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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Ieri alle 17:00
    Agnese e Lucia

    Come comincia: Alberto M. era dietro i vetri della finestra del salone in via Taranto a Roma aspettava uno studente o meglio una studentessa per una ripetizione. Professore di lettere al Cavour, poteva fare a meno di dare ripetizioni, finanziariamente non ne aveva bisogno, i suoi, con la loro morte per una malattia contratta in Africa, l’avevano lasciato finanziariamente abbiente e allora perché impegnarsi nel lavoro anziché…Un evento estremamente spiacevole aveva dato una svolta alla sua vita: una email sul suo telefonino con la quale la consorte Lydia, sic et simpliciter, gli aveva comunicato di averlo lasciato per un suo amico Alfredo di cui si fidava che era spesso a casa loro, evidentemente troppo spesso, chissà quante volte… (fiducia a nessuno chiosava mio nonno!). La solita  sottile pioggia romana, che dura anche giorni, non migliorava il suo umore; non si sentiva di aderire alle richieste  degli  amici per andare a folleggiare, si sentiva spento. Se n’erano accorti anche i suoi studenti del Cavour ai quali impartiva le lezioni in maniera stanca, senza entusiasmo, Lydia gli aveva lasciato un vuoto profondo e non solo in campo sentimentale: s’era portata via tutto il vestiario, la carta di credito con cui aveva svuotato il conto corrente e tutti i regali in oro che lui gli aveva fatto, ‘percutum et cornutum’ nella lingua degli avi faceva più effetto! Allo specchio: classica faccia del cane bastonato! Finalmente giunse Genoeffa, mai un nome era stato più appropriato ad un essere femminile: sedicenne, piatta, capelli spettinati, occhi piccoli in compenso piedi incredibilmente lunghi, madre natura si era sbizzarrita con lei e lei stessa ci metteva del suo, aggiungi che a scuola era pure bestiolina: eccovi Genoeffa. “Cara cerca di seguirmi altrimenti non supererai gli esami di terza media.” “Professore tutti mi prendono in giro, l’altro giorno leggevo in classe una poesia di Catullo: che fa: ‘Lugete o Veneres cupidinesque et quantum est hominum venustiorum, passer mortuus est meae puellae, passer delicia meae puellae quel illa amabat plus oculis suis..’ non sono riuscita a finire per le gran risate dei miei compagni.” ”Scusa ma i tuoi genitori non ti hanno detto nulla sul sesso?” “I miei sono molto religiosi e si vergognano…” “E tu fai la figura della…il passer di Catullo può essere confuso con l’organo maschile, ora l’hai capito?” Genoeffa divenne purpurea e non riuscì a finire la lezione, si vestì in fretta e sparì dalla circolazione, il passer gli aveva fatto un brutto effetto! Rimasto forzatamente vedovo bianco, Alberto aveva affidato le faccende domestiche alla portiera Agnese che un giorno: “Professore non ce la faccio più, io sostituisco nella portineria mio marito Attilio che è gravemente malato, chissà quanto tempo restarà in ospedale,  mi faccio aiutare da mia figlia Lucia, ha sedici anni ma è molto volenterosa, qualche volta verrà lei al posto mio.” Una domenica mattina una telefonata di Agnese: “Professore le mando Lucia, è sveglio?” Alberto sperò che la cotale non assomigliasse a Genoeffa: “Falla venire anche subito.” Andò in bagno, barba, doccia e in accappatoio in cucina per la colazione. Campanello: “Sono Lucia.” Una visione: bellissima, alta, castana, capelli lunghi, grandi occhi grigi, naso piccolo come pure le tette, vita snella piedi da far felice un feticista, un profumo di giovinezza. Alberto evidentemente doveva aver avuto una espressione tale da far ridere la baby: “Posso entrare professore?” (Pensiero dello sporcaccione: ci puoi restare tutta la vita!). Faccia ricomposta alla serietà: “Entra pure, cerca da sola quello che ti serve per pulire, che scuola frequenti?”  “La terza media.” “A voti come te la passi?” “Le monache dicono che sono brava.” Alberto ritornò sulla terra, che voleva da una sedicenne, roba da codice penale, ultimamente a Roma era accaduto uno scandalo di pedofilia con ragazze minorenni. “Io sono nel salone, se ti serve qualcosa…” Forse serviva qualcosa ad Alberto anzi senza forse…”Professore ho finito, dovrei andare dal commendatore Sanfilippo ma non se se ci andrò…” Lucia letteralmente sparì , Alberto era basito, che voleva dire quella battuta, doveva chiedere spiegazioni alla madre della ragazza.
    Un fatto contribuì a peggiorare l’umore di Alberto: guardando fuori dalla finestra vide due passerotti che volavano, uno dei due sbatté contro una vetrina, ovviamente trasparente, e rimase inanimato a terra, era una femmina, aveva le penne del collo chiare mentre il maschio dalle penne del collo più scure cercava in tutti i modi di aiutarla, le girava in torno e col becco cercava di farla rialzare. La storia durò un quarto d’ora, il maschio sparì dalla vista di Alberto il quale rimase alla finestra per vedere la fine della storia. Il maschio ritornò più agguerrito che mai, non voleva mollare la sua compagna, era patetico ma i suoi sforzi non ebbero risultati ed allora il maschio si diede per vinto e, lemme lemme, si allontanò forse con il dolore nel cuore. I vecchi affermavano che gli animali hanno solo istinto, quanto mai falso, L ’Umanità delle Bestie’ Alberto la ritrovò in un libro omonimo scritto dal padre Armando il 22maggio 1945 e pubblicato dalla tipografia Flori di Jesi. L’autore fa parlare le bestie che dimostrano sentimenti superiori anche a quelli degli uomini; Alberto tiene l’ultima copia del libro  come una reliquia, talvolta lo rilegge e riesce ancora a commuoversi. Ritornando a data attuale, ormai d’abitudine in sostituzione di Agnese la domenica a casa di Alberto si recava Lucia ogni giorno più triste sino  quando: “Professore sento che mi devo aprire con lei, mio padre non si trova in ospedale ma in galera, si è a Regina Coeli, io mi reco da alcuni signori della scala per…guadagnare i soldi per andare avanti, il farmacista Rocchegiani ha offerto a mia madre un mucchio di €uro per avere la mia…, agli altri faccio una cosa con le mani o con la bocca, mi riempiono di quattrini ma io…io mi sono innamorata di lei, voglio avere…” Un pianto a dirotto, irrefrenabile , anche ad Alberto uscì dagli occhi qualche lacrima ma non riuscì a profferir parola, una tristezza immensa per una situazione a dir poco scabrosa, gli impedì di qualsiasi azione, Lucia silenziosamente era sparita. Al professore vennero in mente delle parole di una canzone di Tenco: ‘Mi sono innamorato di te perché non potevo più stare solo.’  Effettivamente passava i giorni della settimana come un fantasma in attesa della domenica. “Mia cara dobbiamo prendere una decisione, al tuo futuro ed a quello di tua madre penserò io se tu sei d’accordo, chiamami per nome…” “Io ho dato retta al dottor Rocchegiani, sto prendendo la pillola per non rimanere incinta, il dottore mi ha promesso centomila €uro per…la mia cosina…” “Il farmacista del cavolo non ti darà niente, tu seguita a prendere la pillola, se vorrai sarò io a…” Lucia abbracciò furiosamente Alberto: “È quello che volevo sentirti dire, sarò solo tua, tua, tua, non andrò con nessuna altro, vado a dare la notizia a mia madre.”
    Una domenica successiva: “Caro mi son finite le mestruazioni ed anche le pillole, sai che vuol dire…” “Sarai la mia sposa, mia moglie, la mia donna, la mia signora per sempre sino a quando… ricordati la differenza di età, nella vita avvengono tanti cambiamenti nel senso che…” “Marito mio,  sinchè avrò vita …” Alberto e Lucia di comune accordo decisero ambedue di…saltare le lezioni per una settimana, anche la notte dormivano insieme e pian piano cominciarono a conoscersi sessualmente sin quando non pensarono…all’assalto finale. “Sai ho un po’ di paura, tu ce l’hai più grosso degli altri, la mia piccolina…” “Farai tutto tu, tranquilla.” La mattina successiva Lucia: “Senti prima di…vorrei fare quello che ha fatto una mia compagna di scuola, rasarmi la gatta, ho tanti peli, li metteremo in una scatola per ricordo.” “Sei fantastica e fantasiosa.”In bagno si misero all’opera e dopo una mezzoretta apparve una gatta spelacchiata ma bellissima, Alberto ebbe a baciarla sin tanto  che la gatta…pianse nel senso che…in quel senso. Si rifugiarono nel letto che apparve come un amico su cui avere un’esperienza indimenticabile: Lucia spalmò il cosone di Alberto con della vasellina e  lo  puntò verso la gattina spingendolo dentro pian piano; qualche urletto…ci volle del tempo ma Lucia era determinata ed ‘alla fine della licenza io tocco’ pensò Alberto, Cyrano de Bergerac non c’entrava per niente, Al. era fuori di testa. Lo schizzo violento del suo pene raggiunse il collo dell’utero di Lucia che alzò alti gridolini di piacere. Si addormentarono. Furono svegliati dal suono del telefono: “Si mamma tutto a posto, torno a casa stasera.” Lucia ed Alberto tornarono a scuola con buon profitto per ambedue, Attilio uscì di prigione ma dopo tre mesi ci ritornò, non aveva perso la vecchia abitudine di rubare. Agnese smise di fare la portiera, i due novelli si sposarono ma di comune accordo non vollero aver figli, troppa la differenza di età. Alberto pensò: Attilio, Agnese e Lucia tre personaggi dei promessi sposi, lui s’era aggiunto.

  • Ieri alle 13:00
    Passamontagna

    Come comincia: Erano in dieci e forse anche di più. Col passamontagna, pistole, e ferri per scassinare. Un'operazione chirurgica, fredda, calcolata. Repentina. Il vomito.
    Alle quattro del mattino ho assistito ad una rapina. Ho assistito come si assiste in sala ad un film che scorre sullo schermo.
    Come il meditatore testimonia l'avvicendarsi della propria battaglia interiore, senza intervenire. La danza di demoni, il samsara, il fluire incontrollato.

    Parlo di fatti, di realtà. Ma parlo anche di metafore. Poco prima un camion mi è passato addosso. Reale. Nel mio stomaco.

    Siamo sempre i rapinatori di qualcuno. Il tram senza controllo che si abbatte sull'anima senza ritegno.

    Mi è stato tolto qualcosa. Mi è stato rubato qualcosa. Un figlio mai nato, un bavaglio intorno al viso per silenziare di me tutto. L'incomunicabilità che resta e questo rigetto da tenere sotto controllo.

    Io butto il cuore oltre l'ostacolo, perché così ho imparato a sopravvivere. Ma ho assistito ad un furto adesso e mi resta solo una pace scomoda.

    Respiro, a fatica.

  • Ieri alle 12:02
    Non gridare

    Come comincia: Perchè ti spiegherò tutto.
    Le mie mani tremano, ma solo un po’. Osserva queste dita. Adesso sono macchiate di sangue, però vedi che sono gonfie per una strana ritenzione. Eppure non ho mai smesso di portare la fede al dito malgrado fosse un cappio. Stanotte però l’ho lasciata sul comodino, come una rosa sulla bara. Poi mi sono alzata per bere un sorso d’acqua. Tra le stoviglie c’era un coltello e, sentendo girare il chiavistello, l’ho afferrato. Ho esitato, devo dirtelo, quando l’ho visto sghembo e ubriaco. Così debole non sarebbe riuscito a picchiarmi, come faceva spesso quando era lucido. La forza mi è venuta da dentro: scagliata contro il suo fianco ho sferrato colpi profondi. L’ultimo l’ho dato con sadismo perché lui era già morto, sfranto sul pavimento.
    Ora grida pure ma davvero lo giuro: se chiami la polizia, io ti uccido!
     

  • giovedì alle ore 15:08
    Il vizio del sogno

    Come comincia: Sorride della furia che incalza e fa tremare i cuori. Non può armeggiare a suon di commi e codicilli in cerca dell’autentico. E’ lei il sublime. E’ lei nell’attimo del tuffo. Non esita sul bivio, perché ogni strada è giusta. Entra in ogni porta, attratta da ogni seme. Disintegra le zolle sopra un covo e beve tutto il cielo con la nebbia dell’aurora.
    I giardinieri imbrattano di sangue le rose bianche del giardino. E lei difende gli occhi della preda, tenuta stretta alla catena dai gendarmi. Arde contro tutti e tutto si colora, d’incanto.
    A giro terminato, la prospettiva s’apre al gesto cortigiano, al limite che culla, a quell’opaco dentro del mazzo di carte sul cuscino. 

  • mercoledì alle ore 22:02
    Alibi

    Come comincia: Ha appena scritto al figlio, ed è stato come guardarsi allo specchio da ogni lato. Vedere ciò che ha tenuto celato e ciò che ha lasciato apparire a se stesso. Nulla è netto e tutto si confonde agli occhi pavidi e svettanti. Lontano, per essere vicino. Lo specchio è un prisma che l’acceca, una lama d’accusa che mostra l’ala recisa. Senza colpa né perdono, nasconde il volo. E appare la luce dell’alba sul mare, dietro la maschera secca scolpita dal sole. Le mani spaccate, di sale, nell'ondeggiare d’un sospiro. Vorrebbe strappare la pelle che ama. Rifare un giro sulla giostra del vento. Calarsi a mollo dall'argine e trattenere il respiro, per esplodere, calmo, dentro il giorno che muore. 

  • martedì alle ore 19:05
    Vengo anch'io?

