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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • sabato alle ore 17:43
    La scritta sul muro

    Come comincia:  "Le nuvole sono i nostri aquiloni", scrisse una volta un barbone ubriaco su di un muro che costeggia un binario morto della stazione di Casalpusterlengo, vicino Lodi. Tre giorni dopo quel barbone fu trovato morto - aveva la gola squarciata da parte a parte - nelle campagne limitrofe: forse, chissà, aveva fatto in tempo ad essere felice. Sotto quel muro, su cui scrisse il barbone, nessuno mai accese una candela: eppure la morte è una cosa seria!

  • sabato alle ore 17:31
    Il bambino e l'uomo

    Come comincia:  Ogni bambino piccolo normale, se viene lasciato solo si mette a strillare e a piangere; il modo migliore per consolarlo è prenderlo e cullarlo, oppure cantarli una nenia o metterli in bocca il ciuccio, oppure camminare tenendolo in braccio. Invece, se un uomo resta solo nel deserto durante una tempesta di sabbia, attende che [la tempesta] finisca: ma prima, però, la ama e la odia; la corteggia, la venera ed a lei, infine, si abbraccia come fosse la più bella delle donne al mondo!   

  • mercoledì alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

  • Come comincia:  Quelle che seguono sono le otto quartine, composte in versi a rime incrociate, della bellissima e mirabile poesia, dedicata a Venezia ed inserita nella raccolta "Poesie vecchie e nuove", di Diego Valeri, raffinato e sensibile artista veneto, spesso sottovalutato se non addirittura dimenticato o ignorato dalla critica e dalla "intellighentia" ufficiale (nacque a Piove di Sacco, nel padovano, nel 1887, morì a Roma nel 1976) nonché illustre docente e studioso di letteratura francese. Tra le altre opere sue sono da ricordare le liriche seguenti: "Ariele", "Scherzo e finale", "Tempo che muore". Svolse anche attività di saggista letterario, di critico d'arte, di prosatore ("Fantasie veneziane") e di traduttore (soprattutto lirici tedeschi e francesi).

                                                            = Venezia =
     C'é una città di questo mondo,
    ma così bella, ma così strana,
    che pare un gioco di fata morgana
    o una visione del cuor profondo.

     Avviluppata in un roseo velo,
    sta'con sue chiese, palazzi, giardini,
    tutta soppesa tra due turchini,
    quello del mare, quello del cielo.

     Così mutevole!...A vederla
    nelle mattine di sole bianco,
    splende d'un riso pallido, e stanco,
    d'un chiuso lume come la perla;

     ma nei tramonti rossi, affocati,
    é un'arca d'oro, ardente, raggiante,
    nave immensa veleggiante
    a lontani lidi incantati.

     Quando la luna alta inargenta
    torri snelle e cupole piene
    e serpeggia per cento vene
    d'acqua cupa e sonnolenta,

     non si può dire quel ch'ella sia,
    tanto è nuova mirabile cosa,
    isola dolce, misteriosa,
    regno infinito di fantasia...

     Cosa di sogno, vaga e leggera;
    eppure porta mill'anni di storia,
    e si corona della gloria
    d'una grande vita guerriera.

     Cuor di leonessa, viso che ammalia,
    o tu, Venezia, due volte sovrana,
    pianta di forte virtù romana,
    fior di tutta la grazia d'Italia.

    (da: "Poesie vecchie e nuove").

     Poesia delicata, dal linguaggio semplice ma incisivo, i cui versi - a mio avviso - sono vere e proprie "pennellate" di...parole! (C'é una città...una visione del cuor profondo; avviluppata in un roseo velo; tutta sospesa tra due turchini; è un'arca d'oro, ardente, raggiante; nave immensa veleggiante, etc.). Pablo Picasso ebbe a dire una volta: - Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ci sono altri che con l'aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole -. Ebbene: Valeri quì, con i suoi versi, ha reso Venezia, una macchia gialla, nel sole.
     

  • 21 gennaio alle ore 16:07
    Corto: Come il sole nella mente.

    Come comincia: Spingendo la sua bicicletta, girava per le strade in mezzo alla gente, osservando le persone. Amava il caldo di quell’estate asfissiante.
    Di colpo: ‘Vedi queste coppie? Sono in qualche modo riuscite a trovarsi. Alcuni hanno pure una famiglia. Mentre io sono da sola.’
    La sua di lui voce risuonava allegra e felice: “Perchè hai aspettato pazientemente dieci lunghi anni prima di trovare ‘me’.”
    Il suo sorriso scanzonato, ma ombroso la feriva tanto quanto la voglia di baciare le sue labbra.
    “E allora? Sei felice a volte, no? Non posso darti dei figli però...”
    Lei osservò il suo viso che si faceva cupo, cercando di leggere nei suoi occhi turbati uno sprazzo di emozioni che lui non era abituato a esprimere.
    “Non sono preoccupata per i figli che non puoi darmi, ma più per il fatto che non sei reale.”
    “Ma lo sono!”
    “Nella mia testa!”
    “Si!” Il tono stridulo della sua voce la fece sussultare. “È proprio per questo che sono reale! Non mi puoi toccare ma sono reale quanto te, in un’altra dimensione forse, ma lo sono. E tu lo sai!”
    “Si… per quello che vale… rispondere a una voce nella mia testa. Da pazzi.”
    “Non sei pazza, solo differente. E io ti ascolto sempre. Anche quando ci baciamo lì dentro.” Le indicò col dito la fronte imperlata di piccole gocce di sudore. “Io riesco a sentirlo, e tu? Certo che puoi!”
    Scrollando le spalle, lei aspettò che continuasse.
    “Prendi il sole, per esempio: non puoi sentire il suo tocco, ma senti il suo calore e come il sole, io sarò sempre con te. Non sarai mai sola. Te lo prometto.”
    Sospirando profondamente si spaventò e si girò a guardare se qualcuno l’avesse vista. Un sorriso le si formò sulle labbra asciutte mentre le inumidiva con la lingua.
    “Ok... Ti amo, mio sole.”
    “Anch’io, ti amo.”
    “Bene... e adesso chi è il prossimo che uccidiamo?”

  • Come comincia:  Grete Waitz e Ingrid Kristiansen: ovvero, le due più grandi runners norvegesi di ogni epoca, furono entrambe le migliori maratonete al mondo per oltre un decennio ed erano fortissime tanto nelle corse in pista, quanto in quelle su strada e nelle campestri (o cross-country che dir si voglia). La prima nacque a Oslo (nel quartiere di Keyserlokka, zona residenziale del centro cittadino, nel distretto di Grunerlokka) il primo ottobre 1953: figlia di un farmacista (il padre John) e di una commessa in un negozio di generi alimentari (la madre Reidun), il cognome suo da nubile era Andersen (sposò Jack Henry Nilsen nel 1975 ed entrambi presero il cognome Waitz). Fu una vera pioniera della maratona targata al femminile (alcuni la considerano addirittura una sorta di suffragetta ante-litteram della specialità!) e delle grandi distanze, su pista e strada, appunto: nell'agosto del 1983, a Helsinki (capitale della patria dei più grandi fondisti che la storia dell'atletica abbia mai avuto - da Paavo Nurmi a Volmari Iso-Hollo, da Hannes Kolehmainen a Ville Ritola, da Ilmari Salminen a Lasse Viren, Albin Stenroos, Taisto Maki, Toivo Loukola, Pentti Karvonen, Peka Vasala: vere e proprie leggende anche al di fuori della terra dei mille laghi, come comunemente è nota la Finlandia), divenne la prima campionessa mondiale della storia sulla classica distanza dei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, peraltro presente nel programma dei Giochi olimpici - targata al maschile, però - sin dalla prima edizione del 1896 ad Atene (fu lo storico linguista francese Michel Breal che, ispirandosi al mito del soldato Filippide, la fece introdurre). A sedici anni fu campionessa di Norvegia tra le juniores nei 400 e 800 metri. Nel 1971, invece, appena diciottenne, esordì sulla scena internazionale correndo 800 e 1500 metri agli Europei di Helsinki (in quella stagione, tra l'altro, batté il record europeo juniores sulla distanza lunga con 4'17"), mentre l'anno seguente si affacciò sulla scena olimpica in quel di Monaco di Baviera dove corse, però, soltanto i 1500 metri: fu eliminata al primo turno, giungendo settima nella sua batteria! Due anni dopo, agli Europei di Roma, avvenne la definitiva sua consacrazione: fu terza (col tempo di 4'05"21) alle spalle della tedesca-est Gunhild Hoffmeister e della bulgara Lyliana Tomova. In tale occasione la norvegese precedette la sovietica Tatiana Kazankina che due anni dopo, a Montreal, siglò (prima ed unica donna nella storia) il "double" olimpico 800-1500. Da notare che l'atleta di Petrovsk (classe 1951) bisserà il successo sui 1500 metri a Mosca, nel 1980: fu anche primatista mondiale sulle distanze 800-1500-3000 metri ed è considerata una delle più grandi mezzofondiste-fondiste di sempre. La Waitz nel 1975 (24 giugno), ai Bislett Games di Oslo, batté il suo primo record mondiale in pista: sui 3000 metri siglò uno storico 8'46"6, migliore di ben sei secondi del tempo della russa Lyudmila Bragina, precedente detentrice. L'anno dopo (21 giugno), sempre ai Bislett di Oslo, migliorò ancora il record sui 3000 con 8'45"4. Quel record, però, ebbe vita brevissima: la rivale russa, infatti, il sette agosto siglò uno strabiliante 8'27"2 (poi ratificato nel tempo automatico di 8'27"12) nel corso dell'incontro Usa-Urss, a College Park (Maryland, Stati Uniti). Al secondo appuntamento pentacerchiato della carriera, in Canada (quei Giochi si svolsero a Montreal, capitale di Quebec, dal 17 luglio al 1°agosto) le cose andarono leggermente meglio rispetto al primo: la norvegese giunse alle semifinali. L'anno dopo, nel corso della prima edizione della Coppa del Mondo (competizione mista per squadre continentali e nazionali), disputatasi a Dusseldorf (capitale del land tedesco della Renania settentrionale-Westfalia), compì il capolavoro della sua carriera in pista: batté la Bragina e siglò un tempo inferiore al suo secondo record mondiale dell'anno prima (8'43"5). Nel 1978 disputò l'ultima grande manifestazione internazionale interamente su pista - i Campionati Europei di Praga - prima di dedicarsi anima e corpo alle corse su strada ed alla maratona: in quella occasione fu terza nei 3000 (alle spalle della russa Svetlana Ulmasova e della rumena Natalia Marasescu-Andrei), segnando un ottimo 8'34"33, e quinta sulla breve distanza (dietro Giana Romanova, russa, la stessa Marasescu, la bulgara Totka Petrova e l'altra russa Valentina Ilyinykh) con 4'00"58 (personal best sulla distanza). La Waitz, sino ad allora nel corso della sua carriera da pistard (tanto nelle gare outdoor, quanto in quelle indoor) era stata la sola rappresentante occidentale (a dire il vero sarà imitata, in seguito, anche dalla connazionale Kristiansen) capace di battersi ad armi pari con le atlete del "blocco dell'est" e aveva ancora buone possibilità di ben figurare, tuttavia cominciò a maturare la decisione più importante della sua vita (personale e di atleta). La prima Waitz aveva riscosso risultati buoni ma non eccezionali (tra l'altro, risultò essere la migliore nel "World ranking" sui 1500 nel 1975, sui 3000 nel 1975 e 1977), ma la seconda era destinata senz'altro ad entrare nella leggenda dell'atletica leggera. L'atleta norvegese capì, con grande sagacia ed intelligenza, che le sue potenzialità erano ancora rimaste inespresse e potevano essere sfruttate al meglio nelle distanze più lunghe. Nell'autunno del 1978 prese parte così alla prima maratona in assoluto della sua carriera, cedendo alle lusinghe ed all'invito che Fred Lebow (responsabile, all'epoca, ed organizzatore della maratona di New York) le aveva avanzato qualche mese prima. Essa trionfò sulle strade della "big-apple" in maniera alquanto inaspettata ed eclatante assai, ovvero balzando in testa alla gara dal ventinovesimo chilometro, lasciando a ben nove minuti la seconda classificata, la statunitense Martha Cooksey che appena due mesi prima aveva corso la mezza maratona di San Diego in 1h11'04" (il tempo migliore al mondo all'epoca!), stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale (per la maratona le tabelle dell'atletica non prevedono un vero e proprio record del mondo) con il tempo di 2h32'29": oltre due minuti più veloce della precedente, detenuta dalla tedesca-ovest Christa Vahlensieck (2h34'49", stabilita il 10 settembre 1977 a Berlino Ovest). Da quel precipuo momento la storia personale dell'atleta norvegese e quella della specialità ebbero una svolta epocale: abbandonò in modo definitivo la sua professione (era insegnante di geografia in una scuola della sua città natale) per dedicarsi a tempo pieno all'atletica; la maratona, invece, che fino ad allora era considerata una garà quasi proibitiva (o addirittura tabù) per le donne, grazie al suo carisma ed al valore tecnico delle sue imprese cominciò ad attrarre su di sé sempre più l'interesse di sponsors, media, tecnici ed appassionati del mondo intero. La Waitz, guidata dal marito (e dall'altro tecnico Johan Kaggestad), abbandonò quasi del tutto le gare su pista in cui, dopo di allora, ebbe solo sporadiche ed eccellenti incursioni: nel 1982, infatti, in quella che resta la sua ultima gara in pista (i 5000 metri ai Bislett Games di Oslo) segnò la seconda prestazione assoluta (col tempo di 15'08"80), ad appena mezzo secondo dal record mondiale che la statunitense Mary Decker-Slaney aveva stabilito tre settimane prima (15'08"26 il 5 giugno a Eugene, nellOregon): tuttavia, è da dire che la specialità era (ed è) assente nel programma di olimpiadi e mondiali e nelle rassegne continentali. Introdusse una metodologia di allenamento del tutto sconosciuta fino ad allora: durante l'inverno, infatti, era solita prepararsi partecipando a gare di sci di fondo; ma anche le gare su strada e le campestri (dove peraltro l'atleta di Oslo ottenne risultati eccelsi) divennero in un certo qual modo propedeutiche e complementari alla maratona. Il successo più prestigioso lo ottenne a Helsinki, come detto (in Finlandia trionfò in 2h28'09", tenendo a debita distanza sia l'americana Marianne Dickerson che la russa Raisa Smekhnova, piazzatesi alle sue spalle nell'ordine!), ma furono i nove successi a New York a decretarne la grandezza assoluta di atleta, a donarle fama, soddisfazioni e quattrini, infine ad issarla al vertice della storia dellla maratona. Stabilì la miglior prestazione mondiale nelle sue prime tre maratone newyorchesi, consecutivamente dal 1978 al 1980: la prima, di cui ho scritto, e poi 2h27'32"6, 2h25'41". Il 17 aprile del 1983 (annus mirabilis per lei!) stabilì la quarta - ed ultima - miglior prestazione mondiale (2h25'29") trionfando a Londra. Il successo nella capitale inglese gli arrise anche nel 1986, in 2h24'54: quel tempo resta il suo personal best sulla distanza e tuttora, sebbene siano trascorsi quasi trentaquattro anni, nelle graduatorie all-time risulta essere il 691° tempo, a testimonianza delle grandissime ed eccelse sue doti naturali e tecniche. Nel suo palmarès figurano ben tredici successi su diciannove maratone disputate (oltre ai nove a New York, i due a Londra e il titolo mondiale dell'83 a Helsinki, di cui ho detto, anche quello del 1988 a Stoccolma col tempo di 2h28'24", che è tutt'oggi il più veloce mai corso da una donna sulle strade della capitale svedese!): una media veramente impressionante, non c'é che dire, soprattutto se si pensa che tra gli uomini solo l'etiope Bikila può vantarsi d'aver fatto meglio di lei! L'unico suo cruccio rimasero i Giochi olimpici: nel 1984, a Los Angeles, fu seconda battuta dall'atleta di casa Joan Benoit (maritata con Scott Samuelson): l'americana di Cape Elizabeth, nel Maine, classe 1957, che solo alcuni mesi addietro aveva subito un delicato intervento di artroscopia chirurgica al ginocchio destro, segnò un ottimo 2h24'52", la Waitz invece 2h26'18". Sono da rimarcare due cose importanti: in quella occasione la connazionale della Waitz, Ingrid Kristiansen, giunse quarta in 2h27'14"; la Benoit, invece, era colei che l'anno prima, sulle strade di Boston, il 18 aprile, aveva migliorato il tempo record della norvegese di quasi tre minuti (2h22'43"), facendolo ad appena ventiquattro ore di distanza da quando essa lo aveva stabilito! Fu grandissima anche nelle corse su strada e nelle campestri (o cross-country): tanto nelle une, quanto nelle altre ebbe strisce vincenti clamorose. Nelle prime, infatti, non subì sconfitte in ventotto gare consecutivamente dal 1979 al 1981 quando fu battuta (l'otto aprile a Basilea, nella Svizzera tedesca) dalla rumena Maricica Puica in una corsa sui tremila metri. Da "stradista" mieté successi in giro per il mondo, ovunque lasciando il segno per le sue capacità atletiche, le sue qualità agonistiche e, soprattutto, per le sue spiccate doti umane e comunicative.Tra le vittorie più signficative sono da segnalare: la 10 km. di Madrid (San Silvestre Vallecana) nel 1981; la 10 km. di San Francisco (Bay To Breakers) nel 1986 (da notare che quella edizione della corsa, una delle più antiche e famose al mondo, tenutasi il diciotto maggio e a cui presero parte centodiecimila atleti, entrò nel Guinnes dei primati!); la Peachtree Road Race di Atlanta, in Georgia (la gara più grande al mondo sulla distanza dei dieci chilometri, si disputa ogni anno il 4 luglio, l'Independence Day per gli americani), nel 1983, 1985, 1986 e 1988; la Cooper River Bridge Run a Mount Pleasant e Charleston, in South Carolina, nel 1989; la New York Mini 10k (si svolge per intero a Central Park, l'edizione del 2011 venne dedicata a lei dopo la sua morte) nel 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984; la Falmouth Road Race (gara sugli undici chilometri e trecento metri), a Falmouth, Massachusetts, nel 1980. Nella corsa campestre vanta due record davvero strabilianti: il primo fu quello della  sua imbattibilità che durò dodici anni, il secondo fu quello delle cinque vittorie nel Campionato Mondiale, mai più battuto da nessuna nel corso della storia (solo tre atlete sono riuscite ad avvicinarsi alla Waitz, con tre vittorie: la statunitense Lynn Jennings, nel 1990, 1991, 1992; le etiopi Derartu Tulu, nel 1995, 1997, 2000 e Tirunesh Dibaba, nel 2005, 2006, 2008). La prima vittoria a Glasgow, nel 1978, quando precedette la coppia di rumene Marasescu-Andrei e Puica; nel 1979, a Limerick, in Irlanda, batté la russa Raisa Smekhnova e la statunitense Ellison Goodall; nel 1980, a Parigi, batté la coppia di russe Irina Bondarchuck e Yelena Chernysheva, piazzatesi nell'ordine; a Madrid, invece, nel 1981, batté la statunitense Janice Merrill e la russa Yelena Sipatova; nell'83, infine, a Gateshead, nel nord-est dell'Inghilterra, precedette la canadese Alison Wiley e la russa Tatyana Pozdnyakova. Fu anche due volte 3^: nell'82, a Roma, alle spalle della coppia rumena Puica-Lovin; nell'84, a East-Rutherford, negli Stati Uniti, ancora battuta dalla Puica e dalla russa Galina Zakharova. In Italia, la norvegese si affermò nel classico Cross del Campaccio, a San Giorgio sul Legnano, nel 1982 e per ben sei volte (1978, 1979, 1980, 1981, 1982, 1984) nella Cinque Mulini, a San Vittore Olona, in provincia di Milano.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

