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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • domenica alle ore 16:28
    Storie di strada

    Come comincia:  - Gianluca e le vincite non riscosse...i "gratta&vinci - Ho conosciuto Gianluca sabato scorso (15 maggio). Ero sceso in strada verso le venti e trentacinque (minuto più,minuto meno), per affrontare la solita passeggiata serale. L'ho incontrato mentre frugava in un cassonetto del pattume ed io, che avevo appena prima portato la mia spazzatura nei due cassonetti vicini all'altro (quelli della differenziata e del vetro), avevo cominciato a udire strani rumori provenienti dal cassonetto verde (é quello dell'umido, tanto per intenderci). Inizialmente, dentro di me, m'ero fatto l'idea che potesse trattarsi di un topo, d'un gatto o - magari, chissà - di un cane. Poi, però, mi sono detto: "Troppo grande per essere uno di quelli!". Infatti, non mi sbagliavo. A dire il vero, tuttavia, Gianluca non frugava soltanto, dentro il cassonetto, ma vi era immerso anima e corpo (o meglio, corpo tutto senza dubbio alcuno e magari anche con un po' di anima annessa, con buona pace e rasseganazione di filosofi e di poeti!), con la testa poco visibile all'esterno: probabilmente fu questo il motivo che mi aveva tratto in inganno, all'inizio. E' da dire che quest'incontro é stato del tutto casuale; debbo altresì scrivere che la casualità fa parte integrante del tutto, fa parte integrante della strada: nella strada é la vita e colà vi si incontra la vasta gamma delle sue sfumature; sulla strada, per ultimo (ma cosa più importante di tutte, probabilmente!), incontri persone che portano dentro di sé storie e le "raccontanto": basta stare ad ascoltarle, in fondo! In questi mesi di lockdown (tanto nel primo, quello dello scorso autunno, protrattosi sino alle soglie dell'inverno, quanto nel successivo) sovente e volentieri m'é capitato di passeggiare in solitudine (o in solitaria: alla maniera d'un vecchio guru indiano o di un derviscio di chatwiniana memoria: leggasi il libro "Le vie dei canti", al proposito): le chiamo passeggiate "pre-coprifuoco" e durante il tragitto (o meglio i tragitti, visto che non seguo mai un percorso fisso) ho molte volte parlato coi miei silenzi (ma anche con qualche gatto randagio, a volte; randagio, certo, ma anche - ed essenzialmente - altezzoso e schivo, in fondo...loro sono pur sempre, e comunque, dei felini anche se spesso capiti di dimenticarcene!), gli ho di molto (tanto) ascoltati ma mi é anche capitato di mettere ordine nei miei pensieri o, per assurdo, di rimerscolarli nuovamente: rimembranza, retaggio questo del mio primo amore per le carte da giuoco, la scala quaranta ed il mercante in fiera piuttosto che del poker.   

  • venerdì alle ore 18:36
    IL MIO PIANTO FRA LE NUVOLE

    Come comincia: IL MIO PIANTO FRA LE NUVOLE

    oggi e' il mio giorno di follia e incredulo come sempre sono qui a volare fra le bianche nuvole riscaldate da un sole generoso ed amico e io come sempre e in ogni luogo scrivo in compagnia della mia malinconia e senza mai un po' di allegria, leggo e rileggo le mie poesie e i miei giorni ormai lontani e un nodo alla gola mi ha ricordato che non sono stati del tutto vani, fantastici ricordi di un mondo ormai  perduto ed io ero li da qualche parte dove qualcuno mi aveva voluto, il ricordo di tanti pianti non mi lascia e non mi da pace, guardo dal finestrino di questo aereo che vola e guardo per distrarre i miei pensieri lontani, sono triste, molto triste, quando d'un tratto fra le nuvole vedo un volto molto amico di un tempo ormai lontano e svanito, non ci crederete ma e' il mio amico Aquilone che mi sorride e mi fa ciao con la mano, io gioisco e gli dico di non andare e di non lasciarmi ancora solo e di accompagnarmi in volo, poi  piano piano lui vola via e col capo chino si volta un'ultima volta, mi sorride e mi fa l'occhiolino....

    GIANNI LIMOLI

  • venerdì alle ore 18:31
    IL MIO AQUILONE

    Come comincia: "IL MIO AQUILONE"
    l'Orfanotrofio di Caltagirone era stato per me un'autentica prigione, e non solo per me ma anche per centinaia di altre anime in pena...fiumi di ferite hanno infierito su noi tutti e nessuno, mai nessuno ne sono certo e' mai riuscito a fuggire dall'eterna ombra di quei brutali e sofferti ricordi che attimo dopo attimo hanno depredato l'innocenza di ognuno di noi...nessuno riusciva a farsi spazio per poter giocare a palla almeno con la testa...cosi' il mio unico e vero gioco era l'illusione che almeno in quei momenti di finta liberta' quasi mi imponeva di alzare lo sguardo al cielo...mi sedevo per terra in compagnia del mio eterno singhiozzare e volgevo lo sguardo in alto proprio alla fine delle alte mura dove intravedevo un fazzoletto di cielo colmo di quella liberta' tanto desiderata...vedevo qualche uccello che molto velocemente attraversava lo spazio di quel tetto del cortile eternamente aperto e sognavo di poter volare come lui per fuggire e andar via lontano per trovare una mamma vera che mi avesse amato e mi avesse preso sempre per mano...soltanto il volo di quei passerotti dava conforto alla mia Anima illudendola che anche lei un giorno sarebbe fuggita via lontano...il mio sguardo era rimasto imprigionato in quello schifoso mondo fatto di tonache nere e di ferite amare, poi come per incanto mi ritrovai in un inferno meno sofferente fatto di tutto ma lo stesso di niente. I preti del collegio di Trecastagni sembravano diversi e meno aggressivi, ma quella mia speranza duro' quanto il battito d'ali di una farfalla...eppure riuscii a sopravvivere e quasi ad apprezzare quel mio nuovo mondo che non mi lasciava dove altro andare...il mio nuovo cortile era tutto aperto e vi era anche una pertica dove poter salire e un gigantesco albero che riusciva a far sognare...a ridosso di un muro un altro piccolo alberello dove ero solito rifugiarmi. Accadde che un giorno vidi un ragazzo intento a tagliare dei fogli di carta velina colorata e qualche canna sottile, mi avvicinai e volli capire cosa stesse facendo...seguii passo passo tutto il suo da fare e rimasi sbigottito quando alla fine mi accorsi che aveva messo insieme tante cose o forse niente ma che avevano una forma e un qualcosa che dava da pensare...era la prima volta che assistevo a qualcosa del genere...quel giorno soffiava un leggerissimo soffio di vento e il freddo intenso gelava le mani e il naso sempre rosso...vidi quel ragazzino che si mise a correre e a girare attorno al cortile e lo fece trascinando quel "coso" che aveva costruito e che aveva preso la forma di un grande uccello, ma io pensai che soltanto gli uccelli potevano volare e d'un tratto i miei occhi si illuminarono di gioia e la mia bocca rimase del tutto aperta...non so' se era lintenso freddo o la gioia di quel momento, ma io piansi per la prima volta con la gioia nel mio cuore...quell'Aquilone era in cielo e volava come gli uccelli ma ancor di piu' perche' superava anche quelli...quell'amico Aquilone era appeso ad un lunghissimo filo e tenuto stretto dalle mani di quel bambino che ne guidava i movimenti sempre attenti e gioiosi e sorridenti...da quel giorno mi scrollai di dosso ogni brutto pensiero e la mia anima prese fiato per la primissima volta, cosi' quando riuscivo ad evitare di cadere in deleterie e assurde punizioni che mi vedevano assente dalla mia ora di liberta' in quel cortile ed intento a scrivere per diecimila volte: "quando mi trovo nell'orario di studio non mi devo distrarre", correvo a prendere tutto quel che mi serviva per poter costruire il mio amico Aquilone. I tentativi si susseguivano uno dietro l'altro e io mi disperavo perche' non riuscivo a farne volare nemmeno uno. Un giorno rimasto impresso nella mia mente e nella mia Anima riuscii a costruire un bellissimo Aquilone tutto fatto con vero amore...quel giorno nelle mie mani avevo tutto il mio passato...le sofferenze e gli eterni pianti e senza mai poter fuggire e persino privato dei miei rimpianti...iniziai a correre attorno a quel cortile con il filo stretto nelle mani e io correvo a piu' non posso con il petto che mi batteva sempre piu' forte...non avevo il coraggio di liberare quel filo piano piano, avevo paura di perdere quella mia liberta' tanto agognata e sofferta...poi d'un tratto mi feci coraggio e il filo comincio' a sgusciare dalle dita...in quell'attimo i miei occhi videro la liberta', quella stessa che avevo tanto sognato...piansi tante lacrime fatte di gioia e di ricordi sommersi e il mio tormentato passato sembrava lontano, tanto lontano...ora ero fermo con quel filo in mano e guardavo il mio amico che dall'alto mi stringeva la mano...finalmente ero felice e lo fui per tutti gli altri anni a venire perche' accanto a me avevo sempre un grande Amico...il mio Aquilone, fatto di colori e di speranze e fatto d'amore...di tanto amore...
    GIANNI LIMOLI
    POETA SCRITTORE

  • 10 giugno alle ore 13:50
    Stories of Palestine

    Come comincia:  - Mena Eyad Fathi Sharir aveva solo due anni. E' morta il diciotto maggio scorso in seguito alle ferite riportate nel bombardamento (mirato) della sua casa, avvenuto una settimana prima nel quartiere di al-Manara (al-Nafaq street) a Gaza City, nella Palestina occupata. Nel bombardamento è scomparsa tutta la famiglia della bambina: Eyad Fathi Sharir, il padre, che aveva trentacinque anni; Layali Taha Abbas Sharir, la madre, di quarantuno anni; Lina Eyad Fathi Sharir, sorella maggiore della piccola, sedicenne. Il corpo di Lina è stato recuperato dopo l'attacco aereo ed é stato fatto a pezzi. Le fonti della notizia (IsraeliPalestine.org e Mnar Adley, editore indipendente presso Mint Press News) citano ulteriori notizie che mi sembra doveroso riportare all'interno di questa storia. La prima: "l'area ha subito gravi danni perché é densamente popolata, venticinque palestinesi nell'area circostante sono rimasti feriti a causa dell'esplosione"; la seconda: "l'esercito ha affermato che Abu Sharir è uno dei capi militari delle brigate Al-Qassam, ala armata di Hamas"; l'ultima invece: "il Ministero della salute palestinese afferma che l'esercito ha sparato missili contro edifici adiacenti all'ospedale indonesiano, causando danni agli edifici e all'ospedale". Mi sono fatto le seguenti domande, alcune settimane fa, dopo aver letto la storia di Mena e della sua famiglia. La prima è stata questa: "Se i sospetti degli  israeliani erano fondati che senso aveva bombardare aree così vaste?  Non essendo però né un soldato israeliano, né tanto meno un membro della polizia israeliana residente sul posto, ed a diretta conoscenza dei fatti, in molti potrebbero obiettare sulla mia domanda ed affermare che non abbia ragione d'essere posta. Al contrario, penso che sia lecito porsi domande del genere: bisognerebbe sempre domandarsi il perché sull'accadimento delle cose anche quando ci si trova a migliaia di chilometri di distanza rispetto ad un evento, al loro accadere (sempre tragico quando muoiono persone innocenti a causa di azioni militari e di guerra). Gli israeliani avrebbero potuto procedere con dei rastrellamenti a tappeto invece di bombardare ma anche la rappresaglia, ahimé, fa parte della guerra. La definizione di rappresaglia (dal vecchio vocabolario "Il Piccolo Palazzi", a cura di Fernando Palazzi ed edito dalla casa editrice Ceschina-Principato di Milano : "danno che si fa ad altri per vendetta di danno patito". I nazisti, durante la seconda guerra mondiale, uccidevano dieci esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso (non necessariamente, però, da uno di quei dieci esseri umani mandati a morire davanti al plotone d'esecuzione)..."una volta hanno sbagliato a far di conto", ha scritto qualcuno (se ne accorsero dopo, quando il plotone aveva già sparato!). Nessun problema: nella successiva rappresaglia hanno conteggiato undici esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso. La precisione, si sa, è d'obbligo a questo mondo, soprattutto quando si ha a che fa... se trattasi di esseri umani. Sovente anche io sono preciso, addirittura precisissimo (mai puntuale, però: neanche ad un appuntamento galante, neanche ad un colloquio di lavoro o quando devo ricevere soldi; neanche alla cerimonia funebre di mia madre e mia sorella lo sono stato!); in passato lo ero ancor (di) più ma ultimamente l'andropausa comincia a batter cassa con maggior insistenza ed allora, in linea di massima, posso affermare di essere "precisino" oggidì. Per fortuna, però, non sono nazista né israeliano, altrimenti chissà...cosa sarebbe successo.Gli israeliani, bontà loro, hanno ucciso ventitrè palestinesi per ogni israeliano morto (il conteggio non l'ho fatto io che sono anche ragioniere e in molti dicono che abbia comprato uno dei miei due diplomi; non è stato neanche qualche ragioniere del comune di Gerusalemme o un impiegato ultrazelante del catasto a Haifa, credo!): questa volta, pare, abbiano sbagliato anche loro a far di conto, pur non essendo nazisti. La seconda domanda è questa: che senso ha recuperare il corpo di una ragazzina morta e farlo a pezzi ? Fosse stata anche la figlia, la sorella o qualsivoglia familiare o parente di un jihadista non avrebbe ragion d'essere, per mio conto, la cosa. Il gesto, credo, abbia valore simbolico e dichiaratamente cannibalistico...politico. Vuole sancire, cioé, da parte degli israeliani la supremazia sugli altri; un azione tesa ad annichilire i Palestinesi, ad estirparne l'anima impossessandosi in modo brutale del corpo di un loro cadavere. La "soluzione finale" di Hitler nei confronti degli ebrei nulla aveva a che spartire con un fatto religioso, ma aveva carattere politico ed economico nei confronti delle lobbies giudaiche di  editori, industriali, finanzieri e banchieri che imperversavano in tutta Europa. Allo stesso modo, secondo molti, gli israeliani mirerebbero ad uno Stato israeliano senza Palestinesi (non fu un caso che nel 2018 lo stesso Primo ministro Benjamin Netanyahu avesse promulgato, con l'avvallo della knesset, il parlamento di Israele, una legge che rafforzasse lo Stato israeliano: una sorta di "Israele agli israeliani" e basta!) ed il loro altri non è che vecchio, tradizionale e buon colonialismo mascherato da guerra di religione (quello inglese lo era, ad esempio, velato da una sorta di "umano" paternalismo) ed accompagnato da una pulizia etnico-territoriale non tanto mascherata, direi (è noto come da più parti, o venga sempre più spesso usata la doppia terminologia di segregazione razziale e apartheid nei confronti del popolo palestinese). Ma dopo essermi posto la domanda, cercando in modo quasi "edonistico-narcisista" di darmi una parvenza di valida risposta, ho riflettuto su una cosa: ovvero, ho letto altre due notizie che mi hanno, in certo qual modo, ricollegato all'atto dello smembramento del corpo, da parte dei soldati, della sedicenne Lina, sorella della piccola Mena. La prima notizia, recente quasi contemporanea a quella della morte delle due bambine e dei loro genitori, reca scritto: " ......
    (mentre scrivo, si hanno notizie di occupazioni, di arresti in molte zone della Palestina, da Gerusalemme alle zone vicine, in zone più lontane e nei villaggi dei borders...
     - Abed Tamy vive a Gaza con la sua famiglia di otto persone, compresi i suoi genitori anziani ora. Entrambi hanno avuto un ictus e sono disabili. Qualche giorno fa mi ha chiesto aiuto, scrivendomi un messaggio via twitter:
     - Non abbiamo nulla, né soldi né cibo. I miei genitori hanno bisogno di cure e di farmaci. Non lavoro e la nostra vita è molto difficile e brutta, qui a Gaza. Per favore, fratello, puoi aiutarci? - Lo saluto, in risposta al suo messaggio. Poi mi da le coordinate del suo conto paypal. Non rispondo ma li mando una piccola somma (soltanto cinque euro, 18,87 ils al cambio corrente) e poi lo avviso in chat. Lui, subito, mi risponde:
     - Grazie mille, spero per te il meglio! - Io replico così:
     - Non sono molti. Ricordati di me, per favore! Di ai tuoi amici che sono un vostro fratello. Ciao, Abed. - In un tweet del sedici maggio, Abed aveva scritto:
     "Tutte le strade che portano all'ospedale al-Shifa, a Gaza, sono state bombardate e distrutte". - Tutto coincide, infatti. Leggo e riporto la seguente agenzia, datata diciassette maggio, ripresa da Al-Jazeera e dalla redazione dell'ANSA: "In uno degli attacchi compiuti da Israele nella Striscia è morto il medico Ayman Abu al-Ouf, e con lui la moglie e cinque figli. Lo ha reso noto il Ministero della Sanità palestinese secondo cui i loro corpi sono stati portati all'ospedale Shifa dove il professore era una figura di primo piano, noto anche nella comunità medica internazionale. L'attacco - dove sono rimasti feriti decine di palestinesi - é avvenuto nella notte di sabato scorso nella via Al Wahda a Gaza City, a duecento metri dall'ospedale. In memoria di al-Ouf la struttura ha intitolato una delle sue sale". La disoccupazione nei territori occupati (tanto nel West Bank, quanto lungo i borders e nella Striscia di Gaza) rasenta il tasso del 50%: i palestinesi lavorano quasi tutti in Israele, per lo più occupati nel settore dell'edilizia, e sono mal retribuiti, ipersfruttati e privati d'ogni elementare diritto sindacale. Non possono produrre cibo e generi alimentari per loro conto, né medicinali o altri generi di prima necessità: essi li acquistano tutti, quando sia possibile, fuori dai loro territori dagli israeliani. Il reddito pro-capite annuo, in Palestina, è di millequattrocento dollari (uno dei più bassi al mondo) mentre quello di un israeliano medio arriva anche a trentacinquemila dollari. La disponibilità alimentare giornaliera per un israeliano rasenta le tremilacento-tremiladuecento calorie mentre quella di un palestinese arriva a malapena alle ottocento-mille.
     -  I "bombardamenti"/bombing: dal racconto di Sama (ragazza palestinese) - Quei sette minuti...che abbiamo vissuto sono stati i più duri della nostra vita...la situazione era molto difficile! Ero in camera con mia sorella, ho ricevuto un messaggio da mia cugina  che mi informava che i bombardamenti erano vicini a noi. Mi ha detto: "Come va, tutto bene?" - Mentre le stavo rispondendo che tutto andava bene, i bombardamenti sono diventati molto più violenti. Sono andata verso il soggiorno dove tutta la mia famiglia era riunita perché é un luogo un po' più sicuro. Mio padre é andato sulla terrazza che dà sulla strada per controllare la situazione. Ma i bombardamenti erano vicini, proprio davanti casa. Mio padre è arrivato per avvisarci e chiederci di evacuare, non aveva ancora finito la frase che è caduto a terra per la potenza dell'esplosione. Abbiamo pensato che fosse morto da martire, non poteva più alzarsi e ci ha chiesto di evacuare in fretta. Il padre: "Uscite! Uscite!". Sama: "Andiamo fratelli, veloci!" "Forza, Misk!". - Non avevo altra soluzione che prendere la mia sorellina e scappare. Siamo usciti di casa con mio fratello che mi seguiva e la porta si è richiusa e il resto della famiglia é rimasto bloccato dentro. Quando la porta si é chiusa ho immaginato che la mia famiglia sarebbe morta dentro l'appartamento perché i bombardamenti erano molto violenti. Siamo scese per le scale e c'erano macerie dappertutto e un'auto che bruciava. In quel momento ho pensato che saremmo stati colpiti. Mi sono allontanata di qualche metro dall'edicifio assieme a mia sorella, un missile è caduto sull'ingresso. "Non aver paura, mia cara!", "Non aver paura, sono qui con te!". "Non aver paura, andiamo verso i cassonetti dell'immondizia per proteggerci!". La situazione era molto difficile. Nel momento in cui sono arrivata al portone, il luogo più sicuro del nostro appartamento, lassù, riceveva le bombe. Anche la situazione in strada era pericolosa, c'erano macerie dappertutto, vetri rotti e una macchina in fiamme...tutto era distrutto e i bombardamenti non smettevano! In quel momento non immaginavo di poter sopravvivere. Ho preso la mia sorellina per mano e mi sono messa a correre più veloce che potevo, per cercare di raggiungere un luogo sicuro. C'erano molti bombardamenti. Come ci siamo allontanate dai pericoli, gli attacchi sono diventati ancora più violenti. Abbiamo corso ancora per allontanarci ancor di più dal pericolo, l'obiettivo era di giungere sino ai cassonetti dell'immondizia per metterci al sicuro ma non era facile arrivarci. "Vai verso il cassonetto dell'mmondizia, mia cara." "Vicino al cassonetto." "Ambulanza, venite ad aiutarci, salvateci, mia sorella é ferita!". Paramedico: "Salite, presto! Salite!". Ci siamo ritrovati sotto il mio palazzo con la mia famiglia. Gli abitanti del palazzo sono stati evacuati in novanta secondi sotto dei forti bombardamenti. Centododici appartamenti sono stati evacuati in soli novanta secondi. La situazione era molto difficile, molte famiglie non hanno potuto prendere neanche il minimo indispensabile delle loro cose. Non é ora che i bambini disegnino le loro speranze e i loro sogni per il futuro? Che abbiano almeno il diritto di vivere la loro infanzia? Siamo un popolo che ama la vita, non siamo dei numeri. Abbiamo dei sogni e delle speranze. Desideriamo vivere una vita normale. La nostra sofferenza finirà soltanto con la fine di questa occupazione israeliana (Fonti/Sources: Gaza Stories&InvictaPalestine.org). Il palazzo in cui Sama Ismael viveva insieme con la sua famiglia, sino a qualche settimana fa, é situato nel centro di Gaza City: i bombardamenti israeliani sono stati "mirati" anche questa volta, e precisi...hanno colpito, cioé, in maniera altamente precisa e profondamente mirata. Il palazzo dei media, come veniva chiamato, enorme costruzione di dodici piani nel centro di Gaza, il quale ospitava anche i locali della Associated Press e di Al-Jazeera english oltre ad altri uffici di media ed appartamenti residenziali, é crollato poche ore dopo che un altro raid aereo israeliano su un campo profughi densamente popolato (come riporta il notiziario online di France24 del 15 maggio 2021) aveva ucciso almeno dieci palestinesi di una famiglia allargata, per lo più bambini. Fares Akram e Joseph Krauss, entrambi dell'agenzia di notizie americana AP (Associated Press) sulle colonne del Time, settimanale newyorchése, scrivono quanto segue: "Israele ha effettuato una ondata di attacchi aerei su quelli che ha detto essere obiettivi militari a Gaza, abbattendo un edificio di sei piani nel centro della città, e i militari palestinesi hanno lanciato dozzine di razzi su Israele all'inizio di martedì, l'ultimo nella quarta guerra tra le due parti, giunta alla sua seconda settimana. Le esplosioni degli attacchi aerei echeggiarono nell'oscurità prima dell'alba a Gaza City, inviando lampi arancioni nel cielo notturno. I bombardamenti hanno rovesciato l'edificio Kahil, che contiene bibilioteche e centri educativi appartenenti all'università islamica (erano questi gli obiettivi militari di cui parla l'esercito israeliano?!). Nuvole di polvere incombevano sul sito, che era stato ridotto a cumuli di macerie di cemento e cavi elettrici aggrovigliati.
    La torre di Kahil/Kahil Tower rimase l'unica in piedi nella zona circostante: nelle foto che la ritraggono vicino alle macerie (una delle quali la osservai proprio nel profilo instagram di Sama, pur non non avendo conoscenza se l'abbia scattata o meno di persona) sembra davvero un albero spoglio in mezzo al deserto.

