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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: In una delle sue Pensées più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l'incapacità di starcene tranquilli in una stanza.
    Perché, domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio per mare? O a vivere in un'altra città, o a andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccar teste?
    Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto sopra ne trovò una ottima: e cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale;così infelice che, se ci concentriamo  su di essa, nulla può consolarci.
    Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, ed é lo svago (divertissement); eppure proprio questa é la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta gradualmente alla rovina.
    da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.

    -  L'uomo é nato per muoversi, non per restare fermo: la sua natura é movimento.
    Blaise Pascal, Pensées.
    -  Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?
    Bruce Chatwyn a Tom Maschler, 1969.
    - Studio della grande malattia: l'orrore del domicilio.
    Charles Baudelaire, Journaux Intimes.
    - Ma i veri viaggiatori partono senz'avere né meta né ragione;da un fatale richiamo sospinti, cuori lievi come le mongolfiere, senza saper perché, dicono sempre: "Andiamo!". Charles Baudelaire, I fiori del male.
    - Soprattutto, non perdere la voglia di camminare... i  pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo...ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati...perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene. Soren Kierkegaard, Lettera a Jette (1847).
    - Robert Burton - sedentario e libresco don di Oxford - dedicò un'enorme quantità di tempo e di erudizione a dimostrare che il viaggiare non era un flagello ma un rimedio alla malinconia, ossia agli effetti deprimenti della vita sedentaria: "Anche i cieli girano continuamente in tondo, il sole sorge e tramonta, la luna cresce, stelle e pianeti mantengono un moto costante, l'aria é agitata dai venti, le maree montano e rifluiscono: senza dubbio per conservarsi e insegnarci che dovremmo sempre essere in movimento".
    Oppure:
    "Contro questa malattia [la malinconia] non c'é nulla di meglio che cambiare aria, vagabondare qua e là, come quei tartari zalmoensi che vivono in orde, e colgono le opportunità che offrono loro i tempi, i luoghi e le stagioni".
    Anatomia della malinconia
    tutti da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.
    - Il viaggio é scoperta prima, poi diventa ricerca di qualcosa o di qualcuno: ricerca della propria strada, della "via". (mio pensiero breve della domenica delle Palme, 20 marzo 2016).

  • sabato alle ore 22:10
    Mare, pesca e ricordi

    Come comincia: Al mare, mentre pesco, in attesa che la canna dia qualche piccolo segnale d’abboccata, spesso e volentieri vado indietro con la mente con i ricordi della mia giovinezza qui nel mio paese, Melito di Porto Salvo. Ricordi che come a tutti rimangono indelebili e che fa sempre piacere parlarne o, come in questo caso, scriverne. Ricordo per esempio quelle calde mattine d’estate quando mi alzavo, mi affacciavo e vedevo un lembo di mare dal mio balcone e gustavo il rumore immaginando il ritmo delle onde ed il vento che soffiava su di esse facendomi capire che mare ci fosse stato quel giorno e s’era “mosso” meglio ancora, per noi ragazzi. Con il mare “mosso" con gli amici si giocava a farsi trasportare dalle onde; ne s’attendeva l'arrivo e ci si lanciava a siluro nella direzione della spiaggia. La gara era "a chi arrivava più lontano" e per farlo esistevano due tipi di nuotatori: quelli che si lanciavano ad ogni onda rischiando anche di fare soli 5 metri beccandosi gli sfottò degli altri e quelli, come me, che studiavano il mare ed attendevano l'onda perfetta che li portasse a riva. Con il mare “calmo" invece si stava tutto il tempo in acqua sino a che le mani non ti diventavano come quelle di un anziano, sembrando quasi di aver perso il senso del tatto. Adesso è tutto un po’ cambiato. I ragazzi oggi giocano a carte sotto l'ombrellone o a pallavolo o a calcio sulla sabbia. Ricordo con un po' di nostalgia il percorso (400 metri del Corso Garibaldi) che mi portava lì, che mi separavano dal mare ed era un percorso pieno di ricordi. Ricordo gli odori di quando percorrevo quella strada, il profumo di caffè che usciva dai bar, l'invariata tiritera del dialetto delle solite persone che ogni giorno incrociavo, il caldo del sole battente sull'asfalto che ad ogni passo aumentava la voglia di tuffarmi in acqua. Adesso il paesello è diventato una cittadina che, con tutte le frazioni, conta circa 16.000 abitanti. Spesso, quando fa piuttosto caldo, mi piace pensare di camminare su quella spiaggia quasi tutta di sabbia fine ed avvicinarmi pian piano a quello splendido mare per rinfrescarmi. Questi pensieri...questi ricordi mi sovrastano sempre, facendomi godere quell'ultimo tratto di passeggiata che mi portava lì, dove ancora adesso mi sento pieno di vita e che tanto mi piace che la sera quando rientro dalla battuta di pesca, da una spiaggia ormai deserta ed il sole basso sull'acqua, è un tutt'uno con i ricordi, con i suoni ed i profumi del mare ed il ritmo delle sue onde, belle ed increspate.

  • mercoledì alle ore 18:15
    Felicità di pescatore

    Come comincia: Non pescavo da più di due settimane, da quando i giorni erano diventati cupi e ventosi e allora, vista la mattinata bella calda e profumata dalle camelie, da poco sistemate sul mio balcone, splendidi fiori di una fragranza intensa e delicata, parto per il mare con l’attrezzatura già dalla sera preparata, avendo  letto che il tempo sarebbe stato ottimale per uscire a pesca.
    Arrivo e son contento, ed anche incantato, perché vedo un mare calmissimo e coperto dei colori blu scuro, azzurro e verde che tutt’insieme non ricordo di aver mai visto…veramente uno spettacolo.
    Spettacolo che poi si univa ad un altro che ormai gusto ogni qualvolta scelgo il posto dove lanciare le mie esche e cioè da dove si vedono e l’Etna (oggi proprio “nudo”, insomma prosciugato, senza neve) e Pentedattilo, la roccia a 5 dita, che sono per me, e penso per altri pescatori che pescano qui, una bella compagnia per il panorama, la prospettiva che danno
    Insomma, com’era previsto dai meteorologi, si prospettava una bella pescata con un mare così e ammaliato anche da queste due meraviglie che son certo belle da vedere.
    Così incomincio e pescare ricreato e rinfrescato da una brezza leggera che intanto s’era alzata…niente di meglio, che vorrei di più, mare e brezza, che come mi capita soprattutto ultimamente, mi son molto cari perché alleggeriscono in qualche modo i miei tristi pensieri.
    Comunque, grazie all’esca, al bigattino ed al verme coreano belli freschi e allegri nei loro movimenti sinuosi che attirerebbero qualunque pesce sospettoso, come se aspettassero me venendosi a cibare proprio sotto la mia postazione, mando giù nel secchio uno bel pesce rombo, (direi più strano che bello) ed uno sciarrano di una buona proporzione che per me era fin’oggi sconosciuta.
    Devo dire, in verità, che li ho allamati verso la fine ma non c’è niente di meglio nella pesca quando non buschi il cappotto ed inoltre ti svaghi in quello ch’è il tuo hobby preferito.
    Per finire, il bello della giornata di pesca non è stato il mio divertimento bensì un signore che mentre raccoglievo l’attrezzatura si avvicinava e vedendomi contento visto lo scadente bottino, mi diceva:
    -”Scusi se le pongo ‘sta domanda”:”Ma lei è contento per aver pescato questi pesci scarsi? …e se avesse pescato magari una bella orata o un bel sarago?”.
    -“Ah, allora non sarei contento ma felicissimo, se pescati poi alla fine” gli rispondevo io.
    -E quello:”Addirittura felicissimo”.
    -“Certo”, risposi.
    “Non si può essere felici? Perché, pescare una bella orata proprio quando stai per tornartene a casa con un "cappotto” non è anche questa felicità?”.
    Così, con questa bella risposta al solito intruso che ci capita d’incontrare spesso e volentieri, me ne torno a casa con la speranza che domani si riconfermi il bel tempo.
     
     

     

  • martedì alle ore 10:03
    LUANA LA CORTIGIANA

    Come comincia: Un bussare insistente alla porta di casa, Anna ancora insonnolita scese lentamente dal letto e andò ad aprire, erano le otto del mattino. Gli comparve la vicina di casa Luana in lacrime che si buttò in una poltrona del salotto. Mai era capitato da quando abitavano a Messina, in viale S.Martino, doveva esserle capitato qualcosa di grave, mai Luana si era comportata così. Quando si calmò: “Americo è  fuggito in Argentina, mi ha lasciato un ‘ciao’ scritto col mio rossetto sullo specchio del bagno, oltre la beffa anche la presa per il c…o, maledetto!” Luana ed Americo erano sposati da diciotto anni,  lui italiano già residente in Argentina, proprietario terriero, non era mai stato un marito fedele, lei preferiva evitare scenate di gelosia, lui dopo una avventura era sempre ritornato sotto il tetto coniugale ma stavolta si era innamorato di una ventenne e sicuramente era ritornato in Argentina con la ragazza e a Luana, casalinga, oltre ad essere rimasta tristemente sola, si proponeva il problema del ‘conquibus’; c’era anche quello  della figlia Federica diciassettenne, studentessa al liceo classico. Luana recatasi in banca, ebbe la sgradita sorpresa di accorgersi che tutti i loro conti  erano stati azzerati. I risparmi in breve finirono e Luana una mattina, recatasi ad un supermercato,  dovette restituire alla cassa alcuni generi alimentari perché non aveva denaro sufficiente per pagarli, una brutta figura dinanzi alla cassiera, str…a, che la guardava con aria di sufficienza. Rifugiatasi nella Cinquecento crollò psicologicamente e si mise a piangere. Fu notata dal proprietario del supermercato, ‘dottor Carmelo’ come lo chiamavano tutti, il quale si avvicinò alla macchina, aprì lo sportello e: “Una così bella signora che piange, venga con me le offro un caffè.” Luana, calmatasi , dopo aver asciugato le lacrime, si sfogò raccontando la sua storia con lo sguardo perso nel vuoto. “Le faccio una proposta: lei può acquistare la merce che le occorre, per il pagamento ci penso io, lei potrà ricambiare la cortesia con una invito a casa sua a…prendere un caffè.” Luana pensò un triste detto: ‘o bere o affogare’, intascò il biglietto da visita del ‘dottor’ Carmelo e riprese la strada di casa stordita dagli ultimi avvenimenti. Luana aveva come sola amica Anna ed a lei riferì gli ultimi avvenimenti, compresa la proposta del direttore del supermercato di andare a ...‘prendere un caffè’ a casa sua. Le due donne, senza parlare, capirono le intenzioni di Carmelo, si guardarono in faccia senza commentare, la situazione, era ovvia. Al rientro a casa di Alberto dal suo lavoro di proprietario di una ‘Scuola Guida’, Anna gli riferì in breve gli ultimi avvenimenti accaduti a Luana, Alberto non fece commenti, accese la pipa dinanzi alla TV con aria pensosa. Aveva sempre avuto un debole per Luana, mai confessato alla consorte, e pensò che forse questa volta era quella buona, intanto c’era di mezzo per quel padrone del supermercato e pensò una furbata: “Anna che ne sappiamo noi di quel tale, potrebbe essere uno sballato, penso che dovremmo proteggerla in qualche modo, io un pensiero ce l’avrei ma tu devi essere d’accordo lo sai che…” “Va bene, ti conosco abbastanza, tira fuori st’idea.” “Ho un apparecchio che uso alla Scuola Guida che ti fa vedere e sentire quello che succede in una altra stanza, se vuoi lo proviamo insieme.” Il giorno seguente, posta la telecamera nel salone , i due passarono  nello studio dove l’apparecchio in questione fece sentire il suono della radio e l’immagine della stanza dove era situato, funzionava perfettamente. Anna avanzò la proposta dell’apparecchio a Luana la quale all’inizio era molto perplessa, farsi vedere mentre…anche se Alberto ed Anna erano amici…in ultimo capì che forse era giusto essere controllata, non conosceva che tipo fosse il ‘dottor Carmelo’. Nel frattempo era accaduto un altro fatto per cui ci volle l’intervento di Alberto: Federica gli riferì che un compagno di scuola la perseguitava ogni giorno all’uscita dalla scuola chiamandola ‘Fede – Rica – Fica’. Alberto:”Ci penso io.” Beccò il ragazzo in fragrante sfottò e, presolo per la collottola: “Se ci provi ancora ti rompo quella testa di c…zo che hai e fece seguire la minaccia con un pugno in testa che stordì il malcapitato. Federica baciò sulla guancia Alberto che, guardandola negli occhi: “Negli ultimi tempi ci siamo visti poco, sei molto cresciuta.” “Si zio Alberto ormai sono una donna.” E quello era un altro problema per Alberto , tante donne vicino a lui! Luana ad Anna ed ora Federica. “Domani mattina viene a casa mia il dottor Carmelo, dillo a tuo marito, spero di non vergognarmi troppo.” Alberto sistemò i suoi ‘aggeggi’ con aria contenta, se ne accorse Anna: “Sei il solito zozzone!” Il dottor Carmelo si presentò con un gran mazzo di rose rosse. “Alla più bella signora che abbia mai conosciuto.” I due sicuramente erano andati in bagno per un bidet e  apparvero nudi nella camera da letto di Luana, lui già col ‘coso’in posizione, lei dal corpo favoloso da modella. “Non eccitarti troppo, tu mangi in famiglia!” “Potrei dire la stessa cosa a te, hai visto il signore che razza di sciabola ha!” I due cominciarono con un sessantanove e poi in varie posizioni, un bel film porno che portò ad aumentare di volume del ‘ciccio’ di Alberto; Anna se ne accorse e, forse anche lei eccitata, offrì al marito una vogliosa e già lubrificata ‘cosina’. Il pomeriggio Luana fece visita ad Anna: “Un commento?” “Anche io e mio marito ci siamo eccitati e ti abbiamo imitato, non ti avevo visto mai nuda, se amassi le femminucce mi ti farei!” Gran risata da parte di ambedue, si erano ormai dimostrati  piacevolmente anticonformisti. Un pomeriggio Federica si presentò nei locali della Scuola Guida di Alberto. “Qual buon vento…” “Zio vorrei prendere la patente, tra poco compirò diciotto anni.” Alberto andò in crisi, Federica diventava ogni giorno più alta, più formosa, più bella e più donna. ”Ti affiderò per la guida ad un mio collaboratore.” “Zio preferirei che fossi tu.” E così fu senza che Luana ed Anna fossero messe al corrente. Alberto accusò dei forti mal di pancia, Anna: “Vai dal dottore non voglio restare vedova!” Sergio era il medico di famiglia oltre ad essere un amico: diagnosi: “Niente problemi fisici solo psicologici, il motivo lo sai tu, posso inviarti ad un mio collega psicologo.” Riferito l’esito ad Anna, Alberto si disse indisponibile ad andare da uno strizza cervelli, col tempo gli sarebbe passato tutto. Un rimedio c’era ma decisamente pericoloso e poi mettersi con una bambina! Bambina un c…o, Federica lo dimostrò durante una lezione di guida su una stradina della Panoramica quando inaspettatamente: “Zio tu offendi se te lo prendo in bocca?” Faccia stupita e da deficiente da parte di Alberto che lasciò fare alla ‘nipote’ quello che volgarmente viene detto ‘p….no’ con tanto di ingollo, altro che ragazzina, Federica aveva sicuramente avuto altre esperienze in campo sessuale. “Zio non hai fatto nulla di male sono stata io, fra l’altro mia madre mi ha messo al corrente della fonte del  denaro che spende, i tempi son cambiati da quando eri giovane, i puritani sono scomparsi, si guarda al sodo, non sentirti in colpa, fra l’altro io sono pure un po’ innamorata di te, sei un vero uomo anche fisicamente, i miei compagni di scuola non offrono gran che, sono tutti infantili, viziati in famiglia, non c’è nulla da prendere, meglio lo ‘zione’!” Alberto dopo l’ultimo avvenimento come per incanto aveva ripreso il suo buon umore che apparve ad Anna sospetto. “Non è che ti sei fatta una amante come Americo?” “Hai indovinato, ma non farò mancare il ‘mangime’ alla sposa ufficiale!” Anna prese la frase come una battuta e non le diede alcun peso anche perché…
    Un pomeriggio Luana facendo una visita ad Anna le riportò le ultime novità: “Carmelo mi ha proposto di far intervenire un suo amico, insomma lo faremmo in tre col compenso doppio, spero che la mia cosina resista, d’altronde non mi posso lamentare anche lei ha la sua parte. Il terzo non era ‘Harry Line’ come nel famoso film del dopo guerra che solo i più vecchi ricordano ma un giovane che Carmelo disse figlio di un amico, il tale aveva qualche problema col sesso. Ora Luana doveva fare anche da nave scuola ma con compenso doppio, la cosa più importante. Stavolta dinanzi alla apparecchiatura a casa dei due coniugi c’era solo Anna, Alberto aveva un impegno con i sindacati cui non poteva mancare. La situazione si presentò un po’ più ingarbugliata, il giovane Salvatore, questo il suo nome, era il classico bravo ragazzo, secchione a scuola con nessuna esperienza sessuale. Mentre Carmelo e Luana ritornavano dalla consueta visita in bagno, Salvatore stava seduto su una sedia in camera da letto ancora vestito ma vedendo i due nudi ebbe una reazione come se fosse stato colpito da un fulmine, si spogliò in fretta e rimase in piedi col ‘ciccio’ ‘ben dhur’ per dirla alla De Benedetti. Carmelo: “Fatti il bidet e raggiungici, vai.” Salvatore ritornò in camera da letto non sapendo che fare ma fu aiutato da Luana che lo invitò sul letto matrimoniale prendendoglielo in bocca. La conseguenza fu immediata e la signora ingoiò un bel po’ di ‘vitamine’ ma poi dovette subito dar retta a un Carmelo impaziente, insomma si trovò fra due…fuochi infilzata sia in bocca che nel fiorello che dopo un bel po’ di tempo cominciò a dar segni di stanchezza. “Ragazzi basta, la festa è finita, gli amici se ne vanno, non è stata un’inutile serata!” Luana aveva copiato i versi di una canzone; all’uscita dei due guardò con interesse un mucchietto di €uro depositati sul comodino facendo un segno ad Anna  con indice e pollice chiusi, il ‘colloquio’ era stato ben remunerato. La mente umana è qualcosa di imperscrutabile da un punto di vista delle sensazioni, Anna, senza la presenza del marito vicino, aveva provato una percezione per lei sconvolgente, la voglia di partecipare ad un ‘banchetto’ sessuale, lei che mai avrebbe pensato di tradire il marito nemmeno col pensiero e questo la turbò, quel dolore alle viscere provato in passato da Alberto ora lo percepiva lei ma,  non volendo andare da uno psicoterapeuta, non trovava altra soluzione se non …soddisfare i suoi nuovi desiderata, ma come? Alberto benché impegnato su due fronti: il lavoro e Federica, capì che la consorte aveva dei problemi. “Dimmi cos’hai, sei stata e sei il mio grande amore, ti aiuterò.” Ormai allo stremo, Anna rivelò il suo problema al marito il quale non solo la prese bene ma pensò…”Parla con Luana potremmo mettere su un quartetto io con lei e tu col giovane Salvatore o col più anziano Carmelo., a te la scelta.” Dopo questa proposta, Anna con un gran sospiro ‘riprese le penne’ baciò a lungo Alberto, i suoi problemi dovevano essere finiti infatti una mattina in casa di Luana si presentò un Salvatore rinnovato secondo la moda corrente, capelli con sfumatura alta, pantaloni con la vita bassa, scarpe da runner, insomma un altro Salvo che baciò Luana in bocca e su una mano Anna, ad Alberto una stretta di mano. “Che ne dite se dopo il lavaggio di rito stiamo un po’ seduti sul divano, voglio vedere che effetto ci fa vederci nudi.” Hai capito il giovane, da imbranato era diventato uno sfrontato. Ad un certo punto Anna esordì  con un “Caro posso?” rivolto al marito che fece ridere gli altri tre poi tutti sul lettone a sbizzarrirsi in pose varie. Anna percepì nel fiorellino un ‘ciccio’  più lungo di quello di suo marito, l’unico che conosceva, e provò forti sensazioni quanto gli fu sollecitato il collo dell’utero da uno schizzo fortissimo, mai provata una tale sensazione. Nel frattempo Alberto e Luana andavano alla grande, quello che desideravano ambedue da tempo si stava verificando. Invece Salvatore ottenne inizialmente un netto rifiuto quando tentò di girar le spalle ad Anna per penetrarla nel popò, quello era riservato al marito ma poi quando all’orecchio sentì: “Diecimila  €uro” ci ripensò, chissà quante belle cose poteva comprarsi con quella somma; anche Alberto e Luana presero quella strada, insomma un’inchiappettata generale. Dopo aver lasciato il suo ‘obolo’ sul comodino, Salvatore rivestitosi si dileguò con un inchino: “Grazie di tutto.” il saluto finale. Tornati a casa propria, Alberto ed Anna sembravano rientrati da un altro pianeta, quella specie di ‘wife swapping’ aveva avuto un effetto molto gradevole, forse fra di loro era cambiato qualcosa, sicuramente in  meglio. Per i lettori più giovani ribadisco l’espressione ‘Ben dhur’ è contenuta nel poema scritto con spirito goliardico nel primo novecento da tale Hetrz De Benedetti intitolato ‘Ifigonia in Culide’, se lo trovate leggetelo, è spassoso, sempre che non siate dei puritani!

