username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • giovedì alle ore 12:55
    Desco inospitale

    Come comincia: Partecipai col mio abito migliore ad un desco dorato ed opulento.
    Gli ospiti erano adornati come pulpiti barocchi così come le loro parole, altisonanti, roboanti, violente.
    Il tavolo imbandito, i profumi deliziosi, non mi lasciarono presagire, che il pasto principale di quella nobile fame, ero io.

    Offrì come un agnello al suo cacciatore, la mia anima nuda.
    Partecipai senza sapere, al mio stesso massacro.

     

  • giovedì alle ore 11:22
    Diario di bordo - Pulpfiction del 26/3

    Come comincia: - Cani, cani, cani: neanche l'ululato ormai ci accomuna ai lupi!
    - Sirene: squarci che rompono il silenzio...la torre di Babele del caos.
    = Cimiteri urbani = Ombre nella vana attesa del nulla. Popolo di zombie: soltanto schiavi del tempo senza più padroni.
     = Il sussurro = La voce del mattino sussurra forte all'orizzonte: - Vai dove ti porta il tuo sguardo senza volto e senza tempo!
      = Senza padroni = Ormai nessuno è padrone di sé stesso; nessuno ha più padroni ormai: tutti hanno diritto di gridare...rumore senza senso (caina informe e disambigua).
    Il lockdown ha colpito duro ma la quarantena, dicono, non ha effetti collaterali: intanto..."resta a casa"; andrà tutto bene! PS. Quando vai al supermercato, però, acquista grana padano e la pasta al 100% con marchio italiano (tranne che per un particolare: giri il pacco di pasta e leggi la dicitura "product made in China"!). Capito, come funziona? (l'antifona). Domani è venerdì: ma non è diciassette, è il ventisette (giorno di paga, la fila alla posta o alla banca: adesso sono cazzi vostri!).   
     

  • Come comincia:  Questa lettera (come, del resto, quella che vi proporrò di seguito) non ha bisogno di nessun commento; anzi, due paroline diciamo pure che voglio proprio spenderle. Innanzi tutto un po' di ironia: "Alla faccia del bicarbonato di sodio!", usando un intercalare che era solito esprimere un certo principe della risata partenopeo. Ora, veniamo alle cose serie ("alle guerre d'Irlanda", come direbbe un plantageneto a cui quelle parole sono state messe in bocca...furono scritte da un certo Guglielmo Shakespeare!): " O ti adegui o ti adegui", direi proprio. Alla faccia, questa volta, di quelle norme o quei principi costituzionali di cui spesso si bagnano la bocca in molti...il carcere (e non solo in Italia, purtroppo!) è sempre una terra di nessuno; un detto delle mie parti recità pressappòco in questo modo: "O ti mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra!" (e meno male che quelle delle carceri sono in genere dotate di inferriate, altrimenti, mi domando - vi domando - sapete quanti suicidi e quante morti staremmo quì a piangere? Tantissimi: altro che corona virus, purtroppo!). Del resto, questo stato di cose non riguarda soltanto stranieri, migranti o gente dii colore: esso non fa distinzione, davvero, tra queste cose, non si fa scrupolo né discrimina persone in base al sesso, all'età, al credo ideologico o a quello religioso. In poche parole, è come la morte: giusto ed impietoso!
     - Il carcere di Santa Maria Capua Vetere e la mattanza della settimana santa
     Franco (nome di fantasia), recluso nella sezione di alta sicurezza della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, è in attesa di giudizio e non sa ancora se il giudice lo riterrà colpevole o innocente. Si ammala qualche settimana prima di Pasqua. Picchi di febbre e problemi respiratori fanno pensare al peggio. Dopo qualche ora di monitoraggio viene "isolato" in infermeria per verificare l'evoluzione dei sintomi. I familiari riescono ancora a comunicare con lui tramite videochiamate ma hanno l'impressione che le cose stiano prendendo una brutta piega. Hanno paura, come tutti. Riescono a sapere tramite l'associazione Antigone e l'ufficio del garante dei detenuti che la situazione ora è monitorata, ma si dovranno fare accertamenti specifici per capire il tipo di malessere. Qualche giorno dopo, la direzione sanitaria che opera in carcere avverte la famiglia che Franco è stato sottoposto a tampone da Covid-19 risultando positivo. Nel frattempo, sarebbe stato ricoverato presso la struttura ospedaliera napoletana del Cotugno. La notizia in breve tempo si diffonde e arriva in carcere, Franco è il primo detenuto ammalato di Covid della regione, la seconda dopo la Lombardia per indici di sovraffollamento carcerario. La tensione sale all'interno dell'istituto. Il corpo detenuto teme il contagio e si sente sguarnito da ogni difesa: cosa si potrebbe fare per evitare di ammalarsi? Il carcere non è un luogo impermeabile: il distanziamento sociale è impraticabile, guanti e mascherine non ci sono e in istituto entrano e escono moltissime persone. - Il carcere, essendo chiuso e isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia - sostiene invece il procuratore Gratteri. A oggi, i contagiati sono circa duecentitrenta (sessanta detenuti e centosettanta poliziotti). Franco intanto è stato ricoverato. E' il week-end che precede la settimana delle feste pasquali. Si avvicina l'orario di chiusura delle celle ma i detenuti di una sezione non vogliono rientrare. Inizia la protesta con una battitura e l'occupazione simbolica della sezione. La polizia penitenziaria denuncia che per impedirle l'accesso in sezione è stato riversato dell'olio bollente. La tensione in questa fase raggiunge facilmente stadi di acuzie e rapidi cali perché nessuno sa in verità come si uscirà dalla vicenda del virus. Chi ha il potere naviga a vista e chi non lo ha spesso sente di affogare (nota personale: "o si sente affogare...che non è la stessa cosa!"). Le proteste rientrano nel corso della stessa serata di domenica, dopo un primo intervento della penitenziaria. Sembra essere stato uno sfogo caduto nel vuoto Bisogna che le cose sfumino da sé. Anche gli sforzi di chi in questi giorni sta tentando di stabilire un dialogo con le controparti, offrendo soluzioni per fronteggiare la devastante emergenza, si sgretolano davanti al muro del Dap e del ministero. A questo punto la storia cominciata col contagio di Franco assume contorni inquietanti. Lunedì in carcere arriva il magistrato di sorveglianza e incontra i detenuti per i colloqui. Si constata che gli atti di insubordinazione che si sono verificati non hanno assunto i connotati di una vera rivolta (come quella ai primi di marzo nel carcere di Fuorni, Salerno). Secondo le testimonianze raccolte da Antigone e dall'ufficio del garante, si è verificata invece una fortissima rappresaglia da parte della polizia penitenziaria. Appena la magistratura di sorveglianza ha concluso il suo lavoro (tra le sue competenze c'è quella di monitorare lo stato, le garanzie e i diritti dei reclusi) quasi cento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa sono entrati in un padiglione e hanno cominciato i pestaggi all'interno delle "camere di pernottamento". Probabilmente non sono gli stessi poliziotti in servizio presso l'istituto (nota personale: questa, a mio avviso, non è una scusante ma un'aggravante ulteriore che sta a dimostrare la precisa intenzionalità a voler attuare quanto citato: un vero e proprio "piano" d'azione premeditato, insomma, nonché studiato nei minimi particolari; senz'altro non estemporaneo o frutto della casualità come si evince leggendo il resto del racconto!), anche perché picchiano chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana, anche qualche detenuto che dopo pochi giorni potrebbe uscire dal carcere con i segni del martirio sulla carne. Le violenze si svolgono secondo modelli già visti: ad alcuni detenuti vengono tagliati barba e capelli, vengono spogliati e pestati con manganelli, pugni e calci su tutto il corpo. Il racconto dii queste torture non sembra fermarsi, perché alcuni familiari sostengono che i pestaggi continuino anche ora. Nel corso di questa settimana le famiglie, preoccupate per le violenze, hanno organizzato una manifestazione pacifica nei pressi del carcere. Ma all'interno si respira un'aria gelida e qualche agente continua il gioco al massacro psicologico: - Avete anche il coraggio di far venire le vostre famiglie? Non vi è bastato? (due note personali: la prima riguarda il fatto che gran parte di questo racconto, inglobato nel mio articolo, è possibile riascoltarlo dalla viva voce di un detenuto, la cui testimonianza è stata filtrata telefonicamente, in un video condivisibile da chiunque sui social media; la seconda invece riguarda il commento espresso da una donna, tale Maggie Mc Gill - non so chi essa sia, sinceramente - sul racconto propostovi: "Denudare le vittime è una pratica che viene insegnata negli addestramenti alla tortura. Pone i prigionieri in una condizione di ulteriore inferiorità, rispetto agli aguzzini, fisica e psicologica. Li spersonalizza prima delle botte, l'acqua salata da bere o la corrente. Dai nazisti in poi. Passando per Algeri, Santiago del Cile, Buenos Aires, Genova, Abu...). Mattanze di questo tipo, in stile scuola Diaz, servono a (ri) stabilire un rapporto di dominio: svuotare il corpo di ogni difesa fisica e mentale, colpire la persona fino a suscitare sentimento di vergogna verso se stessi. Di fronte al deflagrare di quest'energia cinetica bisogna essere nudi: è il modo migliore per rendere docile un corpo che ha mostrato segni di insubordinazione. In questi giorni sono stati presentati alcuni esposti alla procura della Repubblica (nota personale: quella stessa Repubblica, mi viene di scrivere, che festeggerà - solo simbolicamente, quest'anno - la sua ricorrenza ma che, ahimè, spesso fa "occhio ed orecchio da mercante"!): la sola Antigone ne ha già depositati tre, in diversi penitenziari del paese. La suddetta procura dovrà accertare cosa è successo nel carcere casertano. La tensione nel frattempo, anche quella della polizia penitenziaria, si trasforma di continuo in atti di forza, soprattutto quando non si hanno direttive per fronteggiare la crisi. Il virus viaggia velocemente e la direzione sanitaria cerca di stargli dietro. E' tuttavia difficile, perché i detenuti sono tanti e in alcune sezioni sono ammassati in clamoroso sovrannumero. Oggi i contagi nel carcere di Santa Maria sono arrivati a quattro e un'intero piano di una sezione è stato isolato.Se il sistema sta svelando un'altra falla, dopo ospedali e case di cura, è anche vero che esiste una differenza tra il carcere e gli altri ambienti. Nei nosocomi e nelle RSA, finanche in alcune fabbriche (tutto pur di non interrompere le linee di produzione) si stanno predisponendo - dopo centinaia di morti tra pazienti, medici, infermieri e vigili del fuoco - misure di sicurezza per arginare il contagio. Nelle carceri si guarda il sistema implodere senza prendere alcuna decisione. La mattanza di Santa Maria ne è la dimostrazione e poichè il carcere è uno spazio di guerra, la possibilità di usare in ogni momento delle strategie per indebolire o neutralizzare una delle parti è all'ordine del giorno.
    "Gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo" (Mc 15, 16 - 20). Adesso è necessario monitorare le persone che sono ancora recluse per evitare che il massacro continui.
    Luigi Romano (da: NapoliMonitor).

  • sabato alle ore 10:30
    L'AFFASCINANTE ELEONORA

    Come comincia: Alberto, da quando una signora era venuta ad abitare nel suo palazzo ne era rimasto affascinato in modo assolutamente fuori del normale. Ventiseienne, appena laureato in psicologia con studio a pian terreno della sua abitazione cercava di analizzare se stesso, cosa non prevista dai testi della sua materia ma non aveva alcuna voglia di confidare i suoi problemi intimi ad un collega. Per lui  sin da giovanissimo il sesso non era stato mai un problema: di bell’aspetto, palestrato, sempre allegro e sorridente (anche perché era ricco di famiglia) spesso veniva ‘avvicinato’ soprattutto da signore non più giovanissime  scontente delle prestazioni sessuali dei legittimi consorti. Le sue coetanee erano in ‘seconda linea’ in quanto la loro precipua aspirazione era quella di formarsi una famiglia con tanti baby, situazione da lui aborrita, niente legami fissi. Eleonora Messineo, questo il suo nome, quarantenne, divorziata senza prole insegnava lingue al liceo classico Maurolico in Corso Cavour a Messina piuttosto vicino alla loro abitazione in via della Zecca. Per sua abitudine Alberto, allorché sorgeva per lui un problema lo riportava su un foglio di carta cercandone le cause e progettando le soluzioni. Stavolta questo sistema aveva portato l’interessato a conclusioni fuori del normale, si stava incazzando con se stesso. Talvolta incontrava  Eleonora all’ingresso o sulle scale,  un semplice saluto senza attaccar bottone, non era da lui  ma una volta fu la dama: “Mi pare che lei si chiami Alberto Massaccesi, abita al piano sopra il mio, mi sono accorta che ogni volta che mi incontra mi saluta a malapena, ho io qualcosa che non va o lei non ama …i fiorellini’” “Punto sull’orgoglio di maschio: “Gentile signora, immodestamente e per dirla  alla francese, lei mi capirà perché insegna lingue, sono stato e penso di essere ancora un tombeur de femmes!” “Caro il mio tombeur allora sono io che ho qualcosa che non va, non vorrei che mi venissero dei complessi che non mai avuto in questo campo…” “Se ha del tempo vorrei avere un colloquio con lei, di fronte c’è un bar, la bella giornata ci permette di stare fuori.  Dalla targa apposta fuori del mio studio avrà compreso che sono uno psicologo. Recentemente mi è accaduto di qualcosa di anomalo, nel cervello umano c’è un’area che si attiva in risposta a stimoli estetici: una musica gradevole, un paesaggio che incanta, un effluvio particolarmente piacevole, lei lo emana in maniera notevole, è penetrato nel mio cervello e la sua immagine nel mio cuore. Per natura sono estremamente razionale, la situazione non mi piace,  propendo per  una cotta da adolescente qual io non sono più, mi piace essere padrone di me stesso e dei miei sentimenti.” “Le propongo qualcosa di inusuale: andiamo in riva al mare, camminiamo sulla battigia a piedi scalzi tenendoci per mano, penso questa situazione possa potenziare l’empatia fra di noi e regalarci piacere.” I due con la Fiat 124 Abarth spider di Alberto goderono dell’aria che gli scompigliava i loro capelli sino all’arrivo sulla spiaggia di via Marina a Torre Faro, il mare era una tavola, distensivo. Alberto ed Eleonora si trovarono abbracciati e poi si baciarono a lungo, il profumo della donna era sempre più penetrante, profumo di una donna appassionata, piena di amore. Finalmente Alberto si rilassò, si sedettero sulla sabbia, dei pescatori passarono alle loro spalle, erano anziani e portavano a fatica le reti ed il pescato. “Cara questo è quello che mi preoccupa, la vecchiaia, è prematuro pensarci alla mia età ma ricordando mio nonno con l’Alzheimer…” Scaccia i cattivi pensieri, ritorniamo  casa, sono brava in culinaria.” “Si l’avevo notato hai un bel popò!” “E tu sei uno zozzone…a me piacciono gli zozzoni!” Dopo un pranzo che ebbe le lodi di Alberto, i due si sedettero sul divano ed Eleonora all’improvviso abbracciò forte il suo compagno e: “Di solito sono molto riservata, ma con te…d’altronde sei uno psicologo, ti voglio raccontare la mia storia pregressa, niente di piacevole.  I miei sono originari di Grotte di Castro un paesino in provincia di Viterbo, mio padre esercitava la professione di fattore ossia controllava l’operato dei contadini di un signore ricchissimo. Tutto bene sin quando il mio genitore si ammalò, non poteva più lavorare, il suo posto venne preso da un suo collega. Naturalmente niente stipendio per mia madre, io frequentavo il terzo liceo classico a Viterbo, feci appena in tempo a diplomarmi che fui costretta per mandare avanti la famiglia (mia madre era casalinga) ad impiegarmi in uno studio notarile, lo stipendio non era sufficiente per il menage familiare e così  presi una decisione che mi cambiò la vita. Il figlio del proprietario terriero di cui in passato mio padre era impiegato come fattore, (non voglio nemmeno nominare quel cotale), mi faceva una corte serrata, non mi piaceva ma dietro insistenze di mia madre lo sposai. La nostra situazione finanziaria era notevolmente migliorata, abitavamo a Roma, mi sono iscritta all’Università in lingue. Sessualmente mio marito era poco dotato, avevamo rapporti saltuari senza nessuna soddisfazione da parte mia ma ero costretta a sopportare la situazione. Riuscii a laurearmi, ben poche persone alla cerimonia solo il futuro marito ed i colleghi di corso ma ebbi la fortuna di essere assunta al Maurolico. Tutto cambiò quando dovetti recarmi a Grotte di Castro, mio padre era deceduto e mia madre ricoverata in ospedale. Il giorno successivo fu dimessa, le trovai una badante e rientrai a casa nostra a Roma senza avvisare mio marito, male me ne incolse: aprendo la porta della camera da letto uno spettacolo  orripilante: mio marito legato ad una sedia con catene e tre uomini con la testa coperta con un casco di cuoio che lo frustavano a sangue, mio marito un masochista in mano a tre sadici! Mi rifugiai nella camera degli ospiti, dire che ero frastornata era un eufemismo, mi buttai sul letto senza poter dormire, la mattina mio marito era sparito da casa.  Il pomeriggio mi contattò telefonicamente un avvocato delegato dal consorte, venne a casa mia e mi offrì una somma irrisoria per il divorzio consenziente senza addebito. Gli risi in faccia, capii che avevo tutte le carte in mano mia, uno scandalo non era quello  che lui voleva, chiesi metà delle proprietà della famiglia, ci accordammo per un terzo, da quel momento sono venuta ad abitare nel tuo palazzo ed avere la sfortuna di incontrarti.” “A parte il fatto che mi hai abbordato tu…” “Ovviamente scherzavo, all’inizio di un legame, soprattutto con la mia esperienza ci sono  delle perplessità se sia una decisione giusta quella di mettersi insieme con un uomo, non sono ancora decisa…” “Pensaci poco perché in giro ci sono tante tue  concorrenti!” Sul letto grandi baci ed effusioni varie,. “Ti ho detto che hai un bel culo, scusa la volgarità!” ”Si ma da quelle parti non c’è mai entrato nessuno e, sinceramente non sono molto entusiasta di…” “Ti chiederò solo una volta un’informazione personale: sessualmente che facevi con tuo marito?” “Era molto sbrigativo con la gatta, ad entrare nel popò ci ha provato una volta, mi ha fatto un male tremendo, non ha combinato nulla e non ci ha più riprovato.” “Allora sarò il primo!” “Te le puoi dimenticare!” Alberto preferì non insistere, pensò che col tempo la baby avrebbe ceduto, intanto si diede ad un cunnilingus delicato, ci volle del tempo ma quando fece effetto portò la signora ad un orgasmo fortissimo e molto prolungato, forse in vita sua non l’aveva mai provato. Alberto insistette e questa vota l’effetto fu maggiore, Eleonora sussultava con tutto il corpo, Alberto pensò che si sentisse male e smise. Ele si addormentò, il sonno non del giusto ma della spossata, la conquista era fatta! Il giorno successivo era domenica, nessun impegno da parte dei due e così Alberto lasciò riposare la sua ‘fidanzata’ sino a mezzanotte quando si svegliò. Durante il sonno Ele parlava, si agitava talvolta tremava, quando aprì gli occhi, una volta compresa  la situazione,  abbracciò  Alberto: “Sei un mascalzone, mi hai distrutta, in vita mia…” Era piacevole quell’abbraccio, l’abbraccio di una donna favolosa e sicuramente innamorata,  Alberto capì di aver finalmente trovato la compagna della sua vita. Alle dieci un vassoio con una colazione completa, Eleonora aprì gli occhi, se li strofinò: “Mi farai ingrassare!” ma non diede seguito alla sua affermazione e fece piazza pulita di tutto. “Che ne dice di alzare il tuo delizioso popò e di andare a fare la doccia!” “Quello non lo nominare, non te lo do!” Alberto in farmacia aveva acquistato un tubetto di Proctolyn adatto allo scopo, ci sperava tanto…” La vita dei due era cambiata totalmente; dopo il lavoro grandi passeggiate, talvolta in pizzeria o al ristorante, qualche film, insomma due novelli sposi che ancora non avevano programmato il viaggio di nozze. A luglio, finite le scuole, chiuso lo studio i due si recarono con la fida 124 spyder nella costiera amalfitana: Amalfi, Positano, Ravello, posti da sogno, abbracciati per le vie dei borghi i due spesso si baciavano in pubblico, la gente  abituata a ben altro non ci faceva caso. Una notte Ele toccò il viso di Alberto, ovviamente svegliandolo e: “Cosa faresti senza di me?” “Riuscirei a dormire!” Era una battuta, Eleonora lo capì e per ricompensa gratificò il fidanzato di  un blowjob, era diventata molto brava in quel campo! Il 3 settembre, compleanno di Alberto: “Sono indecisa che regalo farti, tu che vorresti?” “Una cosa che non mi hai mai concesso.” La richiesta mise in crisi Ele che solo dietro assicurazione di Alberto di usare il Proctolyn si convinse. Era un mercoledì, giorno di Mercurio protettore di Alberto, il dio pagano dall’Olimpo si mise a fare il guardone. Alberto prima baciò il buchino per ringraziamento e poi, lubrificatolo sino in fondo pian piano riuscì nell’intento toccando con le dita anche il fiorellino procurandoall’interessata un doppio gusto assolutamente inaspettato. La giovin signora da quel momento non fece più resistenza anzi… Ciliegina sopra la torta? I due decisero di sposarsi  non a Roma ma a Grotte di Castro dove viveva la madre di lei la quale, benché sulla sedia a rotelle, fu contentissima che la cerimonia di svolgesse al suo paese anche se al Comune e non in chiesa. Purtroppo dopo la cerimonia un evento luttuoso, la madre di Eleonora, forse per le troppe emozioni fu colpita da un infarto, morì col sorriso sulle labbra, aveva coronato il sogno della sua vita  vedere sistemata sua figlia!

  • Come comincia: Volevo la mascella volitiva Volevo la mascella volitiva, e gli zigomi alti Volevo essere alta e bionda e gli occhi - gli occhi m''andavano bene anche i miei - ma la mascella e gli zigomi e l'altezza no, le volevo diverse. Volevo essere giunonica, una valkiria: frecce nella feretra, dardi pronti a incollare a un albero su per la colletta ogni ignominio, a bloccare ogni ingiustizia. Ogni ingiusto. Volevo la mascella volitiva, e lo sguardo sprezzante e altero di chi ha già vissuto ogni esistenza e codesta la reputa meschina e bassa (come invero è). -Volevo chissà che quando ancora non ero.- Poi mi son scoperta: esil di figura e con il viso circoscritto nell'ovale. Niente zigomi pronunciati e nemmeno mascelle volitive. E neppure amazzone o valkiria o giunonica creatura. Pure mi son scoperta, nell'esile figura di feretra e dardi fornita, e di potenza inaudita nel mio metro e cinquanta. Ho visto che a nulla serve l'estensione fisica per esser presente largamente nella propria esistenza. E che un sorriso, un semplice sorriso (da cuore a labbra) sa raggiungere coscienze e, senza incollarle per il colletto a un albero, le risveglia. Non m'importa più d'avere del corpo l'immagine di quel che realmente sono. La potenza non è certo in ciò che si rappresenta. L'essenza è ben più potente d'ogni visibile fattezza. E io sono quel che tu sei: l'orma che lasci pur se delicata è la tua fattezza. L'armatura non occorre a chi ha presente l'impermanenza della vita, a chi ben sa che l'oggi non sempre si ripresenta. La fallace presunzione di essere l'immagine di sé sognato, è il muro del reale a cui o ci si china (e ci si perde) o lo si scavalca per riunirsi e comprendersi. Ché vivere in ogni visione di sé ed esserne consapevoli, è viversi oltre ogni limitata rappresentazione di sé.