    Come comincia: Mi sembra di vederlo, Enzo Jannacci, nel suo gorgheggiare quella pietosa implorazione. Il guaio è che, puntualmente, allo scoccare della settimana di ferragosto, sento un fremito, alle corde vocali, che vorrebbero accordarsi alla voce di Jannacci. Ho trascorso una vita ad ignorare le ferie di agosto, timoroso del caos d’obbligo, che non si allinea al mio sentimento di vacanza, eppure, questo senso di abbandono che mi coglie in questi giorni, lentamente, inesorabilmente, è oramai ricorrente, atteso. Trascorro, quasi undici mesi, a maledire la folla, che impregna questa città. La trovi dappertutto. S’insinua, come un liquame malefico, scoraggiando ogni tua iniziativa. Strade, metro, divertimenti. “Vado controcorrente”, ti vanti, in lampi di superbia e cerchi orari inconsueti, inventi percorsi alternativi. Presto ti accorgi che il popolo del controcorrente è immenso e più arrabbiato del solito, in quanto, terribilmente deluso. Agosto è arrivato, questo corridoio di metropolitana, stasera deserto, m’incute timore. Solo il rumore dei miei passi. Quel tizio, che prende a pugni, da alcuni minuti, il distributore di bevande, mi allerta. Ha una rabbia tutta sua. Speriamo che non mi scorga. Possibile che non ci sia una guardia. Il marciapiede della metro mi specchia. La striscia gialla è una nota muta di colore. Il prossimo treno a…già, il display è guasto, da mesi. Ora, ragazzette sui tredici anni, ridono scompostamente, là infondo. Una vecchietta si cura le vesciche dei piedi, a una panchina. Forse una barbona. Non si è accorta di me. Io ho altro da pensare: devo trovare, un idraulico, ad agosto. Al risveglio, uno spruzzo d’acqua, in bagno, mi ha messo nel panico. Perdita d’agosto! Sembra una iattura, più che un casuale incidente. L’unica mia sicurezza è il freezer, stracolmo. Ho quasi tutto. Lo apro più volte al giorno; è un gesto terapeutico, mi toglie l’ansia. Le mie medicine? Riconto pillole su pillole. Bastano. Ma, se…? Allora, morirò, di sicuro, a ferragosto.

  • martedì alle ore 13:16
    Tè e pasticcini

    Come comincia: Quell’autunno persi il lavoro e presi l’abitudine di fare merenda.
    Tutti i pomeriggi, alla stessa ora, mi preparavo al sacro rito del tè e pasticcini.
    Abitavo con mio marito in un umido stambugio, al piano terra di un vecchio palazzone di San Basilio a Roma.
    Avevo più tempo libero ed incominciai ad apprezzare il giardinetto della nostra casa: era piccolo e angusto eppure vi cresceva l’erba che, screziata dal sole, sembrava un tappeto increspato su un cielo d’ardesia.
    Ebbene, lui guadagnava il nostro pane ed io, che non lavoravo, sbrigavo le faccende. Lasciava sul vecchio tavolo tarlato sempre qualche spiccioletto per la spesa. “Con parsimonia” mi ricordava. Poi usciva senza neanche un bacio per ritornare il mattino seguente. Il lavoro notturno lo distruggeva, questo lo diceva spesso. Mi piaceva credergli. Ed io, ubbidiente, compravo pane, latte, petto di pollo e  tonno in offerta al solito market, poi, e stavolta disobbediente, giravo sulla sinistra ed entravo dalle ‘Voglie di Alessia’. Con la faccia scura, quasi colpevole, prendevo due pasticcini di fresca pastafrolla. Due contati. Pagavo il mio conto sempre con lo sguardo abbassato: avevo paura che si accorgessero dell'occhio nero o del livido vicino alla bocca. 
    Infine rincasavo ed apparecchiavo di fuori per la mia merenda che spesso valeva come cena.
    Posso dirvi con certezza che, durante un pomeriggio di quell’autunno, davanti al tè e ai due pasticcini, seduta sul tavolino al centro del giardino, familiarizzai con una presenza.
    Il silenzio.
    Era fatto del gorgoglìo dell’infuso, del brusìo delle macchine e passanti in processione lungo la via, di bambini urlanti, di mamme che sgridavano i loro marmocchi in fondo alla strada.
    Quel giorno rimasi ad ascoltare fintanto che il mormorìo della strada diventava fiacco, il calore del tè svigoriva, il sole al tramonto calava. Ad un tratto le voci si spensero ed il silenzio divenne assoluto.
    Mi ascoltai…
    “Sono stata licenziata, mio marito ogni tanto mi picchia, è un uomo arido, non mi dà un soldo, gioca tutto alle macchinette, io non lo amo,  eppure… posso ancora cambiare…”.

    Quella sera feci le valigie e fuggii.

    Seppi dopo anni che lui, rientrato quella mattina a casa, forse ancora ubriaco, si gettò in mezzo alla strada invocando il mio nome ed imprecando di ritornare. Naturalmente qualcuno chiamò i carabinieri e lo arrestarono. Ora credo sia libero, disoccupato, campa con la pensione di sua madre, vive ancora lì.

    Io invece ho imparato a godere delle piccole cose e a fare quello che ho sempre sognato: la scrittrice.
     

  • lunedì alle ore 23:30
    Consuelo

    Come comincia: Ho incontrato Consuelo. E non me l'aspettavo.
    Agosto per me è un mese problematico perché devo sempre fingere che mi dispiaccia restare in città nel deserto. Faccio finta ogni tanto di sbattermi quando rispondo a certe domande sulle vacanze, su cosa ho intenzione di fare della mia vita, sui perché e i per come vari ed eventuali. Agosto è complicato. Non è reale, non esiste. Un passaggio di tempo, un mal di stomaco di retaggi dal passato. Agosto è il cervello emotivo nel mio stomaco. Ed io ho bisogno di quiete.
    Consuelo mi ha ricordato la quiete. Transessuale, alta, zigomi torniti e luminosi. Capezzoli a spillo senza reggiseno. Capelli paglierini e un sorriso più bianco della cocaina.
    Mi ha guardata da lontano. Si è fermata per dirmi di non avermi mai vista in giro. Eppure siamo compaesane. Lucky si è lasciato accarezzare dolcemente, facendomi trasalire, dato che non ama gli estranei.
    Consuelo bella, da mettermi in tremendo imbarazzo quando mi ha fissata negli occhi e mi ha detto di non aver mai visto un viso bello come il mio. Consuelo dal discorso lungo sugli animali. Consuelo bella, bellissima.
    Consuelo mi ha ricordato la quiete del mare quando smette di farsi soggiogare dai venti. Ho dimenticato agosto, ho dimenticato domande e risposte.
    L'autenticità mi riporta a riva. In calma. Respiro. Respiro.

  • lunedì alle ore 9:42
    Polvere sotto le lenzuola

    Come comincia: Si trova muta e accampata sul letto.
    Muta, sì, ma illuminata, dalla lampada.
    La luce gialla le casca addosso: mette in bella mostra la sua bocca, rosa e carnosa, il suo collo, liscio e incurvato… incurvato per vedere, per vedere che?
    Sorride come se avesse davanti un bel piatto caldo e appetitoso.
    Gli occhi, invece, sembrano una macchia scura: lì dove la luce non arriva, il nero li ha investiti.
    Nera è pure la custodia del suo cellulare. Quell’affare che tiene stretto stretto con il palmo della mano.
    Adesso ammicca, addirittura!
    Sorride di buia gioia, e il suo collo si incurva ancora! Sfacciata e impudica.
    Come in balia di una danza si muove tutta, con la gioia che conserva, e conserva tutta per sé.
    Ha proprio dimenticato che all’altro lato del letto ci sono io, io, che dormo. Così pare a lei.
    “Chi è?”
    Naturalmente non lo chiedo: è solo una domanda di quelle sfortunate che uno è meglio che costipa subito subito nella propria mente.
    Sono un vigliacco?
    Il problema (sempre che lo sia) è che lei potrebbe rispondermi come temo.
    “Allora dimmi tu per primo con chi chatti sempre, pensi che non ti veda? Costantemente attaccato a quel diavolo di cellulare!’’.
    Per adesso è meglio evitare tutto questo.
    Per adesso.
    “Mettiamoci sotto le coperte, che caldo non fa!”,  le suggerisco, facendo finta di destarmi dal sonno.
    Lei prima si gira con stizza e poi alza il lenzuolo.
    “Quanta polvere si nasconde qui sotto!”, bisbiglio.
    E chissà se ha sentito.
     

  • 09 agosto alle ore 19:22
    La mia vacanza speciale

    Come comincia: Sento il fruscio di foglie smosse dal vento, o forse sono le ondine laggiù che solleticano i ciottoli a riva, no forse no, è il merletto che rifila l'ombrellone declinato ad essere lambito dal soffio tenero del pomeriggio; la brezza mi accarezza e rende il mio oblio un dolce sonno rem. Il suono lontano di una campana segna le ore, le conto, voglio svegliarmi, andare a riva, lasciare la pelle alle carezze del mare, al tocco della sabbia rovente, al velluto di questo cielo che mi copre di melodie. Voglio destarmi senza dissipare la beatitudine di questo momento, sfiorare con lo sguardo il benessere che mi sta cullando, le palpebre sollevano il mondo astante, scivolano sulle percezioni e si richiudono. La bolla si ricompone e torno nella beatitudine... per un istante, uno solo, il tempo che la mente sovrasti la sopramente e stracci ogni percezione, strusciandola nel senso dell'udito. Come uno scampanio urgente e molesto, saturo di suoni violenti, le fauci della realtà azzannano la mia beatitudine. Apro gli occhi.
    Il fruscio delicato del ventilatore si spalma nell'eco della stanza, le luci del giorno si affievoliscono. Di là dalla finestra i suoni attutiti della città di agosto: sonnolenta e vuota. E' quasi sera, attorno a me la mia casa e le mie cose, boccette e compresse in pila sul tavolo in attesa delle prossime dosi; il dolore lancinante è in fase di remissione, si risveglierà pigramente fra qualche ora, poi si stenderà, aprirà la diga e percuoterà pelli di tamburi assordanti fino al mio sfinimento. Mi collasserà di nuovo, di nuovo scivolerò nell'oblio e forse, sentirò ancora il fruscio di vento e di onde, beatificare questa mia vacanza speciale.

