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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 13:55
    Aborto

    Come comincia: Umeme: c’è musica mentre affronto il viaggio. Chiudo gli occhi. Poi la scossa. Qualcosa mi raschia dentro. Un brutto pensiero deve essere espulso.

    Lui è salito al tempio. Ha chiesto. Gli hanno detto di andare nel bosco. Di passarci una notte. Di lasciare foglie colte dai rami lungo il sentiero. Per Shiva. “Che possa distruggere ciò non doveva mai esistere” Prega. Sfrega la faccia con il suo stesso sangue. Canta ai margini della santa radura. Fino al mattino.

    Ancora un filo lega il feto al mio utero. Reciso. Caduta dell’ora. Operazione conclusa.
    La luce mi acceca. Lui piange. Navigo oltre il suo sguardo.
    Vedo il dio Rudra, colui che urla.
     

  • Ieri alle 9:14
    IN HOC SIGNO VINCES

    Come comincia: Alberto ed Angelo erano due professori del liceo scientifico Cavour sito nella omonima strada di Roma: Alberto insegnante di educazione fisica, Angelo, prete (nomen omen), di religione. Erano amici oltre che coetanei, venticinque anni, ma in fatto di cose sacre cene e gatto, questo in privato perché in pubblico non trattavano mai cose sacre anche perché la maggior parte degli studenti (e studentesse) erano ben poco interessati. Alberto abitava preso la cugina Silvana proprio dinanzi alla scuola, Angelo ogni sera doveva rientrare in seminario dove fruiva di una cameretta ma, data la distanza dall’edificio scolastico, spesso era ospite di Alberto. Silvana, consulente tributaria, aveva il classico spirito ‘moquer’ dei romani e spesso faceva delle allusioni sull’eventuale omosessualità dei due. Mentre Alberto si faceva della matte risate, Angelo non sapeva cosa rispondere, in fatto di sesso era in difficoltà dopo le lezioni sessuofobe acquisite durante gli studi in Seminario. Alberto non si faceva mancare il ‘foraggio’ in campo delle femminucce anche perché, dall’alto del suo un metro e ottanta le attirava come le api sui fiori e il ‘fiorellino’ era Matilde, portiera dello stabile il cui marito, peraltro piuttosto anziano,  proprietario terriero, spesso si recava a trovare i suoi contadini per controllare i propri interessi. In quell’occasione Angelo veniva gentilmente pregato di tornare al suo ‘pagliericcio’ dato che il suo posto veniva occupato per tutta la notte dalla bella, piacevole, deliziosa, sensuale, ridanciana…insomma da Matilde che col suo effluvio, sia personale che di profumo francese, ‘inondava’ tutta casa. Silvana ci scherzava: “Se non mi hanno raccontato male così profumati sono i casini e tu sei…” “Una migotta ma solo con tuo cugino. Non è che tu…” “Non voglio essere volgare, te lo dico in italiano: va a morire ammazzata!” La sera successiva Angelo riprendeva il suo posto letto ma l’olezzo lasciato da Matilde restava nelle lenzuola ed Angelo lo inalava con piacere ma gli faceva un certo effetto…”Silvana è possibile cambiare le lenzuola e la federa del cuscino si sente che…” “Lo sapevo che anche tu…” “Non dire fesserie, è una questione igienica!” Poco convinta Silvana lo accontentava ma pensava a ben altro. Durante le feste di Natale a casa di Silvana si presentò il figlio quindicenne Cesare avuto da uno sfortunato incontro con un tale che si era dimostrato poco affidabile e Silvana non ci aveva pensato due volte a sbatterlo fuori di casa. Per motivi di spazio madre e figlio dormivano nella stessa camera, Cesare studiava in un istituto religioso fuori Roma, aveva preso dalla genitrice lo spirito combattivo e cominciò a far domande sulla presenza di don Angelo in casa. “A Cè non fare il maligno, quando Alberto ‘dorme’  con Matilde il prete ritorna al Seminario, in fondo è una brava persona ed anche come uomo…, non so cosa lo abbia spinto ad indossare la tonaca, ora basta con questo argomento, buona notte!” Una mattina nel cortile della scuola, prima dell’inizio delle lezioni, Alberto fu fermato da Arianna, deliziosa bionda sedicenne,, che, sfacciatamente, chiese ad Alberto se per caso facesse lezioni private di ginnastica alle alunne, lei ne aveva proprio bisogno per la scoliosi…” “Dolce amica mia, ho trentacinque anni, l’esperienza mi porta ad evitare guai, tu saresti un bellissimo guaio, forse non hai letto i giornali: due minorenni con le loro ‘grazie’ hanno inguaiato molto signori non giovanissimi i quali, oltre ad essere denunziati per corruzione di minorenni, sono stati sospesi dal servizio, sai che ti dico: cresci e ripassa, un bacino affettuoso è il massimo, ciao.” Certo era stato difficile rinunziare a quella ragazza deliziosa, ora le sedicenni non sono più quelle di una volta tutto rossore in viso, te la sbattano in faccia e se, non le accontenti, son capaci di dire che sei omo! Un giorno don Angelo si presentò da Silvana chiedendole un favore: “Il nostro consulente tributario ha combinato un sacco di guai con i registri, la Finanza, per agevolarci, ha chiuso un occhio ma pretende che tutto sia rimesso a posto, gentilmente ci dia una mano.” Silvana aveva un bel po’ di lavoro arretrato:”Siccome sicuramente non vi farò pagare che ci guadagno, che ne dice di un posticino in Paradiso?” “Madame, io sono un povero prete anche se volessi ed io vorrei…” “Mon ami finisci il pensiero, tu vorresti…” “Aiutarla ma…” Silvana chiuse la porta dell’ufficio, nessuno sarebbe entrato senza bussare e allora: “Mi ricordo il titolo di un film: sotto la gonna niente!” “Non riesco a capire, io…” “Tu da quando mi hai conosciuta, ogni volta che mi passavi vicino giravi lo sguardo da un’altra parte, non ti vedo come prete ma come uomo e sinceramente mi piaci, vedi se ti piace questo.” E lo prese a baciare in bocca. Don Angelo, siccome il suo Angelo custode in quel momento era distratto, accettò il lungo bacio che portò alla conclusione di una protuberanza notevole sotto la tonaca. Silvana riusciva a ridere su tutto, anche questa volta: “Dimentica un attimo chi sei, poi ti confesserai ma per ora…Silvana si trovò fra le mani un ‘arbusto’ che, preso in ‘ore’ gettò schizzi riempendole la bocca,  Silvana scappò in bagno. Al ritorno don Angelo era sparito. Assaggiato il ‘dolce’, il povero prete era in profonda crisi, non volle contattare il confessore, già sapeva quello che gli avrebbe detto. “Marcò visita e per quindici giorni, rimase al Seminario pregando in continuazione ma l’immagine di quel fatto era costantemente nella sua mente, difficile cancellarlo anzi andando avanti…Silvana ad Alberto: “Che fine ha fatto il tuo collega, è sparito da quindici giorni, ne sai niente?” “No, l’ultima volta parlava con te…” Quando si ripresentò a scuola don Angelo era dimagrito e pallido in viso, Alberto lo accolse con un abbraccio: “Dimmi tutto senza raccontar balle, non ci crederei.” “Andiamo in trattoria a mangiare, forse, a stomaco pieno…”  “E che è un’aspirina, fa come vuoi.” In Cinquecento di Alberto girarono un po’ per Roma, niente cena, finalmente don Angelo a mezze parole raccontò la verità e si beccò: “Per un cazzo di pompino tutta stà storia, finiscila, anche se prete, sei sempre un uomo.” Incontrando a casa Silvana, Alberto: “Brutta zozzona, hai messo in crisi il povero sacerdote, ora come va a finire?” “Io non sono religiosa, per me è solo un uomo, se la vede lui, a me non dispiace.” Alberto si assunse la parte di intermediario, in fondo voleva bene a tutti e due ma capì che senza il suo intervento la situazione non sarebbe cambiata: “Ragazzi, (si fa per dire) adesso vi sedete l’uno dinanzi l’altro e parlate, parlate, parlate sinceramente, non dico confessatevi sarebbe una battuta ma…avete capito.” Silvana prese in mano la situazione: “Per prima cosa parliamo di noi due: tu, come uomo, mi piaci, penso la stessa cosa di te nei miei confronti, ho notato che quando ti guardavo abbassavi gli occhi. In seminario ti hanno inculcato idee che non rispondono alla realtà: un esempio la famosa frase ‘In hoc signo vinces’ che secondo quanto riportato da alcuni scrittori Costantino avrebbe visto in cielo prima della battaglia di ponte Milvio è una bufala, Costantino vinse la battaglia sono perché Massenzio, suo avversario era un perfetto idiota come generale, aveva mal disposto le sue truppe che erano rimaste imbottigliate. Andiamo alla Bibbia: quella del serpente e della mela è una storiella da ridere, se Dio è onnipossente e quindi sa tutto, come si può pensare che cacciasse dall’Eden Adamo ed Eva per un fatto da lui certamente previsto, ancor prima perché creò Eva da una costola di Adamo, poteva usare lo stesso metodo che aveva adottato per l’uomo. Tu sei cattolico perché nato in Italia, in India saresti potuto essere Indù, mussulmano o buddista e poi quanti Dii ci sono al mondo che sono venerati dagli uomini? Da una statistica circa trentasette di cui sette cristiani, ultima cosa che riguarda noi: all’inizio del cristianesimo i sacerdoti si sposavano poi il Papa Gregorio settimo introdusse il celibato dei preti e quindi non è cosa proveniente da Dio ma di un imbecille di Pontefice che per motivi molto discutibili soppresse il matrimonio dei sacerdoti. Ci sarebbero molte altre considerazioni da fare ma pensiamo a noi stessi: io penso di essere innamorata di te uomo, sei la persona che ho sempre desiderato di incontrare molto diverso dal mio ex marito, anch’io penso di non esserti indifferente ed allora? Se deciderai di metterti con me come marito potrai lavorare nel mio studio; a te la decisione.” Un abbraccio senza parole, Massimo, si chiamava così, si dileguò (espressione adatta) e comparve tre giorni dopo vestito in borghese, un abbraccio ad Alberto ed a Silvana e per ultimo anche a Matilde, in fondo anche lei poteva considerarsi componente della famiglia. All’arrivo Cesare: “Adesso non posso più chiamarti ‘zì prete’, tratta bene mia madre nel senso…in tutti i sensi!” Ovviamente ci fu una prima notte:  fu Silvana che prese l’iniziativa. Lungo bacio in bocca e poi sulle tette. “Sono  ritornato lattante…” “Se è possibile evita di…” Al bacio sul fiorellino: “Mi restano i peli fra i denti!” “Mi sembra di essere ad una scuola guida, mi raso i peli va bene?” Finita l’operazione: “Questo di chiama il clitoride, è come un piccolo pene, se lo solleciti riesco a provare un orgasmo.” “Scusa se è una cosa femminile perché si chiama al maschile?” Silvana non sapeva più se ridere o…”Facciamo una cosa: faccio tutto io senza parlare!” Massimo si dimostrò di essere un buon allievo anzi superò la maestra con gran gioia di quest’ultima che, dopo tanto tempo, aveva riprovato le gioie del sesso. “Quant’è bella giovinezza…” “Non toccare questo tasto, ho dieci anni più di te, maledizione!”

  • Ieri alle 8:03
    Una voglia ch'ancor sento

    Come comincia: Il vento stamane era calato e allora in un niente preparo la borsa con le esche e una bottiglia d'acqua ghiacciata e mi avvio verso il luogo di pesca, accompagnato dal solito grugare dei colombi che nella mia zona ormai sono tanti e fastidiosi soprattutto la mattina presto.
    Arrivo nella solitudine totale mentre l'aurora come al solito mi lascia incantato con quei colori così intensi.
    Il mare quasi non si muoveva e questo già mi dava subito un senso di rilassatezza che non provo mai in nessuna situazione, tranne di quando stavo insieme a mia moglie e mia figlia o adesso solo con mia figlia e penso anche quanta gente dal carattere iracondo magari si calmerebbe se prendesse la passione per la pesca in mare, lago o fiume.
    La brezza marina m'accarezzava il viso delicatamente mentre, tra i gabbiani che scappavano via al mio incedere sulla battigia, raggiungevo il posto scelto per pescare.
    Beh...mi sembrava la giornata ideale per una buona pescata...solo soletto, mare che sembrava, come si suol dire, "liscio come l'olio" e quasi bianco visto dalla mia posizione di marcia, aria fresca, l'Etna che appariva quasi giocando a nascondino tra le nuvole...cosa vorrebbe di più un pescatore?
    Incomincio bene pescando una cernietta...chissà cosa riserverà ancora questa splendida giornata di settembre.

  • martedì alle ore 15:38
    ALBERTO PENSA

    Come comincia: Cosa accade quando non ho nulla da fare o meglio, non ho voglia di far niente? È estate, mi stendo sul divano, pancia all’aria, cuscino sotto la testa ammiro il paesaggio guardando fuori del balcone, un paesaggio che mi è familiare ma che trovo sempre piacevole e rilassante. Nudo, guardo ‘ciccio’ a riposo (riposo talvolta interrotto da qualche …resurrezione, (Con l’andar degli anni si diventa filosofi!) Mi stiracchio come un gatto appena desto, sento l’Apatheia (ricordo del classico) e capisco di non essere soddisfatto della vita che conduco. In verità motivi di contentezza non ne ho molti: mia moglie, in menopausa, dice di amarmi alla follia ma non appena cerco di mettermi in bocca una sua tettina, fa la gatta indisponibile dinanzi ad un felino arrapato. Tata, vicina di casa, il mio sogno segreto, mi ha risposto che ‘nun c’è trippa pè gatti’ pur con l’offerta di diecimila  €uro pensando che non ce li ho, infatti non ce li ho! È solo il mio ottimismo che mi aiuta a superare le rotture quotidiane, intanto sono in vita, alcuni miei colleghi sono passati dalla posizione verticale a quella, definitiva, orizzontale, altri si trascinano  tristemente parlando sempre di malattie, altri dichiarano di aver raggiunto la pace dei sensi, una prospettiva alla quale non voglio pensare, come si fa a vivere senza la dolce ‘chatte’? Ma la mia fantasia costante  è la deliziosa Tata, la vedo sorridere, rughette intorno alla bocca, occhi…con la solita espressione ‘vedi d’annattene!’ Le ho riferito la storia di un fan disavvenente che, durante una crociera, con notevole faccia tosta, riesce a farsi una principessa mentre gli altri fustacci vanno in bianco beh. Ho fatto la fine degli altri: bianco totale! Mò mè so rotto, che c’javrai mai più delle artre femminucce? Lanugine d’oro, lapislazzuli sulle labbra della ‘gatta’? Ma vedi d’annattene a …
     

  • domenica alle ore 17:06
    JOHN AND JELLY

    Come comincia: I see you restless, bewildered, suspicious of your partner . Jealousy: it is a green-eyed monster that taunts the flesh it feeds on, Shakespeare is right; it is a feeling of the pagan gods towards men, they did not like mortals to 'make' their little girls; - it is a projection of one's own insecurity towards others, it is typical of a ment and weak, envious, immature; it is the prophecy of future betrayals, your hidden side , dark veiled goddess that burns within you. If at a cocktail you notice the gazed looks of the male guests attracted by the graces of your beloved, do not light the cigarette on the side of the filter, you would be intoxicated even more; if you do not own yourself you can not own a woman. Your symbol? The avenging Erinni. Are you trying to bind your partner? You can not chained a ray of sunshine !. A lustful wife could not defeat your jealousy: it would make you go to show thatyou too ... If you look at the photos of your lady swathed by a succinct bikini, smiling offers to the bystanders a lush, prosperous and lush beautiful see you do not have to complain stating : "You should not do it" not explaining to whom you refer: to the consort too generous; to the photographer who has earned us; all'allupato , dazzled spectator who admires the images. Your most hated persecutor? Andronicus 1st Emperor of Byzantium who codified the horns by hanging those of the deer he hunted on the walls of the palaces belonging to the horned husbands. For the protuberances of which you are so concerned, turn to the gods Dionysus or Pan if you are pagan or, if Catholic, in San Giuseppe and also in San Martino, they know something about it. Try to turn the page: lying on a soft bed with romantic music in the background, close your eyes and imagine your beloved who languidly emits small howls hidden under the body of a robust mask and who, looking at you, whispers: "I'm with him but it is as if you were lying count, my joy is also yours ... admire his tough face! Here you see how things should go, she would be more calm and happy, you would earn us because a trained wife is like an athlete: it makes more! And finally, do not you think that my advice should be rewarded? Please put a good word in my favor with your beloved, I would be so grateful!

