'una corta testa sul traguardo. Dark fu un cavallo sfortunato: la sua carriera, che sembrava promettere tanto, si interruppe di colpo a causa di un grave infortunio tendineo occorsogli proprio sul traguardo delle Preakness del' 53, che videro Native trionfare dopo la battuta d'arresto a Churchill Downs. Tuttavia, il suo allevatore, Warner L. Jones, della Hermitage Farm di Goshen, New York (il cavallo era stato acquistato per errore nel 1951, alle aste estive degli yearlings a Keeneland, Lexington, Kentucky, all'esiguo prezzo di seimilacinquecento dollari!), ebbe miglior sorte: diventerà, nel corso del tempo, il primo in assoluto degli Stati Uniti a vincere in carriera Derby, Kentucky Oaks (Nancy Junior, nel 1967) e Breeders' Cup (Is It True, nello Juvenile dell'88). Il cavallo, tuttavia aveva un pedigree di prim'ordine (figlio di quel Royal Gem II°, campione australiano e vincitore in patria, tra il 1945 e il 1948, di ben nove gruppi uno tra cui la Caulfield Cup del'46) ed ebbe anche un'ottima carriera in razza: nelle sue 309 monte figliò 209 vincitori (67,6%) e 26 vincitori di stakes graduate (8,4%). Zipse inserisce Native Dancer al nono posto nella sua personale classifica all-times dei 25 cavalli nordamericani più forti in assoluto, preceduto - nell'ordine - da: Man O' War, Secretariat, Citation, Dr. Fager, Spectacular Bid, Kelso, Count Fleet e Seattle Slew. Nel Derby perduto, Native fu montato da Eric Guerin: la carriera di questo fantino della Louisiana (era nato nel 1924, vicino Baton Rouge) fu legata a filo doppio (o doppiamente arrotolata intorno ad essa!) a quella del cavallo del Kentucky. Egli è stato - con ogni probabilità ed a causa di quello, probabilmente - uno dei jockeys più sottovalutati nella storia del galoppo statunitense (se non il maggiore in assoluto). Non a caso, infatti, viene ricordato innanzi ad ogni cosa per la sconfitta subita cavalcandolo nel Derby del 1953, piuttosto che per aver vinto quella corsa al suo primo tentativo: era accaduto sei anni prima quando montò Jet Pilot e lo aveva con maestria portato al successo - lui, appena diciannovenne e fresco ancora della gavetta fatta come stalliere presso la scuderia di un suo cugino all'ippodromo di New Orleans - di una corta testa su Phalanx, guidato da quel Eddie Arcaro, già famosissimo e idolo delle corse. Quella edizione del Derby fu una delle più entusiasmanti della decade, delle più seguite anche a causa - e per merito - di quel duello tra cavalieri e cavalli. La colpa di quanto accaduto, nel corso della sua carriera, fu di quella macchia - unica in assoluto -, quasi un'onta per il pubblico e per gli appassionati delle corse: soprattutto, però, a causa delle aspettative che la tivù aveva creato attorno ad esse. Quell'anno, infatti, naccquero le dirette televisive in America e i fans non perdonarono alla coppia Native Dancer-Guerin la sconfitta di Churchill Downs. Il 1953, Derby a parte, fu una "cavalcata trionfale" per entrambi: dopo aver perso la corsa clou della stagione, si impose tanto nelle Preakness, quanto nelle Belmont...

  • mercoledì alle ore 21:27
    Al caldo è meglio! (insomnia)

    Come comincia:  Faceva freddo quella notte; Sam, però, quasi mai se n'accorgeva o forse - chissà - le sue ossa non ci facevano più caso. Aveva girato tutti i bar della città, oramai non sapeva dove andare...come tutte le notti d'ogni santo giorno dell'anno: in compagnia della bottiglia e di un bicchiere (a volte), insieme ad altri disperati come lui che non hanno domani, sono senza una meta e non sanno neanche di essere ancora al mondo. Era stato anche al "Papillon", una pensione di terz'ordine sulla settima - al quartiere francese - dove affittano stanze ad ore: ci andava spesso; un intermezzo tra un bar e...l'altro; un'ancora di salvezza all'interno del suo girovagare in cerca di nulla. Lì aveva avuto una sveltina con una puttana di colore: l'aveva pagata dopo, quella volta lo fece (di solito non avviene a quel modo: lui saldava tutto prima, compreso il compenso al portiere di notte!), lasciandogli anche venti dollari extra; eppoi li dette un bacino sulla bocca prima d'andar via (anche quello era un suo modo di fare: di un ubriacone si, di un puttaniere, di un fallito ma, in fondo...ancora, a suo modo, egli aveva un pizzico di dignità e di dolcezza dentro di sé che ti permette di restare a galla seppur intorpidito). Tutto sporco di rossetto si ritrovò di nuovo sulla strada e...ne approfittò, così, per scolarsi mezza bottiglia di Chivas: lo fece nature, tenendola per metà dentro un sacchetto di carta marrone. Era quasi alba e mentre camminava, ad un certo momento, si fermò. Un attimo soltanto: decise di tornare a casa, per restare sveglio. Pensò dentro di sé...in fondo, nonostante tutto, al caldo è meglio!

    Taranto, 13 gennaio 2021.

     

  • 08 gennaio alle ore 10:02
    SESSO FANCIULLESCO

    Come comincia: Non risponde a verità che il sesso sia di pertinenza solo dei maggiori di età, quanto di seguito riportato ne comproverà la teoria. Tiziana, viterbese di nascita e di residenza non poteva annoverarsi fra la persone fortunate, suo marito Omero era deceduto per un ictus in età giovanile, da casalinga si vide persa. Per sua fortuna le venne  in aiuto  sua sorella Serena che risiedeva a Roma ed insegnava materie letterarie all’Istituto Centro Modica in via Appia, era vicino alla sua abitazione di piazza Ragusa. Leonardo, dodicenne figlio di Tiziana era stato iscritto alla prima media di quella scuola, andava insieme alla zia alle lezioni  ma non nella stessa classe.  Come rendimento scolastico era un disastro, non era attento in aula, disturbava gli altri alunni, a casa non studiava insomma un pessimo elemento. Uno psicologo amico di Serena aveva interpretato  l’atteggiamento del giovane al fatto che era stato ‘estirpato’ dal suo ambiente, a Roma non aveva amici né poteva contare su insegnamenti dello zio Teodoro marito di Serena che non faceva onore del suo nome. Di mestiere puttaniere, ricco di famiglia cercava sempre di ‘farsi’ tutte le pulselle che gli capitavano a tiro. Serena l’aveva conosciuto all’Università, lo aveva  sposato perché a suo tempo  non aveva un posto di lavoro. Abituatasi al comportamento del marito aveva deciso di ignorare le sue avventure d'altronde ormai non aveva quasi più rapporti sessuali con lui, era stata costretta a passar sopra al fatto che Teodoro fin da subito aveva corteggiato ed infine aveva superato le resistenze di Tiziana, si era ‘fatto’ pure la cognata con l’assenso della sorella, meglio una di famiglia che…Un amico di Teodoro aveva avanzato l’ipotesi che il suo non avere figli poteva dipendere da lui e non dalla moglie. Punto sul vivo il signore era andato in un laboratorio di analisi ed aveva sottoposto ad esame il suo sperma. Nel frattempo era dovuto correre a casa di un suo contadino che era rimasto ferito sotto un trattore ribaltatosi. L’analisi dello sperma era negativo, Teodoro era sterile. Un lampo di genio, Serena andò a trovare in ufficio il titolare del laboratorio, gli chiese di falsificare il certificato facendo risultare suo marito perfettamente in grado di generare trattenendo il certificato originale. Dopo molti tentennamenti il dottor Pigliapoco si fece convincere anche e soprattutto dopo aver incassato due biglietti da cinquecento Euro, non aveva pigliato poco! Chi disse che le donne sono diaboliche ci aveva proprio azzeccato, qual’era il disegno di Serena? Sputtanare qualche signora o signorina che avesse voluto incastrare suo marito con una paternità a lui attribuibile. Ora il problema da risolvere era il comportamento scolastico di Leonardo, il Preside della Scuola, esasperato dal comportamento del giovane voleva sospenderlo dalle lezioni, la madre non era in grado di sistemare la situazione, Serena pensò bene di prendere in mano la situazione, lo prese da parte e: “Leo capisci che così non puoi andare avanti, alla tua età è presto per cercare un lavoro e poi hai solo la licenza elementare, ti faccio una promessa, se metterai la testa a posto dopo quindici giorni o meglio una settimana ti farò un regalo che ti sia gradito, una bici, un motorino, insomma puoi scegliere tu.” Quella promessa della zia fece cambiare completamente il comportamento del ragazzo, dal giorno successivo a scuola era diventato  attento alle lezioni, non disturbava i compagni di classe, faceva domande al professore di turno circa la lezione spiegata, era diventato uno studente modello con gioia e meraviglia degli insegnanti. Non usciva di casa, il pomeriggio lo passava ‘sui libri’, non era più sgarbato con la madre, era sempre sorridente la qualcosa meravigliò e fece insospettire la zia, c’era sotto il suo comportamento che lei non riusciva a comprendere sin quando una sabato pomeriggio mentre il giovane studiava nella sua stanza si fece viva Serena: “Or che bravo sei stato puoi chiedere il regalo che vuoi fatto. Ho copiato una frase del ‘Carosello’ una trasmissione pubblicitaria della R.A.I. che in passato, per fare la reclame di una lavatrice recitava: ‘Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato? Risposta: il bucato in casa c’è chi lo fa meglio di te ed a lei dico grazie…’ e la voce in sottofondo specificava  anche il nome della marca della lavatrice, sentiamo ora quale regalo vuoi fatto.” “Cara zietta un regalo molto particolare….che non ti costerà nulla in soldi.” A Serena venne un sospetto che presto si tramutò in realtà. “Zia vorrei baciare una tua tetta.” Serena cercò di ‘buttarla’ sul ridire: “Non sei più un bambino che viene allattato dalla madre.” “Zia fai finta di non capire, non sono più un neonato, cerca di accontentarmi, lo desidero tanto.” Serena uscì dalla stanza di Leo sconcertata, non si aspettava quella richiesta, ne fece partecipe la sorella che nell’ascoltare quanto richiesto dal figlio ebbe una reazione istintiva: ”Vado di là e lo prendo a schiaffoni!” “Cerca di ragionare, se Leo è cambiato è per merito mio che gli ho promesso un regalo, non vorrai che riprenda il comportamento di prima, vuol dire che…” “Caro ho pensato molto a quanto mi hai chiesto, capisci che è qualcosa fuori del normale, ti accontenterò, Teodoro è fuori Roma, ci possiamo incontrare stasera dopo cena.”A tavola Leonardo non fece onore a quanto cucinato dalla madre, la zia cercò di essere brillante scherzando con sua sorella chiedendole se Teodoro ci avesse provato ancora con lei. “Deve avere qualcuna nuova di zecca, è da quindici giorni che non si fa vivo.” Leonardo ebbe la conferma che fra sua madre e lo zio…non gli importò gran che. “Cara sorella, andrò in camera di tuo figlio per ripassare una lezione, buona notte.” “Buona notte a voi due…” Serena era in vestaglia senza reggiseno ma con gli slip, andò in bagno per lavare i gioielli, Leo la seguì ‘armato’ sino ai denti il che fece dire a Serena: “Cavolo nemmeno mio marito…” Il ragazzo avrebbe voluto fare della zia un’amante ma ebbe un chi va là. “Mi hai chiesto di baciare una tetta, qui ne hai due a disposizione, col tempo…” Leonardo, intelligente di suo, divenne uno dei migliori alunni dell’istituto, alla festa di fine anno scolastico risultò il terzo in ordine di bravura. L’andamento della casa di Serena era diventato una routine, Teodoro ad un certo punto fu costretto ad abbandonare le sue abitudini sessuali, il suo ‘ciccio’ non rispondeva più ai suoi desiderata. Leonardo era riuscito a conquistare le grazie della zia, con i soldi dello zio si comprò prima una moto Ducati Monster e poi una Peugeot 308 con cui scarrozzava per Roma mamma e zia sino a quando: “Gentili signore, questa è Lucilla mia compagna di Università, è brava  in tutto… vorrei solo che le insegnaste l’arte culinaria, per dove è piuttosto scarsa, per il resto…

  • 07 gennaio alle ore 17:56
    Porchettone

    Come comincia: C’è stato un momento della mia vita in cui mi sembrava di assomigliare a Bukowski. Avevo circa trent’anni e avevo smesso con tutto, perfino di fare palestra.
    Conobbi una ragazza, lasciai la periferia e andai a vivere con lei in una città di media grandezza, non proprio una metropoli, però piena di palazzi, smog e donnine allegre nei bar. Allora c’erano ancora posti così, ricchi di feste e avvenimenti, risse e prospettive economiche. Sarà stato cosa? Il ’92? Sì, "certo", più o meno quegli anni lì…
    Insomma, come dicevo, mi misi insieme a questa ragazza, in realtà una signora, più grande di me di sette anni, e finii col trasferirmi armi e bagagli nel suo appartamento di due stanze oltre alla cucina e al bagno. Non so ancora adesso con quanto entusiasmo accettò questa mia iniziativa, forse avrebbe preferito continuare a stare sola e io ero troppo invadente. Fu un periodo molto infelice, ero però ancora nel pieno delle forze, alla continua ricerca di un lavoro stabile per poter pagare l’affitto o, almeno, contribuire alle spese di casa.
    Dato che la bella morettina aveva un posto sicuro e una tana al piano terra affacciato al giardino di un condominio molto rispettabile, dovevo darmi da fare. Oltre ai baci e alle carezze, all’alcova necessitava qualcos’altro.
    La città, “Porchettone”, mi aspettava, voleva offrirmi una possibilità.
    Io la colsi, questa possibilità, rispondendo a un annuncio economico apparso sul giornale e, dopo previa telefonata, appuntamento fissato e relativo incontro con i responsabili, capii che mi stavano per assumere.
    L’occupazione consisteva nel preparare grandi pacchi, sigillandoli con del telo plasticato. Dentro questi pacchi c’erano i prodotti che dovevamo preventivamente prelevare dagli scaffali e dai ripiani all’interno di un enorme capannone, in base alle commesse e agli ordini dei clienti del grandissimo magazzino alimentare, un grossista facente parte di una catena commerciale internazionale con ramificazioni in tutto il mondo e di cui, con orgoglio, da quel momento sarei dipeso.
    Ero dentro, avrei procurato cibo, eterno gaudio in scatolame, per le varie bocche da sfamare quali acquirenti nei negozi da fornire. Un’immensa felicità. Anche i gatti, i cani, un po’ tutti gli animali domestici avrei accontentato, grazie ai loro attenti e solerti padroni che compravano mangime, crocchette, antiparassitari ecc. ecc. ecc. Facevo anch’io parte del mondo della produzione! Avrei guadagnato, fatto carriera, ero stato se-le-zio-na-to per questo! Non vedevo l’ora di iniziare.
    Alla fine, risi felice fissando il contratto e mi presentai al primo giorno di lavoro.
    Operazioni sempre uguali, otto ore di su e giù per il magazzino dove erano stipate le merci, robe da spaccarsi la schiena, scendevo e salivo, aprivo, toglievo, mettevo, scaricavo e via a incellofanare; avevo in dotazione un muletto che correva fortissimo, un razzo, per farci risparmiare tempo ed essere più produttivi, talvolta curvavo in bilico col rischio del ribaltamento. Alcuni addetti là dentro ridevano, se cadevi, carico compreso, e non ti aiutavano; c’era concorrenza. Sopra questi mostri elettrici ci stavi sempre in piedi su un’installazione, avevano una specie di manubrio con i comandi a farfalla per alzare e abbassare le forche con i contenuti che ci caricavi sopra, anche botti talvolta, o damigiane. Un triciclo semovente, entravi tra le scaffalature e spostavi bancali, scendevi e smistavi scatole, confezioni, aprivi sacchetti, sollevavi ceste e ordinavi lotti e pezzi. Sempre in piedi, tutto il giorno. Al limite piegato o accosciato, ancora più dura. Mai un minuto per terra disteso a riposare la schiena o seduto. D’altronde, lì non c’erano sedie o divani, solo spazi aperti e giganteschi castelli e scaffali d’acciaio pieni di merce, su ogni parete fino in alto, ad arrivare al soffitto. Potevamo giocare a calcio, là dentro, ma alla sera eravamo tutti talmente stanchi che non ci veniva in mente di portare un pallone, nemmeno per le volte dopo.
    I primi giorni passarono, tornavo a casa come uno zombie, non avevo voglia neanche di parlare con la morosa, soprattutto dopo qualche straordinario suppletivo per richieste del tutto eccezionali che, fatalità e guarda caso, avvennero fin dall’inizio.
    All’ora di pranzo correvo a farmi un panino, se c’era il tempo, perché talvolta dovevo decidere se andare in bagno o mangiare. In pausa, tenevo la pipì e la facevo di nascosto fuori, sul prato, quando non mi vedevano. Perlomeno, pensavo io che non mi vedessero. Salivo nella mia macchina parcheggiata e lasciavo la porta semichiusa, tiravo giù le braghe e fuori il pisello, ero quasi inginocchiato in una posizione intricatissima, pur di compiere l’atto. Alla sera, col buio e al freddo, dopo il sollievo di averla fatta, prendevo fiato e mi avviavo verso casa, dalla mia compagna. Altrimenti rientravo, durante l’orario di lavoro la scusa buona per uscire era quella di aver dimenticato il portafoglio in macchina e, si sa il perché: potevo rischiare che me lo rubassero. Dopo un paio di volte il pretesto non resse più e, quando arrivavo la mattina per timbrare, subito il responsabile mi chiedeva: «Il portafoglio in macchina… l’ha preso?». Quindi in determinate occasioni, proprio perché non resistevo, la feci dietro al carica batterie nel ripostiglio, dentro una bottiglietta di plastica che mi ero portato, con la scusa di mettere sotto carica un muletto e di prenderne un altro. Già, c’era sempre una macchina, un apparecchio, un muletto di riserva, l’attività non poteva mai fermarsi, era tassativo. Di avere un bagno per i dipendenti però, non se ne parlava.
    Quelli originari del posto, i “porchettonesi” insomma, noi, nuovi assunti, a cui avevamo o stavamo per rubare il lavoro, ci chiamavano “i mussi”.
    «Lavora "mus", che ti pagano!», «Lavora "mus"! Schiavo!» ci urlavano dietro.
    Io in quella città non ci volevo più stare, Porchettone mi faceva schifo; volevo andare via, lasciare quel posto e quella ragazza.
    Così feci, dopo appena tre settimane.
    Di quel lavoro non ne volli sapere oltre, mi feci pagare in contanti e in nero; andava bene anche a loro, perché la pratica non era ancora stata inoltrata all’ufficio del lavoro. Furbi. Stracciai il contratto di assunzione, nonostante avessi già superato i due giorni di prova e nessuno avrebbe potuto mandarmi via, volendo. L’impiegata dell’ufficio, dandomi i soldi che mi spettavano, mi disse di essere lì da dieci anni e che la ditta, l’emerita società multinazionale, dopo aver bistrattato gli ex dipendenti iscritti al sindacato, li stava mandando tutti a casa un po’ per volta con un benservito calcio nel didietro, alla faccia dei diritti e delle norme sul lavoro. A lei sarebbe mancato poco, ormai: la settimana successiva se ne sarebbe andata. Era stanca e arrabbiata, non valeva la pena continuare quello stillicidio. Si sentiva sottomessa, perseguitata, vittima di mobbing e me lo disse. Nuovi soci, nuovi capitali, nuovi aguzzini. Io, lì, c’ero finito per quello. Tutto cambia, niente si distrugge, tutto si evolve.
    Datemi qualcosa da nettàre, sono stufo, datemi qualcosa da nèttare.

     

  • Come comincia: …Mirko entrò in casa e accese la luce, ma quella subito dopo si spense; passarono alcuni secondi e si riaccese da sola.
    L’alquanto strana intermittenza continuò per diversi minuti, mettendo in agitazione il ragazzo; alla fine l’illuminazione tornò regolare e lui si tranquillizzò, ma non si accorse che la caldaia nel frattempo era andata in blocco.
    Era stanco e aveva i vestiti impregnati di un sudore tardo- puberale; inoltre era reduce da una gara di braccio di ferro, in cui aveva, ad uno ad uno, abbattuto i suoi avversari, più con l’odore che con la forza.
     -Una doccia calda e veloce di venti, venticinque minuti al massimo e poi a letto.
    Entrò in bagno e aprì l’acqua calda della doccia; nel frattempo si spogliò e, com’era solito fare, sparpagliò i vestiti con noncuranza nei vari anfratti del locale.
    Un calzino finì nel water e lui, per evitare alla madre l’ingrato compito di recuperarlo, tirò lo sciacquone.
    Compiuta l’operazione preliminare della svestizione, si fermò davanti allo specchio a rimirarsi.
    -Che fisico, che muscoli ragazzi! E chi sono io: Spartaco?
    Passato quel momento di estasi estetica, si lanciò sotto la doccia.
    Quando il getto di acqua gelida lo investì, lanciò un urlo, accompagnato da alcune parole che del mitico gladiatore ribelle avevano ben poco:
    -Mamma, aiutoooo!
     
    …Manolo, dopo una lunga e devastante serata al Pub Occidentali’s Karma, rientrò a casa in compagnia dei suoi amici.
    -Namasté! Ci spilliano una birra? – chiese avvicinandosi alla macchinetta e facendo il gesto di congiungere le mani unendo i palmi con le dita rivolte verso l’altro.
    - Alé! – risposero in coro i suoi amici, alquanto felici per quella bevuta extra.
    Pose il bicchiere sotto la spillatrice, ma appena schiacciò il tasto di avvio, con una successione degna del miglior cortocircuito, saltò la corrente in tutta la casa.
    Mimmo, uno degli amici presenti (pugliese di origine), disse:
    -Ue uagliù: NAMA STE’ du o scimaninn?
     

     
    …Camillo, nel cuore della notte, si alzò dal letto e alla moglie, che nel frattempo, per quei suoi movimenti, si era girata verso di lui, quasi giustificandosi disse:
    -Si è accesa la luce di emergenza, vado a vedere il salvavita. E non è una scusa!
    Che palle di uomo, pensò la moglie, una volta: “devo aver lasciato accesa la televisione”, un’altra volta: “ho sentito uno strano rumore in cucina”.
    Tutto per non dire: “devo andare a pisciare”; ma cribbio abbiamo i migliori farmaci al mondo contro l’ipertrofia prostatica, e prendili!
    Sono pure in fascia A, manco li paghi.
     
    …Era tardi, molto tardi, doveva muoversi e anche in fretta, altrimenti sai quanti bambini sarebbero rimasti senza calza.
    A voler guardare, pensò, ai bambini d’oggi stare un po’ senza calze non farebbe poi così male; e anche con poco cibo da mangiare, con poca legna, o carbone, o metano con cui scaldarsi.
    Lei in quella miseria c’era cresciuta e non era certo morta di fame, tantomeno di freddo.
    Subito dopo però visualizzò il volto dei suoi nipoti e quasi si pentì di quei pensieri.
    Riempì il sacco con le calze in cui aveva posto il carbone, qualche sacchetto di caramelle e alcuni pacchetti di dolci e salì sul balcone di casa.
    Una volta lì si mise a cavallo della scopa e si lanciò nel buio della notte.
    Era in ritardo e cercò di accelerare la corsa, ma, per via della pioggia incessante, non riuscì a portarsi in quota: come solitamente faceva per ragioni di sicurezza e per godersi la vista totale del paese, che era l’unica cosa piacevole di quell’ingrato lavoro.
    Si accorse troppo tardi della presenza di un cavo dell’alta tensione posto proprio sulla sua rotta a bassa quota.
    Non fece in tempo a virare e l’esito fu devastante: l’effetto elastico del cavo la fece rimbalzare di alcune decine di metri.
    Solo grazie alla sua antica esperienza riuscì a non perdere il controllo della scopa e in qualche modo ad atterrare in retromarcia senza grosse conseguenze.
    Il sacco delle calze invece andò completamente distrutto, carbone, caramelle, dolciumi giacevano sparsi in tutta la campagna.
    Il cavo dell’alta tensione dopo un lungo ondulare si ruppe e cadde a terra.
    Sotto c’era un signore che stava facendo fare i bisognini al proprio cane; di solito usciva a quell’ora perché non c’era in giro nessuno e poteva evitare di raccogliere le deiezioni, così approfittava anche per buttare in giro qualche sacchetto dell’immondizia.
    Il cavo colpì con tutta la sua scarica elettrica quel signore, riducendolo a un cumulo di cenere.
    Al che il cane, che comunque non approvava il comportamento del suo proprietario, pensò:
    “Giusto punire i proprietari di cani che non raccolgono la cacca dei propri animali, o chi abbandona i rifiuti; ma cazzo, qui stiamo esagerando!”
    La Befana, ripresasi dal terribile rimbalzo e dal conseguente spavento, si lanciò in una lunga imprecazione-riflessione sulla sua condizione.
    - Se nasco un’altra volta nasco Babbo Natale.
    Lui gira con le renne e la slitta, io con una scopa di saggina, che, a differenza di quanto pensa una lunga schiera di maschietti perversi, non è affatto piacevole e comoda.
    Il fatto è che quando si trattò di scegliere il mezzo di trasporto avevamo tre opzione: la slitta con le renne, il tappeto volante, la scopa di saggina.
    Babbo Natale scegliendo per primo prese il mezzo più comodo, allora noi optammo per il tappeto volante, che però risultò non essere ancora disponibile su Amazon.
    Morale della favola ci toccò la scopa.
    Ci offrirono la possibilità di avere, con un piccolo supplemento, la versione elettrica; c’era però un problema: dovevamo farci carico noi del costo della prolunga di cinquanta chilometri abbinata alla scopa.
    Babbo Natale aveva ricevuto in dotazione: un vestito in materiale termico con pelliccia interna, cappellino trapuntato con fiocchetto e luci led esterne a intermittenza, guanti da montagna, grossi e pesanti scarponi con suola in vibram.
    La befana invece che uscisse con quello che aveva, infatti lei nell’impatto aveva perso pure le ciabatte.
    Per non parlare poi di come li dipingevano: Babbo Natale era più anziano di lei e tutti sapevano che aveva grossi problemi di salute, prostata ingrossata all’inverosimile, diabete, discreta miopia e pronunciata obesità: però lui doveva apparire in perfetta forma e in una canuta bellezza, fatta di una folta e fluente chioma, barba lunga e ben curata nel taglio e nelle linee, guance di un roseo quasi infantile, sorriso Berlusconiano.
    Visivamente doveva richiamare alla memoria volti noti e rassicuranti, tipo: Ernest Hemingway o Kenny Rogers.
    Le befane invece venivano dipinte vestite come delle sciattone (tipo Tomas Milian- Er Monnezza o Mauro Corona) e soprattutto brutte.
    Beh proprio belle, considerando l’età, non erano; ma vestite bene, truccate e con qualche piccolo lifting avrebbero fatto comunque la loro porca figura.
    E in quanto a malattie, a parte qualche dolore articolare, erano messe senz’altro meglio di quel panzone pelle di daino di Babbo Natale.
    Per non parlare dei doni: lui portava il meglio che c’era sul mercato, e invece alla befana toccava portare il carbone.
    …Riuscì a consegnare l’ultima calza alle ore undici dell’Epifania.
    Il bambino aprì la calza e trovò solo carbone, allora alzò lo sguardo verso la befana e disse:
    -Ma allora è vero, come dice sempre il mio papà, che oltre a essere brutte voi befane siete anche stronze.
    La befana si fece di marmo, non permettendo a quelle parole d’offesa di penetrarle l’anima; dopo quel momento di fredda impassibilità, rivolgendosi al piccolo demone disse:
    -Ah, quasi dimenticavo: ti ho riportato a casa il cane.
     
