username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 3 ore fa e 8 minuti fa
    Il sorriso della dentiera

    Come comincia: Nel paese dei miei suoceri, il mare c’era e non c’era; o meglio, era un’assenza che, a volte, miracolava in presenza.
    Il borgo era posto sopra un’altura e in certi giorni, dalla balconata che circondava il castello, spingendo lo sguardo oltre gli uliveti che disegnavano tappeti di un verde argentato, i vigneti coperti da immensi teli bianchi come la neve e strisce dissodate di terra rossa, il mare appariva: una tavola dipinta di blu che si staccava da quel tricolore e, all’orizzonte, andava a maritarsi con il cielo di un azzurro evanescente.
    I miei suoceri, migranti al nord da quella terra dolce e amara nello stesso tempo, raggiunta l’età della pensione avevano preso l’abitudine di tornarci: dalla primavera inoltrata alla fine dell’estate.
    Toccava a noi, figli o generi, accompagnarli e poi tornare a riprenderli alla fine di quel periodo di villeggiatura.
    Nonostante la lontananza, il viaggio di andata lo si faceva volentieri, perché dopo averli portati a destinazione, potevamo ritagliarci qualche giorno di mare.
    Tutta un’altra storia quando si trattava di riportarli a casa; non era tanto il viaggio ad ammazzarci, piuttosto i preparativi che precedevano la ripartenza.
    Si dice che partire è un po’ morire, ma nel nostro caso il ripartire era pure peggio.
    Prima del lungo viaggio di ritorno, bisognava passare a salutare parenti e amici, praticamente mezzo paese.
    A seguire il giro dei negozi, per le mozzarelle, il pecorino, i dolci di pasta di mandorla; poi al mercato, per le percocche, le olive, l’uva, le cime di rapa, le mandorle da seccare e farci il croccante quando viene Natale.
    Infine le fave, che a mio suocero non è che piacessero molto, troppi piatti ne aveva mangiati negli anni della miseria, al punto che se gli chiedevi un parere su qualsiasi altra cosa stesse mangiando, lui rispondeva sempre: “Megghie di fèv!” (Meglio delle fave!)
    Poteva poi mancare un giro in pescheria per le cozze tarantine e in macelleria per i torcinelli?
    Al tutto andavano aggiunte le decine di boccacci che i miei suoceri, nel periodo lungo della loro permanenza al sud, riempivano di salsa, melanzane, carciofi zucchine, peperoni, lambascioni, questi ultimi amari come il veleno.
    La sera che precedeva la ripartenza si caricava tutto in macchina; bisognava sfruttare tutto lo spazio disponibile e non solo quello del bagagliaio, che comunque non bastava, ma anche quello che, all’interno dell’abitacolo, non occupavano i nostri corpi.
    Praticamente, conducente a parte, gli altri avevano intorno un airbag esploso fatto di scatole, borsette, sacchetti di plastica pieni di cibarie in quantità industriale, che sarebbero bastate per sfamare i Mille della Spedizione Garibaldina, almeno nel tratto che loro avevano fatto via mare e che in chilometri più o meno corrispondeva al nostro via terra.
    Caricare il tutto, sotto la supervisione di mio suocero, era un lavoro infinitamente snervante: un continuo mettere, togliere rimettere, inframmentato da un rosario di sacramenti.
    In aggiunta c’era tutto il guardaroba primavera/estate (dovevate proprio vedere mia suocera con due o tre giacche e cappottini addosso per recuperare spazio); poi ancora lo scatolone dei farmaci e infine, per non farci mancare niente, i grast, cioè alcune piante da vaso che quel pollice verde di mia suocera non voleva in alcun modo lasciare lì e che, comunque, erano quelle che soffrivano meno, ed erano ben felici di trascorrere un periodo di villeggiatura al nord.
    Terminato il carico, dopo sei o sette ore di lavoro, passata un’altra oretta per chiudere l’acqua di casa, la bombola del gas, staccare la corrente, controllare se avevamo dimenticato qualcosa, assolvere gli ultimi bisogni fisiologici (che durante il viaggio non è che ci si potesse tanto fermare), potevamo comodamente incastrarci nell’abitacolo della macchina e, stanchi morti, finalmente partire.
    Ricordo quello che accadde in una delle ultime ripartenze.
    Ci eravamo da poco messi in viaggio e stavamo percorrendo la statale che scendeva verso il mare, improvvisamente un terribile dubbio s’insinuò nei pensieri di mia suocera, che di colpo volse lo sguardo verso il marito e parlò, si purtroppo parlò: “Tonì i tini i dint?” (Tonino hai preso le dentiere?)
    Sudore freddo e panico generale.
    Mio cognato frenò di colpo la vettura ai bordi della strada.
    Scendemmo e cominciammo a svuotare la macchina alla ricerca delle dentiere, che alla fine trovammo “sorridenti” all’interno della borsetta degli spazzolini e dentifricio.
    Dopo una scarica liberatoria di parole blasfeme e di frasi pronunciate in dialetto barese volgare, di cui io non capivo il significato, ma intuivo non essere frasi d’amore, finalmente ripartimmo.
    “Mai più! Mai più un viaggio così!” dissi a mia moglie una volta tornato a casa.
    Poi però ci furono altri viaggi; ma il sorriso di quelle dentiere non l’ho mai dimenticato.
     

  • Come comincia:  La ghiandaia dei pini, scoperta e catalogata dal naturalista ed etnologo tedesco Maximilian Wied-Neuwied nel 1841 (il suo nome scientifico è Gymnorhinus cyanocephalus), è un uccello piccolissimo (al massimo arriva a pesare centocinquanta grammi) ma molto intelligente: come tutti i rappresentanti della sua classe, in genere, e in particolar modo della sua famiglia (Corvidi). E' un uccello tutto di colore azzurro, la testa è però di un tono di blu più scuro. Vive e nidifica negli stati della costa occidentale degli Stati Uniti (in particolare, quelli del sud-ovest): il suo areale è vastissimo, andando dall'Oregon alla California, dall'Arizona al Wyoming, all'Oklahoma, al Nebraska ed al New Mexico, le Montagne Rocciose e lo Utah. Nei suoi spostamenti, spesso lunghissimi, però, questa specie è stata avvistata anche nello stato messicano di Chihuahua e in quello canadese del Saskatchewan. Esso si nutre esclusivamente di pinoli (ricca fonte di proteine) che trova in abbondanza nelle foreste di ginepri, o di pini del Colorado e di varie altre specie di conifere. Accade che li raccolga, durante i mesi caldi, sotterrandoli poi in diversi punti. In inverno si nutre di questi semi dopo averli ritrovati (essendo dotato di una memoria infallibile, quasi a prova di...Alzheimer!) esattamente nei punti in cui li aveva sotterrati. Vive, solitamente, in grandi stormi (da duecentocinquanta a cinquecento individui) e i piccoli (cosa strana assai ma simpatica alquanto), i quali non lasciano mai lo stormo in cui sono nati, durante la loro vita, una volta cresciuti aiutano ad allevare i fratelli più piccoli. Questa specie, come del resto tantissime altre oramai, tra le quasi diecimila conosciute nel nostro pianeta, è in pericolo di estinzione: la IUCN (International Union for Conservation of Nature), infatti, la inserisce in fascia color giallo (vulnerabile), con un numero di esemplari nettamente in calo negli ultimi anni. - La sua distruzione è in gran parte dovuta a politiche miopi - scrive Luisa Signorile nel suo "Animali da salvare - vol. 3°". Per la biologa e naturalista barese, infatti, la colpa del declino di questa specie è da addebitarsi in toto allo United States Forest Service, il quale classificò le foreste di pini e ginepri del territorio americano come "non commerciali" e "prive di valore": questo sancì - in certo qual modo - il de profundis della ghiandaia in quanto - nel ventennio 1940-60 - scrive ancora la studiosa, - le amministrazioni locaIi seguirono una politica di totale eradicazione di questo ecosistema, causando la morte di milioni di uccelli.

  • Come comincia:  Parafrasando il titolo di un noto romanzo dello scrittore colombiano Gabriel Garcìa Marquez, nobel della letteratura nel 1982 ("L' amore al tempo del colera", da cui il regista britannico Mike Newell, nel 2007, trasse una bellissima pellicola con Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem nei ruoli dei protagonisti, Fermina e Florentino) mi è venuto in mente il titolo da dare a questo mio breve racconto: "Accade al tempo corona virus" . In realtà non si tratta di un vero e proprio racconto (magari romanzato o sotto forma di favoletta per bambini!), anzi, diciamo pure che racconto non lo è per nulla (neanche un po'...forse!). Invero, trattasi, ciò che andrò a scrivere, di vita; di storia di vita: nuda e cruda, sacrosanta, vera, vissuta...che più nuda e cruda, sacrosanta, vera e vissuta non credo possa esistere! Di questa storia (o notizia che dir si voglia) nessuno (e dicasi letteralmente nessuno...tranne, magari, pochi "intimi": ovvero, coloro che - come me - bazzicano nottetempo su blog e siti anarco-libertari, i quali riportano notizie come queste che vengono dal sommerso; cioè, da un mondo di cui nessuno - o quasi - sa nulla ma...che esiste, cribbio!) non vi è traccia alcuna nei mass media di "regime" e nè - invero - nulla è emerso (messo a tacere ad arte, o ad hoc, come dicevano gli antenati latini, chissà: perchè tutto deve andare - giocoforza - bene?!), neanche sotto forma di scarno comunicato stampa, da organi costituzionali: dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri al Viminale, dal Ministero di Grazia e Giustizia alla locale Prefettura. E dire che un noto trailer, che da alcuni giorni passa sulle reti Mediaset, così proclama (anzi, va tranquillamente sbandierando senza mezzi termini): - Le notizie sono una cosa seria, scegli editori responsabili, gli editori veri: scegli la serietà! - Ascoltando il suddetto (sia chiaro, però la mia non è stupida demagogia: anche altre emittenti, appartenenti ad altri gruppi e cordate, non sono da meno nel proporre pubblicità simili e nel tacere su verità "oscure"!), spesso in questi giorni e in queste ore interminabili, mi viene da ridere; ma ora, dopo aver letto la notizia di cui ragguaglierò più avanti, mi viene da piangere, direi! Certo, le notizie sono davvero una cosa seria, ma se lo sono perché mai (quasi) nessuno (tranne gli "aficionados" di cui detto sopra) è a conoscenza di quanto andrò ad esporre? Non è forse notizia seria (nonché degna di nota e cronaca) quella riguardante la (misteriosa?!) morte di un ragazzo di appena ventidue anni? Non è (in sè e per sè), già la morte stessa (anche quella che non accade a causa di un virus lo è: cazzo!) una cosa seria? Ignorare la morte di un nostro simile significa avere poco rispetto della vita umana: non soltanto di quella altrui ma anche - e soprattutto - della propria. Eppure, c'era già chi lo pensava (chi la pensava come me: fortunatamente!) e lo scrisse anche, da qualche parte (nonché molto tempo prima di quanto lo stia facendo io). Fu Francis Picabia, notissimo quanto eclettico pittore francese, vissuto tra il 1879 e il 1953 (operò, nella sua carriera artistica tanto nell'ambito dell'impressionismo, prima, quanto in quello dell'astratttismo, del cubismo, del dadaismo e del surrealismo, poi), che ebbe a dire, appunto: - La morte è una cosa seria. Si muore da idioti o si muore da eroi: che poi è la stessa cosa! - Eppure quel ragazzo ventiduenne di cui dirò è morto: non era certamente un eroe (di quelli, le cui gesta riempiono le prime pagine dei giornali o sono al centro di tanti servizi di cronaca televisiva in queste settimane!), ma è bello che...è morto per davvero: forse ucciso, ancor prima che dal caso, dalle circostanze e dalla natura delle cose ma, soprattutto dalla noncuranza, dalla scelleratezza, dalla insensibilità e dalla mancanza di rispetto verso la vita e la morte che finanche servitori dello Stato - a dir poco vili - hanno mostrato di possedere. Di seguito, quindi, ecco lo stralcio della lettera (il mittente stesso ha poi vivamente pregato di farne circolare il suo contenuto ovunque sia possibile farlo) inviata via mail all'assemblea permanente contro il carcere e la repressione (sembra una sigla di fantasia e di stampo, quasi, risorgimentale; una organizzazione di carbonari e reazionari che lottano contro l'usurpatore straniero: è invece quella di un gruppo di persone che oggigiorno lotta contro il potere istituzionale e i suoi soprusi!) di Udine-Trieste il 27 marzo scorso, in cui si parla testualmente della morte di un detenuto avvenuta il precedente giorno 15 nella casa circondariale di via Spalato, a Udine: "...quel ragazzo aveva ventidue anni ed è morto, era da tempo che stava male, che non veniva preso in considerazione. Si era ripetutamente lesionato, tagliato con lamette. In questi ultimi giorni lamentava febbre e che stava male, ma l'unica cosa che hanno fatto è stata di aumentargli la terapia di metadone e di subitex in quantità spropositate e psicofamaci. Infatti, il tutto ha causato la morte, per lo più. Il defibrillatore era già rotto da mesi e mesi. La cella l'hanno aperta dopo venti minuti quindi alle sette e venti della mattina e l'unico soccorso che ha avuto è stato solo un assistente che ha provato a rianimarlo ma con le mani perché l'apparecchio è rotto. Poi hanno aspettato ore prima che arrivasse un dottore e il magistrato con tutta calma. Il corpo è restato ad aspettare quà dentro fino poco più tardi delle tredici. Vergognoso poi che il ragazzo avesse problemi di tossicodipendenza e lo tenessero al terzo piano, e neanche lo ascoltavano e controllavano. Voglio che queste cose siano riferite così da mettere tutti a conoscenza delle cose vergognose e orribili che succedono nel carcere di Udine. Lo hanno ammazzato. La responsabile dell'area sanitaria non c'era, manca da quindici giorni. E' tutto vero". Parole sconcertanti quelle appena scritte, mi hanno lasciato senza...parole quando le ho lette, un paio di giorni orsono. Non posso, però, che concludere in questo modo: - Trattasi dell'ennesima morte di carcere, annunciata o meno non sta a me affermarlo; una morte di cui non importa un fico secco a nessuno, e che nessun quotidiano riporterà mai, neanche in calce, magari, ai suoi ridondanti titoloni strappalacrime di questi giorni (quelli che spesso aumentano la tiratura...in tempi non sospetti: adesso, invece, si dice che servano per di più a sensibilizzare l'opinione pubblica?!), nessun notiziario annuncerà mai, neanche sottovoce (magari dopo l'ennesimo annuncio logorroico: "restate a casa", "andrà tutto bene", "dimostriamo di essere un grande paese", "denunciate i trasgressori" "siate infami e delatori" e...bla, bla, bla!). Ripeto (e concludo): trattasi dell'ennesima morte di carcere e in carcere, null'altro. Ai tempi del corona virus accade anche questo: non è un "pesce d'aprile"!

    Taranto, 1 aprile 2020. 

  • domenica alle ore 19:33
    Ebbrezze

    Come comincia: Sono ubriaco, Steve.
    Ah, il mio alcolismo, maldetto assuefattore; ti prende l’anima e te la brucia così silenziosamente ma in modo sublime, eh! Sia chiaro.
    Le mie giornate sono così vuote, o forse no, ogni tanto… credo, quando sono sobrio per lo più, per cui solo quando sono a lavoro sicuramente.
    Ah, follie, che follie Steve! Chi l’avrebbe mai detto che avrei concluso la mia vita così, con un bicchiere di vino ed una bottiglia di Vodka.
    Quando morirò, voglio che mi seppellisci in un mare di bottiglie, almeno me le porto all’inferno quelle troie; renderanno sicuramente la mia permanenza più dolce di quanto credevo.
    Ah, tu dici che non posso portarmele? Mi fermeranno alla dogana del purgatorio?
    “Hey, lei, dove sta andando con quelle bottiglie! Qui niente vetro, niente liquidi infiammabili ne armi di alcun tipo!”
    Ma cazzo, Steve, è l’inferno! Se non ci si può finire di ammazzare la, dove cazzo dovrò andare per bermi un bicchierino?
    Al massimo potrò dire “Hey dai, almeno uno, prima di entrare, giusto per tenermi meglio, no? Non farà mica male, che regole sto infrangendo?”
    Ma poi scusa Steve, ci sono regole pure all’inferno?
    Cazzo però, uno non può stare tranquillo nemmeno da morto! Ma poi, non chiedo mica il paradiso? Un bicchiere all’inferno chiedo, che sarà mai? Racconterò ch'è un regalo di un vecchio amico, butto giù due stronzate sull'amicizia, no, come si fa tra noi. 
    Qualcosa me la invento sennò a raccontare troppe cose, mi bevo tutto in fila.
    Come ai colloqui, no? Ma lei è specializzato nel campo? Quanta cattiveria ha usato in vita? Ma si drogava? Ma poi perchè dovremmo farla entrare? Si descriva in tre parole!
    Ma cazzo vogliono? T'immagini? Tre parole poi, non saprei nemmeno quali potrebbero essere. Ma butterò giù qualcosa anche la, come si faceva sempre tra noi.
    Sarebbe un ottimo colloquio. Rido già da ora! 