  • martedì alle ore 6:17
    Estate 1977: "ascoltare il vento"

    Come comincia: Il vento é come una serpe strana
    che viene e che va
    andanseuse...astuto!
    Il vento di Ishtar che soffia
    lungo le colline dell'utopia
    ha reciso molte menti;
    lo zeffiro di primavera ha illuso
    tantissimi cuori di ragazzi e ragazze.
    Il vento gitano, quello che ti rapisce
    e ti porta via con sè, soffia soltanto
    in estate: lo senti sulla faccia,
    sulla pelle, nel cuore...
    In riva al mare, sulla spiaggia,
    sugli scogli; è un vento
    che ti vuole, é il vento della nostalgia,
    delle illusioni dei sogni.

    Notte sul mio scoglio, spira un vento leggero: é un vento che mi vuole bene!

    Un'estate intera trascorsi ad "ascoltare" il vento: era l'estate - quella lunga, lunghissima estate - del 1977.
    Per venti giorni assolati e per altrettante notti stellate lo feci; ascoltai, cioè, quella calda e sottile brezza estiva: senza, però, nulla sentire...quando, alla ventunesima notte, finalmente [lui] mi disse: "vai sicuro, ragazzo, è stai contento" (ma io, allora, ero già abbastanza felice!). La notte dopo, lui [il vento], mi parlò ancora: "ragazzo, vivrai più di cent'anni", disse (ma io, allora, mi sentivo "immortale"!).
    Dopo quelle notti, diciamo pure abbastanza inconsuete e speciali, continuai ad ascoltare per il resto dell'estate: sfortunatamente più nulla accadde. In autunno le vacanze finirono, tornai sui banchi di scuola e nuovi amori sbocciarono: quella rimase, però, per sempre la lunga e meravigliosa estate del 1977, quella dei quindici anni!
    E da quelle notti di quell'estate, inoltre, non ho mai dimenticato ciò che accadde allora: per questo ogni tanto resto ancora ad ascoltare il vento!

  • 06 ottobre alle ore 15:06
    Il bar di "don Paolo"

    Come comincia: Racconterò di Paolo Martorano e del suo bar, luogo d’incontro per decine e decine di anni per gli abitanti di Melito e luogo di ristoro per tutti quelli che facevano “le vashe” ossia la discesa e la salita del Corso Garibaldi che sommava totalmente circa 760 m. 
    Il bar era situato proprio al centro del corso e quindi al centro del paese ed era rinomato per la pasticceria proprio del signor Paolo, artigiano pasticciere gia’ da giovanissimo. 
    Famosi erano i suoi “viennesi”,i cannoli e la biscottura, in particolare lo “stomatico”. 
    Nei primi anni ’60 il bar, nel retro fu fornito anche di un biliardo professionale dove i piu’ grandi si cimentavano in partite sia all’italiana che a carambola e goriziana tra di loro ed anche in qualche torneo in cui partecipavano giocatori di fuori paese.
    Ricordo ottimi giocatori come Pascaluzzu Curatola,il piu’ bravo della sua epoca, Pasquale Caristo detto “Lillu Sticca” appunto per la facilita’ di maneggiare la stecca di biliardo, che seguì subito dopo, e poi parecchi altri che non raggiunsero pero’ mai la loro bravura. 
    C’era anche uno dei primi televisori che furono portatori d’immagini dei primi quiz televisivi(in quelle sere c’era il pienone) e soprattutto calcistiche importanti come la finale del Campionato del Mondo del 1970 dove l’Italia di Valcareggi arrivo’ in finale contro il Brasile del grande Pele’ perdendo per 4 a 1 in una bella partita dopo una semifinale vinta alla grande contro la Germania pe 4 a 3 (partita passata alla storia piu’ della finale). 
    Io frequentai il bar per quasi 20 anni e posso dire che alla morte dei titolari, quando il bar passo’ ad altri gestori, non fu piu’ frequentato allo stesso modo sia per la pasticceria non all’altezza di "don Paolo" e sia per la gentilezza e il garbo con il quale servivano i clienti(senza offesa per i nuovi).

