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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 novembre alle ore 1:22
    Storia di Naisha

    Come comincia: Quando ripensava alla sua infanzia, Naisha aveva la sensazione che fosse iniziata quando lei aveva quattro anni. 
    Il primo, vivido ricordo, era quello di un vecchio pullman giallastro con cui, assieme alla madre, era giunta per la prima volta nella scuola dove avrebbe vissuto circa quattordici anni della sua vita e che gliel’avrebbe cambiata. 
    Il cancello nero, in mezzo a due pilastri, si apriva su di un percorso che portava alla struttura scolastica. In effetti un collegio, in mezzo “al nulla”: un panorama cui era abituata; molto verde non coltivato, rare case basse e strade polverose.
    Erano molti i genitori che portavano i piccoli in quel luogo che accettava proprio bambini poverissimi. Uno per famiglia. Tutti lasciarono le scarpe fuori l’uscio e furono introdotti in un locale dove li attendevano delle brandine. Vi trovarono i piccoli che erano arrivati l’anno precedente. Vi furono pianti, difficoltà a distaccarsi sia da parte dei grandi che dei piccini, però alla fine ciascuno del gruppo prese la sua strada. I piccoli, accolti dalle allieve più grandi, consolati e trattenuti e gli adulti che girarono le spalle, nascondendo le lacrime.
    Naisha ricordava di essere stata cresciuta senza che ci si preoccupasse a quale religione appartenesse o a quale casta. Le avevano, da subito, imposta l’idea che non vi fosse un destino prefissato. Crescendo, lei come gli altri, maschi e femmine, senza differenze, avrebbero potuto modificare il destino delle loro famiglie. Mille anni di sofferenze avrebbero potuto, finalmente, terminare di esistere, quando si sarebbero avviati nel mondo.
    La ragazza, invece, era nata in una terra dove il destino, solitamente è attribuito ad una donna chiamata Vidhy Amma (madre del destino), che scrive sulla fronte di ogni bambino la sua sorte alla nascita. In lingua Kannada esiste anche un modo di dire: “haneli bare diddu” Che tradotto diviene “Quello che è scritto sulla fronte”.
    Naisha, nella sua esperienza di vita che andava contro ogni logica del suo villaggio, si chiedeva spesso se anche lei avesse qualcosa scritto sulla fronte.
    Quando la rimandavano in vacanza al villaggio, laddove raggiungeva la madre (che viveva con la madre), ritrovava la piccola stanza in cui era nata e cercava di vedere se stessa, bambina e la strana fatalità che l’aveva vista scelta per la sua avventura.
    Dai quattro anni ai diciotto, aveva trascorso una vita in quella scuola/collegio, laddove viveva a stretto contatto con tanti bambini, maschi e femmine, proveniente, come lei dalla miseria. Tra le sue mura vivevano anche orfani che altrimenti sarebbero stati venduti, e figli e figlie di operai che lavoravano nelle cave e straccivendoli. Lei aveva vissuto l’esperienza del diploma, che aveva segnato un momento magico della sua vita, si era iscritta in una prestigiosa università, laureandosi e specializzandosi, però, ancora in quel momento, laddove a breve avrebbe raggiunto la libertà economica e avrebbe potuto tornare al villaggio per decidere se trovare lavoro in India, oppure restare in Italia, non era affatto certa che il destino, il Karma, un giorno non gliel’avrebbe fatta pagare.
    Sapeva di appartenere alla casta degli “intoccabili,” i quali, per tradizione, sono sempre stati collegati ad attività considerate impure, come la concia delle pelli, la manipolazione di cadaveri o le pulizie. Lei apparteneva ai “paria,” che non sono inseriti in nessuna delle quattro caste ufficiali e quindi vanno evitati, emarginati, non vanno “toccati”, come fossero contaminati, e si chiedeva se lo fosse con il corpo, oppure con lo spirito. Quando in passato più volte era rientrata in quel piccolo spazio abitativo che la povertà concedeva loro, trovava la madre e la sorella che lavoravano per fare scatole di fiammiferi con una velocità incredibile. Lei stessa, in passato, lo aveva fatto: le mani piene di colla, al mattino le trovava spellate e toglieva con le dita la parte che veniva via. La madre lavorava in una fabbrica di fiammiferi. Però alcune delle amiche cresciute con lei avevano l’intera famiglia che lavorava nelle cave di pietra, compreso i bambini. Anche se, in teoria, la legge non permetteva il lavoro minorile.
    Naisha aveva sempre amato le scienze ed avrebbe voluto diventare ingegnere, però, nel tempo, si era resa conto di non essere proprio brava in matematica, per cui aveva deciso che sarebbe diventata un medico, per poi, invece, decidere per la biologia, che aveva sentito definire “la medicina del domani”. Non amava molto tornare a casa e lasciare la scuola. Il locale dove dormivano era piccolo ed il cibo scarso. Inoltre si sentiva molto a disagio, perché la madre trattava lei differentemente dalla sorellina più piccola, che era obbligata a fare tutti i lavori domestici e studiava in una scuola statale. Darika la guardava quasi con odio. Il locale era anche una cucina, di giorno. Sulle pareti avevano fatto una scaffalatura in legno e vi si poggiava di tutto. La notte, stesa in terra, non riusciva a dormire e a volte, silenziosamente, usciva all’aperto a guardare il cielo.
    A scuola avevano una camerata spaziosa che tenevano pulita e i letti erano comodi. 
    La madre di Naisha si era separata dal marito ed aveva anche un’altra figlia che era restata con lui, che, come uomo, aveva studiato fino a quindici anni. Mentre la madre era praticamente analfabeta. A motivo di ciò, aveva accettato che la figlia si allontanasse da lei: voleva permetterle una vita migliore e sperava, anche, che guadagnando, la figlia, un giorno l’avrebbe aiutata. Naisha si sentiva molto responsabile, perché pensava a tante persone che avrebbero potuto fare qualcosa di bello e utile, se soltanto avessero avuto una possibilità come quella che le era stata concessa.
    Lei, dai diciannove anni, si trovava in Italia e i primi tempi aveva trovato difficoltà, perché parlava inglese e non italiano. Appena arrivata aveva avuto modo di iscriversi ad un corso di lingua italiana e soltanto dopo tre mesi era stata in grado di capire meglio quello che accadeva intorno. In realtà sembrava come se fosse stata un inglese trapiantata in Italia. Appena diplomata, sapendo che a Milano c’erano ottime Università, lei, stimolata sempre a cercare il meglio, l’aveva scelta come sede di studio, invece di restare in India. Aveva studiato in inglese perché in tutte le buone scuole dell’India si studiava con quella lingua fin dall’asilo. Nelle scuole statali la lingua dell’insegnamento era il Temil o il Telugu e soltanto dalla quinta elementare si cominciava a studiare l’inglese come lingua ulteriore.
    Naisha sapeva bene che in India il sistema della caste risaliva a migliaia di anni e non sarebbe stato facile uscirne. Le persone andavano divise in quattro gruppi: i brahmin, gli kshatrya, i vaishya e gli shudra e sotto di loro c’erano i dalit, coloro che venivano definiti “gli intoccabili”, cui erano affidati i compiti più sporchi, economicamente sconvenienti e faticosi. Questo non perché lo prevedesse la costituzione, che sosteneva come il sistema della caste in India non dovesse esistere, mentre invece esisteva e come, specialmente nelle aree più remote e rurali e nei villaggi.
    Naisha non poteva dimenticare cosa era accaduto quando ebbe computo i tredici anni e oltre tutto era divenuta matura sotto il profilo di donna. Fu in quel periodo che venne mandata in vacanza a casa, laddove quel passaggio dalla infanzia alla pubertà sarebbe stato festeggiato con quello che gli antropologi chiamano “riti di passaggio”. Lei non avrebbe voluto rientrare, né parteciparvi, perché la nonna, da sempre, insisteva che sposasse un suo figliolo. In effetti suo zio. Aveva tante volte rifiutato, sostenuta dal fatto che non viveva a casa. Quando rientrò per festeggiare la sua maturità di donna, vennero invitati tutti i parenti e la madre spese anche quello che non poteva permettersi e non mancò l’Hara bhara kebab, in grande quantità, che veniva mangiato con le mani. Per lei non poteva mancare un indumento drappeggiato: il sari e il trucco, oltre a complesse apparecchiature sui capelli e ornamenti. Doveva apparire bella, ricca e desiderabile.
    Si sentiva in pericolo e si salvò dal dovere di sposarsi soltanto perché rientrò alla scuola.
    Da bambina, nei suoi ritorni a casa, non percepiva molto la differenza tra i due mondi: quello scolastico e quello familiare. Giocava con gli amici, insegnava qualcosa alla sorella ed era contenta di essere con la mamma. Crescendo, però, divenne sempre più difficile trovare un bilanciamento tra le “due vite” che doveva vivere. Si sentiva infelice in entrambi i ruoli e in colpa verso la famiglia, con la sensazione di avere un grosso debito da colmare. Tutti si aspettavano troppo da lei. Fortunatamente riuscì a raggiungere quei buoni voti che le avrebbero permesso, al diploma, di scegliere la migliore università possibile. Fu un grande dolore per la mamma quando comprese che intendeva recarsi in Italia per studiare, mentre alla scuola apprezzarono la sua decisione, con la promessa che il lavoro lo avrebbe trovato in India, per tornare ad aiutare i suoi familiari e la sua gente.
    Lei sapeva che le persone agiate, dovunque si trovassero, avevano una assistenza sanitaria che mancava assolutamente ai suoi parenti, che si erano anche indebitati per fare sposare la sorella, la quale aveva, naturalmente, lasciato la scuola dopo la terza media. Lei sapeva di dover raggiungere l’eccellenza, altrimenti sarebbe stata schiacciata da un mondo crudele ed ingiusto. Le era stato inculcato che doveva guardare oltre la propria individualità, per poter pensare a chi aveva lasciato indietro. Sapeva di avere in sé una forza non comune e, con la specialistica in biologia, sarebbe tornata a casa e avrebbe trovato lavoro in un grande ospedale. In India.
    Ecco perché, benché si fosse innamorata di un compagno di studi, non poteva assolutamente lasciarsi portare da quel sentimento. 
     
     
     

  • 10 novembre alle ore 16:58
    Una cosa da niente...

    Come comincia: Quasi un risveglio improvviso. Il mio corpo ha sussulti con il rumore sferragliante di un’auto affatto nuova. Sono disteso e nudo su sbarre di ferro ricoperte da un telo..Ho due placche bianche sul torace. C’è odore di peli bruciati. Una sirena miagola chiedendo strada. Stanno parlando vicino a me dei fatti loro. Forse è il Napoli l’argomento. Ma io che ci sto a fare lì? Ho il ricordo della mia Haute che saltata sul letto mi è venuta a leccare il volto. Non lo aveva mai fatto in tre anni. Il modo spasmodico incessante di aiuto non lo dimenticherò mai. Ansimava. Aveva capito! Ha eccoli entrare dalla porta che ho lasciato socchiusa..una equipe di pronto soccorso in pieno assetto. Qui si ferma il ricordo. La sirena ora è più rabbiosa in un traffico che immobilizza. Sento battute e risate attorno a me. Non mi hanno chiesto come mi sento. Ci fermiamo. Arrivati? Dove? –“Huee! Pascà nata vota accà! Che ci hai portato?”_ -“Un arresto cardiaco…l’avimme preso per un pelo..”_

  • 23 ottobre alle ore 23:50
    Il cappello

    Come comincia: Il vento era talmente forte che se avessi avuto un cappello me lo avrebbe strappato dalla testa e fatto volteggiare nell'aria, ma io non avevo un cappello, anzi non avevo mai avuto un cappello e mai avrei pensato di averne. Non è che non mi potesse fare piacere pensare a qualcosa che mi tenesse caldo alla testa quando avrebbe fatto freddo, o mi riparasse dai raggi del sole quando avrebbe fatto caldo, ma che invece piuttosto l'idea di indossare un cappello avrebbe potuto interrompere la connessione tra l'universo e la mia anima.. un corpo estraneo tra la mia mente e l'impalpabile essenza del tutto.. una sensazione che mi prendeva alla gola quasi fino a soffocarmi, una sensazione fisica che era strettamente legata a quella mentale che provavo in quel momento, ecco… io odiavo il cappello, perché unire la sofferenza fisica con quella mentale per me era insopportabile e, poi, mai avrei voluto interrompere quel canale tra me è l'universo… ma … forse era solo tutto nella mia immaginazione malata...forse.. era solo una proiezione delle mie sofferenze e gioie passate forse… forse… ma c'è sempre , un vento talmente forte che se avessi un cappello me lo avrebbe strappato dalla testa e fatto volteggiare lontano… ma io non ho un cappello, e mai ce lo avrò.

  • 23 ottobre alle ore 10:33
    LA MEDAGLIA DI CARTONE

    Come comincia: Per chi vuol primeggiare la 'Medaglia di
    Cartone' (quarto posto) è la peggior disgrazia
    che gli possa capitare. Eugenio Principe aveva
    vinto il concorso per l'Ammissione al 73°
    Corso Allievi Sottufficiali della Guardia di
    Finanza dell'Aquila. Superati brillantemente
    gli esami del 1° e del 2° anno aveva indossato
    la striscia di Maresciallo. Era stato sempre il
    primo del corso ma, con sua grande
    sconforto, superati gli esami si trovò relegato
    al 4° posto della classifica finale del
    Battaglione. Per i suoi colleghi sarebbe stato
    un motivo di orgoglio ma non per Eugenio cui
    sin da piccolo era stata inculcata l'idea di
    essere sempre il primo in ogni campo. Papà
    Armando lo consolò 'equipaggiandolo' di una
    carta di credito dal budget però limitato.
    Altro cadeau l'ultima Alfa Romeo Stelvio
    grigio argento metallizzato dallo 'sguardo
    corrusco'. "Figlio mio se fosse viva tua povera
    madre..." "Papà lasciamo da parte le
    tristezze, la mamma sta meglio dove sta, con
    tutte quelle corna che le hai piantato!" "Non
    essere cattivo col genitore, ecco il libretto di
    circolazione della macchina, dentro vi sono
    quarantasette cambiali per portare a
    termine l'acquisto." Eugenio si immaginava
    quella soluzione, suo padre era quello della
    filosofia: 'I soldi te li devi guadagnare
    altrimenti sono maledetti', con questa
    motivazione dimostrava tutta la sua spiccata
    spilorceria. Era stata mamma Mecuccia a
    'rifornire' l'amato figliolo di grana in banca e
    la proprietà di terreni di uve pregiate in quel
    di Grotte di Castro in provincia di Viterbo. Da
    Roma, casa del genitore a Rimini in vacanza
    di per ritemprare 'ciccio' e poi convocazione
    al Lido di Ostia per conoscere la destinazione
    definitiva: 'Nucleo di Polizia Economico-
    Finanziaria di Ancona', poteva andare peggio,
    Eugenio non amava essere trasferito al sud.
    Niente addii col padre: con camicetta,
    pantaloni corti e scarpe di corda (mese di
    agosto) Roma - Ancona erano quattro ore di
    auto con le gallerie recentemente in
    funzione. Con l'ausilio del GPS satellitare
    Eugenio si trovò dinanzi al portone della
    caserma in via Paolo Borsellino. Il piantone
    della caserma lo guardò dallo spioncino:"Ndò
    credi d'annà cò sto siluro?" I Romani sono
    peggio dei napoletani, li trovi dappertutto
    (pensiero di Eugenio). "A coso datte nà
    smossa a rapri sto portone." "Sei puro tu
    romano?" "Romano de San Giovanni e
    maresciallo puro." "Dù volte benvenuto. Sto
    smontando, t'accompagno in foresteria, c'è
    , 'n posto libero, te porto la valigia, er baule lo
    portamo dopo 'n due." "Mo che me so
    sistemato raccontarne 'n po' de pettegolezzi
    soprattutto de corna e cose der genere.""C'è
    solo da sceje" Giovanni Proietti cominciò dal
    comandante maggiore Salvatore Montuori:
    statura media, baffi folti, voce rauca dovuta
    agli anni di permanenza in istituti di
    .istruzione, si scopava Liliana la moglie del
    brigadiere Ignazio Ferilli detto 'gnazio la
    sventola' per le dimensioni del suo 'dolio'. A
    sua volta il brigadiere si 'ripassava' Rosetta la
    consorte del maggiore piccola di statura
    brutta, ricchissima con una caratteristica
    particolare: data la dimensione del naso, in
    spiaggia, al Lido del Finanziere, sfoggiava una
    'nasca' protetta da carta stagnola per evitare
    spiacevoli bruciature, una macchietta! Data
    l'assenza sessuale del marito come detto la
    dama se la 'faceva 'nfilare' da 'gnazio la
    sventola' 'suo magno gusto'. In spiaggia le
    due signore ufficialmente ignoravano le loro
    reciproche corna e si cercavano a viva voce:
    "Liliana-Rosetta, Rosetta-Liliana, il duetto era
    diventato un mantra per i presenti. La storia
    di Isabella Ferilli, la figlia di Ignazio, era
    venuta a conoscenza di Giovanni Proietti per
    essere lui fidanzato di un'amica di Isabella. La
    Isa riceveva istruzioni sessuali da suo padre
    per come comportarsi senza problemi col
    ricco spasimante erede di una nobile
    famiglia. Vincenzo Calabro era osteggiato dai
    suoi genitori senza risultato, era innamorato
    cotto della fanciulla. Esempio di istruzione
    paterna: "non fartelo mettere fra le cosce, è
    pericoloso, stai pure attenta se gli fai una
    sega, quando lo prendi in bocca attenzione
    dove sputi lo sperma. Se vuole ad ogni costo
    scoparti ricorda la poesia di Tommaso
    Marinetti: 'Noi siam le vergini dai candidi
    manti siam rotte di dietro ma sane davanti."
    Eugenio istallatosi nel suo ufficio volle come
    scrivano il paesano Giovanni Proietti ben
    contento di 'togliersi' dal servizio di piantone.
    Primo incarico: eseguire una verifica fiscale
    ad una ditta di frigoriferi la "Pieralisi' S.p.A.'
    corrente a Falconara Superiore. La titolare
    Amalia Furlan biondona veneta, vedova,
    messa al corrente della presenza in ditta
    della Guardia di Finanza quasi svenne,
    "Signora se vuole veniamo un'altra volta,
    venga al bar così potremo fare conoscenza."
    Eugenio ci aveva fatto già un pensierino. La
    dama conquistata anche dal fascino romano
    si riprese, Eugenio rimandò al pomeriggio
    l'inizio della verifica per mettere in grado il
    consulente della ditta di coprire eventuali
    'magagne' tributarie. In tre a pranzo nel
    vicino ristorante 'Berni', tutto a base di
    pesce, finale: gelato al caffè specialità della
    ditta, conto a carico del proprietario del
    ristorante. Ritornati nell'ufficio della ditta
    una sorpresa, il consulente della società
    Eugenio Dottori introvabile, era stato
    sostituito dal giovane dello studio che in
    materia tributaria ne 'mangiava' poco.
    "Signora, soluzione trovata, inizierò ora la
    verifica con l'impostare il 'verbale delle
    operazioni compiute', domani è domenica,
    per lunedì cerchi di rintracciare il
    consulente." "Maresciallo mi farebbe piacere
    se lei restasse a casa mia, si trova sopra la
    fabbrica..." Come rinunziare ad un chiaro
    invito? "Giovanni tu torna in caserma con
    l'autobus, lasciami la macchina della
    Amministrazione, ci vedremo lunedì mattina,
    vieni con la moto targata G. di F., buon week
    end." "Buon weekend un cazzo!" bofonchiò
    lo scontento finanziere, come dargli torto!
    Nel pomeriggio chiacchiere di circostanza ed
    ascolto di musica soft, cena al solito
    ristorante con conto (molto alleggerito dal
    proprietario) a carico del maresciallo. Finale
    previsto: Amalia, ormai su di giri in bagno per
    'sistemare' la cosina, rientro in camera nuda
    (era bionda naturale) e poi mentre il Principe
    Eugenio stava a sua volta entrando nella
    . : toilette un fracasso proveniente dai
    sottostanti locali della fabbrica. La padrona
    ed il maresciallo sul ballatoio per rendersi
    conto della situazione: uno spettacolo non
    previsto: il consulente tributario nell'ufficio
    della ditta sommerso dalle carte e tre
    dipendenti Valerio Cinti, Ugo Civerchia e
    Fabio Fazio (detto coccodè per le sue
    propensioni sessuali) a caricare merce su un
    grosso camion. "Non è un mezzo della ditta,
    stanno rubando la merce stì mascalzoni."
    "Sono solo e disarmato, fammi prendere in
    mano la situazione." Al telefonino Eugenio
    raggiunse Giovanni: "Finalmente ci vuole
    tanto a rispondere!" "Ero occupato." Una
    voce femminile vicino a lui: "Chi è sto
    rompicazzi?" "Il mio capo... che c'è di tanto
    urgente!" "Stanno rubando nella fabbrica di
    Amalia, sono disarmato, loro sono in quattro,
    vestiti in divisa, porta la pistola, la paletta e il
    Mab e raggiungimi, ti indicherò la strada col
    telefonino." "Il Mab non lo abbiamo da
    tempo in dotazione..." "Maledizione, sveglia
    l'armiere, fatti consegnare il primo fucile che
    ti potrà dare, uno qualsiasi anche una Berta."
    "Signor rompicazzi o come diavolo ti chiami
    perché non provi a...stavo facendo un
    blowjob al tuo collega..." "Senti inglesina, il
    pompino glielo farai un'altra volta.." Amalia
    nel frattempo aveva indossato una vestaglia,
    uscito Eugenio si barricò in casa. Il
    maresciallo aveva preso posto sull'auto
    deH'Amministrazione e stava seguendo a
    debita distanza il camion carico di frigoriferi
    per non farsi 'sgamare'. Ci pensò il finanziere
    Proietti con la sirena della moto a tutto
    volume. Eugenio si fece affiancare da
    Giovanni e: "Sparagli alle gomme posteriori,
    sarà meno pericoloso per un eventuale
    sbandamento."L'ordine ebbe l'effetto voluto,
    l'autocarro si fermò al margine destro della
    strada, l'autista Valerio Cinti aprì lo sportello
    di destra e sparì nella campagna circostante
    insieme a 'coccodè' quanto mai impaurito,
    Ugo Civerchia non potè fare altrettanto
    bloccato dal maresciallo Principe. Due giorni
    dopo su un giornale locale apparve l'articolo:
    'Brillante Operazione della Guardia di Finanza
    - Bloccato un automezzo carico di frigoriferi
    rubati, indagato anche il consulente
    tributario della ditta." Il merito
    dell'operazione fu attribuito al maggiore
    Montuori che 'aveva pianificato l'intervento'
    ed al colonnello comandante che 'aveva dato
    le direttive per le operazioni.' (solita
    appropriazione indebita di onori.) Cos'è la
    'Berta'? Niente di attuale, era un cannone a
    lunga gittata con cui i tedeschi bersagliavano
    obiettivi francesi ed inglesi durante la prima
    guerra mondiale. Nel frattempo erano
    accaduti dei fatti che avevano cambiato I vita
    delle famiglie Ferilli e Calabro quella del
    fidanzato di Isabella. Il 'pater familias' di
    quest'ultima via telefono pregò Gnazio di
    raggiungerlo nel suo ufficio di import-export
    per un colloquio riservato. "Signor Ferilli,
    grazie per aver accettato il mio invito.
    Sicuramente conosce il legame fra mio figlio
    e sua figlia, nel frattempo si è creata una
    nuova situazione fra me ed un lontano
    parente da tempo residente a Vancouver in
    Canada dove ha fatto fortuna. Louis non
    vuole lasciare i suoi beni ai parenti della
    moglie canadese con cui non è in buoni
    rapporti, mi ha chiesto se sono favorevole al
    matrimonio di sua figlia Isabella con il suo
    Vincenzo, ci sono di mezzo molti soldi." "lo
    ce ci guadagno?" "Un sei zeri con davanti un
    uno che ne dice?" Gnazio si fece più audace:
    "E se davanti ci mettiamo un due?" "Non le
    pare di esagerare? Facciamo uno virgola
    cinque, se lei è d'accordo farò imbarcare mia
    moglie e mio figlio sul primo aereo per
    Vancouver, mia dia l'IBAN della sua banca,
    good luck agli sposi!" A casa: "Liliana ed
    Isabella novità, Sergio Calaabrò manderà il
    figlio Vicncenzo in Canada per sposare una
    lontana parente molto ricca, a noi
    giungeranno nelle tasche un milione e mezzo
    di Curo, domani darò le dimissioni dalla
    Guardia di Finanza, brindiamo col pro-secco
    della signora veneta Amalia Furlan,
    acquisterò una DS rosso fuoco per far invidia
    a quei quattro morti di fame dei nostri
    parenti in Puglia." Commenti dei paesani:
    "Questo stronzo con la divisa della Finanza
    ha fatto i soldi sicuramente rubando..." proprio...

     

  • 16 ottobre alle ore 16:57
    Differenze di senso

    Come comincia: Spesso mi trattengo in facoltà anche se sono da solo, una volta terminate le lezioni. Magari vago un po’ in silenzio nella biblioteca di istituto per rileggere con calma qualche dispensa, ma di fatto accarezzo già tra quelle mura le idee ingarbugliate che mi girano come sempre dentro la testa, e che mi portano ad immaginare il momento in cui sarò a casa dei miei, nella mia stanza, nel riprendere in braccio questo basso acustico. Qualcuno non mi prende sul serio quando spiego che suono questo strumento in un gruppo di jazz, perché tutti sono abituati al contrabbasso per questa musica, oppure al basso elettrico, ma a me non interessa niente, con l’uso di un paio di guanti leggeri riesco subito ad ottenere un suono caldo e corposo dalle mie cinque corde rivestite di bronzo. Certe volte nella mia stanza mi raggiunge Lorenzo, questo batterista ancora ragazzetto, magari anche per sostenermi mentre cerco di migliorare qualche passaggio dei nostri pezzi. Non ci conosciamo da molto tempo io e lui, però abbiamo una stessa sensibilità musicale, così quando gli faccio sentire qualcosa, lui sa dirmi subito in maniera fruttuosa che cosa realmente ne pensa.
    La musica possibile credo sia stata suonata già tutta negli ultimi decenni del secolo scorso, però concentrarsi nello sviluppare anche soltanto alcuni di quei vecchi materiali, spinge chi suona come me a vedersi aprire di fronte degli spazi musicali enormi, tanto da sentirsi portato ad andare sempre più avanti. Il mio basso risponde fedele ai miei stimoli quando lo suono, ed anche se non cerco di sfoderare chissà quale tecnica, mi sento spesso soddisfatto da quanto riesco a proporre agli altri del gruppo. In una formazione come la nostra il basso è un sostegno essenziale, e specialmente in certi pezzi tutto sembra girare attorno alle linee che riesco a disegnare con le mie timbriche. Per questo non ero del tutto d’accordo quando Lorenzo mi ha parlato con entusiasmo di questa pianista classica che avrebbe potuto venire a suonare con noi. Non ne vedevo del tutto la necessità, tanto più che con cinque componenti le cose ovviamente si complicano, ed anche da un punto di vista armonico per me suonare il mio basso si fa decisamente un po’ più difficile.
    Però nel momento in cui lui mi ha portato una registrazione di questa Franca mentre suona da sola sulla tastiera un pezzo proprio, mi sono reso conto che tutto con lei potrebbe essere davvero migliore. Il pezzo che questa ragazza ha messo insieme proprio per il nostro gruppo, appare subito estremamente complesso, però la sfida ad infilare tra i suoi accordi i miei suoni di basso, mi ha quasi elettrizzato solo ascoltando la registrazione, dando un impulso nuovo e inaspettato alle mie corde e ai miei suoni. Naturalmente dovremo attendere il momento in cui saremo tutti insieme in sala prove, quando cercheremo di amalgamare i nostri diversi strumenti, conservando comunque la matrice originale del gruppo. Attendo con impazienza quel momento, anche se so già per certo che sarà un esperimento dai risvolti piuttosto interessanti.
    Poi torno a casa con il mio zaino pieno di libri e di appunti, e subito dopo arriva Lorenzo, giusto per dirmi che oramai è tutto pronto per giovedì. Finalmente conosceremo questo fenomeno di pianista, penso io, e così si potrà vedere come organizzare la musica che verrà fuori insieme a lei. <<Non so se ho fatto bene a proporla>>, dice però adesso Lorenzo. <<Anche se non ci trovassimo troppo a nostro agio con lei, in seguito sarà sempre più difficile dirglielo, considerato che Franca ha anche un carattere chiuso e introverso>>. La musica è incontro e confronto, penso. Non è proprio possibile, al punto in cui siamo, preoccuparsi di sfumature che appaiono quasi senza alcun senso. Dobbiamo andare avanti, provare le soluzioni migliori, mettere insieme esattamente quelle idee che ci sembrano più adatte alla musica nostra, e questo è un percorso che può essere intrapreso soltanto lavorando per tentativi, scartando volta per volta ogni errore. Lorenzo mi guarda mentre accordo finemente il mio basso: è lui comunque quello che ha più entusiasmo di tutti, rifletto; e il nostro percorso può essere anche determinato da qualche intuizione naturalmente, mentre in ogni caso cerchiamo di essere sempre noi stessi nei fitti fraseggi che si riesce a produrre: alla fine è la nostra sensibilità da inserire nel gioco quella che conta, ed è la stessa che in un ambito musicale come quello che abbiamo scelto, farà sempre e comunque la vera differenza.
     