    L’hai capita la battuta?
    Dai su, Steve, passami la Vodka.

  • 23 marzo alle ore 12:51
    LA BANDA DEI...

    Come comincia: Alberto Minazzo maresciallo della Guardia di Finanza stava vivendo una vicenda di cui avrebbe fatto volentieri a meno ma…Era una uggiosa giornata di novembre, nell’ufficio insieme ai suoi due collaboratori Alberto stava svogliatamente sbrigando delle pratiche noiose quando si presentò Scilio il piantone del Colonnello Comandante che all’orecchio: “I militari del  Servizio Informazioni hanno arrestato quattro dei nostri, prima di portarli in carcere lei deve fotografarli e  compilare la scheda segnaletica, per ora sono nella saletta di ricevimento del pubblico, prenda l’attrezzatura fotografica, le schede segnaletiche le ho portate io.”  Di colpo Alberto si svegliò dal torpore, maledizione una maledetta grana, di quell’avvenimento ne avrebbero parlato i giornali  e forse quelle foto sarebbero servite a documentare l’avvenimento. Munito della Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione non gliela aveva fornita per la solita mancanza di fondi) entrò nella saletta e vi trovò due Appuntati, un Maresciallo ed un Tenente che nervosamente  passeggiavano avanti ed indietro. Per indorare la pillola:  “Colleghi ci sono momenti spiacevoli nella vita, per voi è uno di questi, vi debbo fotografare di faccia e di profilo…Cominciamo da lei.” Era l’appuntato Floris, sardo che del normale colorito in viso non aveva più nulla, un bianco totale che fece pensare ad Alberto ad un suo prossimo svenimento. Sfoggiando il suo spirito romanesco Alberto: “Signori può capitare a chiunque passare dei momenti non favorevoli, il Colonnello Pedara un giorno mi ha detto che ognuno di noi dovrebbe passare almeno un giorno in prigione…” La battuta non fece alcun effetto positivo sui carcerandi ed Alberto passò al secondo, appuntato  Gregoraci anche lui profondamente bianco in viso, il Maresciallo Ordinario Filippone al contrario dei due era molto rosso in viso, sembrava prossimo ad un colpo apoplettico, il Tenente Argento si rifiutò di farsi fotografare: “Io sono innocente e non intendo essere fotografato da un mio inferiore di grado (dimenticando che fino a nove mesi prima era parigrado di Alberto). Alberto prese il telefono interno e fece il numero del Colonnello Comandante: “Sono Minazzo, il Tenente Argento non vuole farsi fotografare.” “Cerchi di convincerlo, non voglio grane!” “Il Colonnello ha detto di mettere le manette al Tenente, Scilio provvedi, poi andremo  in cortile dove  un nostro furgoncino aspetta i carcerandi, a meno che il Tenente non venga a più miti consigli per farsi fotografare e prendere le impronte digitali, nel qual caso mi prendo la responsabilità di farvi passare tutti e quattro dai sotterranei per non farvi vedere dai colleghi e dai borghesi che si dovessero trovare nel cortile.” Vista la mala parata,  Argento divenne di ‘latta’ ed aderì alla richiesta di Alberto. Una telefonata del Colonnello Comandante: “ Comè andata?” “Tutto bene, tra poco stamperò le foto e le porterò le schede segnaletiche complete.” “Bravo Minazzo, sapevo di poter contare su di lei.” Alberto sperava che la ‘triste historia’ per la sua parte fosse finita lì ma una mattina: “Sono il sottufficiale d’ispezione, c’è una signora che vuole conferire con lei, la faccio passare?” Alberto pensò chi potesse essere, sua moglie Maria era a scuola…”Va bene accompagnala da me.” Una signora dall’aspetto dimesso entrò e quasi di buttò ai piedi di Alberto: “Sono la moglie dell’Appuntato Floris… “Ragazzi andate a prendere un caffè…signora mi dica.” “Mio marito ha rovinato tutta la famiglia, siamo senza una lira, non riesco nemmeno a pagare le bollette,  ho usato tutti i risparmi, non so a chi rivolgermi, tutti gli amici e parenti sanno che mio marito è in galera, io ed i miei due figli evitiamo di uscire di casa, mi hanno detto che lei è un buono d’animo…veda quello che può fare!” “Per far avere a suo marito la pensione ci sono dei passaggi burocratici, mi impegnerò personalmente perché gli atti siano redatti nel più breve tempo possibile.” “Ed io nel frattempo?” “Signora come si chiama?” “Sono Grazia, una volta ero una bella donna, ora sono diventata inguardabile, per …qualsiasi cosa sono a sua disposizione.” Alberto, anche se spesso svicolava dal legame matrimoniale non se la sentiva di avere  dei rapporti sessuali per…pietà.  “Davanti alla caserma c’è la filiale della mia banca, non le posso dare una grande cifra…” Stavolta Grazia baciò in bocca il maresciallo che rimase basito, alcuni passanti li guardarono soprattutto perché Alberto era in divisa, si prese dello ‘zozzone!’ Grazia non si era fatta i fatti suoi tanto che due mattine dopo Il piantone dell’ingresso: “Maresciallo c’è una signorina che desidera vederla.” Ai due collaboratori: “Ragazzi penso di aver capito di cosa si tratta, fatevi un giretto e accompagnate stá signorina in ufficio e non fate quella faccia, l’altra volta..bè lasciamo perdere!” Era un ‘fior’ di ragazza, alta, longilinea dai lineamenti signorili, ben vestita: “Sono Mariella la figlia dell’Appuntato Gregoraci, Grazia mi ha confidato che lei l’ha aiutata per far avere a suo padre la pensione e…” Quella e poteva voler dire che anche lei avrebbe voluto un ‘conquibus’ magari dietro una prestazione…rispetto alla consorte dell’Appuntato Floris Mariella era tutt’altra cosa. “È l’ora del pranzo, non l’invito nella nostra sala mensa per ovvii motivi, se se la sente abbastanza vicino c’è la trattoria dove talvolta vado.” “È li che porta le sue conquiste?” “Marella  te lo dico in inglese con la speranza che tu non lo capisca, sei una ‘daughter of a bitch’! “ “Io all’Università sono scritta in lingue…” “Ho capito, ho toppato, ti prenderei sotto braccio ma in divisa daremmo troppo all’occhio.” “Maresciallo è un po’ che non viene in…” “Calogero la qui presente Mariella è mia nipote, non fare ‘more solito’ il maligno!” “Maresciallo lei è fortunato, io di nipote femmine non ne ho nessuna!” “Potrebbe capitare che tua moglie diventi vedova!” “Ho capito,lasciamo perdere al menù ci penso io.” Mariella se la rideva: “Intanto ti do del tu, vieni spesso qui in compagnia delle nipoti, non sei sposato?” “Sposatissimo ma non ti dico prossimo alla separazione perché sarebbe la solita scusa meschina di chi ha avventure fuori del letto coniugale, volevo dire tetto.” “Ho che bello: linguine cozze e vongole le mia preferite Calogero ci sa fare.” ‘Spazzolato’ il primo Mariella fu entusiasta anche delle acciughe fritte: “Sono il miglior pesce, è quello che costa meno ma le azzurre fanno bene alla salute, specialmente andando avanti con l’età…” “Stavolta non userò l’inglese che tu conosci ma il tedesco per dirti…” “Conosco anche quello quindi puoi fare a meno di darmi della….Forse non ti è piaciuta l’espressione che sei avanti nell’età, io preferisco gli uomini maturi, i giovani sono magari tutto sesso ma niente personalità!” “Ti sei salvata in ‘corner”, finito di mangiare devo andare a prendere la mia macchina posteggiata vicino alla caserma, non voglio che i colleghi mi vedano in tua compagnia, seguimi ad una certa distanza, mi vedrai entrare dentro la mia amata Giulietta  color rosso fuoco.”  “Accessoriata di tutto punto, te la passi bene, non è che farai la fine di mio padre!” “I ‘talleri’, non di provenienza savoiarda, mi sono pervenuti da un’eredità non dal classico zio d’America ma da una mia zia italiana e quindi non seguirò tuo padre nelle patrie galere. Mio padre mi ha inculcato l’idea che la disonestà non paga quasi mai, io la notte dormo saporitamente sognando angioletti femmine che ti assomigliano…” “A parte che gli angeli non  hanno sesso questa è una vera e propria dichiarazione che io accetto volentieri mio bel maresciallo!” “Ancora una volta dimostri di essere una…posso dirtelo in latino?” “Conosco questa lingua.” “Allora in russo.” “Qui mi trovi impreparata… come si dice in russo ‘figlia di puttana?” “Suka doch’, la prima parola in siciliano è una volgarità, me l’ha insegnata un collega siculo.” “Lì ci arrivo anche io, che ne dici di venire a casa mia, mia madre Donatella sarebbe felice di conoscerti. Abito al quinto piano senza ascensore, ti farà bene alla linea, mi pare che stai mettendo su un po’ di epa…” “Talvolta mi scopro un pò sadico, che ne dici di deliziose sculacciate sul bel tuo sederino.” “La mia parte di masochista è d’accordo…Siamo arrivati…mamma questo è Alberto che come vedi dalla divisa è un maresciallo delle Fiamme Gialle, quello che ha messo in galera mio padre, tuo marito; è un simpaticone, non morde!” Mariella era la copia spiccicata di sua madre la quale, anche se con qualche ruga in più era decisamente ancora appetibile.” “Devo o non devo esternare quello che stai pensando della mia genitrice?” “Tutte cose buone, signora come fa a sopportare questa deliziosa furbacchiona scatenata, sono poche ore che la conosco e già mi ha messo K.O. varie volte!” “Ha preso da me…glisson, le offro un caffè o un liquore?” “Qualcosa di mezzo, il Caffè Sport Borghetti che…” “Che ho in casa perché è la mia passione. Domani è domenica che ne dice di pranzare con noi?” “Bien sur, finisco il liquore e men vo, a domani.” Giunto a casa Alberto si trovò dinanzi la moglie Maria, una furia scatenata: “Sento dall’odore che hai frequentato qualche sciacquetta!” “Non so che profumo tu possa sentire, forse di carcere, sono andato a fotografare quattro dei nostri finiti in galera, piuttosto vorrei domandarti ti dice niente la parola Chiesa?” “Che siamo agli indovinelli, è un luogo di culto.” “Non pensi che possa essere un cognome di un maschietto magari il tuo direttore didattico?” “Non  vedo…” “L’ha visto quella tua collega che mi ha inviato questo bigliettino.” “Tutte malignità ed invidia!” “Facciamo una tregua: tu non ti interessi dei fatti miei ed io dei tuoi, good luck my wife!” Anche in borghese Alberto faceva la sua ‘porca figura’, non rispondeva a verità che avesse messo su un po’ di pancia come affermato da Mariella tanto è vero che aveva fatto i cinque piani senza affanno. Suonato il campanello della porta dove era riportato il cognome Gregoraci dall’interno la voce di Mariella: “Caro vai ad aprire non sono ancora pronta.” Si appalesò un giovane castano, alto, sorridente che: “Lei dovrebbe essere Alberto, me ne ha parlato la mia fidanzata.” Altro scherzo da parte di Mariella, questa volta andava sculacciata di brutto! Si era presentata Donatella alla quale, con una giravolta di destinazione Alberto offrì il mazzo di rose rosse che era destinato alla figlia. Mariella si presentò vestita alla gran sexy con minigonna larga e camicetta trasparente, una vera provocazione per ‘vedere l’effetto che fa’ come da canzone di Jannacci. Alberto una mummia come pure Alessio che però doveva essere abituato ai capricci della fidanzata. Tavola da pranzo ben apparecchiata: “Tutto merito di Mariella” il commento del fidanzato il quale fece i complimenti alla futura suocera per le varie portate eccellenti. Tradotto Mariella aveva apparecchiato la madre si era data da fare in cucina, senza l’aiuto della figlia la quale: “Perché non ci traduci quella frase in un’altra lingua?” La domanda era diretta ad Alberto il quale si prese una rivincita: “Quando prestavo servizio a Domodossola sui treni internazionali ho conosciuto ‘da vicino’ una giapponese che durante il  tragitto sino a Milano mi ha insegnato qualche parola della sua lingua, la frase è questa : ‘ Meino no musuko’ traduci un pò se ci riesci!” “E tu vuoi far capire che in un tragitto di massimo due ore hai conosciuto ‘da vicino’una giapponese che ti ha insegnato anche qualche parola della sua lingua?” Intervenne Donatella: “Ragazzi il pranzo si fredda, almeno datemi la soddisfazione di affermare che è buono!” Tutti addosso a Donatella che: “Mi avete spettinata tutta devo andare alla toilette….” “Sei bellissima anche così!” Chi si era sbilanciato era stato Alberto che aveva suscitato la curiosità degli altri due commensali. La serata finì allegramente anche grazie al liquore-caffè, Alberto fu invitato dalla padrona di casa per un altro incontro conviviale. La storia degli arrestati per Alberto non era ancora finita. La mattina successiva: “Sono il sottufficiale d’ispezione, al Corpo di Guardia c’è un giovane che desidera parlare con lei.” La frase seguita da una risatina.“Accompagnalo da me.”  “Ragazzi qui c’è qualcosa di particolare, non ve ne andate. “ Il giovane era veramente particolare: capelli rasati per metà del capo, occhi bistrati, camicia rosa e pantaloni azzurri. Nessuno in ufficio fece commenti. “Sono Umberto il figlio del maresciallo Filippone, vengo a chiederle il favore di avviare le pratiche per far avere a mio padre la pensione.” “Farò del mio meglio, lasci il suo indirizzo di casa col numero del telefono, appena avrò notizie la contatterò.” Ringraziamenti con abbraccio da parte di Umberto ma la scena, avvenuta con porta aperta dell’ufficio fu notata da vari colleghi di Alberto,il più spiritoso: “Carissimo, sei favoloso che ne dici di…” “Vi dico molto volgarmente di andare a fare ….” Pure la presa in giro  ma la storia non era ancora finita, più tardi il piantone accompagnò nell’ufficio di Alberto un giovane che: “Sono Giovanni il figlio del Tenente Argento, mi occorre avere la certezza che al più presto mio padre possa fruire della pensione, le dico al più presto!” “Noi trattiamo tutti i nostri colleghi nello stesso modo, inizierò quanto prima a dedicarmi alla pratica di suo padre.” “Questo è un modo di scaricarmi, mio padre è un suo superiore di grado!” “Suo padre sino a nove mesi addietro era un mio collega ma, come le ripeto provvederò sbrigare la pensione di suo padre, se non ha altro da dirmi…” Il maleducato uscì dalla stanza sbattendo la porta e ad Alberto l’atto non piacque affatto e pensò di vendicarsi tenuto conto di certe notizie che ‘giravano’ intorno all’operato del Tenente Argento. Telefonò ad un suo amico e compagno alla Scuola Sottufficiali: “Caro Pier Luigi sono Alberto, anche se non ci sentiamo talvolta ti penso quando eravamo allievi insieme, ho da chiederti un favore ma non per telefono, ti invierò una lettera indirizzata alla tua persona, ti prego di rispondermi con lo stesso mezzo; qualora venissi dalle mie parti sarai mio ospite.” Nella lettera Alberto aveva chiesto al collega di far indagini ed accertamenti sugli acquisti a Napoli e dintorni di immobili a nome ‘ del Tenente Argento e dei suoi familiari, anche quelli acquisiti.” Alberto prese a frequentare la casa  di Mariella e di Donatella, quest’ultima gli faceva trovare a pranzo o a cena piatti sfiziosi, furbacchiona voleva prendere Alberto per  la gola, un pomeriggio, dopo mangiato, assenti Alessio e Mariella prese a baciarlo sinché il  bel maresciallo sfoderò la ‘sciabola’ alla vista della quale: “Accidenti quanto ce l’hai grosso,  mio marito ce l’ha molto più piccolo e lo usa poco e male, la mia ‘gatta’ potrebbe farsi male!” “La tua ‘gatta’ gradirà per primo un cunnilingus e poi il pisellone di Alberto entrerà dentro alla grande!” E così fu per tutto il pomeriggio. Alle diciotto al rientro di Mariella: “Vi vedo belli riposati, che ne dici Alessio, questi due di sono dati da fare o meno?” “Da fare? Avranno la pressione a zero dopo averla portata alle stelle, complimenti!” I due neo amanti se ne fotterono altamente e:”Tu piuttosto figlia mia cerca di farmi diventare nonna!” “Per me è ancora presto  in ogni caso non vorrei diventare zia!” Ormai tutti i tasselli della storia erano a posto, mancava solo le notizie da parte di Pier Luigi che giunsero dopo una settimana. “Caro Alberto riporto qui appresso tutte le proprietà immobiliari del Tenente Argento e dei suoi parenti, ufficialmente non deve risultare la mia indagine, appena possibile di verrò a trovare, saluti alla signora.” Ad Alberto risultava che il Tenente Argento non era molto simpatico al Colonnello e così una mattina: “Comandante ho notizie non ufficiali sulle proprietà del Tenente Argento, veda lei se vuole fare una richiesta ufficiale al reparto competente per territorio.” Ti pare che Mariella non ne combinasse una delle sue, era più forte di lei. Alle quattordici di un giorno feriale si appostò vicino alla Giulietta di Alberto ed alla sua vista: “Caro mi dai un passaggio?” “Tutto questo puzza, è una frase famosa di un attore russo, un certo Misha Hauer ma si addice al momento, che ti frulla per la testa? “Volevo solo farti una domanda: preferisci il fiorellino o il popò?” “Non hai specificato il nome della  titolare dei due beneamati.” “Se ti dicessi i miei?” “Se la finiamo di dire baggianate direi i tuoi.” “Bene, dove possiamo andare, a casa mia non è il caso.” “Mia moglie e in vacanza come in quel famoso film con Marilyn Monroe.” Alberto, poverino, si sacrificò, si ‘fece’ sia la figlia che la mamma!
     