  • giovedì alle ore 9:21
    UNO ZIO D'ITALIA

    Come comincia: Normalmente si parla di eredità pervenute da uno zio d’America, questa è una storia all’incontrario un nipote americano che eredita da uno zio italiano. Tommaso Z. ebbe la notizia da un notaio italo americano di New York dove abitava, John Santoro il quale: “Complimenti giovanotto è deceduto a Jesi in Italia un tuo zio Domenico M., pare sia un bel mucchio di dollari ossia di €uro, questo è l’indirizzo di un notaio del luogo, Santino D. auguri.” Tommaso M. a New York, di professione modello, era un po’ squattrinato perché era un amante del lusso, frequentava ambienti particolari in cui la differenza fra maschietti e femminucce era minima insomma…avete capito. Giunto in aereo a Roma Fiumicino arrivò a Jesi, in quel di Ancona, col treno e, per comodità, prese alloggio in un albergo vicino alla stazione ferroviaria. Il giorno successivo contattò per telefono il notaio Santino D. il quale, molto sensibile al denaro, fu molto cortese col suo nuovo cliente, si diedero appuntamento nella sala da pranzo dell’albergo. “Sono anni che faccio il notaio ma un patrimonio come quello che le ha lasciato suo zio ne ho visti pochi. Finito di mangiare andremo nel mio studio dove ho tutte il carteggio.” Si trattava di beni mobili ed immobili e notevoli somme in titoli. Tom, un po’ frastornato, mise un sacco di firme senza rendersi conto di quello che firmava, fiducia al notaio. “Vorrei acquistare una Jaguar.” “Il concessionario si trova a Pesaro, un po’ lontano, potremmo controllare gli avvisi di vendita sul giornale locale.” Tom fu fortunato, non il proprietario dell’auto che era stato costretto a venderla per motivi economici; si trattava di una X Type, quasi nuova, il cui prezzo era stato fissato in €uro ottomila come da listino di ‘Quattroruote’. Leonardo, lo sfortunato di cui sopra, faceva parte di uno staff di avvocati di un grande studio. La crisi aveva toccato anche il settore e Leonardo era stato licenziato, malgrado i suoi sforzi non era riuscito a trovare un altro incarico, per ora andava avanti con i risparmi, la Jaguar, tanto desiderata, era stata sacrificata. Leo incontrò Tommaso nell’albergo della stazione, fece provare la macchina all’acquirente e, intascato un assegno, mogio mogio stava per andarsene a prendere l’autobus quando Tommaso: “Non sia mai che la lasci andare a piedi, mi indichi la strada, l’accompagnerò a casa sua. Giunti dinanzi al portone Leonardo ritenne opportuno ricambiare la cortesia con l’invitare a casa Tom il quale fu contento di avere già conquistato un’amicizia. “La mia casa è grande, presto dovrò lasciarla per motivi economici, in Italia c’è crisi e sono stato licenziato dal posto di lavoro.“ “Io di colpo sono diventato ricco merito di mio zio Edoardo M., ma che casa grande, se siete d’accordo potrei abitare con voi pagando l’affitto, l’albergo e così triste e poi lei potrebbe guidare ancora la Jaguar.” Leo e Stella si guardarono in viso, una manna: “Cara se sei d’accordo…” “Volentieri e poi mi sembra un signore simpatico.” “Anche voi due siete simpatici, io amo uomini e donne.” Leo spalancò gli occhi e rimase immobile, anche Stella rimase basita ma si riprese presto: “Vado in cucina, oggi un pranzo speciale in onore di Tommaso, possiamo darci del tu?” “Ma certamente, le  anzi ti farò compagnia, io sono bravo nell’arte culinaria…” La frase fu seguita da una risata da parte di Tommaso che andò con la padrona di casa in cucina. Leonardo cercò di inquadrare la situazione venutasi a creare, giunse alla conclusione che non c’era altra via d’uscita che assecondare l’ospite ricco e pagante. Ma le sorprese non erano finite, finito di cucinare Tom si presentò a tavola con un grembiale da cuciniere e poi: “Non vi scandalizzate se io mi spoglio un po’…” Tolto il grembiale restò con la parte inferiore del corpo nuda, altro choc da parte dei padroni di casa che ormai avevano capito come stavano le cose. Finito di mangiare, a Tommaso sempre nudo di sotto, fu mostrata la sua camera. “Oh che bello, c’è pure il bagno, dopo un riposino mi farò una doccia. Io vorrei fumarmi una Philips Morris, nessuno ne vuole?” Leo “Io uso la pipa, buon riposo.” Anche Leo e Stella andarono a riposarsi in camera da letto, non avevano nulla da dirsi, la frase latina quanto mai giusta in questo caso: ‘Pecunia non olet’, ormai avevano accettato la situazione pensando anche alla loro figlia Azzurra studentessa universitaria a Perugia. Alle diciassette Tommaso si presentò questa volta vestito in modo elegante: “Io a New York facevo il modello.” Stella: “Sei elegantissimo, complimenti!”  La furbacchiona, anche per sondare la situazione, baciò in bocca Tom il quale parve gradire: “Cara anche tu sei deliziosa, penso ci divertiremo. Domani usciremo insieme, voglio inaugurare la carta di credito che mi ha dato il notaio, spese pazze, allegria!” Era venuto fuori il lato positivo della situazione, il trio a passeggio per Jesi visitò vari negozi di moda sia maschili che femminili oltre ad uno per riempire la ‘cambusa’. “Amo spendere denaro ed amo anche voi due, non sono religioso altrimenti ringrazierei Dio di avervi incontrato.” Dopo pranzo Leo mise un  compact disk americano in onore dell’ospite che prese Stella per la vita e si mise a ballare baciando sul collo la padrona di casa. “Cara se tuo marito è d’accordo che ne dici di andare in camera mia?” “Io devo essere d’accordo non mio marito, go all’americana!” Per sua fortuna Leo non era mai stato geloso e poi non sapeva quello che sessualmente Tommaso avrebbe preteso da sua moglie, lei aveva detto che erano fatti suoi…Dopo un’ora Leo andò dietro la porta della camera di Tom, sentì dell’acqua scorrere, aprì la porta ed intravide nel bagno due corpi nudi, viva la pulizia! “Tua moglie è una donna deliziosa, andremo d’accordo anche con te vero? Intanto che ne dici se domattina andiamo un po’ in giro in macchina, guiderai tu con me vicino, Stella potrà riposarsi nel sedile posteriore.” Sembrava un linguaggio criptato,  chiese a Stella quello che aveva combinato col giovane, ormai non si sarebbe meravigliato di niente. “Tom mi ha spogliata, sul letto ha cominciato a baciarmi dalla bocca sino ai piedi che ha particolarmente apprezzato, deve essere pure feticista, mi ha baciato a lungo la ‘cicciolina, io ho avuto due orgasmi ma come uccello ce l’ha piccolino anche se gli è diventato molto duro, curiosamente ha due testicoli molto grossi, fine della prima puntata.” C’era poco da dire, Leonardo cercò di capire che cosa Tom avrebbe preteso da lui, intanto nel cassetto della scrivania, nel suo studio, aveva trovato un mucchio di €uro da cinquanta…Durante il viaggio verso Ancona, Tom fece fermare la macchina in uno spiazzo e : “Chiedo scusa ma mi è  venuta una voglia improvvisa, Leo ti dispiace se ti tocco l’uccello, mi è venuta la curiosità di vederlo!” e si mise all’opera nell’aprire la patta da cui venne fuori un ‘ciccio’ moscio ma lungo, “Immagino quanto sarà grosso quando è duro, chiuditi, ne riparleremo a casa.” Non rientrarono subito a Jesi, andarono al ristorante ‘Osteria del Pozzo’ dove gustarono un pranzo a base di pesce. “Ci sanno fare col pesce questi anconetani!” Battuta di Tom che fece sorridere i due coniugi. A casa: “Stella ti dispiace se ti sequestro il marito, non te lo strapazzo troppo! Preferisco andare in camera vostra, sarà una novità, io amo le novità. Chissà quante volte avete fatto l’amore qui, che ne dici se una volta invitiamo anche tua moglie?” “Ormai sei a casa tua…” “Una doccia ci renderà più profumati, vieni ti lavo le spalle ed anche le…ho pensato una rima, oh madonna lo immaginavo grosso ma non così, che dice tua moglie?” “È una porcona, le piace davanti e di dietro.” Ormai Leo voleva entrare nella parte dello zozzone per vedere come andava a finire, presto detto ‘ciccio’ in bocca a Tom che non solo gradì gli schizzi  ma ingoiò il tutto, alla faccia! “Hai un buon sapore, voglio baciare i tuoi ‘gioielli’ sono bellissimi, mi fermerò lì un po’ di tempo…E si fermò tanto a lungo da beccarsi un altro schizzo in bocca. “Per finire vorrei che mi toccassi il mio ‘ciccio’ è piccolino ma voglioso.” Leonardo non aveva mai toccato un altro membro maschile oltre al suo, cercò di fare del suo meglio: “Vai avanti fammi godere, c’è un regalino per te.” Il regalino ovviamente era in €uro che Tom trovò nel suo scrittorio domandandosi fin quando sarebbe durata la storia. Ultima novità: “Stanotte saremo in tre, dormirò con voi sempre che non vi dispiaccia! io starò in mezzo, voi due ai lati. Detto fatto, Tom allungò le mani a destra sull’uccello di Leo a sinistra sulla ‘cosina’ di Stella  cpm lòa conseguenza che a Leo ‘ciccio’ montò come la panna e Stellina cominciò a goderecciare o a far finta per far contento l’anfitrione il quale versò le sue attenzioni solo a  Leo. “Stella scusami ma vorrei andare dentro tuo marito, ho la vasellina non gli farò male e poi come vedete ce l’ho piccolo.” Detto fatto, il padrone di casa si trovò un cosino dentro il suo didietro, vergognandosi un po’ per la presenza della moglie, cosino che andava avanti ed indietro procurandogli una non prevista sensazione piacevole di cui lui stesso rimase meravigliato. Senti dentro il sedere uno schizzo fortissimo come fanno quelle pistole ad acqua che si usano in spiaggia, Leo stava per ritirarsi quando: “Ti prego fammi restare ancora, sono diecimila.” Un attimo di sincerità, senza essere troppo convenzionali in quelle condizioni che decisione avreste preso?” Leonardo fu per il si tanto più che la proposta fu reiterata e così diventavano ventimila. A Leo non mancò il senso dello humor anche in questa occasione: “Se mi regge il culo arriverò a centomila, non ci arrivò ma si beccò lo sfottò della consorte. “Non avrai più bisogno delle supposte per andare in bagno!” Pure preso per il culo. Una novità in casa M., Azzurra aveva comunicato che avrebbe passato un periodo a casa, arrivo l’indomani. Leonardo in Jaguar andò a prenderla alla stazione, grandi baci e abbracci, si volevano bene padre e figlia la quale fu informata in tutti i particolari delle novità avvenute nella sua famiglia. Leo si aspettava una reazione di confusione mentale da parte di Azzurra mentre la stessa: “Papà all’università di Perugia ne ho viste di tutti i colori, c’era perfino un ermafrodita brasiliana o brasiliano che dir si voglia, invece mi farà piacere conoscere questo Tommaso il quale si fece trovare all’ingresso elegantemente vestito. “Che ragazza meravigliosa, una modella, marito e moglie ci avete messo molto impegno, cara Stella se sarai d’accordo faremo qualche passeggiata insieme a Jesi e dintorni, sai guidare la Jaguar di tuo padre? Io preferisco fare il passeggero.” In un attimo Tom aveva cambiato tutto nel menage di casa anche con l’aiuto di Azzurra, partita persa per Leo e Stella che sperarono in un destino a loro favorevole, non c’era altro da fare. Giorno successivo acquisti da parte della pulsella nei vari negozi già visitati da suo madre e da suo padre, ormai erano conosciuti. Nuova conoscenza fu invece quella dei camerieri del bar Pardi, il migliore della città. Mostrando un biglietto da 50 €uro Tom chiese: “Portateci il vostro miglior prodotto.” “Abbiamo della eccellente pasticceria e del caffè freddo divino.” Il cinquantino sparì nelle tasche di Giovanni il cameriere più anziano che, dopo un quarto d’ora si presentò con quanto promesso. “Azzurra si buttò sui pasticcini mugulando per la gioia di mangiarli, Tom preferì il caffè che si dimostrò di sapore molto particolare, mai assaggiato. Finita Azzurra di abbuffarsi Tom: “Complimenti, verremo altre volte in questo bar, per favore riservateci il tavolo più nascosto, a presto.” “Mamma non ho fame, sono andata da Parti ed ho fatto la porcellona:” Allarmata Stella:”In che senso?” “Mi sono riempita di pasticcini, buonissimi come ricordavo, una volta ci porteremo anche te e papà, per oggi niente pranzo.” Il giorno successivo, la mattina, i due giovani si erano dati appuntamento nel soggiorno per la prima colazione, Tom era vestito sportivo, Azzurra indossava parte dei vestiti acquistati il giorno precedente, papà e mamma se ne accorsero ma non fecero commenti d’altronde…Azzurra si diresse verso Cingoli paese montano dove d’estate andavano in villeggiatura molti romani. “Qui conosco una ragazza titolare di un negozio di articoli fotografici, è simpatica, te la presenterò. “Concetta questo è Tommaso il mio fidanzato americano, abbiamo dimenticato di portare una macchina fotografica…” “Ve la presto io.” “Preferisco acquistarla, qui c’è la mia carta di credito.” “Caro Tommaso, cara ti costerà, milleottocento €uro, meglio che…” “Vai facile, sono ricco.”Azzurra seguì l’amica nel retro della bottega: “È vero che sta bene a soldi?” “E tu pensi che mi prendevo un morto di fame, sto scherzando, è veramente ricco.” Ovvio sguardo d’invidia dell’amica:”Se al ritorno avete scattate delle foto, portatemi la scheda, riesco a stamparle in poco tempo.” Tom e Azzurra si allontanarono dal centro e si spinsero sino al monte S.Vicino, Tom cominciò a scattare foto a ripetizione di Azzurra prima vestita e poi sempre più spogliata sino al nudo totale, la ragazza non era conformista, questo fece molto piacere a Tom a cui era venuto un certo pensiero in testa. Telefonarono a casa, è buio, preferiamo dormire a Cingoli in albergo, a domani.” Leo e Stella si domandarono angosciati cosa sarebbe successo fra i due, ma erano impotenti a cambiare il destino, quella notte dormirono poco come i due giovani che avevano molto da dirsi: “Caro Tom io sono una ragazza del ventunesimo secolo, a Perugia ho visto molte cose cambiate in tutti i campi nei giovani, su due cose solo non transigo sul buon gusto e sulla violenza oltre naturalmente che sui pettegolezzi della gente che per i ceti più alti come il nostro comporterebbe un cambiamento di città, io devo laurearmi in medicina, specializzazione ginecologia.” “Allora ami di fiorellini?” “Non più di tanto, anche se non sei un tipo normale come si dice in gergo, penso che tu sia di animo buono, cosa che io apprezzo, per il resto vedremo ma non ti preoccupare, non sono religiosa, penso che tutti i prodotti generati su questa terra sono frutto della natura, io li accetto come accetterò te con tutti i tuoi problemi, questo è il nostro matrimonio che durerà per sempre, perlomeno da parte mia…” Tommaso ebbe un pianto irrefrenabile, aveva trovato la persona giusta per sé, l’avrebbe amata e rispettata per sempre.

  • 12 settembre alle ore 18:05
    W la pesca!!!

    Come comincia: È luogo ormai comune dire che l'Italia è un Paese di navigatori, inventori, artisti di ogni genere e soprattutto poeti ed anche buoni pescatori agonistici e non.
    Io, comunque, (a parte di essere stato un inventore negli anni giovanili e studenteschi quando me le inventavo tutte per cercar di fregare i miei genitori raccontando balle su balle quando marinavo la scuola o ero impreparato se venivo interrogato), so andare in barca (a remi), a detta di esperti del settore sarei anche un poeta e sono un pescatore (di livello medio-basso) per hobby (solo e unico). 
    Per quanto riguarda che mi definiscano un poeta dicono che se nel contenuto degli scritti si riesce a trasmettere il messaggio attraverso le immagini suscitate dal ritmo e la musicalità dei versi (ch'è la cosa più importante) allora si è un poeta ed avendo i miei scritti questa peculiarità mi annoverano nella categoria dei poeti.
    Di andare in barca e remare ormai ci vado solamente coi ricordi e quindi è meglio lasciar stare.
    Tutt'altra cosa invece è star a parlare dell'essere pescatore e quello che sento nel cuore e nella mente quando pratico questo hobby per me bellissimo, impegnativo ma allo stesso tempo di un rilassamento quasi unico.
    Intanto vedere l'alba e gustarsela è quasi indescrivibile e comunque in qualche modo l'ho descritta in molte mie poesie che poi inserirò nel mio prossimo libro dal titolo definitivo "Io e..." nelle pagine "Io e il mare".
    Non è solo questo però...
    Vi è anche la passione (che un pò sta scemando a causa di vicissitudini negative private, che non sto qui a raccontare), perno della vita di chi se la vuol godere.
    Personalmente la passione per la pesca in mare e da terra è arrivata tardi e cioè quando son rientrato trasferito da Sondrio dopo ben 12 anni di lavoro in Poste Italiane e dove avevo incominciato a pescare nei laghi e fiumi dove non era necessario alzarti all'alba, momento, per quanto riguarda il mare, di frenesia alimentare di pesci anche di taglia notevole.
    Dico ch'è arrivata tardi poichè mio cognato Antonio, anch'egli appassionato di pesca ma soprattutto all'inglese, mi diceva che bisognava svegliarsi alle 04 per poter essere almeno alle 04,30 sul luogo di pesca e questo proprio non mi garbava, prima di tutto per l'orario, poi perché avevo la figlia piccolissima e immagino si sappia quanto sia stressante gestire una situazione simile durante le vacanze...anzi dirò di più...
    Io amante del mare, uomo di marina, scappavo dal mare dopo 3 settimane perché non vedevo l'ora di rientrare a Sondrio, riposarmi anche lavorando e pescare...vedete voi...
    Adesso, dopo 16 anni dal rientro in Calabria, toglietemi mare e pesca e faccio una strage.
    La pesca che pratico è la ledgering, varie volte con la bombarda per aguglie e lecce, all'inglese e spesso a fondo e con canne che non superano i 300 gr. perché, non potendo usare il braccio sinistro (per una frattura al gomito avuta a 4 anni) mi stanco presto e quindi la pesca a fondo è ormai la mia preferita con filo al mulinello del 18, piombo ad oliva scorrevole su lenza madre, finale con amo (di vario tipo in base al pesce da insidiare) che va dal 6 a massimo 12 su filo del 12/16.
    Aspetto positivo della pesca è che giri, vedi nuovi posti, incontri gente nuova, posto e gente che forse mai conosceresti.
    Cosa che m'è successo ma non durante la pesca ma mentro ero in vacanza all'isola di Ortigia e mentro cercavo un luogo adatto per pescare.
    E chi t'incontro al porto sulla via marina di Ortigia?
    Niente popodimenoche: il grande Salvatore Zenga tutto concentrato vicino a un altro grande: Alessia Giovanni Barone.
    Arrivo proprio mentre il Barone allama una leccia e dopo la presentazione e qualche domanda, mi indica lo Zenga, seduto sulla sua destra, al quale mi avvicino e mi presento.
    Devo dire ch'è stato piacevole parlar con lui ed il Barone, persone serie e simpatiche che mi hanno dimostrato in meno di mezz'ora il loro esser pescatori esattamente da come traspare dai giornali o programmi del settore.
    Dopo una breve chiacchierata li saluto, in particolare lo Zenga col quale ci proponiamo di sentirci sui profili di Fb e Messenger come stiamo in effetti facendo.
    Intanto stamattina, dopo più di 2 settimane, ho deciso, dato il bel tempo, di provare un luogo suggeritomi per delle buone triglie: a Pilati, frazione della mia città, Melito di Porto Salvo (RC) e così è stato...una triglia di circa 180 gr. 
    Poi si è alzato un forte vento grecale che mi ha costretto a ritirarmi con uno scarso carniere che però mi evita il cappotto, termine odiato da chi pesca.