  • Come comincia:  Gli eventi succedutisi in questi giorni e in queste ultime ore (dapprima le dimissioni del Guardasigilli del dicastero di Grazia e Giustizia Fulvio Baldi...- misteriosamente autogiubilatosi, come direbbero in ambito sportivo e più propriamente in quello calcistico, per motivi di salute - al cui posto è subentrato Catalano; dopo le dimissioni di Giulio Romano, Direttore generale detenuti e trattamento del DAP) mi avevano portato a pensare ad un fatto: questo mio articolo, della serie "Diario di bordo", sarebbe stato del tutto inutile perché fuori tempo e quindi fuori luogo. Anche se i ritmi "giornalistici" sono del tutto diversi da quelli della narrativa e della letteratura in genere, non è così. Esso, infatti, nonostante sia accaduto quanto scritto poco sopra, è ancora attuale, anzi, è del tutto attualissimo! Premesso ciò, vado ad incominciare. Elio&le Storie Tese (EELST), notissimo gruppo della scena prog-demenziale italiana, scioltosi due anni orsono, in un loro altrettanto (arci) noto brano del 1996, intitolato "La Terra dei cachi" (si classificò al secondo posto nell'edizione del festival di Sanremo quell'anno, a una manciata di voti dal vincitore, Ron, ma fu premiato dalla critica col premio "Mia Martini" e lanciò il gruppo milanese nell'arengo del main stream nostrano), cantano "Italia sì, Italia no..."; ora, prendendo spunto da quelle parole penso al tormentone che sta avvolgendo (quasi come fosse un tenero afflato amoroso tra due amanti!) la scena politica nostrana: il "caso Bonafede". Il ministro di Grazia e Giustizia è da molte settimane, ormai, nell'occhio del ciclone (probabilmente lo era già da prima che scoppiassero i tumulti all'interno di numerose case circondariali in Italia, quelli che hanno dato vita ad una vera e propria mattanza - penso a quanto successo a San Vittore, ad esempio, a Rebibbia o a Santa Maria Càpua Vètere, nel casertano - e ad un "misterioso" giro di vite che ancora pesa sulle spalle e le coscienze di qualcuno!), o sotto i riflettori al contrario, cioé in senso negativo o per demeriti, potrei benissimo scrivere...in molti (e da più parti) vorrebbero la sua testa: a giusta ragione, ripeto, visti i risultati scarsamente incoraggianti" messi in opera dal suo dicastero all'interno della compagine di governo contiana. Alcuni, però, incominciando da Graziano Del Rio (così come molti suoi colleghi di partito, del resto), non sono dello stesso avviso. - Se passa la mozione di sfiducia al ministro, crisi di governo! - ha dichiarato il deputato di Reggio Emilia, capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, alcuni giorni orsono. D'altro canto, c'é chi sostiene che la prassi parlamentare del porre la sfiducia ad un singolo ministro di un governo, sia del tutto inaccettabile (ma anche quella del trasformismo di depretisiana memoria lo era, eppure...intere compagini governative furono costruite basandosi su di essa!). Permio conto, pur essendo d'accordo, anzi, "d'accordissimo!" (parafrasando la battuta dell'attore americano Chuck Aspegren nella leggendaria pellicola del 1978 "Il cacciatore" del cineasta di origine italica Michael Cimino) nel mandarlo eventualmente a casa (per non dire altro...fuori dalle balle, o meglio: a svernare altrove!), ritengo che tale provvedimento, nel caso venisse attuato, altro non possa essere che la classica "foglia di fico" che servirebbe solo a (ri) coprire la situazione drammatica (ovvero: stendervi sopra un velo pietoso!) che da tempo vige, oramai, all'interno delle case di pena italiane e, più in generale, intorno al "pianeta giustizia" (sembra quasi che sia un asteroide, o un monolito a sé stante più che un pianeta: quando tutto e tutti sono rivolti, o almeno dovrebbero esserlo, a rigor di sacra logica, alla cosiddetta "fase due", post-quarantena, esso parrebbe rimasto ancorato a quella uno!); ne la nomina, ad inizio maggio, di Bernardo Petralia, subentrato al dimissionario Basentini come nuovo direttore del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria: ovvero, uno dei quattro dipartimenti in cui si suddivide il dicastero della Giustizia), sembra sia servita a placare le polemiche e a migliorare le cose. Ad esempio, l'ex procuratore antimafia Roberti ha dichiarato: - discrezionalità non significa opacità. Bonafede spieghi la mancata nomina di Di Matteo! (la risposta, probabile, sta nel fatto che Di Matteo appartiene a una "cordata" diversa da quella del ministro: a quella di Davigo!). Ed ancora, Del Mastro (FDI): - Bonafede revochi incarico al capo del Dap Bernardo Petralia!; Di Pasquale, del SIPPE (Sindacato Polizia Penitenziaria): - Polizia Penitenziaria sia alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno, basta dipendenza dal Dap! (certo, - mi viene da dire, - come se al Viminale non abbiano già abbastanza grane tra cui dimenarsi o gatte da pelare! Le piante di vimini, o Salix Viminalis, come le chiamavano i nostri antenati latini, che prima popolavano quel colle - uno dei sette colli storici capitolini - non ci sono più...notizia di appena due giorni fa, infatti, parla dello sbarco di ben quattrocento migranti a Palma di Montechiaro, nell'agrigentino, e all'interno di strutture "lager" come i CPR - Centri per il rimpatrio - e i CDA - Centri di accoglienza - quella gente non se la passa per il meglio: anzi, al contrario, vive situazioni di estrema vulnerabilità - tanto sanitaria, quanto psicologica e psichiatrica -, accentuate dalla pandemia in atto, come denunciato di recente anche da Amnesty International); - la senatrice Piarulli, direttrice del carcere di Trani, (dichiarazione estrapolata dal blog "Penitenziaria.it") e Bonafede ci hanno abbandonati! - tuonano in coro i Poliziotti Penitenziari. E dire che tutto il train train era esploso, agli inizi del mese di marzo, a causa (o, chissà, per merito, sarebbe opportuno scrivere!) del sorgere subitaneo ed inaspettato (forse, però, non più di tanto...ma questa è tutta un'altra storia!), della pandemia di covid. Ma ancora, penso, che meglio sarebbe usare la parola "riesploso", in questo caso, visto che quella delle carceri e della giustizia è una malattia (pardon una questione) che affonda le sue radici ben più lontano nel tempo di alcune settimane o mesi, è una questione - per così dire - atavica (per mio conto e, probabilmente, anche secondo giuristi e storici ben più preparati di me sarebbe sorta già all'indomani della proclamazione dell'unità d'Italia, al pari della cosiddetta "questione meridionale", di ben altra natura!), senza dubbio annosa; e visti, inoltre, i tanti problemi che girano attorno ad essa (sovraffollamento, condizioni di insicurezza e promiscuità dei detenuti, lentezza burocratica dei procedimenti nelle aule di giustizia, personale in perenne difficoltà per minor numero, obsolescenza e fatiscenza delle strutture carcerarie, assenza di garantismo, etc.). Andando a ritroso nel tempo, non posso fare a meno di pensare (o ripensare) alle rivolte degli anni settanta ed ottanta...una stagione di "fuoco", quella: dei "comitati di lotta", delle innumerevoli (più che numerose) rivolte carcerarie in ogni angolo del paese, da nord a sud sino alle isole; da San Vittore, a Rebibbia, dalle Nuove di Torino all'Asinara (nell'ottobre del 1980), da Porto Azzurro (nel 1987) a Trani (ancora nel 1980 e nel 1986); quella dell'istituzione delle "supercarceri" o di massima sicurezza (tra cui Trani, appunto), per far luogo e sopperire, in certo qual modo, al pericoloso mix tra detenuti comuni da una parte e terroristi e "politici" dall'altra (ma i "comitati di lotta" videro un affratellamento di entrambe le compagini: una lotta per la comune causa, appunto!). Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere alcuni resoconti su vecchi numeri di giornale. Tra questi
    un articolo (sulle righe della Stampa, nell'edizione locale dell'alessandrino), datato maggio 2014, che rievoca la vicenda di cronaca della rivolta di Alessandria, appunto, a quaranta anni di distanza. Quel fatto, avvenuto nel maggio del 1974, proprio alla vigilia della tornata elettorale referendaria dedicata all'approvazione o abrogazione della legge sul "divorzio", provocò ben sette morti. Oppure, sulla edizione de il Tirrenogelocal.it di Piombino-Elba, la notizia relativa alla vicenda di Porto Azzurro, nell'agosto-settembre del 1987, appunto: sei detenuti tennero in ostaggio trentasei persone per otto giorni, nei locali dell'infermeria del carcere. Nei mesi scorsi (eravamo a dicembre o giù di lì) m'è capitato anche di leggere la recensione di tre libri che trattano l'argomento carcere-giustizia in maniera estremamente interessante, a tutto tondo e da ogni punto di vista ed angolazione: dall'ingiustizia del sistema carcerario alle storie di coloro che entrano a farvi parte dal "verso" sbagliato, per così dire, sino alla possibiltà di svoltare, una volta fuori, e di cambiare la propria vita (o per lo meno cercare di farlo). Ma mi domando: è veramente possibile farlo? Oppure le ripercussioni di quella esperienza lasceranno il segno indelebilmente dentro chi l'ha vissuta? Ed ancora: è pronta la società ad accogliere (o riaccogliere) e ad accettare il "figliol prodigo" che si era smarrito? I tre libri in questione sono i seguenti: "La coscienza e la legge", scritto a quattro mani (come suol dirsi) da Vincenzo Paglia e Raffaele Cantone e "La giustizia. Roba da ricchi", scritto da Elisa Pazé, sono entrambi editi dalla casa editrice barese Laterza (notissima per la sua ricca sequela di pubblicazioni dedicate alla politica ed alla storia: in questi giorni mi è capitato di rileggere alcuni passi di "Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896", due volumi fiume - più di ottocento pagine di scritti interessanti e ricostruzioni storiche appassionate ed appassionanti - ad opera di Federico Chabod); l'altro, invece, si intitola "Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere" ed è pubblicato dai tipi della Infinito Edizioni. Ora mi domando: come si misura il grado di civiltà di un Paese, di una Nazione, di uno Stato? Gandhi sosteneva che esso è dato dal modo in cui vengono trattati gli animali (in particolar modo i cani), all'interno di essi. Altri, invece, (tra questi Voltaire e Dostoevskij) che lo si faccia essenzialmente attraverso la condizione delle carceri, ovvero lo stato di "vivibilità" ed "umanità" concesse ai detenuti all'interno delle stesse...uno specchio sincero, insomma, molto spesso dovrebbero essere quei luoghi, sebbene a volte (anzi, quasi sempre) sia anche impietoso! Antonio Salvati è l'autore della recensione dei libri in questione, effettuata sulle righe del blog globalist.it. Parlando del primo libro scrive: - Non sono pochi i libri che trattano la centralità della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L'indifferenza (o l'ingiustizia) nelle carceri, - afferma il blogger, - significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto con Raffaele Cantone. Malgrado il sovraffollamento continui a provocare degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente, eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), definendo, inoltre, la proporzionalità della pena col crimine compiuto. E' opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: "ero carcerato e siete venuti a visitarmi" (Matteo, 25,36). Sono poche parole - scrive Salvati, - che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Ora mi preme dire, anzi, devo ribadire d'esser senz'altro ateo (a volte, però, mi autodefinisco un "agnostico fervente") ma penso che quanto accaduto all'indomani delle rivolte carcerarie dello scorso marzo, scoppiate in numerose sedi penali d'Italia, abbia men che nulla a vedere con l'affermazione della giustizia e col richiamo al vangelo di cui parla (scrive) Paglia nel suo libro. Infatti, benché se da un lato le guardie carcerarie, affermando di essere state lasciate da sole dallo Stato (la loro versione ufficiale e le loro dichiarazioni, estrapolate da Pianeta carcere, sono da me riportate nella prima parte del presente articolo), si siano in pratica autoproclamate e sentite come le "vittime" (e no i carnefici!) di quelle circostanze e in quei frangenti, dall'altro sembra che abbiano trascurato un particolare di non poco conto, o meglio ancora lo abbiano volutamente tralasciato: l'azione repressiva, messa in atto da loro a suon di pestaggi e ritorsioni all'indomani di quei tragici eventi, (anche su coloro che non avevano preso parte alle azioni rivoltose) fu compiuta in maniera quasi scientifica e premeditata...possiamo dire che non si fece attendere né ebbe modo di non farsi sentire sulle spalle (ed anche altrove, probabilmente!) degli inermi detenuti (anche su coloro che non avevano preso parte alle azioni rivoltose). E non importa se lo Stato fosse (o meno) al corrente di quanto succedeva nelle carceri in quei momenti (prima e dopo le rivolte), non importa se vi fossero (o meno) i garanti a vigilare (ma quelli non possono essere materialmente sempre presenti ed ovunque!) sulle condizioni di legalità ed illegalità vigenti; ed infine (e soprattuto, aggiungerei) non importa che quindici detenuti abbiano perso la vita in maniera "analoga" (anzi, analogamente sospetta, direi proprio!): intossicazione da psicofarmaci volontaria! E' curioso quando anche sia di primaria importanza sapere che le rivolte di cui sopra nacquero proprio da dei motivi indiscutibilmente lampanti e da una paura giustificata da parte dei detenuti, diffusasi un po' ovunque in Italia e non solo (Covid-19: "In prigione l'ansia è reale, siamo nel vuoto!", titolava il 13 marzo scorso Chloé Pilorget-Rezzauk sulle colonne di Libération, quotidiano francese, a dimostrazione che timori e paure all'interno delle carceri fossero un problema universale!), a macchia d'olio o come un vero e proprio effetto domino (tengasi presente, per rendersene conto, lo tsunami che si verifica in mare subito dopo un terremoto devastante avvenuto sulla terraferma!): la mancanza delle condizioni di sicurezza (attendibili testimonianze hanno raccontato che gli agenti della penitenziaria, all'interno di molte carceri, non fossero protetti con i dispositivi necessari e men che meno lo fossero i detenuti, ammassati nelle celle...in balia d'un eventuale contagio!), e la sospensione dei colloqui con i congiunti (ricordate ora le parole scritte da Paglia nel suo libro, di cui racconta Salvati nella recensione dello stesso? "Restituire al carcere quel senso di umanità descritto - invocato - dalla Costituzione...di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione"; e ancora:"ero carcerato e siete venuti a visitarmi", dal vangelo di Matteo...appunto!). Le condizioni di invivibilità all'interno delle carceri (mi riferisco, soprattutto, al sovraffollamento) non sono, tuttavia, cosa nuova né prerogativa di questo recente lasso di tempo, caratterizzato dagli eventi noti: questa situazione è giusto al più "endemica" (un fatto endemico che sussiste, direi, in maniera pregressa, cioé, a prescindere dall'evento pandemico: sembra quasi uno scioglilingua della Polinesia francese, o, chissà, l'intercalare tipico degli abitanti dell'isola di Vanuatu!), paritariamente alla carenza di personale che vige all'interno delle carceri stesse (e non mi riferisco solo alla polizia penitenziaria, ma anche agli assistenti ed al personale medico e paramedico), come all'interno dei tribunali e delle aule di giustizia; e ciò, ovviamente, non può che ripercuotersi in modo negativo, a mio avviso, sul funzionamento della giustizia stessa. La scorsa estate, mentre passeggiavo per le vie della mia città, mi capitò di leggere, fuori da un'edicola, il titolo d'un quotidiano (non ricordo se fosse esso cittadino, regionale o nazionale, né mi sovviene, ora, se si riferisse a qualcosa capitata nella mia città, nella mia regione o in altra parte d'Italia) che suonava più o meno così: "ventiquattro mesi d'attesa per una sentenza civile!". A dir poco scandaloso, direi, se no addirittura obrobrioso: lo è, infatti, se si pensa alle lungaggini processuali relative a una procedura penale; non oso neanche immaginare quali possano essere i tempi d'attesa in quell'ambito (anche tenendo conto delle carenze di organico all'interno delle aule di giustizia e dei tribunali, come scritto sopra; nonché, talvolta, del fatto che i documenti processuali da consultare - i cosiddetti atti indagatori - risultino a dir poco infiniti! Ma la situazione "giustizia" (o meglio, del pianeta giustizia), mi domando ora (concedendomi una piccola divagazione sul tema, anzi, dal tema): non è la stessa (e le similitudini, ovvero i parallelismi, credetemi, non sono fuori luogo: tutt'altro!) di quella della sanità e della salute pubblica? Oppure di quella del comparto scuola ed istruzione in genere? Direi proprio di sì: la recente pandemia ha messo a nudo, anche in quel settore della vita nazionale le carenze strutturali e di organico preesistenti da diversi decenni (senz contare, poi, il lassismo delle istituzioni locali e nazionali, di cui ho detto in altro articolo, e su cui peserebbero non poche responsabilità in relazione agli eventi tragici succedutisi di recente!); inoltre, è da far notare come, al momento in cui scrivo il presente articolo leggo contemporaneamente notizia d'una possibile agitazione, preannunciata per le prossime settimane, degli insegnanti e del personale scolastico, la quale renderebbe impossibile la messa in atto del previsto "ultimo giorno" di scuola, preventivato dal governo. Ma torniamo sul pianeta terra...pardon al pianeta giustizia, appunto, a quel variegato (immenso) macrocosmo. Si diceva che molte volte, nel corso degli ultimi anni, la difficile situazione è stata oggetto di denuncia da parte di varie associazioni, in primis Antigone. La suddetta, nacque nel 1991 proprio sull'onda delle rivolte di cui scritto. Dal 2006 sono oltre novanta gli osservatori (uomini e donne) autorizzati a entrare nelle carceri italiane (non tutte, però) con prerogative paragonabili a quelle dei parlamentari; si affiancano di solito (una volta all'anno, almeno), ai componenti dell'Osservatorio Carcere (che fa capo a un responsabile di Giunta e ad un gruppo di lavoro esterno ad essa ma da essa nominato) a cui, tra gli altri compiti, compete quello di monitorare la situazione carceraria con visite periodiche negli istituti di pena. Nelle settimane delle rivolte, però...neanche a costoro è stato permesso entrare nelle carceri: chissà, perché, mi domando? Torniamo ad Antigone. Negli ultimi rapporti stilati dall'associazione (quello dello scorso anno e di inizio 2020) è stato denunciato, in primis, il problema dell'affollamento ed al tempo stesso quello del netto calo dei reati. Ma come mai, si domanderanno in molti, vige questo sacrosanto controsenso? Ebbene, la risposta alla domanda è ancor più sacrosanta della domanda stessa: la lunghezza delle pene e, soprattutto, dei processi (oltre il 30% dei detenuti, infatti, sono "ospitati" dallo Stato senza essere stati giudicati neanche in primo grado; mi viene in mente, ora, un famosissimo film di Nanni Loy, del 1971 - Detenuto in attesa di giudizio - in cui Alberto Sordi diede vita alla più bella performance drammatica della sua carriera; mi vengono in mente anche le dichiarazioni rese dagli avvocati nei giorni scorsi: "le sentenze lunghe, ovvero l'attesa lunga per una sentenza, è come una pena anticipata per chiunque!"). Il sovraffollamento, si diceva, tocca le carceri di tutta Italia (tranne Sardegna e Marche, a dire il vero) perchè su tutto il territorio nazionale viene sistematicamente violato il parametro minimo dei tre metri quadri pro capite (per detenuto s'intende) stabilito dalla corte europea di Strasburgo: oltre quel parametro, infatti, si parla di condizioni inumane e di palese violazione dei diritti umani. Quì, di seguito, propongo due lettere a corredo di quanto scritto; ritengo siano una validissima (nonché) esplicativa testimonianza.     
     - Lettera dal carcere di Ancona (datata 14 febbraio 2020).
     Mi chiamo Faris e da ormai dieci giorni sto facendo lo sciopero della fame, che avevo già fatto in precedenza, per protestare contro un provvedimento di espulsione e per la condizione del carcere di Montacuto e contro alcuni fatti che nel corso della carcerazione ho visto coi miei occhi. Il giorno 5/1 mi sono anche dato fuoco davanti ai vari assistenti che non hanno fatto nulla per spegnermi e per questo devo solo ringraziare i  miei compagni di sezione, che mi hanno aiutato anche con delle medicazioni improvvisate che non ho ricevuto, per contro, dall'infermeria del carcere. Per questo motivo in seguito mi sono scagliato contro il personale di custodia. Come dicevo sopra, ho visto molte cose, sono quì da cinque anni e ho lavorato per molto tempo al MOF. Questi fatti che vi elencherò li ho detti durante un incontro davanti a tutti i detenuti, al comandante e al garante che erano lì presenti, e in occasione di una violenza a Perugia, al giudice che ha verbalizzato le mie dichiarazioni spontanee. Saluti fascisti che un sovraintendente è solito rivolgere a Traini Luca, il quale, proprio in virtù di questa approvazione gode di tanti privilegi in questo carcere, come ad esempio la cella singola. Lo stesso sovraintendente con il suo seguito è solito riservare ai detenuti stranieri e di colore un particolare trattamento fatto di abusi e pestaggi e talvolta torture quando può usufruire dell'isolamento come ho potuto vedere e sempre mentre giravo per il carcere. Inoltre, molti altri detenuti possono testimoniare con me il fatto che sempre lo stesso sovraintendente nell'ufficio del preposto alla rotonda, teneva nascosta una mazza rudimentale con su scritto "Terapia", che ovviamente portava con sé nelle sue azioni, che in occasione di altre tensioni ha usato un "taser" su un detenuto (nota personale: il taser è la cosiddetta pistola elettrica, secondo una dicitura semplicistica; su wikipedia, enciclopedia universale del web, è scritto: "acronimo dell'inglese Thomas A. Swift's Electronic Rifle, fucile elettronico di Thomas A. Swift, cioè, di colui che lo ha ideato e brevettato, noto anche come storditore o dissuasore elettrico. Esso è stato aodttato in fase sperimentale in dodici città italiana, tra l'estate-autunno del 2018 e giugno 2019, il suo uso sperimentale avrebbe dato esito positivo, secondo il parere corrente...molti punti oscuri vigono, però, sopra la sua "testa" e circa il suo utilizzo: organizzazioni indipendenti come Onu e Amnesty hanno espresso pareri del tutto contrari ad essa/esso, basandosi sulla casistica - spesso letale - del Canada e degli Stati Uniti; io stesso - lo scorso anno - ho firmato un appello lanciato al proposito da Amnesty per scongiurarne l'utilizzo ad opera delle forze dell'ordine in Italia; lo stesso Garante dei detenuti, nel gennaio scorso, ha sostenuto che "il taser è giustificato solo in un ambito limitatissimo dei casi!"), trascinando poi per terra e continuando ad infierire suu di lui. Altre volte in quinta sezione sono stati usati da parte delle guardie gas o spray al peperoncino. Inoltre, ho visto che in certe occasioni a detenuti di colore chiusi in isolamento veniva sputato sul piatto, per non parlare poi di alcuni detenuti che hanno usufruito facilmente dell'articolo 21 proprio in virtù del fatto, da quanto lui stesso dichiarava, per essere amico del comandante in quanto figlio di un appartenente delle forze dell'ordine. Trattamento che non è riservato a detenuti che fanno il loro percorso per anni e anni, osservando un buon comportamento e che poi si vedono sorpassare dai vari confidenti del carcere, che possono usufruire di benefici altrimenti inesistenti per il resto della popolazione detenuta. Ho iniziato il mio sciopero il giorno 9/1 ma hanno iniziato a visitarmi solo dal 14/1, non curandosi del fatto evidente che avevo iniziato molto prima, oltretutto dopo il giorno che mi sono dato fuoco mi sono cucito la bocca. Tutti i miei compagni sanno questo fatto che il carcere sembra ignorare. Ho saputo che forse avete degli avvocati a disposizione i quali possono sostenermi in questa lotta e avrei bisogno della vostra vicinanza e del vostro supporto per portare alla luce questi misfatti che avvengono all'interno di queste mura. Aspetto vostre notizie se potete contattarmi. Vi ringrazio. Faris Hammami (da: una lettera inviata all'Osservatorio Repressione).                                                                                                               

  • 23 maggio alle ore 9:36
    L'AMANTE SPAGNOLA

    Come comincia: Calmette e Guérin erano due scienziati francesi che nell’ottocento avevano scoperto dei bacilli che poi portarono il loro nome. Cosa c’entrava Alberto, trentenne, maresciallo della Guardia di Finanza con questi due signori? Purtroppo c’entrava, dall’analisi delle sue urine era risultato un K, lettera eufemistica sostitutiva quella parola che fa paura: tumore, nel suo caso alla vescica. Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Papardo di Messina Alberto aveva taciuto alla convivente Françoise la gravità della situazione, inutile allarmarla. Il maresciallo aveva conosciuto la francese alta, bionda molto fisicamente appariscente  mentre d’estate comandava il distaccamento di Panarea nelle isole Eolie, dal rapporto puramente sessuale il loro era diventato un rapporto affettivo tanto da andare ad abitare insieme a Messina in via Consolare Pompea. Françoise amava molto il mare, era nata a Marsiglia e già da piccola era una sirena sia fisicamente che come nuotatrice, di professione era insegnante di lingue: oltre al francese ed all’italiano conosceva anche il tedesco, Alberto era riuscito ad inserirla in una scuola privata. La baby in arte culinaria non era una particolarmente dotata, Alberto le aveva insegnato l’ABC della cucina italiana oltre a mettersi lui stesso ai fornelli. Nello stesso piano abitava una certa Barbara titolare di una palestra, alta, bruna, muscolosa e dallo sguardo penetrante. Alberto in passato aveva provato più volte ad ‘avvicinarla’ ma senza successo, dal suo corteggiamento aveva ricavato solo qualche sorriso che non aveva alcun significato pratico se non: ‘non te la do!’. Françoise era andato a trovare varie volte Alberto in ospedale guidando la sua auto A.R. Giulietta (era brava anche nella guida) ricevendo ogni volta assicurazione sulla sua salute. Finalmente il giorno della operazione chirurgica, andata a buon fine. Il dottore tale Salvatore Rotondo l’aveva rassicurato circa il suo futuro, doveva solo sottoporsi a delle fastidiose infiltrazioni alla vescica attraverso il pene, il germe che l’aveva colpito si chiamava Calmette Guérin  dal nome dei due scienziati francesi che l’avevano scoperto. Un pomeriggio Alberto fu autorizzato alla dimissione dal nosocomio, volle fare una sorpresa alla francese e si fece accompagnare a casa del chirurgo col quale aveva preso confidenza. Nell’aprire la porta di casa sentì una musica francese, la vie in rose, niente di particolare se non che la musica faceva da sottofondo alle prestazioni sessuali di Françoise e di Barbara sul letto matrimoniale, Alberto aveva scoperto il motivo del diniego alle sue proposte sessuali da parte di Barbara, non amava i ‘piselli’ ma i ‘fiorellini’.  Trambusto da parte delle due, Alberto mise in mostra ancora una volta il suo spirito romanesco: “Che ne dite di un trio, è il numero perfetto!” Barbara dimostrò di non essere d’accordo, si vestì alla meno peggio e rientrò di corsa a casa sua. A cena Françoise dichiarò di essere anche lei omosessuale, fine della storia con Alberto, il giorno dopo prese il treno e rientrò in Francia. Il bel maresciallo in licenza di convalescenza ogni settimana doveva sottoporsi al fastidioso lavaggio ella vescica, infermiere era un certo Calogero simpaticissimo che cercava di sminuire il fastidio di quelle operazioni con battute salaci.  Un giorno al posto di Calogero di presentò una ragazza decisamente piacevole, alta bruna, tipo  mediterraneo niente affatto sorridente, evidentemente aveva i suoi problemi. “Sto aspettando Calogero, è lui che dovrebbe…” “Sono Erica Galliego, sostituisco Calogero è stato trasferito al Pronto Soccorso, si metta sulla lettiga a pancia in su.” Alberto era rimasto interdetto, farsi prendere in mano ‘ciccio’ da una donna non per motivi erotici lo metteva in imbarazzo. “Signore dopo di lei ci sono altri pazienti…” Alberto chiuse gli occhi ma capì che ‘ciccio’,  sentendo odore di ‘topa’ si era eretto in tutta la sua altezza. “Signore faccia il bravo, in queste condizioni non posso operare, il suo pene deve essere a riposo.” Alberto celiò: “Ciccio’ a cuccia!” Naturalmente ‘ciccio’ non accettò il comando e restò altezzoso a godersi la scena. “Signore vada in bagno, se lo lavi con l’acqua fredda e poi ritorni.” Erica non si perse d’animo, andò al frigorifero, prese dei cubetti di ghiaccio, li mise in una scodella e: ”Provi con questo!” A questo punto ‘ciccio’ capì che non c’era ‘trippa pè gatti’ e si ritirò in buon ordine. Dopo l’operazione Alberto si rivestì e: “Chiedo scusa, ovviamente non l’ho fatto apposta, la prossima volta…” La volta successiva accadde la stessa storia, ‘ciccio’ non aveva imparato la lezione e finì nel ghiaccio, stavolta la lezione gli era bastata infatti alla successiva infiltrazione si presentò in ‘abiti dimessi’. “Vedo che il signorino ha imparato la lezione!” “Lui si ma il padrone no, che ne dice di pranzare insieme?” “E ti pareva che lei non ci provava, el caballero se quedará en blanco, penso non debba tradurre la frase.” “Lei non ha fatto i conti con la mia antica stirpe, i Romani conquistarono il mondo, io sono un loro discendente. La prenderò per la gola nel senso di invitarla al miglior locale di Ganzirri dove preparano piatti favolosi di pesce annaffiati col Verdicchio dei Castelli di Jesi da me fornito!” “Lei è fortunato, io mio stomaco sta gorgogliando e poi amo molto il pesce, nel menù dell’Ospedale si vede poco, mi faccia finire il mio lavoro e poi la seguirò al ristorante, ripeto al ristorante!” Tutte le storie hanno un inizio, Alberto sperò che avesse anche un seguito, la baby ne valeva la pena. Dopo circa un’ora si presentò Erica vestita in minigonna nera e in camicetta rosa era uno schianto, coi tacchi era più alta di Alberto.” “Lei bara, io sono senza tacchi!” “Non è per caso che lei…” “Ci mancherebbe altro e poi lei stessa ha potuto constatare…andiamo dentro, Rosario è stato avvisato. Erica si presentò con un sorriso e con: “Buenos días segñor Rosario.” “Alberto ti dai alle estere, l’ultima…” “Che ne dici di farti i famosi cazzarelli tuoi, ho tanto magnificato la tua cucina, datti da fare!” Rosario si era ritirato in buon ordine, capì che la sua battuta era fuori luogo. Si face perdonare con un brodetto in cui galleggiavano pesci di ogni specie, seguiti da altri pesci al cartoccio e, pistolotto finale da due aragoste già tagliate a metà. “Vedi cara il perché di quelle targhe Michelin all’ingresso del locale…un applauso al padrone.” Pranzo offerto da Rosario, Alberto sapeva come compensarlo in sede di verifica fiscale.“Col pancino pieno le cose sembrano diverse vero cara?” “Chi ti ha dato il permesso di darmi del tu?” “Noi romani siamo espansivi e non ci piacciono le distanze, c’è un detto romanesco che dice: “Tre palmi sotto il mento ce stá un bel monumento, nel caso mio due palmi!” Erica sorvolò su quella frase anche perché non l’aveva capita. “Adesso mi inviterai a casa tua come da prassi!” “Voglio essere originale, col tuo permesso andremo a digerire all’ombra di un cipresso (non quello confortato dal pianto)  nella pineta di Ostia. Anche questa citazione non era stata percepita da Erica che alla vista di Alberto che tirava fuori dal bagagliaio una coperta per metterla a terra…”Sei organizzatissimo, aveva ragione Rosario…” “È solo per evitare le formiche, da queste parti mordono come leoni!” “Che fantasia!” Erica dovette ricredersi quando delle formiche guerriere diedero ragione ad Alberto addentando un braccio di Erica. “Cacchio avevi ragione, forse è meglio andare a casa tua, dove abiti?” In via Fata Morgana.” Con la Giulietta di Alberto i due giunsero a destinazione, al quinto piano l’alloggio del signore, inaspettatamente Alberto prese in braccio Erica e così varcarono la soglia di casa. “Ti ringrazio del gesto ma ancora non hai capito che ‘non c’esce niente con me!” “Spero che tu non sia come la mia precedente compagna che ho  trovato nel mio letto con un’altra donna!” “Assolutamente no, se me la sento ti racconterò la mia storia, per ora godiamoci un po’ di musica, mi raccomando un lento…” “Posso approfittarne per abbracciarti con la scusa di ballare?” “Sono volgare se ti dico che hai la faccia come il culo?” “Con quella bocca puoi dire quello che vuoi, è una vecchia reclame di un dentifricio.” Musiche non più di attualità come quelle di Fred Bongusto, Frank Sinatra e simili si diffusero nell’aria creando una atmosfera romantica, mentre stavano ballando Alberto si accorse che Erica stava piangendo. Le lacrime femminili erano un punto debole di Alberto, strinse ancora più a sé la spagnola che gli chiese di sedersi sul divano. Ci volle del tempo prima che Erica ‘chiudesse le saracinesche’ degli occhi e cominciasse a sfogarti. “Io sono a Messina perché a Barcellona ho conosciuto un uomo affascinante, elegante, ricco. Mi ha detto di essere divorziato e dopo qualche giorno mi ha proposto di venire a Messina. Già da allora ero infermiera in una casa di cura privata, dietro molte insistenze del cotale lo seguii ed andai ad abitare sola in un’abitazione in via Cannizzaro, il signore che chiamerò Mario Rossi si scusò di non potermi  portare a casa sua perché la madre era molto possessiva e non voleva che suo figlio di sposasse di nuovo, niente figli. Io volli a tutti i costi essere finanziariamente indipendente e Mario mi procurò un posto di infermiera al ‘Papardo’ . Una collega dopo un po’ di tempo di disse la verità su  quel…, era sposato con due figli, la moglie era ricca e certamente lui non l’avrebbe lasciata, io dovevo fargli da amante a vita. Quando venne a casa in via Cannizzaro gli feci una scenata tremenda, molti si affacciarono alle finestre, Mario sparì di corsa dalla circolazione, era conosciuto nella Messina bene, unico suo  ricordo una cinquecento che nel frattempo mi aveva regalato, fine della storia.” “A questo punto penso che tu sia stata fortunata, la venuta in Italia ti ha portato alla conoscenza di un signore ‘povero ma bello’ come da titolo di un film, che ne dici?” “Per ora sono confusa,   mangio in mensa all’Ospedale, per la notte ho preso in affitto una stanza con servizi dove di solito soggiornano i parenti dei ricoverati.” “Se vuoi risparmiare l’affitto c’è una soluzione!” “Non ti offendere per ora non me la sento, la mia storia mi ha tanto colpito da portarmi ad odiare la classe maschile.” “Se per te va bene posso diventare gay…” “Non scherzare, non ti ci vedo proprio ma se e ripeto se diventassimo intimi ‘ciccio’ si alzerebbe di nuovo e non riuscirei a farti le infiltrazioni…