     
     
     

  • 21 marzo alle ore 17:38
    Quarantine: Me stesso

    Come comincia: “Quando ero ragazzo, non ero molto socievole. Mi guardavo intorno e non potevo far altro che chiudermi. Il mondo non mi piaceva, ma per niente.
    Frenesia, eresia, follia.
    Mi chiedevo ogni giorno se fossi riuscito a scappare, prima o poi, dal quel buco nero.
    Venivo molestato spesso, deriso, corrotto, gettato in pasto alla belva dell’uomo.
    Ero così, così stanco di tutto quello.
    La mia famiglia era povera e numerosa; ero terzo di cinque figli.
    Credo non andassi d’accordo con nessuno di loro, se non con il nostro cane rachitico.
    Quando lo guardavo, rivedevo il me stesso rinchiuso; aveva degl’occhi vitrei ed aurei, come i miei.
    Sbavava molto; pareva sarebbe morto ad ogni passo che faceva, si teneva su per la grazia di Dio.
    Ero l’unico che badava a lui e, questa cosa, mi teneva vivo.
    Vivevo per lui e lui per me; fino a quando non morì per davvero in un giorno di primavera.
    Lo trovai stramazzato nel campo preso a picconate da chissà chi.
    Era un bravo cane e non so come sia stato possibile che l’abbiano ucciso.

    “Vedi William? prima o poi anche tu farai la sua stessa fine.”

    Mi disse una volta mio padre mentre gli scavava una fossa con un piccone.
    La lezione l’avevo avuta. Mi mossi a cercare un lavoro per fuggire.
    Fortuna ci riuscii in fretta ed abbandonai per sempre quella casa.
    Non rividi mai più nemmeno uno di loro; tempo dopo seppi che la casa s’incendiò e morirono tutti.
    Forse la morte del mio cane era stato un segno che mi ha salvato la vita.
    Lo porterò sempre nel cuore, fino alla fine.
    Da lì capii; salvato da un cane per diventare un cane io stesso e, devo dire, non mi dispiacque finire, poi, a fare da balia canina ad una ragazzina egoista e arrabbiata; era come se avessi avuto una seconda possibilità di redimere me stesso, cercando di addestrare un cane più piccolo.
    Fu così che Blues divenne tutto ciò che avevo e l’avrei protetto a denti stretti, come l’amore di un cane verso il proprio padrone.
    Del resto, non aveva scelto la sua vita per cui non aveva colpe e, come me, avrebbe voluto solo fuggire da tutto quello.
    La capivo, per questo decisi di starle accanto senza mai contestarla o aggredirla. Avevo annusato quanto il suo fragile cuore cercasse compagnia in quella solitudine chiamata vita.
    E per quanto mi schernisse o si prendesse gioco di me, sapevo che quello era l’unico modo che aveva per amare.
    Sentire di possedere qualcuno, ci fa sentire meno soli alle volte; e benché non fosse un comportamento adeguato, sano non lo ero nemmeno io. Abbracciai quella creatura con tutto il mio sentimento e nessuno me l’avrebbe portata via se avessi obbedito ai suoi giochi.
    Ma si sa, alle volte, il gioco stanca e quando ciò accadde, qualcosa in me si tramutò per sempre.

    “Un giorno troverai una brava ragazza, ne sono sicura.”

    Mi disse una volta mia madre mentre mi pettinava i capelli.
    Non credetti molto alle sue parole e, di certo, brava Blues non era; ma nelle nostre imperfezioni, eravamo perfetti.
    Dovevo solo arrivarci e lei capirlo.”

  • 21 marzo alle ore 17:07
    Quarantine: Sussulto

    Come comincia: “Non ho potuto non notare quel taglio sotto il mento, Clap. Chi ha osato ferirti senza la mia autorizzazione?”
    “Mh? Ho bisogno delle autorizzazioni se, nel caso, qualcuno volesse farlo?”
    “Ovviamente, Clap! Che discorsi. Non hai capito, allora, che da quando i miei genitori ti hanno portato qui, con il compito di farmi da servitore, in realtà hanno firmato la tua condanna? Che schiocchino!”
    “Ah, mh, no, non l’avevo capito.”
    “Non mi hai risposto. Sto attendendo una spiegazione.”
    “Credo sia stato molto tempo fa, non ricordo come e quando sia accaduto.”
    “Sei un bugiardo, Clap! Com’è possibile che non ricordi chi, come e quando? Mi nascondi qualcosa?”
    “Sono rammaricato, penso… realmente di non ricordare.”
    “Bagianate! Ti prendi gioco di me, ora? Da quando sei tu, adesso, quello che prende in giro me?”

    Si alza Blues, prende uno spillo e lo punta alla gola di Clap.

    “Signorina!”

    Esclama il povero Clap, indietreggiando lentamente.

    “Il tuo viso è troppo leggiadro. Con una sola cicatrice è troppo pulito, ma sono sempre in tempo per fartene un’altra. Ma stavolta infilzandoti un occhio se non ti muovi a parlare.”

    Ride lei.
    Il volto di Clap diventa serio d’improvviso; fa un respiro profondo e, con lenti movimenti, prende la mano di Blues.

    “Probabilmente, se lei mi dovesse infilzare, farebbe meno male.
    Probabilmente, se lei dovesse ferirmi, sarebbe più dolce.”

    Arrossisce lei. I loro occhi si fissano per pochi attimi, minuti, secondi.
    Dopodiché, con scatto selvaggio, la ragazza ritira la sua mano lanciando lo spillo in terra.

    “Ti prego, vattene ora. Verrai punito severamente per questo comportamento poco ordinario. Avrei dovuto tagliarti la lingua, almeno i miei cani sanno di cosa cibarsi.”

    Esce dalla stanza sbraitando qualcosa sotto lo sguardo attento di Clap.
    Una volta solo, si porta una mano alla testa e sospira guardando fuori dalla finestra; vi scorge la cuoca al cancello con uno sconosciuto.

    “Chi sarà mai a bussare alla nostra porta, di questi tempi?”

    Si chiede.

     

  • 20 marzo alle ore 20:43
    PUCCI IL VIZIATO

    Come comincia: Pucci era il cane volpino della zia Maria; voler bene ad un cane è cosa comune, farne un idolo è tutt’altra cosa. Il quadrupede era il ricordo del defunto marito della zia. Quando era un vita  Peppino, Pucci era considerato come il figlio che i due zii non avevano avuto. Viziatissimo, il cane riteneva che tutto gli fosse dovuto, concesso e permesso: d’inverno dormiva sul letto della padrona amorevolmente coperto da un plaid di pura lana, d’estate in una cuccia con rivestimento di fresca seta, non mangiava a terra come tutti i suoi simili ma a tavola con la zia Maria, aveva il suo spazio ed era molti schizzinoso in quanto a cibo, rifiutava ostinatamente quello non di suo gusto e veniva subito accontentato con altra cibaria a lui gradita sino a quando… La zia Maria era proprietaria di una villetta tra Ancona e Falconara acquistata con l’eredità del marito capo stazione ricco di famiglia. Si trattava di un’abitazione elegante provvista di parco con al piano terra uno spazio adibito a garage dove faceva bella figura una Alfa Romeo Giulietta  guidata non dalla proprietaria ma dal nipote Alberto, ventenne che aveva conseguita la maturità classica e frequentava l’Università di Ancona, in verità con poco profitto. Il giovane con papà Armando e mamma Domenica abitava in una villa vicina ma spesso andava a casa della zia che lo ricopriva di regali di ogni genere conseguentemente era molto elegante nel vestire e frequentava la società bene. Un fatto sconvolse il tranquillo menage del cane che di colpo si vide privato delle coccole della padrona. La zia Maria era andata in Sicilia a trovare la sorella del defunto marito, prima della partenza aveva subissato Alberto di  tante raccomandazioni  riguardanti Pucci : “Poverino è tanto fragile e bisognoso di attenzioni, mi raccomando trattalo bene!” Tra i due non c’era mai stata della simpatia, si tolleravano appena e questa era la volta buona che Alberto si prendesse un rivincita ma quale? Idea geniale: il cibo: niente posto a tavola, a terra vicino alla cuccia due ciotole una con l’acqua e l’altra con solo il pane! Giunta l’ora di pranzo Pucci si guardò in giro, vide la tavola non apparecchiata e scorse con orrore le due ciotole, spinto dalla sete bevve dell’acqua ma rifiutò sdegnosamente di cibarsi del solo pane e si rifugiò sotto il letto della padrona. Alberto il giorno successivo prese per la collottola il cane, gli infilò al collo il guinzaglio e lo portò in giro per i suoi bisogni. Il rifugio sotto il letto della padrona era chiaramente un gesto di protesta da parte di Pucci che ogni tanto, speranzoso si avvicinava alle due ciotole usufruendo solo di quella con l’acqua e tralasciando quella col pane. Alberto andava a trovare Pucci, aveva chiuso tutte le finestre e così il buio regnava sovrano, solo uno spiraglio nel soggiorno dove erano situate le due ciotole, more solito usata quella con l’acqua, intonsa quella con il pane ormai diventato duro. La mattina del terzo giorno Alberto andando nella casa della zia ebbe una sorpresa che lo fece sorridere: nella ciotola dell’acqua galleggiava il pane che duro non  era più e risultava sbocconcellato, la fame….Questo episodio fece ravvicinare i due, Pucci in fondo meritava del rispetto, non era colpa sua se era stato viziato e poi aveva dimostrato di essere intelligente col trasferimento del pane duro nella ciotola dell’acqua. Alberto prese il muso del cane, lo guardò negli occhi e gli parlò come fosse un essere umano: “Pace?” E pace fu con la conseguenza che Alberto messo il guinzaglio a Pucci lo portò a spasso sin quando passando vicino ad una villetta il quadrupede con uno strappo scappò di mano ad Alberto ed entrò nel cancello dell’abitazione cominciando ad abbaiare.  Apparve una ragazza, Alberto: “Signorina mi scusi ma il mio cane m’è scappato di mano, se me lo permette entro e me lo riprendo.” La ragazza sorridendo: “Sono Ella, le dico io il motivo per cui il suo cane è entrato a casa mia, anch’io posseggo un volpino ma è femmina ed in calore, il suo cane ha odorato l’aria e…” “Hai capito stò zozzone, mi fa fare pure delle brutte figure!” “Niente brutte figure, è la loro natura, entri così potrà recuperare il suo volpino sempre che….” I dubbi di Ella erano fondati, Pucci se ne stava beatamente ‘cavalcando la volpina che mostrava gradire.”Non ci resta che aspettare, Dora non ha mai avuto cuccioli.” “Siamo alla ‘prima nox’ non mi sembra che la sua cagnolina abbia avuto molti problemi…” “Glisson, le offro qualcosa di fresco, che ne dice di  una amarena con seltz e ghiaccio?” “D’accordo, abbiamo del tempo da aspettare dato che…non mi pare di averla mai vista da queste parti.” “Ho ventiquattro anni, sono qui da poco tempo, da quando mia madre Ena ha sposato Marcello ambedue vedovi, Bella è di proprietà di Marcello, mi dica qualcosa di lei.” “Intanto diamoci del tu, siamo più o meno coetanei, io frequento l’Università in Giurisprudenza ad Ancona, siamo in estate e preferisco il craul di cui sono stato campione regionale a sedici anni, ora dimmi qualcosa di te.” “Io e mi madre siamo di Filottrano un paese in provincia di Macerata, io sto studiando farmacia all’Università di Ancona, le nostre sono due storie comuni. Ora vado a vedere a che punto sono ‘gli sposi’.” Al ritorno: “Penso che dovremo aspettare ancora….sta arrivando mia madre… mamma questo è Alberto, il suo volpino si è infilato a casa nostra e sta facendo… amicizia con Dora, per ora meglio lasciarli soli, che hai comprato di buono.” “Al mercato ho trovato del pesce che mi hanno assicurato freschissimo, preparerò un brodetto con cozze, vongole e seppie e per secondo orate al forno, vado a preparare, invita il tuo amico, ci farà compagnia, Marcello non rientra per il pranzo. Alberto si era ben impresso nella mente le due donne: Ella non molto alta di statura indossava una camicetta leggera da cui si intravedevano due seni non ‘trattenuti’ da reggiseno ed una minigonna, una piccola Venere come quella attrice francese François Arnoul. “Quando hai finito di fotografarmi…” “Hai colpito nel segno, posseggo una Canon 450 e, col tuo permesso, possibilmente in posto isolato per evitare guardoni vorrei immortalarti, scusa l’immodestia ma sono piuttosto bravo, ho vinto un secondo premio ad una mostra fotografica.” I due cani non più ‘allacciati’ se ne stavano allungati godendosi il post ludio, apprezzarono moltissimo il cibo loro offerto da Ena, il sesso e la fame hanno molto in comune. Elogi  alla padrona di casa: “Penso che abbia conquistato suo marito prendendolo per la gola nel senso…” “Pur essendo tu giovane ti dimostri un bel furbacchione, penso soprattutto con le femminucce, Ella sta in guardia…lo dico come boutade.” Alberto a fine pasto, ringraziò le due dame, diede loro l’indirizzo di casa sua e quello della zia Maria e riportò indietro un Pucci un po’ recalcitrante, forse avrebbe voleva ancora…Quando la zia Maria ritornò dal viaggio in Sicilia rimase perplessa, Pucci nonle  fece le feste come al solito quando rientrava a casa, stava vicino ad Alberto come mai succedeva in passato, chiese spiegazioni al nipote: “Cosa è successo a Pucci, mi sembra molto diverso da prima.” “Zia Maria quali sono le cose che fanno girare il mondo?” “Siamo agli indovinelli, va bene: il denaro.” “E poi.” “Il potere.” “E poi.“ “Il sesso.” “Sei giunta la punto: Pucci ha ‘conosciuto’ da vicino una volpina, si sono ‘sposati’ e lui vorrebbe avere di nuovo rapporti con lei ma, come sai gli animali femmine hanno rapporti sessuali sono quando sono in calore, Pucci non lo può comprendere e spera sempre…” Finalmente dopo quattro mesi una telefonata di Ella: “Dora ha avuto tre cuccioli bellissimi, ora è di nuovo in calore…” “Pucci sarà al settimo cielo, che ne dici di chiedere a tua madre di preparare un pranzo a base di pesce come l’ultima volta…” “Va bene, ci sarà anche una sorpresa.” Forse Pucci aveva capito dove erano diretti, per strada tirava molto il guinzaglio facendo correre Alberto e, una volta aperta da Ella la porta di casa di buttò a capofitto nel corridoio con tutto il guinzaglio. Alberto lo seguì, gli tolse il guinzaglio mentre il cotale già era pronto alla pugna…”Mio caro, lavati le mani, e poi in sala mensa dove mamma ha posto tutte le cibarie, c’è pure in fresco il Verdicchio dei Castelli di Jesi, vacci piano ha tredici gradi e non vorrei…” Si era presentata una ragazza abbronzata, alta e robusta, bel viso, grandi occhi e seno piccolo, bel popò, sorridente. “Questa è Camila, l’ho conosciuta a Cuba durante un mio viaggio, siamo diventate molto amiche…” Alberto ci mise un po’ poi mise a fuoco la situazione: Ella e Camila era ‘intime’ tradotto lesbiche ed allora addio al progetto di Alberto di ‘farsi’ Ella, in comune con lei aveva  una inclinazione non compatibile, la preferenza per il ‘fiorellino’! Fare un buon viso a cattivo gioco è dei grandi uomini, Alberto dimostrò di essere un grande, abbracciò Camila ed augurò alle due ‘Good fun.’ Le sorprese non erano finite: in sala si era presentata Ena quasi irriconoscibile, bel truccata, camicetta rosa molto scollata, gonna azzurra, una collana stile hawaiano e braccialetti ai polsi molto appariscenti. “Madame è passata in uno istituto di bellezza? Lei non ne aveva bisogno ma così è irresistibile, quasi quasi rinunzio al cibo per…” Ella il tuo amico è più ‘cochon’ del suo cane ma devo riconoscere che ha il senso dello humour sconosciuto ai più, non dico buon appetito perché è buona norma di evitare questa frase ma io lo dico lo stesso: buon appetito!” L’atmosfera era diventata molto amichevole fra i quattro che avevano fatto ‘festa’ al Verdicchio con ovvie conseguenze di una allegria ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti. Ella mise sul lettore compact disc musiche sud americane e le coppie si misero a ballare  Alberto con Ena ed Ella con Camila, queste due diedero il ‘cattivo esempio’ e cominciarono a baciarsi con la conseguenza di essere imitate da Alberto e da Ena poi finiti in camera da letto con ‘sesso selvaggio’, ambedue erano a stecchetto da vario tempo. Ad un certo punto Alberto sentì suonare il telefonino: “Dove ti sei cacciato, sono le venti!” “Scusa zia ma Pucci si è intrattenuto più del solito con Dora, non ho avuto il coraggio di farli smettere…ora ci riprovo!” Il verbo fu esatto nel senso che nei giorni successivi lo studente in giurisprudenza riprovò quasi ogni giorno a sollecitare il fiorellino ed il popò di una Ena sempre più allupata…
     