  • 06 ottobre alle ore 9:09
    LA SIRENA DI ALICUDI

    Come comincia: Alberto M. appena promosso vicebrigadiere della Guardia di Finanza, con i gradi ancora attaccati con lo spillo, come dicevano i più vecchi sottufficiali, fu trasferito a Lipari nelle isole Eolie. Dopo nove mesi di corso ed in parte di ‘astinenza, al prode Al. non pareva vero poter ‘assaggiare’ le abitanti delle isole e soprattutto, essendo luglio, qualche piccioncella non indigena anche se non di primo pelo, talvolta guadagnandosi qualche regalo in oro quando la signora aveva apprezzato particolarmente le sue ‘prestazioni. Hermes, protettore del giovane sottufficiale pagano di religione, talvolta, come questa volta, era distratto da qualche fanciulla e si era dimenticato del suo protetto: conclusione Alberto fu trasferito a Filicudi isola non molto frequentata dai turisti perché priva di comodità, solo qualche naturista ma, se femmina, poco appetibile. Perché quel trasferimento in sostituzione dell’appuntato Mattia S. che, definire deficiente era un offesa per il deficienti: il cotale si era accompagnato a Filicudi con Addolorata V. una vecchia brutta e diciamo la verità anche un po’ stronza ma proprietaria di qualche appezzamento di terreno e di una casa, per quell’isola, abbastanza confortevole. Niente di male se non che il cotale era stato ‘ fidanzato’ in Puglia con altra brutta ‘dè core’ Oronza G. che, conosciuto il suo nuovo recapito dell’amato, con il traghetto di linea si era catapultata a Filicudi con conseguenze di una sceneggiata fra le due donne seguita dagli abitanti dell’isola ma che, pervenuta anche all’orecchio del maresciallo Gabriele F., Comandante della Tenenza di Lipari, fu oggetto di trasferimento in quest’ultima sede di Mattia e la sostituzione al comando del distaccamento dell’arrabbiatissimo Alberto che aveva assunto anche le funzioni di Reggente doganale e di Delegato di Spiaggia (Dogana e Capitaneria di Porto) con conseguente aumento di lavoro dato che allora, qualche burocrate fanatico aveva disposto che per la merce da trasportare occorreva compilare una bolla di accompagnamento. Stavolta Hermes un po’ più sveglio del solito fu di aiuto all’Albertone con la presenza al distaccamento del  Finanziere scelto di mare Fulvio M.che, per conseguire il grado superiore di appuntato, si dava da fare in ufficio alleviando anzi sostituendo del tutto il vicebrigadiere che se la spassava quanto poteva nell’isola, abbandonando la divisa  ed indossando solo calzoncini e scarpe di corda od anche in costume da bagno con fucile, pinne ed occhiali ritornando in caserma con polipi, saraghi, cozze, ricci e patelle:  insomma poteva metter su una pescheria invece li faceva cucinare in caserma dal finanziere Romolo G., suo paesano romano invitando a mangiare anche il collega dei Carabinieri Totonno F. che non aveva nulla delle caratteristiche degli appartenenti all’Arma: napoletano, con addosso un elenco di punizioni lungo un chilometro, una anche per aver avuto un rapporto ‘ravvicinato’ con la consorte di un capitano! Insomma un simpaticone che fece subito amicizia con Alberto, due scapocchioni avrebbero detto in gergo i campani! La sera, riempiti i pancini, grandi giocate a carte  al lume di lampade a petrolio o di faretti, qualche passeggiata al chiar di luna per smaltire la sbornia. Ogni tanto Totonno ne combinava una delle sue che poi riportava ad Alberto: “Sai chi mi sono scopata? Non lo sai, mi sono fatta Addolorata la fidanzata del tuo appuntato ah ah ah ma non è finita mi sono inchiappettata pure l’altra fidanzata, Oronza…” Totonno raccontando la sue gesta si sbellicava dalle risate, Alberto: “Sei stato coraggioso, per le tue opere buone meriti una medaglia al merito della fica vecchia!” Ad Alberto però mancava il ‘mangime’, non era il tipo di andar ‘a vecchie’, per sua fortuna stavolta Hermes, scaricata l’ultima dea, vide il giovane intristito e pensò bene…Una ragazza era giunta da Alicudi a Filicudi per delle compere, in attesa del traghetto del giorno dopo che la avrebbe riportata nella sua isola, prima di andare a dormire da alcuni parenti,  passeggiava sulla banchina del porto. Alberto avrebbe voluto agganciarla ma la ragazza alla sua vista in divisa si era allontanata, brutto segno, carattere scontroso. Al. non era il tipo di abbandonare la preda, si avvicinò di nuovo alla baby e: “Signorina mi permetta di aiutarla, domani per portare la merce ad Alicudi, ha bisogno di una bolla di accompagnamento, posso darle una mano sempre che lei..” “Sono Luce H., la ringrazio dell’offerta, i miei parenti sono quasi tutti emigrati in Australia, io sono ad Alicudi con mio padre e mia madre, non intendo lasciarli, faccio la pescatrice da quando avevo sette anni, domani mattina verrò in caserma, buonanotte.” “Se non disturbo vorrei qualche notizia sul suo conto e sull’Isola di Alicudi, sono il corrispondente locale di un giornale romano, se lei mi desse qualche notizia particolare…”Stasera sono stanca, venga domani, se vuole può fare un salto ad Alicudi, potrei darle una stanza a casa mia per poi ritornare il giorno dopo a Filicudi, se accetta si porti  della biancheria di ricambio.” “Fulvio domani vado ad Alicudi, non so quanto starò fuori.” “Brigadiere se lo cercano da Lipari cosa debbo dire?” “Sono andato alla ricerca di una piantagione di cannabis, porto con me una radio rice-trasmittente per un eventuale collegamento, io sono ‘Mica 16’.” La mattina dopo alle undici all’arrivo del traghetto, Alberto in borghese munito di valigia salì sulla nave ed andò dal Comandante Pellizzeri che aveva conosciuto a Lipari: “Comandante ho dimenticato di acquistare il biglietto, può farmelo lei a bordo?” “Niente biglietto anzi le offrirò il liquore Strega.” Questa si che era una brutta notizia, Alberto non sopportava i liquori dolci, si salvò riuscendo a buttare il contenuto del bicchiere dentro un vaso di salvia che troneggiava in una parete della cabina del Comandante vicino ad una di rosmarino. “Comandante un venditore di piante a Lipari mi ha detto che rosmarino e salvia non debbono stare vicini, la salvia morirebbe.” “E noi la salviamo spostandola.” Alberto scese per ultimo dalla m/n ‘Eolo’, Luce lo stava aspettando. “Mi segua, c’è un pezzo di strada da fare, le porto la valigia.” “Mia cara non so da queste parti ma dalle mie sono i signori ad essere galanti ed aiutare la signore.” “Io sono signorina ed abituata a portare pesi, se  vorrà stanotte potremo andare insieme e pesca e vedrà!” Entrati in casa abbracci alla figlia da parte dei genitori Matteo e Rosina e, dietro presentazione di Luce, un caro saluto anche ad Alberto. “La nostra è una mensa povera, solo pesce ma sicuramente fresco.” Quegli anziani ricordarono ad Alberto un episodio delle metamorfosi di Ovidio che riferì a Luce: “A due vecchietti agricoltori,  Filemone e Bauci, una sera si presentò un mendicante chiedendo ospitalità. I padroni di casa  non solo lo sfamarono ma gli offrirono anche un giaciglio per la notte. La mattina dopo il mendicante si presentò con la vera identità: “Sono Giove, siete stati molto gentili, chiedetemi qualsiasi cosa:” Filemone e Bauci si guardarono negli occhi e, all’unisono: “Vorremmo solo morire nello stesso momento, siamo stati insieme tutta la vita.” Alberto nel raccontare l’episodio si era commosso con la curiosità della ragazza, non si aspettava da un militare simile atteggiamento, sicuramente lo apprezzò  guardandolo negli occhi, forse era scoppiata una scintilla fra di loro. “Io ho studiato conseguendo il diploma di ragioniera a Lipari, la scuola mi piaceva ma per motivi ovvi sono stata costretta ad abbandonarla, non potevo lasciare i miei vecchi soli, gli voglio molto bene. Ed ora se se la sente in barca con la lampara, mio padre non sta molto bene, che ne dice di rimpiazzarlo?” “Farò del mio meglio.” Luce dimostro molta abilità in tutte le manovre ed anche una forza notevole per una donna. Dopo aver salpato le reti con un buon numero di pesci, Luce mise la prua a riva, ci voleva circa mezz’ora prima di arrivare al porto. “Posso farti qualche domanda, se è troppo personale dimmelo, non voglio essere invadente.” “C’è poco da dire sulla mia persona, come avrai appurato la maggior parte degli abitanti delle isole sono emigrati in Australia, quasi tutti pescatori ma con la pesca non si mantiene una famiglia, troppi pescherecci palermitani  usano reti a strascico e distruggono i fondali. Io ero in buoni rapporti con un mio coetaneo, mi voleva portare in Australia, io non volli lasciare i miei e poi non mi piaceva di carattere, voleva fare il maschio ma con me…” Luce non aveva usato la parola fidanzamento e dimostrò una notevole personalità. “Vedi, io abituato alle ragazze di città che se si rompono un’unghia strillano come oche, nel vedere il tuo comportamento resto estasiato, finalmente una vera donna!”  “Grazie del complimento ma la tua ragazza che tipo è?” “Per essere sincero sinora sono andato un po’ qua un po’ là, in parole povere nessuna legame, troppi miei amici si sono lasciati con le consorti dopo il matrimonio, e sono nei guai per dover mantenere moglie e figli lasciando la casa coniugale, una vita rovinata per aver scelto una moglie sbagliata. Vorrei chiederti una cosa ma se non sei d’accordo…” “Dimmi non ho idea di quello che vorresti sapere.” “Più che sapere vederti, vederti in costume da bagno, mi contenterei anche di uno tutto intero, niente costume alla brasiliana.” Luce scoppiò in una risata squillante che si propagò in mare. “Che ne dici qualcosa in più della brasiliana?” Alberto ci pensò su e capì, oltre la brasiliana c’era solo un’altra possibilità: il nudo integrale! Alberto abbracciò Luce, un profumo di mare l’avvolse, era l’odore dei vestiti della ragazza, piuttosto piacevole anche il bacio che ci ‘scappò’ fu meraviglioso, una vera donna. A casa ambedue a letto a riposare, si rividero a mezzogiorno Luce fresca come una rosa, Alberto abbacchiato sia in senso materiale, in mare si era stancato, che morale, che si stesse innamorando? Luce esordì con i genitori con una boutade: “Alberto è un bravo pescatore, che ne dite se me lo sposo?” Un silenzio assordante da parte dei tre, che si ripresero subito. Alberto: “Io soffro il mare ma non le marinaie e poi dobbiamo domandare il permesso ai genitori come da prassi consolidata:”Il vecchio: “Bridadiere tu sei di un’altra razza, noi siamo poveri ignoranti, spòsati una di città, Luce…è la luce dei nostri occhi.” La vecchia: “Sei il solito egoista, noi potremo andare in una casa di riposo e ogni tanti questi due ci porterebbero a vedere i nipotini.” Luce: “Il vecchio detto ‘ i sogni son desideri’ intanto debbo accontentare una richiesta di Alberto, poi vedremo.” Dire che l’Albertone era frastornato era il minimo, già lo facevano sposato con figli, lui che i pargoli  li amava poco…” Luna chiusi gli scuri della camera da letto, un buio profondo che di colpo sparì con la riapertura da parte della ragazza della finestra: nuda era uno spettacolo: oltre al viso piacevole tette da statua greca, braccia da palestrata,  pancino piatto, pube con pochi peli lisci, gambe robuste, lunghe e dritte, piedi da far impazzire un feticista. “Che ne pensi, ‘merce’ da isolana ma tosta, andiamo sul letto, ma non sperare…” “Alberto era ‘groggy’, non poteva dire di non aver conosciuto ragazze ma Luce aveva qualcosa di speciale, non solo sperò ma ottenne… una dea che gli aveva preso il cuore oltre che il cervello, insomma era fottuto!
     

  • 05 ottobre alle ore 20:57
    Infanzia

    Come comincia: Indossavi allora quelle scarpe brutte, quelle marroni consumate in punta, quelle dai lunghi lacci che come vermi lasciavi strisciare tra l'erba. Ricordo le tue guance, rosse come mela candita, si gonfiavano fino a screpolarsi soffiando nella cerbottana, mentre nel pugno stringevi pallottole di carta colorata, fissando il cielo, azzurro come i tuoi occhi. Su, al Poggio dei mandorli, fiorivano sotto i nostri piedi le margherite, i primi sogni stretti al petto, belli e puri, scarmigliati come i nostri capelli.

  • 05 ottobre alle ore 20:19
    Desiderio gradito...piacevole

    Come comincia: Già da tantissimo tempo ormai (quasi 40 anni), la passione della pesca ha del tutto coinvolto il 50% della mia vita, considerando il periodo che va da aprile a settembre, tranne qualche sporadica uscita a ottobre, novembre e dicembre (da gennaio a marzo non ne parliamo proprio…non m’è mai piaciuto pescare in quel periodo).
    Logicamente, questo non è stato bello per i poveri pesci che non hanno potuto evitare le mie belle e succulente esche ben nascoste tra gli appuntiti ami e nel mezzo di due file di scogli e lanciate sempre con la mente serena, rilassata e senza pensieri o guai (naturalmente fino a marzo scorso, con la prematura dipartita di mia moglie), perché è proprio così che il mare mi fa sentire sempre, anche se non ci fosse bisogno, perché cosa avrei voluto meglio dalla vita…una bella moglie (che purtroppo non c’è più), una figlia che non avremmo desiderato migliore…insomma una meraviglia di famiglia e quindi come sentirsi meglio di quando sei a mare, soprattutto alle prime luci del giorno, con quella brezzolina che ti rinfresca e ti schiaffeggia dolcemente?
    Dicevo che da tantissimo tempo ormai mi dedico con vivo desiderio alla pesca che mi ha finora sempre tanto divertito, fatto contento ma purtroppo sento questi anni (63) che inevitabilmente e purtroppo fanno scemare non solo questo tipo di passione.
    Adesso che sono in pensione però, devo dire che ultimamente, giorno per giorno, si è accesa un’ altra fiamma intensa, un altro desiderio vigoroso (tanto quanto l’amore per la pesca) che devo dire mi è gradito…è piacevole…e cioè quello di andarmene via…insomma di cambiare aria, di cercare nuovi stimoli per “rinfrescare” questa mia adorata passione per la pesca e perché no?...di girare un altro po’ per il mondo.
    Direte voi…dove vorrebbe andare una persona di 63 anni?
    Dove? Intanto, dopo qualche giro per qualche annetto, sistemarmi in un'isola scegliendola piccola…piccola e semideserta…insomma non troppo popolata.
    Sì mi sistemerei lì, dove con quella pace che m’immagino, me n’andrei sempre a pesca su delle belle e bianche spiagge, bagnate da acque di un blu trasparente, acque che qui da noi spesso sono sporcate e scurite da sporcizie provenienti e da terra e dal mare stesso, situazione questa che sembra inarrestabile fin quando tutti noi non ci si decida a denunciare chi e cosa determina questo stato di cose.
    Che devo dirvi di più?
    Magari con quella brezzolina di cui parlavo prima, farsi delle belle dormite rilassati, tranquilli e stanchi,  dopo una pescata coi fiocchi, sotto tante splendenti stelle che forse saranno anche più belle delle nostre…chissà.
    Forse penserete sia un sogno…può darsi ma sfido chiunque di voi chi non sogna tutto questo.
    Beh, oggi vi ho raccontato di questo mio, chiamiamolo desiderio, ma vi prometto che continuerò a raccontarvi quelle belle sensazioni che mi suscita sempre questo contatto col mare, fonte inesauribile di emozioni ch’è bello raccontare e far conoscere.
     
     