  • 10 settembre alle ore 10:36
    AMORI DI MAMME

    Come comincia: “Anna posso venire a casa tua?” “Certamente è successo qualcosa di spiacevole? “Diciamo di particolare, aprimi la porta per favore.” “Allora ti vuoi spiegare finalmente?” “Il problema sono i miei figli Pietro e Paolo; visto che avevano sempre le occhiaie e dimagrivano a vista d’occhio li ho portati dal medico, sentenza: stì zozzoni si sparano troppe seghe!” “Scusami ma come potrei aiutarti?” “E qui vien fuori…” “Forse sto cominciando a capire ma, ovviamente sono molto perplessa, forse pensi che io… “Penso, cara Anna, penso che questi due imbecilli mi diventano tubercolosi se non la smettono, questo è il verdetto del medico Arena, sono disperata, non so come farli smettere!” Giovanna aveva cominciato a piangere e istintivamente aveva preso a baciare in bocca l’amica Anna. “Giovanna ho una gran confusione in testa, non so che altro dirti, io ti voglio bene, vediamo cosa si potrà fare.” Anna rimasta solo si era rifugiata nel letto, a occhi chiusi pensava ad uno scenario futuro, prima di tutto quel bacio in bocca della sua amica, non era mai successo e poi ai due ragazzi lei, quarantenne, li aveva visti prima nascere e poi crescere, gli voleva bene ma ad avere dei rapporti con loro, non ci si vedeva proprio a far da ‘nave scuola’ ai due cucciolotti sedicenni, forse l’avevano troppo piccolo o si sarebbero vergognati di….con la zia Anna, uffa, Giovanna l’aveva proprio messa in crisi, se ne accorse Alberto, suo marito titolare di una grande panetteria in via Garibaldi a Messina.  Alberto, come tutti i panettieri,  per motivi di lavoro si alzava ogni mattina alle quattro, il pomeriggio si riposava e la sera di nuovo al lavoro.  Alberto ed Anna erano una coppia particolare, erano cresciuti praticamente insieme nello steso stabile in via Colapesce, avevano avuto le prime esperienze sessuali fra di loro e, mentre Alberto durante il servizio militare aveva ‘conosciuto’ altre femminucce, Anna solo il marito. Avevano promesso, prima di sposarsi, di essere assolutamente sinceri fra di loro, promessa che allo stato attuale per Anna era difficile da mantenere per ovvi motivi. “Anna ti vedo strana, problemi?” “Ho capito, quando ti sentirai di parlarmene sarai tu a decidere.”A mezzogiorno squillò il telefono a casa di Giovanna: “Anna dimmi tutto.” “Ora te la fai con le femminucce, auguri!” Era Giacomo l’ex marito da cui  dieci anni prima aveva divorziato, motivo, incompatibilità di carattere ma la natura non era stata amica di Giovanna che dichiarata sterile dai medici e risposatasi con Alessandro, cassiere alla Banca d’Italia, era rimasta vedova con i due gemelli, la telefonata di Giacomo l’aveva riportata indietro negli anni in modo per lei spiacevole. “Ho da fare, che ti serve?” “Che ne dici di farti una visitina, so che sei rimasta vedova, forse un po’ di compagnia… “ “Mi stai scocciando, dimmi il motivo per cui mi hai telefonato, tu non hai mai fatto nulla senza un tuo interesse, allora?” ”Mi hanno riferito che i tuoi due ‘pischelli’, li chiamo alla romana perché sono romani, tu e tuo marito li avete adottati, tu non ne puoi avere mentre io con mia moglie inglese, cattolica integrale ma piena di sterline, in sei anni abbiamo tre bambocci, tu sei fortunata puoi andare con chi vuoi senza problemi. Che ne diresti di una sveltina con me? Ricordo che eri piuttosto bravina…” “Maledetto, se per caso spargi la voce che i miei figli sono adottivi ti troverai con gambe e braccia rotte, stronzo.” Così finì la conversazione di Giovanna con Giacomo, conversazione che lasciò una Giovanna distrutta nel morale, una mattinata iniziata male e finita peggio. Stavolta Anna non tenne conto della promessa fatta a suo marito di essere completamente sinceri fra di loro, come confessare che si sarebbe fatta sc…re da due ragazzi, un conto avere la mente aperta ma  questo caso era estremamente particolare per usare un eufemismo. Pensò che la cosa migliore fosse confidarsi con Anna, fra donne ci si capisce meglio e poi era interessata alla faccenda. Alla fine della confessione Anna restò ad occhi spalancati, novità da film, Anna si beccò altro bacio in bocca stavolta corrisposto, per lei era un segno di consolazione. Il sabato i ragazzi non avevano scuola, Alberto more solito al lavoro, alle sette Pietro e Paolo erano già in fibrillazione, a sedici anni il primo  rapporto sessuale è estremamente eccitante. Telefonata: “Anna questi non li tengo più, che mi dici?” ”Mandameli uno per volta, io provvedo a mettere della gomma americana sullo spioncino della vecchiaccia che abita davanti al mio appartamento, non voglio che…” I due avevano fatto pari e dispari per sorteggiare chi doveva essere il primo: vinse Pietro e in pigiama e pantofole scese di un piano e si infilò in casa di Anna. “Zia, non so che dirti, non ho dormito tutta la notte, non vedevo l’ora…” “Calmati, l’ora è giunta, vedo che già sei in posizione, fatti il bidet. “Mi sono lavato due volte!” e tirò fuori dal pigiama un coso niente affatto piccolo che sorprese Anna che si era spalmata la cosina e quindi il ragazzo entrò alla grande ed alla grande in pochi secondi inondò la vagina della ‘zia’. Pietro rimase male ma rimase dentro e cominciò ad andare avanti ed indietro a lungo sin quando sentì il suo coso schizzare per la seconda volta lo sperma all’interno della vagina di Anna che in verità gradì la cosa, suo marito era meno efficiente. Paolo impaziente dietro la porta di casa sua, nel vedere il fratello ritornare si catapultò per le scale e vista la zia nuda l’abbracciò forte baciandola in bocca. “Caro mi fai male, le femminucce vanno trattate con dolcezza!” “Zia, un mio amico mi ha confessato che le ragazze talvolta si mettono il coso maschile in bocca:” Ma guarda cosa va a pensare stò zozzone. “Va bene, andiamo sul letto.” Anche Paolo ebbe un orgasmo immediato nella bocca di Anna che andò in bagno a lavarsi. “Ora vieni dentro la zia, è lubrificata ma vai piano lo stesso, tutti e due i fratelli avete un coso più grosso del normale.” Solito schizzo sul collo dell’utero ancora gradito da Anna e poi la pace dopo la tempesta. Alberto non era uno sprovveduto, capì che bolliva in pentola qualcosa di nuovo e di anormale, guardando negli occhi la moglie la pregò di dirgli tutta la verità. “Non vorrei che ne rimanessi scioccato e fosse la fine del nostro matrimonio.” “Io sono peggio di una zecca, non ti lascerei mai qualsiasi cosa tu abbia commesso, vai col racconto.” “Pian piano che gli avvenimenti vennero alla luce Alberto, con la pipa in bocca, pian piano cercava di rendersi conto della situazione quasi dovesse centellinare i singoli fatti e vedere in fantasia il  comportamento dei vari personaggi, più che altro si meravigliò di Anna, lui non era un puritano anzi aveva sempre dileggiato i gelosi ma essere diventato becco per ‘merito’ di due ragazzi…”Cara il film è finito e gli spettatori tornano a casa o meglio a letto, domani è domenica e me la voglio gustare sino a mezzogiorno, bacino…” A proposito di baci Anna aveva omesso di parlare di quelli ricevuti da Giovanna che in un certo senso le erano piaciuti, un segreto che voleva tener per sé. Fu lei a portare il caffè a letto al marito già sveglio. “Cara hai dormito bene, io una bomba ero proprio stanco, se per caso c’è qualcosa pure per il maritino io son qua.” Anna accontentò Alberto con quello che più lui desiderava, il popò e riuscì anche ad avere un orgasmo con la vagina.” “Vedo che sei in forma, pensi di andare ancora con quei due ragazzi? Va bene, il problema è tuo, penso di aver capito le motivazioni tue e quelle di Giovanna, a proposito della quale…Niente, dato che è sarta volevo farmi cucire uno strappo dai miei pantaloni.” Bugiardo matricolato voleva si farsi toccare i pantaloni ma dalla parte della patta! E così Alberto cominciò a sognare quella donna che gli passava sempre davanti senza poterla avvicinare da vicino…Una mattina, ragazzi a scuola squilla il telefono di Giovanna. “Anna sei tu?” “Stavolta è Anno mia cara, forse preferivi mia moglie ma sono io, mi piacerebbe un po’ parlare con te.” “Parliamo di qualsiasi argomento, va bene l’immortalità dell’anima?” Giovanna cercava di svicolare mettendola sull’umorismo, aveva capito dove voleva arrivare Alberto che fesso non era ed anche piuttosto belloccio. “Io tendo ad essere più terreno, preferisco l’al di qua all’al di là.” “Pensi che possiamo finirla con le schermaglie, tu hai saputo dei rapporti dei miei ragazzi con tua moglie e vuoi rifarti.” “Messa così mi sembra una cosa squallida, mi sei sempre piaciuta molto ma non voleva cambiare gli equilibri della nostra amicizia ma a questo punto vorrei del ‘becchime’ anche io.” “Carina questa similitudine da pollaio, pensi di informare la tua gentile consorte oppure…” “La mia gentile consorte s’è sbafato due giovani galletti che l’avranno sicuramente fatta godere, teniamoci i nostri piccoli segreti che non fanno male a nessuno, se sei d’accordo domattina, usciti i ragazzi, verrò a farti una visita. “ Chi tace acconsente e così l’Albertone pimpante ed arrapato alle nove si presentò a casa di Giovanna che non si era fatta trovare impreparata, in baby doll senza la parte di sotto, profumata e sorridente abbracciò un Alberto già in posizione che fece dire alla signora: “Dove vuoi andare col quel coso, mai visto uno tanto grande e grosso, vacci pianino, per favore.” Dopo i primi ahi ahi iniziali il coso grosso andò in profondità per poi ritirarsi a metà vagina, di colpo Giovanna provò un orgasmo talmente forte da farla vibrare molto a lungo e fortemente, alla fine rimase senza forze. Appena ripresasi “Non son riuscita a capire come hai fatto, io non ho molta esperienza con i maschietti ma tu…A proposito con tua moglie?” “Poverina che la vogliamo lasciare solo a fare la badante sessuale agli imberbi, anche lei se la gode alla grande.” Anna non aveva mai fatto accenno a quell’orgasmo specialità di suo marito, forse per gelosia o per altri motivi, glielo avrebbe chiesto. La situazione si evolveva come previsto con qualche variazioni: il sabato i due ragazzi si erano presentati insieme ad una Anna sorpresa, proprio non se l’aspettava dover soddisfare i due fringuelli arrapati, ci pensò un attimo a poi decise: Pietro sotto col ‘ciccio’ in erezione da infilare nel suo popò, Paolo sopra di lei dentro la ‘vogliosa’, un trenino apprezzato da tutti e tre molto a lungo, poi “Ragazzi basta, i miei buchini se la son goduta ma ora mi fanno male, a sabato!” Malvolentieri i due giovani levarono le tende e furono raggiunti a casa di Anna dalla mamma. “Andate a casa devo sistemare alcune cose con lei.”Ormai non c’era bisogna di parlare fra di loro. I ragazzi presero a ‘frequentare’ meno la zia, motivo: avevano incontrato due coetanee che volentieri  offrivano i loro servigi. Anna e Giovanna curiosissime andarono all’uscita della scuola per conoscere le due baby  in verità carine ed un po’ snob: “Queste sono nostra madre e nostra zia.” “I vostri gioielli sono in buone mani, arrivederci!”La due puttanelle avevano uno sfottò senso delle humor poi da sole con i due ragazzi: “Sono due p.p.c.” “Tradotto vuol dire per copia conforme?” La Domanda di Pietro. “No pronte per crisantemi!” e giù a ridere. Quella risposta poco educata non fu riportata a mamma e zia, in fondo i ragazzi erano molto affezionate a loro, erano state brave ed affettuose maestre di sesso. Oggi giorno che passava Anna e Giovanna erano più sole e si facevano compagnia in casa, anche Alberto ‘svicolava’ con una cliente più giovane della consorte. Conclusione i baci fra di loro diventarono più frequenti e portarono a rapporti più profondi sessualmente, bacini bacioni anche sulle tette e sui fiorellini, Anna aveva trovato fra le cose di Alberto un vibratore con cui era riuscita a provare ed a far provare alla sua amica ed a lei stessa le sensazioni favolose  del punto G., potevano far a meno dei maschietti!
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 06 settembre alle ore 9:14
    IL RISVEGLIO DI UN UCCELLO

    Come comincia: Gaetano C. , con al braccio la consorte, stava uscendo dalla chiesa di S.Ippolito a Messina quando incontrò Alberto M. suo conoscente il quale: “Gaetanuzzo ti ricorderò nella mie preghiere.” “Albertuzzo, amico mio, lascia perdere, mi manderesti all’Inferno, tu sei ateo.” “Ti sbagli, io sono pagano ed in particolare adoratore di Hermes uno dei dodici dei dell’Olimpo, un po’ come un nostro deputato, quando ho bisogno è lui che…” “Non sei convincente: Hermes, per i latini Mercurio, non godeva di buona fama; astuto, era il re dei ladri, dei bugiardi e degli imbroglioni.” “Mon ami, oggigiorno le persone per bene come te non hanno buona sorte,  quando ogni tanto combino qualche casino ovvero devo venir fuori da situazioni ingarbugliate mi rivolgo a lui, ogni volta gli sacrifico un agnello (ma poi me lo mangio io) e risolvo i problemi. Sto andando a trovare un parrino perché mia vicina di casa Arianna deve fare la cresima, è orfana e vive con i nonni piuttosto anziani, a me quindi il compito di…ma non conosco nessuno.” “Andiamo in chiesa, ti  presento io.” In sacrestia: “Ecco i padri Gino e Igino,  è un caso che abbiano nomi quasi simili, questo è Alberto che deve chiedervi delle informazioni, non è religioso, vedete cosa potete fare.” Il primo aveva una figura elegante, raffinato un po’ femmineo mentre il secondo non gli assomigliava affatto: più basso, brevilineo, probabilmente di provenienza contadina dal faccione cordiale e sorridente. “Padri mi siete simpatici ma vorrei restare pagano senza essere messo al rogo come eravate abituati a trattare nel Medioevo i miscredenti.” “Gino: “Lei un giovane, simpatico, massimo potremmo invitarlo a pranzo.” “Ma non nei giorni di digiuno!” “Gino: “Vedo che lei ha il senso dello humor, io sono laureato in lettere e apprezzo i tipi come lei. Per La cresima le telefonerò, mi lasci un suo biglietto da visita.” Per Alberto era un periodaccio in quanto a denaro: titolare di una fabbrica di elettrodomestici e frigoriferi in particolare, negli ultimi tempi aveva dovuto subire la concorrenza internazionale, soprattutto cinese, e quindi la merce si ammonticchiava in magazzino non venduta. “Alberto convocò i cinque suoi operai facendo presente la situazione, peraltro a loro nota, prospettando un eventuale licenziamento. Alberto, come promesso, fu invitato dai due sacerdoti a pranzo e, poiché la moglie Anna M. era dalla madre ammalata, si portò per compagnia Sonia ed Alfredo F., figli di un suo dipendente, ragazzi belli, giovani e pieni di vita.  Al loro ingresso ebbero un’accoglienza particolare: Sonia da parte di padre Igino che le fece tanti complimenti mentre Alfredo fu quasi preso in ostaggio da Gino che:” Che bel giovane, se ti devi confessare vieni da me!” Alberto si rese subito conto della situazione e dentro di sé si fece matte risate: un omo ed un mandrillo! A pranzo parlando in generale del più e del meno venne fuori la storia del probabile fallimento della fabbrica  di Alberto che quasi non riusciva quasi più a parlare, anche i due ragazzi sapendo che il loro padre poteva essere licenziato, divennero scuri in viso. A mutare l’atmosfera fu padre Gino il quale: “Amici miei, permettetemi di chiamarvi così, forse posso risolvere io la situazione, io sono diciamo piuttosto ricco di famiglia ed ho molte conoscenze in Vaticano, vediamo se posso farvi dare una fornitura per tutte le parrocchie che abbiano bisogno di elettrodomestici, su di morale!” L’atmosfera cambiò di colpo, i ragazzi abbracciarono calorosamente padre Gino. La promessa del prete ebbe risultato positivo, dopo pochi giorni cominciarono a giungere le ordinazioni con gran gioia di Alberto e dei suoi operari che ripresero a lavorare di gran lena. Alberto ritenne opportuno ricambiare la cortesia di padre Gino invitando lui ed il suo collega Igino ad una festa di pomeriggio a casa sua, invitati, fra gli altri  Arianna, Sonia e Alfredo. Con gran sorpresa di tutti coloro che li conoscevano, i due preti si presentarono elegantissimi in abiti borghesi,  nessuno dei presenti fece dei commenti. Padre Igino dimostrò di essere  un simpaticone con giochi di prestigio  fra gli applausi di tutti i presenti. Sottofondo della musica sentimentale americana messa da Alberto che, affascinato dalla bellezza di Sonia pensò di poterla invitare a ballare ma, sorpresa, sorpresa, fu preceduto da padre Gino: “Figliolo sei arrivato secondo e, come dice il proverbio, chi arriva secondo va in bianco!” Un po’ tutti iniziarono a danzare, Alberto sconfitto sul campo, ripiegò su Arianna; la ragazza aveva un vestito piuttosto scollato e mostrava la sua beltade soprattutto anteriore. Alberto, vecchio zozzone, anche per il profumo particolarmente femminile che emanava la ragazza, si eccitò e cominciò a ballare stringendo a sé sempre più la giovane la quale  prese la cosa sorridendo, non altrettanto Anna, legittima consorte che, per vendicarsi invitò a ballare Alfredo imitando suo marito. Alfredo si eccitò a tal punto che il suo membro ventenne fu ben sentito dalla padrona di casa che, anche lei eccitata, volentieri avrebbe voluto…avrebbe… La stessa pensò che forse  poteva invitare il ragazzo a casa sua in altra occasione, così Alberto sarebbe stato ricambiato ma poco calea all’interessato dopo tanti anni di matrimonio… Alla fine della serata Alberto accompagnò i due sacerdoti alla loro macchina e rimase basito: una Maserati Ghibli con vetri oscurati. Quel pomeriggio era accaduto qualcosa di imprevedibile: padre Gino cominciò a contattare  Sonia parlandole delle sue faccende personali. Era natio di Udine dove ancora risiedevano i genitori; a sedici anni aveva avuto un rapporto omosessuale con un compagno di scuola che lasciò un segno negativo sulla sua psiche, non riusciva ad apprezzare le bellezze femminili ma, da allora, veniva attratto solo dai maschietti con gran dolore di suo padre, fervente cattolico che accompagnò suo figlio dal suo confessore. Il cotale convinse Armando ad entrare in Seminario perché solo in tal modo avrebbe potuto guarire da quella sua predisposizione. Inutile affermare che non c’era niente da guarire tanto che, divenuto sacerdote ad Udine, Armando, preso il nome di don Gino, ebbe una relazione omo con un suo collega, relazione che fu coperta dal Vescovo il quale, come punizione, lo spedì a millecinquecento chilometri di distanza a Messina. La fine della festa pose fine anche alla confessione di don Gino che chiese a Sonia di poterla rivedere; anche se con riluttanza la ragazza aderì alla richiesta. Difficile trovare un luogo dove i due potessero stare insieme senza essere notati, tutti nei dintorni conoscevano il prete e così Armando e Sonia si rifugiavano nel garage della parrocchia dentro la Maserati di lui. Quando si incontravano, capitava spesso che ad Armando venissero le lacrime agli occhi, la parte maschile di lui si stava innamorando della ragazza la quale capì la situazione anche senza sapere come venirne fuori. Durante una notte in bianco a pensare alla sua situazione, padre Gino decise di passare il Rubicone: ritornare allo stato laico. La mattina telefonò al segretario del Vescovo chiedendo una udienza. “Sua eccellenza è molto occupata, può dire a me.” “È una questione strettamente personale veda quello che può fare., vedrò di dare un aiuto ai poveri della parrocchia.” Il pensiero dei ‘denari’ fece capitolare il segretario che: “Venga domattina alle nove, mi raccomando preciso.” Il Vescovo all’inizio era sorridente ma poi alla richiesta di don Gino si rabbuiò: “Ha pensato bene al passo che vuol compiere, è come rinnegare la sua vocazione, ci rifletta bene, un peccato mortale!” “Eccellenza mi scusi la franchezza ma i peccati mortali sono solo quelli che portano all’uccisione di un essere umano, per cancellare gli altri peccati basta far del bene ai poveri, agli handicappati  ed ai diseredati, ormai ho deciso, andrò in sacrestia a presentare l’istanza.” La notizia si sparse fra il vicinato della parrocchia, Armando in abiti  civili con berretto in testa per coprire la tonsura, si recò in una agenzia per poter affittare un alloggio, possibilmente al centro di Messina. Fu fortunato: al primo piano di un edificio in una strada laterale del viale S. Martino era disponibile un appartamento di tre stanze cucina a bagno, l’importante per lui era non conoscere persone che gli avrebbero potuto far domande sulla sua vita privata. Vicino all’ingresso di casa sua c’era quello di uno studio medico di ginecologia il cui titolare, anziano e stanco del mestiere forse per aver visto troppi ‘fiorellini’, la maggior parte non tanto ini, lo salutò con: “Beato te giovanotto, ormai io sono sul viale del tramonto o meglio della notte, auguri!” Il primo ingresso avvenne con la futura sposa in braccio ad Armando, la casa era ammobiliata con gusto, anche Sonia si innamorò di Armando che prese ad andare in palestra con lei. Suo padre, venuto a conoscenza della situazione di sua figlia diede la sua benedizione, la solita storia ‘pecunia non olet.’ La cosa più difficile fu per Armando prendere confidenza col sesso, la ragazza aveva avuto un’esperienza con un compagno di scuola a sedici anni ma lui…Per sua fortuna Sonia aveva il senso dello humor: gli prendeva in mano ‘ciccio’ moscio e lo sgridava: “Guarda che ti lasciamo a casa a fare esercizi!” Nessun risultato. A mali estremi…Sonia era in confidenza con una farmacista alla quale chiese di acquistare un ‘pillola rosa’. Adelaide, la farmacista si esibì in una risata talmente forte da far girare tutti i presenti: “Te lo sei beccato troppo vecchietto? Scusami, talvolta esagero, ti do il ‘Levitra’, di solito funziona dopo mezz’ora dall’assunzione, per augurio non te la faccio pagare, ciao.” Sonia a cena pensò bene di non rivelatore il trucco ad Armando (ormai lo chiamava così) e mise il medicinale nel bicchiere dell’acqua. Il giovane voleva uscire ma Sonia insistette per un ‘riposino’ in cui era da lei previsto una fellatio. “Io ho studiato in seminario il latino ma mai ho incontrato questa parola.” La ragazza le rispose : “Te credo, i pompini non sono previsti nel Vangelo!” Pian piano la pillola cominciò a funzionare, Armando era basito, finalmente… Finalmente ‘ciccio’ si risvegliò del tutto e riempì il cavo orale della compagna, per la contentezza la ragazza sparse il seme un po’ dappertutto e baciò in bocca Armando che si schifò. “Che brutto sapore!” “Abbiamo ottenuto quello che tanto desideravamo e tu ti formalizzi per un po’ di tuo sperma in bocca, piuttosto festeggiamo dentro la mia cosina tutta già bagnata e ancora vogliosa!” Era il 3 settembre anniversario della nascita di Armando il quale, via filo, ricevette gli auguri della mamma la quale fu informata dell’avvenimento e, da quello che i due sentirono per telefono, anche il papà ebbe la buona notizia. Era destino: Sonia rimase quasi subito incinta ed insieme ad Armando rientrarono al paese natio del giovane con la Maserati facendo un chiasso indiavolato col clacson sotto casa. “Imbecille presto sarai nonno!” era facile capire a chi era diretta quella frase. Ed Anna, la moglie di Alberto? ogni tanto telefonava ad Alfredo per passare un pomeriggio insieme, non fu da meno Alberto con Arianna. Nacque Regina, quasi quattro chilogrammi, che fece un po’ penare la mamma ma fu la gioia di tutta la famiglia. Volete sapere cos’è la ‘tonsura’? Era una furbizia della Chiesa che aveva imposto agli ecclesiastici di farsi rasare sulla sommità della testa un circolo di capelli così, anche se in borghese, gli stessi erano facilmente riconoscibili!