  • Come comincia:  Il sonetto che segue dopo le mie note (trattasi di quattordici versi endecasillabi a rima), intitolato "Dolore senza tempo", fu scritto da Vittoria Colonna (Marino, Roma, 1490 - Roma, 1547), figlia del celebre condottiero Fabrizio nonché figura di donna aristocratica e colta, "angelicata", quasi, e pura, nonché venerata da molti intelletti dell'epoca sua (tra gli altri, Michelangelo Buonarroti  e Galeazzo di Tarsia li dedicarono versi quando era ancora in vita): è inserito nella prima parte delle Rime, sua opera poetica omnia, edita a Venezia nel 1544 e dedicata tutta alla figura del marito, il marchese di Pescara Ferrante d'Avalos ch'ella avea sposato appena diciannovenne e che perì a causa delle ferite riportate nella battaglia di Pavia del 1525, combattuta da alto ufficiale per gli eserciti di Carlo V°di Valois. La seconda parte delle Rime, invece, è permeata di sentimento religioso ed ha tono molto più riflessivo. La figura del coniuge, nel componimento di cui detto, è evocata dalla donna (e dalla poetessa) con rimpianto e disperazione; esso era stato per lei la "luminosa stella", il faro che la guidò verso una meta sicura illuminando il suo cammino: ora che non c'é più si sente un fragile ramoscello esposto al vento ed alle intemperie, una nave in balia dei flutti del mare, delle acque e della tempesta. Ella, tuttavia, non teme tutto ciò né tali insidie, ma la spaventa invece il pensiero che dovrà "camminare" da sola d'ora in avanti, e continuare il lungo "viaggio" che l'aspetta senza aver al fianco il marito che le infondeva forza d'animo e sicurezza: il suo cuore, però, è di certo insicuro -  e forse perso - ma no spaurito! E'da dire che dopo la morte del marito la donna si dedicò ad opere di carità , e trascorse lunghi tratti della sua esistenza in convento (tra l'altro, visse anche a Ischia e ad Orvieto); morì nel convento romano delle benedettine di sant'Anna.
         Provo, tra duri scogli e fiero vento,
    l'onda di questa vita in fragil legno
    e non ho più, a guidarlo, arte nè ingegno;
    quasi è, al mio scampo, ogni soccorso lento.

         Spense l'acerba morte in un momento
    quel, ch'era la mia stella e 'l chiaro segno;
    or, contro 'l mar turbato e l'aer pregno,
    non ho più aìta, anzi più ognor pavento.

           Non di dolce cantar d'empie sirene;
    non di romper tra queste altere sponde;
    non di fondar nelle commosse arene;

           ma sol di navigare ancor quest'onde,
    che tanto tempo solco, e senza spene:
    ché il fido porto mio morte nasconde.
     
     A proposito delle Rime e dell'opera della Colonna questo scrive Maurizio Cucchi nel suo Dizionario della poesia italiana: - Lo stile è sempre controllato e contenuto - risultato di una rigorosa educazione - ma privo di vere invenzioni. E questi versi - una dichiarazione di poetica forse nemmeno tanto inconsapevole - sembrano confermarlo: "Amaro lagrimar, non dolce canto, / foschi sospiri e non voce serena, / di stil no, ma di duol mi danno il vanto". E forse la fama che l'ha sempre accompagnata si deve più al contegno della sua vita che alle intrinseche qualità della sua poesia. La fermezza del sentire diventa quì un limite imposto alla spontanea espressione dei sentimenti, perché mancano gli abbandoni del cuore. L'adesione alla formula petrarchesca (in particolare agli aspetti più malinconici propri della seconda parte del Canzoniere) è piena, senza incertezze, ma ne accoglie gli aspetti più freddi, quelli che più indulgono al ragionamento, e che perciò stesso conferiscono al corpus di queste rime una certa aura di lontananza statica ed estatica. - Ancora, così conclude il Cucchi: - Una più schietta testimonianaza offrono le Lettere (pubblicate soltanto tra il 1889 e il 1901), in cui, lasciate da parte le pretese e le preoccupazioni letterarie, meglio e più apertamente la Colonna diede la misura del suo fervore e della sua nobiltà d'animo. 

    Taranto, 18 gennaio 2014.  

  • 13 gennaio alle ore 19:36
    Il salto (dell'età)

    Come comincia:  I bambini amano il sole, non amano la pioggia. Da bambino amai tanto la pioggia, non amavo il sole anche se sotto i suoi raggi giocavo, ridevo e spesso piangevo: forse ero già vecchio, chissà, ancor prima che diventassi giovane! 

    Taranto, 13 gennaio 2020.

  • 11 gennaio alle ore 19:54
    Sport's memories: Anne Marie Moser-Proell

    Come comincia:  Dominatrice dello sci alpino femminile degli anni settanta, il periodo che ha prodotto i più grossi talenti di questo sport (Nadig, Mittermaier, Hanny Wenzel, Morerod), è unanimamente considerata la più forte discesista di sempre. Nata a Kleinarl, paesino di poco meno di ottocento anime nel cuore delle alpi salisburghesi, il 27 marzo del 1953, ha esordito sulle scene agonistiche internazionali giovanissima, piazzandosi terza nella discesa libera di St.Gervais del 1969. Mostrò subito mezzi tecnici ed atletici fuori dal comune tanto che tecnici e giornalisti intravidero in lei la futura campionessa e gli predissero una carriera luminosa e ricca di successi. Nel 1970 vinse il bronzo in discesa ai Mondiali della Valgardena e colse il primo successo in Coppa del Mondo, nel gigante di Maribor in Slovenia. Raggiunto l'equilibrio psico-fisico e la maturità tecnico-tattica divenne una macchina da sci inarrestabile. Nel 1971 si aggiudicò la sua prima Coppa del Mondo generale, vincendo anche le classifiche di discesa e gigante. La coppa di cristallo fu sua altre cinque volte (dal 1972 al 1975 e nel 1979): record tuttora imbattuto tra le donne; il suo connazionale Marcel Hirscher, invece, ha siglato ben otto successi tra gli uomini! Nel 1972 vinse in tutte le specialità (cinque discese, due slalom, tre giganti) mentre nel 1973 e 1974 si aggiudicò tutte le discese (record mai eguagliato).Nel 1975 riuscì a fare cento punti (a quel tempo si assegnavano venticinque punti per la vitttoria) in un solo posto, a Grindelwald in Austria, dove vinse quattro gare in due giorni. Grande favorita ai giochi di Sapporo, fu clamorosamente battuta, in discesa e gigante, dalla acerrima rivale elvetica Nadig. Si permise il lusso di lasciare le competizioni prima delle Olimpiadi di Innsbruck per poi tornare in attività e vincere la sua ultima coppa nel 1979 e, finalmente, l'alloro olimpico in discesa a Lake Placid, nel 1980 (in quella occasione fu la portabandiera dello squadrone austriaco nella cerimonia di apertura), al termine di un duello mozzafiato con Wenzel e Nadig. Sposata con Herbert Moser, ha una figlia - Marion - che l'ha resa nonna, e saltuariamente, dopo aver abbandonato le scene agonistiche (al termine della stagione 1980) ha fatto la commentatrice per la televisione austriaca. Attualmente gestisce un bar nel suo paese natale. Era soprannominata la "tigre di Kleinarl". Nel suo palmarès figurano: tre medaglie olimpiche (oro nell'80, due argenti nel 1972) e quattro mondiali (oro in discesa, a St.Moritz, nel 1974, e a Garmisch-Partenkirchen nel'78; bronzo in discesa, in Val Gardena nel 1970 e in gigante nel 1978); sei vittorie in Coppa del Mondo: per lei un totale incredibile di centotredici podi (cinquantatré in discesa, trentuno in gigante, diciassette in slalom e dodici in combinata) e sessantadue successi (primato assoluto tra le donne sino al 2015, quando venne battuto dalla statunitense Lindsey Vonn), ben dieci Coppe di specialità (in discesa nel 1971, 1972, 1973, 1974, 1975, 1978, 1979; in gigante nel 1971, 1972, 1975: terza donna della storia dopo Vonn con sedici vittorie e la svizzera Vreni Schneider, con undici); diciassette titoli nazionali (uno soltanto in libera, otto in gigante, sei in slalom, due in combinata). La sorella Cornelia, più piccola di lei di otto anni, gareggiò in Coppa del Mondo dal 1978 all'82 solo in discesa (vanta un successo a Pfronten, nel 1981), ai Giochi (22^ a Lake Placid) e ai Mondiali (15^a Schladming 1982); mentre nel 1979 fu campionessa austriaca. Ritengo valga la pena concludere questo profilo con il giudizio di due grandi esperti di sci alpino: Mario Cotelli, ex ct.della squadra azzurra maschile di sci alpino negli anni settanta (la cosiddetta "valanga azzurra"), e Paolo De Chiesa, componente di quella squadra e ora commentatore televisivo dello sci alpino. Così il primo: - Era una donna che sciava come un uomo, nel senso che aveva una grande rapidità di gambe, la capacità di cambiare ritmo e di calibrare il peso sugli sci, oltre che una grande forza fisica. Queste doti gli permettevano di esprimersi al meglio in tutte le specialità. - Così, invece, il secondo: - Non penso di esagerare dicendo che sia stata la più grande sciatrice di tutti i tempi. Solo Christi Cranz, la tedesca che dominò fra le due guerre, potrebbe reggere il confronto con l'austriaca ma i parametri di allora erano distanti anni luce dai canoni dello sci moderno! - .

    - Classifiche femminili All-times di Mario Cotelli
    Discesa libera: Proell/Nadig (Svi)/Seizinger (Aut)/Goitschel (Fra)/Hanny Wenzel (Lie);
    Gigante: Proell/Schneider (Svi)/H.Wenzel/Compagnoni (Ita)Wachter (Aut);
    Supergigante: Figini (Svi)/Walliser (Svi)/ Seizinger/Maier (Aut)/Merle (Fra)/Compagnoni;
    Slalom: Schneider/Morerod (Svi)/Erika Hess (Svi).

    - Classifica plurivittoriosi (uomini+donne) in Coppa del Mondo
    1) Ingemar Stenmark            Swe 1973/89        86 vittorie
    2) Lindsey Vonn                    Usa2000/19        82    "
    3) Marcel Hirscher                 Aut   2007/19        67    "
    4) Mikaela Shiffrin                 Usa   2011/attiva    64    "
    5) A. M. Moser-Proell            Aut    1969/80        62    "
    6) Vreni Schneider                Svi     1984/95        55    "
    7) Hermann Maier                 Aut     1996/09        54    "
    8) Alberto Tomba                   Ita      1986/98        50    "
    9) Marc Girardelli                   Lux    1980/96        46    "
        Renate Goetschl                Aut    1993/09          "     "

  • 09 gennaio alle ore 21:04
    essenza cosciente

    Come comincia: Ha Il capo leggermente reclinato da un lato, e a guardarlo sembra che il peso degli anni e della sua vita sia tutto sbilanciato, a dimostrare che nulla in lui è in equilibrio. I suoi occhi vedono, non guardano, scrutano e navigano in quel nulla dal quale vuole fuggire... Le braccia assomigliano ai rami di un salice, che cercano di raggiungere una terra sempre troppo lontana. In bilico, in equilibrio, tra un mare in tempesta o una spiaggia su cui distendersi a occhi chiusi... O una foresta in cui perdersi o in cui ritrovarsi...