     

  • 03 gennaio alle ore 11:02
    ALBERTO IL FINANZIERE

    Come comincia: Alberto Minazzo della sua gioventù ricordava solo gli ultimi avvenimenti della seconda guerra mondiale quando dalla natia Roma si era trasferito con la famiglia a Jesi in quel di Ancona. Suo padre Armando era stato nominato direttore di banca del Credito Jesino. Il papà non era stato richiamato sotto le armi in quanto invalido civile, aveva avuto amputata mezza gamba in seguito ad un incidente con la sua moto Guzzi. In seguito ai bombardamenti degli americani, non ancora alleati, Alberto con al seguito la madre Domenica Sciarra e le zie paterne Giovanna e Lidia si era trasferito a Santa Anastasia, frazione di Cingoli (Macerata) nell’abitazione dello zio Raffaele (Fefè) marito della zia paterna Elena (Lilli). In quella località non vi era la scuola media (si trovava a Cingoli distante quindici chilometri) e pertanto Alberto seguiva le orme di Michelaccio: ‘mangiava, beveva e andava a spasso.’ In una vicina grande abitazione erano giunti sfollati degli abitanti di Ancona, famiglie di pescatori che non sapevano far altro che il loro mestiere che ovviamente non era possibile esercitare in campagna. Unico loro sostegno le signore mogli, ancora piacenti che si guadagnavano il pane non col sudore della fronte ma con quello più remunerativo di ‘dar via la cocchia’ termine locale per indicare il sesso femminile. Figlia di una di queste era Alda Berti, dodicenne, che già da piccola aveva appresa l’ars amatoria dai compagni di scuola. Alberto stanco di fare il ‘falegname’ prese confidenza sino a dividere con la ragazza la sua stanza con piacevoli conseguenze per ambedue peraltro senza problemi, la baby non aveva avuto ancora le mestruazioni. Fine della guerra e della liaison, rientro a Jesi dove Alberto sedicenne riprese gli studi, fece comunella con un compagno di classe ma ebbe un incidente con la mamma di costui, la signora separata dal marito ed in assenza del figlio si era fatta trovare da Alberto deshabillé (sotto la vestaglia niente) con ovvia conseguenza da parte di un ‘ciccio’ arrapatissimo. Il paese è piccolo, la gente non solo mormora ma fa pettegolezzi ormai sulla bocca di tutti, Alberto fu esiliato a Roma a casa della zia materna Armida. La situazione piacque al giovane che superati gli esami di quinta ragioneria presentò domanda di arruolamento nella Guardia di Finanza. Risultando iscritto alla leva di Ancona ebbe la fortuna di ‘scansare’ la Scuola Alpina di Predazzo località freddissima e disagiata e di essere arruolato alla Scuola Allievi finanzieri di via XXI aprile a Roma. Di quel periodo ricordava in particolare modo la stupida cattiveria di alcuni istruttori che, a suo tempo loro stessi vessati, scaricavano il loro sciocco umorismo sugli allievi. Un esempio: “Chi di voi sa suonare il pianoforte?” Ai due allievi presentatisi sorridenti e felici sicuri di far bella figura: “Andate al pian terreno e trasportate il pianoforte a casa del Comandante al terzo piano!” Altra schifezze che Alberto aveva dovuto sopportare: sbucciare patate e pulire il cesso sulla cui porta un bel esprit aveva scritto: “Non dico nel centro ma almeno, figli di puttana cacate dentro!” Passati i primi venti giorni libera uscita per gli allievi che per prima cosa pensarono come poter sollazzare l’augello. Saputo che Alberto era romano lo pregarono si indicare loro dove fossero ubicati i casini (allora la senatrice Merlin non aveva ancora rotto i zebedei con la sua legge). Alberto divise i colleghi in vari gruppi ed a ciascun gruppo indicò una casa di tolleranza, lasciando per sé la migliore e più costosa dove alloggiavano le più belle  gnocche anche straniere, via Degli Avignonesi. Il soldi non erano per lui un problema, papà Armando ogni mese gli inviava diecimila lire sino alla consegna delle Fiamme Gialle, assegnazione ufficiale della qualifica di finanziere. In quella casa di tolleranza conobbe una ‘signorina’ fuori del comune: bellissima, altezza superiore alla media, viso da bambola, occhi mai visti oro grigio azzurro, francese di Nizza. La prenotò ed andò in camera di Gisele e: ”Mademoiselle je connais le français.” “Ed io l’italiano, siamo pari, quanto tempo vuoi stare con me, facciamo mezz’ora, mi piaci, voglio divertirmi anch’io.” Finito l’incontro’ ad Alberto sceso in sala la maîtress chiese la somma di cinquemila lire, prima di andar via rivolto a Gisele: “Mi piacerebbe rivederti ancora ma non ho tanti soldi…” “Vieni quando vuoi, ti sovvenzionerò io.” La relazione fra Alberto e la francese divenne impegnativa per entrambi, si erano scoperti innamorati, Gisele non volle mettere al corrente Alberto del motivo della sua entrata in un casino, Alberto non le  racconto le sue vicissitudini passate, seguirono il detto napoletano: ‘Scurdammoce ò passato’ Venne il giorno del trasferimento di Alberto alla Legione di Torino, avuta la notizia Gisele scoppiò a piangere. Alberto pensò di congedarsi e trovare un lavoro ma dato il tenore di vita della francese lei avrebbe voluto seguitare nella sua ‘professione’, Alberto non lo avrebbe accettato. Alla Stazione Termini sino all’ultimo sperò di rivederla… delusione, Gisele non si era presentata. Dal comando della Legione di Torino fu assegnato insieme a due colleghi marchigiani alla Brigata di Montecrestese in provincia di Novara. Giunsero di notte, furono accolti dal piantone Ambrogio Colombo classico milanese che dopo averli rifocillati indicò loro la camera dove dormire e sistemare i bagagli. I tre furono svegliati alle otto dal casermiere, dopo colazione si presentarono al comandante del reparto brigadiere Guglielmo Angeleri che, benché in età avanzata era stato assegnato a quella brigata di confine per conseguire il requisito di appartenenza a reparto disagiato, motivo: conseguire i requisiti per essere promosso al grado di maresciallo. Brigadiere anziano, moglie molto più giovane,  allorché il marito si allontanava dalla caserma per servizio la signora Sonia Adalberti faceva sollazzare la sua topina dai giovani dipendenti del consorte. “Che titolo di studio hai?” “Ragioneria.” “Bene mi aiuterai a fare  i conti da quelli del vitto sino  alle paghe, io ci capisco poco.” Le cose non andarono come desiderato dal brigadiere, tre finanzieri del dipendente distaccamento di Lago Matogno furono  trasferiti ad altro reparto, tre nuovi giunti dovettero rimpiazzarli. Alberto in compagnia di Sanzio Loretelli, vecchio del reparto e di Biagio Lupini seguì il vivandiere che con un mulo  si recava al distaccamento per rifornire di viveri i finanzieri. Durante il tragitto Sanzio, durante una sosta spiegò ad Alberto ed a Biagio il perché il comandante della Brigata fosse soprannominato ‘balle da vendere.’ Durante la visita ispettiva a Montecrestese del capitano Primo Pagnani comandante della Compagnia al pranzo erano presenti tutti i componenti del reparto esclusi due uomini di pattuglia. In sala mensa a capo tavola il capitano, a destra la signora Sonia, a sinistra il comandante del reparto, fra i finanzieri l’autista del capitano Santo Brecciaroli. Sonia mangiava in silenzio ed a testa bassa, il capitano le domandò: “Signora si sente bene?” “Mai stata tanto bene in vita mia!” Un sorrisetto aleggiò sul viso della maggior parte dei componenti il reparto.  Il capitano rivolto al brigadiere: “Ho notato che lei invia le pattuglie sempre più in alto, non sarebbe meglio fare dei posti di blocco in pianura?” Il buon Guglielmo forse in un momento di ira: “Balle da vendere, so io quello che faccio!” Il capitano non replicò ma il ‘balle da vendere’ restò come soprannome al brigadiere.  Alberto durante il tragitto sino al distaccamento era piuttosto stanco appesantito dallo zaino ed anche perché non allenato, domandò al vivandiere: “Quanto manca?” “Poco finanziere.”  Dopo ventisette chilometri il quartetto giunse finalmente dinanzi al reparto accolti da sottobrigadiere Gavino Pinna sardo di Alghero,  molto religioso che salutò i nuovi venuti con un “Sia lodato Gesù Cristo”, i tre gli risposero salutandolo militarmente, erano atei. I giorni passavano lenti, qualche giro di pattuglia ma il sabato sera le signorine baitane che custodivano le capre, (non le pecore lasciate libere di pascolare) erano invitate dai finanzieri a ‘ballare’ al suono di una radio a batterie, era il pretesto giustificativo per avere rapporti sessuali lontano dal distaccamento. Il sottobrigadiere fidanzato al suo paese non solo non partecipava ma condannava quei rapporti che lui non accettava prima del matrimonio, gli era stato inculcato il principio che i rapporti sessuali erano destinati al solo fine di procreare! Venne l’inverno. Quando liberi dal servizio i finanzieri giocavano a carte, si vestivano da donna o addirittura mettevano su uno spettacolo, in particolare: Sanzio  mentre scorreggiava spudoratamente senza mutande  avvicinava la fiamma del suo accendino al culo procurando una specie di fiammata. “Malaittu porcu” era il commento del sottobrigadiere. Alla radio GF 1 il comandante di brigata domandò: “Tobacco?” Era la frase convenzionale del brigadiere Angelieri per sapere se i militari del distaccamento avessero  eseguito un sequestro di sigarette. Alla risposta negativa del sottobrigadiere: “Bel sardagnolo, ti farò abbassare le note caratteristiche e potrai dare addio alla promozione, datti da fare, cazzo!” Alberto venne in aiuto al povero e affranto Gavino Pinna, contattata una baitana con cui era in ‘buoni rapporti’  si fece indicare giorno e  località in cui il suo fidanzato, cocu sarebbe transitato insieme a suoi colleghi con una bricolla di sigarette di contrabbando. “Brigadiere domani vorrei andare in pattuglia con Sanzio Locatelli e con Biagio Lupini, viveri per tre giorni, porteremo con noi anche i sacchi a pelo, spero di tornare col ‘tobacco’. Il sottobrigadiere lo abbracciò e pregò  la Madonna acché i tre suoi dipendenti portassero a buon fine l’agognato sequestro. La baitana amica di Alberto aveva ‘spiato’ la notizia con precisione, all’alba del terzo giorno in località Agarina Alberto e compagni intravidero tre figure con  indosso una bricolla, con la pistola spararono in aria vari colpi segnale in seguito al quale i contrabbandieri si disfecero del carico e fuggirono per non essere arrestati. Stavolta non andò così: due spalloni sparino in fretta mentre il terzo fu trovato dai finanzieri seduto su di un  masso. Alberto: “Non hai sentito i colpi di pistola, che pensavi fossimo dei cacciatori, ora dobbiamo arrestarti!” “Io sugno calabrisi…” Alberto: “Non mi frega di dove sei, prendi la bricolla e seguici in caserma.” A ‘Lago Matogno’ i tre più uno furono accolti con gridi di gioia ed abbracci come fossero dei giocatori di calcio dopo aver segnato un gol, il comandante di brigata fu informato del fermo. Dinanzi al focolare acceso, si era in inverno, il calabrese interpellato dal finanziere Luca Romeo, suo corregionale riferì in dialetto che con moglie e tre figlie era andato a far fortuna a Domodossola, non aveva trovato altro lavoro che quello di contrabbandiere.  Dichiarò solo i suoi nome e cognome: Giuseppe Morabito, non il luogo di residenza e  nemmeno quello dei suoi colleghi contrabbandieri. Alberto notò che Giuseppe, toltesi gli scarponi aveva i piedi bagnati, tremava dal freddo, era vestito troppo leggero per quel clima invernale, ebbe pietà, credette alla miseria del suo interlocutore, lo fece spogliare, gli consegnò una sua maglia, un paio di mutandoni di lana,  dei pantaloni, una camicia di flanella ed un paio di scarponi. Alberto, non  religioso,   da suo padre aveva appreso la carità per i più deboli, l’aveva messa in atto. Il Morabito ringraziò con gli occhi, si era commosso di tanta generosità. Al calabrese fu consegnato un sacco a pelo, doveva dormire per terra, tutti i letti erano occupati dai finanzieri. La mattina il Morabito era un altro, accettò un’abbondante colazione preparata dal casermiere, fece capire che era pronto ad andare in prigione. Il sottobrigadiere Pinna, consultati tutti i finanzieri presenti: “Caro il nostro calabrese sei libero, non dire a nessuno che non ti abbiamo arrestato, potremmo passare noi dei grossi guai.” Si intromise Alberto, si presentò e: “Vai a Domodossola dal mio collega e paesano  Gigi Gallozzi, digli che ti mando io e che ti trovi un lavoro dignitoso.” Giuseppe Morabito non riuscì a trattenere le lacrime, era stato trattato da  fratello, se lo sarebbe ricordato. Il Comandante della Legione di Torino, venuto a conoscenza del sequestro di T.L.E e che Alberto, uno dei componenti la pattuglia conosceva bene la lingua francese lo trasferì a Domodossola a prestare servizio sui treni internazionali. Libero dal servizio una sera Alberto si recò nella sala da ballo ‘Galletti’, pensava di rimorchiare qualche disponibile  domese, così si chiamano gli abitanti di quella città. Stranamente fu lui ad essere rimorchiato da una bruna niente male: “Lei non mi conosce, io l’ho riconosciuta tramite un racconto di mio padre, mi chiamo Rita Morabito. Tutta la mia famiglia le deve molto, tramite il suo collega Gallozzi mio padre è stato assunto come guardiano notturno in una fabbrica, io e le mie dure sorelle siamo impiegate come commesse in negozi di moda e di profumeria, non faccia quella faccia, il mio è un ringraziamento, se vuole possiamo ballare.” “Sconsigliato, in passato mi sono iscritto ad una scuola di danza, il titolare dopo due lezioni mi ha restituito la caparra, ‘il ballo non è per lei’, questo il suo giudizio. Sono sincero come mio solito, lei o meglio tu hai un effluvio molto piacevole, parlo non di un’acqua di colonia ma un profumo personale…” “Dilla tutta che vorresti fare?” “Non so chi dei due abbia di più la faccia tosta, cosa desidera un maschietto da una dama?” “Scopare caro, c’è solo un piccolo problema, nemmeno tanto piccolo, ho ventitre anni ma sono ancora vergine.” ”A me viene in mente una poesia goliardica che recita: “Noi siam le vergini dai candidi manti rotte di dietro ma sane davanti!” “Frase non valida per me, anche il posteriore è vergine come pure la bocca, altre domande?” “Scusa la mia volgarità, talvolta mi lascio trascinare, restiamo seduti al tavolo ad ascoltare la musica.” “Idea migliore, andiamo a casa mia, abito vicino alla tua caserma, mio padre è al lavoro, in casa troveremo mia madre Assunta e le mie due sorelle, potrai scegliere quella che più ti piace!” “Hai un senso dello humour molto particolare che non si pensavo albergasse in una ragazza del sud, andiamo a conoscere le altre femminucce di famiglia.” “Fai sfoggio di cultura, io ho la licenza classica, non ho potuto proseguire gli studi per difficoltà pecuniarie.” Entrati in casa Morabito la mamma in vestaglia: “Potevi anche avvisarmi che avevi un ospite!” “Mamma questo è Alberto il finanziere di cui ci ha parlato papà.” Assunta squadrò Alberto, dal suo sguardo parve essere soddisfatta, Alberto aveva salvato tutta la famiglia. “Caro ormai è tardi per andare a dormire in caserma, vieni nella mia stanza.” Aurora era stata esplicita, Alberto se pur un po’ meravigliato acconsentì, pensava che le meridionali fossero tutte delle puritane, aveva incontrato una eccezione. Dietro invito della ragazza andò in bagno per lavare i suoi ‘gioielli’, ‘ciccio’ ,sempre all’erta si alzò in tutta la sua magnificenza spaventando Aurora: “Spero sarai delicato…” Alberto fu delicato nei limiti del possibile, Aurora si dimostrò stoica, nessun lamento anzi:”Resta dentro…” “Non vorrei…” “Voglio io: qualora restassi incinta di un maschio gli imporrei il tuo nome col mio cognome.”  Alberto, prima di nascere era stato già battezzato. Alle sei mamma Assunta bussò alla porta della camera di Aurora: “Tuo padre sta per rientrare…” Alberto ancora insonnolito capì l’antifona, si vestì in fretta, baciò Aurora, salutò mamma Assunta e prese la via della caserma. “Cavolo, che ci fai in giro a quest’ora, non eri di servizio!” Il piantone stava dormendo. Alberto si ritirò in camera sua, notò gli slip sporchi di sangue, li avrebbe gettati nella mondezza, non voleva che la lavandaia gli facesse delle domande imbarazzanti. Era domenica, dormì sino all’ora di pranzo, lo stomaco stava reclamando. Chiese al cuoco altra  razione del primo.  il bolognese Silvano Roncaccioli gli preparò un altro piatto di tagliatelle doppio del primo e: “A capè ai ò  metter una pezza fiôl de busona!” Il lunedì successivo Alberto riprese il suo lavoro di controllo dei viaggiatori del treno che dalla svizzera Brig porta a Domodossola tramite il tunnel del Sempione. Solitamente cercava di rimorchiare qualche dame ou mademoiselle, stavolta il suo pensiero era rivolto solo ad Aurora, la ragazza l’aveva stregato, una sensazione o meglio un sentimento nuovo. Alberto comprese che non era il caso di recarsi a casa di Aurora o nel negozio dove esercitava la professione di commessa, sarebbe stato irrazionale. Ogni sabato si recava al ‘Galletti’, ovviamente niente ballo, si rifugiava in un tavolino lontano dall’orchestra e si sorbiva una bibita. Gigi Gallozzi lo incontrò in caserma e rimase basito dall’atteggiamento di Alberto, non era più il solito  ‘caciarone’, comprese la situazione dell’ amico e: “Arbè, er monno è pieno dè fica, lassa perde la calabrese se voi….” Alberto lo ringraziò: “Sei un amico, me la caverò da solo.” La sua presenza al ‘Galletti’ ebbe delle conseguenze positive. Verso le ventidue di un sabato stava per ritornare in caserma quando: “Scusi signore, i tavoli sono tutti occupati mi può ospitare?” “Bien sure mademoisele.” “Mi capita un francese…” “No sono italiano, ero in  sovrappensiero.” “Sono Flora Lucio del Priore, lieta.” “Il suo cognome mi fa pensare che qualche suo antenato sia stato così chiamato da qualche prete che, per lasciargli un marchio indelebile di N.N. lo abbia battezzato col quel cognome.” “Cavolo nessuno me l’aveva detto prima, lei è un insegnante?” “No, un finanziere.” “Non ho un bel ricordo dei suoi colleghi, lavoro a Briga, un pomeriggio avevo con me dieci pacchetti di sigarette Turmac, un suo collega, in verità un po’ effeminato mi ha accompagnata in Dogana e me le ha fatte sequestrare, devo pagare una multa salata…” “Domattina incontrerò quel brigadiere, si chiama Beniamino Barbieri soprannominato B.B., il perché l’ha capito da sola, vedrò quello che posso fare…mi piacerebbe invitarla a ballare ma in quel campo sono un  orso, ci sarebbero in ballo le sue scarpe ed anche i suoi piedi, se le va resti con me al tavolo, ho bisogno di distrarmi.” “Posso fare un’ipotesi, forse il cuore?” “Ha indovinato,  mai accaduto prima:” “Le cito un proverbio che si addice al suo caso:’ chiodo scaccia chiodo.” “Se il chiodo fosse lei…” Era il chiodo giusto, la liaison con Flora ebbe un seguito sino a quando Alberto vinse il concorso e si recò ad Ostia per frequentare la Scuola Sottufficiali ma questa è un’altra storia.

  • Come comincia: Il Grand Prix de l'Arc de Triomphe, nato nel 1920, (la prima edizione arrise a Comrade, cavallo inglese di tre anni) è il gioiello più prezioso dell'ippica francese. Si disputa la prima domenica di ottobre (mancò l'appuntamento soltanto nel biennio 1939-40, per ovvi motivi legati al secondo conflitto mondiale) nell'ippodromo parigino di Longchamp, tempio del galoppo transalpino e mondiale. L'Arc e questo ippodromo, il suo ippodromo, sono legati a filo doppio, l'uno senza l'altro non sarebbero la stessa cosa: entrambi infatti rappresentano monumenti alla "grandeur" francese (la corsa fu ideata per celebrare la vittoria della Francia nella "grande guerra"), ed entrambi hanno accompagnato lo sviluppo e la trasformazione dell'ippica francese; entrambi, infine, rappresentano la più concreta risposta della Francia al predominio britannico in Europa. Longchamp venne costruito nel 1857, su un progetto dell'architetto Antoine-Nicolas Bailly, nella parte sud-occidentale del Bois-de-Boulogne nel luogo in cui precedentemente era sorta una abbazia di clarisse fondata nel 1260 e demolita dopo la sua soppressione nel 1790. Venne inaugurato da Napoleone III° e dalla sua consorte Eugenia. Subì danni notevoli nel 1870 (durante la guerra franco-prussiana) e nel corso della prima guerra mondiale. Nel 1966 fu ricostruito in toto con tecniche ardimentose come l'avanzamento su binari delle nuove strutture mentre si abbattevano quelle vecchie. Al termine del "maquillage" che durò cinque mesi e nel corso dei quali, con l'intervento di ben seicentocinquanta operai, vennero trasportate circa diciottomila tonnellate di materiale, l'impianto potè vantarsi di essere, a giusta ragione direi, il più efficiente e moderno d'Europa. Le tribune potevano contenere quindicimila persone, tutte al coperto: sul suo prato invece, nei convegni più importanti (ad esempio, durante il Gran Prix de Paris in giugno) ne prendevano posto anche più di centomila. Nel 2016, il vecchio ippodromo ha chiuso i battenti per due anni (l'Arc si disputò ugualmente nell'ippodromo di Chantilly, lo stesso che ospita - in maggio - il Derby francese), così subendo un totale rimodernamento. Un progetto arabo, portato a termine dall'architetto Dominique Perrault, ne ha completamente cambiato il volto. Dal 2018 (ha riaperto i battenti l'otto di aprile) si chiama Paris Longchamp: la nuova tribuna della Defense dispone di ben cinque piani con terrazzo, box e ristorante di duecentocinquanta posti annessi. L'odierno sponsor della corsa parigina (lo sarà, per contratto, sino al 2022) è il QREC (Qatar Racing and Equestrian Club), mentre il montepremi attuale, salito alla stratosferica cifra di cinque milioni di euro, non ha eguali al mondo. Sfogliando il libro d'oro dell'Arc si possono scoprire notizie interessanti, estrapolare dati di rilevante importanza tecnico-statistica ma anche di natura storica. Il primo vincitore, come sopra scritto, fu Comrade, maschio di tre anni e figlio di Bachelor's Double e Sourabaga. Quel giorno fu montato dal jockey australiano Frank Bullock il quale trionferà a Longchamp anche nel'22, portando al secondo successo Ksar, e si impose in 2'39 di una corta lunghezza su King's Cross e Pieurs. Allenato dal trainer inglese Peter Purcell Gilpin e di proprietà del francese Evremond de Sant Alary (la sua scuderia trionferà ancora nell'Arc, nel 1935, con Samos, montato da Wally Sabbritt), questo cavallo vanta una 
    curiosa storia ed alquanto singolare, oltre che un palmarès di qualità: tre vittorie su cinque corse disputate in carriera (nell'anno del successo nell'Arc vinse pure il prestigioso Gran Prix de Paris, gruppo uno sui tremila metri in giugno, a Longchamp e le Queen Anne Stakes ad Ascot, gruppo due sulla distanza dei millecinquecentosessanta, in ottobre; infine, si piazzò dietro al connazionale Orpheus nelle altrettanto "classiche" Champion Stakes, corsa di gruppo due sui duemilaundici a Newmarket). Era stato acquistato quasi casualmente da yearling (età di un anno), dal suo futuro trainer, quand'era di proprietà del banchiere inglese di bavaresi origini Ludwig Neumann (morirà a Touquet, nel'34, cadendo accidentalmente dal balcone della sua stanza d'albergo!), per una cifra abbastanza modesta e quasi...simbolica (poco più di venticinque ghinee) alle annuali aste di Newmarket: in caso contrario, ossia se nessuno avesse fatto un'offerta, sarebbe stato rispedito indietro al mittente. In seguito venne rivenduto al nuovo proprietario francese di cui sopra, col quale trionfò a Parigi. Il primatista, in fatto di successi, tra i jockeys, è l'italiano Frankie Dettori il quale ha tagliato da vincitore il nastro d'arrivo dell'Arc per ben sei volte, di cui due di seguito: Lammtarra (1995), Sakhee (2001), Marienbard (2002),  Golden Horn (2015), Enable (2017, 2018). A distanza inseguono in sei con quattro successi: l'inglese Pat Eddery e ben cinque transalpini: Freddie Head, Jako Doyasbère, Thierry Jarnet, Olivier Peslier e Yves Saint-Martin il quale è da molti considerato il fantino francese più forte di sempre. Nato ad Agen (Lot-et-Garonne) nel 1941, ottenne in carriera (calcò i turf del mondo intero dal 1955 all'87) la bellezza di 3314 successi di cui ben 119 in corse di gruppo uno. Fu allenato da due trainers soltanto: François Mathet (dal 1955 al 1970) e Daniel Wildenstein (1971-1977). Nel suo palmarès incredibile figurano successi e riconoscimenti ottenuti su ogni ippodromo del mondo; quindici volte campione del Jockey Club francese o Cravache d'Or (premio al fantino più vittorioso in stagione), Cavalierato della Legion d'onore, Prix "Claude Foussier" de l'Academie français des Sports per servigi resi allo sport ippico, trentacinque classiche francesi, escluso il poker di successi nell'Arc (nove Prix du Jockey Club o Derby, cinque Poul d'Essai des Poulains, quattro Gran Prix de Paris, sette Poul d'Essai des Poulishes, cinque Prix de Diane, cinque Prix de Vermeire); sette classiche inglesi: Derby del 1963 in groppa a Relko, due Oaks (Monade, 1962, Pauwneese, 1976), due 1000 Ghinee (Altesse Royale, 1971, Flying Water, 1976), un 2000 Ghinee (Nonoalco, 1974) e un St. Leger (Crow, 1976); l'Irish Derby del 1974 al Curragh, con English Prince; cinque gruppi uno negli States e Canada: Breeder's Turf e Mile, Hollywood Derby, Washington  D. C. International a Laurel Park, nel Maryland ed E. P. Taylor Stakes al Woodbine Racetrack di Toronto. Il giornalista inglese Nick Higgins, uno dei massimi esperti mondiali di galoppo, nella sua "Top Jockeys of All-Times List" (graduatoria dei più forti fantini di sempre), apparsa su Jockeys Room.com lo inserisce al 19°posto.