  • 23 maggio alle ore 9:04
    Diario di bordo - Quante volte?

    Come comincia:  In queste settimane di "quarantena forzata" spesso mi sono posto questa domanda: - Quante volte, nel corso della storia, è morto il "sogno americano"?
    Per quelli come me, che da sempre sognano l'America è un fatto importante, questo (un viaggio negli States, coast to coast, come si diceva una volta, fatto magari...in sella ad una moto stile "Easy Rider", di quelle con la forcella maxi a tutto spiano e in bella mostra, su cui evoluivano Peter Fonda e Dennis Hopper nelle scene del film omonimo datato 1969 - paradossalmente, quella pellicola rappresenta una testa di ponte, un caposaldo dell'antiamericanismo e del suo mito o dei suoi miti - o meglio a bordo di un "Greyhound", i famosi autobus che non hanno eguali al mondo, e con cui si possono raggiungere i più sperduti buchi di culo esistenti negli States, in lungo ed in largo, da ovest ad est, dal versante canadese a quello della Louisiana, di fronte al golfo del Messico o della Florida, di fronte all'oceano Atlantico: lo avevo progettato più volte, intorno agli anni 1982-84; ma poi...le cose vanno come non dovrebbero andare, a volte!). Forse, chissà, quel sogno è morto prima ancora di cominciare: nel settembre del 1620 quando i pellegrini calvinisti e puritani europei (in gran parte olandesi e britannici) approdarono sulle coste del Massachusetts portandovi un assaggio di vecchio mondo... ma così estirpando, già da allora, lo spirito ancestrale di quei luoghi. Appena settanta anni dopo da quello sbarco (intorno al 1690, anno più anno meno!) vi fu la caccia alle streghe e quelle persecuzioni, culminate nei processi successivi, ispirarono lo scrittore Nathaniel Hawthorne, uno dei grandi del cosiddetto realismo fantastico americano (insieme a Longfellow ed allo stesso Thoreau), nella stesura delle sue due massime opere: "La lettera scarlatta" e "La casa dei sette abbaini". E' da dire che Hawthorne nacque proprio a Salem, dove vi furono quelle persecuzioni e quei processi, e che quella casa, nella sua città natale, esiste per davvero: si chiama House of Seven Gables, appunto, si trova sulla Chestnut Street, che gli abitanti del luogo giudicano essere una delle più belle strade al mondo, fu costruita nel 1668 da Samuel McIntire ed è oggi un museo aperto tutti i giorni fino alle sedici e trenta pomeridiane (notizie, queste, tratte dalla mitica guida Pan-Am, edizione 1981, che comprai l'anno seguente nella libreria "Leone", sita allora in via Di Palma, in pieno centro cittadino, a Taranto e senz'altro, per decenni, la più fornita della citta: in vista, appunto, di un mio possibile tour negli States!). Ma di quei processi e di altre questioni religiose connesse con la "stregoneria" si occuparono, nei loro scritti, anche i membri della dinastia dei Mather, che sono contemporanei a quelle vicende storiche (il capostipite fu Richard: gli altri, fratelli e cugini, furono Increase, Joseph Cotton e Samuel) e che inaugurarono, in seguito, la stagione del genere biografico-religioso-storico-letterario; ed infine il commediografo Arthur Miller, il quale nella sua commedia "Il crogiuolo", del 1953, volle incarnare nei processi alle streghe del New England la vicenda del maccarthismo, di cui egli stesso fu in seguito vittima: quella messa in atto dal senatore repubblicano Joseph Mc Carthy fu una caccia alle streghe di ben più vasta portata rispetto all'altra (la cosiddetta "Red Scare", fu chiamata; la paura rossa legata a una fantomatica invasione cinese o comunista in genere, ai tempi della guerra statunitense in Corea del Nord), e rappresenta anch'essa una delle pagine più ignobili, oscure ed ingloriose della storia statunitense. Ma torniamo alla retta via (quella cronologica e sequenziale) del nostro racconto. Il sogno americano è morto tra il 1860 ed il 1890: la stagione della efferata caccia al bisonte, della nascita della ferrovia e delle guerre indiane. Paradossalmente, in quel contesto storico e in quelle vicende legate ad esse, quel sogno morì proprio con la nascita del mito dell'ovest e della frontiera: un leit-motiv, questo, a mio avviso, presente spesso nel corso della storia di quel paese...la storia "stars&stripes" è fatta soprattutto di cura e male, male ed antidoto per curarlo! Ma andiamo a monte: nel 1862, in piena guerra di secessione, il governo dell'Unione varò lo Homestead Act o legge sui "poderi gratuiti", che permetteva ai capifamiglia (non sudisti) di stabilirsi nelle terre all'Ovest e diventarne proprietari dietro pagamento di un prezzo puramente simbolico. In quello stesso anno fu decisa la costruzione della ferrovia transcontinentale. - Fu quello l'inizio, (appunto), - come è scritto in "L'età contemporanea" da A. Preti - della grande corsa all'Ovest dei pionieri ma anche di mercanti, speculatori, affaristi e speculatori d'ogni specie...essa fu sostenuta, dopo la fine della guerra, da un massiccio impiego di soldati. Il progresso, quindi, causò la morte delle popolazioni indigene della grande prateria e con esse della loro cultura, dei loro usi e costumi, del loro atavico e naturale modo di vivere, legato strettamente alla natura ed al rapporto spirituale ed ancestrale (anzi, "ancestralmente spirituale"): quello che avvenne allora, storicamente fu paragonabile al colonialismo delle grandi potenze europee, che in varie ondate, nel corso della storia, hanno "smantellato" terre e popoli nei quattro continenti del mondo abitabile! Al proposito, mi sembra interessante riportare quanto abbia scritto Edward Sherrif Curtis, uno degli antesiniani d'America del moderno free-lance nonché autore di una delle più importanti documentazioni fotografiche sugli Indiani del Nordamerica, realizzata nei decenni fra il 1896 e il 1930: - La vita e la personalità degli Indiani non possono essere comprese se non alla luce dello strettissimo rapporto che le lega alla natura, e che le rende dipendenti dai fenomeni dell'universo - alberi e cespugli, sole e stelle, fulmini, tuoni e pioggia - intesi come creature animate, e più ancora come vere e proprie divinità, capaci di influire sul destino degli uomini. Il senso di identificazione colla natura nella sua totalità era tale che l'Indiano riteneva unica la fonte dalla quale scaturiva la vita nelle sue diverse manifestazioni. Ciò spiega perché i primi Indiani conosciuti dagli Europei pregassero sugli animali uccisi durante la caccia, quasi a giustificare la necessità di quella morte e manifestare la consapevolezza della comune origine, della fratellanza fra cacciatore e preda. - Fino a quella data (il 1862, appunto), la grande pianura americana, che si estende per diverse centinaia di chilometri dal delta del Mississippi alle Rocky Mountains e che ai più era sconosciuta (quasi ignota) all'epoca, era prevalentemente abitata da cavalli selvaggi e bradi, antilopi, coyotes e, soprattutto, da bisonti: in particolar modo nelle zone temperate che si estendono a nord del fiume Arkansas, il quale nasce (appunto) dai monti Sawatch (sulle Montagne Rocciose) e bagna gli stati del Kansas, dell'Oklahoma e dell'Arkansas. I cavalli ed i bisonti giocarono un ruolo importante nella vita dei nativi, soprattutto nella fase ultima (definita "estate indiana") quando essi si trasformarono da coltivatori in cacciatori. Il cavallo giunse in America nel settecento (anzi, il suo fu un "ritorno", visto che da quelle terre non era mai andato via, forse!), introdottovi ad opera dei conquistadores Spagnoli: cominciò ad essere usato nella caccia, nella guerra e per il trasporto di cose e persone nelle praterie sterminate; esso, insieme alla successiva diffusione delle armi (in particolar modo del fucile), ad opera dei mercanti provenienti dall'Est, contribuì a costruire lo stereotipo dell'indiano d'America ottocentesco: quello che tanta cinematografia hollywoodiana, attraverso documentari e film ci ha tramandato (a cominciare dai registi "pionieri" come Edwin S. Porter, G. M. Anderson - il famoso Broncho Bill - Griffith, Ince ed Hart, per arrivare ai "moderni": primo su tutti il capostipite e maestro del genere western John Ford, nome d'arte di Sean Aloysius O'Fearna, ultimo di tredici figli ed irlandese d'origine, e poi ancora una lunga schiera di nomi, da George Sherman ad Aldrich e Peckinpah, da Stevens a Zinnemann, da Fritz Lang a Nicholas Ray, da Edward Dmytryck a Budd Boetticher da Delmer Daves a Henry Hataway, Henry King, Anthony Mann, Raoul Walsh, André De Toth, Howard Hawks, il nostro Sergio Leone, che di Ford fu accanito cultore e "seguace"); il Sioux o il Navajo, il Cheyenne, l'Arapaho e il Nez Percé che nelle pellicole imbracciano un Winchester per assaltare una diligenza oppure che incendiano una fattoria di coloni indifesi, prima che intervengano le famose giubbe blu a salvarli! Ma le cose non stavano in questo modo: la civiltà dei nativi mutò ad opera, per causa e per colpa della contaminazione coll'uomo bianco ed il suo mondo; con la sua cultura e coi suoi sistemi di offesa e di difesa. Si è detto dei mercanti d'armi e del Winchester; ebbene, fu proprio un bianco il precursore di questa stirpe: Oliver F. Winchester, da cui derivò il nome di quel tipo, o modello di fucile. Esso, originariamente era un fabbricante di camicie di New Haven, cittadina del Connecticut. Vi arrivò intorno al 1848 fondandovi la "Winchester&Davies" fabbrica di camicie, appunto. Si interessò alla fabbricazione delle armi nel 1855, quando acquistò alcune azioni della "Volcanic Repeating Arms Co." di Norwich, nel Connecticut, che dopo il trasferimento legale a New Haven nel 1856, fallì l'anno dopo. Risorse come "New Haven Arms Co." e poi con la dicitura di "Winchester Repeating Arms Co". Durante il primo conflitto mondiale, la Compagnia fornì al governo federale circa mezzo milione di fucili modello Enfield 1917 oltre a tanti altri tipi di equipaggiamento e munizioni. Tra le sue armi più famose (tristemente, direi!) sono da ricordare il Winchester '73, che venne costruito a partire dal 1873 (da cui la denominazione numerica) e il suo fratello maggiore Winchester '66, antecedente di sette anni all'altro: entrambe le armi divennero le più usate nel West e su di esse, in gran parte, pende l'accusa dello sterminio dei bisonti. Gli Indiani erano dei cacciatori provetti ma è da dire che la differenza tra loro e l'uomo bianco era abissale: i primi lo facevano per sostentamento (dal bisonte ricavavano carne, pelle, ossa, tendini utilizzandoli, a seconda delle esigenze e necessità esistenziali, per nutrirsi, creare vestiario e coprirsi, per costruire armi o oggetti artistici), senza mai uccidere animali in numero più elevato rispetto alle proprie necessità; gli altri, invece, lo facevano per soddisfare la "fame di terre" e di denaro (tutto cominciò nel 1862, come detto, e andò avanti nei decenni successivi: spazzando via un mondo e un equilibrio di natura e cultura bellissimo, in nome di un crescente sviluppo capitalistico dell'industria e del commercio di natura essenzialmente opportunistica), per affermare una cultura puritana, intollerante e materialista, una visione della vita diversa dall'altra. La valanga di carri e coloni, a cui si aggiunsero cercatori d'oro e, come detto, mercanti d'ogni risma e senza scrupoli,  insieme alla costruzione delle linee ferroviarie misero in fuga antilopi e bisonti dai territori di caccia dei pellirosse. Alle origini delle guerre indiane vi è pertanto l'attacco, portato dai bianchi, ai due grandi beni dei pellirosse: la terra e i bisonti. Ma a monte, vi era anche un disegno ben preciso, voluto dalle massime autorità militari in accordo (segreto, ma nemmeno poi tanto...alla fine!), o concordato "amore" con quelle federali. Gli storici (anche quelli americani) lo hanno poi definito, senza mezzi termini e con pochi giri di parole "politica del genocidio", attuato/attuata dai generali unionisti Philip Henry Sheridan (l'eroe di Opequan, Fisher's Hill, Cedar Creek, e ancora di Five Forks e di Appomatox, dove nel 1865 costrinse alla resa i sudisti guidati da Lee) e William Tecumseh Sherman (l'eroe delle campagne di Vicksburg, Chattanooga ed Atlanta - dove, nel 1864 fu conquistata e poi data alle fiamme la città georgiana: vicende narrate nel romanzo di Margaret Mitchell "Via col vento" e poi trasposte nella celebre pellicola cinematografica - e della battaglia di Shiloh, in cui combatté agli ordini del generale Ulysses S. Grant, e che poi fu nominato Comandante in capo dell'esercito confederato): masse di cacciatori, più o meno "legalizzate", furono fatte affluire (più o meno volutamente) nelle grandi pianure e nei territori sconfinati della frontiera occidentale, avviando lo steminio dei bisonti. Ciò era necessario, per far fronte ai crescenti interessi dei mercati dell'Est, a quelli dei grandi proprietari terrieri, dei banchieri, degli uomini d'affari, della new industry e dei mercanti d'armi, come già scritto; lo stesso Sheridan sosteneva quanto segue: - La via per consentire una duratura pace e consentire alla civiltà di avanzare deve passare attraverso la cancellazione del bisonte dal paesaggio delle grandi praterie. - Il numero di quegli splendidi animali era incalcolabile: c'è chi affermava che ve ne fossero almeno un miliardo! 
    I ritmi della distruzione furono elevati e in pochi anni si giunse al massacro totale. 
     

  • 19 maggio alle ore 16:06
    Il Sole Dopo L'Oscurità

    Come comincia: Di giallo dorato splende nell'anima ad ogni ora di ogni bel mattin, raggiante e pago senza mai slittare in quei crepuscoli che ottenebrano la ponderatezza. Nel tempo impestato ha fortificato i suoi rilucenti albori nella scia del suo sentiero per essere cardine reale. E nelle anime dei sensibili fiorile e autentico accarezza dolcemente le loro emozioni, elargendo calore fiorito. Ma semmai incappasse nei cingi del tramonto, incanto intenso traspare per il mondo intero e fieramente lieto se ne sta. Non vi son più antiche livide nubi ad offuscare la sua brillantezza né plumbee tristezze a velare la sua essenza, poiché il cuore quando salmodia calorosamente alla vita che germina di entusiasmo lo si percepisce oltremondo e il suo eco si rigenera fra i pendii del tempo in eterno.

  • 18 maggio alle ore 9:44
    QUEM ILLA AMABAT...

    Come comincia: Iniziare un racconto con una citazione latina potrebbe sembrare  che l’autore voglia fare sfoggio di cultura e per  di più di una lingua morta ma che oggi è di nuovo in auge, viene apprezzata soprattutto all’estero. La citazione riguarda una poesia di Catullo in cui l’autore parla della figlia triste per la morte del suo passero che ella amava più dei suoi occhi. Omettendo una facile battuta un pó volgare la situazione poteva adattarsi ad Aurora quarantenne il cui marito era passato a miglior vita (da domandarsi chi ha creato questa espressione decisamente fuori posto quando si parla della morte). Il buon Lionello era un ricco proprietario di fabbricati e di terreni abitante a Messina al villaggio Aldisio  zona non certo chic della città ed allora come giustificare quella scelta data la notevole disponibilità di denaro del signore sopra citato? Era un ‘arpagone’ per dirla alla francese, tirchio, spilorcio, taccagno e pensare che il suo nome significa piccolo leone, ma quando mai, era piuttosto un pecorone! Dopo i funerali la bellissima sorpresa per la vedova Aurora che non immaginava mai che avrebbe ereditato un mucchio di proprietà, suo marito ufficialmente era un semplice impiegato al Comune. Anche nel vestire non era certo elegante, i suoi abiti erano datati e lavati molte volte, anche la moglie era stata costretta a seguire la stessa sorte ma ora…Prima cosa cambiare casa: una villa vicino al mare come sempre sognato,  aveva adocchiato un isolato vicino alla spiaggia di Torre Faro dall’altra parte della città, intorno un giardino ben tenuto con piante di alto fusto con una grande uccelliera ed un pollaio, le uova non sarebbero mancate ad Aurora. Il padrone, deceduto era un amante avicolo. Un solo intoppo se così si può dire, nel testamento Lionello, cattolico praticante (aveva pure questo difetto) aveva posto  una clausola per cui la consorte doveva insegnare gratis la sua lingua originaria, il tedesco in una scuola di monache ed aveva indicato pure quale: ‘Le Ancelle Riparatrici del SS. Cuore di Gesù’. Il solito iconoclasta avrebbe avuto da ridire sul fatto che il Cuore di Gesù aveva avuto bisogno di riparazioni ma per tale categoria è pronto un posto all’Inferno! Aurora al suo arrivo all’istituto ebbe il benvenuto dalla badessa certa Virginia Maria, incartapecorita e dall’aspetto decisamente acido che però salutò con entusiasmo la nuova venuta che le faceva risparmiare un bel po’ di  soldoni non avendo bisogno di ingaggiare una professoressa di lingue. Aurora tedesca, nata vicino al confine francese conosceva pure quella lingua oltre che il latino. I primi giorni di novembre non si trovò bene in quell’ambiente, le alunne erano distratte, poco interessate alle lezioni, l’insegnante capì che molto probabilmente era colpa dei professori che non riuscivano a far partecipi le allieve all’andamento scolastico, anche l’atmosfera era grigia…Una mattina pensò bene a qualcosa di diverso, dall’uccelliera prelevò un pappagallo bellissimo e querulo e lo portò in classe ma non aveva fatto i conti con un difetto del pennuto che, appena in aula sul suo trespolo esordì con ‘buongiorno puttane!” Stupore generale e poi una risata collettiva, nessuna si aspettava quell’esordio, ad Aurora non rimase altro che mettere il cappuccio a quel maleducato ma evidentemente non era colpa del volatile se ripeteva frasi apprese dal padrone. Il giorno dopo Anacleto, questo il nome del volatile scritto su una targhetta della sua gabbia rimase in villa, sostituito a un passerotto che era stato allevato a mano dal padrone e quindi aveva molta confidenza con l’uomo. Lasciato in libertà nell’aula  ‘ciccio’ volando da un banco al’altro aveva attirato l’attenzione delle ragazze e quel giorno non si fece più lezione. La presenza di ‘ciccio’ era diventata una partecipazione giornaliera, alcune volte era confinato in gabbia cosa non gradita al pennuto che una mattina trovata aperta la finestrella della sua ‘prigione’ pensò bene di provare finalmente la libertà e volò fuori dalla finestra senza più ritornare. Aurora stava facendo una lezione di latino e pensò bene di prendere lo spunto da quell’episodio per citare la poesia di Catullo che riportava un simile avvenimento: “Lugete  o Veneres cupidisesque et quantum est hominunm venustiorum passer mortus est meae puelle  quem plus illa oculis suis amabat…leggete e traducete il resto della poesia  da voi, nel nostro caso il passero non è morto anche se avrà vita difficile a procurarsi da mangiare, talvolta la libertà… Il concetto di libertà risuonò nei pensieri di Aurora, lei luminosa, splendente  come da significato del suo nome era tristemente sola soprattutto la notte…ma i maschietti che le giravano intorno non erano di suo gusto: infantili, presuntuosi, pieni di boria per il loro fisico ‘tartarugato’ finché un giorno fu chiamata in direzione, c’era il padre dell’alunna Mariella Sidoti che le voleva parlare. Aurora capì il motivo, sia figlia a scuola era disattenta e non studiava a casa. “ Sono Giovanni Sidoti, mi sono accorto che mia figlia Mariella di scuola ‘ne mangia poco’, forse c’è un motivo: sua madre…ha preso il volo con un toy boy, la ragazza è rimasta scioccata e non riesco ad aiutarla, vorrei qualche consiglio da parte sua, potrebbe darle delle ripetizioni o parlarci, gliene sarei grato.” Il signore  dimostrava un  profondo sconforto. Seguitò il discorso: “Sono impiegato al Comune, conoscevo suo marito, lo chiamavano ‘Pappagone’, era conosciuto per la sua spilorceria, quand’era al bar aspettava che qualcuno gli pagasse il caffè, girava con una vecchia moto inglese la B.S.A  sulla quale un bello spirito di collega aveva coniato un motto: ‘Bisogna Saperci Andare, Anche Senza Benzina, Batte i Sessanta All’ora’. Vedo che dopo la sua morte lei è rinata, in passato l’avevo intravista mal vestita e dall’espressione del viso affranta, anche senza essere religioso ricordo un motto della Bibbia riferendosi ai morti che recita: ‘Il loro odio, la loro gelosia il loro amore sono già periti,’ lei finalmente è una donna libera!” Aurora guardò meglio il signor Sidoti, un signore serio di circa quarant’anni dallo sguardo triste, gli fece pena e: “Faccia venire mia figlia a casa mia a Torre Faro, ormai ha sedici anni e può venire con l’autobus di linea, questo è l’indirizzo.” “La ringrazio, se non le dispiace l’aspetterò fuori alla fine delle lezioni.” Quando Aurora uscì vide che Giovanni Sidoti stava ammirando la sua Mini Cooper verde, un capriccio della dama acquistata dopo il lieto pardon il luttuoso evento. “Io sono amante dei motori, una Mini per di più Cooper è una bomba, la mia vecchia Cinquecento posteggiata lì vicino si starà vergognando!” Aurora sorrise. Finalmente aveva conosciuto una persona di suo gradimento. “Facciamo così: io con la mia Mini andrò avanti fino a Torre Faro, lei con sua figlia mi seguite, troveremo il pranzo pronto, a casa mia c’è una cameriera di nome Gina che provvede alle faccende domestiche. Causa il traffico ci volle mezz’ora per giungere alla villa che fece sberluccicare gli occhi a Giovanni che tenne per sé le sue impressioni. Anche Mariella sorrideva contenta, finalmente fuori dalla modesta casa in via Cola Pesce dove viveva col padre, casa che le era diventata malaccetta dopo la…partenza della madre. Finito il pranzo Aurora mostrò il giardino ai due ospiti che, passando dinanzi al trespolo del pappagallo si beccò dei: ‘cornuti’ con la erra arrotata, solo un sorriso da parte dei tre. “Mariella che ne dici di andare nel mio studio a fare i compiti, mi raccomando impegnati, quando avrai finito potrete andarvene.”  Mariella felice della nuova situazione corse dentro casa, i due sedettero su una panchina dinanzi ad una fontana con al centro il dio Nettuno col tridente in mano. Fu Giovanni a rompere il silenzio: “Penso che ambedue abbiamo gli stessi problemi la solitudine, inoltre io ho Mariella che mi dà preoccupazioni, vorrebbe un motorino che hanno le sue compagne di scuola, sinceramente non posso permettermi quella spesa, di natura sono uno spirito allegro ma le vicende della vita…” D’un tratto si trovarono abbracciati, ad Aurora spuntarono delle lacrime, che le stava succedendo, era da tempo che non avvicinava un uomo, perlomeno uno che le piacesse e Giovanni…Padre e figlia restarono in compagnia di Aurora sino al dopo cena poi rientro a casa senza parlare, dentro di loro era subentrato del benessere psicologico per loro inusitato. Era sabato, niente lezioni da parte di Aurora, il suo giorno libero che la signora impiegò per fare una spesa ma non per lei, un motorino ‘SCARABEO 6’ presso una concessionaria di motocicli, si fece rilasciare una ricevuta che mise dentro una busta  insieme alla foto del ciclomotore con destinataria Mariella Sidoti. Alla fine delle lezioni chiese alla ragazza di accompagnarla alla sua auto, le consegnò la busta in attesa delle reazioni che furono imprevedibili: Mariella letto il biglietto cominciò a baciare la professoressa dentro l’auto suscitando la curiosità delle altre alunne. Finito lo sbaciucchiamento, la ragazza chiese di essere accompagnata al Comune, attese l’uscita di suo padre, le raccontò l’accaduto, Giovanni non sapeva come comportarsi se ringraziare semplicemente o essere più espansivo, optò per una stretta di mano con finto baciamano. “Porto con me  Mariella in auto, tu Giovanni  seguici con la Cinquecento.” Il tu fra i due fece sperare alla signorina che fra di loro fossero iniziate le manovre di avvicinamento. Finito il pranzo Aurora volle brindare con lo spumante, un goccio anche per Mariella dal bicchiere di suo padre. Aurora prese ad accompagnare la sua alunna anche alla scuola guida, dopo venti giorni il sospirato patentino che fece ‘prendere il volo’ alla ragazza che orgogliosamente girava per la città con la faccia sorridente. Prima di cena in casa Sidoti arrivò una telefonata di Mariella: “Papà sono a casa di Angela Bonsignore mia compagna di classe, che ne dici, ti passo sua madre Virginia.” “Signor Sidoti può stare tranquillo, sua figlia resterà a dormire a casa mia.” Una ispirazione improvvisa: “Cara Aurora stanotte  mia figlia resterà a dormire a casa di  una sua compagna, una tristezza infinita mi ha pervaso, che ne dici di consolarmi!” “Dilla tutta, vieni…” La Cinquecento si era trasformata in una Ferrari, tutta a tavoletta fino all’arrivo alla villa di Aurora che aprì la porta, era dietro i vetri ad aspettarlo. “Sei volato, avrai distrutto il motore di quella povera macchina, mi sa che ne devi comprare una nuova.” “Per ora pensiamo a noi, m’è venuto un sonno improvviso…” “Io non lo chiamerei sonno ma piuttosto voglia di fare lo ‘zozzone’ con me. Sei fortunato perché la mia cosina è consenziente.” Un doccia in comune, i due si guardavano reciprocamente il corpo, era la prima volta che si vedevano nudi, Aurora restò perplessa nel vedere un coso piuttosto lungo e grosso di Giovanni , non assomigliava a quello che ricordava di suo marito. Giovanni capì la situazione e: “Sarò delicato, prima un cunnilingus e poi…” Il signore fu di parola, Aurora dopo tanto tempo di astinenza se la godette alla grande;  a notte inoltrata i due preso a dormire, il sonno non del giusto ma degli stanchi sessuali.  La mattina dopo la professoressa ‘marcò’ visita come pure l’impiegato comunale, erano le dieci ed ancora stavano a letto guardandosi negli occhi soddisfatti. “Io le ho contate, te ne sei fatta sei, ti ricordi…” “Mó mi metto a fare la ragioniera sessuale, penso che meriti una gratificazione per la tua prestazione, che ne dici di mandare in pensione la Cinquecento ed acquistare un’auto nuova.” “La mia passione è acquistare un’Alfa Romeo, possibilmente rossa.” “Vada per l’Alfa Rossa ma te la dovrai meritare a letto!” “Ho capito sono diventato un macró alla francese, uno stallone, spero di essere all’altezza!” “Stavo scherzando, mi sono innamorata di te ed anche di quella scimmietta di tua figlia che da furbacchiona ha pensato bene di andare a dormire da una compagna di scuola per lasciarci soli, ricordati che il mondo è delle donne che a furbizia superano di gran lunga i maschietti!” “Penso che avrò una vita agra.” “Toh, ha citato un romanzo di Luciano Bianciardi, sei diventato di colpo un intellettuale acculturato?” “Quando mai, a me interessa solo la topa!”