  • 08 gennaio alle ore 20:21
    Noi, che non si aveva il porno.

    Come comincia: Quando scorgete un gruppo di scolari, seri, attorno ad un iphone, se date un’occhiata furtiva, vi meraviglierete di riconoscere una scena di You-porn. Sì, noi, vecchi d’oggi, il porno non l’avevamo, ma possedevamo quella scintilla di fuoco, l’istinto sessuale, che aveva fatto andare avanti l’umanità in migliaia di anni. Questo giocherello della mente, arricchito di fantasia, che aveva saputo trasformare, nella solitudine di una caverna, l’ultimo sculettare di una dinosaura, in una mossa conturbante. Mi sono divertito, sere fa, a riassumermi i primari quadri visivi che mi avevano avvicinato al sesso, in tenera età. Si badi che nel bimbo prevale la curiosità, dietro la proibizione del “non guardare, voltati!”. Questo è lo stimolo iniziale. E subito mi appare zia Maria, ai miei cinque anni, a villa Adela, nei gelidi risvegli di ghiaccio, che versava dalla brocca nel catino della toilette acqua bollente. Io, ancora sotto le coltri, osservavo quello spettacolo di vapore, profumo e schiuma attorno ai suoi seni. Passarono anni e alle elementari arrivò una sera a casa papà. Una grossa spesa a rate, cinque volumi dell’Enciclopedia POMBA. Tra migliaia di pagine vi trovai…. Lei, la prima immagine conturbante della mia vita. Erano 4cm x 3cm, a colori, VENERE AL BAGNO di Delacroix. Venere, nuda ma ingioiellata, baroccamente sontuosa, seduta su uno scoglio, offriva una coscia voluminosa e rosea prima di toccare l’acqua. Potrei ancora descriverla nella sua possente donazione. Questo ci bastava per i primi germogli di un piacere che appena affiorava. L’aprire un cassetto, furtivamente, di nonno Celso e trovarvi delle insolite carte da gioco; sul retro, foto di sorridenti soldatelli italiani abbracciati a nude ragazze abissine. Un lampo di tempo, prima di chiudere il cassetto, ma un primo apporto erotico alla mente di un bambino alle elementari. Quella pessima frase del prete ad ogni confessione in parrocchia: -“Hai peccato nei pensieri e nelle parole?”- Assurda arretratezza della nostra Chiesa che uccideva e metteva in una luce di colpa il germoglio più bello della nostra età. Da allora ho evitato la confessione per una vita. Alle medie, Anna, la nostra cameriera diciottenne, una sera, messa a guardia dai genitori che uscivano, con la sua brandina accanto a noi ragazzi, acconsentì a spiegarmi la toponomastica di un corpo femminile, sino allora sconosciuto. Un solo, ricco incidente formativo. Poi ci fu “il periodo colto”, ma sempre ricco di fantasia. Ho frequentato a sera le suore licenziose di ser Boccaccio! I sonetti dell’Aretino sono stati arricchenti per mesi. A seguire, gli scrittori americani, schietti, igienici, John Steinbeck, Erskine Caldwel. Ci si passava i libri tra noi, oramai adulti, ma minorenni, indicando il numero della pagina fondamentale! I nostri compagni maggiorenni ci raccontavano, all’uscita degli ultimi casini, il sesso trucido. E noi li si ascoltava, con invidia
     

  • Come comincia:                                                 = Saba, il poeta snobbato =
    Umberto Saba (che in ebraico sta per pane) é lo pseudonimo di Umberto Poli (1883-1957): alcuni pensano lo abbia scelto in onore della balia, Peppa Sabaz, a cui era intimamente e profondamente affezionato, o in omaggio - appunto - alle origini ebraiche del bisnonno Samuel David Luzzatto. Egli può di sicuro - ed a giusto motivo - essere annoverato tra i "big" della nostrana letteratura d'ogni epoca: egli, infatti, fu artista a tutto tondo, vero cultore di scrittura e poesia ancorché maestro assoluto nella ricerca viva, concreta, lucida e sincera della parola pura e semplice, ossia nell'uso della parola "fine a sé stessa" che, d'altro canto, non l'impedì in primis di accostarsi e poi di aderire ed abbandonarsi - caldamente, con passione viva e sentimento profondo - alla realtà umana né di allacciarsi all'insieme di "buone ed umili cose" che circonda l'uomo. Nonostante tutto, però, il poeta giuliano molto spesso - nonché a torto - così, del resto, come accadde durante il ventennio fascista, per via delle origini ebraiche della madre, - venne messo in second'ordine se non addirittura snobbato dalla critica, dai programmi didattico-educativi di scuola ed università nonché dagli stessi insegnanti e studenti: ed accadeva probabilmente perché egli era compresso, letteralmente quasi schiacciato dalla imponenza preponderante e dal prestigio poetico e letterario di autori suoi contemporanei quali i nobel Pirandello e Quasimodo, o gli stessi Ungaretti e Montale - che, tra l'altro, li furono vicini in diversi momenti difficili della sua vita - o forse, perché più semplicemente era difficile "inquadrarlo" in una delle correnti dominanti del suo tempo. A questo proposito val bene riportare quanto scrive Salvatore Guglielmino nella sua notissima "Guida al novecento": - Saba ci si presenta come un poeta solitario e, nel contempo, coerente che, tra il rutilare dei miti d'annunziani, i clamori futuristi, o la macerazione ermetica, continua a mantenere una rara fedeltà al suo mondo e al suo timbro...- ed io, aggiungo: - chapeau (come affermerebbero nostri cugini d'oltralpe!), dinanzi a cotanta ed indubbia autenticità di intenti e genuina coerenza! Peraltro, lo stesso Maurizio Cucchi nel suo noto "Dizionario della poesia italiana" ribadisce il concetto e tanto aggiunge: - la poesia di Saba é un capitolo potentemente isolato del nostro secolo, di cui costituisce uno degli esiti maggiori. Rarissimi sono stati i punti di reale sua coincidenza con il gusto e le tendenze prevalenti del tempo, essendo Saba per natura e necessità, oltre che per formazione culturale, su posizioni di irriducibile antinovecentismo. Legato alla tradizione poetica italiana e al tardo romanticismo tedesco (Heine), lontanissimo da suggestioni di tipo decadente o simbolista, con un linguaggio di base carico di arretratezze o arcaismi, Saba ha sviluppato un discorso di piena autonomia anche consapevolmente anacronistica. La sua grandezza si é fondata essenzialmente su di una straordinaria energia morale, sulla capacità di essere, vedere e penetrare nella realtà quotidiana. -
                                                      = Vita e dolore (per tutti) =
     Tutto ciò che é vivente, in quanto tale, vive e soffre proprio perché é dolore - da prendere sempre (e comunque), insieme alla vita, con serena ed umana, seppur amara, accettazione - la vita stessa!
      Pertanto il dolore é con tutti, accompagna tutti e non risparmia nessuno, riguarda proprio tutti (nessuno escluso ed allo stesso modo) a questo mondo: tanto il filo d'erba od il fiore, quanto l'uomo stesso o la capra. In buona sostanza, per il poeta triestino dolore e sofferenza ci rendono tutti eguali, pongono ogni essere vivente ed animato sullo stesso piano e sulla stessa barca...quella dell'esistenza: è come poterli dar torto, mi verrebbe da domandarmi? Tal concetto é superbamente espresso, sebbene fatto con linguaggio tanto semplice, preciso e concreto (netto o nettamente chiaro, direi!) da poter addirittura apparire quasi scarno e disadorno, nella poesia - riportata sotto integralmente.
     - "La capra" (da: "Casa e campagna")
    Ho parlato a una capra
    era sola sul prato, era legata
    sazia d'erba, bagnata
    dalla pioggia, belava.
     
    Quell'uguale belato era fraterno
    al mio dolore ed io risposi, prima,
    per celia, poi perché il dolore é eterno,
    ha una voce e non varia.
    Questa voce sentiva
    gemere in una capra solitaria.

    In una capra dal viso semita
    sentivo querelarsi ogni altro male,
    ogni altra vita.

    - Suprema, intensa e mirabile prova della facoltà del poeta di discendere (o di innalzarsi) a quella misteriosa dimensione in cui la vita degli uomini si incontra e si identifica con la vita degli animali. [DESIDERIO].

                                     = Trieste, ovvero il primo amore non si scorda mai =
     Trieste fu punto focale e di primaria (se no assoluta) importanza per Saba, il vero nodo strategico della esistenza e dell'arte sua stessa, quello attorno a cui ruotarono e si dipanarono poi - come una matassa che si sbroglia piano piano - tutti gli altri (celebrazione del quotidiano, angoscia di vivere, dolore esistenziale, etc.): la città giuliana, che all'epoca però era ancora integrata nell'impero austro-ungarico, diede al poeta i natali (aspetto di non poco conto, evidentemente!) e lo vide ritornare, più volte, dopo alterne vicissitudini personali ed umane e varie "fughe" (volute o meno, ma questo poco importa!), od il girovagare per altri lidi, come a simboleggiare l'approdo in porto (sicuro) dopo l'alterna (e perigliosa) navigazione negli oceani della vita. Insomma, per dirla breve, Trieste ha rappresentato tutto (e forse anche di più!) per il poeta, ovvero é stata il primo amore della vita sua (e senz'altro unico, insieme a quelli per moglie e figlia) quantunque vissuto, a volte, in un rapporto e con toni di conflittualità estrema: l'amore, appunto, che non si scorda mai seppure ti faccia soffrire! Trieste fu per Saba la "sua" città così come Lina - diminutivo della moglie Carolina Wolfer - la sua donna ("Trieste é la città, la donna Lina", egli stesso dirà in "Autobiografia") ed il lavoro, la di lui opera (come già scritto) risentirono parecchio (in positivo, ovviamente!), ruotarono spesso e volentieri intorno ad essa. A Trieste - ed alle sue cose, ai suoi luoghi, alle sue "plebi" - l'artista dedicò, infatti, tanti versi (da "Il borgo", che contiene la famosa dichiarazione di poetica, a "Città vecchia", o "Ultimi versi a Lina", etc.), produzione in prosa (ad esempio "Gli ebrei" del 1910-12), perfino un romanzo autobiografico ("Ernesto", uscito postumo nel 1975). A parer mio, però, é la poesia "Trieste" - riproposta dopo le mie note - da ritenersi fondamentale sotto questo aspetto, essendo quella che più genuinamente, ancorché fedelmente, rispecchia lo stato d'animo e il sentimento di Saba verso la sua città: essa quì assurge a vero e proprio simbolo della stessa sua vita, in eterno conflitto tra gioia e dolore, dolce e amaro. Mi pare doveroso chiudere con le parole dello stesso poeta che nel suo autocommento in "Storia e cronistoria del Canzoniere" così si esprime: - Trieste é la prima poesia di Saba che testimoni la sua volontà precisa di cantare Trieste proprio in quanto Trieste, e non solo in quanto città natale. E'accaduto per Trieste come per Lina. Nel libro "La città e la donna" assumono i loro inconfondibili aspetti; e sono amate appunto per quello che hanno di proprio ed inconfondibile". (E non é un caso, aggiungo io, se la stessa poesia é contenuta nella raccolta "Trieste é una donna").
     - "Trieste" (da: "Trieste e una donna")
    Ho attraversata tutta la città.
    Poi ho salita un'erta, 
    popolosa in principio, in là deserta,
    chiusa da un muricciolo:
    un cantuccio in cui solo
    siedo; e mi pare che dove esso termina
    termini la città.

    Trieste ha una scontrosa 
    grazia. Se piace,
    é come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore,
    come un amore
    con gelosia.
    Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
    scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
    o alla collina cui, sulla sassosa
    cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.

    Intorno
    circola ad ogni cosa
    un'aria strana, un'aria tormentosa,
    l'aria natia.
    La mia città che in ogni parte é viva,
    ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
    pensosa e schiva.

                                                = Cronologia delle opere =
     Saba é stato autore alquanto prolifico e lo dimostra il fatto che la sua produzione letteraria fu tanto lunga, direi quasi infinita - iniziò, infatti, durante il servizio di leva e si concluse poco prima che egli morisse! - quanto vasta (e varia): comprende ben cinquantadue opere, distribuite in modo assai eterogeneo ed assortito tra poesia (trentatré, incluse sei raccolte pubblicate postume), narrativa e prosa (diciannove, inclusi tredici epistolari pubblicati tutti postumi). Tuttavia, la poesia sabiana - nonché la "poetica" dell'autore triestino - é possibile raccchiuderla in toto principalmente nel Canzoniere, il quale ebbe varie edizioni, ogni volta modificate e accresciute: la prima fu quella del 1921, a cui seguirono quelle del 1945, 1948, 1951 e 1961 (postuma e conclusiva). Di seguito é riportata una cronologia soltanto essenziale, compendiata (ma spero, tuttavia, ben esaustiva) del lavoro e corpus letterario del poeta.
    a) Poesie (raccolte)
    Il mio primo libro di poesie, 1903; Versi militari, 1908; Poesie, 1911; Coi miei occhi (Il mio secondo libro di poesie), 1912 (nel Canzoniere diverrà Trieste e una donna); Cose leggere e vaganti, 1920; L'amorosa spina, 1921; Il Canzoniere, Trieste, 1921; Preludio e canzonette, 1923; Autobiografia. I prigioni, 1924; Cuormorturo, 1926; Preludio e fughe, 1928; Parole, 1934; Ultime cose, 1943; Il Canzoniere, Torino, 1945; Mediterranee, 1947; Il Canzoniere, Torino, 1948; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Trieste e una donna, 1950; Il Canzoniere, Torino, 1951; La serena disperazione, 1951; Uccelli, quasi un racconto, 1951; Il Canzoniere, Torino, 1961; Il piccolo Berto 1923-31, 1961.
    b) Prose e narrativa
    Scorciatoie e raccontini, 1946; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Ricordi-racconti 1910-47, 1956; Epigrafe. Ulime prose; Quel che resta da fare ai poeti, 1961; Ernesto, 1975.
    c) Epistolari
    Il vecchio e il giovane, Carteggio con Pierantonio Quarantotti Gambini, 1965 (curato dalla figlia Linuccia); Lettere inedite con Svevo e Comisso, 1968; L'adolescenza del canzoniere e undici lettere, 1975; Amicizia. Storia di un vecchio poeta ed un giovane canarino, 1976 (curato da Carlo Levi); Atroce paese che amo, lettere familiari (1945-53); Lettere sulla psicoanalisi, carteggio con Joachim Flescher 1946-1949, 1991 (contiene lettere al dottor Edoardo Weiss e quelle di Weiss a Linuccia Saba; Lettere a Sandro Penna 1929-40, 1997; Quante rose a nascondere un abisso: carteggio con la moglie 1905-56; Il cerchio imperfetto: lettere 1946-54, carteggio con Vittorio Sereni.   