  • 07 agosto alle ore 14:59
    Bull e Cleo

    Come comincia:  Alberto M. promosso da Brigadiere a Maresciallo della Polizia Tributaria, residenza:  Roma. Per anni aveva dovuto sopportare la vita di caserma  e quindi non gli era parso vero poter alloggiare in una casa privata, nel suo caso quella di sua cugina Silvana L. residente vicino al suo posto di lavoro in via Cavour 101. Aveva a disposizione una stanza con 'allegato' un piccolo bagno, si sentiva un re. Un giorno Silvana: "Alberto, a Matilde la portiera appassionata di animali, sono nati comtemporaneamente una cucciolata di cani ed una di gatti, ha pensato a me per collocarne alcuni, me ne ha dati quattro, due cani e due gatti deliziosi, un cane ed una gatta saranno ospiti nella tua camera, penso sarai felice avere giorno e dì notte due batuffoli...Nel cervello di Alberto era apparsa una frase piuttosto volgare nei confronti dei due batuffoli, ma non si può essere irriconoscenti nei confronti di chi ti ospita.I due, essendo neonati, non conoscevano la rivalità fra cani e gatti e crescevano serenamente in simbiosi scambiandoisi anche tante coccole. Bull era un dobermann e Cleo una Ragdoll bellissima. Impiegato per molte ore in servizio, ai due animali era addetto Dario un contadino urbanizzato che si guadagnava da vivere occupandosi degli altrui animali. A credito di trenta giorni di licenza, in arrivo il caldo di luglio, ik neo maresciallo si recò nella vicina officina per mettere a punto la Cinquecento (non si poteva mermettere una auto di cilindrata maggiore) e telefonè a Flora LDP., sua antica fiamma, che da Domodossola si era trasferita in una clinica vicino Losanna, in Svizzera, come infermiera. Flora sentendo la voce di Alberto, all'inizio non riuscì a rispondergli...Dovrei odiarti, mi hai fatto soffrire quando sei andato alla Scuola Sottufficiali, ma..."Ho trenta giorn i di licenza, vorrei passarli con te sempre che..." "Sei il primo uomo che è riuscito a farmi piangere, dovrei odiarti, invece..." "Mi ami da morire, fa molto 'Grand Hotel' fra due giorni sarò a Domo come chiamavamo la tua città, andrò in albergo..." "Niente albergo, avviserò mia madre, lo sai che le piacevi molto come genero." "Au revoir mon amour, mi pare che a Losanna parlino francese." "Andrò in direzione, se faranno obiezioni a concedermi la licenza, darò le dimissioni, sono brva nella mia professione, anzi volevo dirti..." "Che sei fidanzata con uno delle clinica dove lavori." "Questo è un altro motivo per cui dovrei odiarti, riesci sempre a precedermi nel pensiero." "Asciuga quel lago di lacrime che hai fatto in  terra e...a presto." La Cinquecento andava alla grande, quei settecento km. furono superati in dieci ore comprese le soste per il rifornimento carburante, un dubbio: presentarsi subito a casa di Flora o telefonare? Come per incanto Alberto si trovò a Domodossolas in via Roma 29 dinanzi l'abitazione della beneamata che si trovava alla finestra. e che si precipitò in strada stringendo forte Alberto. "Mi stai facendo male, invece che in sala operatoria mi sa che ti alleni in palestra!" Chiara, la mancata suocera, divorziata, titolare di una libreria, era sempre in forma e ben vestita. "Riconosco il mio errore, doveva sposare tua madre, è più bella di te!" Finita l'atmosfera di commozione, riposino sul divano. A cena Chira si era fatta onore con la selvaggina che sapeva pioacere al boy friend di sua figlia. "Vieni qua mancata suocera, mi pare strano che nesun ossolano di abbia..." "È stata una mia scelta,niente legami, non ho trovato nessuno di mio gusto, da vecchi si diventa pù selettivi nelle scelte." Dopo cena passeggiata per le vie illuminate, passaggio vicino alla caserma della Finanza e poi alla stazione ferroviaria dove Alberto aveva prestato serviizio doganale, quanti ricordi..."Adesso sei tu che ti commuovi, sei un tenerone, ti ucciderei, ormai sono fidanzata a Losanna, un medico ortopedico, ci siamo conosciuti in sala operatoria, si chiama Fredo, sarebbe Alfredo,è un gelosone, altro che freddo svizzerotto, sembra un siciliano, se sapesse..." "Ancora non abbiamo fatto nulla, potrei dormire con tua madre." "Quello che ho sempre apprezzato in te, oltre al tuo fisico, è stato il senso di umorismo che riesce a farti superare i momenti più difficili, a proposito comre stai a femminucce?" "Tutte di passaggio; dinanzi a te provo sentimenti strani e contrastanti: mi sento confuso, arrabbiato con me stesso e pieno di rimpianti, un disastro sono pure diventato piagnone!"" "Vieni qua o meglio andiamo  casa mia, la tua Flora ti rimetterà in sesto nel senso che..." "Se non ricordo male eri piuttosto brava.."
    "Ricordi bene!" Una nottata di fuoco non era solo sesso ma rimpianto per un futuro che non ci sarebbe stato, maledizione!" "Ragazzi sono le undici, va bene che è domenica ma..." Flora aprì la porta della camera da letto. "Figlia mia pare che hai combattuto una battaglia, spero non avrai distrutto quel povero Alberto." "Alberto non soltanto non è distrutto ma pronto a ..." "Bene, oggi non avevo voglia di cucinare, andremo al ristorante." Il 'Gambero Rosso aveva un nome non in sintonia con una località montana, Marsilio M., il proprietario, riusciva a far pervenirte al suo locale del pesce di mare fresco, ignoto il modo. Al tavolo si presentò un giovane per le ordinazioni: "Prego." "Sono un Maresciallo della Finanza, a suo tempo ho conosciuto Marsilio, il proprietario." "È mio padre, lo vado a chiamare. Marsilio era ovviamente invecchiato, osservando da vicino Alberto: "Tu eri un finanziere, mi ricordo di te, che piacere!" "Mio caro sono venuto a trovare il mio grande amore da giovane, Flora qui presente che vedi insieme alla madre." "Le conosco, spero che metterai le radici e ti avremo sempre qui." "Purtroppo è impossibile, appartengo al Nucleo di Polizia Tributaria di Roma, godrò della compagnia degli ossolani solo per pochi giorni." Chiara ritenne di interrompere la conversazione che aveva preso una piega pericolosa: "Marsilio vogliamo tutti i gamberi rossi che hai nel frigo, anche quel pane scuro che sa fare tua moglie e soprattutto lo Chardonnay ben fresco." La conversazioine proseguì in un binario meno periglioso: "Ti ricordi di M., ha avutoi due coppie di gemelli, E. purtroppo è deceduto in un incidente stradale, ma il guaio peggiore è capitato a F., i tuoi colleghi lo hanno messo in galera per contrabbando di sigarette." Marsilio ritenne opportuno fare l'anfitrione, fu ricompensato con abbracci da parte dei tre.Dopo la pantagruelica mangiata, Alberto ritenne opportuno andare con la Cinquecento a visitare i luoghi dove aveva prestato servizio: Montecrestese, Bannio, Andronapiana,Ponta Ribellasca, erano un pò tutti cambiati. A casa, dopo un pò di televisione, tutti a letto, i giorni di permanenza di Alberto a Domo non andavano sprecati. Una mattina venne ad Alberto in mente di andare alla stazione ferroviaria internazionale, molti i ricordi, qualcuno partiucolare. Ad un certo punto passò vicino a loro un ispettore di Dogana che Alberto ritenne di fermare. Dr. Antonio N. che piacere rivederla, dopo tanti anni non è cambiato (invece era invecchaito di brutto!). "Mi scusi ma in questo momento..." "Attiualmente sono Maresciallo delòa Polizia Triubutariua, a suo tempo prestatvo servizio da finanziere sulla linea Domodossola-Briga e talvolta capiutava di sequestrare delle sigarette di contrabbando. Non n so se lo ricorda mas accadeva che in Dogana avveniva, come dire, uno scambio fra sigarette di pregio Tipo Turmac, prezzo fr.1,20 con altre di minor prezzo tipo Boston e Fib da 0,50 fr. Dato che io stilavo un elenco dei T.L.E. sequestrati con l'indicazione delle marche ero diventato piuttosto antipatico a voi della Dogana, ma nulla di importante, vero?" "Non ricordo nulla di quanto da lei affermato, buon giorno." "Flora tu  non hai capito l'inghippo, i signori doganieri andavano a Briga, acquistavano sigarette di minor pregio e poi le scambiavano con quelle sequestrate che costavano almeno il doppio ovviamente poi rivendendole illegalmente, se avessi fatto rapporto al mio Comando sarebbe scoppiato uno scandalo di proporzioni notevoli, pensai bene di farmi i fattarelli miei ma ero guardato a vista dai doganieri che tirarono un sospiro di sollevo quando mi trasferirono." Mattino di uno degli ultimi giorni di permanenza. Alberto sveglio sul letto, gli occhi sulla beneamata in posizione fetale, un ritornello nelle sue orecchie: ' Il tempo passa e va, e va, e va portando via con sè l'amor.' forse una canzonetta e poi: 'La favola breve è finita, il vero immortale è l'amor (poesia del Carducci). Un aforisma: 'Il destino è al di sopra degli dei.' Sotto la doccia con tutto il pigiama, Alberto sembrava fuori di testa, a sbrogliare la situazione ci pensò Flora che si mise anche lei sotto il getto dell'acquai in camicia. "Ragazzi sembrate due pulcini, voglio vedervi nudi e crudi!" Non fu accontentata. Ci volle del tempo per ritornare alla normalità e per uscire per le vie di una Domodossola trafficata, si era in piena estate, molti vacanzieri. Penultimo giorno di permanenza, Alberto preferì preparare la valigia  la sera, la mattina dopo intendeva partire presto. A letto senza sonno; cinque di mattina, valigia nella Cinquecento, un bacio sulle guance delle due signore e partenza senza profferir parola. Prima di imboccare l'autostrada occorreva percorrere la strada del Sempione, ad un certo pounto la spia della benzina cominciò a lampeggiare in rosso, aveva dimenticato di fare il pieno; dopo pochi chilometri un distributore automatico. Inseriti venti €uro nell'erogatore di benzina nemmeno l'ombra, un inutile calcio alla colonnina, era bloccato. Giunse finalmente un extra comunitario che parlava malissimo l'italiano, Alberto a gesti gli fece capire che, malgrado l'inserimento di venti €uro niente  carburante. Giunse il proprietario della stazione di servizio. "Prego signore posso esserle utile?" "E me lo domanda, la sua pompa ha trattenuto venti €uro senza erogare carburante, che ne dice di una denunzia alle Fiamme Gialle, questa è la mia tessera, sono un maresciallo della Polizia Tributaria." Il cotale prese un 'cagazzo' terribile e cominciò ad inveire contro l'extra comunitario." "Egregio, niente sceneggiata, ho fretta altrimenti...metta nel serbatorio venti €uro di benzina e lasci stare bongo bongo che non c'entra nulla!" Questo sfogo servì ad Alberto a rilassarsi un pò, entrò in un autogrill, fece colazione poi in bagno ed infine riprese la strada per Roma ma ad una velocità talmente bassa che molti automobilisti gli suonavano dietro per incitarlo ad andare più forte. Arrivò in via Cavour a Roma e posteggiò nel vicino garage.Silvana:"Mi potevi avvisare!" "Andiamo a mangiare da Quartarone, cucina casalinga, ho voglia di cibi romani, che fanno i miei cuccioli?" "Crescono, speriamo che ti riconoscano, andiamo a trovarli." Aperta la porta della camera da letto il primo ad alzarsi fu Bull che si avvicinò ad Alberto indeciso poi, annusatolo lo riconobbe e cercò di saltargli addosso. Più riservata Cleo che, anche lei annusata una gmba del padrone gli si strofinò contro con tutto il corpo. I giorni seguentoi furono dedicati da Alberto al lavoro, molti suoi colleghi erano in vacanza e gli straordinari erano all'ordine del giorno. Col giungere del mese di ottobre la situzione si normalizzò in tutti i campi, Alberto recuperò molto del suo buon umore e qualche collega lo invitò al cinema, dove non pagavano il biglietto ed anche a feste private. In particolare Pier Luigi M. bolognese, suo vicino di letto alla Scuola Sottufficiali che un sabato lo condusse in un'abitazione ai Parioli, aveva conosciuto il padrone in occasione di una verifica fiscale. "Sono Fortunato D. ma solo di nome, questa è la mia, insomma quella gentile femminuccia che ha voluto impalmarmi per i miei soldi. " Pier Luigi all'orecchio di Alberto: "Si chiama Genoeffa ma chiamale Ge. altrimenti si incazza, e quando si incazza...sono cazzi!" "Mi accorgo che avete il senso dell'umorismo che apprezzo, intanto mi porto via Ge. per fare conoscenza, Pier Luigi la conosce e quindi tocca a me." "Vedo che lei è svelto a parole, forse ha pensato: io questa...ma male gfliene incoglierà, sa di essere un fusto come si dice a Roma ma a me non piacciono i fusti vuoti!" "Vedo che mi ha fotografato, fra l'altro ne capisco di foto perchè sono capo laboratorio fotografico nella Polizia Tributaria, vuol dire che mi metterò buono buono sotto il tavolo in attesa di un biscotto da parte della signora." Ma, contrariamente a quanto affermato, afferrò Ge. per le spalle, ls trascinò in una stanza vuota e prese a baciarla follemente. Quando si staccarono Ge. sembrava istupidita, mai le era successo, le girava la testa, dovette sedersi guardando negli occhi Alberto. Qest'ultimo. "Spero che tuo marito non abbia la stoffa di Gianciotto!" Ge. si era ripresa: "Con te se la passerebbe male, si vede che sei un atleta." " In passato sono stato nella squadra sportiva delle Fiamme Gialle, l'istruttore mi aveva messo fra i pugili, ma io non amo picchiare i miei simili, specialmente..." "Specialmente le femminucce ma non ti illudere io sono capricciosa." "Ed io le capricciose le sculaccio, come ti metti?" Una gran risata da parte dei due che fece girare il capo agli invitati compresi Fortunato e Pier Luigi. "Vedo che tua moglie ha trovato pane per i suoi denti!" "Più che pane..." La serata finì con balli veloci ai quali Alberto non volle partecipare: "Sono un orso nel campo del ballo, a Domodossola mi sono iscritto ad una scuola per imparare i passi più facili, il titolare, rssegnato, mi ha riconsegnato i soldi delle lezioni dicendomi: "Non sono un ladro, con lei lo sarei, non imparerà mai a ballare!" Ge. "Un bel modo per sottrarsi, d'altronde anche questi due beccafichi sono altrettanto imbranati, mi accontenterò di parlare con Alberto, fra l'altro mi ha detto che in Finanza è anche fotografo, prenderò lezioni da lui." Fortunato e Pier Luigi di misero a ridere, avevano capito che lezioni Ge. voleva da Alberto! La signora non era niente male: trentenne, media altezza, lunghi capelli castani,naso piccolo(Alberto riteneva le donne con lungo naso dei travestiti), bocca invitante, tette non eccessive (quelle con grosse tette sembravano delle balie), piedi stretti (Alberto li apprezzava, stava diventando feticista?) Nel tempo libero Alberto e Ge. facevano coppia fissa, dove andavano attiravano l'attenzione delle persone: Alberto col suo metro e ottanta, atletico e dal viso sorridente, Ge. vestita con molta fantasia, soprattutto poco vestita. In spiaggia poi uno spettacolo: davanti un francobollo, dietro un filo e, delle tette, coperte solo il capezzolo. Maschietti col torcicollo, femmine incavolate: "Che avrà quella più di me?" Pensieri dei maschietti: "Ce l'ha, ce l'ha!" A letto fuoco e fiamme! Un avvenimento cambiò completamente la vita di Alberto: la zia Armida, vedova dell'omonimo nipote era passata a miglior vita (si fa per dire) lasciando tutto il suo notevole patrimonio ad Alberto il quale ritenne opportuno far presente al Comando il lascito della zia. Nessuna osservazione da parte dei superiori, solo una malcelata invidia. Da quel momento Alberto cambiò la sua vita: acquistò una Jaguar senza rinunziare alla Cinquecento che gli serviva per la città, acquisto di un appartamento in via Cavour di duecento metri quadrati, rimpiazzo del guardaroba e soprattutto realizzazione di un suo vecchio sogno: uno yacht  mono albero con motore ausiliario da ottanta cavalli intestato a Flora da ormeggiare temporaneamente ad Ostia. Un grave evento gli permise di realizzare un suo sogno. Un pomeriggio di domenica Alberto stava spaparazzato sulla tolda dello yacht quando vide un bambino cadere in acqua e la madre gridare aiuto. Purtroppo in quel punto c'era la corrente del Tevere che portava al largo e così il giovane ben presto si trovò lontano dalla riva ed in difficoltà. Alberto non ci pensò due volte, si gettò in acqua seguito da Bull e, con molta fatica, riuscì a raggiungere il giovane che già aveva ingurgitato un bel pò di acqua. Giunto a terra, Alberto mise in atto quegli accorgimenti che aveva appreso alla Scuola Sottufficiali e così il bambino cominciò a sputare acqua e cominciare a respirare sia pure lentamente  Nel frattempo era stata allertata la Capitaneria di Porto che fece giungere sul posto un gommone ma ormai il ragazzo si era abbastanza ripreso. La madre abbracciò Alberto piangendo, Alberto che col petto gonfio del trionfatore la guardò un pò meglio...Il fatto fu riportato dal 'Messaggero', Alberto e Bull furono trattati da eroi tanto più che il bambino era figlio di un assessorebdel Comune di Roma, la conseguenza fu di un riconoscimento con tanto di pergamena e medaglia al valor civile. In ufficio qualcuno ci bagnava il pane: "Arbè devo da annà ar mare, me fai da bagnino?" Oppure "Me presti lo yacht devo da annà a pesca." Alberto se ne fregava dei loro lazzi e pensò bene di volgere a suo favore l'avvenimento. Contattò il padre del bambino chiedendo un favore: poter ormeggiare il suo yacht sulla riva del Tevere il più possibile vicino a via Cavour. L'assessore fece presente al Consiglio il desiderio di quel Maresciallo delle Fiamme Gialle che andava ricompensato per la sua abnegazione e sprezzo del pericolo dimostrati in occasione del salvataggio di suo figlio. La proposta fu accettata ed Alberto. Una mattina di domenica potè posteggiare la yacht 'Flora' come suo desiderio. Nel frattempo Bull e Cleo avevano traslocato sullo yacht ognuno con la propria cuccia sulla tolda e, in caso di cattivo tempo, all'interno della barca su un cestino. Dario si occupava sempre di loro con paga aumentata. Purtroppo per Cleo era accaduta una cosa poco piacevole: la prima volta che era andata in calore una moltitudine di gatti maschi si era presentati dinanzi alla porta d'ingresso dell'abitazione di Silvana facendo una cagnara incredibile. Soluzione drastica: castrazione! Alberto l'aveva saputo in ritardo e quindi non aveva potuto far nulla per evitarla, d'altronde Cleo non dimostrava di risentirne. Un giorno ad Alberto venne in mente di contattare la madre del figlio 'salvato dalle acque' Nome dell'assesore: Guglielmo A. residente in via ...tramite internet lo stato di famiglia: consorte Eloisa V. anni trenta. "Signora Eloisa mi riferisco a quell'episodio in cui ho salvato suo figlio, sono Alberto M." "Si figuri se posso dimenticare quel fatto, tutte le sere prima di andare a letto dico una preghiera per lei." Questo non ci voleva, le religiose sono le più difficili da... trattare. Alberto stava per rinunziare al suo progetto erotico quando la signora gli venne incontro:Se vuole può venire a prendermi, devo andare in Comune per parlare con mio marito, se lei..." "Tra quindici minuti sono sotto casa sua, ho una Jaguar (la Cinquecento lo faceva troppo morto di fame!) La dama era vestita da signora seria, tailleur lungo, camicetta incollata nel senso  che era chiusa sino al collo,  mostrava un viso sorridente, un bel faccino e capelli neri lunghi raccolti a crocchia. "Mai stata su una Jaguar, mio marito è iscritto ad un circolo cattolico e, secondo lui, non possiamo dimostrare troppa disponibilità finanziaria anche se la mia famiglia...Ad Alberto interessava poco dele faccende personali della famiglia A., accompagnò al Comune Eloisa che si sbrigò in fretta. Passando per via Merulana la signora indicò la chiesa di S.Maria Maggiore come la sua preferita. A questo punto Alberto, perso per perso,: "Eloisa, da giovane sono stato in un collegio cattolico, mi hanno cacciato perchè ho contestato in principi religiosi, sono ateo ed è un pò come dire..." "Inaspettatamente Eloisa: "Sono un pò zozzone, questa non se l'aspettava ma io non sono quella santarellina come  mio marito vuol farmi apparire, purtroppo..."Una buona notizia, Alberto fermò l'auto, si tolse la giacca, prese in mano il viso di Eloisa ed un lungo bacio cementò l'inizio della loro amicizia. "Ho sempre sostenuto che sotto le gonne delle santerelline..." "Ti prego niente volgarità, sono costretta a vivere in un certo ambiente ed in un certo modo ma quando, anche se raramente, incontro un Alberto...Oggi mio figlio esce dal collegio alle diciassette, facciamo un salto ad Ostia conosco un ristoratore che ha un pesce meraviglioso!" Alberto prese a ridere. "Si ma non in quel senso, sei un maialone!" "Di solito i maialoni finiscono in salami." Domattina prenderò un taxi, scaricherò mio figlio da mia madre ed andremo dove vuoi tu, mio marito è fuori sede." Quando arrivarono sotto lo yacth, Alberto aprìlo sportello dell'auto e: "Madame benvenuta a bordo, questa è Flora la mia amante!" "Sei una fonte di sorprese, oddio il cane!" "Bono Bull" Il cane conosceva il significato di quelle parole e si accoccolò a terra."Accarezzalo, capirà che sei nostra ospite." Bull si avvicinò ad Eloisa scodinzolando, aveva capito che quella era un'amica particolare del padrone.Anche Cleo fu presentata ma la signorina, oltre ad aprire gli occhi un paio di volte, si disinteressò ai due. "Dì la verità, la gatta è gelosa sennò che gatta sarebbe!" Eloisa fece sfoggio di un buon repertorio erotico, sicuramente non era la prima volta che cornificava il cattolico assessore che in campo del sesso doveva essere di una scarsezza, ma di una scarsezza...Non sempre Eloisa era disponibile e quindi Alberto accettò l'invito di Pier Luigi M. un collega, per andare ad una festa. "Alberto attenzione che questi sono snob, nessuna battuta, massima eleganza e riservatezza, navigano nel lusso, sono diventato loro amico..." "Ho capito durante una verifica fiscale." Una villa sull'Appia Antica, tre piani, piscina, grande giardino, alberi secolari. "Alberto M." "Sono Augusto F. e questa è la mia signora Eloisa U." Alberto non riuscì a trattenere una sonora risata, perplessi i tre si gaurdarono in viso pensando che il loro interlocutore fosse fuori testa. Alberto si inchinò e: "Chiedo umilmente scusa, non sono riuscito a trattenermi, in due giorni mi sono state presentate tre (ne aveva aggiunta una) Eloisa, di nuovo profonde scuse!" La signora prendendo sottobraccio Alberto: "Voglio delle scuse personali, voglio sentire de visu perchè il mio nome lo fa ridere." "Di solito so trattenermi, non faccio gaffes, lei si è dimostrata di spirito e la ringrazio, ero proprio in crisi." "Per così poco, mio marito ha la sua vita ed io la mia, piuttosto il suo collega?" "Non si preoccupi del mio collega, lui mangia in famiglia." "Adesso ci comprendiamo meglio, sua moglie..." "Non sono sposato,preferisco le altrui consorti!" "Hai capito il bel maresciallo delle Fiamme Gialle, un porcellone!" "Torniamo indietro voglio farti visitare la mia magione" e passando vicino ad Augusto ed a Pier Luigi: "Faccio vedere la casa al nostro simpatico ospite." Cena all'aperto, era luglio, camerieri che andavano e venivano con tante portate di carne, cacciagione compresa, pane nero proveniente da Tricarico in quel di Matera patria di Augusto, un vino rosso eccellente di cui il padrone di casa non volle svelarne il nome. Alla fine della cena passeggiata nel parco, Alberto  fu preso sottobraccio da Eloisa, sigarette Lucky Strik offerte da Auguto. Alberto si era portato una vecchia pipa dato che Pier Luigi gli aveva 'spiato'  che da Augusto erano ospiti persone snob. Pipa caricata  con tre tipi di tabacco molto profumati, apprezzati dalla dama. Infine accompagnamento dei padroni di casa sino al cancello. "Vedo che possiede una Jaguar x type, buon gusto, evidentemente lo Stato tratta bene i suoi dipendenti!" "Si sbaglia, questo è un lascito di una vecchia zia; mi farebbe piacere se veniste a trovarmi nel mio yacht che ho ormeggiato sulla sponda del Tevere, questo è il mio biglietto da visita con i numeri telefonici. Au revoir." Questa volta erano stati i signori F. a rimanere basiti. La settimana successiva, previo avviso telefonico, i cconiugi F. si presentarono un pomeriggio di domenica sulla banchina dinanzi allo yacht di Alberto unitamente alla figlia Maria Luce, ventenne, un pezzo di...Giunsero in Bentley evidentemente volevano far la figura dei signoroni tirando fuori l'argenteria di famiglia. Bull fu subito zittito da Alberto, Cleo aprì gli occhi rispondendo alle carezze della ragazza. "Signori, in sostituzione del solito pranzo in ristorante, ricordando il mio passato di finanziere che, a duemila metri di altezza cucinava per venti colleghi, ho preparato pasta alla carbonara,coniglio in fricassea,salsiccia marchigiana con patate, una insalatona ed ananas, come vedete niente di speciale." "Mio marito nemmeno un uovo sodo!" Dopo pranzato un giro con la yacht verso nord. "Lei sa fare un pò di tutto, strano che non sia sposato." È proprio per questo che sono celibe, d'altronde..." Auusto:In giro ci sono tante signore allupate, vero Alberto?" Ignorato l'interrogativo: "Voglio tornare indietro il mare si sta facendo troppo grosso. Agli addii Alberto si sentì stringere  forte la mano da parte di Maria Luce, la guardò in viso, l'espressione era quella di una furbacchiona.