    Bruno Magnolfi

  • 09 ottobre alle ore 19:27
    Jammin' with memories

    Come comincia: L'estate che finisce.
    Te ne accorgi una mattina ai primi refoli di vento che ti infreddoliscono muovendo le foglie beige che iniziano a riempire la strada.
    Non so, ma questo tempo finisce ogni volta per farmi venire voglia di ballate dei Pearl Jam.
    Ti tornano in mente certe estati... e i juke-box.
    I juke-box.
    Dove diavolo sono finiti i juke-box?
    Come fa a essere estate senza un juke-box che suona fuori da un bar?
    Se faccio caso a quello che passava nei juke-box durante quelle estati lunghissime, mi accorgo che sono state segnate in una parte considerevole da una marea di tormentoni e musica che ora verrebbe considerata trash, insieme agli immancabili classici epocali.
    Questo finché arrivò anche per me quel momento dell'adolescenza in cui invece di subire la colonna sonora della tua estate, te la scegli.
    Come quell'estate, la mia prima al Ginnasio.
    Poteva capitare di sentire in giro cose come "Coimbra Portugal" (peropappero), di sicuro non era un gran momento per il rock.
    Ma io un bel giorno ero rimasto folgorato dal Boss, o meglio da quella valanga torrenziale di grinta, rabbia e suoni muscolari che era "Born in the USA": ascoltavo quel disco di continuo.
    Così una mattina di giugno, appena iniziate le vacanze estive, finii per comperare la cassetta (già...) di "Born to run".
    Lasciamo stare la mitologia, non fu amore a prima vista: il suono era  terribilmente diverso da quello degli anni Ottanta, suonava vecchissimo, anche  la voce era molto diversa.
    Non sapevo che farne, ma dopo la delusione iniziale iniziai a usarlo come sottofondo mentre disegnavo.
    E un bel giorno accadde la magia.
    La corsa dell'album è quasi finita, siamo all'ultimo pezzo, e lui sussurra: "...in Harlem late last night".
    In quei due o tre secondi non sta cantando, ti sta bisbigliando un segreto all'orecchio, quasi come se gli pesasse dirtelo, ti fa una confessione delicata in un soffio...
    BAM!
    Preso in fronte.
    Potrebbe ruggirtelo, ma te lo mormora appena.
    Ti fa sentire complice della storia che ti sta raccontando: ci entri, e a quel punto hai altra scelta se non essere della banda?
    E così quelle due cassette diventarono le mie inseparabili compagne di viaggio, insieme ad altre ma in cima a tutte.
    E qui si chiude il cerchio: quel disco mi parlava di tutto quello che possono promettere la notte e l'estate a un adolescente.
    L'ascoltavo di notte nelle cuffie, mentre dalla finestra si sentivano i grilli, le onde, le voci dei ragazzi che facevano il bagno di notte, le risate delle ragazze che facevano festa in spiaggia.
    Non esiste una colonna sonora migliore per quei suoni che sentivo venire dal lungomare.
    Era vita, profumata come la brezza marina notturna, sapeva di corse in auto coi finestrini abbassati, sesso, balli sulla spiaggia, afa, albe assolate in casette di legno americane, auto cromate con le fiamme sulle fiancate, giacche di pelle, atmosfere fra James Dean e i Guerrieri della notte... tutto così epico e grandioso, così diverso dalla musica usa&getta che si sentiva in giro!
    E poi quell'assolo di sax: enorme come l'esistenza, gigantesco e maestoso ma al tempo stesso intimo e soul fino al midollo: era come salire sull'aliante di Iena Plissken e planare sui grattacieli, e sentire il suono dell'anima della città.
    Ancora oggi se dovessi scegliere le due cose più emozionanti della musica degli anni Settanta, una sarebbe sicuramente il sax di "Jungleland", (l'altra sceglietevela da voi, io un'idea ce l'ho, ma sarà per un'altra volta).
    Ti cambia la vita.
    E naturalmente me la cambiò.
    Se torno più indietro nel tempo però c’era qualcos’altro che ha accompagnato un’estate (più di una) di molti anni prima, piantata com’era a ripetizione nell’autoradio di famiglia, e poi gli anni successivi, segnando la mia infanzia con i suoi suoni.
    E cominciava con il rumore della risacca.
    E poi un mondo di parole strane, intriganti anche se incomprensibili per un bambino.
    Ma lui lo conoscevo.
    Quel minatore Bruno che tornava.
    E torna ancora ogni volta che la ascolto, perché vedete, quando ho dovuto pensare ad una persona forte, che ti dia l'idea della solidità e dell’affidabilità, in ogni senso, mi è sempre venuto in mente Bruno.
    Incontriamo molte persone nel corso della vita: alcune scorrono senza lasciare quasi ricordo, altre che abbiamo la fortuna di conoscere ci sono d'esempio, ci illuminano la strada come fari; alcune sono come querce: forti, positive, piene di un’energia generosa e instancabile, che ci mostrano come al mondo si dovrebbe stare.
    Bruno per me, per noi, probabilmente era questo e tanto altro ancora.
    Nessuno di noi potrebbe mai scordare le lunghe, spensierate, meravigliose estati in cui le nostre famiglie erano una grande e gioiosa comune di bimbi, genitori, nonni e parenti vari, tutti insieme dall'alba al tramonto e oltre.
    Ad uno scricciolo come me metteva quasi soggezione tant'era grande, sempre  in movimento; dava l'idea di una persona severa ma buona, di quelle che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi rispettare.
    Della sua allegria e convivialità d’altra parte in famiglia si conserva una nutrita aneddotica, come durante quelle bellissime gite di tanti anni fa insieme a tutto il parentado che poi, più rade e con una combriccola molto meno numerosa, la sua e la mia famiglia hanno continuato a fare muniti di camper, appena gli impegni e le magagne lo consentivano.
    Della sua enorme generosità ha dato prova altrettante volte, fino all'ultimo.
    Dopo le estati sono venuti gli autunni, e di quest'uomo mi hanno colpito l'onestà, il coraggio, la dignità con la quale ha saputo affrontare anche i momenti meno felici... già, perché l'invidia degli Dei sembra proprio non permettere alle persone migliori una vita troppo serena.
    Quando arrivò, che la morte non facesse differenze è un'evidenza che non mi rese meno triste il pensiero che ad andarsene dovesse essere una persona così buona.
    Rícordo il pomeriggio in cui ho conosciuto esattamente la diagnosi che lo doveva condannare: pochi minuti dopo mi trovavo in macchina, c'era il sole e ad un tratto me lo sono rivisto davanti com'era quand'ero bambino, al mare, con lo stesso sole, e ho provato una pena, una tristezza incredule… non potevo capacitarmi del fatto che la fine di una persona simile dovesse essere proprio quella.
    La sera del giorno in cui ci lasciò mi è sembrato la cosa meno inopportuna riguardare “Amici miei", in realtà soltanto per la scena finale, nella quale Noiret al capezzale viene visitato dagli amici e Tognazzi all'affermazione che il defunto non era nessuno protesta: " Ma bisogna per forza essere qualcuno?!".
    Bruno è stato qualcuno, eccome, senza il quale la vita della mia famiglia sarebbe stata sicuramente meno piena, meno felice, meno ricca, meno intensa.
    Incontriamo molte persone nel corso della nostra vita, ma solo alcune ci lasciano un senso di gratitudine per il solo fatto di averle potute conoscere, e queste persone, grandi o piccole, famose o sconosciute, sono "qualcuno".
    Bruno per me, per noi, è stato e rimarrà sempre “qualcuno”, e meritava un tributo e un posto nelle migliori immagini di quelle estati.
    Ma non mi va di chiudere la stagione con una nota tanto triste.
    Le estati passarono, ce ne furono di memorabili, poi ne arrivò una in particolare, alla quale ripenso a volte con piacere quando le giornate si fanno più fresche.
    Quell'estate me la presi comoda.
    Di solito scendevo in spiaggia verso metà mattina fino all'ora di pranzo, e non ci tornavo prima delle quattro di pomeriggio.
    Mi tenevano compagnia, oltre ai nonni, qualche libro e della musica.
    Mi stendevo sull'asciugamano e aprivo le cuffie e un libro, quando iniziavo a grondare dal caldo scendevo in acqua, una nuotata e poi di nuovo a leggere.
    Ho dei bei ricordi di Lovecraft e Heller misti a Creedence, Sepultura, Pistols, Lanegan, Primus.
    Non propriamente quanto si avrebbe in mente per scelte balneari, tuttavia non posso negare che cose come "La spiaggia di notte" con lo sciabordio del bagnasciuga come sottofondo diventino letture abbastanza suggestive.
    Quell'estate scoprii Mark Lanegan.
    Successe perché ero andato a fare le ultime compere prima di andare in vacanza,qualche libro, una rinfrescatina al guardaroba e magari della musica nuova.
    La copertina di quel disco mi intrigò subito: un notturno con tavolino ingombro di una Bibbia, una bottiglia di whisky e un posacenere pieno.
    Il fatto è che manteneva esattamente quello che prometteva.
    Ricorderò sempre la prima volta, quando giravo per casa ascoltandolo distrattamente e partì "Dead on you".
    Fu una fucilata, un vero colpo di fulmine.
    Naturalmente l'album venne in vacanza con me.
    Così nei pomeriggi tardi a volte me ne andavo su una diga e mi gustavo la voce cavernosa e roca di Lanegan uscita da chissà dove... gli scogli e la sabbia insieme a me si coloravano di arancio e rosa, e mi immergevo nel mutare della luce, nel pulsare lieve dell'acqua che si mescolava a quella musica intensa e essenziale... mi univo al fluire delle cose e diventavo nient'altro che carne da musica su  uno scoglio, quasi senza identità.
    È bello sentirti addosso lo stesso profumo di salso che senti arrivarti dalla brezza marina, raccogliere in mano un mucchietto di sabbia fresca e asciutta e sentir scivolare lentamente i granelli fra un pensiero e l'altro, finché li svuoti tutti come una clessidra e restano solo la luce del tardo pomeriggio, il dondolìo pigro della risacca e i profumi delle piante e del mare.
    Alle volte però me ne stavo a leggere fino a metà pomeriggio in spiaggia e poi tornavo a casa, prendevo la chitarra e scendevo sul lungomare, mi arrampicavo su una diga o mi piazzavo in qualche spiaggetta meno frequentata, e lì restavo a suonare fino al crepuscolo.
    Lo chiamavo "jammin' with memories".
    Il caldo pian piano scemava, la brezza di mare portava il salso e il fresco, e a volte i passanti, i pescatori e i turisti mi facevano compagnia.
    Un pomeriggio con poco sole avevo raggiunto il mio scoglio preferito, abbastanza grande e liscio per starci comodo e abbastanza alto da non avere problemi con la marea, non c'era praticamente nessuno.
    Me ne stavo beato a scoprire dove sarei andato a parare, quando sentii delle voci:sulla diga erano arrivate delle turiste.
    Si misero in disparte bevacchiando e chiacchierando mentre mi ascoltavano.
    Dopo un po' mi salutarono e si avvicinarono, iniziammo a chiacchierare fra un pezzo e l'altro.
    Suonai per loro per un po', erano abbastanza simpatiche, e finimmo per parlare parecchio.
    Erano tre ragazze polacche, tutte piuttosto carine.
    Pian piano una si defilò e dopo un po' anche la seconda, nel frattempo senza accorgercene stavamo parlando fitto fitto con la terza.
    Suonammo e chiacchierammo parecchio, poi iniziò a scendere il buio e mi salutò per andare a cena, non prima di avermi dato appuntamento l'indomani.
    Così al pomeriggio me ne tornai sulla diga come il giorno prima, e dopo una mezz'oretta mi raggiunse.
    Chiacchierammo per ore, un po' in inglese e un po' in tedesco... in qualche modo ci capivamo perfettamente, probabilmente più di quanto capitasse nella madrelingua con altre persone.
    Ad un certo punto prese la chitarra e mi chiese: "Conosci Last kiss? No? Dovresti!".
    Ci pensò lei.
    Le ore passavano senza che ce ne rendessimo conto, finché mi disse che quello era il suo ultimo giorno lì e dovevamo salutarci.
    Ci guardammo a lungo, ci abbracciammo e ci scambiammo un bacio.
    Non la rividi più.
    Sono tornato diverse volte su quello scoglio dove ci eravamo seduti per ore, e (serve dirlo?) "Last kiss" è diventata una buona colonna sonora di quei ricordi, quando mi va di suonarci su.

     

  • Come comincia:  - Il ponte Morandi (il ponte dell'infamia) - La vicenda "ponte Morandi" è  una rosa tatuata: le chiamo così, parafrasando un vecchio film di Daniel Mann del 1955 il quale diede l'Oscar come miglior attrice alla grandissima Anna Magnani, perché stanno a simboleggiare qualcosa di bello (la rosa) al contrario; quel qualcosa che resta per sempre in quanto tatuato, appunto. E' un simbolismo al contrario, il mio, almeno per ciò che concerne la rosa, ma mi sovviene Luigi Pirandello: non è pur vero che il Premio Nobel siciliano intitolò un suo notissimo dramma "L'uomo dal fiore in bocca"? Ebbene, non molti sanno, però, che quel fiore non era un fiore, come da tutti inteso, ma un cancro che uno dei protagonisti si portava dentro, in bocca, appunto. Probabilmente anche lui volle usare un simbolo di bellezza come il fiore per indicare qualcosa che ricordi la malattia e la morte: del resto, i fiori non sono immortali come ogni organismo vivente e simboleggiano, se mai, una bellezza che non dura in eterno (come può essere quella di un quadro o di una statua, ad esempio), una bellezza umana. La vicenda del ponte di Genova è una rosa tatuata perché deve restare impressa per sempre nella testa di ognuno (per lo meno dovrebbe!), tatuata negli occhi e nella testa. Essa è da annoverarsi, insieme a molte altre, nella storia recente italiana (per recente intendo il lasso di tempo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale che gli storici sono avvezzi ad indicare come "dopoguerra"), tra quelle le quali restano cariche di mistero, dissennatezza e - soprattutto - di infamia (quella brutta, però: ovvero, senza lode!), e la vicenda che lo (la) riguarda non è una storia di strada (o per lo meno non lo è di quelle comuni, ordinarie): è una storia di ponti, appunto; anzi, lo è di ponti crollati all'improvviso (e senza preavviso alcuno!). Non è che le strade non crollino (se mai meglio sarebbe usare il verbo "sprofondare" nel loro caso, se e quando lo fanno), tutt'altro, ma è da evidenziare un fatto non del tutto marginale, a mio parere modestissimo: quando (e se) un ponte crolla il rumor...lo strascico lasciato dietro di sé  (se non altro per le diverse proporzioni esistenti tra l'uno e le altre e, in linea di massima, considerate le dovute e debite eccezioni) è probabilmente di ben altra caratura in termini di vittime, distruzione e morte (morti). Nella fattispecie del ponte Morandi i numeri sancirono (decretarono) "quarantatre" ed è comunemente risaputo quanto la matematica non sia per nulla una opinione bensì una materia esatta (mai, però, confonderla con sinonimi quali aridità o piattezza: infatti, tanto  Alan Turing, considerato padre della moderna informatica, quanto Bertrand Russell, insigne matematico e letterato eccelso che fu insignito del Nobel per la letteratura, entrambi inglesi, furono anche illustri filosofi e soggetti dalla mente apertissima!). Gli amanti della cabala, della smorfia napoletana e del lotto, invece, sostennero (magari in maniera un pochino goliardi...macabra) che il numero 43 avesse sbancato la ruota di Genova. Mi domando: i morti parlano? La risposta che io stesso ravviso alla domanda è sì: essi (metaforicamente) parlano sempre anche nel tombale silenzio che avvolge la morte, il quale è freddo, impietoso, cinico ma lucido. I morti parlano sempre, lo fanno anche quando tentano di imbavagliarli a ogni angolo di mondo, su ogni percorso di vita e su ogni strada, appunto. Anche loro, a modo (o di testa) loro, fanno parte integrante della strada: sono storie di strada, quindi. Il 21 luglio 2021 Fabio Palli, su fivedabliu.it ha scritto: "Anche il prossimo 14 agosto ricorderemo il crollo del ponte Morandi e il suo carico di vittime. Quarantatre persone immolate sull'altare del profitto a tutti i costi. E' questo il sistema in cui viviamo e riconfermiamo a ogni tornata elettorale. Perché alla fine, e non storcete il naso, tutto fa commercio. Dal 2018 i giornali scrivono, i politici spostano transenne, le tivù fanno dirette, le aziende importanti lavorano. Si inaugura, si apre, si chiude, si fanno cose e si vedono persone. La politica romana non ha fatto mancare la sua presenza e le sue promesse. Il tutto ammantato da una patina di eroismo ruffiano dove ognuno ostenta le sue ore dedicate alle vittime, il girato, le interviste, la tempestività. Tempestività che non è la stessa nei processi. Eppure all'orizzonte c'é una riforma della giustizia che parrebbe non tener conto delle ataviche lentezze della sua burocrazia. Migliaia di uffici di cui non si ha la piena contezza dell'operato, tonnellate di carta che vanno e vengono in barba alla tecnologia. Vai in tribunale e persino gli ascensori sono lenti. E viene da pensare male, perché, ad oggi, a fronte di un fatto evidente, assodato con intercettazioni, nessuno scommeterebbe su condanne esemplari. Poi ci sono gli affari, che se ne fregano dei 43 morti e delle ore vostre passate in coda in autostrada o in città.Perché il "sistema" prevede il business prima di tutto e il resto finisce sotto al tappeto. Oggi Autostrade tiene in ostaggio la Liguria come ha tenuto in ostaggio Genova. Avremo da soffrire per molti anni. Ma come succede in borsa, se qualcuno soffre qualcun altro guadagna. I danni provocati dalla negligenza e dai comportamenti dolosi dei vertici di Autostrade sono incalcolabili...sono aziende dai bilanci stellari, aziende che hanno fatturati difficili anche da pensare. Forse la risposta è tutta li."     

  • 06 ottobre alle ore 16:02
    Muto

    Come comincia: .” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù” … da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas
    E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. Ti prego ascoltami... La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. – “Avevo sì e no, sei anni…” - Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai più. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata, sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci le loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite, c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano, ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava, come in una chiesa. Un rispetto dovuto. “Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti.” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo iphone . Non si accorgono neppure di me. Resto muto.

  • Come comincia: Il più grande di tutti i tempi sulla piattaforma social sono io.
    Il mio nome è Angel. Sì, sono proprio unico. I miei video originali raccolgono un successo dietro l’altro. L’ultimo, #LoveTutorial, ha fatto il pieno di seguaci. Solo che, da stamattina, la mia creazione è scomparsa e dei suoi protagonisti non c’è traccia sul web. Ma com’è potuto accadere? Perché capita proprio a me!? 

  • 02 ottobre alle ore 15:24
    Il Bel Tempo

    Come comincia: Sono così sveglia stanotte. Sembra che tutta la stanchezza se ne sia andata all'improvviso ed io sia pronta per chissà quali nuove imprese. E penso, quanto penso! Il calendario ha sancito il passaggio dall'estate all'autunno, il cielo è silenzioso, non vedo mai le rondini partire. Mi tornano alla mente libri di lettura della scuola elementare dove bambini con i nasini schiacciati contro i vetri di finestre rigate di pioggia guardano fuori in attesa del bel tempo per andare a giocare. In mezzo ad altissimi alberi ancora si affaccia un sole quasi estivo, qualche gazza si pavoneggia fra i rami, e anch'io di giorno guardo fuori, oltre ampi vetri, anch'io aspetto il bel tempo per andare a giocare. "Il bel tempo": che frase imponente, profonda, che noi usiamo così, quasi con leggerezza, senza pensare troppo al significato delle parole. Tutta la vita inseguiamo il bel tempo, il bel tempo dell'esistenza, il bel tempo della serenità, dei lieti eventi, della realizzazione dei progetti, della gioia di vivere. Il bel tempo della soluzione dei problemi. Come bambini dietro vetri di finestre rigate di pioggia stiamo in attesa, sempre fiduciosi, ostinati, e mentre guardo lo spettacolo del grande parco penso che dove infinita tenerezza e infinita sensazione di impotenza si equivalgono, esse finiscono per amalgamarsi rinunciando a combattersi, perché in noi c'è la certezza che là fuori, in mezzo alle fronde degli alberi, è di nuovo in arrivo il bel tempo, il nostro bel tempo. 

  • 30 settembre alle ore 23:43
    Bentornato a casa, Leccapaletta

    Come comincia: In quei giorni Franco era molto combattuto: la decisione che doveva prendere, chiudere la gelateria, era una di quelle pesanti, da togliere il sonno.
    Quell’attività, messa in piedi dal nulla a Borgo San Vito, nel profondo Nord, a mille chilometri dal suo paese di origine, in Puglia, era il risultato di una scommessa di riscatto fatta a se stesso.
    Non una gelateria in franchising, come si usa oggi, uguale a tante altre negli allestimenti e nei gusti, ma la sua gelateria: un concentrato di modernità e tradizione nello stesso tempo e con alcune regole fuori dal comune.
    Per esempio, quando un cliente ordinava un gelato non poteva scegliere il primo gusto; quello, tassativamente, lo imponeva lui: ricotta dolce pugliese.
    Dal secondo gusto in poi poteva scegliere il cliente, ma solo tra quelli che lui preparava e che a suo insindacabile giudizio ben si sposavano con il gusto ricotta.
    Inizialmente non fu facile fare accettare la regola, ma determinazione e intransigenza, alla fine, pagarono e con il tempo i clienti impararono ad apprezzare tale bonaria, anzi, “buonaria” stramberia.
    I prodotti che Franco usava erano a chilometro mille: ricotta, frutta, latte arrivavano con regolarità e puntualità dalla sua masseria in Puglia ed erano di prima qualità.
    Ora, però, i suoi genitori si erano fatti vecchi e reclamavano il suo ritorno in paese per continuare l’attività agricola: c’erano l’orto, il frutteto, l’uliveto, i pascoli e la stalla con le mucche.
    Non poteva abbandonare la famiglia, lasciare alle ortiche il lavoro in campagna di anni, fatto con passione, amore per il territorio, rispetto per la natura.
    C’era d’altra parte un altro motivo che lo angosciava e rendeva difficile la decisione di chiudere la gelateria; un motivo che aveva un nome preciso: Leccapaletta, il figlio del dottor Frankenstein.
    Quel giovane era da sempre il suo aiutante al banco della gelateria.
    Un ragazzone alto e massiccio, con un fisico reso ancora più corpulento dai vestiti che indossava: erano sempre qualche taglia in meno e oltre a farlo assomigliare all’incredibile Hulk, andavano a scoprire strane cicatrici sul suo corpo.
    Aveva un viso che…, va beh, non aveva un bel viso.
    In compenso era sveglio e aveva appreso in poco tempo il mestiere; con i clienti ci sapeva fare, ma era con i bambini che dava il meglio di sé; quelli mettevano a dura prova la sua stabilità psicofisica, lui però aveva una grande pazienza, a volte più dei genitori dei piccoli.
    Con il tempo, il suo aspetto fisico passò in secondo piano e tutti impararono che, se volevano il gelato, dovevano accettare il gusto ricotta dolce pugliese e di farsi servire da Leccapaletta.
    Franco l’aveva soprannominato così perché quel ragazzone, a fine giornata, prima di lavarle, dava alle palette ancora impiastrate di gelato delle gran leccate e ogni volta sembrava andare in estasi.
    Franco lo lasciava fare, tanto poi finiva tutto in lavastoviglie; ogni tanto però gli raccomandava di non farsi vedere dai cliente, perché diceva:
    -Il paese è piccolo e la gente… mormora!
    Non poteva del tutto escludere che qualche cliente dell’ultimo minuto si fosse accorto di quella pratica inusuale; lamentele, però, mai ne aveva ricevute e quindi…
    Quando a fatica e con il cuore infranto, Franco gli comunicò la decisione di chiudere la gelateria, Leccapaletta sentì il volto bagnarsi di lacrime: quel luogo era diventato la sua casa, aveva costruito amicizie con i clienti, amava i bambini che vedeva crescere sereni, avvolti dall’amore dei genitori. In quel posto aveva imparato ad accettarsi e la sua autostima era arrivata alle stelle.
    E poi c’era Franco, che per lui era stato un vero padre; ed era sicuro che quel sentimento che provava fosse reciproco: lui era diventato quel figlio che Franco non aveva mai avuto.
    Per cercare di dare comunque una speranza di futuro a quel ragazzo, Franco gli disse che se voleva, in qualsiasi momento, anche senza avvisarlo, poteva raggiungerlo nella sua masseria in Puglia.
    Lì c’era sempre bisogno di manodopera, inoltre una stanza per lui era già pronta, gli bastava mandare a cagare quel turista che tutti gli anni ospitavano e che era antipatico a lui e anche ai suoi genitori.
    E poi aggiunse che in Puglia c’erano il mare, il sole e tante ciumachelle poco pretenziose e in età da matrimonio.
    -Così magari ci sposiamo tutti due. – disse Franco stringendolo in un lungo abbraccio…
     
    … Leccapaletta non aveva avuto una vita facile.
    Sua madre era un’entità astratta, gli avevano detto che era sparita subito dopo il difficile parto; in casa però non c’era una sua foto, un ritratto che potesse almeno richiamarne il volto.
    Della sua infanzia Leccapaletta nulla, ma proprio nulla, ricordava: era come se fosse nato adulto; nessuno gli aveva mai spiegato le ragioni di quel vuoto, tantomeno suo padre.
    Il dottor Frankenstein, genitore di Leccapaletta, era un ex medico legale alle dipendenze dell’Autorità Giudiziaria, per conto della quale eseguiva autopsie.
    Se quelle povere vittime, poco prima di trapassare, avessero potuto esprimere un desiderio, senz’altro avrebbero chiesto di non essere squartate da quel macellaio.
    Ex medico legale, perché a un certo punto venne licenziato in tronco.
    -Non ne posso più di quel pazzo! – così aveva detto il giudice, - Ogni volta che gli affido un cadavere, lui me lo riconsegna in mille pezzi e si giustifica dicendo che lo fa per verificare la presenza di pregressi disturbi. Ce li ha lui, i disturbi pregressi! Di quelli pesanti!
    Poi, dimenticandosi per una volta del suo naturale aplomb, facendo violenza allo Statuto dei Lavoratori, al Contratto Nazionale di Lavoro dei Medici Anatomopatologi, alla sua etica professionale, al politically correct, agli insegnamenti evangelici laddove consigliano di porgere l’altra guancia, scandì, sillabandole, parole che non concedevano spazio a interpretazioni diverse o a possibili mediazioni linguistiche:
    - Le-va-te-me-lo dai co-glio-ni!
    Terminata quell’esperienza lavorativa, il dottor Frankenstein aveva deciso di continuare comunque ad esplorare il corpo umano, privatamente s’intende, nel laboratorio della sua casa posta sulle alture di Borgo San Vito.
    Nelle sue ricerche metteva l’anima, ma non disdegnava il fegato, i polmoni, il cuore, il cervello e altro ancora.
    Se ne stava nel laboratorio giorno e notte, usciva solo per i pasti, e nemmeno in quei momenti parlava con il figlio, o liberava qualche gesto d’affetto; Dio sa quante volte Il ragazzo aveva desiderato anche solo un semplice sorriso! Quel sorriso che mai era arrivato.
    Meno male che non lo usava per qualche suo esperimento scientifico; o forse, pensò Leccapaletta (e senza saperlo quella volta ci aveva azzeccato), lui stesso era il risultato di un esperimento paterno riuscito solo in parte.
    Del ragazzo si “prendevano cura” le tate che nel tempo si erano alternate nell’incarico.
    La prima fu una signora di origine teutonica, tenebrosa e severa già nello sguardo, capace di mettere in soggezione anche un paracarro.
    Se ne andò appena cambiò il sistema pensionistico con l’introduzione dell’opzione donna; dall’oggi al domani: senza dare il preavviso previsto contrattualmente, senza lasciare a Leccapaletta almeno il tempo di gioire per la sua dipartenza.
    Comunque la liberazione da quell’incubo durò pochissimo, perché, addirittura in anticipo rispetto alla data prevista, arrivò la nuova tata.
    Veniva dalla Svizzera, tedesca, naturalmente, e portava, in formato europeo, un curriculum vitae da paura (che il dottor Frankenstein subito giudicò interessante): aveva lavorato in un istituto di correzione minori e poi aveva diretto vari collegi per minori disadattati.
    Diceva che sotto di lei era passata anche Heidi, a suo dire una stronzetta su cui aveva sperimentato tutti i modelli educativi collaudati nell’istituto di correzione, e che alla fine aveva spedito in montagna a far compagnia alle caprette e a un nonno in avanzato stato di demenza senile.
    Leccapaletta era come un bambino, ma non gli ci volle molto a capire che, quel nonno, le caprette, per Heidi erano state la sua rinascita…
     
    … Senza la vicinanza di Franco, senza il lavoro in gelateria, il ragazzo cadde in quel buco nero comunemente chiamato depressione.
    Rimaneva in camera tutto il giorno e aveva fatto del letto la sua casa.
    Se ne stava sdraiato ad ascoltare una canzone, sempre la solita, che diceva: “Metti un po’ di musica leggera perché ho voglia di niente, anzi leggerissima…”
    Rifiutava il cibo che la tata svizzera gli preparava con scarsa fantasia e poco amore: wurstel con patate bollite e crauti viola crudi.
    Dopo una lunga discesa verso il baratro, decise che doveva cercare di uscire da quella situazione e cominciare a risalire.
    Ripensò alle parole di Franco e…
    La notte in cui decise di partire, entrò senza bussare nel laboratorio del padre e lo colse mentre stava facendo un “esperimento scientifico” con la tata svizzera.
    Erano stesi, in uno strano intreccio, sul tavolo per le autopsie.
    Il dottor Frankenstein portava un completino in vinile, con trasparenze sul petto e in altre parti meno nobili, la tata invece, in pendant con lui, aveva il corpo stretto da cinghie di cuoio con borchie appuntite e un frustino tra le mani.
    -Basta! Me ne vado da questo carcere! – urlò il ragazzo
    Il padre, colto di sorpresa e in evidente imbarazzo, non proferì parola, anche perché non aveva avuto il tempo di liberarsi dalla pallina d’acciaio che teneva in bocca legata da una corda annodata all’altezza della nuca.
    La tata invece, tutt’altro che sconvolta, pronunciò parole che lo fecero alquanto imbestialire.
     -Vfai fare compagnia Heidi e zue caprette?
    -No! rispose secco Leccapaletta, -Vado dove c’è il mare e il sole, vado dove non ci sono domestiche che di giorno fanno le tate naziste e di notte le zoccole!
    Ciò detto, senza lasciare a Sodoma e Gomorra il tempo di replicare, uscì di casa deciso a non farvi più ritorno.
    Il viaggio verso la Puglia durò diversi giorni; sperimentò sulla propria pelle il pessimo funzionamento del sistema ferroviario; Trenord, Trenitalia, Ferrovia Sud Est, una fazza una razza: ritardi, cancellazione, guasti, affollamenti, sporcizia.
    Arrivò a notte inoltrata alla stazione del paese di Franco; rimase fuori dalla sala d’attesa (dentro c’erano già una dozzina di persone stese sulle panche di legno) e quando cominciò ad albeggiare s’incamminò verso la masseria di Franco.
    Arrivò che il sole era già alto e faceva un caldo assassino.
    Bussò ripetutamente; dopo alcuni minuti la porta si aprì e di fronte a lui si palesò una signora molto anziana, in pigiama e con una bandana in testa.
    -Ci è? – chiese.
    -Frankenstein! - rispose il ragazzo.
    -Devi alzare la voce, non tanto sento.
    -Frankenstein! – urlò lui.
    A quel punto la donna si voltò verso il marito che stava in cucina a fare colazione (l’unico momento della giornata in cui non tanto amava essere disturbato) e chiese:
    -Tonì!
    -Ci vu da me? -  rispose lui alquanto contrariato.
    -Franco stein?
    - No, Franco no stein, Franco se ne ‘scito!
    -Vabbè, posso aspettare qui fuori. – propose Leccapaletta.
    - Ma no, vieni dentro, che fuori fece caldo a murte; occhio al gradino che ancora cadi!
    A lui non sembrava di essere già caduto, comunque facendo molta attenzione al sobbalzo entrò nella fresca casa.
    La donna lo fece accomodare al tavolo della cucina insieme al marito.
    -Aspetta qui, ancora esco il caffè.
    L’uomo alzò lo sguardo e poi spinse verso Leccapaletta una grossa ciotola.
    -Piglia! E’ gelato al gusto ricotta dolce; roba nostra: buona e fresca.
    -Già lo so! - rispose il ragazzo.
    Al centro della ciotola, ben piantata nel gelato, c’era una di quelle palette d’acciaio che lui, per tanti anni, aveva usato in gelateria.
    Quante leccate che gli ho dato! - pensò - liberando un sorriso che all’uomo di fronte a lui non sfuggì e che, senza proferire parola, ricambiò.
    -Simpatico sto guaglione! Come hai detto che si chiama? – chiese alla moglie quando rientrò con il caffè.
    -Leccapaletta! – rispose Franco, che nel frattempo era rientrato.
    -Leccapaletta si chiama!
    Poi, posando con delicatezza la mano sulla spalla del ragazzo, aggiunse:
    -Bentornato a casa, figliolo.
     