  • 05 ottobre alle ore 9:26
    UN AMORE DOLOROSO

    Come comincia: La vita di Gilberto e di Rosanna scorreva normalmente come quella di tante coppie, pur non avendo figli i due si volevano bene, lui capo ufficio di una istituzione regionale con sede a Messina, lei insegnante di lingue in un liceo cittadino. Un avvenimento però sconvolse la vita dei due coniugi: una mattina, a scuola, Rosanna ebbe dei capogiri e mal di stomaco, chiese ed ottenne di andare a casa ma…male gliene incolse! Aperta la porta, sentì dei rumori provenire dalla camera da letto, immaginò che suo marito si fosse portata qualche ‘sciacquetta’ e fu in dubbio come comportarsi. Nel palazzo in via XX settembre a Messina dove abitavano erano conosciuti ed una scenata avrebbe suscitato i pettegolezzi a non finire, decise in ogni caso di accertarsi della situazione, aprì uno  spiraglio della porta della camera da letto e…male gliene incolse: suo marito ed il suo capo si stavano bellamente…si quella cosa che di solito due maschi non fanno tranne che se omo. Sconcertata Rosanna si buttò sul divano, ci vollero dieci minuti per riprendersi e decidere di uscire di casa, suonare il citofono e…Dopo un po’ di tempo rispose la voce del marito: “Chi è” “Caro sono io, mi sono sentita male sono tornata a casa ma ho dimenticato le chiavi del portone…” “Un attimo, ero in bagno, c’è con me Matteo il mio ingegnere capo.” Rosanna dovette aspettare un po’, evidentemente di due dovevano in qualche modo sistemare…”Gentile signora qual buon vento?” “È quello che mi domando anch’io…” “Ho preferito venire con suo marito a casa vostra per discutere di una faccenda importante, da Palermo mi hanno chiesto di comunicare il nome di un capo ufficio da trasferire a Caltanisetta, non volevo che la mia segretaria ascoltasse il colloquio con suo marito, devo segnalare lui o un suo collega e…” Rosanna si meravigliò lei stessa di aver mantenuto una calma glaciale, solo una battuta che poteva essere di humor, ma di humor nero: “Ritornate a discutere come facevate prima, io mi metto a sistemate la camera da letto, stamattina non mi andava di farlo.” I due dovevano aver fatto una battaglia, il letto tutto sottosopra, un cuscino ai piedi del letto, una coperta per terra come pure un lenzuolo…Rosanna si sentì mancare le forze, si sedette su una poltrona a occhi chiusi. Dietro la porta: “Cara noi ritorniamo in ufficio, ciao.” “Arrivederci signora:” La risposta pensata dalla padrona di casa: “Arrivederci un c…o!” Alle tredici una telefonata di Gilberto: “Cara resto in ufficio tutto il pomeriggio, tu mangia pure.” Pian piano la rabbia di Rosanna  sbollì, lei cercò di ragionare quale posizione prendere con il minor danno possibile: far finta di nulla o scatenare un putiferio? Capì che quest’ultima soluzione non era la migliore, ci sarebbe stato uno scandalo in cui ci avrebbero ‘bagnato il pane’ un po’ tutti e, sia lei che suo marito anche per strada sarebbero stati indicati con tanto di sorrisetti, forse avrebbero dovuto cambiare città, in fondo a Messina tutte le persone di un certo livello si conoscono fra loro.. Rosanna disfece il letto, mise tutta la biancheria dentro la lavatrice a ottanta gradi, rifece il letto con biancheria pulita e provò a mangiare qualcosa con scarsi risultati. Alle diciannove si presentò in casa un allegro Gilberto: “Cara ti senti male, hai una faccia…” “Come il culo puoi dirlo, ho visto te e Matteo non immaginavo…” “Ti dico la verità, l’ingegnere capo è omosessuale, se non l’avessi accontentato mi avrebbe segnalato per essere trasferito a Caltanisetta, non ho altro da dirti se non chiedere la tua comprensione.” Rosanna per la notte si sistemò sul divano del soggiorno, per il futuro? Il tempo forse avrebbe attenuato il ricordo spiacevole ma non cancellarlo, e così fu. Nel palazzo abitavano due coniugi Leonardo S. concessionario di varie marche di auto e Giorgia C., casalinga, che avevano adottato un figlio di nazionalità francese Alain G. In occasione di una gita a Parigi. Leo aveva stretto amicizia col direttore dell’albergo dove alloggiavano facendo presente le difficoltà burocratiche che aveva incontrato in Italia per adottare un figlio. Charles S. era un signore alto, distinto, dal parlare forbito, anche in italiano, pensò di aiutare i due coniugi, aveva delle conoscenze in alto e riuscì a superare le difficoltà che, anche se minori, anche in Francia esistevano. Finalmente scovarono in un orfanotrofio un bambino biondo, simpatico, allegro di nome Alain G. di dieci anni che comprese la fortuna di essere adottato e quindi lasciare quel posto squallido. Educato, si presentò ai futuri genitori adottivi, parlava anche in italiano: “Spero di essere un figlio modello, cercherò di non creare problemi.” Intelligente ed anche furbo, la vita in orfanotrofio l’aveva scaltrito e così Leonardo e Giorgia, partiti da Messina in due tornarono in tre. Fu organizzata una festa di presentazione ai ragazzi del palazzo, Alain fu festeggiato dai coetanei soprattutto femminucce che apprezzarono il bel francesino. Alain fu iscritto in  un collegio di preti misto, fanciulli e fanciulle erano però separate in classe e fuori, era difficile incontrarle perché le venivano a prendere i vari parenti. Conclusione, Alain a sedici anni si trovò a far parte dei…falegnami ma la fortuna volle aiutarlo: Rosanna la vicina di casa con la quale si ricordava della sua patria di origine parlando con lei in francese, lo pregò di portare un regalo alla madre Gloria D., vedova di Ambrogio F. capitano di lungo corso sulle navi mercantili. La signora quarantacinquenne teneva molto al suo aspetto: ricca, si poteva permettere di frequentare istituti di bellezza ed anche la natura era stata benigna con lei, capelli biondi tirati all’indietro, viso volitivo, altezza media, longilinea dimostrava, con grande suo orgoglio almeno dieci anni in meno. Proposte di matrimonio a non finire solo che i soggetti erano spesso più anziani di lei mentre la vedova, senza vergognarsi, preferiva ‘merce’ fresca, talvolta anche troppo fresca! Alain si presentò a casa sua dopo essere stato preannunziato da una telefonata di Rosanna: “Auguri mammina mia, non ti domando l’età sia perché la conosco e sia perché non la dimostri assolutamente, ti manderò un regalino tramite il figlio di nostri amici, di nuovo auguri.” Alain era diventato un giovanottone alto, dal fisico palestrato, contento del suo  stato, insomma poteva essere appetibile per una ‘cougar’  amante dei toy boys. Gloria prima ammirò poi abbracciò Alain: “Sei un bel giovane, quanti anni hai?” “Alle signore ed ai giovani puledri non si domandano gli anni, nes pas? “ “Sei francese? Amo quelle vostre erre ‘arrotate,!” “Signora questo è il regalo di sua figlia, se non ha nulla da darmi per lei…” “Quanta fretta, hai la ragazza che ti aspetta?” “No, pensavo che in Italia le cose fossero più facili, avvicinare ragazze che mi piacciono è difficile, mi capitano delle ‘sgallettate,!” “Per stasera ti sequestro io, informo Rosanna, ti porterò a mangiare in un ristorante sul lago di Ganzirri, menù da favola, ti farà bene ti vedo un po’ magrolino.” “Si sbaglia madame, è il vestito, io vado in palestra.” e mostrò l sua muscolatura che fu apprezzata dalla dama che già aveva la pressione piuttosto alta. Si presentò il capo cameriere: “Gentile signora un altro nipote?” Gloria fece finta di non aver sentito, Alain invece ‘mangiò la foglia’, madame si accompagnava spesso con dei giovani, in fondo gli faceva comodo, ci sarebbe stato da divertirsi ed anche magari di qualche regalino, l’animo del ‘macrò’ si appalesò; cena all’insegna dell’allegria pregustando…Infatti, pagato il conto al titolare dell’esercizio Massimo M. che omaggiò la signora con tanto di finto baciamano, i due risalirono sulla Mini Countyman ed arrivarono soto il portone di casa di Rosanna.”caro son quasi le ventitré, è tardi per ritornare a casa tua, chiamo mia figlia, ti farò dormire sul divano del salotto.  Alain dentro di sé si fece un risolino, chissà quanti toy boy erano passati nel letto di madame anzi che sul divano. Previsione accertata: “Forse per te è più comodo nel mio lettone, l’ho fatto fare su misura, pure il materasso è confortevole!” “Madame capiamoci bene, anche se sono giovane non sono uno stupido, lasciamo perdere il lei e…” “Sei pure intelligente,va bene facciamoci una doccia e poi via alle grandi manovre, va bien?” “Très bien madame!” Gloria rimase quasi senza fiato vedendo il ‘ciccio’ in erezione di Alain. “Jamais vu un queue?” "Si ma non di queste dimensioni, aspetto  che lubrifico la cosina.” “Niente lubrificazione artificiale ci penso io.” Alain affondò la bocca sulla deliziosa chatte di madame la quale dopo poco cominciò a mugulare e dopo il primo orgasmo:”Ancora, ancora!” Arrivata a tre chiese l’alt. “Se seguito così domattina sarò uno straccio, un po’ di tregua.” “Niente tregua, andiamo al dunque, ti allargo la cosina  e poi pian piano… ma non devi lamentarti.” “Io invece mi lamento ma è un lamento piacevole, sei arrivato in fondo, al collo dell’utero, il tuo schizzo mi ha fatto provare una sensazione mai provata, sei un Dio.” “Sono pagano e seguace di Hermes a cui domattina debbo sacrificare qualcosa di importante, che mi consigli?” “Un bracciale, una collana, un orologio d’oro?” “Vada per l’orologio d’oro.” “Col tempo mi piacerebbe assaggiare anche il tuo culetto bellissimo, dovrebbe essere anche sensibile.” “Te lo puoi dimenticare con quel…con quel..insomma no!” “La scuola è terminata, quando vuoi puoi chiamarmi, mi piace quel ristorante sul lago di Ganzirri.” “Prima mi devo riprendere, ci vorrà del tempo sono distrutta anche se non vorrei lasciarti andare ma penso che Rosanna sarà in pensiero.” Rosanna non era affatto in pensiero anzi con il marito Gilberto si stavano facendo tante risate all’attivo in casa di Alain. “Cacchio, guadagni più di me al concessionario, in una notte un orologio Rolex d’oro!” “Se vuoi te lo regalo, posso averne altri.” Intervenne Rosanna: “Alain non esagerare, voglio bene a mia madre anche se conosco i suoi vizietti, vacci calmo!” “Dopo una settimana una telefonata di sera a csa di Gilberto: “Come sta Alain, sono preoccupata, è sette giorni che non lo vedo.” “Mammina anche non lo senti vero?” “Ti prego Rosanna passamelo, ho voglia…” “Di sentirlo, è qua:” “Bonjour madame, c’est un plaisir d’entendre vostre charmante voix, parlo in francese per non far capire quello che dico a questi due curiosoni che sono dinanzi a me, mi farò prestare una macchina da Gilberto per raggiungere casa tua.” “Te la compro io, scegli il modello.” “Non so che dire…” “Fatti consegnare l’auto e non dire nulla.”Alain dopo un’ora si presentò dinanzi casa di Gloria a bordo di una fiammante Alfa Romeo Giulietta rossa suonando il clacson. “Non fare stò casino, va bene che ormai i miei coinquilini ti avranno conosciuto, non che a me importi qualcosa ma…” Gloria aveva la faccia più bianca del solito,qualche ruga mai vista prima, Alain capì che qualcosa aveva turbato la sua amante. “Se ti va dimmi qualcosa.” “Preferisco stare in silenzio sul divano, stammi vicino, purtroppo …”Quel purtroppo voleva dire tante cose che Alain immaginò ma seguì l’indicazione di Gloria e rimase muto. Restarono sul divano sino a quando fuori si fece buio, Gloria accese il lampadario e: ”La verità è che è successo quello che non doveva avvenire, mi sono innamorata di te, mai accaduto in passato con nessuno, ho considerato la libertà in tutti i campi un bene assoluto, tu me l’hai tolta…” “Posso ridartela, me ne vado.” “Non fare il tonto, ormai sei nel mio cuore, dovrebbe essere piacevole ma ci sono tanti problemi in primis i trenta anni di differenza, oggi di parla molto  di toy boy, forse se li possono permettere le dive ma io non lo sono, mi conosco, non riuscirei a lasciarti, se tu riesci a trovare una via d’uscita…” “Già trovata, restiamo insieme per sempre, nessuno di noi due ha legami sentimentali con altre persone, avviseremo parenti ed amici e poi vivremo la nostra vita, io mi scriverò a medicina e poi in ginecologia, tu non hai problemi finanziari, certo devi pagarmi un pegno.” “Amore mio qualsiasi cosa, domani riprenderò la mia vita di prima, ritornerò giovane o meglio giovanile così non potranno dire che sono tua madre!” ”E per tutta conclusione…” “Conosco quel volgare sonetto, quella cosa te la farò lo stesso anzi ti voglio distruggere, è solo una brutta battuta farò quello che più ti piace.” “Bene, quinti sei fregata, una volta ti ho chiesto…” Gloria ricordò quell’episodio e: “Non ci pensare proprio mi faresti un male cane!” “Le promesse si mantengono…” “Ne riparleremo, ora pensiamo a cose serie.” Gloria ed Alain presero a convivere il giovane si era scritto all’Università con profitto riuscendo a dare tutti gi esami. Un episodio spiacevole accadde all’Università: dei giovani, la maggior parte figli di delinquenti lo presero a sfottere in quanto Alain non se la faceva con le ragazze come gli altri colleghi. Un mattina fu circondato da un gruppo di colleghi la maggior parte abitanti a Villa Lina, zona dove notoriamente risiedono le ‘facce tagliate’. “Collega niente femmine se voi ti presento qualche maschione!” e giù risate da parte di tutti. Alain, per istinto, si appoggiò ad un muro così non avrebbero potuto prenderlo alle spalle e poi:”Se tua sorella ha problemi mandamela!” Offesa insostenibile per un delinquente che partì con un pugno vero il viso di Alain il quale lo schivò ma piazzò un fortissimo diretto al viso dell’aggressore il quale si toccò la faccia, era tutto insanguinato ed aveva perso gli incisivi. “ Un silenzio generale. Alain: “Avete tutti visto che non sono stato io ad attaccare, mi dispiace.” E sparì dalla circolazione per evitare guai. Due giorni dopo un certo Annibale G., collega di Alain, gli si avvicinò e: “Senti voglio farti un favore, vai dal padre di quello che hai picchiato, raccontagli la verità, io testimonierò a tuo favore, quel tale è un boss di quelli importanti, spero che ti creda, si chiama….. ed abita in via….., buona fortuna!” Hermes stavolta aveva funzionato. Alain la mattina successiva si recò a quell’indirizzo, bussò alla porta: “Chi cazzo rompe i coglioni?” Come inizio non c’era male. “Sono Alain G. collega di Università di suo figlio, mi dispiace per quello che è successo ma lui ed i suoi amici per molto tempo mi hanno deriso dandomi del frodio, suo figlio ha cercato di darmi un pugno ma io sono pugile e l’ho preceduto, chiedo di nuovo scusa, non so che altro dirle.” “Giovanotto se hai detto la verità non avrai nulla da temere ma se…” Ad Alain fu sbattuta la porta in faccia ma il giovane era contento, forse aveva salvato la situazione, i delinquenti di solito si definiscono  uomini d’onore. Passando alle cose frivole, Alain ricordò a Gloria quella promessa…” “Non ricordo bene, non doveva essere una cosa importante.” “Io frequentando uomini d’onore lo sono diventato anch’io, quindi…” “Non essere cattivo, ci pensi a quel cosone nel mio popò?” “Ci penso e ci entrerò.” Più che altro era una battuta che Alain credeva finisse lì ma l’amore di Gloria era talmente forte che un pomeriggio: “Ho comprato un vibratore, prima entrerai con quello e poi tu…” “Non essere ridicola, non c’è piacere farti male.” “Per me è una prova d’amore, quello che purtroppo provo sempre più per te.” Per sottolineare il concetto Alain si beccò una cuscinata in testa. La signora si era munita di lubrificanti in farmacia e pian piano…”Mi pare di essere un chirurgo in sala operatoria!” Finita l’operazione con qualche urletto da parte di Gloria: “Ora mi sento tua moglie, sono tutta tua!” Minerva, da sempre nemica di Hermes, volle fargli  un dispetto: fece ammalare Gloria. Il malanno cominciò con una tosse insistente che i medici cercarono di curare come bronchite ma le cure non ebbero effetto finché un oncologo diede il suo verdetto: “Tumore di ultimo grado ai polmoni.” Naturalmente Gloria non fu informata, Alain sembrava impazzito: “Dottore mia moglie non ha mai fumato!” “La scienza non riesce in alcuni casi come questo come vengono delle infermità, l’unica cosa che possiamo fare è sedare la signora per non farla soffrire.” Dopo quindici giorni il decesso. Alain per il dolore non riuscì di andare al funerale, il tutto fu gestito dal suo amico Franco I. In seguito si scusò con gli amici ma il dolore era stato troppo grande. Alain si mise al collo l’immagine dell’amata attaccata ad una catenina e scrisse nel testamento che gliela  avrebbero dovuto lasciarla al collo anche da morto, un omaggio all’amore per la sua Gloria.
     

  • 04 ottobre alle ore 13:51
    Quella strana notte (raccontino)

    Come comincia: Quella notte sulla baia brillava una intensa luce di fuoco, mentre l' ultima nave era partita alle 23, come al solito, dal molo "antico", quello delle barche di pietra e delle sirene impazzite, verso terre lontane.
    Io, dopo aver letto l' ultima pagina de "Il rosso e il nero", dopo aver consumato voluttuosamente soddisfatto l' ultima cicca di un meharis alla menta e dopo strenua lotta con rognose mosche e zanzare letali, mi ero adagiato sul duro letto riuscendo finalmente a chiudere gli occhi.
    Vana illusione: infatti, dopo qualche godurioso minuto di sonno, un boato, secco ed intenso, mi svegliò!
    Feci per andare alla finestra, che era semichiusa, la aprii e mi affacciai sul balcone che dà sulla baia: non riuscendo, ahimé, a scorgere nulla!
    Allora decisi di restare affacciato ancora un pò, a godermi l' insolita atmosfera di quella notte; così restando, lanciai casualmente uno sguardo al cielo e mi balenò in testa un vecchio pensiero, anzi, un vecchio ricordo: tornai indietro nel tempo, cioè a quando ero bambino, e rividi la baia tormentata dai bombardamenti degli SS20 alleati, all' epoca della guerra trent' anni prima.
    Ebbene, ricordai che quei bombardamenti erano sì orrendamente spaventosi e spaventavano me come tutti i bambini, ma al tempo stesso illuminavano la baia a giorno, proprio come in questa strana notte di adesso!
    Allora, tra me e me pensai questo: - è scritto nel destino oppure nelle stelle, o forse da qualche altra parte, che il tempo, in qualche modo ed a suo modo, torni indietro e si ripeta, facendoci rivivere strane sensazioni, e strani ed impensabili dejavu, ponendoci di fronte a inconsueti refrain, sorprendendoci con bellissimi ed emozionanti flash-backs, con certosina dovizia mixati tra vita vissuta (passata) e presente?
    - Il tempo - pensai ancora - é proprio un furbo ed abile, infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, non c' è dubbio!
    Dopo tutto ciò, quasi senza accorgermene, eran venute prime luci dell' alba: a quel punto decisi di rientrare in casa dal "viaggio" di pensieri nel balcone; quindi mi adagiai sul letto, lo stesso duro letto di prima, e così finalmente riuscii a riaddormentarmi. 