                                                     = Antologia critica =
    In Saba non c'é traccia di volontà orfiche, non c'é celebrazione del mistero [MARIO LAVAGETTO].
    Le parole in Saba si presentano naturalmente, come i segni necessari delle cose che egli vuole dire. Sono e appaiono, come imposte dalle cose direttamente. [GIACOMO
    DEBENEDETTI].
    La profondità dello scavo etico-psicologico di Saba dona al suo linguaggio l'essenzialità che gli altri "lirici puri" cercarono per strade diverse, soprattutto nei vertiginosi trapassi analogici [MARIO PAZZAGLIA] - Note sulla poesia "Sovrumana dolcezza" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^edizione.
    Frequente é nella poesia di Saba l'osservazione morale lucida e mesta, disincantata eppure sempre intimamente compartecipe e sofferta [MARIO PAZZAGLIA]. Note sulla poesia "Il fanciullo e l'averla" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^ edizione.
    La sua visione della vita é astorica: l'uomo, le stagioni dell'esistenza e i tipi umani hanno caratteristiche fisse [GIORDANO CASTELLANI].
    In lui vi é l'aspirazione ad immettere la sua dentro la calda vita di tutti, di essere come tutti gli uomini, di tutti i giorni [CARLO MUSCETTA].
    L'esperienza di Saba deve essere riportata alle origini, al clima dell'energica e giovanile cultura della Venezia-Giulia, a quel sapore acerbo di romanticismo tempestoso e di moralismo tormentato, in cui si collocano anche le esperienze distinte ed affini di Slataper, di Michelstadter, di Italo Svevo. Un romanticismo, al quale é venuta meno tanta parte dell'antico fervore, di quello slancio cordiale e gioioso che fu del primo ottocento, che ha smarrito la possibilità di un consenso immediato, di una coincidenza piena tra cultura e vita; ma in cui sussiste tuttavia il bisogno del consenso, l'esistenza di un rapporto, di una comunicativa, il desiderio di uscir da sé stessi, di "vivere la vita di tutti, d'esser come tutti gli uomini di tutti i giorni" (NATALINO SAPEGNO in "Compendio di storia della letteratura italiana" - vol. III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).
    Saba non ha mai perso il contatto con la realtà umile, con la cronaca dei sentimenti elementarr. Anche la sua poesia migliore nasce, non dalla rinunzia, anzi dall'intensificarsi e inasprirsi della sua tenace volontà di confessione, di diario denso di opache vicende, di figure anonime e banali. Saba é riuscito in ogni tempo a trarre luce di poesia dalla materia più umile e popolare: é il lirico più umano del nostro tempo, e ci sembra di tanto più vicino, quanto più gli altri sono remoti e più chiusi ed astrusi. E perciò, indipendentemente dalla maggiore o minor felicità delle sue prove e dalla scarsezza stessa dei risultati raggiunti in senso assoluto, questo soprattutto importa, che dal suo libro (n. b. "Il Canzoniere") ci venga incontro una folla vivace di creature e di oggetti, e il colore caldo di una città, e tutta intera la storia di un uomo (NATALINO SAPEGNO in "Compendio della letteratura italiana" - volume III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).

    da: una mail inviata a rai storia il 25 agosto 2012.

  • 03 gennaio alle ore 7:54
    Facciamo causa?

    Come comincia: From liliana landri

    Sun, Oct 20, 2019, 11:53 AM

    to

    Buongiorno signora fisioterapista,
    sono stupidamente caduta attraversando la strada dove l'asfalto ha un lieve dislivello. Si vede anche la crepa nell'asfalto. Ho anche una testimone che mi ha soccorso. Ho escoriazioni alle mani e spero che non abbia preso una distorsione alla caviglia. 
    Sulla base della vostra esperienza familiare, faccio causa al Comune? Magari assistita dall'ottimo avvocato De Brigantis? 
    Mia madre fu investita mentre finiva di attraversare le strisce. La ruota la colpì sul tallone. Fu accompagnata all'ospedale dalla donna che l'aveva investita, stette 5 giorni con dolore e senza poter camminare e non denunciò la signora. 
    A miei è sufficiente avere i soldi per vivere, guadagnato con il loro lavoro. 
    Dei soldi che avrebbe potuto ottenere non riteneva avere bisogno per farsi una mangiata extra o comprare qualche oggetto superfluo. E non intendeva punire chi le aveva causato il danno involontariamente. Che stupida, vero?
    Ma al mondo non siamo tutti uguali. 
    Quando mio marito ed io lucidammo i pavimenti nella casa di famiglia che avevamo reso riabitabile, il titolare a fine lavoro voleva praticare uno sconto
    Io avrei detto grazie. 
    Quel cretino di mio marito rispose, prologo di quello che mi avrebbe aspettato:<<No, perché? Abbiamo pattuito tanto e vi dò tanto>>.
    Il titolare un po' stupito replicò a mezza voce: <<Non mi è mai capitato... >>.
    Un vero cretino mio marito, vero sig. Soldini in Cc?
    Gli altri lo sconto lo chiedono o addirittura se lo prendono e mio marito lo rifiuta! 
    La frase che ho sentito dire spesso da mio marito è: <<Non abbiamo bisogno>>, riferendosi all'enciclica del Papa.
    In realtà all'inizio la ripeteva anche quando a me dispiaceva che mio fratello (maggiore) ed i cugini mi/ci escludevano. Cretina. Ma che mi dispiaceva?
    Amici che avevano la mia stessa cultura (anzi di più) ed i miei stessi valori io li avevo. Eh, la famiglia è la famiglia.
    Mio marito mi ha anche spesso rimproverato: <<Tu sei tornata a vivere qua per cercare di ricostruire quello che non c'è mai stato>>.

    Buona domenica nell'abbondanza, 
    L. L. (n. 27-05-1965  m. 03-06-2005)

  • 02 gennaio alle ore 8:30
    La lupa Audisia

    Come comincia: C’era una volta una giovane lupa, dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro di nome Audisia.
    Perduta una zampa ancora cucciola, ferita da alcuni cacciatori di passaggio che puntatole contro un fucile l’avevano fatta ammutolire sotto i loro spari, ritrovatasi riversa al suolo sanguinante e storpia, la piccola lupa si era trasformata in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché fare questo?” si era chiesta rialzandosi a fatica “Perché se non abbiamo fatto alcunché?” “Perché volerci uccidere? Non provare un briciolo di rispetto?”.
    Ma seppur storpia, con una zampa soltanto, anche se zoppa e malferma, lei non aveva mai smesso di riempire con il suo gioioso ululato il creato, componendo la sua poesia “Acquazzone/sul vecchio campanile/un pettirosso” ugualmente fiera.
    “Ma con una zampa sola!” vociferava il cicaleccio intorno “Una soltanto!” “Non è per niente un bello spettacolo!” “Quella zampa  fa voltastomaco solo a vedersi!” “Peccato!” “Non può affrontare lunghi percorsi!” “Poverina!” “Non andrà mai oltre!” “Che pena!” “Non potrà mai creare una famiglia sua!” “Come potrebbe mai avere dei cuccioli?” “Scherzi?!”.
    Ma per Tancredi, lupo dagli occhi d’ambra, tutto quel ciarlare appariva soltanto gratuito e insignificante. Audisia per lui era bellissima, speciale, la più bella lupa della Foresta, solo lei era in grado di guardarlo in quel modo, facendolo sentire amato, unico, invincibile, lei che aveva visto muoversi a fatica, anche con una zampa soltanto, arrancando senza mai fermarsi, condividendo insieme lo stesso indomito amore per la poesia.
    “Ma la mia zampa a te non provoca ribrezzo?” gli chiese una notte la lupa, col cuore a mille “Non t’importa che gli altri possano ritenerti pazzo, perché ti accompagni ad un essere così storpio, quando potresti ambire a ben altra compagnia?” guaiva.
    E lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, sorrise a quelle parole, per nulla toccato.
    “Non ti importa nemmeno se penseranno che ti sei accontentato, Tancredi?! Che potevi ambire a ben altra lupa! Non avrai mai sguardi di invidia, nessuno ti ammirerà guardando accanto a te una compagna così brutta!”.
    E lui mugghiando per tutta risposta, innamorato, rideva delle sue paure “Ma se sei bellissima…e altro non desidero che carezzare il tuo cuore e starti accanto per sempre! Cosa m’importa se il cammino è più lento e le Voci maligne? Ciò che desidero non si ha certo con la corsa sfrenata! E ciò che amo è solo potermi accoccolare nel tuo cuore e stringerti nel  mio!” perso d’amore.
    E l’animo della lupa radioso, dimenticava allora le malelingue altrui. In-sie-me nello stesso battito, in sincrono, per sempre felici e contenti.
     
     
     
     
     

  • 02 gennaio alle ore 6:43
    Uccidono Tonio

    Come comincia: 2008 Primavera, alture del Pigno, Marano di Napoli. Oggi rientrando nella villetta del mio padrone di casa, ho visto movimento d’uomini, lassù, tra gli ultimi alberi e arbusti di una campagna perdente. Dal ramo forte del ciliegio pendevano corde intrecciate ad una nera carrucola. Poteva essere un’impiccagione d’altri tempi. Fiori di ciliegio volavano nel vento. “Venite quassù dottore, acerrimo o’ maiale”, venite! E’ ‘nu spettacolo!” Ho risentito la voce di mia zia Maria, che, prendendomi per mano, mi diceva: “Via dall’aia, vieni su con me, qui oggi si uccide Tonio. Non è uno spettacolo per bimbi”. Avevo sei anni a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Tonio era il mio amico di guerra, in quella casa di grandi, dove l’unico bambino ero io. Lo aveva portato, un giorno, nonno Angelo, che si occupava dell’approvvigionamento di cibo, in quei momenti di fame. Un pugno di carne rosa, con una simmetrica metà nera. Un germoglio di vita che avevo già appreso nella stalla, alla nascita del vitello o allo schiudersi delle uova dell’oca Santina. “Lo chiameremo Tonio” Il nome dato fu il viatico d’entrata in famiglia di un’altra entità. Fu sistemato nel sottoscala e per molte notti ci impedì il sonno. Crescendo, mi fu affidato, per il pascolo nei campi, vicino alla concimaia. Per la mia ‘paura dell’acqua’ a lavarmi, qualcuno, in villa, iniziò a darmi del Tonio. E la cosa non mi dispiaceva, ma mi univa maggiormente a questo enorme animale che sentivo amico. “Spezza le gambe di un capretto con un solo morso” mi diceva, l’Adele, la cameriera bambina che si aveva lassù. Ed io ero riconoscente a quel muso rosa, con due buchi carnosi per naso, che mi s’intrufolava, grugnendo, tra le gambe, come se volesse giocare con me. Qualcuno, leggendo, si meraviglierà che noi si potesse convivere con un porcile in casa. Ma non sa cosa può essere una guerra, quale alternativa di costumi può aprire. Vincono le necessità basilari. Vi dirò di più. Crescendo Tonio, il sottoscala si fece troppo angusto e decidemmo di metterlo nel salottino di vimini, gioiello della casa in affitto. Ovviamente, accatastammo i preziosi mobili della padrona di casa che nulla doveva sapere. Poi arrivarono le armate tedesche e prima che requisissero Tonio si decise di trasformarlo in salami e prosciutti.
    Quel giorno, lo ricordo ancora. Zia Maria che mi porta al primo piano, nella sua camera da letto. Un urlo di dolore, quasi umano, che lacera l’aria. “Chiudi le orecchie, come quando bombardano” Vedo il volto di zia, che si scherma le orecchie con entrambe le mani, la stessa espressione del bombardamento del ponte sullo Scrivia. Io non sento più nulla, solo il pulsare del sangue. Uccidono l’unico amico che ho. Il volto di zia si decontrae, sorride: “Finito”. Scendiamo. Tonio è appeso per un garretto al ramo del pioppo. Dalla sua gola squarciata il sangue cola in un secchio. - “Se ne fa sanguinaccio, con quel liquido rosso, vedrai che bontà!” l.p.r.

  • Come comincia: "Essere amico di qualcuno migliora la chimica del cervello: del proprio e del suo...quello dell'amico; migliora lo stato mentale: quello proprio e quello dell'amico. Io sono stato amico di molti uomini, sono stato felice ed infine...sono andato via in pace!".
     (Epitaffio sulla tomba di Nathaniel, barbone di Los Angeles, morto a quarantotto anni per strada: di fame, di freddo e di "solitudine", il 18 aprile 1982).
    Requiescant in Pacem.
    ...- E'morto felice! - disse un'altro barbone, - quando è morto ascoltava nelle orecchie una vecchia canzone di Jimi Hendrix. Era "Foxy Lady"?! - Ma no, era "Hey Joe", ne sono ultrasicuro - replicò Halley, il vecchio guardiano del cimitero.
    Morale della favola: a Los Angeles, così come in ogni grande città (metropoli) di questa terra, su questo sudicio e sporco mondo, avere o non avere amici poco conta, quasi niente; tanto si muore sempre e comunque, e nella più completa indifferenza dei propri simili, così come si è venuti al mondo; allo stesso fottutissimo, identico modo: cioé "nature", ovvero (da) soli!
    Postilla (docet?!) - La consolazione è questa: per fortuna c'è ancora qualcuno che ascolta della buona musica, anzi, della buonissima e vecchia musica (nella fattispecie di Nathaniel era quella di Jimi Hendrix) prima di andarsene da questo mondo...pensate, però, se al posto di Hendrix il povero barbone stesse ascoltando Rihanna: che strazio, sarebbe stato!

  • 01 gennaio alle ore 11:20
    TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE.