  • 28 settembre alle ore 18:46
    Fatti che non mi riguardano.

    Come comincia: Nel corso degli anni, da quando ho messo i piedi per la prima volta qua dentro, ho maturato un comportamento, soprattutto mentale, che a mio parere si dimostra il migliore per resistere a lungo alla monotonia deprimente data dallo scorrere di giorni lavorativi identici l’uno all’altro, come tante fotocopie. Annullo me stesso, osservo le cose con gli occhi degli altri, ed anche se resto tutto il mattino nella mia solita postazione lungo il corridoio del piano terra di questo liceo, incoraggio sempre i ragazzi delle varie età che frequentano la scuola, nel venirmi a dire delle cose, anche le più sciocche o qualche volta anche assurde, che passano dalla loro testa. Conosco i liceali quasi tutti per nome, e certe volte chiedo a qualcuno come gli vadano le cose, tanto che quelli con cui ho più confidenza passano da me di propria iniziativa per parlare dei loro guai, oppure per confidarmi le storie che vivono, i loro problemi scolastici, o di famiglia, e molte volte anche per parlarmi degli attriti che purtroppo si registrano in classe tra loro e i compagni. Per tutti sono Mario, il bidello sempre presente in questa scuola, che forse ha un’età anche maggiore di quella dei loro genitori, ma che si comporta con ognuno dei ragazzi come fosse un fratello maggiore. Perché sono loro il mio mondo, ed io mi lascio assorbire interamente da quello che vengono a confidarmi.
    Durante l’orario delle lezioni, quando resto da solo al mio tavolo per rispondere ogni tanto al telefono, rifletto sugli aggiornamenti recenti che magari sono venuto a conoscere, senza che mostri mai interesse al pettegolezzo oppure ad una eccessiva curiosità, fornendo comunque ogni tanto, quando mi vengono richiesti, persino dei buoni consigli. Con qualcuno dei ragazzi naturalmente sono più in sintonia che con altri, ma ciò non toglie che nutra affetto per tutti, nessuno escluso. Il nostro istituto non è enorme, e gli alunni totali delle sezioni rientrano in un numero abbastanza contenuto. Certe volte viene Lorenzo da me, specialmente quando esce dalla sua aula per riprendere fiato durante l’orario di qualche insegnante pesante, e così, lungo il nostro corridoio un po’ anonimo, mi confida sottovoce quali siano gli ultimi sviluppi delle sue sperimentazioni musicali che affronta assieme al proprio gruppo di jazz. L’ultima volta poi mi ha spiegato che probabilmente entrerà nel loro quartetto un nuovo componente, una pianista con esperienza di musica classica, e che lui si sente addirittura entusiasta di questa possibilità, anche se mi ha riferito subito che non è una ragazza di questa scuola, e quindi non la conosco.
    A me fa molto piacere l’entusiasmo che Lorenzo mostra nelle cose che affronta, e spero davvero che tutto per lui proceda per il meglio. Non mi reputo molto intelligente, però ho un cuore e dei sentimenti, e certamente faccio il tifo per i ragazzi come lui, soprattutto per la loro intraprendenza. Ma oggi arriva questa ragazza, la signorina Neri, come la chiamo io, una tra le più timide e riservate che siano mai passate sopra questi banchi scolastici, e mi chiede se per favore io possa riferire a Lorenzo che lei sta ancora aspettando una sua risposta. <<Mi scusi>>, dico io, <<ma non potrebbe dirglielo di persona, visto che se non ricordo male siete anche vicini di banco?>>. Lei sorride senza guardarmi, dice che è soltanto un piccolo favore quello che mi chiede, giusto per evitarle di affrontare l’argomento in modo diretto con lui. Annuisco, anche se non comprendo del tutto il problema, però, mentre la ragazza si allontana, inizio a riflettere su quali possono mai essere le risposte che Lorenzo ha promesso di darle. Decido infine che proprio non lo so, o non ci arrivo, anche se alla prima occasione riporto al ragazzo esattamente quanto richiesto.
    Lui mi ringrazia, anche se sembra confuso, ed io naturalmente non pongo alcuna domanda, anche nell’attesa che sia direttamente Lorenzo, come è suo uso, a chiarire qualcosa su tutto quanto. Invece no, se ne va e poi basta, lasciandomi soltanto un grosso punto interrogativo. E’ soltanto questione di qualche giorno, penso tra me, poi in una maniera o nell’altra verrò certo a sapere tutto quanto, come sempre succede. E se proprio non sarà direttamente Lorenzo a venirmi a confidare cosa stia bollendo nella sua pentola, sarà magari qualcuno tra coloro che conoscono bene lui o la Neri a venirmi a dire qualcosa. E comunque non sarà certo Mario ad andare in giro a fare delle domande e a mostrarsi entrante, o peggio, curioso, dei fatti degli altri.
     
    Bruno Magnolfi

  • 26 settembre alle ore 1:16
    IL MISTERO DELLA SPIDER SCOMPARSA

    Come comincia: "Fatti e misfatti conseguenti a tentativo di recupero di autoveicolo da genti parlanti una lingua ignota"

     

    É con immenso dispiacere che il sig. Pugliese, private banker e appassionato collezionista di auto d’epoca, apprende del furto della sua Alfa Romeo Spider. A seguito del disinvestimento di alcuni fondi comuni, decide dunque di acquistare una avanzatissima Smart 100% elettrica da utilizzare per il lavoro e il tempo libero. Senza però rinunziare all’acquisto di una “nuova” (si fa per dire) auto d’epoca. Avendo egli appreso da una sua cliente, la dott.ssa Galli, che nel borgo della campagna abruzzese di Colle S. Maria è ancora in vita un anziano signore anch’egli collezionista di auto d’epoca e detentore di una nutrita collezione di tali esemplari. Avendo però raggiunto la sua età, sta ora provvedendo a disfarsene e quindi ne vorrebbe vendere almeno qualcuna. Un’occasione veramente d’oro per il sig. Pugliese, il quale prontamente chiede maggiori informazioni alla dott.ssa Galli sull’ubicazione del garage in cui questo anziano signore detiene la sua collezione di auto d’epoca. “Dovrei fare mente locale” gli risponde la dott.ssa Galli, “ma mi ricordo che queste auto stanno in un garage proprio al di sotto del bar...l’unico bar, di Colle S. Maria”. Il sig. Pugliese si reca così in direzione di Colle S. Maria, nonostante il navigatore della sua Smart, al fine di farlo arrivare a Colle S. Maria sfruttando il percorso più breve, lo porti – in ordine cronologico – per via delle ripe, via costa pelata, via fratta Tuniconi, via fonte cupa, via dei briganti, via colle alto, colle vecchio, colle nuovo, colle basso, colle borea e colle S. Maria. E anche per qualche mulattiera. La Smart, fortemente provata dall’attraversamento di strade al cui confronto i bombardamenti della seconda guerra mondiale parrebbero esplosioni di mini ciccioli, a un certo punto non può più proseguire la sua marcia in quanto la carreggiata risulta interamente occupata da un immenso gregge di pecore. Il sig. Pugliese prova dunque a far disperdere il gregge con un paio di colpi di clacson, che sebbene non riescano a far spostare alcun componente del gregge – se non qualche agnellino da latte – fanno però avvicinare il cane da pastore che, avendo scambiato la Smart e il suo sistema di segnalazione acustica per un nuovo gioco, non può che saltarvi sopra (con le zampe rigorosamente sporche di fango) abbaiando e scodinzolando. Fortunatamente dopo qualche (lunghissimo) minuto il cane viene richiamato da un particolare fischio effettuato dal pastore, tale sig. Manfredo, il quale si avvicina poi all’auto. Il sig. Pugliese coglie l’occasione per abbassare il finestrino e chiedere al pastore: “Scusi...sono sue queste pecore?”, alchè il pastore gli risponde facendo un cenno affermativo con il capo. “Cortesemente potrebbe portarle via dalla carreggiata? Perchè, vede, non posso continuare la marcia!”, allorchè il pastore gli risponde: “Vù cumprà la pizza?”. “Oh, no! Anche qui in campagna i vù cumprà! No, guardi, non la voglio la pizza! Se ne avessi voglia andrei in pizzeria!”. Ma il pastore lo incalza: “Vuoi pizza di cacio? Questa buona!” e gli mostra dunque una grande pizza di formaggio prodotto dal suo gregge. Stando così le cose, il sig. Pugliese pensa bene che forse è meglio far credere al pastore di essere interessato all’acquisto dei suoi prodotti caseari, altrimenti non farebbe mai scansare il gregge per farlo passare: “Guardi, la ringrazio, ma ho fatto colazione poco fa...a quest’ora proprio non mi va...magari più tardi, quando ripasso, se la trovo sempre qui nei paraggi ne prendo una bella grande di pizza!”. “Vabbè, passa!” gli risponde il pastore. Arrivato finalmente a destinazione, nel borgo medievale di Colle S. Maria, il sig. Pugliese constata però che il bar non è riportato nè su Google Maps, nè su alcuna app, nè su alcun social, nè su alcun motore di ricerca. E probabilmente non è nemmeno accatastato. Pertanto, il sig. Pugliese ritiene che l’unica alternativa rimanente al fine di venire a conoscenza dell’ubicazione del bar sia quella di chiedere indicazione ai villici. Avendo egli notato di aver attirato l’attenzione, dal momento in cui ha messo piede a Colle S. Maria, di due vecchie, di cui una su una sedia a dondolo sul ciglio della strada e un’altra affacciata al balcone, le quali lo stanno fissando al pari di un sistema di videosorveglianza automatizzato, ne approfitta per chiedere alla prima se conosca dove è possibile trovare il bar. Ma la vecchia, allarmata e insospettita dalla presenza di una persona che non appartenente al paese e non parlante il dialetto, gli risponde con un’altra domanda: “Tì di chi sì lu figl’?”. “Con tutto il rispetto, signora, ritengo che tale interrogativo sia irrilevante...io sono venuto qui al fine di acquistare un’auto d’epoca dal signore che le custodisce al di sotto del bar del paese: dunque le volevo chiedere cortesemente se mi può indicare il percorso da seguire al fine di arrivare al bar e visionare le auto di proprietà del signore di cui le ho accennato”. La vecchia lo riguarda un po’ e alla fine gli risponde: “Nn so’ capìt”. Alchè il sig. Pugliese le fa: “Io buono. Venire in pace. Volere parlare con signore di auto d’epoca. Io quelle volere comprare. Ma prima trovare bar dovere. Se tu dire a me dove essere bar, io fare a te grande regalo!” e le mostra così un centro tavola al cui centro vi è stampato il viso del signore che si trova nel logo di Franklin Templeton, sgr che ha realizzato il centro tavola come gadget pubblicitario da regalare ai private banker.

    Fattasi amica la vecchia, questa acconsente finalmente a fornirgli le indicazioni stradali: “La vedi sà strada? Gira la curva: lì ci sta la statua della Madonna; dapù ca da scenne li scalette e là c’truv’ du’ galline a razzolà. Quann’ vedi li galline, ca da girà sulla sinistra e là c’stà la piazza co lù bar. M’arccumann’ li galline!”. “Grazie signora! E siccome da come parla vi conoscete molto bene, lei e le galline, ne approfitto anche per portare alle signore volatili i suoi più cari saluti!”. Poco dopo essersi incamminato in direzione della statua della Madonna, il sig. Pugliese sente però uno sparo alle sue spalle. Voltatosi spaventato, prende uno spavento ancor più grande allorchè constata che sul parabrezza della sua nuova vettura vi è ora accasciato il corpo senza vita di una gazza, il cui sangue e le cui interiora giacciono ora irrimediabilmente appiccicate sul vetro. Qualche secondo dopo arrivano anche dei cani da caccia abbaianti che salgono sulla Smart (uno sul tettuccio e uno sul cofano) al fine di appropriarsi della gazza: uno la afferra per la testa e uno per la coda, e ringhiando e tirandola, chi da un lato, chi dall’altro, se la contendono fino a strapparla in due pezzi distinti, con conseguente spargimento di ulteriore sangue e ulteriori liquami sulla povera Smart. Dopo aver assistito a questa visione apocalittica, il sig. Pugliese non può che urlare “I cani! Di chi sono i cani!?”. A rispondergli sarà un distinto signore con cappello di paglia, canottiera sudata, pantaloni da muratore e...fucile da caccia in mano. “So’ li mì li ca’. M’aiutano ad ammazzà sti cazz d’ cill’ ch’ m’s’ magnan’ l’orto e...” BAM! Un altro colpo di fucile! “Porco [CENSURA], sto cazz’ d’fucil’ è vicch’ e nn gli funziona chiù tant’ la sicura....ma stavo dicenn...allò sti gazz’ d’mè m’s’ magnan’...” ma mentre è intento a fare questi altissimi discorsi, inavvertitamente gesticola puntando anche il fucile in direzione del private banker, il quale pensa bene di congedarlo dicendogli: “Sì, sì, ho capito, non si preoccupi, non è successo niente! Tanti saluti a lei e ai suoi teneri cuccioloni!”. A ogni modo, il sig. Pugliese riesce a raggiungere la statua della Madonna, dunque le signore galline e, infine, l’agognato bar. Giunto al suo interno, il sig. Pugliese trova dinanzi a sè l’anziana proprietaria dietro al bancone e un anziano avventore seduto a un tavolino poco distante. “Buongiorno signora, sono Pugliese, il private banker della dott.ssa Galli. Le posso chiedere una gentilezza?”. “Ch’hai detto, assignerè?” le chiede la signora. “Ho detto che sono Pugliese, il private banker, il financial advisor della dott.ssa Galli: è lei che mi ha indicato questo posto”. “Nn so’ capìt”. “Signora, le spiego: io investo nei mercati”. “Ottììì! Qess’ è nù pirata della strada!”. Non sapendo più cosa dire, il sig. Pugliese si gioca l’aiuto della “telefonata a casa” e dunque chiama il figlio della dott.ssa Galli: “Buongiorno, sono Pugliese. Come va?”. “Bene, grazie”. “Le volevo dire che ora sono riuscito a raggiungere il bar di Colle S. Maria e sto interloquendo con la sua titolare. Il problema però è che mi pare di aver capito che non sa cosa sia un private banker o un financial advisor”. “Bè non è che questa cosa mi stupisca più di tanto...a Colle S. Maria già è tanto se sanno cos’è un bancomat...figuriamoci un private banker”. “Aspetti che forse se glielo dico in italiano...signora, sono il promotore finanziario della dott.ssa Galli”. “Ehhh?”. “No, nulla da fare: non capisce nemmeno in italiano”. “Provi a dirle che è l’assicuratore, che forse lì sanno cosa sia in quanto per legge i trattori devono avere la RC auto”. “Ci provo, ma non so fino a che punto mi possa credere dopo che mi ha scambiato per un pirata della strada...comunque molte grazie e mi saluti sua mamma”. “Grazie, buongiorno”. “Signora, le spiego, io sono l’assicuratore della dott.ssa Galli, e sono...”. “Sti cazz’ d’assicuratori prima investono la gente e da pù gli vogliono venne le assicurazioni...pccà se nessuno gli investe col cazzo che le comprano!” interviene l’anziano avventore. “Ma da quell’che so’ capit’ cussù investe li cristian’ a lu’ mercat’” commenta la titolare del bar. “Guardate, ci deve essere un equivoco...io sono venuto per visionare le auto d’epoca contenute nel garage qui sotto”. “Chelle lì so’ tutte in regola! Tutte co’ l’assicurazzione!”. “Ma non si preoccupi signora, io le volevo visionare al fine di acquistarne una...per caso sarebbe così gentile da dirmi il nome del proprietario?”. “Mbè pecchè te lo debbo dice? Tì nn m’hi dett’ manc’ come t’ chiami!”. “Ma gliel’ho detto signora: sono Pugliese!”. “Scì, so’ capit’,ma mica m’hi dett’ come t’ chiami!”. “E invece sì, signora, le ho detto che sono Pugliese!”. “Ahhh, ma sint’un po’: io so’ vecchia ma mica scema! M’hi dett’ che sì pugliese, ma mica come t’ chiami!”. Oramai esasperato, il sig. Pugliese risponde: “Signora...sono pugliese e mi chiamo Pugliese!”. “Ecco pccà parlava cuscì strano: è nù forestiero!”. La titolare del bar sembra ora aver capito: “Ah, sò capìt: tì ti chiami Pugliese pccà sì pugliese!”. A quel punto il sig. Pugliese cerca di portare avanti il suo obiettivo di conoscere il proprietario delle auto d’epoca: “Onestamente, signora, a questo punto riterrei che il discorso sull’origine del mio cognome e del relativo toponimo sia esaurito; in ogni caso se necessita di ulteriori approfondimenti in merito le potrei fornire, in altra occasione, l’albero genealogico della mia stirpe, se tal cosa può apportare beneficio alla sua realizzazione personale. Ora, però, se mi dice come si chiama questo signore regalo a lei e al suo bar questa esclusiva bottiglia di vodka Grugnitoff™, in edizione limitata per celebrare il decennale del lancio del fondo JP Grugnan Carrots Global Equity”. “Ah, no, j’ nn li posso bere gli alcolici”. “E il gentile signore qui presente vuol favorire?”. Il gentile signore, almeno all’inizio, pare però piuttosto scettico verso questa nuova bevanda, ma dopo averci riflettuto un po’ sopra sentenzia:

     

     “Sò bevut’ la vodka co’ sopra l’orso polare,

    sò bevut’ la vodka co’ sopra lu lupo,

    mò posso tenè paìr a bere la vodka co’ sopra lu cuneje?”

    e dunque acconsente a berne uno shottino. “Ngul’, bbon’ sa vodka! J’ m’arpurtesse alla casa tutt’ la bottœje!”. “Vede signora che bel regalo che le ho fatto!? Ora potrebbe pure ricambiare dicendomi chi è il proprietario delle auto d’epoca e come potrei fare per incontrarlo!”. “Vabbè daje, allò, chill’ è Pascquale Picchiapò, lu tetesch’, pccà lavorava in Germania pe’ la Volsssvaghènne, dapù sà turnat’ ecch e sà cumprat la casa della vedova di Lallucc’ lu capriccios’, chella che sà risposat’ co’...”. “Signora, non è che sarebbe così gentile da fornirmi l’indirizzo esatto del signor Pasquale, di modo da poterlo andare a trovare e concludere questo affare?”. L’indirizzo esatto, se così si può definire, si rivelerà essere l’elencazione di una serie infinita di salite e discese, curve e rettilinei per le campagne di Colle S. Maria – giacchè la residenza del signor Pasquale è posta al di fuori delle mura del borgo – in una località mai definita da nomenclatura stradale alcuna, bensì soltanto dall’impianto meccanografico del 01/01/1965. Estasiato all’idea di lasciare Colle S. Maria – o quantomeno il suo centro abitato – il sig. Pugliese si mette così in cammino verso la sua Smart al fine di raggiungere il sig. Pasquale, rimanendo però folgorato sulla strada per raggiungere la località senza nome nei pressi di Colle S. Maria rilevata dall’impianto meccanografico del 01/01/1965: non si trattava della statua della Madonna, ma di un trattore. Sì, di un trattore il cui conducente inavvertitamente aveva investito la Smart del sig. Pugliese ammaccandone vistosamente la fiancata destra. “Buon uomo, mi scusi, ma adesso è necessario firmare il CAI, il modulo di constatazione amichevole di incidente: lei dovrebbe scrivere le sue genera...”. “Ma chi cazz’ sì tì?! Sì lu strunz ch’ha mess’ sà machnett’ ‘e merd’ sà ecch?!? Porco [CENSURA], l’hi vist’ ch’ la machn’ tò ha ammaccato lu trattor’a mè?!?”. “Non si alteri! Lo vede che il sinistro dipende da lei: il suo trattore...”. Ma purtroppo il buon uomo alla guida del trattore non sembra essere molto in vena di sottoscrivere constatazione amichevole alcuna, e l’unica cosa che il sig. Pugliese può constatare è quella che il trattorista ora impugna una vanga e corre verso di lui imprecando: “Mò t’ammazz’ d’ mazzate, porco [CENSURA]! Porca Ma[CENSURA]!! Mannaccia Crì!!!”. Profondamente turbato alla visione dell’abominevole uomo del trattore, il sig. Pugliese si rifugia tra i vicoli e le stradine del centro storico: lì fa poi la conoscenza di due bambini intenti a giocare a rigori, i quali, incuriositi, gli chiedono se per caso si fosse perso. “Bambini, guardate, è una storia un po’ lunga: stavo cercando di acquistare un’auto usata...ma ora mi si è rotta quella nuova. Tra i cani, la gazza morta, il tratto...un momento, ma voi parlate italiano!”. Rallegratosi all’idea che avesse trovato almeno altri due cristiani che parlassero la sua lingua, il sig. Pugliese gli racconta brevemente la sua (dis)avventura, oramai degna di poter competere con la narrazione di ben altre epiche fiabe, nonchè di qualsiasi Classico Disney. I due bambini appaiono molto comprensivi verso il sig. Pugliese, e uno dei due gli rivela anche di essere il figlio del meccanico di Colle S. Maria: pertanto si offre di fargli strada al fine di portarlo all’officina del padre, il quale gli potrà poi riparare la sua Smart. O almeno ciò che rimane di essa. Arrivato all’officina, il sig. Pugliese non può non notare che tra le varie vetture ce n’è una in particolare: è la sua Alfa Romeo Spider. In un primo momento pensa che sarebbe il caso di avvertire le forze dell’ordine, ma poi, riflettendoci meglio, si capacita del fatto che in un posto come è Colle S. Maria le vie della legalità e della giustizia valgono quanto in un villaggio dei film western, cosicchè decide di agire in altro modo. “Che bella questa Spider! É la sua?”. “Scì scì, ma è in vendita” gli risponde il meccanico. “Sà, è molto bella: ma dove l’ha comprata?”. “Eh, quessa me l’ha fornita n’amico mio dalla Romania. Proprio uno che s’occupa d’ machine”. “Ah, non lo metto in dubbio. Ma sa che c’ho ripensato riguardo alla mia Smart? Che la riparo a fare ora che ho visto questa Spider?! Le propongo un affare: lei prende la mia Smart e io questa Spider, va bene? La Smart, anche se un po’ usurata, ma tanto lei è meccanico, quindi non ci mette niente per rimetterla su. E poi consideri che è nuova di zecca! Mentre la Spider è proprio vecchia, lei sa come sono le auto d’epoca: necessitano di interventi, manutenzione, sono difficili da guidare, se poi si rompono è difficoltoso trovare i pezzi di ricambio...”. Dopo una lunga contrattazione, il sig. Pugliese riesce finalmente ad averla vinta mettendo sul piatto della bilancia anche lo smartwatch in edizione limitata di Goldman Sachs, che giornalmente notifica l’andamento dei fondi sull’orologio ed emette un’apposita segnalazione acustica laddove vi sia necessità di effettuare degli switch. Ma lo smartwatch, in realtà, interessa più che altro al figlio del meccanico, intenzionato a sfoggiarlo come simpatico gadget tecnologico a scuola e con gli amici, e che dunque convince – a furia di lagne e richieste esasperate – il genitore ad accettare l’offerta del private banker e avere in regalo lo smartwatch. “Vabbè dai, facèm che J’ t’dò la machna d’epoca e tì m’ dai la machnett’ e lu giocattolin’ pe’ lu frhch’”. Recuperata quindi la sua Spider, il sig. Pugliese si rimette dunque in viaggio, non per andare dal sig. Pasquale, bensì per tornare a casa in quanto ha oramai ottenuto la sua auto d’epoca. “Bè sempre meglio che averla dovuta ripagare in caso mi avessero chiesto il riscatto. D’altronde almeno c’è una cosa buona nell’avere a che fare con gli zulu: è possibile ancora ricorrere al baratto” commenta tra sè e sè il sig. Pugliese sulla via del ritorno. Ma la pacchia dura poco: la Spider, già in riserva da quando l’ha ripresa dal meccanico, esaurisce totalmente il carburante e si ferma su un lato della carreggiata. Il sig. Pugliese tenta così di chiamare il soccorso stradale Aci, nonostante già si immagini che impazzimento sarebbe spiegare all’operatrice telefonica dell’assistenza stradale dov’egli si trova attualmente e le relative indicazioni stradali necessarie affinchè il carro attrezzi possa recarsi sul posto. Tali preoccupazioni si riveleranno poi infondate allorchè egli constaterà che Iliad non prende in via fratta Tuniconi. Al povero sig. Pugliese non rimane altro che attendere che qualche buon samaritano passi sulla strada per Colle S. Maria. E sperare che non ripassi il sig. Manfredo col suo gregge e le relative pizze di cacio. A un certo punto si ode un camion in lontananza, proveniente da Colle S. Maria: sarà lui il buon samaritano che lo porterà in salvo? Il buon samaritano si rivelerà poi essere un allevatore con un camion carico di suini, posti nella parte di dietro del veicolo, ad eccezione di una scrofa posta a fianco del guidatore. “Buongiono, mi scusi, ma come vede ho finito il carburante e sono impossibilitato a tornare a casa: lei dove sta andando?”. “Lei viene co’ me!” gli risponde l’allevatore indicando la scrofa. “No, mi scusi, ma intendevo lei” gli fa il private banker puntando il dito verso di lui, ma purtroppo l’allevatore pensa che il sig. Pugliese stia indicando la scrofa alla sua destra: “Lei sta co’ me e viene co’ me! Lu vù capì o no?!”. “No, ma intendevo...Facciamo così: io buono, venire in pace, amico di vostra tribù. Sono stato da tuoi fratelli nel borgo, ma ora brum brum fermo! Io ora dovere tornare a villaggio per chiamare grande carro che traina brum brum fermo! Se tu aiutare me e portare me in villaggio vicino io fare a te grande regalo! Ecco, vedi, questa cover iPhone firmata Morgan Stanley: lui grande capo bianco con tanto oro e tante belle cose, che donato a me per fare dono a te e...”. “Ma porco [CENSURA]! Nn lu vedi che sò pelato! E tì m’ vù argalà li ciacciarie...pè lu phon!!? Ma vaffa[CENSURA]!” e cosicchè riparte con il suo camion lasciando a piedi il sig. Pugliese, il quale commenta: “Forse avrei fatto meglio a interloquire direttamente con la signora suina, che mi pareva anche molto più intelligente. Almeno ha avuto il buon senso di tacere!”. Oramai persa qualsiasi speranza di poter far ritorno a casa, il sig. Pugliese ode però il rumore di qualcosa che sbatte tra le buche della strada: è la sua ex Smart, senza più uno sportello e sporca di sangue, fango e non meglio identificati fluidi corporei di origine animale. Ma è pur sempre un veicolo in grado di camminare. “Chi mai la starà guidando? Sembra che non ci sia nessuno alla guida! A meno che non abbia lasciato attiva qualche app per la guida automatica, ma non penso che...ah è lui!”. Sì, è proprio lui: il figlio del meccanico è alla guida della Smart e, riconoscendo il sig. Pugliese, si ferma per capire cosa sia successo. Il povero private banker gli racconta anche questa seconda parte di disavventure, che oramai, più che a un Classico Disney, assomigliano maggiormente a un film di Hitchcock. Il bambino, intenerito dal racconto di questa nuova sventura in cui si è imbattuto il sig. Pugliese, gli confida che ora la Smart è sua (il padre gli ha concesso il possesso anche di quest’altro bene, dal momento che dopo averla vista l’ha ritenuta alla stregua di un ennesimo giocattolino, nella fattispecie un’automobilina elettrica per bambini), pertanto gli permette di poterci salire un’ultima volta, al fine di recarsi nella località coperta dal segnale Iliad più vicina e poter contattare così il soccorso Aci.