  • 20 marzo alle ore 13:53
    Quarantine: Radici

    Come comincia: "Ho ricevuto una lettere dai suoi genitori. Dicono che sono rinchiusi in un paese a un paio di miglia dalla tenuta, ma non possono allontanarsi, per cui saranno costretti a fermarsi lì per un tempo da definire."

    "Mmmmh. Lo sapevamo questo, mi pare. Se non fanno allontanare nessuno, non vedo perché avrebbero dovuto farli muovere. Tanto ci sono abituata a questa cosa."
    "A cosa? Signorina Blues?"
    "Alla loro assenza, mi pare chiaro. Secondo te perché ti hanno messo qui a sopportarmi? Loro sono troppo impegnati a girare invece di badare alla loro unica figlia. Del resto, come biasimarli? Anche io sarei fuggita se avessi avuto una figlia come me."
    "Perché pensa questo?"
    "Perché di certo, questa, non era la vita che sognavano. Sono nata perché dovevano avere qualcuno a cui affidare il loro lavoro un domani, costretti dalle proprie famiglie a tenere alto il loro nome e non perché mi desideravano. Allora, a questo punto, mi chiedo quale senso abbia tutto questo? Quale sarà il mio destino? Vivrò per il loro nome o morirò per l'epidemia? 
    I miei quadri non li compra più nessuno, Clap. È anche inutile che io continui a dipingere se non ho compratori. Inutile anche che io respiri se non posso fare ciò che voglio fare. 
    Portami un coltello."

    "Cosa ci vuole fare?"

    Silenzio.

    "Per passare il tempo ho deciso di tagliarti le orecchie, così non mi ascolterai più quando farò discorsi così tedianti. Ma se proprio le vuoi tenere, taglierò i tuoi capelli!"
    "Ma, signorina, le mie orecchie, i miei capelli!"

    Ride lei.

    "Tanto se muori a chi importerebbe dei tuoi capelli lunghi?!"
    "Mmmh... Magari, una volta sotto terra, potrebbe crescere un albero che userà i miei capelli come radici!"
    "Oh, che cosa poetica Clap! Questa volta ti farò un applauso di sostegno! Sai dove le devi affondare le tue radici? Avrei un idea! Mmm, potresti iniziare da dietro al campo accanto lo sterco di vacca! Tu cresci e lei ti concima!"

    Urla soddisfatta del suo pensiero.
    Il volto di Clap mostra interdizione ma, fortunatamente, dopo ha sorriso. Si starà abituando?
    Intanto, al di là della porta in salotto, la cuoca alza gl'occhi al soffitto come in segno di preghiera quando, da lontano, si odono passi. 
    Qualcuno urla qualcosa tanto da far precipitare la donna all'ingresso.

    "Chi, in periodo di epidemia, osa bussare alle nostre porte?" 

  • 19 marzo alle ore 15:51
    Quarantine: Inutilità

    Come comincia: Questa quarantena inizia a diventare una tortura, Clap. Perché ci tengono ancora qui?"
    "C'é un'epidemia in corso, signorina Blues. Per ora la situazione è molto complicata e per la sua sicurezza, é bene che rimanga qui. Purtroppo non ho ancora notizie della sua famiglia ma vedrete che prima o poi ci scriveranno."
    "Non sei molto di conforto Clap. Reclusi in casa insieme a te e la vecchia cuoca, sento vacillare la mia fanciullezza. Sono sicura che se, crescerò vecchia dentro, sarà sicuramente per colpa vostra."

    Silenzio.

    "Vuole un succo al mirtillo?"
    "Mmm... Naah. Voglio un bacio, Clap. Fammi schioccare un po' le labbra."

    Sussulta Clap. 
    "Mi perdoni ma, non credo ne sia capace." 
    "Eh? Non hai mai baciato una donna?"

    Chiede perplessa Blues.

    "A mio malgrado, temo di no. Mai accaduto."
    "Ahhhh Clap! Sei proprio un idiota, puro nel suo termine. Ma come sia possibile? Un uomo di trent'anni che non ha mai provato l'ardore di una donna!"

    Ride lei.

    "Sono mortificato." 

    Arrossisce Clap, tutto intimidito. I suoi due anni di servizio, non lo avevano ancora formato ed affrontare i discorsi impertinenti di Blues, lo destabilizzavono. Ragazzina di diciotto anni viziata e sfrontata, cresciuta in una grande casa spoglia di affetti, senza arte né parte, ma solo enormemente ricca.

    "Almeno il servitore che c'era prima di te, sapeva come tenermi compagnia. Quanto sei inutile."
    "Sono costernato."
    "Vai a costernarti altrove. La tua vista inizia ad annoiarmi terribilmente."

    Silenzio. Clap lascia la stanza con una lieve demoralizzazione sul volto.

    "Non darle ascolto, Will. È molto sola e la sua famiglia è sempre in giro, lo sai. Non sa con chi prendersela."
    "Mmm, Marì. Non è un problema."

    Esce Clap, congedandosi dalla cuoca.

  • 19 marzo alle ore 13:54
    Quarantine: Stelle

    Come comincia: "C è un po' di ghiaccio stasera o sbaglio?".
    "Sente freddo..?"

    "Ma no che dici! C'è il ghiaccio e sento caldo! Me le farai consumare queste mani prima o poi Clap!"
    "'Mmm...."  

    Con espressione al quanto infastidita, Clap prende la sua giacca e la posa sulla ragazza.

    "Può andar meglio così, signorina Blues?"
    "Ah! Allora t'era arrivata l'informazione al cervello. Come sei caro, Clap. Grazie. 
    Guarda su, guarda su! Magari questa notte si potranno vedere le stelle! 
    Hai mai visto una stella cadente?"
    "Credo che l'unica cosa di cadente che abbia visto nella mia vita, é il mio umorismo."

    Silenzio. La ragazza si gira verso Clap.

    "Ah. Era una sorta di battuta? No perché, tra che passa una stella cadente e le tue battute, penso possa andare anche a dormire." 
    "Cercavo di essere... Di spirito? Mi perdoni."
    "Qua l'unica cosa di spirito che abbiamo, è l'alcol che ti getterò per darti fuoco. Così invece delle stelle cadenti, faremo un bel falò per riscaldarci."

    Clap sorride.

    "Vado a prendere dei fiammiferi?"
    "Sei serio, Clap?"
    "Mi perdoni. Mi ero fatto prendere la mano."
    "La mano usala per andare a prendere del cibo. A stomaco vuoto potrei assalirti; almeno così ho del peso che mi trattiene."
    "E le stelle?"
    "Bruciate."

  • 19 marzo alle ore 12:41
    Quarantine: Occhi

    Come comincia: "A volte quando ti guardo, Clap, vedo un firmamento di pensieri e parole che navigano vorticosamente e che non dici mai. Vorrei tuffarmici dentro e nuotare alla scoperta di te stesso. Poterli toccare con mano e stupirmene gioiosamente. Sarebbe meraviglioso!
    Almeno così potrei non pensare che tu sia vuoto."

    Ride.

    "Credo che non ci sia molto da scoprire, signorina Blues. Si bagnerebbe per poco."

    "Ah, Clap. Ogni volta che apri bocca, dai sempre conferma ai miei pensieri.
    Mi farai bagnare di noia, un giorno o l'altro."

  • 19 marzo alle ore 12:40
    Quarantine: Il fiume

    Come comincia: "Quando guardi questo fiume, a cosa pensi?"

    "Mh? Mah.. Non credo mi sia fermato molto a pensare a questa cosa. Credo.. che sia un fiume che scorre."

    "Come sei vuoto Clap. Non ti suscita niente guardare un fiume che scorre in tutta la sua naturalezza? Che so, ti potrebbe trascinare in un ricordo, magari nel viso di qualcuno o che ti faccia sentire in qualche modo. Mmm, tipo dirti "oddio mi sento così malinconico a vedere che gli anni scorrono via così ed io nn ho fatto niente di concreto! La mia vita vuota! Cosa posso fare per migliorare il mio stato sociale? No?"

    "Mmmm... Credo che il mio nome non sia esatto, signorina Blues."

    "Eh?.... Sarà per questo che quando ti ho sentito parlare per la prima volta, ti ho chiamato Clap; il suono delle mie mani che implode quando dici qualcosa di questo genere. Sei così inutile, Clap."
     