  • 30 dicembre 2020 alle ore 14:08
    Natale Rosso Sangue

    Come comincia: E' solitaria la stazione di Crema. Non solo è molto presto, ma è anche la vigilia di  Natale. Giulia ha ricevuto una telefonata urgente e visto che la macchina ha improvvisamente deciso di non partire e di lasciarla appiedata, ha dovuto ricorrere al treno. Non possiede il biglietto ovviamente, ma spiegherà tutto al capostazione sperando di trovarne uno comprensivo. La nebbia, che per il novanta per cento del tempo "allieta" gli inverni della pianura padana, è così fitta che sembra di aver davanti un muro, non si riescono a vedere le piante al di là dell'unico binario, si sente solo il fruscio delle foglie al vento e tutto sembra irrealeGiulia, una ragazza alta, vestita in modo sportivo, si sistema la sciarpa con fare aggraziato: c'è molta umidità che sente penetrare nelle ossa e non vede l'ora che arrivi il treno per poter salire. 
    Pensa al calduccio del suo appartamentino e agli scatoloni delle decorazioni natalizie sparsi sul pavimento del soggiorno che aveva tolto dall’armadio. In un primo momento aveva deciso di non fare nulla, perché non voleva niente che le ricordasse i Natali passati con la sua famiglia. Poi chissà perché, ha cambiato idea.
    I suoi genitori erano morti in un incidente stradale esattamente una settimana prima del Natale dello scorso anno. 
    La mamma aveva preparato il presepio in un angolo del soggiorno durante la festa dell’Immacolata, come al solito.
    Prima lo preparava sul piano della credenza, ma le piaceva costruire casette nuove, che si andavano a sommare alle precedenti, per cui nel corso degli anni non ci stava più. Ricorda come si divertiva la sua mamma a segare i pezzi di legno che servivano a costruire le varie casette, e a quando intanto che le colorava cantava, lei che era stonata come una campana, e suo padre che si tappava le orecchie per non sentirla: quanto amore aveva sempre letto negli occhi dei suoi genitori e, se il dolore della loro perdita era stato immenso, ringraziava Dio che almeno se ne fossero andati insieme.
    Da lontano il fischio, i fari che penetrano la nebbia e finalmente il treno si ferma in stazione. E vuoto. Solo una ragazza, vestita molto dimessamente, si trova su un  sedile accanto al finestrino. Giulia decide di sedersi di fronte a lei. 
    La ragazza guarda fuori con un'espressione assente, è minuta, molto pallida e sembra anche spaventata. 
    - Ciao… io mi chiamo Giulia e tu? 
    - Stella… un nome luminoso come la stella cometa che si mette sulla capannina. 
    - Io mi chiamo Giulia.
    Giulia è abituata a parlare con le persone, ma questa volta si sente molto a disagio e non riesce a comprendere il perchè: il suo istinto le fa intuire che la ragazza è turbata per qualcosa.
    - Scusa se mi intrometto, ma ti senti bene? 
    - No non mi sento per niente bene… mi sento molto stanca e abbattuta.
    -Posso chiederti perché se non sono indiscreta? 
    - Ieri ho litigato con Cesare… che è l'uomo che amo. 
    - Capita anche a me di litigare con il mio compagno, ma poi tutto si chiarisce e si risolve, stai tranquilla.
    - Lui è tanto bello, sempre elegante… intelligente e sa quello che vuole… non come me… me lo dice sempre lui… vedi la mia è una situazione strana, nessuno sa della nostra relazione perchè lui è sposato e non vuole divorziare per i figli… io all'inizio avevo accettato tutto pur di averlo… adesso però comincia a pesarmi e ieri sera gliel'ho detto.
    - E lui? - Chiede Giulia e intanto pensa che la definizione più esatta per descrivere quell’uomo sia arrogante e non intelligente.
    - Come al solito si è messo a brontolare e a urlare… mi ha anche dato uno spintone… sono caduta per terra e ho picchiato la testa contro lo spigolo del cassettone.
    - Spero che tu abbia fatto la denuncia.
    - Noooooooo…  non è possibile, non posso… tutto deve rimanere segreto, figurati che non ha mai voluto farsi fotografare con me… io però di nascosto con l'autoscatto sono riuscita a fare una foto di noi due insieme mentre sul divano guardavamo la televisione… la foto è conservata in una scrivania che apparteneva alla mia nonna… il ripiano del cassetto nasconde uno scompartimento segreto ed è lì che la tengo… insieme ai soldi e ad altre cose di valore… mamma mia, se lui lo sapesse me la farebbe buttare via subito!
    E' vero che Giulia per il suo lavoro è abituata a sentirne di tutti i colori, ma questa storia le sembra tanto strana e poi perchè una ragazza deve raccontare tutto ad una sconosciuta. Addirittura svelare il segreto della scrivania, mah… e quanto gesticolare con le mani mentre parla, con la testa che si muove in continuazione come se avesse paura di vedere entrare qualcuno.
    - Hai provveduto a curare la ferita? Mi sembra di non vedere nulla.
    - La ferita sulla testa? No… no… tanto sangue… tanto... poi il bisturi l’ha messo dentro nella punta color rosso che ho messo in cima all’albero di natale. 
    - Ma che stai dicendo? Che centra il sangue, il bisturi e la punta dell’albero?
    - Scusa… non so neanche io cosa sto dicendo… forse sarà la botta.
    Ormai il treno è arrivato alla stazione e Giulia deve scendere.
    - Ascolta... mi prometti che andrai in ospedale per un controllo?
    - Si Sì… te lo prometto… e tu aiuterai me, vero? 
    - Se hai bisogno senz'altro… guarda, ti lascio il mio biglietto. Puoi metterti in contatto con me in qualsiasi momento ritieni opportuno… ok? 
    - Non avrò bisogno di mettermi in contatto io… sarai tu che mi troverai…
    Giulia la saluta, scende dal treno e si avvia verso l'uscita. Fuori ad attenderla, l’appuntato Angelo Fugazza che tira in dietro la pancia in un ultimo tentativo di abbottonare la divisa. “Dal 7 gennaio a dieta” si ripromette tra i denti, fumando una sigaretta.
    -Buongiorno Dottoressa, ma che faccia ha. Non ha dormito stanotte? Sa pol mia che an bel Magistrato cuma le, i la fa laurà a po ala vigilia da Nedal. - le dice mentre apre la portiera per farla salire mentre con il piede spegne la sigaretta.
    Giulia sorride. Tante volte gli ha detto che non deve parlare in dialetto sul luogo di lavoro, ma come al solito una battuta gli sfugge sempre.
    - Scusa Angelo, ma sono un pò frastornata per un incontro sul treno. Certo che al mondo esistono personaggi molto molto strani... comunque dimmi tutto dai.
    - Dottoressa, come le hanno già detto il fattaccio è successo in via Cavour. Non sto a descriverle lo scenario perchè lo vedrà lei, ma l'è an disastro, an rebelot!!!!
    Come al solito Giulia non fa domande, preferisce arrivare sulla scena del crimine sapendo poco o nulla perchè vuole vedere con i proprio occhi e non con quelli degli altri.
    Il condominio dove si trova l'appartamento è signorile e ben tenuto, senza però essere di lusso. Fuori la solita folla di curiosi e giornalisti di testate e di varie televisioni. L'ingresso dell'appartamento sembra in ordine; il soggiorno invece è un caos: tanto sangue sulle pareti, sui mobili, perfino sull’albero di Natale.
    La vittima giace sul pavimento e il medico legale, un uomo con la barba lunga e gli occhiali spessi, sta ultimando i suoi rilevamenti con molta scrupolosità.
    - Ciao Giulia, hai visto che disastro?
    - Ciao Massimo… vedo…  come è successo? 
    - Qui in questo punto della testa lo vedi? C’è un taglio, ma non è questa la causa della morte. 
    Massimo si alza e con il dito fa notare a Giulia lo spigolo del cassettone che è sporco di sangue.
    - Presumo che sia stata spinta, cadendo ha picchiato la testa contro lo spigolo e poi l’assassino  le ha inciso la giugulare. Praticamente è morta dissanguata… Ehi, ma mi stai ascoltando?
    Giulia è molto turbata… per terra c'è la ragazza del treno.
    - Massimo scusami… ma  la morte a quando risale? 
    - Potrò essere più  preciso dopo l'autopsia, però  posso già dirti tra le 20 e le 4 circa di stanotte.
    - Non è possibile!
    - Come non è possibile? dice Massimo fissandola con uno sguardo basito.
    Giulia non risponde, si guarda freneticamente intorno e il suo sguardo si ferma su una scrivania. Si infila i guanti di lattice, si avvicina, apre il cassetto sotto lo sguardo attonito dell'appuntato e del medico legale non abituati a vederla così: di solito sul lavoro è molto fredda, quasi glaciale, calma e precisa. 
    Come aveva detto la ragazza sul treno, il cassetto nasconde uno scompartimento segreto e Giulia vede subito la foto. 
    - Angelo, prendi immediatamente la punta rossa che è sull’albero di Natale.
    -Ma Duturesa.
    - Fai come ti dico!!!!!! 
    Mentre Angelo, sbuffando senza farsi sentire, va in cucina a prendere una sedia, Giulia cammina avanti e indietro inquieta. Ad un certo momento le sembra di avere un’allucinazione: accanto a lei c’è la ragazza del treno che le sorride e le manda un bacio. 
    Il rumore della sedia che Angelo appoggia accanto all’albero per salire ad afferrare la punta la riporta alla realtà.
    - Dammela subito.
    L’appoggia con delicatezza sul tavolo, chiede a Massimo una pinza e lentamente la introduce nella cavità.
    Sente che c’è qualcosa dentro e cerca di farlo uscire… se lo aspettava, ma rimane ugualmente senza parole.
    La pinza ha afferrato una busta di plastica che contiene un bisturi insanguinato.

  • 26 dicembre 2020 alle ore 16:48
    Il Natale "diverso"

    Come comincia: (C'è sempre la possibilità di vedere ogni faccia del diamante che è la Vita)

    Nelle strade quasi solitarie, sparute figure di coppiette e famigliole illuminate dal riverbero delle luminarie: gocce di luce appese a delicati fili stesi fra un palazzo e l'altro. L'ombra sugli asfalti a disegnare magiche teorie che tanto richiamano un antico percorso di millenni di passi e di occhi, tutti protesi a Camminare di più, a Vedere di più.

    I miei, di passi, risuonano il ritmo del piede calzato in comode scarpe rosse, ne miro il colore cangiante nell’ondeggio di punta tacco punta tacco. l’animo è sempre bambino, l’incanto è il suo vademecum.

    Punta tacco punta tacco la strada semivuota resta alle mie spalle, dinnanzi altre luminarie, altre figure oscillanti fra luci e riflessi.

    Una vettura della Polizia nella stretta stradina del centro rasenta il mio cappotto, all’interno due militari dallo sguardo stanco e dal viso coperto dalla mascherina chirurgica, pure vedo rivolto a me, il sorriso unito al segno di saluto sparso con la mano; un sorriso negli occhi e nel palmo della mano e fra la mascherina che dischiude le sue piegoline.

    Da una finestra illuminata fugge il riso di qualcuno, è argentino, pieno, è gioia. Altre luci continuano ad allagare la piazza; sono davanti al Duomo. Tre giovani militari chiacchierano davanti al portone laterale, quello per “solo entrata”, si scostano per farmi passare. Non ho pensiero alcuno o forse un rsquo;impercettibile senso di controllo, o forse no, forse mi sento rassicurata dalla loro presenza. Penso piuttosto: così giovani, così teneri, fra loro la collega minuta e dai capelli raccolti in una gioiosa coda che spunta dal berretto. Penso ai miei nipoti, avranno la stessa età…

    Sono distratta da codeste considerazioni mentre mi avvicino all’uscio, quasi pronta a tendere il braccio per aprirlo, e… “Buon Natale signora!” Buon Natale signora, echeggiano gli altri due dopo il primo… “Buon Natale ragazzi” rispondo nel mentre il sorriso mi apre il cuore e incontra il loro viso dagli occhi seri e teneri. Torna il sorriso di occhi, mani e mascherina dei poliziotti di pattuglia, e s’incontra con il mio che gorgheggia nel cuore. È un Natale diverso, sì, è diverso. Ho incontrato umanità differente dagli scorsi anni, non ho rivisto occhi sgranati di stanchezza e stress natalizio, e nemmeno ne ho visti sgranati di paura; di seria preoccupazione sì, la seria preoccupazione l’ho vista in tutti, in me e perfino nelle cose inanimate. È un Natale diverso, mostra un volto tutto nuovo, mostra i doni con cui siamo nati e rimasti nascosti per secoli nei vortici del dna: quelle capacità di acconsentire a situazioni negative di sviluppare l’attenzione a quanto di meglio, da esse, si può trarre. Senza soccombere, senza annaspare. Senza affogarci dentro.

    Questo Natale mostra la paura e la via per alchimizzarla, e rendere Vita Nuova a tutto quanto non è nel proprio potere combattere. Le strade sono state mostrate, tocca all’Umano scegliere se fermarsi o camminare…

    Io cammino, non posso fermarmi, non mi sono mai fermata davanti ai mostri della vita; come ora, li ho guardati, mi sono misurata riconoscendo la mia impotenza, ho alchimizzato la paura in un’altra potenza: consapevolezza. Morire in attesa di morire? O vivere senza attendere?

    Quel domani, che non è in mio potere dirigere, verrà forse o forse no. Intanto oggi vivo e m’inonda il sorriso di quei militari che, come me, sono impotenti davanti al domani. Vivo e mi lascio penetrare dall’attimo che mostra luminarie e figure stagliate e moventi fra luci e riflessi, ascolto il suono dei passi miei e di altri, m’incanto nel gioco del vento fra le stelle filanti, m’illumino nell’udire una risata dietro una finestra: là oltre i vetri c’è una famiglia riunita o forse una famiglia dimezzata dalle misure sanitarie, o forse solo una coppia di sposi, non importa chi c’è là dietro; forse qualcuno come me consapevole che morire in attesa di morire non è degno di definirsi Vita. Comunque sia. Comunque sia è vita e va vissuta prima di morire.

  • 19 dicembre 2020 alle ore 17:48
    UNA CUCKQUEAN

    Come comincia: L’Apollo, a Messina, era uno dei pochi cinematografi ancora in funzione, molti altri per cause varie non ultimo il Coronavirus avevano chiuso i battenti, la loro apertura non era più remunerativa. Goffredo era seduto in galleria in un posto vicino alla balaustra, stava più comodo poggiando piedi sul muretto, si era stravaccato. Entrando nella hall del cinema non aveva nemmeno guardato che film ci fosse in programmazione. Quella  decisione era scaturita dal fatto di aver ancora una volta litigato con Gloria sua compagna sia di classe (terzo liceo classico) che nella vita, avevano rapporti intimi già dalla quinta ginnasiale. Un futile motivo alla base della lite, il problema di fondo era che ambedue avevano un  carattere volitivo o, per meglio dire intransigente e non cedevano mai dai propri punti di vista. Avevano provato a lasciarsi varie volte ma poi, con le solite promesse di amore eterno si erano riappacificati ma in seguito tutto era finito in ‘gloria’, forse questa era la volta buona per andare ognuno per la propria strada. Goffredo era nato monello nel senso che spesso riusciva a dileggiare i più grandi, professori compresi e, benché preparato nelle materie scolastiche in condotta aveva spesso riportato un  sei con la conseguenza di dover ripetere tutte le materie ad ottobre. Il giovane viveva a Messina con la madre Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) figlia di un proprietario di edifici in città e di terre coltivabili  a Cesarò. Del padre Alfredo conosceva solo il nome, il cotale era sparito da casa quando Goffredo era giovanissimo, nessuno in famiglia parlava di lui. Quel suo carattere spigoloso di Goffredo forse era dovuto alla mancanza della figura paterna o forse l’aveva ereditato proprio dallo sconosciuto padre. Il giovane con madre e nonna Maria abitavano in una casa vicino al mare in frazione Torre Faro. Gof. frequentava il liceo ‘Maurolico’ in corso Cavour. Raggiungeva l’istituto con lo scooter Aprilia Dorsoduro  in caso di bel tempo, con la vetturetta Casalini M 14 allorché pioveva. Mentre era al cinema Apollo gli venne in mente una sua ‘monelleria’ effettuata al cinema ‘Savoia’ due anni prima. Fatto il biglietto per la galleria non aveva trovato posto a sedere, non la prese bene, si vendicò (che c’era poi da vendicarsi…) svuotando una bottiglietta di birra sugli spettatori della platea per poi scappare dal locale a gambe levate. Il fatto fu riportato da un giornale locale il cui un redattore, bell’esprit intitolò: “Birra gratis al Savoia’. Alla fine del primo tempo si accesero le luci, Goffredo vide nella poltrona accanto alla sua una signora piacente di viso e dal corpo da modella, vicino a lei altra dama piuttosto mascolina anche per i capelli a spazzola ed un viso che sembrava  scolpito nella roccia. Dopo metà del secondo tempo le due dame uscirono dal locale, Goffredo non trovò alcuna scusa per seguirle, rimase al suo posto ma la curiosità gli era rimasta. Fine del film, Goffredo prese l’impermeabile che aveva riposto fra la sua sedia e quella della vicina signora, lo indossò e nel mettere le mani in tasca si accorse che c’era un biglietto da visita con scritto ‘Centro Estetico Sole e Luna  -  via Consolare Pompea 69’. Un chiaro invito della signora viciniora al cine, si ripropose di andarci. Preso dallo studio il giovane non pensò più a quell’episodio sino a quando un giorno la nonna Maria, religiosissima gli si presentò col biglietto da visita in mano: “Adesso frequenti pure istituti di bellezza, lo sai che sono solo una copertura, ci troverai solo ragazze poco perbene, per me sei stato solo una delusione, il tuo nome vuol dire protetto da Dio, mi sa che Dio si sia scordato di te, hai sempre violato la morale, hai calpestato tutte le norme di madre Chiesa, hai sbeffeggiato i suoi sani principi, alla fine della vita ti troverai in una landa desolata!” “Cara nonna sei rimasta indietro di anni, le sacre scritture che tu ami tanto sono state oggetto di revisione, è risultato che Mosè quando andò sul Sinai per ricevere i dieci comandamenti era completamente drogato…” Nonna Maria si allontanò sconsolata, proprio a lei doveva capitare un nipote senza Dio! Mamma Mecuccia non si intrometteva mai nella vita del figlio, non era religiosa, aveva qualche peccatuccio sulla coscienza, si era fatta un amante toy boy. Era d’estate, Goffredo una mattina con la vetturetta si recò in via Consolare Pompea, si fermò dinanzi al numero 69, suonò una campanella esterna, aprì il portone una ragazza in camice bianco: “Signore buongiorno, penso che si sia sbagliato, questo è un istituto di bellezza per sole donne.” “Una signora m’ha consegnato questo biglietto da visita…” Si accomodi.” “La baby si allontanò e poco dopo: “Sono Hedone, la ricordo, ci siamo incontrati al cinema Apollo, la prego di ritornare dopo le tredici.” “Ho un’idea migliore, che ne dice di incontrarci al ristorante Kaleidos’ che ho visto lungo la strada.” “Accettato, io e Nerina verremo appena finito il lavoro.” Alle dodici e trenta Goffredo entrò nel ristorante che si stava riempendo di clienti. Si avvicinò un signore distinto ed elegante dal forte accento straniero: “Sono Zeno il titolare del locale, è solo?” “Aspetto due signore. “Dopo mezz’ora entrata di Hedone e di Nerina, salutarono affettuosamente il padrone del locale che già conoscevano, Goffredo si era alzato e le aspettò al tavolo. Nerina: “Lei sembra molto giovane…” “Ho trent’anni, ne dimostro dieci di meno.” “Lei è un bugiardo matricolato, meglio così, i timidi non ci piacciono! Zeno conosce i nostri gusti.” Infatti dopo un quarto d’ora comparve un cameriere con un carrello, un ben di dio.  Nerina: “Non le dico buon appetito che non è più di moda ma vedrà che apprezzerà il cibo greco.” Previsione avverata tutto buonissimo, Goff fece onore alle cibarie elleniche, solo il caffè era un espresso italiano.  Nerina era la più chiacchierona: “Ti do del tu, non far caso al cattivo umore di Zeno, è omosessuale, è scappato da Atene perché il suo amante gli ha rubato quasi tutto il suo patrimonio, si è confidato con noi, lo abbiamo conosciuto a fondo, è un gentiluomo.” Alla fine del pasto Zeno si presentò al tavolo dei tre: “Permettetemi di offrirvi il pranzo  in onore del signore che vedo per la prima volta e che spero di rivedere quanto prima.” Appena usciti Nerina: “ Caro Goffredo piaci anche agli omo, vedo che rimiri Hedone, se lei non parla vuol dire che…” “Che ne dici di farti i fattarelli tuoi…” “Mi accorgo che ci ho azzeccato, io vengo con te in quella scatoletta di auto, Hedone verrà a casa nostra con la nostra mini.” Il piano superiore dell’istituto di bellezza era la magione delle due dame, arredata con gusto con mobili moderni, il salone poi era un bijou. Hedone mise sull’apparecchio un CD brasiliano indiavolato, invitò a ballare Goffredo che si dimostrò all’altezza, maestra era stata per lui Gloria che era portata sia nella danza che a letto. Dopo un  po’ Goff rivolto ad Hedone: “Mi sono stancato, vorrei riposarmi su di un morbido letto.” Solita Nerina: “Dillo chiaro che ti vuoi scopare Hedone!” Un’ira funesta si stava abbattendo sulla malcapitata che prese una fuga rifugiandosi dentro una toilette e chiudendosi dentro. La chiacchierona ci aveva azzeccato, Hedone condusse Goffredo in camera sua, passaggio in bagno e poi su di un  letto matrimoniale con lenzuola che profumavano di violetta. Goffredo partì all’attacco, prima in bocca un bacio lungo, passaggio sulle tette ed infine sul clitoride piccolino fra pochi peli biondi. Hedone ebbe un orgasmo quasi silenzioso come sua natura, solo al secondo orgasmo si lasciò andare alla grande, all’immissione penis cominciò a tremare tutta, il giovane amante si era dimostrato più che all’altezza. Era quasi sera quando: “Belli di zia, ho visto tutto mi sa che dovrò farmi anch’io il bel Goff anche se preferisco le femminucce, caro amico sono una cuckquean!
     