  • 07 agosto alle ore 13:35
    Bull e Cleo 2

    Come comincia: La mattina successiva mentre si gustava il meritato riposo domenicale, il telefono: “Sono Eloisa, la seconda, permettimi di darti del tu, si tratta di mia figlia, tu non te ne sei accorto ma ti ha guardato con un certo interesse, siccome è spiccicata a me ed ha la testa dura, stai alla larga da lei almeno mezzo metro!” “Pensi che l’abbia tanto lungo! Non ci sono problemi, non è che la mammina voglia…” Telefono sbattuto in faccia. Alberto non pensava nemmeno lontanamente che questa storia avesse un seguito invece una mattina di domenica, “Cavolo non è possibile dormire almeno un giorno festivo, chi sei?” “Sono Luce, ami la luce?” Alberto si svegliò di colpo, sentiva puzza di guai e non sbagliava.”Carissima, hai una voce dolcissima ma sei una ventenne, peraltro fidanzata, io sono un vecchio trentacinquenne che ama solo le donne sposate, t’è capì.” “Sicuramente mia madre ti ha detto che quando voglio qualcosa la ottengo in tutti i modi, vengo al dunque: sono fidanzata con un compagno di università, è molto ricco e accetta tutti i miei desideri, chiamiamoli col loro nome, capricci ma non vorrei mai avere un figlio che gli assomigli, ho deciso per farti diventare padre di una bambina bellissima, che ne dici.” Gran risata di Alberto: “Forse non hai capito quello che ti ho detto precedentemente, ottengo sempre quello che voglio, che ne dici se affermassi che mi hai violentata, sarebbe la tua fine come maresciallo delle Fiamme Gialle e come uomo, au revoir mon amour, pensaci bene, ti richiamerò.” Alberto si guardò intorno, sicuramente un sogno, solo un sogno poteva essere ma…no si trovava sul suo yacht e la telefonata era vera. Un caffè peggiorò la situazione, decisione: farsi concedere un mese di convalescenza tramite un amico medico dell’Ospedale Militare Celio. “Ciao Antonio, sono Alberto, scusa la telefonata di domenica ma ho bisogno del tuo aiuto, posso venire lunedì in ospedale?” “A disposizione, stai male?”” Ti spiegherò a voce.” Il giorno successivo: “Se le cose stanno come mi dici sei nei guai,  sono psicologo, conosco quel tipo di femmina, la convalescenza te la faccio concedere ma per il resto…” Ritornato sullo yacht prese Cleo e se la portò sul letto, l’interessata incuriosita lo guardava, anche Bull ai piedi del letto, il loro padrone era in crisi. I giorni passavano lenti quando una mattina: “Carissimo ho consultato una mia amica ginecologa, stai a digiuno sessuale per una settimana, fra sette giorni alle nove di mattina sarò da te, ciao.” Alberto saltò pranzo e cena ma capì che non sarebbe valso a niente, doveva affrontare la situazione, in fondo ci poteva scappare qualcosa di piacevole, un figlio? Non era in programma ma tutti, o meglio quasi tutti li hanno e quindi… La mattina prestabilita una moto di fermò nei pressi della barca, una persona con casco ed in divisa di corridore motociclistico, Alberto ritornò dentro ma poi…Maria Luce si era tolta il casco ma era sempre a cavallo di una Ducati Monster rossa, sorrideva la baby…”Salita a bordo: “Un bacio al mio futuro sposo, sei stato a dieta? Lo vedremo subito dov’è il bagno?” Nuda Maria Luce era di una bellezza sfolgorante, corpo da modella, belle tette e sedere.” “Inutile che guardi il mio popò, è off limits, diamoci da fare col fiorellino che è vogliosissimo, fammi vedere... cavolo com’è grosso!” “Se vuoi rinunziamo.” “Niente rinunzia ma sii delicato,  mi doveva capitare  un superdotato!” L’immisio penis fu delicato fino ad un certo punto ma poi il viso di Luce si illuminò di una lunga goduria. “Non è che sai trovare…” Alberto capì che Maria Luce voleva godere col punto G., ritirò a metà il pene in vagina e poco dopo: “Sto godendo alla grande, che bello, bello oh mio dio…resta dentro finchè il tuo coso non si ammoscia ma mi pare che non ne abbia tanta voglia…” Dopo un mese su WatsApp un OK. anonimo, non ci voleva molto a capire. Il giorno successivo una telefonata, era quello di Eloisa due, Alberto  non rispose nemmeno nei giorni successivi. ‘Passa un giorno, passa l’altro più non torna il prode Anselmo.’ Non centra nulla nella storia ma così era passato in mente ad Alberto che, a quel punto forse era un po’ partito di testa. Finalmente un pomeriggio un messaggio: “È nata Flora, è bellissima!” il numero del telefono era quello di Maria Luce. Per un motivo difficile da comprendere Alberto volle far partecipe della notizia  Flora LDP. la quale in risposta: “È nato Alberto anche lui bellissimo!”Alberto aveva fatto il suo dovere di 'inseminatore!  Come ovvio cominciò ad invecchiare, a perdere i capelli ‘calvitia magna dilabuntur’ (un po’ di latino ci sta sempre bene), amante fissa Eloisa uno, Bull e Cleo deceduti erano stati sostituiti da altri due animali della stessa razza, Dario era in pensione sostituito da un certo Amleto. Alberto stanco della solitudine, vendette casa e yacht e si ritirò con cane e gatta in un residence di lusso cercando ogni tanto di accontentare ‘ciccio‘ con una cameriera ma con scarsi risultati, maledicta vetustas!
     