  • 17 marzo alle ore 18:18
    PUCCI IL VIZIATO

    Come comincia: Pucci era il cane volpino della zia Maria; voler bene ad un cane è cosa comune, farne un idolo è tutt’altra cosa. Il quadrupede era il ricordo del defunto marito della zia. Quando era un vita  Peppino, Pucci era considerato come il figlio che i due zii non avevano avuto. Viziatissimo, il cane riteneva che tutto gli fosse dovuto, concesso e permesso: d’inverno dormiva sul letto della padrona amorevolmente coperto da un plaid di pura lana, d’estate in una cuccia con rivestimento di fresca seta, non mangiava a terra come tutti i suoi simili ma a tavola con la zia Maria, aveva il suo spazio ed era molti schizzinoso in quanto a cibo, rifiutava ostinatamente quello non di suo gusto e veniva subito accontentato con altra cibaria a lui gradita sino a quando… La zia Maria era proprietaria di una villetta tra Ancona e Falconara acquistata con l’eredità del marito capo stazione ricco di famiglia. Si trattava di un’abitazione elegante provvista di parco con al piano terra uno spazio adibito a garage dove faceva bella figura una Alfa Romeo Giulietta  guidata non dalla proprietaria ma dal nipote Alberto, ventenne che aveva conseguita la maturità classica e frequentava l’Università di Ancona, in verità con poco profitto. Il giovane con papà Armando e mamma Domenica abitava in una villa vicina ma spesso andava a casa della zia che lo ricopriva di regali di ogni genere conseguentemente era molto elegante nel vestire e frequentava la società bene. Un fatto sconvolse il tranquillo menage del cane che di colpo si vide privato delle coccole della padrona. La zia Maria era andata in Sicilia a trovare la sorella del defunto marito, prima della partenza aveva subissato Alberto di  tante raccomandazioni  riguardanti Pucci : “Poverino è tanto fragile e bisognoso di attenzioni, mi raccomando trattalo bene!” Tra i due non c’era mai stata della simpatia, si tolleravano appena e questa era la volta buona che Alberto si prendesse un rivincita ma quale? Idea geniale: il cibo: niente posto a tavola, a terra vicino alla cuccia due ciotole una con l’acqua e l’altra con solo il pane! Giunta l’ora di pranzo Pucci si guardò in giro, vide la tavola non apparecchiata e scorse con orrore le due ciotole, spinto dalla sete bevve dell’acqua ma rifiutò sdegnosamente di cibarsi del solo pane e si rifugiò sotto il letto della padrona. Alberto il giorno successivo prese per la collottola il cane, gli infilò al collo il guinzaglio e lo portò in giro per i suoi bisogni. Il rifugio sotto il letto della padrona era chiaramente un gesto di protesta da parte di Pucci che ogni tanto, speranzoso si avvicinava alle due ciotole usufruendo solo di quella con l’acqua e tralasciando quella col pane. Alberto andava a trovare Pucci, aveva chiuso tutte le finestre e così il buio regnava sovrano, solo uno spiraglio nel soggiorno dove erano situate le due ciotole, more solito usata quella con l’acqua, intonsa quella con il pane ormai diventato duro. La mattina del terzo giorno Alberto andando nella casa della zia ebbe una sorpresa che lo fece sorridere: nella ciotola dell’acqua galleggiava il pane che duro non  era più e risultava sbocconcellato, la fame….Questo episodio fece ravvicinare i due, Pucci in fondo meritava del rispetto, non era colpa sua se era stato viziato e poi aveva dimostrato di essere intelligente col trasferimento del pane duro nella ciotola dell’acqua. Alberto prese il muso del cane, lo guardò negli occhi e gli parlò come fosse un essere umano: “Pace?” E pace fu con la conseguenza che Alberto messo il guinzaglio a Pucci lo portò a spasso sin quando passando vicino ad una villetta il quadrupede con uno strappo scappò di mano ad Alberto ed entrò nel cancello dell’abitazione cominciando ad abbaiare.  Apparve una ragazza, Alberto: “Signorina mi scusi ma il mio cane m’è scappato di mano, se me lo permette entro e me lo riprendo.” La ragazza sorridendo: “Sono Ella, le dico io il motivo per cui il suo cane è entrato a casa mia, anch’io posseggo un volpino ma è femmina ed in calore, il suo cane ha odorato l’aria e…” “Hai capito stò zozzone, mi fa fare pure delle brutte figure!” “Niente brutte figure, è la loro natura, entri così potrà recuperare il suo volpino sempre che….” I dubbi di Ella erano fondati, Pucci se ne stava beatamente ‘cavalcando la volpina che mostrava gradire.”Non ci resta che aspettare, Dora non ha mai avuto cuccioli.” “Siamo alla ‘prima nox’ non mi sembra che la sua cagnolina abbia avuto molti problemi…” “Glisson, le offro qualcosa di fresco, che ne dice di  una amarena con seltz e ghiaccio?” “D’accordo, abbiamo del tempo da aspettare dato che…non mi pare di averla mai vista da queste parti.” “Ho ventiquattro anni, sono qui da poco tempo, da quando mia madre Ena ha sposato Marcello ambedue vedovi, Bella è di proprietà di Marcello, mi dica qualcosa di lei.” “Intanto diamoci del tu, siamo più o meno coetanei, io frequento l’Università in Giurisprudenza ad Ancona, siamo in estate e preferisco il craul di cui sono stato campione regionale a sedici anni, ora dimmi qualcosa di te.” “Io e mi madre siamo di Filottrano un paese in provincia di Macerata, io sto studiando farmacia all’Università di Ancona, le nostre sono due storie comuni. Ora vado a vedere a che punto sono ‘gli sposi’.” Al ritorno: “Penso che dovremo aspettare ancora….sta arrivando mia madre… mamma questo è Alberto, il suo volpino si è infilato a casa nostra e sta facendo… amicizia con Dora, per ora meglio lasciarli soli, che hai comprato di buono.” “Al mercato ho trovato del pesce che mi hanno assicurato freschissimo, preparerò un brodetto con cozze, vongole e seppie e per secondo orate al forno, vado a preparare, invita il tuo amico, ci farà compagnia, Marcello non rientra per il pranzo. Alberto si era ben impresso nella mente le due donne: Ella non molto alta di statura indossava una camicetta leggera da cui si intravedevano due seni non ‘trattenuti’ da reggiseno ed una minigonna, una piccola Venere come quella attrice francese François Arnoul. “Quando hai finito di fotografarmi…” “Hai colpito nel segno, posseggo una Canon 450 e, col tuo permesso, possibilmente in posto isolato per evitare guardoni vorrei immortalarti, scusa l’immodestia ma sono piuttosto bravo, ho vinto un secondo premio ad una mostra fotografica.” I due cani non più ‘allacciati’ se ne stavano allungati godendosi il post ludio, apprezzarono moltissimo il cibo loro offerto da Ena, il sesso e la fame hanno molto in comune. Elogi  alla padrona di casa: “Penso che abbia conquistato suo marito prendendolo per la gola nel senso…” “Pur essendo tu giovane ti dimostri un bel furbacchione, penso soprattutto con le femminucce, Ella sta in guardia…lo dico come boutade.” Alberto a fine pasto, ringraziò le due dame, diede loro l’indirizzo di casa sua e quello della zia Maria e riportò indietro un Pucci un po’ recalcitrante, forse avrebbe voleva ancora…Quando la zia Maria ritornò dal viaggio in Sicilia rimase perplessa, Pucci non gli fece le feste come al solito quando rientrava a casa, stava vicino ad Alberto come mai succedeva in passato, chiese spiegazioni al nipote: “Cosa è successo a Pucci, mi sembra molto diverso da prima.” “Zia Maria quali sono le cose che fanno girare il mondo?” “Siamo agli indovinelli, va bene: il denaro.” “E poi.” “Il potere.” “E poi.“ “Il sesso.” “Sei giunta la punto: Pucci ha ‘conosciuto’ da vicino una volpina, si sono ‘sposati’ e lui vorrebbe avere di nuovo rapporti con lei ma, come sai gli animali femmine hanno rapporti sessuali sono quando sono in calore, Pucci non lo può comprendere e spera sempre…” Finalmente dopo quattro mesi una telefonata di Ella: “Dora ha avuto tre cuccioli bellissimi, ora è di nuovo in calore…” “Pucci sarà al settimo cielo, che ne dici di chiedere a tua madre di preparare un pranzo a base di pesce come l’ultima volta…” “Va bene, ci sarà anche una sorpresa.” Forse Pucci aveva capito dove erano diretti, per strada tirava molto il guinzaglio facendo correre Alberto e, una volta aperta da Ella la porta di casa di buttò a capofitto nel corridoio con tutto il guinzaglio. Alberto lo seguì, gli tolse il guinzaglio mentre il cotale già era pronto alla pugna…”Mio caro, lavati le mani, e poi in sala mensa dove mamma ha posto tutte le cibarie, c’è pure in fresco il Verdicchio dei Castelli di Jesi, vacci piano ha tredici gradi e non vorrei…” Si era presentata una ragazza abbronzata, alta e robusta, bel viso, grandi occhi e seno piccolo, bel popò, sorridente. “Questa è Camila, l’ho conosciuta a Cuba durante un mio viaggio, siamo diventate molto amiche…” Alberto ci mise un po’ poi mise a fuoco la situazione: Ella e Camila era ‘intime’ tradotto lesbiche ed allora addio al progetto di Alberto di ‘farsi’ Ella, in comune con lei aveva  una inclinazione non compatibile, la preferenza per il ‘fiorellino’! Fare un buon viso a cattivo gioco è dei grandi uomini, Alberto dimostrò di essere un grande, abbracciò Camila ed augurò alle due ‘Good fun.’ Le sorprese non erano finite: in sala si era presentata Ena quasi irriconoscibile, bel truccata, camicetta rosa molto scollata, gonna azzurra, una collana stile hawaiano e braccialetti ai polsi molto appariscenti. “Madame è passata in uno istituto di bellezza? Lei non ne aveva bisogno ma così è irresistibile, quasi quasi rinunzio al cibo per…” Ella il tuo amico è più ‘cochon’ del suo cane ma devo riconoscere che ha il senso dello humour sconosciuto ai più, non dico buon appetito perché è buona norma di evitare questa frase ma io lo dico lo stesso: buon appetito!” L’atmosfera era diventata molto amichevole fra i quattro che avevano fatto ‘festa’ al Verdicchio con ovvie conseguenze di una allegria ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti. Ella mise sul lettore compact disc musiche sud americane e le coppie si misero a ballare  Alberto con Ena ed Ella con Camila, queste due diedero il ‘cattivo esempio’ e cominciarono a baciarsi con la conseguenza di essere imitate da Alberto e da Ena poi finiti in camera da letto con ‘sesso selvaggio’, ambedue erano a stecchetto da vario tempo. Ad un certo punto Alberto sentì suonare il telefonino: “Dove ti sei cacciato, sono le venti!” “Scusa zia ma Pucci si è intrattenuto più del solito con Dora, non ho avuto il coraggio di farli smettere…ora ci riprovo!” Il verbo fu esatto nel senso che nei giorni successivi lo studente in giurisprudenza riprovò quasi ogni giorno a sollecitare il fiorellino ed il popò di una Ena sempre più allupata…

  • 16 marzo alle ore 19:08
    Il profeta

    Come comincia: La realtà, invece, erano miserabili città in rovina dove gente denutrita si trascinava su e giù con scarpe che lasciavano scoperti i piedi, dentro certe case novecento che si tenevano su a furia di toppe e di cartone e di tela cerata, e che puzzavano sempre di cavoli e di cessi otturati. (George Orwell, 1984). 

  • Come comincia: La noia è il prodromo principale dell'oblio: il quale, quando arriva e se arriva, è quello stato in cui si perde, non sempre però, la percezione dell'io assoluto (oppure, se credete, quella assoluta dell'io); e non si ha più memoria, e non si hanno più ricordi, e non si ha più il senso del tempo, delle cose e delle persone che sono intorno a noi. Per alcuni, però, esso (ossia quello stato) può rivelarsi, per certi versi ed aspetti ed in determinati momenti dell'esistenza, taumaturgico se non addirittura catartico.
    "Tutto sommato c'è la caviamo egregiamente: sotto questa cascata di stelle d'oro...e perline filanti (almeno una volta all'anno è così!)".

  • 16 marzo alle ore 13:30
    Ehi man! (il monito e l'appello)

    Come comincia:  Puoi essere tutto ciò che vuoi; puoi fare tutto ciò che vuoi; puoi avere ciò che vuoi, puoi dire ciò che vuoi: se lo vuoi; puoi avere, dire e fare ciò che vuoi: se lo vuoi! Puoi sognare e camminare sull'acqua: puoi persino sognare di camminare (davvero) sull'acqua! Ma puoi davvero farlo?...Soltanto, però, uomo: non devi mai esser triste, non puoi farlo perché non è cosa ben accetta; perché è cosa invisa assai su questa terra a questo mondo! Ehi man, puoi esser tutto ciò che vuoi...davvero?! 

  • 16 marzo alle ore 13:20
    La sentenza, la voce...l'incontro

    Come comincia:  Qualcuno disse un giorno: - Non siamo programmati per amare, credere&sognare; ricordare, sperare o distruggere ciocchè abbiamo costruito; lo siamo soltanto per nascere, vivere eppoi (in un battibaleno) morire! -. Tanti anni dopo, in una sacra assoluta notte da tregenda, però, una voce profonda ed oscura, arcana mi sussurrò, nell'orecchio destro più volte e più volte (più e più volte ancora lo fece, quasi infinite: ma non era la befana!): - Vieni, oh sì vieni, nei sogni vieni; troverai ciocché ti serve, quì vi troverai l'impossibile e il nuovo!...Un simoniaco incontrai, allora, ed una giovane vergine nuda, dai biondissimi capelli e cogli occhi azzurri: entrambi mi presero per mano ed andammo insieme verso la casa del rabbino.

  • 15 marzo alle ore 9:25
    O BRASILEIRO

    Come comincia: Il motivo per cui Felipe con il suo yacht aveva preferito attraccare nel porto di  Messina era un mistero per gli abitanti di questa città, il natante era un favoloso RIVA da 50 metri, nome  in  portoghese ‘Sexo Louco’ tradotto: ‘Sesso Matto’. La Capitaneria di Porto di Messina in un primo tempo aveva autorizzato l’attracco del ‘Sexo Louco’ solo per due giorni poi, in seguito a ‘suggerimenti’ giunti da Roma i due giorni si mutarono in attracco permanente. Più di una persona si era domandata, senza risposta chi potesse essere quel brasiliano tanto ricco e potente,  il ‘ricco e potente’  acquistò una villa di tre piani sulla Circonvallazione con tanto di giardino, piscina, alberi di alto fusto e voliere dove aveva sistemato uccelli tropicali, insomma una persona che si faceva notare anche per la sua stazza di uomo da un metro e ottantacinque, palestrato e sempre ben vestito. Girava per Messina con una Bentley Mulsanne guidata da Pedro  autista della stessa statura del suo datore di lavoro che fungeva anche da guardaspalle. Non poteva mancare un segretario inglese poliglotta, tale Oliver che lo seguiva nei suoi spostamenti e che gli aveva insegnato varie lingue fra cui l’italiano. Per farsi conoscere dagli ‘indigeni’ importanti Felipe aveva organizzato una festa sul suo yacht invitando le persone più conosciute della città, molti vi aderirono se non altro per curiosità. Alle ventidue il padrone di casa si presentò in cima alla scaletta del ponte e: “Signori, grazie per essere intervenuti,  mia moglie Mariana, mio figlio Caio Cesar, vi auguro buon divertimento, spero apprezziate le musiche del mio paese. Gli altoparlanti diffondevano balli e canti  del carnevale di Rio de Janeiro che davano un senso di piacevole relax ai presenti. Tancredi era il direttore di una piccola ditta di import export che si diceva fosse stata acquistata da O Brasileiro. Cercò di approfittare dell’occasione per presentarsi ma male gliene incolse. La risposta piuttosto brusca di Felipe: “Le pare il momento di parlare di affari, si presenti domattina al suo posto di lavoro…”Tancredi impallidì, una cazziata così non l’aveva mai ricevuta, in ogni caso aveva compreso che rispondeva al vero che il magnate aveva acquistato quell’esercizio. Martina, la consorte il cui nome vuol dire dedicata a Marte e quindi combattiva fece onore al suo nome  agganciando Felipe: “Signore sono la moglie di quel signore che lei ha  rimproverato poco fa, le chiedo scusa a nome di mio marito, talvolta i maschietti non hanno il senso della misura.” Dinanzi ad una signora per di più molto attraente O Brasileiro si squagliò come neve al sole e: “Senhora sono io che  chiedo scusa, talvolta sono un po’ brusco, le chiedo un favore: faccia ballare mio figlio Caio Cesar è molto timido con le donne, vorrei che qualcuna lo svegliasse un po’…Caio Cesar vieni a ballare con Martina, attenta ai suoi piedi senhora!” Il ragazzo fisicamente non aveva nulla in comune col padre: biondo, longilineo, occhi azzurri qualità che sicuramente aveva ereditato dalla madre. Il ragazzo era stato educato in un collegio inglese e facendo sfoggio della sua educazione: “Missis talvolta mio padre è un po’ come dire ‘impetuous’ come dicono gli inglesi, mia madre era di Cardiff ed io ho preso da lei sia le sembianze che lo stile,  sono timido e questo mio comportamento non è molto apprezzato da mio padre, se me lo permette vorrei ballare con lei sempre che suo marito…” “Permesso accordato, ti do del tu, sei un giovane piacevole oltre che educato, di questi tempi…” Tancredi inquadrò  la situazione, apprezzò ancora una volta la consorte che lo aveva tolto da probabili problemi. “Missis le scatto delle foto, il mio hobby e poi le faccio visitare la mia cabina, non capisca male.” I due scomparvero dalla vista degli astanti a prua dello yacht, ogni tanto si vedeva il lampo del flash, il ragazzo stava effettuando delle riprese a Martina poi i flash non comparvero più…”Missis non so cosa mi sia successo questa sera, di solito sono un ‘wimp’ con le signore ma con lei…se me lo permette un bacio in fronte…” Il bacio passò sulle labbra sino a quando Martina ritenne opportuno tornare nella sala comune, non sapeva come comportasi con Caio Cesare. La festa finì poco dopo; in macchina Tancredi fu messo al corrente di  quanto accaduto alla consorte, tutti e due erano perplessi, Tancredi il giorno seguente doveva avere un colloquio importante col O Brasileiro. Notte passata quasi in bianco, c’era di mezzo il menage della famiglia. La mattina presto il titolare della ditta import export aprì insieme ai commessi la saracinesca del locale e si rimase in attesa del neo padrone che si fece vivo verso le dieci. Rivolgendosi a Tancredi: “Riunisca tutto il personale. “ “Signori, sono il nuovo proprietario di questa baracca, dico baracca perché intendo cambiarla in modo totale, farò rifare tutti gli interni, mettete fuori un cartello chiuso per restauri, intendo importare dal Brasile i prodotti tipici del mio paese  anche pappagalli brasiliani che sono i più belli del mondo, nessuno di voi sarà licenziato sempre che facciate bene il vostro lavoro.” Dopo un mese l’inaugurazione: all’ingresso due pappagalli che continuamente dicevano: ‘Bem-vindo prostitutas e cornetas’. All’inizio molti ridevano ma allorché se ne accorse Felipe diede l’ostracismo ai pennuti maleducati dentro uno stanzino chiedendo scusa agli intervenuti che ridendo ripetevano le frasi dei due pappagalli. Tancredi andava da un reparto all’altro per controllare che tutto fosse in ordine poi si presentò in maniera militare a O Brasileiro il quale: “ Lei mi ricorda il tempo di quando ero soldato, si rilassi, è tutto a posto. Mio figlio è cambiato da quando ha conosciuto sua moglie, non lo riconosco più, una volta era timido e riservato come sua madre inglese ora…facciamo una cosa, venite questa sera nel mio yacht a cena  troverete delle aragoste e del Pro Secco il mio vino italiano preferito.” A casa Tancredi riferì dell’invito a Martina la quale…”Io non so come comportarmi, Felipe è un uomo finanziariamente potente oltre ad essere il tuo datore di lavoro, suo figlio…” “Regolarti come meglio ritieni opportuno, non ti avevo detto che Felice mi ha raddoppiato lo stipendio…” A prendere Tancredi e Martina era venuto personalmente Felipe con la Bentley, giunti nel giardino di casa: “Devo farvi delle confessioni molto importanti per me, non scendiamo dalla macchina che è stata predisposta per non far funzionare alcuna cimice che qualcuno dovesse avervi istallato. Ovviamente come tutti vi sarete domandati da dove proviene la mia ricchezza. Quello che sto per dirvi è a conoscenza solo di mia moglie, ricordatevi che qualora doveste divulgarlo sarebbe la vostra fine, vi raggiungerei in qualsiasi parte del mondo. Quando deciderò di andar via da Messina l’abitazione e la ditta saranno vostri, lascerò un mio testamento in tal senso ad un notaio. Sono stato nella prigione di Cândido Mendes di Rio de Janeiro per una fatto di droga. In cella ho conosciuto il capo dei capi il quale mi ha preso a ben volere, benché ricchissimo non era riuscito a corrompere qualcuno molto in alto che ha voluto ad ogni costo la sua morte, era affetto da un tumore ai polmoni e prima di morire mi ha lasciato un bigliettino con scritto OK su cui ha impresso il sigillo di un suo anello. Era omosessuale, avendo contatti con lui sono diventato bisessuale, altra peculiarità: mia moglie Mariana è un trans, me ne sono innamorato alla sfilata del Carnevale di Rio, è bellissima come avete potuto constatare. Quando sono uscito di prigione ho contattato un notaio indicatomi dal mio benefattore che alla vista del bigliettino mi ha consegnato l’elenco e le password di alcuni conti sparsi in banche di tutto il mondo. Come sigillo del nostro patto vi dirò che mi comporterò seguendo le leggi del codice mafioso, ed ora allegria, ci aspetta Caio Cesar che si è innamorato di Martina, spero che non sarai geloso di lui, è ancora un ragazzo che deve trovare la sua via in campo sessuale e penso che Martina farà al caso suo.” Caio Cesar era si un ragazzo ma un ragazzo oltre che ben dotato ed anche  eccitato per la prima volta in vita sua,  fregandosene della presenza del marito di lei, di suo padre e della matrigna prese a baciarla finché: “Caro ci aspettano le aragoste, rimanda le tue effusioni a più tardi.” Le aragoste erano poco interessanti per Caio Cesare ma non poteva lasciare gli ospiti, mal volentieri prese a mangiare.A metà cena prese per mano Martina e con lei sparì dalla circolazione. Felipe: “Scusami se ti lascio con Mariana ma voglio vedere se il ragazzo finalmente…” Il ragazzo era uscito dal bagno con un membro inalberato che finì subito nella topa di Martina incredula di quello che stava avvenendo, mai aveva tradito suo marito anche se dovette ammettere che il ragazzo ce l’aveva ben più grosso di quello del suo consorte forse allenato da masturbazioni. Constatato il buon esisto della ‘prima volta’ di Caio Cesar, Felipe rientrò in sala da pranzo dove ebbe la sorpresa di trovare Tancredi che masturbava un cosone del transessuale con schizzo finale.  Felipe: “Mio caro come da patto di mafia ti bacerò in bocca è la prassi, vale più di un giuramento.” Tancredi per la prima volta baciò un uomo, non gli piacque ma per i soldi…. La vita era ripresa in modo abbastanza regolare quando, dopo quindici giorni Felipe molto probabilmente stanco del solito tran tran riunì tutti i conoscenti  e: “Signori ho deciso di partire, di natura non sono uno stanziale, prima darò una festa che voi tutti ricorderete per sempre, non dico altro, appuntamento nella mia villa il sabato pomeriggio. Tancredi interrogò con gli occhi Martina che fece spallucce, Felipe era capace di qualsiasi performance soprattutto anticonvenzionale e così fu. Pranzo in un ristorante del Porto pieno di clienti, per Felipe, ormai conosciutissimo c’era sempre posto. Menù semplicissimo con lasagne allo scoglio, frittura di sardine, niente frutta, caffè. Pagato il conto con grossa mancia, Felipe: “Conducici alla nostra villetta, Tancredi e Martina ci seguiranno con la loro Golf. Questi ultimi non erano mai stati in casa di Felipe, furono abbagliati dal buon gusto e dallo sfarzo dei locali e dell’arredamento. “Signori niente visita ai locali, vedo che  qualcuno già scalpita, allora  dinanzi ma voi un letto matrimoniale comodo, le lenzuola profumate al mughetto come mio gusto, il primo sarà Caio Cesare che potrà scegliere fra Marianna e Martina, son sicuro della sua scelta, Pedro andrà con Marianna ed io resterò con Tancredi, una coppia alla volta si esibirà sul letto matrimoniale i restanti a fare da guardoni, prima un passaggio in bagno per lavare i propri ‘gioielli.’  Caio Cesare prese per mano Martina, ritornati dal bidet si allungarono sul letto, quello che più si allungò fu il pisello di Caio Cesar che più che ad ortaggio assomigliava ad un salame, Tancredi dovette constare che il ragazzo ce l’aveva più grosso del suo, chissà se Martina avrebbe fatto dei paragoni. Dopo il primo orgasmo del ragazzo Martina stava per andarsene quando Caio Cesar: “Cara io sono un cultore dell’ass come dicono gli inglesi, se mi fai provare il tuo popò sono disposto a donarti un collana d’oro e diamanti di mia madre, dimmi di sì, hai un bellissimo culo, l’ho desiderato sin dalla prima volta che ti ho vista.” “Il colloquio era stato seguito da tutti i presenti compreso naturalmente Tancredi al quale la consorte rivolse lo sguardo per avere un suo parere, Tancredi si girò di spalle, voleva solo che tutto finisse presto il resto…Trascorso un bel po’ di tempo (il ragazzo non voleva uscire dal caldo popò della donna) fu la volta di Pedro che scelse  Marianna che molto probabilmente già conosceva, diedero spettacolo di orgasmi particolari ambedue col pene , oltre l’autista anche la moglie di Felipe era ben munita sessualmente. Finito il loro show: “Signori voglio restare solo con Tancredi, andate nel salone guardate la TV, sentite della musica in altre parole levatevi dai coglioni.” “Ho voluto restare soli perché non voglio farmi vedere nudo dal mio autista, ho un pene lungo ma piccolo di diametro, è un  mio segreto.” Tancredi costatò quanto affermato da Felipe, non aveva mai immaginato che esistessero di tale lunghezza, forse di venti centimetri, quel coso doveva finire nel suo culo. “Sei mai stato con un uomo?” “No ma capisco che non posso evitarlo.” Felipe cercò il popò di Tancredi, senza molte difficoltà ci entrò sino ‘all’elsa’, ci rimase a lungo, Tancredi provò una sensazione strana con quel coso che sembrava gli avesse fatto un clistere ma si accorse che inopinatamente aveva avuto un orgasmo col suo ‘ciccio’. Fu la volta di Tancredi sollecitato da o’ brasileiro che prima ispezionò il ‘siluro’ di Tancredi poi: “Cavolo ce l’hai corto ma grossissimo, mettimi nel popò tanta vasellina, so che mi farà male ma talvolta il dolore è sinonimo di piacere.”  Tancredi aveva ragione, Felipe si lamentò a lungo ma infine ebbe un orgasmo lunghissimo.”Complimenti mio caro, sei stato il primo che mi ha fatto provare un piacere tanto intenso!” Dopo il post ludum Felipe e Tancredi si riunirono agli amici nel salone: “Signori ho deciso, domani riprenderemo il mare, voglio approdare all’isola di Panarea nelle Eolie, Tancredi recati dal notaio Mario Piersanti in via dei Mille, ha il mio testamento a favore tuo e di tua moglie, vi ricorderò sempre, buona fortuna.” Tancredi  dormì pochissimo la notte, la mattina posteggiò la Golf dinanzi allo Yacht di Felipe ch non si decideva a salpare. Solo alle tredici il ‘Sexo Louco’ lasciò gli ormeggi, un sospiro di sollievo, era domenica. Il giorno successivo nello studio del notaio Tancredi ebbe la conferma del testamento a suo favore, rientrò a casa ed abbracciò  Martina. Molto era cambiato fra di loro, innanzi tutto erano diventati padroni di un supermercato e di una villa ma qualcosa era cambiato dentro di loro, si volevano sempre bene ma la passata esperienza aveva lasciato qualcosa di indefinito nel loro corpo e soprattutto nel loro spirito.