  • Come comincia:                                                 = Introduzione =
    Sul finire degli anni novanta dello scorso secolo cominciai a prendere appunti su fantini, cavalli e storie legate al mondo delle corse di galoppo. Alla fine del decennio precedente avevo cominciato ad interessarmi a quello sport, a quel mondo e alle sue storie seguendo avvenimenti su quotidiani e riviste, in tivù o nelle sale corse, dove attraverso vari circuiti televisivi privati e network a circuito chiuso venivano sovente irradiate immagini in diretta di corse importanti come, ad esempio, il Derby inglese di Epsom o l'Arc de Triomphe in Francia. Pur essendo appassionato di sport sin da ragazzino, fino ad allora avevo sempre visto con occhio sospettoso e con circospezione quella branca sportiva, ritenendola - a torto - di difficile comprensione. Una cosa ed un mondo a sé stante, sembravano per me, quasi inavvicinabile...una nicchia incomprensibile a tutti quelli che come il sottoscritto non fossero degli addetti ai lavori o  avvezzi alle scommesse; qualcosa per pochi intimi o aficionados e poco più (molti infatti la ritengono un settore di esclusivo interesse di scommettitori incalliti, miliardari o nobili: a misura fatta per i loro interessi, appunto!). E' invero cosa sicura, tuttavia, direi quasi del tutto matematica (o matematicamente esatta), che l'ippica - e le corse di cavalli in genere - possano apparire a volte un tantino noiose mentre cifre e statistiche siano del tutto indigeste talora - e per i più - trasformandosi spesso in un vero e proprio ginepraio in cui è difficile muoversi e districarsi ed altrettanto facile - al contempo - perdersi. Tuttavia essa (soprattutto il galoppo, per quel che più mi tange) riveste un fascino particolare, quasi inspiegabile, e quando la scopri o meglio impari a conoscerla e intendi che è così, allora non puoi più fare a meno di amarla. A dire il vero, però, ho amato, sin dall'infanzia, quegli animali a quattro zampe bellissimi nonché affascinanti che rispondono al nome di cavalli: molti li ritengono - ingiustamente - scarsamente intelligenti se no addirittura stupidi ma non è affatto così; al contrario invece essi sono intelligenti parecchio (molto spesso lo sono più dell'uomo, degli uomini e degli esseri umani tutti insieme!) e sensibili come pochi. Sono, in buona sorte e sostanza degli "spiriti liberi", dotati di un certo quid di selvaggio ma anche pieni di grazia e dolcezza, davvero qualcosa di...speciale! Tornando a quanto sopra scritto, debbo dire che il progetto era quello - tanti anni fa - di dare alla luce una serie di articoli (lunghi, monografici, col taglio a metà tra cronaca e storia da una parte e aneddotica, curiosità, statistica e quant'altro dall'altra) sulle grandi corse nel mondo, ovvero quelle che hanno fatto e segnato la storia del galoppo nel corso del tempo, dagli albori ai nostri giorni:  le corse più importanti, insomma, e prestigiose, in quei paesi dove esso è la specialità regina dell'ippica (dagli Stati Uniti ai Paesi britannici ed anglofoni in genere, come Australia e Canada; dalla Francia all'Italia e al Sud America passando per estremo Oriente e Paesi Arabi) rispetto al trotto. Ebbene, il progetto (quel progetto) l'ho accantonai in seguito ma lo scorso anno (dopo oltre un ventennio) ho ricominciato a mettere in ordine tali appunti, ad assembrarli razionalmente e ad aggiornarli statisticamente servendomi anche dello sconfinato patrimonio di dati, curiosità e notizie (quelle che Americani ed Inglesi chiamano "facts" o "trivia") oggidì disponibile sul web. Lo feci (e continuo a farlo perché trattasi di opera abbastanza lunga e difficile che abbisogna di continui restauri ed aggiornamenti) a partire dall'Arc de Triomphe, la corsa più importante di Francia e tra le più importanti e seguite in Europa, dalle corse inglesi e da alcune americane tra cui quelle della cosiddetta "triplice corona". Ne è scaturita (anzi, ne sta scaturendo perché molte volte mi capita di scrivere in "tempo reale", a braccio o di getto) una serie che ho intitolato"le corse della leggenda". Debbo dire, anzi, evidenziare bene (ritengo sia doveroso farlo per onestà verso molti appassionati e molte persone che operano nel settore come addetti ai lavori e spesso ricavano di che vivere da esso) che non amo particolarmente il trotto (ricordo, tuttavia, una storica edizione, la prima - quella del lontanissimo, temporalmente ma no nei miei ricordi, 1978 - del Gran Premio "Città dei Due Mari" disputata sulla pista dell'ippodromo "Paolo VI°" di Taranto e che vide protagonista principe un cavallo di nome Wayne Eden, leggenda delle corse in carrozzino: fatto curioso è che esso fosse nato proprio negli States per poi essere allevato dalla società Mira, in Toscana), benché esso sia specialità che vada per la maggiore in Italia (ma è così anche in altri Paesi europei come quelli scandinavi, o in Belgio: inoltre, nella stessa Francia, negli Stati Uniti e in Canada esso ha notevole seguito ed enorme volume d'affari sebben non tocchi i livelli della sua consorella). Ritengo, per mio conto, che quella del - ed al galoppo - sia l'andatura più naturale per un cavallo: la corsa, a quell'andatura, non viene snaturata dall'elemento tecnicamente innaturale come può essere il sulky (o carrozzino, o seggiolino che dir si voglia), appunto. Voglio concludere l'introduzione con un pensiero non mio ma da me pienamente condivisibile. Da qualche parte una volta qualcuno scrisse: "che meraviglioso racconto sono i cavalli, vi è qualcosa di memorabile in ognuno di loro!". - La Triple Crown americana: i magnifici "tredici" e il poker di Whirlaway
    La leggendaria "Triple Crown" (triplice corona) è l'evento più atteso della stagione negli Stati Uniti per i purosangue di tre anni. Si articola su tre prove: Kentucky Derby, Preakness e Belmont Stakes. Il termine venne coniato ad hoc ufficialmente da Charles Hatton, giornalista del Daily Racing Form di Chicago (la bibbia dei tabloid per gli scommettitori del Nord America), nel 1930, dopo le vittorie di Gallant Fox nelle tre corse, ma ufficiosamente era già in uso dal 1923, introdotto nel gergo tecnico-sportivo da altri giornalisti. In un secolo di corse soltanto tredici cavalli sono stati capaci di completare il trittico (vincere, cioè, le tre prove che si svolgono annualmente nell'arco di cinque settimane, tra maggio e giugno, nella stessa stagione): Sir Barton (1919), Gallant Fox (1930), Omaha (1935), War Admiral (1937), Whirlaway (1941), Count Fleet (1943), Assault (1946), Citation (1948), Secretariat (1973), Seattle Slew (1977), Affirmed (1978), American Pharoah (2015), Justify (2018). Tra questi cavalli, però, l'unico che sia riuscito ad ottenere il "grande slam" fu Whirlaway. Questo castano puledro, che vide la luce alla Calumet Farm di Lexington, Kentucky, (uno dei sancta sanctorum delle scuderie, dell'allevamento e del galoppo americano) il 2 aprile del 1938, da Blenheim II°(vincitore nel 1930 del Derby di Epsom) e Dustwhirl, dop'aver trionfato - dominandole - nelle prove della "corona" (fu il primo degli otto vincitori di Derby nella storia per i suoi colori: l'ultimo è stato Forward Pass nel 1968) ottenne infatti il poker riportando le Travers Stakes, corsa che negli States è anche conosciuta come il "Mid-Summer Derby" (Derby di mezza estate). Essa si disputa annualmente in agosto nel Saratoga Race Course che è situato nella omonima località dello stato di New York ed è il quarto più antico ippodromo della nazione. Nelle classifiche internazionali è inserita al 57°posto tra le cento pattern races o corse di gruppo uno più importanti al mondo (nel galoppo le corse sono classificate in gruppi, dal primo al terzo, secondo la loro importanza, tradizione e montepremi). La prima edizione si corse nel lontano 1854 e deve il suo nome a William Rubin Travers, avvocato e ricco uomo d'affari che fu uno dei fondatori dell'ippodromo di Saratoga nonché presidente della locale Racing Association (associazione delle corse). Whirlaway fu votato Horse of the Year (cavallo dell'anno) a tre anni di età e l'anno dopo, ottenendo rispettivamente nove e undici successi (prima di lui, l'impresa era riuscita solamente a Chalendon nel 1939 e 1940). In carriera ebbe un record di 32 vittorie su 60 corse disputate e guadagnò la bellezza di 561.161 dollari, cifra altamente considerevole all'epoca. "La maggior parte delle sconfitte", come scrive Peter Matthews nel suo The Guinness International Who's Who of Sport, "fu dovuta al fatto che egli avesse l'abitudine di cambiare condotta e ritmo di gara, quando era messo sotto pressione: il suo tallone d'Achille!". Morirà quindicenne (appena quattro giorni dopo il compleanno) a Haras-de Fresnay-le Burrard, in Normandia, nel nord-ovest della Francia, dove si trovava nell'allevamento di Marcel Boussac, ricco magnate tessile (fu miglior proprietario dell'anno nel 1950 e 1951), il quale lo aveva acquistato per utilizzarlo nell'attività stalloniera solamente l'anno prima a titolo definitivo, dopo averlo tenuto in affitto tre anni. Terry Conway, corrispondente di corse per ESPN.com, nonché cronista e scrittore per il magazine Blood-Horse e per numerose altre testate negli States (non soltanto di argomento ippico ma anche di arte, storia e viaggi) ha scritto: "il più delle volte le sensazionali gare di Mister Longtail (era il suo nick per via della lunga e folta coda che lo contraddistingueva) lo hanno portato sulle prime pagine delle sezioni sportive della nazione sopra Ted Williams che ha battuto .406 quell'anno, e Joe Di Maggio, che ha messo assieme una serie di 56 vittorie consecutive". E' inserito al 17°posto nel ranking dei 250 cavalli più forti d'ogni epoca di Horse Racing Nation, votato dagli stessi fans. Nel biennio 1997-98 due allievi di Bob Baffert (dapprima Silver Charm e Real Quiet l'anno dopo) videro infrangere il loro sogno, diventato evidentemente una maledizione, all'ultimo atto: furono infatti entrambi sconfitti nelle Belmont, dopo aver vinto le prime due prove della triplice. Similmente, nel corso del tempo, è accaduto ciò ad altri diciannove cavalli, di cui ben undici dopo l'ultima impresa degli anni settanta firmata dal fuoriclasse sauro della Florida Affirmed: Spectacular Bid (1979), Pleasant Colony (1981), Alysheba (1987), Sunday Silence (1989), Charismatic (1999), War Emblem (2002), Funny Cide (2003), Smarty Jones (2004), Big Brown (2008), I'll Have Another (2012), California Chrome (2014). Bob Baffert è indubbiamente il trainer (tecnico) più  vincente del galoppo americano nell'era moderna (dal dopoguerra ad oggi ha vinto più di chiunque altro!) e uno dei più carismatici d'ogni epoca insieme a James Fitzsimmons, Horatio Luro, Charles "Charlie" Whittingham e Wayne Lukas. Due suoi cavalli, nel 2015 e 2018 (American Pharoah e Justify) hanno compiuto il triplo vincente mentre nel suo palmarès figurano ben sedici prove singole in totale (record assoluto): sei Derbies (numero di successi di Ben Jones eguagliato nel 2020 con Authentic), sette Preakness (record assoluto detenuto con Robert Wyndham Walden), tre Belmont. La sua storia è davvero fuori dall'ordinario. Egli incarna, infatti, la classica persona fattasi da sé, venuta su da sola (self-made men, son soliti indicare Americani e in genere gli anglosassoni). La sua famiglia, in Arizona, allevava vacche e polli per poi distribuirli a ristoranti e locali della zona, mentre lui cominciò a cavalcare i quarter horses: lo faceva ogni mattina prima della scuola, su una pista in sterrato che il padre avea messo a punto arando un campo di fieno d'avena alle spalle del ranch in cui viveva, a Nogales (curiosamente essa confina, a nord, con la omonima cittadina messicana situata nello stato di Sonora). Ha continuato su quella strada, così negli anni settanta, prima di intraprendere l'università, arrivarono i primi successi da fantino e da tecnico, insieme ai guadagni ("non ho mai imparato da un vero allenatore, quindi sono stati tentativi ed errori. Per lo più errori!", dichiarò una volta egli stesso). Aveva talento, occhio per i cavalli ed anche tanto cervello. Nella metà degli anni ottanta si era fatto un nome, oramai, non soltanto in Arizona, ed era diventato allenatore d'alto livello. Un importante proprietario di cavalli, il magnate dei fast-food Mike Pegram, si accorse di lui e lo convinse a compiere il gran salto nel mondo dei purosàngue veri (thoroughbred o blood horses in inglese). Baffert allora accettò la sfida e nel giro d'una decade di tempo riuscì a farsi strada - a suo modo - anche nel nuovo ambiente: i primi successi infatti non tardarono a venire (nel 1991 vinse la sua prima corsa graduata sul suolo americano: le Junior Miss Stakes, gruppo tre a Del Mar, in California, con Soviet Sojourn montato da Corey Nakatani, top-jockey californiano degli anni novanta e duemila; con Thirty Slew, montato da Eddie Delahoussaye, fantino della Louisiana ritiratosi nel 2003 dopo una venticinquennale carriera e oltre seimila successi, trionfò nel Breeders' Sprint del'92), così come pure piazzamenti di prestigio (nel 1996 si piazzò secondo d'un soffio nel Derby il suo allievo Cavonnier, montato da Chris McCarron). In seguito diverrà fraterno amico di Pegram: i due insieme, tra le altre cose, nel 1998 porteranno al successo Real Quiet tanto nel Derby, quanto nelle Preakness, e Lookin At Lucky nelle Preakness del 2010. L'incontro tra il tecnico ed il miliardario fu importante, quasi fondamentale nella vicenda umana di Baffert: ha dato il via ad una grande storia nel mondo delle corse visto che da quel momento in avanti è cominciata una vera e propria escalation di vittorie e soddisfazioni per il tecnico dell'Arizona che non accenna minimamente a fermarsi. "Baffert ha fatto molta strada nelle corse dei cavalli", ebbe a scrivere Dave Wharton sul Los Angeles Times nel giugno di cinque anni orsono, poco prima che il suo allievo American Pharoah trionfasse nelle Belmont e lui ottenesse la prima Triplice in carriera. Oggidì Baffert è il trainer più famoso e stimato del galoppo targato "stars&stripes", nonché uno dei più noti al mondo. Le sue cifre da sole parlano: dal 1979 i cavalli che egli ha sellato hanno preso il via in 13505 corse, vincendo per ben tremilasettantotto volte (percentuale del 23%) e portando a casa oltre trecento milioni di dollari di montepremi vinti (cifra pazzesca...a dir poco da capogiro!).- A proposito di...quarterI cavalli di razza quarter sono tozzi, meno resistenti e più piccoli rispetto ai purosangue standard (le loro misure, al garrese, ossia l'altezza presa tra il collo e la scapola, possono variare da un metro e cinquanta a uno e sessantacinque). Questa razza è il risultato ottenuto da un ibrido tra i mustang americani e i purosangue inglesi: è riportato che l'incrocio sia avvenuto in Virginia nel 1756 tra un purosangue importato dall'Inghilterra di nome Janus e puledre indigene. Trattasi di animali in genere abbastanza docili, mansueti e propensi all'apprendimento ed al comando da parte dell'essere umano. Queste peculiarità caratteriali fanno si che siano predisposti non solo per la corsa: vengono infatti utilizzati in altre specialità ippiche come il dressage (vi sono stati cavalli, però, che si sono esibiti anche nel salto ad ostacoli) oppure in altri tipi di monte come quelle "western", durante i rodei; sovente e volentieri lo sono anche in attività di lavoro (ad esempio, per l'aratura dei campi là dove tale pratica venga ancora eseguita a quel modo, o per tenere a bada ed ordinare il bestiame nelle mandrie) e nell'ippoterapia. A proposito dell'ippoterapia è da dire che essa rappresenta un aspetto importante dell'attività di questi cavalli: trattasi invero di una pratica utilizzata per curare persone (soprattutto bambini) con limitazioni psichiche e psico-sensoriali, la quale spesso da adito a risultati soddisfacenti. Tornando all'aspetto agonistico è da dire che le corse di cavalli su brevi distanze, negli Stati Uniti, presero piede in Virginia agli inizi del 1600, per opera dei primi coloni insediatisi nei pressi della cittadina di Jamestown. Esse venivano disputate sulla distanza di un quarto di miglio (da cui derivò in seguito il nome di quarter affibbiato ai cavalli), dapprima su ogni tipo di percorso disponibile poi su strade rettilinee vere e proprie. Il miglio è antica unità di misura utilizzata dai Romani. Entrò poi nel Sistema Imperiale Britannico ed è tuttora in uso nei Paesi di estrazione anglofona e negli Stati Uniti, nonché nel traffico per mare e cielo. Il miglio terrestre (o inglese) misura 1760 iarde che corrispondono a 1609,344 metri del Sistema metrico decimale. Le corse organizzate di quarter invece (come riferisce la Britannica Enciclopedia) iniziarono intorno agli anni quaranta del'900 e da allora in poi presero piede su circa 100 piste negli Stati Uniti, soprattutto nell'ovest del Paese. Venivano utilizzati cavalli di quella razza perché meno resistenti dei purosangue "classici" e più adatti, quindi, a distanze brevi. Oggi, negli Usa, sono classificate ben undici distanze di gara ufficiali, comprese tra 220 e 870 iarde (da 201 a 796 metri). Le gare di 550 iarde o meno si svolgono su percorsi privi di curva e le regole - in genere - sono simili a quelle delle corse standard per purosangue. E' stato creato un vero e proprio registro della razza quarter (stud), avente sede ad Amarillo, nel Texas; vi sono poi diverse organizzazioni di breeders (allevatori) ed owners (proprietari) nonché delle aste di vendita e un Jockey Club sul modello esistente nel tradizionale galoppo. Si disputa, annualmente, anche una Triple per quarter che si articola sulle seguenti prove (tutte si corrono al Ruidoso Downs Race Track, New Mexico): Kansas Futurity, a giugno, Rainbow Futurity, a luglio, All-American Futurity, a settembre. L'unico cavallo che sia riuscito a realizzare la tris vincente fu Special Effort nel 1981. Nel pedigree suo figurano due "mostri" sacri dei purosangue standard: Raise A Native (nonno per parte di padre) e, soprattutto, suo padre Native Dancer. L'attività agonistica coi quarter fu propedeutica all'entrata in scena nel mondo del galoppo d'elite (vera e propria gavetta, direi), non solo per Baffert che guidò quattro campioni, ma anche per un'altro grandissimo tecnico della scena statunitense e mondiale come Darrell Wayne Lukas (quattrordici prove della Triple e venti della Breeders' Cup in carriera).
    - Northern e Native: i due "danzatori" sfortunati 
    La vittima più illustre nella storia della Triplice è senza dubbio Northern Dancer, cavallo canadese bàio (colore del mantello rosso scuro, tendente al castagno) da Neartic (figlio, tra l'altro, di quel Nearco che oltre ad essere considerato, insieme a Ribot, il più forte cavallo italiano mai esistito ed uno dei più grandi del novecento, fu anche influentissimo progenitore) e Natalma il quale, dop'aver battuto di una incollatura Hill Rise nel Derby (primo cavallo canadese della storia vincitore a Louisville), e di due lunghezze e un quarto The Scoundrel sul traguardo delle Preakness, fu soltanto terzo nelle Belmont (preceduto oltre che dal vincitore Quadrangle, che a sua volta era stato 5°nel Derby e 4° a Pimlico, anche da Roman Brother). Allievo di Horatio Luro, il trainer che lo guidò nel corso della carriera, è inserito al 42°posto nella classifica dei duecentocinquanta cavalli più forti di sempre stilata da Horse Racing Nation. Dopo aver smesso di correre in pista (lo aveva fatto in eccellente modo, vincendo quattrodici delle diciotto corse a cui prese il via, giungendo due volte secondo e altrettante terzo, guadagnando oltre mezzo milione di dollari), cominciò la carriera di razzatore a Chesapeake City, nel Maryland, e fu campione anche in quella: probabilmente, a detta di tecnici ed addetti ai lavori, il più influente nei tempi moderni. Fu miglior stallone negli Usa e in Nord-America nel 1971 e in Inghilterra nel 1970, 1977, 1983, 1984. I puledri e le figlie che ha generato, così come i suoi nipoti e pronipoti, sono stati campioni nazionali in ben quarantaquattro diversi Paesi al mondo ed hanno trionfato in centoquarantasette gare di gruppo (alcune cifre parlano di centoquarantatre) tra cui Irish Derbies, Prix du Jockey Club a Chantilly (derby francese), in gare della Triple Usa e in tutte quelle della Breeders' Cup. Ha fatto nascere ben 49 yearlings (puledri dell'età di un anno) venduti alle aste a un milione di dollari o più. Era una vera e propria miniera d'oro oltre che una macchina (perfetta e ben...oliata) della monta. La rivista People così scrisse su di lui: "l'unica celebrità in grado di guadagnare un milione di dollari prima di colazione!". Il suo figlio più prestigioso fu senz'altro un tal puledro irlandese chiamato Nijinsky, cavallo preferito di sua maestà Lester Piggott, col quale il fantino di Wantage conquistò la Triple Crown in Inghilterra: 2000 Ghinee, Derby di Epsom e St. Leger. La sua linea di sangue (o consanguineità) si è fatta sentire, nel corso degli anni, perfino in nazioni apparentemente distanti tra loro (seppur abbastanza evolute nel mondo dell'ippica e del galoppo in particolare) come Brasile e Giappone, così come pure in tempi recentissimi: essa arriva, infatti, attraverso pédigrée ed albero genealogico ascendente e discendente dei cavalli, o dei vari incroci delle linee maschili e femminili anche sugli stessi campionissimi americani American Pharoah e Justify, ossia gli ultimi vincitori in ordine cronologico della Triplice Usa (rispettivamente sei e tre anni orsono). Nel 2004 accadde una cosa davvero straordinaria, uno degli eventi più incredibili nella storia dello sport mondiale, paragonabile - a mio avviso - a quel "giorno dei giorni" (25 maggio 1935) in cui Jesse Owens, fenomenale atleta di colore dell'Alabama, stabilendo cinque record mondiali in appena tre quarti d'ora, ad Ann Arbor, nel Michigan, aveva stravolto e al contempo riscritto ex-novo tutta l'atletica e lo sport: ognuno dei diciotto cavalli schierati al cancelletto di partenza dell'Arc de Triomphe aveva il sangue di Northern Dancer nelle ve...nel proprio pédigrée! Joe Hickey, ex direttore pubblicitario dell'ippodromo di Pimlico, a Baltimora, nonché uno degli assistenti di Edward Plunket Taylor, suo allevatore e proprietario, alla Windfiels Farm di Oshawa, Ontario (Canada), ebbe a dire una volta:"è stato il più grande padre commerciale di tutti i tempi. Venderanno cavalli, per molti anni a venire, ma non sperimenteranno mai l'influenza mondiale trasmessa da Northern Dancer!". Morì nel novembre del 1990 (aveva superato i ventinove anni di età da circa sei mesi), a causa dei postumi di una colica intestinale (disturbo non infrequente tra cavalli anziani). Nel 1976 era stato inserito nella Canadian Horse Racing Hall of Fame (Arca della Gloria canadese dei cavalli da corsa), situata nei locali annessi al Woodbine Racetrack di Toronto, Ontario (Canada), al cui ingresso trovasi oggi una statua scolpita in onor suo. Nella primavera del 2011, in occasione del cinquantenario dell'Arca, vennero esposti per tre giorni al Woodbine cimeli, foto e trofei della carriera del cavallo oltre alla proiezione in video delle sue vittorie. In quell'occasione John Stapleton, presidente dell'Arca stessa, dichiarò al quotidiano di Toronto The Globe and Mail: "ciò che lo rende speciale e che aveva il temperamento e la volontà di vincere". La storia della "triplice" è intessuta, invero, di episodi curiosi ed importanti tanto dal lato umano, quanto da quello agonistico o puramente scarno, freddo eppur essenzialmente inevitabile e necessario delle cifre e delle statistiche (così come del resto accade dacché esiste il mondo tutto dell'ippica e delle corse di cavalli in genere). Ci sono cavalli, ad esempio, che hanno compiuto il percorso "incompleto" a ritroso...inversamente: ossia, dopo essere stati sconfitti nella prova d'esordio (Kentucky Derby), sono poi riusciti ad accaparrarsi le due Stakes, Preakness e Belmont. In quel caso, quindi, secondo alcuni esperti ed addetti ai lavori, si dovrebbe parlare di "double" riuscito piuttosto che di triplice...mancata. A giusta ragione, ritengo io stesso, perché comunque trattasi - e sempre - di impresa degna ugualmente di nota: portata a termine, cioé (nessuno dovrebbe mai dimenticarlo ma...soprattutto coloro i quali intendono essere i cavalli delle macchine da monta e da soldi soltanto!), da fantastici animali e bellissimi i quali, seppur siano allevati, curati addestrati e sellati da uomini (o da esseri umani in generale), intinsecamente posseggono dentro di sé (oltre alla bellezza, appunto) particolari doti fisiche, psico-attitudinali e sensoriali che li rendono unici. In totale i "doppiettisti" (gli autori del misfatto...il double) sono stati undici nel corso del tempo: Bimelech (1940), Capot (1949), Native Dancer (1953), Nashua (1955), Damascus (1967), Little Current (1974), Risen Star (1988), Hansel (1991), Tabasco Cat (1994), Point Given (2001), Afleet Alex (2005). 

  • 17 dicembre 2020 alle ore 14:05
    Non posso farlo! (seconda parte)

    Come comincia:  - Comandi! - esclamò Henri all'ufficiale, seduto davanti a lui. Era il capitano Nomas, un tipo simpatico coi baffi e le basette lunghe, il quale comandava la postazione: alle sue spalle due soldati sul riposo, col fucile tenuto basso. - Sono il tenente Henri Galthier, del XV° battaglione di fanteria. Con me porto due miei compagni, il soldato semplice Alain Kantorek ed il sottotenente François Lucy, che mi aspettano fuori.
    - Buongiorno, tenente! - fece l'altro. - Stia pure comodo...riposo! riposo! Siete destinati alla decima compagnia. Quando esce di quì vada sempre dritto, avanti a lei, costeggiando la strada di fianco al bosco. Arriverà giusto in trincea: tre, quattrocento metri ancora da camminare, no di più! Quando sarete là, lei ed i suoi uomini, qualcuno sarà ad attendervi, al comando e poi...vi daranno sistemazione. Buona fortuna! L'ufficiale era stato chiaro, proprio come un libro stampato a differenza però che...i libri, a volte, non seguono fili logici prestabiliti nella loro narrazione, nel loro esporre agli altri parole scritte: spesso scantonano, deragliano sui sentieri dell'animo umano! Il tenente così salutò l'ufficiale di grado superiore, dando un colpo secco ben assestato coi tacchi degli stivali e portando la mano destra sopra il cappello. Poi disse:
     - Bene, signore! Grazie infinite! Henri sapeva già tutto, però; conosceva per filo e per segno dov'era destinato sin da quando aveva lasciato il battaglione ma si sa, in fondo, come stanno le cose tra i militari: tutto ordine, ordini e disciplina, inutili scartoffie, precisione ed ossessiva quanto maniacale ripetitività anche in tempi come quelli. Eppoi, ognuno passava da quel posto quando arrivava: era tappa obbligata, l'ingresso sul fronte occidentale da dove poi gli uomini venivano dislocati in vari punti delle trincee. Quello era il punto di snodo (sembrava - senza esserlo però - il punto d'arrivo d'un treno a scartamento ridotto: quel mezzo di locomozione, cioé, che di lì a poco verrà usato - sovente e volentieri - in vari strategici punti della contesa col nemico per spostare truppe) verso l'infe...la porta che conduce al paradiso dei soldati, alla gloria: quello da dove si "comincia a ballare!", come disse il sergente maggiore Katczinsky, mattina precedente, dop'aver udito alla radio il proclama del governo. Henri uscì con piglio deciso dalla casetta e disse agli altri: - Andiamo, ragazzi!
     
    - Arrivo in trincea. La collina del disonore.
     Erano le otto e quaranta, i tre non portavano ritardo alcuno sulla tabella di marcia. Infatti, dieci minuti più avanti giunsero alle trincee. Quelle erano state scavate alcuni giorni addietro dai soldati del genio per fornire appoggio alle truppe in transito (era da alcune settimane, infatti, che la situazione tra i due Stati vicini, ora in guerra, era tesissima ai confini e ogni cosa lasciava intendere quello che sarebbe accaduto di lì in avanti!), tuttavia diverranno in breve il punto strategico e nevralgico della guerra stessa; luogo di doloroso e sanguinoso stallo; la casa dei soldati da una parte e dall'altra e purtroppo, per molti - tantissimi - anche l'ultima...il loro camposanto, spesso profano!

  • 17 dicembre 2020 alle ore 13:52
    JOSEPHINE IS ENOUGH

    Come comincia: I decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives the confort to my fantasies; just savor your effluvium that radiates in my interior and explodes in a sea of exciting sensations; it is enough me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with the fantasy of you breasts covered with a trasparent veil that rises and falls rhythmically; enough with tha diaphanous hands that caress my face;enough with your thinghs that hold the flooded my omviso of a sweet, fragant and hot foam; enough with your eyeshalf open that penetrate me and give me a daily suffering. I walk among the people and i see you at my side smiling but you're just an elusive ghost!