  • 05 settembre alle ore 18:50
    Nonna

    Come comincia: Che viola tenue hanno sbocciato le ortensie, quel violetto arricciolato che ricorda i capelli di nonna, sotto a un fazzoletto con quattro nodi, uno per ogni angolo, a mo' di cappello. ***** Mi pareva così ridicola, china su un'erbaccia a litigare con la lunga radice, il lurido grembiule e i gambali di gomma verde. Ero giovane e me ne vergognavo, non era la nonna elegante che sognavo. Era la nonna con un fazzoletto in testa, un fazzoletto chiazzato di muco, sudore ed erba. Al mio arrivo si sollevava piano, tenendo le mani sulle reni, sorrideva sdentata tra una ragnatela fitta di rughe e mi baciava scostando la frangia. Com'era lieve quella mano ruvida, ancor più lieve del bacio. -Diventerai strabica-diceva. E la sua voce sfuggiva via veloce come un fruscio d'ali di farfalla.

  • 05 settembre alle ore 18:47
    Come quando fuori piove

    Come comincia: Come quando Amelia guarda il mare e fuori piove. Tutto diventa una matassa grigia che infeltrisce nei suoi occhi. -Papà- mormora senza voltarsi. E lui deve intuire i suoi pensieri, stesi tra i fili delle barche a vela. Si siedono uno di fronte all'altra, il pasto domenicale che non ha nulla di festoso, mangiano piano, sospendendo i rebbi della forchetta per pungere l'emozione che gonfia gli occhi. L'ombra d'un gabbiano appollaiato sul davanzale a riempire quel posto vuoto.

  • 04 settembre alle ore 22:25
    Due graffette

    Come comincia: Due graffette immobilizzano questi fogli a righe, un infinito di linee azzurrine riempite di parole che si inseguono come mercurio in un termometro. Fosse semplice farle cadere con una scrollata, abbassarne il dolore giunte a fine riga. Difficile contenere lo spazio entro pochi centimetri di coerenza, o se bastasse, usare un antipiretico per non alzarne il tono. C'è un medico qui? Vorrebbe urlare la mia testa. C'è qualcuno che le sappia soccorrere, comprendere e curare? Una sirena che strilla e lampeggia e se ne va mentre le ammucchio una accanto all'altra, in questa lunga notte, dove scrivere, scrivere, scrivere, rimane l'unica cura.

  • 04 settembre alle ore 18:27
    FIORIN FIORELLO

    Come comincia: Quello fra Alberto ed Anna poteva dirsi o meglio era un matrimonio ‘piatto’. Tutti i giorni le stesse ‘manovre’. Sveglia alle sei, barba e doccia per lui insegnante di materie letterarie, colazione preparata dalla consorte e poi lui in Cinquecento per raggiungere la scuola alla periferia di Roma dove talvolta restava sino alla sera per aiutare gli alunni meno preparati. Stella ritornava a letto, era casalinga per desiderio del marito malgrado un diploma magistrale, tutto sommato a lei faceva comodo, Alberto non aveva problemi di pecunia; dal natio borgo Colle San Valentino frazione di Cingoli in provincia di Macerata aveva frequentato le elementari nella locale scuola, le medie a Cingoli ed il liceo classico a Jesi (An). Laureatosi in materie letterarie a Perugia, aveva vinto il concorso a Roma ed era stato assegnato alla scuola media Dosmini. Alberto era un tipo particolare: chiuso di carattere parlava poco, aveva un numero ristretto di amici che frequentava di rado, anche in campo sessuale era un metodico. La prima esperienza a sedici anni: Mimma era un vicina di casa, grassottella sempre allegra e diciamo la verità, un po’ mignotta, non lesionava la cosina a chi le era simpatico, Alberto gli andava a genio. A Jesi frequentava il locale ‘casino’ ben voluto soprattutto dalla maîtresse in quanto elargiva delle notevoli somme di denaro, se lo poteva permettere; a Perugia idem ed a Roma non aveva che l’imbarazzo della scelta. La conoscenza di Stella aveva mutato la sua vita: bella ragazza, più alta di lui sembrava una modella. Figlia del padrone di una pasticceria vicino casa dove abitava, gli dava poca confidenza. Alberto aveva provato con regali: prima fiori poi oggetti in oro, la ragazza era restia, Alberto proprio non le piaceva, lei sempre allegra e con molte amicizie, fin quando la madre, ex appartenente alle ‘case chiuse’ non  le aprì gli occhi: “Non capisci niente, sposati e poi farai quello che vuoi.” Suggerimento accettato da Stella. Al suo matrimonio nella vicina basilica di S.Maria Maggiore c’era una moltitudine di giovani, soprattutto maschi che avevano conosciuto molto da vicino Stella. Viaggio di nozze poco gradito dalla neo sposa che era abituata a ben altro in fatto di sesso. Per Alberto la vita era una routine: sabato al cinema e poi, la sera,un incontro ‘ravvicinato’ con la consorte, d’estate quindici giorni a turno in montagna o al mare, domenica al ristorante¸ gli altri giorni? Tutto normale, vita piatta.  La classe di Alberto era un po’ disastrata, tranne che tre o quattro elementi gli altri alunni, provenienti da famiglie povere, non riuscivano bene negli studi. Alberto, buono d’animo, aveva provato a contattare i genitori ma capì che da quel lato non c’era nulla da fare e quindi alcuni pomeriggi dava lezioni gratis. Una volta fu invitato a casa sua dalla madre di un alunno, mentre il figlio giocava fuori,  si presentò ad Alberto con la gonna alzata e non munita di mutande. Alberto era si chiuso di carattere ma aperto, anche se moderatamente, al sesso e quindi approfittò dell’occasione anche altre volte lasciando una sostanziosa mancia alla così gentile signora. Una mattina, di colpo stanco della vita monotona, andò dal direttore e si fece sostituire in classe. Voleva fare una sorpresa alla consorte ma la sorpresa l’ebbe lui: aperta piano la porta d’ingresso, sentì una musica brasiliana proveniente dal salone, incuriosito aprì uno spiraglio della porta e: sorpresa sorpresa sua moglie nuda stava ballando con la vicina di casa, Anna, anche lei nuda. Tornò in strada e quando finalmente Stella rispose al citofono: “Ho dimenticato le chiavi, per favore aprimi il portone.” All’arrivo a casa niente musica brasiliana anzi Stella era ai fornelli. “Volevo prepararti una sorpresa ma tu sei qui, che ti è successo?” “Ho mal di testa.” A Stella venne da ridere ma si trattenne, il mal di testa c’era tutto! Essere chiuso di carattere un conto ma cornuto, sia pure con un'altra  femmina non gli stava bene e così la mattina dopo si fece prescrivere dal medico cinque giorni di malattia, gironzolò dentro la stazione Termini per un’ora e poi, pian piano rientrò a casa dove gli si propose la stessa scena del giorno prima con l’aggiunta di Teodoro, marito di Anna, il quale esibiva il suo ‘cosone’ infilandolo a turno nelle cosine della moglie e di Anna. Alberto in confusione totale rimase anche più basito perché la scena lo aveva eccitato a tal punto da fargli diventare duro il suo ‘ciccio’. Non sapendo come comportarsi dopo qualche minuto di confusione mentale, andò in bagno e sollazzò ‘ciccio’ masturbandolo e solo così riuscì a farlo ritornare ‘a cuccia’. Ritornò in garage, si sedette dentro la Cinquecento aspettando…nemmeno lui sapeva cosa, una situazione così strana non gli era mai passata nella mente, quello che lo impressionò fu che, tutto sommato, gli era piaciuta, era diventato un guardone o cos’altro? Nei giorni successivi la scena di sua moglie con Teodoro e con Anna gli si presentò regolarmente, certo avevano una bella resistenza erotica, tutti giorni…Finalmente si decise: doveva parlare con Stella e farle presente che sapeva la sua storia ma con molta calma, aveva in mente una certa idea…Dopo cena: “Cara ci sono novità?” “Che novità vuoi che ci siano, tutti i giorni la stessa solfa:” Stella in un certo senso aveva detto la verità. “Voglio farti presente che ho visto i giochetti tuoi con i nostri vicini, vuoi dirmi qualcosa?” Stella era sbiancata in viso, niente di peggio che l’ira di una persona calma di natura, abbracciò Alberto e, bugiardona, “Sei sempre l’amore mio, è solo una questione sessuale, se vuoi non lo farò più.” Stella era veramente impaurita, istintivamente aprì la patta di Alberto e glielo prese in bocca sino a che ‘ciccio’ la inondò. Dopo una visita in bagno rientrò nel salone dove Alberto: “La vista di te con gli altri due mi ha eccitato, non pensavo mai di poter provare tale sensazione, di colpo di sono ritrovato in un altro mondo sessuale, forse finora ero in quel campo addormentato, se sei d’accordo vorrei invitare a cena i nostri vicini senza avvisarli che io conosco i fatti, vediamo che succede.” Stella rassicurata si diede da fare in cucina, quando era di buzzo buono diventava una buona cuoca. Anche se stupiti e incuriositi Anna e Teodoro si presentarono alle ventuno a casa di Alberto con due bottiglie di Pro Secco già fredde. “È quello che avevamo in casa, la prossima volta…” Come inizio Alberto pensò niente male se prevedevano che ci dovesse essere una prossima volta. Le due bottiglie presto restarono vuote, Stella mise un compact disk brasiliano di vecchia memoria e invitò Teodoro a ballare, all’inizio l’invitato ballava piuttosto largo ma fu Stella ad aprire le ‘ostilità” baciando in bocca il suo ballerino seguito da un Alberto eccitato che prese a baciare Anna. Stella fu la prima ad iniziare a spogliarsi, sembrava una spogliarellista professionista, restò  nuda con un ‘Olè’ e aprendo la patta di Teodoro il quale, ancora basito, fece una figuraccia. “Sei diventato di colpo impotente’ Vediamo Alberto…lui si che è un vero maschio!” Stella aveva volutamente stuzzicato l’orgoglio del marito, ci avrebbe guadagnato in tutti i campo specialmente in quello dei regali in cui era particolarmente sensibile e poi all’orecchio di Alberto: “Se vuoi puoi andare in camera nostra con Anna.” Alberto non se lo fece dire due volte, presa per mano la prossima amante ed in un batter d’occhio entrò in camera sua mentre Anna, ormai coinvolta completamente dall’atmosfera, si era denudata mostrando un fisico favoloso poi: “Ti piace il mio collo? Non ci vedresti una bella collana?” Alberto in quel momento avrebbe detto si a qualsiasi proposta, dopo un lavaggio veloce ai ‘gioielli’, sul letto penetrò a lungo Anna provando due orgasmi consecutivi, cosa che non gli era mai riuscita. Nel salone l’atmosfera non era diversa, Stella superata la paura iniziale si era congratulata con se stessa, ormai aveva campo libero per tutto. Lo wife swapping avveniva regolarmente ed era sempre più intrigante quando decisero di stare tutti insieme nei giochetti erotici: come al solito fu Stella la prima (mater docet) che dinanzi ai due spettatori  prese in bocca il coso di Teodoro, poi fra le meravigliose tette, poi ancora fra le cosce ed in ultimo nel fiorello voglioso. Anna, immaginando qualcosa di oro intorno al suo collo si spinse più in là facendosi penetrare nel popò cosa mai fatta da Alberto con nessuna donna e fu di particolare suo gusto. Ora tutto era cambiato, d’estate le vacanze si facevano in quattro sia in montagna che al mare, Anna fece provare ad Alberto il sesso in acqua,  Alberto che ogni giorno cercava novità in campo sessuale profumatamente ricompensate anche da sua moglie, l’aveva scoperta come amante. Chi se la rideva era la signora Lalla romagnola, madre di Stella, vecchia baldracca, che aveva intuito tutto il marchingegno con un po’ di invidia per loro, suo marito ormai…e per lei non era facile trovare ‘compagnia’ porcaccia miseria! Il titolo del racconto? Presto detto con due fiorelli sempre eccitati…