  • Come comincia: L'epidemia fa paura, potremmo essere fra le persone infettate e non riuscire a farcela; l'economia si ferma, molti settori non possono essere operativi; le famiglie separate dalla distanza non possono incontrarsi, bambini e anziani degenti negli ospedali non possono ricevere visite, così come gli ammalati in casa. Le città si sono fermate, tutte le città si fermeranno, il mondo si ferma. Siamo bloccati da un esserino appena appena visibile al microscopio: un virus e che virus, ha la Corona!
    Il Mondo del XI secolo, quello del'ACCELERAZIONE è costretto a FERMARSI, lo ha deciso questo esserino microscopico nato da chissà dove e al momento non importa a dire il vero, a che serve spremere le meningi per conoscere la sua origine quando ora bisogna attivarle per combatterlo?
    E così si attiva l'Intelligenza, l'Abnegazione, la Compassione, la Riflessione. Medici e infermieri e personale sanitario finora dimenticati e sempre sotto assedio, fisico, mediatico e burocratico, sono ora in prima linea a salvare più persone possibili, anche quelle che fino a un mese fa lanciavano pietre e invettive su loro. Loro chinano il capo e salvano... non ascoltano le idiozie, salvano e rassicurano, anche chi sanno non ce la farà. Da qui parte la riflessione sull'operato del minuscolo virus coronato, su come sta stravolgendo il Mondo. Uomini e donne in unica attitudine: fare il Bene proprio e dell'altro, in unione, sottovalutando ogni divergenza per il bene comune, che se finisce il mondo, finisce per tutti...
    Siamo tutti uniti da stessa identica preoccupazione: Vivere. Finalmente ce ne ricordiamo che dobbiamo vivere e non ucciderci l'un l'altro in parole, offese, discriminazioni, truffe, omicidi! Grazie a quel microscopico esserino stiamo spostando la visuale di noi nel mondo, non più noi unico centro ma "nel - con - per", siamo tutti sulla stessa barca in un oceano a forza 10 tutti e tutti pensiamo a come approdare da qualche parte. Siamo obbligati a rimanere a casa, quanti di noi non ne conoscevano più i suoni gli odori gli spazi, della propria casa? e quanti non vivevano più i momenti dei propri figli, dei propri familiari, quante vite vissute ognuno per conto suo, oggi sono costrette a rapportarsi, a ri-conoscersi, a riabituarsi al concetto di "famiglia", a dividere e condividere pensieri e tempo e attitudini e spazi, a riscoprire l'attenzione e l'accettazione. A me sembra un forte incentivo a "vivere" e non più "sopravvivere" in famiglia. Con tutti i pro e i contro che senza lotta non c'è vittoria.
    La situazione di "resta a casa" impone il raffrontarsi, il conoscere quanto le abitudini acquisite nell'ultimo secolo hanno cancellato il "vivere - insieme".
    I soli, i senza famiglia di ogni età possono scegliere se passare il tempo al chiuso in compagnia di una tv gracchiante o di una radio o magari di un bel libro che oltre che fare compagnia aiuta la mente a sconfinare oltre gli aridi orizzonti; oppure riprendere in mano quell'hobby per troppo tempo abbandonato a causa delle troppe cose da fare perché trascinati dalla centrifuga dei giorni "normali", oppure mettere mano finalmente a quel piacevole lavoro lasciato indietro: scrivere, dipingere, suonare e anche danzare, perché no.
    Noi tutti, i soli e le famiglie siamo portati a riflettere, ne siamo obbligati, come si fa a non farlo davanti alle nostre abitudini sconvolte? e se pur con sofferenza, ritroviamo il senso delle Cose che abbiamo perso durante l'Accelerazione".
    Non è un male.
    Il Mondo, anzi gli Umani nel mondo, volere o volare devono mettere la loro boria a riposo, soprattutto i "grandi" della Terra, non è tempo per giocare alla guerra quando non possono mandare militari al fronte per via del contagio; né ci sarà denaro per fabbricare armi, bisogna pensare al virus, all'antidoto, a pagare medici e medicine e strumenti sanitari e così via...
    Non c'è tempo per fare propagande elettorali e sermoni né per correre verso traguardi di potere, non è tempo, non ce n'è, bisogna salvarsi, tutti. Questo, quell'esserino coronato sta imponendo a una Umanità divenuta impietosa.
    Siamo obbligati a capire che uno strumento come Internet può e deve essere usato per il nostro agio e non disagio, come facciamo solitamente con il dileggiare tutto e tutti sul web; può essere il tramite del nostro Lavoro, della sana diffusione di notizie, di intelligente scambio, di amorosa compagnia...
    Io penso al messaggio del coronato e lo ascolto: "State a casa e usate quel che avete finora prodotto per il bene vostro e del resto del mondo, per una nuova sana vita..."