    Come comincia: Il collegio di ‘S. Maria  Nuova’ era situato in analoga località in provincia di Ancona  condotto dai “Frati Misericordiosi”. Era frequentato da ragazzi do sesso maschile con scuole sino alle superiori. Correva l’anno 1946 (allora si diceva correva anche se ora sembra un po’ ridicolo) quando inizia questa storia un po’ particolare. Frequentatori erano sia giovani di buona famiglia, in parole povere coloro i cui genitori si potevano permettere di sborsare la onerosa retta sia i figli di N.N., come era scritto malignamente allora anche sui loro documenti di identità e la cui retta veniva generosamente sborsata ai signori frati dai loro generosi benefattori.  Roberto Diotallevi faceva parte di quest’ultima categoria, suo compagno di stanza  un certo Massimo conte Colocci il quale, al contrario di qualche suo amico nobile non aveva come si diceva allora  la puzza sotto il naso ed era diventato amico di Roberto, bruno e robusto quest’ultimo biondo ed etereo il primo. A scuola si aiutavano a vicenda, Roberto bravo nelle materie letterarie, Massimo in quelle scientifiche e fin qui nulla di particolare ma qualcosa di imprevedibile avvenne al termine dell’anno scolastico: Massimo rientrò nella tenuta dei suoi genitori a Villa Strada di Cingoli, Roberto rimase in collegio costretto per pagarsi la retta con lavori vari nel giardino, in cucina, nella stalla dove viveva un cavallo adibito ad uso esclusivo dei più ricchi frequentatori del collegio. Una notte particolarmente calda Roberto preferì uscire in giardino a godersi un po’ di frescura e lì incontrò il direttore, tale Armando Fava in quale, ventinovenne, aveva superato in graduatoria i suoi colleghi con raccomandazioni dall’alto. Biondo, minuto, media statura, niente barba aveva qualcosa dell’efebo.  Fra i più grandi di età frequentatori del collegio vi erano state ‘chiacchiere’ sul suo conto. “Che fai da queste parti, sto andando nella stalla a vedere come sta ‘Asso’, fammi compagnia.”Lo stalliere Peppe Del Frate’ (anche lui marchiato come figlio di N.N.) stava riposando su un giaciglio e all’arrivo dei due si alzò con deferenza nei confronti del suo direttore. ‘Asso’ per motivi suoi aveva in quel momento sfoggiato un ‘coso’ lungo e duro cosa che mise di buon umore  frate Armando il quale: “Non pensare che anche gli uomini… “ e fece un cenno a Peppe il quale, sicuramente come da precedente esperienza, si abbassò pantaloni e mutante e mise in mostra un ‘mostro’ che, dietro sua sollecitazione, divenne sempre più lungo e duro sin quando iniziò a spargere in giro un bel po’ di ‘latte’;  Roberto  rimase basito, non avrebbe mai pensato…In verità in passato  con Massimo si era dilettato a qualche giochetto erotico tipo toccarsi il pisello, baciarsi sul collo,  sulla pancia e sul buchino del sedere senza mai arrivare a tal punto! Accortosi del suo stato d’animo il direttore : “non ti meravigliare troppo, nei frati abbiamo rinunziato alle femminucce ma non…mi capisci?” No, Roberto non aveva capito un bel niente, buttatosi sul letto vi rimase sin quando un inserviente lo venne a chiamare, era l’ora del pranzo. Passò il pomeriggio a giocare a pallone, fare merenda , giocare a carte sin dopo cena quando lo raggiunse Peppe: “Ti vuole il direttore.” Nello studio del ‘capo’ ebbe una lezione sulla sua qualità di ospite non pagante e sulla possibilità di essere cacciato qualora…e così assistette per la prima volta ad un rapporto omo fra lo stalliere ed il ‘capo’consistente in baci appassionati fra i due uomini, un pompino iniziale da parte di Armando con ‘immissione penis’ previa  impomatata nel suo didietro e relativi urletti di lunga goduria poi …ognuno per i fatti propri. Come si può immaginare lo  sconcerto  che Roberto provò; girò al largo dal direttore il più possibile sinché una sera dopo cena: “Ti aspetto nel mio studio.” “Non pensare che tutto accada come hai visto, quello è il finale, io sono innamorato di te, anche gli omo si innamorano, chiedimi qualsiasi cosa, intanto vieni fra le mie braccia, non aver paura.” Pian piano Roberto fu costretto ad accettare baci in bocca, sul collo e in tutto il corpo, pompini, leccate varie insomma tutto l’armamentario degli omo, . Questa storia durò sin quanto Roberto non conseguì il diploma di  liceo classico ed il direttore, in compenso dei ‘servigi’ ottenuti, gli trovò un posto di commesso in un negozio di pasticceria a Roma nel rione S.Giovanni. Il destino: Massimo un giorno entrò nella pasticceria, fece una gran festa a Roberto e volle ad ogni costo che alloggiasse a casa sua ai Parioli, (rione di lusso di Roma) e si iscrivesse all’università con lui  nella facoltà di giurisprudenza, tutto ovviamente a sue spese. Qualcosa era mutato nella famiglia di Roberto, il padre era deceduto per un tumore ma questo non aveva mutato lo stato pecuniario dei conti Colocci, solo che la consorte del conte,Rossella, era rimasta vedova a quaratanni…e questa era divenuto un problema in quanto la signora, per sfogare la sua vedovanza, ritornava spesso a casa piena di acquisti che tuttavia non lenivano le sue ambasce di ben altro genere. Fra l’altro aveva l’abitudine di non indossare il reggiseno con conseguenze immaginabili per i movimenti che avvenivano sotto la sua camicetta anche se suo figlio ci scherzava sopra. Massimo era stato fortunato anche nella scelta della fidanzata: Eva, sua compagnia di università, padre italiano madre svedese conosciuta in vacanza a Rimini, era un sogno: !1,75, bionda, viso sempre sorridente, occhi verdi, seno forza tre, vita stretta, gambe chilometriche, caviglie sottili: una dea! Appena le fu presentata Roberto doveva aver fatto la faccia dell’imbecille perché i due fidanzati si misero a ridere all’unisono: “Te le troveremo una uguale!” Ma il destino, che i pagani come lo scrittore sono consideratii al di sopra degli dei, aveva disposto in maniera diversa la vita di Roberto che a ventidue anni…immaginate voi un ‘pischello’ sempre arrapato con sempre dinanzi due seni sballonzolanti ed un odore pungente di sesso inappagato, spesso si rifugiava in bagno per dare aiuto a ciccio’ ma che un giorno in cui Massimo era assente si trovò steso sul letto con una erinni allupata alla massima potenza… dopo un paio di ore era distrutto non solo fisicamente, come giustificarsi e poi? Si può essere figli quanto mai anticonvenzionali ma quando si tratta della propria madre, maledizione, tutto, gli stava crollando addosso! La stessa scena cominciò a ripetersi quasi ogni giorno e Roberto cominciò ad averne abbastanza ad essere usato come un giocattolo: usciva di casa quando restava solo con la signora, non riusciva più a studiare, dimagriva in maniera evidente. Massimo non era uno sprovveduto e si accorse della situazione senza avercela col suo amico. Già in passato la madama, anche quando era regolarmente sposata, ogni tanto, diciamo spesso si prendeva delle libertà sessuali  non rilevate dal legittimo consorte ma a conoscenza del figlio. Primo provvedimento da parte di  Massimo: portare a casa sua la fidanzata come ‘impiccio’ per la signora la quale non gradì affatto la situazione e poi una trovata geniale: cercare un amante fisso per la materna genitrice ma non uno qualsiasi, uno bello, giovane mandrillo cosa non facile ma la fortuna questa volta venne a dargli una mano: proveniente da Milano era giunto trasferito in facoltà un quarantenne siciliano con tutte le caratteristiche dei maschi della sua terra con in più un’altezza superiore alla media:1,80. Massimo convinse la madre a dare una gran festa per il suo quarantacinquesimo compleanno ed a frequentare un istituto di bellezza per una intera settimana per usufruire di massaggi, infiltrazioni di botulino e di  acido ialuronico,  insomma di tutte quelle danarose diavolerie che rendevano molto più giovane una signora di mezza età. Provvide anche ad accompagnarla in una sartoria alla moda dove la cotale fu convinta a scegliere un vestito da sera corpetto rosa con ampia gonna azzurra,un sciccheria che non faceva passare certo inosservata la indossatrice. Uno dei primi ad essere invitato fu naturalmente il  siciliano professor  Salvo Russo che, dietro consiglio di Massimo, si ‘mise’ in smoking. Sempre sotto la regia di Massimo, madame Rossella si presentò per ultima in sala scendendo ad una scalinata come da copione di Wanda Osiris, un coup di foudre che colpì tutti in particolare il professor Russo il quale sgranò gli occhi e fu subito presentato alla padrona di casa la quale, come sua inveterata abitudine, aveva dimenticato di indossare il reggiseno con ovvie conseguenze. Ad un certo punto, su regia di Massimo, gli invitati lasciarono soli al centro del salone sua madre ed il professore che si ritrovarono a ballare  come da scena del ‘Gattopardo’, con convinti applausi da parte dei presenti molto graditi da due interessati i quali…
    Da quel momento Salvo e Rossella fecero coppia fissa sia in villa che nei vari locali di Roma oltre che in viaggi con ampio respiro sia di Massimo ma soprattutto di Roberto che ebbe la fortuna di trovare una deliziosa rossa compagna di università. Signori miei non vi sentite un po’ più sollevati, penso che siamo stati tutti dalla parte del ‘povero’ Roberto il quale ebbe dalla vita una parte di fortuna che in verità meritava, vi risparmio e ‘vissero…’
     

  • 29 dicembre 2019 alle ore 20:58
    L'élite

    Come comincia: Lettera aperta ai figli di Lorenza, mia cugina (secondo il codice civile).
    Cari bambini,
    non ci conosciamo e spero continui ad essere così, a meno che non dimostriate di avere una mentalità diversa da quella di vostra madre, vostro nonno, vostra nonna, etc, ma credo sia difficile.
    Ad ogni modo vorrei parlarvi della mia conoscenza con vostra madre, perché bisogna sapere da dove si viene.
    Il ricordo più remoto che ho di vostra madre è quando lei doveva avere quattro o cinque anni. Quindi io ne avevo tredici o quattordici.
    Ricordo che a quell’età vostra madre si lamentava sempre, emettendo un iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii come pianto lamentoso. Interpretavo quel lamento come dovuto al fatto che si sentisse/venisse esclusa dal nostro gruppo di cugini, dai nostri giochi di ragazzi più grandi. Vostra madre era la più piccola.
    A me, come a mio fratello minore, mio padre, mia madre, dispiace vedere qualcuno che sta male e, soprattutto, già sapevo cosa significasse essere esclusa, così, per farla sentire meglio, la prendevo da dietro da sotto le braccia e, girando su me stessa, la facevo roteare. Lei smetteva subito di piangere e rideva contenta.
    Quando smettevo, strillava: <<Ancora!>>. Ricordo una volta che dissi: <<Un momento, a me gira la testa, mi devo riprendere>>.
    Naturalmente ci vedevamo in altre occasioni, minimo minimo alle feste di Natale, però il successivo ricordo che riguarda specificatamente vostra madre è quando voleva scegliere la facoltà universitaria.
    No, c’è ne è un altro, anche se è un ricordo indiretto. Era il 1991 o dintorni, mio fratello Alberto tornò a casa la sera dicendo che aveva incontrato vostra madre che gli aveva detto: <<Hai sentito che belle parole si sono scambiati i nostri genitori ieri sera?>>.
    Cosa era accaduto la sera prima? Aveva telefonato mia zia Linda, sconvolta. Mia zia era nata quando mio padre aveva 25 anni, quindi capirete che mio padre per lei era più un padre che un fratello. Mia zia era sconvolta: vostro nonno, suo fratello maggiore di dodici anni, l’aveva citata in tribunale. Mio padre telefona a vostro nonno e vedo mia madre strappargli la cornetta di mano ed urlarvi dentro: <<FAI SCHIFO!>>. Non chiedete conferma a mia mamma, tanto dirà che non si ricorda. Mia madre, beata lei, non si ricorda quello che non vuole ricordare.
    Torniamo a quando vostra madre voleva scegliere la facoltà universitaria.
    Non ricordo per quale motivo, ero a casa dei suoi genitori con il mio (ahimè) ragazzo e ci chiese consiglio.
    Le dissi: <<Dipende da quello che vuoi fare>>. Rispose: <<Voglio fare i soldi>>.
    Con me cascava proprio male. Io avevo fatto l’università ob torto collo, perché non avevo saputo tenere testa a mio padre che mi denigrava: <<E che vuoi fare con un diploma di maturità scientifica?>>. Hai voglia all’epoca quante cose potevi fare con una maturità scientifica! Oltretutto conseguita con il massimo dei voti come avevo fatto io. Lo avevo detto proprio io ai miei compagni di classe pochi mesi prima. Qualcuno aveva chiesto alla professoressa di filosofia e storia a che servisse prendere 60 (il massimo voto all’epoca) all’esame di maturità. LA professoressa girò la domanda a me. Mi volsi verso chi aveva posto la domanda e risposi: <<Per esempio il banco di S. Paolo ha appena emesso un bando di assunzioni rivolto a diplomati con 60/60>>.
    E mi sa che vostra zia, la sorella maggiore di vostra madre, che si era appena laureata in giurisprudenza, proprio poco dopo questo episodio di vostra madre che chiedeva consiglio, partecipò ad un bando della S. Paolo per diplomati con il massimo dei voti e fu assunta. (Poi ha lasciato anche, immagino, per avere maggiori soddisfazioni ed ora sta dove sta).
    Tornando a vostra madre che affermava: <<Voglio fare i soldi>>, dicevo, con me cascava proprio male.
    Io avevo scelto la facoltà che avevo frequentato per:
    1) influssi familiari;
    2) perché sembrava che me la cavassi meglio con la matematica e la logica che con l’italiano;
    3) perché speravo mi permettesse di trovare lavoro senza ricorrere a raccomandazioni;
    4) e non avevo seguito mio fratello maggiore che si era iscritto alla facoltà di informatica, solo perché ritenevo che quella che avevo scelto io offrisse anche altre strade.
    E così vostra madre voleva fare i soldi (intento in cui è riuscita benissimo), io puntavo solo ad un modesto lavoro che mi permettesse di vivere, tanto è vero che a 18 anni per me il massimo sarebbe stato ottenere un bel posto alle Poste, magari nella mia città natale così da poter continuare con i miei hobby: pallavolo, studio del pianoforte, canto corale. Cosa potevo rispondere a vostra madre? Infatti non risposi, ma pensai: <<Allora va ad aprire una saracinesca>>, intendendo apri un negozio. Avevo evidentemente ancora una mentalità di provincia.
    Poi vedo vostra madre alla sua festa di laurea.
    Poi, purtroppo, alla festa del mio matrimonio. Purtroppo perché i parenti lato paterno non li volevo, infatti al massimo volevo invitare solo gli amici, ma mi sono rovinata definitivamente la vita trasformandomi di nuovo nella figliola di provincia obbediente che segue le tradizioni.
    Quando ho rivisto di nuovo vostra madre? Era convalescente di qualche cosa a casa dei genitori e mio marito ed io, vicini di casa dei vostri amorevoli nonni, le andiamo a fare doverosa visita portandole una scatola di cioccolatini. Realizzo che tutta la visita è tirata e vostra madre mal tollera la nostra presenza. Quando usciamo, da dietro l’uscio sento vostra madre che comincia a sforbiciare.
    Poi arriviamo ai primi di gennaio del 2006. Vostra madre è seduta con vostra zia nel salotto di casa mia per parlare con mio marito della causa dell'agitazione del loro riverito padre la precedente mattina di Natale del 2005.
    Il loro riverito padre aveva telefonato a mio padre esprimendosi in modo brusco, tanto per glissare.
    Poi ci incrociamo ai primi di giugno del 2006. Sta scendendo le scale con il suo fidanzato, immagino il vostro futuro padre, nella palazzina dove abitavo e ci incrociamo davanti la porta di casa nostra. Ero con mio marito. Vostra madre si ferma a fare le presentazioni e aggiunge, con aria schifata: <<Loro abitano qui, a piano terra>>. Pensai: <<Loro invece abitano all’ultimo piano, nell’appartamento che gli ha regalato mio padre>>.
    Come al solito, pensai. Non dissi.
    Specifichiamo. Non è che proprio glielo ha regalato mio padre. L’appartamento dove vivono da più di cinquant’anni i vostri nonni materni e dove è cresciuta vostra madre fu costruito in un terzo momento sul terrazzo di una palazzina di due piani. Costruito con i soldi lasciati dal padre di vostro nonno paterno e con il lavoro gratuito di mio padre ingegnere. Anche il sottotetto che lo protegge, costruito dieci anni dopo, fu costruito con il lavoro gratuito di mio padre ed io ho intuito che mio padre mise mano pure alla tasca.
    Quando è stata l’ultima volta che ho sentito parlare di vostra madre? Anzi, che ho sentito parlare vostra madre? Erano i primi di luglio del 2008 e vostra madre era sul balcone sul retro dell’appartamento di vostro nonno e stava parlando al telefono.
    Intuii che stava parlando con mia madre che era alla casa al mare e si accordava con lei per raggiungerla allo scopo di consegnarle il biglietto di invito al suo matrimonio e ritirare il regalo, la busta coi soldi preparata da mio padre.
    Quella sera, tornando a casa con mio marito, trovai a terra un biglietto che era stato infilato sotto la porta. Diceva: “C’è posta per voi”.
    Dovete sapere, cari bambini, che da un anno avevo ottenuto di installare una cassetta delle lettere nell’ingresso del palazzo. Gli altri vicini si erano sempre rifiutati perché le cassette erano ‘antiestetiche’ e fuori non c’era spazio e altri problemi. Le lettere di tutti erano disposte su quel davanzale che conoscete all’ingresso del palazzo alla mercé di chiunque passasse. Avevo insistito, perché nell’estate 2006 avevo dovuto realizzare che le mie bollette venivano aperte col vapore. Naturalmente è solo una mia fantasia.
    Andai a controllare in cassetta: c’era l’invito al matrimonio di vostra madre. Vi scrivo sopra “RESPINTO AL MITTENTE” e lo lascio sopra il davanzale.
    E questa mia risposta sancisce la fine dei miei rapporti con vostra madre.
    Pochi giorni prima mio marito aveva trovato in cassetta un plico da parte di vostro nonno. Diceva che dovevamo tornare ad essere una famiglia, che dovevamo metterci una pietra sopra, etc etc.
    Anche mio marito aveva respinto al mittente.
    Qui penso che avrei dovuto usare il coltello che avevo dalla parte del manico. Il tizio, vostro nonno, voleva che andassi al matrimonio della figlia. Dobbiamo metterci una pietra sopra? Bene.
    Caro zietto,
    a) scrivi una lettera di scuse a mio marito ed a me, firmala e falla firmare agli altri tre vicini, per annullare tutti gli insulti e calunnie che hai dettato alla tua amica in quella specie di pseudo-relazione che hai fatto firmare a tutti;
    b) annullate, tu ed i tuoi amici, la delibera assembleare in cui (me assente) avete dichiarato ‘insufficiente’ il bilancio consuntivo che tre mesi prima avevate approvato all’unanimità (poi dicono che sono gli altri ad essere ‘schizzati’ con la testa) ed in base alla quale vi siete trattenuti i miei 140 euro di credito a colmare i vostri 80 e 60 euro di debito che non avete mai cacciato dalle vostre tasche;
    c) scrivete una lettera di scuse a mio marito, al suo avvocato ed a mio padre ai quali il 5 aprile 2008, sabato, avete fatto pervenire un’altra lettera di illazioni;
    d) caro zietto, che vivi con la tua famiglia nell’appartamento costruito grazie al lavoro gratuito di mio padre e che non hai pagato una lira quando nel 1998 mio padre ha mandato una ditta a risolverti l’eterna infiltrazione d’acqua nella parete del tuo studio e lasciamo perdere il resto, ritira la citazione pervenuta a mio marito tre mesi prima in cui chiedi in tutto circa € 58, a coronamento delle tue precedenti ed ugualmente infondate richieste.
    No. Non feci presente tutto questo a vostro nonno materno. Ritenevo che potesse arrivarci da solo.
    Ho capito solo di recente che avrei dovuto spiegargli bene punto per punto. Le persone ipersensibili, quale sono (o ero) io, non capiscono che gli altri non sentono come loro e non hanno le stesse intuizioni.
    Ma poi in realtà con quella gente non volevo proprio più averci a che fare e, se vostro nonno non ci arrivava da solo, avevo pienamente ragione.
    Solo per la cronaca. Il giorno dopo il matrimonio di vostra madre (ed immagino di vostro padre), arrivò a mio marito l’ennesima lettera, anzi una lettera raccomandata, di un altro avvocato (il quinto).
    Né io e mio marito né nessun altro componente la mia stretta famiglia di origine, mi assicurò mia madre, si recò al matrimonio. Ma, come sapevo e mi aspettavo, la lettera, anzi la raccomandata dell’avvocato, sarebbe arrivata anche se vi fossimo andati. Era già tutto preparato.
    Cari bambini, perché ho deciso oggi di raccontarvi tutto questo? Perché è Natale ed a Natale si pensa alla famiglia.
    E perché pochi giorni fa mi è capitato davanti agli occhi l’articolo che allego. E che mi ha fatto pensare a vostra madre.
    https://oasisana.com/2019/12/20/5g-golpe-lobbista-nel-parlamento-europeo-principio-dinnovazione-sostituira-quello-di-precauzione-salute-in-svenduta-alle-aziende-buchner-sfacciati/?
     