  • 02 settembre alle ore 9:08
    CONTRO NATURA

    Come comincia: CONTRO  NATURA
     Quante volte abbiamo sentito questa frase soprattutto in bocca ai cattolici ad esempio: un rapporto anale lo è perché l’ano è preposto ad altre mansioni, in parole povere il cattolico praticante deve usare solo la vagina senza contraccettivi, tradotto figli a non finire non tenendo conto oggigiorno delle difficoltà, soprattutto economiche,  di una famiglia numerosa. Il caso volle coinvolgere due famiglie di Roma residenti nello stesso palazzo a Piazza Indipendenza. Alberto psicologo, Anna sua moglie casalinga, Alceo  assicuratore, Clotilde moglie casalinga e Eberardo loro figlio, universitario. Quest’ultimo ventenne, un giovanottone da un metro e novanta era il problema della famiglia. Sin da giovane si vergognava a farsi vedere nudo anche dai genitori destando preoccupazioni soprattutto da parte del padre. Clotilde: “È solo vergogna, pudicizia non facciamone in dramma.” “La pudicizia l’hanno le femminucce…” Eberardo praticava atletica leggera con lanci del disco e del giavellotto e, data la possanza fisica,  otteneva risultati notevoli, era stato in prova anche nella squadra di rugby. Ma non entrava nello spogliatoio con i colleghi uno dei quali, un giorno per sfottò lo chiamò Ebe. Male gliene incolse, finì in ospedale giustificando le ferite con una caduta dalle scale. Malgrado i voti eccellenti negli esami, Eberardo era sempre triste e con poca compagnia, mai di femminucce che, peraltro, lo avrebbero volentieri ‘impalmato’  per il suo fisico magnifico ma…c’era un grosso ma che il padre ritenne di risolvere contattando Alberto per una visita psicologica al figlio. “Mandamelo venerdì, sono libero da visite.” Il venerdì il giovin signore ‘marcò visita’e non si presentò. Alberto una mattina lo aspettò sul pianerottolo e, presolo sotto braccio, lo accompagnò nel suo studio. “Con me niente vergogna, dopo quindici anni di professione ne ho viste di tutti e colori e d’altronde è la natura che ci vuole come siamo con tutti i pregi e difetti’. Permettimi una visita all’apparato sessuale…hai il pene un po’ piccolo ma questo non vorrebbe dire nulla, ti ordino delle pillole che dovrebbero fare al caso tuo, si tratta del ‘Levitra’ da prendere mezz’ora prima del rapporto sessuale, fammi sapere.” Eberardo una sera che i genitori erano a teatro invitò speranzoso a casa una prostituta che passeggiava alla Stazione Termini, era una ragazza piuttosto bella e fine. “Sono Samanta, cento in macchina, cinquecento a casa.” “Hai un bell’appartamento, se vuoi possiamo stare tutta la notte per duemila.” Ma quale duemila, nemmeno un milione avrebbe potuto aiutare Eberardo, ‘ciccio’ proprio non ne voleva sapere di crescere e così la baby, incassò il compenso e con accento bolognese: “Io sono sempre al solito posto, sono a tua disposizione.” La tale voleva far la furba, guadagnare molto senza far nulla. Eberardo si mise a letto arrabbiato con se stesso e col mondo, proprio a lui doveva capitare il guaio, nessuno dei colleghi pare avessero quel problema maledizione! I genitori rientrarono all’una, il giovane era ancora sveglio ed ancora più incazzato, si mise a piangere sempre più forte. Il padre si era precipitato anel letto e già dormiva, la madre struccatasi ed in camicia da notte stava per coricarsi quando percepì il pianto del figlio. “Caro posso entrare?” Nessuna risposta, Clotilde aprì la porta e si portò vicino al letto del figlio: “Caro confida tutto a tua madre, qualsiasi cosa lo sai che sei tutta la mia vita.” Eberardo raccontò gli ultimi avvenimenti alla genitrice la quale con freddezza amorosa: “Ci scommetti che sistemo tutto io.” Tolse il lenzuolo, abbassò i pantaloni del pigiama al figlio e prese in mano e poi in bocca il ‘cosino’ del figlio che, inaspettatamente cominciò a crescere, a crescere, a crescere in  modo notevole, Clotilde pensò bene di completare l’opera e introdusse il non più piccolo pene in vagina sino a quando sentì che il figlio aveva avuto un orgasmo. “Ora dormi sereno figlio mio, quello che ho fatto è stato solo per amore materno, non accadrà più!” Eberardo la mattina successiva era di un umore ma di un umore insomma la sua felicità sprizzava da tutti i pori. Ricco per il lascito del nonno suo omonimo, si recò in una gioielleria ed acquistò un collier di diamanti che orgogliosamente mise al collo della genitrice. Al rientro a casa Alceo: “Dove l’hai preso quel collier?” “Stanotte ho fatto delle marchette, non ci credi, pensi che io non valga un gioiello come questo?” Sentito presosi per i fondelli, il pater familias mangiò a e si rifugiò in ufficio, era di cattivo umore per la presa per il c..o. Entusiasta per la prestazione, Eberardo invitò prima a cena e poi in casa Erminia una compagna di università la quale anche perché aveva ricevuto in dono un braccialetto, era propensa a… ma, malgrado il Levitra, ‘ciccio’ non si mosse lasciando il proprietario in uno stato di prostrazione. Contattò Alberto e la mattina dopo si recò nel suo studio. Raccontò gli ultimi avvenimenti senza tralasciare alcun particolare e, speranzoso attese il responso del medico. “Mio caro il sesso dipende tutto dal cervello, la natura è capricciosa e commette degli errori in campo sessuale che nemmeno ti li immagini. Ultimamente al computer sono apparse delle forme umane decisamente furori del comune: una donna con due peni e la vagina, un’altra con un membro che gli arrivava alla bocca entro cui eiaculava, due ermafroditi che facevano sesso una dentro l’altra e poi tanti trans con peni di una grandezza spropositata, non aggiungo altro, molto probabilmente tu hai bisogno di fare l’amore in maniera assolutamente fuori del comune, per ora non posso dirti altro.” Eberardo riportò alla madre il colloquio col medico anche il fatto che lo stesso non era voluto andare più avanti in quella che poteva essere una soluzione del problema. Clotilde era disperata, non sapeva più che fare per aiutare il figlio, per ultimo  contattò l’amica Anna, con cui era in confidenza, riferendole paro paro tutti gli ultimi avvenimenti del figlio. Anna non sapeva che dire, era arrabbiata e in conflitto col marito perché non voleva comprarle una Mini Countryman omnia optionals molto bella e molto costosa e così ascoltava l’amica con poco interesse e poi una furbata di Clotilde: “Mio marito ti ha sempre guardata con occhio particolare, gliel’ho fatto notare ma non me l’ha mai negato, vedi se possiamo sistemare in qualche modo i nostri due problemi: pecunia non olet…ma risolve tante situazioni.” Quella sera Anna fu molto affettuosa col marito: “Clotilde mi ha fatto pena, suo figlio ha dei problemi che probabilmente tu conosci, se le diamo una mano probabilmente…” “Eberardo ha varie deviazioni sessuali, ho capito fra l’altro che è un cuckold ossia ama vedere sua moglie nel suo caso sua madre avere un rapporto sessuale con un altro uomo.” Forze era vero a metà, la verità era che Alberto si voleva ‘fare’ Clotilde da molto tempo e quella era l’occasione buona. Messo fuori gioco Alceo, c’era la possibilità che Alberto  facesse sesso con  Clotilde e che Eberardo, eccitatosi dinanzi a quel rapporto, diventasse intimo di Anna alla quale tutto sommato non dispiaceva. Questa la teoria fu approvata  dalle due signore, unico problema la presenza di Alceo che, fortuna adiuvante, fu invitato a Rimini per dieci giorni ad un convegno della sua casa assicuratrice. Eberardo sentiva in giro aria di complicità, domandò notizie a sua madre senza ottenere una spiegazione poi ad Alberto che se la cavò con un: “Ci sto studiando.”  “Clotilde al figlio: ”Sabato sera una festa a casa nostra con io ed Anna, tutte e due in ghingheri, si festeggia l’onomastico di Alberto, non ti meravigliare dei nostri costumi brasiliani, sono stati scelti da Anna.” Eberardo era confuso, immaginava qualcosa di insolito ma non riusciva bene a capire di cosa si trattasse. La signore non avevano voluto usare i fornelli e pertanto la cena venne ordinata al sottostante ristorante, tutto pesce, c’erano pure le aragoste! Le signore misero un compact disk di musica brasiliana, un cha cha cha indiavolato,  ordinarono di spegnere le luci ed al comando ”Accendete!” un visione: delle loro tette coperte solo il capezzolo, davanti un francobollo e dietro un filo, uno spettacolo! I due maschietti sorpresi, Alberto immobile Eberardo cominciò a saltellare come un bambino e poi: “Guardate, guardate…” Il suo ‘ciccio’ stava diventando sempre più lungo e duro, abbracciò la madre e baciò Anna la quale fu forse la più felice, aveva in mente un certo progetto…Clotilde prese in mano la situazione: “Prima si mangia e poi…e poi…” Un Prosecco aveva contribuito a migliorare ancor più l’atmosfera godereccia. Alberto: ”Col vostro permesso io e Clotilde andiamo nell’altra stanza per un riposino, buon divertimento.” Eberardo che per tutto il tempo aveva il ‘ciccio’ in erezione era il più smanioso: “Cara posso…” “Aspetta, andiamo prima in bagno.” Alla fine delle abluzioni intime il giovanotto sentì il suo coso preso in bocca da Anna che poco dopo: “Aspetta mi hai riempito la bocca ed andò nel bagno parlando con se stessa: “Cazzo questo aveva il ‘serbatoio’  pieno.” E al rientro in stanza Eberado: “Posso infilartelo, non resisto più.” “E la Madonna, hai appena avuto un orgasmo, aspetta un attimo, mi lubrifico la cosina.” Per lei fu solo una cosa meccanica che avrebbe portato a…” Eberardo era instancabile, voleva rimanere sempre dentro fin quando Anna: “Un po’ di riposo!” E si sfilò il ‘marruggio’ dalla sua cosina. Il giovane era abbastanza soddisfatto anche se avrebbe voluto…”Volevo chiederti un favore, mio marito non vuole  acquistarmi una utilitaria, se potessi tu darmi una mano…” “Non c’è problema, staccherò un assegno, domani ti accompagnerò dal concessionario, che marca desideri?” “Una Mini.” “Per ora pensiamo a divertirci.” E riprese ad entrare ed uscire dalla cosina di Anna che capì quanto per lei sarebbe stato duro ottenere quel regalo! Nell’altra stanza atmosfera del tutto diversa: “Clotilde devo confessarti tante cose sul tuo conto, ti vedevo di sfuggita e non ho avuto il coraggio di fermarti, sei la donna che ho sempre desiderato, hai lo stile della vera signora cosa che manca completamente a mia moglie che pensa solo al lusso, sono innamorato di te da sempre, starti vicino mi da un’emozione immensa, quando faremo sesso ci sarà molto amore, quell’amore di cui molti parlano senza sapere veramente il significato; sei nel mio cervello, nel mio cuore e, al tuo pensiero, sento una sensazione bellissima nelle mie viscere. Il mio amore non è egoismo, godrei insieme a te anche se tu fossi con un altro purché di tuo gradimento, quello che ti ho detto è difficile da comprendere non so se…” “Posso dire solo che sei magnifico, in passato io pure ti avevo notato ma avevo paura della gelosia di tua moglie .” “Non ti preoccupare, lei pensa solo al denaro, ora se permetti un omaggio orale alla tua cosina.” Così si erano formate due coppie un po’ eterogenee ma, per motivi diversi, affiatate. Il giorno seguente Eberardo tirò fuori dal garage la Jaguar X type di sua proprietà, aspettò Anna la quale lo vide dalla finestra e si precipitò per la scale. “Quest’auto ha il tuo odore. Mi sei sempre piaciuto.” (Bugiardona ma credibile da parte del suo compagno di viaggio.) Al concessionario Eberardo staccò un assegno da diecimila €uro per una mini omnia accessoriata di color verde, la dama riempì un modulo con i suoi dati e rientrò a casa per una ‘sveltina’. Alberto e Clotilde avevano passato una notte indimenticabile non solo per il sesso, avevano scoperto l’amore con la a maiuscola. La fortuna diede loro una mano: Alceo sempre più spesso si recava fuori Roma per delle riunioni di lavoro, era evidente che aveva anche lui intrapreso una relazione extra coniugale, Eberardo ed Anna, dopo che quest’ultima aveva concesso tutto, compreso  il popò all’amante sempre più eccitato,  seguirono i consigli dei relativi medici di: ‘andarci piano’, lei aveva la ‘cosina’ arrossata, lui doveva star attento a non sforzare troppo la prostata.  Per completare il quadro la notte si era consolidata l’abitudine di uno swapping di letto delle due coppie che  vissero per molto tempo una bellissima favola, anche se supportata da interessi molto diversi ma, pur sempre, con conseguenze  molto piacevoli!
     

  • 31 agosto alle ore 18:33
    Il rumore

    Come comincia: Hai un sonno tremendo, di quelli che spiazzano la volontà. Gli occhi non stanno aperti nemmeno se attacchi le palpebre alle sopracciglia, con una molla di legno. Seduto sul letto, l’idea di svestirti la scacci dall'orizzonte limitato dalla abatjour nelle pupille. Ti dormono le gambe, i piedi incatenati al parquet, le braccia arrese alla forza del cotone che le stringe, le spalle curve. Solo le mani con un briciolo di affanno sbadigliano sugli oggetti da togliere di mezzo, per aprirsi un varco dentro il letto. Raggiunto il buio, solo, supino, nonostante il gorgoglio del water del vicino oltre il muro, alfine sprofondi nell’ultima stirata di gambe. Esattamente tre ore di assenza totale. Poi, la solita riemersione, prematura, dopo un innocuo battito del bite tra le arcate. Prendi coscienza che il gorgoglio continua, e la minaccia di doverne subire a lungo la possanza è un pugnale nelle budella. Fosse solo il gorgoglio, avrebbe almeno un effetto ritmico cullante, come acqua che lava ogni pensiero e se lo porta via dalla coscienza. Ma è un concerto stridulo, dissonante. Un fischio che penetra. Superbo. Autoreferenziale. Paziente, come quel bambino che voleva svuotare il mare mettendolo in una buca scavata nella sabbia. Incessante. Logorroico, come l’amica di tua moglie, quando l’incontri in fila alle casse del supermercato. Almeno lì intravedi una fine. Che tipo di messaggio ti si vuol dare? Il gorgoglio è imperterrito: ora fischia, continuo e senza iati. Forse durerà finché non avrai capito il senso? Dev’essersi rotto il galleggiante della cassetta di scarico. Che palle. Avrebbero potuto almeno chiudere l’acqua prima di andar via. Navighi basso. Che fare adesso? Tutta la notte questo strazio? Devi anche alzarti presto. Già senti il trillo della sveglia che ti coglie appena arreso finalmente al sonno, dopo l’interminabile furibonda notte. E gracchia il gorgoglio, fischia che ti vibra l’inguine. Chiaramente non hai i tappi. T’infili i due mignoli. E finalmente trovi pace. Ma non riesci a stare a lungo con le dita dentro i timpani. A tenerne uno solo potresti anche farcela, ma non è sufficiente. Allora arrotoli un angolo del lenzuolo, lo inserisci in caverna, lo pressi e il fischio cessa. L’altro orecchio poggia con tutto il peso della testa sul mignolo teso. Poi il lenzuolo si srotola e il fischio riprende, il gorgoglio, il gracchio, assordante, senza tregua. Ti alzi e prendi dal cassetto un paio di calzini. Macché! Troppo morbidi, si sbrogliano. Se li bagni? Avranno forse più aderenza? E se l’acqua penetra? No, che sciocchezza. Ti rotoli nel letto. Imprechi. E il rumore pare aumentare. Si gonfia. Pulsa. Il letto ti aderisce come fango freddo e duro, a un passo dal cigolio di un carrarmato. Devi pensare ad altro. Ci provi, ma nulla che si fissi per più di un secondo. Tutto fugge via dalla mente, come se scottasse. E scotta, scotta, genuflessa al gorgoglio che è divenuto rantolo incessante, fracasso, trapestìo, frastuono, rombo. Non ce la fai più. La notte è lunga. Ti alzi. Apri la finestra. Al quinto piano entra un’aria fresca, piacevole. Ma quel rumore maledetto la rende insopportabile. Ora hai tanti spilli che pungono le guance e ogni sospiro della brezza ti trafigge. Non è scomparso tutto, è che tutto non dura. Te ne torni a letto sconfortato, con l’idea di perforati i timpani. Userai la matita appuntita con cui riempi le pagine di sottolineature. Prima uno e poi l’altro. Farà male? Ci sarà sangue? Sarà conquista del silenzio. Afferri l’arma dal comodino. La trovi subito, anche al buio. Te la ficchi in un orecchio. Pungi piano. Poi più forte. Dolore. Cambi obbiettivo. Pungi l’altro, più forte. Il rumore s’interrompe. Cazzo hai traforato! Ma no, l’altro è ancora integro! E’ il rumore che è cessato. E sei rimasto intatto. E a che ti serve? Il rumore riprende. Basta! Basta! Basta! Non hai più scampo. Ma sì che ce l’hai! La finestra. Dal quinto piano è sicuro che sarà fatale. L’hai letto in un libro. E’ questo il senso.