  • 15 dicembre 2020 alle ore 17:10
    AIDA DIVENTA UNA SIGNORA

    Come comincia: Si era nel pieno della seconda guerra mondiale voluta dall’allora beneamato Duce. Nell’anno 1943 le operazioni belliche non erano favorevoli alle truppe del ‘patto di acciaio’ stipulato tra Mussolini e Hitler), i frequenti bombardamenti degli allora non ancora alleati americani avevano messo in subbuglio la popolazione civile che viveva vicino a obiettivi strategici o nelle grandi città. Molti romani avevano abbandonato le loro abitazioni per rifugiarsi nei sobborghi della capitale tra questi Vittorio Colonna che, dal suo castello situato sulla via Aurelia aveva deciso di sfollare in una abitazione situata in un suo  terreno a Pavona frazione di Castel Gandolfo. Nella la suddetta località si sentiva al sicuro in quanto residenza estiva dei Papi. Una delle abitazioni era un antico grande caseggiato in muratura abitato in parte da Dario Famiglini conduttore del vicino terreno agricolo e dalla moglie Aida Fulgenzi che si interessava del pollaio e dell’orto. Nella stalla due vacche che oltre a fornire il latte venivano aggiogate all’aratro per arare il terreno. Un asino faceva parte dei residenti nella stalla. Prima dei bombardamenti il somaro veniva attaccato ad un carro per portare al mercato merce prodotta dal terreno. Altro  impiego: essere legato alla staffa della noria che portava in superficie l’acqua di un pozzo. Il passaggio del fronte dei tedeschi in ritirata ebbe come  conseguenza l’arrivo a Pavona, frazione di Castel Gandolfo del ‘padrone’ Vittorio ed in seguito anche di alcuni sfollati, la maggior parte della periferia romana che, dietro autorizzazione delle autorità occupavano le abitazioni sfitte delle frazioni capitoline. Vittorio, dalle ampie possibilità pecuniarie, aveva acquistato una casetta prefabbricata in legno prodotta dalla ditta romana ‘Domus Viridi’ specializzata nel settore, se l’era fatta montare vicino al lago sia per godere  del panorama sia per usufruire della libertà di non avere vicini di casa. Gli sfollati erano in maggior parte operai, dietro richiesta di Vittorio, e ben remunerati, cominciarono a sistemare gli interni del  vecchio edificio. Vittorio aveva adocchiato fra le sfollate qualche femminuccia particolarmente avvenente e  disponibile, le invitava a ‘visitare’ la sua casa sul lago. Il detto latino: ‘auro quaeque ianua panditur’ funzionava sulle signore e sulle signorine, il denaro faceva loro aprire i loro vogliosi ‘gioielli’. Con l’armistizio, da tutti augurato venne meno la ‘materia prima’ a Vittorio, tutti gli sfollati erano tornati alle loro case. Piacevole era  visione del lago,  si era affezionato a quei luoghi, i pasti  presso le varie trattorie erano di suo gusto. Una mattina tornò al suo ‘casermone’, Alida era alle prese con le sue galline. “Padrone posso fare qualcosa per lei?” Vittorio la guardò meglio, tutto sommato ancora valeva la pena di incontri ravvicinati: “Cara hai mai visitato la mia casa vicino al lago?” “Mi sarebbe piaciuto ma lei era interessato alle sfollate…” Un chiaro rimprovero invito. “Possiamo andarci anche subito, Dario non ritorna prima di sera.”  Dinanzi alla casetta in legno Aida mostrò meraviglia: “Non sapevo che esistessero, è bellissima.” Vittorio aumentò la dose: “Fresca ‘estate, calda d’inverno, ora siamo a luglio…” “Vorrei andare al lago ma non ho il costume…” Vittorio si fece più coraggioso: “In casa non hai bisogno del costume, spogliamoci così potremmo stare più freschi.” “Padrone io mi vergogno, nuda non mi ha visto nemmeno mio marito!” Cacchio, una puritana! “Io non sono tuo marito e mi piacerebbe…” Aida andò in bagno, dopo un po’ di tempo ritornò in camera da letto avvolta nell’accappatoio di Vittorio, dal profumo che emanava il ‘padrone’ comprese che si era fatta la doccia. Giustificazione: “A casa mia non abbiamo l’acqua corrente in bagno.” Si girò ed apparve nuda di schiena. Vittorio le si avvicinò e tentò di girarla. “Padrone mi vergogno…” “Lascia stare il padrone, chiamami Vittorio e soprattutto se ti vergogni chiudi gli occhi e girati. Aida chiuse gli occhi e si girò, Vittorio non aveva immaginato un si bel corpo, la fece distendere sul letto e cominciò a baciarle il firellino. Dopo poco tempo la ragazza ebbe delle vibrazioni  in tutto il corpo. “Mi sono sentita male…che m’è successo?” “Hai avuto un orgasmo.” “Non conosco la parola…” “Tu resta come sei e te ne farò provare un altro, è solo godimento.” Aida al secondo orgasmo comprese di che si trattava, mai l’aveva provato con suo marito. Restò ad occhi chiusi sdraiata sul letto, Vittorio andò in bagno, voleva finire il ‘lavoro’ iniziato, Quando uscì dalla toilette ‘ciccio’ era alla massima potenza, Aida se ne accorse: “Mio marito ce l’ha più piccolo, ho paura di farmi male!” Non si fece male, aveva il canale vaginale lubrificato dai precedenti orgasmi. Prima esperienza piacevole di ambedue. “Devo rientrare a casa, Dario sarà ritornato, è furbo, forse avrà capito quello che è successo fra di noi, domattina tornerò qui.” Dario immaginò quello che era successo fra sua moglie ed il ‘padrone’, fece finta di nulla, non fece domande ma nella sua testa si palesò un disegno ben preciso. “Moglie mia vorrei parlare col padrone per problemi che riguarda il terreno, per favore domandagli se possiamo vederci.” Da quella richiesta Aida comprese che suoi marito aveva accettato quello che era successo. La mattina successiva Aida andò nella  casetta in legno di Vittorio, fece la donna di casa cucinando per il pranzo per evitare di andare in trattoria, riferì all’amante quanto richiesto da Dario. Vittorio cercò di comprendere l’atteggiamento del contadino, decise di andarlo a trovare al lavoro, lo trovò che stava arando il terreno. “Dario se ti serve qualcosa…” “Padrone le mucche che lei vede sono vecchie e non ce la fanno più, vorrei…” “Possiamo sostituirle con due più giovani” “Io avrei un'altra soluzione, ho sentito parlare di trattori che sostituiscono gli animali nel tirare l’aratro…” Ecco dove voleva arrivare il furbacchione, avere un mezzo meccanico per fare lui stesso molto meno fatica nel coltivare il terreno. “D’accordo, domani andrò a Roma in un negozio che li vende.” “Padrone se lei è d’accordo verrei venire con lei per scegliere quello che più si adatti al nostro terreno.” Vittorio ammirò la furbizia tutta contadina di Dario, il suo scopo era quello di scegliere il migliore.” “D’accordo ci vedremo domattina, andremo a Roma con la mia Alfa Sport, prima cercherò di parlare con  un mio amico vigile urbano per avere le indicazioni su un negozio di trattori.“ Aida rientrò  a casa sua, Vittorio la mattina andò nel garage del casermone, aspettò l’arrivo di Dario e con la Alfa Sport  presero la via di Roma. Ad un vigile che dirigeva il traffico: “Sono un cugino di Gigi Villoresi un suo collega, non riesco a rintracciarlo, può lei gentilmente indicarmi un  negozio che vende trattori?” “Vada in via Prenestina, appena l’imbocca troverà sulla destra l’Agricola Bonsignore’.” Grazie e buon lavoro.” Il signor Bonsignore era un cinquantenne panciuto che sostava all’ingresso del suo esercizio. Accortosi dell’auto di lusso che stava parcheggiando dinanzi al suo negozio aprì la portiera di destra. “Benvenuti, sò a vostra disposizzione.” “Vorremo vedere qualche trattore.” “Io sò er  rivenditore dei mejio trattori de Roma e puro de quelli meno cari.” Dario entusiasta salì su vari mezzi ed infine: “Per me il migliore è questo.” “Er signore c’iha l’occhio lungo, ha scelto er mejo.” “Non ho con me dei contanti, posso firmarle delle cambiali.” Vittorio non voleva fare sfoggio di troppa ricchezza. “Io de solito non le accetto ma vojo fidamme, me firmi stè quattro cambiali, me lassi er suo indirizzo, je farò recapità er trattore dove dice lei.” Due giorno dopo in cortile entrò un camion da cui due operai misero a terra il trattore. Da un finestra Aida vide tutta la manovra, pensò che suo marito era riuscito a fregare Vittorio, le corna avevano avuto un buon risarcimento per il cocu. Dario suscitò l’invidia di suoi colleghi che, citandolo ai padroni dei loro campi da loro coltivati chiesero lo stesso trattamento, inutilmente, il trattore era troppo costoso. Aida pensò che in fondo la sua cosina valeva un bel po’ di soldi. Vittorio malgrado la stangata pecuniaria era felice, Aida dormiva permanentemente nella sua casa in legno e stava facendo molti progresso nel campo sessuale. Il primo a cadere sotto i colpi di ‘ciccio’ fù il popò seguito da altre raffinatezze come il rinvenimento nella sua vagina del punto G che la portò ad un orgasmo lungo e molto soddisfacente lasciandola senza forze. “In questo campo sei un dio.” Vittorio pensò: ‘Si del cazzo!’ Il tempo passava, Aida era diventata praticamente la moglie di Vittorio, il marito arava i campi felice fregandosene di non aver più vicino la consorte, un trattore valeva molto più delle corna. Il cervello da contadino di Dario funzionava perfettamente, un po’ meno quello di Vittorio che sentiva la vecchiaia avvicinarsi a grandi passi. Un pomeriggio Vittorio ed Aida andarono al casermone, trovarono Dario che stava strigliando l’asino. “Padrone stavo pensando proprio a lei, come può vedere la bestia non ce la fa più a girare intorno al pozzo per portar su l’acqua, ci vorrebbe la luce elettrica per mettere un motorino e mandare in pensione l’asino, anche casa ci guadagnerebbe, ormai la luce ce l’hanno quasi tutti. Vittorio pensò di accontentare Dario, in fondo i suoi soldi, morto lui a chi sarebbero andarti? Due giorni dopo una squadra di elettricisti si mise all’opera per installare un impianto elettrico al caseggiato che arrivava sino  al pozzo. Il giorno successivo l’impianto entrò in funzione con l’allacciamento alla rete nazionale. L’umore di Dario era alle stelle, nessuno dei suoi colleghi aveva potuto ottenere quello che lui era riuscito ad avere. Nel frattempo Aida stava usufruendo delle comodità ottenute col denaro dell’amante. Per prima cosa aveva assunto una contadina viciniora cui aveva affidato il pollaio e l’orto, aveva imparato a guidare l’Alfa Sport con gli insegnamenti di Vittorio, conseguì la patente  di guida e talvolta andava a Roma da sola. Si era fatta indicare un istituto di bellezza dove venne accolta a braccia aperte, le clienti come lei erano mosche bianche.  Al ritorno  incontrò Vittorio che rimase basito, Aida era diventata una miss, capelli rivoluzionati nel taglio e nel colore, viso truccato con molta sobrietà, anche il guardaroba era cambiato come pure le scarpe, nulla la faceva assomigliare alla contadina Aida. Vittorio decise di ritornare ad abitare nel castello di via Aurelia, insieme ad Aida  comunicò la novità a Dario che fece loro gli auguri presentando un ultima richiesta: “Per il trasporto di merci mi occorrerebbe un camioncino.”  Fu accontentato. La ragazza si era affezionata Vittorio che pian piano stava visibilmente invecchiando, Aida lo stava amorevolmente curando accompagnandolo dai medici e somministrandogli le medicine che gli venivano prescritte. Purtroppo il cuore di Vittorio cedette di colpo, una mattina Aida cercò di svegliarlo, niente da fare, un infarto l’aveva portato alla morte. Ai funerali, civili per espressa volontà di Vittorio  parteciparono  solo  Aida e Dario, tumulazione nella tomba di famiglia. Il  marito di Aida si fece avanti, voleva riprendere i rapporti con sua moglie, ebbe un rifiuto, Aida all’ex marito lasciò la casetta in legno. Vittorio le era rimasto nel cuore e non intendeva tradirlo. Diventata ormai una signora in tutti i campi, Aida si iscrisse ad una società laica per aiutare i più bisognosi, era soddisfatta di poter impiegare il suo tempo ed i suoi soldi per un’opera di bene.

  • 15 dicembre 2020 alle ore 12:33
    Una ragazza di fiume

    Come comincia:                                                         "...quando la incontri non puoi più farne a meno,
                                                             ti resta dentro per sempre: come una sigaretta
                                                             che porti in bocca senza mai accenderla."

     - Troppo giovane per essere già donna; troppo bella per esser già vecchia; troppo candida da apparire una sgualdrina; troppo sensuale da sembrare una madonna. Era solamente una ragazza di fiume: lo portava scritto nel suo sguardo ed era impossibile non volergli bene.

    Taranto, 15 dicembre 2020.

  • 15 dicembre 2020 alle ore 6:22
    Ma non sulla Terra

    Come comincia: Ma quanto mi piacerebbe tuffarmi dal mio limbo dentro l'atmosfera natalizia! Ornata da mille campanelli che suonano tutte le pastorali esistenti, volare a cavallo della Cometa, disseminare pacchetti variopinti in giro per l'universo, fare l'altalena fra le costellazioni e scivolare leggera lungo la via lattea su nuvole di palline colorate che si rincorrono nel blu, mentre nuvolotti dispettosi mi soffiano da una parte all'altra divertendosi a guardarmi precipitare e poi risalire, e poi mi spingono a salutare la luna e chiederle se gli innamorati sognano ancora guardandola, se i poeti ancora le dedicano versi struggenti e i musicisti melodie indimenticabili, o se è tutto finito sul pianeta Terra dove perfino il Natale finge di essere Natale. Voi mi tentate nuvolotti dispettosi, e allora eccomi, portatemi a spasso per questo infinito silenzioso e luminoso. Così grandioso da non volerlo disturbare nemmeno respirando. Soffiate via dal mio viso le lacrime di commozione che non posso trattenere di fronte a tutto questo. Giochiamo, voglio giocare anch'io, con l'allegria inconsapevole dei bambini, senza tempo, senza età, voglio ridere delle mie capriole e sapere che non mi serve niente che io già non abbia. Però vi prego: non portatemi sulla Terra. 

  • 14 dicembre 2020 alle ore 18:37
    Momenti magici della mia infanzia

    Come comincia: Sono trascorsi quasi ottant’anni e certe sensazioni di estremo benessere sono rimaste trascritte in qualche grumo di cellule del mio cervello. Perché mai avevano avuto una tale importanza per marchiare nugoli di elettroni da farli impazzire? Una sensazione di accoglienza, di amore, di tana animale. Una vecchia camera da letto. Luci tenui sui comodini. Ci si prepara in casa dei nonni materni ad andare a dormire. Ospite io. . –“Amina, la papalina.”- Nonno Angelo è un essere imponente, uomo di Sicilia, di Noto. Calvo, due lenti brillanti di luce che racchiudono i suoi occhi. La mia eterna soggezione. Stasera dormirò tra loro. Nonna Amina, meridionale di Melfi, ubbidisce nel suo ruolo di donna sottomessa. Depone sul capo di nonno Angelo la papalina, un emisfero di spesso cotone che lo aiuterà a difendersi dal freddo notturno della stanza. Nonna tarda. Io sono già sotto una montagna di coperte. Il viso di nonno è a pochi centimetri. Si è tolto gli occhiali e con questo copricapo mi sembra un po’ buffo. Il fiato mi disturba.  –“Che vuoi che ti racconto? La solita fiaba prima di dormire?”- -“Pollicino, nonno, Pollicino”- E la sua voce rauca di tabacco mi immerge in una atmosfera ansiogena, come tutte le favole di un tempo. E’ una eccitazione ricorrente, quasi un piacere nella sicurezza del luogo che mi ospita. Lo sperdersi nel bosco di Pollicino, lasciando molliche di pane come traccia. Sono con Pollicino ora. Il bosco mi ospita.  Poi giungerà la salvezza e il sonno. Ogni sera richiederò questa favola per il ripetersi alternativo di sensazioni buone e cattive. Nella notte mi sveglierà il rumore dei nonni, che scendendo dal letto prenderanno dal comodino il loro orinale. La musicalità della loro pipì era diversa. Mi è rimasto quel suono. Pensate cosa può un bimbo!

  • 13 dicembre 2020 alle ore 9:43
    MALEDICTA VETUSTAS

    Come comincia: Gustavo (Guy) Rinaldi, vecchio insegnante di materie letterarie al liceo classico per tenersi in forma talvolta rileggeva gli scritti greci e latini. Una mattina, in un momento di sconforto per le classiche malattie della vecchiaia, (aveva ottanta anni) nella sua biblioteca trovò un libro scritto in greco con vicino la traduzione in italiano, libro che non consultava da tempo: ‘Kataraméno Girateiá’, in gergo italico: ‘Vecchiaia maledetta’. Quel titolo si addiceva sia all’umore del vegliardo che alla giornata piovigginosa tipica di un novembre romano. Guy abitava in un caseggiato in via Daniele Manin di fronte al liceo classico ‘Albertelli’ dove aveva insegnato sino all’invio in pensione. La mattina dalla finestra vedeva sfilare gli studenti che si recavano in classe, un  po’ di nostalgia. Mesi addietro il preside della scuola, suo vecchio amico, gli fece sostituire un insegnante di materie letterarie che si era ammalato. Un giornata indimenticabile, alla fine della lezione fu festeggiato con applausi dagli studenti, era ringiovanito di venti anni. Per sua fortuna Guy aveva le  qualità intellettive ancora efficienti, solo quelle  in quanto quelle fisiche, soprattutto sessuali… lasciavano a desiderare. La gentile consorte dal nome piuttosto particolare: Nadia Perma Ciulla (ventisei anni in meno del consorte), non solo non gli faceva pesare le defaillance ma ne era contenta, con la menopausa non aveva più ‘slanci’ sessuali. Nadia era titolare di un salone di parrucchiera in via Taranto vicino al capolinea del tram in piazza Ragusa.  All’entrata in alto ‘troneggiava’ un cartellone con la scritta .’Nadia Perma Ciulla - sotto: Coiffeur’. Il secondo cognome in lingua volgare aveva un significato riguardante il sesso, all’inizio gli abitanti vicino all’esercizio avevano fatto qualche risolino ma nessuno si era permesso di farci una battuta di spirito sino a quando una mattina, all’apertura del ngozio si era presentato un tipo non proprio sobrio e nemmeno tanto mascolino che: “Vorrei conoscere da vicino la signora Ciulla…” Nadia non amava essere presa per il culo, a Mariola, sua lavorante robusta di fisico, classica ‘braccia strappate alla terra’: “Buttalo fuori a pedate!” Mariola preferì prenderlo per la collottola e una volta fuori dal locale un calcio ben assestato al didietro  fece volare a terra il ‘simpaticone’. “Vigliacca, proprio a me doveva capitare una lesbica.” Ebbe la fortuna di prendere al volo il tram che stava partendo dal capolinea e così evitò ulteriori guai. Una volta a bordo mostrò a Mariola un pugno chiuso con il solo medio in alto seguito dalla mossa dell’ombrello. Dietro anche consiglio del marito Nadia fece modificare la targa sopra l’ingresso del locale con una scritta più semplice: ‘By Nadia - Coiffeur’. Guy teoricamente amava ancora il sesso, purtroppo ‘ciccio’ non rispondeva più alle sollecitazioni sessuali e così una sera invitò la consorte già quasi addormentata ad aprire le ancora deliziose cosce e prese in bocca il clitoride con la conseguenza che Nadia ebbe un orgasmo ma lo scambiò per un sogno e riprese a dormire. La mattina seguente, domenica, Guy era particolarmente di buon umore cosa notata dalla consorte: “Che ti succede, di solito sei un musone…” “Non ricordi nulla di ieri sera?” “Ho sognato ma non credo che tu possa entrare nelle mie fantasie.” La vita scorreva lenta per i due coniugi sino a quando una vecchia signora del quarto piano passò a miglior (?) vita. Dopo pochi giorni si installarono nel suo appartamento una coppia di coniugi: Orlando Caruso e Liboria (Lilla) Leonardi siciliani di Palermo ambedue assegnati al liceo classico ‘Albertelli’ in via Daniele Manin dinanzi alla loro abitazione, lui insegnante di materie scientifiche, lei di educazione fisica, aveva un fisico atletico. Tramite Romolo Ricci, classico portiere  romano dè Roma fecero la conoscenza, già da subito scatto una simpatia fra di loro, Lilla divenne  cliente di Nadia, Guy amico  di Orlando, aveva con lui in comune la passione per il gioco delle carte. Talvolta andavano in gita ai Castelli Romani con la Giulia di Orlando, nella loro Fiat 500 ci sarebbero stati stretti. La loro esistenza cambiò all’arrivo in casa Caruso di un siciliano Alessandro Durazzo alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, fu festeggiatissimo,  il motivo fu chiaro subito: era stato lui il fautore del trasferimento da Palermo alla capitale dei due coniugi per di più in un istituto dinanzi all’abitazione della defunta zia! L’interessamento di Alessandro era stato piuttosto ‘peloso’ già dopo la loro conoscenza alla spiaggia di Mondello Lilla aveva concesso le sue ‘grazie’ al funzionario che, per riconoscenza aveva fatto loro quel grosso piacere. Ale, malgrado i suoi cinquant’anni si dimostrò subito uno sportivo, aveva acquistato una A.R. Stelvio con cui il quartetto, ormai quintetto andava in giro per Roma e nel Lazio, Nadia seduta vicino al guidatore gli altri tre nel sedile posteriore.  La fine del mese di giungo portò oltre che l’estate anche le vacanze sia per i due insegnanti che per il funzionario ministeriale. Prenotazione di un’ampia cabina al Lido di Ostia allo stabilimento ‘La Mariposa’, due ombrelloni e cinque sedie a sdraio, pasti? Nessun problema, il complesso era dotato anche di bar e ristorante. Il riposino post prandium era un privilegio di Nadia e di Alessandro, gli altri tre…a bocca asciutta. Unica novità: Nadia aveva imparato a guidare la ‘Stelvio in modo sportivo, partiva sgommando e faceva sorpassi azzardati, Ale ci rideva sopra, non tanto gli altri tre che non avevano molto apprezzato la bravura di Nadia nel maneggiare il ‘manico’ del cambio… Ai primi di settembre la situazione cambiò radicalmente, Ale impegnato al Ministero raramente aveva tempo di farsi vedere dagli amici che,  in sua assenza erano poco propensi all’allegria. Uno in particolare era triste e sconsolato, Gustavo, niente sesso…ma non era un inglese! In suo aiuto inaspettatamente venne Lilla che si dimostrò buona d’animo in  un campo ormai tabù per Guy, il sesso. Una sera, dopo cena Lilla: “M’è venuta la voglia di dormire con Guy.” Meraviglia e risolino degli altri due. In camera da letto dell’ex insegnante di materie letterarie un qualcosa di inaspettato: la signora  portò sotto la doccia il prossimo  amante e sul giaciglio matrimoniale mostrò il suo clitoride voglioso al quale Guy dedicò la sua attenzione portando il ‘cicciolino’ ad un orgasmo poi ripetuto, ‘ciccio’ era fuori uso ma non la lingua di Guy. “Sei più bravo di quel vanaglorioso di mio marito, queste sono vere corna, quelle con Ale sono pura convenienza, ogni volta che lui finisce i suoi giochetti con me lascia sul comodino una serie di carte da 500 Euro, sono venti, diecimila Euro per fica e culo…

  • 11 dicembre 2020 alle ore 10:15
    Non posso farlo! (prima parte)