    Un eurodeputato ha definito una cosa sfacciata mettere gli interessi dell’industria [io aggiungo i propri interessi] al di sopra della sicurezza delle persone. E questo eurodeputato ha anche affermato che per lui ancora vale l’uomo prima del profitto.
    L’articolo dice che al Parlamento Europeo il dibattito sui pericoli dell’Internet delle cose si fa sempre più acceso. Le lobby delle industrie interessate pretendono di inficiare la sensata richiesta di uno studio preliminare sugli effetti socio-sanitari dell’inesplorata tecnologia 5G.
    Perché questo articolo mi ha fatto venire in mente tua madre? Perché pochi anni fa appresi da Facebook (forse le ho inviato un messaggio di promemoria delle azioni paterne) che mia cugina Lorenza ora lavorava presso il Parlamento Europeo. Ne desunsi che avesse lasciato il suo lavoro presso una nota multinazionale di detersivi e non solo a Brussels dove da qualche anno era stata nominata dirigente.
    Sapete bambini, leggendo articoli sul 5G ho letto che si tratta di una operazione “prendi i soldi e scappa”, ossia gli operatori coinvolti sanno benissimo che è una tecnologia che fa male, ma prima che la popolazione mondiale cominci ad essere decimata loro si saranno messi un sacco di soldi in tasca grazie a noi gonzi che faremo gli abbonamenti 5G, compreremo i dispositivi adatti al 5G, televisioni (è prossimissimo in Italia) ed elettrodomestici compresi.
    Se ne leggono di sciocchezze in giro, vero?
    Ricorre anche un’altra immagine tra gli oppositori del 5G: quella di una élite che si mette al sicuro mentre il popolino si estingue, addirittura una élite che avrà macchine, robot a servirla.
    Simile all'idea dell'élite che ha pianificato di salvarsi nel film '2012'. Solo che nel film la distruzione dell'umanità è causato da eventi naturali, mentre nell'immaginario di chi è contro il 5G i potenti ed i ricchi della Terra sanno che con il 5G (e con altro) stermineranno l'umanità, diventata troppo numerosa, secondo loro.
    E tuo nonno, tua nonna, tua madre hanno sempre cercato di fare parte dell’élite. Si sono sempre vantati di fare parte dell’élite, vivono per questo.

    Sapete bambini, in agosto ho visto un programma del giornalista Paolo Mieli in cui si leggeva cosa Lenin diceva di Stalin, di come Lenin mettesse in guardia i suoi collaboratori da Stalin. A me è venuto in mente vostro nonno. Anche mio nonno paterno, il padre di vostro nonno materno, aveva messo in guardia gli altri fratelli da vostro nonno, ma mio padre, troppo affettuoso con tutti i fratelli, non gli ha dato retta.

    Ed un'altra cosa. La geopolitica attuale che punta sul 5G mi ha fatto venire in mente il film “Il dottor Stranamore”.
    E stamattina indovinate a chi mi ha fatto pensare il personaggio del dottor Stranamore, interpretato da Peter Sellers?
    Baci.
     

  • 28 dicembre 2019 alle ore 7:42
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto, senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico, che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 24 dicembre 2019 alle ore 14:05
    Christmas Dinner

    Come comincia: Stava seduto sulla poltrona in finta pelle nera con la faccia rivolta allo schermo del computer.
    La fluorescenza del monitor rendeva la cute del volto e delle mani colore azzurrognolo biancastro.
    Carlo Rossi componeva parole per risposta ai commenti lasciati dagli amici e lettori all’ultimo racconto horror, edito sul “Blog” personale.
    C’era di tutto.
    Dai saluti per il Natale, ai complimenti per le foto di figli e nipoti.
    Si dedicò  ai più  pertinenti tra questi e impilò: Ti ringrazio per la visita ed i bei complimenti. Sì,  è giusto, il racconto è una visione onirica infarcita di ossessioni...
    La moglie lo chiamò in quel momento:  Carlo, mi daresti aiuto? disse dolcemente parlando sull’uscio della cucina - sono in ritardo col preparare la tavola.
    Erano quasi le sette di sera e  tante le cose daffare prima dell’arrivo degli ospiti.
    - Un attimo soltanto, ringrazio i miei amici, rispose e in cerca di comprensione da parte della compagna aggiunse - sai l'ultimo lavoro sta andando bene…
    Era mai possibile? Si domandò la moglie.
    Sempre impegnato con quella passione.
    Poi sbuffò e disse: Sì, amore. È andato assai bene il tuo raccontino. Lo so. Me lo hai detto.
    Del resto Carlo tutti i giorni le faceva il riassunto di quanto aveva scritto e delle reazioni dei lettori.
    Non che non fosse contenta per lui, ma davvero: il marito sembrava non avere altra passione di scrivere.
    Del resto con la pensione, aveva acquisito molto tempo per sé e non c’era niente di male a trascorrerlo alla tastiera.
    Forse la moglie, Maria avrebbe preferito vederlo inchiodato sul divano di casa a vedere la Tv  o che lo trascorresse a giocare a carte o alle “macchinette” del bar?
    Lei tornò a sfaccendare.
    Lui riprese  a osservare lo schermo.
    Rilesse quanto finito di scrivere ad Eleanor.
    Indubbiamente un grazioso sostantivo femminile in grado di nascondere di tutto, da una bella principessa ad uno qualsiasi dei sette nani.
    Per quanto la conoscesse da un poco di tempo, Eleanor poteva veramente essere sia il lupo cattivo in cerca di cappuccetto rosso o la nonna o anche l’orco cattivo di Pollicino, seppure, in alcuni momenti, si soffermasse a pensarla al pari della dolce fatina di Pinocchio e fosse tentato di domandarle il telefono all’insaputa di Maria.
    Per certo però, Eleanor era un suo lettore assiduo e aveva lasciato un commento.
    Non risponderle sarebbe apparso come mancanza di rispetto o da spocchioso.
    - Sono davvero contento che tu abbia gradito il racconto Eleanor. Spero di scrivere ancora parole così belle come mi è capitato. Mi siete tutti vicini, grazie!
    Sì, indubbiamente interessare con i ringraziamenti tutto il pubblico pareva essere una buona idea degna di un grande autore.
    Passò all’amico Adalberto.
    Di lui ricordava che abitasse a Milano, no, anzi: a Torino, sì era quello il luogo.
    In passato aveva scambiato con lui dei messaggi in privato e si erano persino telefonati decidendo di darsi supporto.
    L’uno avrebbe parlato bene dell’altro e scritto ancor meglio sulle qualità artistiche del collega tanto da consolidare la bravura. 
    Poi l’amicizia era finita e da un poco di tempo Adalberto sembrava essere diventato fin troppo critico nei suoi confronti.
    Che il vecchio patto non reggesse più?
    Carlo scrisse: Mi spiace Adalberto che tu non abbia compreso a storia,  o, mise il segno di un trattino, per meglio dire, il titolo. Si tratta di un semplice thriller: “L’orrore corre sul filo del telefono”, non mi era sembrato male e l’ho intitolato in questo modo, non certo per via della bolletta. Siamo in crisi nera, certo, ma ci gioviamo d’abbonamento alla linea telefonica grazie al cielo a tariffe speciali . Fai bene però a precisare che in realtà non si tratta di un filo come riportato nel testo, ma di un doppino. È vero, così come: tu fai l’elettricista alla Telecom. Non negare, lo so e capisco quanto sia frustrante combattere ogni giorni con utenti scontenti. Ad ogni modo è un titolo. Nulla di grave. Mi aspetto di risentirti. Ciao. Carlo.
    Forse era stato troppo duro con lui ma anche Adalberto: perché scrivere certe cose?
    Lo sollecitò nuovamente Maria, una donna buona e bella ma sempre più indaffarata e in ritardo con i tempi:  Amore che fai, vieni ad aiutarmi?
    - Arrivo! Rispose.
    Aveva promesso di darle una mano con le cose, ora però che era arrivato il momento non aveva voglia e intendeva starsene in pace.
    -Sono in ritardo. Aiutami! Ripeté stizzita Maria, uscendo nel corridoio con il cumulo di posate da sistemare in tavola.
    - Sì. Spengo il computer e vengo da te. Concluse lui quando mancavano poche righe per terminare anche l’ultimo commento.
    Sarebbe stato brutto e sconveniente per Lucifero: un visitatore mai conosciuto prima non avere attenzione quando agli altri l’aveva dedicata.
    Decise di replicare alle osservazioni di Lucifero in maniera veloce: No, Lucifero, scrisse, non c’è pericolo il virus omicida sconfini nella vita reale e si diffonda tramite internet perché oggi usiamo il wireless. Le cose che affermi potevano accadere anni fa quando si usava il doppino. Ciao. Stai bene.
    Si girò su se stesso per scollegare la presa della corrente; non avrebbe usato il PC fino all’indomani e l’aveva afferrata quando s’accorse con la coda dell’occhio di un’ombra minacciosa alle spalle.
    Ebbe unicamente modo di lasciar cadere a terra il filo elettrico e sollevare a mezz’aria la mezza risma di carta per la stampa, smazzata ore prima e lasciata di fianco sul piano antico della scrivania che la lama del lungo coltello d’acciaio pensato per tagliare il pane si infranse su di essa lacerando diversi fogli del pacco. 
    -Diamine! Imprecò rivolto alla moglie - Mi vuoi ammazzare?
    -Scusami amore! Rispose lei, apparsa subito costernata per l’accaduto e stringendosi il polso indolenzito per la violenza del rinculo sul cumulo di fogli - Non so proprio cosa mi ha preso!
    Maria era sincera.
    Si vedeva dagli occhi sereni, seppure vacui e lattiginosi che aveva.
    Carlo badò a raccogliere il coltello e sistemarlo da parte, al sicuro.
    Doveva essere accaduto qualcosa in lei, si disse,  Maria non era una persona violenta  e mai che portasse rancore, per ciò, le domandò - Dimmi amore con cosa stavi lavorando in cucina?
    Era certo di venire a conoscere la ragione per tale assurdo atteggiamento.
    -Ho acceso la grattugia elettrica per sminuzzare del pane! Disse lei con naturalezza.
    -Non fa nulla, amore. Ho capito, rispose aggrottando le ciglia.
    -Mi perdoni allora? Domandò Maria con tono incerto. Era accanto a lui e stava cercando di superare il dolore alla mano.
    Del resto era davvero  un fatto grave aver sferrato una coltellata al marito.
    - Certo. È colpa mia. Continuavi a chiamarmi ed io a ripeterti di darti una mano senza farlo:  è  normale che tu ti sia adirata.
    -Amore mi spiace veramente. Insistette Maria prima di mettersi a piangere al pensiero che Carlo fosse  un uomo proprio tenero a perdonare il momento di disagio.
    L’asciutto suono del citofono risuonò nel silenzio dell’abitazione richiamandoli alla realtà.
    Fra pochi istanti la tranquilla casa, immersa nel silenzioso e nell’elegante comprensorio di città, si sarebbe riempita d’amici e parenti e chissà quanti bambini, venuti con loro a festeggiare la notte di Natale.
    - Andiamo in salone amore, ti darò l’aiuto cercato disse Carlo avviandosi nel corridoio e avvicinandosi alla porta d'entrata con lungo coltello celato dietro le spalle.
    Trascorsa la mezzanotte avrebbe cambiato il titolo al racconto horror pubblicato, in: “L’orrore  si trasmette dalla linea elettrica di casa.”
    Sì, il cambiamento gli parve indubbiamente appropriato, poi assieme a Maria spensero le luci del salone e lasciarono che il chiarore intermittente dell'albero di Natale attirasse gli invitati nella stanza e solo allora, lentamente accostò l’uscio fino a chiuderlo.
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 17:42
    I TRE PORCELLINI.