  • 04 agosto alle ore 10:54
    Lucio Mastronardi e il suo fiume Ticino

    Come comincia: Lucio Mastronardi ( 1930-1979)  merita un posto particolare nelle ricerche  volte a trovare  citazioni del fiume Ticino  nella letteratura italiana: nasce a Vigevano, quindi è un figlio del Ticino, il Ticino infine segnerà la sua vita terrena quale suicida nelle  acque del fiume azzurro. Nei suoi tre principali romanzi Il Maestro, Il Calzolaio, Il Meridionale, nei titoli domina Vigevano, nelle pagine forte emerge il suo fiume. Bello e gustoso il paragone tra Vigevano e Parigi come, nel Maestro di Vigevano,  il giornalista Pallavicino “la stava menando” mentre il campanone  della torre suonava la mezzanotte:” Io vi dico ch Vigevano vale duecento Parigi. Cosa c’è a Parigi che non vi sia a Vigevano? A Parigi c’è Pias Pigal; a Vigevano ioma Pias Ducal; a Parigi c’è la Senna; a Vigevano  c’è il Tisin; a Parigi c’è  la tur Eifel, num ioma la tur Bramant.” E così sempre nel Maestro il protagonista, il maestro Mombelli, nel suo solitario camminare e “nei miei pensieri” “ Scendo per una discesa rapidissima e mi trovo nella vallata del Ticino”  ed ecco la Centrale Edison che ritroveremo nuovamente nelle pagine del Calzolaio “  .” ..Annibale sconfisse i Romani dove ora c’è la Centrale Edison, sul Ticino, che pur essendo vicina a Milano, Vigevano, geograficamente parlando,  è in Piemonte, al di qua del Ticino”.  Nel Maestro dopo la vista della Centrale Edison il protagonista prosegue nel suo cammino.  “Sono seduto ora su di un ponticello. E’ un ponticello d’irrigazione che posa su due fiancate; messo per traverso. Sotto ci passa la trincea  ferroviaria. Sono in alto; il mio sguardo abbraccia tutta la vallata del Ticino: fiume, boschi, ponte.” Più avanti nel racconto del Maestro “ Sono tornato sul ponticello…Dal Ticino venne un rombo di barche che rompeva quel’armonia. Infine nel Meridionale di Vigevano ecco nuovamente la vallata:” Ci affacciammo sulla terrazza. Si vedeva un pezzo della vallata del Ticino qualche arcata del ponte; le boscaglie; un tratto della Nuova Circonvallazione”Caricamento in corso... Nel  Ne  Ecco  altri riferimenti al fiume dopo questi  primi : il Ticino dove lo scrittore  vive, sogna, spera, soffre, muore suicida; Il Ticino dove Antonio il maestro, Mario il calzolaio, Camillo il meridionale, vivono, sperano, sognano, soffrono ma ancor oggi  vivono come figure nitide e attive  nelle pagine di Mastronardi. Troviamo  Mario che ritorna ai suoi anni giovanili e ricorda:” Andiamo a Ticino in camporella nei boschi.Tornare giovani. Gli venne in mente una scappata che aveva fatto da ragazzo., l’unica, con una morosetta, proprio nelle boscaglie del Ticino.” Quel dialogo pieno di speranze e incertezze tra Netto il fratello di Menchina, e  Luisa, la moglie di Mario, dopo il richiamo di questi alle armi ed i dissapori ed i continui  screzi con il socio Pellegatta:” Piare un po’  di terra in Santa Giuliana, sul stradone per Novara- diceva il Netto” - Costruire adesso coi bombardamenti, che sfanno giù tuttecose!”  “-Ma sono tanti che costruiscono. Basta costruire nò verso Ticino. Loro hanno di mira il ponte, mica i nostri fabbrichini.”
    La favola, il sogno, l’incubo sui tradimenti di Ada la moglie  di Antonio:” Fisso la casa e mi accorgo che è una casotta del Ticino…” “ …..l’industrialotto guida sempre più forte: centottanta, duecento, duecentoventi, finché arriviamo sul ponte del Ticino, ma il ponte è senza parapetto. La macchina corre sull’orlo del ponte, in bilico, finché con un urlo mi sveglio, bagnato, come fossi caduto davvero nel fiume.” E le belle e intense riflessioni dello stesso Antonio:” Ogni epoca ha i suoi sensi di vita. L’uomo ha costruito questa trincea, questa ferrovia, questo ponte di irrigazione, quel ponte sul Ticino, quella torre che intravedo…” “  So che prima era ancora chiaro, ora è buio. La luna è grandissima, si riflette nell’acqua del Ticino; so che prima gli alberi erano silenziosi, ora la natura canta; e sono grilli e sono civette e sono amorici che cantano.”Quella affannosa ricerca della donna scomparsa dalla casa in cui era ospite Camillo:” Poco dopo scendevamo la vallata del Ticino.Una luna forte schiariva la campagna. Arrivammo al fiume in silenzio.” “..Il fiume era una massa scura e lucida.” E poi quel girovagare notturno sempre di Camillo:” Arrivai ad un bivio. Da una parte lo stradale proseguiva per il ponte del Ticino; dall’altra, cominciava una strada di periferia.” “ Sullo sfondo c’è nebbia: sale dalla vallata del Ticino” Quel dialogo tutto particolare tra l’industrialotto e Camillo” –Dottore è libero incò? –Perché?- Per portavi a Ticino.Voglio farvi provare un motoscafo!”
     

  • 01 agosto alle ore 10:58
    Dimenticata

    Come comincia: Ore 7.00.  Facciamo colazione. Lei guarda Masha e Orso. Io navigo col mio tablet. È già tardi. La vesto. Preparo il suo zainetto. Chiudo a chiave la porta. Usciamo di casa. Scendiamo le scale. Il sole del mattino riflette sul nero metallizzato della mia Lancia. C'è un caldo afoso, manca il respiro. Apro lo sportello. ‘’Dai, a mamma!’’ le sussurro all’orecchio mentre le allaccio le cinture del seggiolino. Lei sorride e mi tira un bacetto. ‘’Brum, Brum!’’ dice. Di corsa salgo dalla mia parte. Inserisco le chiavi. Accendo. Partiamo. Mentre guido chiamo mio marito. “Ciao, senti Luis, sto portando Betta all’asilo, poi vado al lavoro …  sì …sì… farò tardi stasera … passo in rosticceria a prendere un pollo”. Attacco il telefono. Davanti c’è una macchina che rallenta.  Finalmente, gira sulla sinistra. Proseguo dritto. Mi sento in affanno. Il mio capo non mi rinnoverà il contratto. Non che me l’abbia detto. L’ho capito dalle sue pressioni. Che stronzo! E pensare che non gli ho mai risposto male. Mai una lamentela. Mai un ritardo. Sempre ‘Sì, signore’. Alzo il volume della radio. C’è la canzone degli U2 che mi piace tanto. With or without you. Quasi arrivata in ufficio. Parcheggio vicino, almeno questo. Prendo la borsa e il cellulare. Guardo l'orologio. Sono le 8.00 in punto. In fretta salgo le scale. Mi sono scordata il portapranzo. Sarò costretta a mangiarmi un panino.

    Scattano le 15.00. Timbro il cartellino. Via dall’ufficio. Scendo le scale. Mamma mia, che caldo. Apro la macchina.
    ‘‘BETTA, BETTA!’’ urlo.

     

  • 30 luglio alle ore 13:57
    Un amore fuoco e fiamme

    Come comincia: “Mia cara sono a Cortina, è calata la notte, da dietro i vetri della mia stanza d’albergo vedo il nevischio scendere pian piano, è fuori stagione come il mio amore per te. Alla luce di un lampione vedo la tua immagine materializzarsi come per incanto .Sei sorridente, gioiosa, sensuale, amerei abbracciarti tanto grande è il mio desiderio di te. Ti seguo col pensiero durante tutto l’arco della giornata. Ora stai andando a riposare, resti per un attimo nuda, favolosa, per poi indossare un baby doll. Ti abbracci ad un cuscino, quel cuscino sono io, mi trasmetti il tuo intenso profumo sensuale ed io ne approfitto per inebriarmene. Dormiamo insieme sino al risveglio mattutino, sei in bagno, ti vesti, esci di casa, entri in ufficio, buon lavoro amore mio.” Questa mia mail è un lamento amoroso di un innamorato verso la propria amante, purtroppo maritata con un marito non degno della sua persona come capita a molte signore di classe, è un destino. Quella mail, infatti, se letta da chi non deve visionarla può portare ad ‘infiniti lutti’ come da omerica espressione dato che gli amanti, emuli di Andronico re bizantino, non appendono corna di cervo sul portone dei mariti ‘cocu’ ma sulla loro fronte. Questa la situazione di Joséphine R. signora quarantenne di origine francese che era rimasta in Sicilia, a Messina, per un ‘incidente’ che aveva portato, complice Alfio S.,alla nascita della deliziosa Rose, attualmente ventenne iscritta alla facoltà di medicina. Era stato per tal motivo che la bella Joséphine aveva deciso di rimanere nella Città dello Stretto dove aveva trovato impiego, essendo poliglotta, alla reception di un albergo vicino alla stazione ferroviaria. Rose era consapevole della infelicità materna, ogni giorno vedeva sfiorire la bellezza di sua madre, i suoi bellissimi occhi verde grigio mostravano tutta la sua infinita tristezza interna. Tramite amici universitari residenti in un malfamato rione di Messina, era venuta a conoscenza degli intrallazzi paterni in materia tributaria per regolarizzare la posizione di individui dalla fedina penale non proprio immacolata. Ultimamente Alfio aveva assunto come impiegate, due ventiquattrenni gemelle figlie di un famoso mafioso appartenente al clan Chiofalo (Calogera e Rosalia) che si trovava al 41 bis! L’ufficio di Alfio era al piano terra dell’edificio in cui era pure ubicata, al secondo piano, l’abitazione familiare degli S. Il capo famiglia, forse dietro consiglio di qualche ‘consiliori’, ritenne opportuno far installare una porta blindata all’ingresso del suo ufficio con tanto di serratura e di chiave di difficile apertura fabbricate in un paese dell’Est europeo. Rose, passando una mattina dinanzi all’ufficio paterno incui stava per essere  posizionata la suddetta porta blindata, inquadrò la situazione e pensò di volgerla a suo favore ma come? Un giovane operaio, da solo,  stava provvedendo ai lavori. La ragazza comprese che era il momento opportuno per tentare di farsi consegnare copia della chiave d’ingresso. Si aprì la camicetta, lasciò fuori un bel po’ di tettine e, rivolgendosi ai giovane gli disse la figlia del titolare dell’ufficio e che avrebbe voluto copia della chiave. Il cotale pensò bene di sfruttare la situazione e fece a Rose segno di seguirlo nel bagno…Rose diventò rossa anche per la rabbia, mise mano alla borsetta e, racimolati quattrocento €., li consegnò, guardandolo negli occhi al giovane il quale, capita l’antifona, si recò presso un vicino negozio di ferramenta comparendo dopo circa un quarto d’ora con una chiave in mano che la ragazza si portò via girandosi di spalle senza nemmeno salutare. Finito di pranzare, Alfio si ritirò nel suo ufficio e Rose spiegò a mammina il suo piano strategico per incastrare quel…di suo padre. Era probabile che le due ragazze, dai soprannomi di Lilla e di Lia, dopo aver desinato, si stessero 'rilassando' col loro capo. Madre e figlia entrarono nell’ufficio costatando che rispondeva al vero quanto intuito. Le gemelline, nude, stavano sollazzando il buon Alfio, poker! Il capo famiglia non fece onore alla cena e si ritirò nell’abitazione verso le ventidue rimanendo basito quando si accorse che tutti i vestiti e la biancheria della consorte erano spariti dagli armadi probabilmente traslocati in quelli della figlia: uno a zero e palla al centro avrebbe detto un commentatore di calcio. Alfio, avendo studiato legge, comprese che dinanzi ad un giudice la consorte avrebbe avuta concessa l’usufrutto della casa coniugale, la separazione per colpa del marito ed un assegno di mantenimento per la figlia studentessa universitaria. Preferì lasciar passare una settimana e poi decise che era giunto il momento di mettere in chiaro la situazione coniugale entrando nel sancta santorum di casa dove alloggiavano le femmine di famiglia. Male gliene incolse, in compagnia delle due dame c’era un giovanottone, un metro e ottantacinque, biondo, spalle quadrate, viso da pugile. Rose non si perse d’animo: “Papà questo è Franz il mio fidanzato, è di Belluno, studia medicina con me e, non appena saremo in grado di lavorare a tempo pieno, ci sposeremo, spero che ci darai il piacere di averti alla cerimonia in Comune, Franz non è religioso. Silenzio di tomba anche perché in un ‘conflitto’ fra un pugile da 1,85 ed un fringuelletto da m.1,65 non c’era lotta. Per cercare di rimediare alla situazione Alfio si esibì in un’altra gaffe: “Joséphine, quando tu vorrai potrai tornare al letto matrimoniale.” Sotterrato dalle risate delle femminucce, Alfio sempre più confuso per la cazzata che aveva detto sparì dalla circolazione. Rose baciò in bocca Franz che rimase perplesso ma poi si riprese: “Che ne direste di un trio mammina, sei d’accordo?” L’alto atesino cominciò a correre intorno al tavolo e poi, travolto dalle due furie si trovò sul divano sommerso da due corpi deliziosamente profumati ma per una (la figlia) off limits!
     