    Come comincia:  - Il tenente Galthier era un tipo risoluto e dalla battuta sempre a tiro. Veniva dal nord, un paesino di campagna: respirando aria buona crebbe in mezzo ai govoni nei campi di grano, tra distese di alberi di frutta a perdita d'occhio, accudendo stalloni e giumente, raccogliendo sterco nelle porcilaie. Nel tempo libero andava a caccia di fiorellini e di farfalle: aveva un debole per quelle dagli occhi azzurri e coi capelli biondi, ne fece scempio, in paese; scellerato ed alquanto...disonorevole! A diciotto anni, terminato il liceo (lo frequentò in un paese vicino al suo), entrò in accademia militare dove, terminato il suo corso tre anni dopo, prese i gradi. Fu assegnato di servizio al XV°battaglione di fanteria: la caserma si trovava cinquecento chilometri più a sud dal paese in cui era nato ma non si fece problemi né si perse mai d'animo, per questo. Colà vi trascorse due anni sicché un giorno...era metà estate, il suo paese entrò in guerra e lui, come migliaia di suoi coetanei e commilitoni venne chiamato a "servire" la patria. Fu davvero entusiasta, per quello, il giovane Henri Mathieu (i suoi due nomi di battesimo: glieli avevano affibbiati i genitori per onorare i loro padri, medagliati al valore in guerra!). Di mattina presto in caserma i megafoni riprodussero la voce squillante del Primo Ministro che parlava dalla radio alla Nazione: 
     "Miei cari connazionali, donne e uomini tutti, ad ogni luogo voi ora vi troviate e qualunque cosa stiate svolgendo, debbo annunciarvi che questo è il giorno più importante della nostra storia. Oggi è un momento grave e solenne al tempo stesso perché da ora in poi riscriveremo la storia del nostro Paese amato; lo faremo tutti assieme, lo faranno soprattutto loro, i nostri giovani che al mondo intero mostreranno il posseduto valore...di cosa sono capaci. Moriranno per la Patria se sarà necessario, doneranno le loro vite giovani se la sorte ed il destino faranno sì che ciò accada: lo faranno con coraggio ed orgoglio improbi e noi onoreremo sempre la loro memoria così come quella di quanti cadranno sui campi di battaglia, al fronte e in ogni dove. La guerra è dichiarata, evviva la guerra!".
     Era l'annuncio solenne dell'entrata in guerra. Il sergente maggiore Katczinsky, veterano del battaglione, dopo averlo ascoltato scese in cortile (mezzo svestito) e gridò a squarciagola:
     - Coraggio, pelandroni e pelapatate, alzate il culo dalle brande che si comincia a ballare! Era un campagnolo come Henri, il sergente; tipo arcigno e dai modi assai spicci, a volte grezzi e duri (come tutti i sergenti, del resto: di ogni esercito al mondo. Nessuno ha mai visto uno di quelli che non lo fosse: è più facile pescare una carpa gigante nella vasca del proprio cesso, piuttosto!)...un naturalizzato: i genitori erano giunti nel paese straniero con l'ondata migratoria di inizio secolo (una delle tante che, all'alba di epoche nuove per il mondo e per l'umanità, colpiscono le Nazioni a ogni latitudine: nessuno sa il perché!), dotato però di grande acume, spirito di osservazione e ironia a iosa (doti meno solite, queste, in rappresentanti della "bassa" forza come lui). . Quel giorno ancora giovane, fu per lui importante e per tutto il battaglione. Non tutti i soldati, invero, quando la radio distribuì l'annuncio dai megafoni, erano svegli: molti, infatti, dormivano ancora come ghiri in amore, qualcuno era invece in dormiveglia, con gli occhi semichiusi e le antenne accese, altri lo ascoltarono con solenne attenzione. Henri non aveva chiuso occhio per problemi di stomaco, tutta notte un andirivieni tra lettino (era di quelli a castello, a due piani: per fortuna sua e dell'altro compagno lui aveva il posto in basso!) e latrine. Dopo che ebbe ascoltato il messaggio alla radio, però, il giovane sembrava un'altra persona: quello avea sortito su di lui lo stesso effetto d'una compressa antidiarroica facendolo sentire di colpo risollevato, al 7°, all'8°, al nono cielo, come se avesse fatto qualche...una colossale scopata con la più bella entraineuse della terra.
     - Su, ragazzi! - esclamò Henri, rivolgendosi agli altri. - Fate in fretta, tra poco suoneranno l'adunata!
     - Ma come, tenente, a quest'ora? - ribatté il soldato Kantorek, naturalizzato come il sergente e il più giovane della compagnia. Presto lo seguì anche Louis, la sua ombra; compagno di branda dell'altro (lui e Kantorek sembravano gemelli siamesi: sempre assieme, gli stessi errori e le stesse bravate; agivano e parlavano allo stesso modo, come se fossero fatti l'uno per...con la carta carbone o lo stampo), eppoi il sottonente Lucy che era compagno di branda del tenente, seguito da Baumer il lungo e...via via da ogni altro: quelli già svegli da prima e quelli (ri) svegliatisi poi, che insieme parevano "voci bianche" impazzite di sobbalzo.
     - Ma come, tenente? E' prestissimo? - Fecero infatti tutti, in coro e all'unisono (in effetti, la tabella di marcia...della sveglia era in anticipo solamente di qualche minuto). 
     - Forza, ragazzi! - Esclamò ancora Galthier. - Non fate i capricci! Mi sembrate delle signorine che fregnano, no dei fanti del quindicesimo! (il battaglione aveva tradizioni militari di prim'ordine e in passato gli uomini che ne fecero parte ebbero ricevuti grandi onori: otto medaglie d'oro e quindici d'argento al valore militarono nelle sue fila!). Non avete sentito la radio, poco fa? E il sergente, in cortile...avete mica afferrato le sue grida? (Non era possibile, infatti, che l'annuncio dell'una e le urla dell'altro fossero passati entrambi sotto silenzio alle povere orecchie di qualcuno, tranne...a quelli che si erano risvegliati in ritardo, s'intende!). Dopo un attimo di pausa, per sfilarsi gli stivali eppoi infilarseli daccapo (li aveva infilati scambiando la destra con la sinistra e viceversa), il tenente riprese a parlare, rivolgendosi all'intera compagnia con tono più deciso e sarcastico di prima:
     - Allora, signori, in bagno fate in fretta; niente manovre strane con la cappella, vi voglio in palla e a tono, tra poco ci sarà adunata e...vi raccomando di stapparvi bene il cerume dalle orecchie, a scanso di equivoci! In realtà tutti avevano sentito (tanto quelli già svegli al momento dell'annuncio, quanto quelli in dormiveglia) ed erano già abbastanza su di cappe...giri per loro conto: anche i ritardatari lo erano adesso ed i sognatori di lungo corso, dopo essersi risvegliati. E' da dire, però (e questo accade dacché esistono eserciti e soldati), quanto segue: in ogni caserma e in tutti i battaglioni che si rispettino i soldati fanno la "cresta" sul rancio (sebbene molto spesso, ed ovunque, lasci esso a desiderare!) e sul sonno (sebbene vi sia sempre, ed ovunque, il Katczinsky di turno a sorvegliare, ovvero a rompere gli equilibri, le uova nel paniere...i sacramenti!), sovente e volentieri...ognuno rosica un cucchiaio di minestra in più, quando può, o qualche minuto extra di sonno e non vi sono dichiarazioni di guerra che tengano, in questo. Tutto ciò lo sapeva il tenente e di sicuro lo sapeva anche quel satanasso di Katczinsky. Il sergente, appunto, da par suo, era già bello e pronto, in cortile (aveva finito di lavarsi e vestirsi: quello non aveva bisogno di orologio e lancette; lui...era una lancetta umana!). Da alcuni minuti faceva su e giù e il rumore dei suoi stivali sul lastricato rimbombava dappertutto nelle camerate della caserma; fumava una cicca poi e tra un tiro e l'altro sbuffava talmente tanto da sembrare una vaporiera. L'adunata sonò alle sei e trequarti: il trombettiere Delemont (di nome faceva Christophe, soprannominato il "cagnaccio" per il suo modo, tutt'altro che artistico di abbaia...suonare il suo arnese a fiato!) fu anch'esso puntuale (come una disgrazia) e preciso: come al solito (cioè puntualmente e precisamente) ruppe i timpani di chi l'ascolta! Nel giro di due minuti tutti i soldati furono in cortile (il battaglione era diviso in dieci compagnie di ottanta uomini ognuna, più cinque tra sottufficiali ed ufficiali: Galthier comandava la settima), ma erano in ordine sparso. Katczinsky tuonò allora:
     - In riga, marmaglia! Tutti in riga vi voglio, tutti quanti così come siete! All'istante, allineatevi, mi sembrate un mucchio di capre pronte a scornarvi fra voi. - Gli uomini non si fecero pregare ancora...il suggerimento del sergente era stato forte e chiaro. In men che non si dica, così, il battaglione era tutto bello e schierato in ordine marziale...tutto in riga davanti agli ufficiali e ai loro sguardi severi. Il colonnello Villerieux era comandante della guarnigione: tipo tutto d'un pezzo, militare di carriera (da tre generazioni erano stati militari nella sua famiglia) e pluridecorato nella precedente guerra in cui aveva perso l'uso parziale della mano destra. Era stato assegnato al XV°da tre anni: le alte sfere dell'esercito lo avevano fatto per dargli un comp...contentino che fosse il meno irriguardoso possibile nei confronti del suo lignaggio ed evitargli così una messa a riposo anticipata e disonorevole. L'ufficiale parlò ai soldati, messi in schiera tutti sull'attenti davanti a lui, per cinque minuti:
     - Avete tutti ascoltato poco fa quanto è stato detto, spero sia chiaro a tutti come stiano oggi realmente le cose e quale sia il vostro compito in questo momento! Se a qualcuno ancora non è chiaro quale sia vi rifaccio la domanda e poi rispondo io stesso, con mie parole. Qual'é il compito a cui dovrete adempiere? Ebbene, molti di voi sono giovani; la stragrande maggioranza di voi lo è ed alcuni anche penseranno di esserlo ancora sin troppo o di non essere in grado abbastanza di farlo: di partire, cioé, per il fronte, e di combattere dinanzi al nemico. Vi dico ora che sono pensieri codardi questi e idee disfattiste: non fateci caso a quello che vi dice l'amor proprio, pensate invece all'amor patrio e basta! Voi siete la vita, la forza, la fierezza del vostro Paese. La Patria ci chiama, chiama voi; vi chiama perché oggi ha bisogno di voi e di soldati che siano disposti ad onorarla ed anche a sacrificarsi per lei, se sarà necessario farlo. E' solo l'inizio questo, pensate, d'un cammino che potrebbe portarvi verso la imperitura gloria. Il campo dell'onore vi chiama, ragazzi, non vi è quindi ragione per cui qualcuno resti quì! - Non appena ebbe finito di parlare il colonnello porse un foglietto al maggiore Delaplane, che li era di fianco: quello lesse il foglietto e poi lo ridiede al colonnello che lo piegò e lo mise nella tasca sinistra della sua giacca blu. I due così si guardarono intensamente negli occhi per un attimo e poi si abbracciarono. Dopo di che scoppiò il finimondo nel cortile della guarnigione: il sergente Katczinsky sonò con la sua tromba una marcia trionfale (quel diavolo d'un sergente sapeva sempre qual'era la cosa giusta da fare, al momento giusto...suonava molto meglio di Delemont, il "cagnaccio"!). Gli uomini tutti del battaglione allora accompagnarono con tre hurrah! e lanciarono i berretti al cielo, e dopo...abbracci, strette di mano, fischi e grida di giubilo a non finire. In serata ognuno degli ottocentocinquanta uomini del battaglione aveva ricevuto le consegne e conosceva la propria destinazione e il proprio destino: trecento di loro partirono per il fronte la sera stessa, altrettanti lo fecero nei successivi giorni, in diversi scaglioni; soltanto cinquanta non partirono, tra cui il colonnello Villerieux. Di quei seicento ragazzi partiti molti tornarono mutilati (di una gamba o di un braccio, per chi ebbe fortuna!), tantissimi non tornarono più indietro e per la maggior parte di quelli che lo fecero non fu più la stessa cosa perché essi avevano visto cose inimmaginabili e vissuto un'esperienza troppo più  grande di loro (in realtà lo fu per tutti quelli che la vissero, senza riguardo alla età anagrafica, purtroppo!). Vissero a metà per il resto dei loro giorni...privati del loro cuore, estirpati della stessa loro anima. Alcuni di loro la fecero finita! Il sergente maggiore Katczynski ebbe una sorte migliore, in fondo: saltò in aria, dilaniato da una mina alcuni mesi dopo, sul fronte occidentale. Anche il tenente Galthier fu destinato sul fronte occidentale, ai confini col Paese nemico: in prima linea! Insieme a lui Kantorek e il sottotenente Lucy. I tre presero il treno in nottata: il viaggio sarebbe stato lungo, li aspettava una levataccia. Non appena ebbero preso posto, in terza classe (il mezzo, una tradotta vintage del secolo passato, pullulava di soldati giunti dalle località più disparate del Paese, che andavano pur'essi al fronte, ma anche di molti civili: il puzzo di sudore frammisto al fumo delle sigarette creò una cappa sopra le loro teste che sembrava tal quale all'aureola dei santi o del Cristo!), Kantorek uscì dallo zaino una bottiglia di color giallognolo e disse:
     - Tenga, tenente, ne beva un sorso! Visto che ci tocca far notte, tanto vale non restare colla gola secca! Era cognac, di quello buono e invecchiato a lungo e bene (in botti di quercia di rovere, evidentemente!). Il tenente prese la bottiglia dalle mani dell'altro e bevve. Dopo di che esclamò:
     - Ottimo, ragazzo!
     - Ci credo! - rispose quello. - Lo facciamo noi, mica chiacchiere! - I genitori di Kantorek avevano un grosso vitigno e producevano cognac: lo vendevano poi di contrabbando a tutte le cantine della zona, per non pagare dazi allo Stato. Dopo, il sottotenente Lucy che aveva osservato la scena in silenzio tombale, sbottò dicendo:
     - Ehi, cazzo, voi due! Avete deciso di lasciarmi all'asciutto?
     - Ma no, boia d'un mondo! - rispose Kantorek. - Ce n'è per tre! Tieni e zitto! Il ragazzo, che dava del tu al sottuficiale (al contrario di quanto facesse col tenente) prese così la bottiglia e la passò al compagno: quello bevve e la sua faccia, dop'averlo fatto, lasciò trasparire tutt'altro che delusione! Kantorek riprese la bottiglia e la stipò nello zaino. Poi prese a discorrere:
     - Sa, tenente, - disse, - quella carogna mi manca già...non poco! Si riferiva, ovviamente, al compagno di branda e di...bravate Louis, che era stato assegnato altrove.
     - Non fartene un cruccio! Forza, ragazzo! - fece Henri. - Vedrai che vi ritroverete presto, tu e lui, e farete baldoria insieme con qualche bella signorina! - Non fu buon auspicio quello del tenente: Ferdinand Louis, venti anni, morì sei settimane più tardi, falciato da una mitraglia mentre portava ordini al suo plotone. Kantorek non lo saprà mai: lui il mondo lo lascerà ancor prima del suo amico, purtroppo!
     - Ha ragione, tenente! - ribatté il ragazzo. - Lei ha sempre ragione! E' per questo che lei è un ufficiale ed io un povero soldato! (il tenente avea sempre ragione, nell'ottica di Kantorek forse...quella volta no, invece, non l'aveva per niente: neanche questo avrebbe saputo mai!).
     - Ma no, dai! Non pensarci ora, su, Alain! - (il nome di battesimo dell'altro). - Raccontami invece della tua prima... - non ebbe neanche il tempo, Henri, di proseguire, che Lucy lo interruppe (aveva argutamente intuito a cosa alludesse il compagno!):
     - La mia prima volta, tenente, fu in un bordello vicino la capitale. Era autunno, una domenica di sole. Erano due ragazze bellissime, mio padre mi ci portò la sera, dopo la scampagnata del giorno e il giro turistico per la città. Lui spesso le chiamava "donnine", alcune volte "femmine fatali", altre ancora troie però mi diceva sempre così: "Ragazzo, anche se vai con una di loro non dire mai scopare ma fare l'amore: quelle donne sono i più bei fiori della terra!". Ha frequentato in lungo ed in largo quei posti, si è preso anche lo scolo, da giovane! - Il sottotenente aveva di proposito usato il tempo passato perché il padre - ricco industriale che da sé s'era fatto - mancò qualche anno prima, morendo in un incidente d'auto e lasciando il giovane orfano, insieme alla moglie e altri due figli più piccoli (fratelli minori di Lucy). La fabbrica, che produceva cappelli (durante la guerra ne produrrà anche per gli aviatori e per i marinai), passò nelle mani dello zio del sottotenente. - Una era molto giovane, si chiamava Valerie, - continuò Lucy, - aveva gli occhi tristi, da cerbiatta impaurita, i seni piccoli e una bocca che sembrava una fragola...la baciai, prima di fare l'amore con lei, e così mi sorrise e mi accarezzò i capelli dolcemente. L'altra era più anziana, più scura di incarnato e uno sguardo malizioso di...una che la sapeva lunga: una vera bagascia di lungo corso, i suoi capezzoli e la vagina profumavano di lavanda! Il tenente e Kantorek ascoltarono in religioso silenzio il racconto del loro compagno: erano stati tanto presi da quelle parole, ne rimasero quasi estasiati. Henri non disse nulla all'altro, sul fatto che prima lo avesse interrotto bruscamente; neanche raccontò agli altri due delle sue peripezie ed avventure sotto le lenzuola, i suoi trascorsi da rubacuori impenitente, le numerose conquiste da tombeur des femmes. Domandò a Kantorek:
     - E tu, Alain?
     - Io l'ho fatto in campagna la prima volta, in primavera. E' la stagione che più mi garba, sapete? Perché nell'aria senti quel profumo di...qualunque cosa; quel profumo non lo sentirai mai d'estate perché fa troppo caldo! Era una mia compagna di classe, quattro o cinque anni fa. Ricordo bene tutto di allora, lo ricordo quel giorno e ricordo quei momenti come fosse oggi. Quelle cose non le puoi dimenticare! Lei si chiama Milena, è andata in città dopo. Adesso vive con la sua famiglia. Non l'ho più rivista, da allora, ma il suo profumo lo sento ancora nel naso, qualche volta di notte e mi capita di risvegliarmi di soprassalto. Quando il ragazzo ebbe finito di raccontare, dallo scompartimento più avanti si levarono all'improvviso due urla:
     - Abbasso gli ufficiali! D'accordissimo! - Non era stata la stessa persona a urlare quelle parole...tuttavia vi furono risate generali e uno scroscio di applausi, anche da parte di militari seduti vicino ai tre. Kantorek e Lucy cominciarono allora con gli sfottò verso il tenente:
     - C'è l'hanno con lei, tenente? - Domandò il primo.
     - Beh, non solo con lui! Con tutti i graduati! - esclamò di rimando l'altro.
     - Ma no, non è possibile! - fece Henry. - Io non sono un vero e proprio ufficiale...sono vicino alla truppa! Lo sono più di quanto immaginiate, credetemi! 
     -Sì! Sì! Come no! - esclamò così Lucy. - Ti prendiamo in parola: tu sei vicino alla truppaglia ed io mangerò merda di cavallo...paté e caviale da quì al mese prossimo! Il tenente sorrise, poi i tre accesero una sigaretta all'unisono. Dop'aver fumato presero a riposare. Dormirono alcune ore. Il treno si fermò solo due volte e vi scesero tutti i civili: il viaggio fu meno lungo...scomodo del previsto. Alle sei e trenta del mattino arrivò a destinazione. Galthier era sveglio da un po', gli altri due si risvegliarono puntuali: quando il treno arrivò all'ultima stazione e l'altoparlante lo annunciava a gran voce. Era una giornata calda, no afosa, lo faceva presagire il sole pieno che già faceva capolino in alto...cielo nonostante l'ora.
     - Ah, siete svegli? Finalmente! - esclamò Henri sorridendo sarcasticamente sotto i baffetti (li portava ben curati, sin dai tempi del liceo al paese). - Mi suonava strano, sapete? Non aver sentito le vostre brutte voci per un po': ho fatto persino dei brutti pensieri, che sembravate belli e...ma non si era detto che avremmo passato la notte in bianco? (il tenente, infatti, alludeva a due cose: la prima è che aveva pensato che i due fossero morti invece di dormire - con ironia, certo - la seconda invece che avrebbero dovuto trascorrere notte discorrendo del più e del meno o magari ricordando cose passate).
     - Cazzo! Tenente! - fece Kantorek. - Vuole metterci di malumore già di primo mattino, senza aver bevuto un caffé? O cosa? (il ragazzo disse così perché aveva ben capito a cosa alludesse l'altro).
     - Ma no, dai! - replicò Henri. - Volevo mettervi di buon umore invece! Ne avremo bisogno, sapete? Non crediate che andiamo ad un pic-nic e poi...mi sembra d'avervi reso la pariglia, non è giusto? (il tenente alludeva agli sfottò che aveva subito dai due, poco prima che i tre si addormentassero, ma era anche...la prima volta che tra loro si parlò della guerra seppure alludendo e basta ed in maniera sarcastica, da quando avevano lasciato casa: la caserma del XV°). I tre scesero dal treno in tutta calma: dovevano presentarsi entro le nove al comando di trincea, e prima ancora al posto di blocco 45 che tutti chiamavano il "cancello": c'era tempo però. Erano stati assegnati al XII° plotone che stava di fronte alla "collina 81" e per arrivarci dovevano percorrere - metro più, metro meno - cinque chilometri a piedi: la distanza che li separava dalla stazione in cui erano arrivati col treno sino al punto prestabilito. Si accodarono ad un grosso convoglio militare, all'inizio, il quale trasportava pale ed attrezzi meccanici. Quello procedeva ad andatura lenta ma dettava il ritmo di marcia, scandiva cioè il passo - i passi - di quelli che erano a piedi dietro di lui. Questo incedere avvenne per circa un quarto d'ora, sino a che il convoglio non lasciò Henri e gli altri due praticamente a...sul posto. Insieme continuarono, poi, il cammino con altri soldati (la fila era lunghissima: cento, duecento e...forse 300 metri o ancor di più, chissà!). Il tenente era sul margine destro della strada, il quale costeggiava un torrente e la campagna limitrofa. Ad un certo punto si girò, girò il capo lentamente verso sinistra e notò che di fianco a lui e ai suoi due compagni s'era creata per inerzia una parallela fila di soldati, lunga quanto quella su cui procedeva egli stesso insieme a Kantorek e a Lucy. Questo numero impressionante di uomini, i quali procedevano a passo lento ed all'unisono, una cosa mai vista da occhio umano...il primo sentore vero di qualcosa di grande, enormemente grande ed immenso, abnorme ma al tempo stesso inspiegabile quasi "irreale" nella sua crudezza: il primo sentore, cioé, della guerra che poco per volta comincia a insinuarsi con lentezza ma inesorabilmente nella testa del tenente Galthier, dei suoi compagni e di certo in quella di tutti gli altri soldati. La guerra si manifesta in questo modo, a piccole dosi; sino a quando non ti si para innanzi in tutto il suo essere, impietosamente, senza veli e...maschere! Il giovane ufficiale a quel punto esclamò:
     - Cristo santo! Sono una marea di uomini! Saranno migliaia, uuuhhh...- Lucy, da par suo, lo guardò negli occhi senza proferire parola: il suo sguardo, però, esterrefàtto e vuoto al contempo, aveva detto tutto parlando al suo posto! Kantorek invece continuò a camminare, come se non avesse udito affatto le parole del tenente: allargò soltanto le braccia, in segno di re...accettazione. D'improvviso si cominciarono a sentire in lontananza dei boati: uno, isolato, fu seguito da altri, a stantuffo, meno forti del primo ma più netti; sembravano però sempre più vicini e richiamavano il rantolo di qualcuno che sta per tirare le cuoia, amplificato per dieci, venti, trenta volte! Kantorek questa volta fece un balzo in avanti, di soprassalto, quasi come se avesse dovuto evitare un masso che li si era posto innanzi, sulla strada, mentre la percorreva.
     - Tranquillo, Alain! esclamò il tenente. - Sono ancora lontani! (lo erano, ma no come aveva immaginato Henri!). Lucy allora fece:
     - Sono gli obici da 75, quelli più leggeri! Lo aveva letto, forse, da qualche parte tempo prima, in caserma; oppure glielo aveva detto qualcuno che è così, magari...lo aveva sentito da quel satanasso di Katczinsky! Quelli che Lucy e gli altri soldati in avvicinamento alle trincee ascoltavano, in realtà, eran colpi dei cannoni da 77. Le forze nemiche avevano già piazzato, lungo i quindici, sedici chilometri del fronte oltre un migliaio di pezzi di artiglieria: il più piccolo era quello da 77, il più grande, da 420 millimetri di diametro, poteva sparare proiettili da una tonnellata e anche a diversi chilometri di distanza. Le batterie sparavano colpi con dei tiri indiretti (senza vedere, cioè, il bersaglio né curarsi del loro punto di caduta) ma lo facevano con continuità e a cadenza sincrona, ogni dodici o tredici minuti: il rumore, a volte, era assordante e...metteva paura, faceva tremare la terra, gli alberi e gli uomini! I tre si guardarono a vicenda negli occhi, poi proseguirono nel cammino. Dopo tre quarti d'ora, un 'ora abbondante furono a destinazione, la prima no quella definitiva però. Si presentarono al comando, dopo aver passato una sorta di posto di blocco: era formato da una coppia di garitte in mattoni color marroncino (in cui vi erano due sentinelle col fucile), una opposta all'altra e situate ad entrambi i lati della strada. Le garitte avevano due feritoie dalle quali le sentinelle potevano osservare i movimenti all'esterno e ripararsi. Più avanti vi era una piccola casupola in legno di castagno Galthier entrò, gli altri due restarono insieme, fuori, ad attenderlo.
     
    Taranto, 26 novembre 2020.

  • 30 novembre 2020 alle ore 22:12
    Staremo assieme... d'ora in poi!