    Come comincia: ‘Siam tre piccoli porcellin, siamo tre maialin, mai nessun ci dividerà, trallalallallalà.’ Più in là capirete cari lettori cosa c’entra questa filastrocca col resto del racconto.  Beatrice, Edoardo e Diego erano tre bambini di sei anni iscritti alla prima elementare, erano figli di genitori molto amici fra di loro che avevano condiviso le esperienze prima hippie e poi punk degli anni settanta. Leonardo con Anna, Mattia con Chiara e Riccardo con Sara si erano conosciuti alla quarta ginnasiale frequentando il liceo classico Augusto a Roma. Avevano superato con qualche difficoltà gli esami di Stato della terza liceale (tradotto con tante raccomandazioni), per premio avevano ottenuto dai genitori di poter passare una vacanza negli Stati Uniti. Era il periodo degli hippies, tutte e tre le coppie  aderirono a quel movimento aggressivo e irriverente che affermava di aver scoperto l’amore, la bellezza ed il divertimento, erano pacifisti convinti. Le loro teorie erano: ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’ o ‘fate l’amore non fate la guerra’. Gli hippies sfoggiavano acconciature bizzarre e teorie che si basavano anche sulla la rivoluzione sessuale che nella puritana America erano una vera eresia. Gli hippies non erano stati i primi a sfoggiare quelle teorie, li avevano preceduti i greci Diogene ed i cinici, quindi: ‘nihil sub sole novum’. Le tre coppie aveva partecipato al festival  di Woodstock in cui si erano esibiti molti complessi musicali fra cui gli applauditissimi Sex Pistols. I sei vacanzieri erano foraggiati dai genitori che ad un certo punto pensarono ad un ritorno a casa dei figli per iniziare un’attività seria e redditizia. L’unico modo per convincerli era tagliare loro i ‘viveri’, solo così riuscirono a riportarli a Roma. Ritornati in famiglia suscitarono per il loro stile l’ilarità dei padri e la angoscia delle madri. Con gran dispiacere al fine di non rimanere asciutti di soldi per prima cosa si dovettero tagliare i capelli, acquistare abiti molto formali ed accettare di impegnarsi in un lavoro proficuo: Leonardo direttore di una scuola guida, Mattia responsabile di un supermercato e Riccardo responsabile di un negozio di abiti e scarpe di lusso. Nella teoria degli hippies prima e dei punk dopo non era previsto il lavoro e così i tre capo famiglia delegavano i loro collaboratori a farne le veci. I padri, d’accordo fra di loro acquistarono per i figli una palazzina di tre piani con giardino e garage in località Capannelle a Roma. Soprattutto le madri dei tre chiedevano insistentemente di diventare nonne, Leonardo, Mattia e Riccardo non avevano perso la mentalità hippie e praticavano normalmente il wife swapping per tal motivo quando le consorti rimasero incinte non sapevano con precisione chi fossero i padri, il segreto rimase sempre fra di loro, soprattutto le  nonne  sarebbero rimaste scioccate! Dopo i fatidici nove mesi vennero al mondo Beatrice, Edoardo e Diego tutti e tre bellissimi e diversissimi fra di loro. Anna, Chiara e Sara si dedicarono interamente alla prole, non avevano problemi, i mariti portavano a casa lo stipendio, i nonni erano finanziariamente molto generosi e mostravano agli amici le foto dei nipotini che, secondo loro gli assomigliavano (quando mai!). La mattina, a turno mamme e nonni accompagnavano a scuola i ragazzini ed alla fine delle lezioni andavano a riprenderli tutti orgogliosi di essere parenti di bimbi bellissimi (e furbacchioni ma loro non lo immaginavano). Le loro furfanterie cominciarono una notte, tutto escogitato  da Beatrice.  La sera andavano a letto presto, al controllo dei genitori: ‘dormono come angioletti’, quando mai, allorché i papà e le madri erano nelle loro stanze si alzavano dal letto ed andavano a curiosare dal buco delle serrature per ‘spiare’ quello che combinavano i grandi. Coordinatrice della banda era Beatrice: “Ho in mente un’idea vediamo se corrisponde a verità!” Corrispondeva eccome, i genitori si scambiavano i relativi coniugi, prima andavano in bagno e poi con i papà  sfoderavano il loro uccellone si coricavano e si davano alla pazza gioia ricordando i bei tempi degli hippies. Dopo le prime volte i ragazzi si erano abituati a quelle visioni poi vinti dalla curiosità Beatrice: “Vorrei vedere quanto ce l’avete grosso o meglio piccolo.” Edoardo e Diego all’inizio restarono perplessi, si vergognavano poi dietro le insistenze della capo banda, a turno, si tolsero gli slip. “Ho capito che per combinare qualcosa debbo aspettare che crescete, ce l’avete proprio piccolo, avete fatto caso che l’uccello più grosso ce l’ha mio padre!” Edoardo e Diego non erano d’accodo, era il loro papà ad essere il più dotato, campanilismo infantile! Dopo vario tempo Beatrice tornò alla carica, era un pomeriggio d’estate, i grandi a letto con il condizionatore acceso, i bimbi che non erano più bimbi in giardino dietro una siepe: ”Edoardo togliti lo slip…e adesso te lo tocco veniamo se ti diventa duro.” Il ‘ciccio’ di Edoardo non ne voleva proprio sapere di ‘innalzarsi’ forse per vergogna o timidezza al contrario di quello si Diego che alzò la cresta, non era come quello dei papà ma faceva la sua bella figura. Beatrice lo prese in mano, imitò i genitori e se lo mise pure in bocca, a lungo, sinché sentì qualcosa di liquido di un sapore mai provato. Ci volle del tempo ma un giorno riuscì anche a farlo penetrare pian piano nella sua ‘gattina’, per sua fortuna non aveva avuto ancora le mestruazioni. Anche Edoardo finalmente riuscì nell’intento di far innalzare il suo ‘ciccio’ ed imitò Diego, Beatrice aveva  due mariti. La storia andò avanti sin a quando a Beatrice vennero le mestruazioni, Anna avvisò la figlia che dal quel momento era diventata una donnina ma poteva rimanere incinta nei suoi futuri rapporti sessuali, ma quale futuri, ad ogni modo Beatrice capì la lezione e si limitava a prendere in mano ed in bocca i ‘cosi’ sempre più grandi di volume dei due amici. In occasione del sedicesimo anno di età i tre ragazzi ebbero come regalo tre casette di legno prefabbricate in cui rifugiarsi, pensarono bene di invitare i compagni di scuola per una recita sempre guidati da Beatrice che aveva scovato il testo da un cartone di Walt Disney: ‘I tre porcellini.’ Dinanzi ad una platea di ragazzi e di genitori iniziò lo spettacolo: “In un tiepido mattin se ne vanno i porcellin dimenando al sole i loro codin, spensierati e birichin. Il più piccolo dei tre ad un tratto grida ahimé da lontano vedo un lupo arrivar, non facciamoci pigliar. Marcia indietro fanno allor a gran velocità mentre il lupo corre ancora a casa sono già. Prima chiudono il porton poi si affacciano al balcon or che il lupo non può prenderli più tutti e tre gli fan cucù. Ah ah ah che bell’affare, il lupo non potrà cenar. Siam tre piccoli porcellin, siamo tre fratellin mai nessun ci dividerà trallalla-lallà.” Grandi applausi da parte dei presenti, soprattutto i nonni erano commossi sino alle lacrime, che nipotini meravigliosi! Da quel giorno i rapporti fra i tre cambiarono, Edoardo prese confidenza con Eloisa una compagna di scuola, Diego non fu da meno con Aurora una ragazza della stessa classe, stranamente Beatrice non riuscì a trovare un maschietto che le piacesse, gli unici che aveva ‘amato’ non erano più disponibili, fra l’altro si domandava se per rapporto fisico avuto anni addietro aveva potuto portare alla rottura del suo imene, per la prima volta in vita sua si sentiva angosciata, non era più la Beatrice di una volta sempre pronta a prendere iniziative in tutti i campi, i genitori Anna e Leonardo se ne accorsero, cercarono di consolarla portandola in crociera, una crociera nel Mediterraneo che toccò i porti di Grecia, Creta, Libia e Spagna  ma, mentre i genitori la sera si davano alla pazza gioia rispolverando la mentalità di hippies, Beatrice non riusciva a trovare la serenità di una volta, forse col tempo…
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 17:38
    LA PICCOLA NINFOMANE

    Come comincia: Agnese era nata il 19 marzo di un giorno piovoso nella clinica privata Villa Salus di Roma, era stata tanto desiderata dai genitori Cristian e Frida, un frugoletto biondo, bellissimo  con occhi verdi di quelli che si vedono nei giornali di moda per bambini. Dopo qualche anno il padre era sparito dalla circolazione nel senso che si era innamorato di un’amica della madre, un classico che aveva lasciato Frida in uno stato di profonda  prostrazione solo in parte alleviata dal suo lavoro di insegnante in una scuola di monache, impegno che la teneva lontano da casa sino alle diciassette del pomeriggio. La piccola Agnese di solito affidata ad una baby sitter cresceva vispa e chiacchierona a modo suo, non piangeva se non a stomachino vuoto o per il pannolino da cambiare. Un giorno, una mattina presto si era svegliata e voleva girare per casa, nello scavalcare la sponda del letto rimase incastrata sul tubolare, si strofinò il fiorellino sino a provare del piacere inusitato, un piacere che le rimase nella memoria tanto da volerlo riprovare nei giorni seguenti. Crescendo di età era ormai diventata quello dello strofinamento una sua abitudine non confessata alla mamma Frida, aveva da sola capito che era una situazione da tenere per sé. Nello stesso palazzo di via degli Avignonesi, a piano terra aveva aperto uno studio medico il dottor Diego, medico di famiglia che in breve tempo per la sua preparazione professionale e per il suo impegno aveva acquisito molti pazienti, aveva inoltre  affittato un alloggio nello stesso piano di Frida. La mamma di Agnese aveva preso amicizia con Diego ma non tanto da avere una relazione, era ancora  ‘irata a’ patri numi’ o meglio con la razza degli uomini per l’allontanamento di suo marito. La piccola Agnese la mattina  veniva lasciata dalla madre nella sala d’aspetto di Diego che  la faceva accompagnare a scuola dalla sua infermiera Aurora, lo stesso alla fine delle lezioni. I pomeriggi  la ragazza passava il tempo svolgendo i compiti,  leggendo i fumetti o giocando con le bambole sempre in compagnia del dottore. Il pranzo sia per Diego che per la piccola Agnese veniva preparato da una cameriera  che  rimaneva nell’abitazione sino al rientro in casa di Frida o andava via prima dopo aver lavato i piatti lasciando Agnese in compagnia del dottore. Un giorno quando Agnese aveva compiuto otto anni di età una domanda inusitata: “Dottore quando ero più piccola mi sono strofinato il fiorellino sulla sponda del letto, ho sentito un solletico, mi è piaciuto tanto, posso rifarlo ancora?” Diego  fu come si dice in gergo ‘preso dai turchi’, cosa rispondere a quella domanda ad una bambina di otto anni? “Cara si tratta di cosa da grandi, quando sarai cresciuta te lo spiegherà la mamma.” “Io voglio saperlo adesso sennò dico alla mamma che non hai voluto rispondermi.” “Non mi mettere in difficoltà, ti ho detto che è una cosa da grandi nel senso del sesso, non avere fretta di crescere, ogni cosa a suo tempo.”  “Ho capito, devo riferire alla mamma che non hai voluto rispondermi.” Diego prese in braccio la piccola rompiballe: “Lo sai che ti voglio bene, cercherò di spiegarti di che si tratta: gli uomini hanno un coso per fare la pipì e per fare figli, le donne un buchino per metterci il coso degli uomini, in cima al buchino c’è un piccolo pene che si chiama clitoride, se lo strofini ti fa provare piacere, è quello che hai provato tu, adesso sai tutto, non tocchiamo più l’argomento.” La curiosità è femmina e così Agnese il cui nome vuol dire casta e pura (poco adatto alla ragazza) cominciò a masturbarsi con le mani il fiorellino, più  volte al giorno eccessivo per una della sua età. Diego se ne accorse e: “Voglio dirti una cosa per sempre, non esagerare, ho capito quello che stai facendo, te lo dico da medico.” “A me piace molto, va bene ti ubbidisco, lo farò solo una volta al giorno ma voglio che me lo faccia tu!” Diego rimase pensieroso, stá  grana non ci voleva proprio, era ancora triste per la morte contemporanea di genitori in un incidente aereo in cui più di duecento passeggeri avevano perso la vita. I suoi gli avevano lasciato un bel gruzzolo in Titoli di Stato ma anche tanto sconforto, non se la sentiva di iniziare un legame amoroso con nessuna ragazza, passava il tempo libero in casa dinanzi alla televisione o leggendo sua antica passione da studente, adesso: “Voglio parlarti come se tu fossi grande, non è possibile fare quello che mi chiedi, mi sei tanto cara ma devi capire che se lo facessi correrei il rischio di finire in galera per  lungo tempo, spero che abbia capito il  concetto, ti prego non crearmi  problemi.” “Io da grande ti sposerò,  ti voglio tanto bene, non ti tradirei mai, te lo giuro, vuol dire che seguiterò a farlo da sola, se ci ripenserai…mi farai felice!” Un pomeriggio di giugno già l’afa si faceva sentire, la ‘casta e pura’ ne pensò una delle sue, si tolse gli slip e, a gonna alzata passò dinanzi a Diego: “Caro mi stanno crescendo i peletti guarda qui! Adesso sono diventata grande puoi toccarmi e, se vuoi baciarmi in  bocca e sul fiorellino.” Agnese non pose tempo in mezzo ed incollò le sue labbra si quelle di un intontito Diego,  a quel punto il suo ‘ciccio’a digiuno da molto tempo alzò la cresta, la ragazza ne approfittò, aprì la pattuella  dei pantaloni del dottore, glieli abbassò, abbassò pure gli slip e prese in mano un coso lungo e duro, cominciò anche a masturbarlo sino a che lo sperma si sparse sulle sue mani, un altro bacio in bocca a Diego, era sulla strada buona per… Il dottore passò i giorni successivi come in stato di trance, aveva sempre dinanzi a sé una ragazza che stava crescendo: alta, bionda, occhi verdi, naso piccolino, bocca con denti bianchissimi, tette un po’ sviluppate, una piccola modella, forse se ne stava innamorando, una tredicenne, si stava innamorando di una tredicenne! Un pomeriggio: “Zio devo chiederti un altro favore.” “Da quando in qua sono diventato tuo zio.” “Sono stata costretta a dire alle mie compagne di scuola che sei mio zio, quelle sono più maligne di me, chissà cosa stavano immaginando…” “Forse quello che sta succedendo fra di noi.” “In occasione del tuo compleanno voglio farti un regalo, un regalo di quelli che si fanno una sola volta nella vita, immagina un pò’.” “A questo punto c’è poco da immaginare, la risposta è un no, no, no!” “Ed io ti rispondo con un si, si, si!” Il no col passare dei giorni divenne ni e poi si, ormai Diego si era innamorato della piccola, l’operazione venne stabilita per un pomeriggio, Agnese aveva trovato chissà dove un velo bianco, se l’era posto in qualche modo in testa e nuda si presentò a Diego. “La nostra prima notte di nozze, la ricorderemo per sempre, son sicura che sarai delicato, il fiorellino è allenato per avere degli orgasmi ma è ancora vergine e non voglio che  resti ancora in tale situazione, voglio sentirti dentro di me.” Diego aveva paura di far troppo male ad Agnese e spingeva poco il suo ‘ciccio’ dentro la topina fino a quando: “Pensi che ci metteremo tutto il pomeriggio, se non spingi di più resterò vergine a vita.” Agnese sopportò bene il dolore, aveva immaginato da tempo quel momento, quando Diego finì l’operazione ed eiaculò sul collo del piccolo utero, Agnese  ebbe un orgasmo ben diverso da quello che di solito provava, un orgasmo da donna grande. Per bloccare la piccola emorragia Diego da medico si era organizzato con cotone emostatico ma il  lenzuolo si era macchiato di sangue, il giorno successivo lo avrebbe portato personalmente in una lavanderia dove non era conosciuto. Quattordici anni, esami di terza media superati senza problemi, era giunta l’ora delle mestruazioni, Agnese di sentiva una donna completa ma da quel momento nei rapporti con Diego ci furono delle complicazioni: o il condom o la pillola anticoncezionale adatta ad una tredicenne. Agnese cresceva in altezza ogni giorno di più, aveva superato in altezza il suo dottore, quando indossò  scarpe con un po’ di tacco  Diego diventò ancora più piccolo. Alla quarta ginnasiale il numero dei ‘pappagalli’ aumentò in numero esponenziale, Agnese ne era lusingata, mai le era accaduto prima ma nel suo cuore aveva ancora il bel dottore e li respingeva tutti sino a che un giorno tornò a casa e: ”Zio questo è Tobia che non è la famosa candida spia della commedia di Rascel ma un mio compagno con cui ho preso a studiare, è più bravo di me e ne approfitto.” Quella notte Diego non riuscì a prendere sonno, c’era poco da capire, Agnese aveva preso il volo e non avrebbe più potuto raggiungerla, i venti anni di differenza erano troppi. In caso di eventuale sconfitta la fuga, Diego non ricordava il nome di quel generale romano ma applicò il suo principio, si trasferì in Sicilia, nella  città dello stretto, Messina, col tempo sperava di poter dimenticare la piccola ninfomane che l’aveva stregato!
     