  • 05 giugno alle ore 10:52
    NIHIL SUB SOLE NOVUM

    Come comincia: “Signora se suo figlio seguita a masturbarsi ogni giorno finirà per diventare tubercoloso, me l’ha confessato lui stesso che qualche volta lo fa due volte al giorno!” “Non è mio figlio!” “Non ha importanza, il fatto resta.” Piero era nato dal matrimonio fra Concetto e Tiziana la quale era morta di tumore alle ovaie, Matilde la seconda moglie molto desiderata dai maschietti aveva scelto di sposare Concetto per motivi venali, proveniva da famiglia disastrata finanziariamente, era stanca di continue rinunzie e di vedere le sue amiche surclassarla nel campo del’eleganza. Il giudizio del dottor Tinelli era stata riportato da Matilde al marito Concetto che era caduto seduto su una poltrona del salotto di casa completamente scioccato, considerava suo figlio Piero la luce dei suoi occhi, l’unico ricordo della defunta moglie alla quale il giovane assomigliava senza essere un  effeminato anzi…”Cara che mi consigli, a scuola non va bene al contrario degli  anni passati, quest’anno deve sostenete gli esami di licenza liceale, sicuramente sarà bocciato, ero a conoscenza del suo problema sessuale per avermelo rivelato lui stesso, ho provato a presentargli delle prostitute, niente da fare gli fanno schifo…” “Caro devo confessarti una cosa come dire molto particolare, Piero ha tentato con me una mattina di domenica mentre tu eri a caccia, si è presentato dinanzi a me nudo con tanto di…coso duro, ce l’ha proprio grosso rispetto al tuo, non voglio far paragoni ma…” Quella rivelazione di Matilde aveva sconvolto Concetto che si rifugiò in bagno e ci rimase sino all’ora del pranzo. A tavola atmosfera cupa, nessuno aveva voglia di parlare, i tre finirono il pasto in silenzio. La cameriera Gina aveva sparecchiato e lavato i piatti in silenzio, la ‘fantesca’ non si rendeva conto del perché i tre fossero tanto tristi al contrario del solito. La notte successiva Matilde provò a stuzzicare sessualmente il marito senza risultati. Il lunedì Concetto insegnante di materie letterarie al liceo Cavour non si recò a scuola, si fece prescrivere sei giorni di riposo dal medico di famiglia e si rifugiò in biblioteca. Ragionò sulla situazione creatasi: suo figlio da poco era maggiorenne, essendo studente e quindi non avendo un reddito personale doveva restare nella  casa paterna, l’unica soluzione…”Cara forse sono impazzito ma penso che tu debba sacrificarti sempre che te la senta…” Inaspettatamente: “Per me va bene i problemi sono tuoi e di tuo figlio, penso di guadagnarci….” L’affermazione di Matilde era un severo giudizio sulle prestazioni sessuali di Concetto, ci mancava solo questo. “Stasera a cena brindiamo con lo champagne ed una torta gelato, tu cerca di sorridere quando io e Piero andremo in camera sua, d’accordo?” Concetto riuscì a sorridere a denti stretti, si alzò per primo dalla tavola, si recò nella camera matrimoniale per la prima volta da solo immaginando…Immaginò giusto, Piero in camera sua sfoderò un ‘siluro’ spettacolare, Matilde si improvvisò nave scuola per il giovane, prima si fece baciare la bocca, poi le tette ed infine il clitoride con un orgasmo lunghissimo e profondo, il passaggio nella fica fu l’apoteosi finale con tanto di altro fortissimo orgasmo tanto da preoccupare Piero. “Non è che ti senti male!” “Avrei voluto sentirmi così con tuo padre, quale male ora però una promessa da parte tua, il mio ‘fiorellino’ sarà a disposizione tua due volte alla settimana ma devi impegnarti a studiare e soprattutto a superare gli esami di maturità.” Matilde era rifiorita, passava molto tempo per le vie principali di Roma a rinnovare il vestiario. Era ringiovanita ma in fondo si sentiva colpevole, Concetto sembrava di colpo invecchiato. La sera a tavola: Stasera il mio fiorellino sarà a disposizione del legittimo padrone, Concetto non fare quella faccia, ho trovato  una soluzione, ho acquistato in farmacia il ‘Levitra’, diventerai un gran mandrillo per tutta la notte!” Piero non apprezzò la nuova situazione ma comprese che ormai doveva dividere con papi la ‘cose buone’ di Matilde. La soluzione con l’uso di quel farmaco superò ogni aspettativa, addirittura Concetto iniziò a portare a casa delle studentesse maggiorenni scarse nello studio ma deliziosamente brave a letto. Veronique era  l’ultima arrivata al liceo Cavour quale insegnante di lingue, la dama di nazionalità francese era giunonica ma molto femminile. Concetto pensò di conquistare la demoiselle ma non volle scontentare moglie e figlio, tutti e quattro a cena al ristorante ‘Golosità’. Non fu una buona idea, Veronica rimase affascinata dal giovane Piero, un colpo di fulmine, all’uscita dal locale prese sotto braccio il giovane e: “Cari  ho deciso di rientrare in Francia, mi manca molto la mia villa, una sorpresa per voi, se è d’accordo l’interessato porterò con me Piero, una breve vacanza, potrà tornare a Roma quando vuole.” Piero fu sorpreso ma felicissimo non così Concetto e Matilde che fecero buon viso a cattivo gioco quando il rampollo acconsentì entusiasta di recarsi nella terra dei cugini francesi. Marito e moglie non vollero accompagnare i due a Fiumicino, avevano un peso nel cuore, fu chiamato un taxi il cui conducente caricò nel bagagliaio le valigie dei due. Ultima battuta di Piero: “Fate i bravi, vi telefonerò tutti i giorni.” Dopo due ore l’aereo dell’Air France atterrò all’aeroporto di Orly. Una Citroen Ds 21 il taxi che li prese a bordo. L’autista sentendo l’indirizzo dove doveva condurre i due clienti si rivolse con ossequio alla signora con la speranza in una mancia sostanziosa. “Madame si vous voulez je peux aller plus vite.” “D’accord.” La Citroen divenne una Ferrari! “La  villa dove dimoro porta il mio nome, un ultimo regalo di mio marito.” “È morto?” “Forse per lui sarebbe stato meglio, sono divorziata, il mio avvocato (buon amico…) è riuscito in tribunale a strappargli metà del suo patrimonio piuttosto ingente e così mi godo la vita. Ho molti cani animali che amo molto, sono tutti di razza Beagle non ti spaventare quando siamo in villa, sono buonissimi ed affettuosi, farete subito amicizia.” Un biglietto da cento €uro fece diventare ancora più servizievole l’autista del taxi che scaricò i bagagli dei due circondato dai cani festanti. “Questi sono Fernand, Louise ed il loro figlio Marcel i miei collaboratori, abitano nella dependance  sono sempre disponibili per qualsiasi bisogno, spero ti piaccia la cucina francese.” “Penso che amerò di più una francese in carne ed ossa che non vedo l’ora di…ammirare da vicino.”  “Ho in testa qualcosa di sensazionale per festeggiare il nostro arrivo, spero che tu non sia puritano né geloso come il mio ex marito, con me la gelosia non paga!” Louise informata dell’arrivo della padrona via telefono si era fatta onore in cucina  ma Piero aveva altro per la testa. “Cara m’è venuto un sonno ma un sonno…”  “Capito il messaggio, tutto rimandato a dopo la festa di dopodomani, resterai con la bocca aperta e con gli occhi di fuori!” Il sonno tardava a venire, Piero aveva altri pensieri per la testa o mglio uno solo…” Il giorno seguente una noia…i cani seguivano Piero nel suo girovagare nel grande giardino molto ben tenuto, c’erano anche alberi di alto fusto statue di uomini e donne nudi, una grande vasca con pesci tropicali. Piero aveva notato  un  gran movimento al primo piano, Louise e Veronique verosimilmente stavano preparando la sceneggiatura per la festa del giorno dopo, un pasto ed una cena frugali, la padrona di casa era molto impegnata, stessa solfa per il pranzo. Alle quindici cominciarono ad arrivare le auto, tutte di lusso,  gli invitati uomini e donne eleganti e rumorosi si aspettavano qualcosa di particolare da parte di Veronique. Il grande salone pian piano si era riempito di invitati, qualcuno prese a sgranocchiare pasticcini e ad assaggiare lo champagne Dom Perignon. Al suono della canzone ‘nove settimane e mezzo’ irradiata dagli altoparlanti apparve Veronique…uno schianto. La dama indossava un baby doll azzurro con le tette ben visibili e la parte inferiore che metteva in bella mostra una ‘foresta nera’  che arrivava sino all’ombelico, nulla a che fare col colore dei capelli biondo miele. Applausi a non finire, la padrona di casa ancora una volta aveva stupito gli amici. Veronique assaggiò appena lo champagne e prese la scala per rientrare nella sua stanza, dopo poco alcuni amici maschi la seguirono. Piero era indeciso cosa fare anche lui si recò al primo piano, entrò nella stanza della padrona di casa che era già molto impegnata con i maschi i quali si erano divisi le varie parti del corpo di Veronique: chi il viso, chi le tette, i più fortunati il fiorellino, alcuni i piedi peraltro bellissimi e ben curati. Lo spettacolo peraltro inaspettato lasciò basito Piero che rientrò nel salone, aveva compreso la frase di Veronique: “Con me la gelosia deve essere messa da parte.”  Della servitù nemmeno l’ombra, i tre dovevano essere abituati alle sceneggiate della loro padrona e si erano ritirati nella loro abitazione. A mezzanotte la festa finì, gli invitati ripresero le loro auto e lasciarono la villa soddisfatti soprattutto quei maschietti che avevano usufruito delle grazie della padrona di casa. La notte niente sonno, Piero era ancora frastornato della sceneggiata erotica di Veronique, aveva compreso il concetto espresso dalla padrona di casa che la gelosia non doveva far parte delle qualità dei suoi ‘amici’ ma non riusciva a condividerlo. Veronique si recò in cucina per la colazione, sopraggiunse Piero con il viso aggrottato e stanco. “Dovrei essere io ad essere…” “Vorrei che mi accompagnassi all’aeroporto, voglio ritornare a Roma.” Un fulmine a ciel sereno, Vernique sbiancò in viso, si stava innamorando del giovane italiano, non le era mai successo di amare qualcuno, sinora solo sesso e quella  decisione di Piero…Lacrime sgorgarono dagli occhi verdi della padrona di casa, che correndo si rifugiò nella sua camera da letto. Intervenne Louise: “Noi siamo molto affezionati alla signora, non vogliamo che soffra, ci spieghi cosa è successo.” Piero riferì che aveva semplicemente chiesto di essere accompagnato all’aeroporto per ritornare in Italia. “Come tutti gli uomini lei non si è reso conto dei sentimenti di madame Veronique, ripensi alla sua decisione, non se ne pentirà.” La domestica era riuscita a far sentir colpevole Piero che decise di ripensare al ritorno a Roma, si recò nella camera di Veronique, si stese sul letto vicino a lei ancora in lacrime e…”Cara ho deciso che…” Non riuscì a finire la frase che si trovò la bocca francobollata da quella di lei, quando riuscì a parlare la castellana: “Mi fai felice, chiedimi tutto quello che vuoi.” Veronique aveva ripreso a piangere, stavolta lacrime di gioia seguite  da un amplesso favoloso. Il bussare discreto alla porta della camera da letto di Veronique fece tornare alla realtà i due amanti. “Signora sono le sedici…” “Cara prepara la cena, io e Piero siamo un po’ stanchi e affamati.” La vita di Piero al castello era diventata quella del principe consorte: mangiare, bere, grandi passeggiate nel parco. L’’italiano aveva fatto amicizia con un cane, il più vecchio del branco, l’animale  lo seguiva dappertutto, lo chiamò Ras. Una scoperta: il giardino era molto più ampio di quanto Piero immaginasse, ad un certo punto si trovò in un labirinto di cespugli fu difficile uscirne fuori, fu Ras che lo condusse sulla ‘retta via’, si meritò tante carezze. Allora tutto bene? Non tanto, padre e madre non rispondevano più al telefono, da informazioni assunte dal Consolato italiano apprese che erano ambedue deceduti. Il sesso come tutte le cose belle cominciava a scemare fra i due, Piero prese  a ragionare sul suo futuro, Veronique aveva vent’anni più di lui che sarebbe successo alla sua morte, poteva saltar fuori qualche parente francese a rivendicare l’eredità, ne parlò con Veronique la quale: “Caro non ci avevo pensato,unica soluzione il matrimonio. La futura sposa incaricò un’agenzia per approntare tutto il carteggio utile per la cerimonia, testimoni furono  Louise e Fernando, nessun invitato dei vecchi amici…sarebbe stato imbarazzante. La morte del vecchio Ras fu un dolore  per Piero, non  volle sostituirlo con un altro cane, da quel momento si sentì più solo, tumulò il corpo dell’animale in una aiuola del parco. Veronique era stata da sempre contraria a frequentare medici e ad assumere medicine, male gliene incolse, un cancro ai polmoni. Sistemata nella tomba di famiglia il corpo della moglie, Piero decise di non rimanere in Francia, stava invecchiando, la nostalgia lo convinse a ritornare a Roma. Telefonò a Gigetto il portinaio di via Nomentana annunciandogli il suo arrivo nella capitale e chiedendogli di sistemargli  l’alloggio dei suoi genitori rimasto vuoto, anche se finanziariamente poteva permetterselo non volle cambiare casa. Dinanzi ad un notaio aveva stilato una delega a Louise ed a Fernando quali custodi dei beni della defunta. Grandi abbracci con loro e col loro figlio e poi una mattina presto  Piero con la Bugatti Veyron della defunta consorte o meglio del suo ex marito prese la via che conduceva a Roma, Ci vollero dieci ore con una sosta in un autogrill per arrivare in via Nomentana. Gigetto avvisato al telefono si fece trovare dinanzi al portone. “Sei dimagrito, quanti anni hai…” “Gigi , sono arrivato a cinquanta, sono stanco voglio solo mangiare ed andare a dormire.”  Nel frattempo si era presentata una ragazza bruna, alta, sorridente, uno schianto. “Questa è Berta mia nipote, è venuta a Roma per studiare all’Università.” Piero :”Il nome Deve essere il patronimico di Adalberto.” “No Adalberto è il padre, mio fratello, non il patromimico…” “Non ci faccia caso, quando vuole potremo parlare.” “Appuntamento per domani.” Morfeo prese fra le sue spire Piero sino alla mattina seguente quando Piero ben ritemprato si alzò andò in cucina per fare colazione, era già  pronta, ci aveva pensato Gigetto, la divorò. Saziato andò in bagno, doccia ristoratrice e poi rasatura. Senetì sbattere la porta d’ingresso. “Gigi sono in bagno, finisco e poi vengo da te.” Non era Gigi quello che si affacciò alla porta della toilette. “Era di suo gradimento la colazione?” Scena muta del padrone di casa dinanzi Berta in minigonna. I loro sguardi si incrociarono “Non si vergogni, per la sua età è ancora in piena forma da quello che vedo, a me non piacciono i giovani che dopo una sveltina mi lasciano insoddisfatta, con i più anziani…” Una vera e propria dichiarazione di disponibilità. “Piero fece lo gnorri. “Non dovevi essere all’Università?” “Oggi è domenica.” Piero aveva capito che era in ballo, pian piano si vestì e: “Ho capito che sei una anticonformista, mi va bene, se sei brava in arte culinaria potresti prepararmi anche da mangiare sempre che tu lo desideri.” “Affare fatto, tutto gratis et amor dei.” I due rimasero nell’appartamento sino a dopo cena quando sfilarono davanti ad un Gigetto basito. “Zio faccio visitare a Piero Roma di notte, tu vai a riposarti.” “Piero è nato a Roma e la conosce benissimo!” “Si ma non conosce me!” Tradotto: fatti i fatti tuoi.  Era soprattutto la Bugatti che aveva attirato  l’attenzione di Berta, un  chiaro indice di ricchezza. Dopo un breve giro per Roma i due rientrarono in casa di Piero, Gigetto era andato a dormire. “Mi ospiti per la notte?” Domanda superflua, Piero doveva fare i conti con un  lungo digiuno sessuale. Berta molto disinvoltamente si spogliò nuda in camera da letto, si posizionò sul bidet, tornò in camera con un asciugamanino fra le gambe “Lavati anche tu e poi raggiungimi.” Più che un invito un ordine cui Piero aderì magno gusto per tutta la notte. Gigetto era della vecchia guardia, dovette accettare la liaison della nipote , capì che era tutta una questione di soldi, anche per lui il denaro era importante. Piero accompagnava Berta all’Università ed andava anche a riprenderla al ritorno, era diventato geloso della giovane amante circondata da giovani prestanti, si era innamorato della ragazza. Per legare ancor più a sé la ragazza volle sposarla, stesso sistema della defunta consorte, nihil sub sole novum.
     