  • 28 settembre alle ore 16:10
    La bellissima epopea del "Kent Rugby Melito"

    Come comincia: Ormai son passati 40 anni da quando l'epopea del rugby, che in quegli anni '76, '77 e '78, grazie al signor Gino Coco, di Reggio Calabria, titolare del negozio di abbigliamento "Kent", situato all'inizio del corso Garibaldi e coadiuvato da dott. Santo Dattola e dal dott. Antonino Minicuci, portò a Melito una ventata di aria nuova per quanto riguarda lo sport, finì improvvisamente, e finì male perché bisogna avere, anche nello sport, la mentalità abbastanza aperta per far sì che ci si possa distinguere dalle mentalità chiuse. Questo lo dico e l'ho già scritto negli unici due libri che fin'adesso ho pubblicato, dove faccio presente che per vendetta ad un quasi pestaggio ricevuto con una squadra di Pellaro (RC), la mia squadra, il Kent Rugby Melito, fu squalificata per parecchi anni e quindi, per questo motivo, dato che tutti abbandonammo o, come me, partirono per altri lidi per lavoro, questo magnifico sport finì prematuramente confermando come qui da noi spesso capita, alcuni sport nascono, si affermano e poi, per qualche motivo scompaiono. Detto questo, vorrei spendere due parole a riguardo la bontà di quella squadra che, con partite vinte e perse, però avvincenti, ha lasciato un bel ricordo a Melito e nel suo circondario ed anche fuori. Incomincio intanto a far presente che, tra tutti quelli che ci applicammo in quei 3 anni splendidi in quello sport ritenuto da noi strano, perché eravamo del tutto disinteressati, solo io e mio fratello Pietro avevamo praticato un altro sport, il calcio, senza però eccellere e quindi, insieme agli altri cercavamo il riscatto sportivo almeno in uno sport che sembrava violento ma non lo era, se venivano rispettate le sue regole rigidissime. In quella squadra avevamo appreso i primi rudimenti del rugby da un bravo allenatore romano, che aveva militato in squadre di Serie B ed anche allenato nella stessa Serie, il quale c’inculcò in breve tempo e devo dire in modo chiaro tutto quello che serviva per poter giocare ed iniziare il Campionato di Serie C ed Under 23, quello sport per noi fin’allora sconosciuto. La squadra era composta fortunatamente da elementi che, a dire dell’allenatore, erano fatti proprio per amalgamare la squadra ad hoc e cioè: giocatori alti (2° linee), bassi e robusti (1°linee, i piloni ed il tallonatore), bassi e veloci (mediani di mischia), di media altezza e veloci (mediani di apertura, attaccanti o “avanti” ed estremi) e giocatori che raggruppavano in sintesi un miscuglio delle peculiarità di tutti (le 3° linee). La squadra, in base agli schemi impartiteci dall’allenatore, veniva guidata dai due mediani, di mischia e d’ apertura (io, Lillo Sergi o Ninetto Coco e mio fratello Pietro Sergi o Pino Sarica che, in base anche alla nostra fantasia cercavano di aprire una falla nello scacchiere difensivo degli avversari e certe volte ci si riusciva certe volte no anche perché gli avversari erano molto più preparati di noi , avendo essi molto più anni d’esperienza di noi, cadetti alle prime armi che anche se dal punto di vista tecnico-tattico ancora eravamo inferiori, mostravamo una grinta ed una voglia di primeggiare, vincere, fuori dal comune e questo si notava quando, soprattutto il pubblico avversario ci applaudiva a scena aperta. Senza minimizzare gli altri ruoli che erano importanti perché gioco di squadra, il secondo ruolo, diciamo, che più garantiva la forza d’ urto nella conquista della palla e che erano i primi ad arrivare su di essa, essendo situati all’ esterno della mischia, erano le due 3°linee (Mario Lampada, Filippo Scapolla (che copriva spesso anche il ruolo di "pilone"), Pizzimenti (di Reggio Calabria) e tanti altri che si alternavano nel ruolo come Marcello Saitta, Peppe Minniti, Roberto Attinà, Masino Laganà e tanti altri che poi si aggregarono alla squadra il 2° anno. L’altro ruolo anch’esso di forte impatto nella conquista della palla erano i cosidetti “piloni” ed il “tallonatore” (Giovanni Cuzzucoli, Gulino, Gennaro Ambrosio, Franco Saitta) che oltre che conquistare la palla nelle “mischie chiuse”, dovevano arginare anch’essi gli attacchi degli avversari. Poi vi erano le 2° linee, (Roberto Minicuci, Mimmo Sgrò, Giancarlo Liberati ed altri del 2° anno come Santo Cuzzocrea, che erano praticamente i fac-totum della squadra e cioè erano quei giocatori dalle lunghe leve che, oltre a "legare" la 1°linea con le 3° linee nelle "mischie chiuse" per la conquista della palla, saltavano per prendere la palla nelle "touches" cioè nella rimessa laterale da dove poi, anche da lì partiva l'azione d'attacco. Azione d'attacco che veniva eseguita dai giocatori veloci, dai cosiddetti "avanti" (anche io, Ninetto Coco, Benedetto Fortunato (detto Apache), Francesco Schimizzi (detto "Marmitta") Paolo Nucera (detto Pilindio) e tanti altri, anch'essi del 2° anno come Dino Sgrò, Giuseppe Martino e Giovanni Caridi e dall'"estremo" Mario Andrianò (quasi mai infortunatosi e quindi quasi sempre presente) ed anche Romanò (detto Canguro, il quale si cimentava anche come attaccante) praticamente ruolo che fungeva come il "libero" nel calcio, ultimo baluardo alle offensive avversarie). Ecco, questi eravamo in larga parte coloro che hanno lasciato un bel ricordo di quello sport che, anche se non tanto amato per l'impatto visivo della durezza degli scontri fisici ma che per la nostra determinazione su ogni palla da conquistare, abbiamo fatto sì a far conoscere uno sport fin'allora non conosciuto dalla maggior parte della gente melitese e dintorni anche se allora a Reggio Calabria (motivazione principale del Presidente Gino "Kent" Coco a creare la squadra essendo un appassionato di rugby) la squadra della città militava in Serie A con qualche giocatore in Nazionale e qualche straniero di ottimo livello. Bel ricordo che, come detto sopra, si tramutò in brutto ricordo perché, alla fine, non è che noi si abbia fatto una bella figura compiendo la vendetta, dimostrando che nello sport questo sentimento non deve esistere perché sconvolge del tutto il termine "sportivo" che intende che una persona forte, solida e robusta dev'essere un combattente, un lottatore e non un vendicatore e comunque, il rancore, la vendetta non portano a nulla, di qualunque cosa si parli.

  • 27 settembre alle ore 14:20
    Professori ed alunni particolari

    Come comincia: Filiberto Castelli e Oriana Barale erano due insegnanti rispettivamente di lettere e di lingue nativi di Torino ed ivi residenti come si dice in gergo burocratico. I due rispettivamente: trentacinquenne il marito, trentenne la moglie senza figli per loro scelta, non amavano molto la loro città innanzi tutto per il clima che d’inverno portava alla malinconia e per l’apprezzamento del mare che dalla loro città potevano raggiungere dopo ore di auto. Di comune accordo avevano inoltrato domanda di trasferimento al Ministero della P.I. chiedendo di essere inviati in una città di mare. Con l’indispensabile spintarella, furono assegnati alla città ci Ancona dove, con l’aiuto di una agenzia di collocamento affittarono una villetta sul mare in via Fratelli Zuccari, dalla pigione un po’ costosa ma, per fortuna, i soldi non erano un loro problema. Era un luglio afoso ed i due insegnanti passavano la maggior parte del tempo in spiaggia con alle spalle il monte Conero, un posto suggestivo. Oriana aveva attirato l’attenzione soprattutto dei maschietti per le ridotte misure del suo due pezzi ma se lo poteva permettere considerato il suo fisico da modella, anche Filiberto non se la passava male col suo fisico di ‘uomo che non deve chiedere’, insomma una bella coppia. Il 15 settembre furono convocati dal preside del Liceo Scientifico Galileo Galilei, Arrigo Monaci, che dimostrò subito di essere un burbero dando a malapena la mano ai due nuovi insegnanti e: “Vi ho assegnati alla 2^ A, è una classe particolare nel senso che…insomma sono stati tutti promossi perché  figli di…non ho altro da dirvi, ve ne accorgerete di persona!” Filiberto e Oriana non avevano inquadrato bene la situazione: gli alunni erano raccomandati perché figli di papà o figli di persone poco per bene, in seguito l’avrebbero capito. Il primo giorno di scuola fatto l’appello, Filiberto ritenne opportuno iniziare con un ‘pistolotto’: “Voi certamente saprete che oltre all’istruzione ed alla educazione degli alunni, la scuola è impiegata in una costante valutazione dei giovani come incentivo del proseguimento del massimo sviluppo della personalità finalizzata all’orientamento verso una futura scelta di vita.”  Un alunno del primo banco alzò la mano: “Professore lei è nuovo e viene da un ambiente diverso dal nostro, perlomeno di questa classe, il conformismo non è per noi e quindi…” “In parole povere non credete a quello che ho detto, capiamoci subito io e mia moglie Oriana siamo di mentalità piuttosto libera ma dobbiamo conoscere con chi abbiamo a che fare, cominciamo subito, tu che hai parlato come ti chiami?” “Leonardo Famiglini.” “Bene Leonardo, siedi in cattedra al mio posto e parla del programma dell’anno passato per quanto riguarda le lettere, mia materia.” “Professore in tutta sincerità non ricordo gran che…” “Ho capito, per questa volta lo farò io e ho pensato a qualcosa di anticonformista: quello che mi ripeterà bene la lezione che io ho spiegato il giorno prima riceverà un premio!” Una generale battuta di mani, sempre il solito Leonardo: “Professore penso che ci intenderemo, l’insegnante dell’anno passato non riusciva a farci diventare piacevole la sua materia, con lei…” Gli alunni mantennero la promessa, si applicarono completamente allo studio tanto da meravigliare gli stessi genitori un po’ snob che vollero conoscere i due nuovi insegnanti. Il padre e la madre  di Leonardo diedero una festa un sabato sera nella loro villa in zona Barcaglione a picco sul mare, fantastica, a tre piani con annesso giardino e piscina, uno sfarzo di ricchezza ma anche di buon gusto. Era una serata dal clima temperato, gli invitati sciamarono nel giardino e presero a ballare: erano presenti venti alunni maschi ed altrettante alunne femminucce oltre ai padroni di casa e ai due professori. Ti pareva che Leonardo stesse da parte buono buono? Quando mai: “Professore le chiedo il permesso di ballare con sua moglie, ovviamente rispettando le distanze!” “Non mi sembri uno tanto rispettoso delle distanze, in ogni caso mi rifarò con la tua deliziosa mamma mi pare si chiami Gaia.” “È lei, buon ballo.” “Madame, ho ricevuto il permesso di ballare con lei da suo figlio, devo chiedere pure quello di suo marito?” “Non ce n’è bisogno siamo una coppia aperta.” Filiberto passando vicino a sua moglie si accorse che se la rideva a crepapelle, non volle domandarle il perché, solo la signora poteva spiegare quel riso, in fatto era che sul suo pancino si strofinava bellamente un ‘coso’ anzi doveva essere il ‘cosone’ di Leonardo arrapato più di un riccio arrapato. La festa fu un successo, alla fine, tutti i ragazzi e ragazze, un po’ brilli, lasciarono la villa contenti di aver trascorso una bella serata che ebbe le sue piacevoli conseguenze. Un giorno alla fine delle lezioni Leonardo con un sorriso a trentadue denti chiese di due professori di poter parlare con loro liberamente; aveva prenotato un tavolo in un ristorante vicino alla scuola. Finito il pranzo, abbondantemente ‘innaffiato’ da un eccellente Verdicchio dei Castelli di Jesi, Leonardo: “Signori professori, ormai abbiamo acquistato abbastanza confidenza da potermi permettermi di essere franco su un argomento piuttosto delicato. Ho riunito a casa mia tutti i miei colleghi chiedendo loro di impegnarsi nello studio ovviamente nei limiti delle loro possibilità, saremo la miglior classe dell’istituto quando invece prima…la novità sarà portata a conoscenza del preside che, in passato, non aveva nessuna considerazione di noi, ci considerava degli snob che era costretto a promuoverci senza meritarcelo per motivi che non sto a spiegarvi. Se riusciremo nell’intento diremo che è stato vostro merito e voi sarete considerati degli insegnanti modello e segnalati al Ministero della P.I., ci aspettiamo però un premio come da voi promesso. Preferisco non dirlo a voce i desiderata degli alunni, è una questione molto delicata, ho affidato la richiesta a questa lettera che potrete leggere a casa, nel caso non intendiate accettare la desiderata dei miei colleghi basterà che non ne facciate cenno, capirò  la vostra decisione e la comunicherò ai miei compagni.“ Un finto baciamano alla professoressa, una stretta di mano al professore ed ognuno a casa propria. Filiberto e Oriana non riuscirono ad aspettare l’arrivo nella propria abitazione per visionare lo scritto ed in auto Filiberto cominciò a leggere: ‘Egregi professori, abbiamo capito che siete delle persone magnifiche ed anticonformiste non come tutti i vostri colleghi chiusi nella loro mentalità retriva, la nostra richiesta è questa: ogni fine settimana un alunno maschio, il primo sarò io, contatterò sessualmente la professoressa ed una alunna femmina il professore, saranno scelti a sorte fra i richiedenti; tutti hanno giurato sulla cosa più cara che nessuno ne parlerà con altri non facenti parte della scolaresca, credete nella nostra lealtà, spero che…’ Filiberto e Oriana si guardarono in viso senza profferir parola, era in ballo la loro carriera ed anche di mezzo c’era l’aspetto penale per il fatto che alcuni alunni erano minorenni ma, nello stesso tempo, la proposta era eccitante, avevano la domenica per riflettere e decidere. Durante la notte Filiberto e Oriana ebbero un contatto fisico molto eccitante con tanti orgasmi come non succedeva loro da tempo, la situazione prospettata da Leonardo li aveva eccitati al massimo. Il lunedì mattina in aula Filiberto: “Ragazzi vi vedo sotto un altro aspetto, siete abbastanza maturi per capire che, accettando la vostra proposta io e mia moglie ci mettiamo nelle vostre mani o meglio…” Una risata generale siglò l’accordo. Il sabato mattina alla fine delle lezioni in aula c’era come, prevedibile, un clima particolare. Leonardo. “Come d’accordo, quale promotore dell’iniziativa avrò il piacere di essere il primo a …far compagnia ad Oriana, fra le ragazze è stata sorteggiata Elettra, tutti e due a casa dei professori oggi pomeriggio alle sedici, agli occhi degli estranei sembrerà che noi alunni siamo andati a ricevere lezioni private, in un certo senso…”risata generale. Pranzo frugale in casa Castelli e poi preparativi per…Per fortuna oltre alla matrimoniale c’era pure una camera per gli ospiti, ambedue le stanze furono sistemate come pure i due bagni, tutto a posto in attesa… Leonardo ed Elettra alle sedici precise si presentarono con i libri sottobraccio, nessuna curiosità da parte dei vicini, normali alunni per le ripetizioni. Elettra chiese: “Che ne dite di un po’ di musica, possibilmente un lento.” Fu accontentata e poco dopo le femminucce in reggiseno e mutandine i maschietti in slip dove già si notava un bozzo significativo. Il ballo durò poco, i quattro si ritirarono nelle relative stanze. Elettra bruna, altezza media, longilinea ben presto si presentò in costume adamitico con un ‘olè’ e cominciò a baciare il professore ma vista che il partner era già ‘armato’, scese in basso e dimostrò  la fama della provenienza dalla natia Bologna. “Non ti preoccupare prendo la pillola e se ti va andrei anche volentieri contro natura, la mia specialità!” “Si ma non lo dire al prete, non ti darebbe l’assoluzione!” ”Don Bellagamba è il primo ad andare a femminucce e poi io sono atea, niente più discorsi e… all’opera!” La ragazza era scatenata Filiberto si domandò se nella sua classe ci fossero delle vergini ma poi ricordò lo scrittore Stecchetti: ‘Noi siam le vergini dai candidi manti, siam rotte di dietro ma peggio davanti.’ Dopo un’ora: “Elettra, il tuo professore alza bandiera bianca e si riposa.” “Cucciolone mio sei stato un grande, ti farò pubblicità presso la mia colleghe! Andiamo a spiare tua moglie e Leonardo.” Aperto un spiraglio della porta della camera matrimoniale uno spettacolo da Kamasutra: madame a pecoroni riceveva un bell’uccello nel suo popò con gridolini non si sa se di gioia o di…Chiusero la porta, non sta bene spiare le signore. I due riapparvero dopo mezzora con la faccia imbambolata, ce l’avevano messa tutta nel senso che…Gli addii sono sempre tristi ma questo era un arrivederci anche se con altri partner. Ovviamente la notizia era trapelata fra tutti gli altri studenti della classe che accolsero con un applauso i due professori. Dopo Leonardo, per Oriana fu la volta di Samuele, di Tommaso, di Andrea e via via di tutti i maschietti, per Filiberto fu la volta di Aurora, di Isotta, di Selene ed anche per lui della maggior parte delle femminucce. Dopo che gli studenti ebbero ottenuto la maturità scientifica con voti eccellenti, i due professori pensarono che in fondo la loro permanenza ad Ancona aveva giovato a quei ragazzi e quindi la loro missione di educatori era andata a buon fine… Chiesero ed ottennero di ritornare ad insegnare nella loro Torino, un po’ di nebbia non aveva mai ammazzato nessuno!