    Come comincia:  - Christine era una donna ancora molto bella, una persona senza dubbio interessante, attraente e ricca di charme nonostante fosse avanti negli anni ed avesse superato da un po' la crisi di mezza età che invero coglie anche gli uomini quando si accorgono di avere qualche capello grigio di troppo ed inesorabilmente cominciano a far cilecca a letto. Lei, essendo un tipo di carattere, lo aveva fatto con disinvoltura, da sola, senza subire particolari scosse e senza in alcun modo avvertire l'impellente necessità di doversi affliggere o di auto flagellarsi per averlo fatto, né (di) commiserarsi più di tanto. Non aveva neanche avuto bisogno di correre ai ripari, cioé ricorrere alle cure del chirurgo estetico per farsi ritoccare il suo aspetto (come capitava - da tempo - a tante sue amiche e conoscenti: chi a rifarsi le labbra, chi il seno e chi...il culo!) e porre riparo così, seppure in maniera effimera, ai danni che lo scorrere del tempo provoca su ogni donna. Infine, aveva ben pensato di non analizzarsi, in extrema ratio, né di farsi analizzare da qualcun altro (come spesso fanno, uomini e donne in egual modo, a volte senza senno, in certe fasi un po'..."strange" della loro esistenza, prescindendo dall'età anagrafica), e magari ricorrendo pure a sedute sin troppo noiose e costose, a volte inutili e qualche altra anche rischiose: quelle, infatti, possono riservare diverse insidie e spiacevoli soprese e rivelarsi alla fine, tout court, arma a doppio, triplo taglio non poco incerta o inaffidabile. Era successo proprio così, alla fine, alla sua carissima amica Hope la quale, essendo in crisi coniugale oramai da un bel pezzo, aveva ben escogitato d'affidarsi alle cure d'un celebre strego...luminare della psiche di Albany, in upstate New York; e la cosa, purtroppo, ebbe il seguente (illuminante) strascico: la poveretta era sì riuscita a districarsi dai meandri bui e torbidi in cui ristagnava il suo matrimonio, divorziando dal marito, ma in compenso abbracciò una relazione che sovente non vede via d'uscita stagliarsi all'orizzonte: quella con la bottiglia di gin! La donna così - ahilei - entrò nel tunnel della dipendenza e fu costretta a ricorrere alle cure cliniche no per migliorare il suo aspetto ma per disintossicarsi dall'alcol: in sei mesi appena riuscì a farlo anche grazie alle amorevoli attenzioni della giovane nipote, Jessica, con cui ora condivide un grazioso appartamentino con veduta panoramica vicino Central Park. Qualche tempo addietro Christine andò a trovarla (era da un bel po' che non incontrava la vecchia amica); un pomeriggio e prime ore della sera insieme, trascorse in allegria e spensieratezza. Quando si incontrarono, le due si abbracciarono a lungo e poi Christine disse all'amica:
     - Cara, sembri più giovane di me di trent'anni, sai?
     - Certo! - rispose quella. - Ma se tu ne hai ventinove, mi dici come faccio a sembrarlo? Christine, allora, udite queste parole, scoppiò in una risata a dirotto: il rumore del suo ridere era talmente fragoroso che attirò le attenzioni dei vicini e della nipote di Hope, indaffarata in cucina. La ragazza raggiunse le due donne in salotto, dove erano sedute sul divano, una di fianco all'altra, ed esclamò:
     - Cribbio, ma siete tutte matte? Siete riuscite a far abbaiare anche il cane dei Brown (un cocker spaniel molto vecchio, quello dei vicini di Hope e Jessica: è più facile vedere un asino che vola, nell'alto dei cieli, piuttosto che sentirlo abbaiare!). Le due amiche parlarono a lungo, dopo la risata fragorosa di Christine: evidentemente non del tempo atmosferico soltanto...lo fecero di - e su - cose serie e facete. Christine parlò all'altra anche del suo matrimonio, ma non ebbe consiglio alcuno da essa al riguardo: soltanto un'altro caloroso abbraccio ed un timido sorriso quando si lasciarono, oltre a...la promessa di rivedersi presto, magari molto prima di quanto non fosse accaduto adesso. Lungo il tragitto che la condusse a casa, Christine pensò a lei, alla sua vita, dentro di sé. Il matrimonio con Jack (aitante sessantenne ed avvocato di grido nella "grande mela"), iniziato all'incirca due decadi addietro, era oramai giunto a una fase critica, la quale definirla di stanca è forse eufemismo inutile: il cosiddetto punto morto o "punto k", come molti lo definiscono per distinguerlo dal punto d'incontro e dal "punto g". La differenza tra i due punti, quello k e quello g, i quali nel corso della vita di una donna sempre restano equidistanti tra loro, per fortuna (della donna, s'intende!) è questa: il secondo, se stimolato a dovere, procura intenso piacere alle rappresentanti del sesso gentile...non è sempre facile farlo, però (né per l'uomo né, tanto meno per la donna stessa: a entrambi, infatti, sfuggono sovente e volentieri le enormi potenzialità nascoste in quel misterioso e recondito meand...anfratto del corpo femminile!). Oltre quel punto, cioé, oltre i confini stabiliti dalla natura in quel precipuo punto i quali sono ben diversi dai confini e dai limiti geografico-territoriali convenzionalmente stabiliti dagli uomini e da quelli "mentali" che l'essere umano spesso si pone e che tendono a sminuirne - non di poco - la sua naturalezza, il candore suo primordiale finanche la sua ancestralità ingenua, è impossibile poter andare (a meno che...qualche sessuologo di una remota università della terra riuscisse ad asserire il contrario dop'averlo sperimentato di persona sulla propria pel...sul proprio corpo, ovvero sul suo punto g se sia una donna o su quello di un suo simile di genere opposto se trattasi, invece, d'un uomo). Mentre, oltre il punto k, che contraddistingue appunto una fase di stallo in un ménage di qualunque natura e qualsiasi tipo (tra cui, evidentemente, quello classico dato dal matrimonio tra un uomo ed una donna oppure tra due individui dello stesso sesso, che siano uomini o donne poco importa), si potrebbe pure andare: in molti, ad onor del vero, lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno a loro rischio e pericolo perché...ma le conseguenze di un siffatto comportamento quali sono? A niuno è dato sapere quali - e quante - possano essere di volta in volta, perché ogni singolo caso fa storia a sé e perché trattasi di storie di (e tra) esseri umani: il motivo, infatti, è che oltre quel punto (quello k) non vigono leggi specifiche dettate da codici di comportamento, usi, consuetudini e/o abitudini di sorta; oltre...colà vige l'ignoto nel senso vero del termine e l'imponderabilità del destino su cui non è possibile metter bocca (come potrebbe accadere, ad esempio, nel caso del punto g!) od agire. Dopo quel fatidico punto, a nulla serve affidarsi alla stella polare per proseguire a navigare sul mare della vita e orizzontarsi nei suoi meandri; quella stella che tanto cara fu, nel corso della storia della marineria e dei viaggi, ai naviganti...ci vorrebbe, piuttosto, una buona stella (anzi, una stella buona che faccia da paciere, veggente, psicologo e...tuttofare, insomma!). Ora, tra Christine ed il marito non c'era più nulla: neanche la mortale noia a intromettersi nelle loro esistenze che si trascinavano sul binario della monotonia. Quei due si ignoravano da tanto, troppo tempo e l'assurdo della situazione era che non provassero fastidio nel farlo. Lei si dimenava tra una serata di gala all'Astoria o alla Guggenheim Foundation di cui è socia, ed il bridge con le amiche a Chelsea. Il marito invece imperterrito continuava nella sua routine, nonostante tutto, tra una causa milionaria vinta e qualche scappatella con l'amazzone giovane di turno, a cui - immancabilmente - regalava poi un costoso gioiello o offriva la promessa di presentarla a qualche amico regista o direttore d'una casa d'alta moda. Una volta giunta a casa, Christine si svestì in tutta fretta e fece una doccia gelata; poi preparò un drink e si distese sul letto con la luce spenta: trascorse la notte interamente insonne...aveva negli occhi ancora quanto era accaduto alla sua amica ma continuò a riflettere anche su sé stessa. Non sopportava più di vivere quella situazione, non voleva tirare avanti a quel modo: dentro di sé ne era consapevole all'ottava potenza e se ciò fosse successo sarebbe potuta entrare, secondo lei, nel vortice dell'oblio e forse, chissà, giungere alla soglia dell'autodistruzione. Ma non poteva finire così, non lo voleva e...era troppo forte il desiderio di vita in lei! A Christine per nulla interessava il punto k, non voleva oltrepassarlo perché troppo rischiosa quella strada e piena di incognite, ma neanche quello d'incontro col marito per porre fine all'impasse che li attanagliava ed uscire da quella situazione insieme. A dire il vero lei anche aveva tentato, qualche tempo addietro, la carta del "viaggio", - dei viaggi turistici -  come fanno in molte, alla sua età e con i suoi soldi ma dopo...al terzo, al quarto (o al quinto, forse!) decise di dire basta perché la carriera di viaggiatrice impenitente, solitaria ed annoiata, di certo non li si addiceva neanche un pò: s'era resa conto di non essere tagliata per rincorrere un treno in una anonima stazione di provincia, prendere al volo un aereo in uno scalo super affollato né per circumnavigare il globo a bordo di una enorme e chiassosa nave da crociera. Erano cose, quelle, da cui pensò di sentirsi avulsa e a cui mai avrebbe fatto il callo. Lei era abituata ad altro (sempre era stato così nella sua vita, sin da giovane ed almeno all'inizio del matrimonio con Jack)...passione, sesso, sentimento, attrazione reciproca: un turbinio di emozioni ed ogni sfaccettatura dell'amore, insomma; da vivere in maniera intensa, accesa, incalzante...quello che non ti chiede mai nulla e non ti da respiro. Il mattino seguente a quella notte, tanto insolita ma anche importante per lei e per la sua vita, Christine parlò al marito come non faceva da tanto, pronta a non tornare indietro e senza rimpianti di sorta. Quello era appena rientrato da una notte altrettanto sveglia...campale coi suoi amici e colleghi di lavoro. Ma la stette ad ascoltare. La donna fece:
     - Jack, ho deciso!
     - Cosa, cara? - La chiamò ancora una volta con quell'aggettivo, in maniera sarcastica, evidentemente! (in effetti, era da molto che non lo faceva e...quella fu la penultima volta che avvenne).
     - Io mi fermo quì! Siamo giunti al capolinea! - rispose Christine. L'uomo aveva ben capito a cosa alludesse la moglie (non a caso: era un matrimonialista!) e non se lo fece ripetere ancora. Rispose per le rime.
     - Va bene, cara! Domani dirò ad Elsa (era la sua segretaria da dieci anni: sua ex amante, anche!) di preparare il necessario. Vedrai, sarà tutto rapido ed indolore per entrambi! Ascoltate queste parole, Christine lasciò l'appartamento e non vi fece più ritorno, mentre le sue cose li furono spedite tramite un corriere qualche settimana più avanti. Lei non consegnò mai le chiavi di casa al marito (l'appartamento in cui dimoravano era solo di Jack, la donna ne possedeva però uno tutto suo): le gettò, due o tre giorni dopo, nell'East River. Jack, però, fu di parola: preparò una separazione consensuale (i due si rividero solo una volta ancora, nello studio di Jack, a Manhattan, per firmare le carte) e senza colpa perché le differenze inconciliabili tra loro e la perdita di affetto a cui l'unione era giunta furono dovute in egual misura ad entrambi. Anche Christine, da par suo, fu molto conciliante ed accondiscendente visto che non tenne conto degli inciampi...ménage extra-coniugali a cui spesso il marito andava incontro: li considerò come fossero incidenti di percorso che fisiologicamente e per inerzia, quasi, avvengono...strada facendo. Jack presentò istanza al giudice che accolse le richieste in toto, anche quelle relative alla spartizione di beni e proprietà dei due in comune. La donna decise di dare un taglio netto a tutto ciò ch'era sta...col suo passato, per lo meno quello degli ultimi anni di matrimonio; e pensò bene di farlo dandosi alla bella vita: in fondo, per lei sarebbe stata proprio bella e "nuova". Cambiò in breve il suo modo di fare, di porsi e di vestirsi. Per prima cosa prese ad indossare - in luogo dei suoi tailleurs classici e sobri e delle sue camicette e gonne eleganti e firmate - jeans alla moda e pantaloni di pelle attillati, magliette o canottiere aderenti sopra cui portava giacconi di pelle, stivaloni scuri: il tutto condito con collane di varia foggia e dimensioni; eppoi si tinse i capelli facendoli ancor più be...biondo platino di prima, con una venatura ramata ai lati. Quegli abiti indossati e quei capelli così fatti non li stavano affatto male, tutt'altro: se mai, esaltavano ancor più le sue forme da cinquantacinquenne d'assalto, rendendo giustizia al suo bel culo e ai suoi seni ancora sodi e quasi perfetti, come...una ragazzina. Christine non passava di certo inosservata: non lo faceva ora come neanche prima!
     - Sei un tipo che "spacca"! - li diceva sovente il marito. - Lo farai comunque e dovunque, sempre! - Lo sostenevano pure tutti i suoi amici e le sue amiche: aveva ragione Jack e avevano ragione gli altri perché, in fondo, il fascino e la bellezza non lo danno gli abiti indossati, neanche la sensualità ed il sex-appeal del resto. Comprò poi una scintillante spider decappottabile rossa a bordo della quale si spostava la sera e di notte. Prese a frequentare i locali e le discoteche alla moda della città: quelli popolari, quelli vintage e chic, ma anche quelli più versatili, più squinternati e pericolo...malsani. Faceva "conquiste" occasionali e borderline, accalappiava tutto quanto li venisse a tiro, come una mantide bionda: sulla lunghezza d'onda, cioé, della sua fica e del suo culo, a seconda di chi avesse preso; sia uomini che donne, etero e gay, bisex, trans e travestiti, anche drag qualche volta. Si accoppiava sovente e volentieri con qualcuno - e qualcuna - di loro, singolarmente o a coppia: non aveva affatto la puzza sotto il na...al sedere! Sembrava una donna rinata, sprizzava voglia da ogni poro del suo corpo. Una sera, in estate, (era il 28 di luglio, la vigilia del suo compleanno: caldo torrido e afa terribile come spesso accade durante la bella stagione a New York), da "Henrietta Hudson", bar lesbo sulla Hudson Street al West Village, conobbe una ragazza coi capelli castani lunghi legati dietro e gli occhi scuri: indossava una canottiera rosa e una gonna cortissima; era senza reggiseno e non portava mutandine, Cristine lo notò di primo acchito. Aveva una rosa rossa tatuata sull'avambraccio sinistro e una piccola farfalla colorata di giallo e di verde sul polso destro: era davvero molto sexy e sembrava un tipo stravagante e fuori dal comune, anche lei. Le due si incontrarono con lo sguardo e si presero sin da subito, come fossero due calamite vaganti ognuna in cerca del polo di attrazione reciproco. Fu la ragazza a presentarsi, nonostante fosse molto più giovane di Christine. Le si avvicinò e disse:
     - Piacere, sono Pamela!
     - Ciao, Pam! - replicò la donna. Parole semplici ed essenziali, quasi scarne e...dopo alcuni minuti ed un drink ingurgitato all'unisono le due erano a bordo dell'auto di Christine: alla donna era capitato già di abbordare un'altra donna, in quattro e quattr'otto, era però la prima volta che lo faceva con una ventenne e per giunta con un bel culetto proprio come piacevano a lei! Guidò come una forsennata: aveva voglia di quella ragazza e del suo corpo giovane e provocante. In men che non si dica (poco più di dodici, tredici minuti al massimo) le due donne giunsero a casa di Pam, un accogliente quadrilocale ben tenuto sulla quinta avenue, vicino Union Square. La giovane viveva da sola, da un paio di mesi, dopo che la sua amica Lorraine, studentessa di architettura alla Cooper Union, era andata via per maritarsi. Era arrivata a New York due anni avanti dalla località di Metairie, sobborgo di New Orleans, in Louisiana. Lasciò i genitori, lì, volendo tentare l'avventura nella grande e sconfinata metropoli. Non appena giunse a New York, la sera prima del Labor Day, in settembre, conobbe una ragazza creola, Ester, al Bus Terminal sulla 57esima, che li presentò Lorraine. Inizialmente fece la cubista, per un po', in vari locali al Village, poi l'inserviente in un grande condominio ordinario sulla Lincoln Avenue, di fronte ad High Rock Park a Staten Island. Adesso lavora come cameriera, tutte le notti escluso il sabato, da "Julius'", al West Village: guadagna bene, a sufficienza per pagarsi da vivere e potersi divertire in una grande città, caotica e costosa come New York. Appena furono entrate in casa, la ragazza accese la luce nel piccolo corridoio davanti a loro e mise subito a suo agio Christine:
     - Accomodati, dai! - disse gentilmente. - Fa pure come se fosse casa tua! Ma Christine non rispo...non diede tempo a Pamela di dire altro né di fare nulla. Le si avvicinò come un felino, poi li prese il viso con entrambe le mani, lo portò alla sua bocca e cominciò voluttuosamente a baciarla: quella non oppose resistenza, desiderava la stessa cosa in fondo! Le due donne poi si spostarono in camera da letto. Fecero l'amore tutta la notte: con la luce accesa, Pam aveva paura del buio. La mattina dopo Christine si alzò per prima, di buon'ora. Chiese all'altra:
     - Uova con bacon e toast imburrati?
     - Sì, grazie, Chris! - Le rispose sorridendo. L'aveva chiamata a quel modo, la chiamava così come se si conoscessero da una vita. Era bastata una notte d'amore, la prima tra loro, affinché accadesse: il suo Jack non lo aveva fatto mai, in venti anni di vita trascorsi insieme! Christine aveva già deciso, lo aveva fatto dentro di sé un'attimo dopo aver ascoltato quelle parole. Preparò con calma la colazione e la portò alla ragazza che nel frattempo si era seduta sul letto. Le porse il vassoio e poi, dopo averla fissata negli occhi, per un sol momento, disse:
     - Staremo assieme...d'ora in poi! Pamela non replicò, neanche toccò cibo. Si alzò dal letto di scatto e corse nel soggiorno a vestirsi. Prese poi alcuni abiti dal guardaroba, li intrufolò alla rinfusa in una vecchia borsa di canapa blu e si mise sull'attenti davanti all'altra, esclamando:
     - Eccomi, sono pronta! Christine, la quale aveva capito che anche l'altra lo...avesse fatto, da par suo disse:
     - Anch'io, andiamo! Si presero così per mano (Cristine stringeva la mano sinistra dell'altra con la sua mano destra) e di filato si avviarono all'ascensore, dopo che Pam aveva sbattuto la porta di casa in maniera volutamente fragoro...col botto: voleva chiudere, anche lei, col suo passato, darci un taglio (simbolicamente) nonostante che - al contrario di quello dell'altra - esso non fosse stato "nero", però, tinteggiato di fosche tinte; tutt'altro! Quella porta chiusa a quel modo, tuttavia, se la lasciò alle spalle sapendo che non l'avrebbe più riaperta. Dopo trenta, trentacinque secondi appena (l'appartamento di Pam è al terzo piano) l'ascensore toccò terra: quando si aprirono le porte le due, che si tenevano ancora per mano, si avviarono al portone; uscirono poi in strada e si infilarono, come la sera prima era accaduto, nella spider di Christine posteggiata trenta metri più avanti. La donna mise subito in moto e poi disse:
     - Sai, Pam, nessuno lo aveva fatto sino ad oggi!
     - Cosa? - domandò l'altra.
     - Nessuno mi aveva chiamato a quel modo, come hai fatto tu, prima. Sono felice che lo abbia fatto...hai soltanto trent'anni meno di me, in fondo, ma sai già come trattare una donna! Grazie!
     - Di nulla, Chris! - disse nuovamente la ragazza. - Da adesso lo farò sempre, vedrai! - Christine, allora, mentre guidava staccò la mano destra dal manubrio e la pose per un attimo dolcemente su quella sinistra di Pam. Poi la tolse e riprese a guidare, con entrambe le mani: in direzione...era diretta al suo attico favoloso che possiede a Long Island, due passi soltanto da Astoria Park di fronte allo shoreline dell'East River (non disse nulla, però, all'altra: voleva metterla dinanzi al fatto compiuto...una sorpresa gradita, pensò tra sé!). Dopo aver imboccato a tutta bir..velocità la quattordicesima est, Christine svoltò a sinistra sulla Roosevelt Drive che costeggia l'East River: la percorse in pochi minuti sino a che non arrivò all'altezza del Queens Midtown Tunnel; pagò il pedaggio e in breve, dopo aver ancora svoltato alla sua sinistra, si trovò sul Vernon Boulevard che conduce a casa. Altri dieci minuti ancora e...le due erano arrivate. Christine indicò all'altra dove erano dirette: lo fece usando il medio della mano destra (è la che portava ancora la fede nuziale!). Pam le dette un bacio sulla guancia sinistra e poi sussurrò:
     - Andiamo! Le due uscirono dall'auto, dopo che Christine l'aveva posteggiata nei pressi dell'attico. Si presero per mano ed andarono. Sono ancora insieme, ora, dopo due anni da quel giorno. Jack invece ha continuato a vivere come prima; si dedica sempre - dopo il lavoro - al golf, alle riunioni al circolo e alle sue...scappatelle, che hanno smesso di essere extra matrimoniali: ora sono solamente extra! 

    Taranto, 2 dicembre 2020. 
     

  • 28 novembre 2020 alle ore 9:49
    LA NONNA FATALONA

    Come comincia: “Indovina chi sono.” Edoardo, varesino di nascita,  romano di residenza stava per rispondere nel dialetto acquisito:  “ ’Na mignotta!” quando quella voce femminile ribatté: “Non riconosci più tua madre, il clima romano ti ha fatto rimbambire, dovresti ritornare qualche giorno a Varese per sistemarti la  testa!” “Scusa mamma, forse hai ragione, il troppo lavoro…” “Ne riparleremo a voce, è mia intenzione soggiornare nella capitale per qualche giorno ma,  per essere più libera non intendo abitare nella tua villa ma nella dependance.” “Mamma dovrei farla sistemare, è chiusa da tempo.” “Datti da fare quando è a posto telefonarmi sempre che ti ricordi il numero mio che è pure quello di tuo padre!” Edoardo  risiedeva a Roma da vario tempo, suo padre Gabriele a Varese era il titolare di una fabbrica di pellame, lui insieme alla moglie Elettra era il rappresentante per il Lazio ed anche titolare di un grande negozio di scarpe in via Due Macelli. “La venuta di tua madre da noi porterà degli scombussolamenti in famiglia, spero di sbagliarmi!” “Mammina cara quando verrai troverai una reggia,  tu sarai la…” “Lascia stare la monarchia, dì ad Elettra di venirmi a prendere a Fiumicino dopodomani alle quindici, spero che sia puntuale..” Elettra fu puntuale come pure l’aereo che proveniva da Milano. Recuperata la valigia dal tapis roulant Beatrice si diresse verso un’uscita, non riconobbe la nuora appoggiata al parafango di una Honda Jazz. “Mamma sono io!” “Vedo che tu e tuo marito non avete resistito al fascino di una auto giapponese, siate più nazionalisti, ad ogni modo grazie di essere venuta a prendermi, andiamo alla reggia annunciatami da tuo marito.” La nonna mostrò da subito di essere ‘diretta’ nel linguaggio. Durante il tragitto: “Come si chiama stó aggeggio che parla, conosce tutte le strade di Roma.” “È un navigatore satellitare, tutte le macchine moderne ne sono dotate.” Dietro il cancello della villa apparve un  cane piccolo abbaiante alla grande. “Non credo che stò animale morda, è una mezza pug…” “Mamma! È un Chihuahua, un cane da compagnia, si chiama chicco.” “Potevate chiamarlo Dumbo, con quelle orecchie…” “Edoardo ritornò in villa alle diciannove. “Scusa mamma il ritardo ma c’erano tanti clienti.” “Ringrazia la fortuna, di questi tempi …vatti a fare una doccia il tuo olezzo…” “Mammina devo metterti al corrente di una  novità, abbiamo adottato un bambino, Edoardo purtroppo…” “Non mi dire che tuo marito è impotente, da un padre che ‘sparge’ figli in tutta la provincia di Varese…” “È sterile, il bambino ha tredici anni, si chiama Andrey, ha sedici anni, è russo.” “Con tanti figli di puttana in Italia…” “Abbiamo provato ad adottarne uno italiano  ma da noi, causa la burocrazia l’iter è lungo e complicato, tra poco scenderà, sta studiando nella sua stanza, sta imparando bene l’italiano.” Andrey era stato ‘istruito’ come comportarsi con la nonna, entrando nel salone, fece un inchino alla dama e: “È un piacere fare la sua conoscenza, sono Andrey.” “Almeno si dimostra educato, certo per farlo passare per vostro figlio sarà difficile, ha occhi azzurri e capelli biondi, la gente dirà che tu hai svicolato…” “Mamma gli amici conoscono la verità, Rita e Anita avranno preparato una cena con piatti tipici romani, credo siano di tuo gusto.” “Spero che non mi facciano ingrassare, ho speso tanti soldi per sistemarmi il viso ed il corpo.” A tavola nonna Beatrice assaggiò un po’ di tutto ma con razioni molto ridotte, aveva affermato la verità, nel ‘Centro Estetico Venere’ di Varese Beatrice era riuscita a far sparire tutte le rughe tipiche dei suoi cinquant’anni. In una clinica privata si era  fatta aspirare il grasso della pancia ed anche impiantare ai seni due protesi di ultimo tipo, quelle dal disegno a pera e non tondo molto riconoscibili, aveva ‘acquistato’ vent’anni. Edoardo aveva fatto le cose ‘per bene’, la dépendance era diventata un gioiello con mobili moderni: due camere da letto con annesse toilettes, cucina, soggiorno e salone in cui ‘troneggiava’ un televisore da 50 inch (pollici per i non inglesizzati). Elettra: “Mamma ti accompagno io.” “Datemi solo le chiavi, ci andrò da sola.” Bea aprì tutte le finestre, si era in pieno luglio ed il caldo si faceva sentire. La nonnina si spogliò nuda, si rimirò allo ‘psiche’, uno  specchio ovale, era soddisfatta del suo fisico, con i soldi che ci aveva speso! La mattina fu svegliata dall’abbaiare del ‘difensore’ di casa, ricordò il detto che si attanagliava all’occasione: ‘più sò piccoli più fanno casino!’ Passeggiata di Bea nel parco della villa. “Cavolo ci mancavano pure le zanzare”. Chiamò il figlio al telefono: “Caro sono tutta ‘mozzicata’ dalle zanzare…” “Vuol dire che hai il sangue dolce, a me non danno fastidio, ti acquisterò un revulsivo.” In giardino: “Mamma questa è la ‘Citronella’ vedrai…come ti sei combinata, hai un bichini che non indossano nemmeno le modelle alla sfilata del Carnevale di Rio, a casa poi abbiamo un  bambino!” “Se cresce con sté idee ne farete un finocchietto, stavo distesa sotto un cipresso a godermi un po’ d’ombra.” “Mamma quello è un olmo.” “Al posto di stà foresta era meglio una piscina, io mi sono attrezzata così sperando di farmi un bagno!” “Anche una piscina di venticinque metri costava troppo e poi la manutenzione…” “Bussa a  denari a tuo padre Gabriele che usa la moneta per foraggiare le sue puttanelle, sei un braciolettone, da chi avrai preso…” Andrey era ritornato dalla scuola in bicicletta, alla vista della nonna in bichini gli uscirono gli occhi dalle orbite. “Nonna sei bellissima quanti anni hai?” “Giovanotto impara che alle signore non si chiede mai l’età, piuttosto dimmi come vai a scuola.” “I miei genitori adottivi mi hanno iscritto alla quarta ginnasiale, io mi impegno ma ho problemi specialmente nelle materie letterarie, la mia professoressa dice che mi mancano le basi, i primi anni sono andato a scuola a Mosca.” “Ci penserà la nonna a farti avere le basi, ogni pomeriggio escluso i festivi vieni nella mia reggia a studiare, ti comprerò libri di autori italiani sia poeti che scrittori, andiamo insieme al centro. Era un sabato, niente scuola per Andrey, con la Honda Jazz Bea arrivò in centro, fermò la macchina dinanzi ad una grande libreria: ‘Antiqua Bibliotheca’. I mobili interni rispettavano il nome del locale, erano antichi, di pregio, ben tenuti. All’entrata di nonna e nipote si avvicinò un commesso in linea col nome del locale, era piuttosto vecchio, gentile, si presentò con un inchino. “Sono a vostra disposizione, scegliete i libri, io li metterò da parte. Beatrice cominciò da Dante Alighieri, dal Petrarca, dal Boccaccio per finire ai più moderni Manzoni, Ariosto, Tasso, Moravia, Fallaci, Eco, Saviano, Ferrante, Maraini, un bel mucchio. A questo punto si presentò il titolare del locale: “Sono Lucrezio Minutoli, vedo che la signora ha scelto un bel po’ di libri, come intende pagare?” Beatrice lo squadrò a lungo, l’aveva presa per una ‘morta di fame’: “Se l’accetta ho una carta di credito platino, è della Banca di Roma, la farò parlare col direttore, è un mio amico. “Mi scusi, mi sono espresso male, Romolo carica tutto nel bagagliaio dell’auto della signora. Romolo ce la faceva appena a stare in piedi. ”Lasci stare, ci penserà Andrey.” “Suo figlio è un bel bambino ed anche robusto, dallo sguardo deve essere un bravo ragazzo.” Il direttore si era dato ai complimenti per farsi perdonare la gaffe. Fu molto utile quando Bea e nipote si sedettero in auto e videro sul parabrezza il foglio verde di una contravvenzione: “Signora in tutta la strada c’è il divieto di sosta.“ Gli venne in aiuto il direttore della libreria: “Calogero la signora va via subito…” e così la contravvenzione, strappata finì nel cestino esterno al negozio. A casa incontrarono Gabriele che aperto il baule dell’auto rimase basito. “Chi li legge tutti stì libri. “Se vuoi anche tu, migliorerai la tua ignoranza!” Il figlio non aveva ancora una volta compreso che mammina era una dura, si pentì di aver aperto bocca. Andrey praticamente passava tutti i pomeriggi nella dépendance in compagnia della nonna, il giovane ogni giorno migliorava ‘magno cum gaudio’ di Bea che rinverdiva i suoi studi classici. “Caro non ti ho mai domandato come te la passi a femminucce, ormai sei grandicello, avrai qualche compagna particolarmente piacente e disponibile, attenzione a non farmi diventare bisnonna!” Andrey era diventato rosso in viso, non si aspettava quell’intrusione nella sua vita privata, non sapeva che rispondere, non aveva mai avuto un rapporto con una ragazza. “Vedo che sei entrato in crisi non è che ti piacciono i maschi?” “Nonna non so che dirti, a casa mia a Mosca i miei parenti erano tutti puritani, a scuola non insegnano sessuologia come in certi paesi europei, posso dire che sono… analfabeta.”  “Chiudi la porta d’ingresso a chiave, vai in bagno, fatti il bidet e poi sdraiati sul letto ad occhi chiusi. Andrey eseguì, si accorse che la nonna aveva preso in bocca il suo pisello che era aumentato in lunghezza ed in grossezza, dopo un po’ provò un piacere mai provato, riempì col liquido del suo uccello la bocca della nonna la quale: “Cazzo sei stato un fiume in piena nemmeno mio marito…” Patto fra nonna e nipote: il pomeriggio dopo pranzo studio sino alle cinque e poi vai alla grande. Andrey approfittò dell’esperienza della nonna per provare tutti le posizioni dell’ars amatoria. Elettra non era molto convinta degli studi di suo figlio con la nonna, durante un colloquio con i professori apprese che Andrey era molto migliorato in tutte le materie in special modo in quelle letterarie. Il giovane  non andava più a scuola in bicicletta ma con una  ‘Vespa’ con cui, nel tempo libero talvolta portava nel sedile posteriore la nonna ogni giorno più ringiovanita. Il nonno Gabriele fece la fine che forse, potendo avrebbe voluto scegliere: morì tra le braccia della giovane segretaria Stella. Beatrice prese il primo aereo per Milano e con tassì raggiunse Varese. A casa un subbuglio di persone, anche gli addetti alle onoranze funebri chiamati da una parente. Niente passaggio in chiesa per espressa volontà del defunto, era ateo, tumulazione senza discorsi nella cappella della famiglia. Finalmente Beatrice poté trarre un sospiro di sollievo ma sino ad un certo punto perché dovette prendere in mano l’azienda di famiglia. Giorni tumultuosi per i colloqui con i collaboratori di suo marito ed anche con il Sindacato che da tempo rivendicava aumenti salariati. Bea se la cavò piuttosto bene sino ad un calo psicologico, troppi avvenimenti spiacevoli e nient’affatto rilassanti. Una novità: “Nonna sono Andrey, volevo comunicarti una bella notizia, sono riuscito a conseguire la licenza di liceo classico, se sei d’accordo non vorrei frequentare l’università ma aiutarti in ditta, mi sento abbastanza in gamba di poter apprendere i segreti del mestiere.”  Un sospiro di sollievo, Bea non aveva pensato a quella soluzione del problema, ne fu entusiasta, andrò a prendere Andry alla Malpensa con l’auto del defunto marito, una Maserati Quattroporte. All’arrivo di Andrey baci e abbracci a non finire, qualche lacrima sulle gote della nonna, qualche passeggero li guardava perplesso. L’abitazione era splendida, costruita quando la ditta di pellami era la massimo dello splendore. Il giovane russo fece il parapaffio (volgarmente paraculo). “Buona notte nonna, sono stanco del viaggio…” e si girò di fianco sul letto matrimoniale. “Figlio di un cane, sono quindici giorni che aspetto questo momento e tu…” “Scherzavo, volevo vedere la tua reazione.” “ Potresti fare la fine di Bobbit quell’americano cui la fidanzata tagliò di netto l’uccello!” “E tu con chi scoperesti?” “Da quando è morto mio marito ho intorno tanti mosconi, purtroppo mi sono innamorata…” Una notte d’amore, Andrey sfogò tutta la sua gioventù sessuale, Bea rinverdì la sua. Era quasi mezzogiorno quando i due tornarono alla realtà, soddisfatti e sorridenti sotto la doccia, ambedue avvolti in un  accappatoio si recarono in cucina, si arrangiarono con panini imbottiti, la cameriera Maria, per non svegliare i due era andata via. Passeggiata lungo il lago e rientro a casa, la mattina seguente era una giornata impegnativa per il lavoro. Riunito tutto il personale della ditta Beatrice: “Signori questo è mio nipote Andrey, col mio aiuto ed anche del vostro prenderà in mano l’azienda, mi raccomando siate collaborativi.” Pian piano nei giorni seguenti Andrey comprese i meccanismi della fabbrica ma i sindacati andarono di nuovo all’attacco per l’aumento di stipendio. Il russo consultò il ragioniere della ditta che era anche il consulente tributario. “Ragioniere Antonino come siamo combinati?” “I bei tempi di una volta sono passati, c’è crisi dappertutto, anche la ditta ha dei problemi di vendita, non siano nella possibilità di aumentare gli stipendi.” Quella sera Andrey ‘saltò la seduta sessuale, non riusciva a dormire, il pensiero era come uscir fuori dal problema degli aumenti,  quasi all’alba ebbe un’idea che pensò originale. “Signori, alla fine dell’orario di lavoro una riunione con tutti voi, devo comunicarvi una mia decisione importante.” Tutti gli interessati con gran curiosità si riunirono nel locale più ampio. “Vengo subito al dunque: il ragioniere della ditta mi ha comunicato che non posso darvi l’aumento dello stipendio altrimenti la ditta fallirebbe nel giro di due mesi, penso di aver risolto il problema: nessuna aumento ma in compenso verrò incontro  a chi ha più bisogno di una aiuto finanziario, gli interessati mi faranno pervenire le loro esigenze scritte su un foglio di carta qualsiasi niente preventivi o cose del genere, parlo di chi ha molti figli, di chi ha malati gravi in famiglia o di vecchi da accudire, se qualcuno non è d’accordo alzi la mano. “Sono Alterio iscritto alla Cgil, preferisco un aumento di stipendio.” “Caro  Alterio non posso fare un’eccezione per te, l’unica via è che tu dia le dimissioni, fammi sapere.” Alterio non diede le dimissioni. Andrey non era più attivo sessualmente con Beatrice come i primi tempi, la nonna in un primo tempo pensò che il giovane amante, preso dai problemi della ditta la sera fosse un po’ spompato, perdurando la situazione Bea pensò ad un probabile ‘svicolamento’ di Andrey. Guardando fra le richieste di aiuto finanziario da parte dei dipendenti Bea si accorse che spesso ricorreva il nome di Diana, nubile non c’era motivazione per la richiesta di denaro. Andrey ritenne opportuno portare a conoscenza della nonna la verità, il figlio che Diana aveva in seno era suo. A Beatrice cadde il mondo addosso, ci vollero molti giorni per ‘inghiottire il rospo’, ragionando capì che era la miglior soluzione condividere Andrey con un’amante piuttosto che perderlo. Dopo otto mesi venne al mondo una bambina bellissima, bionda con occhi azzurri, nome Elettra in onore della nonna paterna. Beatrice ormai rassegnata comprese che era diventata bisnonna!