    Finalmente tornato alla sua dimora, con tanto di Spider fortunosamente recuperata da fratta Tuniconi (con tanto di improperi e bestemmie varie dell’autista del carro attrezzi, costretto ad andare per fratte pur di svolgere il suo lavoro), il sig. Pugliese contatta telefonicamente il meccanico di Colle S. Maria: “Buonasera, sono Pugliese, il signore che ha acquistato la Spider da lei indebitamente detenuta: le volevo solo comunicare che in realtà si tratta della MIA Spider”. “Mbè scì che è la tò: te la sò vennuta!”. “Si dà il caso che invece fosse la mia anche prima: mi è stata rubata tempo fa e, da ciò che lei mi ha detto quando ci siamo visti, pare che sia coinvolta una banda di rumeni specializzata nel furto e nella ricettazione di auto d’epoca. Ora lei mi dovrebbe dire come si chia...”. “Ma tì cum’ha fì a sapè che è la tò?”. “Guardi, sono in grado di riconoscere la mia auto...per tanti motivi...ad esempio ho riconosciuto la scocca”. “Sint’n po’”, conclude il meccanico, “Ma se la machna n’era rubata...ti credevi che te l’argalavo in cambio di dù giocattolini?! Ma va[CENSURA]” e rimette giù. A questo punto il sig. Pugliese pensa bene di prenderla con filosofia: probabilmente la scelta migliore è proprio quella di accontentarsi di aver recuperato la sua Spider, nonostante abbia perso Smart e smartwatch. “Tanto tra sei mesi già saranno vecchi poichè sarà uscito il modello nuovo” riflette il sig. Pugliese. E quindi conclude che forse sarebbe meglio accettare questa (dis)avventura e guardare al recupero della sua Spider come un regalo venuto dal cielo. Oltretutto, si sa, a caval donato non si guarda in bocca. O meglio, al caval (motore) donato non si guarda la scocca.

    Dott. Eugenio Flajani Galli
     
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  • 26 settembre alle ore 1:14
    VACANZA SOLIDALE

    Come comincia: Lo Smart Village di Pastorax è un virtuoso villaggio vacanze gestito da una cooperativa sociale che dà lavoro a decine di diversamente abili.
    Ma quest’estate ha in serbo per loro un’immane sciagura: l’associazione culturale trasteverina I Viaggi di Matusalemme – specializzata in vacanze per la terza età – ha scelto proprio lo Smart Village come meta per la villeggiatura di un simpatico (si fa per dire) gruppo di vecchietti, i quali sono accompagnati dal terribile personal trainer Ugo Minuto. Si dice che a causa del suo metro e mezzo di altezza, Ugo sia stato sin da giovane vessato in qualsiasi sala attrezzi della capitale, ragion per cui ha trovato come valvola di sfogo per il suo rancore represso il far trottare i vecchietti de I Viaggi di Matusalemme fino allo sfinimento...ma con la scusa di fargli fare attività fisica a finalità geriatrica. Ma chi saranno gli sciagurati vecchietti associati a I Viaggi di Matusalemme che dovranno vedersela con Ugo Minuto? Prima di tutto vorrei citare il prof. Antonio Arrapone, illustre letterato dei Parioli, i cui numerosi libri sono stati più e più volte insigniti del prestigioso premio Cicciolina per la letteratura a pagine rosse. Non esiste lettore al mondo che non abbia provato orgasmi multipli alla lettura dei testi del prof. Arrapone! Ma oltre a un illustre letterato come il prof. Arrapone, vi è pure il fotografo e artista visivo Silverio Capretti, noto al grande pubblico per le sue numerose apparizioni televisive in cui è stato oggetto di insulti da parte di un altro notissimo opinionista TV – nonchè critico d’arte – che l’ha più volte definito “CAPRA, CAPRA, CAPRA, CAPRA IGNORANTE!” e non solo per il suo cognome, non solo per il suo gusto dell’orrido e del diverso, ma anche e soprattutto per il suo volto caprino con tanto di barbetta e pizzetto. E cosa dire del Cavalier Mangione (non solo di cognome), imprenditore nel campo della ristorazione che ha dato lavoro a dietologi di tutto il Lazio? Peggio di lui forse c’è solo il simpatic(issim)o (!) Paolo Bisticci, giornalista dalla penna pungente specializzato nel ridicolizzare e prendere in giro qualsiasi essere umano dagli 0 ai 100 anni. Stando così le cose, tutto prelude al peggio. Ma il peggio del peggio è proprio non sapere ciò che potrebbe accadere...di peggio! Ed ecco perchè ho deciso di raccontarvi quest’altra esilarante storia a cui ho avuto l’onore (e l’onere) di assistere :)
     
    VACANZA SOLIDALE
     
    ovvero
    La leggenda degli uomini venuti dal mare in cerca di ordine e pace, e che causarono terrore e devastazione
     
    Ecco finalmente l’associazione I Viaggi di Matusalemme approdare al villaggio vacanze: appena arrivati, il Cavalier Mangione pensa bene di prendere l’ascensore, che però – essendo stato progettato per poter caricare fino ad un massimo di soli 190
    kg – a metà corsa cede inevitabilmente schiantandosi al piano terra. A tal punto il direttore del villaggio, costernato, esclama: “Ma impazziti siete?!? Prendere l’ascensore gli fate!?”. “Bè, ma se prende le scale, per salire ci mette un’ora a gradino. E se poi dovesse inciampare potrebbe travolgere qualsiasi ostacolo si trovi alle spalle,
    come una slavina dell’Alto Adige” precisa Paolo Bisticci. “Ma questo un’ascensore è, non un montacarichi!!”. Dopo aver constatato che, fortunatamente, lo Smart Village dispone anche di montacarichi, Ugo Minuto ne approfitta per fare i saluti di rito ed illustrare il programma della riposante vacanza: “Cari amici de I Viaggi di Matusalemme, è con infinito piacere che sono ad illustrarvi il programma per questa meritata vacanza all’insegna della solidarietà, dello svago e, soprattutto, del relax: ore 6 sveglia, dalle 6.15 alle 6.30 colazione light, dalle 6.30 alle 7 corsetta mattutina, dalle 7 alle 8 posturale, dalle 8 alle 9 aerobica, dalle 9 alle 10 corpo libero, dalle 10 alle 11 stretching, dalle 11 alle 12 corsa ad ostacoli, dalle 12 alle 13 100 metri piani, dalle 13 alle 13.30 pranzo e flessioni, dalle 13.30 alle 15 tiro alla fune, dalle 15 alle 16 salto con l’asta, dalle 16 alle 17 maratona del villaggio, dalle 17 alle 17.10 tempo libero, dalle 17.10 alle
    18.30 lotta greco-romana, dalle 18.30 alle 21 triathlon, pentathlon, decathlon e Ikea; serata libera con cena gourmet”. Alle rimostranze dei soci de I Viaggi di Matusalemme, Ugo Minuto sa bene come rispondere: “Tenete conto che la cena è una cena spettacolo, con intrattenimento musicale e danzante!”.
    La “cena” – se così si può definire – consiste però in antipasto di semi di sesamo
    su letto di alghe accompagnate da cipollina croccante, primo a base di salicornia e spaghettino gourmet e secondo a base dei resti della cena dei gatti adottati dallo Smart Village. Al fine di supplire a questa esperienza traumatica, il Cavalier Mangione, dopo aver amaramente constatato che le suddette pietanze non erano parte delle entrée ma il pasto vero e proprio, decide di sciogliere una pasticca dentro al suo bicchiere d’acqua, per poi chiamare il cameriere: “Cameriere! Guardi, la mia acqua sa di latrina”. “No, acqua da bottiglia, non da lattina!”. “Ma no! Sto dicendo che sa di latrina, di fogna! Assaggi un po’ lei!”. Dopo aver bevuto il bicchiere d’acqua, il cameriere si sente strano, e il Cavalier Mangione lo ipnotizza e gli dice: “Ora farai esattamente ciò che ti dico: stasera porterai nella mia camera la portata più grande che ci sia in questo ristorante!”. La portata più grande si rivelerà poi essere un montone ripieno di maialino sardo ripieno di agnello da latte, forse anch’esso ripieno.
    Il Prof. Arrapone si consola invece in altro modo: è proprio durante la cena spettacolo che conosce una milf in vacanza allo Smart Village, e dopo essersi seduto al suo tavolo con una scusa, chiama un cameriere per ordinare qualcosa di forte per far bere la milf: “Cameriere! Due negroni, prego!”, allorchè il cameriere pensa bene di portargli due trans brasiliani che fanno da ballerini nel villaggio, i quali lo accolgono esclamando: “Ciao, bel maschione!”, suscitando così lo sdegno (e la fuga) della milf.
    Il giorno dopo inizia con una vera e propria tragedia: mentre il Cavalier Mangione faceva la “corsetta” mattutina sulla spiaggia, uno squalo balena un po’ ingenuo ha la malaugurata idea di mangiarlo. Gli altri corrono così ad avvisare Ugo Minuto (anche perchè la corsetta la devono comunque fare). La brutta notizia si diffonde subito nel villaggio, tant’è che accorre anche il direttore, il quale esclama: “Numi Santi! Non mi dica che grave è!?”. “Eh no, invece è grave...se l’è mangiato tutto!”. “Sì, tutto mangiato si è, un montone intero ripieno”. “Ah, ma allora non si è mangiato il Cavalier Mangione”, e rivolto ai soci de I Viaggi di Matusalemme: “Ma mi avete detto che si era mangiato il Cavalier Mangione perchè l’avete scambiato per un montone oppure perchè è uno scherzo?” (e guarda sospettoso Paolo Bisticci). “No, il grassone il montone intero mangiato si è!”. “Ah ma allora lei si riferisce alla bestia, non al Cavalier Mangione!”. “Sì, alla bestia: al Cavalier Mangione! Un povero squalo quasi uccidendo sta!”. “Ma no, guardi, ora sto proprio ultimando l’operazione alla pancia, così lo squalo non lo digerisce e si salva”. “Ma chi?!? Il grassone??”. “Certo!”. “Ma del grassone niente me ne frega...io dello squalo parlando sto: una specie rara è...2 tonnellate di carne tutte in una volta dargli vietato è”. Intanto Silverio ne approfitta per scattare una foto da aggiungere al suo portfolio: “Non mi è mai capitato di immortalare un essere umano che su una spiaggia fa un’operazione a uno squalo in coma per poter fargli uscire dalla pancia una creatura che a sua volta ha nella pancia un montone, che a sua volta ha nella pancia un maiale che a sua volta ha nella pancia un agnello!”. Ma alla vista di Silverio il povero squalo balena realizza che è meglio accettare l’idea di smettere di combattere per la vita e inevitabilmente il suo cuore cessa di pulsare. Poco dopo “partorirà” il Cavalier Mangione per opera delle mani del primo caso di “personal trainer-ostetrico” della storia, Ugo Minuto: ecco così dimostrata la sua parentela con la famiglia dei cetacei. Approfittando di tale momento di confusione, il prof. Arrapone pensa che sia questa l’occasione per fare una capatina alla spiaggia dei nudisti e fare così la conoscenza di qualche bella nudista. L’accesso alla spiaggia è però ovviamente vietato qualora si indossino degli indumenti, ragion per cui non può che lasciarli all’ingresso della suddetta spiaggia. Un diversamente abile in giro nei dintorni, però, pensa che quegli indumenti appartengano a qualche cliente dello Smart Village che li ha dimenticati lì, pertanto li raccoglie e li riporta al villaggio, commentando: “Meno male che c’ho pensato io, che sono intelligente!”. Tornato dalla sua incursione alla spiaggia per nudisti e non trovando più i suoi indumenti, al prof. Arrapone non resta altra scelta che coprirsi le parti intime con una testuggine trovata sulla riva, e allorchè torna nei pressi del villaggio, Silverio lo accoglie dicendogli: “Antonio, fermati! Devo fotografare questa bellissima specie di testuggine!”. “Hai visto, Silverio? Pensa che l’ho portata apposta per fartela fotografare!”, ma Paolo Bisticci commenta: “Mmm...un po’ moscetta questa tartaruga!” scatenando così l’ilarità di tutti i villeggianti lì presenti. Il prof. Arrapone decide poi di recarsi nella piscina del villaggio, reputandolo il luogo più idoneo in cui soggiornare con la tartaruga, che fa quindi nuotare esibendola con la speranza che funga da esca per attirare l’attenzione di qualche milf in villeggiatura...e a un certo punto effettivamente se ne avvicina una: “Che bella quella tartarughina! Ma è sua?”. “Certo che è mia! E non è poi così ina!”. “Davvero?? E come si chiama?”. “Io mi chiamo Antonio, piacere!”. “No, dicevo la tartaruga”. “Ah lei è Tina...dai Tina, da brava, fai ciao ciao con la zampina alla signora” (e intanto gli muove la zampa per fare “ciao”). “Ciao, Tina, quanto sei carina! Ma da quanto tempo ce l’ha?”. “Da qualche mese...ma diamoci del tu, d’altra parte già l’hai dato a Tina!”. “Ahahah...va bene! Sei un amante degli animali?”. “Certamente...poi questa tartaruga mi ricorda molto Maria, mia suocera: di muso sono uguali...”. “Ah, ma quindi sei sposato?”. “Una volta...sai è da un po’ che ho perso mia moglie...”. “Mi dispiace...”. “Sai, adesso sono in vacanza con gli amici, proprio per cercare di distrarmi...ah eccone qui uno!”. E accenna a Paolo Bisticci, che intanto è sopraggiunto e non perde l’occasione per commentare: “E come è morta tua moglie, Antonio? Per caso si è suicidata dopo aver letto qualche tuo libro??”. Mentre avviene questa simpatica conversazione accade però un fatto molto più inquietante: il Cavalier Mangione, a causa dello spavento che inevitabilmente ha preso dopo aver quasi ucciso lo squalo e del conseguente aumento della motilità intestinale, evacua quel che resta del montone contenente il maialino contenente l’agnello. Il risultato è apocalittico: lo scarico dello Smart Village cede inevitabilmente e tutte le feci inondano la piscina, Tina si dà per dispersa, e un enorme nubifragio di liquami si riversa a bordo piscina dello Smart Village. A nulla può l’allerta di un inserviente lì presente: “Direttore, direttore, piovono stronzi!”. “Gli stronzi nel cervello li hai, non in testa!”, ma allorchè mette piede fuori dalla reception, anche in faccia al direttore si abbatte un enorme stronzo.
    Dopo una giornata di merda – in tutti i sensi – si giunge alla cena spettacolo Cena con Rapimento™, consistente nel rapimento di uno degli ospiti del villaggio e nelle conseguenti indagini da parte dei rimanenti al fine di ritrovarlo. Tutti partecipano
    tranne il prof. Arrapone, il quale con una scusa si allontana per andare a conoscere una milf presente in sala, e con un altro pretesto si siede al suo tavolo con l’obiettivo di farle bere qualcosa di forte: “Cameriere! Due neg...ehm, due angeli azzurri! Ahahah, sai, se gli avessi chiesto due negroni mi avrebbe portato qualcos’altro,
    ma dato che gli ho chiesto due angeli azzurri, davvero non può che portarmi...ah!!!”. E gli angeli azzurri portati dal cameriere sono invece proprio i trans della serata precedente, ma questa sera vestiti come “angeli azzurri”, i quali gli dicono: “Hey, bel maschione! Adesso siamo più belle così angiolette...mmm sappiamo che vuoi quella cosa!”, e a quel punto anche quest’altra milf, schifata, si alza e se ne va. Intanto il rapimento è già avvenuto, tant’è che non si trovano più nè Silverio, nè il Cavalier Mangione. Dapprima tutti ritengono che sia stato proprio quest’ultimo ad essere stato rapito dati i suoi maggiori mezzi economici, ma tale tesi viene da subito smontata, poichè appare verosimilmente impossibile che un pastore sardo, con la sua costituzione, riesca a prenderlo e portarlo via: “Per rapire il Cavalier Mangione ci vorrebbe un trasporto eccezionale. Forse anche due” sottolinea Paolo Bisticci, ed effettivamente poco dopo si scopre che in realtà il Cavalier Mangione ha finto il suo rapimento al fine di potersi introdurre nelle cucine e divorare così ogni qual cosa – viva o morta, commestibile o meno – si trovi sul suo cammino. Verrà di lì a poco sedato da Ugo Minuto con un dardo tranquillante per elefanti che aveva portato con sè nell’eventualità che il Cavalier Mangione avesse potuto terrorizzare la popolazione e la fauna del luogo. Giacchè si procede per esclusione, la supposizione che il rapito sia stato Silverio è diventata oramai una certezza, tant’è che Paolo Bisticci commenta: “Forse il pastore avrà avuto la necessità di farsi un nuovo caprone e allora ha rapito Silverio!”, e infatti il povero Silverio è stato rapito da un pastore che l’ha celato in una stalla. Il caprone ivi presente,
    però, scambia Silverio per un caprone rivale, e dunque inizia ad attaccarlo e a cercare di prenderlo a cornate, tanto da far intervenire il pastore il quale – occupato a tenere a bada il caprone (quello locale, non Silverio) – perde di vista Silverio, che si dà così alla macchia. Non trovandolo più, decide allora di sguinzagliare dei cani da pastore al fine di riacciuffarlo.
    Fallito altresì ogni tentativo pacifico di scambio di ostaggi, consistente nel portare al pastore una pecora delle cucine dello Smart Village per scambiarla con Silverio (poichè il Cavalier Mangione se l’era già mangiata), agli altri soci non è rimasta altra scelta che mettersi sulle sue tracce, seguendo il fetore di casu marzu che inevitabilmente li porterà nei pressi della stalla. Ecco dunque che l’allegra comitiva di vecchietti vede sopraggiungere Silverio, inseguito dai ferocissimi cani da pastore! I soci de I Viaggi di Matusalemme, però, oramai alla fame a causa della dittatura imposta da Ugo Minuto, ne approfittano per abbatterli e cuocerli alla brace.
    Fallito questo tentativo di rapimento e conseguente riscatto, i pastori decidono dunque di operare in modo più cauto e di affidarsi pertanto alle informazioni di una talpa all’interno dello Smart Village: si tratta di un ragazzo il quale, escluso dal gruppo locale dei boy scout, è stato poi affidato dalla famiglia a passare il suo tempo con pastori della Anonima Sequestri. Questi gli riferisce dunque che uno dei clienti più facoltosi è proprio il Cavalier Mangione e quindi gli fornisce il suo numero di stanza. Ma dato che gli ha comunicato pure che il Cavaliere è Mangione sia di nome sia di fatto, i pastori capiscono che
    rapirlo equivale a una vera e propria “mission impossible”, dal momento che egli arriva a pesare (molto) più di loro tre messi insieme. Occorre pertanto agire d’astuzia e attirare il Cavalier Mangione direttamente nella trappola: ecco perchè i pastori fanno recapitare nella sua camera un flyer con la pubblicità di un fantomatico agriturismo – aperto solo a cena – poco distante dal villaggio vacanze, con menù all you can eat di maialini sardi. Il Cavalier Mangione non si fa di certo scappare questa ghiotta occasione e prontamente chiama un taxi mini-van (l’unico in grado di trasportarlo) per farsi portare all’agriturismo,
    che in realtà non è altro che la casa di uno dei pastori – con annesse stalle per il bestiame – allestita con un po’ di lanternine di modo da apparire proprio come un
    agriturismo, complice l’oscurità della notte che non dà modo di verificare bene l’esatta destinazione d’uso dell’unità immobiliare. Appena entrato, uno dei tre pastori – spacciatosi per il titolare dell’agriturismo – lo fa accomodare in una sala riservata del locale, mentre gli altri due pastori sono seduti da un’altra parte a mo’ di avventori. Appena accomodatosi, il Cavalier Mangione non può che assistere inerme al repentino movimento verticale di una grata di ferro, che va a chiudere l’unica via di accesso alla sala ove egli è stato fatto sedere, di fatto imprigionandolo come un pachiderma in un recinto di uno zoo. Il povero Cavalier Mangione viene altresì tenuto per un’intera sera senza mangiare (!) e, solo all’alba del giorno dopo, assisterà alla visita di uno dei rapitori il quale gli porterà una fetta di pecorino come colazione. A quel punto il Cavalier Mangione, oramai traumatizzato dall’esperienza disumana di deprivazione alimentare avvenuta la sera prima, si avventa come un mastino sulla mano del pastore contenente il pecorino, con il risultato di azzannare sia il formaggio sia la stessa mano del carceriere, finendo per amputargliela. Il pastore – oramai monco – urla di dolore e finisce per allertare gli altri due complici, i quali corrono immediatamente a soccorrerlo e quindi lo portano in un’altra stanza per medicarlo. “Ma guarda un poco cosa succede oggi! Tagliare un pezzo del rapito dovevamo, e invece il rapito un pezzo di rapitore ha tagliato! Non c’è più religione!”, alchè l’altro pastore controbatte: “Ma noi un pezzo di qualcuno mandare dovevamo! Allora pure questa mano qui mandare possiamo!” “Stupido, non vedi che questa mano troppo magra è?! Ma il problema nemmeno ci sta: noi accorsi subito siamo e il passamontagna dimenticato abbiamo! Ora il grassone in faccia ci ha visti!” “Vero è! Adesso subito ucciderlo dobbiamo...ma dopo il cadavere dove lo nascondiamo??! Un nascondiglio grande e grosso per cadavere
    grassone non l’abbiamo!” “In pasto ai maiali il grassone possiamo dare!”. I due pastori rimasti indenni alla furia alimentare del Cavalier Mangione decidono dunque di farlo spostare nel recinto dei maiali, costringendolo col ricatto di non dargli più da mangiare. Una volta giunto tra i suini, però, il Cavalier Mangione viene di fatto visto da questi ultimi come un loro simile, giacchè in fondo non c’è molta differenza tra loro e il Cavaliere, a maggior ragione dato che i maiali, non avendo mai visto un essere umano della sua stazza nell’agro sardo, non riescono nemmeno a concepire che egli sia un esemplare umano. E, in fin dei conti, anche il Cavalier Mangione si trova bene tra i suini, dal momento che tra loro non può essere di certo additato per un grassone. A questo punto i pastori, per incentivare i maiali a mangiare il Cavalier Mangione ritengono che l’unico modo per portarli a ciò sia dimezzare la loro razione alimentare, cosa che di fatto faranno e che creerà un ampio e diffuso malumore nella popolazione di suini, che a sua volta culminerà nei “moti rivoluzionari suini”, il cui promotore è proprio il Cavalier Mangione. Sì, infatti il Cavaliere è proprio il primo a essere profondamente irato dal dimezzamento della razione alimentare (che ovviamente veniva mangiata anche
    da lui in gran quantità) e così incita i maiali alla rivolta, arrivando anche alla creazione di vere e proprie bande armate suine munite di piedi di porco. I moti suini dell’Ogliastra culmineranno con la devastazione della stalla in cui essi sono detenuti e con la conseguente fuga degli stessi esemplari – Cavalier Mangione compreso – per l’agro sardo, seminando terrore e devastazione. Una volta tornato allo Smart Village, la sera il Cavalier Mangione racconta agli altri associati le memorie della sua terribile prigionia e come si è miracolosamente salvato utilizzando mezzi di fortuna, riscontrabili più che altro nella forza motrice della massa adiposa sua e dei suoi simili che ha fatto crollare le lastre di lamiera componenti il recinto all’interno del quale erano detenuti. “Ho visto la morte negli occhi!” esordisce il Cavalier Mangione, “Al culmine della mia prigionia ho perso la bellezza di 70 grammi!” “Veramente raccapricciante!” commenta Silverio, “Mi pare di rivedere le immagini di quella mostra fotografica a cui sono stato anni fa sui reduci di Auschwitz!” “Sono sicuro che se avesse perso altri 70 grammi l’Unicef avrebbe inviato lettere con la richiesta di donazione, in favore del Cavaliere, di alimenti terapeutici!” aggiunge Paolo Bisticci. “Ma io li denunzio tutti questi pastori schifosi! Mi presenterò come parte lesa!” “Hai ragione, anche io mi voglio presentare come parte lesa! L’unico problema, stavo pensando, il fatto che siamo stati rapiti è ovvio, ma come facciamo per
    dimostrare che sono stati proprio quelli i rapitori? Ci servirebbero dei testimoni, anche perchè io – a differenza tua – loro non li ho nemmeno visti in faccia...e poi c’è quello che ti ha portato da mangiare il primo giorno, che nemmeno tu hai visto in faccia” “Sì, però non ha più una mano” “Ah bè, questo è pure vero...non è che ci siano tanti pastori senza una mano...a meno che non se ne faccia impiantare una artificiale: in tal modo potrebbe
    essere più difficile procedere all’identificazione...” “Ma Silverio, considera il fatto che un pastore che si trova in tale condizione potrebbe benissimo farsi impiantare un bastone al posto della mano: gli sarebbe molto più funzionale. Pensa, tipo Capitan Uncino: lui si è fatto impiantare l’uncino, non una mano artificiale, proprio perchè gli poteva
    essere più utile...e può essere anche più utile a te, che potrai realizzare un reportage fotografico con tanto di primo pastore al mondo con un bastone al posto della mano, oltre a poter avere anche le foto di chi questa mano gliel’ha sottratta a morsi. Sarebbe una storia che sicuramente Studio Aperto proporrebbe come primo servizio del TG e a cui Barbara D’Urso dedicherebbe un’intera puntata...oltre ovviamente a comparire su tutti gli illustrissimi giornali delle parrucchiere di tutta Italia!” “Paolo, ora mi hai dato proprio un’ottima idea! Mi potrebbe essere utile anche per aumentare la mia fama e la mia influenza mediatica, di modo da essere citato anche da tanti giornali online, siti di gossip e notizie varie, magari pure inclusi in Google News, e poter così ottenere la spunta blu su Instagram! Ma in ogni caso io a un’azione legale non ci rinuncio!” “E nemmeno io! E sapete che vi dico? I testimoni io ce li ho: sono i numerosi cari suini che mi hanno tenuto compagnia in questa mia disavventura. E senza che mi guardate
    così stupidamente! Io ho visto in alcuni film americani che in tribunale c’erano i cani che riconoscevano l’assassino! Il cane veniva portato davanti al giudice, insieme all’imputato, e poi se riconosceva che quello era l’assassino una volta fiutato, allora gli abbaiava contro! E i maiali pure hanno un ottimo fiuto, proprio come i cani, tant’è vero che pure loro sono utilizzati per trovare i tartufi! Quindi nulla toglie che i maiali che ho conosciuto possano riconoscere i pastori colpevoli e poi grugnire verso di loro per confermare che sono quelli che io avrò indicato al giudice!” “Sì, però adesso si pone un problema: posso ben comprendere che i maiali abbiano adottato il Cavaliere come un loro simile...ma proprio per tale cosa, allora, mi spiego, se per loro lui è un loro simile, ne consegue che non si tratterebbe più di un sequestro di persona ma di abigeato, e ovviamente la pena sarebbe minore!” “Ma Paolo, dipende: se la giuria è composta da porci, allora sì, ma solo in tal caso” “E la magistratura da chi è composta?” “Ah bè, infatti è vero...” “Ma a prescindere da ciò, io in ogni caso chiederò pure il danno morale ed esistenziale per
    quello che ho passato!” “Su questo sono d’accordo: per aver tenuto una persona come il Cavalier Mangione una sera senza cena il risarcimento del danno non
    patrimoniale è d’obbligo! Anche perchè, a mio modesto avviso, ora il Cavaliere – a causa di questa esperienza traumatica – necessiterà di psicoterapia a vita!”.

    Dott. Eugenio Flajani Galli
     
    © RIPRODUZIONE RISERVATA.

    Il resto del racconto nel libro "Storie Pazzesche e Qualcuna (quasi) Normale", in vendita su Amazon, IBS, Mondadori, Feltrinelli e tanti altri store.

     

  • Come comincia: "Ascesa e declino del Concilio della Pastorizia per cause direttamente o indirettamente imputabili a nefasti moti reazionari e tellurici"

    In questa nuova storia pazzesca, la Piccola Opera Grugnitas è chiamata ad adempiere a una importantissima missione di pace, consistente nel fermare le attività terroristico-pastorali inerenti la fabbricazione artigianale, e la conseguente vendita agli huthi, di arsenale balistico vietato dalla Convenzione sulle armi chimiche (nella fattispecie bombe al casu marzu) – che i pastori contrabbandano nascondendolo appositamente nelle stalle e nelle campagne, e che viene celatamente trasportato tenendolo legato al di sotto del ventre degli armenti – con conseguente violazione delle leggi di diritto internazionale, ma soprattutto con relativa concorrenza sleale verso le altre industrie belliche, che – producendo nella più completa legalità armi da rivendere al governo saudita (https://www.linkiesta.it/2019/06/armi-arabia-saudita-italia-guerra-yemen-governo-salvini-di-maio) – concedono lavoro e reddito a migliaia di persone e famiglie, e contribuiscono a tenere alta la bandiera del made in Italy nell’export sui mercati internazionali.

    Sfortunatamente, a causa dei tagli statali alla Piccola Opera Grugnitas, non si è rivelato possibile poter procedere con l’acquisto dell’apposito armamento bellico ai fini del corretto svolgimento della missione di pace; ma grazie ad accordi intercorsi con i membri del gruppo Facebook Te lo regalo se lo vieni a prendere - Ogliastra, la POG viene altresì dotata di apposito armamentario, nella fattispecie composto da:

    · N° 1 BMP allestito per la (mai avvenuta) conquista comunista dell’Europa occidentale, abbandonato nella campagna sarda dopo il crollo dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia, regalato da un proprietario di appezzamento agricolo al fine di evitarne l’elevato costo di rimozione e smaltimento;

    · N° 38 Ak-47 confiscati negli anni ’70 alle BR, poi di nuovo confiscati ai pastori sardi negli anni ’80 e infine regalati da cellule sarde dell’ISIS causa rinnovo arsenale con Ak-74;

    · N° 6 scatoloni di granate e mine assortite donate dalla Onlus Il Volo della Colomba: per la Pace in Bosnia dopo l’interruzione del contratto di locazione di alcuni locali uso magazzino avvenuta a causa dell’approvazione di una delibera condominiale vietante il possesso, la detenzione e l’immagazzinamento di ordigni bellici esplosivi in locali commerciali ubicati al piano seminterrato dell’edificio;

    · N° 1 Makarov acquistata su Ebay e descritta sul profilo del venditore – un pregiudicato di Portici già noto alla legge per i reati di ricettazione e truffa aggravata – come appartenente a Joseph Stalin, ma poi rivelatasi un falso sottratto a un ex colonnello russo in vacanza in Italia, nei pressi del parcheggio dell’aeroporto di Capodichino. Il circolo provinciale del Partito Comunista dei Lavoratori, che l’aveva acquistata, ha deciso di donarla per successivo acquisto di relativa copia falsa – ma integralmente identica al vero – sempre su Ebay, ma questa volta, per evitare truffe, da un venditore internazionale di Hong Kong.