  • 30 luglio alle ore 8:59
    Dov'è la terra?

    Come comincia: Nulla sfugge alla luce, nemmeno l’ombra che zavorra anni di tempeste, granello su granello lontananze scolpite in viso. Dov’è la terra, dove le voci, le risa, i pianti dei figli? L’urlo del vento scemava, sopraggiungeva uno strano silenzio. Assenza brillava in superficie, specchio d’inganni e ricongiungimenti.
    Ho imparato a dissipare la morsa sul cuore: la mia verità non è adatta a chi vive tra mura sicure.
    -Eccomi- dico, sulla soglia, coi palmi aperti, pronto a sfamare e a cibarmi di pace. Non sanno della fragilità nelle giunture e prego perché non traspaia, ché ai loro occhi la tempra sia roccia. Sarà il mio mare a limare l’estremo sospiro. Cadrò, onesto animale in una caccia, di notte.

  • 27 luglio alle ore 10:24
    Viola

    Come comincia: Dolce Pensiero,
    Dolce Notte,
    Dolce Vita,
    Dolce Sguardo,
    Dolce Imbarazzo,
    Dolce Tutto.
    Quante volte invece il pensiero è stato Amaro,
    quante la Notte è stata insonne,
    quante la Vita è stata atroce,
    quanti sguardi sono stati Lame.
    L' imbarazzo invece conosce solo un senso, intoccabile e indiscutibile.

    Con le mani tra le mani accarezza il sogno, Viola, gote rosse e sguardo scomodo, non sa dove posarsi.
    Vuol Versare da bere ma le trema il braccio esile, che nasconde con un maglione di due taglie più grande.
    Non saranno dissetati i desideri. Non ancora. Perchè Viola guarda in basso.
    Perchè Viola insegue un punto nero immaginario che la porta non sa dove.
    Si siede Sul respiro e sospira tra la folla. Scava per trovare il senso di quel dis-senso.
    Ed i capelli che hanno il colore del petrolio inghiottono l'aria minacciata dalle nuvole.
    Viola non si cccorge, che sbadata! Ha gli occhi del Sole e un sorriso di Luna.
    Viola non regge gli sguardi che spogliano il suo corpo. Carezze troppo pesanti per la sua insicurezza
    Inciamperà  durante la Fuga sbucciandosi le ginocchia, perdendo la speranza.
    Avrà  voglia, forse, di tornare indietro, ma Viola sa, che indietro non si torna.
    Perchè il mondo cambia forma e il tempo non aspetta.
    Sarà la magia più vera, il rossetto quasi andato, mangiato dalle unghie nella bocca.
    Si sentirà  sempre nuda Viola, nel suo facile imbarazzo.
    Ma è dolce il suo pensiero, è dolce il suo sguardo..
    Dolce Notte e Dolce Vita Viola. - L'amaro sarà  dimenticato -

  • 26 luglio alle ore 16:47
    A mille ce n'è.

    Come comincia: Mi ricordo quando ero piccola piccola. Mia mamma mi faceva ascoltare un disco che cominciava così: "A mille ce n'è.. nel mondo di favole da narrar.. da narrar".
     
    Quella canzone mi scombussolava fino alla punta dei piedi.
    Era come se mi aprisse la porta di un mondo incantato e che non poteva che incuriosirmi, appassionarmi. Più della nutella nascosta sopra al frigorifero.
    Poi una voce si metteva a raccontare di intrepidi spazzacamini, di splendide regine e di orchi famelici.
     
    Io rimanevo lì, in silenzio, ad ascoltare e a guardare il giradischi.
    Intanto mi mettevo a meditare sul perchè non riuscissi a introdurmi di soppiatto dentro a quella porta, diventando favola anch'io.
     
    Mi chiedevo come fare ad avere una vita da favola.
    Doveva essere davvero meravigliosa, entusiasmante, qualcosa che devi in tutte le maniere provare. Era una questione di volontà? di coraggio? di altezza? di follia?
    Forse c'era un trucco che io non conoscevo ancora.
     
    E un giorno mi decisi, dopo aver indossato il mio completo da principessa delle favole.
    Scavalcai la finestra, montai sopra un balcone senza guardare di sotto, mi arrampicai su un cornicione e raggiunsi il tetto.
    A dir la verità fu molto più facile di quanto si possa immaginare.
    Niente di così sorprendente o rischioso, visto che ero solo al secondo piano e il tetto in questione era poco più su della mia finestra.
     
    Però arrivarono comunque i pompieri a salvarmi.
    Come nella migliore tradizione delle favole, i buoni aiutano i buoni, e i pompieri erano indubbiamente buoni e gentili.
     
    Dopo quella volta, mi convinsi che tutte le favole hanno purtroppo un prezzo da pagare.
    Da allora non è che le cose siano tanto cambiate.
    Ho ancora avuto modo e voglia di scavalcare finestre, salire sui tetti, toccare il cielo con un dito.
    Devo ammettere che lo faccio ancora e credo che lo farò sempre.

  • 25 luglio alle ore 16:28
    Meravigliose emozioni erotiche

    Come comincia: È noto: alla base delle vicende umane c’è la fortuna, ne erano convinti gli antichi che, a modo loro, cercavano di rivolgerla a proprio favore con riti magici che evidentemente Beniamino V. non conosceva in quanto la sfortuna fu per lui foriera di immensi problemi per esser passato a miglior vita (si fa per dire) nell’incendio della sua grande fabbrica di carta al Trullo alla estrema  periferia sud-ovest di Roma ma soprattutto per la sua famiglia di cui era l’unico sostegno. La ferale notizia giunse per telefono il mattino presto alla moglie Greta F. ed ai figli gemelli Alida ed Andrea con ovvie conseguenze. Tutti e tre si precipitarono in auto sul luogo dell’incendio ma non poterono avvicinarsi, le fiamme ancora bruciavano alte sul resto della fabbrica ed i pompieri erano impegnati a circoscriverlo. A loro di presentò, senza parole Alberto M. che era il direttore della fabbrica, c’era poco da dire. Si diedero appuntamento per il pomeriggio nell’abitazione di Alberto che si trovava ai Parioli nello stesso edificio di quello di Beniamino, appartamento di sole due stanze ben più piccolo di quello del suo datore di lavoro che era di duecento metri quadri. Presenti oltre che la famiglia V. anche Anna la moglie di Alberto che cercava di consolare le due donne mentre Alberto parlava con Andrea e lo metteva al corrente della situazione: probabilmente l’incendio era doloso perché il capo famiglia aveva ricevuto richieste di ‘pizzo’ per telefono da parte di un mafioso che però non si era presentato personalmente, Beniamino se n‘era fregato, il significato del suo nome era ‘figlio della fortuna’ e ad essa si era affidato con poco successo. Greta, con la scomparsa del marito, era diventata responsabile della famiglia ed in tale veste si mise a parlare con Alberto che la ragguagliò sulla loro non brillante posizione finanziaria: il loro appartamento doveva essere ancora pagato con due milioni di €uro al mese per altri  cinque anni, la fabbrica non era assicurata contro gli incendi,  Beniamino non aveva altri introiti. Greta pensò anche ai figli Alida ed Andrea iscritti all’università. Cadde pesantemente su una poltrona, con lei casalinga il quadro era allarmante con problemi irrisolvibili, un pianto dirotto fece accorrere Alida, Andrea e Anna che furono messi al corrente della situazione. Notte in bianco per tutti, la mattina alle nove il campanello: impossibile pensare chi fosse a venire in quella casa del dolore: era Louis Bergerac padrone di tutto l’isolato (anche di casa loro) che Greta aveva incontrato poche volte. In camicia da notte e senza trucco la padrona di casa cercò di far capire che non era il momento…Con accento francese: ”Madame innanzi tutto le mie più profonde condoglianze, in questo tristissimo momento penso di potere essere utile a lei ed ai suoi figli, purtroppo a chi rimane rimangono i problemi pratici che angustiano la vita, cercheremo di risolverli insieme questa sera a cena a casa mia, due piani più in alto.” Senza ottenere risposta, con un attenti tipo militare si congedò. Completamente nel pallone, Greta tornò a letto ed ai figli riportò quanto accaduto ricordando quanto a suo tempo riferitole da Beniamino dell’immensa fortuna del signor Bergerac In tutta Europa. Alida ed Andrea che già si vedevano all’angolo della strada a chiedere la carità, spinsero la madre ad accettare, ci voleva poco per capire le intenzioni del marpione. Alla cena si presentarono anche Alberto ed Anna che furono ben accettati dal padrone di casa, un compagnone! Louis era vestito impeccabile in un frac classico,  evidentemente voleva far impressione su chi? Evidentemente su Greta a cui in passato ebbe a fare i complimenti più sviscerati senza successo. La cena fu servita da un maggiordomo in divisa: classici aperitivi, antipasti, pappardelle al sugo d’anatra, coniglio all’agro dolce, insalatona, tutto ‘innaffiato da un ‘Brunello di Montalcino’ annata 1950, ananas e Caffè Sport  Borghetti che fu il sipario della cena.“Madame Greta sia più ottimista le faccio visitare il mio bagno di cui son fiero per la vasca ‘Nenuco’ unica nel suo genere.” Entrati in bagno: “Cara Greta, appena ti ho visto mi sei entrata nel cuore, sono a tua disposizione, ogni volta che verrai a casa mia ti abbonerò una rata del tuo debito più diecimila €uro, scusa la volgarità ma non so che altro dirti.” Un assenso col capo dall’interessata che in fondo pensò di essersela cavata abbastanza bene, ci son donne che si vendono per molto meno, la famiglia avrebbe ripreso il suo posto in società! Al rientro si mostrò  contenta di aver visto una vasca da bagno fuori del comune, ovviamente nessuno ci credette. Il primo appuntamento avvenne il pomeriggio del sabato successivo,  madame aveva acquistato un negligé rosa che aveva coperto, durante il tragitto in ascensore, con un cappotto estivo. Fu accolta con un baciamano che in fondo le fece piacere, nessuna volgarità, invito sotto la doccia ovviamente nudi, complimenti del padrone di casa per il suo fisico, un po’ meno da parte di lei per la ‘pancetta’ del prossimo amante ma in fondo… Louis prese subito a baciare la gatta, aveva stile apprezzato da Greta che si meravigliò per la grossezza del ‘ciccio’ del francese, non ricordava bene le dimensioni di quello del marito ma in fondo non le dispiacque non immaginando che ‘ciccio’ era stato ‘aiutato’ da una pillola di ‘Levitra’ molto di moda per i non più giovanissimi ma anche, talvolta, per i giovani. Greta capì che ormai il sabato pomeriggio era dedicato all’amante sempre ben disposto in fatto di quattrini, che anzi aveva aumentato la quota in contanti. E gli altri componenti della famiglia? Un caleidoscopio di persone: Alida (significato nobile) era lesbica, contemporaneamente Andrea (significato uomo virile) omosessuale!, evidentemente all’interno dell’utero materno si erano scambiati il sesso! Avevano confessato alla madre le loro tendenze, Greta il cui nome vuol dire preziosa, rara, da buona madre aveva accettato la sessualità dei figli e la loro iscrizione alla L.G.B.T. (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), addirittura aveva partecipato con Louis alla manifestazione della lgpt a Roma, Beniamino non aveva certo fatto onore al suo nome che voleva dire figlio della fortuna, ma ormai era un lontano ricordo. Alberto ed Anna talvolta ridevano della loro normalità ma si rendevano conto giorno per giorno che la noia si era impossessati della loro monotona vita di impiegati alle poste. Avere a che fare con vecchietti che si lamentano della loro misera pensione, ritirare lettere e pacchi , caricare i postini  dei plichi da consegnare. La loro noia era mancanza di stimoli, un senso di vuoto, di impotenza, talvolta fantasticare con la mente era legata alla sensazione dello scorrere del tempo. Alberto ed Anna incontravano per le scale Louis con Greta e ed i due fratelli Alida ed Andrea che un giorno: “Che facce da funerale, se venite un giorno con noi  vi divertirete a veder tanta gente allegra e sorridente, anche un po’ di sesso…” I due rifletterono ma fu Anna a prendere l’iniziativa: “A noi che ci costa, nessuno ci obbliga…” E così un sabato pomeriggio seguirono in auto Alida ed Andrea che si recavano in una villa di Grottaferrata in cui furono accolti da una signora anziana, alta e magra, vestita di nero, molto signorile. “È la prima volta che vi vedo, benvenuti, tutti noi siamo degli anticonformisti ma sempre col buon gusto come regola, divertitevi!” Al bar un addetto (o un’addetta) truccatissimo, con voce femminile: “Vediamo se indovino i gusti dei signori: aranciata o limonata ma quella col limone!” “Come ti chiami, sei un simpaticone.” “Marco, guardate che vuol dire guerriero, sono pugnace ah ah ah.” Furono avvicinati da un tipo un metro e ottanta, bruno di capelli e di carnagione, vestito casual: “Sono Fosco, faccio onore al mio nome che vuol dire scuro, anch’io frequento questa villa da poco tempo, in fondo sono felice anche se uso raramente questo vocabolo. Fuori c’è misera, degrado, omicidi, delinquenza, tutto deprimente mentre qui…Col permesso del signore gli sottraggo, in senso buono, la consorte.” “Mia moglie non è sotto tutela e poi anch’io…” I due sparirono risucchiati dalla folla che andava aumentando come pure l’allegria generale. Alberto rimasto solo, si sedette vicino ad un tavolo col bicchiere di aranciata; fu subito avvicinato da un trans che: ”Ti vedo tristissimo, se vieni con me…” “Non ti offendere ma ho mal di testa.” Il tale si allontanò deluso e Alberto cominciò a pensare cosa stesse combinando Anna, lui,  il moquer dei gelosi stava provando per la prima volta quel sentimento, ne aveva ben donde, Fosco si dimostrò subito attivo in quanto a sesso anche se in modo particolare: denudata la consenziente Anna, dopo un cunnilinguus che portò la baby a lunghi orgasmi, prese un vibratore se lo infilò nel suo didietro ed il pene, dapprima a riposo, si risvegliò pian piano non molto in lunghezza quanto in una spropositata circonferenza che fece impressione ad Anna. “Non ti preoccupare, sarò delicato ma poi tu…” Anna ebbe conferma di quanto asserito da Fosco. All’inizio ebbe qualche fastidio ma poi quando il pene arrivò a metà vagina cominciò a provare una goduria piacevole talmente violenta da portarla ad emettere urletti di piacere sempre più forti, un piacere infinito che la lasciò senza forze, punto G attivato come non le era mai accaduto con Alberto. Ci volle del tempo prima che la dama riuscisse a riprendersi, non voleva presentarsi in quelle condizioni al marito ma Alberto si accorse subito che lei aveva provato qualche sensazione sessuale al di fuori dell’usuale. Nessun dialogo sino a casa, poi: “Se te la senti raccontami tutto ma solo la verità come da nostra vecchia abitudine.” Sono troppo sconvolta, se non ti dispiace preferisco dormire, a domani.” Anna dormì il sonno del giusto o meglio della giusta ma non Alberto che immaginò le cose più strane ed inverosimili. La mattina sveglia a mezzogiorno, ovviamente per Anna che, allegrissima abbracciò e baciò un Alberto. “Ti confesserò tutto come avvenuto ma ricordati che nulla sarà cambiato fra di noi, sarai sempre il mio grande amore, non sono solo parole, ti amo profondamente.” Senza tralasciare alcun particolare narrò tutta la vicenda sino alla fine. “Sono stata sincera, per ora non voglio sapere cosa pensi, a botta calda si possono dire anche cose che in un secondo tempo possono essere considerate sbagliate.” Nessun commento da parte di Alberto che con Anna riprese il tran tran quotidiano come se nulla fosse accaduto ma il destino, superiore anche agli Dei, aveva in riserva una sorpresa, un bella sorpresa per Alberto che un pomeriggio durante il quale Anna era dal parrucchiere, ricevette una telefonata: “Sono Greta, Anna mi ha accennato che avete avuto qualche diverbio, anch’io sono in crisi con Louis, vorrei confidarmi con te, lunedì mattina datti  malato, non andare in ufficio, se vuoi staremo insieme.” Il lunedì mattina Alberto andò in bagno, fece finta di vomitare  ed avvertì la consorte che non se la sentiva di andare a lavorare. Greta, vista uscire Anna,  per telefono disse ad Alberto di raggiungerla a casa sua, Louis era lontano ed i ragazzi fuori casa. Un bacio appassionato ed anche un po’ triste, che era accaduto? “Ho bisogno di confidarmi con te, non so come definire i rapporti con Louis, in un momento di mezza sbornia mi ha confessato che ama molto avere rapporti anali con le femminucce ma quelle che lui conosce non glielo permettono e così ogni volta che stiamo insieme lo pretende da me,  mi fa sdraiare sul letto di lato piegata a metà e si diverte a lungo. Molto probabilmente ha altre donne in Europa, forse mogli ed anche figli perché lo sento parlare al telefonino qualche lingua che non riesco a comprendere. Ovviamente non posso far a meno dei suoi soldi e quindi immagina quello che provo, essere usata come una volgare puttana, sento il bisogno di un po’ di romanticismo, tu mi sei sempre piaciuto enormemente, sei affascinante ma non volevo far un torto ad Anna ma sapendo che tra voi…” La dama , fatta volare la vestaglia, rimase nuda a disposizione di un Alberto affascinato da un corpo bellissimo e dalle appassionate parole di Greta con la conseguenza che ‘ciccio’ si trovò a lungo non in ‘una selva oscura’ ma dentro un accogliente e caldo orifizio, e non quello preferito da Louis. Il rientro a casa di Alberto  mostrò ad Anna un marito allegro e sorridente. “Mi ha telefonato Greta, dapprincipio sono rimasto perplesso per quello che mi ha chiesto e che poi è accaduto fra di noi ma poi...” Questa volta la favola (escluso che per quel volgarone di Louis) ebbe il solito bel finale di tutte le fiabe per i protagonisti che vissero... 
     