  • 17 maggio alle ore 14:57
    Quarantena

    Come comincia:  .

    Oggi ha fatto caldo. Adesso ho trovato un momento per uscire sul mio balconcino. Si sta bene, è fresco. Guardo il cielo e lì tutto è come al solito. Gli astri così lucenti in una bella serata, sono lì, come sempre, come sono abituata a ritrovarli ogni sera. E poi guardo giù, verso il silenzio della strada, verso il marciapiedi deserto, nessun passante, e lungo la via solo pochi rari automezzi rumorosi e troppo veloci. Guardo le serrande dei negozi tutte abbassate, tranne una, sempre la stessa, il piccolo negozio di quel ragazzo, non so se sia indiano, quel ragazzo che è ancora lì, come ogni sera, fino a tardi. Le finestre dei palazzi qui intorno sono illuminate, quasi tutte, ma sui balconi non c'è nessuno. Siamo soli noi due, io sul balconcino e il ragazzo forse indiano nel suo negozietto. E' incredibile e forse anche difficile da spiegare come il tenero fascio di luce che la sua vetrina sprigiona, possa fare tanta compagnia, possa far sentire il sentimento di un destino ineluttabilmente condiviso, al di là della conoscenza reciproca, al di là del giudizio e/o pregiudizio, al di là di ciò che sta sul marciapiedi, il suo negozietto, o poco al disopra del marciapiedi, il mio balconcino, al di sopra di questa strada silenziosa di periferia, dove forse i pensieri si incontrano, si intrecciano nella stessa preoccupazione, nella stessa nostalgia, nello stesso bisogno di consolanti risposte. 

  • Come comincia:  - Proverbi a proporzione o matematici (con animali)
     Se con una fava si prendono due piccioni, quanti scoiattoli si riuscirebbero a prendere con una noce di cocco?
     Tutto, ovviamente (o quasi), potrebbe dipendere da due precipui - ed assoluti - fattori (dicasi, pure: costante matematica): cioé, in poche ma semplicissime parole, tanto dalla mira di colui che va per lanciare la noce di cocco, quanto dall'appetito degli scoiattoli!
     Se, invece, da un buco si cava un solo ragno, quante formiche riuscirebbe a trovare dentro una voragine un'alano orbo ed ubriaco?
     Anche in questo caso, direi, potrebbe tutto dipendere da due fattori od altrimenti detto da una costante matematica: tanto dall'olfatto dell'alano (in quanto cieco, esso, così come fanno altri animali quasi orbi come lui, in questo caso - tra cui la civetta e il rinoceronte - dovrebbe far "giuoco" su un'altro senso!!!), quanto dalla pazienza delle formiche (la quale, seppure non sia un senso fornitogli dalla natura, è davvero tanta!).
     - Proverbio con animali (trattasi di un noto quadrupede)...senza proporzioni (né ausili di natura matematica)
     "Tutto quanto fa brodo!": dice la gallina prima di essere cucinata. 
     - Proverbi con rima (sbagliata?!)
     Rosso di sera bel tempo si spera: ma è meglio essere in libertà "apparente" o marcire  per davvero in galera?
     A caval donato non si spara in bocca; ma una donna frigida guai se la si tocca! PS. E meno male, dovrebbe dirsi: tanto per il cavallo, quanto per la donna frigida! (oppure è meglio così, chissà: per la pistola e per colui - o colei - che toccherebbero la donna frigida!).
     - Proverbio con commento (stupido o ovvio?!)
     "Non tutte le ciambelle nascono col buco".
     Infatti: vi sono ciambelle che nascono senza buchi, ma di rimando, però, ve ne sono anche di quelle che vengono al mondo con "due buchi" o, addirittura, con tanti, tantissimi buchi, tanto da apparire un colabrodo o una fetta di formaggio emmenthal svizzero (o groviera, che dir si voglia!) piuttosto che...ciambelle vere e proprie. Tutto dipende, a mio modesto avviso (ed a maggior ragione) da due cose: dall'impasto che di cui si fa uso per fare le ciambelle nonché dal forno in cui lo si mette a cuocere (varianti di non poco conto, in questo caso: del tutto diverse dalla costante matematica di cui dettovi prima!).
     - Massime della "assurda logica"
     Ottobre cade dopo di settembre&novembre vien pria di dicembre:che, però, pur essendo un mese come gli altri, arriva sempre per ultimo!
     - Il tic-tac dell'orologio (surreale)
     Il tic-tac dell'orologio si è fermato: ma le lancette continuano ad inseguirlo!
     - La macchina del tempo 
     La macchina del tempo non abbisogna di carburante per camminare, né di una marcia in più per andar più veloce: essa possiede quattro ruote che si chiamano minuti, ore, giorni&anni...
     - I "nessuno"
     Nulla sono i "nessuno"...un battito d'ali; ma ugualmente [sono] importanti: anche i "qualcuno" son fatti di tanti di loro e grazie a loro esistono.
     - Serie: le domande...(in) discrete (con risposta - no multipla -, ulteriore domanda&pensierino)
     Chi vorrebbe vivere per sempre? Tutti lo vorremmo...
    ma mi domando, ora: a cosa mai servirebbe farlo senz'aver al proprio fianco le persone che abbiamo più amato? Penso questo: il tempo, la vita senza di loro nulla sarebbero se non che eterno tormento.
     - I masnadieri (definizione: di origine schilleriana?!)
    Sono quei tipi che hanno animo gentile&sincero perché [loro] brindano sempre - dopo cena - ai cuori conquistati ed ai corpi posseduti, ma mai negano (vin bevendo) d'aver sofferto per amore nè d'aver goduto di piacere.
     - Massima della cruda verità (e malcelata saggezza)
     La vita da sé provvede a riportarci, cammin facendo, sulla retta via: della noia, del martirio e finanche delle pene!
     - I "per"...(senza i "se" ed i "ma" annessi)
     Per rialzarsi: bisogna essere caduti; per ritrovarsi: bisogna essersi perduti; per aspirare al paradiso (premesso che esso esista?!): bisogna essere stati all'inferno (e questo, come mi assicura più di qualcuno, esiste per davvero!); per vivere in silenzio (a meno che non si sia un monaco tibetano che soggiorna alle pendici dell'Himalaya per trecentosessantaquattro giorni all'anno...in quel caso sarebbe tutta un'altra storia!): bisogna aver ascoltato la bolgia della vita; per poter gioire: bisogna aver pianto di dolore; per esser poeti: bisogna esser (e) diversamente speciali (ma no abili: quelli sono altri soggetti!): accollarsi, cioé, tutte insieme gioie&sofferenze dell'universo e poi riuscire a portarle sulle proprie spalle!
     - Differenze&parallelismi: il baro&l'onesto (ovvero: favola "mignon" dell'età di mezzo)   
     Il baro è una canaglia sincera mentre l'onesto "innamorato" è un ladro ipocrita e bugiardo: entrambi, però, camminan sempre senza scarpe...
    L'uno e l'altro (il baro&l'onesto) vestono gli stessi panni; ognuno dei due indossa, a volte, - a turno - i  panni dell'altro. Nessuno, in poche parole, è solo baro o solo onesto: tutti siamo, chi più chi meno, un po' l'uno ed un po' l'altro...
     - Proverbi a modo mio
     (con domandina ed a rima baciata)
     Gallina vecchia fa buon brodo: ma quella giovane fa mica l'uovo sodo?
     (con esclamazione: senza "se"&"ma")
     Chi troppo vuole nulla stringe: ma chi vuole poco o niente, nulla stringe lo stesso!
     (con "se"&"ma" ed...esclamazione) 
    Se troppi galli cantano non arriva mai giorno; ma se una chitarra ed una tromba suonano: diventa subito notte!
     - Proverbio di stagione (all'epoca dei "droni")
     Una rondine non fa mai primavera; due neanche...ma tre cuori impavidi (ed un popolo libero), invece sì! 
     - La morte: puntuale e...giusta!
    da: un proverbio della Liberia
     Si ritarda nel crescere non si ritarda nel morire...ma la morte non ha mai fretta di arrivare anche se è sempre puntuale!
    da: un proverbio della Mauritania
     La morte è un debito verso la terra che ci ha generati, ciasscuno (di noi) lo deve pagare per proprio conto ed a sue spese...: anche se vive in compagnia o anche se è povero!
     - La vecchiaia: definizione (da un sonetto di William Shakespeare)
     La vecchiaia è lo "specchio" d'una madre e di un padre; è lo specchio per entrambi: i quali rivedono sé stessi e la loro vita rispecchiata e rispecchiarsi in quella dei propri figli. Ma è anche lo specchio severo per ognuno di noi, di noi stessi: che vediamo in lei - attraverso ricordi fervidi ma dolenti, lucide ma impietose memorie (non sempre, purtroppo, accade...a volte vi si frappone "fratello" Alzheimer!) di tempi antichi - una sorta di illudente primavera della nostra gioventù.
     - E' sempre meglio oppure no?
     E' sempre meglio (ma non lo dice il saggio: chi lo abbia detto non lo so, ma poco conta!) proferire una bugia in maniera furbesca e plateale, intrisa (madida) di sincera soavità piuttosto che una dolce verità: velatamente avvolta di ipocrisia oscena ed anche volgare.
     - Analogie (parallelismi) "carnevalesche"...ma non è humour all'inglese!
     Non molti sono al corrente (direi proprio che siano pochissimi!) che in Italia esistano dei soggetti che strangolano (letteralmente) i galli: è il caso degli abitanti di Strangolagalli (centro agricolo di poco meno di duemilacinquecento anime nella Ciociaria, in provincia di Frosinone), chiamati - appunto - strangolagallesi o strangolagalliani; ma è pur vero, tuttavia, che un notissimo industriale del settore alimentare (Angelo Amadori) sia stato definito: "stragista di galline"!

  • 13 maggio alle ore 9:45
    DAIANA BRASILIANA DEL NORD

    Come comincia: Daiana Ferreira da brasiliana poteva essere classificata con i  canoni con cui l’immaginario comune  distingue le ragazze di quel paese: alta di statura, tette prorompenti, vita stretta, gambe chilometriche e soprattutto un popò che muoveva in maniera  molto sensuale da far esaltare la fantasia dei maschietti, in particolare di quelli  italiani. Ma la ragazza aveva una particolarità: era bionda con gli occhi verdi segno tangibile che qualche nordico si era ‘intrufolato’  nella sua stirpe conoscendo da vicino qualche femminuccia della sua famiglia. La ragazza aveva vinto una borsa di studio all’Università di Bologna e stava percorrendo, in aereo i novemila chilometri di distanza dal suo paese. Durante il viaggio per sgranchirsi le gambe aveva preso a camminare lungo il corridoio e poi, supportata dal battimano dei maschietti presenti si esibì in un ballo in cui il popò aveva la sua parte preponderante. Il personale dell’aereo le chiese di smettere, secondo loro ci andava di mezzo la stabilità dell’aereo, forse una scusa delle assistenti di volo femmine un po’ invidiose,  fisicamente non erano alla sua altezza.  Daiana, ventenne era in compagnia della madre Denise quarantenne bruna. Guardandole bene era difficile distinguere la madre  dalla figlia anche se differente era il colore della loro pelle., un bel duo! A Madrid l’unico scalo aereo, prima di giungere a Bologna. In quell’occasione le due brasileire furono circondate da maschietti che facevano a gara a chi offrirle la colazione al bar dell’aeroporto. Denise era nata in un quartiere povero di Rio de Janeiro, da piccola era stata affidata ad una sarta per imparare il mestiere. Era subito diventata brava e tanto intelligente da imitare nei vestiti delle signore i capi più rinomati rinvenuti nelle riviste di moda europee. Andando avanti negli anni aveva aperto una sartoria sua che presto era diventata rinomata presso le signore ‘bene’ della città. Nel frattempo le era capitato un ‘incidente’ che aveva portato alla nascita di Daiana. La  ragazza nel tempo si era dimostrata brava negli studi ed aveva conseguito la maturità a pieni voti. In un giornale locale aveva notato un concorso in cui un benefattore italiano di Bologna metteva in palio una borsa di studio per una ragazza brasiliana, Daiana aveva superato la prova e questo il motivo della sua andata nella città felsinea. Aveva ricevuto il nome e l’indirizzo di una pensione in cui alloggiare, la mamma aveva ritenuto opportuno accompagnarla, cuore di mamma sempre in ansia per i figli, e così aveva venduto la sua attività ricavando un bella somma di denaro. A Bologna le due donne si erano  istallate alla pensione ‘Mazzoni’ la cui titolare, romana, era particolarmente  affabile. Armida, questo il suo nome sistemò Daiana e Denise in una camera matrimoniale con bagno. La mattina dopo la neo matricola si presentò alla segreteria dell’Università e così iniziò il suo corso di studi in medicina. Vedendo alcuni poveri dei bassifondi della sua città ammalati senza cure mediche aveva promesso a se stessa di aiutarli nel curarli gratis. Denise passava il tempo girando per Bologna e facendo qualche acquisto di scarpe e di vestiti, nei momenti liberi faceva compagnia ad Armida vedova, simpatica ed allegra. Avviati con successo gli studi Daiana pensò ad uno svago il sabato e, dietro consiglio della padrona della pensione scelse il Disco Club in cui si suonava musica rock dal vivo. Appena giunta in sala in compagnia della madre, la ragazza fu presa d’assalto dai ragazzi, per loro una brasiliana era una novità sperando soprattutto che fosse disponibile, pia illusione. C’erano anche alcuni giovani vestiti  all’ultima moda, azzimati e pieni di borie con fuori una Ferrari o una Bentley,  si consideravano quelli che non devono chiedere mai ma,  con un sorriso di Daiana li mandava in bianco e per ripicca andava ad invitare lei il più scalcinato della sala. Dopo due anni di permanenza nella città dotta, un pomeriggio in sala da ballo  si presentò a Daiana un giovane che con un inchino, educatamente le chiese il permesso di ballare con lei, non era il solito sciocco. La giovane acconsentì e rimase sorpresa quando il cotale, presentatosi col nome d Andrea le parlò in portoghese: “o que faz una mueher brasileira un Bolonha?” “Balla e parla italiano.” “Sono Andrea Ferrari, meglio così, il mio portoghese zoppica un po’.” “ Sono studentessa all’Università in Medicina, ho vinto una borsa di studio messa in palio in Brasile da un benefattore di Bologna, appena laureata ritornerò al mio paese, son qui con mia madre.” Cosa strana Daiana si era aperta col Andrea, gli aveva ispirato fiducia. “Una confessione, come ballerino sono un ‘pista piedi’ alle signore quindi  evito di chiederle di ballare, se non le dispiace mi piacerebbe parlare con lei, vorrei sapere qualcosa della sua terra.” A quel punto Daiana pensò: “Tu vorresti ben altro….Il Brasile è un grande paese ricco ma pieno di contraddizioni, ancora ci sono la favelas, in modo indegno di vivere per le persone civili, quando tornerò al mio paese mi darò da fare per aiutare i più poveri, torniamo al mio tavolo dove c’è mia madre.” Andrea rimase basito: “Questa è tua madre? L’avrei scambiata per tua sorella, penso di trasferirmi nella tua terra!” Denise accettò il complimento, diede la mano ad Andrea e lo invitò a sedersi.  Poco dopo furono raggiunti da un signore anziano che: “Andrea vedo che hai fatto amicizia, mi presenti le signore?” “Mio padre Bertoldo (Bartòld in bolognese), Daiana Ferreira, figlia e Denise Costa madre.” Anche Bertoldo ebbe la stessa impressione del figlio ma evitò di commentare le uguaglianze delle due donne.” Daiana e Andrea si recarono al bar: “Mi pare di aver visto nella  biblioteca dell’Università un libro dal titolo: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, chi ha dato questo nome strano a tuo padre?” “Evidentemente mio nonno per un motivo ben preciso, per far contento suo padre piuttosto ricco e che voleva che il suo nome si tramandasse, se avrò un figlio mi guarderò bene dall’appiopparglielo!” Alle due Andrea venne fuori con una proposta: “Che ne dite di passare la notte nella nostra villa vicino Bagnarola, non vi stupite del nome, è un bel posto domani vi riaccompagnerò dove vorrete.” Le due donne si consultarono con lo sguardo e: “Va bene, telefoniamo alla padrona di casa che non ci venga a prendere.” Daiana nel vedere la Stelvio Alfa Romeo rossa: “È la macchina che ho sempre  sognato, vorrei guidarla…ho la patente italiana.” ”Intervenne Denise: “Vorrei arrivare ala vecchiaia…” I due signori accondiscesero alla richiesta e l’improvvisata autista si mise al volante con vicino Andrea che mise in azione il satellitare che ben presto accompagnò i quattro sino a destinazione. Villa Sofia era a tre piani: sotto il garage e ripostigli, al primo piano cucina, salone e sala da gioco (Bertoldo era amante del poker), al terzo piano camera matrimoniale e stanze per gli ospiti con servizi, sopra una colombaia dove in vari ‘cassetti’ sostavano dei piccioni viaggiatori, un hobby di Bertoldo. Al’attivo dell’auto un abbaiare forsennato di un volpino che  aveva annusato degli estranei. Andrea  prese Pucci per la collottola ma quando le due donne scesero dall’auto l’animale prese a far le fusa ed a muovere la coda. “È strano stò cane, alcune volte è ‘camurriuso’ come dice Alfio il mio amico siciliano ora tutto miele.” Andrea aperto il portone  prese in braccio Daiana per farla entrare. Bertoldo: “C’è stato un matrimonio o mi sbaglio?” Tutti risero ma era evidente il gesto del giovane aveva per lui un significato ben preciso (anche per Daiana). Nel salotto gli accordi: la mattina Bertoldo sarebbe andato in  azienda con la Stelvio, Andrea avrebbe ceduto la sua Fiat 594 Abarth a Diana per recarsi all’Università e lui sarebbe andato con la vecchia 500 di suo padre nello studio dell’avvocato dove era apprendista. Denise come passava il tempo dato che alla conduzione della casa provvedevano due cameriere ed un uomo tuttofare? Aveva scovato in garage una bici e con questa girava per le vie della cittadina e di quelle vicine. Il prode Bertoldo occupato nel mandare avanti la sua ditta di import di caffè, piante e frutti tropicali oltre che di pappagalli, altro suo hobby oltre quello dei piccioni. Un giorno non si sentiva particolarmente bene, non aveva digerito e pensò bene di rientrare a casa e chiamare il suo medico. All’arrivo in villa incontrò Denise che stava uscendo con la bici per il suo giro mattutino, vedendo il biancore del suo viso Denise scese dalla bici e si precipitò a sorreggere Bertoldo accompagnandolo sino al salone. “Per favore chiama il dottor Gatti, il numero telefonico e nella rubrica sul tavolo. Dopo circa mezz’ora si presentò un giovane biondo, sorridente che: “Devo stilare un certificato di morte, chi è deceduto?” Bertoldo alzò una mano, si sentiva svenire. “Il dottore visitò sommariamente Bertoldo e: “Sono disturbi neuro-vegetativi, una pillola e rimettiamo in piedi questo signore, gli ho detto di sposarsi, sarebbe la cura migliore per lui.” “Grazie, sei sempre caro, prenditi una bottiglia qualsiasi nella vetrinetta, ti chiamerò come testimone alle mie nozze!” Bertoldo forse per effetto psicologico della visita del dottore si stava riprendendo rapidamente, tanto rapidamente che prendendo spunto dalle parole del medico: “I consigli dei dottori debbono essere seguiti, che ne dici se ci sposiamo?” Denise rimase sorpresa, non era cosa di tutti i giorni che le mancassero le parole…Cercò di cavarsela con una battuta: “Debbo chiedere il permesso a mia figlia!” Bertoldo si allontanò e ritornò con un astuccio, lo aprì, anche stavolta Denise rimase basita, un anello con un brillante veramente grosso, probabilmente della defunta moglie. Approfittando della confusione mentale di Denise Bertoldo si fece più audace: “Che ne dici di un assaggino della luna di miele?” Il disturbo neuro-vegetativo era scomparso come pronosticato dal dottor Gatti. Il pomeriggio al rientro in villa di al rientro di Andrea e di Daiana Denise, piuttosto timidamente mostrò il regalo del padrone di casa, i due giovani lì per lì con commentarono poi capirono che la cosa migliore erano le congratulazioni e così fecero. Sicuramente Bertoldo aveva più volte assaggiato la topa di Denise perchè dopo un mese, a tavola: “Non so se vi farà piacere ma avrete una fratellino o una sorellina, quali dei due preferite?” Ad Andrea venne in mente una vecchia barzelletta che ad analoga domanda, il nuovo nato già grande di età rispose: “Mio papà voleva un maschio, mia mamma una femmina, sono nato io….li ho accontentati entrambi.” Andrea si rifugiò sul classico: “Citando il Rigoletto di Verdi vi dico:’questo o quello per me pari sono, m’è venuta in mente un’idea, il pargolo potrà far imparare a Daiana come cambiare pannolini e delizie del genere.” “Se è una proposta di matrimonio te lo puoi scordare, ho promesso a me stessa di rientrare in Brasile per aiutare i poveri, se te la senti di seguirmi…” Andrea orami si era innamorato  di Daiana, quella affermazione fu un duro colpo per lui, lasciare Bologna era praticamente impossibile e quindi… Il giovane sembrava un cane bastonato, spesso quando era in casa passava il tempo con le cuffie all’orecchio per ascoltare musica, Daiana per conto suo studiava o leggeva un libro allora fine della storia? Il buon Mercurio protettore di Andrea fece commuovere Daiana che un pomeriggio che erano soli in casa lo invitò con gli occhi ad andare in camera da letto. Li per lì  Andrea non si rese conto dell’invito ma quando Daiana fu più esplicita: “Braciolettone vuoi o no venire a letto con me?” Immediatamente la prese in braccio e la depositò sul letto matrimoniale del padrone di casa. Nel rapporto intimo Daiana dimostrò di non essere più vergine, cosa che poco importò ad Andrea che malignamente, invece della classica marcia indietro restò a lungo nella topa della novella sposa. Anche Daiana ebbe come regalo di fidanzamento un  gioiello di un maestro orafo di Valenza, un collier bellissimo e costosissimo. Quando dopo un mese a Daiana non vennero le mestruazioni la ragazza si recò da un ginecologo ed ebbe la conferma, sarebbe diventata mamma. Rientrata a casa si chiuse nella sua stanza, ad Andrea che aveva bussato ala porta: “Sparisci maiale, hai infranto tutti i miei sogni!” Ovviamente la notizia venne a conoscenza di Denise e di Bertoldo che invece si fecero delle  matte risate, madre e figlia incinte, un bel quadretto! Daiana restava chiusa in casa, non frequentava più l’Università, era in profonda crisi, non sapeva che decisione pendere quando l’esperienza e  la saggezza materna… “Ti sei prefissata e aiutare i poveri del nostro paese, non  c’è bisogno che rientri in Brasile, ogni mese puoi fare una donazione ad un istituto  per anziani o ad una casa per bambini abbandonati e così avrai realizzato  la tua promessa. Daiana si convinse, riprese la vita di prima, si riappacificò con Andrea e a distanza di due mesi vennero alla luce Anna e Sofia, bellissime. Quella nascita fece affermare a Bertoldo: “Figlio mio noi maschietti siamo in minoranza, il mondo è delle donne come da un vecchio film di Lauren Bacall.