    La Piccola Opera Grugnitas trova da subito una strenua resistenza da parte dei pastori, i quali sguinzagliano i cani con l’intento di sbranare una povera coniglietta come me, che però – spaventata dai cagnoli – non può fare a meno di battere le zampette e con ciò confonderli tramite dei passi di Patty Tap, aka Pet Astaire, e concludendo il balletto con un ultimo passo consistente nella piroetta volante con graffione. Altri cagnacci mi rincorrono fino ai bordi dei burroni, ove mi acquatto tutta spaurita come in un angolino, e quindi da perfetti cagnoloni stupidoni – osservando che non ho nessuna via di fuga – mi si scagliano addosso...ma prontamente salto in avanti, scavalvandoli, e facendoli piombare nel precipizio. Qualche cagnaccio stupidone rimane aggrappato con la zampa al bordo della rupe, alchè gli faccio la pipì sopra, rendendo dunque scivolosa la roccia e facendo così precipitare definitivamente i cagnacci, che cadono nel vuoto emettendo il loro ultimo “caììììììì”.

    Via via i pastori si rendono progressivamente conto che si rivelerebbe saggio arrivare a delle trattative con la controparte. Al tavolo delle trattative il Concilio Rivoluzionario della Pastorizia di Pastorax elenca le condizioni rispettate le quali acconsente a desistere dal proseguimento delle iniziative belliche:

    1) rappresentanza del PPS (partito pastorizio sardo) in parlamento, nel consiglio regionale e nel parlamento europeo, con conseguente istituzione di delegazione internazionale e apposita sede a Strasburgo;

    2) erogazione di fondi statali per l’incentivo alla vendita di beni originanti dall’attività pastorale;

    3) erogazione di fondi statali per l’incentivo della transumanza;

    4) erogazione di fondi statali per l’incentivo a rapimenti e riscatti;

    4b) dichiarazioni dei redditi e delle evasioni rese pubbliche per l’incentivo a rapimenti e riscatti (attività commerciale in profonda crisi dalla fine degli anni ’80);

    5) istituzione della CCPP (Camera di Commercio Pecore e Pastorizia);

    6) inserimento del casu marzu tra i prodotti P.A.T.;

    7) istituzione dello ius primae pecoris;

    7b) diritti civili per le coppie di fatto composte da pecore e pastori;

    7c) introduzione dei diritti matrimoniali per le unioni tra pecore e pastori;

    7d) facoltà per le suddette coppie di adottare agnellini;

    7e) facoltà per le suddette coppie di ricorrere alla fecondazione ovina in vitro;

    7f) incentivi fiscali e bonus bebè per agnellini a carico;

    8) introduzione dello ius belans;

    9) inserimento nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado dell’insegnamento della storia della pastorizia;

    10) istituzione del Ministero della Pastorizia;

    11) esproprio dei terreni agricoli e forestali, detenuti da privati, per fini pastorizi;

    12) estensione della proposta di legge di Forza Italia, relativa alla gratuità del veterinario per gli animali domestici, anche alle greggi e relativi cani da pastore;

    13) conio della valuta del soldo di cacio – con relativa doppia circolazione, in aggiunta all’euro – nella Regione Autonoma Sarda;

    14) introduzione del reato di apologia del latifondismo;

    15) riconoscimento della Sardegna come unica ed autentica “regione pastorale d’Italia” e ridimensionamento dell’Abruzzo in “regione terremotata d’Italia”;

    15b) demolizione immediata della casa di Gabriele d’Annunzio a Pescara, oramai divenuta santuario, per i pastori abruzzesi, di odio e discriminazione verso i loro connazionali sardi, in quanto alimentante per l’Abruzzo la fama di regione pastorale d’Italia.

    Dopo un incontro durato ore – in cui si discute animatamente su tali questioni tra belati da un lato e grugniti da un altro – trovo che lo stesso si sia rivelato essere inconcludente, poichè lo stesso apre la strada a incognite socio-politiche e normative, con conseguenti ripercussioni sull’opinione pubblica. Più nello specifico, a livello normativo si fa sentire la mancanza di un apposito codice pastorale che potrebbe chiarire dei punti programmatici alla luce attuale reputabili fumosi: ad esempio se la fecondazione in vitro debba essere di tipo omologo o eterologo e se lo ius primae pecoris debba essere istituito sul modello etiope o su quello andino. Tuttavia, non posso esimermi dall’effettuare un ultimo tentativo di portare avanti le trattative, e così come segno di pace propongo ai pastori la facoltà di sottoscrivere i seguenti fondi JP Grugnan™ senza commissioni d’ingresso:

     

    · JP Grugnan Carrots Global Equity;

    · JP Grugnan Apple Bonds;

    · JP Grugnan International Hay Commodities;

    · JP Grugnan Balanced Biscuits Strategy;

    · JP Grugnan Emerging Harvest Investments.

    I pastori, però – non avendo mai visto fogli informativi di alcuna sgr (società di gestione risparmi, ovvero l’impresa che si occupa di investire i soldi degli investitori in strumenti finanziari) – li utilizzano dunque per avvolgere le forme di formaggio, cosa che non posso che interpretare come una chiara provocazione da parte del Concilio Rivoluzionario della Pastorizia, grun grun grunf! E così i trattati di pace non vengono infine firmati.

    Fallita dunque la missione di pace, alla Piccola Opera Grugnitas non rimane che fare ritorno a Poggio San Rocco. Ma dopo esserci imbarcati all’aeroporto di Olbia, il nostro volo viene dirottato dai pastori che hanno imbottito l’aereo di bombe al casu marzu, con l’intento di farlo schiantare sul Vaticano. L’aereo non può però decollare in quanto, oltre al peso aggiuntivo delle bombe, deve anche sostenere il peso di Rita. I pastori decidono quindi di prendere i passeggeri in ostaggio e fare richiesta di volo alternativo, ovvero un F35, aereo che – essendo in grado di poter trasportare bombe per un peso fino a 8100 kg – sarà sicuramente in grado anche di trasportare le bombe al casu marzu e, con un po’ di fortuna, pure Rita. I passeggeri non possono fare nulla poichè presi in ostaggio, ma siccome sono stata caricata nella stiva con il mio trasportino, penso bene di sgattaiolare via tramite i canali dell’aerazione: qui inizio a scacazzare dalle bocchette del soffitto in testa ai pastori, i quali cercano di colpirmi sparandomi, ma in tal modo fanno aprire le bocchette antincendio che iniziano a grondare acqua e fanno anche azionare l’allarme. Approfittando dell’accaduto, Nonnino si alza dal sedile, che inevitabilmente fa crollare a terra, e si impossessa del carrello della hostess con cui avanza sui pastori scagliandogli contro confezioni di profumi, per poi travolgerli con il carrello stesso. Intanto Rita – presa da un attacco isterico – si agita azionando così, inavvertitamente, il pulsante di eiezione del sedile, che la catapulta nelle campagne circostanti.

    Gli armenti – profondamente sconvolti da un’attività tellurica fino ad allora senza eguali nella regione sarda – si dispersero così belando terrorizzati, e i cani da pastore abbaiarono ininterrottamente per 7 giorni e 7 notti, fino a che i pastori – presi dall’esasperazione – non cominciarono a sparargli. Oramai profondamente provati da un episodio bellico senza precedenti da quando gli USA bombardarono Hiroshima e Nagasaki, ai pastori non rimane che deporre le armi e cessare ogni intento belligerante. Ma dopo l’episodio traumatico avvenuto sull’aereo, con sparatoria e – soprattutto – lancio della Ritapulta™, malauguratamente mi vengono dei disturbi del sonno :( Il mio padroncino ha però la soluzione :) Infatti pensa che sia il caso di cantarmi ogni notte una dolce ninna nanna:

    “Ninnaì, ninnaò, questo pet a chi lo do?

    Ora lo do a Billina,

    che le pappa la zampina,

    or lo do al leone,

    che la pappa in un sol boccone,

    or lo do all’orso bruno,

    che sta sempre a digiuno [...]”.

    Dopo 24h circa dagli sconvolgenti avvenimenti abbatutisi nella regione sarda, l’ONU fa circolare un comunicato attraverso cui informa la stampa che:

    1) le bombe al casu marzu risultano confiscate;

    2) la Ritapulta™ risulta ufficialmente inserita nell’elenco delle armi di distruzione di massa;

    3) la Piccola Opera Grugnitas dovrà occuparsi del recupero, della cura psicofisica e del reinserimento sociale degli armenti dispersi nelle campagne sarde a seguito del lancio della Ritapulta™.

    I fatti di cronaca avvenuti in Sardegna sono stati altresì oggetto di un intervento del papa durante l’Angelus, in cui il pontefice condanna le “Atroci operazioni di guerra perpetrate dai pastori”, i quali “Abbandonando le pecore – che il Signore, con tanto amore e infinita magnanimità aveva affidato nelle loro mani – al loro destino, non hanno seguito la parabola del Buon Pastore, ma quella del capitano Schettino”.

    Dott. Eugenio Flajani Galli
     
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  • Come comincia: "Faida di sangue tra coniglietti e pinscher – entrambi nani – senza risoluzione ONU ma della Santa Sede"

    Era proprio una bella giornata di sole: me ne stavo tutta rilassata sul balcone, quando ad un certo punto odo un insistente stridio di clacson.

    In strada a bloccare il traffico c’è Nonnino, che avanza con il girello. Dai caseggiati affacciati sulla strada la gente si affaccia dai balconi a mirare e sparge la voce ai vicini: “É tornato! Il defunto è tornato dall’inferno!”, e qualcuno gli chiede pure: “Scusi, ma lei non stava...all’inferno??”. “Ci sono rimasto un paio di giorni...l’ospizio in confronto è il Cocoricò! Non si poteva nemmeno bere o fumare!! Quei diavoli sono dei preti!!!”. Tornato a casa mamma gli fa: “E che si ritorna così dall’inferno, tutto smandrappato!?” e gli rimette a posto la vestaglia, ma nel fare ciò si accorge che in una tasca c’è uno scettro...alchè non perde di certo l’occasione per fare la maestrina: “Questo è lo scettro di S. Rocco: probabilmente gli è entrato nella vestaglia nel momento in cui è precipitato sotto terra, infatti lì è dove si trova la tomba di S. Rocco con il suo tesoro. Secondo una leggenda poggese riportata da Antonio Fattucchieri questo scettro può essere in grado di far resuscitare i morti!” e non si fa nemmeno scappare l’occasione di telefonare ad Antonio Fattucchieri – autore di numerosi testi sulla stregoneria e la demonologia, nonchè profondo conoscitore dei miti e delle leggende poggesi – al fine di comunicargli questa grande scoperta archeologica: “Antonio carissimo...lo sai che abbiamo ritrovato lo scettro perduto di S. Rocco!?!”. “Ma quale? Quello che fa resuscitare i morti?!”. “Sì, proprio quello! L’ha riportato papà!”. “Sensazionale! Provatelo subito! Così se funziona ci scrivo un altro libro!”. “Certo Antonio, io ne prenoto subito una copia! Tornando a noi, lo scettro lo proverò sicuramente su mia suocera, che tanto è più morta che viva!”.

    Intanto, in ospedale, la nonna (paterna) del mio padroncino è tenuta in una stanza al piano terra, con la flebo e l’elettrocardiogramma attaccato che mostra il continuo susseguirsi dei fusi accompagnati dai vari BIP BIP. Affianco ad ella vi sono le Figlie di Billina – ferocissimo esemplare di pinscher nano – con tanto di cappellino e divisa della Croce Rossa. A un certo punto entrano però due infermiere e la più stronza le dice: “Signora, mi scusi ma i cani non ci possono stare qua dentro!”. “No...no...le mie cucciole”. “L’ospedale è una struttura pubblica, signora! I cani NON CI POSSONO STARE!!”. Intanto le vengono tolte le cagnette e l’elettrocardiogramma inizia a pulsare sempre di più, sempre più velocemente... “FUORI I CANI DALL’OSPEDALE!”. “No, non me le togliete...non mi togliete le cagnette!”. “SIGNORA! SIGNORA!! MI SCUSI!!!”. “Sono la mia unica ragione di vita!”. “SIGNORA...ARRIVEDERCI!”. Allorchè l’ultima figlia di Billina lascia la stanza ed emette l’ultimo guaito, l’elettrocardiogramma pulsa all’impazzata fino a diventare piatto...e la nonna esala il suo ultimo respiro. Poco prima eravamo giunti alla sala accettazione dell’ospedale e mamma aveva chiesto della signora ricoverata in rianimazione, poichè “Suo nipote la voleva vedere un’ultima volta prima della sua dipartita”, e infatti il mio padroncino mi ha portata in una confezione regalo con un fiocco sopra come “Regalo per la nonna”, ma purtroppo inizia il solito casino: “Mi spiace, ma agli animali è vietata la presenza all’interno del nosocomio”. “Bè ma se non gli faccio visita portando un animale, cosa le porto?! Un altro animale??!” “Ma la signora tanto sta poco bene, tra poco può essere pure che schiatta...”. “Va bene, allora attenderemo qui, ma non più di mezz’ora, altrimenti mi devo stendere, mi fa male la schiena...”. “Se si deve stendere, signora, vedo se c’è qualche barella disponibile...”. Ma dopo pochi minuti arriva la triste notizia: “La signora non ce l’ha fatta”, ed ecco che l’infermiera entra nella stanza che custodisce le spoglie mortali della nonna e le comincia a staccare i vari macchinari che aveva addosso: “Oh! finalmente è schiattata la vecchia! Non se ne poteva più...proprio una barbona...con questi cessi di cagnetti sempre qui intorno...ma cos’è?! Un ospedale o un canile?!!”. Ma intanto una figlia di Billina – uscita dalla porta – rifà il suo ingresso dalla finestra, e a quel punto la nonna riapre gli occhi e blocca la mano dell’infermiera...a cui viene un infarto. Dunque una volta entrati ci troviamo dinanzi alla nonna – che doveva essere morta – viva, e all’infermiera – che doveva essere viva – morta. “Ma tanto l’importante è che ci sia comunque qualcuno morto” precisa mamma, e pertanto Nonnino coglie l’occasione per alzare lo scettro e scuoterlo sopra all’infermiera: dalla finestra della camera entra una luce soffusa, si ode una musica pallosa in sottofondo...e non succede niente. Nonnino, stufo di aspettare, ne approfitta per accendersi una sigaretta; dopo qualche minuto, però, l’infermiera resuscita, ma non perde l’occasione per rimproverare che “L’ospedale è una struttura pubblica, NON SI PUÓ FUMARE”, ecc. ecc., allorchè Nonnino, con ancora lo scettro in mano, lo alza e lo usa come una mazza sfracellandolo sopra alla testa dell’infermiera, la quale dunque torna nell’aldilà.

    Una volta a casa mamma telefona ad Antonio Fattucchieri e gli comunica che “Lo scettro di S. Rocco può far resuscitare i cristiani...ma li può pure ammazzare”.

    Tuttavia, a questo punto, si pone il problema di dover trovare una sistemazione idonea al tesoro di S. Rocco, sistemazione che viene riscontrata da parte del comune nel polo museale civico di Poggio San Rocco, da destinare a una fondazione Onlus. La Piccola Opera Grugnitas Onlus, nell’ambito del progetto “Poggio Conigliese”, provvederà al reinserimento sociale ed occupazionale dei coniglietti affetti da sindrome post-traumatica da convivenza con bimbi pestiferi attraverso l’attività di gestione attiva e partecipe del polo museale dedicato alla vita e alle geste terrene di S. Rocco, con particolare riferimento alla piccionagiomachia.

    Durante la festa delle carote tenuta nei locali della Piccola Opera Grugnitas – quest’anno dedicata alla futura canonizzazione del suo fondatore, Nelson Grugnela – in qualità di presidente della fondazione, faccio i miei grugniti di saluto agli ospiti, ai familiari, agli operatori, ai volontari, alle autorità religiose e laiche, ai benefattori, ai simpatizzanti tutti della Piccola Opera, e ai vecchi lì presenti perchè non hanno di meglio da fare. In particoalre ci tengo molto a salutare i rappresentanti delle istituzioni: prima quelle laiche, ovvero sindaco, vicesindaco, assessori, giunta comunale, presidente della provincia, presidente della regione, presidente del BIM, dell’Ente Porto, consiglieri, vice e assessori vari, gli imprenditori che hanno finanziato la campagna elettorale dei vari presidenti, vice, assessori e consiglieri vari, il prefetto, il vice prefetto, il questore, il vice questore, il capo della polizia, dei carabinieri, dei vigili urbani, della guardia di finanza, dei NAS, dei vigili del fuoco, della protezione civile, della guardia forestale, dei boy scout, delle giovani marmotte...e relativi portaborse. Ovviamente dopo aver salutato i rappresentanti delle istituzioni laiche, occorre salutare anche quelle religiose: i parroci, il vescovo, il monsignore, il cardinale, i diaconi, gli arcidiaconi, suore, frati e monaci vari, i cappellani militari, il maestro dei templari, il gran inquisitore, il gran ciambellano e la sibilla di Italia 328; dopodichè inizia il mio discorso: “Cari fratelli e sorelle, siamo qui tutti riuniti per celebrare la nostra oramai consueta e attesa festa delle carote, ovvero la grande festa dell’amicizia della Piccola Opera Grugnitas, un momento, questo, particolarmente gradito in quanto anniversario del ritorno alla Casa del Padre del compianto fratello Nelson Grugnela, a cui rivolgiamo il nostro più caro, fraterno, grugnito. Sono profondamente convinta che Nelson Grugnela ci sta guardando da lassù” [tutti i coniglietti guardano il soffitto e uno commenta: “Non è giusto! Nelson Grugnela può salire sul tetto e a noi non è permesso!”] “e pertanto non posso non sottolineare come in questi anni abbiamo sempre mirato a portare avanti – non senza sacrifici e incognite – ciò che è stato allo stesso tempo obiettivo, missione e scopo ultimo della vita terrena di Nelson Grugnela: infondere la speranza della carità a ogni bisognoso che ne faccia domanda, come il Buon Pastore infonde la speranza della vita al suo amato gregge. Ciò che contraddistingue la Piccola Opera dalle altre Onlus è che mentre le altre si interrogavano sul come estinguere il male, noi abbiamo preferito fare il bene. Perchè il male è semplicemente l’assenza del bene, e infatti il male non può esistere senza il bene, così come la morte non può esistere senza la vita, il dolore senza la speranza, il perdono senza il peccato e i testimoni di Geova senza i campanelli. Ed è stata proprio l’incessante, perenne e instancabile ricerca della pia attuazione del bene terreno che ha permesso oggi di far conoscere al mondo come le grandi opere della Piccola Opera siano oramai divenute la testimonianza tangibile, chiara e forte che la dipartita terrena di Nelson Grugnela non è stata vana, poichè il nostro impegno all’interno della società civile rispecchia quella che è sempre stata la sua inconfondibile volontà. E ora dirò di più: di fatto Nelson Grugnela – avendo concepito la nostra comunità come emanazione di un più elevato, cristiano impegno al servizio degli ultimi – già nella lettera del Natale 2017 scriveva Io ho un sogno. Un sogno ove i diritti civili dei coniglietti non vengono più calpestati, ove la discriminazione dei coniglietti è solo un brutto ricordo, ove nei supermarket vi sono anche gli alimenti per coniglietti e non solo per cani e gatti! Ecco, questo sogno è vivo e vegeto ancora oggi, e ne è testimonianza l’imminente progetto che ordunque approfitto per annunziare a voi e a Nelson Grugnela. Si tratta del progetto Poggio Conigliese, mezzo ideale di espletamento dell’opera meritoria portata avanti dalla Piccola Opera Grugnitas, e soddisfacente in toto i grandi principi di pace, amore, tolleranza, solidarietà reciproca, rispetto verso il prossimo, cooperazione attiva, assistenza al territorio, vetrina della nostra realtà turistico-economica, valorizzazione dei prodotti gastronomici poggesi, quali – in via esemplificativa – erbette fresche, fiorellini saporiti, frutta e verdura prelibate, nonchè ritorno alla terra friabile e ideale da scavare. Tutti valori che il nostro fratello Nelson Grugnela non ha mai smesso di predicare e di insegnarci nel corso della sua magnanima vita terrena. Grazie a tutti voi di essere così numerosi oggigiorno: siete il motore silente della Piccola Opera Grugnitas. Ed è grazie a voi se la macchina della solidarietà oggi può fare così tanti km: tutto ciò di cui vi ho parlato – senza il vostro aiuto e sostegno – non solo non sarebbe stato possibile, ma nemmeno lontanamente immaginabile. Non mi stancherei mai di dirvi grazie. Un grazie di cuore da parte mia e di Nelson Grugnela. E ora, cari amici, festeggiamo tutti insieme, e brindiamo alla Piccola Opera Grugnitas! Gu! Gu!”. Iniziata la festa con dj set e presenza del noto comico televisivo Paolino, non mancano però ospiti sgraditi: le Figlie di Billina Onlus, infatti, non hanno per niente digerito l’affidamento del polo museale alla Piccola Opera Grugnitas, e pertano due di loro arrivano alla festa portando con sè un regalo sgradito, un cavallo di Troia consistente in un pacco (contenente una bomba) da consegnare alla sottoscritta. Ma la festa delle carote è molto animata: tanta gente che va e viene in una sala affollatissima, con coniglietti che saltellano di qua e di là. Anche con i l’hoverboard. Le Figlie di Billina riescono a evitare di rimanere acciaccate dall’hoverboard...ma non hanno calcolato che dopo l’andata c’è anche il ritorno! Ed ecco l’hoverboard tornare e schiacciare la figlia di Billina con il pacco bomba in bocca, che dunque rotola per la sala. Ma la figlia di Billina superstite riesce a zigzagare tra i piedi, le zampe e le ruote dei presenti e a recuperare la bomba. Intanto c’è il momento della conferenza stampa con Paolino, circondato da giornalisti che fanno interviste, foto e video: insieme ai coniglietti, insieme alle famiglie, insieme ai bambini, insieme ai rappresentanti delle istituzioni...e a un certo punto a un giornalista viene in mente che starebbe bene anche insieme a un tenero cagnolino; pertanto afferra la figlia di Billina – la quale lascia cadere il pacco bomba – e la mette in mano a Paolino, il quale esclama una delle poche cose che sa dire: “Ci si diverte ABBBESTIAAAAA!!!”. Intanto il pacco bomba – lasciato incustodito – diviene oggetto di contesa tra i vari coniglietti: “L’ho visto prima io!”, “No, io!”, “Lo prendo io che sono più intelligente di te!” e alla fine la bomba cade per terra ed esplode lì in mezzo. E il disegno criminoso di attentare alla mia vita va, letteralmente, in fumo.

    E in fumo va anche la liquidazione del riasarcimento dovuta dall’assicurazione che copre i danni causati alla Piccola Opera Grugnitas, poichè la compagnia assicuratrice mi invia una lettera con scritto:

     

    “Gentile cliente, a seguito della richiesta n° 12520, avente come oggetto la liquidazione dei danni causati all’ente di cui la S.V. Ill.ma è legale rappresentante, siamo spiacenti di informarLa che la polizza danni da Lei stipulata è finalizzata alla copertura assicurativa dei soli sinistri causati da episodi tellurici di almeno il decimo grado Richter, tsunami con onde anomale persistenti, eruzione vulcanica, scioglimento delle calotte glaciali, caduta di meteoriti, onda massonica, esplosione nucleare, erosione da antimateria conseguente ad apertura di buchi neri, attentati terroristici di matrice non islamica, maledizione del faraone, rivolta degli autobot e invasione dei plutoniani.

    Essendosi verificato un sinistro del tipo

     

    pacco bomba a origine cagnesca

     

    e non essendo la natura dello stesso compresa nella lista sopra elencata, ne consegue che la richiesta di liquidazione presentata dalla S.V.I. è da dichiararsi illeggittima e di conseguenza non espletabile.

    Nel ringraziarLa per la fiducia accordataci, Le auguriamo una splendida giornata”.

    Dopo aver scritto una mail per presentare le mie formali proteste all’IVASS (e per conoscenza all’ENPA), non mi rimane altro che pensare ai funerali dei coniglietti vittime della bomba da dover celebrare, e dunque non mi resta che annunziare che si porgerà l’ultimo saluto alle loro spoglia mortali all’interno delle mura della chiesa di S. Antonio, il protettore degli animali. “Figata! La chiesa davanti al parco giochi!” esclama un coniglietto; “Magari mettessero le bombe tutti i giorni!” commenta un altro.

    Il giorno della cerimonia funebre mi metto dunque in viaggio guidando il pulmino della Piccola Opera con gli altri coniglietti a bordo, dirigendomi verso la chiesa, ma le Figlie di Billina – che quel giorno avevano ordito un piano per avvelenarmi che solo in seguito ho scoperto – simulano un incidente stradale portando la loro ambulanza, con ferito dentro, all’inizio della strada che dovrebbe imboccare il pulmino per arrivare alla chiesa: ignara di questo piano criminoso, mi trovo quindi di fronte alla strada bloccata con ferito per terra e due figlie di Billina che fanno finta di rianimarlo e portargli i primi soccorsi, mentre un’altra devia il traffico muovendo la paletta stretta in mezzo al muso. Il traffico viene pertanto deviato nella strada che porta al rinomato Biscottificio Orsini, e – una volta trovatami lì di fronte con il finestrino aperto – proprio non riesco a resistere al profumino e alla vista dei biscotti, pertanto fermo il pulmino con le 4 frecce e scendo un momento per comprare i biscotti, non sapendo però che le Figlie di Billina – senza farsi prima vedere – avevano posto all’interno del chiosco di vendita all’ingrosso antistante il biscottificio dei pacchi di biscotti avvelenati. Tuttavia anche gli altri coniglietti non resistono alla tentazione...ma quella di guidare il pulmino. Ed ecco dunque il pulmino mettersi in moto: io cerco prontamente di inseguirlo a zampe (e culone) all’aria, ma purtroppo non faccio in tempo a raggiungerlo e così finsce per seminare il panico al mercato sul lungomare, investendo e buttando giù tutte le bancarelle ivi presenti e le relative paccottiglie e chincaglierie. Insomma, una vera e propria strage.

     

    TURUTUTUTTU, TURUTUTUTTU, TUTUTTUTÚÚÚ, TUTTUTÚ! Inizia il TG che lancia subito il servizio sul furgoncino della Piccola Opera: “Doveva essere una giornata all’insegna del mare e dello shopping quella iniziata ieri nella località turistico-balneare di Poggio San Rocco, piccola cittadina del medio Adriatico: i turisti che affollano le bancarelle, le bici che riempiono il lungomare, le famiglie con i bambini che si dirigono verso la riva...nessuno poteva aspettarsi che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno. Un furgone killer spuntato all’improvviso, sfrecciando all’impazzata, ha seminato panico e morte tra la folla di turisti e bagnanti. E ha travolto cose e persone. “É stato come un fulmine a ciel sereno” ha commentato alle nostre telecamere una turista bolognese fortunosamente scampata all’attentato. “Ho avuto paura per la mia vita, e per la vita dei miei figli. L’ho visto venirmi addosso, a un palmo di distanza, e ha travolto la bancarella dove stavo facendo gli acquisti. Per fortuna che non avevo pagato ancora questo pareo, altrimenti ci avrei rimesso ben 14.90 €”. “Non riesco a trovare le parole” racconta questa turista milanese in esclusiva per le nostre telecamere; prosegue con la voce rotta dal pianto, gli occhi grondanti lacrime, commentando il suo incontro ravvicinato con gli attentatori: “Li ho guardati...li ho guardati dritto negli occhi! Avevano lo sguardo freddo di chi voleva uccidere, di chi è deciso a spezzare delle vite umane!”. “A Poggio San Rocco non succede mai niente, ma non per questo va bene che succedano degli attentati!” ci riferisce in confidenza un cittadino poggese, mentre l’ipotesi degli inquirenti, dati i mezzi e le modalità di esecuzione dell’attentato, è orientata verso la pista terroristica di matrice islamica. E intanto sono arrivati, in esclusiva per il nostro TG, dei video girati con mezzi di fortuna da testimoni oculari della strage ritraenti un agente della legione dei carabinieri intento a inseguire uno degli attentatori e a fare fuoco contro di lui, il quale, inciampando e cadendo su della merce sparsa per la strada, lascia inavvertitamente campo libero di tiro: chi ne fa le spese è Abdù, un giovane ambulante senegalese colpito dalle forze dell’ordine intente a (non) fare il loro dovere. Sulla vicenda si è da subito espresso il presidente dell’associazione Amici dei Carabinieri: “La legione dei carabinieri è da sempre intenta a garantire l’ordine e la sicurezza a ogni cittadino indipendentemente dal sesso, dalla razza, dall’età, dal reddito, dallo status sociale e dall’orientamento religioso, politico, sessuale e calcistico. Ora, se talvolta accadono questi tipi di danni collaterali, il problema non è del corpo dei carabinieri, bensì delle istituzioni che non mettono a disposizione gli strumenti adeguati all’espletamento dei loro compiti e obiettivi”. “E quali sarebbero, presidente, questi strumenti?”. “Mah, ad esempio potrebbero trattarsi di pistole come quelle di Robocop che fanno fuoco se si punta su un criminale mentre non lo fanno se si punta su un innocente”. Ma ad intervenire sulla vicenda è stato anche il presidente dei presidenti delle Onlus che presiedono alle altre Onlus che presiedono alla cura e all’integrazione socio-lavorativa degli animali da affezione: “La questione è molto delicata e complessa: se si punta il dito contro esseri animali che compiono qualche gesto, dettato unicamente dal desiderio di emulazione e dalla volontà di non sentirsi discriminati rispetto a ciò che fa la razza umana...ecco, allora posso citare Gesù, il quale difendendo l’adultera disse chi è senza peccato getti la prima pietra. Poi se le Onlus non hanno ricevuto in dotazione i mezzi necessari affinchè sia attuabile l’evitamento di talune criticità, di cui la presente è solo un esempio, allora appare evidente che il problema non possa essere imputabile alle Onlus, bensì alle istituzioni”. “E quali sarebbero, presidente, questi mezzi?”. “Mi duole entrare nel merito, ma se lo stato italiano avesse fornito una quantità idonea di finanziamenti alle Onlus sufficiente per poter acquistare un’auto intelligente, che si guida da sola e che non investe i pedoni (come quelle che fanno vedere Piero Angela e il figlio in TV), questo incidente non si sarebbe mai verificato”. E in conclusione del nostro servizio abbiamo anche intervistato il presidente dell’associazione extranazionale Vucumprà: “Problema di immigrati che vengono in Italia essere stato...stato che non esserci, non assistere noi...se stato fatto andare via italiani da Italia tutto questo no successo”. E in ultimo arriva la rivendicazione dell’Isis: “I conigli sono nostri soldati”.