  • 12 marzo alle ore 13:02
    Il lupo Pitagora

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro e una macchia nera sul muso, di nome  Pitagora.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante dei colori sfavillanti dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/dondola fra i ciliegi/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Ferito ancora cucciolo da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatogli contro un fucile, l’avevano fatto ammutolire sotto i loro spari, Pitagora ritrovatosi riverso al suolo sanguinante e storpio - perduta una zampa - si era trasformato in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo?” si era chiesto addolorato “Perché puntarci contro i loro fucili se non abbiamo fatto alcunchè? Se nemmeno ci conoscono? Perché agire senza alcun briciolo di rispetto?”
    E seppur storpio, arrancando a fatica, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia, ugualmente orgoglioso di riempire coi suoi versi il creato “Sono vivo e posso muovermi, anche se con lentezza, e non mi fermerò di certo!”.
    “Ma così ridotto!” ciarlava il chiacchiericcio intorno “Quella zampa fa orrore!” “Quella macchia nera!” “Non potrà mai trovare una compagna!” “Così conciato no!” “Come potrebbe” “E’ lapalissiano!”
    Ma docile e mite, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    E una notte girovagando per la Foresta, intento a soffiare nell’aria i suoi haiku, udendo all’improvviso una voce vibrare nel buio, il suo cuore mancò di un battito.
    “Che stupenda poesia! E’ un haiku! Complimenti!” si fece avanti una lupa dagli occhi d’ambra “Che meraviglia! Il mio nome è Gala!”
    “Grazie!” la salutò Pitagora, felice che la sua poesia le fosse piaciuta tanto “Gala!” continuò “Un nome bellissimo, che in greco antico significa Γαλάτεια Galateia, dal termine γάλα gala, "latte" e vuol dire "bianca", "lattea", "bianca come il latte", proprio come il tuo manto bianco!” sorrise lui, voltandosi adagio “Grazie per i tuoi complimenti!”.
    E la lupa avvicinatasi a lui, scorgendo sul suo muso quella macchia nera, squadrando la zampa zoppa, balzò all’istante, indietreggiando.
    E leggendo l’incredulità sul viso di lei, comprendendone il motivo, Pitagora chinò il capo “Sono contento che ti sia piaciuto, non tutti conosco gli haiku! Ma probabilmente, non mi avevi riconosciuto nel buio!” balbettò.
    Lui, con una macchia nera sul muso e una zampa storta, chiamato per quelle sue caratteristiche col nome di “Nero”  in maniera dispregiativa.
    “Hai amato così tanto il mio haiku, dal non esserti fermata nemmeno per un istante a chiederti chi ne fosse l’autore!” scodinzolò suo malgrado Pitagora, ben avvezzo a reazioni del genere.
    “Il lupo con una macchia nera!” “Il lupo con una zampa storpia!” “Quanto è brutto!” “Storpio e nero!” “Non è  gradevole a vedersi!” “E’ meglio starne alla larga!” sbarrò gli occhi la lupa, guardandolo da vicino.
    E facendo per andarsene Pitagora assentì “Grazie per aver amato il mio haiku, Gala! La poesia è il mio respiro, il mio sogno, ciò che mi rende felice! Nonostante per molti il mio fisico non sia quello idoneo, la poesia spezza ogni mia catena! Quando compongo il mio animo è libero, e anche se malfermo, con una macchia nera sul muso, brutto, inadeguato, mi ritrovo sano, veloce! Non esistono più fragori di fucile a scoppiare! Sillaba dopo sillaba ritrovo la Vita, i miei colori!” riprese il suo sentiero.
    E la lupa nel vederlo andar via, col cuore in gola, abbassò la coda, contrita.
    “Hai fatto bene!” “Quella zampa è rivoltante!” “I cacciatori lo hanno ridotto così!” “Fa paura!” “E’ sempre solo!” “E’ sempre in disparte!” “Fa orrore!” “Non lo si può guardare!”
    Ma allontanatosi di appena pochi metri, Pitagora udendo di colpo un urlo disperato fendere l’aria,  riconoscendo la voce di Gala, corse indietro in volata  col cuore in tumulto.
    “E’ la mia fine!” gridava la lupa “E’ la mia fine! Che qualcuno mi aiuti!”
    E giunto sul posto, lo stupore di lui fu enorme nello scoprire la sventurata intrappolata in una rete, nascosta da mano umana alle radici di una vecchia quercia, impaurita.
    “Sono caduta in questa trappola come una stupida! Come farò?” lo guardò lei, terrorizzata.
    E senza porre tempo in mezzo il lupo, accostatosi alla rete, le intimò la calma “Non muoverti, Gala! Non aver paura!” soffiò “Ci sono qui io!” modulò la voce con dolcezza “Sta ferma! Oppure sarà peggio!”
    “Uscire da questa trappola è impossibile!” continuò lei “I cacciatori in giro da queste parti mi uccideranno!” 
    “Sono qui io!” continuò Pitagora “Insieme possiamo farcela! Ora tenterò di aprire uno spiraglio fra le trame della rete, per fortuna non è molto stretta! Gli uomini ne usano di più inaccessibili, questa è piuttosto blanda! Tu segui quello che ti dico! Tranquilla!” la incoraggiò lui “Stai calma!”.
    E cercando di rasserenarla, levò in alto il muso recitando uno dei suoi haiku più belli, come gli accadeva sempre quando le parole lasciavano il posto alle emozioni, avanzando retrocedendo in un tripudio di sentimenti incontrollabili “Sogno/dondola tra i rami/una piuma” tentando di chetarla col dono della poesia.
    E nell’ascoltare quel canto d’amore, Gala sentì i suoi occhi inumidirsi di lacrime “Pitagora, scappa! Qui intorno è pieno di cacciatori! E se ci scorgono uccideranno anche te!” inghiottì “Tu col tuo passo non riusciresti mai a scappare in tempo!” scosse il capo nel vederlo al suo fianco mettere a repentaglio la sua stessa Vita, pur di trarla in salvo “Scappa!” ringhiò dimenandosi con foga ancora maggiore “Questa trappola è ben fatta non potrai mai riuscire a liberarmi! Corri via!”.
    E Pitagora sordo a quelle parole, destreggiandosi con fermezza, incurante della sua zampa storpia, utilizzando le zanne e gli artigli ben affilati, deglutendo, goffo, impacciato ma tenace, prese ad agire sulla rete tentando di aprire un varco, caparbio “Forza! Insieme! Insieme possiamo riuscirci! Per fortuna non sei ferita, spingi quando ti dico di farlo e non aver paura! Ci riusciamo!” desideroso solo di proteggerla e portarla in salvo.
    “Lui sta rischiando la sua Vita per te! Ti sta dimostrando il suo coraggio, mettendo la tua Vita prima della sua”
    “Coraggio viene dal latino coratĭcum o cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cŏr, cŏrdis 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore! E lui si sta esponendo per te, offrendo il suo cuore al fucile del cacciatore!” udì una Voce soave al suo orecchio Gala.
    E inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, la lupa prese a strattonare con impeto, seguendo le sue indicazioni, con un misto di sudore e fatica, ingoiando la paura, collaborando.
    “Spingi quando ti dico di farlo!” prese a guidarla il lupo “Forza puoi farcela, Gala! Spingi! Ora!” col fiato corto, infaticabile “Spingi!”
    E ad un tratto, apertosi uno strappo fra le trame della rete, Pitagora lanciando a Gala uno sguardo d’intesa, senza proferire parola, lasciò che la lupa saltasse fuori in un sol balzo, sana e salva, dritta sulle zampe.
    “Grazie per avermi salvato la Vita!” si sciolse lei in un pianto liberatorio.
    “Di nulla! Non mi ero allontanato molto e per fortuna tu hai seguito alla lettera ciò che ti dicevo di fare, dandomi fiducia, senza ascoltare quelli che di tutto il mio pelo, vedono solamente la macchia nera che porto sul muso e la mia zampa zoppa, ed in base a ciò mi chiamano con disprezzo col nome di Nero!” le confessò sottovoce  “Quando quel nomignolo mi era stato dato alla nascita come vezzeggiativo!” grattò lui la nuda pietra.
    “La prossima volta stai più attenta!” guaì “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo? Perché volerci uccidere? Non continuare a fare questo senza che abbiamo alcuna colpa!” gemé “Perché puntarci contro un fucile? Nascondere trappole?!” e accomiatandosi con un sorriso, fece per riprendere il suo sentiero.
    “Non andare via!” trasalì la lupa, facendo per fermarlo “Ecco…lupo prima di te, nessuno aveva mai prestato tanto valore al mio nome, sai? Gala si, significa bianca come il latte! E volevo dirti grazie per avermi aiutata col dono della poesia!” lo guardò tremante d’emozione.
    “Grazie a te per aver cullato il mio haiku nei tuoi pensieri, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad amare la poesia! Specie poi i miei haiku! Per  molti, basta scorgere il colore della macchia che ho sul muso, oppure scorgere la mia zampa, per fuggire via senza pensarci due volte!”
    E lei chinando il capo sussurrò “Chi crea versi talmente belli non può non essere una creatura sensibile!” scodinzolò “La poesia è un atto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore gratuito, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!” calò lo sguardo.
     “Ma cosa sta facendo!” “Quella lupa è folle!” “E’ pazza!” “Non vede quanto è brutto?” “Non sente repulsione?” “Quella zampa fa spavento!” “Non è maleodorante?!” “Che voltastomaco!”
    “Gala a te non provoca ripugnanza questa ferita? Non mi trovi brutto? Non pensi sia repellente?” buttò lui di un fiato “Non cogli un ché di raccapriccio?”  brillò fra le sue ciglia una lacrima “Ormai ci sono abituato! Ciò che provo non conta, i miei pensieri, i miei desideri, quello che sento dentro non interessa a nessuno, né alcuno vi pone ascolto! L’universo delle mie emozioni spesso resta inascoltato! Non è importante per gli altri! E’ così da tempo!”
    “Ecco perché è sempre così solo! Ecco il motivo per cui vive in disparte!” udì Gala nuovamente quella Voce al suo orecchio “Tu hai guardato oltre la sua zampa per tutti così disgustosa e quella sua macchia nera a colorargli il muso alla nascita! E per questo lui ti ha aperto il suo cuore! Tu ascoltalo!”
    E per tutta risposta, la lupa si chinò delicatamente a leccargli la ferita con cura, tratto a tratto, adagio, con premura, inalandone l’odore “Come fai a pensare di essere brutto…se sei così bello!”
    E lui guardandola così vicina, farfugliò “Gala…”
    “Lupo, vogliamo giungere fin sopra la roccia? Vuoi cantare da lassù la tua poesia?” lo guardò lei portando negli occhi il dono della tenerezza.
    “Beh, non so se potrei riuscirci, il mio passo è troppo lento!” bofonchiò lui “E se poi non…” aprendosi poi in un largo sorriso “Ma si! E se non dovessi farcela potrò dire almeno di averci provato!” strizzò lui l’occhio.
    E ridendo alla sua affermazione, la lupa salterellò “Insieme, Pi-ta-go-ra? Mi piacerebbe tantissimo...”
    E lui udendo per la prima volta il suo nome pronunciato dalla voce di lei, l’accolse dentro il suo cuore “Ti va davvero di salire l’altura e veder nascere la luna da lassù?  Sai, c’è un posto, un’angolazione, da cui è possibile poter ammirare appieno le Pale delle Montagne in tutta la loro smisurata bellezza, quando la luna si apre ad illuminare coi suoi raggi il creato! E’ lassù che vorrei giungere! Veramente lo vuoi?"
    “Ma sarà difficilissimo!” “Con una zampa così!” “Impossibile!” “Con quel fisico!” “Storpio! Brutto!” “Come potrebbe?” “Zoppo giungere fin là!”
    E insieme presero il cammino, dapprima con esitazione, poi sempre più sicuri, con maggior fermezza, energia, risolutezza, forti, incantevoli nelle movenze, cuore-muscoli, anima-fiato, inspirando la Vita a pieni polmoni. Sorreggendolo lei quando la salita diveniva più dura, attendendolo lungo le zone più impervie, uniti, ridendo a crepapelle, fermandosi a divorare la frutta dividendola festanti, un passo dopo l’altro.
    Fino a toccare insieme la vetta, all’unisono, in alto, in alto laddove il cielo s’apriva in tutta la sua maestosa, imponente magia.
    “In-sie-me!” brillò la voce del lupo, levando in alto il suo canto, facendo risplendere col proprio ululato la mezzanotte, riconoscendo nello sguardo di lei la paura, ma insieme la forza di essergli accanto, ritrovando nella sua tenerezza la propria poesia “Amor Vincit Omnia!” rivestì col suo verso la montagna “Grazie mia bellissima Gala!”
    “Tu non devi ringraziarmi, Pitagora! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!” ribadì la lupa tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne.
    “Felix qui quod amat defendere fortiter audet. Beato colui che ha l'ardire di difendere ciò che ama. Disse un tale. E quel tale, aveva ragione!” mugolò “Non andare mai più via, Pitagora!” guaì la lupa posando la fronte contro quella di lui “Non farlo mai, tu per me sei importante, Importante una parola bellissima: dal latino, portare dentro. Ed è proprio così. Io ti porto dentro di me, ovunque io vada tu ci sei. SEMPRE. … Ti fidi di me?”
    E lui sorridendo, ricambiando il suo amore nel muto linguaggio dei loro due cuori a fondersi in uno soltanto, soffiò “Seppure tu ti trovassi dinanzi un branco formato dai più bei lupi dei dintorni a farti la corte, si, sono sicuro tu sceglieresti sempre me! Invece di farmi sentire inadeguato, mi hai fatto entrare nel tuo cuore, cucciola, facendomi sentire insostituibile!”  
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai  più, per sempre insieme, felici e contenti.
     
     
     
     
     

  • 12 marzo alle ore 11:47
    LA RIFFA

    Come comincia: La riffa è una parola non molto usata  comunemente, è sinonimo di lotteria. L’annuncio apparso su un giornale della capitale era molto particolare, pubblicato fra le inserzioni varie era piuttosto criptografico ma non come quello delle ‘manicure’ dietro cui si nascondono di solito delle prostitute. ‘Signora di alta classe indice concorso per  conoscere  vero uomo, si prega fare offerta che dovrà essere aggiornata ogni settimana.’ Anche i lettori più scafati erano rimasti perplessi nell’interpretare l’annuncio, certamente la dama chiedeva un compenso in denaro ma in modo molto ‘aristocratico’, ‘la alta classe’ faceva presupporre a una donna fuori del comune per bellezza e per stile e già la settimana successiva erano giunte al giornale delle offerte partendo da mille Euro che la settimana seguente arrivarono sino a cinquemila.  La curiosità non è precipua delle femminucce fatto sta che quando le proposte giunsero a ventimila Euro la dama, sempre tramite avviso sul giornale ritenne opportuno dare altre specificazioni: ‘la gara avverrà su un natante fuori delle acque territoriali.’ Alcuni indecisi che non si erano fatti avanti per paura di sanzioni da parte degli organi di Polizia inviarono la loro offerta: la cifra arrivò a cinquantamila Euro e diventò  un fatto all’attenzione un po’ di tutti, organi della chiesa in testa che stigmatizzarono l’episodio: ‘Con tanta povertà che c’è in giro!’ Le persone ricche ed allupate di solito non si interessano dei poveracci e così fu,  incredibilmente le offerte, dopo due mesi erano arrivate a quota centomila Euro. Piuttosto soddisfatta la signora offerente,  vista la piega che aveva preso la situazione portò lei stessa la cifra a cinquecentomila Euro sperando che … La speranza non fu vana, ben otto le profferte giunte ma come selezionarle per non far intrufolare i soliti furbastri che cinquecentomila Euro non sapevano nemmeno scriverli. Eleonora, questa il nome della bellissima, dietro consiglio del marito Leopoldo agente di borsa un po’ in crisi finanziaria, sempre tramite avviso sul giornale chiese agli otto di accreditare la somma sul suo  conto corrente di cui aveva comunicato solo l’IBAN. Aveva aspettato cinque giorni per evitare che il solito furbastro cancellasse l’accredito e comunicò all’indirizzo fornito dagli interessati una password ciascuno. Ebbe una sorpresa non prevista: un trans si fece avanti scoprendo la sua identità. Eleonora ed il marito restarono perplessi ma, in fondo una persona in più voleva dire che aumentava il ‘monte premi’ a quattro  milioni e cinquecentomila Euro! Ultima disposizione un po’ particolare: il vincitore sarebbe stato colui che avesse raccontato la barzelletta più divertente. Leopoldo era in rapporti amichevoli con una noleggiatore di motoscafi di Ostia, lo contattò per comunicargli che doveva trasportare undici persone su una nave russa fuori delle acque territoriali. Giammarco, detto ‘el trivella’ si presentò con un grosso motoscafo, ebbe le coordinate per raggiungere la nave  ed alle sette di mattina prese il largo con i passeggeri senza far domande, Leopoldo era un amico di vecchia data e spesso lo aiutava negli investimenti finanziari. Eleonora si era presentata con una maschera in viso, voleva l’anonimato e la sorpresa sino all’ultimo. La presenza di Kamilla, il trans, mise in po’ in subbuglio gli altri partecipanti alla riffa ma solo all’inizio, anche la loro ‘spedizione’ aveva qualcosa di anomalo. Dopo un’ora e mezza apparvero le luci della nave passeggeri russa ‘Neva’.  Per primo salì sul natante Leopoldo con in mano cinquecentomila Euro che il capitano Alisher contò prima di far salire a bordo gli altri dieci. Tutto ben organizzato, ad ognuno una cabina con bagno, sala mensa con bar e salone delle riunioni. Già dalla cena gli undici compresero che sarebbe stato un bel soggiorno, il cuoco era un italiano. La bellezza in viso di Eleonora colpito molto gli invitati, negli ultimi giorni la signora aveva frequentato un istituto di bellezza che aveva ancor più messo in risalto la sua aristocratica beltade. Anche Kamilla, brasiliana, spiccava per l’armoniosità delle forme e dei lineamenti accompagnati da disinvoltura e spontaneità di comportamento. Il pranzo era veramente eccellente, tutto a base di pesce, alla fine tutti al bar: caffè all’italiana con Leopoldo che aveva ottenuto il permesso dal comandate di  fare l’aiutante barista, nessun altro membro dell’equipaggio si era fatto vivo. Riposino post prandium e dopo la cena inizio delle operazioni. Leopoldo: “Come stabilito ognuno di voi dovrà raccontare una barzelletta.” Iniziò Epifanio: “Al mondo ci sono due tipi di donne: le troie e le pure, le troie sono troie, le pure…pure!” Gran battimani e poi Liborio: “Ieri ho visto tua moglie, sembrava un cane da caccia. ‘Ah si, puntava le pellicce? No aveva in bocca un uccello!” Anche questa barzelletta ebbe uno scroscio di battimani di apprezzamento come le seguenti. Felice: “Tra gay: pronto sono Dario, c’è Marco? No è a letto con gli orecchioni. Che stronzo poteva anche dirmelo che c’era una festa!” Gabriele: “Un turista cinese  in  vacanza sulla riviera romagnola chiede un’informazione: scusi signole qui Emilia Lomagna? No ma se va più avanti trova Luisa lo Succhia!” Tommaso: “La moglie trascurata dice al marito: Le vedi questa? Si chiama lumachina, se la tocchi fa la bava, se non la tocchi le corna!” Mattia: “Annullati i festeggiamenti per il Natale in Vaticano a causa dell’assenza del cardinal Martini. Il Papa: no Martini, no party!” Leonardo: “Un bambino di notte sbircia dalla serratura della camera da letto dei genitori e pensa: e loro si incazzano quando mi succhio il pollice!” Edoardo: “Differenza fra una Ferrari e una moglie: la Ferrari non se la fanno in molti!” Inaspettatamente Kamilla: ”Due contadini decidono di festeggiare andando a puttane. Il primo torna scontento: Sai è molto meglio mia moglie. Anche il secondo torna scontento: È vero, è meglio tua moglie!” Prima di nominare il vincitore Epifanio: “Cara Eleonora anche se i patti erano differenti ti chiedo di ‘dare audizione’ a noi tutti, la somma versata è stata veramente fuori della norma, insomma sicuramente la vali ma non vorrei che fossi io…” Anche gli altri sette si unirono alla richiesta e inaspettatamente Eleonora fece segno col viso che era d’accordo, solo Leopoldo capì il perché di quell’assenso: sua moglie era una ninfomane ed amava moltissimo il sesso! Il primo ad ‘assaggiare’ le performances sessuali  della signora fu proprio Epifanio, se l’era meritata quella notte con Eleonora anche se la mattina seguente si ritrovò con la pressione arteriosa molto bassa: mai era stato così ‘strapazzato’ da una dama! E Leopoldo? Si trovò vicino a Kamilla e fu lei a prendere l’iniziativa.  Non era stato mai con un trans: baci appassionati, uccello fra le tette, uccello in bocca, uccello nel popò di Kamilla che ebbe orgasmi ripetuti col suo uccellone. Gli otto giorni passarono in fretta. El trivella un pomeriggio successivo si fece trovare con il suo motoscafo sotto la nave russa, il comandante Alisher augurò a tutti ‘udachi vsem’ e mise in moto i motori della sua nave. All’imbrunire arrivo al porto di Ostia, c’erano delle auto in sosta che accolsero gli otto, era rimasta sola Kamilla che chiese ed ottenne un passaggio da parte di Leopoldo nella sua Golf. Eleonora aveva dato un suo biglietto da visita a tutti gli amanti occasionali, dove avrebbe mai trovato altri personaggi tanto ricchi e munifici!  Nei giorni seguenti  telefonata da parte di Edoardo. “Cara sento il desiderio di rivederti, se siete d’accordo tu e tuo marito vorrei  venire a casa vostra, dal tuo biglietto da visita risulta che abiti in via Magna Grecia.” “Nulla in contrario sappi però che abbiamo con noi Kamilla che ha litigato col suo amante e non  sapeva dove andare…” “Va bene anche la presenza di lei, di lui…  ma ricordati che mi interessi solo tu!” Il pomeriggio una Audi A 8 posteggiò sotto casa di Eleonora che dalla finestra si accorse della venuta di Edoardo e si precipitò all’ingresso: “Presto vieni dentro casa mia, siamo al primo piano, non voglio che gli altri inquilini…” Appena entrati, all’ingresso Edoardo baciò in bocca una Eleonora stupita e nello stesso tempo abbagliata da quell’auto che sicuramente valeva sui centomila Euro. “Non voglio usare frasi roboanti ma mi sei entrata nel cuore, nell’anima, dentro me stesso…voglio stare di nuovo con te…” “Va bene, Leopoldo  con Kamilla sono  andati a far delle spese, anche io ho un ricordo magnifico di te ma non solo per il sesso, ho notato subito la tua signorilità, non mi hai detto se sei sposato….” “Sono divorziato, abito con mio padre in un attico in viale Bruno Buozzi, ho pensato a te ed a tuo marito per…” “Ti prego non dirmi nulla, andiamo nel salone, sul divano voglio godermi la tua presenza, del resto parleremo più tardi.” Eleonora aveva compreso che il signore era cotto e soprattutto ricco, come poteva sfruttare la situazione? I suoi pensieri vennero interrotti dall’arrivo di Leopoldo e di Kamilla che rimasero basiti con in mano le borse della spesa poi fu Leopoldo a riprendersi: “Questa si che è una sorpresa, Eleonora l’altro giorno mi parlava di te…” Anche il signorino aveva capito come sfruttare la situazione. “Mi sono domandato di chi potesse essere quella Audi posteggiata sotto casa, complimenti!” Rotto il ghiaccio la situazione fu presa in mano da Eleonora: “Caro Edoardo  non sono molto portata per la cucina, mio marito ha imparato a cucinare da militare, vediamo quello che può prepararci insieme a Kamilla, noi restiamo sul divano.” Insomma si era disfatta dei due per far ancora più eccitare Edoardo che si era risvegliato sessualmente come da bozzo sul suo pantalone. I surgelati avevano fatto fare bella figura a Leopoldo ma aveva interessato poco Edoardo che chiaramente avrebbe voluto….”Cara c’è qualcosa che non va nella mia Golf, vado dal concessionario Volkswagen per vedere di che si tratta, porto con me Kamilla...” Appena chiusa la porta d’ingresso Eleonora: “Vieni in bagno, dopo il bidet voglio rinverdire quello che ho provato sulla nave con te, sei stato meraviglioso!” Leopoldo e Kamilla rientrarono in casa verso le venti: “Cara ho dovuto lasciare la macchina in officina, il guasto è più importante di quanto previsto, tornerò a riprendere la Golf domani.” Edoardo decise di non tornare a casa sua: “Papà dormirò a casa di un amico, ci vediamo domani, buona notte.” “Si ho capito, buon divertimento!” Con molta naturalezza Eleonora alle ventidue si recò nella sua camera da letto in compagnia di Edoardo dopo un ‘sogni d’oro’ ai presenti. La mattina l’ospite aveva bisogno di un paio di zabaioni accompagnati da cornetti, non quelli che Leopoldo aveva in fronte…Usciti di casa Leopoldo e Kamilla,  Edoardo: “Cara ho pensato a quello che posso fare per voi, non mi piace questo appartamento in cui siete solo inquilini, sotto il mio attico c’è un pentavani arredato lasciatomi da mia madre, farebbe al caso vostro.” Faceva al caso loro: “Papà questa è Eleonora, Leopoldo è suo marito e Kamilla è una brasiliana….” “Il padre Lorenzo da vecchio putt…re capì subito la situazione: “È un  piacere conoscere i tuoi nuovi amici, quelli vecchi erano decisamente noiosi, da questi mi aspetto tanta allegria specialmente da Kamilla che da brava brasiliana saprà ben muovere le chiappe!” Edoardo Leopoldo, Eleonora e Kamilla si trasferirono nel nuovo appartamento,  per festeggiare andarono nel vicino ristorante tipico ‘Vecchia Roma’ dove il cavalier Lorenzo era ben conosciuto. “Cavaliere è fortunato, mi hanno portato del pesce freschissimo, anche aragoste…penso io al menu.” Serata in allegria, il vecchio Lorenzo non era affatto vecchio nello spirito, ritornati tutti in viale Buozzi: “Signori che ne dite se parlo un po’ con Kamilla, una volta conoscevo un po’ di portoghese, vediamo se me lo ricordo ancora.” Nel frattempo aveva preso per mano il trans e se l’era portata in camera sua. Eleonora aveva fatto acquisti, nel suo guardaroba spiccava una camicia da notte che faceva trasparire le tette marmoree ed una selva oscura ma non quella di Dante Alighieri…
     