  • 30 agosto alle ore 9:33
    LUISA LA FINANZIERA

    Come comincia: Il nome di Luisa non è tanto comune in Sicilia, tanto più se lo portava una ragazza nata nelle isole Eolie, in particolare a Filicudi. La baby non aveva solo il nome fuori del comune ma lei stessa non rispecchiava i caratteri somatici dei genitori ambedue di bassa statura mentre Luisa era alta un metro e settanta, occhi verdi, fisico da indossatrice, alcuni paesani pensavano malignamente che la ragazza assomigliasse più a qualche nordico di passaggio…forse ci avevano azzeccato. Figlia unica, già da piccolina seguiva i genitori mentre in barca mentre andavano a pesca per guadagnarsi da vivere sia di giorno che di notte. Luisa sorrideva raramente, di carattere chiuso non dava molta confidenza ai paesani, andava a scuola con profitto e conseguì il diploma di ragioniera a Lipari con molti sacrifici dato che spesso il mare era in burrasca ed i traghetti di linea non facevano scalo a Filicudi. La ragazza era in confidenza solo con Marianna la figlia di un appuntato di mare della Guardia di Finanza che comandava il locale distaccamento. Giuseppe M. le volle darle una mano e le fece presentare la domanda di arruolamento nel Corpo cui lui apparteneva e Luisa, inaspettatamente un po’ per tutti, vinse il concorso  e, con lacrime dei genitori, si recò a Gaeta in provincia di Latina e dopo nove mesi indossò le Fiamme Gialle da finanziera. Al ritorno a Filicudi in licenza apprese che i genitori avevano intenzione di trasferirsi per lavoro in Australia, presso dei parenti, dato che il mestiere di pescatori non era più rimunerativo, Luisa non volle seguirli e fu trasferita presso la Squadriglia Navale di Lipari in contrada Pignataro a bordo di una Vedetta della Classe ‘Zara’, nome di un defunto finanziere medaglia d’oro. Ovviamente la presenza a bordo di una ragazza, cosa mai accaduta in passato, scompaginò la vita dei componenti il mezzo navale soprattutto per l’avere in comune i servizi. Il Comandante, Maresciallo Capo Alberto M., non trovò altra soluzione se non quella di cedere la sua cabina singola alla ragazza e ‘mischiarsi’ con la truppa. Luisa, come suo carattere, essendo anche la sola donna a bordo,  non era in confidenza con gli altri membri dell’equipaggio, solo in sala mensa scambiava qualche parola dietro domande specifiche dei suoi colleghi. Era una lavoratrice indefessa, aveva anche una notevole forza  fisica che meravigliò soprattutto Alberto il quale, vedovo da due anni, la guardava con occhio più che benevolo, avendole ceduto la cabina…un pensierino ce l’aveva fatto ma invano. Di notte i componenti l’equipaggio si davano ad uno ‘sport’ particolare: quello di salpare le nasse messe in mare dai pescatori per catturare pesci grossi, in particolare le aragoste che ovviamente finivano sulla mensa dei finanzieri, i pescatori conoscevano questo ‘vizietto’ degli appartenenti alle Fiamme Gialle ma non creavano problemi. Un avvenimento particolare cambiò in parte la vita di Luisa: un gatto traversò il molo mentre passava un finanziere in bicicletta che lo prese in pieno. Luisa scese di corsa a terra, l’animale non dava segni di vita,  con l’auto del Comandante portarono la bestiola da un veterinario il quale constatò che, tutto sommato il gatto o meglio la gatta non aveva nessuna frattura ed aveva bisogno solo di un po’ di riposo. Fu rintracciato uno yacth dal quale era fuggita, Luisa teneva al seno la gatta, voleva tenersela ed in tal senso fece richiesta alla padrona da cui l’animale era fuggito. La dama, avendo altri simili animali, accondiscese alla richiesta che fu avallata anche dal Comandante del Guardacoste il quale sperava così di…Luisa si organizzò con cibi per gatti, ciotoline varie e due cestini  uno a prua del GC., ed un in cabina in caso di maltempo,  dove far riposare la gatta la quale non voleva staccarsi dalle braccia di Luisa che fu costretta a farla dormire sul suo letto. Alberto con la scusa di controllare lo stato di salute di Gaia,  come era stata chiamata la gatta, quando non erano in navigazione, si recava spesso nella sua cabina. Ovviamente Luisa se ne accorse, in fondo Alberto non le dispiaceva, aveva avuto un solo rapporto sentimentale con un filicudiano che la ragazza aveva scaricato in malo modo per le sue richieste sessuali. Gaia col suo manto tigrato era diventata un personaggio a Lipari. Di indole pacifico e dolce, socievole,  camminava vicina alla padrona al guinzaglio e, cosa più sorprendente era un ottimo nuotatore. A bordo faceva da vedetta, stava sempre a prua a scrutare il mare,  aveva fatto amicizia con tutti i finanzieri entusiasti di poterci giocare. Dimostrava doti atletiche notevoli, effettuava non indifferenti salti ed acrobazie, un solo difetto: non sopportava di restare sola per molto tempo e così, lontana Luisa, passava di mano in mano dei componenti l’equipaggio.  Un avvenimento particolare creò qualche problema a bordo: la prima volta che Gaia andò in calore sul molo di appalesarono vari gatti attirati dall’odore della femmina, rimanevano sul molo e non andavano a bordo del GC. sulla scaletta per paura dell’acqua sottostante ma con i loro versi infastidivano anche i componenti degli yacht ormeggiati vicino alla vedetta della Finanza. Decisione drastica: far sterilizzare la gatta. Alberto si fece carico dell’ingrato compito e, lasciata Luisa in lacrime, con la sua auto portò la gatta dal veterinario e ritornò a bordo dopo due ore. Gaia era ancora mezza intontita per l’anestesia e dormì profondamente tutta la notte sul letto di Luisa. La mattina dopo si svegliò più pimpante che mai con gran gioia della padrona che le offrì una colazione super. Alberto era di giorno in giorno più in crisi, dichiararsi esplicitamente a Luisa poteva potare ad una decisione di rottura visto il carattere della ragazza ma d’altronde che fare? Una sera piovigginosa mentre il GC era ormeggiato al porto, si sedette a poppa incurante della pioggia, piangeva, un vecchio lupo di mare che piange…  Non vedendolo in giro, Luisa, seguita da Gaia, andò a poppa e rimase basita. “Vieni in cabina, una bronchite è in arrivo.” Non volendo gli aveva dato del tu cosa apprezzata dal Comandante a cui venne in mente la canzone ‘aspetta e spera che poi si avvera.’ Alberto strinse al petto Luisa che invece di ricambiare: “Va a farti una doccia, io vado a far mangiare Giada”  nemmeno un minimo di compassione! Alberto decise di  cambiare aria per trenta giorni recandosi a Roma dalla famiglia, ancora doveva fruire la licenza dell’anno passato, salutò in fretta l’equipaggio, il comando fu assunto dal brigadiere Francesco C.,toscano di Arezzo, che fu contento dell’incarico per poter conseguire i requisiti per diventare maresciallo. Giada girava per tutto il Guarda Coste in cerca di Alberto, talvolta guardava in viso la padrona come per interrogarla, Luisa aveva capito che quella di Alberto era una fuga ma ancora non si sentiva di avere un rapporto sentimentale con lui. Dentro di sé aveva ancora quel senso di libertà che non voleva perdere, non era molto razionale ma…Da Roma cominciarono a pervenirle delle buste con dentro foto particolari: Alberto dinanzi al Vittoriano che faceva il saluto fascista, Alberto abbracciato ad una turista di chissà quale nazionalità con cui leccava insieme un enorme gelato, Alberto a Colle Oppio con in braccio un gatto, Alberto con in braccio una ragazza, Alberto che al mare di Ostia era vicino ad una baby in topless. L’ultima foto aveva fatto arrabbiare Luisa che, preso il telefonino, per la prima volta gli inviò un messaggio: “Di te non m’importa nulla, smettila con le provocazioni!” Invece era tutto il contrario, Luisa cominciava a soffrire di gelosia, troppi ‘fiorellini’ intorno al quale rispose con altro messaggio: “Prendi il treno a Messina delle ventitré, sarai a Roma alle otto di mattina, ci sarò io a prenderti ma chère.” Quella notte per Alberto fu giorno, era a casa di sua cugina Silvana in via Cavour e girando lui per casa la cuginetta si svegliò: “All’anima della cotta, a quarant’anni! Chi sarà mai, miss mondo?” Alle sette Alberto era al binario otto della Stazione Termini, lo speaker aveva annunziato l’arrivo del treno dalla Sicilia in quel binario. Il nostro eroe si nascose dietro una colonna all’inizio del treno, scesero molti passeggeri e quando l’Albertone cominciava a disperare comparve una figura da favola. Luisa aveva indossato dei tacchi che la facevano sembrare ancora più alta, sorpassò Alberto guardandosi intorno delusa quando fu presa alle spalle. “Brutto stronzo pensavo non ci fossi!” Stavolta un bacio profondo a prolungato fu accettato da Luisa che aveva abbandonato a terra la valigetta. Il solito romanaccio: “A cosi intanto te rubbo la valigia e poi sai che te dico signorina, ar nonnetto lo sotterri!” Il volgarone non rubò la valigia ma fece sorridere gli ormai fidanzati. Silvana era curiosamente trepidante in attesa della bellezza siciliana e quando apparvero i due gli scappò: “Cazzo avevi ragione!” “Vedi, di solito mia cugina è castigata nel parlare ma tu le hai fatto un grand’effetto.” Dopo un abbraccio: “Ti ho preparato la colazione, c’è un po’ di tutto, non conoscevo i tuoi gusti.” “Vedi quanto sono generosi i romani, guardando te penso che tu siciliana lo sia un po’ meno.” Stavolta Luisa meravigliò i due cugini: “Vedi cara, questo signore parla per enigmi, voleva solo dire che ancora non gliela ho mollata e posso dire che non ho intenzione di dargliela.” A Silvana il caffè che stava bevendo le uscì dal naso, Alberto invece capì che quella era, forse, la volta buona. A casa c’era pure Cesare il figlio di Silvana di quindici anni più giovane di Alberto il quale anche lui ritenne di far lo spiritoso: “Zietto per te è troppo giovane, vedi se puoi mollarmela. “Io ti mollo un calcio in culo!” Tutti e quattro andarono a pranzo nel ristorante sotto casa, il padrone Ferdinando G. detto Nando riconobbe Alberto e gli fece i complimenti per la sposa. “Non siamo ancora sposati ma ci manca poco.” “Lallero” il commento romanesco di Silvana la quale a casa sua, nell’introdurre i due nella camera degli ospiti, si ripeté con una spiritosaggine: “Le lenzuola sono nuove, mi raccomando!” Rimasti soli un attimo di imbarazzo: “In bagno ci vado prima io o tu?” “Da buon cavaliere ti cedo il bidet.” Luisa non se la sentiva ancora di entrare in totale ‘confidenza’ con Alberto, uscita dal bagno in accappatoio si infilò nel letto e si coprì con il lenzuolo. Alberto bello pimpante e con ‘ciccio’ in erezione si presentò alla novella sposa la quale rimase basita. “Oddio, quello è un manganello!” “Cara sarò delicato, intanto vedo di lubrificare la tua cosina.” “Hai della vasellina?” “No tu chiudi gli occhi e lascia fare a me.” Alberto scoprì il corpo di Luisa che chiuse gli occhi, si vergognava, oggigiorno era molto difficile trovare una ragazza che a ventiquattro anni è vergine e soprattutto si vergogna di farsi vedere nuda. Alberto cominciò con un cunnilingus che sortì l’effetto desiderato, dopo un po’ Luisa ebbe un orgasmo alla grande, Alberto seguitò nella manovra ed ebbe un secondo effetto sulla ragazza la quale: “Per ora basta, in passato qualche volta mi sono toccata da sola ma non avevo mai provato una goduria simile.” Dopo un po’: “Adesso  provaci con ‘juicio’.” “Sei forte, hai citato il Manzoni.” Luisa dimostrò ancora una volta di essere una dura e non si lamentò malgrado un dolore attenuato dalla lubrificazione del cunnilingus, ad Alberto non dispiaceva avere in figlio e quindi andò alla grande fin quando: “Ti prego, ritirati, la cosina mi fa male.” Erano le undici quando Silvana dietro la porta: “Ci siete? Tutto a posto?” “Entra cara, io non ho problemi, domanda alla neo-signora.” “Vi ho portato la colazione, data l’ora sarebbe meglio un pranzo.” Dopo una settimana di permanenza a Roma, i novelli sposi rientrarono a Lipari, affittarono un alloggio dove si  trasferì Luisa che nel frattempo, dietro raccomandazione di un generale amico di Alberto,  fu trasferita a terra negli uffici della Squadriglia Navale. Naturalmente anche Gaia, col permesso del Comandante, seguiva la padrona al lavoro creando qualche problema in quanto ogni tanto si esibiva in salti ed acrobazie andandosi a posizionarsi sopra i fascicoli che cadevano a terra. “Gaia se ci provi ancora ti lascio a casa, stai sotto il mio tavolo senza muoverti.” I colleghi, affascinata dalla gatta, si meravigliavano che un animale potesse capire e ubbidire alla padrona. Matrimonio celebrato dal Sindaco di Lipari a bordo del Guarda Coste, grande festa con tutto l’equipaggio ed alcune autorità e, dopo due anni la nascita di Armando junior nome del padre di Alberto il quale, giunto ai limiti di età, si congedò e fece da insegnante all’erede, Luisa seguitò nel suo lavoro alla Squadriglia Navale contenta di rientrare a casa con pranzo e cena già pronti, insomma una famiglia felice anche se quella differenza di età…
     
     

  • 29 agosto alle ore 10:25
    POSSO ENTRARE?

    Come comincia: Roberto, in pigiama, stava bussando alla porta della vicina di casa con un querulo: “Posso entrare?” Sofia, vedova quarantacinquenne abitava nello stesso piano in via Cavour 101 a Messina. Pur riconoscendo la voce del figlio di Armando, vicino di casa, non capiva cosa volesse il ragazzo sedicenne a quell’ora. “Alberto cosa t’è successo, hai bisogno di aiuto?” “Sono Roberto ed ho bisogno…”Aperta la porta Sofia rimase allibita, sui pantaloni del pigiama del ragazzo c’era una bozza significativa che  lasciò senza fiato la signora. Nel frattempo Roberto si era introdotto nella casa della vicina e rimaneva  al centro dell’ingresso. “Mammina non so che fare, ‘cicco’ non vuole ‘scendere’ mia dai una mano?” Non era facile sorprendere Sofia ma il ragazzo c’era riuscito in pieno lasciandola senza parole. Nel frattempo Roberto l’aveva abbracciata facendole sentire in modo significativo la motivazione del ‘bozzo’ e cominciandola a baciare sul collo, sulla bocca e su un  seno nel frattempo uscito dalla camicia da notte. Sofia, vedova che da due anni conduceva una vita monotona insieme alla figlia diciottenne Elettra, non seppe reagire e si trovò nuda ed indifesa perché nel frattempo Roberto le aveva sfilato la camicia da notte. Un desiderio sessuale represso da tempo le fece chiudere gli occhi, prese in mano il voluminoso coso del ragazzo e istintivamente se lo mise in bocca con la ovvia conseguenza che se la trovò riempita di qualcosa di caldo che non ricordava da tempo. In bagno  si lavò la bocca e si trovò di colpo piegata  in due con il ‘ciccio’ di Roberto che le era penetrato nella gatta anche se con un po’ di fatica, non la usava da tempo. Il ragazzo ci mise del tempo per un nuovo orgasmo, questa volta Sofia ebbe una goduria notevole per lo schizzo dello sperma sul collo del suo utero, si sedette sul water senza forze, era rimasta sola. Alberto e Roberto, due gemelli, erano iscritti alla quinta ginnasiale del liceo Maurolico e frequentavano le lezioni il pomeriggio al contrario di Elettra, pari età dei due gemelli, che andava nello stesso istituto la mattina. La ragazza al rientro a casa trovò la madre a letto: “Scusa cara se non ti preparato nulla da mangiare ma non mi sono sentita bene.” “Mamma cui penso io, chiamo il medico?” “Non c’è bisogno, mi riprenderò presto.” Elettra era una ragazza di notevole bellezza, alta, longilinea, occhi grandi e verdi, affascinanti, seno, gambe perfetti, sembrava una modella. L’unico suo problema era stato un brutta esperienza: a quattordici anni era andata in gita in motorino sui monti Peloritani con il suo ragazzo col quale condivideva solo baci e carezze ma quel giorno il cotale la picchiò e la violentò lasciandola ovviamente un ricordo tragico con la conseguenza che non voleva più frequentare suoi coetanei. Anche il buon Armando, titolare di una scuola guida e padre dei gemelli, aveva i suoi problemi: non riusciva a trovare una gentil donna con cui dividere la solitudine di vedovo, gli capitavano solo delle ‘sgallettate’ per dirla alla romana, sua città di origine. Luigina la portiera nubile trentenne che sbrigava le faccende di casa nell’abitazione dei tre maschietti, aspirava a diventare di più nel cuore  del vedovo ma senza successo. Questa la situazione  al quinto piano di via Cavour 101 a Messina, situazione piuttosto complicata ma oggigiorno nessuno ha vita facile. Quel che poteva essere non replicabile al contrario avvenne una mattina quanto Alberto bussò alla vicina di casa con la frase: “Posso entrare.” Sofia non fece onore al significato del suo nome, saggezza, anzi aspettava che quell’avvenimento si ripetesse. Si era alzata presto e dopo una doccia, tutta profumata aspettava…”Chi sei Roberto o Alberto.” “Alberto, vorrei…” Questa volta avvenne tutto sul letto, Sofia fece tutto da sola, si infilò il coso ben eretto di Alberto nella gatta vogliosa e rimase a lungo a godere delle riprovate delizie del sesso, nessun problema, era in menopausa Alberto era instancabile! Elettra guardava con uno sguardo speciale il buon Armando che, da quarantenne faceva ancora la sua bella figura, ormai i coetanei erano per lei tabù. Un pomeriggio si presentò nei locali della scuola guida di Armando il quale, nel vederla, si alzò di scatto, anche lui aveva uno ‘sguardo’ particolare nei confronti della baby ma, per paura di un rifiuto, si era ben guardato dal farle delle proposte amorose. “Carissima, posso esserti utile?” “Vorrei prendere la patente.” “Niente di più facile, io stesso ti darò lezioni di guida anzi in questo momento sono libero, qui fuori ho una ‘Panda’ con doppi comandi, mettiti alla guida.” Era luglio ed il caldo si faceva sentire, Elettra nella maggior parte  delle lezioni in auto indossava gonne ampie che, casualmente, durante la guida si alzavano lasciando scoperte gran parte delle cosce con ovvio aumento della pressione sanguigna di Armando che un giorno si fece più audace: “Cara desidero abbracciarti…” “Anch’io ma non da buon papà.” Così iniziò la relazione fra i due anche se Elettra, ancora col ricordo dello stupro non intendeva aver contatti profondi, sesso manuale e poi orale, niente più. Una volta Armando voleva prendere la via dei monti Peloritani, Elettra improvvisamente sbiancò in viso e raccontò la sua disavventura ad Armando quindi sessualmente tutti sistemati, si fa per dire, ad esclusione della portiera Luigina che comprese che c’era del tenero fra Armando ed Elettra, fece la spia a Sofia che al momento rimase sconcertata ma poi, anche lei al corrente della brutta avventura della figlia, accettò la situazione anche perché se la godeva bellamente con i due gemelli i quali pensarono bene una mattina di presentarsi in coppia. All’inizio Sofia rimase perplessa ma poi fu ampiamente ripagata con qualcosa che non aveva provato mai: il doppio gusto: i ragazzi contemporaneamente entravano nei due buchini di Sofia  portandola ad orgasmi che facevano tremare la ‘mammina’. Dai giornali i due appresero della presenza del punto G delle donne e riuscirono a metterlo in atto. Sofia sembrava impazzita, ormai era schiava totale del sesso, se ne accorse pure Elettra che però giustificò la madre che, da vedova, non aveva altri ‘svaghi.’ Armando ogni giorno si faceva più pressante, voleva entrare nella ‘gatta’ che sentiva sempre più bagnata per orgasmi multipli di Elettra la quale, al fin, acconsentì: luogo predestinato un albergo della zona sud di Messina. Armando chiamò per telefono il direttore:”Sò Armando, me serbirebbe nà stanza matrimoniale pen pomeriggio.” Stranamente gli era venuto in mente di esprimersi in romanesco suo dialetto di origine.  Dall’altra parte del filo una risata ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti e poi “Dica…num mi dì che sei romano in mezzo a tutti sti burini, io so Gigi de San Giovanni.” “Puro io, via Taranto.” “Amico mio addisposizione con du d.” “Domani pomeriggio dovrei da passà dù ore ‘n compagnia…” “Ricevuto, va bene alle quindici?” “Ok, a domani.” Elettra all’inizio era perplessa di andare in albergo ma poi, dietro insistenze di Armando cedette assaporando in anticipo…Armando non usò la Panda di servizio ma una Alfa Romeo Giulia quadrifoglio verde che, da giovane, usava per le corse in salita. Seduta la baby nel sedile del passeggero, l’auto partì sgommando  mettendola in apprensione. “Non sei in un autodromo!” “Mi son fatto prendere dalla fretta di…” “Bono papino, non vorrei che ti emozionassi ed andassi in bianco!” A quella provocazione Armando cambiò marcia e velocità. Posteggiata la Giulia dinanzi all’albergo trovò Gigi che lo aspettava. “Benvenuti, madame.”Un inchino con falso baciamano “ Per voi ‘na matrimoniale lontana dar traffico che da stè parti è nò schifo.” “Gigi come va con la fauna locale?” “Che te debbo da dì…” In quel momento passò dinanzi a loro una giovane cameriera brunetta in grembiule nero, capelli pure neri lunghi, espressione del viso: disponibile. “Ah zozzone!” “Armà sai che te dico, sò fortunato perché come direttore d’albergo della catena ‘Jolly’ ogni tanto me trasferiscono da ‘n albergo all’artro e così riesco a provare le specialità indigene.” Elettra si fece coraggio e: “A’ Gigi  mentre magnificate le vostre conquiste indigene che ne direste di  andare nella nostra camera, sono un po’ stanca.” Gigi: “Mi scuso, avevo dimenticato che siete venuti qui per un riposino!” Nella stanza, ben arredata, c’erano fiori dappertutto che emanavano un profumo intenso.  Chiusa finalmente la porta Elettra si spogliò in fretta, si recò in bagno e, dopo un bidet si mise a gambe aperte sul letto e “Son qua a disposizione!” “Non mi prendere in giro, se fai così togli l’atmosfera di romanticismo e mi smonti!” Armando non aveva mai visto Elettra completamente nuda, uno spettacolo, anche lui si lavò i ‘giocattoli’ e rientrando nella stanza trovò la compagna coperta da un lenzuolo. “Posso entrare?” Se avessero saputo la storiella del ’posso entrare’ i due si sarebbero fatte matte risate ma invece si diedero da fare diciamo seriamente. Armando onorò la gatta con un lungo pussy lick che mandò in visibilio la ragazza e poi iniziò l’entrata trionfale ma con dolcezza, in fondo Elettra aveva avuto un solo rapporto sessuale, peraltro spiacevole. L’ormai moglie abbracciò forte Armando, bell’abbraccio particolare era per non lamentarsi dei dolorini che provenivano dalla sua gatta che finalmente fu penetrata sino in fondo facendo rilassare la baby. Un dubbio fece mandare il cuore di Armando a mille ma c’era un motivo, non aveva preso precauzioni e non aveva domandato ad Elettra se avesse assunto la pillola. La ragazza si mise a ridere, come tutte le femmine aveva un intuito superiore a quello dei maschietti e poi la sua stoccata finale: “Non ti piacerebbe avere un erede femmina, ti aiuterebbe  nel lavoro alla scuola guida con le signore, la potremmo chiamare Arcibalda come mia nonna.” Armando capì che era stato sconfitto su tutta la linea, ci mancava solo una figlia di nome Arcibalda ma poi, dinanzi a risate prolungate della ragazza, capì che lei avrebbe voluto metter su famiglia con lui. Ultimo tentativo per non soccombere del tutto: “Non ci pensi che sarei il nonno e non il padre della nostra figlia?” “La piccola avrebbe oltre una madre pimpante anche due zii ed una nonna.” “Non vorrei che col passar degli anni la mammina fosse troppo pimpante per un marito…” “Non ci sarebbero problemi, ti racconterei tutte le mie avventure!” Con questa frase Armando capì che la sua sconfitta era totale su tutta la linea. Gigi non era nella hall, Armando diede la mancia al portiere e poi: “Ti prego guida tu, tanto lo dovrai fare quando sarò invecchiato e non sarò più in grado…”