     

    Fallito anche questo tentativo di assassinio, non immaginavo minimamente che questa volta le figlie di Billina decidessero di colpire la Piccola Opera Grugnitas interrompendo il processo di canonizzazione di Nelson Grugnela.

    Giunti così direttamente in piazza San Pietro, a Città del Vaticano, con i pullman GT organizzati per il giorno della canonizzazione di Nelson Grugnela, il papa parla affacciato dalla finestra a una numerosa folla: “Siamo qui oggi per celebrare la santificazione di un uomo giusto, un frate che ha dedicato la sua opera pia alla cura di esseri viventi emarginati dalla società degli uomini a causa della loro diversità. In tutti questi secoli la Chiesa ha visto passare benefattori di ogni sorte, decisi a prestare la loro vita terrena all’accudimento dei più bisognosi: Sant’Annibale si è preso cura degli orfanelli, madre Teresa dei lebbrosi...ma Nelson Grugnela ha fatto ancora di più. [Intanto la gente si chiede: “Ma se ha fatto più di Sant’Annibale, che si è occupato degli orfanelli, e di madre Teresa, che si è occupata dei lebbrosi, di chi mai può essersi occupato questo qua?!”]. E il papa continua: “Infatti Grugnela ha dedicato la sua esistenza mortale ai [PAUSA] coniglietti con sindrome post-traumatica da bimbi pestiferi”. E la gente, una volta sentito a chi Nelson Grugnela ha dedicato la sua vita, mormora e alza le mani al cielo. Ad un certo punto, però, sbuca in piazza San Pietro il furgoncino delle figlie di Billina che apre il fuoco con il gatling facendo scappare le guardie svizzere e poi puntandolo direttamente verso il papa: si verifica un fuggi fuggi generale, ma il papa rimane illeso poichè la persiana antiproiettili si richiude subito a scudo. E così continua a fare il suo discorso: “Ed è questo un giorno in cui vorrei anche ricordare... [intanto le figlie di Billina fanno fuoco con l’RPG sulla persiana, abbattendola, per poi rifare fuoco con il gatling sul papa, che però è difeso da un vetro antiproiettili] gli animali, che sono stati creati da Dio, e che in questo santo giorno... [e le figlie di Billina rifanno fuoco con l’RPG distruggendo il vetro, poi cercano di colpire di nuovo il papa con il gatling, ma si devono spostare con il furgoncino più sotto alla basilica in quanto alla finestra Francesco ora non c’è più, benchè comunque continui a parlare] avranno l’onore di conoscere per primi i segreti della Chiesa”. E mentre le figlie di Billina si avvicinano sempre di più alla basilica, a un certo punto la pavimentazione di piazza San Pietro si apre dando vita a una rampa che fa precipiatare il furgoncino in una segreta posta al di sotto della basilica stessa, che dunque si ribalta lasciando le figlie di Billina a piedi. Subito dopo la rampa si richiude e diventa tutto buio, tant’è che una figlia di Billina accende una torcia: a questo punto si vedono solo le figlie di Billina con la torcia accesa nell’oscurità. Dato che si sentono dei versi in un angolo della segreta, le figlie di Billina decidono di avanzare in quella direzione e a un certo punto si sente un versaccio e si vede l’ombra di un’idra e dunque le teste che subito dopo si fiondano contro le figlie di Billina, si sente il versaccio di nuovo allorchè le teste si abbattono sulle figlie di Billina, i conseguenti guaiti, e poi si vede la torcia che cade per terra, sfracellandosi, e diventa tutto buio...e su un nuovo versaccio finale (il versaccio conclusivo) partono i titoli di coda.

    Dott. Eugenio Flajani Galli
     
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  • 26 settembre alle ore 0:57
    LA COLONNA STREGATA

    Come comincia: Nonnino ha 82 anni (ma ne dimostra solo 80,5) e i suoi passatempi preferiti sono fumare, bere il vino, guardare la TV e prendersela con il clero. Quando guarda Don Camillo spera sempre che qualche auto metta sotto lui e quella sua bici di cacca...o che almeno Don Matteo gliela rubi. Per poi andarsi a schiantare contro un tir.

    Ma oltre a essere contro il clero, è contro anche qualsiasi tipo di magia, stregoneria, diavoleria e paranormale. Tranne quello di Paranormal Activity, poichè gli concilia il sonno.
    Nonnino non sapeva che la vicina di casa era in realtà una strega. Una strega, ma veramente strega, che al confronto Wanna Marchi sembrerebbe la Madonna di Lourdes. Non essendo mai riuscita a prendere la patente, Olimpia si era dunque data allo studio della stregoneria e dell’occulto, quantomeno al fine di poter riuscire a volare su una scopa e venire dunque finalmente in possesso di un agognato mezzo di locomozione. E così la strega Olimpia ce l’aveva sempre a morte con gli automobilisti, ragion per cui, avvalendosi di letali stregonerie, anatemi e maledizioni di ispirazione thumbergiana, faceva schiantare le autovetture in transito lungo la strada contro la colonna della sua casa. L’ultima cosa che decine e decine di innocenti automobilisti avrebbero visto nella loro sciagurata vita.

    In questa prima storia vi canterò dunque della maledetta colonna di Olimpia, che infiniti lutti addusse agli automobilisti, molte anzi tempo della RC auto la scadenza, generose travolse vetri, gomme e metalli, e di sfasciacarrozze orrida rottamazione lor telai abbandonò, così di Greta l’alto consiglio s’adempìa.

     

    LA COLONNA STREGATA

     

    ovvero

    Come il nonno killer sconfisse la temibile strega ecologista immolandosi per la salvezza della cittadinanza tutta

     

    Nessuno poteva sapere che quel giorno potesse iniziare con un’altra strage. Le due badanti di Nonnino fecero il punto della situazione prima di fargli rapporto: “Una strage! É stata una strage!”. “Mamma mia! Per caso c’è stato un altro sinistro?!”. “Sì! Questa storia inizia a farsi sinistra!”. Così le badanti 1 e 2 corrono a riferire a Nonnino: “É successa una disgrazia!”. “Sono finite le sigarette?!”. “Nooo, per carità!”. “Allora tanto disgrazia non può essere...”. “Si tratta della colonna di Olimpia: lo dicevo io che era maledetta! Le auto ci vanno a sbattere!”. “Proprio come il triangolo delle Bermuda”. “Ieri una famiglia...”. “Danni collaterali”. “L’altro ieri l’auto del vescovo...”. “Bella notizia”. “E stamattina anche il camioncino che porta il vino cotto!”. Bam! Bam! Bam! BamBam! BamBam! Nonnino inizia a battere sul tavolo bestemmiando, per poi sentenziare: “La colonna di Olimpia dev’essere annientata”. Così parlò Nonnino. L’indomani esce sul balcone del soggiorno accompagnato dalle badanti e fa il discorso alla nazione...ehm famiglia, che si trova in giardino a osservare: “La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Magoria e Stregonia. Scendiamo in campo contro le stregonerie olimpiocratiche e reazionarie del vicinato, che, in ogni tempo, hanno ostacolato il nonnismo [...]”. Il discorso viene altresì accompagnato dai gesti di assenso con il capo e gli inizi di applausi da parte delle badanti. “Attaccheremo finito Geo e Geo” sentenzia Nonnino. Ma ecco che...drin drin: arriva una telefonata. “Chi parla, prego?” chiede la badante 1. “Sono Francesco”. La badante 1 chiama altresì la 2: “Rispondi al telefono, c’è tuo marito”. “Francè, te l’ho detto almeno mille volte: se non ti rispondo al cellulare è inutile che mi chiami qui al fisso! Vuol dire che sto facendo...oggi abbiamo dichiarato guerra, e poi...ah mi scusi! Pensavo fosse mio marito!”. La badante 2 passa così il telefono a Nonnino, riferendogli che c’è un certo Francesco che lo cerca, e che dunque gli comunica: “Caro fratello, sii buono, non fare la guerra”. “Chi è che parla?! Un prete!?”. “No, di più”. “Un vescovo!?”. “No, di più”. “Un cardinale!?”. “No, di più”. “E non sarà mica il papa!?”. “Si, papa Francesco”. Dopo una breve pausa si ode una sonora bestemmia e dunque il telefono riagganciato. O meglio, sbattuto in faccia. Intanto tututù tutù tuttutù tutù, tuttutù tutù...e finisce Geo e Geo: Nonnino, pronto a iniziare la campagna di guerra contro il vicinato, cerca di alzarsi dalla sedia puntandosi sulla tavola, impresa in cui però non riesce sin da subito, ricascando sulla sedia un poco ogni volta. Alla fine fa un ultimo sforzo, si alza puntandosi sulla tavola – che non può che cedere – per poi prendere il girello e dirigersi verso il teatro di guerra. La macchina bellica diretta contro Olimpia prevede che si cominci con la Ritapulta™, ovvero la micidiale catapulta registrata e brevettata che si avvale dell’impiego della leggendaria cuoca di Nonnino, la quale – da diligente adepta e fan di Antonino Cannavacciuolo – si dice abbia un peso compreso tra i 300 e i 400 kg circa, nonostante nessuna bilancia al mondo sia stata in grado di pesarla senza finire in frantumi. Tale arma di distruzione di massa viene prontamente scagliata contro la casa di Olimpia per fare breccia tra le mura, poi dal balcone che si affaccia sulla casa di Olimpia viene fatta scendere una passerella diretta a penetrare tra le linee nemiche; ed ecco Nonnino avanzare prontamente con il girello, servendosene per far cadere i fetidi zombie fatti animare da Olimpia e posti a guardia della casa: come dei demoni si scagliano contro di lui, ma non possono nulla contro la furia nonnesca e finiscono per precipitare sul canneto che segna il confine tra le due case, per poi rimanere trafitti sulle aguzze punte delle infingarde canne. Gli zombie più lontani vengono altresì stesi dalle badanti, le quali scagliano contro questi esseri immondi posaceneri in ottone, nonchè dei pannoloni sporchi e vino d’annata oramai inacetito. E pensate che io, tenera coniglietta, non posso fare la mia parte?! Bè vi sbagliate di grosso! Non sapete quanti zombie ho sbranato (sanno un po’ di vecchio, ma forse ben cucinati sono più buoni) e di quante cacchine ho mitragliato contro quelli troppo puzzosi da poter mangiare. Alla fine Nonnino fa breccia nelle mura e con il girello-ariete sfonda le porte della casa di Olimpia e gli zombie superstiti vengono fatti prigionieri. Ma di Olimpia non c’è traccia. Terminata la battaglia, si cerca finalmente di distruggere la colonna, ma non c’è niente da fare: a nulla possono il girello, i miei scavi, nè la Ritapulta™, che rimbalza ricadendo sulle due badanti, schiacciandole.

    Atterrito, Nonnino non può che giocare la carta di chiamare la sibilla di Italia 328, il canale delle televendite che egli guarda quando a Geo e Geo c’è la pubblicità. E non per vedere i tarocchi, bensì il décolleté della sibilla, che con la sua quinta occupa i due terzi dell’inquadratura dei primi piani di ogni tarocco tenuto tra le mani.

     

    La sibilla non ha dubbi: l’oroscopo e i tarocchi le confermano che “É stregoneria! Senza ombra di dubbio! E una colonna stregata non si può mica distruggere così: dovete distruggere chi questa stregoneria ha generato, dovete uccidere la strega!”. Ma dove si troverà la strega Olimpia adesso? Per avere qualche info in più in merito, Nonnino prova a far parlare, sotto tortura, lo zombie capo catturato: così gli fa legare la gamba al girello e poi lo trascina per tutta la strada come Achille con Ettore. Ma il capo zombie o non sa niente o è stato abituato alla tortura...certo è che non parla. A questo punto però Nonnino inizia a spazientirsi, e intanto “tututù tutù tuttutù tutù, tuttutù tutù”, si ode dai TV delle case vicine la sigla di Geo e Geo! Nonnino allora ne approfitta per guardarlo dalla finestra di una casa vicina, ma il capo zombie, madido di sangue e lagnante, non fa sentire Geo e Geo. E la punizione per chi non fa sentire Geo e Geo è una e solo una: il tiro di posacenere in testa accompagnato da bestemmia. Fracassato dunque il capo zombie, l’unico che poteva sapere qualcosa, si brancola nel buio. Ma la notte porta consiglio: la mamma del mio padroncino infatti riceve in sogno la visita del fantasma di sua nonna, Nadina, la quale le suggerisce: “Devi mandare la raccomandataa...senza bustaaa...”. E così mamma, destatasi, prontamente invia la raccomandata, rigorosamente senza busta, al Ministero della Magia per fare richiesta di informazioni in merito al presunto possesso, da parte di Olimpia, di manufatti magici e/o incantati atti all’opera di incantamento della colonna. Ma la risposta del Ministero non è ben augurante:

     

    “Gentile signore/a, grazie per aver contattato l’ufficio relazioni con il pubblico del Ministero della Magia. Al fine di fornire un servizio di qualità, desideriamo informarla che abbiamo preso in carico la sua richiesta, ma siamo tuttavia spiacenti nel comunicarle l’esito negativo dell’adempimento di attuazione della stessa. Ai sensi della legge 196/03 in materia di protezione dei dati personali, il Ministero della Magia è impossibilitato nell’espletare la funzione comunicativa al pubblico del possesso, da parte di privati e/o imprese, di qualunque manufatto magico e/o incantato, ovvero atto a compiere qualunque forma di incantamento e/o stregoneria, nè tantomeno è autorizzato a fornire informazioni inerenti natura e provenienza degli stessi. Il Ministero della Magia non è altresì responsabile dell’uso inappropriato dei suddetti manufatti nella misura in cui l’abuso, nonchè l’ignoranza dei principi teorico-pratici sottesi agli stessi, possa pregiudicare l’incolumità psicofisica di persone e cose, nella misura in cui, a causa di un ipotizzabile utilizzo negligente, i primi possano ricevere nocumento ad opera diretta o indiretta dei secondi. In virtù della natura di servizio di pubblico funzionamento statale, il Ministero della Magia applica una politica di limitazione di ogni responsabilità dall’identificazione, rilevazione e trasmissione mediante qualsiasi tipo di mezzo di informazione e comunicazione, del possesso di vizi di fabbricazione e incantamento dei manufatti magici e stregati in commercio dentro e fuori i confini nazionali e non è in nessun caso imputabile di obblighi di manleva legati a sortilegi e incantamenti visibili e invisibili. Con la presente il Ministero della Magia dichiara pertanto l’archiviazione della richiesta 67908779879/21A in quanto inefficace, ricordandole la facoltà di poter adire le vie di conciliazione stragiudiziali con il Ministero della Magia appellandosi all’Arbitro Magicalincantatario, inviando entro e non oltre 7 giorni dal ricevimento della presente, apposita raccomandata via gufo o civetta al seguente indirizzo: Arbitro Magicalincantatario, Via delle Bacchette Arrugginite, 666. Data la natura pubblica del servizio comunitario di mediazione magica, sarà compito dell’Arbitro Magicalincantatario prendere in consegna la sua richiesta entro e forse oltre 749 giorni dal ricevimento della stessa e nel risponderle quando gli pare e piace. In caso di esito insoddisfacente della procedura di conciliazione con il Ministero della Magia, è sua facoltà adire le vie legali rivolgendosi alla magistratura ordinaria o confidare in un miracolo.

    In Fede, Mago Oronzo”.

     

    Stando così le cose, l’unica mossa possibile è ora quella di visitare i negozi di articoli magici al fine di poter capire cosa ha comperato Olimpia per poter effettuare il maleficio della colonna: quello più vicino è La Bottega del Sortilegio del “Mago della Verità”, reso celebre (anche) a causa dei vari servizi televisivi delle emittenti locali per vecchi. Mamma va subito a parlarci chiedendogli se avesse avuto come sua cliente anche la strega Olimpia, alchè egli risponde: “Bè, se ci penso bene mi pare di ricordare che c’era una signora che tempo fa comprò un amuleto...”. “E questa signora com’era?”. “Una signora bassa, di una certa età, con gli occhiali e una tunica nera”. “Guardi, io non sono fisionomista...”. “Sembrava la sorella di Emma Bonino”. “Ah ecco, grazie, adesso ho capito”. Avendo adesso qualche info in più, il mio padroncino decide di hackerare il sito del Ministero della Magia al fine di trovare la geolocalizzazione degli amuleti in questa zona...e infatti ne compare uno che starebbe sotterrato nel centro storico di Poggio San Rocco, che sarà dunque la prossima destinazione. Arrivati dunque al centro storico, nei pressi di quella che è divenuta la tomba di S.Rocco, veniamo subito accolti da un’orda di fantasmi. Colpirli non serve a niente, meglio allora affumicarli, pensa Nonnino; e infatti molti se ne scappano una volta affumicati e con la tunica annerita. Ma ci sono anche i fantasmi fumatori. Essendosi il mio padroncino portato anche l’amplificatore audio da 100000 Kw, penso bene di suggerirgli di mettere un po’ di techno berlinese e usarla contro i fantasmi fumatori – che pertanto non si erano messi in fuga in seguito alla ciminiera ambulante posta in essere da Nonnino – che vengono così fatti balzare via dalle onde sonore. A ogni modo per me è stata una vera e propria paura questo incontro ravvicinato con i fantasmini, tant’è che mi è venuta da fare un po’ di pipì e pupù, su cui Rita scivola e, precipitando, crea un cratere che spacca il terreno.

    L’Emilia torna a tremare

     

    così titolarono l’indomani i giornali, in cui si legge:

     

    “terremoto di intensità 6.7 registrato in Val Padana, con epicentro a Poggio San Rocco. L’INGV: episodio tellurico a origine lipidica”.

     

    Un cratere che si è formato proprio nel bel mezzo di una galleria, che ovviamente andremo ad esplorare. Nonnino, però, sbatte troppo gli scarponi quando cammina, e infatti nella galleria si verifica un crollo che impedisce di proseguire. Non mi resta che scavare nella galleria, con faro da minatore allacciato al culone, al fine di liberarla dai detriti. Alla fine si arriva a un ponte, e oltrepassato quest’ultimo a una cripta contornata da mosaici poggesi. Mamma non si fa certo scappare l’occasione per fare la maestrina e inizia a sentenziare: “Notate questi mosaici risalenti al periodo storico chiamato medioevo poggese: si nota l’invasione del Poggio da parte dei piccioni scacazzatori [effige raffigurante i piccioni che scacazzano i poggesi e questi ultimi agonizzanti], poi l’arrivo provvidenziale di S. Rocco al Poggio [S. Rocco con l’aura dorata in testa a cavallo con in una mano una croce e in un’altra una spada, con i poggesi inginocchiati che lo supplicano], quindi la sconfitta dei piccioni da parte di quest’ultimo [una distesa di carcasse di piccioni insanguinati per terra e sopra S. Rocco in piedi su di essi e con in una mano la spada insanguinata e dall’altra un piccione decapitato grondante di sangue] e infine la riunione delle più numerose famiglie poggesi superstiti [S. Rocco circondato dai capifamiglia delle 3 famiglie superstiti]: i Cerulli, i Galli e i Pigliacampo. I primi riconobbero in S. Rocco sia il potere spirituale sia quello temporale, ed ebbero terreni e bestiame, i secondi riconobbero nel santo solo il potere temporale, ed ebbero solo i terreni, i terzi non riconobbero in lui nè il primo nè il secondo potere, e non ebbero nè bestiame, nè terreni. Infatti se li rubavano”. A quel punto, però, la pedante spiegazione viene interrotta da un terrificante sussulto: compare infatti la strega Olimpia, alla cui visione tutti scappano. Solo Nonnino rimane sul ponte e le intima: “Tu...non puoi...PASSARE!!!” sbattendo il girello sul ponte, allorchè tutta la cripta inizia a franare e precipitano sotto terra sia lui sia Olimpia.

     

    UN ANNO DOPO

     

    Al posto della casa di Olimpia c’è un’enorme statua di Nonnino con la sigaretta in bocca accesa tipo fiaccola della statua della libertà e il girello che arriva fino alla casa dall’altra parte della strada, di fatto facendo a mò di arco sotto al quale passano le auto. Il parroco celebra la messa in ricordo di Nonnino: “Siamo qui per celebrare la ricorrenza dalla chiamata del nostro compianto fratello alla Casa del Padre. In suo ricordo diciamo tutti un porco qua e un porco là e in segno di ricordo accendiamo una sigaretta”. Ognuno accende dunque una sigaretta e la innalza al cielo tipo candeline, e il fumo che si sprigiona dalle stesse viene portato dal vento fino a dove è morto Nonnino, e qui inizia a mescolarsi con altro fumo, che proviene dal sottosuolo; a un certo punto la terra (ri)comincia a tremare, si fende il terreno e lo schermo diventa nero. Poi iniziano i titoli di coda.

    Dott. Eugenio Flajani Galli
     
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  • Come comincia:                                                 = Pillole di antimilitarismo =
    Marzo 1980 - Ricevo la chiamata in Marina: ho compiuto poco più di quattro mesi prima 17 anni. Alcuni dicono che sia l'età più bella, questa, quando non sei ancora maggiorenne e fremi per diventarlo pur non avendo oltrepassato la soglia dell'adolescenza: oltre quella soglia viene il bello, anzi, si pensa dovrebbe arrivare; oltre quella soglia cominciano i guai seri, invece. Chissà perché tutti (me compreso) abbiamo fremuto indicibilmente (come e più di una cagna in calore) a quella età, in attesa del D-Day: per alcuni, invece, si trasforma in un incubo, quell'attesa, quando diventa tutto reale...la  realtà, molto spesso, è di molto peggiore della immaginazione o della idea  che ci siamo fatti di essa (o di qualcosa che con essa ha a che vedere). Dopo la visita medica (sono sovrappeso di oltre quaranta chili, l'anno precedente mi hanno riscontrato diabete chimico, o "intermedio", come viene più spesso definito, dovuto al mio stato) il capitano Farace dice a mio padre:
     - Tuo figlio sarà ricoverato, dopo qualche giorno lo rimanderemo a casa. Riceverà il congedo illimitato tra due o tre mesi al massimo! - Il capitano medico è siciliano oltre ad essere una persona in gamba e alla mano. Ha seguito me, per un po', quando anni addietro avevo avuto problemi di depressione, qualche anno dopo seguirà anche mia zia materna. Dopo due giorni di ricovero all'ospedale militare in centro città, sono a casa. Il capitano è stato di parola con mio padre. A giugno ricevetti il foglio di congedo: ero passato di ruolo, in pratica, dalla Marina all'Esercito e dipendevo da quel momento in poi dal Dipartimento Militare di Lecce. Di li a qualche mese ebbi l'esonero definitivo.  Fu quella una delle più grandi soddisfazioni della mia vita, ottenuta involontariamente e con degli strascichi sulla mia salute non indifferenti (alcuni di questi, infatti, me li porto ancora dietro nonostante sia riuscito ad ottenere un peso forma più che normale!): in pratica fu come se qualcuno mi avesse levato le castagne dal fuoco, visto che in caso contrario avrei optato per la renitenza alla leva o per il servizio civile. Debbo dire grazie ora, a distanza di oltre quaranta anni, a mio padre ed al capitano medico Giuseppe Farace, della Marina Militare
    Il soldato Jack (dal blog "Leggo&Rifletto"/leggoerifletto.it)
    - Signore, il mio amico é tornato dal campo di battaglia. Chiedo il permesso di andare a prenderlo -
     - Permesso non concesso! - replicò l'ufficiale. - Non voglio che rischi la vita per un uomo che probabilmente è già morto! -
    Il soldato uscì lo stesso e rientrò dopo un'ora ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell'amico. L'ufficiale era fuori di sé dalla rabbia. - Te l'avevo detto che era morto. Ora vi ho persi tutti e due. Dimmi, valeva la pena di rischiare per portare indietro un cadavere?
     - Il soldato morente rispose: - Oh, sì, signore. Quando l'ho raggiunto, era ancora vivo e mi ha detto: - Jack, ero sicuro che saresti venuto!
     - Padre Anthony De Mello -
     
    L'antimilitarismo é una cosa seria, non va mai trascurato come ideale di vita perché, al contrario delle ideologie, non muore mai e te lo porti dentro tutta una esistenza. Vale la pena rischiare la propria vita per il compagno di battaglia (se proprio non sia stato possibile rinunciare prima a quella battaglia, col rischio dopo di dover affrontare un tribunale militare e magari trovarsi alla fine davanti al plotone di esecuzione bello e pronto per essere fucilato!), del tuo plotone o della tua compagnia: non si muore mai per la divisa che indossi, né per l'esercito; per l'ufficiale che ti ha dato un ordine impartitogli dal suo superiore (a sua volta), ovvero un generale di carriera che non ha mai tenuto in mano un fucile e non saprebbe neanche come caricarlo, o per il governo che ti ha mandato a morire. Forse, chissà, varrebbe la pena morire anche per il nemico che dalla parte opposta alla tua, dall'altra parte della trincea o del campo di battaglia, combatte e morirà per le stesse cose per cui tu puoi morire. 
    - Leggo due notizie, oggi (seconda settimana di settembre: cominciata come la prima...chissà come andrà a finire questa!), in apparenza slacciate tra loro, anzi, del tutto scollegate: ma solo apparentemente, appunto. Non lo sono, infatti, "antimilitaristi" come me,  ma solamente per chi non sa neanche cosa sia l'antimilitarismo (crede magari, chissà, che sia una nuova setta satanica!) o per coloro i quali, più semplicemente, dicono che...non gliene frega un cazzo! I due articoli sono apparsi entrambi sulle colonne di repubblica.it a distanza di meno di una settimana l'uno dall'altro: il primo, scritto da Gianluca De Feo, datato 6 settembre, in cronaca; l'altro, invece, scritto da Ernesto Assante e datato 11 settembre, nella pagina musica&spettacoli. L'articolo di De Feo titola a questo modo: "L'aeronautica arma i droni: si combatterà così". Il sottotitolo continua: "La difesa investe 168 milioni per dotare i suoi velivoli Reaper, usati finora solo per voli di ricognizione. Sono gli stessi impiegati dagli Stati Uniti a Kabul". Cito anche il contenuto dell'articolo (o meglio, quella sola parte di esso visibile a tutti: il resto è riservato agli abbonati e "in chiaro" soltanto per loro): "L'Italia ha deciso di armare i suoi droni militari, trasformandoli da ricognitori in bombardieri, ed entrerà così tra i Paesi in grado di gestire attacchi in continenti lontani, ordinando il lancio di missili da migliaia di chilometri: in pratica è un passo avanti verso la nuova dimensione dei conflitti che mette in discussione tutte le regole della guerra". Nulla da eccepire, direi, sino a questo punto: l'autore, in queste sei righe, oltre ad evidenziare il fatto che l'Italia si sia instradata sul binario giusto e messa al passo coi tem...cogli altri Paesi, ha usato ben dieci parole gergali, ossia appartenenti al gergo "militarista" (armare, droni, militari, ricognitori, bombardieri, attacchi, lancio, missili, conflitti, guerra, etc.); ora non oso minimamente immaginare quanti altri vocaboli di quel gergo possano essere contenuti nel resto dell'articolo! Ma in fondo va bene così, perché il giornalista non ha colpa: egli stesso oramai è parte del "sistema" mondo-uomo o meglio ancora uomo padrone di questo mondo (ma, si badi bene, non lo è della terra: possono sembrare due cose simili ma non lo sono affatto; la terra non appartiene a nessuno dei dieci miliardi e passa di uomini che la abitano ad ogni latitudine del mondo...l'uomo ha soltanto parvenza di essere padrone di qualcosa!); è allineato ad esso (e con esso); è parte egli stesso di quel sistema insieme agli altri. E poi, in definitiva, svolge soltanto il suo lavoro: altrimenti dicasi "deve pur guadganare per pagare i suoi conti e per vivere!"). L'articolo di Assante, invece, titola: "Beatles, i 50 anni di Imagine e lo scambio di tweet tra John Lennon e George Harrison"; il sottotitolo: "Quasi tutte le star scomparse hanno account attivi, gestiti da eredi e famiglie...     
       

  • 15 settembre alle ore 18:00
    Malerba, tutto il mio folle amore.

    Come comincia: Questa storia dei biglietti sul parabrezza della macchina è durata qualche anno.
    Ogni mattina ne trovavo uno incastrato fra i tergicristalli.
    Ricordo bene il primo che ho letto.
    Faceva freddissimo, pestavo il gelo battendo i piedi per terra, cercando di infuocarmi.
    Quando c’è molto freddo la vista mi si appanna, più o meno tutto si riduce a cose sbavate le une sulle altre, ma quella macchietta bianca sul grigio del vetro la vedevo bene.
    Un foglio a righe piegato in quattro, per nulla rovinato dalle intemperie della notte e ancora tiepido di tocco.
    Mi sono guardata intorno per cercare, tra gli sguardi sfuggenti, un paio d’occhi meno schivi, ma quel via vai appariva ancora come del colore a olio trascinato in qua e in là con un dito.
    Non mi era mai successo qualcosa del genere, non sapevo cosa provare.
    L’ho preso come una vergogna e l’ho infilato in tasca.
    Ho iniziato a guidare seguendo il tragitto dei gatti quando si smarriscono, in cerchi sempre più grandi. Prima o poi avrei trovato il posto giusto per fermarmi e leggere. Un luogo abbastanza isolato, abbastanza vuoto per dare uno sfondo speciale a quel primo incontro.
    E così sono finita nel parcheggio di un supermercato.
    La gente andava e veniva, ma pensava alla sua pasta, ai suoi surgelati, non certo a me.
    La scritta sul biglietto era a matita, una riga tutta sbieca che ignorava quelle stampate.
    Diceva “Parlami ancora, per favore”.
    Forse riconoscevo la calligrafia, ma non mi importava.
    Ero abbastanza grande per non dare peso a buffonate del genere. A chi avrei dovuto parlare se non c'era scritto nemmeno un nome? Nemmeno un numero di telefono?
    Lo buttai sul sedile del passeggero e lasciai il parcheggio dopo un altro po' di respiri.
    Quello di cui non mi ero accorta è che, buttandolo lì, elessi il biglietto a mio compagno di viaggio.