  • 12 marzo alle ore 11:41
    BSL-4

    Come comincia: Caro Jude,
    l'aria ogni giorno si fa di piombo.
    I provvedimenti statali sono sempre più restrittivi e la fuga di notizie, aggiunge quotidianamente una maglia d'acciaio alla catena che ci tiene segregati.
    Provo con doviziosa volontà, un'organizzazione mentale, affinché non impazzisca del tutto. Ma ti confesso non senza, vergogna, che i tentativi sono spesso fallimentari.
    Odio e ostilità imperano come giganti d'amianto, frapponendosi nelle pieghe di quel che resta del nostro essere, ancora, umani.

    Le ore ci sembrano tutte uguali, così come i giorni, che vanno avanti lenti come senza strutture, come quel tuo racconto, ricordi, di quel giorno che assumesti il cip66 e ti sembrava di scioglierti sotto un sole che non c'era.

    La stasi cui siamo sottoposti però, improvvisamente viene turbata dall'esterno solo dai discorsi presidenziali a reti unificate. Ci permettono la tv e ancora la connessione internet, per tenerci a bada, e ci offrono un po' di adrenalina, solo per spaventarci.

    Disciplina. Atti giuridici. Controlli. Chekpoint.

    Disciplina Jude.
    Nel contempo, credo di aver maturato un distacco spaventoso di cui non pensavo di essere capace. Nemmeno quando tempo fa mi allenai, col maestro Kim Sun Shi in Tibet.

    Questo distacco è diverso, quasi assorbe ogni fibra del mio essere, imponendomi di restare vigile, ma senza provare alcuna emozione.

    I momenti in cui mi sembra di cadere all'indietro e benedire la vertigine del precipizio è quando ascolto al mattino il canto degli uccelli.
    In questo caos militarmente disciplinato, la natura conserva ancora con austera gelosia, tutta la sua incorruttibile bellezza.

    Posso osservarla solo da qui, da lontano. Ma è l'unica cosa che riesce a penetrare questo muro che anche io ho costruito per difendermi.

    Qualcosa si è abbattuto sui nostri volti, Jude, ormai coperti solo da maschere.
    Qualcosa è ormai cambiato e quando Mark ci raccontava del suo timore di esprimere un parere al riguardo, rispetto alle misure eventuali del governo, aveva ragione.

    Perché si ha paura anche solo di pensare Jude, perché il pensiero ha come una forza sconosciuta, trasforma l'astratto in concreto. Prima o poi.

    Ti saluto, senza abbracci

    Lo farò quando mi ricorderò che cosa significa, sentire la pelle di un altro contro la mia.

    Tua Artemis.

  • Come comincia: Perché sa, signora mia, io sono troppo umile: è questo che mi frega. Me lo dicono tutti, tirale fuori, quando è il caso, ma non ne sono capace. Che ci vuol fare? Sarà una questione di educazione o di geni, ma proprio non ce la faccio a essere maleducata o solo a esprimere il mio pensiero. Perché sa… anch’io penso almeno una volta al giorno, però non mi vanto delle mie profonde riflessioni. Un esempio? Delle riflessioni o della mia umiltà? Sapesse signora, sono talmente umile da avere rifiutato una carriera da cantante… da giovane ero stata scritturata per un ruolo da soprano in un’opera lirica di quelle importanti…mi pare fosse la Traviata, se non ricordo male. Solo a pensare al teatro pieno, agli applausi, ai fiori in camerino, alla fila di corteggiatori… mi sarei sentita fuori posto. Sa anche oggi, quando sfaccendo a casa e canto, sento dei rumori di pentole battute l’una contro l’altra, in segno di approvazione dai condomini. E allora che faccio signora mia? Smetto all’istante, per non dare alimento al mio orgoglio. Anche a letto con mio marito sono l’immagine perfetta dell’umiltà: non mi muovo, nemmeno un verso, un sospiro di piacere. Questione di frigidità? No, signora mia, è che non voglio rubargli la scena, preferisco lasciargli recitare in pace il suo monologo. Anche con l’amante? Quale dei tre? Sa, sono talmente umile che non riesco a dire di no a nessuno. Certo non faccio differenze, solo che l’ultima volta… è una confidenza tra donne, mi raccomando. Allora l’ultima volta ho proprio fatto una fesseria, ho dato appuntamento al solito Motel a due dei miei spasimanti alla stessa ora. Sapesse la vergogna, ma che avrei dovuto fare secondo lei, mandarli in bianco tutti e due? O fare i turni? Ho proposto di fare del sesso di gruppo, ma in umiltà… che vuol dire? Che sono stata in ginocchio tutto il tempo…
    E poi signora mia, non sono abituata a dare ordini, ma a ubbidire, anche con i miei figli. L’altro giorno per esempio il più grande mi ha ordinato di andare a malmenare la sua professoressa di lettere, perché aveva avuto l’ardire di mettergli un’insufficienza, nonostante avesse fatto scena muta durante l’interrogazione. Si può, dico io? Vede i miei figli sono tanto educati, se sono interrogati fanno presente all’insegnante di essere preparati, di conoscere alla perfezione l’argomento, ma che per non volersi mostrare troppo intelligenti, preferiscono non rispondere. Una questione di umiltà, insomma. E questa stronza di professoressa che fa? Gli mette un due, che assurdità! Che ho fatto allora? Ho ubbidito… l’insegnante ora è in ospedale con trenta giorni di prognosi. Niente di grave, qualche costola fratturata, il naso rotto, una gamba malconcia…spero abbia imparato la lezione. Di queste cose di solito si occupa mio marito, ma quel giorno era lontano per lavoro e allora è toccato a me difendere l’onore della mia famiglia. Vuole sapere se leggo? Non mi permetterei mai, signora mia. Dickens? David Copperfield? Mai sentiti nominare, mi racconti signora, sono tutta orecchie. Allora se non ho capito male in questo romanzo c’era un tizio, Uriah Heep che faceva sfoggio di umiltà, ma in realtà tramava per impossessarsi dello studio d’avvocato del suo datore di lavoro e per sposarne la figlia. E’ così? Non è che signora mia mi sta dando della bugiarda e della stronza? Come si permette? A me che ho una voce da soprano, che potrei cantare in tutti i teatri del pianeta, che ho un marito e tre amanti che mi adorano, ma come si permette! Sa che le dico? Che lei è un’arrogante, signora mia e che è meglio non parlare con certi esseri inferiori. Tanto non sono in grado di capire una virtù come l’umiltà!
     
     

  • 04 marzo alle ore 8:24
    La loba Evìta

    Come comincia: Érase  una  vez, una  joven  loba con unos  ojos  morados  oscuros con mucho matices, llamada Evìta.
    A pesar de que había perdido una pata, ella nunca perdió el ánimo, y además, aunque era deformada y enferma, obligada a comer sólo semillas y tomar mucha agua, nunca había dejaba de cantar su poesìa a la luna, aunque lo hacía desde tonos bajas, tal como su condición le obligaba, pero igualmente orgullosa de llenar con su bel canto la creación.
    "¿Pero adónde va con esa pata? Ay, ¡qué pintas!", “¡Da asco!", "¡Pobrecita!" les alcanzaban, de vez en cuando, las voces a su oído.
    "Sueño /se balancea entre las ramas / una pluma" cantaba ella, un paso detrás de los demás.
    “Pero en el invierno las semillas son escasas, ¿y si no las encuentras sobre las rocas desnudas, y tienes que para buscar en otras?”
    “¿Qué tal se vive sobre la roca?” Y, por respuesta, Evìta cantaba, haciendo resplandecer la creación con su canto.
    “A la fiesta de la primavera, me parece, nunca fue invitada?”, y la loba asintía con la cabeza e se las apañaba con las palabras para cambiar discurso.
    “¿Cómo podría alguna vez ser capaz de llegar?”, “¿Evìta?”, “¿Sería un viaje demasiado largo para ella”, “Debería pararse con demasiada frecuencia para satisfacer su sed!”,  “¿Y luego cómo se enfrentan a un viaje tan largo?”
    “Probecita!” “Cojeara!”  “Ella es tan fea!”  “Una bruja!”
    "¡Pero si eres hermosa!" suspiraba Dario, lobo con ojos color ámbar. Para él, Evìta era perfecta, fuerte, valiente, la única capaz de mirarlo haciéndole sentir amado e invencible.
    "Pero ¿y mi pata? incluso si soy tan fea? ", murmuraba ella.
    Y él, jugando, tirándole de su oreja con sus colmillos, viendo sus miedos reía y le decía "¡Mi amor! ¡Cachorrita!”, meneando la cola. Haciéndolos olvidar los chismes.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: donde tú si feliz yo soy Feliz, si tú si Feliz Yo soy Feliz!” aullaba el, corazón en corazón, radiantes.
    "¡El amor!" golpeaba las patas, emocionada, la nutria Cordelia.
    Y la loba cantaba esas palabras aún más fuerte, llegando con sus poesìa desde el cielo, allá arriba, en alto, en alto, muy por encima de las nubes, entre los velos del el amanecer, con su voz: melodía de amor y de incomparable belleza.
     
    (Traducción  al español por Fabio Pierri)
      ***
    La lupa Evìta
     
    C’era una volta, una giovane lupa dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Evìta.
    Perduta una zampa, lei non si era mai persa d’animo, e pure se storpia e malferma, obbligata a mangiare solo semi e bere tanta, tanta acqua, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia alla luna, anche se con tono più basso, come la sua condizione le imponeva, ugualmente orgogliosa di riempire col suo canto il creato.
    “Però con quella zampa! Così conciata!” “Fa voltastomaco!” “Poverina!”  giungevano di quando in quando, voci al suo orecchio.
    “Sogno/ dondola fra i rami/ una piuma”  cantava lei, un passo dietro gli altri.
    “Ma d’inverno i semi scarseggiano, e se tu non ce la dovessi fare a trovarne sulla nuda pietra, e dovessi per questo cercarne altrove?”
    “Ma sulla roccia come si fa a vivere?”. E  Evìta per tutta risposta cantava facendo risplendere col suo canto il creato.
    “Alla festa della primavera, mi sembra, non sia mai stata invitata?”, e la lupa annuendo si destreggiava in gorgheggi ancora più brillanti.
    “E come potrebbe mai riuscire ad arrivarci?”, “Evìta?!” ,“Sarebbe un viaggio troppo lungo per lei!”, “Dovrebbe fermarsi troppo di frequente per dissetarsi!”,  “E poi come farebbe ad affrontare un viaggio così lungo?”
    “Poverina!” “Zoppa!” “E’ così’ brutta!” “Una strega!”
    “Ma se sei bellissima!” sospirava Dario, lupo dagli occhi d’ambra, per cui Evìta era perfetta, forte, coraggiosa, l’unica in grado di guardarlo facendolo sentire amato, invincibile.
    “Ma la mia zampa? anche se sono così brutta?” guaiva lei.
    E lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, dinanzi alle sue paure rideva “Amore mio! Cucciola!” scodinzolando. Facendole dimenticare le malelingue.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Se tu sei Felice io sono Felice!" ululava lui, cuore nel cuore, raggianti.
    “L’Amore!” batteva le zampine, commossa, la lontra Cordelia.
    E lei cantava a quelle parole ancora più forte,  giungendo con la sua poesia fino al cielo, lassù, in alto, in alto, oltre le nuvole, l’azzurro, fra i veli dell’aurora, con la sua voce: melodia d’amore, d’impareggiabile bellezza.