  • 26 settembre alle ore 8:39
    L'aria di mare

    Come comincia: Che c'è di più bello che arrivare sul luogo prescelto, per piazzare le canne da posta ed insidiare qualche bel esemplare di orata o sarago, mentre il sole fa capolino da dietro qualche pezzo di montagna e mentre un venticello dolcemente ti rinfresca quando, trafelato, incominci ad adoperarti per lanciare in acqua le esche belle fresche e prelibate.
    Te la gusti quell'aria rigeneratrice soprattutto se la notte caldissima t'ha infuso una tal stanchezza da non farti dormire...
    Sì... ci vuole proprio perché ti rianima, così fresca e delicata.
    Sì...mi deliziano tantissimo quei soffi d'aria salata che sanno di mare e mi fanno anche meglio respirare da quando non fumo più.
    Devo dire che quell'aria salmastra sempre portata da un venticello gradevole che ti sferza il viso è anche una bella compagnia perché, anche se solo, non mi son mai, e dico mai, sentito solo.

  • 24 settembre alle ore 8:27
    Il giardino di Ada

    Come comincia: Le onde si infrangevano sui suoi pensieri, come lame affilate… quasi a ritorcersi sul suo ostinato negarsi al passato.
    Ada, come le orme fatue sulla battima, cercava di lasciarsi alle spalle le beffe della vita.
    Era sola, ma non si sentiva tale. Con gli anni e le varie traversie sentimentali che avevano imbastito diverse fasi della sua vita, aveva deciso di allearsi con quell’isolamento, che tutti, specie gli amici e colleghi le rimproveravano.
    In particolare Anna, una sua collega insegnante, le sottolineava con palese dissenso, la sua indissolubile rassegnazione che ormai perdurava da ventotto anni.
    Più volte Ada si era soffermata sul significato del destino, voleva crederci… voleva credere in modo assoluto, nell’incanto dei sentimenti e dei buoni valori che fino ad allora, pochi eletti come i suoi predecessori, avevano avuto l’occasione di vivere.
    L’anno scolastico stava per giungere al termine e lei, da tutti designata come un insegnante un po’ fuori dalle righe, per il suo modo eccentrico e spensierato di insegnare, pensava ad un saluto speciale per la sua terza liceo, che da li a poco si sarebbe approcciata agli esami di maturità.
    Era una classe speciale diversa dalle altre che aveva ereditato precedentemente.
    Molti dei suoi studenti avevano riversato su di lei un insolita confidenza, cercando più volte, attraverso le sue esperienze, di avere risposte esaustive e confortanti sulle loro visioni distopiche.
    Col pensiero, Ada li aveva sempre accarezzati in quel loro dimostrarsi fragili, esageratamente introspettivi e si arrabbiava dentro di se per una società distorta, disgregata da prepotenti confronti esistenziali e da logiche contemporanee preconfezionate per un obbligato quieto vivere.
    Spesso si trovava in difficoltà in quel ruolo di pseudo psicologa, di risolutrice di rebus complicati, ma capiva anche l’importanza del suo riferimento, di quel ruolo salvifico che i suoi studenti le attribuivano.
    Pensava a cosa sarebbe stato di loro, dei loro sentimenti e dei loro sogni…un domani, in una quasi virtuale quotidianità.
    E comparabilmente associava a questo loro insaziabile interrogarsi, le sue pregresse disillusioni; cercava un nesso, un parallelismo intuitivo/ profetico che avrebbe salvato lei da una ristagnante rassegnazione e i suoi ragazzi da una squallida solitudine.
    I giorni volavano, le sue cognizioni culturali a cui spesso si aggrappava per lenire le sue paure, le sfuggivano come pesci guizzanti nell’acqua.
    A quale pensiero filosofico o letterario abbarbicarsi, quale insegnamento spirituale poteva assolvere  questi dubbi?
    In questo rimuginare palinodico, si acutizzò in lei un perfetto dualismo esistenziale tra il pensiero di Socrate e quello di Hannah Arendt. Entrambi, con veemenza, più di altri si erano chiesti il perché della fragilità di certi valori, della mente umana, dell’omologarsi a tutti i costi al più forte, a certe mode per poi mortificare prima noi stessi e poi cinicamente gli altri.
    L’ultima sua lezione per quell’anno, era alla prima ora. Arrivò presto con la sua solita cartelletta vissuta, in un tubino celeste tenue, quasi a voler emulare un cielo limpido, sgombro da qualsiasi presenza oscura o disarmanti paure.
    L’aula era ancora vuota e ne approfittò per lasciarsi andare all’irrefrenabile desiderio di accarezzare quei banchi scarni e allo stesso tempo, eccellenti custodi delle loro emozioni.
    Quante cose avrebbero raccontato se avessero potuto parlare e quante vessazioni, distinte da pasticci e orripilanti scritte avevano sopportato. Nel loro composto silenzio avevano subito le loro rabbie, i loro sotterfugi e i plateali sfoghi.
    Ada li guardava con tenerezza e si associava un po' a quel loro gravoso ruolo di sacrificale accoglienza.
    Il brusio dei suoi studenti nell’accomodarsi in classe, però,la distolsero repentinamente da quelle intricate analogie e si concentrò sulla sua delicata missione. Salutò tutti con evidente commozione e con altrettanta emozione, dopo un profondo respiro, iniziò a dispiegare quei concetti che aveva ben legato alla sua mente, come vele agli alberi di una nave.
    «Cari ragazzi, oggi sono felice come non mai di condividere questo momento insieme a voi. Siete bellissimi… dalla mia cattedra, vedo dei fiori, dei fiori delicatissimi che stanno per dischiudersi alle intemperie della vita. Tante volte vi siete affidati alle mie esperienze e al mio paziente ascolto, nella speranza di trovare risposte immediate. Non so se sono riuscita a trasmettervi le chiavi giuste per aprire quel buio che spesso vi attavanagliava…spero, però, di avervi trasmesso la volontà del coraggio.
    Non siate fragili,non omologatevi alle ideologie e agli pseudo valori degli altri, ma abbiate il coraggio di credere nel vostro “io”. Quell’io che esiste fin dalla nascita e che pian piano perdiamo inconsapevolmente, perché crediamo che il più forte sia chi segue la massa e la stupida esteriorità. Gioite del vostro essere, del vostro imperterrito incuriosirvi, delle vostre insicurezze e delle vostre sconfitte, perché dalla loro consapevolezza rinascerete più forti e dispensatori di bellezza.
    Quando vi sentirete soli, disarcionati, ricordate Socrate e la sua caparbietà nell’insegnarci la valenza del nostro essere, prescindibile da ogni inquinamento esteriore. Abbiate sempre il coraggio di ascoltarvi, di inseguire i vostri sogni, i vostri desideri e abbiate misericordia dei vostri errori quanto degli altri.
    Se riuscirete a ritrovare quella libertà di essere indulgenti con chi vi ha fatto del male cercando di scavare nei perché nei loro comportamenti, troverete più gioia nei vostri cuori e più forza nelle vostre azioni. Custodite intensamente i concetti della Arendt…la quale ha saputo spiegare, con invidiabile sfida verso  radicati e finti moralismi, come un impossibile perdono verso chi ci ha fatto del male, possa costituire lo specchio delle nostre fragilità e perpetue precarietà. Se noi riusciamo ad intravedere i limiti degli altri nei nostri, solo allora potremmo ritenerci all’altezza di questa vita e delle sue imprevedibilità.
    Vorrei augurarvi tante cose, ma sono consapevole che sarebbero concetti desunti da ovvie circostanze, rischiando anch’io di omologarmi a tutti coloro che sfacciatamente dispensano consigli sul vostro futuro.
    Spero, anzi, promettetemelo, che portiate nel cuore questi concetti e che vi siano di conforto in quei momenti in cui cercheranno di sottrarvi la vostra purezza e unicità.
    E siate profumo di vita per voi e per gli altri come io ho cercato di esserlo con voi.»
    Un lungo e scrosciante applauso pervase l’aula, spezzando quel consueto silenzio mattutino che per diversi mesi scolastici, aveva accompagnato il loro percorso didattico.
    Tutto era così bello e vivo e la commozione dei suoi ragazzi, Ada l’avrebbe custodita sempre nel suo cuore, come un giardino rigoglioso di fiori profumati.

  • 23 settembre alle ore 17:29
    Alberto e il popolo

    Come comincia: Popol beota,
    dalla mia nuvola ti vedo, ti sento, ti disprezzo
    Vedo:
    Idioti che ascoltano di sotto al balcone oratori tronfi, ignoranti ed in malafede; creduloni che seguono un feticcio di gesso chiedendo miracoli che solo la loro mente può dispensare;
    religiosi che condizionano pesantemente i politici ben sapendo che, senza il loro consenso, avrebbero ben poche possibilità di venir eletti dal popol ignorante;
    sciocchi che seguono gli insegnamenti di scribi e farisei disonesti;
    uomini e donne senza personalità che militano sotto la bandiera di capi popolo;
    invasati che, per punirsi di ipotetici peccati,si flagellano ed usano il cilicio e mostrano le loro piaghe;
    mafiosi, camorristi e ricercati dalla legge vivono in rifugi circondati da statue di santi, di madonne e di crocifissi convinti che per loro si apriranno le porte del Paradiso;
    falsi benefattori che, in cambio di aiuti umanitari, cercano di convertire alla propria religione poveri malati affidati alle loro cure (vedi madre Teresa di Calcutta);
    prelati che applicano il metodo spiccio di un famoso santo: ‘prevenire punendo’ per mettere a tacere i recalcitranti onesti che non  accettano ingiustizie;
    capi religiosi che ‘somministrano’ ovvii ammonimenti ma nello stesso tempo non permettono di fare indagini su delitti rimasti impuniti perché commessi all’interno del loro territorio;
    preti che, non potendo sfogare i loro istinti sessuali con donne, distruggono la vita di poveri bambini e bambine affidati alle loro cure;
    lo I.O.R, banca del diavolo che ha maneggiato denaro di mafiosi, di venditori di morte e di massoni cattolici (Marcinkus docet);
    la chiesa cattolica, non democratica che non accetta suggerimenti di adepti che sono solo libero solo di approvare le sue decisioni: è ‘statolatria’;
    il rancore ecclesiastico  è come la mula del Papa che ha aspettato sette anni per assestare il suo calcio di vendetta;
    padre Pio che fu dichiarato dal sant’uffizio’mistificatore pericoloso e corruttore dei costumi’. Ora, in suo nome, la Chiesa incassa miliari di €uro offerti da creduloni cattolici;
    la moralità del Vaticano infestata di intrighi e corruttele. Per le promozioni impera l’indecenza della clientela e della raccomandazione. Due sono le categorie che hanno bisogno di un protettore: le ‘belle di notte’ed i monsignori  ansiosi di fare carriera;
    l’interrogativo che tutti gli onesti si pongono: “Fu vero morbo che li stecchì” riferendosi a Papa Luciani ed al cardinale Villot;
    i poveri di spirito che credono a fatti inspiegabili che, invece, sono spiegabili dalla scienza (madonne che piangono o sanguinano) e che versano oboli a furbacchioni in mala fede;
    che in tempi men leggiadri e più feroci i ladri si impiccavano alle croci; ora in tempi men feroci e più leggiadri le croci al collo se le appendono i ladri;
    che avviandosi al tramonto il sole, coprendosi dietro ai monti all’orizzonte, arrossirà per tutto ciò che di cui l’han fatto spettatore i credenti di tutte le religioni.
    Popol beota svegliati, se sei capace!
     

  • 22 settembre alle ore 20:50
    Amo il mare… immensamente

    Come comincia: Approfittando di una splendida giornata di sole, decido di andarmene al mare per pescare, attualmente il mio hobby principale che mi aiuta anche tanto in questo periodo molto triste e difficile.
    Solitamente, non so descrivere cosa provo ogni volta che mi avvicino alla spiaggia…è un’emozione grandissima ed è come se ci andassi per la prima volta.
    Vedere il mare così splendido nei suoi colori all' orizzonte fondersi con il cielo, mi fa sentire più vivo, felice, libero.
    Dopo qualche ora, mirando l’Etna che mi fa compagnia ormai da tantissimi anni, mi sollazzavo a passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia mentre le piccole onde mi bagnavano i piedi con quell’acqua ancora fredda che mi rinvigoriva e con la brezza che delicatamente mi accarezzava il viso.
    Ah… come avrei voluto stare ancora per altre ore ed ore… non l' avrei mai lasciato e questo mi capita sempre ma purtroppo dovevo andare, consapevole come sempre che ancora tanti giorni simili si ripeteranno, se Dio vorrà, come succede già da tempo ormai lontano.
    E’ anche il mio unico e vero confidente perché lì in spiaggia gli affido i miei pensieri ed anche per questo devo dire che anch'esso, come il Mongibello, è un'ottima compagnia.
    Sì… come amo la vita, il mondo, io amo il mare… lo amo immensamente.
    Mi piace sempre rimanere lì, estasiato nella mia piccolezza a completare la sua bellezza e maestosità.
    Per me questo è vita e me lo trasmette sempre con il suo continuo movimento, quasi a volermi dire continuamente: “Vai avanti Lillo… la vita continua… non ti devi fermare… fai come me”.