  • 26 agosto alle ore 16:36
    IOLANDA

    Come comincia: Spiaggia di Mortelle (Messina). Invitati nella villa sul mare della padrona di casa Mara , le sue due figlie Anna col marito Alberto (io) e Pina con tre maschietti: Salvo consorte ed i figli Marco diciottenne ed Andrea sedicenne ed un nugolo di ragazze amiche dei due giovani. Alla mia età (non vi rivelo quale) cerco di capire la mentalità dei giovani come il loro modo di essere ospiti, anche per giorni, dei genitori di loro coetanei e coetanee, per ospiti intendo colazione, pranzo e cena e letto per riposare. Non penso che i padroni e soprattutto le padrone di casa fossero al settimo cielo per il daffare che la moltitudine arrecava, raramente le baby davano una mano per le faccende domestiche. Mara era la nonna, come tale era esentata dai lavori, tutto sulle spalle di Anna (gelosa anche se non voleva ammetterlo) e di Pina. Non si poteva certo dire che mancasse l’allegria, i giovani accendevano  fuochi sulla spiaggia, ballavano più o meno stretti, alcune coppie si allontanavano per poi ritornare in mezzo agli altri con gli occhi lucidi (non certo per commozione); alcuni maschietti si  esercitavano in uno sport (si fa per dire) che era quello di misurarsi il pene e quello che l’aveva più lungo godeva di un bacio di una ragazza da lui prescelta. Un bel casino al quale non mi sottrassi. Avevo rivisto per la seconda volta Iolanda (il vero nome è un altro ma non voglio grane con chicchessia: padre, fidanzato, amante). L’avevo presa per mano e cento metri più a nord ci eravamo seduti sulla battigia. Iolanda, non male di viso era decisamente grassa, e per tal motivo piuttosto complessata. La prima volta che ci eravamo incontrati era a casa di Pina, la cotale era stata condotta da Marco. Spacciandomi per indovino, le avevo chiesto se volesse sapere cosa l’avrebbe fatta più soffrire. Iolanda: “La mia pinguedine.” E qui la mia furbizia  matricolata (non vi ho detto che sono un ex Maresciallo delle Fiamme Gialle.) “No mia cara, sarai infelice se ti innamorerai di un ragazzo che non ti corrisponde!” Iolanda non aveva commentato, forse le era già successo con Marco che di giovin pulselle era sempre circondato e quindi inavvicinabile. Sulla battigia qualche onda più lunga talvolta ci arrivava sino agli slip,  facemmo finta di non accorgersene per evitare  di doverseli togliere con ovvie conseguenze. “Vedi Iolanda, alla mia non più giovane età, in una donna si apprezzano altre qualità rispetto a quello che preferiscono i giovani. Per esempio: i tuoi occhi grandi e marroni sono per l’ingresso alla tua anima, al tuo cervello ed al tuo cuore. Dentro di te sei una donna meravigliosa ma questo ovviamente lo vorresti sentir dire da un tuo coetaneo. Io sono stato sincero, col passare degli anni ho imparato ad apprezzare nelle femminucce alcune qualità che da giovanissimo non notavo, sei un patrimonio di buoni e non comuni sentimenti che tu vorresti riversare su un ragazzo, su un uomo insomma su un essere maschile che li apprezzerebbe come sto facendo io, ma…” ”Permettimi di abbracciarti, non succederà altro.” “Hai un battito cardiaco molto accelerato non è che ti senti male, Iolanda…” “Il motivo del cuore in subbuglio è un altro, meglio tornare dagli amici.” Anna vedendomi ritornare in compagnia di Iolanda cercò di fare la fredda moglie, che non era: “Ragazzi vi siete bagnati, andate ad asciugarvi in casa, soprattutto tu, Iolanda.” Alberto non aveva mai pensato che in simili occasioni la deliziosa Anna si sarebbe fatta di ghiaccio:  “Vedo che sei cambiata, complimenti!” Con un sorriso la consorte: “Se potessi ti spaccherei la testa, mio caro, davanti a tutti ho fatto la figura che tu sai, andiamo a casa.” “Gelosona mia, per premio guiderai la mia Jaguar.” Non l’avessi mai promesso, Anna con una partenza da formula uno andava sempre più forte facendo stridere i pneumatici nelle curve e facendo sorpassi azzardati.” Io non sono il tipo da farsi sopraffare, staccai le chiavi dal quadro, presi di peso la consorte e la passai al posto del passeggero. “Questa è l’ultima volta  che metti il delizioso culetto al posto del guidatore, se vuoi fare la centaura falla con la tua Cinquecento e niente scenate di gelosia a parte…” “Vuoi dire che Iolanda è grassa e quindi…” “Voglio solo che voglio vivere la mia vita, se non ti va bene raggiungi mammina che era contraria al nostro matrimonio!” Capita la lezione, Anna si raggomitolò sul sedile e cominciò a piangere silenziosamente, sapeva che Alberto non sopportava le lacrime femminili ma stavolta gli andò male. “Puoi lacrimare quanto ti pare, non mi fai alcun effetto!” ‘Res cum ita sint’ (scusate il latino ma in questa lingua talvolta esprime meglio il concetto) io,  libero da vincoli di lavoro, sono in pensione quale ex maresciallo appartenente alle Fiamme Gialle, (Anna impiegata al Genio Civile),  decisi di contattare Iolanda col telefonino prima che andasse a lezione. “Chi è che rompe a quest’ora?” “È una povera vecchierella che si vuole confessare!” “Si ma io conosco il seguito: mandatela via, mandatela via disgrazia dell’anima mia.” “Appuntamento all’interno dell’Albergo della Stazione, il direttore è un mio amico.”……”Ci sei?” “Presuntoso, chi ti ha detto che verrò anzi penso proprio…” “Non pensare e vieni!”  Staccai la comunicazione, il modo migliore per mettere in crisi Iolanda. Nando il direttore dell’hotel era romano come me, amicissimo,  spesso diceva: “Meno male che ci siamo noi, qui sò tutti burini!”  Dall’interno della hall vidi spuntare la sagoma di Iolanda che, con passo militaresco, si stava avvicinando al portiere quando fu agganciata da Nando: “Signorina ben venuta, sò amico e pesano de Arberto che l’aspetta…eccolo là, buona…” Non poté finire la frase che Iolanda era volata fra le braccia del prossimo amante. La camera era rumorosa, dava sulla via XX settembre sempre molto trafficata ma ai due poco caleva. Sotto la doccia finalmente ebbi il piacere di scoprire le nudità di Iolanda, abbondanti ma piacevoli,  asciugati scambievolmente, a letto. Unica luce un abatjour che inviava una luce romantica. “Ti dispiace se ti esploro un po’, già vedendo il tuo sorriso luminoso ‘ciccio’ è sull’attenti ma io prima voglio baciarti in bocca, sulle tettone e soprattutto sul fiorellino o meglio, come vedo, sul fiorellone e sul clitoride…”Iolanda cominciò quasi subito ad avere un orgasmo soffocando i lamenti gioiosi che le uscivano dalla bocca col cuscino.  Non mi rendevo conto quando sarebbe finita la sua goduria e soprattutto, anche se in ritardo, mi chiesi se madama prendesse la pillola. Leggendo nei suoi pensieri: ”Sta sicuro, sono impillolata, nessun Albertino in vista!” Cosa strana la vagina era stretta tanto da far uscire qualche urletto dalla bocca di Iolanda che: “Ce l’hai più grosso di altri che ho conosciuto ma mi piace se puoi…La ragazza era ben informata in quanto a sesso, chiaramente intendeva che le trovassi il punto G. Per una strana ragione non volli riservare quella sensazione alla mia legittima consorte, una sorta di prova d’amore anche se io stesso non compresi bene questa decisione e così Iolanda fu accontentata with an ass’ (in inglese è meno volgare) che le fece provare  ‘a duble taste’ per lei nuovo. Finita la pugna, scendemmo nella hall dove c’erano il portiere con la mano tesa, venti €uro da parte mia  e  Nando che fu molto galante inchinandosi dinanzi a Iolanda con un finto baciamano. Riprendemmo  le nostre auto nel vicino posteggio Cavallotti e, bacino volante, ognuno a casa propria.  Durante il tragitto misi un compact disk del Duca (Duke Ellington) per rilassarmi in attesa di…boh, meglio non pensarci. Entrato in casa trovai le luci di tutte le stanze accese, Anna vestita in maniera elegante e la tavola imbandita come se ci dovesse esserci una festa. Nessuna domanda da parte mia, ci voleva poco per capire la reazione della consorte. “O ti spacco la testa o ti amo da morire”, la seconda ipotesi era quella giusta, quello con Iolanda era stata solo un capriccio. A proposito Iolanda si chiama in effetti Ivana, ma non ditelo in giro, il padre è un pezzo grosso e di solito i pezzi grossi sono rognosi e vendicativi!

  • 22 agosto alle ore 11:41
    Lettera arcaica

    Come comincia: Sei forse impazzito? Tormenti l’anima tua per una siffatta miseria e immiserisce pure la linfa che, non per scherzo, scorre nelle tue vene. Mi parli di nobile amore. Come fai a chiamarlo tale?  Ciò che tu chiami nobile è solo millanteria! Parli di purezza, di amorosi sensi. Navighi in dolci acque. Agli occhi miei è solo turpe mercanzia: lei si è concessa a te, seppure sposata per la volontà di Iddio, ad un’altro sant’uomo, di cuore ‘finissimo’. ‘Non desiderare la donna d’altri’ ricorda!  Parlo a te, e a te solo, pazzo, corrotto! E vile è lo scandalo appena commesso. Ucciditi allora se a questo tuo credo corrisponde tanto coraggio. Ma non lo farai, perché sai che non c’è ragione di morire per una tale sventura! Gli occhi della cerva, nella stagione acerba, t’hanno sedotto.  Ma sotto il morbido manto, si nasconde l’arpia che t’ha magicamente stregato.  In nome del Sacro tu pentiti, e pentiti per l’amor della Vergine Regina Madre dei Cieli, perché la tua anima può essere ancora salvata. Non pensar più a lei: diranno che è stato inganno e per incanto t’ha invogliato ad assaggiar i seni suoi. La colpa sua pagherà a caro prezzo: rinchiusa in un convento vivrà di preghiere che, nel silenzio e scalza, dovrà proferire in luogo, e di suo figlio non saprà più nulla. Non c’è lealtà nel suo sleale tradimento. La donna sposata vesta sempre di rosso perchè la vergogna le faccia temere il furbo marito.  Pentiti dunque o sarà per te, come per lei, la fine.
     

  • 22 agosto alle ore 10:28
    UN PROFONDO SENTIMENTO AMOROSO

    Come comincia: Alberto M. professore di lettere in una scuola media di Roma stava correggendo i compiti degli alunni in verità con poca voglia, la maggior parte  dei ragazzi e delle ragazze  di italiano ne ‘mangiavano’ poco sia perché in casa nella maggior parte i genitori parlavano il dialetto sia perché, malgrado le sue insistenze, non leggevano i libri che procurava loro dalla biblioteca scolastica. Da quando aveva smesso di fumare  sembrava gli  mancasse sempre qualcosa, specialmente dopo mangiato ma Sergio C., un amico medico, gli aveva riscontrato un inspessimento del palato che,  come conseguenza  poteva condurre a qualcosa di molto spiacevole. Suo padre diceva sempre che l’invecchiamento portava a dover rinunziare a qualcosa di piacevole di giorno in giorno, aveva purtroppo ragione. Quarantasette anni, un divorzio alle spalle, niente prole, aveva preso alloggio in un appartamento in affitto all’ultimo piano in via Marsala vicino alla stazione Termini. La ex, non bella Elena P., capricciosa e ricca, due anni addietro l’aveva voluto impalmare. Alberto di provenienza contadina, ma ‘callidus’ come tutti i suoi colleghi, non se lo fece dire due volte anche se la promessa non era particolarmente avvenente e, dopo il matrimonio, dimostrò un carattere mefitico, come il suo alito, in ogni caso era di una antipatia, ma di una antipatia, insomma antipatica. Giusto per inquadrare la sposa: naso lungo (sembrava un trans), piccole labbra e bocca in dentro, piatta di seno, gambe  da airone. Perché la cotale aveva scelto Alberto? Il nostro in questo caso eroe, era effettivamente un fustaccio, sempre elegante e col sorriso sulle labbra, la ‘materia prima’ non gli mancava ma tutte le fanciulle che incontrava avevano una caratteristica in comune: scarse di denaro, un grave handicap per lui che  voleva vivere una vita se non lussuosa almeno agiata. Ad Elena che, come avrete capito non aveva nulla in comune con la omonima regina greca, piaceva da matti il sesso; era capace di svegliare in piena notte il consorte che, ormai abituato ai suoi capricci l’assecondava, veniva in cambio ben retribuito finanziariamente. Allora perché quel divorzio? Elena aveva incontrato un toy boy etiope, che come tutti le persone di colore (non chiamiamoli negri, si offendono) era molto dotato, se  lo diceva Elena… Il trapasso di ‘augelli’ comportò per la non bella signora l’esborso di una ventina di milioni di €uro passati nelle tasche del doppiamente fortunato Albertone che si era così anche scaricato una ‘scorfana’! Da una lussuosa abitazione ai Parioli Alberto passò ad una casa in via Marsala più modesta ma arredata con gusto dalla proprietaria cinquantenne per sua fortuna ricca e frequentatrice assidua di case di bellezza. Cesira Z, di origine romagnola, la prima sera dell’insediamento di Alberto nella nuova abitazione, invitò l’inquilino ad una cena intima a casa sua. Profumatissima, restaurata in modo eccelso (niente pelle cadente), al momento dello champagne passò all’attacco, evidentemente già un po’ brilla, e mise le mani direttamente sulla patta di Alberto che in quel momento dovette decidere: ‘O la mando ‘ad patres’ o non pago l’affitto.’ La seconda ipotesi ebbe il sopravvento, Alberto  rispetto alla legittima consorte ci aveva guadagnato e così si sacrificò ma sino ad un certo punto perché la dama aveva stile anche nel fare sesso. Ma altri avvenimenti incombevano sul suo capo: un pomeriggio stava  correggendo i compiti di quelli che chiamava ‘sciagurati alunni’ ma forse era stata sua colpa quella di dare per tema: “La tua famiglia”.In un altro istituto statale l’anno passato era venuto fuori un tale casino dovuto alle vicende  incestuose del nucleo  familiare di una alunna, per fortuna a lui non era accaduto. Campanello della porta d’ingresso, Alberto non aspettava nessuno: “Chi è” “Sono Loredana professore, ho bisogno di una spiegazione.” La ragazza era figlia di Marcello B. e di Fulvia F. suoi vicini di casa, professione bidelli. “Loredana sedicenne, capelli castani lunghi, grandi occhi da furbacchiona, naso piccolino che avrebbero molto apprezzato gli nasicisti (feticisti del naso?),  ‘boccuccia di rosa’ di Dorelliana memoria’, seno appena accennato e gambe alla Jane Russel (non sapete chi è? Una attrice americana  dalle gambe chilometriche). Pensiero di Alberto: “Qui finisce male!” “Loredanuccia bella, ho quarantacinque alunni che scrivono porcate tremende, devo correggete i loro compiti, dimmi in fretta quello che ti serve.” “Professore Lei mi insegna che le cose fatte in fretta vengono malissimo e così che ne dice se mi siedo vicino a Lei ed espongo il mio problema.” “Ho capito, vedo il libro che hai portato, devi fare il riassunto di un capitolo del romanzo del Boccaccio: è la storia di un gruppo di giovani che, per evitare la peste a Firenze, si rifugiano in campagna e dal titolo ‘Decamerone’ puoi intuire che sono dieci giorni di racconti.” “Professore è noto che il Boccaccio era, come dire, uno scrittore porno dell’epoca.” “Bimba bella, non fare la santarellina, sai chi sono le santarelline? Sono ragazze che simulano un’ingenuità ed un candore che non hanno!” “Questa sua frase mi ricorda una poesia di Stecchetti che recita: “Noi siam le vergini dai candidi manti…”Alberto Fece segno a Loredana che doveva bastare quello che aveva detto: “Conosco tutte le poesie di Stecchetti, non  sono adatte ad una sedicenne! Sei venuta per fare conversazione o che altro?” “Diciamo altro: ho letto un libro in cui sono riportate le lettere d’amore degli innamorati dell’ottocento, di solito cominciano così: ‘Signorina sin dalla prima volta che l’ho incontrata sono stato…” “Loredana quello che dici non c’entra nulla con una spiegazione che ti devo dare.” “Invece si, io da quando avevo dodici anni sono innamorata di lei, le mia compagne di ridono appresso perché scrivo il suo nome sulla lavagna e poi la sogno ogni notte, cosa devo fare?” “Quando avrai finito di dire cose insensate tornartene a casa, potrei benissimo essere tuo padre, a proposito dei tuoi potrebbero ritornare, ti prego lasciami solo.” L’ultima frase non sortì alcun effetto anzi Loredana si attaccò alla bocca di Alberto che rimase basito senza reagire la poi baby pensò bene di sparire dall’abitazione di Alberto il quale si buttò letteralmente sul letto, in bocca ancora il sapore di caramella mou ed un profumo di giovinezza addosso a lui, sensazioni bellissime, mai provate, che potevano però portarlo direttamente alla regina del cielo (Regina Coeli) come accaduto anni addietro a due distinti signori. Alberto psicologicamente aveva subito uno shock, l’amico dottore Sergio C. gli  prescrisse per telefono un calmante che Alberto,  sempre per telefono aveva pregato la portiera di andarglielo ad acquistare. Il ‘caso’ che nella mitologia greca è ‘cosa infida e mutevole’ volle che Cesira  incontrasse la portiera Emma Z., la quale, chiavi in mano, stava andando a recapitare le medicine ad Alberto. “Ci penso io, quanto ha speso? Venticinque  €uro.” “A lei.” Alberto aprì la porta d’ingresso del suo appartamento e fu sorpreso di incontrare Cesira. “Avevo incaricato Emma…” “Ed io son qua per curare il malatino.” E si introdusse in casa. “Cesira è solo un po’ di raffreddore non vorrei ‘appiccicartelo’?” Nessuna preoccupazione anzi sai che ti dico: diamoci alle ‘orge dionisiache’,  organizzate da Priapo, che fanno passare tutti i mali. Tu non  sarai un Priapo ma, nel tuo piccolo, ti difendi bene.” Cesira in breve tempo,  nuda, si scatenò sopra Alberto il cui ‘ciccio’ fece il suo dovere prima in ‘ore’ e poi in ‘nigrum cattum’. Deliziata, Cesira baciò Alberto e prese la via di casa sua osservata dallo spioncino da una certa Loredana infuriata. Niente di peggio di tigri furibonde e soprattutto di età adolescenziale che considerano le donne meno giovani vecchie che non devono più interessarsi del sesso, soprattutto di quello delle persone a loro care. La tigrotta non voleva bussare alla porta di Alberto allora pensò che forse la chiave dell’appartamento dell’amato fosse custodita da Emma in portineria. Niente rumore, come una lince andò al quadro e vide il numero 24, quella dell’amato suo, se ne appropriò.   La chiave era quella giusta e girò nella toppa con facilità. Alberto era sotto la doccia: lì per lì non si accorse di niente poi al riflesso di uno specchio…ma come c…o era entrata. “Guarda che sono ancora ammalato, vedi d’annattene come dicono a Roma.” “Pensi che le cure  della miss Cesira abbiano avuto effetto?” “Siamo alla gelosia, le bambine debbono essere gelose solo se le rubano la bambola ed io non lo sono!” “Sei il mio bambolotto, non ti mollerò mai, prova a lasciarmi e vedi che putiferio ti armo!” “Intanto io ti sculaccio , Alberto lanciò Lory sul letto, le abbassò gli slip e cominciò con la sculacciata che finì presto con bacini bacini alla parte opposta del corpo…proprio lì dove Lory desiderava da tempo. I bacini bacini terminarono in un godo godo piuttosto rumoroso della baby che mise in apprensione Alberto che capì che aveva perso la partita su tutta la linea. Lory giaceva immobile sul letto abbracciata ad un cuscino, viso estasiato, occhi chiusi, ‘gatta’ soddisfatta. Lory, dietro sollecitazioni di Alberto aprì gli occhietti belli, capì che doveva sloggiare e, dopo un bacio niente affatto filiale al professore, sparì dalla circolazione. Telefonata alle quattordici del giorno successivo: “Finalmente ho provato qualcosa di divino, qualche volta lo faccio da sola ma non è la stessa cosa, non vedo l’ora…” “Seguimi, anche se sei molto giovane dovresti capire in quale casino ci siamo imbarcati, sai benissimo che ormai mi piaci da morire ma un fidanzato tra le sbarre che esce dopo dieci anni non ti servirebbe.” “Anch’io ho ragionato sulla nostra situazione, non ti mollerò mai anche se dovrò vederti di rado, sarò studiosa a scuola, non farò colpi di testa ma un’altra cosa voglio da te, immagina quale: Afrodite sarà la nostra dea protettrice e ci guiderà nel percorso dell’amore. Anche se dovranno passare due anni per diventare maggiorenne ti aspetterò, forse farò partecipe della nostra storia mia madre con cui ho molta confidenza.” Passarono i giorni, uno dopo l’altro, Alberto e Loredana, con la complicità della mamma Fulvia, riuscivano ad incentrarsi senza essere visti da impiccioni rompiballe, ma al compimento dei diciassette anni Lory: “Mamma ormai mi sento la moglie di Alberto anche se ancora non…che ne dici se il 26 luglio giorno del mio compleanno…” “Immaginavo che me lo avresti chiesto, io voglio bene Ad Alberto quasi quanto te…nello stesso temo, da mamma…posso solo dirti sii felice, io non lo sono stata con tuo padre, è un uomo grezzo, Alberto mi piace.” “Mammina Alberto è solo mio… sto celiando, sei la mamma migliore del mondo, nessun altra avrebbe capito la situazione.” Alberto cercava una soluzione per poter finalmente sposarsi, non in chiesa, era ateo. Con l’aiuto dell’amico Sergio, sempre disponibile, riuscì in breve tempo a far compilare in Comune le ‘carte’ necessarie compresa la dichiarazione di Fulvia per la figlia minorenne. Il giorno del compleanno di Loredana coincise con quello della cerimonia nuziale, Sergio fece da testimone insieme alla suocera Fulvia, il suocero era deceduto. Una sorpresa per tutti: Alberto aveva contattato due suoi cugini contadini a Morlupo, periferia di Roma e lì i novelli sposi arrivarono di pomeriggio inoltrato dove li aspettavano Fabio ed Alfonso M. felicissimi di rivedere dopo tanto tempo il loro cugino. La cena tutta a base di specialità contadine: dal tacchino, al coniglio, formaggi e salumi a iosa oltre una ‘cofana’ di verdure e frutta locale tutto innaffiato dal vino Colli Lanuvini di produzione dei cugini  che mandò un po’ tutti su di giri ad eccezione di Alberto e di Lory che pensavano ad altro…”Cari commensali, voi restate pure per il caffè  ma i nostri ospiti saranno stanchi e vogliosi di…riposare.” Fabio dopo il discorsetto prese sottobraccio Alberto e Loredana: “Vi abbiamo preparato una sorpresa: all’ultimo piano c’è la vecchia camera da letto dei nostri genitori che nessuno usa da tempo.” Aperta la porta apparve quasi un museo: il letto in ferro battuto con  un immagine sacra alla spalliera, ai piedi una scena bucolica, alle pareti immagini di santi e di antenati, un camino acceso che aveva riscaldato tutta la stanza, un lampadario in ferro battuto con candele (nella stanza non c’era la luce elettrica), tappeti con immagini georgiche  ed infine un pavimento in legno, in fondo una piccola stanza da bagno. “Un antiquario ci ha offerto cifre enormi per acquistare il tutto ma noi siamo affezionati ai ricordi dei nostri. Quello che vedete in alto che illumina la stanza è un acetilene, dentro c’è del carburo, si usava in tempo di guerra quando non c’era l’elettricità…Buona notte!”  La prima a riprendersi dallo stupore fu ovviamente Loredana che, col solito senso pratico delle femminucce, constatò che nel camino c’era un gran pentolone con acqua calda…”Amore tutto a posto, ci possiamo lavare le nostre cosine!” “Alberto che è stà roba nel letto?” “Si usavano tanto tempo fa, sono il prete e la monaca: il prete è composto di quattro assi in legno e di due piani, in quello sotto si pone la monaca che è un braciere con dentro carbonella accesa, il tutto per riscaldare il letto.” Tolti di mezzo prete e monaca, i due, nudi, dopo ‘lavacri’ alle parti intime e ridendo come fanciulli si infilarono nel lettone dei nonni e poi…”Mi fa piacere aver riservato sino ad oggi la prima volta per…, inutile dirti…” “Muta come un pesce, ‘ghe pensi mi’.” “Fai meno il milanese e tratta con dolcezza il fiorellino…”Alberto ci mise tanta buona volontà ma c’era molta disparità tra il  calibro del suo cosone e quello della di lei cosina e quindi ci fu qualche immancabile urletto di dolore…”Amore se vuoi smetto!” “Non ti preoccupare, è una vita che desidero questo momento, la gatta si è ormai resa conto che era in conto…insomma vai facile!” Alberto andò facile due volte ma non volle ‘infierire’ , avevano davanti tutta una vita per …A quel punto ad Alberto vennero in mente pensieri tristi, i trent’anni di differenza di età che problemi avrebbero creato? A quarant’anni Loredana sarebbe stata nel pieno della maturità, sicuramente sempre più bella ed appetibile, lui…meglio non pensarci.
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 22 agosto alle ore 9:21
    In mezza riga