  • 18 dicembre 2019 alle ore 0:09
    Che cosa rappresentava per lei?

    Come comincia: Che cosa rappresentava per lei? Proprio non si sa, una persona o un demonio che puntava dritto il dito per far danni a suo piacimento? Usciva e quando rientrava era un altro. Escogitava piani. Nella sua testa gli frullavano cose apparendo sereno mai poi sentendosi dire di no, che non sarebbe stato accontentato per avere più soldi a disposizione il suo umore si incrinò, inventandosi qualcos'altro o cercando un alleato che potesse permettergli di realizzare quello che avesse in mente. Tantissime guerre creò, fingendosi di essere sempre una vittima raccontando come visse da bambino che una vita facile non ebbe. Trascrisse delle pagine. Ogni giorno le riempiva prese nota di quello che sentiva e vedeva un'idea che servì per sopportare dando luogo ad una speranza ad una via d'uscita finendo tutto quel gran casino. Viveva sognando, con uno sguardo languido. Le porte si aprivano dentro passi più volte veloci, alquanto strani. Al chiuso si sentiva soffocare anche solo mezza giornata per sentirsi prigioniero. Non c'era un momento in cui non smettesse di pensare, la sua mente era continuamente al lavoro, progettare doveva dicendo bugie a non finire. Quanto rumore usciva dagli strumenti che costruì, portandoseli ovunque sperando che molti lo notassero dicendogli bravo per qualsiasi cosa facesse. Era anche una malattia, quella che lo rese veramente euforico. Un senso a tutto questo c'era, ma è possibile, che dipendesse solamente dal suo stato di salute e non dalla personalita? Se lo chiedeva spesso dicendo a se stessa tante volte che non poteva essere. Capì, ascoltandolo, che dava risposte giuste, tacendo quando doveva e sapeva quando era finito dalla padella alla brace, quindi si convinse che fingeva, con le nuvole che si abbassavano. La nuvolosità in aumento appariva con forti precipitazioni temporalesche. Rimase comunque nel vago, perchè nessuno le spiegò. Nessuno voleva affrontare questo argomento per quanto delicato fosse, trovandosi i malcapitati in balia del vento, senza cinture allacciate bene. Curarlo bisognava, qualcuno però non prese le giuste precauzioni, forse per la troppa debolezza che regnava in un cuore in tessuto di lana, dove si prosciugava, aumentando la sete

  • 15 dicembre 2019 alle ore 22:13
    Racconto giallo. "Sbattendo la porta"

    Come comincia: Fiorella: ciao Viola, stanotte è entrato nella mia stanza mentre dormivo credo volesse ammazzarmi.
    Viola: e perché dovrebbe farlo, cos'hai fatto tu per meritare una fine bruttissima?

    Fiorella: lui vuole tutto e io spesse volte glielo impedisco. La mia unica colpa è questa, che poi lo faccio anche per lui, intendiamoci. Abbiamo costruito insieme quello che abbiamo e da anni pensa di campare senza preoccupazioni. Detesto questo suo modo di vedere le cose carissima Viola

    Viola: fai bene ad essere dura e che eviti di uscirci insieme. Vorrei tanto che tu potessi andartene via da qui. Dovresti cercarti un'altra casa.

    Fiorella: ma se io me ne vado perdo tutto.

    Viola: non penso, qualcosa ti resterebbe e anche se poco pazienza. Ciò che conta di più è che tu non lo hai vicino ad assillarti continuamente.

    Fiorella: ci sono momenti che dico ma si, me ne torno al mio paese dove la gente è più vera rivedere quelle amiche e organizzare qualche festa in casa come si faceva una volta con il sorriso che mai mancava rispettandoci senza provare invidia per nessuno. A quei tempi si viveva davvero e non come oggi con troppe esigenze e tanta indifferenza. Viviamo facendoci del male ogni giorno non pensando ai giorni volati.

    Viola: Fiorella adesso basta, smettila di deprimerti, pensa alle tue figlie.

    Fiorella: certo hai ragione Viola, però quell'uomo mi sta uccidendo. Io vorrei cambiare discorso, se non riesco non è colpa mia, mettitelo bene in testa, per favore.

    Fiorella: me lo spieghi tu, come posso fregarmene? Non lo vedi com'è, pronto ad architettare un piano, per far tanto rumore?

    Viola: che cosa vorresti fare con lui? Che ne pensi di prendere una decisione? Direi che sarebbe il caso di affrontare la questione, cercando innanzitutto di capire chi è, perché sinceramente a me sembra che abbia un segreto che forse si porta dietro da quando era solo un ragazzo.

    Viola: Fiorella devi sapere che mi aveva raccontato alcuni episodi veramente curiosi. Mi raccontò che nel paese dove era cresciuto seppe che un ragazzino che faceva il pastore per un suo stretto parente fu trovato morto. Qualcuno gli fece vedere il corpo e lui che era giovanissimo rimase scosso da non riuscire a dormire , vedendo quando chiudeva gli occhi anche se non dormiva fiamme alte ed aerei che volavano sulla sua testa.

    Fiorella: io Viola, se potessi me ne andrei all'estero per non farmi più trovare se soltanto avessi il coraggio di farlo, ed invece mi ritrovo sempre qua parlando degli stessi problemi che mi irritano tanto. Non so che fare con quest'uomo è avvilente addossandomi colpe che non ho.

    Viola: io ti sono amica, potresti venire da me se vuoi. La casa è piccola ma potrei ospitarti, poi nel frattempo, vedremo gli sviluppi di questa complicanza che onestamente tu, avresti dovuto darci un taglio quando ti accorgesti di quegli strani comportamenti abituali. Potremmo prendere informazioni su di lui.

    Viola: io Fiorella sono tentata ad andare a parlare con dei conoscenti assieme a te. Verresti? Dimmi di sì, te ne supplico.

    Fiorella: va bene Viola. Dimmi da dove vuoi che incominciamo. Intanto vorrei recarmi in banca per scoprire se ha aperto nuovi conti e se si, a favore di chi.

    Fiorella: ma chi ti dice, che puoi?

    Viola: posso, conosco uno che mi conosce da vent'anni e abbiamo la stessa età. È una persona gradevole emiliano di nascita matto per i computer che un giorno si era messo a giocare in borsa ritrovandosi senza un soldo. Ci volle parecchio per lui, per rivedere la luce. Quando ci riuscì, diventò più sensibile, aprendo un locale per donne spaventate fuggite da storie che le avevano rapite.

    Mauro: ciao Fiorella devo parlarti. Mauro sono impegnata, che cosa vuoi ancora, si può sapere. Non credi che sia arrivato il momento di farla finita. Lui al telefono la sentì particolarmente agitata. Si meravigliò, pensando che dietro a questo suo cambiamento ci fosse una persona a proteggerla da renderla forte. Quando la conversazione terminò, Mauro si vestì e scese a piano terra comunicando al portiere che doveva assentarsi dallo studio pubblicitario per circa quattro ore. Salì sul suo fuoristrada facendo inversione di marcia. Aveva i capelli al vento, elegantissimo ed un'abbronzatura quasi perfetta. Sembrava un divo di Hollywood. Era nervoso correva come un pazzo non rispettando i semafori la casa dove viveva con Fiorella distava due chilometri dal suo studio, non poté trovarlo nelle vicinanze per questioni economiche. Prezzi veramente troppo alti per le sue possibilità. Mauro mise il viva voce e compose il numero della moglie quell'attesa lo innervosiva pensare che lei era un'altra e poteva aver scoperto il suo lato interiore gli sconvolgeva la mente. Egli era un bugiardo cronico e non voleva che nessuno lo scoprisse. Viola rispose ma riattaccò immediatamente.

    Mauro: la sua voce grintosa gli fece paura, il cuore sobbalzò nel petto. Fiorella ebbe la sensazione che lui volesse raggiungerla allora prese il cappotto e raggiunse il taxi che la stava aspettando. Quando sali, disse all'autista di accompagnarla in banca guardandolo con un'aria molto infelice. Viola si sedette vicino a lei sul sedile posteriore mentre dallo specchietto notò un uomo subito non lo riconobbe ma dopo sì, comunque ormai si stavano allontanando non erano lontane ma lui non avrebbe provato lo stesso ad inseguirle non voleva dare nell'occhio. Salì nell'appartamento entrando scorse una lucina che proveniva dalla stanza delle figlie. Esse a quell'ora dovevano essere uscite da circa due ore. Al mattino solitamente alle 7 erano già sulla porta per recarsi a scuola. Ciò lo mise in allarme avanzando delicatamente nell'ingresso di un corridoio semi buio. Il suo volto si specchiò. C'era uno specchio rettangolare spostato da una parte messo per potersi ammirare. La figlia maggiore odiava quella egocentricita' e lui la sua disapprovazione, non la vedeva per niente di buon occhio. Le pupille di Mauro scorsero una figura alta 1,65 capì che in casa qualcuno lo stava aspettando e chi. Perché sei qui, papà, gridava la ragazza. Lei sperava in quel momento che cadesse. La sua vicinanza era irritante come un tuono tempestoso che investe il cuore e ruba la voce. Uscì allo scoperto, accendendo la luce. Il buio scomparve ora potevano fissarsi negli occhi. Papà, che ci fai qui, non dovresti essere al lavoro? Tu invece a scuola, esatto? Disse con un sorriso sarcastico. Sonia s'intimori, non gli sembrò, calmo davvero, come voleva far sembrare.

    Sonia si fece coraggio, dicendo: papà perché non mi dici chi sei, ti tieni tutto dentro, menti spudoratamente. Hai mentito a tutti, con quale faccia, mi domando io? Scusa ma come puoi insinuare questo? Stai delirando figlia mia. Sono un padre che lavora, ho sempre portato i soldi a casa non vi ho mai fatto, mancare niente, trattando tua madre come una signora che se non fosse stato per me avrebbe continuato a vivere dove viveva.

    Sonia: papà sono una ragazzina, non stupida, convincitene per favore. Dovresti spiegarmi perché sei venuto. Non sono tenuto a darti spiegazioni quindi aspetta tua madre e in silenzio. Siamo intesi?

    Sonia rabbrividì. Suo padre le mostrò i denti, quell' interrogatorio la stava logorando. Egli si accomodò sul divano versandosi del moscato glielo dette un viticoltore pugliese che trascorse tutta la vita nei campi prendendo tanto sole e tanta pioggia nella felicità la troppa fatica veniva ricompensata dagli abbracci della moglie e dai figli al suo rientro in casa.

    Mauro: mentre beveva dei passi avanzarono, era lei la moglie incredula, per quello che l'impiegato le disse.

    Mauro aprì un altro conto ma non seppe a nome di chi. L'impiegato, non volle svelarlo, si preoccupò per essa che la vide molto provata per ciò che scoprì. Nel taxi Viola le svelò dei segreti. Lo aveva seguito per due settimane di fila quando staccava dal lavoro ritrovandosi in un pub pieno di clienti. Mauro un essere egocentrico che non si capiva o troppo chiuso volendo star solo per ore nella sua camera oppure trascorrere il suo tempo quando poteva nei labirinti della bellezza di Giamaica per meditare facendo yoga con una insegnante dagli occhi stregati come quelli di una zingara. Da essa si sentiva ipnotizzato. Metteva musiche rilassanti consigliandogli di immaginare di vedere una barca al centro di un lago sotto un cielo senza nuvole. Mauro la sentì entrare. Fiorella procedette di corsa verso il salotto. Quella mattina ne aveva sentite troppe di cose da non poterne più. Pensò di non dirgli nulla e chiedere il divorzio. Un'ombra si rifletee sul muro maestro. Entrambi si accorsero dell'altro. I loro volti increduli per qualche istante restarono paralizzati, però non persero l'occasione di dirsi di tutto, dire che il loro amore era finito e per sempre. Egli pensando di volersi sentire libero, come non lo era mai stato, non ebbe nessuna difficoltà ad accettare la separazione. Mauro uscì dall'appartamento senza nemmeno salutare la figlia disperata, sbattendo la porta

  • 15 dicembre 2019 alle ore 14:06
    Io, ammalato di cancro, che fine farò?

    Come comincia: Dal mio diario...ricordi Cefalù,giugno 2019 Rassegnato a un futuro senza ulteriori terrori, vivo i miei momenti nella pacifica incoscienza di chi sa che non esiste oscurità più buia delle tenebre;e mi metto impettito, in posizione per affrontare il mio nemico,con l'anima rivestita d'acciaio,dentro l'armatura della mia fermezza, pronto a cantar vittoria contro il destino avverso.Preparo i miei giorni al loro domani, fidandomi soltanto dei mirifici istinti che fan pressione sulle mie naturali emozioni. Là,"interrogazioni a sorpresa" giungono inaspettate a porre domande di dolore e d'incerto avvenire, arrivando senza preavviso a martellare la mente.E comincio a vedere la vita,nella sua prorompente eloquenza,come una stazione di sosta,dove fermarmi a aspettare i miei treni d'abissi,che non so per niente dove mi porteranno. Forse potrebbero andare veloci verso la mia liberazione,da questa prigione d'istanti d'attesa con gli orpelli del vivere scoloriti ,oppure viaggiare,al completo d'altri viaggiatori, prigionieri che come me sperano di liberarsi nella grazia di Dio.