  • Come comincia: Pam, dal suo canto, voleva arrivare a qualcos'altro: invero, tutti i riferimenti nonché le implicazioni artistico-letterarie l'avevano intrigata sempre parecchio, sin da piccola, stimolandone la sua fantasia e la sua curiosità, già allora molto fervide. Il nuovo amico (lo era, già, Julien, tanto per l'una, quanto per l'altra: la scintilla era scattata all'unisono, in entrambe; a causa del savoir-faire del ragazzo ed anche per qualcosa di...innaturale ed inspiegabile!) ne aveva uno di non poco conto, di quelli che le si addicevano come non mai: i suoi, infatti, erano un nome e cognome alquanto altisonanti.
     - Sai, Julien, - fece Pam, - il tuo nome è veramente molto strano (prese il tutto alla lontana...eppoi sarebbe arrivata al punto).
     - Trovi? - rispose quello. - Perché mai? A me non sembra: è un nome abbastanza comune in Francia, credimi. 
     - Sì, sì, certo. Ti credo, sai? - ribatté subito la ragazza. - Ma, vedi, insieme al tuo cognome è proprio strano... davvero, ascolta, Julien, i tuoi sono lo stesso nome e cognome di un certo Julien Sorel; era, esso, il protagonista di un romanzo di Stendhal (è lo pesudonimo di Henri Beyle: un nome ed un cognome che alla gran parte della gente non dicono un fico secco!): Il Rosso e il Nero, credo che fosse ma, mmm... - Pam titubò un attimino (anzi, fece la parte dell'imbranata, per tastare la cultura letteraria del francese e poi perché aveva il gusto per l'ironia impresso nel suo acido desossiribonucleico - più comunemente noto come dna -: forse, chissà, lo aveva preso dalla madre, per "imprinting", appunto, come avviene nel mondo animale!).
     

     Ma Julien non era Julien (anzi, come il Julien) Sorel del romanzo notissimo di Stendhal: molti connotati caratteriali, infatti, erano ben distanti da quello che era lui;i riferimenti, quindi, potevano definirsi poco più che di natura...ortografica?! Di certo no. Vi erano anche delle importanti convergenze..."caratteriali" tra i due. Così è scritto nella introduzione al romanzo proposta da una nota casa editrice inglese, in una vecchia edizione degli anni sessanta, a proposito di Julien Sorel: "I connotati spirituali di Julien Sorel corrispondono abbastanza strettamente alla definizione che l'Enciclopedia (Saint-Lambert e Diderot nel caso specifico) aveva dato del Genio. Egli ha una mente vasta ed attenta, un'immaginazione vigorosa, una memoria straordinaria, un'attività interiore incessante: a ciò si aggiungono alcune caratteristiche "post-rivoluzionarie", che al Genio degli Enciclopedisti - ipostasi dell'artista e non dell'uomo di azione - erano completamente estranee: un orgoglio selvaggio, un rifiuto accanito della condizione servile, e, differanza capitale, una tensione spasmodica di tutte le facoltà verso l'azione, l'affermazione pratica, il "successo" nel senso più concreto e meno letterario del termine. Julien è perciò un genio in attesa di un'occasione che mobiliti le sue energie, lo tragga fuori dalla sua indeterminatezza e gli consenta di realizzarsi interamente. Attesa fatalmente vana: in ciò sta la sua condanna. Non esistono nel suo tempo imprese che richiedano l'apporto che egli potrebbe dare. Egli è una forza che nulla rende "necessaria": dal punto di vista della società, dunque, egli è un pericolo, ed è tanto più esposto ad essere combattuto quanto più tende ad affermarsi libero ed a distinguersi dalla folla anonima dei "collaboratori". Soggettivamente, egli è un essere disorientato e scisso; condannato a fare uso delle proprie facoltà soltanto in modo disordinato e casuale, a compiere prodigi di autodisciplina per superare ostacoli meschini o infrangere i più gretti divieti, per resistere, da solo, alle grevi mistificazioni che ciascuno degli ambienti con cui viene a contatto genera e conserva con zelo, per comprendere ciò che nessuno gli insegna. E il suo modo di procedere è fatalmente incerto e tortuoso, i suoi sforzi si irretiscono in un groviglio di scopi casuali, illusori e contraddittori. Della sua memoria prodigiosa non potrà fare altro uso che imprimervi prima lunghi passi di scrittori latini e versetti biblici, per la meraviglia dei commensali del sindaco di Verrières, o per la delizia d'una sera dell'arguto vescovo di Besancon, poi quattro pagine da recitare ad uno scettico uomo di stato straniero, quattro pagine in cui si condensano le deliranti eleucubrazioni politiche di un gruppo di aristocratici ossessionati dal terrore d'un nuovo sussulto rivoluzionario. Della sua volontà d'acciaio egli sarà ridotto a fare soprattutto un uso ascetico, rivolto contro se stesso, contro i suoi smarrimenti e la sua timidezza, ora per resistere all'angoscia e alla solitudine nel seminario, ora per imporsi, come una prova, di sedurre la signora Renal e Matilde de la Mole, donne in cui vede dapprima soltanto il simbolo di un mondo che non gli appartiene, e un'occasione per riscattare le proprie umiliazioni; per costringersi ad andare ad un appuntamento amoroso in cui gli par di vedere un agguato mortale, come poi per pronunciare da sé la propria sentenza, e non avvilirsi davanti ai giudici che lo condanneranno a morte. La sua intelligenza gli servirà per meritare incarichi di fiducia casuali, discontinui e senza alcuna importanza reale, e soprattutto per  comprendere ciò che non può trasformare e vedere lucidamente le forze che lo schiacciano. Julien pensa, ama, odia, agisce "a corpo perduto", lanciandosi con una inesauribile violenza verso obiettivi confusi. Egli è solo, anche se non ripiegato su se stesso: il suo è un eroismo negativo, sterile; quasi irriconoscibile nei suoi atti...". Julien Sorel del romanzo è questo, a grandi tratti. Il Julien Sorel incontrato sul Filiki da Pam e Rebecca differisce ed è al contempo simile al Sorel "letterario": innanzi tutto non è un personaggio inventato ma è un individuo in carne ed ossa; poi è senz'altro un genio ed un affabulatore di grande fascino; non è timido pur essendo gentile e discreto...infine, la sua intelligenza la userà per far colpo sulle due ragazze...

      - Credo di sì, - disse, da par suo, Julien, - anzi, è proprio così, hai ragione! Ma io non ci ho fatto mai caso, non sono appassionato di lettere e poesia (era vero, ma lo era altrettanto che fosse anche molto erudito!): a me piace viaggiare, piace soltanto andare...in cerca, te l'ho detto. Comunque, adesso che ci penso, sai Pam, è vero: mio padre ama leggere Stendhal, sarà per questo che mi ha battezzato con quel nome. Forse, però... - si fermò per un attimo e poi riprese a parlare, anzi, a discorrere.
     - Quando ero al liceo, a Orlèans, la cittadina dove vivono i miei nonni paterni (capoluogo del dipartimento del Loiret e della regione del Centro, è posta sulle rive della Loira alla confluenza del canale di Orlèans: centro fortezza dei Galli (Cenabum), fu distrutto da Cesare nel 52 a. C. e ricostruito da Aureliano; si trova a poco più d'un centinaio di chilometri dalla capitale, è famosa per la produzione di aceto, vini e soprattutto...spumante "champenois"), lessi qualcosa al proposito in un vecchio libro, i cui non ricordo il nome ma credo che fosse sugli usi, le tradizioni popolari ed il folklore in Francia: dalla metà del XVI° secolo, mi pare fosse precipuamente il 1536 o 1537, ogni francese ha un nome e cognome ben definito; quell'anno, infatti, fu resa obbligatoria la registrazione delle nascite in appositi registri parrocchiali. Capita, così, che molti cognomi derivino da nomi topogràfici o di artisti e letterati in genere (Montaigne, La Fontaine o Sorel, appunto), da nomi di piante, fiori o alberi (Pommier, Dubois), di mestieri (Meunier, Favre, Leclerc), di paesi o regioni (Picard, Lebreton, Aragon) o da soprannomi(Lesage, Leblond). Inoltre, sai, (Julien, in quel frangente, sembrava una vecchia ciminiera che quando comincia a sbuffare non si ferma più: neanche se la colpisci con palle di cannone!), vi sono anche nomi che derivano da altri idiomi: Le Hir e Le Floch, ad esempio, sono nomi bretoni, mentre Bernard e Walter sono nomi di derivazione germanica (tipici delle regioni alsaziane e della Lorena, al confine nord-orientale con la Germania) oppure Irigoyen e Etcheverry sono baschi (tipici dei dipartimenti pirenaici del sud-ovest, in prossimità con la Navarra spagnola ed il Principato di Andorra)... -. All'improvviso, poi, si fermò nuovamente esclamando:
     - Bene, ragazze, ora devo proprio lasciarvi: sono un po' stanco. Ci rivedremo all'arrivo, se vi va! - Così salutò ed andò via: forse non aveva gradito molto l'ultima parte del colloquio con Pam; oppure, chissà, era realmente stanco. 
     - Sicuro, ci rivedremo! - fece Pam, lanciando uno sguardo malizioso al francese. Poi, dentro di sè pensò: - alla faccia, Julien; e dire che non ti interessa leggere: mi sembri, invece, una enciclopedia vivente!
     Alla ragazza quel francese, dai modi scanzonati ma anche gentili e discreti, nonché per il fare suo un po' lunatico ed al contempo da persona riflessiva e colta, era ben simpatico e forse, chissà...la sua sarebbe potuta diventare, da lì in poi, anche qualcosa di più d'una semplice simpatia. A quel punto Reby, rimasta a lungo silenziosa, la prese per un braccio e la strattonò, poi disse:
     - Andiamo, su, professoressa! - (Era un po' gelosa, evidentemente!). Dopo di che le due tornarono in cabina. Alle ventuno e cinque minuti primi, spaccando simbolicamente le lancette degli orologi di tutti i turisti e dei membri dell'equipaggio che sopra di esso si trovavano, il Filiki riprese il mare aperto. Pam, allora, si sdraiò sul suo lettino e, poco dopo, si addormentò; Reby, invece, indossò una cuffia nelle orecchie collegandola ad un i-pod e si mise ad ascoltare musica. Nel breve volgere di venti minuti il traghetto ebbe circumnavigato l'estremità sud-orientale dell'Attica, fiancheggiando la regione montuosa di Làurio, zeppa di miniere di argento, piombo e manganese. Dopo dieci minuti letteralmente passò in mezzo tra Makronesos e Zèa, le due isolette gemelle delle Cicladi minori, a sud-est di Atene. Un'antica leggenda, risalente all'epoca micenea, narra che alcuni pescatori di spugne avessero visto e poi avvicinato due sirene sugli scogli di Zèa: restarono ammaliati dalla loro seducente bellezza...qualche giorno dopo, però, coloro, forse ebbri di pazzia per quella visione, si buttarono giù da un dirupo, alle pendici del monte Theodoros che sovrasta l'isola. Nel frattempo, visto che la serata era abbastanza afosa, Reby decise di fare una doccia. Quando ebbe finito si sdraiò sul lettino. Pam, intanto, si risvegliò e la compagna, così, si distese di fianco a lei poggiando la testa sulla sua spalla: entambe restarono in silenzio a contemplare il soffitto bianco della cabina. Il Filiki, però, non contemplava proprio un bel nulla: quel "mostro", impietosamente, andava diritto per la sua strada, anz, per i suoi mari. Dop'aver attraversato lo stretto tra Petralia (di fronte al Capo d'Oro, in terra di Eubea o Negroponte) e l'isola di Andro la quale, essendo la seconda per grandezza e la più settentrionale delle Cicladi, forma la barriera superiore delle stesse insieme a Tino (Tinos), Migono, Paro, Nasso, Amorgo e Stampalia, esso navigava, oramai, in aperto (e docile, per fortuna!) Egeo e, finalmente, davanti a lui (seppur, però, ancora in discreta lontananza), all'altezza del fatidico 39° parallelo e alla longitudine ventisei da Greenwich (il meridiano dei meridian o numero zero, che dir si voglia!), cominciava a far capolino la fatidica Lesbo. 
     Pam e Reby ricevettero una inaspettata visita, nella loro cabina: il simpatico Julien, il quale recava con sé alcuni croissants ripieni con marmellata di mirtillo, da gustare insieme alle due ragazze. Entrando, dopo aver bussato, il suddetto esclamò:
     - Ragazze, cosa fate di bello?
     - Nulla di che, - rispose Reby, - siamo in dolce contemplazione...del soffitto!
     - Bella cosa, sapete? - replicò, altrettanto ironicamente il francese. - Forse è una contagiosa epidemia: anch'io facevo lo stesso in cabina! Ho deciso, così, di venirvi a trovare: vi da noia, per caso?  

  • 08 maggio alle ore 18:12
    Caro Paese

    Come comincia: Il cursore ammicca e aspetta. Io lo guardo e penso che ogni cosa che si scrive ha un punto di partenza, o almeno lo dovrebbe avere, certo, ma quello che voglio scrivere io è tutto da districare come si fa con la lana quando si trasforma da matassa in gomitolo. La matassa sembra molto ordinata, lineare e piacevole, ma non è così. La matassa nasconde ingorghi, garbugli, nodi, asperità che obbligano a passaggi sotto e sopra, o anche sopra e sotto, come è necessario. Importante è creare il gomitolo, bello rotondo, liscio e vellutato. Il gomitolo è quello che ho in mano oggi, adesso che sono arrivata ai settantadue anni, e il mio intento è di tornare alla matassa, all’inizio di tutto, alle origini. La vecchiaia è nostalgica? Può darsi, ma credo che nel mio caso si tratti di affetto, legame profondo, necessità di curare, dissodare il terreno, ringraziarlo per come si è preso cura delle mie radici appena nate e poi cresciute piano piano in quella inconsapevole culla che mi avvolse fin da subito, che oggi è una città, ma che allora era un paesone pieno di verde, circondato dalla campagna. Un paesone dove campi di grano si prestavano, dopo la mietitura, ad essere saccheggiati da bambini vocianti che andavano a spigolare per inventarsi, con le spighe di grano rimaste sul terreno, biancastre elastiche gomme da masticare. E c’ero anch’io fra quei bambini. Campagna, ruscelli, viottoli sterrati, rovi, more, viole, primule, piccoli garofani selvatici rosa e bianchi profumatissimi, e quel meraviglioso melograno nel giardino della mia vicina di casa. Sei casette a schiera, sei famiglie un’unica famiglia. Non si rimaneva mai senza qualcosa di urgente in casa perché era normale chiedere un po’ di sale, di farina, di zucchero, o donarlo, fra noi tutti. Era normale attardarsi nelle lunghe sere d’estate a chiacchierare davanti casa. I ragazzi erano tanti nella mia via e i più grandi giocavano con i più piccoli: mago libero, palla avvelenata, monopoli, e tanto d’altro. Io crescevo in una comunità che mi donava non una mamma, bensì sei mamme. Nulla sfuggiva alle sei mamme, proprio niente. Nemmeno un tizio in auto che quando avevo dieci anni mi aveva avvicinata con la scusa di chiedermi dove fosse un certo cinema, cercando di attirare la mia attenzione su qualcosa che stava facendo, ma che non ero in grado di capire. Ma oltre la siepe c’era una delle mamme che, anche senza poter vedere, chissà come, aveva capito che qualcosa non andava e immediatamente mi aveva chiamata: cosa succede? Mettendolo in fuga. Già, tutti sapevano tutto di tutti. Paese pettegolo? Certamente, come gli altri. Bisogna diventare adulti e anche andarsene altrove per capire quanto ci sia di peggio, come l’indifferenza, la diffidenza, sentirsi soli e magari indesiderati soltanto perché provenienti da un’altra città, anche se della stessa nazione. Bisogna diventare adulti per imparare a riflettere su cosa ci è stato inculcato da un certo modo di vivere, da un tipo di scuola, da un’insegnante severissima alla quale non si è mai riusciti a non volere bene. Bisogna diventare adulti ed essere lontani per ripensare alle paste la domenica mattina, al bar Centrale sotto i portici, dopo la messa grande, quella delle 11, con sfilata di moda e messa in piega appena fatta, sguardi curiosi e maliziosi, il profumo intenso di incenso, l’irrefrenabile voglia di ridere (la mia) , e i canti dei fedeli a riempire di echi la chiesa. Scarpe bianche e calzettoni bianchi, golfino sulle spalle, libretto delle preghiere in mano, velo da mettere in testa e quella era la domenica mattina, una bella domenica mattina che poi l’ignoranza di certo clero, e non solo, provvide a demolire senza nemmeno rendersene conto. Lunghi viali alberati, via Marconi, Viale Locatelli, Viale Betelli, e poi le Vasche, il grande piazzale. Allora abitavo alla Bagina e la mia vita si svolgeva in bicicletta, a piedi, o sugli schettini. Giocavamo noi bambini divertendoci a farci scivolare giù dalle costruzioni che rappresentavano i rifugi in cui si era riparata la gente durante i bombardamenti, tranne uno devastante di cui tutti sanno. Adesso penso che bel messaggio potessero essere per gli adulti che avevano subito la guerra e la distruzione, i lutti e il terrore, tutti quei bambini che giocavano là sopra. Fra quegli adulti c’era anche la mia famiglia, tutta tranne me che sono fortunatamente nata nel 1948. Ogni metro di asfalto di quelle strade era ed è ancora casa mia, ogni foglia di quegli alberi mi raccontava la mia storia, ovunque appoggiassi la mia bicicletta, ovunque dirigessi ogni mio passo a piedi, ero a casa mia, in mezzo a facce conosciute, cordiali, persone sempre pronte a fermarsi per due chiacchiere, a chiedere notizie dei fratelli, dei genitori. Luoghi rassicuranti in cui mi sentivo protetta. Gente spesso pettegola, ma pronta ad aiutare e soccorrere. Se oggi sono una persona solidale l’ho imparato allora, da quella gente lì, la famiglia, gli insegnanti, dai miei compaesani generosi e sempre pronti a dare una mano, e anche ad essere un bel deterrente dal comportarmi male perché in tempo zero la mia famiglia lo avrebbe saputo. Che meraviglia! Come mi sembra dolce, accattivante, oggi, tutto questo! Tanto quanto mi faceva rabbia allora perché poi arrivò l’adolescenza...e si sa com’è.
    Sarà molto difficile che io possa tornare là per ovvie ragioni, ma il mio paese che oggi è una città, lo so, ma io preferisco continuare a chiamarlo “il mio paese” perché è come lo ricordo, lo penso, e lo rimpiango, spesso viene da me alla sera prima di addormentarmi, e mi sembra che dietro la finestra ci siano le gelosie di allora, e oltre le gelosie, Via Gorizia con i suoi pini marittimi, così sgraziati e così commoventi, le voci ovattate della gente, con la loro inflessione dialettale, e l’articolo davanti al nome proprio. Allora eccomi arrivata fino alle Vasche, e lì mi siedo su una panca. Di questi tempi non c’è tanta illuminazione perciò, più che vedere le persone, ne scorgo le ombre e ne ascolto il chiacchiericcio, oltre allo sciacquio che giunge dalla fontana. E’ primavera e il bar Centrale è aperto, proprio là di fronte. Non ho soldi in tasca, ma ormai non mi servono. Rimango qui in silenzio seduta sulla panca e mi sento bene, ma questo viaggio a ritroso mi sta emozionando troppo. Chiudo gli occhi. Là, dietro tutto, c’è la portineria dello stabilimento, e penso che se fossero le diciassette suonerebbe la sirena e da lì a breve comincerebbero ad uscire i lavoratori che hanno finito il turno, frettolosi e diretti verso le corriere che li aspettano sotto la tettoia. Ma è sera, e solo la fontana continua a donare quieta la sua sommessa sinfonia. La gente chiacchiera sottovoce quasi fosse in chiesa, chissà perché, sarà il buio? Sarà quest’atmosfera rarefatta, sarà la mia mente che non vuole essere dominata dal rumore esterno per non perdere neppure per un attimo il sottile filo conduttore, così esile, fragile, di un’ emozione nata da sé, magari impossibile da ricreare. Le voci si affievoliscono sempre di più e ora sento solo il ritmo lento della fontana, lo stesso ritmo lento di una grossa cesta appesa ai rami di un pesco, nell’orto della vecchia casa, una cesta che mi appare all’improvviso e io ci sono seduta dentro, non so quanti anni ho, è il ricordo più lontano nella mia mente, una cesta che i miei fratelli più grandi fanno dondolare come un’altalena per farmi divertire.
    La matassa non ha più nodi né garbugli, è liscia e vellutata proprio come il gomitolo. E’ l’età? O la vita che scorre e finisce per pareggiare tutto? E’ il sentimento che vuole debordare in un momento così complicato per tutti noi? Per il mondo? E’ quell’affetto così ostinato, testardo e spesso anche irrazionale che vuole sempre germogliare nonostante tutto?
    Grazie caro vecchio mio paese, ti dedico ancora e sempre le parole che ti dedicai tempo fa:
    “Fu uno sbaglio lasciare il paese. Sornione e sonnacchioso, il paese mi lasciò fare: sapeva ciò che io ancora non sapevo, e cioè che gli appartenevo. La vita lì era lenta, pettegola e spiata, ma anche morbida e avvolgente come un abbraccio: un abbraccio che, lontana, non ho mai più ritrovato.“