    Come comincia: Il colpo inferto fu doloroso, ed il bimbo non è mai nato.
     

  • Come comincia: Avrai il mio stesso cuore, il mio stesso amore avvolgerà la nostra mente, ora vuota di ricordi. La vita, un orologio che circolerà sull'angelica anima, la percorrerai su una lancetta, che segnerà il tuo tempo, il tempo che io non avrò mai.
    Io resterò sempre la tua giovinezza, sarò eterna, incantata dai tuoi successi, sarò qui ad aspettarti, attendendo la nostra ora.
    Non avrò mai ricordi vissuti in vita, perchè vivrò in una eviternità limbica: la nostra futura casa.
    Senti come la gravità lenisce la tua pelle, senti come il tempo comincia ad accelerare, portandomi via da te, il tuo orologio è partito!
    Ti aspetterò, quando la tua vita tramonterà le nostre lancette si ricongiungeranno.
    Mi donerai tuoi ricordi, la tua esperienza, la musica segnata sul tuo corpo ascolteremo per l'eternità!
    I sogni sono figli del tempo, il suo trascorrere accrescerà il desiderio di ritrovarmi  e la forza di vivere.
    Invecchierai, invecchiare significa ricoprirsi di musica, giorno dopo giorno una nota segnerà come rughe la tua pelle...
    Col tempo la tua vita come l'alba ritornerà, col tempo sino alle Stelle!
     

  • 19 agosto alle ore 8:58
    Genova

    Come comincia: Ho settant'anni, quando ne avevo poco più di venti percorrevo il ponte Morandi in auto per andare a Genova e poi a Camogli. Mi faceva impressione, come ogni cosa così mastodontica e così sospesa. Ma con me c'era lui, la sua mano stringeva le mie, il cuore si preparava a quelle sere speciali, uniche. Quando arrivavamo sul ponte io sapevo che la meta era vicina, la meta d'amore. Il vento trafiggeva Genova come quasi sempre, e, mentre lui si dedicava al suo lavoro, io camminavo lungo Via XX Settembre guardando le vetrine dei negozi in cerca di qualcosa di unico, di speciale, per sorprendere lui, per esternare tutto l'amore che sentivo. Un regalo, un regalo che poi gli avrei dato più tardi, di sera, a Camogli. Non mi importava del vento che quasi mi impediva di camminare, il profumo di una città che amo così tanto mi inebriava. Percorrevo le strade che avevo conosciuto  per mano a mio padre, da piccola, quando mi portava a far visita ai parenti, nella sua città, nel suo mondo. Quando mi portava al mare e mi comprava i fichi neri con la focaccia. Io, ormai adulta, ero di nuovo lì, col mio amore, e lì mi sentivo a casa, sempre a casa mia. Santo Cielo, quanta emozione, quanto di me, quanto di lui, quanto di Genova! E adesso casa mia è ferita, è ferita gravemente,  il mio cuore è spezzato, e  mi tocca rivivere quei momenti e scoprirli così lontani.

  • 17 agosto alle ore 17:00
    AGNESE E LUCIA

    Come comincia: Alberto M. era dietro i vetri della finestra del salone in via Merulana a Roma aspettava uno studente o meglio una studentessa per una ripetizione. Professore di lettere al Cavour  poteva fare a meno di dare ripetizioni, finanziariamente non ne aveva bisogno, i suoi, con la loro morte per una malattia contratta in Africa, l’avevano lasciato finanziariamente abbiente e allora perché impegnarsi nel lavoro anziché…Un evento estremamente spiacevole aveva dato una svolta alla sua vita: una email sul suo telefonino con la quale la consorte Lydia, sic et simpliciter, gli aveva comunicato di averlo lasciato per il suo amico Alfredo di cui si fidava che era spesso a casa loro, evidentemente troppo spesso, chissà quante volte… (fiducia a nessuno chiosavano  i vecchi!). La solita  sottile pioggia romana, che dura anche giorni, non migliorava il suo umore; non si sentiva di aderire alle richieste  degli  amici per andare a folleggiare, si sentiva spento. Se n’erano accorti anche i suoi studenti del Cavour ai quali impartiva le lezioni in maniera stanca, senza entusiasmo, Lydia gli aveva lasciato un vuoto profondo e non solo in campo sentimentale: s’era portata via tutto il vestiario, la carta di credito con cui aveva svuotato il conto corrente e tutti i regali in oro che lui gli aveva fatto, ‘percutum et cornutum’ nella lingua degli avi faceva più effetto! Allo specchio: classica faccia del cane bastonato! Finalmente giunse Genoeffa, mai un nome era stato più appropriato ad un essere femminile: sedicenne, piatta, capelli spettinati, occhi piccoli in compenso piedi incredibilmente lunghi, madre natura si era sbizzarrita con lei e lei stessa ci metteva del suo, aggiungi che a scuola era pure bestiolina: eccovi Genoeffa. “Cara cerca di seguirmi altrimenti non supererai gli esami di terza media.” “Professore tutti mi prendono in giro, l’altro giorno leggevo in classe una poesia di Catullo: che fa: ‘Lugete o Veneres cupidinesque et quantum est hominum venustiorum, passer mortuus est meae puellae, passer delicia meae puellae quel illa amabat plus oculis suis..’ non sono riuscita a finire per le gran risate dei miei compagni.” ”Scusa ma i tuoi genitori non ti hanno detto nulla sul sesso?” “I miei sono molto religiosi e si vergognano…” “E tu fai la figura della…il passer di Catullo può essere confuso con l’organo maschile, ora l’hai capito?” Genoeffa divenne purpurea e non riuscì a finire la lezione, si vestì in fretta e sparì dalla circolazione, il passer gli aveva fatto un brutto effetto! Rimasto forzatamente vedovo bianco, Alberto aveva affidato le faccende domestiche alla portiera Agnese che un giorno: “Professore non ce la faccio più, io sostituisco nella portineria mio marito Attilio che è gravemente malato, chissà quanto tempo restarà in ospedale,  mi faccio aiutare da mia figlia Lucia, ha sedici anni ma è molto volenterosa, qualche volta verrà lei al posto mio.” Una domenica mattina una telefonata di Agnese: “Professore le mando Lucia, è sveglio?” Alberto sperò che la cotale non assomigliasse a Genoeffa: “Falla venire anche subito.” Andò in bagno, barba, doccia e in accappatoio in cucina per la colazione. Campanello: “Sono Lucia.” Una visione: bellissima, alta, castana, capelli lunghi, grandi occhi grigi, naso piccolo come pure le tette, vita snella piedi da far felice un feticista, un profumo di giovinezza. Alberto evidentemente doveva aver avuto una espressione tale da far ridere la baby: “Posso entrare professore?” (Pensiero dello sporcaccione: ci puoi restare tutta la vita!). Faccia ricomposta alla serietà: “Entra pure, cerca da sola quello che ti serve per pulire, che scuola frequenti?”  “La terza media.” “A voti come te la passi?” “Le monache dicono che sono brava.” Alberto ritornò sulla terra, che voleva da una sedicenne, roba da codice penale, ultimamente a Roma era accaduto uno scandalo di pedofilia con ragazze minorenni. “Io sono nel salone, se ti serve qualcosa…” Forse serviva qualcosa ad Alberto anzi senza forse…”Professore ho finito, dovrei andare dal commendatore Sanfilippo ma non se se ci andrò…” Lucia letteralmente sparì , Alberto era basito, che voleva dire quella battuta, doveva chiedere spiegazioni alla madre della ragazza. Un fatto contribuì a peggiorare l’umore di Alberto: guardando fuori dalla finestra vide due passerotti che volavano, uno dei due sbatté contro una vetrina, ovviamente trasparente, e rimase inanimato a terra, era una femmina, aveva le penne del collo chiare mentre il maschio dalle penne  più scure cercava in tutti i modi di aiutarla, le girava in torno e col becco cercava di farla rialzare. La storia durò un quarto d’ora, il maschio sparì dalla vista di Alberto il quale rimase alla finestra per vedere la fine della storia. Il passerotto ritornò più agguerrito che mai, non voleva mollare la sua compagna, era patetico ma i suoi sforzi non ebbero risultati ed allora il maschio si diede per vinto e, lemme lemme, si allontanò forse con il dolore nel cuore. I vecchi affermavano che gli animali hanno solo istinto, quanto mai falso, L ’Umanità delle Bestie’ Alberto l'aveva ritrovata in un libro omonimo scritto dal padre Armando il 22maggio 1945 e pubblicato dalla tipografia Flori di Jesi. L’autore fa parlare le bestie che dimostrano sentimenti superiori anche a quelli degli uomini; Alberto tiene l’ultima copia del libro  come una reliquia, talvolta lo rilegge e riesce ancora a commuoversi. Ritornando a data attuale, ormai d’abitudine in sostituzione di Agnese la domenica a casa di Alberto si recava Lucia ogni giorno più triste sino  quando: “Professore sento che mi posso aprire con lei, mio padre non si trova in ospedale ma in galera, si è a Regina Coeli, io mi reco da alcuni signori della scala per…guadagnare i soldi per andare avanti, il farmacista Rocchegiani ha offerto a mia madre un mucchio di €uro per avere la mia…, agli altri faccio una cosa con le mani o con la bocca, mi riempiono di quattrini ma io…io mi sono innamorata di lei, voglio avere…” Un pianto a dirotto, irrefrenabile , anche ad Alberto uscì dagli occhi qualche lacrima ma non riuscì a profferir parola, una tristezza immensa per una situazione a dir poco scabrosa, gli impedì di qualsiasi azione, Lucia silenziosamente era sparita. Al professore vennero in mente delle parole di una canzone di Tenco: ‘Mi sono innamorato di te perché non potevo più stare solo.’  Effettivamente passava i giorni della settimana come un fantasma in attesa della domenica. “Mia cara dobbiamo prendere una decisione, al tuo futuro ed a quello di tua madre penserò io se tu sei d’accordo, chiamami per nome…” “Io ho dato retta al dottor Rocchegiani, sto prendendo la pillola per non rimanere incinta, il dottore mi ha promesso centomila €uro per…la mia cosina…” “Il farmacista del cavolo non ti darà niente, tu seguita a prendere la pillola, se vorrai sarò io a…” Lucia abbracciò furiosamente Alberto: “È quello che volevo sentirti dire, sarò solo tua, tua, tua, non andrò con nessuna altro, vado a dare la notizia a mia madre.” Una domenica successiva: “Caro mi son finite le mestruazioni ed anche le pillole, sai che vuol dire…” “Sarai la mia sposa, mia moglie, la mia donna, la mia signora per sempre sino a quando… ricordati la differenza di età, nella vita avvengono tanti cambiamenti nel senso che…” “Marito mio,  sinchè avrò vita …” Alberto e Lucia di comune accordo decisero di…saltare le lezioni per una settimana, anche la notte dormivano insieme e pian piano cominciarono a conoscersi sessualmente sin quando non pensarono…all’assalto finale. “Sai ho un po’ di paura, tu ce l’hai più grosso degli altri, la mia piccolina…” “Farai tutto tu, tranquilla.” La mattina successiva Lucia: “Senti prima di…vorrei fare quello che ha fatto una mia compagna di scuola, rasarmi la gatta, ho tanti peli, li metteremo in una scatola per ricordo.” “Sei fantastica e fantasiosa.”In bagno si misero all’opera e dopo una mezzoretta apparve una gatta spelacchiata ma bellissima, Alberto ebbe a baciarla sin tanto  che la gatta…pianse nel senso che…in quel senso. Si rifugiarono nel letto che apparve come un amico su cui avere un’esperienza indimenticabile: Lucia spalmò il cosone di Alberto con della vasellina e  lo  puntò verso la gattina spingendolo dentro pian piano; qualche urletto…ci volle del tempo ma Lucia era determinata ed ‘alla fine della licenza io tocco’ pensò Alberto, Cyrano de Bergerac non c’entrava per niente, Al. era fuori di testa. Lo schizzo violento del suo pene raggiunse il collo dell’utero di Lucia che alzò alti gridolini di piacere. Si addormentarono. Furono svegliati dal suono del telefono: “Si mamma tutto a posto, torno a casa stasera.” Lucia ed Alberto tornarono a scuola con buon profitto per ambedue, Attilio uscì di prigione ma dopo tre mesi ci ritornò, non aveva perso la vecchia abitudine di rubare. Agnese smise di fare la portiera, i due novelli si sposarono ma di comune accordo non vollero aver figli, troppa la differenza di età. Alberto pensò: Attilio, Agnese e Lucia tre personaggi dei promessi sposi, lui s’era aggiunto.

  • 17 agosto alle ore 13:00
    Passamontagna

    Come comincia: Erano in dieci e forse anche di più. Col passamontagna, pistole, e ferri per scassinare. Un'operazione chirurgica, fredda, calcolata. Repentina. Il vomito.
    Alle quattro del mattino ho assistito ad una rapina. Ho assistito come si assiste in sala ad un film che scorre sullo schermo.
    Come il meditatore testimonia l'avvicendarsi della propria battaglia interiore, senza intervenire. La danza di demoni, il samsara, il fluire incontrollato.

    Parlo di fatti, di realtà. Ma parlo anche di metafore. Poco prima un camion mi è passato addosso. Reale. Nel mio stomaco.

    Siamo sempre i rapinatori di qualcuno. Il tram senza controllo che si abbatte sull'anima senza ritegno.

    Mi è stato tolto qualcosa. Mi è stato rubato qualcosa. Un figlio mai nato, un bavaglio intorno al viso per silenziare di me tutto. L'incomunicabilità che resta e questo rigetto da tenere sotto controllo.

    Io butto il cuore oltre l'ostacolo, perché così ho imparato a sopravvivere. Ma ho assistito ad un furto adesso e mi resta solo una pace scomoda.

    Respiro, a fatica.