  • 01 giugno alle ore 19:40
    La Stellina e il suo Fiorellino

    Come comincia: Dice il fiorellino alla sua stellina
    “Perché non possiamo stare vicini?”
    “Perché io sono nel cielo e irraggiungibile” 
    “Ma potrò sempre vederti?”
    “Certo... di notte mi vedrai sempre brillare... di giorno non mi vedi, ma ci sono.”
    Il fiorellino sente di giorno la presenza della sua stellina e cerca in ogni modo di farle sentire che le è vicino e che farebbe per lei...qualsiasi cosa.
    La notte il fiorellino ha lo sguardo sempre rivolto al cielo per contemplare l’unica stella che brilla nel suo cuore... la sua stellina.
    Un giorno il fiorellino si accorse che accanto a lui c’era una piccola e tenera violetta. 
    “Ciao come mai non ti ho mai vista prima?” 
    “Io ci son sempre stata, ma tu guardavi sempre la stellina in cielo.”
    Al fiorellino non piacciono le violette a lui piace la sua stellina, è un testardo e lo sa.
    Ha osservato spesso gli altri fiori e più li osservava, più si accorgeva che non facevano parte del suo mondo.
    La stellina prima che la sua luce si spegnesse aveva ottenuto dal Re Sole un’opportunità... 
    scendere sulla terra sotto forma di margherita per poter stare accanto....anche per poco al suo fiorellino. 
    La stellina lo desiderava tanto, ma capiva che non sarebbe stato possibile perché avrebbe sofferto immensamente  e perché voleva lasciare al suo fiorellino il ricordo di una stellina brillante e non quello di un’appassita margherita.
    "Per il tuo fiorellino sei e sarai sempre  una stellina brillante  non sei e non sarai mai una margherita appassita può essere difficile da credere e capire ma è proprio così.
    Un giorno però il fiorellino  si accorse di quanto potessero essere belli i fiori 
    e si innamorò della tenera violetta.
    Anche le stelle più luminose ad un certo punto si spengono e la stellina si accorse 
    che la sua luce si affievoliva sempre più.
    Ma non era triste perché negli ultimi momenti della sua vita aveva brillato più delle altre stelle per l’amore che le aveva donato... un dolce fiorellino.

     

  • 29 maggio alle ore 17:04
    Pagine di giorni

    Come comincia: Avevo detto una pagina al giorno, anche solo una frase per non perdere di vista l’intensità del pensiero. Sono giorni che mi trascino, senza combinare niente, giusto perché se respiro vuol dire che sono viva.
    -Dove vado se continui ad abitare anche i recessi della mia anima?
    Vestita da quella coltre di malinconia che non mi abbandona mai, mi sono lasciata andare a un pianto liberatorio trasportato dalle note di una canzone di cui non conosco nemmeno il testo; è tutto così assurdo. Te ne sei andato senza una parola, chiudendo fuori ogni emozione. La strada, la solita, solo una data e la cadenza dello stesso giorno sul calendario. Sono qui, cerco di mettere insieme parole che non trovano il collante per restare unite. La parte razionale continua a inviare messaggi chiari, come se bastasse una semplice lettura.
    -Continuo a parlare ad alta voce solo per il gusto di sentirmi dire, dalla parte ancora saggia, che sono folle…[ Ed io non voglio essere più niente, non voglio più prostrarmi per ricevere attenzioni. Andrò lungo la via cercando di trovare la bellezza in ogni cosa che mi circonda, in ogni profumo suono colore e trovare finalmente pace]quante false verità continuo a raccontarmi. Come se tutto questo riuscisse a farmi sentire meglio. Intanto chiudo gli occhi, solo cosi riesco a vederti, le mani si muovono di segnando ghirigori nell’aria che riempie il mio spazio vitale, sento vibrati attraversarmi per poi rilasciare quell’essenza di cui ho bisogno, quella che fa bene alla mia anima.
     

  • 28 maggio alle ore 19:40
    Mondo Quantistico, Effetto Tunnel

    Come comincia: "L’inquietudine della vita trasforma il mare in cemento: se percuoti l’acqua non la trapasserai mai.
    L’acqua, agli occhi inquieti appare come roccia al tatto; agli occhi pacati appare come un cunicolo da attraversare per scoprire un nuovo mondo.
    La rabbia trasforma l’acqua in una barriera; la calma le dona un tunnel, dal quale scorgere il crepuscolo di una nuova strada.
    Quando l’amore si posa sulla pelle dell’acqua, la dolcezza delle sue onde inabissa il tuo cuore, il peso scompare e la tua anima nuota tra i colori non ancora scoperti dalla luce.
    Gli occhi non trapassano i mari, ma un gesto leggiadro può farlo.
    Un effetto tunnel appare nella tua mente, portandoti nel 
    misterioso mondo quantistico.
    Quando nella vita tutto appare sbarrato, buio e privo di strade, il mondo quantistico ci insegna che un tunnel invisibile esiste.
    Un tunnel, grazie al quale puoi trapassare una montagna, i mari e le paure.
    Un tunnel che appare in una mente pacata, poiché la rabbia 
    offusca la vista.
    L’effetto tunnel è dentro di noi".
    Fabio Meneghella

  • Come comincia:  Non sapevo come cominciare questa parte del mio diario di bordo, per un motivo particolare (o particolarmente importante: direi essenziale!): trattasi di una questione addirittura ultrasecolare (per alcuni, come per il grandissimo Bruce Chatwyn, che spesso definisco "viaggiatore del tempo", ed il quale aveva letto per intero, tra le altre cose, nella sua vita, la Bibbia, ed il Corano, risalente addirittura al tempo di Caino ed Abele: si sa, però, quanto spesso i testi sacri raccolgano leggende e raccontino di miti piuttosto che di evidenze storiche documentate) intorno alla quale sono stati scritti fiumi di parole e, purtroppo, intorno alla quale sono scorsi fiumi di sangue; tuttavia, gli eventi delle ultime settimane mi hanno indotto a prendere una posizione netta in merito alla suddetta questione, per cui il primo ritaglio (o frammento, o pillola per parafrasare il titolo stesso che ho dato al racconto) ritengo dovesse farlo capire a tutti, in maniera inequivocabile. Spererei anche, con i miei scritti, di fare un po' di chiarezza (cosa alquanto pretestuosa, la mia, anzi, direi pretestuosamente, scarsamente ed impossibilmente attuabile!) o quanto meno di fare, nel mio piccolo, cosa utile alla causa del popolo palestinese.
     - Dina Qoran è una donna palestinese di mezza età, oggi. Nel marzo del 1989 (correva il giorno otto del mese, per la precisione), mentre prendeva parte ad una pacifica manifestazione a Ramallah (la cittadina posta nei pressi di Gerusalemme è in pratica la capitale di Palestina), per celebrare la Giornata internazionale della donna, venne ferita al mento ed alla spalla dai proiettili di gomma sparati da un cecchino dell'esercito israeliano: se la cavò con diversi punti di sutura ma una sua amica, che prendeva parte alla manifestazione insieme a lei, perse addirittura un occhio.
     - Abbiamo protestato pacificamente, - disse la donna, - non sono state lanciate pietre o altro. Un cecchino mi ha colpito con un proiettile di gomma. All'epoca si concentravano sugli occhi o sulla schiena per paralizzarci quando sparavano. Sparavano per procurare danni. Eravamo in piedi e il cecchino si è concentrato sulla mia faccia. Mi sono mossa e invece degli occhi, il proiettile mi ha colpito il mento. Le persone intorno a me mi hanno aiutato a mettermi in macchina e mi hanno portato in ospedale. E' stata una marcia pacifica ma a loro non importa della vita umana. Sono stati loro a venire da noi, non noi che siamo andati da loro. -  La donna dice anche di essere stata fortunata, quel giorno, perché a molti altri era capitato di peggio. Da quel lontano 1989 (avevo ventisei anni, all'epoca), migliaia sono le persone che hanno perso la vita, in Cisgiordania, a Gerusalemme, lungo i borders dei territori occupati, lungo tutta la striscia di Gaza che si affaccia sul mare; le cose non sono cambiate di una virgola ed il tutto - cosa più orribile di tutte - avveniva allora ed avviene oggi con l'avvallo della maggior parte dei governi occidentali (Italia inclusa e tranne piccole eccezioni: il 30 ottobre del 2014, infatti, la Svezia - unica nazione europea - riconobbe lo stato libero di Palestina, attraverso una dichiarazione ufficiale dell'allora ministro degli Esteri Margot Wallstrom distribuita alle agenzie di stampa e ai media). Fortunata davvero, quindi, questa donna, che ha potuto raccontare ciocchè gli sia accaduto. (fonte/source: WestbankNarratives). 
     - Leggo un tweet, ad opera di una donna araba, seguente a quanto scritto. Esso dice (non lo ricordo parola per parola, il concetto tuttavia è quello che conta): "chi sopravvive al dolore, a una propria esperienza dolorosa non dovrebbe raccontarlo". Non sono assolutamente d'accordo, su questo pensiero: nella fattispecie Dina Qoran può senza dubbio definirsi "sopravvissuta"; lei lo è stata, ed è stata anche fortunata ad esserlo. La sua esperienza è stata raccontata a WestbankNarratives e poi filtrata da me, in questo mio racconto; ciò lo ritengo fatto positivo: la maggior parte delle storie, in Palestina e nei territori occupati, sono dolorose, questa invece può ritenersi una storia "dolce&amara" al tempo stesso, o meglio amara e poi dolce nel suo concludersi visto che la donna ha svolto in seguito una esistenza (abbastanza) normale, nonostante tutto quello che li accadde tanti anni fa. Raccontare le proprie esperienze, dolorose o meno che siano, fa parte dell'esistenza stessa degli uomini (intesi come esseri umani, non solo di genere maschile): l'esistenza, la vita non è fatta solo di sorrisi o solo di pianti; essa consta degli uni e degli altri e...raccontare degli uni e/o degli altri va bene in egual modo. 
      - Le radici palestinesi/palestinians roots - "Il palestinese pensa che vi sia legame di sangue con l'Algeria: un suo bisnonno viveva nel deserto algerino prima di essere mandato nel deserto del Negev, e che l'algerino sia nato a Giaffa/Jaffa, prima di diventare abitante di Orano/Oran" (Osama Mohammed)
     - "Sessantuno bambini sono stati uccisi a Gaza in meno di dieci giorni. Non erano terroristi e non erano soldati: erano soltanto bambini. Adam Al-Tinani era uno di loro, aveva quattro anni. Non si sveglieranno mai più!". Questo è il testo dell'appello lanciato in video sui social da Sami Yusuf, cantautore britannico di origine azera, definito il Bono musulmano" (Bono è lo pseudonimo di Paul David Hewsom, cantautore, attivista, compositore e musicista irlandese, nonché membro della rock-band degli U2).Yusuf è nato a Teheran, in Iran, da genitori  originari dell'Azerbaigian, nel luglio del 1980, ma è cresciuto (anche artisticamente) nel Regno Unito (soprattutto a Londra). Il suo appello si chiama "saytheirnames" (scandisci i loro nomi): della serie - a mio avviso - "quello che le televisioni di stato non vi diranno mai"
     - L'Irlanda mostra la via al mondo ma...non è orbo, più che altro penso che sia sordo - "L'Irlanda mostra la via per l'annessione di fatto della Palestina da parte di Israele", questo titola oggi (28 maggio 2021) Memo (MidlleEastMonitor). Ramona Wadi scrive: "Quando si tratta di Palestina, la Repubblica d'Irlanda continua a fare da apripista per le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Una recente mozione del Sinn Fein (in gaelico irlandese la dicitura sta per "Noi stessi"; in inglese moderno per "Ourselves Alone", ossia Noi stessi da soli: il movimento indipendentista irlandese di ispirazione socialista) che richiamava l'annessione de facto da parte dell'Oireachtas, il parlamento irlandese (esso, in breve, è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è formato da due assemblee: camera bassa e camera alta). Ciò ha reso l'Irlanda il primo stato europeo ad utilizzare una terminologia politicamente accurata per l'ultimo accaparramento di terre da parte di Israele. Gli emendamenti alla mozione, inclusa l'espulsione dell'ambasciatore di Israele in Irlanda e l'appello a imporre sanzioni a Israele, non sono riusciti a ottenere un sostegno sufficiente. La reazione isaraeliana, ovviamente, non ha atteso a farsi sentire: "Questa posizione riflette una politica palesemente unilaterale e semplicistica", ha belato il ministro degli esteri Gabi Ashkenazi che ha descritto il movimento Sinn Fein come "una vittoria per le fazioni palestinesi estremiste". Le mie impressioni sono queste: a Ramallah, la bandiera tricolore irlandese oggi volteggiava nell'aria insieme al quadricolore (rosso, nero, bianco, verde) palestinese...l'Irlanda aprì la via "antiapartheid" in Sudafrica (l'ho letto da qualche parte, non importa però dove!): sarà così anche questa volta? Inoltre, è da dire che sia troppo semplicistico, da parte del ministro degli esteri dello stato più potente del Medio Oriente nonché quello che vanta uno degli apparati militari più potenti ed efficaci al mondo, dare una simile risposta: non è forse unilaterale, da parte di Israele, bombardare obiettivi e persone che nulla hanno a che vedere con la sicurezza interna dello stato? A questa risposta contrappongo il pensiero di una donna ebrea; quello, cioé, della novantenne attivista newyorkese Shatzi Weisberger, che ha dichiarato: "L'olocausto è esistito, l'antisemitismo anche, ma il mio cuore piange nel vedere che gli ebrei adesso siano gli oppressori!". Fatto importante, secondo me, sia che questa anziana ed arzilla signora sia apparsa sui social in una foto che la ritrae seduta sulla sua sedia a rotelle mentre imbraccia il cartello recante scritte le parole di cui sopra che ho tradotto in italiano dall'inglese: non è una fake news virale (come suol dirsi) bensì Shatzi esiste per davvero ed è ancora alquanto viva e sicuramente vegeta, direi!
     - A proposito di...bambini (da un post pubblicato su facebook) - Zeid Mohammad Odah at-Tilbani, 5 anni: è stato ucciso il dodici maggio scorso insieme alla sua sorellina Mariam (tre anni) da un missile che ha colpito la loro casa nel quartiere di Tal al-Hawa, a Gaza City. Ora mi faccio le seguenti domande: era forse un terrorista? Era forse un soldato israeliano? No, davvero! Era soltanto un bambino! Le fonti della notizia sono le seguenti: israelipalestinenews.org&if americansknew, agenzia indipendente di notizie e informazioni dal mondo. La traduzione letterale del nome dell'agenzia è "se gli americani lo sapessero". Ma siamo sicuri che soltanto la maggioranza degli americani non sia a conoscenza di queste notizie? Quanti europei (italiani inclusi) ne sono a conoscenza in maniera dettagliata? I notiziari delle televisioni private, in Italia, e della televisione di stato, hanno passato notizie di questo genere? Alla fantomatica organizzazione "Amici di Israele" rispondo scrivendo che "non sono amico di Israele se per esserlo è da intendersi: amico dello Stato di Israele, del suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, degli esponenti tutti del partito di destra del Likud (di cui Netanyahu è esponente di spicco), del Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, dell'esercito israeliano, dei coloni israeliani e di tutti i capi di stato amici dello Stato di Israele". Essere (o soltanto considerarsi) tale equivale - a mio modesto modo di intendere - né più né meno ad essere un nazista: nessuna differenza alcuna vi é tra l'una è l'altra cosa. Per cui, molti cattolici che si schierano con Israele farebbero bene a rivedere le loro posizioni...essendo ateo, mi ritengo fortunato in questo frangente, scevro da impedimenti "teologici" di sorta nell'operare le mie scelte.
     - A proposito di...missili, coloni e terre defraudate - 4000 missili di Hamas questa volta hanno colpito le città israeliane; 10000 800000: addirittura un milione, dicono alcuni! (cifre gonfiate ad arte, secondo moltissimi altri: pur volendo, Hamas non potrebbe mai disporre di una tale potenza di fuoco e comunque non arriverebbe ad eguagliare neanche il 10% di quella messa in campo da Israele...i suoi F16 e i suoi F35 - di costruzione e finanziamento statunitense - sono quanto di più moderno possa esistere al mondo in ambito di aviazione militare). La genesi di tutto, però, è un'altra, visto che i missili sono soltanto un pretesto, come spesso è accaduto da parte israeliana: risiede nel quartiere (simbolo) di Sheikh Jarrah, Gerusalemme est, che si trova in prossimità della spianata delle moschee e della zona industriale. Quattro famiglie di palestinesi hanno ricevuto ordine di sfratto, per far posto a famiglie di coloni israeliani; poi sono diventate ventuno, anzi, altre ventuno si sono "aggiunte" alle altre. Stranamente, il 94% delle domande di alloggio da parte di civili palestinesi alle autorità isaraeliane vengono respinte...(nell'ottobre di cinque anni fa Nena News riportò un rapporto pubblicato dal quotidiano progressista israeliano Haaretz, basato su dati ufficiali, secondo cui dei 3238 permessi di costruzione emessi dal comune di Gerusalemme nel 2015 soltanto 189 erano destinati a palestinesi, mentre, se si guardano gli ultimi cinque anni, i numeri variano poco: su 11603 permessi solo 878 sono stati riconosciuti a quartieri palestinesi; oserei dire che trattasi di un vero e proprio suffragio universale sancito a furor di popo...di permessi negati) le famiglie sono andate via, per far posto a proprietari illeggitimi secondo il diritto internazionale: alcuni dicono che sorgerà nella zona un parco giochi, altri che nascerà una sorta di silicon valley sul modello americano della California... ma due organizzazioni dei coloni israeliani, Nahalat Shimon International e Ateret Cohanim, risultano essere (non proprio casualmente, è probabile!) tra le più attive nelle richieste di sfratto di famiglie palestinesi a Gerusalemme est, e sono registrate negli States dove godono anche di sgravi fiscali. Sul quotidiano Repubblica così si è espresso, al proposito, Tahar Ben Jelloun, il 23 maggio scorso: - Il conflitto in corso fra Israele e Hamas non assomiglia all'ultimo in ordine di tempo, quello del 2014. La guerra attuale è nata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme est il 10 maggio in seguito al tentativo di soldati israeliani venuti a sgomberare famiglie palestinesi dalle loro case a favore di nuovi coloni. Nulla a che vedere con Hamas -. Interessante è anche la testimonianza di uno studente iraniano, di stanza a Gerusalemme. (nota personale: il racconto che segue, non è testuale, ossia non sono sempre le parole testuali, per filo e per segno raccontate dall'interessato: a volte ho dovuto cambiarle per via della doppia traduzione - dapprima dall'arabo all'inglese e poi dall'inglese all'italiano - sperando di non aver alterato il senso od il significato delle parole stesse). Così scrive, dal suo diario, Dewan su Zeytoonaut (ex rivista studentesca "Olive" della Amir Kabir University of Technology di Teheran, Iran): "Da diversi anni seguo gli eventi in Palestina direttamente dalle pagine palestinesi nel cyberspazio, e ho incontrato un nuovo mondo. Un mondo completamente diverso da quello palestinese che i media ci hanno sbandierato. Durante il mese sacro del Ramadan, l'atmosfera in Palestina é diversa da tutti i paesi islamici, ma i palestinesi credono che il ramadan sia diverso a Gerusalemme. Hanno una frase famosa: "il ramadan a Gerusalemme non é...". I palestinesi odorano di lotta in tutte le loro attività quotidiane, e la lotta si mescola alla loro carne e al loro sangue. Durante il ramadan queste attività si intensificano cosicché anche la preghiera  e l'interruzione del digiuno sono in difficoltà (nota personale - leggo alcune opinioni in giro sui social e mi faccio la mia opinione: i bombardamenti isaraeliani sono assolutamente "scientifici", non casuali; tendono a fiaccare la resistenza morale dei palestinesi ed é per questo che vengono effettuati in prossimità del ramadan; loro li chiamano "mirati", appunto...mi arriva un tweet in risposta ad un mio tweet - in gergo dicasi che il mio tweet é stato reetwittato -, è quello di Shahd Abusalama, attivista, attrice, scrittrice palestinese di stanza in Inghilterra, a Sheffield, la quale mi ringrazia e mi dice che il suo popolo é sotto le bombe; li dico che sono onorato di avere una sua risposta, poi manda un suo tweet, in cui dice che un suo amico, vicino di casa della famiglia, é rimasto ferito: io li dico che il mio cuore piange per il suo amico; poi mi scrive: gli israeliani avvertono prima di bombardare; io li rispondo, in inglese, con sarcasmo:"israeli armies...they're very kind, afterwards!"/ in fondo le forze israeliane sono gentili! E come colui che, pur vedendo la porta della tua casa aperta, chiede permesso prima di entrare ma...poi, alla fine, nella tua casa entra ugualmente, anche se il permesso di entrare non glielo hai concesso. Sono preoccupato, ho paura di aver mancato di rispetto a Shahd e al popolo palestinese: il sarcasmo, nella traduzione dall'italiano all'inglese potrebbe essere travisato da qualcuno; inoltre, ne sarei immensamente dispiaciuto: quella ragazza come tanti suoi connazionali hanno sofferto troppo per meritarsi questo da qualcuno, me compreso). Anche il loro cibo preferito, maqloubeh, fa riferimento al rovesciamento del regime sionista ed é considerato una attività politica (nota personale: probabilmente al pari, se no di più, dell'indossare il kefiah - copricapo tradizionale della cultura araba e mediorientale in genere - o dello sbandierare il quadricolore della Palestina: anche bambine sono state malmenate, aggredite ed addirittura arrestate in passato per averlo fatto), poiché deve essere restituito al vassoio. Pertanto, la moschea di Al- aqsa è più tesa che mai durante il ramadan, ma quest'anno si sono verificati eventi più recenti. Vi sono numerosi precedenti di occupazione sionista nell'anniversario della moschea di Al-Aqsa. La moschea è la red-line dei palestinesi e, per evitare che ciò accada, sono venuti alla moschea da ogni parte il giorno prima della manifestazione. I sionisti li hanno bloccato la strada ma hanno abbandonato la loro auto e si sono avviati a piedi verso la moschea. Quella notte, che fu anche la notte dei palestinesi, tutti rimasero nella moschea per impedire l'aggressione sionista. La promessa dei sionisti era di arrivare alle sette del mattino e dal momento in cui arrivarono sono cominciati gli scontri. La moschea è stata bombardata e negli scontri centinaia sono rimasti feriti. Hanno cercato aiuto, i palestinesi, da altri palestinesi, dal mondo arabo e dai musulmani (nota personale: esiste una diaspora giudaica ma esiste una diaspora palestinese, nel mondo: dal continente americano all'Oceania, passando per l'Asia; me ne sono reso conto in queste settimane e...meno evidente e meno nota dell'altra, eppure esiste e non é meno "dolorosa": racconta di un popolo estromesso dalla sua terra; da quella terra che i suoi avi abitavano ancor prima degli altri!). La loro resistenza continuò e gli ebrei sionisti non osarono entrare nella moschea e si dispersero. Questo incidente è stato uno degli eventi più importanti. Sheikh Jarrah è il nome di un quartiere a Gerusalemme est (nota personale: non meno importante è quello di Silwan, posto sulle alture della città) dove i sionisti hanno cercato di "giudaizzare" l'area e hanno pianificato di impadronirsi e occupare quelle case con la forza (nota personale: la loro è una occupazione "scientifica" o scientificamente pianificata nel corso degli ultimi die...settanta anni, almeno; essa prosegue lentamente ma inesorabilmente al fine di scardinare la identità culturale, religiosa e familiare arabo-palestinese. Mi ricorda una "soluzione finale" di teutonica origine, una sorta di pulizia "etnico-religioso-territoriale": è un processo molto meno appariscente - non così tanto, tuttavia, se si leggono le scarne ma impietose cifre riguardanti vittime, arresti, torture, soprusi continui, assassinii, occupazioni di terre, espropri di case, abbandono e isolamento, bombardamenti - ma non meno destabilizzante; mi ricorda anche il vecchio colonialismo - soprattutto quello francese in Africa, nel Maghreb, ma anche quello britannico-boero-tedesco nell'Africa del Capo, quello dei belgi nel Congo attuale, quello degli aborigeni nel continente australiano, degli indiani nativi nel continente americano - che tendeva a sradicare l'identità dei popoli indigeni al fine di accaparrarsi della loro stessa "anima"...ci sarà mai, mi domando, una Little Big Horn per gli israeliani?). Gli abitanti di Sheihk Jarrah erano solo venticinque famiglie, ma erano un piccolo esempio dell'oppressione della Palestina nel 1948. Quindi, non erano solo venticinque famiglie ma rappresentavano tutti i palestinesi sfollati dal 1948. E' stata la somma di questi due eventi che ha segnato l'evento". Gerusalemme, prima del 1948, data miliare non solo per Israele ma anche per i palestinesi, purtroppo, rappresentava la parte neutrale, per così dire, all'interno dell'enclave arabo-israeliana: o meglio, una sorta di stato cuscinetto tra le due "compagini" in campo, sotto la custodia dei britannici i quali, alla fine, dovettero abbandonare il campo (il mandato) no per decorrenza dei termini (come si è soliti affermare in ambito legale e giudiziario) bensì per manifesta inferiorità...palese incapacità a risolvere la questione. In poche parole se ne lavarono le mani, come lo stesso Ponzio Pilato, il più famoso prefetto della storia dell'uomo, aveva fatto nel I° secolo a. C., dando in mano ai leoni (erano proprio, neanche a farlo apposta, i sadducei, ovvero gli aristocratici giudei del tempio) Gesù Cristo: sancendone, de facto,  con quel gesto, la successiva crocifissione. Ma i britannici non avevano le mani pulite, allo stesso modo in cui (come raccontano i Vangeli) non dovrebbero essere considerate tali quelle di Pilato.
     - Balfour e il 1917 - Il 1917 viene considerato dagli storici un anno importantissimo. Questo è il parere, ad esempio, di Furio Biagini che su Eunomia, Rivista semestrale di Storia e Politica internazionali, pubblicata ad opera dell'Università del Salento di Lecce, il 2 novembre del 2017 (nel 100°anniversario, cioé, della Dichaiarazione Balfour/Balfour declaration), parla di quell'anno come di "un anno cruciale", appunto; per i seguenti motivi: l'entrata in guerra (la grande guerra) degli Stati Uniti al fianco delle potenze dell'Intesa (Russia, Inghilterra e Francia, poi coadiuvate da Italia e Giappone ancor prima che dagli Stati Uniti); lo scoppio della rivoluzione bolscevica in Russia (a ottobre) che sancì, in pratica, l'abbandono da parte di quella della suddetta alleanza; la dichiarazione Balfour, come detto. Gli inglesi giocarono un ruolo importante, come sempre; ma anche mostrarono un atteggiamento a dir poco equivoco...utilitaristico: anche questo è accaduto spesso, nel corso della storia. "Il 6 aprile ", scrive Biagini, "gli Stati Uniti entrarono in guerra contribuendo, in maniera decisiva, a mutare il corso del conflitto, ma, soprattutto a modificare l'idea politica che i rapporti tra le nazioni si basassero esclusivamente sulla forza e non anche sul diritto. Per di più, l'intervento statunitense andava oltre i problemi strategici contingenti, inaugurando quello che potremmo chiamare il "secolo americano", l'inizio di un futuro radicalmente diverso per il mondo intero". In calce a quanto scritto, Furio Biagini aveva prima inserito (dopo il titolo del paragrafo che fa "L'anno che ha cambiato la storia") lo stralcio di un discorso di Woodrow Wilson, all'epoca presidente degli Stati Uniti, tenuto di fronte al senato il 22 gennaio 1917 (solo due mesi prima dell'intervento in guerra americano): "Nessuna nazione cercherà di estendere la sua politica su ogni altra nazione o popolo [...]; ogni popolo sarà libero di determinare la propria politica, dal più piccolo al più grande e potente".
     - E mangiamo terra, se abbiamo fame...e non ce ne andiamo. E con sangue puro, non saremo avari. Qui abbiamo un passato, un presente, un futuro. Ecco la mia patria Palestina. Non ho patria tranne me e non ci sono persone tranne me (Nona Nina - nonanina46 su instagram).
     