    Qualche giorno dopo mi ero quasi dimenticata di quel messaggio indecifrabile, ma la scena che mi si presentò una volta giunta alla macchina fu la stessa.
    Un foglietto a righe, gli occhi appannati, io che sbuffo, lo nascondo e raggiungo il parcheggio del supermercato.
    Come se le cose fossero iniziate lì e lì dovessero continuare.
    Come se fosse una biblioteca. Un'aula studio.
    Il biglietto stavolta diceva “Ti ricordi quando non vedevi l'ora di dormire con me?”.
    Un ex, un cretino, uno stupido che si annoiava.
    D'altronde anche io, tra le mie relazioni, non annovero lumi di scienza. Una cosa così pittoresca e banalmente fuori tempo potevo aspettarmela.
    Non persi più di due minuti a pensare a quale tra gli schizzati con i quali avevo dormito poteva essere stato. Continuai la mia giornata come sempre, solamente un pochino infastidita.
    Andai al lavoro infastidita.
    Parlai del più e del meno infastidita.
    Cenai con un senso di freddo fastidioso, che se ne andò una volta raggiunta la confortante isola del divano.

    Passavano al massimo 4 giorni tra un biglietto e l'altro, e le frasi seguivano una loro costante crescita di intensità.
    “In nome di tutti i momenti che abbiamo vissuto, parlami ancora.”
    “Chi ti sfiora le labbra? Chi ti consola?”
    “Dimmi cosa sei o non sei.”
    “Quello che mi mantiene in vita adesso, è sapere che questo foglio lo toccherai anche tu. Per il resto, io possa esser dannato.”

    Quello che invece stupì me, era constatare con quale facilità io rimuovessi dai pensieri queste dichiarazioni.
    Ma fu quando, tempo dopo, mi trovai tra le mani l'ennesimo biglietto talmente impregnato di lacrime da aver cancellato la scritta, precisamente quando appallottolai anche quello, che cominciai a pensare che il problema fosse mio.
    Da qualche parte c'era sicuramente qualcuno che anche ora si stava impegnando, spremendosi le meningi, per scrivere qualcosa che mi colpisse, che mi facesse capitare innanzi a lui dicendo “Ricominciamo una storia”.
    E invece leggevo lo struggimento infinito come se leggessi la composizione chimica del detersivo.
    Più biglietti avevo, più sentivo di aver perso qualcosa.

    Per la prima volta, dopo settimane, dopo mesi, iniziai a pensare a quello che stava succedendo.
    A quello che mi stava succedendo.
    Le notti spesso le passavo a occhi sbarrati, guardando il soffitto e non vedendoci niente.
    Allo specchio c'era solamente il mio riflesso, nient'altro. Niente voli di fantasia. Ero semplicemente io, lì, a guardarmi allo specchio.
    Qualche anno fa non ero così. Tutto era una miccia che mi infuocava il cervello. Tutto aveva il potere di terrorizzarmi, di farmi felice, di cambiare completamente la mia giornata, le mie opinioni. Anche con gli occhi chiusi vedevo tutto in movimento.
    Non saprei ricostruire il percorso di eventi che mi ha portato, ora, a essere solo espressione figurativa di quello che faccio.
    Io che passeggio.
    Io che mangio.
    Io che lascio perdere.

    E così, come anni fa in una situazione come questa mi sarei buttata a capofitto, ora ci misi parecchio per decidermi a scoprire chi scrivesse le frasi.
    Quanto meno per dirgli di smetterla e di rifarsi una vita.
    Parole come queste sicuramente l'avrebbero fatto desistere.

    Dato che, quando trovavo i biglietti, erano evidentemente stati messi poco prima che io arrivassi, una mattina uscii di casa un'ora prima.
    C'era ancora buio e c'era freddo, freddissimo.
    Tenere chiuse le palpebre sembrava rendermi immune da quel difetto che mi avrebbe reso impossibile riconoscere chiunque, anche me stessa, appannandomi la vista.
    Il parabrezza dell'auto era ancora nudo, e io trovai nascondiglio dietro un albero a qualche metro di distanza.
    Con l'inizio del primo via vai, spalancai gli occhi per riconoscere qualcuno tra i cappotti che sembravano volare nella foschia, ma questo mio gesto incauto presto li trasformò nella solita macchia d'olio dai colori indistinti.
    La folla si univa ai cespugli, ai corredi esterni dei negozi, si mischiava perfettamente e sembrava distaccarsene come fluido colorato in una lampada lava.
    Mi strofinavo gli occhi, ma non cambiava nulla.
    Le mie mani erano diventate senza contorni.
    Mi sporsi di pochi passi, giusto per non rendere vano il mio appostamento, giusto per identificare meglio le macchie scure che sembravano soffermarsi vicino alla mia auto.
    Tutti mi sembravano tutti.
    Riconobbi il mio ex delle superiori, un tizio conosciuto in rete, mia madre e una sbavatura incredibilmente somigliante a un mio professore. Perlomeno quando era ancora in vita.
    E mentre mi guardavo le scarpe per cercare di dare una forma precisa a qualcosa che conoscevo, comparvero di fronte a me due macchie rosa.
    Senza contorni, senza essere segnati dai percorsi scuri dei lacci. Due piedi nudi sull'erba.
    Salendo a guardare, notai l'inizio di due fini tronchi rosa come gambe svestite, con questo freddo.
    Solo sopra le ginocchia compariva il bordo di una vestaglia leggerissima, chiara e sporca di macchie colorate e macchie di lerciume, come se ogni evento del tempo l'avesse usata come tela.
    Salendo a guardare, forse il calore della sua vicinanza iniziò a schiarirmi gli occhi.
    Si stringeva le braccia tra le mani con un abbraccio scomposto, frenetico. Artefatto, drammatico, vero, studiato e necessario.
    E finalmente il collo.
    E finalmente il viso.
    E finalmente i miei capelli giovani mangiati.
    E finalmente i miei occhi sporchi di mascara.
    La vista mi si rischiarò talmente tanto che riconobbi perfino la mia polvere.

    Quello che sentii fu una vampa. Avvolgente, dura, caldissima. Entrava dagli occhi e occupava tutti gli organi. La parte più interna di tutti i miei organi.
    E la miccia era davanti a me.
    Lei tremava come di desiderio esaudito.
    Si fece più vicino, mi toccò il petto con il suo petto, mi offrì il collo per sentire il suo odore.
    Il senso che ha più memoria è l'olfatto, puoi ricordarti qualunque cosa sentendo un profumo.
    E io, annusandola, venni invasa dal puzzo di erba, di fieno, di terra, di stantio. Ma sotto di quelli, c'era il profumo che mettevo io anni fa.
    Non feci in tempo a dirle qualcosa, a farmi dire qualcosa, che la vidi allontanarsi, donandomi la sua schiena nuda e magra.
    Come cagna abbandonata che desidera ritrovare il suo amato traditore e, una volta incontrato, tutto d'un tratto si ricorda del male subito e lo rifugge.
    Così lei.
    E io impietrita, fissata al terreno da una colpa pesante, non seppi far altro che sentire l'aria cambiare intorno a me.
    Avete presente quando pensate alle sere d'estate? Quelle di quando eravate adolescenti, il momento esatto in cui arrivavate nei pressi del lungomare, con uno svolazzare di vestiti a fiori, un vociare contento, l'aria che vi pizzicava la pelle come a trascinarvi, a invitarvi al gioco?
    Così erano le sensazioni che provavo adesso, dopo quel faccia a faccia.
    Così erano le sensazioni che mi dava l'aria, quando mezz'ora fa era solo aria.
    Questo, più la consapevolezza di averci rinunciato per anni. Di non aver mai voluto respirare abbastanza.

    Non si capisce quanto è vuota una stanza finché non ne senti l'eco, e il primo “Torna indietro” che cercai di dirle mi rimbombò dentro, dalla parete interna del petto alla parete interna del ginocchio, senza trovare alcun ostacolo. Un guscio vuoto.
    Cercando di andare verso di lei mi accorsi di quanto pesanti si erano fatti i miei passi, probabilmente uguali a ieri, uguali all'altro ieri, ma avevo zittito anche il loro bisogno, facendoli diventare muti servi.
    Appoggiando la mano al muro di un edificio lì vicino, non diverso da mille altri muri sui quali ho appoggiato le mani, notai la ruvidezza, le piccole imperfezioni pazienti che hanno tutti i mattoni.
    Provai una certa nostalgia per tutto quello che non avevo degnato di uno sguardo. Per tutto quello che non avevo ritenuto abbastanza nobile da essere descritto.
    Delle geometrie che crea la luce del sole sui muri bianchi all'alba, del tipo speciale di giallo che sceglie, me ne accorsi quando mi trovai a cercarla tra i vicoli.
    Fossi riuscita a vederla di nuovo, fossi riuscita ad averla davanti agli occhi, avrei avuto la conferma di quello che già stavo pensando.
    Le sue forme, le più grandi e le più piccole, dalle clavicole allo spessore dei nei, sarebbero andati a colmare perfettamente i miei spazi vuoti.
    Era me, ero io.
    Ero io, cristallizzata nell'età in cui mi rinnegai.

    Avesse fatto più male soffocarne le poesie, avesse fatto più male non guardare i suoi quadri fino a farne sbiadire il colore, rendere vani i suoi sforzi, non l'avrei fatto.
    Avesse fatto più rumore saperla abbandonata per strada, con lo scopo di cercare un foglio di carta su cui scrivermi per continuare a sopravvivere, giuro, non sarei stata così crudele.
    Invece la capacità che iniziai ad allenare con incomprensibile ossessione, fu quella di lasciare andare via le parole piuttosto che diventarne complice.
    Questione di comodità, di rabbia, ma ora, con la scia di polvere lasciata dai suoi capelli, dai suoi vestiti, era lei a soffocare me.

    Ho camminato forse per ore, percorrendo le strade più strette che mi venivano offerte, guardando in alto i balconi scuri di inquilini dirimpettai, immaginando che forse, durante un terremoto, sarebbero riusciti a toccarsi. Ho memorizzato l'angolo di curvatura della schiena di un levriero che ho incrociato, la modalità di trotto più adatta che calcolava per stare sempre al passo con il suo proprietario. Di come le pozzanghere portassero il cielo e le nuvole per terra, di come le persone sole a volte sembrino quelle più in compagnia.
    Di tutto questo non vedevo l'ora di raccontarle.
    D'un tratto mi trovai contenta di non averla trovata, cercandola.
    Volevo, anzi dovevo, andare a casa e scriverle.
    Non è cosa per noi il dialogo.
    Non sono brava con i discorsi e nemmeno lei; le voci fanno troppo rumore.

    Ho fatto le scale a due a due, ho spalancato il portone come se avessi rotto con un pugno il mio stesso guscio.
    Raggiunta la scrivania ero come arrivata in cima a una montagna.
    In pochi istanti, con le dita prese da un afflato di vita propria, ho annerito i fogli di righe colme di momenti persi, cesellati. Non è che ci stessi a pensare, non è che prendessi fiato, ero solo in balìa della corrente.
    E fu quando tutti i sensi dimenticarono il loro compito per dedicarsi alla scrittura, fu quando la vista non vide altro che prosa, che ho sentito chiaramente lei, lei, lei, lei dietro di me.
    Lei che mi aveva seguito mentre io la seguivo.
    Lei che ora si stava chinando a raccogliere i miei scritti, man mano che i fogli erano saturati, passandoseli sulla pelle, sulle braccia, sul collo, per pulirsi dallo strato di polvere che la inspessiva, sotto cui l'avevo condannata.
    Fu quando fu completamente levigata che riuscì a rientrare in me, ritornata della grandezza esatta per combaciare con ogni mio confine.
    Nessun organo rimbombava, nessun capillare rimase vuoto. Non ci fu nessuna eco.
    Da nessuna parte passava più un millimetro di distrazione.

    Mille volte mi chiederò scusa.

    Mille volte ti ringrazierò di non avermi buttata come ho fatto io con me.

  • 14 settembre alle ore 7:48
    "Cosa vuoi per merenda?"

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nella ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta delle mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    "Cosa vuoi per merenda?" 

  • 08 settembre alle ore 16:04
    Il tampone ed io

    Come comincia: E così a fine marzo 2020, mentre siamo tutti chiusi in casa, senza capire che si tratta di arresti domiciliari senza processo, vediamo alla TV questo lungo cotton-fioc infilato nel naso degli automobilisti.
    Due pensieri mi vengono alla mente:
    1) il trauma per una gastroscopia e la prima laringoscopia;
    2) "Ma come? Ci dicono che questo wjrus può essere dappertutto, che non possiamo toccare niente, e questi m'infilano qualcosa nel naso? E chi mi dice che il wjrus non sta la sopra e mi infetto? Per quanto mi riguarda, al massimo, solo se mi fanno sputare sopra un vetrino!"
     

    A settembre appresi che il mio dubbio non era tanto peregrino.
    https://www.money.it/Tamponi-contaminati-tracce-di-coronavirus-allarme-in-Gran-Bretagna
    03/04/2020 Tamponi contaminati: tracce di coronavirus nei kit, la scoperta shock

    Alcuni kit di tamponi per il coronavirus destinati al Regno Unito erano contaminati dal virus: la sconvolgente rivelazione in un report

    Ad agosto 2020 apprendo un 'trucco' utilizzato per far sì che aumentino il numero di risultati positivi del test.

    Per la ricerca del virus si usa la tecnica della reazione a catena della polimerasi (Pcr), in grado di amplificare alcuni specifici frammenti di Dna in un campione biologico.
    Per il Kowit-nine teen, funziona così. Il genoma del coronavirus presente sui tamponi, ovvero l’Rna, viene trascritto a Dna e amplificato mediante tecnica Pcr, che aumenta enormemente il materiale genetico di partenza.
    Più elevato è il contenuto sul tampone di Rna, quindi di virus, e meno dovrà essere amplificato.
    In uno studio su 431 volontari sono stati trovati, quaranta casi di tamponi positivi. Ma la positività di questi tamponi emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli. Il test, per essere valido, non dovrebbe superare i 25-27 cicli di amplificazione
    I risultati positivi con un numero superiore di cicli sono casi di positività con una carica virale molto bassa, non contagiosa.

    In definitiva, siete asintomatici o paucisintomatici, andate a fare il tampone, magari risulta positivo con un numero eccessivo di cicli di amplificazione, che rende il test invalido, e venite classificati come contagi, ma siete solo persone positive al tampone, sane e non contagiose.
    "Commentare quei dati che vengono forniti ogni giorno è inutile, perché si tratta di positività che non hanno ricadute nella vita reale", diceva Remuzzi nel giugno 2020
    https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_19/coronavirus-remuzzi-nuovi-positivi-non-sono-contagiosi-stop-paura-bf24c59c-b199-11ea-842e-6a88f68d3e0a.shtml

    In definitiva, da settembre 2020 inseguiamo una chimera.

    A settembre 2020 mi capita davanti anche il foglio illustrativo di uno dei tanti tamponi in commercio:
    Nome registrato
    Xpert® Xpress S A R S - C o V - 2
    Uso previsto
    è un test di reazione a catena della polimerasi in tempo reale (RT-PCR) previsto per il rilevamento
    qualitativo degli acidi nucleici del S A R S - C o V - 2 in campioni di analisi da tampone nasofaringeo, tampone nasale o lavaggio/aspirato nasale prelevati da soggetti con sospetta infezione da C O V I D-1 9.
    I risultati servono per l’identificazione dell’RNA del S A R S - C o V - 2. I risultati positivi sono indicativi della presenza di RNA del S A R S-C o V-2; ciò nonostante, per determinare lo stato di paziente infetto è necessaria la correlazione clinica con l’anamnesi e con altri dati diagnostici del paziente stesso. I risultati positivi non escludono la presenza di infezioni batteriche o di infezioni
    concomitanti da altri virus. L’agente rilevato potrebbe non essere la causa concreta della malattia.
    I risultati negativi non escludono un’eventuale infezione da S A R S-C o V-2 e non devono essere usati come unica base per il trattamento o per altre decisioni riguardanti la gestione dei pazienti. I risultati negativi devono essere accompagnati da osservazioni cliniche, anamnesi del paziente e informazioni epidemiologiche.
    Il test Xpert Xpress S A R S-C o V-2 deve essere svolto da operatori opportunamente addestrati, in ambiente di laboratorio o presso il paziente.
    ------
    Comprendo che ci deve essere un'osservazione clinica del paziente, che si suppone abbia un quadro sintomatologico significativo. Ossia il tampone si fa ad una persona che è malata, non ad una persona che è sana. E, nonostante ciò, il risultato potrebbe essere fallace e non significativo.
    Fate vobis.

    Si conferma sempre più che i dati di questa pandemia sono basati su una chimera.

    A settembre 2020 leggo anche una linea guida dell'OMS del 27 maggio 2020: stop all'uso dei tamponi come criterio di dimissioni del paziente. Il test può risultare positivo a lungo anche dopo che il paziente non è più contagioso. I nuovi criteri indicano il numero di giorni in cui il paziente deve rimanere isolato senza sintomi.
    Ma l’OMS dava il permesso, agli Stati che lo preferivano, di continuare ad usarlo.
    In Italia ed altrove si preferisce continuare ad usarlo.

    Lessi anche che l'OMS sconsigliava l'uso dei tamponi sugli asintomatici: non era pratico ed economico ed inoltre si era verificato solo un caso di contagio da asintomatico. Questo documento però non lo ritrovo.

    Infine, nel marzo 2020 il colpo di grazia: non tutti i tamponi sono fatti di morbida ovatta.

    I DANNI DEI TAMPONI. LE ANALISI SUI TAMPONI DELLA DOTTORESSA ANTONIETTA GATTI
    Attenzione ai tamponi!
    "Ci sono dei tamponi che contengono fibre vetrose, rigide, in alcuni casi di silicio. Materiali non testati per la biocompatibilità. Il problema fondamentale è che queste fibre si spezzano rimanendo all'interno della lesione. Lesione che non viene cicatrizzata in caso di tamponi ripetuti. Perché scavare tanto tessuto quando, se c'è un virus, lo si può trovare ovunque? Anche nella saliva? "
    Dott. Antonietta Gatti, Fisico e bioingegnere, Fondatore di Free Health Academy

    "I tamponi possono essere tollerabili in casi esigui, ma ripetuti in questo modo, in lacuni casi si passano i 50 tamponi in qualche mese... questa è tortura". Avv. Nino Moriggia, ComiCost

    "Verranno utilizzati tutti gli strumenti dal civile, al penale, all'amministrativo, perché la verità venga a galla e si superi questa scienza fideistica del tampone che dall'inizio di questa storia tiene in piedi questo stato emergenziale".
    Avv. Linda Corrias, Costituzionalista e Comunitario
     
    https://www.facebook.com/R2020PaginaUfficiale/videos/289416149242758
     
    Post Scriptum. Nel racconto ho omesso tesi più ‘complottiste’, tipo che l’introduzione di un tampone così lungo fino al cervello fosse un esercizio per l’introduzione di un microchip. Intanto, a settembre abbiamo visto ad un TG della sera la maialina Gertrud con un microchip del cervello comandata da Elon Musk, nell’ambito del progetto Neurolink.
    Ad una donna di 40 negli Stati Uniti hanno fatto fuoriuscire liquido cerebro-spinale per andare così in profondità.

  • Come comincia: Mi avvicinai, così, a lei (nel frattempo m'ero tolto anch'io di dosso i vestiti - una camicia celeste a maniche lunghe, un jeans marca "wampum" con toppe e buchi dappertutto - ed ero completamente nudo) e dopo aver appoggiato entrambe le mani sul suo culo, glielo allargai cominciando all'unisono a leccare i due buchini posteriori. Gli inglesi (proprio quelli della famosissima frase "siamo inglesi, niente sesso!") li chiamano (dal basso verso l'alto) rispettivamente "pussy" e "ass-hole": me ne ricordai mentre svolgevo la mia opera; o meglio ancora, mentre la mia lingua era intenta a far godere la ragazza durante quegli interminabili ma afrodisiaci preliminari. Quelle due parole in inglese erano le sole che avessi mai imparato in mia vita sino ad allora: me li aveva insegnati al liceo il mio amico di banco Davide Pieri, un tipo smilzo con gli occhiali neri e spessi. In classe tutti lo chiamavan "sega d'oro" o "segantino" ed il motivo di tali nomignoli lo lascio immaginare a chi legge. Egli vantava un primato imbattibile in tutta la Maremma: un giorno riuscì a segarsi per venti volte. Il padre, poi, una volta lo scoprì mentre armeggiava col suo uccello in bagno (a dire il vero, non vi è adolescente al mondo che non abbia vissuto questa esperienza!), lo cacciò di casa minacciandolo di non farlo più rientrare. La sera stessa, Davide, era seduto intorno al tavolo per cenare con i suoi, dopo cena tornò in bagno per riprendere ad allenar...il suo posto di combattimento. In quel momento, mi sentii come l'artificiere che abbia innescato la carica di esplosivo: a quel punto, però, urgeva che vestissi i panni del guastatore perché quella carica bisognava farla esplo...implodere ad ogni costo. Così presi a infilare il dito medio della mia mano sinistra, a turno, in entrambi i buchi del culo di Micky in modo da farla eccitare di più, se mai ve ne fosse stata necessità: era vogliosa tantissimo, infatti, visto che aveva cominciato ad ansimare a tutto spiano già da diversi istanti prima di allora. Aveva la patatina rasata (molti la chiamano così, altrove; oppure figa, bernarda, fregna...in Toscana molto si usa la parola passera o il suo diminutivo passerina) e ciò eccitava anche me, non poco. Mi accorsi intanto che il mio uccello fu cotto a punti...era venuto duro al punto giusto. A quel modo compresi che non vi era tempo da perdere, era giunta, cioé, l'ora della penetrazione (notoriamente non ho mai avuto erezioni interminabili): lo afferrai allora con la mia mano destra (sono mancino ma anche scaramantico all'eccesso: mi ero sempre segato con la destra, infatti, prima di allora, e preferii usare tale mano) e glielo infilai "dritto per dritto" nel buco di sopra (ass hole, come lo chiamano i sudditi britannici della regina Elisabetta e come mi aveva edotto il mio amico Davide), il quale - ahilui! - nel frattempo era diventato talmente rosso da sembrare la punta di un ice...del peperoncino più piccante al mondo. In quell'attimo mi tornò alla mente il signor Francini Emiliano, pisano di Pontedera, vecchio mio insegnante di lettere, storia e filosofia: egli avrebbe usato, senza minimamente esitare, l'espressione "per esteso", a suggello dell'azione e del fatto avvenuto per...come quando si appone la propria firma su un documento o alla fine di una missiva. Quell'insegnante era il più vecchio tra tutti quelli che io ebbi al liceo, ma lo era solo anagraficamente: lui sembrava molto più giovane, dentro, di molti tra noi alunni, che eravamo pure poco più che adolescenti, ed aveva una aperta mentalità. Ci insegnò molte cose, davvero (senz'altro moltissime ne imparò Alfredo da esso), e in gioventù (fatto strano ma di non poca rilevanza, a parer mio) aveva detenuto un record, al pari di Davide, singolare alquanto e, probabilmente, mai battuto o avvicinato da niuno: fu il più giovane ragazzo della regione ad essere entrato in un bordello e ad aver fatto l'amore con una troia, visto che aveva solamente dodici primavere e sette mesi quando lo fece. Una volta, in classe, ebbe a dirci: "era meglio quando c'erano i casini!". Lui non era un fascista, sia chiaro, e non rimpiangeva quel periodo storico perché allora vi era il fascismo e la dittatura, in Italia, bensì tutt'altro: suo padre e suo fratello, infatti, erano dei sovversivi e subirono il confino coatto per le loro idee, e lui si riferiva al fatto che a quel tempo ci si accoppiava con le donnacce in locali chiusi e quindi...molto più in intimità rispetto ad altri luoghi, come oggidì accade. Non appena fui dentro Micky, lei cominciò a dimenare il suo culo in avanti e all'indietro, proprio come aveva fatto prima: un movimento ritmico o andanseuse come avrebbero affermato nostri cugini d'oltralpe. Era una che ci sapeva fare col culo, Micky: fu lapalissiano oltremodo che non fosse alle prime armi. Io, invece, per mio conto, mai avevo fatto sesso anale, in mia vita: stavo, perciò, improvvisando, o meglio è proprio il caso di dire che andavo a "cappella", e mi accorsi anche di cavarmela non malaccio, in fondo. Infatti, quella leggera insicurezza la quale per un sol attimo era balenata nella mia testa, in maniera del tutto naturale e fisiologica prima di cominciare, svanì all'improvviso come per incanto. Le cose tutte della vita sono così, probabilmente: pensi che siano montagne insormontabili, osservandole dal basso ma quando sei in cima, lassù in alto e guardi giù, ti accorgi che è tutto molto più semplice...un gioco da ragazzi. Mentre penetravo nella ragazza, dolcemente gli stimolavo i capezzoli e gli stringevo i piccoli seni con le mani eppoi la baciavo sul collo e sulle spalle. Lei ansimò a più riprese di puro piacere e ciò provocava in me uno stato di altrettanto godimento e benessere. Le cose andarono avanti per alcuni minuti, sino a che non mi piegai tutto per intero sopra Micky e mentre ero ancora dentro di lei col mio uccello gli sferrai una stilettata con la mia lingua che partì dal suo culo e giunse sin sopra al collo. La ragazza, allora, si avvinghiò attorno al tronco dell'albero, con le sue esili e lunghissime braccia, ed emise un rantolo che pareva senza fine:
     - Aaahhhhhh!
    A questo punto presi Micky in braccio (era leggerissima come una piu...un fenicottero rosa) e dolcemente l'adagiai per terra, ai piedi dell'albero stesso. Mi sedetti di fianco a lei, dopo di che cominciammo a toccarci e a palparci ovunque; a leccarci eppoi a baciarci ed a scambiarci sguardi di voluttuosa complicità. Il suo corpo profumava di salsedine e la sua bocca aveva il sapore all'amarena. Nel frattempo Alfredo che all'incirca un quarto d'ora prima era andato nella spiaggetta con le altre due ragazze, aveva le sue gatte da pela...tette, culo ed il pisello volante di Ramona da tenere a freno. Mi raccontò alla fine, egli stesso, poco prima di salutarci, quello che fece: dopo il bagno una doppia penetrazione anale con lui dentro il culo di Francie e la trans mozzafiato dentro di lui, a sua volta. Quando i tre tornarono in pineta, ci demmo il cambio e ripetemmo, per filo e per segno, identico copione ma a parti invertite: Alfredo portò Micky in spiaggetta e si prese cura del suo culo mentre io restai con le altre due in pineta facendo la doppia penetrazione da attivo e da passivo contemporaneamente. Anche questo non lo avevo mai fatto prima di allora, né sapevo - del resto - che il mio amico lo aveva fatto in spiaggia mentre facevo l'amore con Micky, nella pinetina. Ci avevo preso gusto, oramai, e visto che ero in ballo pensai che fosse meglio così, in fondo! Coincidenze? Forse, chissà; oppure segno del destino. Fu ad ogni modo un vero godimento per me: mai più feci una cosa simile dopo di allora, né ho mai raggiunto l'apice del piacere a quel modo. Quel giorno, evidentemente, anche se durò pochissimo (non sono mai stato un super dotato o una macchina da sesso dalla durata in...all'infinito: la mia autonomia, del resto, era quasi agli sgoccioli dopo il primo round con Micky), tutto filò liscio e durante la estemporanea ma piacevole esperienza con tre diverse donne (o "cosa a quattro", come erroneamente l'aveva definita Alfredo non tenendo conto del fatto che fossimo in cinque!) trovai il feeling giusto, il timing perfetto o, chissà, soltanto il sensazionale appeal con me stesso e la mia esistenza: imparai dopo (ma no dal mio amico Davide, questa volta!) questi termini britannici ed anglosassoni. Quel giorno, evidentemente, alla villetta al mare, fu proprio "come non mai", come suol dirsi ovunque: uno di quelli che non lo cerchi da nessuna parte ma arriva uguale. Allora fui fortunato ed anche determinato, saggio come non mai a saper cogliere l'attimo e grazie al mio amico conobbi l'amore anale e mi sverginò il culo una donna, tutto in una volta sola: mai avrei immaginato una cosa simile! Quello che feci allora, fu fatto senza esitazione alcuna da parte mia, né minimamente ho mai pensato di esser andato contro natura. Credo, infatti, in definitiva, che nessuno vada mai contro natura a questo mondo e su questa terra sotto il cielo che la illumina di giorno: soprattutto se fa qualcosa che li piace o lo rende felice seppur per un sol attimo fugge...quello che era capitato a me. Ora, tuttavia, sovente ripenso a quel giorno e ai momenti di estremo piacere che vissi e in cui godetti: lo faccio più con nostalgica amarezza e malinconia, piuttosto che con gioia o commozione; soprattutto, però, lo faccio con moltissimo rimpianto. Dopo di allora, infatti, tornai - per così dire - nei ranghi, allineandomi a quella vita mediocre ed insignificante da piccolo borghese per cui mi sentivo votato o che forse il destino aveva voluto e scelto al mio posto: anonima ed incolore, a volte addirittura insignificante ed inutile. Una vita senza squilli di tromba o alzate di capo, sommessa e vile sino all'eccesso. Inoltre, quella fu, purtroppo, l'ultima volta che vidi Alfredo. Dopo di allora ci perdemmo di vista, di punto in bianco non ci scambiammo telefonata alcuna e così nessuno dei due ebbe più notizie dell'altro. Sovente e volentieri, accade questo per le amicizie adolescenziali, scolastiche, di gioventù e così, dopo essere stati "culo&camicia" o "barba&capelli" per tanto tempo ed aver vissuto tante cose assieme, ci si ritrova ad essere perfetti estranei: non vi sono motivi particolari, a mio avviso, per cui questo accada ma credo sia soltanto il fisiologico svolgersi e dipanarsi dell'esistenza di ognuno. Sino a quando, un giorno l'inverosimile accadde...ricevetti la ferale notizia da amici comuni, in paese: Alfredo Tonini (o "il Tonini", semplicemente, come da tutti era conosciuto) era morto, una sera d'estate (la stagione che in definitiva egli amava di più perché più affine al suo carattere), ad Edinburgo, in Scozia, dove nel corso di una rissa (scoppiata, a quanto pare, a causa di una donna!) gli avevano fracassato il cranio con una bottigliata. Molti giudicherebbero Alfredo uomo immorale, ricco di vizi: io non saprei mai dare un giudizio, né lo farei sapendolo ma solamente so ch'egli non aveva confini nella sua testa e sapeva - non di rado - guardare oltre l'orizzonte, cioè laddove ben pochi puntano lo sguardo. Non lo dimenticherò mai, Alfredo: per me sarà sempre il mago di...Azz.

    da: "Racconti erotici", 12 maggio 2021.