  • 06 maggio alle ore 13:18
    LA SOLITUDINE

    Come comincia: Alberto, sessantenne congedato col grado di maresciallo dalla Guardia di Finanza di colpo si accorse che qualcosa era cambiato nel suo cervello: da amante della compagnia, delle feste e soprattutto delle belle donne una mattina di colpo si scoprì scontento della vita sin lì vissuta e decise di colpo di cambiarla radicalmente. Uscì nel cortile della sua villa di Torre Faro in quel di Messina,  abitazione situata vicino al mare e si accorse che il mare, una volta per lui fonte di piacere gli era diventato estraneo, triste, quasi nemico. Salì sulla sua Panda  e si avviò verso la città. Da via Garibaldi imboccò la via Palermo che conduceva ai monti Peloritani. Giunto sin quasi alla vetta, a mille metri di altitudine scorse sulla destra un piccolo sentiero che conduceva all’interno, lo imboccò stando attento a non strusciare l’auto alla sinistra sulla montagna ed ad destra per non finire nel burrone, il sentiero era più che altro una trazzera. Ad un tratto scorse un cartello: ‘Vendo terreno di  cinquemila metri quadrati, telefonare al numero….’ Quella scritta, in quel posto era perlomeno inusuale, Alberto notò che vicino scorreva una specie di fiumiciattolo proveniente dalla montagna sovrastante, il posto gli piacque. Girò l’auto in una spiazzo e rientrò a casa soddisfatto…ma di che, dentro di sé aveva preso una decisione importante. A casa, acceso il telefonino che non aveva ancora messo in funzione, cosa strana perché era la prima operazione che faceva la mattina chiamò il numero trovato su quella scritta in montagna: “Sono Alberto Minazzo, mi interessa il terreno che ho visto sui Peloritani.” “Sono Salvatore Celi, non ho la macchina,  deve venire a casa mia a Galati San Anna.” Cacchio, quello abitava dall’altra parte della città, Alberto usò il navigatore satellitare e dopo mezz’ora si trovò dinanzi ad un’abitazione a tre piani. Suonò al citofono con la scritta Celi e gli rispose una voce di donna: “Sono Antonella, chi vuole.” “Alberto Minazzo, ho un appuntamento col signor Celi.”  “Terzo piano.” La ragazza non era niente male anzi era proprio una bellezza tipica  siciliana, capelli neri lunghi sin quasi alla vita,  occhi verdi, altezza media, sorridente, in un altro momento Alberto si sarebbe buttato. ”Forse vuole mio nonno, si accomodi in salotto glielo chiamo, nonno…” “Salvatore Celi dimostrava tutti gli ottant’anni di età che aveva, non sembrava in buona salute,  fu  cortese con l’ospite. “Mi scuso ma non mi sento molto bene, anzi per niente bene, maledetta la vecchiaia…se lei è interessato al mio terreno possiamo metterci d’accordo, tempo addietro volevo costruirvi una casetta ma ora…Mi fa piacere aver trovato qualcuno che lo apprezza, mi ci ero affezionato.”  “Anch’io vorrei andare a stabilirmi lassù, è un posto meraviglioso, aria pulita, paesaggio distensivo, gli uccellini di contorno, un fiumiciattolo…quanto ho sempre sognato.” “Dato che lo apprezza sarò più contento venderlo a lei, un mio amico notaio ha tutte le carte da me firmate, si chiama Santo Diotallevi, ha lo studio in via Ghibellina, gli telefonerò per avvisarlo, il prezzo per lei è ventimila Euro, buona fortuna.” Alberto si ritrovò dinanzi Antonella che: “Spero che quando avrà costruito una casetta mi inviterà a visitarla.” Alberto  rispose solo un sorriso, una volta non si sarebbe fatta sfuggire l’occasione ora…che gli stava succedendo?  Contattò Franco Tomasello geometra conosciuto durante una verifica fiscale ed a cui aveva fatto un grosso piacere, gli spiegò la situazione e gli chiese di elaborare un progetto per realizzare una casetta sui monti Peloritani, per l’energia elettrica pannelli fotovoltaici sopra l’abitazione, per l’acqua una vasca sotto il pavimento, acqua proveniente dal fiumicello, probabilmente non potabile, per bere avrebbe comprato la minerale. Dopo quindici giorni: “Caro Maresciallo, venga nel mio studio in via Garibaldi, le sottoporrò il mio progetto.” Alberto lo apprezzò subito: gli spazi era ben divisi e funzionali, al piano terra cucina, con annesso salottino, televisione e, a parte i servizi, sul soppalco raggiungibile con scala a chiocciola la camera da letto e gli armadi. “Questo è l’indirizzo di due operai, Gino ed Alfio di cui mi faccio garante, sono bravi professionalmente, sono pure muniti di auto, provvederanno anche all’ acquisto dei materiali occorrenti, verrò, col suo permesso all’inaugurazione.” Dopo un mese la casetta aveva preso forma, la mano d’opera con i materiali era costata altri trentamila Euro compreso un recinto in ferro e le sbarre alle finestre, Alberto ringraziò Gino ad Alfio e diede loro ulteriori mille Euro ciascuno, erano stati proprio bravi.  Per precauzione si era munito di licenza da caccia ed aveva acquistato un fucile e delle cartucce non per uccidere quei poveri uccellini ma per difesa personale, era un posto troppo isolato. Nel frattempo aveva venduta la villa di Torre Faro recuperando un bel po’ di denaro che, oltre alla liquidazione era diventato una somma notevole tale da consentirgli un futuro assicurato insieme alla pensione. La prima notte Alberto la passò in bianco, quel silenzio assoluto era per lui inusuale abituato com’era al rumore del mare, solo la mattina riuscì a prendere sonno. Un po’ di ginnastica per non perdere l’allenamento e poi colazione, in cucina c’erano tutti gli elettrodomestici trasportati dalla vecchia abitazione, una novità: dei cinghiali allo stato selvaggio giravano intorno al recinto. Alberto munito di scarponi girò per la sua proprietà, si sentiva felice, pensò agli anacoreti…ma lui non aveva nulla in comune con quei fanatici. Prima di lasciare l’abitazione a Torre Faro aveva incontrato il parroco con cui aveva rapporti di amico-antagonista. Il cotale dal nome religioso simile al suo, don Roberto spesso lo punzecchiava per la sua qualità di ateo, pronosticando un futuro di andata all’Inferno, Alberto gli opponeva la solita storiella che gli appartenenti all’Inferno che erano si peccatori ma che si divertivano da matti rispetto agli appartenenti al Paradiso che il sesso non lo praticavano. “Finalmente lassù nella nuova casa sarai più vicino alla Madonna, chissà che non ti possa convertire.” “Non sei ben informato, in passato tutti cercarono la tomba della Madonna, non trovandola misero in giro la favoletta che la Madonna era ‘salita’ in cielo, ci sarebbe molto da ridire anche perché avrebbe avuto  qualche problema a respirare dove non c’è ossigeno oltre al fatto che lassù fa molto freddo…” “Andrai all’Inferno con tutte le scarpe e non avrai modo di divertirti, all’Inferno c’è solo penitenza…” Passa un giorno, passa l’altro venne l’inverno, qualche spruzzata di neve ed un avvenimento inatteso: un passerotto, infreddolito si era posato all’esterno di  una finestra, Alberto la aprì ed il volatile entrò dentro casa, ne aveva apprezzato subito il calore ma non abituato alla compagnia dell’uomo si era rifugiato sul soppalco. Unico modo di avvicinarlo era offrirgli del cibo, sicuramente era affamato, Alberto sbriciolò del pane, lo mise sul tavolo con vicino una tazzina d’acqua. Ciccio, così lo nominò Alberto dopo un attimo di incertezza scese dal soppalco e si mise a beccare il pane ed a bere dalla tazzina. Alberto non si avvicinò, Ciccio guardava il padrone di casa con un  misto di diffidenza e  di gratitudine, Alberto sicuramente gli aveva salvato la vita, era un maschio, lo dimostrava il nero delle piume sotto la gola. Il padrone di casa prese una scodella, ci mise dentro del cotone idrofilo e la posizionò sopra il frigo, dopo un attimo di incertezza Ciccio ci si posizionò felice e contento, gli animali sono intelligenti forse quanto gli uomini. La mattina dopo Ciccio era vicino alla finestra, forse voleva andar fuori, Alberto gli aprì la finestra, il passerotto volò via, forse amante della sua libertà, il padrone di casa ci rimase male ma capì che era meglio non costringere il pennuto a restare dentro casa contro la sua volontà. Alberto si era recato in un supermercato per far il pieno di vettovaglie, c’era molta gente, in fila dinanzi a lui capitò una biondona poco vestita, la classica che si domanda ‘chi è la più bella del reame?’ e che ‘tutto concede’. Il suo carrello era pieno sino all’orlo, Alberto non poteva cambiare fila e quindi restò speranzoso che la cassiera, in verità molto veloce sbrigasse gli acquirenti prima di lui. Che ti fa la biondona? Lascia il carrello e sparisce, forse aveva dimenticato qualcosa  da acquistare. Rottosi i zebedei, dopo un  po’ di tempo Alberto spostò il carrello dinanzi a lui e si posizionò col suo dinanzi alla cassiera. Nel frattempo ritorno della signora che in tedesco cominciò ad inveire contro Alberto il quale, pur non conoscendo quella lingua capì che non erano complimenti. Arrabbiatosi, in perfetto romanesco: “ A’ kartofen vedi d’annà a fanciullo!” Nel frattempo era intervenuto il direttore che parlava tedesco e riuscì a calmare la Valchiria. Tornando in ‘villa’ Alberto notò che Ciccio era rientrato dalla finestra aperta, era l’ora del pasto pure per lui.  In un negozio per animali ed aveva acquistato del mangime adatto ad un passero, Ciccio lo apprezzò moltissimo e lo ‘fece fuori’ quasi tutto poi, posizionatosi sopra una spalla di Alberto prese a beccargli dolcemente un lobo dell’orecchio, forse era un modo per ringraziarlo. La primavera portò delle novità: una mattina Ciccio uscì more solito dalla finestra ma non fece più ritorno, Alberto capì che per lui era stato un richiamo della primavera per cercarsi una compagna. A quell’altezza l’estate non era fastidiosa per il caldo anzi di notte Alberto usava mettere sul letto una copertina leggera. Il signore passava il tempo passeggiando per il bosco, talvolta trovava dei frutti molto a lui graditi, la solitudine non gli pesava anche se avrebbe voluto avere con sé Ciccio ormai suo compagno fisso. Il suo desiderio fu accolto un pomeriggio di settembre quanto Ciccio si presentò in casa in compagnia di un suo simile, sicuramente una femminuccia, lo si rilevava dal grigio chiaro delle penne sotto il petto. Dapprima Ciccia si rifugiò sul soppalco poi, visto il comportamento del compagno si avvicinò anche lei al becchime, erano ambedue affamati. A rompere il tran tran giornaliero era stato l’improvviso arrivo di Antonella la nipote dell’ex proprietario del terreno che bussò alla porta piuttosto energicamente. Alberto un po’ meravigliato la riconobbe, la fece entrare stringendole la mano. Spettava alla ragazza dare spiegazioni: infatti poco dopo: “Mi ero rotta dei miei compagni di Università, su di loro ho un giudizio pessimo: superficiali, vanesi che pensano solo al sesso, non fanno altro che vantarsi delle loro imprese sessuali, pietosi…” “Allora sei venuta a cercare un vecchietto che nulla chiede in quel campo…” “No, molto probabilmente sento il bisogno di staccare la spina e, col suo permesso vivere qualche giorno in isolamento stile eremita…guarda guarda due passerotti…un novello San Francesco.” “Ti presento Ciccio e la consorte Ciccia, spero che si abitueranno alla tua presenza, hai portato una ventata di gioventù, benvenuta! Per il vitto nessun problema, per l’alloggio, se resti, ti devi accontentare di dormire sul letto matrimoniale vicino a stò vecchietto.” “Ma quale vecchietto! Sei più giovanile di tanti giovani, posso darti del tu?” “Vada per il tu ed ora che pensi di dimostrare le tue virtù nell’arte  culinaria?” “Non sono una chef ma ci metterò tanta buona volontà.” “Io nel’armadietto tengo dei medicinali contro il mal di stomaco” celiò Alberto, ormai si era creato u n clima di piacevole intesa. Al momento di coricasi grandi risate, Antonella aveva indossato il pigiama in bagno, lo stesso aveva fatto Alberto che: “Non sono un puritano e lo stesso penso di e, che ne dici di mettere da parte la pudicizia, d’altronde sai bene che sono fuori allenamento e quindi…” Inaspettatamente Antonella: io ho il brevetto di allenatrice che ne dici….” Antonella mise in atto la sua abilità con la ciolla di Alberto e, dopo vario tempo riuscì nel suo intento, il pisello aveva rialzato la testa con ovvie conseguenze piacevoli per il padrone. La ragazza rimase vari giorni sin quando suonò il suo telefonino: doveva rientrare in città per sostenere degli esami all’Università. Un arrivederci silenzioso, solo un abbraccio e poi la baby ripartì col suo motorino. Primavera, Ciccio e Ciccia avevano preso il volo, Alberto capì  il richiamo della natura, sperava solo di rivederli in autunno. Antonella si faceva viva a tratti, per lei quel posto era diventato un rifugio, riferiva a suo nonno della casa messa su da Alberto, quella casa che aveva imparato ad apprezzare come pure il suo padrone. Gli anni passano in fretta soprattutto quando non si è più giovani, Alberto pian paino dovette riconoscere ch le sue forze diminuivano di giorno in giorno, tutto intorno a lui era cambiato, Ciccio e Ciccia non si erano fatti più vivi, Antonella gli aveva comunicato che si sarebbe maritata, a questo punto provò il peso della solitudine. Non aveva paura della morte che ormai sentiva imminente che infatti lo raggiunse una sera di un giorno di novembre particolarmente uggioso conforme con l’avvenimento luttuoso. Antonella sentì di dover andare a trovare il vecchio Alberto e con la station wagon del marito Fabio si recarono all’eremo. Aperta la porta la ragazza si trovò di fronte la scena che non aveva immaginato: Alberto si trovava immobile sul divano al pian terreno, gli occhi aperti, sicuramente deceduto da qualche giorno. Sul tavolo documenti circa la proprietà dell’immobile, la carta di identità di Alberto ed un testamento olografo con cui lasciava tutti i suoi beni ad Antonella. Dopo un attimo di smarrimento la ragazza chiese a suo marito di caricare il cadavere sulla sua auto per consegnarla ad un’impresa di pompe funebri in viale della Libertà a Messina. Il titolare dell’esercizio chiese i documenti del morto ed assicurò che avrebbe provveduto lui alle numerose pratiche burocratiche, a mezzo di ‘amici’ avrebbe evitato l’autopsia del cadavere. Antonella scelse la più bella e costosa bara. “Mi sembra eccessivo spendere tutti quei soldi, nessuno la vedrà più una volta inumata.” Antonella non rispose a Fabio ma non gradì la sua osservazione, lasciò al titolare dell’impresa un assegno di cinquemila Euro. Fra le carte di Alberto c’era anche un fac simile di cosa scrivere sul marmo della tomba: ‘Una nuvola impalpabile mi ha dolcemente abbracciato. Saluti a tutti e….a presto!’ Spiritoso sino all’ultimo. Alberto fu inumato nella cappella della famiglia Celi sopra quella del nonno anche lui deceduto. Dopo quindici giorni Antonella al marito. “Andiamo a vedere se il marmista ha posto la lastra sulla tomba di Alberto.” “La tua è diventata una fissazione, sempre di mezzo stò Alberto, ormai è morto…” Antonella guardò in viso il marito, in un attimo prese una decisione: “ C’è un altro morto, sei tu perché te ne andrai via subito da casa mia, ha capito subito!” “Ma cara…” “Ti do il tempo di raccogliere le tue cose e poi chiamerò i Carabinieri denunziandoti per stalking…” Fabio sparì dalla vita di Antonella che, finiti gli studi e con seguita la laurea in lettere prese ad insegnare, non  ne volle più sapere di maschietti, le bastava il ricordo del suo vero amore per quel delizioso vecchietto di nome Alberto.

  • Come comincia:  Ieri sera sono uscito di casa verso le diciannove per recarmi ad uno dei supermercati siti nel quartiere. Dopo aver imboccato via Genova, una delle stradine interne rispetto a viale Magna Grecia, la via su cui vi è la mia abitazione (lo faccio sempre, anche quando non è necessario e siamo in tempi diversi da quelli attuali visto che sono un uomo di sani principi, pardon di abitudini sane: per allungare, per prendere una boccata d'aria dopo aver trascorso, a volte, l'intera giornata in casa...per fare qualche passo in più e sgranchirmi le gambe, oltre al cervello!) ed aver percorso non più di trenta-quaranta metri, sulle inferriate del cortile di uno stabile (una piccola palazzina di appena tre piani, posta sulla destra del marciapiede su cui camminavo e che spesso incrocio - in passato vi abitava, insieme ai genitori, Antonio D., un vecchio amico che è anche nel mio profilo facebook e magari leggerà ciocché scrivo!) noto un annuncio mortuario (di quelli con la foto allegata...proprio come accade sulla patente di guida o sul passaporto; anzi, come accadeva visto che ora tutto è digitalizzato, smartforizzato; anche le foto segnaletiche non sono più come quelle di una volta!), mi avvicino, lo leggo con attenzione (mi capita di farlo spesso quando cammino, anche in tempi non sospetti, perché penso che facendolo scopri, a volte, che quell'annuncio possa riguardare magari qualcuno che conoscevi e poi, perché, come ho scritto qualche giorno fa, commentando un'altro post ed anche scrivendo un articolo-racconto - o meglio, racconto-articolo, - la morte è una cosa seria...lo è sempre stata per me; essa incute paura ma anche rispetto per chi è andato via ma, soprattutto, per la vita stessa!), noto che il morto ha quarantun anni e lascia moglie e figli, che - ahimé! - lo conoscevo di vista (nel quartiere, nei quartieri popolari delle nostre città, sebbene gran parte di esse, oramai, non siano più a misura "popolare", a misura di...quartiere, ci si conosce tutti, bene o male, di vista!). In fondo all'annuncio la dicitura che non avrei voluto trovare scritta e neanche leggere: "per decreto ministeriale le esequie avverranno senza la presenza dei congiunti". Dop'aver letto ciò batto il pugno sul petto tre volte (è un gesto che mi è venuto spontaneo: cazzo, un uomo è andato via per sempre da questa terra...se n'é andato da solo, come un cane!); riprendo a camminare, alcune lacrime stanno cadendo dagli occhi, mi incrocia un uomo (conosco di vista anche lui, credo!)...mi giro ed osservo che anche lui si è fermato a leggere l'annuncio ( - per Dio! - ripeto a  me stesso, - allora non siamo diventati delle bestie: c'é ancora qualche uomo come me, in giro!), forse il morto - seppur per un attimo e forse, chissà, soltanto nella mia testa bacata, di essere umano, non sarà più solo!). Dopo appena cinque minuti arrivo al market, sito in via Cagliari quasi angolo via Alto-Adige (marchio "Penny", uno dei due presenti in città, credo), le luci sono accese ma è tutto vuoto; leggo l'annuncio affisso su una vetrina che mi dice che gli orari di apertura sono i seguenti: "dal lunedì al sabato ore otto e trenta-diciotto e trenta"; giuro che non sapevo nulla...ahimé!, non riesco a tener dietro le postille dei decreti governativi: sono soltanto un uomo, io, non sono un robot telecomandato, non sono una macchina...con le mie idee, coi miei sentimenti, con i miei alti e bassi, con le mie certezze (che adesso, però, non saranno più come prima, non saranno più le stesse solide certezze di qualche giorno o settimana prima: ma forse, chissà, "nada sera como antes", recita un vecchio ma sempre attuale intercalare iberico!). Nel tragitto che mi riporta a casa (non più di centocinquanta metri, giusto alcuni minuti...sono riuscito a stare nei canonici duecento imposti dal decreto, credo?!) ripenso ancora a quell'annuncio letto poc'anzi (quello mortuario), noto le vetrine chiuse di un'altro market recanti lo stesso cartello dell'altro, incrocio un uomo che butta il pattume, una signora col cane al guinzaglio. Rientro in casa: sono solo, adesso (il ragazzo cinese che ospito, Sun Cho, è andato via da dieci giorni, la sua roba è ancora tutta da me...non ho più notizie di lui: speriamo bene; l'altro ragazzo mio ospite, Francesco, un operaio siciliano addetto al soccorso alla raffineria Eni, nella zona industriale lungo la statale per Reggio Calabria, è andato via, invece, un'oretta prima: ha anticipato il rientro a casa d'una settimana...- C'é casino! - mi ha detto. - Ho paura di restare imbottigliato a Villa San Giovanni!); mi adagio finalmente sulla poltrona nel soggiorno, resto seduto per qualche minuto a riprendere fiato (ho appena fatto otto piani di scale: non prendo l'ascensore...è una mia scelta, come quella di non portare mascherina)...tra me e me penso: - Questa sera ho conosciuto il virus: l'ho fatto apprendendo de visu della morte di un'altro uomo e, semmai ve ne fosse stato bisogno, ho avuto conferma che tutti, a prescindere da esso, andiamo via in solitudine da questo mondo: perchè la morte, pur riguardando un essere umano (o un essere vivente che sia, non importa!), un nostro simile, resta pur sempre un fatto, un evento individuale! Chiudo questo mio racconto-articolo scrivendo quanto segue: - ciocché leggerete non è frutto della mia immaginazione (seppur essa sia fervidissima, a volte, non lo è affatto!) ma, purtroppo, è tutto vero; in epoca di corona virus (o covidottocento...diciannove) accade anche questo!

    da: un commento scritto su facebook a margine di un post pubblicato sulla home della rivista anarchica "Umanità Nova".

    Taranto, 24 marzo 2020.      

  • Come comincia:  Giunte che furono nei pressi dell'odeon romano (costruzione antecedente allo stesso suo simile ad Atene) e delle rovine del tempio di Demetra, che si ergono ancora in tutta la sua maestosità, di fronte al cielo, sulle colline che sovrastano Patrasso, al culmine della città alta (Anopoli), ad ovest dell'Acropoli, intravidero, fermo davanti a loro, un uomo di spalle: vi si avvicinarono e Pam scoprì ch'era suo zio Jack. Lo chiamò e disse:
     - Zio, ma sei proprio tu oppure ho le travéggole, oggi? Dimmi un po', cosa diavolo ci fai quì?
     - Ehi, Pam, sono proprio io! - rispose quello. - Sono quì per piacere e per affari.
     Lo zio paterno di Pam, Jack Flint, un tipo attempato, sui sessanta (ben portati), fratello maggiore di David (appunto) era in "rotta di collisione" con la famiglia e dopo la morte della moglie Wendy, avvenuta nel 2003 in un incidente d'auto a Inverness, nel nord della Scozia, era andato in pensione dal suo lavoro di trader alla City, e aveva preso a girare il mondo, da solo e con un camper, dipingendo e vendendo i suoi quadri: a mercanti d'arte (ricchi o squattrinati, un po' bohemien, zingari, scapigliati come lui, a volte), galleristi o semplici appassionati; la cosa li dava di che vivere, abbastanza bene.
     - Sono contenta di rivederti, sai, Jack! - fece Pam, con voce squillante (lo aveva sempre chiamato per nome). - Era da tanto, tantissimo tempo, ormai, che non vedevo il tuo grugno da brutto scozzese ubriaco davanti ai miei occhi: avevo dimenticato quasi come fosse fatto! (Ovviamente scherzava: lei, infatti, sin da bambina nutriva gran simpatia e profonda ammirazione per lo zio).
     - Anche io, piccolina! - esclamò allegramente l'uomo. - Ma dimmi, piuttosto, cosa fai tu, da queste parti, con Reby? (Lo zio conosceva benissimo la compagna di Pam, visto che le loro famiglie si frequentavano sin da quando le due ragazze erano nella culla).
     - Siamo in viaggio! - rispose a bella prima la ragazza.
     - Questo l'ho capito! - replicò allora Jack. - Sono maturo ma no rincoglionito, cara nipotina, credimi!
     - Dai, su, Jack, non prendertela, scherzavo! - disse così Pam. - Siamo in viaggio, insieme, io e Reby; è il viaggio della nostra vita: abbiamo lasciato casa entrambe ed al ritorno...- Al che lo zio la interruppe: aveva capito tutto ciò ch'erano intenzionate a fare le due ragazze, bontà sua! Così le prese per mano, le guardò negli occhi senza dire nulla ed un istante dopo le abbracciò (sono gli abbracci, quelli come quello che lo zio diede alle ragazze quel giorno, che non si dimenticano facilmente: appartengono ad una specie sempre più rara ed in disuso, oramai, al giorno d'oggi, in ogni parte del globo terracqueo e forse, chissà, anche altrove, ed i quali Carlo Linneo classificò duecentocinquant'anni fa, o giù di lì, della famiglia "Cordi bene facere"!).
     - Sai, abbiamo le ore...ma no, che dico, i minuti contati! - disse Pam allo zio, agitatissima. - Il Filiki ripartirà tra non molto, purtroppo!
     - Va bene, non preoccuparti! - fece Jack. - Voglio chiederti ancora qualcosa e poi vi lascerò andare...libere di volare. Come stai? Come state voi due? E dimmi di loro, se "quelli" stanno bene? (Si riferiva a suo fratello David ed alla moglie Prudence, sua cognata, ovviamente...li aveva chiamati in maniera voluta a quel modo e no per nome!). Fu Reby, però, questa volta, a rispondere:
     - Noi stiamo benissimo e siamo anche ultra felici, lo hai capito già prima, credo! Sai, Jack, andiamo a sposarci e a consacrare il nostro matrimonio, proprio a Lesbo, l'isola dell'amore, per cui non potremmo essere più felici di quanto siamo adesso né potremmo desiderare null'altro di diverso da ciò che stiamo andando a fare, io e Pam...a casa stanno tutti bene, i miei ed anche quelli, come li hai chiamati tu: tutti quanti stanno meglio di noi, credimi!   

     

     
     

  • 01 maggio alle ore 17:09
    Un cielo (così) diverso

    Come comincia:  Ero bambino e mio padre spesso mi portava in riva al mare a guardare il cielo e le stelle al crepuscolo. Poi, mi prendeva la mano e diceva: - Sai, figliuolo, quando io ero lontano da casa, tanto tempo fa, spesso guardavo il cielo, come facciamo noi ora, ma non lo riconoscevo perché esso era "diverso" dal posto in cui sono nato. Anche se la terra si trova sotto un'unico cielo, cioé lo stesso cielo, penso che ogni luogo abbia comunque un cielo "diverso", e quello dove si é nati non puoi ritrovarlo da nessuna altra parte: tienilo sempre a mente!". Ed io così ho fatto, da allora; ho fatto ancora meglio di ciò che mi diceva mio padre...tutti i cieli della terra mi appartengono: ognuno di essi è il mio cielo, appartiene al mio cuore!

    da: "I ricordi nella casa sul lago del tempo".

  • 01 maggio alle ore 12:02
    Il quadro di sant'Anna

    Come comincia: Millenovecentocinquantatrè, assegnazione di casa popolare e da via Roma ci trasferiamo al Rione Tanucci allora estrema periferia casertana nel pieno delle proprietà Preziosi il “latifondista dai guanti bianchi” perché, in banca, prima di toccare le banconote usava infilarsi guanti bianchi profumati. Quattro blocchi contrapposti a due a due per novantasei appartamenti - copia e incolla - nuovi di zecca. Fummo i primi a prendere possesso del nostro e, per qualche giorno fummo i padroni assoluti del rione entrando ed uscendo da tutte  le abitazioni. Nei giorni precedenti c’erano stati gli addii di rito ed i relativi brindisi beneauguranti ed avevamo rivisto la signorina Carmelina che praticamente da qualche mese si era barricata in casa avendo subito lutti e malanni ravvicinati. Mia madre era riuscita a scardinare quell’isolamento e si trovò a consolare la poveretta che sembrava non avere nessuna voglia di essere confortata perché il crogiolarsi nel lutto sembrava darle un motivo per sopravvivere.  
    Girammo pagina.
     Si mettevano a posto i mobili, si trovavano soluzioni più calzanti con i nostri bisogni ed ovviamente era mia madre Adele che proponeva i piccoli accorgimenti ed in quel periodo nacque la frase che poi sarebbe stata il leit motiv della vita a due di mio padre e mia madre. “Ugo, in bagno si potrebbe mettere una tendina di plastichetta americana alla vasca e ci mettiamo una doccia?” “Adè, ma quanti anni vuoi campà?” Non era altro che la sintesi del ragionamento – vale la pena di metterla se fra poco ce ne andiamo al Creatore? – ed ovviamente gli scongiuri si sprecavano. Comunque la tendina si realizzò, come la veranda etc…
    Il rione in poco tempo si popolò ed ovviamente si intrecciarono nuove amicizie, rapporti e consuetudini e il complesso pian piano acquistava una sua fisionomia che somigliava sempre di più alla realizzazione di una “diocesi” di Adele. La gente fu attratta dalla simpatia napoletana di mia madre , dalla sua capacità di essere rassicurante e pian piano ne fece un punto di riferimento confortevole. La nostra casa conobbe un andirivieni molto fitto e, per certi versi,  incredibile. Il primo reale segno di questa comunanza fu segnato da un avvenimento caratterizzato da un quadro che, attualmente, è sotto i miei occhi. Una quindicenne molto avvenente che abitava nel primo edificio rimase incinta ed ovviamente scoppiò la tragedia. Erano i tempi dei matrimoni riparatori, delle donne tutte puttane, delle minacce e della mammane che lucravano sugli aborti. Per un po’ di tempo da quell’appartamento si sentivano le urla e i litigi sino a che non fu coinvolta mia madre. La madre della ragazza venne a parlare con lei e parlottarono a lungo. A sera, con il buio rassicurante, bussò alla porta la ragazza e c’era un letto in sala che l’accolse. Per una decina di giorni visse con noi. Nessuno doveva sapere niente e a noi figli fu promesso  un “paliatone” epocale se avessimo spifferato solo un dettaglio. Il tempo incominciò a lavorare per una soluzione accettabile e, dopo due settimane, la ragazza fece ritorno a casa.
    “Acqua ca  nun corre fa pantano e fete”
     Il commento di mia madre mi piacque, era azzeccuso. Nei giorni successivi il problema sembrava essersi risolto per il meglio ma non sapemmo come finché un giovedì di giugno all’ora  di pranzo non bussarono alla porta. Era la madre di Rosalia, la ragazza incinta, che molto timidamente chiese di entrare. “Accomodatevi signora.” ”Scusatemi per l’ora ma, non so cosa dire, nun ne potevo fare a meno.” “Nun ve preoccupate signò, è succieso qualcosa a Rosalia?” “No niente, signò sule ‘na cosa…” “Dite, in che posso essservi utile?” “Aggiu saputo che vuie ogni mercoledì facite sempe pasta e legumi…” “Si, signò, è vero.” “Oggi avite fatte pe’ ccaso pasta e fagioli?” “Si, certo, oggi l’ho fatta…” “Meno male signò…Rosalia mi ha detto che come la fate voi non la fa nessuno…”
    Intervenni io “Si, è vero, come la fa mamma non la fa nessuno.” “E allora signò, volete la ricetta?” “No, signò, nun voglio la ricetta anzi…la voglio… ma ora…ora… Vulesse ‘nu piatto ‘e pasta e fasule…Sa, mia figlia è incinta e…è ‘na voglia e voi sapete…” “Lo so, lo so, venite in cucina cu’ mme.”
    La nostra porzione si riduceva ma trattandosi di Rosalia… Senza secondi scopi, s’intende…Almeno per me.
    Le scuole si chiusero e noi partimmo per le nostre abituali vacanze a Monte di Procida. A metà luglio dall’ufficio postale arrivò una chiamata per mia madre. La telefonata proveniva da Caserta da parte della madre di Rosalia. In breve: erano sopraggiunte le doglie e lei era terrorizzata. Non voleva partorire perché era sicura di morire durante il travaglio. “Signò putite ffà qualcosa?” Ovviamente mia madre sentitasi chiamare in causa si organizzò e, con mio padre, partirono per Caserta. Si partoriva in casa allora e molto raramente, se si avevano soldi, lo si faceva  in clinica e Rosalia aveva saputo che una sua conoscente non era sopravvissuta al parto. Mia madre tentò di convincerla ma, vedendo i suoi tentativi naufragare, si giocò l’ultima carta. “Rosalia, ti faccio proteggere io.” “Da chi?” “Senti, io in casa ho un quadro miracoloso. Il ritratto di Sant’anna, la madre della madonna. Questo quadro protegge le partorienti. Se lo tieni in camera nun te succede niente ed il maschietto che ti porti dentro nasce sano e robusto.” “Che ne sapite vuie che è maschietto?” “Ehhh…Si vede subito. Tu tiene ‘a panza comme a n’acino d’ uva. E’ nu piccerille…” “E vuie state vicino a mme?” Si Rosalia, sto vicino a te…”
    E così  il quadro in questione, che abitualmente era posizionato sulla testata matrimoniale fu trasportato nella casa di Rosalia. Parto senza problemi e maschietto urlante!
    Da quel momento raramente la testata del letto matrimoniale di mio padre e mia madre era sormontato dal quadro di Sant’Anna (erano tempi in cui non c’erano altri “passatempi”) e bisognava “programmare” con cura i tentativi per non sovrapporre le date. Il rione Tanucci aveva una protezione speciale!
     