  • 21 maggio alle ore 22:49
    Il lungo viaggio di una cicogna genovese

    Come comincia: “Gentile cicogna Giovanna, la presente per comunicarLe l’assunzione presso la nostra Società “Infanzia felice” con la mansione di: “Addetta al trasporto di neonati sul territorio nazionale” …
    …La invitiamo pertanto a fare quanto prima un volo presso la nostra sede centrale, posta sul lungomare di Genova – Pegli, per la firma del contratto…”
     
    Che velocità! Pensò. E dire che ho presentato domanda solo alcuni giorni fa.
    In parte quella rapida risposta se l’aspettava: sapeva che la società era in affanno per carenza di personale.
    Da quando avevano esteso le consegne a tutto il territorio nazionale, il lavoro si era fatto molto più faticoso e diverse cicogne avevano rassegnato le dimissioni.
    Quel nuovo lavoro un po’ la spaventava, soprattutto per il fatto che lei non era mai uscita dal territorio genovese; ma era talmente stanca di quel vivere che aveva deciso di dare una svolta alla sua carriera lavorativa.
    Sino ad allora lei aveva lavorato al mercato del pesce di Genova, con l’incarico di consegnare il pescato alle trattorie, bettole e cantine della città che ne facevano richiesta.
    Quel lavoro però negli ultimi anni era diventato terribile: troppi gabbiani in giro.
    Questi si univano in formazione paramilitare e attaccavano strappandole dal becco il fagotto con il pesce: impossibile cercare di sfuggire.
    Un vero incubo e ogni volta che succedeva lei doveva portare una giustificazione scritta che, ovviamente, diventava sempre meno credibile e aveva fatto nascere nei titolari della società per cui lavorava il sospetto che il pesce se lo mangiasse lei.
    Cosa non vera perché la sua dieta era molto parca, fatta di piccoli insetti e poco più, al massimo qualche acciuga che i ristoratori genovesi le regalavano, giusto per non mettere mano al portafoglio per una seppur minima mancia.
    E poi, per dirla tutta, il pesce nemmeno le piaceva più, soprattutto da quella volta che, alla trattoria “A cantina du Basciu”, la moglie del proprietario le aveva offerto una porzione molto abbondante di brandacujun (principalmente perché rimasta invenduta da diversi giorni).
    Lei aveva mangiato con appetito e gusto quel pasticcio di stoccafisso ammollato e patate, impregnato di olio d’oliva e con l’aggiunta di una quantità industriale di aglio rosso; ma poi, dovendosi subito rimettere in viaggio, aveva finito con il sentirsi male, sino al punto di dover ricorrere alle cure del veterinario aziendale.
    Da quel giorno era tornata alla sua stretta dieta quotidiana e aveva detto basta al pesce: cotto o crudo che fosse.
    Si, a volte le era venuta la tentazione di affondare il becco in quel ben di Dio che trasportava, ma poi, pensando alla tragica abbuffata di Brandacujun, tornava impermeabile alle tentazioni.
    Al primo trasporto, vista la sua poca conoscenza del territorio, le regalarono una cartina stradale delle località turistiche d’Italia, edita dal Touring Club di Livorno nel 1935.
    Cominciamo bene! Pensò. Devo seguire delle rotte aeree e mi regalano una cartina stradale; e poi, belin, io mica devo andare in villeggiatura!
    La sua prima e unica consegna fu un vero disastro.
    Doveva recapitare il pargolo in una località a lei sconosciuta, le indicazioni sulla bolla di consegna erano molto sintetiche, quasi telegrafiche: “Famiglia Barozzi - Somma “Va”.
    Lei, abituata ad ubbidir tacendo, andò!
    Prima di partire però si fermò sulla spiaggia di Pegli, appoggiò con delicatezza il fagotto con il bambino e poi di fianco distese la cartina geografica; la studiò per parecchi giorni, dall’alba al tramonto, alla fine, seppur con molte incertezze, decise di fare rotta per Somma Vesuviana.
    Partì di notte per evitare i gabbiani; loro la conoscevano fin troppo bene, ma non potevano certo sapere che aveva cambiato lavoro e non trasportava più pesce.
    Meglio cercare di evitare un infanticidio al primo incarico, pensò, facendo in simultanea gli scongiuri e il segno della croce.
    Quella di partire con le tenebre e di farsi guidare dalle stelle non fu però una scelta felice, principalmente perché di stelle quella notte non c’era traccia; quando cominciò ad albeggiare si rese conto di trovarsi in mare aperto senza alcuna vista della costa all’orizzonte.
    Non si lasciò scoraggiare e pensò: Se dal mare Cristoforo Colombo, è riuscito a trovar la terra ferma, ci posso riuscire anch’io che sto in cielo e ho una vista migliore.
    Dopo alcune settimane, forse mesi di giri a vuoto, una mattina intravide una grande isola.
    Planò in una zona umida dove stazionava una colonia di fenicotteri; si avvicinò e chiese loro informazioni.
    I fenicotteri, sentendo la sua storia, cominciarono a sganasciarsi dalle risate, poi fattisi seri le indicarono la rotta aerea che doveva seguire e le consigliarono, per quanto possibile, di tenersi distante dalla costa, per via dei gabbiani, ma questo lei già lo sapeva.
    Sono molto belli i fenicotteri, pensò, però anche un po’ stronzi!
    Ripartì, ritrovò la rotta, la perse, la ritrovò, la riperse e così per innumerevoli volte.
    Dopo diverse stagioni, forse anni, riuscì ad arrivare a Somma Vesuviana, ma una volta lì, nonostante una ricerca durata settimane, non riuscì a trovare traccia della famiglia che cercava; anche all’anagrafe, a cui in un estremo tentativo si era rivolta, non seppero aiutarla.
    Volò via da quel paese e si fermò a riposare in una zona umida dove stazionavano i figli di quei fenicotteri un po’ stronzi che tempo prima aveva incontrato.
    -Ancora qui? - le chiesero sghignazzando. -Ti conosciamo per sentito dire, i nostri genitori ci hanno raccontato spesso di te, e ogni volta era un divertimento.
    Tali genitori tali figli, pensò lei.
    Fattisi seri le chiesero di mostrare la bolla di consegna.
    -Potrebbe essere Sommacampagna e non Somma Vesuviana! - esclamò uno dei Fenicotteri.
    All’udire quelle parole, lei si rasserenò e senza nemmeno ringraziare riprese subito il volo verso la nuova meta.
    Dopo diversi mesi, forse stagioni, forse anni, riuscì a raggiungere il paese di Sommacampagna, ma anche lì tutto inutile: nessuna traccia della famiglia che cercava.
    Scoraggiata uscì dal paese, decisa a riposarsi perché era un po’ stanchina.
    Si fermò in una zona umida, lì trovò un campo scout dei figli dei figli di quei primi fenicotteri belli ma un po’ stronzi.
    Questi però non risero di lei, anzi cercarono subito di aiutarla e le chiesero di mostrare la bolla di accompagnamento.
    Lessero attentamente e dopo un po’ uno di loro esclamò: -Ecco svelato l’arcano!  E’ stato tutto un equivoco Signora: quel Va’ dopo Somma non è l’imperativo presente del verbo andare, seconda persona singolare, ma è la sigla della provincia in cui quel paese si trova. Lei deve raggiungere Varese e una volta lì chiedere la rotta per Somma Lombardo.
    Grazie di tutto! – disse loro. 
    In coro le risposero: -Di niente, è un nostro dovere aiutare le persone anziane.
    La omaggiarono anche di una ristampa del Manuale delle giovani marmotte a ricordo del loro incontro.
    E’ proprio vero che bisogna aver fiducia nelle nuove generazioni, pensò, e poi si capisce che hanno studiato; inoltre quel linguaggio così forbito, una vera delizia.
    Unica pecca il sentirsi classificata anziana; certo lei non era di primo pelo, o piumaggio, o pennaggio, ma si presentava ancora bene e durante il lungo viaggio era stata avvicinata da parecchi pretendenti, attratti dal suo fascino ammaliante ed intrigante, non corrotto dall’età, che comunque c’era ed era inutile negarlo.
    Ripartì gioiosa con il suo fagotto e il manuale, convinta di aver finalmente trovato la località giusta.
    Dopo diversi mesi, forse stagioni, forse anni, pensò di essere arrivata in quel capoluogo di provincia; notò all’ingresso del paese un cartello, scese di quota per vedere cosa c’era scritto, ma quello che lesse la sconvolse: “Benvenuti a Varese Ligure”.
    A quel punto abbassò lo sguardo al fagotto unto e bisunto che trasportava e vide un vecchietto rinsecchito che per la prima volta parlò:
     - Mi sa che ci siamo persi un’altra volta.
    -Ci siamo persi? – Rispose lei; e poi da genovese aggiunse: - Ue Belin non siamo mica soci io e te!
    Lui sorrise a quella battuta e, fissando la cicogna con uno sguardo che era quasi d’amore, di nuovo parlò: -Com’è che diceva quel giovane fenicottero?  “E’ stato tutto un equivoco”. Aveva ragione, ma tutto sommato questa vita vagabonda con le ali mi ha pure divertito; e poi, per dirla tutta, quello che vedevo in terra non sempre mi piaceva: troppi ideali confusi e comportamenti sbruffoni, a volte violenti. Ora però posami perché anch’io sono un po’ stanco.
    La Cicogna Giovanna riprese il volo e dopo alcuni chilometri lasciò il vecchietto, che prima era un bambino, in una casa che quando era partita chiamavano Ospizio, ma che nel tempo era stata rinominata Casa di Riposo e ora Residenza Sanitaria Assistita.
    Tornata a Genova Pegli non ritrovò più la società “Infanzia felice”, allora chiese informazioni a un bambino che, prontamente, rispose: -Guarda che i bambini non li porta più la cicogna, adesso ci pensa Amazon.

  • 09 maggio alle ore 18:42
    Sono qui per caso

    Come comincia: Oggi domenica, giorno di riposo e quindi niente sveglia, mi alzo e, tra uno sbadiglio e uno stiramento di arti, metto i piedi a terra. Il rimmel e l`ombretto della sera prima hanno lasciato delle evidenti sbavature sul mio viso; l’utilizzo di latte detergente e tonico non rientra, quasi mai, nelle mie priorità. Pazienza, vorrà dire che la pelle non respirerà, i pori avranno di che nutrirsi e forse prenderanno ossigeno da quella poca aria che sovrasta il mio spazio, fa sempre bene condividere qualcosa con gli altri e, perché no, con una parte di me. Non sono egoista, vero? A passi lenti, anzi lentissimi mi avvio verso la cucina, ho bisogno del mio caffè, della mia prima dose di caffeina per non dare la possibilità alle palpebre di chiudersi di nuovo. La notte ha divorato con avidità una buona parte dei miei pensieri, trasmutati in sogni, li avrei riportati nel nuovo giorno. Nel mio caso, parlare di luce proiettata nell'istante in cui la visione sì apre allo spostamento delle lancette, può significare solo una cosa: benvenuta nel mondo dei vivi. Vivi? Ecco, se per vivi s`intende una figura con tratti delineati, presumibilmente armonica, che veste di superficialità ogni fibra e che si lascia abbagliare dai flash di luce artificiale, che recita con cura il suo copione, allora io sarei una figura spettrale che rifiuta il suo passo in terra. Negli occhi la luce di chi ancora è intrappolato nella sfera del sogno, in quella dimensione astratta dove anche l’irreale assume una forma tangibile. Non riuscivo a non pensare ad Adrian e al suo grande amore verso Miriam, avevo fatto tardi per finire di leggere la loro storia- quel libro mi aveva colpito già dalla copertina- due mondi completamente opposti ma uniti dalla magia dell’amore assoluto, puro, incontaminato da ogni possibile elemento tossico, a tutto quello che avevano dovuto superare per viversi e coronare la loro storia. Riduttiva la mia sintesi, ma in fondo mi sono appena svegliata e voglio sentire dentro ancora un po’ di quella magia, prima che la routine mi trascini nel suo vortice. 

  • 07 maggio alle ore 14:00
    Mamma

    Come comincia: Mamma, la più bella parola del mondo, la più bella parola d'amore che possa mai esserci, un'infinità di significati profondi racchiusi in un'unica persona lei dolce profumo indimenticabile che sa di giardino di rose fiorito nell'anima del nostro destino che sa di vita vera, e ancora molto molto di più e amore puro, autentico, indescrivibile! Colei che ad un semplice sguardo fuggente del proprio figlio risponde con un bacio caldo nelle sue carezze più sentite, colei che vorrebbe stringere forte al suo petto trattenendo nelle sue braccia per sempre l'unico tesoro importante, e che per esso darebbe la propria vita ma a sua volta trova la forza nel dargli una spinta e dirgli "Vai!" solo per il suo bene. Colei che sbaglia ma per troppo amore, in lei la tenerezza delle sue effusioni da donare nella sua sensibilità, quel bacio della buonanotte nella quiete del silenzio che il sonno trasmette, colei che nelle notti insonne non conta le ore ma i respiri del proprio figlio, dolce mano che dona sicurezza incoraggiando nei passi della vita la forza dell'avventura in ogni circostanza, quel rifugio e conforto sicuro nelle lacrime delle delusioni che si incontrano inevitabilmente nel camino. Saggia educazione nello spirito introducendo e proiettando nel mondo il cuore che cura amorevolmente in quello che è la realtà, e mentre veglia incessantemente tenendosi da parte mentre tutto vede ma nel contempo tace, soffre ma sorride trovando il tempo per mille lavori per il benessere del proprio figlio non curandosi di chiedere in cambio un semplice "Grazie". Con grande tenacia non molla mai la presa, anche quando sommersa da grandi sacrifici! Auguri mamma, auguri per quello che rappresenti per l'amore che sai mantenere e dare senza sosta, senza riserve! Auguri per te mamma, che non ti risparmi mai, auguri speciali a te nel giorno della tua festa, tu che conosci fino in fondo nel profondo del tuo cuore l'emozione di cosa vuol dire davvero essere e sentirsi chiamare mamma. Auguri a te che non fai mai pesare l'importanza che rappresenti in famiglia e nel mondo, ma che vuoi essere fin in fondo da quando hai deciso di esserlo, per scelta e per amore!