  • 25 luglio alle ore 8:51
    Le gemelle di Dong Da

    Come comincia: Il sangue ci legava. Eravamo le gemelle di Dong Da. Tutti dicevano che mia sorella avesse un dono: la sensualità di nostra madre. Nessuno vedeva il mio male: una morbosa gelosia per lei. Ad Araki bastarono pochi scatti per capire: volevo essere l’unica. Invece eravamo in due, a Tokyo, nel suo studio fotografico: lei davanti, crisalide fremente, io alle sue spalle, bozzolo ancorato. Mentre la trattenevo con un abbraccio sentivo premere contro il mio seno le sue ali appena accennate. Strinsi il velo rosso intorno al suo liscio collo. Spensi con il fuoco il fuoco che mi bruciava. Sulla parete erano esposti dei ‘Flowers’: sembravano sospesi tra la vita e la morte. L’ultimo respiro. Immaginai.
     

  • 24 luglio alle ore 12:43
    La ballata del Baro

    Come comincia: Ve lo racconto come fosse  uscito da un dipinto di Luzzati.
    Era un fresco meriggio di maggio quando giunse gioviale, nel grande giardino, la bella bambina.
    ‘‘Bara la faccia!’’ raspò una bestiaccia appollaiata sulla mia spalla.
    Salito su un palchetto di cartone, mi travestii da tutore.
    Così incominciai a prepararmi per la Grande-Lezione:
    pescai dalla  tasca un mazzo di carte a doppio colore;
    poi, con famelico ardore, seminai la terra di picche, di quadri e di fiori.
    L’ingenua pupilla colse nel mezzo il fante col cuore.
    Sfilando la carta dalle sue dita, rovesciai la figura:
    rivelai il volto villoso della Lussuria.
    L’aria era intrisa di lezzo caprino e tanfo animale.
     
    Ora urlo l’ultimo orrore: c’è il mio cognome inciso sulla piccola bara del suo funerale.
     

  • 24 luglio alle ore 12:38
    L'altra voce

    Come comincia: Finalmente a Batrun. Il ricordo ti insegue! La foschia si dirada, l'acqua è uno specchio. Il mare ingrossava, le onde rullavano! Giù al porto c’è vita. Il peschereccio di Taganrog affondava! Fu una disgrazia. Hai ucciso tuo figlio! Colpa della tempesta. Della tua superbia, volevi salpare per forza! Il sale di tante lacrime ha spaccato il mio volto. La klikuša piange ancora il suo sangue! Prego per lei, è ancora mia moglie. Vigliacco! Per venti anni ho espiato su ‘navi di Tarsis’. Sei fuggito! Cerco la pace. Scava con le unghie la tua fossa: lo Sheol aprirà le porte! L’albatros vola sopra la mia testa. Vecchio pazzo, vedi solo ciò che hai dentro! È di fronte a me: ha perdonato.
     
    << Papà, le medicine! >>.
     

  • 20 luglio alle ore 12:06
    Storia breve dell'infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam?
    Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari.
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi ed io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia le due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ieri.
    Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

     

  • 18 luglio alle ore 23:22
    Il sonno di un bambino

    Come comincia: I
    La pioggia scende lieve e silenziosa come una manna da un cielo sempre più strano ed irriga la terra assetata da troppi giorni. Sono già le sei del mattino e nonostante il tempo uggioso, dalle persiane riescono a filtrare alcuni sprazzi del nuovo giorno che mi inducono ad aprire di malavoglia la luce e seduta sul letto, resto in ascolto: in corridoio regna il silenzio, nessun movimento viene dalla tua camera, solo il ticchettare sommesso della tua sveglia smorza un po’ l’afa che sopprime le mie sicurezze.
    Decido quindi di alzarmi e prendo la vestaglia, rivolgo però prima l’orecchio alla strada con un groppo in gola: un’auto rallenta sulla curva di casa nostra e penso: tra un po’ si aprirà il cancello e tu rientrerai a casa finalmente con passo furtivo e consapevole del tuo ingiustificato ritardo mentre io sarò qui ad aspettarti immobile e sorridente, a braccia conserte, come spesso ho fatto negli ultimi anni.
    No… L’auto prosegue e quindi l’attesa continua a crescere.  Vado a piedi nudi in bagno e mi appoggio un po’ alla finestra guardando fuori: con le dita mi strofino gli occhi pesanti, colpiti dalla forza della luce mentre un mix di pensieri ed emozioni si accavallano nei minuti monotoni che seguono.
    A colazione stavolta dovremo stabilire delle regole ma ora dove sei tesoro mio? D’impulso torno in camera e prendo il cellulare per controllare le chiamate: nulla, assolutamente niente da ieri sera, né un sms, né uno squillo a vuoto per avvertirmi che stai tornando, torna il silenzio ed in mezzo odo solo un gocciolare piano dalle grondaie…
    Ieri sera, prima di uscire, mi avevi abbracciato teneramente rassicurandomi: “Mamma, tranquilla, torno presto, non faccio come lo scorso sabato, vado solo a farmi un giro con Diego giù a Lignano…Ok?”. Ed io naturalmente ti avevo creduto perché avevi uno sguardo così ingenuo che ti illuminava tutto, entrambi avevate due visi da ragazzini, tu e Diego ed ogni fine settimana li passate sempre assieme come Cip e Ciop nei film della Disney... Tu, la morosa, non te la sei mai voluta trovare, anche perché Lei sarebbe solo un optional per te!  Eppure, con i tuoi occhi blu mare, mi pareva impossibile dirti qualcosa….
    “Va bene, non bere troppo, che poi se ti fanno la prova, devi chiamare papà per farti venire a prendere! E tu sai come è fatto lui quando si arrabbia…” E tu girandoti, mi sorridevi spazientito: “Mamma per favore……”.
    Da sotto le nuvole dense Il sole fa brevemente capolino, finalmente ha smesso di piovere così potrò uscire per stendere ad asciugare le tue camice dopo un intero giorno di pioggia.  Scendo quindi in cucina, alzo le persiane e vedo la pioggia brillare sull’erba. Che domenica sarà oggi!
    Eppure, dentro di me non riesco a non sentirmi un po’ inquieta dal momento che né tu né tuo padre siete ancora tornati a casa. Sì, è vero, non sono sempre stata una madre modello; quando eri piccolo, a pranzo a volte dovevi mangiare dai nonni o alla mensa della scuola perché io dovevo restare in studio fino a tardi; talvolta ricevo i clienti anche alle otto di sera perché è più facile che vengano sul tardi, dopo il lavoro.
    Sospiro mentre inizio a cucinare, non è facile gestire una famiglia ed una partita iva…. E forse sedendoci ad un tavolo potremmo parlare un po’di più e magari uscire tutti insieme il prossimo finesettimana.
    Finora non sono mai riuscita a capire ciò che ti passa per la testa, eppure io ci sono sempre e tu lo sai che puoi contare su di me ogni volta che hai bisogno di qualcosa così come sai che certi comportamenti mi fanno davvero male. Perché allora non vuoi capire che se ti dico di tornare a casa ad un certo orario, non devi fare invece di testa tua?
    Tendo di nuovo l’orecchio alla strada: no, sono sempre le solite auto che passano e che rallentano sul bagnato. Quest’attesa è veramente snervante tanto da dolermi il capo e non riesco a non sentirmi tentata dal telefonarti anche se poi potrei sembrarti la solita bacchettona come dice a volte Diego e sarebbe difficile anche solo chiederti dove sei…. Vado all’ingresso con il cuore diviso tra il mal di testa e la speranza che presto potrebbe tramutarsi in rabbia se non arrivi. Comunque, stavolta non mi sfuggi!
    Sul lavello tintinnano ogni tanto delle piccole gocce quasi a volere scandire l’impazienza che fa tremare le mie gambe. No, non sono propriamente una roccia, sono le nove e mezza e adesso sono sola con la mia paura. Prendo d’istinto il cellulare e compongo di fretta il tuo numero ma niente squilla invano e la chiamata infine viene inoltrata alla segreteria: irreperibile! Guardo il davanti a me il crocifisso: Gesù proteggi il mio ragazzo!
    II
    “Signora V. venga di là per favore! È da sola? Forse è meglio che aspettiamo che arrivi suo marito…… mi dispiace ...”
    Il medico del pronto soccorso mi porta in una stanzetta e mi tende educatamente la mano invitandomi a sedere su una seggiola davanti alla sua scrivania. “Guardi, abbiamo fatto davvero tutto il possibile ma quando è arrivato in ospedale, non c’era più niente da fare e il suo cuore si è fermato poco dopo, non ha mai ripreso conoscenza…”.
    Le sue parole mi attraversano la mente, le ho sentite ma non capisco cosa mi vogliano dire e non riesco a trattenerle nella mente; sono seduta con le gambe che mi sembrano due pezzi di legno e mentre seguo il movimento delle labbra di questa persona, penso che stia parlando con qualcun altro.
    Forse sono diventata sorda o pazza. Bussano alla porta, è Diego ed ha gli occhi sotto i piedi ma non cerca di nasconderli con le mani. Chiedo ai presenti: “Perché siete tutti qua vicino a me? Che succede? Che cosa volete? Dov’è mio figlio?”.
    Dentro mi sento ormai un leone in gabbia e avrei così tante parole da far uscire dalla bocca che mi sento sazia ancor prima di iniziare. Eppure, sento, anche, come se mi avessero annodato in gola in un groviglio le corde vocali.
    Il medico davanti me mi guarda in maniera strana e da dietro la scrivania poggia la mano vicino al telefono in attesa. Fuori nel frattempo splende sempre più il sole e si rafforza l’idea in me che sarà una bella giornata.
    “Ha bisogno di qualcosa signora? Vuole un tè prima di andare di là…?” Accenna con gli occhi fuori dalla porta, quasi per accompagnarmi ma dove non ho ancora capito. Diego intanto è rimasto vicino alla porta, mi sembra che voglia uscire da lì prima possibile ma non ne sono sicura perché non ha mai alzato gli occhi finora. Mi alzo allora io come se il mio corpo reagisse automaticamente e seguo fuori il medico che mi prende di nuovo la mano. È davvero una persona gentile! Mi porta in un’altra stanza, sono solo pochi passi fino in fondo al corridoio e noto che la porta è socchiusa.
    Entriamo entrambi piano e mi sento di nuovo la mamma che entra di soppiatto in camera del figlio per vedere se dorme già.
    “No, non ho bisogno di nulla.” Rispondo guardando ingenuamente il mio interlocutore in camice verde. E di che cosa dovrei avere bisogno? Boh…
    “Bene, allora, la lascio un po’ da sola qui c’è una sedia e fuori c’è un’infermiera se ha bisogno di qualunque cosa”.
    Spalanco gli occhi guardando davanti a me: mi trovo in una camera tutta bianca, pulita ma intrisa di uno strano odore, c’è un letto e sotto il lenzuolo, scorgo un viso addormentato. Mi lascio cadere sulla sedia che del resto è proprio accanto al letto.
    “Grazie dottore...” dico tra me dopo che è già uscito il medico mentre mi sale un gemito. È mio figlio? Non è possibile: quel viso, la fronte rugata, sembra solo addormentato; da seduta allungo la mano e scosto dai suoi capelli, degli aghi di pino che chissà come gli si sono impigliati, anzi alcuni si sono impasticciati formando dei grumi rossi appiccicaticci.
    Si è Mio Figlio. Presa dall’impeto, t’ho abbracciato e ti ho stretto così tanto a me, ti ho cullato come quando eri solo un bambino. Sento freddo ora in questa stanza anche se fuori è una bella domenica d’estate: davvero non c'è altro che un dannato freddo silenzio.