  • 22 settembre alle ore 9:27
    Tacci tu sono tre fratelli indù

    Come comincia: È arcinoto che i romani, per smitizzare anche le situazioni più scabrose, usino un spirito popolaresco, talvolta anche un po’ greve. Invece di usare la brutta imprecazione ‘Li mortacci tua’ si inventarono una canzonetta: ‘Tacci tu sono tre fratelli Indù’ in cui quella popolazione non centrava un fico secco. Talvolta quello spirito può portare a situazioni spiacevoli come quando Alberto M., studente di ragioneria abitante in via Conegliano, una traversa di via Taranto a Roma, ne combinò una delle sue. Gli piaceva da matti Rosina ragazza dal volto raffaellesco  figlia di un giornalaio con edicola vicino casa. La ragazza, educata in un collegio di suore, anche dinanzi ad un semplice complimento diventava rossa in faccia con evidente suo imbarazzo, ormai a diciotto anni poteva e doveva considerarsi donna ma… Alberto, la cui mente era sempre in evoluzione per inventare storielle e canzonette  non proprio castigate, una mattina pensò di cercare di smuovere la ragazza dal suo torpore sessuale con questa, come chiamarla, storiella: “Cara hai Tempo?” “Si” della giovane, “Grazia?” “Anche quella” e “Mani di Fata?” “Eccole tutte e tre.” “Che ne dici di farmi una sega?” Stavolta Rosina invece di cambiar colore in viso in rosso diventò pallida come un morto, Alberto capì che aveva esagerato e, per non combinare altre gaffes sparì dalla circolazione. Una mattina  vide da lontano il padre della cotale che gli faceva dei gestì, capì che Rosina si era sbottonata col genitore e prese il largo, ogni volta invece di passare dinanzi all’edicola, faceva il giro del palazzo, il cotale era un signore non tanto signore, assomigliava più ad un carro armato…Alberto, diciottenne,  trasferito, diciamo d’ufficio, da Jesi in quel di Ancona a Roma presso la zia Armida professoressa di lettere con sede fuori Roma e presso la nonna Maria proprietaria di terreni nell’alto Lazio, frequentava il quarto ragioneria presso l’Istituto Tecnico ‘Leonardo da Vinci’ vicino al Colosseo; sogni tanti, soldi pochini perché la nonna Maria, la paperona della casa, tramite la portiera-spia aveva saputo che l’amato nipote aveva preso a fumare e quindi: taglio dei ‘viveri’! Alberto per mettere da parte venti lire, allora non c’era ancora l’€uro, si faceva a piedi circa due chilometri per arrivare a scuola passando per ‘lo stradone’, altrettanti soldi per il ritorno. Ovviamente doveva farsi riparare le suole delle scarpe con grandi interrogativi da parte dell’ava Maria. La domenica il guadagno maggiore: duecento lire incassate senza andare al cinema Golden o meglio il film lo vedeva lo stesso ‘aiutato’ da una ‘maschera’ che abitava nella sua scala. Un giorno il nostro prode si domandò se era il caso di far tanti sacrifici per fumare le sigarette ‘Sport’, da ragazzo intelligente si rispose che era una ‘str…ta’ e dopo l’ultima fumata decise di farla finita, almeno gli rimanevano dei quattrini in tasca per altri scopi, primo fra tutti la frequentazione di una ‘casa’ in via Cimara; per i non pratichi di Roma si trattava di una ‘casa chiusa’ ma popolata di ‘signorine’ disponibili, insomma un ‘casino!’ Poteva considerarsi un bel giovane, alto oltre la media, robusto ma non grasso, spesso sorridente, non molto elegante per motivi finanziari si fece apprezzare dalla maÎtresse che non gli faceva pagare l’ingresso e da qualche signorina che, avendo ‘contatti’ con un bel giovane invece di qualche vecchio bavoso e gli faceva pagare solo la ‘marchetta’ semplice, insomma sfruttava in qualche modo il suo fisico. Ma nella mente del giovane c’era sempre Rosina che per una stupida battuta si era inimicata. Alberto era un fantasioso; pensa e ripensa che gli viene in testa? Per ‘recuperare’ e far sorridere la ragazza, ricordando il detto francese: ‘donna che ride è già nel tuo letto’ si inventò di presentarsi alla baby con sul capo un piccolo cestino pieno di cenere. Scrutato dal balcone che la ragazza era sola in edicola, con calma si presentò a lei in lacrime, si mise in ginocchio e, piegando la testa, fece cadere la cenere in terra. “La mia anima è profondamente triste, chiedo perdono oltre che a te anche a Dio (la ragazza era religiosa) sono stato un imbecille con una sciocca battuta, vorrei…” “Vorresti prendere un sacco di botte, da lontano vedo mio padre, ficcati sotto il balcone furbacchione!” “L’omone: “S’è visto quello sciagurato?” “No papà, ti avviserei.” Quella situazione fu favorevole ad Alberto per due motivi: il primo perché aveva evitato di far visita al vicino Ospedale S.Giovanni e la seconda che Rosina, avendolo coperto, aveva dimostrato che in fondo il giovane non gli dispiaceva. “Non lo fare ancora perché la prossima volta non ti aiuto e vedi come ti finisce!” “Io spero finisca bene, ti aspetto domani pomeriggio,  quando di solito c’è tuo padre in edicola, nei giardinetti di via Aosta, ciao.” Alberto sparì in fretta per non dar modo alla ragazza di replicare.” Le quindici, le sedici, le diciassette ormai Alberto comprese che gli era andata buca, stava per ritornare a casa quando spuntò Rosina: “Son qui dalle quindici, volevo constatare quanto ci tenevi a me, non m’è dispiaciuto farti aspettare.” “Io sono contro la violenza ma un paio di sculacciate te le meriteresti.” “Lo faresti per toccarmi il sedere, con me avrai capito niente da fare, tutto dopo il matrimonio!” “Ma io non ti ho chiesto…a me basterebbe passeggiare con te, mi piacerebbe andare a Colle Oppio, sapere qualcosa della tua vita e raccontarti qualcosa della mia.” “Vedrò, dammi il numero di telefono di casa tua.” Passa un giorno passa l’altro il telefono non squilla o meglio le telefonate non erano dirette a lui, stà figlia…L’imprevedibilità era propria di Rosina, Alberto se ne accorse quanto suonò il citofono a casa sua, pensava ad un suo compagno di scuola invece, sorpresa: “Sono Rosina, sbrigati a scendere, ho poco tempo!” Maledetta, l’aveva tenuto sulla corda per una settimana, gliela avrebbe fatta pagare…ma quando mai, ogni giorno la desiderava di più. Sceso in strada, frettolosamente girarono il vicolo per appartarsi in una strada laterale. “Ti diverti non è vero? Adesso basta, ho la testa confusa e non combino quasi nulla a scuola “Io non voglio frequentare un ripetente, ciao.” Alberto la prese per le braccia e gli mollò un bacio, pensò o la va o la…la andò, Rosina partecipò attivamente al bacio che, come conseguenza portò all’aumento del volume dei pantaloni del signorino il quale paventò che la ragazza l’avrebbe presa male. Ma quale male, Rosina si fece una risatona: “Ti vergogni perché ti sei eccitato, io non saprei che farci con una m…ia moscia.” A questo punto Alberto si sbilanciò: Altre che studio presso le monache tu…” preferì fermarsi, voleva dirle che lei aveva appreso i rudimenti del sesso presso una maîtresse! Come prima volta non era andata male, Alberto voleva presentare la ragazza alla nonna Maria vero deus ex machina di quella casa, venne alla conclusione che, siccome la vecchia era una gran lettrice di Liala sin da quando era giovane, si procurò due libri di quella autrice ed alla nonna Maria: “Ho detto all’edicolante qui sotto che sei una  lettrice di Liala, ha procurato tre suoi romanzi inediti e vorrebbe portarteli.” Nonna Maria era al settimo cielo: “Falla venire domani pomeriggio, le offriremo the e pasticcini.” Questa volta puntuale alle quindici Rosina si presentò con i libri incartati con carta  regalo. “Gentile signora un omaggio per lei.” “Ti ringrazio figliola, non pensavo che questo sciagurato di mio nipote avesse come amica una così deliziosa ragazza, fra l’altro fuma pure!” “No signora ha smesso per amor mio.” La nonna si tolse gli occhiali da vicino per squadrare meglio la giovane, non era una sciocca, capì che fra i due c’era già del tenero. “Mi piacerebbe avere dei nipotini ma pare che stò signore non abbia la testa a posto.” “Ci penserò io a metterlo in riga, intanto è stato promosso con la media del sette agli esami di ragioneria!” “Nonna non ti avevo detto nulla per farti una sorpresa…” “Forse mi sono sbagliata o è questa ragazza che ti ha cambiato, come ti chiami?” ”Rosina come mia nonna.” “Prenoto il nome di Maria se sarà una femminuccia!” Rosina amava le sceneggiate anche se talvolta potevano finir male, si fece trovare dal padre dentro l’edicola in compagnia di Alberto e prima che ‘la montagna’ passasse a vie di fatto: “Papà mi sono fidanzata, questo è tuo genero Alberto.” Stupore è una parola inadeguata al viso del futuro suocero, si guardava intorno frastornato, “Figlia mia, ho una certa età, mi hai scioccato, vuoi diventare orfana?” “No papà io e Alberto faremo felice la nonna di Alberto Maria dandole il suo nome se verrà una femminuccia e te se sarà un maschietto, si chiamerà come te Ferdinando, diminutivo Nando, contento?” “Sono diventato troppo vecchio, io sti giovani…”
     

  • 21 settembre alle ore 21:55
    Targa alla carriera

    Come comincia: Da Roma arriva una targa alla carriera al poeta cefaludese Cesare Moceo di Redazione21 settembre 2018 Una targa alla carriera al poeta Cesare Moceo. A consegnarla l’Associazione Culturale “I Rumori dell’Anima” di Roma nel corso di una cerimonia che si è svolta sabato scorso 15 settembre presso il Castello di Genazzano. Al poeta cefaludese è stata consegnata una targa alla carriera e la pubblicazione in una antologia che raccoglie tanti poeti contemporanei. Fondata da Paola Bosca, poetessa e scrittrice insignita tra le altre anche di una onorificenza dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nell’anno 2010 l’Associazione Culturale no-profit ‘I Rumori dell’Anima’, in questi anni si é dedicata ad Eventi e Concorsi quasi sempre impegnati per la beneficenza, con la passione e l’entusiasmo che l’ha sempre contraddistinta ma soprattutto la consapevolezza di dare sempre il meglio. Nel giugno 2014 le sono stato accordati i Codici IBSN per usufruirne come Casa Editrice e fino ad ora sono stati editati circa 25 libri, tra Antologie ed Autori vari, con la registrazione nelle biblioteche nazionali. Precisa la dedica che si trova nella targa consegnata a Cesare Moceo: «…per un percorso poetico che scaturisce dalla storia personale del Poeta ma che si rende universale e umanistico poiché archetipo di quell’arte impegnata che é profusa a favore dei più deboli e dei perseguitati,senza dimenticare che l’amore é l’ancora salvifica (Bruna Cicala poetessa)».

  • 21 settembre alle ore 16:56
    Alberto thinks

    Come comincia: What happens when I have nothing to do or better, I do not want to do anything? It's summer, I lie on the sofa, belly in the air, pillow under the head I admire the landscape looking out of the balcony, a landscape that is familiar to me but that I always find pleasant and relaxing. Nude, I look 'ciccio' at rest (rest sometimes interrupted by some ... resurrection, (With the passing of the years you become philosophers!) I stretch like a cat just aroused, I hear the Apatheia (memory of the classic) and I understand not be satisfied with the life that I lead.In truth reasons of contentment I do not have many: my wife, in menopause, says to love me madly but as soon as I try to put in his mouth a little tits, makes the cat unavailable in front of a horny cat. Tata, neighbor, my secret dream, he replied that 'nun is tripe pè cats' even with the offer of ten thousand € uro thinking that I do not have them, in fact I do not have them! It's just my optimism that helps me overcome daily breakdowns, while I'm alive, some of my colleagues have moved from vertical to final, horizontal, others sadly dragging on talking about diseases, others say they have reached the peace of mind, a pro that's what I do not want to think about, how do you live without the sweet 'chatte'? But my constant fantasy is the delicious Tata, I see her smile, little lines around her mouth, eyes ... with the usual expression 'Try to leave' I told her the story of a disavitant fan who, during a cruise, with remarkable face tough, manages to make a princess while the other fustacci go in white well. I did the end of the others: total white! Mò mè I know broken, that you'll never have more of the other girls? Golden fluff, lapis lazuli on the lips of the 'cat'? But see you go back to ...

  • 21 settembre alle ore 16:42
    Alberto svegliati!

    Come comincia: Ti vedo camminare ondeggiando dolcemente, deliziosamente con un pizzico di erotica signorilità come fossi avvolta in una nuvola trasparente che ti appalesa alla gente ma ti distacca dai mortali non degni di te.
    Il corpo longilineo avvolto in un tailleur che mette in risalto le tue fattezze da dea: vita stretta, gonne sotto il ginocchio, trucco discreto, sguardo fisso davanti che sorvola la gente, imperscrutabile, inaccessibile, lontana da tutti.
    La borsa sotto il braccio, il mini cagnolino zappettante a lato, sguardi mascolini di ammirazione non ricompensati da sorrisi di compiacimento, algida.
    Talvolta volutamente non ti trucchi, una civetteria per dimostrare che, anche al naturale, sei sempre splendida, basta un cappellino o un foulard per farti sembrare diversa.
    Conoscendo i tuoi orari ti seguo, una sofferenza.
    Mi arrovello la mente per inventare un appiglio plausibile per parlarti, mi vesto in maniera elegante ma sobria come penso sia di tuo gradimento, anche se mi hai notato non l'hai dato a vedere.
    Ti soffermi davanti alle vetrine dei negozi, naturalmente quelli di lusso, ma non trovo alcun pretesto per sostare dinanzi ad un emporio con abiti esclusivamente da donna e mi allontano sconsolato.
    Una cosa ho osservato: posteggi sempre in divieto di sosta, al ritorno togli dal parabrezza della Jaguar il foglietto della contravvenzione lasciandolo cadere a terra con noncuranza.
    Quando ti sogno non oso immaginarti in posizioni erotiche, mi accontento di lievi baci sul viso e sul collo, non penso nemmeno lontanamente a sfilarti la camicia da notte, sei troppo signorile per mettere in atto comportamenti disdicevoli.
    La fine di questa favola? Un giorno camminando dinanzi a me le cade una rivista dalle mani, la raccolgo e gliela porgo con un timido sorriso...
    "'A 'mbecille, so dù mesi che me venghi appresso, che cazzo aspettavi?"
    Alberto sei stato proprio un imbecille, per due mesi...
     

  • 21 settembre alle ore 16:40
    Alberto, wake up!

    Come comincia: I see you walking, swaying sweetly, delightfully with a pinch of erotic gentility as if you were shrouded in a transparent cloud that appalesa people but detaches you from mortals unworthy of you.
    The long-limbed body wrapped in a suit that emphasizes your goddess features: narrow waist, knee-length skirts, discreet make-up, staring gaze that flies over people, inscrutable, inaccessible, far from everyone.
    The bag under the arm, the little dog hoeing to the side, looks masculine admiration not rewarded with smiles of complacency, icy.
    Sometimes deliberately you do not tricks, coquetry to show that, even in the natural, you're always beautiful, just a cap or a scarf to make you look different.
    Knowing your schedules I follow you, a suffering.
    I brave my mind to invent a plausible foothold to talk to you, I dress elegantly but soberly as I think it is to your liking, even if you noticed me you did not give it to see.
    You stop in front of the shop windows, of course the luxury ones, but I do not find any excuse to stand before an emporium with clothes exclusively for women and I turn away disconsolate.
    One thing I have observed: parking always in a no parking, on the return remove from the windshield of Jaguar the leaflet of the contravention letting it fall to the ground carelessly.
    When I dream of you I dare not imagine you in erotic positions, I settle for light kisses on the face and neck, I do not even remotely slip out the nightgown, you are too elegant to implement unbecoming behavior.
    The end of this story? One day walking in front of me a magazine falls from his hands, I pick it up and hand it to him with a shy smile ...
    "'Dummy, I know for months that I come along, what the fuck were you waiting for?"
    Alberto you've been a dummy, for two months ...