     

  • 01 maggio alle ore 7:34
    ALBERTO IL BENEFATTORE

    Come comincia: Alberto cinquantenne, dopo trenta anni di lavoro era in pensione con un bel po’ di denaro depositato in banca sia in azioni che obbligazioni. Non vorrei che a questo punto il solito lettore pierino saltasse su col dire ”Col lavoro onesto non si fanno soldi!” A parte caro signore (si fa per dire) che non sono fattarelli suoi se lei ha studiato latino ricorderà il detto ‘pecunia non olet’  e poiché ho qualche dubbio sulla sua cultura glielo traduco ‘il denaro non puzza’. Alberto un pó per il fiuto di guadagno che aveva innato, un  po’ per fortuna impiegò una bella somma su i ‘Bitcoin’ operazione che lo avevano reso milionario.  Da quel momento cambiò il suo tenore di vita comprando un’abitazione di lusso di trecento metri quadrati in viale San Martino a Messina ed acquistando, pur tenendo la vecchia Cinquecento per comodità di parcheggio, una Alfa Romeo Giulia omnia accessoriata apprezzando in particolare la gentile voce femminile che, una volta inserito il navigatore satellitare gli indicava come giungere a destinazione senza dover consultare carte topografiche. Poi gli era sorto il problema di come impiegare il tempo a parte qualche sporadica avventura con femminucce affascinate dalle sue tempie grigie e dal suo stile di uomo maturo ma ancora in forma. Gli venne in mente quando da suo padre, ateo, era stato iscritto a scuola in un istituto religioso. Il papà  giustificò al figlio questa sua scelta affermando che ognuno doveva avere una sua personalità scegliendo le proprie idee facendosi influenzare solo dalla lettura di testi di differenti opinioni in qualsiasi campo. Alberto si era dimostrato lettore accanito ed aveva dato filo da torcere ai poco illuminati preti che, nei compiti in classe, chiedevano agli allievi di manifestare le proprie idee sulla religione. Male gliene incolse ai ‘bacarozzi ‘ come volgarmente vengono chiamati dal popolino, Alberto una volta scrisse che nel mondo c’erano centotrentasette religioni e solo sette di ispirazione cristiana e quindi…, giustificò poi Giuda per il suo tradimento in quanto questo evento era stato previsto dal  Signore onnipotente e quindi non meritevole di punizione come pure il peccato di Adamo ed Eva con la stessa motivazione che per Giuda. Altro argomento scottante: perché gli ecclesiasti facevano i furbi appendendo alle pareti  degli esercizi commerciali  crocifissi  o icone di santi e di madonne al fine di evitare il pagamento di imposte allo stato italiano? Ai preti non restò altro che chiamare il padre di Alberto affinché ritirasse da scuola il suo figlio dichiaratamente ateo (e rompiballe). Durante le feste natalizie Alberto venne a sapere di banchetti organizzati dalla Curia in cui ai poveri venivano offerti pasti gratis, domanda ovvia: gli altri giorni dell’anno di cosa si cibavano i poveracci satolli solo a Natale ed a Capodanno? In seguito i signori sacerdoti per non essere sorpassati in beneficenza da istituti laici, obtorto collo approntarono  mense giornaliere. Idea di Alberto: aprire un locale per ‘dar da mangiare agli affamati’ come prescritto in una delle ‘sette opere di misericordia’ di cristiana prescrizione. Detto fatto: interpellato Giovanni suo amico e valente avvocato venne a sapere che l’edificio di un istituto di suore in  piazza Castronovo era in vendita motivazione: poche vocazioni. Considerato che nessun acquirente si era fatto avanti, le pretese delle suore si erano notevolmente ridimensionate così Alberto poté acquistarlo ad un prezzo conveniente.  Un architetto di fede atea progettò, gratis, l’interno dell’edificio per ospitare circa cinquanta persone, nome dell’istituto:  ‘Casa di accoglienza Giordano Bruno bruciato vivo per eresia’ come da targa posta sopra la porta d’ingresso.  All’inaugurazione ovviamente non fu invitato nessun appartenente all’Arcivescovado per la benedizione di rito come era avvenuto in altre analoghe occasioni. All’ingresso era stato posto il regolamento che prescriveva che nessuno potesse entrare con indosso distintivi di qualsiasi genere. Questa regola aveva messo in crisi varie categorie di persone: monache, preti, appartenenti a vari club, insomma chiunque portasse emblemi che identificasse un genere di individui. Di notte il solito fanatico religioso aveva scritto sul muri del convitto una epigrafe minacciosa nei confronti del proprietario. Alberto dopo aver fotografato la scritta, fece denunzia del fatto ai Carabinieri e fece porre delle telecamere di video sorveglianza al fine di poter rintracciare altri eventuali writers. Altra precauzione: installare delle ‘cimici’ in ogni locale per controllare eventuali infiltrati che potessero danneggiare in qualche modo il buon nome della casa di accoglienza. Alberto si riservò un locale per uso ufficio in cui c’erano oltre la scrivania: un lettino,  un computer e un monitor dove venivano riportate le immagini di tutte le stanze. Per il personale scelse solamente delle femminucce giovani impiegate in cucina, in sala mensa e per la sistemazione delle camere da letto. Unica eccezione Rosalia  (Lia), una signora anziana vestita di nero che aveva rappresentato la sua recente vedovanza con tre figli a carico, aveva il viso quadrato come pure il fisico più alto della media e piuttosto robusto. La stessa era l’unica autorizzata ad accedere nell’ufficio del padrone di casa, dava affidamento per serietà. Alberto non voleva essere ‘schiavizzato’ dalla casa di accoglienza ed allora convocò Lia, l’unica a cui dava del lei: “Signora per motivi personali non posso passare molto tempo qui dentro, lei sarà il mio alter ego, avrà, in mia assenza la responsabilità dell’andamento della ‘baracca’, il suo stipendio sarà raddoppiato.” “Grazie” Lia era di poche parole. Una mattina Alberto nel suo ufficio stava leggendo il giornale quando dando uno sguardo al monitor si accorse che in cucina Aida, rimasta sola, stava vuotando una bottiglietta di liquido dentro la pentola dove  sarebbe  stata cotta la pasta. Corse verso la cucina, durante il tragitto incontrò Lia: “Venga con me.” Aida fu subito immobilizzata da Alberto e trasportata a forza in ufficio. “Cosa hai messo in pentola?” Scena muta da parte della ragazza. Alberto chiamò il 112 spiegando brevemente la situazione, dopo circa un  quarto d’ora apparvero due Carabinieri che presero in consegna Aida, a lei riproposero la domanda sul contenuto della bottiglietta immesso in pentola, altra scena muta. I Carabinieri allora interessarono i Nas che si presentarono con il loro armamentario, prelevarono vari campioni di acqua dalla pentola e poi la sigillarono. Fu chiamato un avvocato d’ufficio al quale spiegarono la situazione, i Carabinieri volevano essere in regola con la procedura per evitare ‘furbizie’ da parte dell’interessata. Scoperta dai documenti dove si trovava l’abitazione di Aida, una pattuglia si recò in via Placida dove una donna con indosso lo hijab aprì la porta. “Parla italiano?” “Un poco.” “Abita qui Aida?” “Mia sorella.” “Questo è un mandato di perquisizione, entriamo in casa.” L’arredamento dell’abitazione era a dir poco povero ma in uno sgabuzzino i militari scoprirono un computer, uno di loro pratico del settore dopo molti tentativi riuscì a mettersi in contatto con un sito islamico in cui erano magnificati la lotta armata e come poter colpire i ‘miscredenti’. Dietro autorizzazione del sostituto di turno, i Carabinieri fra la curiosità dei vicini di casa portarono con loro la sorella di Aida che non fece resistenza. Ad Alberto fu richiesta una sua relazione sui fatti, la pentola incriminata fu la sola traccia dell’avvenimento, per il resto silenzio assoluto, dopo vario tempo sulla stampa nazionale apparve la notizia che, partendo da Messina i Carabinieri erano riusciti a smantellare varie cellule islamiche  sparse in tutta Italia, cellule che volevano colpire anche le chiese cattoliche. Passata la buriana, la serenità ritornò all’interno della casa di accoglienza, anzi il mancato pericolo rese più compatta l’amicizia fra i suoi componenti. Alberto una mattina di una domenica  stava poltrendo al caldo del letto (era inverno) quando suonò il citofono, quando gracchiò per la terza volta Alberto pensò che fosse cosa importante e: “ Chi rompe?” “Sono la signora Matilde, lei non mi conosce, son venuta a recapitarle la sua pubblicazione ‘L’Ateo’ a me pervenuta erroneamente.” Alberto  riuscì ad aprire completamente gli occhi, indossò una vestaglia sopra il pigiama. Uscita dall’ascensore gli apparve una bionda, una bionda che più bionda non si può (espressione copiata da un comico televisivo). “Chiedo scusa se sono poco presentabile.” “Mi è giunta, insieme alla mia una copia della pubblicazione ‘L’Ateo’ a lei indirizzata, eccola qua.” “La ringrazio, la prego di accomodarsi nel salone, mi rendo presentabile e poi, se lei è d’accordo potremmo andare a pranzare in un locale qui vicino.” “Accordato, posso visitare la reggia?” “Grazie per il complimento, faccia pure.” Alberto con  calma si rasò la barba, fece una doccia e poi indossò il ‘vestito della festa.’ “Adesso sono presentabile, posso offrile un aperitivo.” “Preferisco mangiare, un certo languorino…” All’ingresso i due furono accolti dal proprietario, Alberto era un cliente di riguardo. Dopo un finto baciamano alla signora: “Complimenti Alberto, ‘semper ad meliora’”, poi vedendo la faccia di disapprovazione di Alberto. “Se me lo permettete provvedo io per il menù.” Salvatore aveva compreso la gaffe. Matilde ci rise sopra: “Pare che questo sia il posto dove lei conduce le sue conquiste!” “Sempre di meno, ormai l’età…” “Non si sottovaluti, ha il fascino delle tempie grigie.” “E lei della gioventù.” “Non ha il coraggio di chiedermi gli anni? Non ho remore a dirglieli: ventisei e non mi dica che potrebbe essere mio padre!” La frase fu seguita da una risata da parte della signora che seguitò: “Non mi chiami signora, sono signorina e lo ribadisco con forza come dicevano in un film di Frank Capra due zitelle incartapecorite.” “Mi fa piacere esserci scoperti pieni di humour, penso potremo darci del tu e, se me lo permetti pago io il pranzo, sono un po’ superstiziosa e ritengo che porti fortuna quando al primo incontro è la femminuccia a saldare il conto.” La mancia di cinquanta Euro fece sbarrare gli occhi al vecchio cameriere Osvaldo che ringraziò con un inchino. “Facciamo un giro in auto, è posteggiata in garage.” “Complimenti una Giulia allora non sei tanto vecchio se ti sei comprato una macchina sportiva! Me la fai provare?” Alberto sorrise e pensò: “ E tu che mi fai provare?” “Non fare pensieri lascivi, non almeno al primo incontro!” Alberto capì che aveva trovato ‘duro’, scese dalla parte del guidatore dove si istallò Matilde che subito dimostrò di essere un buon ‘manico’ con  partenza con  sgommata. In autostrada verso Catania: “Se vai a questa velocità non solo perdi i punti della patente ma se superi i quaranta più del previsto te la ritirano .” “Ed allora tu mi farai da autista venendomi a prendere a casa, magari anche in orari inconsueti, sarò ad aspettarti.” “Mi fermo in questa piazzola, voglio rilassarmi spostando la spalliera del sedile indietro.” Detto, fatto Matilde afferrò Alberto per il collo e lo baciò a lungo. “Non sono un gallinaccio…” Matilde ripartì: “Direzione casa mia hai qualcosa in contrario?” “No visiterò la tua reggia e…” “Non ti aspettare niente , oggi hai avuto un assaggio, ti può bastare!” Tilde, il diminutivo di Matilde, era molto impegnata col lavoro, era capo sala in un Istituto ortopedico in via Ducezio, comunicò ad Alberto l’impossibilità di incontrarlo per motivi che gli avrebbe comunicato a voce. Alberto sopportò un  periodo di astinenza sessuale, che fosse la vecchiaia…Non se ne preoccupò più di tanto, per passare il tempo rispolverò un vecchio hobby, la fotografia. Acquistò una Canon con tutti gli accessori  di ultima generazione, ormai la pellicola era un lontano ricordo, c’era una scheda in cui si potevano immagazzinare anche cinquecento scatti. Non contento, pensò di metter su un laboratorio di sviluppo e di stampa in uno sgabuzzino di casa sua, gli costò un occhio della testa ma poi pensò a quanto fosse più gratificante stampare da solo le foto, magari qualcuna osé, forse pensava a Tilde immaginandola in costume adamitico o meglio evitico. La dama si faceva viva solo per telefono, solita giustificazione lavoro che la impegnava tutta la giornata, sembrava più una scusa che la verità ma…Una mattina di domenica alle undici insistente suono del telefono: “Sto riposando al calduccio del letto, non vengo fuori nemmeno se sei miss mondo!” “Ti deve bastare miss Matilde  che ti viene a trovare a casa e così potrai poltrire ancora a letto!” Alberto comprese che era l’ora del ‘la tromba la mattina è una rottura di coglion’ di  militare memoria e con un balzo lasciò il giaciglio e corse ad accendere i riscaldamenti. Dalla finestra vide una Abarth 124 spider entrare in cortile, che fosse lei? Era lei,  svelato l’arcano dell‘amore per la velocità di Tilde! “Mia cara dal viso mi sembri  piuttosto stanca…” “Non ho avuto tempo di fare colazione, per favore preparami un cappuccino con qualche dolcetto.” Nel frattempo Tilde si era introdotta nel bagno per una doccia e ne era uscita con indosso un accappatoio di Alberto. “Posso dire sotto il vestito niente!” “Ho capito, ecco quello che volevi vedere!” “Apparve un corpo longilineo, piccole tette, vita stretta, e, giratasi un bel popò poi un pube con ‘pelame’ nero. “Si, non sono bionda naturale, finito di mangiare  approfitterò del tuo letto penso ancora caldo, del tuo corpo e del tuo profumo.” Matilde chiuse gli occhi, si era addormentata. Alberto pensò che non era il caso di andare al ristorante, si mise al lavoro in cucina, era abbastanza bravo e mise su un pranzo con i fiocchi. Dopo due ore decise che la signora si era riposata abbastanza e con la bocca fece il suono della sveglia militare: “Tu tu tu tu tu tu tu tu tu, la sveglia la mattina è una rottura di coglion…” “Sei un sadico, nel più bello…” “Non mi va di andare al ristorante, mi accontenterò di un panino.” “Invece l’Albertone ha preparato un pranzo con i fiocchi!” “Mai mangiato un pranzo con i fiocchi, spero non sia avvelenato!” Tilde fece seguire la battuta con un bacio che fece svegliare un ‘ciccio’ ormai a riposo da tempo. “Ora no, voglio che sia una cosa dolce non mi interessa la sveltina, comunicala al tuo ‘socio’. Il ‘socio’ non la prese bene ma si ritirò in buon ordine, c’era odore di ‘cosina’ da gustare più tardi. Alla fine del pranzo riposo sul divano col televisore acceso. Solite notizie negative: omicidi soprattutto di donne, guerre in tutto il mondo ed altre schifezze varie che indussero Alberto di spegnere la TV. “Caro penso sia il caso di raccontarti le mie vicissitudini: sin da piccola sono vissuta in una casa per orfani, mia madre, mai conosciuta, mi aveva abbandonato alla mia nascita. Crescevo senza affetto come puoi immaginare, a sedici anni  un addetto all’istituto mi violentò, tanto dolore soprattutto fisico che mi portò a giurare a me stessa eterno odio per gli uomini. Questo mi portò a ‘frequentare’ da vicino una mia compagna più grande di me che amava  le femminucce più  dei maschietti.  Alla maggiore età l’ho persa di vista, con l’aiuto finanziario di una benefattrice nobildonna io ed altre mie colleghe siamo riuscite a studiare fino alla laurea. Ho vinto il concorso di capo sala e da allora la mia vita è cambiata soprattutto ultimamente quando è stata ricoverata una signora anziana con osteoporosi e con un femore rotto. Mi ha chiesto di starle sempre vicino e quindi, oltre al mio lavoro ho svolto le mansioni di infermiera di notte. Una mattina la signora ha fatto chiamare il direttore della clinica a cui ha chiesto l’intervento di un notaio, voleva far stilare un testamento valido a tutti gli effetti, niente ai nipoti. Alla sua morte ho appreso che mi aveva lasciato i suoi beni piuttosto sostanziosi poi sei apparso  tu, fine della storia.” Alberto e Tilde si guardarono a lungo senza profferir verbo, in seguito si abbracciarono ma nulla di sessuale, erano ambedue commossi. Morfeo li colse sino al mattino successivo. “Ho una fame indiavolata, presto amore mio, prepara una colazione coi fiocchi, sono in vacanza per un mese ma non ti illudere… Stavolta i due uscirono e presero la 124 di Tilde la quale stranamente aveva smesso  di fare gli slalom fra le macchine che la precedevano, andava così piano che gli automobilisti dietro di noi, inviperiti,  cominciarono a suonare i clacson. “Che ne dici di fermarti in uno spiazzo?” “Niente da fare, per ora mi sto rilassando tutto rimandato sul tuo giaciglio.” La situazione di evolse come desiderava Tilde: inizio con baci da parte di Alberto su tutto il corpo dell’amata, il fiorellino si dimostrò subito recettivo con orgasmi multipli che lubrificarono la vagina di Matilde tanto da farle percepire con poco dolore l’entrata trionfale di un ‘ciccio’ alla massima potenza. La mattina seguente Alberto trovò sul comodino un bigliettino che recitava: ‘ Un cinquantenne sarà un buon padre?’ Una festa alla grande organizzata da Lia aspettava i due che alla loro entrata alla casa di accoglienza furono gratificati da un forte e lungo applauso da parte dei presenti i quali in coro: ’Discorso, discorso, discorso!’ “Mie cari che dirvi, questa è Matilde  mia moglie con cui spero di avere un erede,  siete tutti nel mio cuore ed ora buon appetito!” L’istituzione voluta da Alberto, per sua volontà, seguitò a funzionare anche dopo la sua morte in seguito alla quale fu apposta, dalla vedova e dal figlio Adalberto una  targa  all’ingresso per ricordare chi era stato il suo promotore.

  • 01 maggio alle ore 0:37
    Ultimo giorno di lavoro

    Come comincia: Quando la sveglia iniziò a trillare, Bortolo (così, troncandogli il cognome, lo chiamavano gli amici) era già in piedi da un pezzo, aveva già fatto la barba, infilato la tuta da lavoro e calzato le scarpe antinfortunistica.
    Lasciò suonare la sveglia per alcuni secondi e poi, senza spegnerla, la posò per terra, quindi, in uno sfogo emozionale di dolore e gioia, con un colpo di tacco da ballerino gitano, la fracassò.
    Quello era il suo ultimo giorno di lavoro al “Consorzio Vitivinicolo di Dolcenero- Vignaioli dal 1919”, che in sigla faceva … (vabbè, lascio a voi immaginare).  
    Quarantadue anni e dieci mesi più altri tre di finestra si era fatto. 
    La storia dei tre mesi aggiuntivi non la sapeva, era stata Ileana, la volontaria dell’Inca a spiegargli che avrebbe dovuto lavorare ancora un po’ prima della pensione
    -Non lo capisco ma mi adeguo – così aveva risposto lui usando una battuta che aveva sentito in televisione.
    Al che Ileana, ironicamente, aveva replicato: -  L’Italia è l’unico paese al mondo dove le finestre si misurano in mesi: tre mesi una finestra, sei mesi una doppia finestra, un anno una porta finestra.
    L’azienda vitivinicola, distante circa tre chilometri dalla sua abitazione, era posta sulle alture che segnavano il confine tra il paese e i comuni limitrofi: un vecchio casale ristrutturato a dominare filari di vite che a ogni nuova stagione regalavano antichi sentori e colori.
    Bortolo non aveva la macchina, per alcuni decenni risolse il problema della mobilità casa – lavoro – tempo libero con una Lambretta; poi anche quella si era fatta vecchia e non conveniva più ripararla, da lì la decisione di passare in modalità pedalata.
    Da Vilcher, segretario della Lega Spi Cgil di Dolcenera, a un prezzo decisamente politico, aveva comprato una bicicletta Atala vintage appartenuta a suo suocero e che lui non usava più perché, da quando era andato in pensione, era passato alla cyclette in camera da letto.
    Quando, sceso in cantina, afferrò la bicicletta, si accorse che un copertone era afflosciato.
    -Mi ricorda qualcosa - pensò in un momento di fuggevole autoironia; poi, tornato alla realtà, si rese conto che il copertone e la camera d’aria avevano uno squarcio di alcuni centimetri provocato, probabilmente, da qualcosa di tagliente, forse un pezzo di vetro di bottiglia.
    Inutile tentare una qualsiasi riparazione e poi nemmeno aveva i ricambi, che tra l’altro per quella bici, vintage più di lui, si facevano fatica a trovare.
    -E adesso cosa faccio? – pensò
    L’unica soluzione era farsi prestare una bicicletta da qualcuno, ma da chi?
    -Amilcare cazzo!  Potrei passare da lui; mi scoccia disturbarlo, ma oggi è l’ultimo giorno di lavoro mica posso mancare, senz’altro avranno preparato un rinfresco d’addio.
    Amilcare era un suo compagno di lavoro che grazie a “Quota cento”, pur avendo cominciato a lavorate quando altri erano già stanchi di faticare, era riuscito ad andare in pensione prima di loro.
    S’incamminò quindi verso la casa del suo ex collega.
    La loro era un’amicizia di vecchia data, si erano conosciuti in giovane età frequentando la sede della P.C.I.
    Nel tempo, anche se il partito aveva cambiato pelle, lui era rimasto di sinistra; Amilcare invece era diventato leghista e da quel momento la loro amicizia aveva cominciato a vacillare.
    Ogni tanto quando il discorrere si spostava sulla politica litigavano di brutto e per un po’ si guardavano in cagnesco, ma poi la convivenza forzata sul posto di lavoro li costringeva a riappacificarsi.
    Bortolo ogni tanto gli diceva: - Amilcare sembriamo quei due braccianti morti di fame che litigavano su chi, tra i rispettivi padroni, aveva più mucche; mentre loro due andavano avanti a polenta e cicoria e non avevano mai mangiato una bistecca.
    Avrebbe potuto telefonare per chiedergli se gli prestava la bicicletta, ma lui di notte metteva il silenzioso, anche perché l’Adalgisa, la moglie di Amilcare, che pesava assai ma aveva il sonno leggero, non sopportava di essere svegliata di soprassalto.
    L’Adalgisa era stata la prima morosa di Bortolo, ma la loro storia era durata poco e alla fine si era messa con Amilcare.
    La bicicletta del suo amico era una gran bella bicicletta, elettrica per di più, l’aveva comprata recentemente con un finanziamento di 84 comode rate mensili da 30 euro cadauna.
    Bortolo, canzonandolo, gli diceva: - Caspita Amilcare, quando finirai di pagare la bicicletta sarà ora di fare un altro mutuo per la dentiera.
    -Chissà se me la presta? E’ molto geloso delle sue cose se poi si mette di mezzo la moglie, ciao bambina.
    Con quella bicicletta Amilcare arrivava sempre in anticipo al lavoro, mentre lui, spesso, molto spesso, arrivava all’ultimo momento o in ritardo.
    Allora Amilcare gli cantava: -E stamattina/ non mi son svegliato/ o bella ciao/ bella ciao...
    Bortolo, al sentir quelle parole, la prima volta si era messo a ridere, la seconda un po’ meno, dalla terza volta in poi aveva reagito urlando parole orfane, sin dall’infanzia, di buona educazione.
    - “Bella ciao” è sacra e non si tocca!
    A un certo punto del suo cammino verso la casa di Amilcare, sentì il telefono squillare, guardò lo schermo e vide che era Ermanno, il Presidente del Consorzio.
    -Ciao Bortolo, ascoltami bene, oggi non venire al lavoro, abbiamo dovuto chiudere per il virus che c’è in giro, dobbiamo sanificare tutto prima di riprendere la produzione.
    -Che botta di culo! – pensò Bortolo
    Si sentì come quella mattina di un “secolo” prima, quando entrando in classe si ricordò di non aver fatto i compiti, però nello stesso momento era entrato nell’aula il bidello ad annunciare che la maestra non sarebbe venuta perché ammalata.
    Quando arrivò sotto la casa di Amilcare, suonò a lungo e ripetutamente il campanello.
    Lui dopo alcuni secondi aprì la porta finestra del balcone e si attaccò alla ringhiera con tutte e due le mani (tipo Mussolini durante i suoi farneticanti discorsi)
    -Bortolo, che cazzo! Ti sembra la maniera di suonare? Qui c’è gente che dorme, hai svegliato anche l’Adalgisa! Si può sapere cos’è che vuoi?
    - Amilcare sai cosa ti dico?
    Dai, sentiamo cos’è che mi vuoi dire, così poi torno a dormire.
    -Amilcare: va a dà via i ciapp ti e la to bicicleta!
     