  • 02 maggio alle ore 17:02
    NON SEMPRE IL COVID...

    Come comincia: Il Covid è diventato per tutto il mondo sinonimo di guai ed anche di morte, un po’ i cittadini di tutti gli stati ne sono stati colpiti, la nonna di Alberto gli aveva raccontato come due dei suoi figli erano deceduti causa la ‘spagnola’ altra epidemia purtroppo famosa all’inizio del novecento. Il mondo anche in passato era stato colpito di analoghe calamità, il Manzoni ne ‘I Promessi Sposi’ parla di  ‘peste’ che aveva procurato migliaia di decessi, un evento purtroppo ricorrente nei secoli. Attualmente alcuni giornalisti hanno insinuato che sia stata la Cina che volontariamente abbia messo in giro questo virus per motivi politici e far collare l’economia mondiale e diventare la prima potenza del mondo in tutti i campi alla faccia degli americani che grazie a quel…simpaticone dell’attuale presidente salito al ‘trono’ grazie soprattutto ai voti degli  industriali,  dei ricconi,  dei  conformisti e degli ingenui e del loro entourage. Le conseguenze purtroppo ricadono anche sugli europei in eterna lotta (sotterranea)  con i russi e dell’astuto  e spregiudicato loro capo Putin. A questo punto inizia la storia: in un piccolo paese in provincia di Enna, Calogero, Lillo per tutti, aveva la conduzione di un  forno del paese in concorrenza con altro collega che però riusciva a vendere i propri prodotti più di lui. Fu soprattutto per questo motivo che accettò volentieri di spostarsi a Roma dove un lontano parente, ormai vecchio, era titolare di  un forno ben avviato e con clientela selezionata. Nel trasferimento nella capitale aveva portato con sé Rosario (Sarino) un paesano timido ma gran lavoratore oltre  alla moglie Isabella  adottata da due contadini del posto che non erano diventati genitori ma con gran voglia di avere una figlia. La ragazza man mano che cresceva era diventata di una bellezza notevole, solare ed anche aristocratica, non se la passava con i gretti paesani ed accettò con gran gioia la proposta di matrimonio di Lillo soprattutto per il loro trasferimento nella capitale. Il vecchio parente lasciò ai due coniugi anche un’abitazione a Roma, in via Marsala, erano stanchi del frastuono della città e preferirono acquistare una casa in campagna, a Pomezia con tanto di pollaio e di un  campo per coltivare verdure per la loro mensa, un paradiso. Garzone del panificio era Gigi detto ‘ciceruacchio’ perché aveva molto in comune con quel famoso personaggio: era cicciottello ma dalla ottima capacità dialettica , carattere vivace, intelligente,  non istruito aveva molto successo  con le clienti non più giovanissime che, in cambio delle sue prestazioni sessuali lo ‘riempivano’ di regali di ogni genere  anche di denaro da lui ben accetto, la paga non era alta ed in ogni caso non adeguata al sacrificio di alzarsi presto la mattina. Oltre ai titolari del forno la non più giovane cassiera si era licenziata, ingenuamente Lillo pensò di sostituirla con sua moglie ma ben presto si accorse che i maschietti si recavano nel suo panificio per corteggiare la consorte piuttosto che fare acquisti. Divenne gelosissimo e sostituì Isabella nel suo incarico con una tale a nome Iole che non riceveva le stesse attenzioni di Isabella, era proprio brutta! Contento di questa situazione non tenne conto del ‘Covid’ che stava infettando molte persone anzi era un negazionista “Sarà come un’influenza!” Male gliene incolse, fu infettato e  la malattia fu confermata da un tampone conseguenza: una quarantena non di quaranta giorni come diceva la parola ma quindici da passare rigorosamente in casa non avvicinando la consorte che indossava sempre la mascherina per ordine del medico di famiglia. Per fortuna l’abitazione era grande, Isabella cucinava per Lillo mettendogli le cibarie su un carrello  lasciandolo vicino ad una porta comunicante. Gioco forza doveva approvvigionarsi di materie prime e quindi lasciare solo il marito per lungo tempo. La signora si sentiva felice non più condizionata alla gelosia di Lillo, non rimpiangeva la forzata lontananza sessuale, in quel campo Lillo si era dimostrato grezzo e poco appagante. Nella sua stessa scala abitava Alberto un trentenne sempre elegante ed anche affascinante padrone del supermercato ‘Aurora’ ubicato non molto lontano. Isabella fu da subito corteggiata signorilmente da Alberto che talvolta le faceva trovare dinanzi alla porta dei fiori, ultimamente delle rose rosse dal chiaro significato amoroso. ‘Gutta cavat lapidem’, la goccia scavò nella mente di Isabella che cominciò ad apprezzare quel corteggiamento delicato e non volgare, guardò con altri occhi Alberto che veniva sempre avvisato da qualche suo dipendente quando Ia dama entrava nel supermercato. “Mi permetta di offrirle quanto ha messo nel carrello per solidarietà ad un coinquilino.” Un pomeriggio di una giornata grigia e piovigginosa Alberto si munì di un ombrello ed accompagnò nel palazzo la signora sino al suo piano, ma sparì subito dalla circolazione per non essere visto dal marito dallo spioncino della porta.  Lillo si mangiava il fegato, non poteva in nessun caso controllare la consorte, le finestre del suo appartamento davano sul lato opposto del portone principale di casa. Isabella parlava con Lillo per telefono, domandava notizie sul suo stato di salute, sull’esito del nuovo tampone che un infermiere veniva ad eseguire a casa sua, purtroppo passati i fatidici quindici giorni il tampone era ancora positivo. Una mattina Alberto si fece trovare dinanzi all’ascensore da cui stava per uscire Isabella: “Gentile signora, che ne dice di visitare il mio appartamento, è triste e solitario senza la presenza di un essere femminile.” “Che ne dice di adottare una gatta, le femminucce si affezionano di più ai maschietti!” Alberto ruppe gli indugi, abbracciò Isabella, la baciò a lungo e riuscì a condurla in camera da letto senza che la signora opponesse resistenza anzi aveva chiuso gli occhi  mentre veniva spogliata  lentamente. Una visione celestiale, un corpo da modella completamente a disposizione di Alberto che mise in atto tutta la sua esperienza sessuale sino a portare Isabella a ripetuti orgasmi per lei materia ignota. Svuotata di ogni energia la signora si ricordò che doveva cucinare e portare il carrello dinanzi alla porta del locale dove risiedeva il marito, lo fece presente ad Alberto che: “Provvedo io, qui sotto c’è una bettola, sora Mara cucina divinamente e poi sa che da me avrà il doppio del prezzo degli altri clienti.” “Hai capito il signorino, porti da lei le tue amichette…” “Non voglio raccontarti balle, quelle che ho conosciuto non avevano lo stile e la bellezza tue, non ci sono aggettivi per definirti, se me lo permetterai ti sarò sempre vicino, potrai anche dormire a casa mia. Il tampone di Lillo, per sua fortuna, ma non per quella di  Isabella fu finalmente riscontrato negativo ed il padrone di casa poté riabbracciare la consorte la quale volle essere sincera. “Caro durante il tuo periodo di quarantena la mia situazione sentimentale è cambiata, ho preso a frequentare Alberto il signore che abita al piano superiore al nostro, è padrone del vicino supermercato ‘Aurora’. Siamo diventati amanti  ma non ti lascerò solo, resteremo amici, ho pensato per te ad una soluzione: Alberto ha assunto alle dipendenze una giovane ragazza di campagna che non  ti porrà troppe domande, devi sgrezzarla ma tu stesso devi imparare molto in campo sessuale, metterò in atto il detto latino: ‘gallina ivit super gallum’” e ti impartirò delle lezioni sessuali specialmente sul corpo delle donne. Lillo pur frastornato era cambiato durante la quarantena, accettò le lezioni e cominciò a corteggiare Concetta che chiese ed ottenne di essere ospite nel suo appartamento, Lillo accettò tutto quello che la consorte gli aveva ‘propinato’, fu perplesso solo sul cunnilingus, Isabella gli fece capire l’importanza dell’orgasmo anche per le donne. Il destino di ognuno di noi è segnato sin dalla nascita come affermato da Eraclito, antico filosofo pensatore presocratico ed infatti Concetta passati i primi momenti di apprendimenti li mise in atto anche con un altro commesso del supermercato tale Lucio, belloccio e soprattutto astuto che circuì e ne divenne l’amante, ma solo l’amante in quanto gli piaceva folleggiare anche con altre femminucce incontrate al supermercato. La parola gelosia, per  forza di cose era stata bandita dal lessico e nella pratica  del quartetto.

  • 01 maggio alle ore 9:40
    NAUFRAGAR M'È DOLCE IN QUESTO MARE

    Come comincia: Leopardi con questa storia non c’entra per nulla. Edy era un filippino sbarcato in Italia come tanti altri suoi connazionali spinto dalla necessità di guadagnare per mantenere la sua famiglia. Un famiglia un po’ particolare: aveva tre figlie, la consorte Udaya era deceduta per cause che nemmeno i dottori erano riusciti a diagnosticare, una malattia rara. L’avvenimento lo aveva ovviamente messo in crisi,  ritenne opportuno risposarsi con Namin giovin donna dalla bellezza fuori del comune sia che per il viso da bambola che del corpo da modella. Motivo per il quale la ragazza aveva accettato di maritarsi con Edy? Semplice: era sua intenzione scappare dal natio borgo ed approdare in Italia, Roma meta particolarmente gradita. Insieme presero in affitto un appartamento in un caseggiato di cinque piani in via Aurelia, Edy effettuava le pulizie sia nella scala dove era ubicato il suo alloggio che in qualche appartamento. Per Namin il lavoro  nella capitale non era quello che aveva sognato, unico impiego offertale veramente redditizio non era di suo gradimento: la prostituta. Lo stipendio di Edy era appena sufficiente per le loro esigenze primarie tenuto conto anche che il filippino doveva inviare del denaro per il sostentamento delle due figlie Maricl e Concepiper mentre l’ultima  Elliza l’aveva portata con sé in Italia. Il caso volle che nel palazzo dove Edy effettuava le pulizie abitasse un cinquantenne facoltoso, con moglie eternamente ammalata. Il tale, Riccardo aveva adocchiato Namin, la signora non era molto elegante nel vestire, un giorno: “ Sono Riccardo titolare in via Condotti di un negozio di moda femminile, qualora volesse approfittare le potrei fare uno sconto speciale sia per i  vestiti che per le scarpe.” Namin esaminò a lungo il signore, tutto sommato era  di suo gradimento, l’avrebbe volentieri ‘avvicinato’ ma c’erano dei ma Edy avrebbe accettato una  sua relazione e poi e casa loro c’era Elliza sedicenne, l’albergo fu scartato. La dea Artemide, protettrice delle donne dall’Olimpo  venne in suo aiuto, entrò nel cervello di Edy e lo convinse che sua moglie potesse dargli un sostanzioso aiuto materiale con il suo…sacrificio. Riccardo non aspettava altro che un’affermazione positiva alla sua aspettativa. Un  sostegno venne loro dato da frau Agnes una poliglotta tedesca venuta di recente a Roma dopo la morte del marito. A Friburgo, sua città di origine aveva conseguito la laurea in lingue, per lei lo spagnolo, l’italiano, il francese e l’inglese non avevano segreti, parlava tutte quelle lingue con un simpatico accento ‘tetesco’. Veniva chiamata per esercitare la professione di interprete in occasione di congressi e di meeting. Fu Namin che si fece audace, quando incontrò la frau, la salutò cordialmente e poi: “Sono in imbarazzo, dovrei chiederle un favore molto particolare, decisamente anticonformista…” “Ha incontrato la persona giusta, io per natura sono una anticonvenzionale, mi dica.” “Dovrei avere dei rapporti privati, molto privati con un signore che abita in questa stessa scala, si tratta di…” “Indovinato, molto probabilmente è  herr Riccardo, con quella moglie… l’importante che suo marito…” Edy è d’accordo, ci occorrono molti denari per le sue figlie rimaste nelle Filippine e per noi stessi, non avrà problemi, se vuole possiamo darci del tu.” “D’accordo  frau Namin, non si porti le lenzuola, mi piace assaporare l’olezzo di due corpi in amore, amo molto gli odori sessuali, mi informi sul giorno e su l’ora, io farò compagnia a suo marito, nessuna preoccupazione, non amo i maschietti!” Agnes era stata una fonte di novità impreviste, era lesbica, Namin pensò che per ricompensa Agnes volesse aver rapporti con lei, sarebbe stata per lei una novità, mai amoreggiato con una donna, chissà se le sarebbe piaciuto…Una domenica pomeriggio Riccardo e Namin si incontrarono, una gran festa per Ric, per Namin un po’ meno, pensava solo a quanto guadagnare in contanti ed a farsi un guardaroba nuovo. Dovette ricredersi, Ric era proprio bravo sessualmente, godette alla grande varie volte, aveva messo in atto un aforisma del Manzoni: ‘l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo’ insomma aveva unito l’utile al dilettevole. Agnes  nel frattempo, si era rifugiato in casa di Edy il quale mostrava segni di nervosismo, Agnes se ne accorse ed in perfetto romanesco: “A’ coso pensa a li quattrini!” “Signora non pensavo che avesse già imparato il dialetto locale, pronunziata da lei quella frase è più simpatica, mia moglie m’ha confidato che lei non ama i maschietti altrimenti…” “Sono stata sposata, il mio defunto non era gran che come amante forse è per questo, possiamo provarci dipende da te.” Edy mise in atto la sua sapienza nell’ars  amatoria cominciando a baciare Agnes dai piedi sino al viso magno cum gaudio della tedesca che: “Però non immaginavo…” Dopo circa due ore Riccardo rientrò nelle mura domestiche, Namin sorridente nel proprio appartamento, tutto era tornato alla normalità ma quel doppio incontro aveva lasciato degli strascichi piacevoli anche se nella mente di Agnes.Tutto questo traccheggio non era passato inosservato alla figlia Elliza che, non più vergine per un contatto avuto con un compagno di scuola, aveva acquisito la mentalità di donna. “Mamma che ne direste tu e papà se diventassimo padroni dell’appartamento che abbiamo in affitto?” “Cara, è vero che i sogni son desideri ma il tuo resterà solo un sogno.” “Vedremo…” Namin non seppe come interpretare quel ‘vedremo’ della figlia, forse un’idea di gioventù e la conversazione finì per dimenticatoio. Riccardo ‘frequentava’ sempre meno Namin con la conseguenza della mancanza di un introito importante per la famiglia, la spiegazione venne data da Elliza alla madre: “Mammina io e papà ti siamo molto grati per i soldi che sei riuscita a portare a casa, ora quel signore ha tagliato i cordoni della borsa, tu non ti sei resa conto del perché, posso darti io una spiegazione.” Namin immaginò la verità, sua figlia voleva sacrificarsi ma aveva solo diciassette anni e poi era vergine…”Mamma hai capito quello che voglio mettere in atto, avremo un appartamento tutto nostro, non sono più vergine, la mia cosina contro qualche migliaio di Euro…” Namin abbracciò piangendo sua figlia, non avrebbero detto nulla ad Edy che sicuramente non avrebbe dato il suo consenso. Ancora una volta Agnes, informata delle ultime novità venne in aiuto a mamma e figlia a cui, tutto sommato il sesso praticato da Riccardo piacque molto, l’appartamento divenne di proprietà di Elliza sotto tutela dei genitori, la ragazza divenne l’amante ufficiale del danaroso Ric che proseguì a foraggiare alla grande padre, madre e figlia che, al compimento del diciottesimo anno di età si trovò un coetaneo per fidanzato pur conservando la liaison con Riccardo il quale, sempre più innamorato dovette accontentarsi…

  • 28 aprile alle ore 21:04
    Pioggia

    Come comincia: La pioggia batte sulle persiane, con un ritmo incostante... l'acqua si infila tra i listelli di legno formando gocce che sembrano restare lì incollate... le osservo sperando che lo sguardo le attraversi e vada oltre, le osservo in una sorte di ipnotica ossessione, ma non riesco a distinguere quando si staccano e cadono verso il basso.. apro la finestra e respiro l'aria che sa di pioggia, mi riempio le narici di quell'odore particolare, che sa di fresco e di antico, un profumo che non cambia nel tempo, mai.. mi piace, mi infonde serenità, mi dà sicurezza... Mi sento a volte come quelle gocce, immobile ma in continuo rinnovamento, cosciente però che, come la pioggia, prima o poi mi fermerò, sino al prossimo temporale

  • 28 aprile alle ore 20:13
    Il Contadino Dell'Anima

    Come comincia: Il Contadino Dell'Anima Il Contadino lavorava costantemente la sua amata terra però le sue mani non erano mai sporche di terriccio, poiché esso curava il giardino del suo cuore affinché nè errori di parassiti nè falle di pericolose intemperie potessero contaminarlo fino a trasformarlo in aride zolle senza sentimenti! Non aveva timore che le più gravi siccità potessero essiccare il nocciolo della sua coscienza, perché di luce delle proprie lacrime colme di pure emozioni che nascevano dalla foce del cuore sensibile alle percezioni della vita, irrigava quel suo giardino dagli alberi adorni di frutti profumati e deliziosi al sapore delle sue opere! Non temeva neppure i suoi convicini quando nelle loro schernie beffeggiandolo con sguardi austeri provocavano la sua dignità nella sua pazienza lenta all'ira, ma larga alla perseveranza del perdono! Amava contemplare il suo faustello nel segreto del suo essere, lavoro fatto con passione non per essere realizzato davanti agli occhi degli uomini, neppure per sé stesso, ma solo davanti allo sguardo di Dio! No, non era un santo era semplicemente un uomo che sceglieva ogni giorno di percorrere la strada della vera saggezza per amore della pace nel bene dell'umanità! Non considerava mai contando le cadute che non erano mai troppe, e neppure le vittorie che egregiamente raggiungeva, gli ostacoli che aveva imparato a scavalcare poiché nonostante fosse un buon contadino che amava prendersi cura del terreno della sua anima affinché fosse sempre fertile e feconda all'insegnamento del suo Signore, era anche un bravo e onesto soldato che senza lamentarsi per la troppa fatica sapeva combattere ogni giorno per il suo raccolto affinché fosse sempre prospicuo non per gli occhi degli uomini, né per sé, ma per lo sguardo di Dio! Era semplicemente uno in mezzo a tanti con una salda volontà votata e riflessa all'immagine e somiglianza di Dio, quel Dio che non amava a parole poiché fin troppo spesso e facilmente quelle volano via nel vento col tempo, ma amava col cuore e con l'anima attraverso le sue gesta vera essenza gradita che eleva ogni angelo figlio di Dio nel suo di giardino, per abitarvi per sempre circondato dalle sue di meraviglie in una particolare situazione di non più contadino ma concittadino in quel regno che solo i veri valorosi soldati della pace e dell'amore del bene, sanno meritare fin da questa terra! Terra che fin troppe volte sporca le mani inquinando l'animo col suo terriccio sterile e avvelenato dal male, che incontrastato contamina chi lo sovrasta! Ogniuno di noi è fondamentalmente contadino nella vita, se sa essere un vero soldato nelle battaglie tra il bene e il male sul suolo del giardino dell'anima, e il suo olezzo è nella volontà delle nostre mani, a noi la scelta se renderle pulite o sporche colme di fango! No, non per gli occhi degli uomini, né per sé stessi, ma solo per lo sguardo di Dio che non tutti sanno accettare e amare nella propria vita, no non a parole, ma con le gesta dell'anima l'essenza del cuore quando vive la pace di essere figlio di Dio.