  • 27 novembre 2020 alle ore 11:15
    Ti guardo

    Come comincia: Voglio camminare, delegare alle gambe il fluire tempestoso dei pensieri affinché rotolino sotto i miei passi e restino indietro, e si allineino trovando essi stessi un proprio ordine, come biglie in fila. E poi fermarmi e voltarmi a guardarli, riconoscerli uno ad uno, vederli in sequenza. Fermarmi, dopo il fragore assordante delle loro voci tutte assieme, dopo i tonfi di ognuno nel precipitare dalla mente.
    Fermarmi e guardarli, riconoscerli, andare avanti; lasciarli: biglie cadute fra foglie secche.
    Mi fermo, guardo, voglio riconoscere. Ti guardo.
    Sei caduto anche tu, mio amico-avverso d'infanzia, nel regno di Plutone e non provo pena ma neanche la gioia della rivalsa; eppure vorrei sentire il morso di un'emozione qualsiasi, di un sentimento potente che dilaghi sul fluire tempestoso dei miei pensieri e li anneghi, li trascini come inetti mostri morti giù per la valle verso l’Ade, e li dissolva in particole infinitesimali, e poi sparire per sempre; quei mostri che mi hai chiesto di custodire al mio settimo compleanno, ricordi? il giocattolo segreto, proibita la condivisione al di fuori delle sbarre di quella stanza in penombra esposta a nord, al freddo, sulla mia pelle bambina e dentro la mia mente tempestata di pensiero-non pensiero convulso.

    Nelle lingue d’ombre, sorgenti dai pulviscoli dell’aria fra le fessure degli scuri accostati, sagome scure e lunghe le tue dita e il profilo del tuo naso aquilino e della lingua, ad accendere riflessi fra i riflessi delle mie tenere e bianche carni. E i tuoi sussulti e mugugni, e la mia figura di cera bianca stagliata nel centro di una sala oscura. Poi, silenzi ovattati e buio ovattato. Non ricordo che silenzio e buio e freddo ovattati, e una piccola figura di cera bianca stagliata nel centro. Fra le sbarre di quella stanza, ogni volta un’incisione nuova sulla membrana dell’anima; lì è stata inchiodata e crocifissa la mia innocenza, la mia luce, il mio riso garrulo, e i giorni che non ho più potuto vivere. Io sono la stanza sbarrata e la trascino nella mia vita tatuata di mostri, invisibili ma percettibili a chi carezza la mia pelle di donna, invisibili al mio silenzio di bimba strappata alla vita; invisibili alla mia mente che nell’ingurgitarli li ha rivoltati dissimulandone le sembianze, divenendo fragore assordante di voci tutte assieme.
    È impresso il colore annacquato dei tuoi occhi cerulei sulla mia retina, attraverso quel tremolio paludoso ho visto la vita passarmi accanto e sparire, e ti guardo, ora. Colore non ve n’è più nei tuoi occhi scomparsi oltre la pelle livida delle palpebre, ti guardo. Ho camminato tanto per arrivare fino a te, mi sono fermata e voltata indietro e ti guardo. C’è la tua anziana moglie accanto al tuo corpo imbellettato per l’ultima funzione, velo grigio sul capo a sfiorarle lo sguardo, mi par di sentire rancore frammisto a una sorta di gioia fluire e vibrare nella traiettoria che dal suo velo spazia verso te, ne sento la scia attraversarmi la pelle, nel semicerchio disegnato dal cenno che mi rivolge. Lei sapeva. Mi fissa, muta parla alla mia mente. Ascolto.
    Ci puoi vedere? Lo senti quante malevoli ombre tentano di sfuggire alle catene del tuo corpo? Ti arrivano i lampi delle emozioni frastagliate nei nostri animi confusi?
    È l’ora dell’addio per sempre, un tonfo e l’opercolo ti toglie alla nostra vista.
    Un tonfo nei miei pensieri tempestosi: li sento rotolare. Il nugolo di foglie secche si solleva in una danza circolare, si scompagina, si deposita lievemente ai nostri piedi, si placa il trambusto dei pensieri, e come biglie in fila trovano il loro ordine. Pensieri come biglie in ordine in attenta attesa fra quelle foglie secche.
    Si disintegrano le sbarre, cadono i muri, s’aprono gli scuri e la luce del sole disperde il pulviscolo, uccide le ombre, come cera liquida si liquefa la figura al centro della stanza. S’asciuga la saliva e si fermano i mugugni. Si sgretola ogni ombra.
    Mi perdono: lascio liberi i mostri tenuti stretti al seno che mi hai chiesto di nutrire, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

    Mi perdono: ero una bambina, non sapevo che il mostro eri tu, non lo sapevo, mi fidavo di te che amavi la mia famiglia.
    Mi perdono: eri tu che dovevi proteggermi dai mostri, non sapevo che il mostro eri tu.
    Mi perdono, mi libero.
    Non so se ho perdonato te, non riesco a sentire nessun sentimento, nessuna liberazione o catena e nemmeno so se mi dispiaccia per te, non lo so. So che sono quella bambina innocente che non conosce malizia, ma so che il mostro eri tu.

     

  • 17 novembre 2020 alle ore 10:56
    Domenica pomeriggio

    Come comincia: Certe volte è domenica pomeriggio. E' così raro! Il sole va e viene, la strada è silenziosa, le serrande dei negozi abbassate, nessuno lungo i marciapiedi. Domenica pomeriggio, la consapevolezza di un giorno di festa. Oggi è la giornata dedicata a tutti i poveri del mondo. Per loro un giorno di festa ci sarà mai? Girello, sedia a rotelle, piano, mi raccomando, ho accompagnato a tavola Paolo. L'ho imboccato ridendo un po' fra me perché ho acquisito quella particolare smorfia delle labbra di chi imbocca. Perché ridi? Dice lui. Perché ho un nuovo tic, rispondo io. E allora sorride anche lui. Mentre gli do da mangiare penso a quanto siamo fortunati ad avere cibo in abbondanza, soltanto da scegliere. E' domenica pomeriggio e adesso lui riposa e io sono qui a scrivere cose senza importanza ma è così piacevole sentire di avere questa energia, questa voglia di pensare anche agli altri e non solo a me. Forse perché da quando siamo rientrati dall'ospedale, quella appena trascorsa è stata la prima notte in cui ho dormito. E così mi sento forte, così forte da poter soffrire per i poveri, quelli che non hanno cibo, casa, salute. Domenica pomeriggio. Vado a dare un'occhiata a Paolo. E' tranquillo, sereno. Posso sedermi un po' sul divano a chiacchierare col mio sole che gioca a nascondino con le nuvole, sperando di non addormentarmi.

  • 15 novembre 2020 alle ore 15:33
    LUCIA LA BELLISSIMA.

    Come comincia: Con Lucia Lindberg la natura era stata benigna, bellissima era l’orgoglio di papà Lars e della mamma Margareta Eriksson. Sin da piccola aveva attirato l’attenzione dei pubblicitari per la vendita di pannolini, carrozzine, seggioloni, culle insomma tutto quello che poteva riguardare una fanciulla in tenera età. Il visino classico degli abitanti del nord Europa: occhi di un azzurro profondo, capelli biondi. Altra sua particolarità un carattere gioioso, sempre allegra e sorridente anche quando si svegliava dal sonno non piangeva, al massimo si esercitava con le gambette per richiamare l’attenzione della mamma per una meritata poppata di latte. Anche quando era in carrozzina nei giardini di Stoccolma attirava l’attenzione delle persone con le sue risatine ed il solito sgambettare. Crescendo all’asilo era coccolata dalle maestre come pure alle elementari. Giunta alle medie prese le sembianze di una donnina e in televisione con gran successo apparve nelle vesti di cappuccetto rosso. Alle superiori era ormai una fanciulla notevolmente bella e desiderabile, i mosconi crescevano di numero presi in giro dalle sue battute e barzellette tipo: “Sai qual è la città preferita dai ragni?” Scena muta da parte dell’interessato. “Imbecille, Mosca!” Oppure “Sai cos’è una zebra?” Solita scena muta del collega. “Sciocchino un cavallo uscito dal carcere!” Barzelletta scolastica: “Un tipo col tuo stesso nome, Benny, domanda alla maestra: ’Signora maestra posso essere punito per qualcosa che non ho fatto?’ L’insegnante: “Ovviamente no!”  “Bene, non ho fatto i compiti!” Lucia non era ben vista dalle compagne non belle come lei e dai maschietti allontanati con tanto di presa in giro, solo i docenti l’apprezzavano per la sua studiositá fuori del comune; già all’inizio dell’anno aveva letto ed imparato quasi tutto il  programma. All’Università si era iscritta in lingue: con la professione del padre diplomatico di carriera era stata a Parigi, a Londra, a Roma ed in ultimo a Madrid da cui era tornata nella natia Stoccolma con il padre giunto all’età  della pensione. Nel ‘peregrinare’ nelle varie città europee si era data alla bella vita sessuale senza però un amore fisso.  Laureatasi aveva preso ad insegnare lingue alcune delle quali apprese durante il soggiorno nel paese dove erano parlate. Ma anche per lei era giunto il momento dell’amore. Cupido aveva scoccato la freccia nei confronti di un suo collega molto bello ma che non si ‘faceva avanti.’ Una delle particolarità di Lucia era quella di voler ad ogni costo quello che desiderava, e così fece in modo di ‘agganciare’ il suo collega Lloyd Karlsson che passava il tempo libero a giocare al calcio senza altre distrazioni. Al ballo indetto dalla suola per fine anno scolastico si ‘strofinò’ a lui sperando che qualcosa aumentasse d volume nei suoi pantaloni, speranza delusa, Lloyd pensava solo alla danza. Non c’era altro da fare che  fargli una sorpresa andando a casa sua ‘non invitto  hospes’, gli aveva sottratto le chiavi dell’abitazione. Brutta idea: Lloyd fu scoperto mentre sul letto aveva un rapporto ‘ravvicinato’ con un altro uomo. I due rimasero basiti, a Lucia si piegarono le gambe, riuscì a scappare per raggiungere la sua auto posteggiata dinanzi alla abitazione del mancato fidanzato. La ragazza era molto sensibile di carattere, quell’episodio la colpì pesantemente, non che fosse una puritana ma l’omosessualità di Lloyd non l’aveva messa in conto. Cuore di mamma Margareta si accorse del cambiamento di umore della figlia, si fece raccontare quello che le era successo riferì al marito del desiderio della loro figlia di andare in un paese straniero, il papà non fece domande, pensò di sistemare Lucia a Roma quale addetta alla ambasciata svedese, aveva ancora degli amici al Ministero degli Esteri. E così fu che in una giornata nebbiosa a Stoccolma ma soleggiata a Roma, all’aeroporto di Fiumicino Lucia  fu accolta da una collega svedese Britt Isacson che con la sua Mini la condusse al Bed and Brekfst Roma Centro dove lui alloggiava e dove le aveva prenotato una stanza. Furono accolte dalla proprietaria contenta di aver come ospite una svedese, aveva una simpatia particolare per le nordiche. Sono Romilia Grassi ho a disposizione solo una camera matrimoniale, prezzo Euro trentanove a notte, pensione competa ottanta Euro al giorno, sono una brava cuoca.” “Grazie signora Romina…” Fu interrotta dall’interessata: “Mi chiamo Romilia forse per un errore a suo tempo dell’addetto all’anagrafe, tutti si sbagliano e mi chiamano Romina.” “Bene signora Romilia, mi sembra che il cognome non le si addica, lei è magrissima…” “Meglio il mio che il nome del mio defunto marito ‘Scattareggia’ che molti, per sciocco spirito cambiavano in scorr….!” Tutti pomeriggi più il fine settimana  Lucia era libera dagli impegni di  ambasciata. Non poteva contare sulla compagnia di Britt fidanzata con un romano,  spariva dalla circolazione. Lucia aveva fatto una considerazione sulla collega, non aveva nulla della razza svedese, mora sembrava più una siciliana, forse un ‘peccatuccio’ di sua madre. Su un giornale locale Lucia lesse un’inserzione in cui si richiedevano dei volontari che parlassero varie lingue per dar lezioni ad immigrati. Stanca di visitare musei e monumenti la ragazza decise di presentarsi nell’edificio indicato nell’annuncio, via Nizza 22, aveva acquistato di seconda mano una Fiat Abarth 695 ma preferiva andare a piedi per un’avventura capitatale allorché in via Cavour sfrecciò con l’auto a velocità superiore ai cinquanta chilometri previsti e fu fermata da un Vigile urbano. “Signorina patente e libretto.” “Jag förstar italienska, jag är svensk.” “Cazzo questa è svedese mortacci sua quant’è bona!” “E tu sei un porco, farò rapporto ai tuoi superiori.” ”Mi scusi talvolta sono impulsivo e sbaglio, il mio voleva essere un complimento, le chiedo scusa e vorrei riparare…” Il vigile di era tolto il cappello d’ordinanza, era veramente un bel ragazzo ma non femmineo come il suo ex fidanzato, emanava mascolinità da tutti i pori. “Il modo migliore è quello di invitarmi a cena, un pasto che le costerà metà del suo stipendio!” “Signorina svedese, lei non sa quanto misero sia il mio stipendio, potremmo andare in una bettola, a Roma dove anche in locali non di lusso si mangia bene.” “E bravo il mio vigile, come si chiama?” “Romolo Fumagalli, il suo nome è scritto nel libretto di circolazione, allora per la cena…” “Per me va bene sabato sera il locale?” “A Trastevere dalla sora Lalla, è una mia amica.” “Venga lei a prendermi all’Ambasciata Svedese in piazza Rio de Janeiro.” Io posseggo solo una moto, niente quattro ruote.” “Benissimo, andiamo in  moto, adoro il vento sul viso e poi non abbiamo paura di prendere una contravvenzione se andremo troppo veloci!” Lucia rimase abbagliata dalla moto. “È un mostro, come si chiama?” “MV Augusta Brutale 800 Dragster.” “Un nome che è tutto un programma, vada piano non vorrei tornare a Stoccolma in bara!” “Sarò delicato…” “Che vuol dire delicato, in che campo?” “Nell’usare l’acceleratore, non sia maligna.” “Glissons e muoviamoci, ho fame.” “Finalmente hai rimorchiato una bella topa non come quelle sciacquette che porti di solito, signorina come si chiama?” “Lucia ed ho fame.” Al cuoco:“Ah Cesare, ce sò dù morti de fame…” Sora Lalla era affezionata a Romoletto suo, lo conosceva sin da piccolo, avrebbe voluto che si sistemasse sposandosi una brava ragazza ma questa era troppo bella e le belle…Cesare mostrò la tutta sua valentia in arte culinaria romana, Lucia ad un certo punto alzò le mani in senso di resa, mai aveva mangiato tanto e così bene in vita sua.“ “Se permetti ti do del tu e pago io il conto, mi hai detto che lo stipendio dei Vigili lascia a desiderare.” “Ti pare che sora Lalla ci fa pagare, è come fosse mia madre che purtroppo non ho più.” Lucia capì che il suo nuovo amico vigile aveva messo in atto una furbata ma non era importante, vedeva le cose in maniera più ottimistica forse anche per effetto del Vino dei Castelli Romani. Ritornati nel cortile dell’Ambasciata i due si guardarono  in viso. Romolo: “Ho un collega siciliano che in casi come questo avrebbe detto:”Camaffare?” “Traduci per favore.” “Che dobbiamo fare?” “Lucia non era proprio in sé e: “Lo sai, si dice che darla la prima volta in cui ci si incontra è da mignotta…alla prossima.” e con la Fiat Abath rientrò nel Bed and Brekfast. Lucia per il  fine settimana successivo chiese a sora Romilia di poter invitare un suo amico per farle compagnia…”Che mestiere fa il tuo amico?” “È Vigile Urbano.” “Io sono contraria alle …visite personali, per questa volta passi.” Romolo si presentò alle diciannove con due mazzi di rose, uno per la padrona di casa ed uno per Lucia, furono apprezzati dalle interessate. Cena leggera e poi ‘ritiro’ nella stanza di Lucia, A turno il romano e la svedese in bagno per sciacquarsi i propri gioielli poi Romolo si distese sul letto in attesa …Lucia nuda apparve nel vano del bagno, una dea, bellissima, mai Romolo aveva avuto modo di conoscere una tal beltade che però gli fece un effetto non previsto, ebbe un raptus che lo portò a prendere Lucia per un braccio ed a sbatterla sul letto per poi penetrala subito in vagina. Ovviamente la situazione non piacque affatto alla svedese anche perché provocò in lei del dolore. Quando riuscì a riprendersi: “Sto male, vedi di andartene subito, dico subito!” Romolo sparì, in  corridoio incontrò Romilia che non salutò, uscì di casa lasciando la porta aperta, era fuori di testa, non aveva compreso la rozzezza che aveva commesso, Lucia cercò di riposare ma senza esito. La mattina Romilia bussò alla porta della sua stanza e:” Non ti domando quello che è successo, posso immaginarlo, vorrei esserti utile.” “Non mi sento di andare in ufficio, per favore fammi scrivere da un medico di tua conoscenza il riposo assoluto per sei giorni, grazie.” A metà mattinata Britt le telefonò per sapere sue notizie circa la sua salute. “Niente di grave, solo una raffreddatura ma siamo in inverno e voglio evitare complicazioni, a presto.” Romolo dimostrò una imbecillità totale, trovato spento il cellulare di Lucia telefonò alla padrona di casa per domandare notizie della ragazza. Romilia era di modi spicci e lo liquidò con un: “Vedi d’annattene artrove gran fijo de nà mignotta!” Coccolata dalla padrona di casa Lucia pian piano si riprese, uscì di casa e girò nelle vie intorno casa. Una sera un cartello ubicato sopra un portone attirò la sua attenzione. ’Scuola per immigrati, si cercano volontari come insegnanti.’ Lucia non ci pensò due volte, era la volta buona per far qualcosa di utile,  la sera si recò alla Scuola per Immigrati. Ad accoglierla una signora di mezza età: “Sono Maria Coltorti  direttrice di questo centro, da noi vengono immigrati che vogliono imparare l’italiano, occorre però che gli insegnanti conoscano le lingue estere.” “Io sono svedese ma ho girato tanti paesi, per me non è un problema.” Lucia la successiva serata, alle diciotto si presentò in aula, pian piano giunsero  circa quarantina alunni di tutte le età, religioni, razze e sesso, tutti si presentarono alla nuova insegnante, soprattutto i maschietti furono contenti della sua presenza, forse i predecessori di Lucia non brillavano per pulcritudine. Un giovane attirò l’attenzione della neo insegnante: alto, longilineo dalla carnagione appena ambrata, molto elegante nel vestire, probabilmente non era un immigrato in cerca di lavoro in Italia. Alla fine delle lezioni il cotale si presentò: “Sono Joseph, malgascio, il mio vero nome è un altro ma è lunghissimo e difficile da ricordare così dalle mie parti molti lo cambiano in uno francese, lingua che parliamo tutti, sono un appassionato di antichità, Roma è stata sempre la mia meta preferita. Mio padre è proprietario terriero ed allevatore di zebù, data la sua età matura mi ha lasciato in libertà per sei mesi poi dovrò ritornare in patria ed a dirigere tutta la baracca come dicono a Roma, per ora me la spasso intendo dire visitare musei, monumenti.” “Mi scusi la franchezza ma non e la vedo a naso all’insù a guardare le pitture della Cappella Sistina o le statue di Michelangelo, del Canova o di Donatello.” “Ho capito dove vuole arrivare gentile signorina ma quel genere di amusement lo trovo anche al mio paese…”  “Mi sono incamminata in un terreno minato, non volevo essere indiscreta.” “Ho visto un cartellone che  reclamizzava  un dentifricio, riportava la frase: Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi, penso le si addica. Qualora la mia compagnia non le dispiaccia potrei proporle di andare insieme a cena, se non ha fame al cinema, al teatro, non conosco le sue preferenze.” “Ho un certo languorino…” “Bene allora andiamo qui vicino al mio albergo, è il Continenltal. All’arrivo dei due il portiere si levò il cappello e fece un inchino quasi sino a terra, Lucia si mise a ridere: “Quante mance gli molli per essere tanto ossequiato!” “Mi ha raccontato la sua vita, ha cinque figli e lo stipendio non è altissimo. Preferisci cenare al ristorante o in camera.” “Avevo giurato eterna lotta ai maschietti per una mia recente disavventura ma voglio fidarmi del tuo viso di persona perbene…”  “Occupo la suite all’ultimo piano, qui non si usano le chiavi ma una scheda, andiamo in ascensore.” Al telefono: “Gaspare vorrei cenare in camera, siamo in due, per il menu pensaci tu.” Roma illuminata era uno spettacolo, Lucia d’impulso prese sottobraccio Joseph ma scivolò sul pavimento lucidato a cera e si trovò bocca a bocca con il malgascio.”Niente male ma non è stato voluto…sono un gentiluomo.” A Lucia parve spontaneo ribattere: “Perché i gentiluomini…” e sempre spontaneamente riprese a baciarlo sino  a quando bussarono alla porta. Due camerieri con due carrelli, Gaspare si era sbizzarrito ed aveva fatto preparare una cena luculliana. “Questo è un attentato alla mia linea…”  Lucia  come si dice in gergo parlò bene ma razzolò male soprattutto col contenuto della bottiglia di Brunello di Montalcino che apprezzò moltissimo per poi sedersi allungata su una poltrona, era un po’ groggy.  Si addormentò. Alle dieci del giorno successivo si ritrovò  sul letto matrimoniale in sottoveste, ci volle un po’ per orizzontarsi, Joseph aveva provveduto a spogliarla. Del malgascio nessun a presenza, solo un biglietto sul comodino: “Bene svegliata, sono al bar, se vuoi puoi farti portare la colazione in camera.” Lucia restò ancora a poltrire a letto poi andò nel vicino bagno per una doccia che la svegliò del tutto. Nel frattempo era rientrato in camera Joseph che: “Bello quell’accappatoio, ti dona.” “Dimmi quello che è successo stanotte, non ricordo nulla.” “Una nottata fiabesca, sei stata favolosa!” Lucia capì che Joseph aveva barato, si era controllato il ‘fiorellino’ che non mostrava segni di uso, fece un sorriso e si esibì in una battuta in perfetto dialetto romano che aveva sentito in ambasciata: “Ah buciardo!” “Con la Mercedes presa a nolo dal malgascio si recarono a Ostia nella pineta dove il vento emetteva un fruscio passando fra i rami degli alberi, un romanticismo che portò Lucia e mettere le mani fra i gioielli’ di Joseph con ovvie conseguenze, stavolta anche il fiorello ebbe la sua parte. Un amore era sbocciato fra i due che però non avevano fatto mente locale su un particolare: Joseph doveva ritornare al suo paese di origine e così sorse il dilemma: Lucia doveva seguirlo?  “Sinceramente per una serie di motivi non se la sentiva di  vivere in un’isola sperduta lontana dalla civiltà europea fra gente povera, Joseph purtroppo non poteva  fare a meno di ritornare in Madagascar. Gli ultimi giorni furono di una tristezza infinita, il destino superiore anche agli dei era una realtà incontrovertibile, Lucia non volle accompagnare il suo amato all’aeroporto, provava troppa amarezza. Così ebbe fine una storia romantica che lasciò nei loro animi una  sofferenza infinita ed in seguito anche rimpianti, l’amore che trionfa è un favola!

  • 13 novembre 2020 alle ore 11:34
    L'Abbraccio

    Come comincia: Un abbraccio per darci la buonanotte e tu ti sei addormentato subito.
    Io no, e mi ha invaso la consapevolezza del silenzio, del buio della camera, della nostra infinita ignoranza del prossimo giorno, della prossima ora, del prossimo minuto.
    Così piccoli, ho pensato, così soli, così disperatamente aggrappati l'uno all'altra, e io a raccontarmi la solita bugia: il tuo destino è nelle mie mani e il mio è nelle tue. Non è vero ma il desiderio di crederci è troppo grande.
    Siamo indifesi, siamo tutti indifesi e bisognosi di starci accanto, dobbiamo superare lo smarrimento che ci coglie quando meno ce l'aspettiamo. E allora sì, io ti abbraccio più forte, e mentre ti abbraccio più forte e mi rassicuro in questa nostra vita così modesta e tuttavia tanto ricca, mi chiedo se tutti quegli individui che soffrono di... come lo chiamano? Ah sì, delirio di onnipotenza ottuso cieco e crudele, in una notte qualsiasi abbracceranno il cuscino e comprenderanno che il loro delirio di onnipotenza è soltanto delirio.