         

  • Come comincia:                                                      A Monicelli Mario, regista toscano (Viareggio, Lucca,                                                         1915- Roma, 2010), spirito libero del cinema e uomo
                                                         dotato di tre fondamentali doti, sempre più rare al                                                             mondo: sarcasmo, ironia e auto ironia.

     Il mio amico Alfredo (come me) toscanaccio dalla battuta sempre a tiro (e dall'uccello sempre in resta, per usare termine di ma...eufemisticamente marinaresco), aveva successo con le donne sin da età adolescenziale a causa (o per via) della sua loquace brillantezza, appunto, nonché della sua verve caratteriale. Era sempre stato estremamente simpatico alle rappresentanti del gentil sesso (un vero "tombeur des femmes", lo avrebbero senza dubbio alcuno etichettato i francesi), oltre che arr...arrapato perenne (proprio come i ghiacci dell'Alaska o del Polo Nord, quelli in Siberia o di alcune zone della Patagonia, nell'emisfero sud, i quali non si sciolgono neanche in estate). E' tuttavia da dire come le due cose (la peculiarità del carattere di Alfredo e quella fisiologica) non siano sistematicamente da intendersi sincrone o all'unisono l'una con l'altra: ovvero, non è al cento per cento sicuro che siano conseguenziali tra loro. Per capire di cosa stia parlando, mi permetto di esibire il seguente paragone che ritengo calzi a pennello: avete presente cosa succede colle slot-machines quando qualcuno (disgraziatamente) riesce a vincere qualcosa? (Pure mi domando se questo accada soltanto nei famosi mega hotel-palace di Las Vegas, negli States, con annesso casinò al seguito, o nelle pellicole cinematografiche hollywoodiane, appunto? Booh! è la risposta che riesco a dar...lasciam perdere, allora: credo sia molto meglio!). Ebbene, in quel malaugurato (o disgraziato) caso sulle finestrelle della slot poste in alto, compaiono i simboli tutti uguali (tre o quattro, a seconda delle dimensioni stesse della slot) a testimoniare l'avvenuta vincita. Al fortunato vincitore, dopo di che, altro non resta così che chinarsi a prelevare le monetine fuoriuscite da una fessura della slot posta in basso: genericamente quelle sono abbastanza ma mai così tante da non poterle trasportare colle proprie mani. Alcune volte, però, accade (casi algoritmicamente remotissimi, questi, e di cui neanche il Guinness dei Primati potrebbe tener conto, a mio avviso) che non basti la vanga a raccoglierle ma... servirebbe invece un vero e proprio vagone ferroviario per prelevarle e trasportarle altrove (magari, chissà, in una banca svizzera, degli Emirati Arabi o di Israele, il quale non a caso vien definito stato "cassaforte", anche se per ben altri motivi). I simboli che appaiono sulle finestrelle di cui sopra sono in genere frutti, fiori, animali, oggetti vari oppure il simbolo del denaro (una esse con due strisce verticali che la attraversano per intero), vale a dire sua maestà re Guglielmo...il dollaro, cioè la moneta per eccellenza nonché quella che più di ogni altra in tutto il globo terracqueo lo sta a simboleggiare (ed anche su Marte e dintorni, a onor del vero, visto che nel caso in cui vi fossero andati dei terrestri e ivi incontrato degli alieni...dei marziani in giacca e cravatta, avrebbero senza dubbio alcuno pagato a suon di bei dollaroni verdissimi!): essi, appunto, attestano l'avvenuta vincita. Ebbene, Alfredo, al posto del simbolo del denaro (o del dollaro, o di qualsivoglia d'altro) portava invece negli occhi sempre fissi (e luccicanti pure come stelle) ben altri simboli: quello di due grosse e tonde tette e di un culo di donna, sodo ed altrettanto tondo. Meglio sarebbe dire, però, che oltre che negli occhi quei simboli, lui li portava scritti sempre in testa: è per questo, probabilmente, ch'era tanto simpatico e tanto arrapato. Magari, chissà, qualcuno pur potrebbe asserire che si trattasse di un bell'esemplare di filibustiere...figlio di puttana; ma era fatto così, il povero Alfredo, volenti o meno, e vedeva tette e culi, beato lui, dappertutto: diciamo, allora, che vedeva del buono ovunque ed in ogni persona, soprattutto in quelle con la passera stampata davanti. Accadde una volta, in estate, mentre mi trovavo nella mia villetta al mare (a dire il vero essa era per metà mia, per l'altra di mio fratello Antonio), che lui venne a trovarmi per propormi una cosa di cui rammento. In estate, infatti, solevo trascorrere le vacanze al mare insieme a mio fratello ed alla sua famiglia (alcuni preferirebbero usassi le parole "in combutta" ma è meglio non sottilizzare!). Antonio ha tre figli (un maschio e due femmine), oggi cresciutelli e sistemati anch'essi, all'epoca del "fattaccio" poco più che pischelletti (o putei) imberbi. La villetta, si intende, non era nulla di speciale: una semplice costruzione di 220 metri quadri a due piani, compreso un piccolo giardino con qualche albero piantato di pino domestico. Essa era posta sulla litoranea, appena qualche chilometro fuori dal centro abitato, Castiglione della Pescaia, il quale, a sua volta, si trova ben vicino alla Marina di Grosseto ed al Parco Regionale della Maremma, a nord; a Punta Ala a sud, in posizione nord-ovest rispetto al capoluogo, Grosseto, lungo la famigerata statale 322; lo era per due motivi: in primis perché spesso, durante la bella stagione, vi si creavano, in diversi punti e non solo in orari serali o notturni, ingorghi paurosi di macchine e camion con coppiette alla ricerca della assoluta felici...intimità; in secundis, perché vi razzolavano battone e checche di ogni ordine e gra...eterogenee e in cerca, anch'esse, della felicità ma a pagamento. In paese, per circa tre lustri, si narrò (nessuno, però, ha mai saputo se si trattasse di verità o di leggenda metropolitana) la storia tramandata dai netturbini Aurelio Gini e Diocleziano Bonci, i quali affermavano che una mattina di settembre, nella pineta del Tombolo, poco fuori l'abitato, sulla statale, avessero raccolto la bellezza di tremiladuecentoquattro preservativi: l'eccezionalità della storia sta nel quantitativo di preservativi (presumibilmente) raccolti ma anche nel fatto che fossero stati trovati tutti privi di un pur piccolo forellino (cosa davvero, davvero incredibile!). La buon costume del capoluogo non era mai in grado di gestire in meglio la situazione e chiedeva sovente aiuto alle sezioni di Pisa e di Firenze. Noi tutti chiamavamo la nostra villetta (ironicamente e in onore di un vecchio regista di Hollywood) "Stalag 17", e in paese (con altrettanta ironia ed in onore, probabilmente, di un'altro grande regista, però russo) ci definivano quelli della "Potemkin"; prossimi ad essa erano una pinetina ed un canneto, superato il quale ci si immette dritti dritti su una spiaggetta ("Sun Beach", chiamano il posto ancor oggi, in paese) e si parano innanzi, agli occhi di chi guarda ed in tutto il loro magico splendore, in rapida successione, il mar Tirreno, carico del suo blu intenso, l'arcigno Arcipelago Toscano e più lontano ancora la misteriosa isola d'Elba. Oggidì la villetta non appartiene più a noi: io e mio fratello, infatti, la vendemmo qualche anno dopo il racconto di cui scrivo a causa di una delle tante tempeste che accaddero alla nostra famiglia e imperversarono sulle nostre esistenze (ma quelle sono tipiche della vita di ognuno, di ogni famiglia che si rispetti e non sono prerogativa e dominio assoluto soltanto di noi Vannucci). Mio fratello ha lasciato il paese dopo la morte della moglie (mia cognata), la quale avvenne in un fatale incidente in barca, per trasferirsi in Corsica dove in seguito aprì un circolo di tavole a vela che li da di che vivere attualmente. L'espatrio di mio fratello avvenne a malincuore, oltre che con la morte nel cuore. Io, invece, oggi vivo dove vivevo allora, nel posto cioé in cui sono nato sessantadue anni addietro. Quell'anno, quella estate di tanti anni fa - per fortuna, è da dire, alla luce di come proseguirono le cose - mio fratello decise di recarsi in trasferta per una intiera settimana, insieme alla moglie ed ai figli: la classica crociera ai Caraibi, per sedare la voglia di esotico repressa in ognuno; dicasi pure, nella fattispecie di Antonio, "far fronte" allo sghiribizzo della consorte il quale da diverse stagioni pendeva, oramai, sugli incolpevoli suoi coglioni...sulla testa sua, o sul capo, tal quale ad un pesantissimo pendaglio da forca. Mi ritrovai, a quel modo, ad esser solo e soletto proprio nel frangente topico della stagione estiva oltre che il più vacanziero e ad avere, ordunque, tutta quanta per me a disposizione la villetta e la pinetina adiacente ad essa: quest'ultima, infatti, pur non appartenendo a noi, è raramente frequentata da turisti di passaggio, al pari della spiaggetta vicina, dagli abitanti del paese o da coppiette automunite in cerca della felici...di intimità. Mi sono sovente e volentieri chiesto, nel corso del tempo, se (e se si, come?) Alfredo fosse a conoscenza della mia libera "uscita", ossia del fatto che la nostra villetta (mia e di Antonio) sarebbe stata a mia completa disposizione per una intera settimana, proprio in agosto: non sono mai riuscito a darmi risposta alcuna, sebbene le coincidenze avessero davvero dell'incredibile. Erano appena scoccate le due di un torrido pomeriggio (le quattordici pomeridiane, invero, per i puristi, o p. m. - che non sta per post-mortem, come qualcuno potrebbe intendere senza volere - e son soliti indicare i sudditi della regina d'Inghilterra e gli anglosassoni in genere) ed io, che da pochi minuti avevo consumato frugale pasto a base di yogurt allo zenzero, frutta e formaggio, ed ero tutto bello e spaparanzato sopra il divano nel soggiorno al piano superiore, pronto ad intrapendere la mia dolce siesta o pennica estiva, venni letteralmente scosso e quasi sbalzato per terra da tre squilli del citofono esterno: non sapevo chi fosse, ovviamente, l'autore colpevole dell'accaduto, ma degli squilli cotanto forti, i quali avevano all'improvviso squarciato il silenzio dell'ameno luogo e, soprattutto, profondamente turbato i miei incolpevoli timpani, non li avevo uditi mai. Mi sollevai, così, faticosamente dal divano, bestemmiando più volte tra peste e corna (lo feci usando alcuni intercalari tipici della parlata maremmana, di cui è meglio non parla...dir nulla!) e mi recai sul balcone che si affaccia in stradina. Scorsi, allora, e con profonda sorpresa nonché disappunto estremo, la inconfondibile sagoma di Alfredo, mio miglior amico: egli era in basso, ad attendere con nonchalance ed il ghigno beffardo, strafottente, canzonatorio e goliardico che portava perennemente stampato sul volto. Il mio disappunto, però, non traeva origine dal fatto che fosse stato proprio lui a suonare (altre volte, infatti, Alfredo era venuto a trovarmi in estate alla villa), bensì dall'ora insolita e, soprattutto, dal modo in cui aveva suonato al citofono: mai, infatti, lo aveva fatto con tanta cura...intensità, prima di quel pomeriggio, tutte le volte che veniva a trovarci, a casa in paese o al mare; una maniera insolitamente "squillante", debbo dire, come a voler preannunciare, chissà, qualcosa di eccezionalmente importante.
     - Cavolo! - Li dissi, urlando non poco. - Ti rendi conto dell'ora in cui siamo? Hai deciso mica di rompere il citofono, suonando a quel modo? E i miei timpani, pensi siano rivestiti di gomma o di acciaio isolante? Non capisco davvero cosa mai ci possa essere di così importante da dirmi alle due del pomeriggio!
     - Una cosa a quattro! Ho per le mani una cosa a quattro! - rispose Alfredo, senza farsi pregare né dire null'altro. (Lui era così: immediato e senza peli sulla lingua; in quanto alla zona pubica, non ci giurerei, perché...mai saputo se la portasse al naturale o rasata né ebbi l'esigenza, del resto, durante la nostra lunga conoscenza, di constatarlo de visu!).
     - Ma di cosa parli? - chiesi io, ancora. - Vuoi mica fare una partita a poker? Ti sovviene, magari solo un pò, che siamo quasi a ferragosto e no sotto le feste di Natale? Sai che lo odio, il poker! Mi sa che devi averla presa proprio brutta l'insolazione! (casualmente, quell'estate, era stata la più calda che si ricordasse negli ultimi trenta e passa anni, in agosto, in Maremma: le temperature, allora, sfiorarono spesso i quarantadue gradi e neanche la brezza marina, proveniente dalla Sardegna e dalla Corsica, riusciva ad alleviare la calura). - In verità, Alfredo lo sapeva che odiassi il poker; è da aggiungere anche quanto io odiassi non solo quello ma tutti (quando scrivo così intendo proprio così, no diversamente!) i giuochi di carte e di società, come la roulette, il monopoli, la tombola, il tombolone ed affini...forse, chissà, le uniche simpatiche mi sarebbero state proprio le slot, se avessi avuto modo - in vita mia - di averne sottomano qualcuna, in qualche modo, e perderci un pò di soldini.
     - No! - seccamente mi rispose e con la verve che lo contraddistingueva ribatté: - te sei  grullo per intero! - mentre proferiva questa frase (più che una frase, tuttavia, essa suonava più che altro come impietosa e fredda sentenza!), Alfredo si batté l'indice della sua mano destra sulla tempia tre volte, dopo di che ancora disse:
     - Parlo di una cosa a quattro tra me, te e tre donne. Allora, dimmi, ci stai? Si o no? 
     - Ahhhh! Va bene! - esclamai. - Mi sembrava d'aver inteso male (era davvero così, del resto: non dissi tanto per dire ma perché effettivamente mai e poi mai avrei potuto immaginare tale cosa, pur conoscendo le doti del mio amico in fatto di donne). Chiamani domani e ti fò sapere. Ma ora, dai, lasciami riposare. Ci sentiamo domani per telefono. - Alfredo, dopo aver ascoltato le mie parole disse:
     - D'accordo! Come vuoi tu! Ci sentiamo domani, Sandrokan! (lui e tutti i miei amici in paese mi chiamavano a quel modo: un mix e una via di mezzo tra il mio nome di battesimo, Sandro, e quello di Sandokan, la famosa tigre della Malesia e personaggio della saga dei racconti d'avventura di Emilio Salgari, autore mio prediletto). - Mi raccomando, però, decidi e fallo per il meglio! - Alfredo, ahilui!, mi conosceva molto bene (del resto eravamo amici sin dalle elementari, frequentate insieme alla scuola del XII°circolo intitolata col nome di "Otello Carraresi", sindaco di Castiglione dal 1953 al 1961 e nel biennio 1977-78, sita nei pressi dell'albergo "Luxor" e del cinema-teatro "Alhambra", dove si andavano a vedere gli spogliarelli delle donnine francesi e le performances da cafè chantant ed ante litteram dei travestiti); sapeva infatti quali fossero le mie principali peculiarità caratteriali: la eterna indecisione e l'insicurezza, mentre lui era agli antipodi da me essendo un tipo essenzialmente deciso e risoluto. Ci salutammo, così, e ci congedammo dopo le ultime parole di Alfredo: lui andò via, in macchina, io rientrai in soggiorno. Mentre rientravo blaterai, tra me e me, alcune frasi: - Boia d'un mondo! Alfredo ne sa una più del dia...di Alain Delon e Giacomo Casanova messi assieme! - Una volta sdraiatomi sul divano, prima di appisolarmi mi sovvenne la sua agendina "rosso special" che una volta mi mostrò egli stesso e che gelosamente custodiva come fosse una vera e propria preziosità: così la chiamava in onore di una Lamborghini rossa (le auto veloci erano una passione di Alfredo, secondaria rispetto all'altra, quella per le belle donne, ma notevole anch'essa), regalata da un lontano parente a suo figlio e che lui era riuscito a guidare, non si sa come né per volere di chi. Quella agendina era piena di nomi e numeri di donne tanto che...da sembrare quella del Presidente degli Stati Uniti o del Premier russo. Invece, io, ahimé! A quel tempo (ma oggi debbo onestamente dire come non sia cambiato granché da allora!) avevo un numero soltanto di donna: quello di Giovanna, anziana addetta alle pulizie nell'agenzia funebre "Quì tutti uguali", vicino casa, in paese. Il giorno dopo puntualmente Alfredo mi telefonò, come insieme avevamo concordato. - Cosa hai deciso? - Mi chiese seccamente, senza neanche concedermi il tempo di proferire una acca, al momento in cui sollevai la cornetta e la poggiai sul mio orecchio sinistro.
     - Ci sto! - risposi io, altrettanto deciso.
     -  Bene! - replicò Alfredo. - E la prima volta, da quando ti conosco, che prendi una decisione tanto presto; debbo dedurre che tu non sia tutto quanto grullo come pensavo...probabilmente vi é anche della saggia insanità in te! Ci vediamo tra quattro giorni, alla mezza, in pinetina. - Aveva ragione da vendere, il mio amico; anzi, c'é "l'aveva proprio da matti", come recita un intercalare delle nostre parti. Sono sempre stato un indeciso cronico, ma la mia indecisione, a volte, rasentava la parossistica assurdità: capitava, infatti, che non riuscissi a decidere se il giorno dopo avrei dovuto mangiare in bianco oppure più piccante, figurarsi se dovevo farlo in tema di...su una cosa a quattro, con tre donne insieme. Ero meravigliato (lo ero molto, direi), io stesso (dentro di me), della immediatezza mostrata in quell'occasione: ero stato deciso come non mai, prima di allora. Dopo aver proferito le sue ultime parole, Alfredo chiuse il telefono, senza altro aggiungere né darmi, anche questa volta, possibilità di replicare o salutarlo. Dopo neanche un minuto, però, sentii nuovamente squillare il telefono per tre volte di seguito. Andai di corsa a rispondere e, non appena ebbi sollevata la cornetta, la voce di Alfredo aggredì il mio povero orecchio come un vero e proprio tuono:
     - Ehi, grullo! Non darti pena che i preservativi li porto io! - Dopo queste parole, richiuse. Io, allora, ad alta voce dissi a me stesso, mentre mi specchiavo, contemporaneamente, nello specchio a muro posto sopra la mensola su cui poggiava il telefono:
     - Che gran figlio di puttana! - Scherzi a parte, comunque, è da aggiungere quanto segue: non avevo mai usato, sino ad allora, né mai lo farò dopo quella volta, il preservativo...facendo l'amore preferivo farlo nature, perché una volta infilato quello strano involucro lattiginoso il mio pisello diventava più moscio d'un cuscino imbottito di piume! L'incontro campale (o la cosa "a quattro", come la chiamò Alfredo) era previsto per il successivo sabato. Il mio amico, come al solito, giunse puntuale: spaccava le lancette dell'orologio al secondo oltre che i marroni, a volte (no quelli di Marradi, che pure sono belli grossi...mi riferisco proprio ai testicoli posti sotto il pene di ogni uomo e di molte trans). Arrivò in groppa (non era una moto ma per lui lo era, visto come la guidava: mi sembrò di vedere, quando arrivò alla villetta, Peter Fonda sulla sua Harley-Davidson choppata, in "Easy Rider"!) alla sua "Dyane 6" della Citroen, color verde pisello, decappottabile e col tetto apribile: c'è l'aveva da più di dieci anni, oramai, da quando, cioé, il padre gliela regalò per festeggiare la maturità liceale. Egli la custodiva come fosse una reliquia, al pari della sua rosso-special. Ne aveva viste di cose, quella vettura, sopportato su e giù a iosa e leggendari andirivieni. Soprattutto, però, possedeva sospensioni a prova di bom...sesso! Mi venne a mente, in quell'attimo breve ma allo stesso tempo interminabile (come fosse un lampo, un flash-back luminoso), di quella volta in cui, io e Alfredo, ci mettemmo in viaggio ed arrivammo sino a Copenhagen, in Danimarca, a bordo della sua Dyane: Alfredo aveva conosciuto una ragazza del luogo, Krystel, attraverso un club di pen-pals (amici di penna, tanto per intenderci) e volle conoscerla ed incontrarla di persona. Qualche ora soltanto ma ci costò tan...una scarrozzata della durata di oltre venti ore per percorrere più di 1500 chilometri, dop'aver passato il confine svizzero ed attraversato la Germania tutta intera. Un'altra volta, invece, insieme ad una sua particolare amica (un travestito che si chiamava Milù, a cui era affezionato, con cui ebbe una storia d'amore intensa ma travagliata ed il quale tragicamente morì di overdose alcuni anni dopo) fece una cosa, Alfredo, che sembrava quasi impossibile per chiunque altro: girò l'Europa, in lungo e largo, per tre mesi di fila. Alfredo non disdegnò mai, infatti, imprese pazze né, tanto meno, capatine e divagazioni nel mondo dei diversi e degli "strani", nella trasgressione e nel travestitismo. Non appena ebbe posteggiato l'auto nei pressi della villetta, saltò fuori dal posto di guida che sembrava un grillo, poi aprì lo sportello opposto e (così) saltaron fuori tre ragazze bellissime, una dopo l'altra. Non appena le vidi esclamai:
     - Dove hai trovato queste meraviglie? - Non dissi mai nulla ad Alfredo, ma nel momento in cui le tre ragazze eran saltate fuori dalla macchina, la sua Dyane verde mi era parsa essere il cappello a cilindro di un mago, dal quale invece che conigli venivan fuori belle donne.
     - Dalle parti della Val Brembana! - fece lui, - o a Katmandu, chissà! - dopo di che scoppiò in una grossa risata; un attimo soltanto, ma si riebbe subito e disse:
     - Lo sai, vero? Sono un mago in fatto di donne! - Le ragazze non erano certo dei luoghi nominati da Alfredo, anzi, erano invece fiole, struffelle delle nostre parti, con tanto di certificazione d'oc apposta sul culo di ognuna ad attestarne la prove...l'autenticità, tuttavia egli aveva usato la frase giusta al momento giusto: con lui, che ci si creda o meno, in fatto di donne si era...andavi sempre sul sicuro, per davvero. Io ero sempre stato, invece, una frana completa, irrimediabilmente sfigato cronico e...lasciamo perdere. Le tre ragazze le aveva conosciute ad un party per scambisti nei pressi di Firenze, settimane addietro: Micky, Francie e Ramona. Dissi ad Alfredo:
     - Beh, allora ti chiamerò il mago di...Azz, d'ora in avanti! - (nessuno dei due, però, poteva mai immaginare che quella sarebbe stata la prima e l'unica volta che l'avrei fatto!). Lui, allora, mi guardò senza dir nulla ma sorrise. Micky e Francie erano due lesbiche: la prima bionda, l'altra invece mora cogli occhi verde smeraldo; Ramona era una trans coi capelli ramati naturali. Micky e Francie erano amanti da alcuni anni (me lo rivelò Alfredo poco prima di cominciare...d'aprire le danze, ma la cosa non mi provocò alcun sussulto), mentre Ramona aveva scelto il "terzo" sesso sin da ragazzino, quando si accorse di non voler essere quello che era e decise di voler dare culo e pisello contemporaneamente, a destra come a manca. Aveva un bel corpicino (da controfiocchi, direi), invidiabile da moltissime etero: tette, culo e...pisello ben messi; ma anche le altre due non erano da meno, ovviamente. Alfredo, insieme a Ramona e a Francie, si avviò verso la spiaggetta. Io, invece, mi avvicinai a Micky e li diedi un bacio sulla guancia sinistra. Lei mi sorrise (fu uno di quei sorrisi belli, tanto da sembrare a ottantadue denti piuttosto che a trentadue!) e capii così che li piacevo. Dopo averla baciata la presi per mano e ci spostammo verso un albero al centro della pinetina. Indossava un vestito blu, se lo tolse in fretta e lo buttò per terra: aveva incarnato chiarissimo, su cui risaltava il disegno d'una piccola farfalla arcobaleno tatuata sulla scapola sinistra. I suoi seni erano turgidi e piccolissimi, immediatamente lo notai: essi sembravano due bigné alla crema, simili a quelli che mangiavamo di domenica o nei festivi, durante il pranzo in famiglia. Nostro padre Saverio, infatti, gestiva in paese un piccolo laboratorio artigianale di pasticceria e noi eravamo cresciuti a suon di peste e cor...croissants al cioccolato, cassatine e bigné, appunto. Non aveva reggiseno, Micky, portava invece un tanga bianco sottilissimo, quasi invisibile: glielo sfilai di scatto, in maniera alquanto istintiva, ma anche arrapante e voluttuosa; inoltre usando la stessa identica foga con cui si era lei tolta di dosso il vestito, poco prima. Dopo averlo fatto (non mi ero neanche accorto che il tanga, a causa del mio impulsivo gesto, s'era strappato) lo buttai per aria e quello, ricadendo si adagiò per terra ai piedi di un'altro albero (sembrava una foglia mor...strappata). La ragazza, nel frattempo, aveva poggiato entrambe le mani sul tronco dell'albero posto innanzi a sé e cominciò a dimenare il (suo) culo in maniera frenetica e sensuale, dapprima in avanti eppoi all'indietro, roteandolo contemporaneamente in modo che sembrava una trottola. Micky aveva proprio voglia di me, di essere penetrata per bene dal mio membro.       
       

  • Come comincia: Quel vecchiaccio, dalla penna da favola, di Guido Ceronetti, scrive stamane, su “l’insostenibile pesantezza del mese d’agosto”. A ben pensarci, non ha tutti i torti, neanche per chi, come me, da anni, crede di superarlo, standosene a casa. Lui cita: “malumori coniugali, maltempo, inebetimento da spiaggia, cibo affollato, meduse urticanti.” Da parte mia, potrei citare l’assenza di George, il cingalese, che devo supplire, usando aspirapolvere, lavatrice, stesa e raccolta di panni, spesa e trasporto, cucina dei pasti. Questo palazzaccio ottocentesco, che ne ha viste di tutti i colori, ora tace improvvisamente. Un deliquio di vibrazioni, calpestii, voci, sbattute di porte e portone. Solo “O’ figlio di Carlucciello”, il pescivendolo, sul marciapiede di fronte, insiste a vendere pesci e cozze, e porgere o’ cuppetielo verace, attraverso finestrini di auto frettolose , in ritorno dalla spiaggia. Arturo, il fuochista, non lo si sente da qualche notte, con le sue batterie cinesi. Il tabernacolo del S. Salvatore ha spento le luci abbaglianti e lascia quelle di posizione. Alle sue panchine, un gruppetto di congolesi, dialoga a voce alta, dando le spalle al Cristo. Diciamocelo, l’abitudine è una culla, che ci siamo costruiti con cura. Una ripetizione di gesti e pensieri, tutti uguali, che ci danno sicurezza, come quella che provavano i vermi dell’etologo, Konrad Lorenz, ripercorrendo all’infinito la medesima traccia, la più sicura, la più schiva da incertezze e agguati.
    - “Morfina. Tutti assumiamo quotidianamente la nostra dose di morfina che addormenta il pensiero. Le abitudini, i vizi, le parole ripetute, i gesti triti, gli amici monotoni, i nemici senza un vero e proprio odio, tutto addormenta.” – dice Saramago. La tanto desiderata novità, la ribellione al consueto, la vacanza, ci eccita, ma finisce per logorarci. Il nuovo, implica un lavoro mentale di giudizio, nel soppesare l’utilità vera di ciò che ci viene incontro. L’insostenibile peso della “vita nova”? Tra qualche giorno, uscendo di mattina, “Stanno tornando!” penseremo, ritrovando il traffico caotico consueto, le code, quel più di monnezza. Un folle rassicurarci, che la vita, che abbiamo scelto, continua.

  • 20 agosto alle ore 22:23
    Ultimi sprazzi di vita

    Come comincia: 3 giugno 2021

    Ho bisogno di ricordare gli ultimi sprazzi di vita che ricordo, perché da dicembre mi sembra tutto un incubo, una stasi in attesa della fine.
    Giugno 2020. Un membro dello staff del programma "Il Collegio", Rai2, telefona per la mia piccola. Grazie alla vigilanza della maggiore, ero riuscita a compilare la domanda di partecipazione nella brevissima finestra temporale disponibile. La considerano una personalità interessante e vorrebbero farle un colloquio. Online. Di norma sarebbe nel luogo dove si gira il programma, ma date le restrizioni dovute alla pandemia questa volta i colloqui saranno online.
    Problema 1) Mia figlia non è in casa e la signora vorrebbe parlare con lei. Le dò il suo numero di telefono. Non ricevendo più notizie, invio una mail allo staff. Risposta: mia figlia non risponde al telefono. Comprendo: mia figlia ha il blocco per le chiamate con numero privato. Riesco a recuperare il numero di telefono dell'amica con cui è mia figlia e lo fornisco.
    La telefonata ha successo. Mi richiama il membro dello staff e mi dice che mia figlia le è sembrata poco convinta. Spendo fiumi di parole per spiegare che mia figlia è così: non dice mai sì subito, anche se la cosa le interessa, è come se debba essere rassicurata che l'altro si interessi veramente a lei ed al suo benessere.
    Ottengo il colloquio.
    Problema 2): dove? I genitori devono essere presenti.
    Il padre non vuole venire a casa mia, io non voglio andare a casa sua. Organizzo in maniera mirabile la giornata e l'incontro in terreno neutro. Il colloquio si svolge con il mio portatile.
    Mia figlia sembra essere soddisfatta della personalità del giovane con cui ha il colloquio, in privato. In privato, perché dopo che abbiamo fatto vedere che noi genitori siamo lì e approviamo il colloquio, dobbiamo uscire dalla stanza.
    La cosa non ha avuto seguito, ma è stata una bella giornata e una bella esperienza.
    In serata mia figlia maggiore mi fa: <<Ho detto a mia sorella: "Ma ti rendi conto che senza mamma tutto questo non ci sarebbe stato?!". Ha replicato: "E chi glielo ha chiesto?">>
    Le soddisfazioni della vita.

    Novembre 2020. Finalmente ho fissato l'appuntamento con la nutrizionista per mia figlia maggiore che me lo chiedeva da tempo. Dato che c'ero, fisso l'appuntamento anche per me.
    Mentre parla di noi alla nutrizionista, mia figlia fa: <<Mia mamma è molto intelligente.>>
    Cuore di mamma.