  • 27 aprile alle ore 12:32
    Inquietanti Passi

    Come comincia: Inquietanti Passi All'improvviso il rumore della porta d'ingresso la fece sobbalzare dai suoi sogni che la trasportavano lontano nel tempo, quegli interminabili tuffi dell'anima nei ricordi del passato, quando l'amore era ancora in fiore nella sua vita sotto un bel ciel sereno senza nubi in circolo illuminato dal suo raggiante sole, quel che fu il suo adorato e perfetto uomo! Quando quella porta si chiuse con un click lasciando dietro di sé un'incessante pioggia di pieno inverno, in un pomeriggio decisamente rigido, Lisa trasalì per l'improvviso accaduto e di certo non si aspettava che qualcuno potesse varcare la soglia della porta di casa sua da padrone, un attimo dopo dal corridoio giunse un consistente rumore di stivali tipo alla cowboy sul pavimento di legno massello di un'abitazione dallo stile rustico ma romantico , che accoglieva intimamente chi vi entrava in quell'atmosfera calda e rassicurante in cui sentirsi a proprio agio in quell'ambiente confortevole e genuino nella sua semplicità. Mentre lei era ancora inchiodata sul divano in pelle di bufalo color marrone sulla quale era adagiata per potersi leggere in pace il suo libro preferito, e non mancava molto per terminarlo solo altri due capitoli , sì chiedeva chi potesse essere nel lasso di tempo in cui le mancavano alcuni battiti di cuore a dar vita alla giovane donna, soprattutto quando riuscì a concepire chi poteva aver potuto aprire la porta di casa sua con un mazzo di chiavi, poiché due erano le copie e quella mancante dall'appendichiavi da parete era in possesso del suo.... O meglio ex Leo. "Impossibile!" risolse scioccamente fra sé, i passi si fermarono per qualche istante all'altezza della camera da letto come se cercassero qualcuno o qualcosa di fortemente intimo e personale, poi ripresero a gran passo spediti verso il salotto quando nel contempo Lisa dopo che la paura iniziò a padroneggiare intrufolandosi nelle sue vene inducendo il suo respiro ad affannarsi, di scatto si alzò lasciando scivolare via dalle sue mani il libro che con cura maneggiava, e guardandosi intorno con un bel nodo in gola tinto di paura cercava un qualcosa da usare come arma di difesa, e il suo sguardo non mancò più di un minuto a posarsi non molto lontano, cadde su un vaso cinese che poco c'entrava con l'arredo di casa, lo afferrò sensa esitazione in gran fretta per poterlo spaccare addosso all'agressore, certo perché questo credeva la povera Lisa mentre fissava il vaso che tempo addietro gli aveva regalato il suo Leo, in un viaggio d'amore in Cina.Era certa che stesse per accadere l'impensabile per lei, doversi difendere da un ladro per direttissima adoperando la violenza che odiava da morire! E quando la presenza inquietante non era ancora nel raggio visivo della donna, quest'ultima era già pronta per scagliarsi di sorpresa al visitatore, ma ecco che all'improvviso il suono rauco della voce di Leo, si proprio lui in carne ed ossa di fronte a lei diede timbro vocale diffondendosi per tutta la stanza, fecendo si che il vaso cadde per terra frantumandosi in mille pezzi, piuttosto che addosso all'ospite indesiderato! Lisa fece per gridare colta da assordante sconcerto e attonimento mesti a tanta stizza e disappunto, incorniciati da una rara emozione che mozzava l'aria impedendo di respirare liberamente, ma proprio in quel momento la collera ebbe il sopravvento su tutto quel grosso groviglio di sentimenti. Esplose verbalmente punendo severamente chi di certo non avrebbe voluto vedere dinanzi a sé, soprattutto senza alcun tipo di preavviso! Ma Leo non si scoraggió, anzi al contrario deciso come non mai prese coraggio accorciando la distanza che separava i corpi dei due ex amanti, e con un sol saldo abbraccio cinse la vita di lei attirandola a sé contro i suoi possenti pettorali, stringendo quel corpo esile e delicato per sentire quel contatto fisico, quel contatto di cui Leo aveva bisogno poiché gli era mancato da morire, e che aveva sognato di riavere ogni notte trascorsa senza lei. Racchiuse quell'impulso naturale in quel momento con un'unica parola, la sola che poi riuscì a pronunciare dato che anche in lui l'emozione si faceva sentire nel profondo inducendolo a dirle "Ascoltami! ". I loro occhi si incontrarono, serrati e lucidi in preda all'imprevedibile, vi susseguì un momento muto in cui Leo ricordando rammaricandosi in cuor suo per come l'aveva bruscamente accusata nella maniera più cruda, poiché lei in passato aveva accusato Leo di averla tradita con Sandra un'amica di famiglia di vecchia data, difatti Lisa mancò di fiducia verso Leo ingiustamente però, mandando all'aria il loro rapporto felicemente consolidato, diversamente dal canto di Leo che si dichiarava innocente e fedele solo a lei la sua unica gioia, sostenendo sempre che in realtà erano stati vittime di un crudele e freddo tranello teso da Sandra, l'eterna falsa amica dalla faccia pulita e dal cuore sporco di nequizia.Infatti era segretamente innamorata di Leo sin da bambina e non sopportava l'idea di vederlo felice accanto ad un'altra. Infatti tentò di distruggere la loro relazione seminando zizzania tra loro riuscendoci alla grande raccogliendo i suoi frutti, separazione, lacrime e dolore! Finalmente recentemente Leo era venuto a conoscenza della verità grazie alla confessione della medesima, l'autrice di quella trappola tesa alle loro spalle poiché il rimorso fece capolino nel suo minuscolo impassibile cuore!Proprio lei Sandra, che fu complice di chi originó quella telefonata anonima fatta a Lisa la quale lasciava intendere che vi era tra i due una relazione segreta ed era giusto che Lisa ne venisse a conoscenza, e quando fu il momento di affrontare Sandra a viso scoperto per un confronto, Sandra non negò anzi al contrario affermò colma di gelosia e invidia mascherate a dovere, che era tutto vero, ferendo a morte Lisa! A nulla servirono le parole di Leo per difendersi da quello che accadde in seguito alle rivelazioni che vennero alla luce dei fatti, e per salvare la loro storia tentó di tutto ma trovó solo un muro insormontabile da abbattere, Lisa non gli credette e si sfiló l'anello d'oro coi diamanti per lanciarlo dalla finestra, che gli fu regalato dal suo fidanzamento ufficiale con Leo, lanciandogli contro inoltre tutto il suo disprezzo! Ed ora che anche Lisa sapeva tutto, lentamente si spoglió di quello che la sua amareggiata anima vestiva e non appena fu completamente priva da ogni sentimento di rabbia, delusione e rancore, esplose di gioia incontrollata e i suoi occhi si illuminarono come stelle scintillanti per la consapevolezza che il suo Leo non l'aveva mai tradita, ma allo stesso tempo soffriva perché all'epoca non gli aveva creduto! Il calore dei loro corpi si fuse in un solo abbraccio sprigionando tanta tenerezza in quelle lacrime liberatorie, che oppressatamente aspettavano di scivolare copiose sui loro visi inarcati da sorrisi di pura gioia, per poi guardarsi scrutandosi negli occhi per dichiararsi tra mille infiniti emozioni che facevano a gara per esprimere tutto l'amore che provavano, tra i nodi in gola per la troppa letizia che impedivano quelle parole mancate da troppo tempo a dar nota d'amore, anche se era passato solo un anno ma per loro era un secolo! I loro cuori pulsavano amore allo stato puro, le loro carezze si fecero più intense esplorando ogni parte del corpo e il loro ardore sempre più marcato nei loro animi in preda al turbamento, che impaziente divampava consumandosi in quei baci così profondi e passionali quando tremava il suolo sotto i loro piedi, o meglio, erano loro tremanti soggiogati dalla sensualità dei movimenti dei loro corpi ormai riscoperti l'un per l'altro, per ripromettersi ancora una volta in quelle parole magiche che le loro orecchie finalmente quasi incredule potevano riascoltare tra infiniti brividi e trepidazioni, che esalavano dal cuore inducendo ambedue a gridare quel "Ti Amo" tanto sospirato a polmoni pieni sull'apice della loro passione che sigillava il loro tempo col loro sentimento ormai riconsolidificato , firmando la loro storia nel filmato del loro destino nuovamente intrecciato sulla pelle delle loro vite, per non sciogliersi mai più!

  • 23 aprile alle ore 20:06
    Mondo Quantistico, Entanglement

    Come comincia: "Un singolo seme, ignorato dalla luce e seminato dove lo sguardo non si posa, innalzerà migliaia di semi fino alle Stelle!
    Nelle profondità della Terra, dove la luce non rischiara l’oscurità,
    e un ambiente lugubre colora il quadro del tuo campo visivo,
    il seme della vita germoglia e comincia la sua ascesa verso la luce.
    La bellezza, come la gravità, attira il tuo sguardo e, attraverso gli occhi,
    ti accompagna in un viaggio nell’invisibile, mostrandoti le grotte dell’anima. Seppur spazialmente e fisicamente separati, i due corpi si ricongiungono nell’invisibile grotta dell’anima, proprio dove la vita germoglia.
    Lascia che gli occhi ti portino nel mondo quantistico, e creino quasi un ponte, un Entanglement, tra i due corpi.
    Lascia che i mattoni della vita, che chiamiamo cellule, si dividano fra loro, moltiplicandosi: la divisione cellulare creerà l’unione in superficie.
    I due corpi, in principio legati da un Entanglement, ora sono vicini.
    Atomi ed elettroni scompigliano i loro capelli, come un soffio di vento.
    Una forza impetuosa li eleva, mostrando loro i primi raggi solari.
    I due corpi crescono di dimensioni, schiudono le mani, spalancano gli occhi e una fievole aria dilata i polmoni.
    Come una pianta fuoriescono dalle profondità della Terra, innalzandosi verso le Stelle, sognando i loro frutti, che chiameranno figli.
    Dall’oscurità della Terra, da quell’ambiente lugubre, che colora il quadro del tuo campo visivo, il seme della vita ha germogliato, portando in superficie la pianta dell’amore.
    Quando un’idea è seminata nel luogo perfetto, la pazienza e la dedizione la condurranno verso i cieli".
    Fabio Meneghella

  • 20 aprile alle ore 14:29
    Ambigue Speranze

    Come comincia: Ambigue Speranze Il suo respiro si fece affannoso, mentre dentro di lei un panico sempre più intenso faceva a gara di intensità con un'incredulità istupidita, sapeva che a breve l'avrebbe incontrato dopo quel brusco litigio che determinò la loro separazione. Ma l'idea di poter rivedere i suoi occhi scuri e riascoltare la sua profonda voce, le faceva traboccare il cuore d'amore sul suolo d'asfalto! Per non parlare della voce grondante dal cinismo della sua coscienza che le martellava continuamente la mente, urlandole che sarebbe stato un'incontro puramente spinto dalla pietà di lui unicamente per potersi lavare la coscienza, per averle tanto onta nella sua irruenta impulsività, ma mica per regalarle delle rose rosse e profumate come segno di pace, e anche se fosse stato così sarebbero state delle bellissime rose tempestate di spine pungenti, a farle sanguinare nuovamente le sue emozioni.Non le restava altro che attendere quel momento cinta di ansia che le fuorisciva da tutti pori della pelle, e abbracciare ciò che il destino serbava in seno ancora una volta per lei.

  • 19 aprile alle ore 20:37
    Tradigione

    Come comincia: Tradigione Riversa sul pavimento di marmo di marquina, lei in cuor suo era consapevole del dolore sordo che la stava lacerando l’interno del nocciolo del suo essere, così profondo e delicato quanto immenso da perdersi dentro volutamente, e con gli occhi gonfi bagnati dalle copiose lacrime che le rigavano le rosse gote inflitte dal dolore angoscioso, fulminó rapidamente con lo sguardo respirando a fatica col petto stretto nella nella morsa del duolo, quella foto che ritraeva chi fino ad un’ora prima rappresentava tutto il suo mondo. Maledicendo quell’immagine sgualcita dal calore delle sue mani infuocate dalla rabbia, e dal freddo sudore che il suo corpo emanava tremando come se il suolo fosse colto da una scossa tellurica lasciando vibrare tutto ciò che vi era sovrapposto. Strappò con violenza incontrollata quell’immagine come se volesse sfregiare il ricordo di quello che fu origine in lei di tanto amore, per poi riversarlo in chi sapeva concepire dentro di sé quelle emozioni senza eguali, per effondere il cuore di chi la sapeva ancora far sgorgare acqua d’amore che nasceva spontanea da un profondo intaglio in una cresta fatta di cuore, affinché il suo corso di sentimento che dissetava la sua anima s’immettesse nel mar profondo bruciante d’ardore, abbracciando e inebriando in ogni parte il suo amato. Ma ormai consumato e prosciugato dalla delusione di un tradigione compiuto senza rimorso, quell’oceano di passione si trasformava in un vuoto di animosità che pacatamente colmerà con nuovi impulsi inclini alla fiducia verso qualcuno, ed ora non vi era intorno a lei che una fievole speranza nell’oscurità dei suoi triboli, di riuscire ad accartocciare tutto il suo corruccio per rialzarsi lentamente raccogliendo la sua dignità per farne perno per il suo invigorire interiore.Affidó il suo cuore al tempo affinché cura vi possa trovare nelle sue sagge braccia, per ottener sollievo da quel lamento disperso sotto le ali della solitudine, per amore. ©LAURA LAPIETRA

  • 16 aprile alle ore 17:37
    La favola complottista

    Come comincia: Battipaglia, 29/03/2021

    Cari colleghi,
    un breve inutile riassunto.

    In settembre avevo chiesto ad un nostro collega: <<Tu che hai più ascendente, mi organizzi un incontro online dove provo a spiegare ai colleghi ciò che sta accadendo?>>
    Rispose: <<Ma che vuoi spiegare!>>
    Intesi: <<Ma che vuoi spiegare, che vogliono capire!>>
    Probabilmente intendeva invece: <<Ma che vuoi spiegare che sono tutte sciocchezze!>>

    In breve, come ha sottolineato un altro collega, non della nostra sede, le mie sono solo prove indiziarie e quindi la frase successiva è al condizionale o, meglio, preciso che è una mia opinione (c’è ancora libertà di opinione in Italia?).

    Anzi, no. E’ una favola. Frutto di fantasia. La favola complottista.

    La mia opinione è che questa pandemia è stata provocata, ma non dalle scarse condizioni igieniche e da uno sviluppo che ha messo in contatto modernità con tradizioni arcaiche.

    Sento da tempo il termine ‘complottismo’.
    A mio avviso non bisogna parlare di ‘complotto’. Non è un complotto, come ho precisato al mio avvocato sabato sera in libreria, mentre recuperavo la mia copia de “Il Giallo del Coronavirus”.

    È un progetto.

    Un progetto aziendale, nato, come tutti i progetti, e come i manuali insegnano, da una opportunità o una criticità.
    Un progetto aziendale che, come tutti i progetti, ha un obiettivo o una serie di obiettivi specifici che contribuiscono agli obiettivi di continuità dell’impresa.
    Un progetto ha una sua pianificazione in termini di tempi, costi, risorse. 
    Un complotto, una volta definito l’obiettivo finale, ha una gestione più improvvisata, anche se vengono definiti, per sommi capi, ruoli, tempi e metodi.

    Qual è la criticità.
    Siamo troppi. Consumiamo troppe risorse, produciamo troppa CO2, inquiniamo troppo.
    Gli ‘imperialisti buoni’, come li chiama un articolo che si riferiva ad un articolo di Nature, hanno deciso che siamo troppi. Il livello di produzione di CO2 che contribuisce fortemente al cambiamento climatico è arrivato a livelli insostenibili ed è opportuno ridurre drasticamente la produzione di CO2.
    L’articolo presentava una tesi differente dall’idea portata avanti dagli ‘imperialisti buoni’, secondo i quali chi è ‘di troppo’ sono sempre ‘gli altri’.
    Al contrario, l’articolo sottolineava che le risorse ci sono per tutti: sono i modelli di sviluppo ai quali gli ‘imperialisti buoni’ non vogliono rinunciare a consumarle nel modo sbagliato in modo da depauperarle.
    Il footprint.
    Cos’è il footprint?
    Dal nostro fu-ministero dell’Ambiente leggo:
    La carbon footprint è una misura che esprime in CO2 equivalente il totale delle emissioni di gas ad effetto serra associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un’organizzazione o un servizio. (https://www.minambiente.it/pagina/cose-la-carbon-footprint)
    Ho appena trovato dove ognuno di noi può calcolare il proprio ‘ecological footprint’: https://www.footprintcalculator.org/
    Ora entriamo nel campo delle illazioni, ho dedicato non più di tre ore alla stesura di questa missiva. I dettagli li devo studiare. Sarò semplicistica e approssimativa.
    Esempio: William, ricco imprenditore degli Stati Uniti, ha un footprint giornaliero pari a 1000.
    Un italiano medio ha un footprint pari a 20.
    Dobbiamo ridurre il footprint  globale. Chiediamo a William di rivedere i suoi modelli di consumo? Noooo. Eliminiamo 50 italiani, o europei o quello che siano.
    Abbiamo una criticità, abbiamo una possibile soluzione.
     
    Un’altra criticità nasce dalla necessità, per gli imperialisti buoni, di vedere l’indice delle loro azioni di borsa puntare sempre in alto. Non vogliamo mica arrivare al giovedì nero di Wall Street del 1929 quando, dopo anni di economia della finanza slegata dall’economia reale, la bolla esplose e fece scendere in picchiata gli indici di borsa con la conseguente caduta in picchiata di ex-plutocrati dagli ultimi piani dei grattacieli di New York, vero?
    Anche se, a mio avviso, gli imperialisti buoni adesso non correrebbero questo rischio. Hanno accumulato tanto di quella ricchezza che possono continuare con il loro tenore di vita per altre sette generazioni almeno. Senza fare niente.
    Ma anche la stasi del patrimonio per loro è inconcepibile. La loro ricchezza deve sempre aumentare. Per loro è una legge di natura. Inoltre tutti i mega-dirigenti, ed anche meno mega, alle loro dipendenze ne risentirebbero ed è una cosa inconcepibile ed intollerabile.
    No, l’economia della finanza, che ora sta completando la sua transizione (altra parola magivca ultimamente) alla economia delle piattaforme, deve continuare a prosperare. A scapito dell’economia reale, dell’economia del lavoro, economia che diventerà sempre meno reale, anzi diverrà inesistente. Non per niente da qualche anno vediamo iniziative di corsi di economia finanziaria nelle scuole.
    Meglio sacrificare il 99% della popolazione mondiale piuttosto che l’1% di mega-miliardiari.
    Va be’, qualcosa di meno del 99% salviamo un altro 4% di servitori fedeli e ben compensati dai mega-miliardari.
    Troppe criticità. Ci vuole una soluzione. Eliminiamo un po’ di persone che consumano risorse, CO2 o stipendi o pensioni. OK, dei pensionati possiamo fare a meno, oramai consumano solo risorse che potremmo mangiare noi, ma non abbiamo bisogno dei lavoratori per prosperare? Chi lavorerà per noi? Chi produrrà? Chi consumerà?
    Signori, e volete insegnare a noi? Tanti lavoratori sono diventati inutili. Di alcuni lavori proprio non ne abbiamo più bisogno, altri possono essere fatti dalle macchine, come è successo da secoli nel corso del progresso tecnologico.
    Automatico, che si muove da solo.
    Prima i lavori manuali e pesanti. Poi il lavoro mentale e ripetitivo.
    Informatica. Info(rmazione) (auto)matica, elaborazione automatica delle informazioni.
    Le buste paga può farle una macchina.
    Intelligenza Artificiale.
    Agricoltura2.0. Una macchina è in grado di valutare se il frutto, l’ortaggio è al giusto punto di maturazione per essere raccolto.
    Industria4.0. La Volkswagen in Germania, ma non solo, ha già pronti i robot (tra parentesi prodotti anche in Umbria) che sostituiranno i prossimi pensionati. Amazon pare che li utilizzi in Cina già da tre anni, ma non ho trovato le immagini.
    Tante belle macchine collegate grazie al 5G che consente di collegare un milione di dispositivi per chilometro quadrato. L’Internet delle Cose, l’IoT.
    E’ a questo che serve il 5G e l’IoT: all’industria4.0.
    Credevate davvero che facessero tutti questi investimenti in antenne collocate a poche decine di metri le une dalle altre a coprire il 99% del territorio e collegamenti vari per farci scaricare i video sul telefonino più velocemente? Ma noi di questa aumentata velocità probabilmente non ce ne accorgeremo nemmeno! Noi gonzi comprando i dispositivi 5G dobbiamo solo contribuire a recuperare parte dell’investimento.
    Prima del 5G in realtà c’è anche l’Nb-IoT (qualcuno potrebbe trovare questa sigla sugli Smart-Meter del gas) che però consente di collegare ‘solo’ 50000 dispositivi per chilometro quadrato.
    E perché non usare la fibra ottica? Costerebbe di più, ha detto un elemento di spicco sia dell’Agenzia Digitale Italiana sia Europea. Mi aspettavo che avesse parlato anche di problemi di mobilità, invece no. In effetti al momento parliamo di macchine che si muovono su guide prestabilite.
    Ma nel 2031 i robot cammineranno per le strade, ha sentito mia madre un paio di mesi fa nel programma ‘A mia immagine’, prima della Santa Messa delle 11:00 di domenica.
    I cobot (robot collaborativi), oltre che muoversi lungo delle guide come adesso, saranno colleghi e capi degli uomini [Andrew Smith, EU-OSHA, Matera, 25 ottobre 2019]. Non solo nelle fabbriche, ma anche negli uffici.
    Del primo robot-giornalista in Cina forse ne parlò il TG nel 2008, se non prima.
    Perché continuare a pagare profumatamente anchor-man che oramai fa solo da grancassa ai diktat dei potenti?
    Nel 2017 da un suo blog Beppe Grillo ci ha informato dell’Avatar in Nuova Zelanda che insegna ‘Energia’, dicendo che potevano essere utilizzati in territori come l’India dove gli insegnanti sono pochi. E comunque costano meno di insegnanti in carne e ossa. Potremo averli in Italia già dal 2027. Certo bisogna risolvere il problema dell’empatia, ma anche quello sarà risolto, concludeva l’articolo di Orizzonte Scuola che riprese il blog di Beppe Grillo.
    L’argomento di un evento disponibile in rete il 3 marzo era "La frontiera dell'Intelligenza Artificiale: assistenti virtuali, empatia, Artificial Human".
    Perché pagare insegnanti che abbiamo ridotto a ripetitori di filastrocche (e di filastrocche che vogliamo noi) ai quali abbiamo imposto metodi di valutazione a ‘griglia’, a punteggi che può applicare anche una macchina?
    Basta insegnanti che educano al pensiero autonomo. Non ci fanno comodo.
    Ed i medici di base che si stanno limitando ad alzare il telefono o a rispondere a dei messaggi WhatsApp non possono essere sostituiti dall’Intelligenza Artificiale? Sì, secondo Sonia Savioli, autrice de “Il Giallo del Coronavirus”, settembre 2020, nella parte di cui dà lettura Enrico Montesano: https://www.youtube.com/watch?v=qali5ZrwGgY&t=3s minuto 1:58
    L’ho riascoltato tutto adesso, andando oltre la parte dove parla dei medici. Nel caso lo ascoltaste fino alla fine, quello che avevo intenzione di descrivere nel seguito è già detto. Credo che il finale sia troppo ottimistico. A settembre, a novembre il risveglio non era ancora massiccio. Non lo è neanche ora. Non c’è il risveglio. E la maggioranza ha più paura di smettere di respirare, di perdere la vita fisica, piuttosto che smettere di avere una vita degna di questo nome.
    L’autrice Sonia Savioli, come altri articoli in passato, afferma in un’intervista di avere scaricato i documenti pdf del World Economic Forum.
    Cosa dicono questi documenti? Bisogna accelerare la quarta rivoluzione industriale. Il WEF ha decretato il licenziamento di 800000000 di lavoratori. La fine delle Piccole e Medio Imprese (anche in agricoltura) a vantaggio delle multinazionali.
    Industria4.0, Agricoltura2.0, Educazione2.0, Medicina2.0.