  • 21 settembre alle ore 9:49
    Inviti misteriosi con sorpresa

    Come comincia: Beatrice: “Leonardo il figlio del padrone del magazzino dove lavoriamo mi ha telefonato invitandomi ad un piconik nel suo bungalow ad Ostia; ho accettato, si tratta di un bel ragazzo, educato e poi è figlio del padrone ma non ho capito che cavolo intendeva!”  “Mia, mi vien da ridere, anche Alessio un suo amico mi ha fatto un invito analogo, evidentemente erano d’accordo, un invito ad un vichiend al mare, vacci a capir qualcosa ma non vorrei o meglio non vorremmo far la figura delle ignoranti, cioè quelle che siamo ma…” Bea era alta, bionda, longilinea, signorile, una modella, Mia buna più piccolina, stretta di vita, bel seno e  belle gambe e dallo sguardo promettente! “Bea l’appuntamento è a S.Giovanni vicino a casa mia alle dieci di domenica, siamo in luglio e quindi ci vestiremo leggere portando quel mini costume brasiliano che abbiamo acquistato.” “Non ti sembra eccessivo, i due giovani ci possono prendere per…” “Á cosa, io son più confusa de te, sai che ti dico:  me faccio un bidet, non si sa mai!” “Esagerata lo sai che la prima volta non la  si molla mai, fa tanto mignotta e noi…” “Noi non lo siamo ma se c’è dell’interesse in senso…” “Cara in tutti i sensi, non siamo puritane e lavoriamo come commesse per quattro soldi pure il sabato e quindi…” Alle dieci precise una Jaguar X Type si fermò alla fermata del tram 16 dove le due ragazze erano in attesa. “Bellissime, a bordo!” Chi aveva parlato era Alessio, alto, bruno, magro e dal sorriso affascinante, Leonardo più basso era biondo, robusto per frequentazione di palestra e dallo sguardo tenebroso. “Una davanti ed una dietro, Mia a mio fianco ma non mi distrarre mentre guido…sto scherzando, siete deliziose, è un  complimento ben meritato.” Parcheggio nei pressi della spiaggia, un viottolo  conduceva ad un bungalow bellissimo: aria condizionata, due letti matrimoniali divisi da un paravento, un tavolo con sedie da otto, in fondo un cucinino ed il bagno, un piccolo appartamento! “Ragazze sceglievi un letto, poggiatevi i vestiti e poi tutti in costume in spiaggia.” Quando Bea e Mia uscirono fuori dal bungalow in costume succinto non ebbero l’accoglienza che speravano, i due erano stati piuttosto freddini dinanzi a reggiseni che coprivano a malapena i capezzoli ed al costume, davanti assomigliante ad un francobollo e dietro un filo, mah? “Ragazze aspettiamo i nostri padri, potete sdraiarvi sotto i due ombrelloni, noi siamo in acqua.“ I due padri non si fecero attendere: ovviamente meno affascinanti dei figli e soprattutto più ‘bolsi’ come si dice a Roma, insomma con tanto di pancia ma…sicuramente col portafoglio molto ben fornito! Ai genitori, al contrario dei figli, uscirono gli occhi dalle orbite nel vedere le ragazze con quel costume. “Io sono Edoardo padre di Alessio.” “Ed io Andrea padre di Leonardo, dato che i nostri figli non si interessano a voi, vi faremo noi un po’ di compagnia, che ne dite?” “Loro ci hanno invitato ad un…” “Penso ad un picnic  in questo weekend.” Beatrice e Mia si guardarono in faccia ridendo, finalmente avevano capito…Edoardo: ”Vedo con piacere che la signorine sono allegre, non amiamo le musone, fra l’altro mi pare in passato di aver notato al banco dei profumi Beatrice, mi sbaglio?” “No commendatore sono io quella che sommessamente le chiedeva un  aumento di stipendio.” “Se non ricordo male non era proprio sommessamente ad ogni modo l’avrete, pensate di potervelo meritare?” “Commendatore sicuramente…” “Lasciate stare i titoli, siete meravigliose, noi siamo Edoardo ed Andrea, in verità vorremmo prendere un po’ di sole, siamo bianchi come due mozzarelle, il lavoro…” “Commendatore anzi Edoardo vi seguiremo, anche noi…” In costume da bagno i due attempati maschietti mostrarono tutta la loro epa, le due ragazze ovviamente fecero finta di ignorarla, pensavano a quanto avrebbero chiesto di aumento di stipendio, possibilmente una cifra non indifferente che capirono doversela meritare…”Ragazze parliamo chiaro, talvolta abbiamo bisogno di un aiutino e dovremo aspettare che quella famosa pillola blu faccia effetto, niente in contrario? Per passare il tempo potremo andare in acqua a rinfrescarci, che ne dite?” Bea e Mia si lanciarono in acqua  si misero a nuotare sin quando incontrarono in acqua Alessio e Leonardo che in testa avevano…il costume da bagno che, se ovviamente non era al suo posto. I due cominciarono a girare intorno alle ragazze che ogni tanto vedevano spuntare i loro rispettivi ‘cosi’ lunghi  sin quando i due dimostrarono la loro tendenza sessuale baciandosi in bocca e poi mettendo ‘in ore’ i rispettivi…Bea e Mia si guardarono in faccia, del comportamento dei giovani non interessava loro gran che, piuttosto quello dei padri i quali erano in acqua dove ‘si toccava’, non erano dei nuotatori, cosa poco interessante anzi meglio, così potevano dare inizio a qualche manovra di avvicinamento: “Caro vorrei abbracciarti e toccarti un po’, vediamo a che punto sei…insomma aspettiamo ancora un pochino intanto puoi toccarmi le tette ed il fiorellino ed anche il popò, sono a tua disposizione.” Così parlò Bea, (niente a che fare con Zarathustra), anche Mia seguì il suo esempio mentre in ragazzi uscivano nudi dall’acqua per rifugiarsi nel tucul ih ih ih. I due commendatori preferirono prima pranzare dato che la pillola blu non faceva ancora effetto.  Spumante, pasta alla Amatriciana, polli, verdura, Ananas e caffè in termos, organizzatissimi i vecchietti che, riempito il pancino, o meglio il pancione si spaparazzarono sui due letti seguiti dalle ragazze, i figli… chissà dove. La pillola blu quella volta non fece effetto sui due vegliardi i quali,  vergognosi, chiesero scusa. ”Beatrice sul letto con Edoardo: “Vorrei esprimerti, non so come dire, la mia solidarietà ma è qualcosa di più: ho visto due uomini ricchi e potenti nella loro vera identità, vorrei darti tutta me stessa, sono sincera, la mia sensibilità è stata messa a dura prova, sinceramente non ci interessano molto i nostri coetanei molto spesso maleducati ed arroganti oltre che viziati dai genitori, noi lavoriamo sin da piccole, abbiamo conseguito solo il diploma di scuola media e poi siamo entrate nella tua azienda, viviamo in una casa di due stanze, un po’ di denaro in più ci farebbe comodo, come tutte le femmine siamo vanitose vorremmo fare delle spese. Una cosa: domattina ci diamo malate, non vorremmo che col tuo intervento venissero fuori delle chiacchiere nel nostro ambiente, noi vorremmo rivedervi ma senza sentirci delle mantenute, se decideste di darci qualcosa in più dovrà essere fuori della busta paga, la tua famiglia?” “I figli li avete visti…le nostre mogli si sono defilate e con i nostri soldi vivono alla grande ma ora ho deciso di stringere i cordoni della borsa, sei stata tu a farmi capire alcuni valori della vita, te ne sono grato. Se volete potremmo rivederci in questo bungalow o in una nuova casa tutta vostra più grande dell’attuale dove incontrarci, abitazione che prenderete in affitto o meglio che noi acquisteremo a vostro nome. Che altro dirvi, per ridimensionare l’atmosfera vi racconto un episodio accaduto fra me e dei colleghi più giovani una volta quando ci siamo riuniti per lavoro: ovviamente i cotali facevano dello spirito sulla nostra età, io pensai come mi difendo? ‘Signori belli vi vedo male, non arriverete di certo alla mia età! Inutile che vi tocchiate…ve ne accorgerete! Ed ora ritorno a Roma.” Una Bentley fece sgranare gli occhi a Bea ed a Mia. “A proposito di auto come ve la passate?” “Benissimo abbiamo delle auto con tante ruote di ferro! Ho capito dove vuoi arrivare ma se acquistate per noi una o due macchine i pettegolezzi si sprecherebbero, cambiando casa potremmo riparlarne.” I sentimenti sinceri portano bene e così accadde che Edoardo ed Andrea divorziarono tagliando in parte i ‘viveri’ alle ex, i due spesso andavano insieme alla  deliziose compagne in giro per Roma a far delle compere; ogni volta venivano classificati  dai commessi come padri delle relative accompagnatrici. Una nuova casa, due Cinquecento e tanto affetto sincero, talvolta, la pillola blu funzionava. Come nelle migliori favole e vissero…

     

  • 20 settembre alle ore 14:41
    Un pezzo per Aphorism

    Come comincia: "Antonio dai, andiamo a dormire!"
    "Sì Angela, tra cinque minuti!"
    Antonio continua a scrivere, e non alza nemmeno la testa per vedere sua moglie, tanto è preso dall'euforia.
    "Antonio, ma che dici, già cinque minuti fa hai detto tra cinque minuti, ed ora, ancora cinque minuti.. Antonio andiamo!".
    Angela si spazientisce.
    "Angela, dai, devo scrivere questo pezzo,  per Aphorism!".
    Angela freme dalla rabbia.
    "Ma quale pezzo e pezzo, e poi  che è Aphorism? Adesso pure questa novità! Fosse una donna troverei la scusa per lasciarti all’istante!”.
    Angela si avvicina allo schermo del computer cacciando via di lì Antonio. Lei si siede al posto del marito ed i suoi grossi seni vengono contrastati dal piano della scrivania; con la testa si piega in avanti per vedere meglio il computer: cerca i suoi occhiali setacciandosi il collo. Solo adesso ricorda che non li ha indosso. Angela si infuria ancora di più.
    “Antonio, leggi tu per me, lo sai che non ci vedo senza i miei occhiali! Che è questa roba qui che scrivi, che è?".
    Angela si alza in fretta dalla sedia; contemporaneamente impugna il braccio di Antonio tirandolo in basso: costringe il marito a sedersi nuovamente.
    Antonio legge la prima riga, impaurito ed impacciato.
    “Lei sta venendo…”. Sussulta lui.
    Angela lo interrompe bruscamente lanciando una grassa risata isterica. “Ah così ti diverti a passar le nottate? Chi viene? Chi? Antonio lo sai che è un anno che non vengo? E tu a rimpinzarti di queste fantasiole quando… guarda qui…”.
     Angela scosta la vestaglia: mostra i suoi seni cadenti. “Vedi questa, è ciccia vera, mica pezzi di carta! Anzi mica roba virtuale!”
     Antonio si alza, scruta Angela, sembra irritato.
    "Angela zitta, devi stare zitta, qui ci sentono, magari non ci vedono, però ci leggono.. ecco vedi che è cambiato il piano… lettura … intendo!”.
    Antonio blocca Angela mettendole una mano davanti alla bocca mentre si guarda intorno sospettoso.
    Angela si sgancia da Antonio: adesso ha la furia nel sangue.
    "Antonio, ma che stai dicendo? Sei impazzito?  Mi prendi in giro? Tu non stai bene, tu…non stai bene, per niente!”. Grida con l'accento sulle ultime due parole: "PER NIENTE!".
    Angela si allontana da Antonio retrocedendo di tre passi da lui mentre lo guarda fisso come se volesse leggere sul viso di suo marito qualche traccia di follia.
    Antonio scrolla le spalle, si copre la faccia con le mani, inizia a piangere.
     Angela rimane sbigottita.
    "Antonio, stai bene? Io penso che sei pazzo, io non ti riconosco più!", continua a gridare Angela atterrita.
    Antonio scopre il suo volto: ha gli occhi gonfi dal pianto. Indica ad Angela lo schermo del computer.
    "Guarda Angela, ah no, tu non riesci a vedere ora, fidati, le scritte, in questo momento si muovono da sole!". Antonio fa una pausa, poi riprende. "La scena è cambiata… possibile che non te ne accorgi? Tutto sta prendendo una brutta piega... tutto e…” . Antonio ha la voce strozzata. Si blocca.
    “Ma che è tutta questa storia… parla, Antonio, parla!  Adesso mi terrorizzi pure?, ti piace burlarti di me? Guarda che sono tua moglie!”. Uno starnazzo le esce dalla bocca mentre dice: "Sono tua moglie!".
    Angela continua a gridare e il cane là fuori, in qualche posto ignoto, abbaia.
    Antonio deglutisce, cerca di calmarsi. Infine confessa:
    "Angela, io e te, noi, il cane, che non abbiamo mai avuto, e che è spuntato all'improvviso in questo racconto,  la casa... non lo capisci? Dieci minuti di lettura fa avevo io il controllo, ero io che scrivevo e tu ad implorarmi di venire a letto… ora … è come se qualcuno mi avesse rubato la penna … capisci? Scrive lui per noi… anzi scrive di noi, adesso, in questo momento …sta scrivendo questa scena... e …".
    Il fiato di Antonio è spezzato da un grido:
    "Non siamo reali, è tutta una finzione! Siamo solo due anime vive in una pagina, di computer e tra poco moriremo! Forse per un solo giorno, uno solo, potremo rinascere, su Aphorism, ma sarà sempre lo stesso, sempre queste parole, sempre questa storia! Prima avevo l’illusione di essere IO, capisci Angela, di essere IO… ora sono solo un mucchio di parole di un racconto forse un po' troppo lungo, e che nessuno leggerà!".

    Angela è già scomparsa.

    Antonio sospira, fissa il vuoto come se vedesse realmente la faccia dello scrittore, e si fa coraggio dicendo sacrosante parole:

    “Caro scrittore la prossima volta la prego di finirci con un lieto fine, di essere più breve, perché un lettore non possa stancarsi di lei e di conseguenza neanche di noi. Migliori il suo stile, tenga conto dei classici, e la prego, non scriva, per carità, tanto per scrivere, perché questo, a noi che viviamo del suo IO, ci dà solo una grande noia,
    ADDIO!”.
     

  • 19 settembre alle ore 13:55
    Aborto

    Come comincia: Umeme: c’è musica mentre affronto il viaggio. Chiudo gli occhi. Poi la scossa. Qualcosa mi raschia dentro. Un brutto pensiero deve essere espulso.

    Lui è salito al tempio. Ha chiesto. Gli hanno detto di andare nel bosco. Di passarci una notte. Di lasciare foglie colte dai rami lungo il sentiero. Per Shiva. “Che possa distruggere ciò non doveva mai esistere” Prega. Sfrega la faccia con il suo stesso sangue. Canta ai margini della santa radura. Fino al mattino.

    Ancora un filo lega il feto al mio utero. Reciso. Caduta dell’ora. Operazione conclusa.
    La luce mi acceca. Lui piange. Navigo oltre il suo sguardo.
    Vedo il dio Rudra, colui che urla.