  • 17 luglio alle ore 9:11
    Co' 'sta pioggia e co' 'sto vento...

    Come comincia: Il conte Camillo Colocci, vedovo,  abitava nell’antico castello avito nel Comune di Matelica in quel di Macerata insieme al figlio Marcello cieco dalla nascita, alla figlia nubile Ena legnosa, accanita cacciatrice e dalla battuta satirica facile, al figlio Ettore un metro e novanta, maxime truncum familias, a cui assomigliavano alcuni ragazzi del circondario con gioia della madri e malcontento dei padri putativi ed infine la deliziosa Annabella di anni venti che, per motivi difficili da comprendere aveva  voluto vestire i panni di monaca chiedendo al genitore di risiedere in un convento confinante col loro castello sul Monte San Vicino, monastero che era stato costruito nell’ottocento e quindi non aveva le comodità cui era abituata la contessina. Con un po’ di moine ottenne dal padre, a cui non faceva difetto la moneta, di ristrutturalo restringendo le camerette disadorne delle suore da venti a dieci ma con tutti i confort moderni. Naturalmente era stata nominata badessa , insomma il monastero era diventato un simil albergo di prima categoria a cui avevano accesso solo le suore provenienti da famiglie nobili. Aveva scelto come nome da suora Susanna forse non sapendo che era certa suor Susanna Simonin, nel medioevo, era stata classificata pessima religiosa… Nel far risistemare le camerette suor Susanna se ne era riservata una che era in comunicazione con quella della foresteria dove venivano alloggiate le religiose di passaggio. L’arcivescovo di Macerata all’inaugurazione del complesso, aveva avuto parole di elogio per il conte Colocci per la sua magnanimità. Sin da piccolina Annabella aveva preferito giocare con giocattoli maschili non amando le bambole o meglio apprezzando quelle in carne ed ossa delle sue coetanee, con cui imbastiva giochi  erotici apprezzati dalle compagne, in mancanza di maschietti…Col tempo non perse l’abitudine e, guardandosi intorno, scelse come compagna di ‘giochi’ tale suor Angiola Viridiana che nel secolo passato non era ricordata per le sue doti di santità. La cotale alta, longilinea occhi grigi bocca carnosa, seno appariscente pur coperto dal vestito monacale e poi gambe chilometriche piedi lunghi e stretti, bellissimi. Tutte sapevano tutto di tutte ma era loro interesse non mettere il naso nelle altrui vicende. Suor Susanna quando vide per la prima volta Angiola spogliata, rimase senza fiato e ci fu un incrocio di gambe e braccia con baci appassionati, il tutto finì alle luci dell’alba e pertanto le due suore dovettero saltare il mattutino con grandi risolini delle altre monache. Il giorno di Natale suor Susanna invitò il fratellone Ettore alla cerimonia religiosa tenuta da fra Gaudenzio, un giovane prete di una parrocchia vicina, confessore delle monache e poi in giardino canti e balli non proprio religiosi. Suor Susanna ad un certo punto si accorse della mancanza del fratello e della suora Silvia; tutto intorno al giardino c’era un bosco da cui uscirono separatamente Ettore e suora Silvia un po’ accaldati in viso. Suor Susanna si preoccupò non per puritanesimo ma perché una eventuale gravidanza gli avrebbe fatto perdere quel Paradiso che si era costruito. Avvicinatasi al fratello con aria interrogativa…” Tutto a posto sorellina, non diventerai zia…” Quel figlio di cane la prendeva anche in giro, non l’avrebbe più invitato. Altro problema era il confessore; fra Gaudenzio all’inizio restò basito da quello che in confessione gli raccontavano le suore sui loro comportamenti sessuali ma poi filosoficamente pensò: “Se il buon Dio ha permesso alle suore di godere delle gioie terrene, chi era lui per giudicarle anzi pensò bene di approfittare della situazione e, osservando il viso delle sorelle, una volta riscontrò in suor Silvia un sorriso particolare di disponibilità. Chiese a suor Susanna, data l’ora tarda, di poter usufruire della stanza degli ospiti in compagnia di suor Silvia, ottenne il permesso con la raccomandazione di… stare molto attenti. Il giorno dopo suor Susanna vedendo il viso disteso e sorridente della collega Silvia pensò bene di imitarla e invitò fra Gaudenzio a passare la notte nella foresteria per poi raggiungerlo aprendo la porta di comunicazione delle due stanze. Il frate l’accolse con un baciamano atto non molto adatto in un convento ma il meglio doveva ancora accadere. Senza parlare, all’unisono il religioso e la religiosa si trovarono a ripulire il corpo sotto la doccia per poi asciugarsi  reciprocamente con teli profumati. La luce di due  abat jour rischiarava la scena per tanto che bastò a suor Susanna vedere il coso del frate aumentare notevolmente di volume e lunghezza e se ne preoccupò perché pensò che quel coso doveva penetrare…ed allora, ricordando il passo della Bibbia ripeté la famosa frase di Giosuè ‘fermati!’solo che il buon Giosuè si riferiva al sole mentre suor Susanna a quel ‘ciccio’ che stava diventando sempre più lungo e voluminoso suscitando le risa del frate il quale pensò bene di infilarne la punta nella deliziosa e vergine boccuccia della suora che, dopo un po’ di tempo apprezzò quella nuova sensazione anche perché fra Gaudenzio ritenne di evitare la sicura non buona accettazione del riempimento della bocca con una prevedibile sbrodatona dal parte del suo uccellone. Alla vista di tanto seme sgorgante dal ‘cosone’, suor Susanna allargò gli occhi stupita. Il frate volendo godersi anche la ‘gatta’ della suora, andò in bagno  per far pipì per evitare pericoli di ingravidamento. Il ‘ciccio’ non ne voleva sapere di ritirarsi in buon ordine e fra Gaudenzio pian piano cercò di infilarlo nella ‘gatta vogliosa non più vergine per i precedenti ‘giochetti’ della padrona ma pur sempre strettina. Ci volle del tempo a qualche gemito dell’interessata che alla fine del lungo entra ed esci, provò una sensazione paradisiaca per usare un termine religioso. Susanna divenne l’amante ufficiale del confessore il quale, per maggior gaudio di ambedue, si procurò delle confezioni di pillole anticoncezionali per aumentare il piacere di entrambi. Alla prima volta di una rapporto completo, suor Susanna ebbe la fortuna di provare una sensazione fortissima, forse fra Gaudenzio le aveva trovato il punto G portando la suora direttamente in Paradiso. La vita di paese è fatta così, non ci sono segreti custoditi, le notizie volano come coriandoli e vennero all’orecchio del Conte Colocci e lo misero in apprensione. Come si sarebbe comportato il vescovo qualora…trovò una soluzione: fargli riparare, a sue spese, parte della chiesa e del campanile che stavano andando in rovina. Inutile dire che la sua proposta fu accolta con entusiasmo dall’ecclesiastico anche perché il Conte Colocci: “Non mi faccia pervenire preventivi e titoli di spesa, la prego, sarebbe per me una noia, mi dica, a suo tempo solo la cifra da pagare!” La notizia fu accettata dal Vescovo con doppio entusiasmo anche perché ci poteva fare la cresta! Dopo tre mesi l’inaugurazione del manufatto; in  chiesa in prima fila il Conte con tutta la famiglia, ovviamente con esclusione di suor Susanna che avrebbe usufruito in seguito dei benefici di quell’elargizione. Nel frattempo i due amanti quasi giornalmente o meglio nottalmente usufruivano delle gioie del sesso; erano sempre allupati tanto che la più anziana ed esperta delle suore, presa da parte suor Susanna, le consigliò di darsi una calmata per evitare un eventuale altro dimagrimento piuttosto ben visibile! Un giorno il Conte ebbe l‘idea di riunire al castello tutti i componenti della famiglia, stava invecchiando di giorno in giorno e pensava che quella vecchia antipatica di Atropo si sarebbe presentata presto al suo cospetto munita di falce! Ettore con la sua B.M.W. nera, con vetri oscurati andò a prendere la sorella in convento, per strada diedero un passaggio a fra Gaudenzio, i due ‘fidanzati’ nel sedile posteriore presero a baciarsi ed Ettore “Boni ragazzi!”Al castello tutta la servitù aveva avuto concesso un giorno di libertà per evitare che incontrassero i due clandestini. Riuniti tutti nel gran salone Ena mise in mostra la sua volgarità: “Oggi in questo castello comando io, mi son fatta un culo così a cucinare, tutti mi seguiranno senza storie, t’è capì e lo dimostrò poco dopo quando suor Susanna chiese che uccello fosse quello più grande che era nel girarrosto, risposta di Ena: “È un uccello di Padulo cha va dritto al…” Fu interrotta da Ettore con un “Ena cazzo!” e tutti risero avendo ben capito il finale della battuta. Alla fine del pranzo la imprevedibile Ena prese la chiatarra e: “Ragazzi vi delizierò con una canzone popolare, rilassatevi: Cò stà pioggia e cò stò vento chi è che bussa a stò convento? È nà povera vecchierella che si vuole confessare: mannatela via, mannatela via è la disperazione dell’anima mia! E mò chi bussa a stò convento?” È una bella verginella che si vuole confessare.” “Fatela entrà, fatela entrà che la vojo confessà. E pè tutta conclusione tu te baci sto cordone.”  “Non so cieca, non so orba questa è ciccia non è corda!” Malgrado la volgarità Ena ebbe gli applausi di tutti anche per la sua esibizione nell’arte culinaria. Questa storia non ebbe la fine delle favole: morirono il Conte padre ed il cieco Marcello, Ettore si sposò con la marchesina Federici ed  andò ad abitare a Jesi, Ena rimasta sola segui la sorella in convento senza perdere l’abitudine di far strage di uccellini del vicino bosco. I due amanti pian piano, col passare dell’età, per motivi fisiologici si vedevano sempre di meno fino a cessare del tutto i loro rapporti. Col decesso per vecchiaia delle suore nel convento giunsero monache più giovani che seguitarono la consuetudine di quel luogo sacro di aver buoni rapporti fra di loro dato che il confessore fra Gaudenzio, ormai fuori uso, lasciò il posto ad un collega anziano ed anche non particolarmente appetibile.