    Identità Digitale, con un click sparisci. Burocraticamente, s’intende. Ma se sparisci burocraticamente, se non risulta nemmeno che tu sia mai nato, se i tuoi dati sono spariti, puoi lavorare? Puoi ricevere uno stipendio? Una pensione?  Bloom County, una striscia di fumetti di 30 e più anni fa https://www.diversetechgeek.com/minorities-in-cartoons-oliver-wendell-jones/

    Denaro Digitale, con un click sparisce? Non necessariamente. Possiamo sulla base dei tuoi dati, magari di salute, semplicemente impedirti di avervi accesso. Di seguito il link ad un brevetto della Microsoft registrato il 26 marzo 2020.
    WO/2020/060606 - CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    In breve l’operazione che tu ordini è autorizzata o meno sulla base dei tuoi dati di attività corporea. Non mi sembra si tratti solo di riconoscimento grazie ai tuoi dati corporei, già abbastanza perniciosa secondo me. L’errore software esiste. L’errore software può essere introdotto. Un hacker clandestino o meno può causare il malfunzionamento del sistema.
    Giugno 2020.
    Una delle conclusioni degli Stati Generali in Italia (ma dopo uno degli ultimi Stati Generali non ci fu la Rivoluzione Francese?): usate la moneta digitale, ricchi premi e cotillons per chi la usa. Il mio consiglio è continuate ad usare la carta moneta il più possibile e non chiedete ai negozianti di attivarsi per i bonus premio spesa. 
    Gran Bretagna. La legislazione comincia a rendere più fruibile l’utilizzo delle criptovalute. 
     
    Luglio 2020.
    Yen digitale (moneta giapponese digitale)
    Obbligo di SPID in Italia (prodromo dell’ID2020 tanto propugnato dalla Microsoft? Perché il presidente dell’INPS si è raddoppiato lo stipendio a luglio?)Novembre 2020. Christine Lagarde parla di euro digitale
    Ieri ho letto: Digital Yuan, the new currency was issued with the support of the central bank
    Achieve your dreams with Digital Yuan. (E l’immagine mostra un indice di borsa che sale).
    Digital Yuan  (moneta cinese digitale):  la nuova moneta è stata emessa con il supporto della banca centrale. Consegui i tuoi sogni con lo Yuan digitale.
    Se qualcuno vuole approfittarne e investire …
     
    Abbiamo delle criticità (eccessiva produzione di CO2, consumo risorse da parte di esseri inutili, crisi economica finanziaria) ed una opportunità: l’Intelligenza Artificiale anche guidata dal 5G.
    Ma le persone non vogliono il 5G!
    https://www.byoblu.com/2020/04/30/lepic-fail-di-vodafone-italia-in-rete-sul-5g-sparisce-da-youtube-il-numero-di-non-mi-piace/
    https://www.repubblica.it/tecnologia/2020/02/24/news/all_interno_della_grande_resistenza_elettromagnetica_statunitense-249501826/
     
    È un’altra criticità. A maggior ragione, abbiamo delle criticità ed una opportunità: ci vuole un progetto.
    (“Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano ad installare antenne”, diceva qualche post nel marzo 2020. “Ci hanno chiusi dentro ed intanto continuano a tagliare alberi”, rincarava qualcun altro.)
    Prima di avviare un progetto bisogna studiare gli obiettivi specifici, la fattibilità e la convenienza.
    Obiettivo specifico 1: ridurre produzione CO2 e consumo risorse.
    Obiettivo specifico 2: successo finanziario continuo delle multinazionali.
    No, almeno il secondo è un obiettivo di continuità.
    Fattibilità: riduciamo le cause di produzione CO2 e risorse. Soluzioni: riduciamo il consumo di combustibile fossile? E come? Andiamo sul nucleare e auto elettriche? Non basta, alla base c’è sempre produzione di CO2 e inquinamento. Riduciamo il numero di chi produce CO2 e consuma risorse. E come? Con le malattie. Ma già ne abbiamo procurate tante con inquinamento, farmaci, … Possiamo incrementarle con una pandemia. Ma non è pericoloso anche per noi? No, perché conosciamo il virus, abbiamo le medicine per noi e poi il virus sarà virulento per poco tempo, essendo un virus artificiale poi ridurrà rapidamente la sua virulenza
    Hanno studiato e atteso per anni. La SARS, la suina, la MERS, … prove tecniche.
    Il progetto è fattibile e conveniente. Bene, ora occorre un piano di progetto: individuare le attività, stabilire la tempistica, fissare le milestone (momenti di verifica dello stato di realizzazione del progetto), …
    Dal piano di progetto (approssimato, per scrivere un piano temporale completo, dall’inizio, e con gli obiettivi numerici stabiliti da verificare alle milestone dovrei dedicarvi più tempo):
    Settembre 2020. Incrementare il numero di tamponi: con un alto numero di positivi (non importa se asintomatici, i gonzi si bevono tutto), possiamo dire che l’epidemia è ancora in corso. I gonzi si vaccineranno contro l’influenza stagionale, vaccino che rende più vulnerabile alla SARS, ed avremo di nuovo malati seri.
    Dicembre-gennaio 2020 (forse con un anticipo rispetto al piano di progetto originario): parte la campagna di vaccinazione anti-Covid. Creazione di varianti più pertinaci. L’obiettivo di riduzione della popolazione mondiale continua.
     
    Milestone giugno 2021. Tot numeri di vaccinati. Tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.), tot morti per reazioni avverse, …
    (Ah, tot morti per terapie errate, tot morti per mancanza di cure (malati oncologici, ecc.) mi sa che erano dei parametri da controllare anche nella milestone del giugno 2020 e di novembre/dicembre.)
    […]
    E’ inutile dirlo, quanto raccontato sopra non è tutto reale.
    È solo una favola. Frutto di fantasia ricamando sulla realtà. È solo una favola.
    La favola complottista.
     Sinceramente,
    Lilly
     
    P.S. Qual era l’obiettivo di raccontarvi tutto a settembre? Trovare alleati per la Resistenza.
    Per dire che c’è ancora l’emergenza avevano pensato di fare tanti tamponi farlocchi (numero di cicli RT-PCR oltre 35, anche 40, quando, per essere il test affidabile, non bisognerebbe andare oltre 27 cicli di replicazione [uno tra i primi a parlarne https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_19/coronavirus-remuzzi-nuovi-positivi-non-sono-contagiosi-stop-paura-bf24c59c-b199-11ea-842e-6a88f68d3e0a.shtml].
    Oltretutto il tampone non è uno strumento diagnostico a se stante, c’è scritto anche sul foglio illustrativo, ed il suo ideatore, morto nell’agosto 2019, non lo aveva ideato per questo.
     
    Oltretutto sapete quale fu il mio primo pensiero quando a fine marzo 2020 vidi questi lunghi cotton-fioc infilati nel naso degli automobilisti?
    <<Ma come, dicono che questo virus sta dappertutto, che non possiamo toccare niente e chi mi dice che questi cotton-fioc non siano infetti?>>
    Purtroppo a settembre venni a sapere che la mia idea non era tanto peregrina: https://www.money.it/Tamponi-contaminati-tracce-di-coronavirus-allarme-in-Gran-Bretagna
     
    A settembre lessi anche di un altro allarme relativo ai tamponi: che fosse un esercizio per impiantarci il nanochip nel cervello. Troppo complottista, lasciai perdere. Anche se questa voce mi raggiunse di nuovo ai primi di dicembre. E sembrerebbe che ciò sia necessario affinché si realizzi quanto Vittorio Colao disse in un'intervista del marzo 2020: (minuto 1:04 https://www.youtube.com/watch?v=cEL8WZ8aBNc)
    “Con il 5G [...] sarà possibile a distanza iniettare o rilasciare una sostanza utile per la
    salute.”
    Siamo fortunati, ci inietteranno a distanza solo sostanze utili alla salute, niente di dannoso.

    Ultimamente un dato scientifico che mi riporta inquietantemente a questa ipotesi.
    I cotton-fioc sono stati analizzati, non tutti sono morbida ovatta.
     
    https://www.facebook.com/R2020PaginaUfficiale/posts/271169491280812
    Attenzione ai tamponi!
    "Ci sono dei tamponi che contengono fibre vetrose, rigide, in alcuni casi di silicio. Materiali non testati per la biocompatibilità. Il problema fondamentale è che queste fibre si spezzano rimanendo all'interno della lesione. Lesione che non viene cicatrizzata in caso di tamponi ripetuti. Perché scavare tanto tessuto quando, se c'è un virus, lo si può trovare ovunque? Anche nella saliva?"Dott. Antonietta Gatti, Fisico e bioingegnere, Fondatore di Free Health Academy
    "I tamponi possono essere tollerabili in casi esigui, ma ripetuti in questo modo, in lacuni casi si passano i 50 tamponi in qualche mese... questa è tortura". Avv. Nino Moriggia, ComiCost
    "Verranno utilizzati tutti gli strumenti dal civile, al penale, all'amministrativo, perché la verità venga a galla e si superi questa scienza fideistica del tampone che dall'inizio di questa storia tiene in piedi questo stato emergenziale". Avv. Linda Corrias, Costituzionalista e Comunitario
    Per chi non vuole vedere il video, le immagini ingrandite di questi tamponi a fibre rigide sono disponibili anche qui https://www.facebook.com/rosario.marciano.profilo2/posts/473821830332688
     
    Qual erano alcuni degli atti di Resistenza che volevo proporvi?
     
    Primo atto di Resistenza: a settembre non fare tamponi.
    Secondo atto di Resistenza: non vaccinarsi né a ottobre per la tipica influenza stagionale, tranne gli habitué al massimo, suggerì Tarro(?), né dopo.

    E come ci difendevamo dal virus? Con un po' di prudenza e con i medici, di base e ospedalieri, che dovevano tornare a fare medici basandosi sulla clinica e sulla loro scienza e coscienza, come tanti medici che non hanno mai smesso tipo il primario della Divisione di Malattie Infettive dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara Pietro Luigi Garavelli
    (da https://www.affaritaliani.it/coronavirus/covid-garavelli-vaccino-non-risolutivo-il-lockdown-cosi-inutile-729858.html?refresh_ce):
    “Ha contribuito a curare centinaia di persone dal Covid in terapia domiciliare, usando la tanto vituperata idrossiclorochina insieme a eparina e cortisone”
    Garavelli, come tanti altri medici, consiglia la cura a casa da mesi. E si apre il solito dibattito sull’idrossiclorochina. “Didier Raoult è forse il più grande infettivologo al mondo. Lo sottolineo, il migliore al mondo. Ora, avrà un peso la sua presa di posizione a favore di idrossiclorochina? –commenta il primario.Qui a Novara la abbiamo usata con successo, una mia collaboratrice aveva come compagno di specializzazione il dottor Savarino di cui ho letto i lavori sull’utilità di idrossiclorochina nel trattamento della Sars. All’inizio la davamo a tutti, poi abbiamo raddrizzato il tiro vedendo che funzionava nelle fasi precoci della malattia. Il mio gruppo di lavoro non attende nemmeno l’esito del tampone, perché si perde tempo prezioso: ai primi sintomi diamo Plaquenil monitorando l’andamento della patologia e la saturazione e proseguiamo per sei, dodici giorni. Poi, aggiungiamo eparina e cortisone. Si può utilizzareanche azitromicina, ma per me è meno rilevante. I risultati? Meno del10% dei ricoveri con le persone trattate precocemente.”
     
    È solo una favola. La favola complottista.
     

  • 15 aprile alle ore 20:40
    La forza del basket

    Come comincia: Tutti gli sport lasciano il segno, quando li hai praticati per tanti anni…e poi il segno diventa indelebile se chi quello sport te l’ha insegnato in mabniera speciale, appassionata, in un modo che può solo farti innamorare, nel mio caso della palla a spicchi…e si sa che il primo amore non si scorda mai, anzi il primo ciuff non si scorda mai…
     
    “Pronti a pranzare, come ogni domenica ad un orario insolito, i miei mi hanno semprer sostenuto nello sport, ma il patto era: “prima la scola e dopo il canestro”, difficile da mandar giù, ma non ebbi scelta, solo avanti negli anni ti accorgi che sono state regole fondamentali per crescere.
    Il sole con i suoi raggi entrava nel soggiorno di casa, dovevo finire i compiti, papà leggeva e mamma stava finendo di preparare il minestrone di pasta e fagioli…
    -ghe vol energia per far canestro
     
    -Mama se ciama energia? Te sa che dopo me xe pesante…
    -te son mingherlin…te cori tanto ma se i te beca i te ribalta con un sufion, magna…dopo xe bisteca…
    E già sapevo che sarebbe stata la solita fettina formato famiglia…
    Quel bel sole del mattino intanto, nel primo pomeriggio lasciò il posto ad una fitta nebbia: andai in poggiolo e percepii l’atmosfera di una favola…
    Stavolta si giocava al palasport di Chiarbola, prima della partita di serie A, era un giorno speciale, perché tra gli spettatori ci sarebbero state due persone per me specialissime…Finalmente avrei potuto riabbracciarle…
    Io ancora non sapevo nulla, era una sorpresa
     
    Ma quando vidi la tavola apparecchiata per 5 mi venne un dubbio…avevamo ospiti?
    -Papà go de concentrarme…se no me sento dir che giro co l’aquilon
    -almeno che te se concentrassi cussì anche sui libri
    -mama scusa gavemo ospiti ogi? Xe anche el servizio quel bel, quel dele grandi ocasioni
    -disemo che te ga una partida importante…e xe 2 tuoi tifosi che xe vignudi a Trieste solo per ti
    A sentire questa frase immaginai a qualche selezionatore, era facile montarsi la testa a 15 anni, ma in realtà sarebbe stata una sorpresa molto più importante…
     
    Borsone pronto, faccio per andare…
    -stropolo, te ga messo l’accapatoio?
    -ah no, xe vero, starò bagnà
    -e le mudande de ricambio?
    -orca gnanche…farò senza
    -‘scolta se te vol vado mi a zogar…te ricordo che l’altra partida te se ga dimenticà el bagno schiuma
    - no, mama go sbaglià botiglia…
     
    -iera el savon per i piati, tandul…Te la finirà de gaver la testa fra le nuvole?
    Mamma aveva ragione, ma non riuscivo proprio a pensare ad una cosa sola: se giocavo a basket pensavo ai racconti da scrivere, se scrivevo pensavo alla chitarra, se suonavo…
    -stropolo mai che te pensassi ala scola, cussì ‘nderà finir che te farà tante robe e gnanche una ben…
    Chissà se ora i miei da lassù hanno cambiato idea almeno in parte…In fondo almeno per la testa fra len uvole son stato coerente…
     
    Cappellino e mi avvio, casa mia era a 10 minuti a piedi dal palasport…
    Arrivo in spogliatoio e subito coach Tullio inizia il discorso, quello che ti dava il giusto “tremaz” nele gambe, quello che il culo o te lo faceva muovere in campo o ti serviva per tenere calda la panca
    -savè che ogi gaverè publico, savè anche che me tocherà zigar per farme sentir, perciò tignì le orece ben verte, mi voio vinzer punto, e no stemo inventar scuse…dai cambieve e ‘ndemo far due file
    -coach ogi per mi xe una partida speciale
    -sentimo l’artista cossa se inventa ogi…’scolta femo cussì, zerca de butar la bala in canestro, sarà za speciale…
    -sarà assai de più…promesso coach
    Le mie promesse lui le conosceva, sapeva anche che ero leggermente creativo e mi diceva sempre
    -se tuta quela fantasia che te ga per scriver te la gaveria in campo, poderia anche pensar che i mii insegnamenti con ti no xe finidi nel cesso
     
    Palla a due…sono in quintetto…e non era per nulla scontato.
    La butto anche dentro…Le emozioni si susseguirono per tutti i 40 minuti, i miei sguardi ogni tanto incrociavano quelli dei miei genitori, ma soprattutto dei due ospiti speciali che riconobbi solo a fine primo tempo mentre tornavo negli spogliatoi: un brivido mi attraversò e gli occhi divennero lucidi…
    -movite Gan, mi disse un cvompagno, Tullio xe incazà…
     
    -gavè intenzion de farme fumar più del solito?
    Disse Tullio seduto sul lettino dell’infermeria…Intanto io rimasi appoggiato sullo stipite della porta
    -ricordeve che nela vita qualche volta ghe vol tirar fora le bale senza calar le braghe…questo xe el momento
    Buttò la sigaretta, che mi arrivò addosso e tornò in campo…
    -Tullio, brusa…
    Tornò da me, mi fisso…
     
    -poderia brusar de più se perdemo…
    Ci guardammo tutti in silenzio, riempimmo le boracce e rientrammo in campo anche noi…
    C’era un tifo assordante, oramai i tifosi per la partita di Trieste che sarebbe iniziata di lì a poco, erano tutti che intonavano cori…
    A dire il vero anche questo clima contribuì a farci giocare meglio, ma io avevo una spinta in più, no, non la pasta e fagioli, ma i due ospiti speciali…Vincemmo…
    La forza del basket è anche aiutarti a creare, per rivivere quello che in realtà era solamente un sogno, ma sappiamo bene che a volte i sogni sono ciò che avremmo voluto e secondo me sarebbe andata proprio come ve l’ho raccontato…
    Anche se vincemmo, Tullio era soddisfatto ed io giocai bene, l’importante fu riabbracciare a fine partita i due ospiti speciali: nonno Bepi e mio fratello Paolo, tifosi che non ho mai potuto avere sugli spalti, ma quell’unica volta si, e me la tengo stretta.”