  • 30 aprile alle ore 20:08
    Il banderillero

    Come comincia: José Luis aveva provato a fare l’espada in due occasioni, ma la critica fu sfavorevole e le sue ambizioni vennero meno. La rivista Fiesta, diffusa nell’ambiente della tauromachia in Estremadura e in Andalusia, aveva in una cronaca additato Josè Luis come un torero affetto da “inutile barocchismo”. Non ho mai capito, in verità, quale fosse il significato di queste parole, ma per Josè dovettero essere decisive per abbandonare ogni velleità di imporsi come matador. Come banderillero era invece considerato tra i migliori e ancora, a trentasei anni, mantiene il suo prestigio. Privilegia la modalità “de frente”, la più rischiosa, lui è velocissimo e,  puntualmente,  le banderillas,  infisse sul dorso del toro, scendono a destra e a sinistra con simmetrica precisione, riuscendo puntualmente a entusiasmare gli appassionati più competenti.  
    Alejandro lo ha voluto nella quadriglia e questo è stato un vantaggio anche economico, perché Alejandro con la sua squadra, nonostante la grave crisi della tauromachia, è  molto richiesto dagli organizzatori delle sagre, dove è ancora permesso la corrida de toros.
    Josè è un uomo riservato, molto serio, virile, ma umano e tollerante. Non gli ho mai sentito, per esempio, una parola di biasimo o di rancore verso gli abolizionisti e verso i più accesi sostenitori della corrida come spettacolo di barbarie e criminalità, negando in toto ogni dimensione artistica ed ogni radice storico-culturale. In quel mondo Josè è un protagonista, ma senza mai raggiungere la spavalderia e il fanatismo o il compiacimento per i suoi indiscutibili successi. Gli sono amico anche per questo. Ho conosciuto Luis anni fa, tramite alcuni amici americani al seguito di Orson Welles, e via via ho avuto modo di stimarlo e volergli bene come un fratello. 

    Luis Josè ha un segreto che nessuno deve conoscere, nemmeno la sua donna, Maria Pilar, che gli ha dato una figlia bellissima: è stato colpito dal cancro ai polmoni. Io sono l’unico che è a conoscenza del suo dramma e lo accompagno, due volte la settimana, di sera, in macchina nella villa (a dodici chilometri da Malaga) del professor Morales Ortega, che, segretamente, lo cura con i protocolli della chemio. Se si venisse a sapere del suo male, Josè entrerebbe nel cono d’ombra e uscirebbe certamente dal giro. Il professore  mi ha detto che uscirà comunque dal giro in poco tempo, anzi uscirà dalla vita stessa, perché le probabilità di salvarsi sono meno di zero.
    Ortega sostiene che sia un dovere professionale dire la verità al paziente. “Noi dobbiamo tentare tutte le strade – dice - per guarire o ridurre il dolore, ma non possiamo ingannare i malati e creare illusioni. Io invece penso che sia una barbarie spegnere una fiammella di speranza a quest’uomo coraggioso, che lotta eroicamente e scende nelle plazas de toros sotto l’effetto di forti sedativi.  
    Ottenere il silenzio del professore sulla imminente morte del mio amico non è stato facile, ma  ho molto insistito e alla fine, mugugnando, mi ha accontentato.
    Eccolo José Luis! Compare in fondo alla strada, con la sua caratteristica andatura agile ed elegante. lo stavo aspettando da un paio di minuti  e mi chiedevo se lo avrei visto anche quella sera, me lo chiedo ogni volta, nei nostri appuntamenti per la visita, con commozione e un atroce nodo di pianto alla gola.

  • 30 aprile alle ore 9:57
    GLI ICONOCLASTI DEL SESSO

    Come comincia: Alberto non era più giovanissimo (per usare un eufemismo) e poi in quanto a malattie…Un suo amico medico romanogli aveva detto: “Arbé, famo prima a le malattie che nun c’ihai che quelle che c’ihai!”  informazione poco confortante oltre che presa per i fondelli, belle notizie per un vecchio tombeur des femmes settantenne purtroppo quasi a risposo! Sul suo sito aveva scritto. ‘Sono nonnobomba che mangia, beve e talvolta tromba!’ Con quel ‘talvolta’ aveva cercato si salvare la fama di ‘fucker’. Ricordava quante gaffes aveva volutamente commesso col suo spirito, la più rilevante quando, alla facoltà di architettura sulla lavagna aveva scritto: ‘Il  culo è architettura’ solo che l’insegnante femmina era brutta, antipatica, presuntuosa a soprattutto piatta! Richiamo orale da parte del Rettore dell’Università che lo aveva in simpatia che se si era fatto delle matte risate, ufficialmente non poteva tollerare quell’aforisma fuori posto. Ma non era la prima volta che il buon Alberto si faceva richiamare dagli insegnanti: allorché frequentava il terzo liceo classico in un istituto religioso di Roma si era esibito con: ‘Il culo? È la vagina dei cattolici!’ Inutile dire la buriana che aveva innescato, cacciato in malo molo dalla scuola, per evitare guai  agli esami di Stato aveva cambiato città beccandosi i rimproveri di mamma Adele ma con qualche sorriso di papà Armando fervente ateo. Alberto anche da anziano aveva mantenuto il suo studio di architetto in via Condotti a Roma, aveva pochi clienti perché non aveva molta voglia di impegnarsi in progetti importanti, il suo studio era frequentato da ragazzi e ragazze iscritti alla facoltà di architettura che andavano a prendere lezioni dal vecchio maestro apprezzato anche per il suo spirito romanesco. Aveva un po’ lo stile di Vittorio Gasmann che si era esibito con questo aforisma: ‘Il sesso, le cosce, due belle chiappe ecco la vera religione, la sola idea politica, la vera patria dell’uomo.’ Alberto enunciava con enfasi sacri principi dell’architettura prendendo in giro anche se stesso, per far scena nello studio vestiva come quei pittori impressionisti dell’ottocento francesi tipo Degas o Manet. Talvolta non rientrava a casa in via Merulana, dietro lo studio aveva fatto approntare un letto ed un bagnetto che in passato erano serviti per…ora quasi solo per riposare, Alberto non era nato per fare il vecchio! Per sua fortuna le testa ancora ‘gli reggeva’  ed i suoi insegnamenti erano apprezzati dagli allievi, lui invece avrebbe apprezzato le grazie di qualche allieva particolarmente procace! I genitori di Alberto  provenivano  da Jesi una cittadina in quel di Ancona. Era nato in quel centro marchigiano dove il padre era direttore di una banca, aveva studiato al liceo classico sino alla quinta ginnasiale poi si era trasferito a Roma con la famiglia. Un giorno, per festeggiare il 71° compleanno gli venne in mente di intraprendere  con la sua  Stelvio Alfa Romeo un viaggio superando le montagne dell’Umbria per approdare nella città del Verdicchio. Nell’albergo ristorante in viale della Vittoria dove aveva preso alloggio quotidianamente apprezzava saporiti piatti a base di pesce ‘innaffiati’ dall’eccellente vino locale, a Jesi non aveva più parenti dei suoi genitori. Una mattina entrando nel bar Bardi, il più grande e lussuoso del paese vide seduta ad un tavolo una ragazza che assomigliava moltissimo ad una sua compagna del liceo classico, certa Rosanna con cui aveva amoreggiato ai tempi della scuola. Con la faccia tosta di cui era  provvisto si avvicinò al tavolo e:”Mi presento, sono Alberto a suo tempo compagno di liceo di Rosanna, lei le assomiglia in maniera notevole, dovrebbe essere sua figlia.” “Si accomodi, Rosanna è mia nonna, io sono la nipote Matilde, mia madre si chiama Mirella.” Alberto rimase basito, aveva saltato una generazione, dimostrazione della sua sopraggiunta vecchiaia, rimase muto in  piedi sinché Matilde: “Si accomodi, mi faccia compagnia, aspetti faccio una telefonata e si allontanò: “Nonna sono da Bardi, per te una sorpresissima, vieni subito!” “Vedo cha lei ha già consumato, cameriere per me  un Campari Soda.”  Dopo un quarto d’ora: “Mirella vedo che sei in buona compagnia, mi presenti il signore?” “Alberto riconobbe Rosanna, anche se ovviamente invecchiata ancora portava i segni dell’antica beltade, era elegantissima in un vestito spezzato rosa e nero. Un po’ di imbarazzo da parte dei due poi Matilde: “Vi lascio soli avrete tanto da raccontarvi!” Alberto e Rosanna si guardarono a lungo negli occhi, era passato un lungo lasso di tempo, con la mente stavano passando in  rassegna i momenti passati insieme. A scuola erano compagni di banco, fuori, entrando nel portone di casa di Alberto si scambiavano qualche bacio appassionato ma tutto finiva lì, oggi…Alberto parlò per primo: “Mi sono sposato ed ho divorziato dieci anni addietro, assoluta incompatibilità di carattere, me la sono spassata con femminucce varie senza impegni sentimentali, ho svolto la mia professione di architetto, i miei progetti andavano quasi tutti bene, solo qualche ponte cadeva…” “Non hai perso il tuo spirito salace, ti ho pensato tante volte, la mia vita non è stata fortunata, mio marito Gennaro in associazione col cugino Gianni erano titolari di una fabbrica di macchine agricole e di strada. Purtroppo Gianni morì per un tumore e mio marito per un ictus, era grasso ed amava troppo il bere. Mi sono trovata sperduta con una fabbrica sulle spalle, non mi sono persa d’animo, ho radunato i capi reparto della fabbrica ed abbiamo deciso che avremmo diviso i guadagni a secondo delle entrate, tutti furono d’accordo altrimenti ci sarebbe stato un fallimento con conseguente licenziamento collettivo. Il bilancio sino ad ora è stato positivo. Nel frattempo era nata Mirella che già da piccolissima girava per la fabbrica coccolata da tutti specialmente dalle operaie. I figli saranno pure ‘pezzi ‘e core’ ma danno grandi preoccupazioni. Mirella a diciotto anni rimase incinta, l’interessato, tale Settimio non poté legalizzare la loro unione, era sposato, fra l’altro i componenti della sua famiglia e quella della consorte erano molto religiosi ed alcuni apparentati alla curia locale, conclusione la piccola Matilde ha il mio cognome. Ci sarebbero tante altre cose da raccontarti ma per ora…”Rosanna prese una mano di Alberto, dinanzi a quei ricordi si era commossa, una lacrima sul viso subito rimossa, Rosanna era stata ed era tuttora una dura. “Cara che ne dici se andiamo a pranzare al mio albergo in viale della Vittoria, prima passerò dal mio amico Giorgio produttore di Verdicchio.” Con Giorgio altra grande commozione, erano pari età ed anche lui aveva avuto problemi dalla vita, Giorgio non volle accettare l’invito a pranzo, capì che non era il caso. “Cara fa onore a stó piatto cappelletti ed anche al  brodetto, è favoloso, se non ricordo male sono afrodisiaci!” “Non sei cambiato, sei il solito…mi stavo domandando che tipo di vita avremmo condotto se ci fossimo sposati.” “Gros baise!” “Stai parlando con una signora!” “Con me saresti diventata una signora mignotta!” “Ho capito,  con la vecchiaia sei peggiorato ma mi piaci lo stesso, durante la mia vita ho avuto vicino solo uomini pedissequi, pedanti e niente affatto divertenti, tu riesci a farmi sorridere.” Allora ti recito il detto francese: ‘Femme qui rit est dejà dans ton lit!” “Io rido senza andare a letto…scusa sono una bugiarda, vorrei abbracciarti, il nostro incontro ha cambiato qualcosa in me, andiamo in camera tua, non voglio farmi vedere in casa da mia figlia e da mia nipote.” In bagno ognuno mostrò all’altro i segni della vecchiaia, ne risero abbracciandosi a lungo sul letto sin quando Alberto si appropriò della gatta di Rosanna e del suo clitoride portandola ad una orgasmo prolungato che lei aveva completamente dimenticato, stavolta la signora non riuscì a fermare le lacrime, erano di gioia. Passato il pomeriggio si fecero portare la cena in camera, una sostanziosa mancia fece dimenticare la loro presenza al  cameriere che si allontanò con tanto di inchino. “Cara Mirella sono ancora in compagnia di Alberto, voi due mangiate pure non so quando ritornerò.” “Mammina sei fuori allenamento, non svenire altrimenti dovremo portarti in ospedale!” Rosanna inaspettatamente rispose con una frase in inglese: ‘daughter of the bictch’ cosa che non era nel suo stile, fra l’altro aveva classificato se stessa in maniera volgare! La mattina Alberto fu svegliato da un fastidioso raggio di sole sul viso, guardò l’orologio erano le dieci. Sul comodino un biglietto da visita di Rosanna con tanto di numero del cellulare. Rimessosi in piedi, presentabile, mise sul satellitare dell’auto l’indirizzo della villa di Rosanna al Cavallotti, giunto dinanzi al cancello si appalesò un pastore tedesco particolarmente incazzato che latrava alla grande. Si era avvicinata Matilde che preso per la collottola il cane: “Tralla non fare casino il signore è un amico!” Pareva che la cagna avesse compreso le parole della ragazza. Aperto il cancello e sceso Alberto dalla macchina, Tralla prese ad annusarlo ed a scodinzolare. “ “Sta puttana, prima fa tanto di casino e poi…” “Nipotina non consideri il fascino profumato dello zio Alberto!” “Daremo il tuo nome ad un profumo per cani!” “Penso che dovrò spazzolarti il popò, con me non si scherza!” “Nemmeno con me so benissimo fare una cravatta!” Alberto ricordò,  la cravatta era una mossa di judo particolarmente pericolosa, in America aveva provocato la morte di uno judoca  ma non volle darsi per vinto. “Io indosso solo cravatte di classe, quelle disegnate da maestri napoletani, tu?” “Quelle insegnatemi da Nerina la mia maestra di fitness, quella che sta venendo verso di noi.“ Alberto la osservò: circa quarantenne, altezza nella media, robusta, capelli corti, faccia quadrata,  cipiglio duro, l’architetto capì subito di che ‘razza’ si trattasse, meglio averla amica. “Gentile signora, Matilde mi stava magnificando le sue doti ginniche, forse anch’io avrei bisogno di qualche lezione, dove si trova la sua palestra?” “Dopo un attimo di perplessità Nerina: “Non sono sposata, la mia palestra si trova all’Appannaggio’ tra via San Martino ed il Corso, quando vuole a disposizione.” Nel frattempo era giunta Rosanna: “Matilde sta attenta a Tralla, non vorrei…” “Ma quando mai, sta mignotta non fa altro che strofinarsi col tuo amico!” Tutti in giardino a godersi il fresco che pian piano stava scendendo dalle vicine montagne. Alberto era su di morale e si esibì in una battuta: “Sono in netta minoranza quattro a uno, chi passa dalla mia parte?” Rosanna: “Penso che resterai in minoranza, in tutto il mondo le donne sopraffanno in numero i maschietti in tutti i campi anche perché i signori uomini, sin dall’antichità si distruggevano la vita con le guerre invece di impegnarsi in pugne più piacevoli con le legittime o illegittime consorti!” ”Sei una scoperta, una femminista, solo che la situazione non è come tu la descrivi, ora i maschietti cucinano, lavano i piatti, cambiano i pannolini ai figli, talvolta anche lavano e stirano…” “Tutte fantasie, io non ne ho mai conosciuti di quella razza che tu descrivi e poi, sinceramente preferisco l’uomo che non deve mai chiedere!” Res cum ita sint, usando un termine siciliano ‘mi arrunchio’ ed alzo bandiera bianca,  sento un gorgoglio nel mio pancino che ne dite di…” Sistemato il pancino  di nuovo tutti in giardino col profumo del tabacco proveniente dalla pipa di Alberto. Nerina: “conosco questo tabacco è un Latakia siriano, lo fumava una mia amica.” Nessun commento, peraltro inutile, come si dice in gergo ‘tutti sapevano di tutto.’ Alberto capì che ‘il gatto sarebbe rimasto senza trippa’, salutò la compagnia e fece ritorno in albergo. Qui una sorpresa, incontrò un deliziosa ragazza vestita da cameriera: “Signore la vedo solo soletto, ha bisogno di un pó di compagnia?” Alberto maledisse la sua vecchiaia e: “La ringrazio ma sono stanco.” Pensiero della baby: Sei vecchio e non ce la fai più!’ Alberto si era accorto che Nerina, di sottocchio l’aveva osservato a lungo, si mise a ridere, era diventato il bersaglio di un omo donna, forse era stata solo un una sua impressione. La mattina dopo alle dieci bussò alla porta della palestra, dopo un po’ comparve la titolare, scapigliata e ancora sonnolente. “Cara apri gli occhi belli…” “Gli occhi belli avrebbero preferiti restare chiusi per un’altra oretta…dato che sei qui entra, vado a farmi un caffè, lo preparo pure per te.” La donna era sparita in fondo alla palestra dove c’era un mini appartamento. Alberto aspettò a lungo, la signorina si presentò  più rassettata e con i due caffè in verità deliziosi. “Sediamoci  sul divano, ieri mi hai incuriosito, di uomini non ne capisco gran che ma tu hai qualcosa che attira…chiudi gli occhi e, se ti va  accetta le mie avances. ‘Lo sventurato rispose’, Nerina prese possesso del suo corpo iniziando dal viso sino a i piedi, lunghi baci, piccoli morsi eccitanti, graffi forse questa era la sua tecnica con le femminucce? Fatto sta che ad Alberto ‘ciccio’ cominciò ad innalzarsi come non succedeva da tempo, destinazione finale una gatta dalle pareti robuste forse per  troppo allenamento! Poi avvenne l’imprevisto, l’imprevisto che si associa alla logica azione reazione che può cambiare il finale di ogni storia. Dinanzi ad Alberto ed a Nerina era comparsa Matilde che impallidì…senza pronunziare verbo sparì dalla circolazione, quelle erano corna anche se effettuate con un maschietto. Alberto restò ancora un po’ in ‘cocchia’ come si dice in dialetto marchigiano poi pian piano ‘ciccio’ si ritirò come pure il titolare. “Ciao cara, questo è il mio biglietto da visita, qualora dovessi venire a Roma…”un bacio come finale. Alberto preferì pagare il conto in  albergo, salire sulla Stelvio e prendere la via della capitale. Si fece guidare dal navigatore satellitare, la solita voce femminile gli suggeriva il percorso. Ad un certo punto dal telefonino uno squillo e dopo una scritta anonima: “Buon viaggio!’ L’autrice era evidentemente Rosanna che, ancora una volta aveva dimostrato la sua signorilità. L’arrivo di Alberto in via Margutta fu motivo di una festa fra tanti maschietti e femminucce affezionatissimi all’architetto il quale  commosso  abbracciò le ragazze, del sesso femminile ‘particolare’ aveva un ricordo …particolare.

  • 30 aprile alle ore 9:30
    Il duro mestiere di cognato

    Come comincia:  
    Più che un mestiere la definirei una missione, la missione del
    cognato. Che mestiere è quello del cognato? Il più duro del mondo,
    a mio parere. Scordatevi i luoghi comuni: i minatori, gli
    scaricatori di porto, i camionisti, gli infermieri al tempo delle
    pandemie, tutte balle. Il mestiere più faticoso è il mio, ne
    volete una prova? Prima le presentazioni, come da etichetta:
    Alberto da Roma, primogenito di sei figli, l’unico di sesso
    maschile all’anagrafe. Provate a immaginare cosa significhi
    crescere con cinque sorelle cinque, al tempo della dittatura del
    matriarcato. Eppure sono sopravvissuto, anche se per farcela ho
    dovuto mimetizzarmi con l’ambiente, imparare l’arte della cucina,
    del trucco e del parrucco e specializzarmi in chiacchiericcio e
    gossip. E sapeste quanto m’è servito!
    Poi le sorelle hanno raggiunto l’età da marito. Tutte da dieci in pagella come bellezza, per passare il tempo nelle serate d’inverno di tanto in tanto si organizzava una sfilata, una Miss Italia in salsa familiare, un concorso di recitazione. Non ricordo quando ho deciso di fare il cognato a tempo pieno: non so nemmeno, anzi, se posso esibirlo come mestiere sul biglietto da visita.
    Cognato di Tizio e Di Caio, di Sempronio, di Gianfranco e di Antonio: le feste di famiglia vanno convocate dal presidente del Senato, visto che quello della Camera, vi partecipa di diritto? Il sabato e la domenica prima delle elezioni, le riunioni di famiglia possono essere indette senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge?
    Procediamo con ordine: da giovane ero un ribelle che si occupava di politica; manifestazioni, dazebao, slogan, scontri con la polizia erano il mio pane quotidiano. Mi sforzavo di fare opera di proselitismo, con poca fortuna: solo le sorelle più grandi mi davano retta, seguendomi alle manifestazioni, per convinzione o per rimorchiare qualcuno; il leader del movimento, un aitante poliziotto della Celere, un vip di passaggio incuriosito dai colori del corteo.
    Una mattina ero davanti a Montecitorio, per protestare contro l'ennesima stangata di fine anno, la solita finanziaria lacrime e sangue: i deputati attraversavano la piazza alla spicciolata; quelli della maggioranza con il bavero alzato per non farsi riconoscere e la coda tra le gambe, quelli dell'opposizione col sorriso a trentadue denti stampato sul volto, in gruppi di dieci a fare la ola come allo stadio.
    Massimo era un peones ossia un esordiente della politica che volle concedersi un bagno di folla come un leader affermato: trovatosi davanti le curve e le grazie della maggiore delle mie sorelle, però, non poté fare altro che arrossire come un liceale dinanzi alla ragazza dei suoi sogni. Balbettò, incespicò sulle parole, farfugliò qualcosa, ma riuscì ugualmente a fornire a Marcella-questo il suo nome- indirizzo mail e numero del cellulare. Corteggiamento, fidanzamento e matrimonio seguirono in rapida sequenza e fu così che ebbe inizio il mestiere di cognato.
    I passi successivi furono più facili: ben introdotta nei salotti della politica, grazie al matrimonio, a Marcella non fu negato di farsi accompagnare a turno da sorelle non meno attraenti e appariscenti di lei. Le proposte fioccarono: gli onorevoli già sposati promisero attici in centro e auto di grossa cilindrata, ma solo per una relazione clandestina. Non mancarono gli imprenditori prestati alla politica che proposero ville ai Caraibi o in Costa Smeralda, comparsate in televisione e cessione di quote consistenti di azioni della propria azienda.
    Il consiglio di guerra fu riunito in seduta permanente per vagliare le candidature dei futuri consorti: chi spingeva per scegliere i pretendenti più ricchi, chi come me si sforzava di preferire coloro che avevano maggiori probabilità di fare carriera e di arrivare ai vertici della politica.
    Fu deciso di valutare le candidature di parlamentari di maggioranza e opposizione, in modo da proteggersi dai capricci dell'elettorato e dalla pratica dello spoiler system. La scelta cadde su un deputato del Fdi, uno della Lega per il centrodestra, uno del Pd e uno della sinistra radicale.
    E furono cerimonie sfarzose, quasi matrimoni di Stato, per il numero di deputati e senatori, di generali delle forze Armate, di ambasciatori e di alti funzionari presenti. A me toccò la regia degli eventi e mettere d'accordo cognati tanto diversi e diffidenti richiese capolavori di diplomazia.
    Il bello, però, venne dopo, servì un lungo lavorio ai fianchi delle sorelle per farmi rivelare quelle confidenze e quei retroscena di cui si nutrono giornali e riviste e che sono disposti a pagare a peso d’oro.
    Nel tempo restante, poi, c’erano case da visitare e costruttori da contattare: fosse stato per loro, i miei cognati intendo, mi avrebbero liquidato con due stanze male arredate a Canicattì o a Soresina.
    Poi soffiò forte sul nostro paese il vento dell'antipolitica e fu l’inizio della disfatta: senza più sorelle da sposare, con i cognati in fase di avanzata rottamazione, divenne problematico persino sbarcare il lunario. Per me cui non spetta un generoso vitalizio o una pensione d'oro capace di farmi dormire sogni tranquilli per l'intera vecchiaia.
    Urgevano soluzioni originali, per non essere costretto a imparare il mestiere di barbone, dopo quello più redditizio di cognato dei potenti.
    Decisi di cambiare mestiere, in fondo anche quello di suocero pensai, non era male. Come fare, però, senza avere figli e meno ancora figlie in età da marito? Adottare una figlia vicina alla maggiore età, ecco la trovata geniale… magari una ragazza carina e sveglia, da far convolare a nozze, a ridosso delle elezioni, con un candidato dei grillini, scegliendolo tra i più giovani e ingenui del lotto. Bastò una raccomandazione in fondo per accelerare le pratiche di adozione, pratica ancora in auge anche in tempi di furori anticasta.
    Consultai mia moglie, tornai a riunire il consiglio di guerra, cognati di grido compresi: per elaborare un piano e per adottare strategie adeguate alla nuova realtà della politica.
    La Dea bendata non mi abbandonò: nella lista delle adozioni scovai due gemelle diciassettenni, l’ideale per sposarne una con un deputato di maggioranza e l'altra con un rappresentante dell'opposizione, ammesso che si riesca a distinguerle maggioranza e opposizione, a queste latitudini.
    Il piano riuscì alla perfezione: ungendo le ruote giuste, scucendo fior di bigliettoni, battei il record mondiale di velocità delle adozioni. Poi ecco pronto il nuovo piano: le gemelle, due ragazze belle e sveglie, senza peli sulla lingua, disposte a tutto per raggiungere ricchezza e popolarità, lo avrebbero eseguito alla perfezione. La scrematura dei candidati non fu semplice, quello che fu disastrosa fu la gestione dei contatti e delle trattative. Come potranno fare questi figuranti a rappresentare gli interessi della nazione? Gente senza cultura, preparazione e persino identità sessuale.
    Pur abbassando l'asticella il risultato fu lo stesso: sembra che in certi ambienti, ormai, imbattersi in un eterosessuale sia come cercare un ago in un pagliaio.
    E le gemelle? Con chi avrei potuto sposarle se anche dalle parti di Arcore, ormai, si trovavano veline in mobilità, soubrette che tiravano avanti col sussidio di disoccupazione e consigliere regionali in svendita su Ebay?
    Mi guardai intorno demoralizzato: cosa sarà mai successo a questo paese nel giro di qualche anno appena, per costringermi a fare ciò che non avrei mai pensato. Andare a lavorare.