  • 15 aprile alle ore 17:31
    La lupa Tersicore e il drago rosso

    Come comincia: C’era una volta, un giovane e bellissimo drago di nome Walsen.
    Dal carattere nobile e altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia Acquazzone/s’impigliano fra filari di tulipani/i pensieri ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portarli sempre più su, fino al cielo.
    Ma una notte, colpito da alcuni cacciatori di passaggio che scorgendolo di lontano, alto fra le nuvole, non avevano esitato a puntargli contro un fucile. Caduto in volo, giaceva lo sventurato in un sonno senza sogni, lasciato per sempre a obliare nel torpore dei dispersi, senza un solo pensiero capace di risollevarlo.
    “Poverino!” “Lo hanno ferito alle ali!” si rincorreva il vociferare intorno “Ha perso troppo sangue!”  “Non c’è più nulla da fare!” “Il suo cuore si sta fermando!”  “Se non ha più un cuore morirà!” “Senza un cuore non potrà più risvegliarsi!” “Ma nessuno lo salverà mai!” “Chi lo farebbe?” “No, è lapalissiano!”
    Lasciato a giacere, per sempre.
    Ma una notte Tersicore, lupa bellissima dagli occhi viola, amante della poesia, girovagando per la Foresta di Vallefoglia intenta a comporre nuovi haiku, scorgendo la bestia distesa su di un giaciglio di foglie secche, alle radici di una Grande Quercia, annusando il suo odore, riconoscendolo buono, gli fu accanto trafelata.
    “E’ ancora vivo!” esordì la lupa, udendo il suo flebile respiro lottare presente per la Vita, contemplandolo con tenerezza, avanzando, retrocedendo in un tumulto di emozioni incontenibili, graffiando la nuda pietra con gli artigli “La Vita è il dono più prezioso perché fare questo? Perché puntarci contro un fucile, nascondere trappole? Perché volerci uccidere se non abbiamo fatto alcunché? Se nemmeno ci conoscono? Perché non provare un briciolo di rispetto?” guaì “Ma io sono qui adesso” mugghiò decisa a destarlo, deglutendo a fatica non senza paura “Io ho un cuore e posso dividerlo con lui!”
    “Ma cosa?” “E’ matta!” “Lei è una lupa, lui un drago!” “Non vede? fa voltastomaco!” “Non potrà guarirlo!” “E’ così brutto, nessuno avrà per lei parole di lode! Nessuno la stimerà mai!”
    “Ha perso molto sangue” proruppe la lontra Ofelia, serrando i pugni “Non sarà semplice!”.
    “Tu hai un cuore, Tersicore!” attraversò il cielo Rigel udendo il suo desiderio “Ed è la cosa più Importante che possiedi! Ricordalo! Non puoi dividerlo in maniera tanto semplice!”
    “Io ho un cuore e voglio dividerlo con lui!” continuò decisa.
    “Ma è assurdo! Quelle che dici sono solo castronerie! Perché mai dividerlo con lui?”  “Lui giace nel sonno dei dispersi!”
    “Non è così facile!” soffiò lo scoiattolo Avisio, seguito al trotto dal camoscio Burian, balzando in  un sol salto “Come può?”.
    “Si, se è ciò che vuoi!” annuì la lontra Ofelia “Ma pensaci bene Tersicore, non è facile dividere un cuore per due, affinché ciò succeda, è necessario che il tuo Amore verso quel drago sia vero e sincero, altrimenti nel momento stesso in cui staresti operando il tuo volere, potresti morire al suo posto!”
    La lupa a quelle parole levò il muso “Lo so!”.
    “E’ Rischioso!” “Imprudente!” “Che senso ha Provarci, è senza Speranza!”
    “Pensi veramente di potercela fare?” bisbigliò il merlo Ovidio frullando le sua belle ali d’ebano sbirciando di sottecchi il corvo Nietzsche, preoccupato.
    “Ha un respiro così faticoso!” “Tra poco morrà!” “Quella ferita fa orrore!” “Come potrebbe accompagnarsi a lui?” “E’ esecrabile!” “Un drago sputafuoco che non riesce nemmeno a respirare!” “Fa ripugnanza solo a toccarlo riverso in quello stato!” “Se la ferita fosse infetta e potesse trasmettere a  lei lo stesso virus? Ce ne sono di letali!”
    “Perché dare la Vita per lui? Il drago sputafuoco non riesce a respirare! Tra poco morrà! homo homini lupus” tossì il cervo Hobbes “La natura è  per sua fondamenta egoistica, a determinare le azioni sono l'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Lui è stato colpito dal più forte e morrà!”
    E Tersicore osservando quel drago che si era visto puntare contro un fucile, ammutolendo sotto i suoi spari, impaurito ed inerme, percependo il suo respiro spezzato, stringendo il pensiero di lui, lo scaldò con tutto il suo amore “Ha bisogno d’aria! Sta morendo!”
    “Walsen il drago di fuoco sta annaspando!” scosse la testa tristemente il suricato Cagliostro “Ha bisogno d’aria!”
    “Si, ha bisogno d’aria! La glicemia sta salendo!” mormorò la lepre Feuerbach.
    “Inspirare-espirare! Che il tuo sangue si cheti! Non puoi non farcela!” strinse la luna al petto un ramo d’ulivo, sorgendo sullo sperone di roccia con le sue gonne d’oro e melograno, salutando il pipistrello Schopenhauer a sparire nella notte “L’Amore Vince Tutto. L’Amore guardò il tempo e rise! Ciò che è destinato a te troverà sempre il modo di raggiungerti. L’Amore non conosce restrizioni!”
    E Tersicore chinando il capo, carezzando col muso la pelle coriacea di lui spenta e fredda, posando delicatamente le fauci sulla ferita del drago, prese a leccare con lentezza lungo tutta la sua riga, percependo il gelo e il dolore della bestia fondersi col suo cuore, battito dopo battito. E rendendogli il fiato attraverso il suo, gonfiò forte i polmoni per dargli tutto il suo ossigeno, trattenendo le lacrime.
    “Svegliati, Wa-lse-n!” pregò lei, immaginandolo forte a salire la roccia, rimpinzarsi di more lungo il Fiume Fresco, giocare a nascondersi fra il grano ed i tulipani, fiero a volare, aprendo le sue ali a prendere quota, libero e leggero, drago dalla massa potente e poderosa, fiero e coraggioso a sputar fuoco, leggiadro, fino a quella notte, fino a quello sparo.
    “Forza!” luccicò Vega contemplando la lupa curva su di lui “Inspirare-espirare! Sforzati Walsen! Prendi respiro!”  
    E Tersicore col cuore in tumulto, levando soave il suo canto carezzò con la poesia il respiro del drago, ridisegnando di Vita il suo seme “Sogno/dondola tra i tulipani/una piuma”  lui ferito da mano umana.
    “La poesia è un atto d’Amore, Walsen!” esultò la lupa “L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore gratuito! L’Amore a prescindere, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!”
    “Ma sono così diversi!” “Lei è una lupa, lui un drago?” “Cosa potrà mai darle?” “Pure se si destasse con quell’ala pesta  cosa sarebbe?”  “Sta agendo per pietas!” “Prodromo di niente!”
    “Non è così!” singhiozzò la lupa “In salute ed in malattia” chiuse i begli occhi viola, tenendolo nel cuore.
    “Toccare con il cuore: questo è credere, amare” soffiò il gabbiano Ippocrate “Le parole non sono state inventate perché le creature s’ingannino tra loro, ma perché ciascuno passi all’altro la bontà dei suoi pensieri. Fu detto”
    “Svegliati, Wa-l-se-n, destati drago rosso!” guaì.
    “Pronuncia  il suo nome in altra maniera. Lo ama!”
    “Solo se il suo sentimento sarà vero e sincero, il drago potrà destarsi!” ripetè la lontra scuotendosi “Sincero, dal latino “sine cera”, senza cera. È una parola che viene dall’antico passato, e venne inventata dagli umani per indicare qualcosa di vero, pulito, privo di alcuna bugia, alcun artificio. La cera (materiale duttile e plasmabile) infatti, veniva usata per rimediare alle statue marmoree riuscite male, celando i difetti e i segni di taglio sul marmo. Sincero è un termine che va considerato come opposto al contraffatto, a qualcosa che risulti polito e perfetto ma in maniera fasulla, grazie a posticci, a trucchi del mestiere e alterazioni”.
    “Walsen!” chiamò ancora la lupa col cuore gonfio. E scorgendo d’improvviso le palpebre del drago tremare debolmente, poi con insistenza sempre maggiore, Tersicore strabuzzando gli occhi incredula, contemplò Walsen ingrossare il petto, ridestandosi lentamente, racchiudendo dentro una parte di lei, sano e salvo: destatosi grazie al suo sentimento tanto vero e sincero da riuscire ad aprire un varco oltre l’oscurità dietro cui era stato imprigionato, tanto potente dal non conoscere incertezza.
    “L’Amore Vince Tutto!”
    E il drago scrollando adagio dapprima le zampe posteriori, poi quelle anteriori, spalancando con dolore le ali, allungò il collo intorpidito risvegliandosi dal suo sonno “Una poesia!” balbettò “Che bella!” farfugliò a fatica le sue prime parole “Chi sei tu, lupa che ne componi di così meravigliose?!” dimenando la coda tigliosa, fissandola col suo sguardo d’ambra.
    “Il mio nome è Tersicore!” si presentò lei, radiosa.
    “Grazie Cora” si schiarì la gola il drago, sbuffando fumo misto ad una tremula fiamma dalle narici “Tu mi hai salvato la Vita!” facendo un bel sospiro profondo, ritrovando la salute nei suoi polmoni “I cacciatori senza nemmeno conoscerci, ci puntano contro i loro fucili e vogliono la nostra morte! Io non pensavo sarei mai più riuscito a svegliarmi!” mugghiò lui, ancora impaurito nel ricordare.
    E sollevandosi malfermo, scoprendo storpia la sua ala, si scrutò attorno felice, rispecchiandosi in lei che l’aveva scaldato, riportandolo alla Vita.
    “Homo homini lupus” brillò Orion “Ognuno vuol divorare l’altro, ma si suum officium sciat , se si conosce il proprio dovere, che dovrebbe essere questo: amarsi, qualcosa può cambiare!” tossì continuando “Bellum omnium contra omnes, “la guerra di tutti contro tutti” divenga questa una guerra d’amore e di tenerezza, intimità, magia, senza quel desiderio di sopraffazione sull’altro,  guidata dall’infondata corsa primordiale all’essere più forte.  E’ difficile che un essere possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale, se si legano è dovuto spesso al timore reciproco. Ma ciò potrebbe non esser più vero!”.
    “I legami voluti dal destino sono indissolubili!”.
    “Sei vivo ora! Sei libero, bellissimo!” la lupa aiutò il drago a sorreggersi instabile, udendo il cuore di lui riprendere il ritmo, parte l’uno dell’altra.
    “Grazie per avermi salvato Tersicore, di non aver mai tentennato, cucciola!” bofonchiò Walsen, ruttando fuoco a tratti col respiro ancora affannoso, ma ebbro di gioia.
    “E’ stata molto coraggiosa!” “ Più forte di tutto!”
    “La Vita non è solo essere vivi: ma essere amati! Si vis amari, ama. Se vuoi essere amato, ama!” sussurrò la tartaruga Achille dal piè lento.
    “Non so come ringraziarti Tersicore, piccola bruja! Tu mi hai ridato la Vita!” sentì lui fra le ciglia brillare una lacrima.
    “Tu non devi ringraziarmi!” rise lei “Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: se tu sei Felice, io sono Felice! Ci sono parole che vanno consegnate in presenza, Ubi tu Gaius è una di quelle” soffiò la lupa strabordante di gioia, tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne “Wal-se-n, non farmi andar via! Sei ancora debole!” assentì reggendolo “Lascia che io resti al tuo fianco per stanotte!”
    “Ma è assurdo!” “Come fa a stargli vicino?” “Sta agendo per pietas!” “Nessuno la invidierà mai!” “Un drago simile al suo fianco!” “Una discrasia tremenda!” “La sua Vita sarà breve e lei resterà sola!”
    “Ma io rimarrò storpio per sempre?!” gemè il drago “Sarà ben difficile che possa tornare a volare con un’ala ridotta così, e mi muoverò solo con questo passo goffo e storpio! Per te non fa differenza? Non provi ripugnanza? Mi vedi bene?”
    “Certo! Cosa cambia?” continuò lei “Non sono qui di sicuro, perché non riesco a vivere senza di te. Ci riesco a vivere senza di te e solo che non voglio”
    “Ma ho perduto la mia forza!” grugnì lui.
    “Ma dai!” sorrise lei invitandolo a seguirla “E’ meglio trovare un buon posto per riposare adesso, bisogna mettere a riposo questi pensieri strambi!” scodinzolando raggiante.
    “Amor est vitae essentia. Chest’è, amor ipso iure, l’amore è così: è applicabile subito, in immediato, per legge stessa, per istantanea conseguenza, senza bisogno di applicativi, in maniera naturale” trillò la tartaruga Achille felice “Acta no verba!” nel suo incedere lentamente, molto lentamente.
    E da allora Tersicore e Walsen non si separarono mai  più, né in cielo né in terra, per sempre felici e contenti.
     
    Autor: Monica Fiorentino
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 09 aprile alle ore 11:33
    Essere soli, morire soli.

    Come comincia: 5 aprile 2020
    Sai Pino, meglio che stia zitta, altrimenti mi farò odiare, come tanto mi hanno odiata mio fratello maggiore, i miei cugini, i miei zii fin da quando sono nata. Da quando ho emesso il mio primo vagito. E non credo avessi fatto qualcosa di male, tranne che esistere. Ci sono abituata.
    Qualche settimana fa ho confidato ad un mio collega: <<Guarda, ho riflettuto che gli Italiani stanno vivendo adesso, come io già vivevo. Si trovano adesso in condizioni in cui io già mi trovavo.>>
    Benvenuti nel Club, ho scritto.
    Soli. Essere soli. Non incontrare la propria famiglia nelle feste comandate.
    Meglio soli che male accompagnati.
    La Domenica delle Palme dello scorso anno scovai (lo avevo scovato la settimana precedente) un bistrot vicino al mare che offriva a prezzo fisso accessibile un menù anche vegetariano per quella domenica ed anche per Pasqua.
    Prenotai per entrambe le festività.
    A Pasqua mandai alle mie bambine la foto delle uova di cioccolato che avevo preso per loro e la sera finalmente riuscii ad offrire ovetti di pasqua all'addetto alla reception, studente in Economia e Commercio, ed agli altri pochi addetti presenti che erano diventati la mia famiglia nel prestigioso albergo quattro stelle che mi ospitava a prezzo da pensioncina.
    A Pasquetta raggiunsi le mie bambine e visto che il tempo non era bello, invece di portarle a fare un picnic diressi l'auto verso un locale di S.Marzano sul Sarno dove a volte capita che vada con i miei colleghi nella pausa pranzo. Era chiuso. Per la strada avevo adocchiato un altro locale e mi diressi là. Stemmo benissimo, fu anche meglio. Offriva anch'esso un ottimo menù a prezzo fisso. Non ce la facemmo a mangiare tutto quello che era previsto dal menù. Poi il tempo migliorò e le portai verso il mare che conosco. Fecero i capricci, come al solito. Volevano fermarsi a Pontecagnano. "Con questo mare, su quel tratto di spiaggia stretto e quella barriera di cemento alle spalle non vi porto." E le ho portate dopo la Spineta di Battipaglia (non potevo reggere le loro proteste fino al Nettuno di Paestum). Risultato: "Uh, mamma avevi ragione. Ci siamo proprio divertite!"
    Non si contano più le volte che mi hanno detto: "Avevi ragione" e poi puntualmente si dimenticano.
    Digressione. Alle falde del Kilimingiaro hanno appena parlato del numero 1522 e dell'inferno che può diventare la casa nella situazione attuale. Fortuna che ne sono uscita un anno fa.
    Fino a quando riuscirò a scappare? E non da mio marito. Almeno non solo. Lui è diventato il male minore (?)
    In un certo senso questa quarantena mi protegge. Devo fare o no dei passi (via Internet) per salvaguardarmi quando finirà o potrei causare l'effetto contrario? Non so.
    Soli. Morire da soli. In un certo senso, dopo tutto il da fare che mi ero data, mio padre è morto da solo. Dove non voleva. Mio fratello è morto da solo. Ho pensato che sia giusto che anche a me accada la stessa cosa. O devo continuare a reagire?
    Sai, per anni mi sono arrabbiata con mia madre per mia zia Gina, la sorella, minore di dieci anni, di mia nonna. Io già non ero stata bene ed ero in una delle fasi in cui cercavo di riprendermi. Ero all'ingresso del teatro Augusteo di Salerno dove stava per iniziare una delle manifestazioni del Festival dei Cori che la Feniarco organizza in Campania ad inizio novembre. Squilla il telefonino. E' mia madre. Le dico dove sono. Non lo avessi mai fatto. Mia madre dice che voleva solo sapere dove fossi e salutarmi. Il giorno dopo alle 11 in ufficio squilla di nuovo il mio telefonino. E' di nuovo mia madre. Mi informa che la sera prima mi aveva chiamato per informarmi che zia Gina era stata portata in ospedale a Salerno. Era deceduta. Mi arrabbiai: <<Ma perché non me lo hai detto? Ero lì! Andavo a tenerle la mano!>>. Mia madre mi rassicura che era già deceduta quando mi aveva chiamato, ma non credo. Forse avrei fatto appena in tempo. Mia madre mi dice che anche lei si era arrabbiata con il responsabile della casa di riposo per non averla informata per tempo ed altro.
    Era novembre 2011.
    Nel novembre 2002 una domenica mattina mi svegliai smaniando che dovevo andare a trovare zia Gina. Era un po' che tra lavoro e nuovo stato matrimoniale (sì erano già 11 mesi, ma era ancora nuovo) non ero riuscita ad andare a trovarla.
    Quando arrivo alla casa di riposo mi pilotano verso una stanza al pianterreno. La stanza di mia zia era al primo piano. Mia zia è lì in letto tipo da ospedale vecchio tipo, quello con le barre metalliche verticali, che rantola. Un'addetta è seduta vicino a lei senza fare niente. Sono allibita. Chiedo: <<Ma perché non ci avete chiamato?>> Un rivolo di saliva esca dalla bocca di mia zia e scivola sulla sua guancia. L’addetta non fa niente. Apro la borsa, prendo un pacchetto di fazzolettini, tiro fuori un fazzoletto e glielo asciugo. Solo in quel momento l’addetta sembra risvegliarsi e comincia a darsi da fare, arriva altra gente. In breve, fu chiamata l’ambulanza e mia zia fu accompagnata in ospedale. A Battipaglia. Si riprese. Quando poi tornò alla casa di riposo e l’andavo a trovare mia zia rideva nel ricordare e raccontare quell’episodio: <<Mentre mi mettevano sull’ambulanza, il direttore piangeva e chiamava: “Ginaaaaa!”. Pensava che non tornavo più.>>
    Per rispondere al mio nuovo amico che ha scritto: <<Se vi foste presi cura dei vostri cari, invece dei vostri cani, non sarebbero morti nelle case di riposo.>> Per tanti casi forse hai ragione. Ma non sempre è evitabile. Mia zia è andata in casa di riposo quando non si è trovato più nessuna badante che fosse disposta a prendersi cura di lei a casa. E’ sempre stata una persona difficile e con l’età peggiorava. E’ stata alla nostra casa al mare, a pranzo da noi ogni domenica e festività fino a quando poteva alzarsi dal letto.
    Prima andavo a prenderla io e piano piano, sottobraccio, lei col bastone percorrevamo i centociquanta metri che separavano casa sua da casa nostra.
    Poi, quando anche quel pezzo di strada divenne troppo faticoso, andava mio fratello piccolo a prenderla con l'auto.
    In terzo e quarta liceo mi ha cucito il costume di Carnevale.
    Non dimentico il bene ricevuto.
    Almeno non lo dimenticavo.

  • 06 aprile alle ore 17:27
    I sette anni nuovi (la donna nuda)

    Come comincia: Capitolo IV

    Rapita

    Cecina 2003

    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.

    E mi lascio rapire.

    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.

    Guerra cieca

    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.

    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.

    E andai verso la mia vita al mare.

    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.

    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.

    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.

    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.

    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.

    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.

    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.

    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.

    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da...

    ...continua